03 luglio 2010

Noam Chomsky: «Stati falliti. Abuso di potere e assalto alla democrazia in America»


Di Noam Chomsky mi erano noti i testi di linguistica e di filosofia del linguaggio. Testi piuttosto difficili su una matera – la natura del linguaggio umano – già di per sé difficile. Ma forse è questa la migliore preparazione per poi passare ad indagare la natura del potere e l’essenza degli stati. Molto ci sarebbe da riflettere su questo libro di Chomsky, che ci ha invogliato a comprare tutti i suoi libri che abbiamo trovato in commercio e di cui parleremo singolarmente, salvo poi ritornarci sopra tutte le volte che ne avremo il tempo o ci parrà il caso. Tra questi annunciamo “La fabbrica del consenso”, “Capire il potere”, “Sulla nostra pelle”. Il Chomsky analisti o filosopo del potere mi appare non meno interessente e forse più comprensibile del Chomsky linguista, la cui lettura è peraltro assai remoto nel tempo.

Non mi sono note e poco adesso mi interessano le fonti giuridiche a cui Chomsky ha attinto, peraltro da lui dichiarate. Ma molto mi fa riflettere uno dei concetti centrali del libro: il principio di autoesenzione dal rispetto delle norme internazionali per un verso e per l’altro la fine dello stato di diritto e di ogni democrazia sostanziale all’interno. Parliamo degli Stati Uniti d’America, spesso e acriticamente indicati come la terra della democrazia e della libertà. Intanto, una terra ed un popolo che si è concimato sul genocidio della popolazione autoctona. Non pare un caso che si pensa di poter adottare lo stesso modello in Medio Oriente ed in particolare in Palestina: i palestinesi come gli indiani d’America, i pellerossa, stesso destino, stesso silenzio, stesso occultamento di cadaveri e di genocidio, o addirittura costruzione di un mito ed un’epopea – di cui tutti i popoli hanno bisogno – su un vero e proprio genocidio, spudoratamente propagandato da una filmistica di cui siamo stati tutti vittime. Abbiamo giocato tutti da bambini simulando lotte contro i pellerossa, dipinti come i selvaggi.

Le analisi che si trovano nel testo di Chomsky non sono meramente descrittive, ma aiutano a comprende il fenomeno nel suo farsi che è a noi ancora terribilmente attuale. Il libro è stato scritto ed è uscito in italiano nel 2007, ben prima dell’assalto alla Flotilla. Ma fa ben comprendere ciò che successo poche settimane fa ed i cui effetti non sono ancora cessati. Il caldo mentre scrivo è soffocante e tocca smettere, ma non prima di aver abbozzato un concetto che non mi stancherò di sviluppare ad ogni occasione che si presenterà. Se gli USA (e Israele) pensano di potersi sottrarre a qualsiasi rispetto di quelle norme che si sono sviluppate nel tempo e che vengono chiamate con il nome di diritto internazionale. A proposito di questa disciplina che ho studiato all’università ed in vari master ricordo di un docente che parlando di un libro appena uscito con il titolo “Il diritto internazionale e il principio di effettività” osserva che doveva esservi stato un errore di stampa. Il titolo corretto avrebbe dovuto essere: “Il diritto internazionale ossia il principio di effettività”. Voleva significare che non essere nessuna coazione al rispetto delle norme internazione, almeno nella stesso forma in cui può avvenire nel diritto interno.

Ma allora perché si è sviluppato un diritto internazionale e gli stati per il passato o per il presente a volte lo rispettano, altre no ovvero cercano tutti i modi di eluderlo? La spiegazione che io mi sono data è riconducibile ad Hobbes ed alla sua concezione della pluralità degli Stati come soggetti che vivono ed operano nello stato di natura, dove ognuno tenta di sopraffare l’altro. Vale anche nella relazioni internazionali la prima legge di natura che nella sua prima parte dice che occorre cercare con tutti i mezzi possibili la pace, perché solo questa ci dà la vera sicurezza. Gli stati vivono nel timore reciproco e sanno che conviene loro rispettare i patti contratti e le norme consolidate.

Per venire rapidamente a noi diciamo che questo modello salta quando esiste una sola superpotenza che non deve temere nessuno che abbia eguale potenza e per questo può imporre il suo arbitrio ed il suo capriccio. È ciò che succede nella nostra epoca con gli USa ed il suo pendant Israele, il cui esercito pretende addirittura di essere “il più morale del mondo”, anzi della Storia. Perché sia ristabilito un regime di norme rispettate da tutti è necessario che il mondo torni ad essere multipolare, non unipolare. L’utopia dello Stato Unico Mondiale si sta rivelando per quello che è: un regime di arbitrio e di tirannia, di genocidio e schiavitù e con la perversione del linguaggio (quanto è utile in questi casi una formazione linguistica e filologica come quella di Chomsky) anche un regime della Menzogna. Già Hobbes parlava del regno delle tenebre per indicare il sopravvento della menzogna.
di Antonio Caracciolo

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03 luglio 2010

Noam Chomsky: «Stati falliti. Abuso di potere e assalto alla democrazia in America»


Di Noam Chomsky mi erano noti i testi di linguistica e di filosofia del linguaggio. Testi piuttosto difficili su una matera – la natura del linguaggio umano – già di per sé difficile. Ma forse è questa la migliore preparazione per poi passare ad indagare la natura del potere e l’essenza degli stati. Molto ci sarebbe da riflettere su questo libro di Chomsky, che ci ha invogliato a comprare tutti i suoi libri che abbiamo trovato in commercio e di cui parleremo singolarmente, salvo poi ritornarci sopra tutte le volte che ne avremo il tempo o ci parrà il caso. Tra questi annunciamo “La fabbrica del consenso”, “Capire il potere”, “Sulla nostra pelle”. Il Chomsky analisti o filosopo del potere mi appare non meno interessente e forse più comprensibile del Chomsky linguista, la cui lettura è peraltro assai remoto nel tempo.

Non mi sono note e poco adesso mi interessano le fonti giuridiche a cui Chomsky ha attinto, peraltro da lui dichiarate. Ma molto mi fa riflettere uno dei concetti centrali del libro: il principio di autoesenzione dal rispetto delle norme internazionali per un verso e per l’altro la fine dello stato di diritto e di ogni democrazia sostanziale all’interno. Parliamo degli Stati Uniti d’America, spesso e acriticamente indicati come la terra della democrazia e della libertà. Intanto, una terra ed un popolo che si è concimato sul genocidio della popolazione autoctona. Non pare un caso che si pensa di poter adottare lo stesso modello in Medio Oriente ed in particolare in Palestina: i palestinesi come gli indiani d’America, i pellerossa, stesso destino, stesso silenzio, stesso occultamento di cadaveri e di genocidio, o addirittura costruzione di un mito ed un’epopea – di cui tutti i popoli hanno bisogno – su un vero e proprio genocidio, spudoratamente propagandato da una filmistica di cui siamo stati tutti vittime. Abbiamo giocato tutti da bambini simulando lotte contro i pellerossa, dipinti come i selvaggi.

Le analisi che si trovano nel testo di Chomsky non sono meramente descrittive, ma aiutano a comprende il fenomeno nel suo farsi che è a noi ancora terribilmente attuale. Il libro è stato scritto ed è uscito in italiano nel 2007, ben prima dell’assalto alla Flotilla. Ma fa ben comprendere ciò che successo poche settimane fa ed i cui effetti non sono ancora cessati. Il caldo mentre scrivo è soffocante e tocca smettere, ma non prima di aver abbozzato un concetto che non mi stancherò di sviluppare ad ogni occasione che si presenterà. Se gli USA (e Israele) pensano di potersi sottrarre a qualsiasi rispetto di quelle norme che si sono sviluppate nel tempo e che vengono chiamate con il nome di diritto internazionale. A proposito di questa disciplina che ho studiato all’università ed in vari master ricordo di un docente che parlando di un libro appena uscito con il titolo “Il diritto internazionale e il principio di effettività” osserva che doveva esservi stato un errore di stampa. Il titolo corretto avrebbe dovuto essere: “Il diritto internazionale ossia il principio di effettività”. Voleva significare che non essere nessuna coazione al rispetto delle norme internazione, almeno nella stesso forma in cui può avvenire nel diritto interno.

Ma allora perché si è sviluppato un diritto internazionale e gli stati per il passato o per il presente a volte lo rispettano, altre no ovvero cercano tutti i modi di eluderlo? La spiegazione che io mi sono data è riconducibile ad Hobbes ed alla sua concezione della pluralità degli Stati come soggetti che vivono ed operano nello stato di natura, dove ognuno tenta di sopraffare l’altro. Vale anche nella relazioni internazionali la prima legge di natura che nella sua prima parte dice che occorre cercare con tutti i mezzi possibili la pace, perché solo questa ci dà la vera sicurezza. Gli stati vivono nel timore reciproco e sanno che conviene loro rispettare i patti contratti e le norme consolidate.

Per venire rapidamente a noi diciamo che questo modello salta quando esiste una sola superpotenza che non deve temere nessuno che abbia eguale potenza e per questo può imporre il suo arbitrio ed il suo capriccio. È ciò che succede nella nostra epoca con gli USa ed il suo pendant Israele, il cui esercito pretende addirittura di essere “il più morale del mondo”, anzi della Storia. Perché sia ristabilito un regime di norme rispettate da tutti è necessario che il mondo torni ad essere multipolare, non unipolare. L’utopia dello Stato Unico Mondiale si sta rivelando per quello che è: un regime di arbitrio e di tirannia, di genocidio e schiavitù e con la perversione del linguaggio (quanto è utile in questi casi una formazione linguistica e filologica come quella di Chomsky) anche un regime della Menzogna. Già Hobbes parlava del regno delle tenebre per indicare il sopravvento della menzogna.
di Antonio Caracciolo

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