11 ottobre 2008

Le Piramidi albanesi di Wall Street



Tutto il mondo degli affari è in ansia per il crollo di Wall Street. Il prestigioso muro perde pezzi ogni giorno e molti paventano che precipiti. Ma anche i lavoratori, i pensionati, la gente che non ha investito in fondi speculativi è preoccupata: la storia gli ha insegnato che a pagare i disastri finanziari è alla fine proprio chi è lontano anni luce dai giochi della finanza. Ma davvero pochi hanno capito che cosa sta succedendo. I più informati sono arrivati a capire che c'è stata , dall'anno scorso, una crisi finanziaria innescata da mutui immobiliari concessi dalle banche Usa a soggetti che non sono stati in grado di pagare, i cosiddetti mutui sub-prime, e che più di un milione di famiglie americane insolventi hanno perso la casa e vivono in roulotte o sotto i ponti.

Un fatto grave, ma certo non sufficiente a capire come sia stato possibile che le più grandi banche d'affari del mondo (dalla Bearn Stearns alla Lehman Brothers), la più grande compagnia mondiale di assicurazioni (Aig), i più grandi istituiti di mutuo fondiario (le sorelle Fannie e Freddie), siano cadute come pere cotte. E non è finita. Anche la finanza della Ue, che pensava di stare al riparo dalla tempesta americana, è in fibrillazione. Si teme un forte impatto sull'economia reale (salari e occupazione). Che c'entra l'Europa? Cosa hanno fatto i cittadini europei per essere travolti dal crollo di Wall Street? I capi di governo, a partire da Bush, hanno provato a dare fiducia al mercato finanziario, negando fino all'ultimo la gravità della crisi. Anche Berlusconi ha assicurato che «i risparmiatori italiani non perderanno un Euro»: excusatio non petita ...disastro imminente. Non c'è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa, scriveva Keynes, quando è depresso. Non servono annunci rassicuranti, ma analisi e dati. Servirebbe soprattutto imparare dalla storia, anche recente.

C'era già stato, infatti, poco più di dieci anni fa un segnale forte di come la finanza allegra, che produce denaro che serve a fare altro denaro, sia diventata una catena di Sant'Antonio, dove tutti sono felici e contenti finché non arriva il giorno che qualcuno rompe il giocattolo e non compra più titoli-spazzatura. Era già successo in un piccolo paese che ha sperimentato sulla sua pelle il gioco della finanza senza regole che porta alla catastrofe. E' successo in Albania nell'ottobre del 1996 quando le famose «piramidi finanziarie» cominciarono a fallire e «i furbetti» di Tirana e Valona scapparono con il malloppo, come oggi fanno i grandi della finanza internazionale dopo il fallimento delle loro megaimprese. Una storia esemplare ma dimenticata, perché vista come un caso eccezionale in un paese marginale. Banalizzata: questi albanesi naif si inventano una truffa al giorno, scrivevano i giornali del tempo - eccetto il manifesto. Una microstoria, è vero, ma prefigurava in piccolo quel meccanismo che la finanza globalizzata e raffinata ha prodotto su scala globale. Val la pena ricordarla oggi per trarne qualche riflessione.

Nel periodo che va dal 1994 al '96 gli albanesi vissero una strana euforia. L'economia, dopo anni di dura recessione, si riprendeva. Ma soprattutto alcuni albanesi avevano scoperto un modo tranquillo per vivere bene: investire i propri soldi in agenzie finanziarie che assicuravano fino al 20% al mese di interessi!! Così migliaia di albanesi vendettero la casa o impiegarono i propri risparmi, quelli sudati delle rimesse dei parenti che lavorano all'estero, per investire tutto in questo Casinò Shiptar. Ma come funzionavano queste piramidi finanziarie che pagavano tassi d'interesse astronomici? In un modo semplice: col denaro degli ultimi arrivati pagavano gli interessi di quelli precedenti. Finché la massa di denaro supera la massa degli interessi da pagare il sistema funziona e tutti sono contenti. Poi il numero di nuovi investitori ha cominciato a flettere mentre cresceva la massa di interessi da pagare.
Così, dopo meno di due anni le «Piramidi» scricchiolarono e fallirono di colpo, lasciando sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Nell'autunno del '96 a Valona, la gente scese in piazza chiedendo la testa del presidente Berisha, responsabile del disastro finanziario. La rivolta venne domata nel sangue, ma non la rabbia degli albanesi che tornarono a sfilare in tutta l'Albania. Fu guerra civile, meglio fu la guerra di Berisha contro il popolo. Ma alla fine il popolo ebbe la meglio e Berisha ebbe salva la vita solo per l'intervento straniero (Europa in testa) in nome di pluralismo e democrazia.

Cosa insegna questa storia? Che la vicenda albanese è stata una sorta di prova generale di quello che può succedere quando diventa egemone la finanza speculativa; che il crollo delle piramidi finanziarie ha avuto immediate e pesanti ripercussioni sull'economia reale; che il popolo, i lavoratori, i pensionati, si possono salvare da questo impatto bestiale solo scendendo in piazza e cambiando il sistema.
Oggi a livello globale rischiamo di andare nella direzione opposta. Di salvare le «piramidi finanziarie» con i soldi dei contribuenti, di appesantire il deficit pubblico con conseguenze drammatiche sulla vita di miliardi di persone. Questa crisi finanziaria infatti non è un errore in corso d'opera, un fatto congiunturale, una anomalia del sistema, bensì è il frutto più genuino di un sistema di egemonia del capitale e dei suoi detentori. Non ci sono regole e regolette per un sistema malato alla radice, che tutti accettano come normale quando macina utili e dividendi senza nulla produrre che abbia una utilità sociale. Solo una grande rivolta di massa, in tutto il mondo, potrà cancellare questo modello e impedirci di ritornare sugli stessi errori. Riusciranno le popolazioni dei paesi più colpiti dalla crisi dell'economia reale, che sta arrivando come un uragano, a ribellarsi come fecero i naif albanesi dieci anni fa?


di Tonino Perna

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11 ottobre 2008

Le Piramidi albanesi di Wall Street



Tutto il mondo degli affari è in ansia per il crollo di Wall Street. Il prestigioso muro perde pezzi ogni giorno e molti paventano che precipiti. Ma anche i lavoratori, i pensionati, la gente che non ha investito in fondi speculativi è preoccupata: la storia gli ha insegnato che a pagare i disastri finanziari è alla fine proprio chi è lontano anni luce dai giochi della finanza. Ma davvero pochi hanno capito che cosa sta succedendo. I più informati sono arrivati a capire che c'è stata , dall'anno scorso, una crisi finanziaria innescata da mutui immobiliari concessi dalle banche Usa a soggetti che non sono stati in grado di pagare, i cosiddetti mutui sub-prime, e che più di un milione di famiglie americane insolventi hanno perso la casa e vivono in roulotte o sotto i ponti.

Un fatto grave, ma certo non sufficiente a capire come sia stato possibile che le più grandi banche d'affari del mondo (dalla Bearn Stearns alla Lehman Brothers), la più grande compagnia mondiale di assicurazioni (Aig), i più grandi istituiti di mutuo fondiario (le sorelle Fannie e Freddie), siano cadute come pere cotte. E non è finita. Anche la finanza della Ue, che pensava di stare al riparo dalla tempesta americana, è in fibrillazione. Si teme un forte impatto sull'economia reale (salari e occupazione). Che c'entra l'Europa? Cosa hanno fatto i cittadini europei per essere travolti dal crollo di Wall Street? I capi di governo, a partire da Bush, hanno provato a dare fiducia al mercato finanziario, negando fino all'ultimo la gravità della crisi. Anche Berlusconi ha assicurato che «i risparmiatori italiani non perderanno un Euro»: excusatio non petita ...disastro imminente. Non c'è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa, scriveva Keynes, quando è depresso. Non servono annunci rassicuranti, ma analisi e dati. Servirebbe soprattutto imparare dalla storia, anche recente.

C'era già stato, infatti, poco più di dieci anni fa un segnale forte di come la finanza allegra, che produce denaro che serve a fare altro denaro, sia diventata una catena di Sant'Antonio, dove tutti sono felici e contenti finché non arriva il giorno che qualcuno rompe il giocattolo e non compra più titoli-spazzatura. Era già successo in un piccolo paese che ha sperimentato sulla sua pelle il gioco della finanza senza regole che porta alla catastrofe. E' successo in Albania nell'ottobre del 1996 quando le famose «piramidi finanziarie» cominciarono a fallire e «i furbetti» di Tirana e Valona scapparono con il malloppo, come oggi fanno i grandi della finanza internazionale dopo il fallimento delle loro megaimprese. Una storia esemplare ma dimenticata, perché vista come un caso eccezionale in un paese marginale. Banalizzata: questi albanesi naif si inventano una truffa al giorno, scrivevano i giornali del tempo - eccetto il manifesto. Una microstoria, è vero, ma prefigurava in piccolo quel meccanismo che la finanza globalizzata e raffinata ha prodotto su scala globale. Val la pena ricordarla oggi per trarne qualche riflessione.

Nel periodo che va dal 1994 al '96 gli albanesi vissero una strana euforia. L'economia, dopo anni di dura recessione, si riprendeva. Ma soprattutto alcuni albanesi avevano scoperto un modo tranquillo per vivere bene: investire i propri soldi in agenzie finanziarie che assicuravano fino al 20% al mese di interessi!! Così migliaia di albanesi vendettero la casa o impiegarono i propri risparmi, quelli sudati delle rimesse dei parenti che lavorano all'estero, per investire tutto in questo Casinò Shiptar. Ma come funzionavano queste piramidi finanziarie che pagavano tassi d'interesse astronomici? In un modo semplice: col denaro degli ultimi arrivati pagavano gli interessi di quelli precedenti. Finché la massa di denaro supera la massa degli interessi da pagare il sistema funziona e tutti sono contenti. Poi il numero di nuovi investitori ha cominciato a flettere mentre cresceva la massa di interessi da pagare.
Così, dopo meno di due anni le «Piramidi» scricchiolarono e fallirono di colpo, lasciando sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Nell'autunno del '96 a Valona, la gente scese in piazza chiedendo la testa del presidente Berisha, responsabile del disastro finanziario. La rivolta venne domata nel sangue, ma non la rabbia degli albanesi che tornarono a sfilare in tutta l'Albania. Fu guerra civile, meglio fu la guerra di Berisha contro il popolo. Ma alla fine il popolo ebbe la meglio e Berisha ebbe salva la vita solo per l'intervento straniero (Europa in testa) in nome di pluralismo e democrazia.

Cosa insegna questa storia? Che la vicenda albanese è stata una sorta di prova generale di quello che può succedere quando diventa egemone la finanza speculativa; che il crollo delle piramidi finanziarie ha avuto immediate e pesanti ripercussioni sull'economia reale; che il popolo, i lavoratori, i pensionati, si possono salvare da questo impatto bestiale solo scendendo in piazza e cambiando il sistema.
Oggi a livello globale rischiamo di andare nella direzione opposta. Di salvare le «piramidi finanziarie» con i soldi dei contribuenti, di appesantire il deficit pubblico con conseguenze drammatiche sulla vita di miliardi di persone. Questa crisi finanziaria infatti non è un errore in corso d'opera, un fatto congiunturale, una anomalia del sistema, bensì è il frutto più genuino di un sistema di egemonia del capitale e dei suoi detentori. Non ci sono regole e regolette per un sistema malato alla radice, che tutti accettano come normale quando macina utili e dividendi senza nulla produrre che abbia una utilità sociale. Solo una grande rivolta di massa, in tutto il mondo, potrà cancellare questo modello e impedirci di ritornare sugli stessi errori. Riusciranno le popolazioni dei paesi più colpiti dalla crisi dell'economia reale, che sta arrivando come un uragano, a ribellarsi come fecero i naif albanesi dieci anni fa?


di Tonino Perna

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