26 dicembre 2009

Il parlamento mediatico ha cambiato la politica


Negli ultimi quarant’anni è avvenu­ta una rivoluzione culturale. Pri­ma la cultura era una piramide al cui vertice c’erano i grandi filosofi, gli stu­diosi, i registi, i romanzieri che studia­vano, analizzavano la vita umana e in­dicavano mete e valori. Le loro opere, i loro libri venivano letti e discussi dalle persone colte e da esse il sapere si river­sava su tutta la popolazione in pubblici dibattiti, nei quotidiani, alla radio, alla televisione. Essi potevano avere posizio­ni politiche diverse, ma avevano una ba­se culturale comune per cui si rispetta­vano e si capivano.

Oggi la piramide culturale è scompar­sa, al suo posto c’è un grande palcosce­nico mediatico formato dalle televisioni e, a distanza, dai quotidiani e dal web. In questo palcoscenico i protagonisti so­no i grandi conduttori televisivi, i politi­ci ed i commentatori politici importan­ti, i divi dello spettacolo e dello sport, alcuni intellettuali e gli specialisti del gossip. Vi entrano poi, volta per volta, i personaggi che balzano alla ribalta del­la politica, della letteratura, del cine­ma, della cronaca nera e di quella scan­dalistica. Sono un migliaio di persone, che ritroviamo dappertutto, negli spet­tacoli come nei talk show dove si invita­no a vicenda. Le riviste femminili com­pletano il quadro parlando dei loro amo­ri, divorzi, figli e amanti.

Queste persone costituiscono un vero e proprio «parlamento mediatico» in cui si espongono idee, si sostengono opi­nioni, si affermano valori, si propongo­no modelli di comportamento in tutti i settori: politica, arte, scienza, educazio­ne, medicina, spettacolo. È avvenuto un immenso processo di «democratizza­zione e massificazione» della cultura. In questo «parlamento mediatico» vi sono molti centri di potere che competo­no fra loro e prevale chi ha più audience così come nelle elezioni politiche preva­le chi ha più voti. Alcuni leader di que­sto «parlamento» hanno un potere di influenzamento molto più alto di un mi­nistro dei Beni culturali o della Pubbli­ca istruzione, ma nessun politologo ha mai fatto uno studio di questo potere e nessuno sa dirci che fondamento di le­gittimità abbia. Ed è peccato perché in questo modo non riusciamo a capire chi conta veramente nella cultura italiana e ne ha la responsabilità. Togliamoci co­munque dalla mente l’illusione che al vertice ci sia ancora l’alta cultura o l’università o gli uomini politici che ne sono diventatati essi stessi ormai total­mente prigionieri.

25 dicembre 2009

Buon Natale


Auguri a Tutti,
speranze per un futuro migliore siano seminate nelle menti fertili.
by Leon

24 dicembre 2009

Israele ammette: rubati gli organi ai palestinesi morti

bustedrabsAll'inizio di settembre un articolo del giornale svedese Aftonbladet aveva scatenato una crisi diplomatica tra Svezia e Israele. Nell'articolo i parenti di un palestinese denunciavano che gli israeliani avevano restituito il cadavere del loro caro dopo averne prelevato degli organi e che il loro caso non era unico.

Immediatamente da Israele si alzò un fuoco di sbarramento feroce che definì "antisemita" il giornale, la Svezia e chiunque prestasse orecchio ad accuse immaginarie. Oggi invece sappiamo che le "l'immaginario furto d'organi" è stata pratica comune in Israele per oltre dieci anni. A ridurre, solo parzialmente, l'orrore si è venuto a sapere che l'istituto forense israeliano Abu Kabir, non ne faceva questione di nazionalità, rubava gli organi senza consenso sia ai cadaveri dei palestinesi che a quelli degli israeliani che transitavano dalla struttura per le autopsie. L'istituto era l'unico istituto di medicina legale del paese ed è al centro di un clamoroso scandalo che riguarda proprio un traffico internazionale d'organi a pagamento (nelle foto la retata negli Stati Uniti).

Alcuni parenti di soldati israeliani morti hanno fatto causa all'istituto fin dal 2001, possibilità per ora negata ai parenti delle vittime palestinesi, perché gli espianti sui palestinesi erano negati dl governo israeliano. Il dottor Hiss, nonostane le pesantissime accuse che comprendevano altre irregolarità (tra le quali una collezione di teschi umani e l'aver taroccato l'autopsia di Rabin), è stato assolto da ogni accusa e protetto dal governo, motivo dell'assoluzione è che Hiss non avrebbe tratto profitto dai suoi reati, perché "il suo unico interesse era l'avanzamento della ricerca scientifica". Una giustificazione ccettabile e imbarazzante che si è già sentita nel passato, Hiss continua ancora oggi a lavorare come patologo nella stessa struttura e il governo, difendendolo, ne ha condiviso implicitamente l'operato.

L'ammissione è contenuta in una intervista del 2000 all'allora capo dell'istituto Jehuda Hiss, al canale televisivo israeliano Channel 2 TV, intervista che poi non è mai stata mandata in onda, conservando il segreto su questo modo criminale di procedere fino a ieri. L'intervista è andata in onda questo fine settimana e non perché in Israele si stia decidendo una nuova e discussa disciplina dei trapianti, per la quale i donatori di organi acquisirebbero la precedenza nei trapianti sui non donatori.

È stata Nancy Sheppard-Hughes, l'accademica statunitense che aveva intervistato il professor Hiss nel 2000, a decidere di rendere pubblica l'intervista proprio per la delicatezza delle questioni sollevate dall'articolo di Aftombladet. Secondo Sheppard-Hughes l'intervista dimostra che non esisteva un accanimento razzista sui corpi dei palestinesi, ma non si può mancare di notare che nell'esercitare la pratica sui palestinesi i medici israeliani hanno infranto leggi e norme che vanno oltre la deontologia professionale, visto che Israele non poteva esercitare alcuna sovranità sui corpi degli "stranieri" e ancora meno su quelli dei nemici uccisi in combattimento o durante i numerosi episodi di repressione ai danni della popolazione palestinese. Al seguito dell'intervista nessuno ha più avuto il coraggio di smentire nulla, anche perché è arrivata anche la stringata ammissione ufficiale dell'esercito "quelle pratiche hanno avuto luogo" a mettere la parola fine sulla questione.

aftonSe il furto d'organi avesse interessato solo i corpi di cittadini israeliani lo scandalo avrebbe avuto una dimensione esclusivamente nazionale, ma ora che si è saputo che il traffico si estendeva ai corpi dei palestinesi la questione diventa un problema di natura necessariamente internazionale e chiama in causa le responsabilità dei vertici del governo israeliano. Responsabilità relative a crimini gravissimi compiuti nei confronti di una popolazione sotto regime d'occupazione militare, ce n'è abbastanza per un'altra causa per crimini di guerra contro i governi israeliani dell'epoca.

Uno scandalo e un colpo all'immagine che non potrà certo risolversi dando dell'antisemita a caso, ma anche una rivincita del quotidiano a del giornalista svedese che a settembre erano finiti nella bufera, costretti poi a precisazioni pelose per quietare l'assalto della propaganda israeliana e deflettere l'accusa di antisemitismo, portata rabbiosamente e a gran voce da blog e testate filo-israeliane, arrivando a parlare di "matrimonio all'inferno" tra l'Aftonbladet e Hamas. In Italia non era andata molto meglio e nessun politico aveva difeso il diritto di cronaca di fronte alla furia dei soliti noti, che erano giunti a chiedere il boicottaggio dell'IKEA contro i cattivi antisemiti.

Oggi, mentre Google News restituisce oltre un migliaio d'articoli sulla clamorosa conferma, la versione italiana offre solo sei risultati, nessuno dai maggiori quotidiani e nessuno che ricordi l'iniziativa di Fiamma Nirenstein (deputata del PDL con cittadinanza israeliana) che da sola causò un piccolo incidente diplomatico tra Italia e Svezia, approfittando della sua posizione in Commissione Esteri per dare dell'antisemita agli svedesi in nome del governo italiano. Nessuno è corso neppure ad intervistare il ministro degli esteri Frattini, che aveva dismesso come false le notizie pubblicate da Aftonbladet.

Ancora una volta l'uso sistematico dell'accusa di antisemitismo da parte della propaganda israeliana si è rivelato efficace nel ridurre al silenzio le voci critiche con Israele, ma ancora una volta l'accusa si è dimostrata falsa, un'offesa e un insulto alla verità. Chi non ha ragioni da opporre, può ricorrere solo all'insulto, da tempo Israele è ridotto a poter usare solo l'espediente dell'accusa di antisemitismo perché di ragioni nel reprimere e cacciare i palestinesi nei territori, etiche o legali che siano, non ne ha più alcuna.

by Mazzetta

I banchieri? Un danno per la società "Vale di più l'operatore ecologico"


L'analisi e la proposta degli economisti della New economics foundation (Nef). "Collegare gli stipendi al contributo di benessere che un lavoro porta alla comunità"

Vale più un addetto alle pulizie, soprattutto se in ospedale, che un banchiere. In più, il secondo crea anche problemi alla società. Sembra tanto l'affermazione fatta da un qualsiasi avventore di bar e invece è la conclusione della ricerca elaborata dal think tank della New economics foundation (Nef), un gruppo di 50 economisti famosi per aver portato nell'agenda del G7 e G8 temi quali quello del debito internazionale.

Il Nef ha calcolato il valore economico di sei diversi lavori, tre pagati molto bene e tre molto poco. Un'ora di lavoro di addetto alle pulizie in ospedale, ad esempio, crea dieci sterline di profitto per ogni sterlina di salario. Al contrario, per ogni sterlina guadagnata da un banchiere, ce ne sono sette perdute dalla comunità. I banchieri, conclude il Nef, prosciugano la società e causano danni all'economia globale. Non bastasse questo, valutano ancora gli economisti impegnati in un'etica della finanza, i banchieri sono i responsabili di campagne che creano insoddisfazione, infelicità e istigano al consumismo sfrenato.

"Abbiamo scelto un nuovo approccio per valutare il reale valore del lavoro - spiega il Nef nell'introduzione alla ricerca - . Siamo andati oltre la considerazione di quanto una professione viene valutata economicamente ed abbiamo verificato quanto chi la esercita contribuisce al benessere della società. I principi di valutazione ai quali ci siamo ispirati quantificano il valore sociale, ambientale ed economico del lavoro svolto dalle diverse figure".

Un altro esempio che illustra bene il punto di partenza del Nef è quello della comparazione tra un operatore ecologico e un fiscalista. Il primo contribuisce con il suo lavoro alla salute dell'ambiente grazie al riciclo delle immondizie, il secondo danneggia la società perché studia in che modo far versare ai contribuenti meno tasse.

"La nostra ricerca analizza nel dettaglio sei lavori diversi - si legge ancora nell'introduzione - scelti nel settore pubblico e privato tra quelli che meglio illustrano il problema. Tre di questi sono pagati poco (un addetto alle pulizie in ospedale, un operaio di un centro di recupero materiali di riciclo e un operatore dell'infanzia), mentre gli altri hanno stipendi molto alti (un banchiere della City, un dirigente pubblicitario e un consulente fiscale). Abbiamo esaminato il contributo sociale del loro valore e scoperto che i lavori pagati meno sono quelli più utili al benessere collettivo".

La ricerca, infine, smonta anche il mito della grande operosità di chi ha lavori ben retribuiti e di grande prestigio: chi guadagna di più, conclude il Nef, non lavora più duramente di chi è pagato poco e stipendi alti non corrispondono sempre a un grande talento. Eilis Lawlor, portavoce della Nef, ha voluto però precisare alla Bbc: "Il nostro studio vuole sottolineare un punto fondamentale e cioè che dovrebbe esserci una corrispondenza diretta tra quanto siamo pagati e il valore che il nostro lavoro genera per la società. Abbiamo trovato un modo per calcolarlo e questo strumento dovrebbe essere usato per determinare i compensi".
tratto da Repubblica

23 dicembre 2009

11/9: il volo AA77 non può essere stato dirottato

Documenti declassificati mostrano che la portiera della cabina è sempre rimasta chiusa a chiave. Sarebbe dunque stato impossibile per i dirottatori entrarvi o fare uscire il pilota durante il volo.

Secondo il rapporto della commissione presieduta da Kean-Hamilton, il volo AA77 sarebbe stato dirottato da alcuni pirati dell'aria l'11 settembre e si sarebbe schiantato contro il Pentagono.

Il rapporto precisa che il dirottamento sarebbe avvenuto tra le 8:51 (ora dell'ultimo contatto radio) e le 8:54 (ora in cui l'aereo cambia rotta); che, essendosi interrotto il contatto col transponder, le traccie dell'apparecchio sono state perse alle ore 8:56. Solo alle ore 9:32, l'aviazione civile nota un aereo in prossimità di Washington, che viene identificato, per deduzione, essere il volo AA77.



Il rapporto precisa altresì che le due passeggere Renée May e la giornalista Barbara Olson hanno indicato per telefono ai loro cari il fatto che sull'aereo ci fossero 6 dirottatori (e non cinque) armati di taglierini. Secondo la testimonianza di Ted Olson, procuratore generale degli Stati Uniti, sua moglie avrebbe precisato che i passeggeri sarebbero stati raggruppati nella parte finale del Boeing, e gli avrebbe chiesto quali istruzioni trasmettere al capitano, il quale si trovava con lei.

Le testimonianze dei passeggeri sono già state invalidate dall'indagine dell' FBI, al momento del processo Moussaoui. In quella occasione, è stato stabilito come non fosse possibile, al tempo, effettuare telefonate da una tale altitudine e che, del resto, non vi era traccia di queste conversazioni nei rilevamenti delle compagnie telefoniche.

I documenti del National Transportation Safety Board (NTSB), nuovamente declassificati su richiesta dell'associazione « Pilot for 9/11 Truth », fanno risultare la registrazione del parametro « CI » intitolato « Flight Deck Door ». Quest'ultimo mostra che la portiera della cabina è rimasta chiusa a chiave. Sarebbe dunque stato impossibile entrarvi o farne uscire il pilota durante il volo.

In queste condizioni, solo il comandante Charles F. Burlingame e il copilota David Charlebois si trovavano nella cabina nel momento in cui l'aereo ha cambiato rotta.

Il comandante Charles F. Burlingame era un ex-pilota di caccia della Navy. E' stato portavoce del Pentagono durante l'operazione Tempesta del deserto. E' ugualmente stato responsabile di un esercizio di simulazione che metteva in scena il possibile schianto di un aereo di linea sul Pentagono. In virtù di una legge ad hoc, i suoi presunti resti sono stati inumati nel prestigioso cimitero militare d'Arlington, seppure la sua sia stata considerata una morte in vesti civili. Sua sorella Debra Burlingame co-presiede assieme a Liz Cheney (figlia del vice-presidente Dick Ceney) l’associazione Keep America Safe.
di Reseau Voltaire

21 dicembre 2009

Chi ha ucciso l’economia?

Qualcuno di voi sa perché il senatore repubblicano e texano Phil Gramm merita un posto nella storia?

Se proprio non ricordate qualcosa, prendetevela con i giornali. Perché è davvero difficile che una persona non addetta ai lavori sappia o ricordi che cosa stabilì il Gramm-Leach-Bliley Act, approvato nel 1999 negli Stati Uniti d’America. Eppure, se si dovesse indicare un singolo evento per spiegare la drammatica crisi finanziaria che stiamo vivendo oggi, l’entrata in vigore della proposta che recava come prima firma quella del senatore repubblicano e texano Phil Gramm rappresenterebbe una delle scelte più azzeccate.

È in quel momento, infatti, e anche grazie a ben due iniziative di Gramm, dopo anni di battaglie a favore della deregolamentazione e del liberismo più spinti, che gli Usa, e di conseguenza anche il mondo, decidono di mettere da parte una delle lezioni tratte dalla crisi delle borse del 1929, dagli errori commessi nell’affrontarla e dalle dolorose conseguenze per le economie di tutto il pianeta. A cominciare dalla lunga fase della depressione,
dai salvataggi pubblici a ripetizione, dall’incertezza e dalla sofferenza per innumerevoli famiglie. Senza contare le ripercussioni politiche che lo shock ebbe nella Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.

La prima lezione del 1929 riguarda il protezionismo: mai rispondere ad una crisi finanziaria con l’innalzamento delle barriere tra paese e paese.
Invece di fornire il respiro necessario alla ripresa, un atteggiamento di chiusura riduce l’attività, crea un avvitamento.

La seconda lezione riguarda la liquidità: nel fronteggiare una crisi finanziaria il rigore nella distribuzione della moneta rischia di essere mortale, perché sottrae preziose munizioni alle banche, la cui crisi – considerate le innumerevoli connessioni con i diversi attori dell’economia – può far saltare l’intero sistema, comprese le industrie sane e le famiglie. Di queste lezioni si è fatto tesoro nel momento di affrontare altre difficoltà.

Nel 1987, quando gli indici azionari di Wall Street calano in un solo giorno del 23 per cento, la Federal Reserve, la banca centrale degli Usa, fornisce al mercato la liquidità necessaria per evitare ulteriori danni.

Nel 1989, di fronte al fallimento del sistema delle casse di risparmio, il governo federale Usa interviene prontamente per un salvataggio pubblico. Quando scoppia la bolla di Internet e soprattutto dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, nel settembre del 2001, Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, taglia i tassi di interesse per rendere il denaro da prendere in prestito sempre meno caro.

Lo stesso si sta facendo oggi.

La lezione dimenticata riguarda invece le regole ed i controlli sulle banche.

Negli anni Trenta, l’esperienza fatta con la crisi porta gli Usa e molti altri paesi ad adottare un nuovo modello di sistema creditizio, basato su tre punti fermi: controllo sulle aziende di credito; netta divisione tra banche commerciali, che raccolgono i depositi dei clienti normali, e banche d’affari, che fanno credito a lungo termine alle industrie; limiti ferrei nel possesso di quote societarie delle industrie da parte delle banche e viceversa.

Due esempi per tutti: nel 1933 la legge Glass-Steagall negli Usa e, nel 1936, la legge bancaria italiana.

In parole povere, il comportamento delle banche e degli operatori finanziari aveva provocato un tale disastro, a cominciare dalla perdita dei posti di lavoro per finire con la necessità di intervenire con numerosi salvataggi pubblici (in Italia portò alla nascita dell’Iri), da suggerire rigore, controlli e grande prudenza.
Questo atteggiamento non viene meno con la guerra. Anzi, sul finire del secondo conflitto mondiale, l’idea che siano necessarie regole, controlli, certezza della stabilità e presenza forte dello Stato viene utilizzata non solo nel settore bancario, ma per tutta l’economia, a cominciare dal punto fondamentale: la moneta.

Nel 1944, a Bretton Woods, viene concordato un nuovo ordine monetario mondiale che stabilizza i cambi mettendo al centro del sistema il rapporto fisso tra dollaro e oro.
Il sistema delle regole e dei controlli, da un lato per le banche e le società finanziarie, dall’altro per le monete, garantisce per alcuni decenni una sostanziale stabilità all’economia mondiale. Poi, in due distinte fasi, viene ribaltato.

In una prima fase viene superato il sistema dei cambi. Nella notte tra il 14 ed il 15 agosto del 1971, il presidente Usa, Richard Nixon, dichiara unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro, permettendo così agli Usa – appesantiti dalle spese per sostenere la guerra nel Vietnam – di affrontare le nuove difficoltà senza l’impaccio delle regole monetarie.

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, prima con il presidente Ronald Reagan e sulla spinta della scuola degli economisti di Chicago, ma poi anche con le amministrazioni repubblicana di Bush padre e democratica di Bill Clinton, negli Usa e nel resto del mondo prende il via un’ulteriore fase: togliere tutte le briglie all’economia, per farla correre sempre di più. Una spinta che si incrocia con la rivoluzione tecnologica, con lo sviluppo di nuove tecniche di ingegneria finanziaria; e alla fine degli anni Ottanta anche con il crollo del sistema sovietico.

Deregolamentazione e privatizzazione diventano parole d’ordine nel mondo intero, compresa l’Italia, dove l’enorme debito pubblico e l’immobilismo dei mercati provocati dalle numerose situazioni di monopolio impongono negli anni Novanta di vendere i gioielli di famiglia, di privatizzare l’enorme apparato pubblico composto dalle banche e dalle industrie controllate dallo Stato e di liberalizzare alcuni segmenti dell’economia, come energia, comunicazioni, trasporto.
In quel momento l’idea dominante, anche se non generalizzata, è che il capitalismo libero da ogni controllo è e sarà la scelta migliore. Ed è a questo punto che entra in scena prepotentemente Phil Gramm. Nel 1999 la legge Gramm-Leach-Blibey abolisce la vecchia legge Glass-Steagall del 1933. L’anno dopo lo stesso senatore Gramm, sponsorizzato da tutti i più importanti operatori di Wall Street, riesce a far passare un emendamento all’interno di una corposa legge finanziaria in discussione negli ultimi mesi della presidenza di Bill Clinton. Titolo: Commodity Futures Modernization Act (Cfma). Il provvedimento viene firmato da Clinton il 21 dicembre del 2000. Ed è una bomba ad orologeria: il Cfma sottrae quasi per intero i prodotti finanziari cosiddetti derivati alla regolazione e alla sorveglianza sia della Sec, la Commissione che vigila in Usa sui titoli e sulla borsa, sia della apposita commissione di controllo sui future.

È grazie a questa seconda fase di deregolamentazione che si sono potuti moltiplicare, e senza eccessivi controlli, i prodotti finanziari derivati trattati fuori dalle borse: dal 2000 al 2007 si è passati da un valore stimato
pari a 100 trilioni di dollari a 600 trilioni. Una cifra gigantesca, che equivale a un multiplo del Prodotto interno lordo del mondo intero. E le garanzie? Di fatto, tutto viene ritenuto possibile sulla base dell’idea che il mercato abbia al proprio interno, per sua natura, meccanismi di sicurezza.

Ma anche nella presunzione che le grandi banche di investimento rimaste negli Usa fuori dal controllo stringente della Federal Reserve, così come i nuovi, raffinati ingegneri della finanza, siano ormai così bravi da garantire da soli, senza bisogno di lacci e lacciuoli, il miglior funzionamento del mercato e la sicurezza degli investimenti. Lehman Brothers, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley, Merrill Lynch, insomma il Gotha della finanza mondiale: avrebbero fatto crescere tutti e garantito tutti con il proprio nome, la propria storia, l’indiscussa bravura. Un esempio per tutti.

Il fatto straordinario è che di questi passaggi, delle iniziative legislative con le quali Gramm, ma potremmo dire anche Bill Clinton, smontarono il sistema dei controlli che fino ad allora avevano fatto degli Stati Uniti uno dei paesi più trasparenti e sicuri dal punto di vista finanziario, tranne poche eccezioni, non ne parla nessuno. Se ne trova qualche traccia negli articoli di Luciano Gallino su Repubblica, in un articolo di Roberto Seghetti su Panorama e appena una citazione in un paginone pubblicato da La Stampa (ma Gramm è l’unico ad essere citato senza foto) con la lista di tutti i possibili colpevoli.

La ragione? Ve ne sono diverse.

Sicuramente, pesa un po’ di ignoranza. È più semplice parlare delle persone più conosciute, di coloro sui quali trovi montagne di ritagli negli archivi. Uno di questi è Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, altro colpevole, certamente, ma appunto più conosciuto perché è stato in primo piano sul palcoscenico mondiale ed è un personaggio che i giornali di tutto il mondo hanno amato o odiato.

Un altro motivo può essere la mancanza di teatralità, si potrebbe dire di colore, di un eventuale articolo su uno sconosciuto senatore texano.

Ma forse c’è qualcosa di più. Forse ha giocato un ruolo decisivo anche il comodo appoggiarsi alla vulgata dei più togati commentatori, economisti, banchieri, grandi industriali, esperti di vario genere, tutti d’accordo in fondo che non occorra dar troppo fastidio a coloro che fanno affari.
Perché prendersela con Gramm o con Bill Clinton, se per tutti resta necessario lasciare ai banchieri, ai finanziari, agli industriali mani libere?

Leggete bene i nostri quotidiani: guai a coloro che pensano di reintrodurre controlli veri, ficcanti, sui movimenti di denaro. Di che cosa si discute nei fondi e negli editoriali dei principali quotidiani nazionali in mezzo alla crisi provocata dalla voracità e dalle malefatte dei finanziari e dei banchieri di mezzo mondo, crisi che stiamo pagando tutti? Della riforma dei contratti di lavoro, della riforma delle pensioni, della flessibilità del mercato del lavoro e della necessaria protezione per coloro che, per salvare le imprese, bisognerà buttare fuori dall’impiego. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in altri momenti fautore di una politica considerata dall’opposizione fantasiosa, oggi cita regole, controlli, ritorni a un’occhiuta vigilanza, e se la prende con i banchieri e i finanziari. I giornali ne riportano le dichiarazioni, con enfasi. Ma poi si fermano lì, non vanno a fondo.

Come dire, nella stampa italiana, controllata dai maggiori gruppi bancari, finanziari e industriali del paese, così come sui mezzi dei principali paesi ricchi, sembra che sia disdicevole proporre di rendere gli affari davvero trasparenti. Pensosi fondi avvertono i rischi di un’eventuale nazionalizzazione delle banche (che priverebbe gli azionisti dei loro poteri) e invocano invece la salvezza con un esborso massiccio di risorse sottratte ai contribuenti.
Si continuano a sparare titoli a tutta pagina contro la criminalità organizzata. Ma si continua anche a guardare con comprensiva partecipazione l’industriale o il banchiere che ha aggirato le regole (notizia che finisca a pagina 35).

È in questo contesto, insomma, che nasce il sospetto di un’omissione e di una superficialità voluta. Raccontare come Gramm o Bill Clinton, hanno contribuito a smontare le regole, permettendo una crescita esponenziale della ricchezza finanziaria a favore di pochi e a danno di molti, non ha appeal.
Parlare di controllo sui movimenti di denaro fa storcere il naso. Vuoi mettere invece il plauso che puoi ottenere dai principali azionisti del tuo giornale se, proponendo l’estensione della cassa integrazione ai giovani precari, come si conviene a chi ha buon cuore, ipotizzi pure il superamento dello statuto dei lavoratori?

di Bankor Jr.

17 dicembre 2009

Le nostre previsioni per il 2010.




Il 2010 sarà come il 1930, o simile al 1937? Sarà diverso questa volta? Quando uno stato-nazione che in passato aveva un'alta produttività si autodistrugge con l'inflazione, quelli che rimangono indenni possono assorbire il colpo e, nel tempo, tirare fuori dai guai quello colpito. È stato il caso della Germania negli anni '20. Nel caso attuale la maggior parte delle economie mondiali sono in ginocchio, alcune più danneggiate di altre. Chi può rendere possibile il recupero questa volta? Non c'è nessuno. Non sarà la Cina, poiché molti sostengono che soffrirà lo stesso collasso sistemico sperimentato dagli Stati Uniti, dall'Europa, dalla Russia e dai paesi del Sud America. I paesi vicini alla Cina, come Giappone, Taiwan, Corea, India, Indonesia e altri, seguiranno i caduti.

Le complessità incrociate degli affari e della finanza internazionale li hanno imbrigliati tutti in una ragnatela di collasso sistemico. Quelli che possono, devono tentare di salvarsi imponendo una massiccia inflazione. Sebbene potrebbe funzionare per qualche mese, alla fine imploderà tutto. Vi prego di prestare attenzione alle seguenti parole di John Pugsley, dal titolo “Common Sense Viewpoint” ("Il punto di vista del buon senso", ndt) così come riportate in “Golden Insights” ("Preziose intuizioni", ndt) di James U. Blanchard III 1997.



"L'inflazione distruggerà il debito. La risposta finale a tutte le discussioni (inflazione contro deflazione) resta nelle mani della Federal Reserve (la banca centrale degli Stati Uniti d'America, ndt) e del governo. Entrambi sono estremamente impegnati nel prevenire un collasso finanziario o la recessione. Finché loro saranno d'accordo a stampare dollari in modo da supportare i creditori in difficoltà, il ciclo andrà avanti. Quello che la maggior parte dei deflazionisti sbagliano a considerare è che l'inflazione distrugge il debito".

"Con l'inflazione i creditori vincono e i debitori perdono. I deflazionisti non si rendono conto del fatto che se l'inflazione della disponibilità monetaria continua, cosa che succederà, ci sarà bisogno di deflazione. Tutto il debito del mondo può essere estinto creando potere d'acquisto... e questo è proprio quello che sta succedendo... i problemi relativi al debito saranno risolti, ma non saranno risolti attraverso la liquidazione dovuta a bancarotta e collasso. Saranno risolti attraverso la creazione di denaro. Stiamo per assistere alla più grande ondata di inflazione della storia del mondo. Vi conviene non trovarvi dalla parte sbagliata del dollaro." John Pugsley in "Common Sense Viewpoint"

Siamo d'accordo con il signor Pugsley, ma questo scritto risale a qualche anno fa. Ci sentiamo di suggerire che al momento, con le nazioni precedentemente più produttive che diventano vittime sia dell'inflazione-iperinflazione che del collasso sistemico, il finale potrebbe essere peggiore di quanto previsto. Il nostro pronostico è che ci sia prima inflazione, poi ad un certo punto iperinflazione.

Cosa succederà tra queste due fasi? Se dal nostro punto di vista quest'impresa richiederà almeno 2-3 anni, nessuno può saperlo con certezza. Prevediamo che il 2010 sarà uno dei peggiori anni della seconda grande depressione, o meglio, suggeriamo che il 2010 sarà il secondo ciclo di svariate fasi depressive. Il fallimento di Lehman e i crolli ad esso correlati furono solo la prima fase. Prima che la seconda fase terrorizzi i mercati globali, consigliamo di correre ai ripari.

I debiti, sia pubblici che privati, non sono stati pagati in alcuna misura. A peggiorare la situazione, nuovi debiti continuano ad affliggere le banche centrali, le banche nazionali, i consumatori e il commercio. Per poter trovare una base comune e rendere possibile un recupero, questi debiti devono essere pagati, ci si può rifiutare di pagarli o cancellarli con l'inflazione. Per ora tutte queste soluzioni si stanno mettendo in pratica, ma, per quanto in fretta si risolvano i vecchi problemi, altri continuano ad accumularsi aggravando le difficoltà.

Mentre i governi sono impegnati a cancellare il debito con l'inflazione, attraverso la creazione di moneta; ovvero stampando grandi quantità di dollari, banconote e obbligazioni privi di copertura, il loro peso è semplicemente insostenibile dal punto di vista matematico. Gli aggiotatori hanno superato il punto di non ritorno. Non ci sarà ripresa fintanto che non avverrà un'importante crollo. Questa soluzione è la risposta rapida e sleale alla cancellazione finale di tutti quei debiti. Pensiamo che avverrà in fasi e in modo spasmodico.

Il Giappone è nelle condizioni peggiori, con un rapporto debito pubblico su PIL che si attesta oggi al 270%. Con una popolazione invecchiata e senza il numero sufficiente di giovani che occupino i posti di lavoro lasciati liberi, la deflazione è tornata e il mercato immobiliare giapponese sta ottenendo grandi successi. Gli Stati Uniti e l'Europa, esclusa la Gran Bretagna, hanno il 125% di debito su PIL, con la Gran Bretagna al 105%. (fonte: Societe Generale)

Il dollaro statunitense gioca un ruolo molto importante in questo contesto. Dal momento che corrisponde circa all'85% della valuta di riserva, a seconda di come va il dollaro andrà il sistema globale. Sfortunatamente il dollaro può cadere ancora molto, e per questo mese di Dicembre 2009 può sprofondare fino ad un indice di 70.00-72.50 rispetto ai prezzi odierni. Ci aspettiamo che nell'arco dei prossimi tre anni il dollaro possa arrivare ad un minimo storico di circa 40-46.

I titoli di borsa sono malridotti, e subiranno a breve un calo del 5-20%. Ci aspettiamo che il prossimo calo sarà blando e che i nuovi acquisti potranno ricominciare a Gennaio 2010 e proseguire durante la primavera. Il Dow Jones potrà facilmente raggiungere un valore base di 8850 per poi tornare a risalire. L'indice S&P [1] dovrebbe attestarsi a 950. Nel frattempo, potremmo assistere ad un taglio dell'11-12% di Dow Jones ed S&P.

Il picco massimo del prezzo dei titoli potrebbe arrivare tra fine Maggio e Luglio 2010. In questo periodo, cinque eventi particolarmente negativi colpiranno l'economia e i mercati globali simultaneamente.

E sono:

(1) la perdita di 40-50 miliardi in dollari statunitensi attraverso malfunzionamenti di carte di credito;

(2) le vendite di case, nuove e di seconda mano crollerà con tale violenza nella prima metà del 2010, che questo mercato si potrà considerare letteralmente in caduta libera. Ci saranno tra i 7 e i 10 milioni di nuovi mutui inadempienti, la maggior parte dei quali nella categoria standard (non di tipo subprime, [2]), a causa di perdite di lavoro;

(3) le vendite di auto nella prima metà dell'anno saranno così basse che i produttori presenteranno istanza di fallimento;

(4) i prestiti per beni immobili commerciali manderanno in rovina le società immobiliari e i loro progetti, tra quelli esistenti, in via di realizzazione e quelli solo pianificati;

(5) le compagnie di assicurazione avranno un numero talmente alto di contratti inadempienti nel settore immobiliare che rischieranno di venir meno ai propri obblighi nei confronti di qualche direttiva d'emergenza del governo nel secondo TARP (Troubled Assets Relief Program, il piano di sostegno del governoamericano per il settore finanziario, ndt). Ad un certo punto, anni fa, le prime 20 compagnie assicurative potevano letteralmente controllare l'economia degli Stati Uniti. Possiedono grandi quantità di risorse in beni mobili, immobili ed obbligazioni a breve termine.

Le valutazioni immobiliari crolleranno in media, su tutto il territorio degli Stati Uniti, di un altro 30%. Un anno fa credevamo che i prezzi degli anni '80 si sarebbero attestati come quelli minimi. Oggi si prendono in considerazione quelli degli anni '70. Il numero di case per cui è stato precluso il riscatto dell'ipoteca è maggiore negli ultimi 12 mesi che nell'intera decade della prima grande depressione degli anni '30.

La mattina di lunedì 23 Novembre 2009, è stata riportata la notizia di una crescita del 10.1% nella vendita delle case. Questo non è nient'altro che l'effetto di vendite a prezzi bassi sollecitate da prestiti privati [3], aiuti del governo per abbassare i pagamenti degli acconti iniziali e le politiche di crollo dei prezzi ottenute dalle classi sociali più disagiate. Il mercato immobiliare rimane in uno stato di collasso internazionale. L'ultimo grande creditore, l'FHA (Federal Housing Administration, ndt) versa in gravi condizioni.

L'inflazione è ora al valore non segnalato del 7% ed è in crescita. A partire da Maggio 2010 comincerà a colpire duramente, in primo luogo su quel terzo di popolazione statunitense con salario base e disoccupata. Gran parte dei loro introiti sono spesi in cibo ed energia. Queste due voci sono tra le prime ad essere colpite dall'inflazione.

Coloro che possiedono auto nuove e acquistate in leasing faranno uso del cosiddetto "jingle mail" [4]. Dovranno riportare macchine e camion nuovi ai parcheggi dei commercianti, restituire le chiavi e smettere di pagare. Abbiamo visto questo meccanismo verificarsi con le case negli ultimi 1-2 anni. I parcheggi si riempiranno di auto e camion nuovi o seminuovi. Il loro valore precipiterà. Molte di queste restituzioni verranno dal programma "Cash for Clunkers" (letteralmente "contanti in cambio di vecchi macinini", ndt) per chi è rimasto incastrato da pagamenti di auto e camion che non possono permettersi.

I fabbricanti di auto GM (General Motors, ndt) hanno previsto vendite negli Stati Uniti di 11 milioni nel 2010 con una nuova ripresa. Non ci sarà alcuna ripresa e le vendite potrebbero far scivolare l'intera industria fino a 7 milioni o meno per il 2010. E nel 2011 le cose si metteranno anche peggio.

Le rinunce alle auto cresceranno e i sindacati lanceranno il loro grido d'allarme al presidente Obama. Lui troverà un rimedio finanziario temporaneo per l'industria moribonda. I consumatori non avranno potere d'acquisto, a credito o in contanti non fa alcuna differenza. Quelli con contanti li conserveranno, si metteranno al riparo e aspetteranno che la fine delle difficoltà. Le iscrizioni ai sindacati delle auto diminuiranno rapidamente. Gli acquisti di auto a credito si ridurranno ad un numero sempre più esiguo.

Il settore del petrolio greggio e dell'energia ha un ruolo fondamentale in entrambe le direzioni. Oggi vediamo che il prezzo del petrolio si attesta ad 80$ con limiti inferiori appena sotto i 70$. I principi di base mostrano che un eccesso di offerta durante un periodo di depressione/recessione ha come effetto di diminuire la domanda. D'altra parte, l'inflazione dei prezzi sta crescendo su un dollaro sempre più debole e continuerà a crescere. Ci aspettiamo di vedere il greggio raggiungere i 50$, e poi tornare indietro e risalire a 100$ a causa dell'inflazione. La benzina seguirà questo andamento, dato che alcune raffinerie stanno chiudendo per via di perdite operative e non se ne stanno aprendo di nuove. Fondamentalmente sarà l'inflazione a vincere sull'aumento dei prezzi. Infine, tornerà ad esserci scarsità di prodotti.

La depressione normalmente e storicamente dura dieci anni. Potrebbe volerci esattamente lo stesso tempo affinché i consumatori possano saldare i propri debiti e tornare in condizioni di normalità. I tassi d'interesse sono cresciuti, ma con debiti così alti e aumenti di salario piccoli o nulli di fronte ad un'inflazione nuova e così violenta, i consumatori saranno economicamente massacrati.

I creditori e le banche attraverseranno nuovamente un periodo di difficoltà. Alle banche sono rimaste ben poche idee su come ottenere entrate da prestiti concessi, a parte la compravendita. Mentre la Goldman Sachs guadagna milioni di dollari alla settimana in questo modo, la maggior parte delle banche non sono attrezzate e si sono pochi operatori finanziari in grado di fare questo lavoro. Poiché chi si occupa di questi problemi per conto di Obama sta affliggendo i grandi operatori imponendo limiti alle entrate, questo rende le cose più complicate, al punto che queste persone preferiscono andarsene a lavorare all'estero, dove possono avere salari illimitati.

Il mercato obbligazionario è così immenso che gli ci vuole tempo per rovesciarsi e colare a picco. Le banche centrali dell'Asia e degli Stati Uniti sono state le nostre principali acquirenti di valuta estera. Se da un lato continuano ad aquistarne per poter mantenere uniti i mercati, dall'altro stanno: (1) preferendo le valute a breve scadenza rispetto a quelle a lunga scadenza, (2) convertendone parzialmente l'acquisto al settore delle materie prime.

Con lo Yen più forte, il Giappone è sempre più impegnato in complicati viaggi per l'acquisto di risorse, come la Corea del Sud. Sono entrambi in cerca di grano, oro, olio, gas naturali ed altre materie prime che non possiedono.

Le obbligazioni ad alto rischio e ad alto rendimento potrebbero perdere fino ad un terzo del loro valore attuale solo il prossimo anno. L'acquisto di buoni del tesoro e di obbligazioni continuerà fino a che "la fiducia e il credito totale" verranno meno. Alla fine collasseranno, ma in tempi molto lenti, a causa delle dimensioni di questi mercati. Siamo convinti del fatto che nessuna obbligazione sia sicura. Quelle municipali sono considerate tra le più sicure. Ma cosa succederà quando città, paesi, contee e stati saranno così in bancarotta da non poter pagare gli interessi? Le loro imposte fiscali precipiteranno. Alcune sono più sicure di altre, ma per quanto tempo? Chi è in grado di indicare un limite? Nessuno, perché sarebbe una mossa troppo politica.

Molti stati che fanno parte degli USA sono finanziariamente falliti o stanno per esserlo. Si è scoperto che almeno un terzo dei soldi ottenuti attraverso il TARP è stato usato per salvare gli stati dalla bancarotta. Questo provocherà un'escalation, perché i soldi federali del TARP non possono aiutarli abbastanza in fretta e in quantità sufficiente a mantenerli uniti. Ci si aspetta che l'occupazione nei vigili del fuoco e nella polizia diventerà sempre più scarsa, a discapito della sicurezza in varie comunità. Dieci stati si trovano in condizioni finanziariamente critiche e 47 sono in lista per diventarlo.

New York, New Jersey, Connecticut, Michigan, Ohio, Florida, Arizona, Nevada e California sono gli stati che versano nelle condizioni peggiori, poiché soffrono la mancanza di entrate fiscali da parte di aziende e consumatori falliti. Ci si aspetta che la California sarà tra i primi ad andare fuori controllo. Continuano ad escogitare nuove tasse e non lavorano sulla riduzione delle spese. Quando alcuni stati affronteranno il collasso totale ci troveremo in breve tempo in condizioni pessime. Il Michigan è tra gli stati in condizioni peggiori. La maggior parte degli stati stanno spendendo fino all'ultimo centesimo. Si rifiutano di ridurre i costi, poiché lo considerano un suicidio politico. Spenderanno fino a che non avranno più nulla, e quindi chiederanno aiuto al governo federale.

La Cina si trova nei guai, poiché i consumatori statunitensi hanno smesso di acquistare da loro. Il loro TARP per la prima parte dell'anno era superiore a quello degli Stati Uniti sia in quantità che in rapidità di spesa. Si stima che abbiano speso in quattro mesi, tra Gennaio e Maggio 2009, all'incirca 600 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali indirizzati a progetti che si trovano in condizioni di sovracapacità. La mancanza di acquisti da parte degli Stati Uniti ha causato un crollo delle esportazioni per la Cina di circa il 25%. Inoltre, è da notare che l'economia cinese è circa un quarto di quella statunitense.

Ci sono centinaia di fabbriche cinesi inattive e milioni di lavoratori licenziati senza nuovo impiego e senza grandi prospettive di lavoro. D'altra parte, milioni di fattorie di sussistenza sono state vendute per cercare lavoro in città. Ora che il lavoro non c'è più, e non ci sono nemmeno le fattorie che avrebbero potuto garantire cibo, nel 2010 ci aspettiamo un collasso più o meno rapido della Cina, con disordini e altri problemi sociali. La Cina ha bisogno di 24 milioni di nuovi posti di lavoro all'anno solo per rimanere in pari e sono ben lontani dal poter realizzare numeri come questi; non basta che la crescita di nuovi impieghi migliori.

Se la preoccupazione che la Cina non sia più in grado di acquistare i nostri (degli USA, ndt) buoni del tesoro diventasse reale, il governo degli Stati Uniti potrebbe fermare gran parte delle importazioni premendo sulle tariffe doganali. A quel punto la Cina si ritroverebbe con una disoccupazione alle stelle, beni ammucchiati senza possibilità di vendita e con un trilione di dollari in obbligazioni e carta moneta statunitense di pochissimo o nessun valore. Subirebbero un colpo da 1 trilione di dollari statunitensi e rimarrebbero bloccati con montagne di merce invendibile. La ricaduta sociale sarebbe catastrofica. La Cina deve continuare ad acquistare obbligazioni statunitensi per poter mantenere le esportazioni in movimento; sebbene ad un livello ridotto.

Se le importazioni dalla Cina dovessero cessare, i lavoratori americani potrebbero trovare qualche forma di impiego a salari bassi nelle industrie statunitensi riaperte, con un ritorno alla manifattura. Dopo tutto, dove troverebbe la Wal-Mart [5] i beni da vendere nei propri negozi?

Ci auguriamo il meglio, speriamo che la Cina riesca a sopravvivere affrontando solo una lieve recessione. Con le finanze e i mercati globali così fragili e distrutti gli concediamo una possibilità su cinque di farcela. Piuttosto, in un'economia sotto il comando del comunismo cinese, l'imminente dislocazione potrebbe essere leggendaria.

Ambrose-Evan Pritchard, lo stimato autore per The London Telegraph ha detto: "L'economia mondiale sta ancora pattinando su una sottile lastra di ghiaccio. L'ovest è saziato dal debito, l'est dai (troppi) stabilimenti. La crisi è stata (apparentemente) contenuta azzerando le tasse e creando una bufera fiscale, distruggendo così gli equilibri di sovranità. Ma il cuore del problema rimane. I paesi anglosassoni e i Club Med stanno stringendo la cinghia, tuttavia l'Asia non sta producendo abbastanza domanda (interna) per compensare. Sta producendo scorte."(fonte: "organic Chinese demand is barely beginning"[6]).

"Dal mio punto di vista i mercati continuano a negare la rovina strutturale dovuta alla bolla di credito. Ci sono altre due problemi da affrontare: la bolla di investimenti in Cina e lo scandalo delle banche in Europa. Temo che solo dopo potremo fare piazza pulita e ricominciare, molto lentamente, un nuovo ciclo."

Siamo d'accordo con il signor Pritchard, ma la Cina ha anche altre bolle speculative, nelle auto, nei beni immobiliari, nel mercato azionario, nell'immensa carenza di acqua e nell'inquinamento. Se queste dovessero scoppiare una per volta, potrebbe essere gestibile. Ma potremmo vederne scoppiare più di una alla volta. In questo caso, la Cina potrebbe smantellare l'intero sistema globale. Si faccia caso agli effetti della recente paura derivata dall'inadempienza di Dubai per 80 milioni di dollari.

L'istruzione, specialmente tra i college e le università, ha subito un duro colpo poiché gli studenti si domandano se spese dell'ordine di 40.000 fino a 80.000 dollari valgano la pena in queste condizioni economiche. I ragazzi appena laureati, con buoni voti, ma nessuna esperienza lavorativa, fanno più fatica a trovare lavoro.

Le persone con esperienza ottengono i pochi lavori rimasti, dato che i datori di lavoro hanno un ventaglio di scelte più ampio e possono essere molto esigenti. Inoltre, non hanno tempo né soldi per la formazione. Molti ragazzi ottengono istruzione tramite internet, fanno formazione lavorando e accettano ogni tipo di lavoro pur di avere una busta paga.

Gli insegnanti delle scuole pubbliche con più anni di esperienza che lavorano nell'istruzione primaria e secondaria [7] sono stati sfoltiti per assumere nuovi e più economici neolaureati. Gli insegnanti di lingue straniere, assieme a quelli di matematica e scienze sono ancora i preferiti. Ci si aspetta un aumento nell'istruzione domestica, dato che gli insegnanti licenziati lavorano a casa con i propri figli e accolgono altri ragazzi dietro pagamento. Il sistema dell'istruzione pubblica è in serio pericolo. La gente non può più permettersela. Poiché il governo statunitense ha permesso anni fa che si accumulassero pile di carte burocratiche, almeno un terzo del budget rivolto alla scuola pubblica deve essere devoluto a lavoro stupido, costoso e politicamente corretto. È un'enorme perdita di cui soffrono studenti ed insegnanti.

Ci aspettiamo inoltre un aumento degli incidenti stradali, dovuti a lavori e riparazioni stradali procrastinati. I ponti possono cadere e le pavimentazioni danneggarsi, causando altri danni. Le comunità con le tasse più alte verranno abbandonate, soprattutto dagli adulti con figli già fuori casa. In questo modo New York ha perso circa 6 miliardi di dollari in tasse non riscosse.

Questa tendenza è ancora più veloce. Assistiamo a pensionati che vendono le proprie case perché non possono permettersi di pagare le tasse sui beni immobiliari. Si spostano verso stati con tasse più basse e comunità più piccole che offrono meno servizi. Gran parte dei servizi offerti dalle grandi città non sono necessari e i consumatori non sono in grado di pagarli. Immaginate la città di Detroit tremenamente desertica.

Bisogna occuparsi del commercio di oro e argento

I manager e gli operatori finanziari non sono sposati ai mercati e si muovono a seconda di dove si trovano idee che fruttano. I titolo di oro ed argento possono crescere e calare nel breve termine, ma poi decolleranno nelle controtendenze del 2010. I grandi investitori hanno scommesso sulle merci sicure, come oro, argento, grano, rame, platino e altri. Acquistano regolarmente a partire dal Labor Day [8] fino a Maggio, sopportano le flessioni e negoziano in media ogni 50 e 200 giorni. Con il dollaro in caduta, tali manager prevedono grossi guadagni in questi mercati. I futures [9] dell'oro erano scambiati a circa 1.200 dollari questa mattina (1 Dicembre). Prevediamo un lieve calo nel breve termine, seguito da un'altra ondata di acquisti.

Le politiche governative per lo più falliscono

Il programma liberale e innovatore studiato da Obama per trasferire ricchezza non funziona. La popolarità del presidente sta sprofondando insieme al suo programma. Il problema principale è l'incapacità del governo ad uscire dalla crisi dell'occupazione. Continuano a scavare, mentre mettono le basi per le idee sbagliate, creando confusione maggiore e più profonda. Questo aumenta l'attrattiva dei metalli preziosi e altri beni di questo tipo. La disoccupazione è il problema economico prioritario.

Il dollaro è la base di svariati mercati. A Dicembre il dollaro calerà ancora.



Lasciate perdere le linee oblique di confronto. Concentratevi sull'andamento del riquadro in basso.

Personalmente, vedo incredibili opportunità di commercio che non avremo per molti altri anni. Dobbiamo convertire i problemi in opportunità. Chi si trova dalla parte giusta dello scambio potrebbe diventare ricco. Quelli dall'altra parte sono solo vittime. State all'erta.


di Roger Wiegand

16 dicembre 2009

La moneta debito

“E’ un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perchè se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina” (Henry Ford)

In un sistema socio-politico, come il nostro, che usa una moneta come mezzo di scambio per le merci, che misura la ricchezza con i soldi e col Prodotto Interno Lordo si intuisce quali siano le declinazioni delle libertà. Chi ha la proprietà del danaro possiede tutto. Per cui la violazione della sovranità monetaria sancisce la morte della democrazia rappresentativa europea. In Italia, si è partiti nel 1981 col ministro del Tesoro Andreatta (docente di Romano Prodi), Governo Forlani, sancendo la separazione fra il Tesoro e la Banca d’Italia, l’obiettivo finale di privatizzare la Banca d’Italia è stato raggiunto negli anni successivi. Se oggi possiamo ancora rivendicare l’usurpazione della proprietà della moneta è grazie alla nostra Costituzione che afferma: “la sovranità appartiene al popolo” (compresa quella monetaria ovviamente) e che “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” (art. 47 Cost.). Tali principi sono palesemente violati dall’articolo 105/A del trattato di Maastricth “la BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità” che di fatto usurpa i diritti dei popoli sovrani europei. Banca d’Italia e BCE sono di fatto società indipendenti e fuori dal controllo del popolo. E’ sufficiente leggere la natura ed il numero dei soci partecipanti dal sito di Bankitalia, e si percepisce che essa è stata privatizzata dove lo Stato è relegato con INPS ed INAIL a 42 voti contro 540 delle banche private SpA (2008). Ed è stata relegata ad un ruolo di secondo piano come si legge dall’articolo 1 del suo Statuto: “Quale banca centrale della Repubblica italiana, è parte integrante del Sistema europeo di banche centrali (SEBC). Svolge i compiti e le funzioni che in tale qualità le competono, nel rispetto dello statuto del SEBC“. Il “semplice” passaggio di mano da privato a pubblico è una palese violazione costituzionale (art. 1 e 47) e dovrebbe essere un reato per “appropriazione indebita” delle riserve auree di proprietà dello Stato.
Ricordiamo due precedenti giuridici: nel 2005 Con sentenza 2978/05 la Banca D’Italia veniva condannata a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito da signoraggio. E nel 2006, il 21 luglio con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione accoglievano il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “[…]lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria[…]“. I cittadini europei sono “liberi” nella misura in cui sono obbligati a spendere un danaro privato – moneta debito – creato dal nulla e prestato agli Stati per consumare le merci prodotte dalle corporations SpA amiche dei banchieri. Questo tipo di sistema è virtuale, poiché la moneta è presente solo nei computer, essa è creata dal nulla senza alcun equivalente contro valore in oro, cioè una merce tangibile e reale, e col sistema del prestito (moltiplicatore monetario, formula matematica) e della riserva frazionaria – riserva frazionaria all’8%, accordi Basilea II - essa diventa debito per i popoli. La creazione della moneta debito col moltiplicatore monetario consente alle banche private di prestare soldi anche se non esistono realmente indebitando anche gli Stati in cambio di Titoli di Stato, altra carta. Se uno Stato chiede 1 miliardo di euro alla BCE, la Banca d’Italia e cioè i suoi soci SpA possono inserire la quota parte, in cambio di Titoli di Stato, come riserva frazionaria (un quantitativo obbligatorio di soldi contanti da tenere in cassa, l’8%) e creare moneta debito dal nulla col sistema del moltiplicatore monetario. Per esempio, ad Intesa San Paolo SpA (a.d. Corrado Passera) spetterebbe il 30,3% del miliardo di euro e cioè 303 milioni di carta, moneta stampata ed Unicredit SpA (a.d. Alessandro S. Profumo) 157 milioni (quote e partecipazioni al 31 gennaio 2008). L’unico obiettivo di una SpA è massimizzare i profitti e quindi 303 milioni inseriti in cassa come riserva consente di creare inflazione monetaria ed indebitare lo Stato. Altro esempio, un signore A deposita 100 euro in banca, un signore B può chiedere in prestito 92 euro (riserva frazionaria all’8%, accordi Basilea II). Intanto alla banca risultano esserci 100 euro sul conto di A ed ora ha un credito di 82 da B. In questo modo le banche creano soldi dal nulla mentre i cittadini devono sudare col proprio lavoro. Con questo sistema si creano soldi necessari a corrompere qualunque politico, finanziare le guerre, e sostenere le corporations SpA amiche. Comprendiamo che se queste sono le premesse non esiste alcuna democrazia rappresentativa dato che i partiti sono i migliori camerieri dei banchieri.

Una moneta di proprietà del popolo, cioè del portatore e dello Stato, non emette debito e la relativa rendita da signoraggio viene rimessa nei conti dello Stato quindi non c’è usura, cioè non può esserci interesse.
La moneta è solo un pezzo di carta, è un mezzo, non è vera ricchezza.

L’attuale sistema è degenerato poiché essendo intrinsecamente inflazionistico il debito è inestinguibile e per tanto tutti sono spinti ad usare moneta ed accumularla poiché prigionieri di un vero e proprio inganno. C’è da aggiungere che la moneta viene creata dal nulla questo vuol dire che oltre all’inganno c’è una beffa infatti le banche emettono mutui con interesse senza rischiare nulla, senza un equo scambio. Un cittadino lavora e crea valore, le banche sono semplici tipografie ed emettono “valore”. In realtà è tutta illusione.

Il valore di una moneta lo determina chi la accetta. Lo Stato deve emettere moneta in maniera proporzionale alle merci ed ai beni prodotti e, lo può fare domani mattina. Ma queste vorrebbe significare dare valore alla vera ricchezza: persone, lavoro, idee, terreni, alimenti, merci prodotte e non la finanza delle borse. Applicando l’etica alla politica si tornerebbe al significato proprio dei termini: economia.

Per Aristotele l’economia è la sfera che ha come oggetto la… casa (forse lo sai che in greco “oikos” significa “casa”), la famiglia, in altre parole il privato. Aristotele, quindi, usa il termine “economia” non nel suo significato corrente oggi, ma nella sua accezione etimologica: la sfera che ha come oggetto la casa, la famiglia, in definitiva quello che possiamo chiamare il privato.

In questo contesto si capisce che lo Stato attraverso l’uso di uno strumento di misura: moneta consente ai cittadini di scambiarsi beni, merci e servizi immateriali. Si comprende che l’alta finanza serve a poco alla società umana.

di Peppe Carpentieri

15 dicembre 2009

Che fine ha fatto il futuro?


marc augè_ fondo magazineAlcuni anni fa era una sorta di moda. Erano comparsi articoli sui giornali e libri che davano indicazioni su come comportarsi e su cosa fare per aderire alla nascente corrente di pensiero. Un vero e proprio movimento che sosteneva la necessità, durante il corso della propria vita di buttare via tutto. In primo luogo il guardaroba. Non con le forme soft a noi note, dettate dalla moda che segue un’oscillazione semestrale che ci impone di modificare solo in parte il nostro vestiario ma con interventi ben più radicali che prevedevano non solo la messa a discarica completa del proprio guardaroba, ma anche lo svuotamento della casa da tutte quelle suppellettili e oggetti che nel corso degli anni tendono a colonizzare tutti gli spazi disponibili sopra i mobili, sulle pareti, sui tavolini, sugli scaffali, perfino in terra.

Questa scuola di pensiero si spingeva a dire che oltre al guardaroba e alla casa bisognava cambiare giro di amicizie, il lavoro, se possibile, fino a ipotizzare un reset pressoché completo del proprio personal computer per espungere tutti quei documenti che, anche qui, in forma virtuale, si condensano come un sottile strato di polvere che tende a riempire tutto, sommergendo ogni cosa senza possibilità di ritrovare quello che è stato sepolto.

Insomma, condensando, una specie di filosofia minimalista che si opponeva a quella cascata di cose che si affollano nella nostra memoria. Una filosofia della scopa che tende a spazzare via la presunta polvere accumulata negli anni. Una filosofia dell’acciaio cromato pronta a ripulire da tutte le incrostazioni il nostro ambiente, il nostro corpo, la nostra mente. Un tentativo lodevole, credevo, di tirare di nuovo a lucido la nostra vita che lentamente si arena con gli anni. Una sorta d’invito alla ripartenza di sacchiana memoria. Abbandonare tutte le meline. Recuperare l’iniziativa e la palla. Buttarsi verso la porta avversaria con rinnovato entusiasmo.

Così, inizialmente, quest’idea mi aveva solleticato. Tra l’altro nel frattempo era uscito Nudi e crudi di Alan Bennett che narra una stravagante storia anche divertente che inizia con i due protagonisti che devono, nello straniamento più totale, reinventarsi un’intera vita e uno stile dopo che sono stati svaligiati in uno strano modo. Tutta la loro casa viene svuotata. Nessun mobile, nessun vestito, nessun quadro, nessuna fotografia viene lasciata. Un azzeramento completo, uno svuotamento che dovrebbe rappresentare, almeno per i fedeli di questa nuova filosofia, un inizio colmo di aspettative e futuro.

Poi, come sempre mi succede, ho cominciato a ruotare intorno a questa idea, con la solita lenta, incessante traiettoria obliqua che disegna centri concentrici. Come uno squalo che ha puntato la preda e si attarda circospetto prima di azzannarla, questa storia del disfarsi di tutto, del resettare, mi è cominciata ad apparire sotto la sua vera luce. Una luce da incubo. Come quelle luci al neon degli obitori, bianche, irreali, fredde. Quelle luci che fanno chiarore ma che ti mettono un brivido nella schiena. Quelle luci cariche di buio insomma, foriere di angoscia.

In fin dei conti, mi sono detto, io non sarei mai capace di disfarmi di tutta quella robaccia inutile che conservo e che non ha nessuna utilità se non ricordarmi un volto, un giorno, una voce.

Mi disturbava soprattutto, in questa nuova filosofia di vita, il reset del personal computer che mi è apparso sotto il suo vero e perverso cono di luce.

Il reset del PC equivale a quella pratica immonda che veniva dispensata a quelli che si chiamavano i matti per indurli ad azzerare il loro io e per riportare la loro mente torturata ad uno stato di tabula rasa su cui poi riedificare una personalità nuova e non più identica all’intricato coacervo di meandri che rappresentava però la loro specificità e ragione: l’elettrochoc. Il reset del PC mi è apparso appunto come l’infamia inferta dall’elettrochoc su quelle menti con le quali non posso che non solidarizzare.

Insomma la nuova filosofia in nome di una novella promessa di vita ci vuole scippare il passato senza prospettarci un futuro.

Tutto questo mi è affiorato alla mente dopo aver letto Che fine ha fatto il futuro? di Marc Augé edito da Eleuthera che tratta appunto del tempo e di come al tempo della surmodernità il futuro appaia appunto scomparso, scippato da un’accelerazione imposta che lo ha risucchiato sottraendocelo.

In realtà il titolo originale Où est passé l’avenir? molto più di quello dell’edizione italiana pone l’accento sul vero problema del nostro tempo surmodernizzato. Sia il passato che il futuro vengono ingoiati dal nostro tempo che ci regala quella che può ben essere definita come una vera e propria dittatura del presente.

Intendiamoci subito. Che il presente sia l’unica epoca che c’è dato vivere è fuori dubbio, ma che possa, nelle attuali condizioni, essere configurata come una dittatura è altrettanto inequivocabile.

Il presente si può ovviamente eternare, fissando l’attimo e dilatandolo all’infinito per riempire tutto e per fermare il tempo. Splendida rappresentazione di questa benedizione del presente, tra le molte citabili, resta Giosuè che chiede al suo Dio di fermare il corso del sole. “E il sole si fermò”. Rallentandone il ritmo, il tempo rallenta e si dilata permettendoci una piena vita qui e ora. Ma il punto di partenza del testo di Augè è diametralmente opposto a questo rallentamento. La surmodernità impone un’accelerazione sempre maggiore al tempo presente e costringe noi a seguirla se non vogliamo essere espulsi da questo vortice.

L’accelerazione comporta, oltre una certa soglia, che il presente s’imballi, come quando le gambe di un podista, arrivate al loro punto massimo di spinta, non riescono più a mordere il terreno, sprofondando in una sorta di sabbie mobili. È in questa situazione che l’attimo presente, invece di dilatarsi fino a fermare il tempo, diventa solo e semplicemente una scheggia impazzita, inserita in un divenire vorticoso composto di singoli momenti pulsanti sempre meno collegati tra di loro. È come se il film della nostra storia fosse proiettato da una cinepresa che non è in grado di riprodurre tutti i fotogrammi che si susseguono nella pellicola che scorre troppo velocemente per le sue possibilità tecniche. Il proiettore “imballato” ci farà assistere a una proiezione di singoli fotogrammi che vanno sovrapponendosi uno all’altro, ma che sono tra loro scollegati, impedendoci di percepirne il senso. È così che, nell’accelerazione della surmodernità, il nostro racconto si frammenta, si scollega dal passato, non ha più proiezioni sul futuro. L’accelerazione, dopo aver inghiottito il passato e rarefatto il futuro, sminuzza, in singoli atti insignificanti (nel senso di privi di senso), il nostro presente. In questo modo si assiste alla frantumazione del racconto e della storia (individuale e collettiva) in tante schegge, che ci scippano non solo del passato e del futuro ma che trasformano il nostro presente in una corsa, sempre più impazzita, verso un dove che non esiste più. Viviamo come in una comica dei tempi del cinema muto in cui l’esasperato movimento dei protagonisti induceva alle risa. Ognuno di noi assume la tragica maschera priva di sorriso di Buster Keaton.

Marc Augé, dopo aver analizzato in maniera cristallina, la perdita di senso che la surmodernità ha nei confronti dei luoghi, trasformati in non luoghi proprio dalla perdita del loro senso, si fa carico di descrivere anche l’altro parametro fondamentale delle nostre vite: il tempo, fissandone, anche qui, in maniera non equivoca la sua perdita di senso.

Ciò che appare chiaro è che la nascita del non luogo e del non tempo è necessaria alla struttura della surmodernità, che non saprebbe che farsene d’individui ancorati al luogo e al tempo. La surmodernità ha ricreato un tessuto spaziotemporale privo di senso proprio perché ha necessità di avere a disposizione individui privi di senso, o meglio con un unico senso totalitario: quell’uomo a una dimensione che è un dimensione a due teste il produttore/consumatore anonimo che, deprivato del senso dello spazio e del tempo, può essere impiegato (schiavizzato) in qualunque luogo ed in qualunque contesto temporale senza che ne risenta affatto. Si procede dunque verso la più totale e straniante delle trasformazioni, dall’individuo al non-individuo, un accessorio della produzione nonché un tubo digerente inserito nel nuovo panorama del non-spazio e del non-tempo.

Il capitolo finale è riservato da Augé a una speranza positiva e progressiva che corrisponde probabilmente all’ottimismo illuminista che ancora un po’ permea il suo pensiero e che io invece non condivido. Il compito di ristabilire il senso della storia e della nostra storia spetterebbe, per Augè, alla scuola che, come ultimo baluardo dell’insegnamento, dovrebbe preservare, trasferendola, la conoscenza che per sua definizione si opporrebbe all’accelerazione distruttrice di ogni sapere della surmodernità.

È questa flebile speranza di Augé che mi trova in assoluto dissenso.

In un mondo sempre più accelerato, in cui il mito della flessibilità ha travolto ogni cosa, il valore percepito della scuola è cambiato profondamente e il suo annullamento è testimoniato dall’autorità nulla che hanno i professori che almeno formalmente ne sono i sacerdoti.

Il sapere in un mondo ultraflessibile è un impedimento, una tara, un peso che non può essere sopportato da un individuo cui è richiesta l’acquisizione di sempre nuove competenze. L’aggiornamento professionale spinto all’eccesso genera una pletora di analfabeti di ritorno. Individui che non hanno nessun interesse a ricordare le loro sapienze del giorno prima che sono viste come un inutile orpello e un impedimento all’apprendere quello che è necessario oggi. La scuola che, per far sedimentare una qualsivoglia nozione nelle menti degli studenti, deve basare il suo metodo sul ricordo, si scontra apertamente (perdendo la partita) con il nuovo mondo surmoderno che costringe all’apprendimento di nuove competenze con una velocità che non permette la sedimentazione della conoscenza. La surmodernità non cerca il ricordo, ingombrante e impegnativo, ma l’oblio che ci rende vergini per nuove conoscenze ma mutilati e privi di personalità e spessore.

Il metodo è quello del continuo reset delle nostre menti che permette, da un lato, di liberarci dalle conoscenze passate non più utili e, dall’altro, di fare spazio in una mente per forza di cose limitata.

In fin dei conti se si chiede agli abitatori della surmodernità di cambiare lavoro, competenze, casa e abitudini ogni tre mesi non è pensabile adottare un modello di vita che privilegi il lavoro stabile, le relazioni sociali durature, le conoscenze acquisite e sedimentate nella testa. Quello che serve non è una biblioteca nella propria casa, fatta di libri ingombranti, pesanti, difficili da trasferire spazialmente. Quello che serve è un instant book non più cartaceo ma digitale, che può essere letto, utilizzato, dimenticato senza che questo lasci tracce durature in noi. Questo modello ha bisogno di TV e non di libri, di talk show e non di giornali con pagine di approfondimento.

Un tempo si diceva che passato il periodo dei sogni (l’adolescenza) si entrava nel periodo dei segni (l’età adulta) e che ci si doveva alla fine confrontare con le proprie rughe e con le proprie cicatrici interiori. La surmodernità con una promessa fallace: l’eterna giovinezza (considerata come l’indefinita estensione dell’adolescenza), raggiunta con il moto perpetuo patologico della vita precarizzata, con le lusinghe della chirurgia estetica, con le promesse della chimica, ci crocifigge alla ruota incessante del Karma che vorticosamente gira accelerando, trasformandoci in una battigia spazzata dalle onde dove ogni orma impressa nella sabbia dura solo per l’intervallo tra un’onda e un’altra senza lasciar traccia di nessun passaggio.

Così ci vogliono (e a questo bisogna ribellarsi).

di Mario Grossi

08 dicembre 2009

Questo è il Potere

Eccovi i nomi e cognomi del Potere, chi sono, dove stanno, cosa fanno. Così li potrete riconoscere e saprete chi realmente oggi decide come viviamo. Così evitate di dedicare tutto il vostro tempo a contrastare le marionette del Potere, e mi riferisco a Berlusconi, Gelli, Napolitano, D’Alema, i ministri della Repubblica, la Casta e le mafie regionali. Così non avrete più quell’imbarazzo nelle discussioni, quando chi ascolta chiede “Sì, ma chi è il Sistema esattamente?”, e vi toccava di rispondere le vaghezze come “le multinazionali… l’Impero… i politici…”. Qui ci sono i nomi e i cognomi, quindi, dopo avervi raccontato dove nacque il Potere (‘Ecco come morimmo’, paolobarnard.info), ora l’attualità del Potere. Tuttavia è necessaria una premessa assai breve.
Il Potere è stato eccezionalmente abile in molti aspetti, uno di questi è stato il suo mascheramento. Il Potere doveva rimanere nell’ombra, perché alla luce del sole avrebbe avuto noie infinite da parte dei cittadini più attenti delle moderne democrazie. E così il Potere ci ha rifilato una falsa immagine di se stesso nei panni dei politici, dei governi, e dei loro scherani, così che la nostra attenzione fosse tutta catalizzata su quelli, mentre il vero Potere agiva sostanzialmente indisturbato. Generazioni di cittadini sono infatti cresciuti nella più totale convinzione che il potere stesse nelle auto blu che uscivano dai ministeri, nei parlamenti nazionali, nelle loro ramificazioni regionali, e nei loro affari e malaffari. Purtroppo questa abitudine mentale è così radicata in milioni di persone che il solo dirvi il contrario è accolto da incredulità se non derisione. Ma è la verità, come andrò dimostrando di seguito. Letteralmente, ciò che tutti voi credete sia il potere non è altro che una serie di marionette cui il vero Potere lascia il cortiletto della politica con le relative tortine da spartire, a patto però che eseguano poi gli ordini ricevuti. Quegli ordini sono le vere decisioni importanti su come tutti noi dobbiamo vivere. E’ così da almeno 35 anni. In sostanza il punto è questo: combattere la serie C dei problemi democratici (tangentopoli, la partitocrazia, gli inciuci D’Alem-berlusconiani, i patti con le mafie, l’attacco ai giudici di questo o quel politico, le politiche locali dei pretoriani di questo o quel partito ecc.) è certamente cosa utile, non lo nego, ma non crediate che cambierà una sola virgola dei problemi capitali di tutti gli italiani, cioè dei vostri problemi di vita, perché la loro origine è decretata altrove e dal vero Potere. O si comprende questo operando un grande salto di consapevolezza, oppure siamo al muro.
Un colossale e onnicomprensivo ingranaggio invisibile manovra il sistema da lontano. Spesso cancella decisioni democratiche, prosciuga la sovranità degli Stati e si impone ai governi eletti”. Il Presidente brasiliano Lula al World Hunger Summit del 2004.

E’ nell’aria
Come ho detto, sarò specifico, ma si deve comprendere sopra ogni altra cosa che oggi il Potere è prima di tutto un’idea economica. Oggi il vero Potere sta nell’aria, letteralmente dovete immaginare che esiste un essere metafisico, quell’idea appunto, che ha avvolto il mondo e che dice questo: ‘Pochi prescelti devono ricevere il potere dai molti. I molti devono stare ai margini e attendere fiduciosi che il bene gli coli addosso dall’alto dei prescelti. I governi si levino di torno e lascino che ciò accada’.
Alcuni di voi l’avranno riconosciuta, è ancora la vecchia teoria dei Trickle Down Economics di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, cioè il Neoliberismo, cioè la scuola di Chicago, ovvero il purismo del Libero Mercato. Questa idea economica comanda ogni atto del Potere, e di conseguenza la vostra vita, che significa che davvero sta sempre alla base delle azioni dei governi e dei legislatori, degli amministratori e dei datori di lavoro. Quindi essa comanda te, i luoghi in cui vivi, il tuo impiego, la tua salute, le tue finanze, proprio il tuo quotidiano ordinario, non cose astruse e lontane dal tuo vivere. La sua forza sta nel fatto di essere presente da 35 anni in ogni luogo del Potere esattamente come l’aria che esso respira nelle stanze dove esiste. La respirano, cercate di capire questo, gli uomini e le donne di potere, senza sosta, dal momento in cui mettono piede nell’università fino alla morte, poiché la ritrovano nei parlamenti, nei consigli di amministrazione, nelle banche, nelle amministrazioni, ai convegni dove costoro si conoscono e collaborano, ovunque, senza scampo. Ne sono conquistati, ipnotizzati, teleguidati. Il Potere ha creato attorno a quell’idea degli organi potentissimi, che ora vi descrivo, il cui compito è solo quello di metterla in pratica, null’altro. Essi sono quindi la parte fisica del Potere, ma che per comodità chiamiamo il vero Potere.

Primo organo: Il Club
Il primo organo del Potere è il Club, cioè il raggruppamento in posti precisi ed esclusivi dei veri potenti. Chi sono? Sono finanzieri, industriali, ministri, avvocati, intellettuali, militari, politici scelti con cura. Fate attenzione: questo Club non sta mai nei luoghi che noi crediamo siano i luoghi del potere, cioè nei parlamenti, nelle presidenze, nelle magistrature, nei ministeri o nei business. Esso è formato da uomini e da donne provenienti da quei luoghi, ma che si riuniscono sempre all’esterno di essi ed in privato. Come dire: quando quegli uomini e quelle donne siedono nelle istituzioni democratiche sono solo esecutori di atti (leggi, investimenti, tagli…) che erano stati da loro stessi decisi nel Club. Esso assume nomi diversi a seconda del luogo in cui si riunisce. Ad esempio: prende il nome di Commissione Trilaterale se i suoi membri si riuniscono a Washington, a Tokio o a Parigi (ma talvolta in altre capitali UE). I fatti principali della Trilaterale: nasce nel 1973 come gruppo di potenti cittadini americani, europei e giapponesi; dopo soli due anni stila le regole per la distruzione globale delle sinistre e la morte delle democrazie partecipative, realmente avvenute; afferma la supremazia della guida delle elite sulle masse di cittadini che devono essere “apatici” e su altre nazioni; ha 390 membri, fra cui i più noti sono (passato e presente) Henry Kissinger, Jimmy Carter, David Rockefeller, Zbigniev Brzezinski, Giovanni Agnelli, Arrigo Levi, Carlo Secchi, Edmond de Rothschild, George Bush padre, Dick Cheney, Bill Clinton, Alan Greenspan, Peter Sutherland, Alfonso Cortina, Takeshi Watanabe , Ferdinando Salleo; assieme ad accademici (Harvard, Korea University Seoul, Nova University at Lisbon, Bocconi, Princeton University…), governatori di banche (Goldman Sachs, Banque Industrielle et Mobilière Privée, Japan Development Bank, Mediocredito Centrale, Bank of Tokyo-Mitsubishi, Chase Manhattan Bank, Barclays…) ambasciatori, petrolieri (Royal Dutch Shell, Exxon…), ministri, industriali (Solvay, Mitsubishi Corporation, The Coca Cola co. Texas Instruments, Hewlett-Packard, Caterpillar, Fiat, Dunlop…) fondazioni (Bill & Melinda Gates Foundation, The Brookings Institution, Carnegie Endowment…). Costoro deliberano ogni anno su temi come ‘il sistema monetario’, ‘il governo globale’, ‘dirigere il commercio internazionale’, ‘affrontare l’Iran’, ‘il petrolio’, ‘energia, sicurezza e clima’, ‘rafforzare le istituzioni globali’, ‘gestire il sistema internazionale in futuro’. Cioè tutto, e leggendo i rapporti che stilano si comprende come i loro indirizzi siano divenuti realtà nelle nostre politiche nazionali con una certezza sconcertante.

Quando il Club necessita di maggior riservatezza, si dà appuntamento in luoghi meno visibili dei palazzi delle grandi capitali, e in questo caso prende il nome di Gruppo Bilderberg, dal nome dell’hotel olandese che ne ospitò il primo meeting nel 1954. I fatti principali di questa organizzazione: si tratta in gran parte degli stessi personaggi di cui sopra più molti altri a rotazione, ma con una cruciale differenza poiché a questo Gruppo hanno accesso anche politici o monarchi attualmente in carica, mentre nella Commissione Trilaterale sono di regola ex. Parliamo in ogni caso sempre della stessa stirpe, al punto che fu una costola del Bilderberg a fondare nel 1973 la Commissione Trilaterale. Il Gruppo è però assai più ‘carbonaro’ della Trilaterale, e questo perché la sua originaria specializzazione erano gli affari militari e strategici. Infatti, in esso sono militati diversi segretari generali della NATO e non si prodiga facilmente nel lavoro di lobbistica come invece fa la Commissione. La peculiarità dirompente del Bilderberg è che al suo interno i potenti possono, come dire, levarsi le divise ed essere in libertà, cioè dichiarare ciò che veramente pensano o vorrebbero privi del tutto degli obblighi istituzionali e di ruolo. Precisamente in questo sta il pericolo di ciò che viene discusso nel Gruppo, poiché in esso i desideri più intimi del Potere non trovano neppure quello straccio di freno che l’istituzionalità impone. Da qui la tradizione di mantenere attorno al Bilderberg un alone di segretezza assoluto. I partecipanti sono i soliti noti, fra cui una schiera di italiani in posizioni chiave nell’economia nazionale, cultura e politica. Non li elenco perché non esistendo liste ufficiali si va incontro solo a una ridda di smentite (una lista si trova comunque su Wikipedia). Un fatto non smentibile invece, e assai rilevante, è la cristallina dichiarazione del Viscount Etienne Davignon, che nel 2005 fu presidente del Bilderberg, rilasciata alla BBC: “Agli incontri annuali, abbiamo automaticamente attorno ai nostri tavoli gli internazionalisti… coloro che sostengono l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la cooperazione transatlantica e l’integrazione europea.” Cioè: i primatisti del Libero Mercato con potere sovranazionale ( si veda sotto), e i padrini del Trattato di Lisbona, cioè il colpo di Stato europeo con potere sovranazionale che ci ha trasformati in cittadini che verranno governati da burocrati non eletti. Di nuovo, i soliti padroni della nostra vita, che significa decisioni inappellabili su lavoro, previdenza, servizi sociali, tassi dei mutui, costo della vita ecc., prese non a Palazzo Chigi o all’Eliseo, ma a Ginevra o a Brussell o nelle banche centrali, dopo essere state discusse al Bilderberg.
Per darvi un’idea concreta di come questi Club e gli altri organi del Potere siano in realtà un unico blocco che si scambia sempre gli stessi personaggi, vi sottopongo la figura di Peter Sutherland. Costui lo si è trovato a dirigere la British Petroleum , la super banca Goldman Sachs, l’università The London School of Economics (una delle fucine mondiali di ministri dell’economia), ed è stato anche Rappresentante Speciale dell’ONU per l’immigrazione e lo sviluppo, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (secondo organo del Potere), membro della Commissione Europea (il super-governo d’Europa), e ministro della Giustizia d’Irlanda. E, ovviamente, membro sia della Commissione Trilaterale che del Gruppo Bilderberg.

Secondo organo: Il colosso di Ginevra
Si chiama Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), nacque nel 1994 ed è più potente di qualsiasi nazione o parlamento. Riunisce 153 Paesi in un’unica sede a Ginevra, dove essi dettano le regole del commercio internazionale, e ciò dicendo capirete che stiamo parlando di praticamente tutta l’economia del mondo produttivo, che lì viene decisa. Cioè fette enormi dei nostri posti di lavoro, di ciò che compriamo, mangiamo, con cui ci curiamo ecc., cose della nostra vita quotidiana, non astratte e lontane. Le decidono loro, e come nel caso della nuova Europa del Trattato di Lisbona, anche al WTO le regole emanate, dette Accordi, sono sovranazionali, cioè più potenti delle leggi nazionali. E come nel caso del Trattato, diviene perciò cruciale che regole così forti siano decise in modo democratico. Nel Trattato non lo sono, e al WTO? Neppure. Infatti la sua organizzazione di voto è falsata dallo strapotere dei soliti Paesi ricchi nel seguente modo: i Paesi poveri o meno sviluppati non posseggono le risorse economiche e il personale qualificato in numeri sufficienti per poter seguire il colossale lavoro di stesura degli Accordi del WTO (27.000 pagine di complicatissima legalità internazionale, 2.000 incontri annui), per cui ne sono tagliati fuori. Chi sta al timone è il cosiddetto gruppo QUAD, formato da Usa, Giappone, Canada ed Europa. Ma l'Europa intera è rappresentata al tavolo delle trattative del WTO dalla Commissione Europea, che nessun cittadino elegge, e per essere ancora più precisi vi dico che in realtà chi decide per tutti noi europei è un numero ancora più ristretto di burocrati: il misterioso Comitato 133 della Commissione, formato da specialisti ancor meno legittimati. La politica italiana di norma firma gli Accordi senza neppure leggerli.
Se un Paese si oppone a una regola del WTO può essere processato da un tribunale al suo interno (Dispute Settlement Body), dotato di poteri enormi. Questo tribunale è formato da tre (sic) individui di estrazione economico-finanziaria, le cui sentenze finali sono inappellabili. Una sentenza del WTO può penalizzare o persino ribaltare le scelte democratiche di milioni di cittadini, anche nei Paesi ricchi. Per esempio, tutta l’Europa è stata condannata a risarcire gli USA con milioni di euro perché si è rifiutata di importare la carne americana agli ormoni. Neppure gli Stati Uniti hanno potere sulle decisioni del WTO. Il presidente Obama, sotto pressione dai cittadini a causa della catastrofe finanziaria dello scorso anno, aveva deciso di imporre nuove regole restrittive delle speculazioni selvagge delle banche (la causa della crisi). Ma gli è stato sbarrato il passo proprio da una regola del WTO, che si chiama Accordo sui Servizi Finanziari, e che sancisce l’esatto contrario, cioè proibisce alla Casa Bianca e al Congresso di regolamentare quelle mega banche. E sapete chi, anni fa, negoziò quell’accordo al WTO? Timothy Geithner, attuale ministro del Tesoro USA, che è uno dei membri del Gruppo Bilderberg. Fa riflettere.

Vi do ancora un’idea rapida del potere del WTO. Gli Accordi che ha partorito:

1) hanno il potere di esautorare le politiche sanitarie di qualunque Paese, incrinando il vecchio Principio di Precauzione che ci tutela dallo scambio di merci pericolose (WTO: Accordo Sanitario- Fitosanitario).

2) tolgono al cittadino la libertà di sapere in quali condizioni sono fatte le merci che acquista e con che criteri sono fatte, inoltre ostacolano l’uso delle etichette a tutela del consumatore (WTO: Accordo Sanitario-Fitosanitario & Accordo Barriere Tecniche al Commercio, con implicazioni sui diritti dei lavoratori e sulla tutela dell'ambiente).

3) impongono ai politici di concedere alle multinazionali estere le stesse condizioni richieste alle aziende nazionali nelle gare d’appalto, a prescindere dalla necessità di favorire l’occupazione nazionale; e minacciano le scelte degli amministratori locali nel caso volessero facilitare l'inserimento di gruppi di lavoratori svantaggiati, poiché tali politiche sono considerate discriminazioni al Libero Mercato (WTO: Accordo Governativo sugli Appalti - Principio del Trattamento Nazionale ecc.).

4) accentrano nelle mani di poche multinazionali i brevetti della maggioranza dei principi attivi e delle piante che si usano per i farmaci o per l'agricoltura, poiché permettono la brevettabilità privata delle forme viventi e tutelano quei brevetti per 20 anni. Inoltre, il fatto che i brevetti siano protetti dal WTO per 20 anni sta alla base anche della mancanza di farmaci salva vita nei Paesi poveri. (WTO: Accordo TRIPS sulla Proprietà Intellettuale).

5) stanno promuovendo a tutto spiano la privatizzazione e l’apertura al Libero Mercato estero di praticamente tutti i servizi alla cittadinanza, anche di quelli essenziali come sanità, acqua, istruzione, assistenza agli anziani ecc., con regole che impediranno di fatto agli amministratori locali la tutela dei cittadini meno abbienti che non possono permettersi servizi privati (WTO: Accordo GATS in fase di negoziazione).
E ricordo, se ce ne fosse bisogno, che questi Accordi sono vincolanti su qualsiasi legge nazionale, esautorando quindi i nostri politici dalla gestione della nostra economia nei capitoli che contano.

Terzo organo: I suggeritori.
Prendete un disegno di legge e un decreto in campo economico, persino una finanziaria. Pensateli nelle mani dei politici che li attuano, e ora immaginate cosa gli sta dietro. Cosa? I ‘suggeritori’. Chi sono? Sono i lobbisti, coloro cioè che sono ricevuti in privato da ogni politico che conti al mondo e che gli ‘suggeriscono’ (spesso dettano) i contenuti delle leggi e dei decreti, ma anche delle linee guida di governo e persino dei programmi delle coalizioni elettorali. Le lobby non sono l’invenzione di fantasiosi perditempo della Rete. Sono istituzioni con nomi e cognomi, con uffici, con budget (colossali) di spesa, dove lavorano i migliori cervelli delle pubbliche relazioni in rappresentanza del vero Potere.
In ordine di potenza di fuoco, vi sono ovviamente le lobbies internazionali, quelle europee e infine quelle italiane. Parto da queste ultime. Va detto subito che nel nostro Paese l’interferenza dei ‘suggeritori’ non ha mai raggiunto i livelli di strapotere degli omologhi americani o europei, il cui operato tuttavia detta legge per contagio anche in casa nostra. Ma nondimeno essa c’è, e non va trascurata, anche perché in Italia esiste un vuoto normativo totale sull’attività delle lobbies: dopo decine di proposte di legge, nessuna di esse è mai approdata alla Gazzetta Ufficiale. I lobbisti italiani sono circa un migliaio, organizzati in diverse aziende fra cui spunta la Reti , fatturato 6 milioni di euro annui e gestione di un ex d’Alemiano di ferro, Claudio Velardi (altri gruppi: Cattaneo Zanetto & co., VM Relazioni Istituzionali, Burson-Marsteller, Beretta-Di Lorenzo & partners…). La proiezione per il futuro dei ‘suggeritori’ italiani è di almeno diecimila unità entro dieci anni, almeno secondo le richieste dei gruppi più noti. In assenza di regole, dunque, le cose funzionano così: si sfrutta la legge berlusconiana per il finanziamento ai partiti che permette finanziamenti occulti alle formazioni politiche fino a 50.000 euro per ciascun donatore, con la possibilità per la lobby di turno di far versare 49.999 euro dal banchiere A, altri 49.999 da sua moglie, altri 49.999 da suo figlio, ecc. all’infinito. In questo modo, con una stima basata sui bilanci passati, si calcola che il denaro sommerso versato alla politica italiana ammonti a diverse decine di milioni di euro all’anno, provenienti dai settori edile, autostradale, metallurgico, sanitario privato, bancario, televisivo, immobiliare fra gli altri. Le ricadute sui cittadini sono poi leggi e regolamenti che vanno a modificare spesso in peggio la nostra economia di vita e di lavoro. Un solo dato che fa riflettere: mentre appare ovvio che le grosse cifre siano spese per i ‘suggerimenti’ ai due maggiori partiti italiani, colpisce che l’UDC si sia intascata in offerte esterne qualcosa come 2.200.000 euro nel 2008, di cui l’80% da un singolo lobbista (l’immobiliarista Caltagirone). Chi di voi pensa ancora che il Potere siano i politici a Roma, pensi alla libertà di Pierferdinando Casini nel legiferare in campo immobiliare, tanto per fare un esempio. Ma non solo: Antonio di Pietro incassa 50.000 euro dalla famiglia Lagostena Bassi, che controlla il mercato delle Tv locali ma che contemporaneamente serve Silvio Berlusconi e foraggia la Lega Nord. Un obolo a fondo perduto? Improbabile. Il Cavaliere poi, non ne parliamo neppure; è fatto noto che il criticatissimo ponte sullo stretto di Messina, con le ricadute che avrà su tutti gli italiani, non è certo figlio delle idee di Berlusconi, piuttosto di tal Marcellino Gavio, titolare del gruppo omonimo e primo in lizza per l’impresa, ma anche primo come finanziamenti al PDL con i 650.000 euro versati l’anno scorso.

I ‘suggeritori’ americani… che dire. Negli USA l’industria delle lobby economiche non è più neppure riconoscibile dal potere politico, veramente non si capisce dove finiscano le prime e dove inizi il secondo. Troppo da raccontare, una storia immensa, che posso però riassumere con alcuni sketch. Lobby del petrolio e amministrazione di George W. Bush, risultato: due guerre illegali e sanguinarie (Iraq e Afghanistan), montagne di morti (oltre 2 milioni), crimini di guerra, l’intera comunità internazionale in pericolo, il prezzo del petrolio alle stelle, di conseguenza il costo della nostra vita alle stelle, ma alle stelle anche i profitti dei petrolieri. Chi ha deciso? Risposta: i membri della sopraccitata lobby del petrolio, che sono Dick Cheney, James Baker III, l’ex della Enron Kenneth Lay, il presidente del Carlyle Group Frank Carlucci, Robert Zoellick, Thomas White, George Schultz, Jack Sheehan, Don Evans, Paul O’Neil; a servizio di Shell, Mobil, Union Carbide, Huntsman, Amoco, Exxon, Alcoa, Conoco, Carlyle, Halliburton, Kellog Brown & Root, Bechtel, e Enron. George W. Bush è il politico più ‘oliato’ nella Storia americana, con, solo dalle casse dei giganti di petrolio e gas, un bottino di oltre 1 milione e settecentomila dollari.
Lobby finanziaria/assicurativa e Barak Obama: nel 2008 crollano le banche USA dopo aver truffato milioni di esseri umani e migliaia di altre banche internazionali, 7 milioni di famiglie americane perdono il lavoro, l’intera economia mondiale va a picco, Italia inclusa. Obama firma un’emorragia di denaro pubblico dopo l’altra per salvare il deretano dei banchieri truffatori e per rianimare l’economia (dai 5 mila miliardi di dollari agli 11 mila secondo le stime), senza che neppure uno di quei gaglioffi finisca in galera. Anzi: il suo governo ha chiamato a ripulire i disastri di questa crisi globale gli stessi personaggi che l’hanno creata. Invece di farli fallire e di impiegare il denaro pubblico per la gente in difficoltà, Obama e il suo ministro del Tesoro Timothy Geithner gli hanno offerto una montagna di denaro facile affinché comprino i debiti delle banche fallite. Funziona così: questi delinquenti hanno ricevuto da Washington l’85% del denaro necessario per comprare quei debiti, mentre loro ne metteranno solo il 15%. Se le cose gli andranno bene, se cioè ritorneranno a guadagnare, si intascheranno tutti i profitti; se invece andranno male, essi ci rimetteranno solo il 15%, perché l’85% lo ha messo il governo USA e non è da restituire (i fondi così regalati si chiamano non-recourse loans). E’ il solito “socialismo al limone: le perdite sono dei contribuenti e i profitti sono degli investitori privati”. Non solo: il presidente propone nell’estate del 2009 una regolamentazione del settore finanziario che il Washington Post ha deriso definendola “Priva di un’analisi delle cause della crisi… e senza alcun vero controllo sugli hedge funds, gli equity funds, e gli investitori strutturati”, cioè nessun vero limite agli speculatori che causarono la catastrofe. Domanda: quanto denaro ha preso Obama in campagna elettorale dalle lobby finanziarie? Risposta: 38 milioni di dollari. Allora, chi comanda? Il Presidente o le lobby del Potere?

Poi ci sono i 45 milioni di americani senza assistenza sanitaria. Obama propone una falsa riforma della Sanità per tutelare gli esclusi, ma che, nonostante le sciocchezze scritte dai media italiani, non ha nulla di pubblico ed è un ulteriore regalo ai giganti delle assicurazioni private americane. Domanda: quanto denaro ha preso Obama in campagna elettorale dalle lobby assicurative e sanitarie? Risposta: oltre 20 milioni di dollari. Allora, chi comanda? Il Presidente o le lobby del Potere?
Washington è invasa ogni santo giorno da qualcosa come 16.000 o 40.000 lobbisti a seconda che siano registrati o meno, la cui percezione del potere che esercitano è cristallina al punto da spingere uno di loro,
Robert L. Livingston, a sbottare entusiasta “Ci sono affari senza limiti per noi là fuori!”, mentre dalle finestre del suo ufficio spiava le sedi del Congresso USA.
Ma l’ultimo sketch del potere dei ‘suggeritori’, sempre in ambito americano, è quello delle lobby ebraiche. Qui il dibattito è aperto, fra coloro che sostengono che sono quelle lobby a gestire interamente la politica statunitense nel teatro mediorientale, e coloro che lo negano. Personalmente credo più alla prima ipotesi, ma la sostanza non cambia: di fatto ci troviamo ancora una volta di fronte alla dimostrazione che neppure il governo più potente del mondo può sottrarsi ai condizionamenti del Potere vero. Ecco un paio di illustri esempi: nella primavera del 2002, proprio mentre l’esercito israeliano reinvadeva i Territori Occupati con i consueti massacri indiscriminati di civili, un gruppo di eminenti sostenitori americani d’Israele teneva una conferenza a Washington, dove a rappresentare l’amministrazione di George W. Bush fu invitato l’allora vice ministro della difesa Paul Wolfowitz, noto neoconservatore di estrema destra e aperto sostenitore della nazione ebraica. Lo scomparso Edward Said, professore di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York e uno degli intellettuali americani più rispettati del ventesimo secolo, ha raccontato un particolare di quell’evento con le seguenti parole: “Wolfowitz fece quello che tutti gli altri avevano fatto – esaltò Israele e gli offrì il suo totale e incondizionato appoggio – ma inaspettatamente durante la sua relazione fece un fugace riferimento alla ‘sofferenza dei palestinesi’. A causa di quella frase fu fischiato così ferocemente e per così a lungo che non potè terminare il suo discorso, abbandonando il podio nella vergogna.” Stiamo parlando di uno dei politici più potenti del terzo millennio, di un uomo con un accesso diretto alla Casa Bianca e che molti accreditano come l’eminenza grigia dietro ogni atto dello stesso ex presidente degli Stati Uniti. Eppure gli bastò sgarrare di tre sole parole nel suo asservimento allo Stato d’Israele per essere umiliato in pubblico e senza timori da chi, evidentemente, conta più di lui nell’America di oggi. Le lobby ebraiche d’America hanno nomi noti: AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ZOA (Zionist Organization of America), AFSI (Americans for a Safe Israel), CPMAJO (Conference of Presidents of Major American Jewish Organisatios), INEP (Institute for Near East Policy), JDL (Jewish Defense League), B’nai Brith, ADL (Anti Defamation League), AJC (American Jewish Committee), Haddasah. Nei corridoi del Congresso americano possono creare seri grattacapi a Senatori e Deputati indistintamente. Un fronte compatto che secondo lo stesso Edward Said “può distruggere una carriera politica staccando un assegno”, in riferimento alle generose donazioni che quei gruppi elargiscono ai due maggiori partiti d’oltreoceano.

Nel 1992 George Bush senior ebbe l’ardire (e la sconsideratezza) a pochi mesi da una sua possibile rielezione alla Casa Bianca di minacciare Tel Aviv con il blocco di dieci miliardi di dollari in aiuti se non avesse messo un freno agli insediamenti ebraici nei Territori Occupati. Passo falso: gli elettori ebrei americani, che già per tradizione sono propensi al voto Democratico, svanirono davanti ai suoi occhi in seguito alle sollecitazioni delle lobby, e nel conto finale dei voti Bush si trovò con un misero 12% dell’elettorato ebraico contro il 35% che aveva incassato nel 1988. Al contrario, la campagna elettorale del suo rivale Bill Clinton fu invece innaffiata dai lauti finanziamenti proprio di quelle organizzazioni di sostenitori d’Israele, che l’allora presidente aveva in tal modo alienato.
E in ultimo l’Europa, cioè l’Unione Europea. Che alla fine significa Brussell, cioè la Commissione Europea , che è il vero centro decisionale del continente, e che dopo la ratifica del Trattato di Lisbona è divenuta il super governo non eletto di tutti noi, con poteri immensi. A Brussell brulicano dai 15.000 ai 20.000 lobbisti, che spendono un miliardo di euro all’anno per ‘suggerire’ le politiche e le leggi a chi le deve formulare.
E come sempre, eccovi i nomi dei maggiori gruppi: Trans Atlantic Business Dialogue (TABD) - European Services Leaders Group (ESLG) – International Chamber of Commerce (ICC) – Investment Network (IN) – European Roundtable of Industrialists (ERT) – Liberalization of Trade in Servicies (LOTIS), European Banking Federation, International Capital Market Association e altri. Il loro strapotere può essere reso dicendovi che per esempio l’Investment Network si riuniva direttamente dentro il palazzo della Commissione Europea a Bruxelles, o che il TABD compilava liste di suoi desideri che consegnava alla Commissione da cui poi pretendeva un resoconto scritto sull’obbedienza a quegli ordini. Le aziende rappresentate sono migliaia, fra cui cito una serie di nomi noti: Fiat e Pirelli, Barilla, Canon e Kodak, Johnson & Johnson, Motorola, Ericsson e Nokia, Time Warner, Rank Xerox e Microsoft, Boeing (che fa anche armi), Dow Chemicals, Danone, Candy, Shell, Microsoft, Hewlett Packard, IBM, Carlsberg, Glaxo, Bayer, Hoffman La Roche , Pfizer, Merck, e poi banche, assicurazioni, investitori…
Mi fermo. Il rischio nel continuare è che si perda di vista il punto capitale, ovvero l’assedio che i lobbisti pongono alla politica. Esso, oltre a dimostrare ancora una volta che il potere reale sta nei primi e non nella seconda, è un vero e proprio attentato alla democrazia. Poiché ha ormai snaturato del tutto il principio costituzionale di ogni nazione civile, secondo cui i rappresentanti eletti devono fare gli interessi delle maggioranze dei cittadini e tutelare le minoranze, non essere gli stuoini delle elite e dei loro ‘suggeritori’.

Quarto organo: Think Tanks
Letteralmente “serbatoi di pensiero” nella traduzione in italiano, le Think Tanks sono esattamente ciò, ovvero fondazioni dove alcuni fra i migliori cervelli si trovano per partorire idee. Il loro potere sta nell’assunto che apre questa mia trattazione, e cioè che sono le idee a dominare sia la Storia che la politica, e di conseguenza la nostra vita, in particolare l’idea economica. Lewis Powell lo comprese assai bene nel 1971, quando diede il via alla riscossa delle elite e alla fine della democrazia partecipativa dei cittadini (si legga ‘Ecco come morimmo’, paolobarnard.info). Infatti egli scrisse: “C’è una guerra ideologica contro il sistema delle imprese e i valori della società occidentale”. La parola ‘ideologica’ è la chiave di lettura qui, volendo dire che se le destre economiche ambivano a riconquistare il mondo, se ambivano a sottomettere la politica, cioè a divenire il vero Potere, si dovevano armare di idee in grado di scalzare ogni altro sistema di vita. Ecco che dalle sue parole nacquero le prime Think Tanks, come la Heritage Foundation , il Manhattan Institute, il Cato Institute, o Accuracy in Academe. La loro strategia era semplice: raccogliere denaro da donatori facoltosi, raccattare nelle università i cervelli più brillanti, pomparli di sapere a senso unico, di attestati prestigiosi, e immetterli nel sistema di comando della società infiltrandolo tutto. Per darvi un’idea di che razza di impatto queste Think Tanks sono riuscite ad avere, cito alcuni fatti. Nel solo campo del Libero Mercato, cioè dell’idea economica del vero Potere, ve ne sono oggi 336, piazzate oltre che nei Paesi ricchi anche in nazioni strategiche come l’Argentina e il Brasile, l’Est Europa, l’Africa, l’India, la Cina , le ex repubbliche sovietiche dell’Asia, oltre che in Italia (Adam Smith Soc., CMSS, ICER, Ist. Bruno Leoni, Acton Ist.). Alcune hanno nomi sfacciati, come la Minimal Government , la The Boss , o la Philanthropy Roundtable ; una delle più note e aggressive è l’Adam Smith Institute di Londra, che ostenta un’arroganza di potere tale da vantare come proprio motto questo: “Solo ieri le nostre idee erano considerate sulla soglia della follia. Oggi stanno sulle soglie dei Parlamenti”. Di nuovo, il fatto è sempre lo stesso: la politica è la marionetta, o, al meglio, è il braccio esecutivo del vero Potere. Infatti, l’osservatore attento avrà notato che assai spesso i nostri ministri economici, i nostri banchieri centrali, ma anche presidenti del consiglio (Draghi e Prodi su tutti) si trovano a cene o convegni presso queste fondazioni/Think Tanks, di cui in qualche raro caso i Tg locali danno notizia. In apparenza cerimonie paludate e noiose, in realtà ciò che vi accade è che ministri, banchieri e premier vi si recano per dar conto di ciò che hanno fatto per compiacere all’idea economica del vero Potere. Nel 1982, l’Adam Smith pubblicò il notorio Omega Project, uno studio che ebbe ripercussioni enormi sulla gestione delle nostre vite di lavoratori ordinari, e dove si leggeva che i suoi scopi erano di “fornire un percorso completo per ogni governo basato sui principi di Libero Mercato, minime tasse, minime regolamentazioni per il business e governi più marginali (sic)”. In altre parole tutto ciò che ha già divorato la vita pubblica in Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e che sta oggi “sulla soglia del Parlamento” in Italia.

Quinto organo: l’Europa dei burocrati non eletti
Non mi ripeto, poiché questo capitolo è già esaustivamente descritto qui http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=139. Ma ribadisco il punto centrale: dopo la ratifica del “colpo di Stato in Europa” che prende il nome di Trattato di Lisbona, 500 milioni di europei saranno a breve governati da elite di burocrati non eletti secondo principi economici, politici e sociali interamente schierati dalla parte del vero Potere di cui si sta trattando qui, e che nessuno di noi ha potuto scegliere né discutere. Il governo italiano ha ratificato questo obbrobrio giuridico senza fiatare, obbedendo come sempre.

Sesto Organo: il Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali
Era il 16 Settembre del 1992, un mercoledì. Quel giorno un singolo individuo decise di spezzare la schiena alla Gran Bretagna. Si badi bene, non al Burkina Faso, alla Gran Bretagna. E lo fece. George Soros, un investitore e speculatore internazionale, vendette di colpo qualcosa come 10 miliardi di sterline, causando il collasso del valore della moneta inglese che fu così espulsa dal Sistema Monetario Europeo. Soros si intascò oltre 1 miliardo di dollari, ma milioni di inglesi piansero lacrime amare e il governo di Londra ne fu umiliato.
Era l’agosto del 1998, e nel caldo torrido di New York un singolo individuo contemplò il crollo dei mercati mondiali per causa sua. John Meriwether, un investitore e speculatore internazionale, aveva giocato sporco per anni e irretito praticamente tutte le maggiori banche del mondo con 4,6 miliardi di dollari ad alto rischio. La sua compagnia, Long-Term Capital Management, era nota a Wall Street perché i suoi manager si fregiavano del titolo di ‘I padroni dell’universo’, cioè pochi individui ubriachi del proprio potere. Meriwether perse tutto, e i mercati del mondo, che alla fine sono i nostri posti di lavoro, tremarono. La Federal Reserve di New York dovette intervenire in emergenza col solito salvataggio a spese dei contribuenti.
Era l’anno scorso, e in un ufficio londinese dell’assicurazione americana AIG, un singolo individuo, di nuovo un investitore e speculatore internazionale di nome Joseph Cassano, dovette prender su la cornetta del telefono e dire alla Casa Bianca “… ho mandato al diavolo la vostra economia, sorry”. E lo aveva veramente fatto. Questa volta la truffa dei suoi investimenti era di 500 miliardi di dollari, le solite banche internazionali (italiane incluse) vi erano dentro fino al collo con cifre da migliaia di miliardi di dollari a rischio. Panico mondiale, fine del credito al mondo del lavoro di quasi tutto il pianeta e, sul piatto di noi cittadini, ecco servita la crisi economica più pericolosa dal 1929 a oggi. Ovvero le solite lacrime amare, veramente amare, per le famiglie di Toronto come per quelle di Perugia, per quelle di Cincinnati come per quelle di Lione, a Vercelli come a Madrid ecc. Per non parlare degli ultimi della Terra…

Tre storie terribilmente vere, che descrivono chiaro, anzi, chiarissimo, cosa si intende per il ‘Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali’, e quale sia il loro sterminato potere nel mondo di oggi. Altro che Tremonti o Confindustria. Nel mondo odierno esiste una comunità di singoli individui privati capaci di movimentare quantità di ricchezze talmente colossali da scardinare in poche ore l’economia di un Paese ricco, o le economie di centinaia di milioni di lavoratori che per esse hanno faticato un’intera vita, cioè famiglie sul lastrico, aziende che chiudono. Le loro decisioni sono come sentenze planetarie. Inappellabili. Si pensi, se è possibile pensare un’enormità simile, che costoro stanno facendo oscillare sul Pianeta qualcosa come 525 mila miliardi di dollari in soli prodotti finanziari ‘derivati’, cioè denaro ad altissimo rischio di bancarotta improvvisa. 525 mila miliardi… Vi offro un termine di paragone per capire: il Prodotto Interno Lordo degli USA è di 14 mila miliardi di dollari. Rende l’idea? L’Italia dipende come qualsiasi altra nazione dagli investitori esteri, per cifre che si aggirano sui 40 miliardi di euro all’anno, cioè più di due finanziarie dello Stato messe assieme. Immaginate se una cifra simile dovesse sparire dalla nostra economia oggi. Nel 2008 è quasi successo, infatti ne sono scomparsi di colpo più della metà (57%) col risultato in termini di perdita di posti di lavoro, precarizzazione, e relativo effetto domino sull’economia di cui ci parla la cronaca. Ripeto: qualcuno che non sta a palazzo Chigi, decide che all’Italia va sottratto il valore di oltre un’intera finanziaria. Così, da un anno all’altro, una cifra pari a tutto quello che lo Stato riesce a spendere per i cittadini gli viene sottratta dal ‘Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali’, a capriccio. Questa tirannia del vero Potere prende il nome tecnico di Capital Flight (letteralmente capitali che prendono il volo), ed è interessante constatare il candore con cui il ‘Tribunale’ descrive la pratica: basta leggere Investors.com là dove dice che “Capital Flight è lo spostamento di denaro in cerca di maggiori profitti… cioè flussi enormi di capitali in uscita da un Paese… spesso così enormi da incidere su tutto il sistema finanziario di una nazione”. Peccato che di mezzo ci siano i soliti ingombranti esseri umani a milioni. Oltre al caso italiano, si pensi alla Francia, altro Stato ricco e potente, ma non a sufficienza per sfuggire alle sentenze del ‘Tribunale’, che ha punito l’Eliseo con una fuga di capitali pari a 125 miliardi di dollari per aver legiferato una singola tassa sgradita al business.

Conclusione
Gli organi esecutivi del vero Potere non si limitano a questi sei, vi si potrebbe aggiungere il World Economic Forum, il Codex Alimentarius, l’FMI, il sistema delle Banche Centrali, le multinazionali del farmaco. Ma quelli menzionati sono gli essenziali da conoscere, i primari. Un’ultima brevissima nota va dedicata alle mafie regionali, che sono spesso erroneamente annoverate fra i poteri forti (e non posso purtroppo entrare qui nel perché siano un così caratteristico fenomeno italiano). La lotta ad esse è sacrosanta, ma il potere che gli verrebbe sottratto da una eventuale vittoria della società civile è prima nulla a confronto di quanto illustrato sopra, e in secondo luogo è comunque un potere concessogli da altri. Traffico di droga, prostituzione, traffico d’armi, e riciclaggio di rifiuti tossici sono servizi che le mafie praticano per conto di committenti sempre riconducibili al vero Potere, o perché da esso condizionati oppure perché suoi ingranaggi importanti. Serva qui quanto mostrato nel 1994 dal programma d’inchiesta ‘Panorama’ della BBC, dove un insider della criminalità organizzata britannica si rese disponibile a condurre il reporter nel cuore della “mafia più potente del mondo”, a Londra. L’auto su cui viaggiavano con telecamera nascosta si fermò a destinazione… nel centro della City finanziaria della capitale. Indicando dal finestrino i grattacieli dei giganti del business internazionale, il pentito disse: “Eccoli, stanno tutti lì”. (si pensi che il giro d’affari mondiale delle Cosche è stimato sugli 80 miliardi di dollari, che sono un terzo del giro d’affari di una singola multinazionale del farmaco come la Pfizer )

Se queste mie righe sono state efficaci, a questo punto i lettori dovrebbero volgere lo sguardo a quegli ometti in doppiopetto blu che ballonzolano le sera nei nostri Tg con il prefisso On., o il suffisso PDL, PD, UDC, e dovrebbero averne, non dico pietà, ma almeno vederli per quello che sono: le marionette di un altro Potere. Ma soprattutto, i lettori dovrebbero finalmente poter connettere i punti del puzzle, e aver capito da dove vengono in realtà i problemi capitali della nostra vita di cittadini, o addirittura i drammi quotidiani che tante famiglie di lavoratori patiscono, cioè chi li decise, chi li decide oggi e come si chiamano costoro. Da qui una semplice considerazione: se vi sta a cuore la democrazia, la giustizia sociale, e la vostra economia quotidiana di lavoro e di servizi essenziali alla persona, allora dovete colpire chi veramente opera per sottrarceli, cioè il vero Potere. Ci si organizzi per svelarlo al grande pubblico e per finalmente bloccarlo. Ora lo conoscete, e soprattutto ora sapete che razza di macchina micidiale, immensa e possente esso è. Risulta ovvio da ciò che gli attuali metodi di lotta dei Movimenti sono pietosamente inadeguati, infantili chimere, fuochi di paglia, che mai un singolo attimo hanno impensierito quel vero Potere. Di conseguenza lancio un appello ancora una volta:

VA COMPRESO CHE PER ARGINARE UN TITANO DI QUELLA POSTA L’UNICA SPERANZA E’ OPPORGLI UN’ORGANIZZAZIONE DI ATTIVISTI E DI COMUNICATORI ECCEZIONALMENTE COMPATTA, FINANZIATA, FERRATA, DISCIPLINATA, SU TUTTO IL TERRITORIO, AL LAVORO SEMPRE, IMPLACABILE, NEI LUOGHI DELLA GENTE COMUNE, PER ANNI.
Paolo Barnard

06 dicembre 2009

La crisi di Dubai è la crisi del sistema dei "salvataggi" centrato a Londra


Quella che viene chiamata la "crisi di Dubai" è in realtà il crollo del sistema monetario globale centrato a Londra. Lungi dall'essere un luogo periferico, Dubai svolge un ruolo chiave nell'organizzazione di riciclaggio dei proventi criminali dell'impero.

La cosiddetta crisi è diventata ufficiale il 25 novembre, quando Dubai World, l'azienda della famiglia reale dell'Emirato, ha chiesto una moratoria sui debiti di sei mesi. Dubai World ha circa 60 miliardi di dollari di debiti, la metà dei quali verso le banche europee. L'annuncio ha ovviamente provocato una frana nei mercati azionari di tutto il mondo, colpendo particolarmente i titoli bancari.

I debiti di Dubai World hanno finanziato una delle fantasie più bizzarre dell'attuale bisca finanziaria: trasformare il Dubai in un centro ricreativo internazionale creando isole artificiali, centri commerciali, hotel di lusso e torri vertiginose piene di ogni amenità, tranne che il buon gusto. Il sistema è sembrato funzionare per un po', ma poi il sistema finanziario è scoppiato, e i valori immobiliari sono crollati del 50%.

Ma l'ammontare del debito e dei valori immobiliari è quasi triviale, paragonato ai flussi di denaro sotterranei che formano l'economia di Dubai. Questo piccolo emirato è il centro del mercato nero dell'impero, la capitale finanziaria del flusso di denaro sporco della droga e di altre attività illecite. Dubai oggi svolge un ruolo simile a quello di Hong Kong all'inizio dell'Impero Britannico, e ospita nei suoi grattacieli i più potenti narcotrafficanti, tra cui i signori della droga dell'Afghanistan. Questo è il segreto della sua fortuna come centro finanziario.

Dubai è gestito completamente da Londra, costruito con soldi della City e da imprese di costruzione del Regno Unito. La maggior parte degli enti governativi ha un membro della famiglia reale come titolare, e un suddito britannico come vice e vero manager. Non dovrebbe sorprendere che lo sceicco Mohammed, il sovrano di Dubai, si è recato a Londra per incontrare la Regina Elisabetta, il Primo ministro Gordon Brown e altri dignitari della City nei giorni immediatamente precedenti all'annuncio di moratoria. Come ha poi dichiarato lo stesso sceicco, la cosa è stata "accuratamente pianificata in anticipo".

by Movisol