31 luglio 2012

Italia sotto tutela bancaria

Una recentissima indagine commissionata da Unioncamere e Ministero del Lavoro sul terzo trimestre 2012 ci dice che nel periodo luglio-settembre i contratti a tempo indeterminato in Italia saranno solo il 19,8% su quasi 159 mila. L’Istat invece ai primi di giugno di quest’anno forniva i dati inquietanti sulla disoccupazione, che nel primo trimestre si sarebbe attestata al 10,9% con un aumento su base annua del 2,3 %, con una disoccupazione giovanile che è oramai oltre il 35 %, mentre i posti di lavoro persi tra marzo e aprile sono ben trentotto mila. Ebbene di fronte a dati di questo genere qualsiasi governo con un minimo di decenza si sarebbe dimesso e il Parlamento, luogo oramai deputato in Italia solo a fornire agi e privilegi a degli incompetenti nulla facenti, sarebbe sciolto da un Capo dello Stato serio e credibile. E invece c’è stato imposto il “ Fiscal Compact” (già il termine inglese suona meglio nel continuo scimmiottare Londra da parte dei peones della politica nostrana), ad eccezione della Gran Bretagna e Repubblica Ceca che non l’hanno accettato, che ci impone rigorosamente, per chi ha un debito pubblico superiore al 60% del Pil, di restare sotto tale soglia (a oggi il rapporto tra debito pubblico e Pil ammonta al 123,3%), con l’obbligo per chi sfora tale percentuale di rientrarvi nell’arco di 20 anni per un ventesimo della quota che sfora il 60 % da versare ogni anno. Questo significa che gli italiani dovranno per i prossimi 20 anni subire tagli alla spesa pubblica per ben 45 miliardi di euro l’anno! Una cifra colossale, che colpirà soprattutto i ceti medio bassi, anche paragonata all’altra stangata infertaci dal governo delle banche, lo “Spending Review” (anche qui l’inglese è d’obbligo perché fa tanto british e bocconiano) che ammonta a 29 miliardi in tre anni. Un vero salasso in barba alle ridicolaggini sulla crescita e altre amenità che escono ogni giorno dalla bocca del senile professore che siede a Palazzo Chigi. A ciò si deve aggiungere l’altro mostro partorito dalla burocrazia di Bruxelles e Francoforte, il MES - Meccanismo Europeo di Stabilità - che obbliga l’Italia a versare 15 miliardi in 5 anni a sostegno del fondo salva banche. Non c’è che dire, una fine davvero ingloriosa per la nostra penisola, che dopo essere “stata liberata” nel 1945 dalle armate degli invasori anglo-americani, e da allora sempre occupata militarmente, oggi si avvia alla totale estinzione anche economica e sociale per opera degli stessi di allora. Adattando la celebre frase di Von Clausewitz, che vedeva nella guerra il proseguimento della politica con altri mezzi, verrebbe da dire che qui si tratta dell’economia che prosegue la guerra con altri mezzi. Non contenta la BCE, che non risponde a nessun governo eletto, alla faccia di chi vuole esportare nel mondo a suon di bombe questo modello Occidentale, e che muove le fila al governo Monti, si diletta quotidianamente a darci consigli su come ridurre la disoccupazione con le solite soluzioni lacrime e sangue: “Salari più bassi e maggior flessibilità”, peccato però che i prezzi di prima necessità aumentino costantemente, e prosegue… “in vari Paesi la correzione al ribasso dei salari è stata modesta e ciò nonostante l’aumento della disoccupazione; solo la moderazione salariale e la flessibilità possono riallocare i lavoratori in esubero”. Più chiari di così! A fronte di simili esternazioni, che lasciano il tempo che trovano e aspettano sempre una conferma sul campo mai arrivata, che hanno come unico obiettivo distruggere ogni certezza contrattuale e salariale e ridurre ancor di più quello che resta di Stato Sociale in Italia e in Europa, nessun politico italiano e sindacalista ha sentito il dovere di dire in modo chiaro come stanno realmente le cose e dichiarare apertamente che il “Re è nudo” e che in Italia vi è in atto tutt’ora un vero e proprio colpo di Stato finanziario: finiti i tempi delle divise che sapevano tanto di America Latina, ora si vestono in giacca e cravatta. La BCE, il FMI, l’Ue e i loro camerieri inseriti a vari livelli nei governi europei, stanno operando una sistematica distruzione di tutte le conquiste sociali fatte dal lontano 1930 a oggi, con la Fornero come “Cavallo di Troia” inserito nella cittadella del lavoro, mentre il governo di Mr. Monti, quello che durante il recente viaggio a Mosca, incurante del ridicolo e della nullità del suo governo in campo internazionale, si è addirittura paragonato a uno statista nell’intervista concessa a Itar Tass e diffusa dalla tv “Russia 24”. Sta solo eseguendo i compiti affidatigli dall’oligarchia anglosassone e mondialista. Con la scusa dello spread, a colpi di machete si taglia tutto quello che c’è da tagliare di sociale, scuola, università, sanità, pensioni, salari, servizi sociali, trasporti pubblici, senza però toccare le banche e i loro interessi, nella speranza di spremere tutto quello che si può ora e subito, finché è ancora possibile, non per cercare un impossibile pareggio di bilancio, pia illusione poiché paghiamo interessi su interessi usurai, ma di far affluire nuovi capitali nelle casse degli istituti di credito in nome di quel debito pubblico che non è altro che il signoraggio operato dalla BCE che stampa e presta a usura il denaro, poi che vada tutto al diavolo. Una Fornero saccente e prepotente, che uscita dal cilindro del mondo bancario, come gran parte degli accoliti di Mr Monti, predica le solite ricette fasulle e portatrici di miseria in salsa liberista, “facilità di licenziamento, flessibilità-precarietà, moderazione salariale, tagli occupazionali, meno diritti”. Tutte cose già viste fuori Europa, dove sono state applicate a man bassa nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo e in America Latina in passato e dove hanno solo portato un abbassamento drastico del tenore di vita della popolazione, ma al tempo stesso, guarda caso, a un aumento dei profitti delle multinazionali e del sistema bancario internazionale e all’oligarchia di quelle nazioni. E ora questa economista da quattro soldi, ben piazzata ovunque con tutta la famiglia, che ripete a memoria la lezioncina contro il posto fisso, sta dettando legge nella più completa libertà d’azione, incurante dei danni sociali che sta arrecando, ringraziando ogni giorni gli ex sindacati oramai solo di nome come Cigl Cisl Uil e Ugl, che erano pronti a mobilitarsi in un non lontano passato, un giorno sì e l’altro pure contro Berlusconi. Ora tutti costoro, invece di far scendere in strada i lavoratori in uno sciopero generale ad oltranza, fanno spallucce e lanciano solo flebili proclami degni del Ferragosto contro il governo e la “professoressa” ministra. Però la coppia dei distruttori dell’Italia nulla sarebbe se non avesse alle spalle quel Mario Draghi, mentore del potere finanziario e bancario, che sta dettando le regole agli ignavi governi dell’Ue (tranne i britannici ovviamente, che di quel potere fanno parte integrante da sempre e che dopo essersi tenuti saldamente la loro sterlina, non accettano “Fiscal Compact” di sorta e imposizioni da Bruxelles e Francoforte; loro sono uno Stato sovrano non una colonia come l’Italietta del neoresistenziale Napolitano). Proprio il saccente Draghi, che oramai si sente un piccolo dio in terra, ci dice che “l’euro è irreversibile”, come se nella storia ci fosse mai stato un qualcosa d’irreversibile, e che quindi, “forte del sostegno dei governi, nulla cambierà in futuro”. Si dovrò proseguire sulla stessa strada intrapresa per l’Italia, la Spagna e la Grecia, in altre parole dopo che le solite note agenzie di rating hanno declassato gli Stati ecco arrivare i prestiti usurai in cambio però delle cosiddette riforme strutturali, così le chiama il banchiere di Francoforte, non lo chiamiamo statista per non indispettire l’altro, quello vero, il bocconiano di casa nostra, che sono anche queste sempre le solite e arcinote e con il classico obiettivo. Totale deregolamentazione del mondo del lavoro, che significa globalizzazione e quindi peggioramento del livello di vita dei lavoratori a vantaggio dei grandi gruppi internazionali e della concorrenza al ribasso dei Paesi che non hanno alcuna garanzia sociale e salariale. Si produrranno le stesse cose a costi inferiori e con maggiori profitti per gli investitori esteri che verranno in Italia o in Europa. Marchionne ne è il tipico esempio: dopo avere la Fiat succhiato per decenni contributi statali, ora apre fabbriche all’estero, come in Serbia, dove la mano d’opera costa meno della metà che in Italia, per poi rivendere il prodotto finito a prezzo pieno con ricavi ben superiori a quelli che si avrebbero con i lavoratori italiani. Via poi ogni forma di protezionismo economico sia pur minimo, che sempre secondo Draghi inibisce la competitività, certo lui sa bene cosa significhi tutto questo per la nostra economia, perché dall’altra parte dell’Oceano, da dove gli arrivano i compitini ogni giorno, gli Stati Uniti praticano da sempre il più stretto protezionismo, invocando invece l’apertura dei mercati per tutti gli altri popoli in nome del “dio mercato”. Liberalizzazioni, invoca Draghi, che fa rima con privatizzazioni, che a loro volta fanno rima con svendite del patrimonio pubblico nazionale, che così può facilmente entrare nel mirino dei “datori di lavoro” del presidente della BCE, i quali potranno completare la campagna acquisti già iniziata sotto i precedenti imbelli governi di centro sinistra e destra. E, infatti, Mr. Monti è già sulla buona strada visto che ha già dichiarato che “non solo non escludiamo quote dell’attivo del settore pubblico, ma stiamo preparando e presto seguiranno degli atti concreti”, riferendosi questa volta ai patrimoni di Comuni e Regioni, che come quelli dello Stato sono di tutti gli italiani e non certo di un Presidente del Consiglio da nessuno eletto, costruiti nel corso degli anni con i nostri sacrifici e delle generazioni precedenti, ma che ora rischiano di essere spazzati via e ceduti al migliore offerente. E per finire ecco l’affondo finale dell’ex governatore di Bankitalia, con l’invocazione, ma meglio sarebbe dire l’ordine, vista la spocchia da banchiere che si ritrova, a varare al più presto l’Unione di Bilancio, al fine di creare un’entità sovranazionale. Sappiamo bene da chi e in che modo sarebbe poi guidata questa entità, lo stiamo già vedendo e subendo ogni giorno proprio in Italia, dove la politica ha da tempo lasciato il passo al mondo della finanza apolide, la Costituzione è oramai carta straccia, buona solo per i gonzi che ancora credono nella democrazia, mentre tutte le decisioni che contano sono prese altrove, tranne che in Parlamento aula sorda e grigia. di Federico Dal Cortivo

27 luglio 2012

Elezioni anticipate: far votare il Popolo prima che si inferocisca

Mentre incalzano i declassamenti del sistema-Italia da parte delle agenzie di rating (downrating del debito pubblico, di banche, di enti pubblici), mentre lo spread si impenna, mentre le soluzioni annunciate e festeggiate vivono al più due giorni, mentre il contagio greco e spagnolo si fa sempre più pressante, si moltiplicano i contatti a tema monetario tra Monti, Napolitano, Draghi e altre entità più nell’ombra, e vengono divulgati messaggi rassicuranti: niente nuove manovre, niente crisi monetaria, niente rottura dell’Euro, interventi senza tabù da parte della BCE. Ma promesse e rassicurazioni in materia monetaria, come l’esperienza non si stanca di dimostrare, sono solitamente strumentali e mendaci. Mettiamo ora questo quadro in relazione col tema delle elezioni e della riforma elettorale. Napolitano esige la riforma del Porcellum, onde dare (parvenza di) rappresentatività popolare al parlamento, prima delle prossime elezioni politiche. Diverse fonti ventilano un progetto di voto anticipato ad Ottobre. Monti emette ormai effati implicitamente possibilisti in tal senso. Si parla di un patto tra i partiti che lo sostengono per cambiare la legge elettorale (cioè per inventare un nuovo sistema per eleggere sempre gli stessi), impegnarsi congiuntamente a continuare l’appoggio a Monti e alla sua linea di “risanamento” quale che sia il voto dei cittadini, e poi andare alle urne in sicurezza, avendo “rassicurato i mercati e Berlino”. Mi suona molto così: “Cari titolari dei partiti responsabili, se volete rimanere ancora qualche anno in poltrona a gestire la spesa pubblica come siete abituati a fare, dovete vincolare la futura azione del futuro parlamento ad obbedire e votare le veline della BCE, dell’Eurogruppo, della Commissione, impegnandolo sin da ora a fare tutte le riforme e le cessioni di sovranità che saranno richiesti, anche contro la logica e l’interesse nazionale; solo a tale condizione, la BCE, in deroga autocratica al suo statutario divieto a intervenire in tal senso, continuerà a intervenire sottobanco, sul mercato secondario, per comprare, cioè rifinanziare, il debito pubblico italiano evitando il default del paese.” Un rinnovo parlamentare di questo tipo, imposto dall’estero come già lo fu il rinnovo del governo l’anno scorso, servirà ad affrontare il caldissimo autunno-inverno che ci aspetta, quando scadranno gli ammortizzatori sociali in essere ora (e si impennerà quindi il numero degli ufficialmente disoccupati), quando arriverà la seconda stangata dell’Imu, quando si faranno i conti con la moria di imprese e posti di lavoro già percepibile a chi opera in contatto con le pmi e con i lavoratori autonomi, quando si farà una tassa patrimoniale sugli immobili per raschiare il fondo e affossare il paese. Quando, insomma, probabilmente scoppierà la crisi sociale. Tale fedelissimo parlamento fantoccio, necessario complemento di un governo pure calato dall’alto, potrà legiferare per reprimere la protesta popolare, per introdurre nuove tasse e misure straordinarie, per ingabbiare la nazione nelle strutture giuridiche autocratiche decise altrove, assai più affidabilmente di quanto può fare l’attuale parlamento zombie. E, nel farlo, potrà dire: “non rappresentiamo il popolo che democraticamente ci ha eletti; l’opposizione è violenza, follia, rifiuto delle regole.” Ma soprattutto è meglio far votare la gente in autunno, prima che il bubbone scoppi, prima che succeda qualcosa di grave e duro per la vita quotidiana, prima che il governo dia ulteriori e traumatici giri di vite, prima che si sentano pienamente gli affetti della sua politica economica e del dominio tedesco. Andare al voto nel Marzo 2013 vorrebbe dire andare dare lo strumento elettorale in mano a un popolo che sarà inferocito e sfiduciato, anche verso l’UE, verso Napolitano, oltre che verso Monti e i suoi sostenitori. Questa ipotesi spiegherebbe l’attivismo e gli sforzi in corso da parte di premier, Quirinale, BCE e ABC per turare le falle e puntellare il sistema finché non dispongano di un nuovo parlamento a loro misura, per le loro non divulgate strategie. Spiegherebbe anche perché Berlusconi ancora non dichiara la sua linea come candidato a premier: a seconda di come andranno le cose nei prossimi mesi, a seconda che quel piano riesca oppure fallisca, dovrà presentarsi come fedele servitore dell’Europa dei banchieri, oppure acerrimo leader della lotta contro di essi.

26 luglio 2012

L'irresistibile inadeguatezza della politica

Credo che la maggior parte dei cittadini non abbia ancora capito. Per non parlare dei politici, dei sindacalisti, dei rappresentanti di associazioni e gruppi. A giudicare dalla spensieratezza con cui si va in vacanza, si segue il calcio mercato, si discetta di sistemi elettorali, ci si infervora sui matrimoni gay e sulle dimissioni della Minetti, si direbbe che siano davvero pochi gli italiani che si rendono conto di quanto è drammatico questo momento. E allora proviamo a riassumere. Nessuno sa quanto è probabile che l’euro crolli, o che lo Stato italiano fallisca e ci trascini tutti nel baratro. Però questa eventualità, che era decisamente remota fino a qualche tempo fa, ora non è più trascurabile. Può succedere. Speriamo di no, ma può succedere. Questa settimana, o fra un mese, o fra un anno. Non è inutile ricordare che cosa l’eventualità di un default si porterebbe dietro. Primo: una considerevole erosione dei propri risparmi, per chi ne ha; un crollo del valore degli immobili; l’impossibilità – in caso di necessità – di venderli a un prezzo decente. Secondo: un taglio dell’importo delle pensioni, per chi non lavora più; difficoltà di conservare il posto di lavoro, per operai e impiegati; difficoltà di tenere aperte attività economiche, per imprenditori, commercianti, artigiani. Terzo: riduzione della quantità e della qualità delle cure, per i malati; per tutti, problemi di approvvigionamento energetico, perché benzina, riscaldamento, luce elettrica scarseggerebbero e costerebbero di più. Qui mi fermo, perché non è il caso di infierire. Ma il menù è questo. Le dosi possono variare, le portate – ovvero i guai – possono essere abbondanti o striminzite, ma questo è il genere di eventi che accompagnano un default. Ebbene, di fronte a tutto questo – che fortunatamente non è né certo né probabile, e tuttavia sta diventando sempre più possibile – le forze politiche paiono avere completamente smarrito il senso della misura, delle proporzioni, o meglio ancora delle priorità. Ogni giorno ci riserva la sua piccola bega, fra partiti ed entro i partiti, e pochissimi paiono rendersi conto che ci siamo di nuovo pericolosamente avvicinati al baratro. Da qualche giorno si riparla della possibilità di votare subito, ad ottobre, e non sappiamo ancora nulla. Non sappiamo se dovremo rivotare con le liste bloccate del “porcellum” oppure ci sarà una nuova legge elettorale. Non sappiamo se chi ha condanne definitive potrà essere eletto in Parlamento. Non sappiamo quali saranno le forze politiche in campo. Non sappiamo che alleanze faranno i partiti. Non sappiamo chi saranno i candidati premier. Ma soprattutto non abbiamo ancora ascoltato alcuna proposta precisa in materia di politica economica, salvo quella dei cosiddetti montiani, che propongono di andare avanti così, completando le riforme dell’agenda Monti. Eppure, come elettori, avremmo diritto di sapere come le principali forze politiche del paese intendono evitare il default e, se possibile, riavviare un minimo di crescita economica. Ma attenzione, quando dico che avremmo il diritto di sapere, non mi riferisco ai soliti elenchi di impegni generici, velleitari, o privi di copertura finanziaria. Oggi meno che mai, come elettori, possiamo accontentarci del consueto minestrone elettorale: crescita, coesione sociale, equità, sgravi fiscali, lotta all’evasione fiscale, riduzione degli sprechi, federalismo, rilancio del mezzogiorno. I progetti delle forze politiche che si candidano a governare il paese dovrebbero essere dettagliati e finanziariamente sostenibili, e soprattutto chiari nel loro rapporto con quel che Monti ha fatto fin qui. Non sono fra quanti pensano che Monti abbia fatto il massimo possibile, e anzi ritengo che abbia commesso qualche notevole sbaglio. Ma mi spaventa di più la completa mancanza di analisi credibili da parte delle forze che lo criticano, o lo sostengono fra mille distinguo e prese di distanza. Né Bersani, né Alfano, né Grillo – leader delle tre principali forze in campo – sono stati finora capaci di offrire una alternativa convincente, ossia chiara ed articolata, alla linea del professore. Quel che si intuisce è soltanto che Grillo non esclude il ritorno alla lira, ad Alfano non sono piaciuti gli aumenti delle tasse, a Bersani non sono piaciute le riduzioni di spesa. Quanto al partito di Montezemolo, l’unica lista che potrebbe competere con le tre forze maggiori, non si sa neppure se sarà presente alle prossime elezioni. Forse è anche per questo – perché capiamo che i suoi critici farebbe meno e peggio – che sempre più insistentemente si sente parlare di una lista Monti, o di una continuazione del montismo con altri mezzi. E forse è per lo stesso motivo che, talora, Monti si lascia andare ad atteggiamenti da salvatore della patria, da uomo di stato che – diversamente dai politici politicanti – non pensa alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni (vedi dichiarazioni di ieri nella sua visita in Russia). Il dramma delle prossime elezioni, siano quest’autunno o siano questa primavera, è proprio questo. L’Italia avrebbe bisogno di un governo politico, dotato di visione, di coraggio e di legittimazione elettorale, che la portasse fuori dalla palude in cui si è cacciata. Ma il ceto politico vecchio e nuovo appare così debole, così incosciente, così inconcludente e cialtrone, che in molti cominciamo a pensare che, tutto sommato, un nuovo governo Monti sarebbe meglio che riconsegnarci a forze politiche che non saprebbero dove portarci. Con una piccola complicazione, però: che i governi li fa il parlamento, e tutto fa pensare che il nuovo parlamento non sarà molto migliore di quello che ci lasceremo alle spalle. di Luca Ricolfi

25 luglio 2012

Rivolte e guerre da manuale

Di cosa può essere capace chi brama la guerra? L’immaginazione potrebbe sorprendersi di fronte all’inesistenza di limiti. Ce l’hanno dimostrato in Libia, ce lo stanno facendo vedere in Siria, ci proveranno (e hanno già iniziato) con l’Iran. Il terrorismo diventa salvaguardia dei diritti umani, eserciti più o meno mercenari sono spacciati per “la resistenza”, governi legittimamente eletti diventano feroci e sanguinari regimi, capi di stato (rispettati e riveriti) che amministrano da anni si trasformano nel giro di poche settimane in crudeli oppressori, scelte di politica interna (come l’approvvigionamento energetico) sono vendute come intollerabili minacce. Insomma, l’assurdità diventa ovvietà, gli oppressori si trasformano in liberatori e l’incredibile diventa realtà. Orwell si inchinerebbe ai guerrafondai moderni. I geni del male contemporanei hanno avuto predecessori che hanno alimentato e strutturato forme di aggressione, occupazione e sterminio degne dei peggiori aguzzini o delle peggiori menti alberganti nei novelli dottori della morte. Queste canaglie bestemmiano definendosi ‘democratiche’ e coprono la loro malvagità con la cosiddetta ‘esportazione’ di ciò che non conoscono. Ci sono invece pratiche, tattiche e strategie ben note all’asse dei reali oppressori (da USraele ai loro ‘NATOriamente’ fedeli alleati europei), che datano addirittura all’inizio degli anni ’60. Cuba ha fatto scuola. Scrive Jesse Ventura, ex governatore del Minnesota (già Navy Seal), nel libro 63 documents the US Government doesn’t want you to read (in Italia “Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere”, Newton Compton editori) che “alla fine dell’aprile 2001, poco più di quattro mesi prima dell’11 settembre, si è scoperto incredibilmente che l’esercito americano aveva pianificato un finto attacco terroristico contro i suoi stessi cittadini. (…) Si trattava dell’Operazione Northwoods contro Cuba, approvata nel 1962 da tutti gli Stati Maggiori Riuniti.” Nel libro si trova un memorandum per il segretario della Difesa e per il capo delle operazioni militari avente per oggetto la giustificazione per l’intervento militare degli Stati Uniti a Cuba. Vengono elencati i pretesti utili per poter giustificare l’intervento militare, attraverso la pianificazione e la concentrazione di una serie di “incidenti che andranno a combinarsi con altri eventi in apparenza non collegati, allo scopo di camuffare l’obiettivo ultimo e creare la necessaria impressione della pericolosità e irresponsabilità su larga scala” del nemico. Nel memorandum, originariamente top secret, si legge nero su bianco che “il risultato voluto della realizzazione di questo piano sarà quello di mettere gli USA nell’apparente posizione di poter giustamente (…) diffondere l’idea nella comunità internazionale della minaccia portata da questo Paese (il nemico, NdA) alla pace dell’Occidente”. Dal 1962 a oggi, le istruzioni sono seguite alla perfezione. Nei documenti riportati da Ventura si legge che le menti del male auspicavano che “alla base di un intervento militare” ci fosse una provocazione e suggerivano come agire per metterla in atto: “Si potrebbe suscitare la reazione di quel governo con un piano segreto e fraudolento” e inoltre “andrebbero promosse azioni aggressive e ingannevoli per convincere” il nemico “di un’imminente invasione”. Nell’appendice del memorandum c’è poi la lista di interventi utili per decidere un attacco credibile. Si va dalla diffusione di voci (disinformazione), all’azione di alleati nel paese nemico affinché si insceni un attacco; dal provocare disordini all’organizzare un attentato con relative cerimonie funebri. In particolare, ci sono due proposte che non lasciano spazio a dubbi o a complottismi di sorta (se non quelli degli ideatori): far esplodere una nave americana e dare la colpa al nemico che si vuole aggredire; far esplodere un proprio mezzo senza equipaggio umano in territorio nemico e attribuire la responsabilità al governo che si vuole combattere, avendo l’accuratezza di pubblicare la lista delle (inesistenti) vittime sui giornali statunitensi “in modo da sollevare un’utile ondata di sdegno nella nazione.” E, se non bastasse, il documento desecretato invita a “sviluppare una campagna terroristica.” Correva l’anno 1962 quando questa strategia veniva elaborata e indicata come via maestra. Le guerre più recenti dimostrano l’efficacia delle operazioni ‘da manuale’ degli aggressori. Con alcune ‘migliorie’ come ad esempio l’intervento occulto attraverso quelli che vengono chiamati (e armati) ‘eserciti dei ribelli’ o ‘degli insorti’. La realtà ci insegna che i killer professionisti agiscono in segreto, nascosti, vicini ma invisibili alla vittima. E non sono paghi finché non hanno portato a termine la missione. Norman Podhoretz, firmatario del Project for a New American Century (PNAC), nel numero di settembre del 2002 della sua rivista Commentary scrisse che i regimi “che meritano abbondantemente di essere rovesciati e sostituiti non si limitano ai tre membri identificati dell’Asse del Male (Iran, Iraq e Corea del Nord, NdA). L’asse dovrebbe essere esteso almeno alla Siria, al Libano e alla Libia, ma anche ad ‘amici’ dell’America quali la famiglia reale saudita e l’Egitto di Mubarak, insieme all’Autorità Palestinese sia diretta da Arafat che da uno dei suoi scagnozzi.” L’agenda è in atto; la missione è in corso. E per chi vuole la guerra (e il preziosissimo bottino di guerra) non c’è nulla di impossibile o impraticabile. I media e i governi alleati sapranno costruire la matrice da metterci davanti agli occhi per nascondere la verità. di Monia Benini

24 luglio 2012

A cosa serve il servizio segreto?

Oggi per scoprire segreti militari basta un satellite o anche un Drone delle dimensioni di una mosca. Un servizio segreto serve a preparare e vincere una guerra, possibilmente senza combatterla, mediante il condizionamento della pubblica opinione. Ciò può avvenire mediante aggressione mediatica diretta ( es la BBC inglese con l’Italia 1940-1945) o la penetrazione capillare di idee opportunamente teleguidate che trasformino in verità assoluta un interesse politico ben identificato dalla geopolitica. ” L’aggressore è amante della pace. egli vorrebbe conquistare le nostre case senza sparare un sol colpo” ( Clausewitz, cap V “della superiorità della Difesa strategica”. Cito a memoria e una virgola potrebbe essere fuori posto) . Parlava di Napoleone e quindi nessuno dei presenti si offenda. In un mondo in cui si è disposti a credere a tutto, basta condizionare e rifornire con continuità i media e il piu è fatto. Il più grande successo dell’intelligence inglese degli ultimi quattrocento anni è l’aver introdotto il concetto di “equilibrio europeo” nelle cancellerie di tutto il mondo. Migliaia di diplomatici di tutta Europa hanno sempre dato per scontato che per avere la pace bisognasse assicurare l’equilibrio in Europa tra le varie potenze. Ci sono voluti quattro secoli per tornare al prisco concetto di naturale Unità del continente europeo che era stato il perno della vita del mondo dall’era dell’imperatore Augusto alla caduta di Costantinopoli. Non che non ci fossero guerre, ma miravano a mantenere o rifare l’impero o brigare una successione. La comunicazione oggi – fortemente integrata con l’intelligence al punto da essere ormai indistinguibile – è riuscita a far percepire una serie di concetti completamente falsi che ci stanno spingendo verso la guerra come capretti verso il sacrificio. Ad esempio, tutti ormai riteniamo che le sanzioni contro uno stato siano una alternativa alla guerra, mentre In realtà la preparano. Tutte le guerre più recenti – vedasi Irak ,Libia, Siria, – sono state precedute da sanzioni economiche più o meno stringenti che hanno avuto la funzione di indebolire l’avversario, minarne la coesione interna mediante impoverimento di alcuni strati sociali, limitarne le potenzialità militari e magari indurli ad atti di aggressione , in maniera da far apparire aggressore l’aggredito. Ora è la volta dell’Iran, attorno al quale è iniziato il balletto delle portaerei Enterprise, Stinton e un’altra di cui ora mi sfugge il nome. L’Iran è il terzo produttore al mondo di petrolio e il secondo di Gas naturale. Le sanzioni gli vengono applicate da circa trenta anni e con varie ragioni. Le prime sanzioni moderne furono applicate all’Italia a seguito della guerra d’Etiopia. ( tralascio il caso napoleonico di “blocco continentale” per non allungare oltremisura). L’esito non fu determinante per la relativa novità dello strumento, la forte coesione nazionale del momento ( anche il PCI propose di aderire al regime ) e le misure economiche adottate su suggerimento dell’ economista Giuseppe Palladino, sconosciuto ai più. Maggior successo ebbe il blocco dei rifornimenti petroliferi al Giappone da parte degli Stati Uniti iniziato nel 1940 che indusse i nipponici ad attaccare nel 1941, prima di essere troppo indeboliti. Le stesse sanzioni economiche imposte dalla Lega Araba contro Israele dal 1948 in poi hanno condotto a guerre ( due di autodifesa preventiva : 1956 contro l’Egitto e nel1982 contro il Libano mirante anche a forzare il blocco economico sull’anello più debole ; due di aggressione diretta 1967 e 1974 in cui gli arabi attaccarono. Ad onta di tutte queste dimostrazioni che le Sanzioni precedono e non impediscono le guerre, la pubblica opinione mondiale è condizionata a pensare il contrario. Un secondo condizionamento planetario consiste nella tecnica di definire ogni atto di resistenza ” crimini di guerra”. È ancora vivo in tutti noi il ricordo dell’ondata di indignazione emotiva suscitata dalla notizia dei diecimila morti in un giorno per mano di Gheddafi, le foto del cimitero di Tripoli in costruzione spacciato per ” fosse comuni” ecc. La notizia, precedette e giustificò l’intervento. Nessun media rettificò le false informazioni. Oggi, con la variante siriana, i ” diecimila morti in un giorno” sono stati trasformati in uno stillicidio di trenta / quaranta morti al giorno, recitati da uno sconosciuto ” addetto stampa” di una ignota organizzazione con base a Londra , senza che nessuna conferma professionale convincente sia intervenuta. Di certo, ci sono tre fatti: seicento ex “rivoluzionari” islamisti libici fanatici armati di tutto punto , trasferiti e pagati dagli USA, tramite i sauditi, stanno spargendo il terrore a macchia di leopardo sul territorio siriano, ritirandosi quando opportuno oltrefrontiera in Libano e in Turchia. Auto imbottite di tritolo sono scoppiate a Damasco provocando massacri, ma indignazione, non paura, al punto che ” i ribelli” hanno negato ogni partecipazione e dato la colpa a Al Kaida che come si sa, ha le spalle larghe e non ha ufficio stampa. Una intervista fatta da un giornalista inglese a Bashar el Assad che avevo personalmente messo su you tube e che poteva aiutare le persone a farsi una opinione indipendente , fu cancellata nel giro di un giorno , un anno e mezzo fa e sostituita dalla scritta ” cancellata”. You tube è mio e lo gestisco io. Se gli USA prenderanno il controllo dei giacimenti iraniani, otterrebbero di fatto il monopolio mondiale dell’energia e potrebbero in ogni momento giugulare Cina e Russia. Ogni notizia su Siria e Iran , anche la più innocente – di innocente non c’è più nulla – leggetela alla luce della geografia e della storia. Due volte. di Antonio de Martini

21 luglio 2012

Aspetti del degrado occidentale: il gioco d’azzardo

Una cosa è innegabile. Dove arrivano “l’Occidente”e la “modernità”, arriva il degrado. Il degrado dell’essere umano. Tutto o quasi, esteriormente, può dare l’impressione di essere “nuovo”, “avanti” e “pulito” rispetto a chi è “rimasto vecchio, indietro e sporco”, secondo quella miope visione che ancora spopola tra le generazioni più ‘stagionate’ cresciute nel mito del “miracolo economico” e tra certi giovinastri ridotti a zucche vuote da un sistema sempre più vacuo dal punto di vista valoriale, educativo ed esistenziale. Ma si tratta della facciata, dell’apparenza, alla quale tiene così tanto chi si compiace di essere “moderno”. Ma il fuori è bello e il dentro è brutto, potrebbe recitare una pubblicità che presentasse sinteticamente cosa sia il “mondo moderno”. Tuttavia il degrado, beninteso, una volta che s’insinua dentro l’uomo si rispecchia anche nel mondo esteriore, e già cominciamo a constatarne gravi e preoccupanti segnali, specialmente nelle grandi città. Ma quello che qui più mi preme è rilevare come la “modernità”, la “democrazia” compiuta, dopo aver abbagliato i più sprovveduti perché “indifesi” (e non vagamente “disinformati”) con i suoi abbaglianti specchietti, comporta un’inesorabile abdicazione dell’uomo da quella che dovrebbe essere la sua posizione “signorile” (rabbânî) nel contesto della Creazione. I demoni preposti allo scopo di traviare l’essere umano in ogni modo e farlo così fallire ne studiano di tutti i colori. Intendiamoci: per ogni tipo umano, ciascun “carattere”, esiste un tranello, un’insidia, di grado commisurato al suo grado di “consapevolezza”, o meglio di “realizzazione”. Con la maggioranza degli uomini, l’Avversario gioca per così dire “sul velluto”, quindi gli basta davvero ben poco per sviarlo. Uno di questi trucchi è il gioco d’azzardo. Cominciamo col dire che questa pratica è stata sempre condannata dalle tradizioni regolari, e tra queste l’Islam. Il motivo è presto detto: essa implica un ‘calcolo’ sul futuro, che nessun essere umano può conoscere, e soprattutto genera denaro dal denaro, senza sforzo, il che la equipara all’usura, al prestito ad interesse, insomma, all’attività cosiddetta “legale” che caratterizza il moderno settore finanziario. E non è solo l’Islam a sostenere che tutto ciò è profondamente aberrante: a beneficio di chi si dichiara “cristiano” solo per darsi una “identità” o per dare addosso a qualcun altro, ricordiamo l’episodio evangelico di Gesù che esce letteralmente dai gangheri (ed è l’unica volta!) per cacciare i “mercanti dal Tempio”. “Mercanti” che in realtà erano dei “cambiavalute”, i quali, lucrando sui “cambi”, fornivano alla “povera gente” che disponeva solo della moneta locale, la divisa con cui dovevano essere versate le tasse all’Impero. Ed era, sottolineiamolo, tutto “legale”… Il che non significa un bel niente, perché al di là della “legge” scritta per favorire qualche camarilla e tiranneggiare le vite degli uomini, esiste una “legge morale”, o meglio una legge divina che, provvidenzialmente, è stata resa nota agli uomini affinché poi non possano dire “non sapevamo” quando giungerà l’inevitabile flagello per il male e lo “scandalo” che è stato sparso. Dopo questa necessaria premessa, veniamo al tema dell’articolo, il gioco d’azzardo. A chiunque sarà capitato di osservare che, di pari passo con la proliferazione di filiali di banche e società finanziarie, stanno spuntando come funghi anche “sale da gioco” e “bische”, ovviamente dotate del crisma della “legalità”. Il fenomeno negli ultimi mesi sta assumendo proporzioni preoccupanti. Vi sono bar che si trasformano d’un colpo, cambiando addirittura l’insegna, in sedi “in franchising” di qualche gestore di “slot machine”. Altrove, con maggiori ‘pretese’, aprono ampi e luccicanti ‘casinò da sfigati’, con decine di postazioni per “tentare la fortuna”. Questi ultimi sono situati preferibilmente nelle vicinanze di luoghi frequentati da masse ‘al pascolo’, ovvero i luoghi dello “shopping”. Ma mentre il casinò tradizionale aveva un che di artatamente “altolocato” (a partire dal mitico “rien ne va plus!”), e non a caso sorge al confine di Stato (Sanremo, Campione d’Italia…), coi clienti che vanno lì paludati da gran signori, queste ‘bische di quartiere’ sono alla portata di chiunque, col che l’occasione di andare a scialacquare il proprio denaro si presenta senza doversi recare chissà dove. Ripeto: stanno spuntando ovunque, segno che la perversa pratica si sta diffondendo a macchia d’olio. I bar, poi, non hanno mai brillato per la qualità della loro clientela, ma adesso, trasformandosi in “sale da gioco”, finiscono per somigliare alle proverbiali “spelonche di ladri”. Vi è infatti da rilevare che questi luoghi sono dei punti di raccolta di individui poco raccomandabili, fannulloni, parassiti e sfruttatori delle proprie malcapitate famiglie. Gente in qualche caso anche pericolosa. Questa piaga sociale non viene assolutamente tenuta in conto da uno “Stato” che anziché tutelare la salute e la probità delle famiglie, individua nell’apertura di sale da gioco e nell’istituzione di sempre nuovi concorsi a premi occasioni per “fare cassa”. La cosa triste è che si sono pure inventati un patetico bollino “gioca sicuro”, che chissà in quale modo dovrebbe impedire ad una persona di cadere nella “malattia del gioco”. Che vergogna! Che si tratti di una vera e propria malattia non lo dico io, ma lo Stato stesso, che in alcune strutture sanitarie pubbliche apre centri specializzati nella cura di persone per le quali il gioco d’azzardo è diventata una patologia incontrollabile. Ma come al solito, in regime democratico, non si “osa” mai abbastanza, perlomeno in quegli ambiti che comunque devono andare così (perché dove vogliono “osano” eccome). Ricordo infatti distintamente il parere di un “esperto” in camice bianco che interpellato da un giornalista su cosa ne pensasse del gioco d’azzardo rispose che “bisogna comunque giocare con moderazione”. Che coraggio, proprio lui, che avrà senz’altro esperienza di famiglie mandate in rovina, economica e morale, da un malcostume incoraggiato dallo Stato stesso! La pratica di scommettere, di fare delle “puntate”, di staccare un biglietto della lotteria, intendiamoci, è già presente da anni, con lo Stato che ci fa il suo bel gruzzolo senza mai riferire nel dettaglio che cosa fa con questa fortuna: ci ripaga, ai signori del denaro, gli “interessi sul debito”? Li spende nella farsesca “guerra al terrorismo” in Afghanistan? Li sperpera per rovinare la salute dei cittadini considerato che la continua irrorazione aerea di sostanze le più nocive avrà un costo esagerato? Non sono domande da poco. Siamo così passati, dopo una prima fase in cui il tutto sembrava “innocuo”, da una serie di scommesse e lotterie, quali Lotto ed Enalotto, Totocalcio, Totip, Lotteria di Capodanno, di Agnano, di Viareggio ecc. ad una quantità di occasioni per buttare via quei tre soldi di cui gli italiani dispongono che davvero fa spavento. E, si badi bene, un primo evidente incremento di tutto ciò lo si ebbe dopo la falsa stagione moralizzatrice denominata “Mani Pulite”, quando assieme al primo saccheggio dello Stato italiano che adesso viene ripreso in grande stile, si assistette ad un’ondata mai vista prima di “delizie” provenienti dall’Angloamerica. Qualcuno forse ricorderà le “sale bingo”, versione ammodernata della tombolata in famiglia, saltate fuori proprio nei primi anni Novanta. O i viaggetti di arzilli e scellerati vecchietti per i quali si organizzavano gite nella “nuova Slovenia” per buttare lì la loro pensione. O i “gratta e vinci”, successivamente resi più “sofisticati” differenziando l’offerta, fino a giungere alle follie della vacanza o del “vitalizio” in caso di vincita. Che tristezza: Lorsignori, i professionisti delle “privatizzazioni”, a rimpinzarsi con le membra del fu “patrimonio pubblico” accumulato coi sacrifici di una nazione affinché fosse ben gestito, mentre la massa rincretinita ed illusa “gratta” nella speranza di “cambiare vita”. Tra l’altro, quest’anelito a “cambiare vita” diffuso nella gente più ignorante, oltre che indicare la non eccelsa esistenza che conduce, a livello “spirituale” ha delle ricadute devastanti poiché l’insoddisfazione è essenzialmente ingratitudine, e “rendere grazie” a Dio è l’atto che tutti, per sperare almeno di “salvarsi”, dovrebbero compiere quotidianamente per tutti i benefici e le bellezze di cui sono stati onorati; solo che non se ne accorgono, perché da una parte sono stati abituati a non accontentarsi mai, dall’altra vivono effettivamente una “vita senza senso”, la quale, però, al confronto di quella di un minatore cileno o di un contadino africano dal punto di vista materiale è infinitamente più agevole… Con la diffusione di internet, inoltre, non vi è stato praticamente più limite alle scommesse cosiddette “sportive” (lo sport è ben altra cosa: lo si fa e non lo guarda!). Dai “punti” specializzati, che spesso sorgono alla confluenza di masse di abbrutiti – ma anche di “gente normale”, che così viene ‘adescata’ - quali le adiacenze delle stazioni ferroviarie, dove non è raro trovare abbandonate lì davanti mucchi di bottiglie di birra o altra bevanda inebriante (un vizio tira l’altro: il classico scommettitore incallito beve e fuma), si è passati al “gioca sicuro” on line; qui la fantasia diabolica s’è scatenata, al punto che giocano tutti, anche i ragazzini con la complicità di genitori dementi, e si punta su tutto, anche in corso d’opera, ovvero mentre stanno giocando la tal partita che il “malato” altrimenti detto “sportivo” (da poltrona) si starà godendo grazie alla sua amata “pay tv”. Una delle cose che lascia stupefatti è che dalle scommesse sulle squadre italiane si è passati alle puntate su tutti i campionati possibili e immaginabili. Ma pensiamoci un attimo: qual è la storica “patria delle scommesse”? Ma l’Inghilterra, che diamine! E dove si è tenuta, nel 1992, in piena “tempesta monetaria” sulla Lira, l’ormai leggendaria riunione dei vari traditori della patria, ancora oggi tutti lì a farci la pelle? Sul panfilo Britannia, di proprietà della Regina d’Inghilterra! Ergo: la sudditanza alla Perfida Albione - quella che ha schiavizzato mezzo mondo (si ricordi solo l’India, ridotta alla fame per due secoli!), che da sempre architetta guerre in casa altrui (accusando gli altri di averle volute), che rovina anche i propri “alleati”, che si tiene stretta la sua Sterlina ma controlla la BCE eccetera… -, questa sudditanza si esplica nella diffusione d’inveterate abitudini, diciamo così, del popolo britannico. Non sorprenderebbe quindi, se tra un po’ scoppiasse anche qua la mania delle corse dei levrieri, tanto è il grado di sudditanza alla City! Intanto, ‘accontentiamoci’ della “Las Vegas europea”, la quale, a riprova che “crisi” e degrado indotto procedono in maniera integrata, sorgerà in Spagna, un'altra nazione dotata del marchio “pigs” massacrata dalla piovra finanziaria cosiddetta “internazionale”. Eurovegas – ci assicurano i suoi ideatori - darà un contributo decisivo all’abbattimento della disoccupazione, ma in cambio pretendono, a mo’ di ricatto verso una classe politica imbelle, senza idee e totalmente succube, “agevolazioni e flessibilità”! Il tutto mentre agli spagnoli si chiedono, per “sanare il debito” (della “moneta-debito”!), le solite “lacrime e sangue”… Sull’identità, poi, dei grandi “magnati del gioco d’azzardo” a livello mondiale, è presto detta: meglio non fare troppi nomi per non essere tacciati di “antisemitismo” (l’ultima trincea di chi non ha più argomenti). Idem per il grande commercio di superalcolici, la pornografia e il relativo sfruttamento della prostituzione, compreso quello di giovanissime dell’est europeo, il cosiddetto “show business” che veicola contenuti satanisti e, dulcis in fundo, il traffico di organi. Che non si possa fare nulla di “concreto” contro questo male sparso a piene mani sulla terra, lo prova una recente vicenda: le dimissioni del Colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, il quale aveva inteso veder chiaro su questo immenso giro di soldi legato al gioco d’azzardo cosiddetto “legalizzato”. Chi può, infatti, sconfessare in maniera così plateale un onesto “servitore dello Stato” nell’esercizio delle sue funzioni, se non un potere “occulto” contro il quale non è lecito “osare”? Il punto è proprio questo. Se da un lato la nostra società viene sempre più sottoposta ad una “cura” che si traduce in un progressivo ed evidente degrado, ciò non può che essere il risultato del furto, ad opera di chi ci ha dapprima invaso e poi selezionato le marionette che danno l’impressione di “governarci”, delle nostre indipendenza, sovranità e libertà. Una volta detto “addio” a queste fondamentali istanze, ed abituata quella che un tempo era stata una “nazione” a non pensarsi più che una massa di “consumatori” e di fruitori di “servizi”, una “massa desiderante”, il resto è solo una conseguenza. Ovvero il degrado che avanza, nelle strade, nelle famiglie, nelle coscienze. Di cui un grave indizio, contro il quale un potere sano, rispettoso dell’Ordine divino che presto o tardi dovrà essere ristabilito, è senz’altro la diffusione delle scommesse e del gioco d’azzardo. di Enrico Galoppini

20 luglio 2012

Latouche: abbiamo bisogno che questo sistema crolli

«Sappiamo già che l’attuale sistema crollerà tra il 2030 e il 2070. Il vero esercizio di fantascienza è prevedere che cosa succederà tra cinque anni». Serge Latouche non ha dubbi: faremo la fine dell’Impero Romano, o del Sacro Romano Impero di Carlo Magno che fu travolto dai Barbari. «Purtroppo siamo già dentro il capitalismo catastrofico». Ed è solo l’inizio, nel bluff chiamato Europa. «La barca affonda e andremo giù tutti insieme. Ma non è detto che questo avverrà senza violenza e dolore». Quanto all’Italia, «l’unica soluzione è la bancarotta: da Monti in giù, tutti sanno che il debito non potrà essere ripagato». Sono alcune delle affermazioni che l’ideologo francese della Decrescita ha rilasciato a Giovanna Faggionato per “Lettera 43”. Il sistema, dice Latouche, non ha mantenuto nessuna promessa: «Dicevano che la concorrenza ci avrebbe fatto lavorare di più per guadagnare di più, e invece ci fa lavorare di più e guadagnare sempre meno: questo è sotto gli occhi di tutti». Lei ha un’idea? L’Europa nata nel Dopoguerra farà la fine del Sacro Romano Impero di Carlo Serge LatoucheMagno che cercò di restaurare un regno crollato, durò per 50 anni e fu travolto dai barbari. Che cosa c’entra l’impero romano? Crollò alla fine del V secolo, ma non morì: continuò a sopravvivere per centinaia di anni con Carlo Magno, l’impero d’Oriente e poi quello germanico. Un declino proseguito nel tempo, con disastri in successione. Come succederà a noi. È la fine della globalizzazione? Io la considero una crisi di civiltà, della civiltà occidentale. Solo che, visto che l’Occidente è mondializzato, si tratta di crisi globale. Ecologica, culturale e sociale insieme. Più di un crollo finanziario… Se vogliamo andare oltre è la crisi dell’Antropocene: l’era in cui l’uomo ha cominciato a modificare e perturbare l’ecosistema. E il sogno degli Stati Uniti europei? È un’illusione. Perché è solo un prodotto della globalizzazione: non hanno costruito un’Unione, ma un mercato liberista. Che fine farà il Vecchio continente? L’Europa è schiacciata tra due movimenti. Uno politico e centrifugo che si è sviluppato anche in Italia con la stessa Padania. E uno economico e centripeto, la globalizzazione. Per ora l’economia batte la politica… Sì, il movimento centripeto ha il sopravvento. Ma è anche quello che nel lungo periodo andrà a crollare. Non può funzionare senza il petrolio e il blocco delle risorse materiali. Alla fine, con tutta probabilità l’Europa si dividerà in macro regioni autonome. Come ci arriveremo? La barca affonda e andremo giù tutti insieme. Ma non è detto che questo avverrà senza violenza e dolore. Parla del conflitto sociale in Grecia e Spagna? Ecco, purtroppo siamo già dentro il capitalismo catastrofico. È solo l’inizio del processo, ma vediamo già gli effetti del mix di austerità e crescita voluto dai leader europei. È comunque meglio della sola austerità… Crede che l’imperativo della crescita funzioni? Basta guardare alla Francia: questo governo socialista vuole allo stesso tempo la prosperità e l’austerità. Ma non riuscirà a ottenere la crescita. O, se avverrà, sarà per pochi. Mentre l’austerità è sicura per molti. Perché? Perché non hanno scelta. In che senso? Sono chiusi dentro questo paradigma del produttivismo, del Prodotto interno lordo (Pil). È per questo che la decrescita è una rivoluzione. Perché prima di tutto è un cambiamento di paradigma. Facile dirlo. Ma lei che cosa farebbe se fosse il premier italiano? L’Italia dovrebbe andare in bancarotta. Che cosa intende? Pensi al debito. Secondo l’Fmi quello italiano è quasi al 140% del Pil. Appunto: non sarà ripagato, lo sanno tutti. Ne è consapevole anche Mario Mario MontiMonti. Il problema, per l’attuale classe dirigente, non è ripagare il debito. Ma è fingere di poter continuare il gioco: cioè ottenere prestiti e rilanciare un’economia che è solo speculativa. Quali sono le prime cinque misure che adotterebbe al posto di Monti? Innanzitutto, cancellerei il debito. Parlo come teorico, so che ci sono cose che Monti non potrebbe fare comunque, neppure se fosse di sinistra o un decrescente. Ma sto parlando di bancarotta dello Stato. La bancarotta è la soluzione? È più che altro la condizione per trovare le soluzioni. In che senso? Non porta necessariamente alla soluzione, anzi in un primo momento le cose possono peggiorare. Ma non c’è altro modo, perché non esiste via d’uscita dentro la gabbia di ferro del sistema attuale. L’Italia non sarebbe la prima né l’ultima. Tutti quelli che l’hanno fatto si sono sentiti meglio, da Carlo V all’Argentina. Ma l’Argentina non era dentro una moneta unica. Questo significherebbe uscire dall’euro, ovviamente, dentro non si può fare niente. Per questo dico che parlo come teorico: nemmeno i greci hanno avuto il coraggio di abbandonare l’Unione. Siamo al terzo punto allora: uscire dall’euro, cancellare il debito e poi? Rilocalizzare l’attività. C’è tutto un sistema di piccole imprese, di saper fare diffuso, che è stato distrutto dalla concorrenza globale. Sì, ma come si fa? Devo usare una parola che in Italia fa sempre paura: serve una politica risolutamente protezionista. Su questo, il dibattito è annoso… Esiste un cattivo protezionismo, è vero. Ma c’è anche un cattivissimo libero scambio. Mentre esiste un buon protezionismo, ma non un buon libero scambio. Perché no? Perché la concorrenza leale sempre invocata non esiste. E non esisterà mai. Semplicemente perché tutti i Paesi sono diversi. Come si può competere con la Cina? È una barzelletta. Parla come se facesse parte della Lega Nord. Lo so, lo so. E anche come uno del Front National. Sa perché ha successo l’estrema destra? Me lo dica lei… Perché non tutto quel che dicono è stupido. C’è una parte insopportabile, ma se sono popolari – e lo saranno sempre di più – è perché hanno capito alcune cose, hanno ragione. È questo che fa paura. Quindi qual è la ricetta della decrescita? Il protezionismo ci permette di non essere competitivi per forza. Se lo siamo in alcuni settori, bene. Ma possiamo anche sviluppare produzioni non concorrenziali. Stimoliamo la concorrenza all’interno, ma con Paesi che hanno altri sistemi sociali, altre norme ambientali, altri livelli salariali, questo non è possibile. D’altra parte, è stata l’eccessiva specializzazione a renderci così fragili. Siamo alla quarta misura, quindi. La tragedia attuale, per me, è soprattutto la disoccupazione. E come pensa di risolverla? Lavorando meno, ma lavorando tutti. Una formula già sentita… Sì, ma ci dicevano anche che la concorrenza attuale ci avrebbe fatto lavorare di più per guadagnare di più, come ha dichiarato quello sciagurato di Nicolas Sarkozy. E invece ci fa lavorare di più e guadagnare sempre meno: questo è sotto gli occhi di tutti. Ma è una questione di denaro? No, si tratta di vivere. Dobbiamo ritrovare il tempo per dedicarci al resto, alla vita. Questa è un’utopia, ma l’utopia concreta della decrescita: superare il lavoro. Sì, ma come? Partendo dalla riconversione ecologica. Tornando a un’agricoltura contadina, senza pesticidi e concimi chimici. In questo modo, la produttività per l’uomo sarà più bassa, ma si creeranno milioni di posti di lavoro nel settore agricolo. E questa è la quinta misura. Basta l’agricoltura? Dobbiamo affrontare la fine degli idrocarburi, sviluppare le energie rinnovabili e riconvertire le attività parassitarie che danneggiano l’ambiente. Per esempio? Le fabbriche di automobili, che oggi sono in crisi. Peugeot ha annunciato 8 mila licenziamenti… Bisognava aspettarselo da anni. Si sa che l’industria dell’auto non ha futuro: Peugeotcon lo stesso know how potrebbero essere trasformati in stabilimenti che producono sistemi di cogenerazione. Parla di una globale ristrutturazione del mercato del lavoro? La quota di occupati in agricoltura potrebbe arrivare al 10%. Ci sono industrie nocive come l’automobile, il nucleare, la grande distribuzione che vanno ripensate. E c’è la necessità di una riconversione energetica. In Germania, con le energie rinnovabili hanno creato decine di migliaia di posti di lavoro. Ma sono dati contestati… Il dibattito è aperto: si dice che chiudere le centrali nucleari francesi cancellerà 30 mila posti di lavoro ma, allo stesso tempo, prima bisogna smantellare. E nessuno lo sa fare. Quanti posti di lavoro si potrebbero creare allora? E la grande distribuzione? Sicuramente ha effetti distruttivi per l’ambiente e alimenta un alto tasso di spreco alimentare, pari a circa il 40% della produzione. E allora? Cancellarla significa essere pronti a ripensare tutto il sistema della città e soprattutto delle periferie. Come? La gente ha bisogno di piccoli negozi. Di fare la spesa più spesso, con più tempo a disposizione. Quando si comincia a cambiare un anello, come in una catena cambia tutto. E i trasporti? Dobbiamo pensare che il 99% dell’umanità ha passato la propria vita senza allontanarsi più di 30 chilometri dal proprio luogo di nascita. Quelli che si sono spostati di più, cioè noi, sono solo l’1%. Anche questo è un fenomeno molto recente e la maggioranza delle persone non ne soffrirà, poi ci saranno sempre i grandi viaggiatori alla Marco Polo. Ne è certo? È stata la pubblicità a creare il turismo di massa. In ogni modo, con la fine del petrolio, non ci sarà il traffico aereo di oggi, i trasporti costeranno sempre di più, andranno meno veloce. Muoversi sarà sempre più difficile. E a livello fiscale? Bisognerebbe introdurre una tassazione diretta e progressiva. Che può arrivare anche al 100%, se i redditi superano un certo livello. E poi una tassazione sul sovraconsumo dei beni comuni. A partire dall’acqua. Quindi meno lavoro e più agricoltura. Per ottenere cosa? Un mondo di abbondanza frugale. Cioè? Una società capace di non creare bisogni inutili, ma di soddisfarli. E per soddisfarli, bisogna limitarli. Le sembra possibile, quando gli operai cinesi si suicidano per un iPad? In una società sana non esiste questa forma di patologia dell’insoddisfazione. BceCi può essere una forma di seduzione, ma non un’insoddisfazione permanente. Questo fenomeno è esacerbato dalla pubblicità. Cioè? Ci convince che siamo insoddisfatti di ciò che abbiamo, per farci desiderare ciò che non abbiamo. Vorrebbe spazzare via il marketing? Una delle prime misure della società della decrescita riguarda la pubblicità: non si tratta di cancellarla – perché non siamo terroristi – ma di tassarla fortemente, questo sì. Con che motivazione? È lo strumento di una gigantesca manipolazione, il veicolo della colonizzazione dell’immaginario. E la finanza che rappresenta il 10% del Pil britannico? Penso che questa crollerà da sola. Sarebbe già successo se questi sciagurati di governi non avessero salvato le banche. Che cosa intende? È colossale quello che è stato fatto per le banche negli Usa: secondo l’Ocse, 11.400 miliardi di dollari di fondi pubblici sono stati destinati agli istituti di credito. Se facciamo crollare le banche si affossa il sistema… Sì, meglio così. Abbiamo bisogno che il sistema crolli. E i cittadini? Dobbiamo pensare a come riorganizzare il funzionamento della società. Ma bisogna ricordarsi che questo sistema così come lo conosciamo è piuttosto recente. Quanto? Non ha più di 30-40 anni, prima era un sistema capitalista, ma non funzionava su queste basi finanziarie. Che misure bisognerebbe adottare? Il primo passo, prima di rimettere in discussione l’intero sistema bancario, è cancellare il mercato dei futures: pura speculazione. Un economista francese, Frédéric Lordon, ha anche proposto di chiudere le Borse. E non sarebbe un’idea stupida. Che cosa succede alle società che ci lavorano? E ai dipendenti? La situazione attuale è talmente tragica che possiamo affrontare con serenità anche un cambiamento difficile. Nella società della decrescita circola denaro? La moneta è un bene comune che favorisce lo scambio tra i cittadini. Ma se è Frédéric Lordonun bene comune non deve essere privatizzata. Le banche sono degli enti privati. E allora dico sempre che noi vogliamo riappropriarci della moneta. Come? Magari partendo dai sistemi di scambio locali che utilizzano monete regionali. Come ha funzionato per due o tre anni in Argentina, dopo il crollo del peso. E chi governa il commercio? Diciamo che sarà necessario trovare un coordinamento tra le varie autonomie. Ma nel suo modello ogni regione fa da sé? Ogni Paese deve trovare la sua strada. Una volta che siamo riusciti a uscire dal mondo del pensiero unico, dell’homo oeconomicus, a una sola dimensione, allora ritroviamo la diversità. Ogni cultura ha il suo modo di concepire e realizzare la felicità. Esistono già esperienze in questa direzione? In Sud America sono sulla strada giusta. In Ecuador e Bolivia, ispirandosi alla cultura india, hanno inserito nella Costituzione il principio del bien vivìr: del buon vivere. Ma, con la crisi, la decrescita ha avuto un successo incredibile anche in Giappone. Come mai? I giapponesi stanno riscoprendo i valori del buddismo zen che si basa sul principio di autolimitazione. E sono convinto che la stessa cosa potrebbe succedere in Cina nei prossimi anni, anche attraverso il confucianesimo. La Cina però è anche la più grande fabbrica del mondo… Lì la crisi è già arrivata. La situazione cinese è bifronte: 200 milioni di abitanti hanno un livello di vita quasi occidentale e altri 700 milioni sono stati proletarizzati. Cacciati dalla terra, si accumulano nelle periferie delle metropoli, dove c’è un tasso di suicidi altissimo. Ma l’economia continua comunque a crescere. Anche il ministro dell’Ambiente cinese ha riconosciuto che se si dovesse sottrarre dal Pil di Pechino la quota di distruzione dell’ambiente questo calerebbe del 12%. Come immagina la transizione? Può avvenire spontaneamente, dolcemente. Ma anche in un modo violento. Lei sogna la democrazia diretta? Se si deve prendere la parola sul serio, ha senso solo la democrazia diretta. Ma direi che su questo punto, recentemente, le mie idee sono cambiate. Norberto BobbioIn che direzione? Prima immaginavo un’organizzazione piramidale con alla base piccole democrazie locali e delegati al livello superiore. E ora? Oggi penso che la democrazia sia un’utopia che ha senso come direzione. Ma la cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato. Si spieghi meglio. Norberto Bobbio si chiedeva quale è la differenza tra un buono e un cattivo governo. Il primo lavora per il bene comune. Il secondo lo fa per se stesso. Questa è la vera differenza. Va bene, ma come si ottiene un buon governo? Con un contropotere forte. Un sistema è democratico – non è la democrazia, attenzione, ma è democratico – quando il popolo ha la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee. Ma non sta rinnegando la democrazia? L’ideale sarebbe naturalmente l’autogoverno del popolo, ma questo è un sogno che forse non arriverà mai. Non pensa alla presa del potere? Gandhi l’aveva spiegato a proposito del suo Paese: «Al limite gli inglesi possono restare a governare, ma allora devono fare una politica che corrisponde alla volontà dell’India. Meglio avere degli inglesi piuttosto che degli indiani corrotti». Mi sembrano parole di saggezza. Sa che Silvio Berlusconi vuole tornare in politica? Ah, lo so, ma lui è pazzo. di Giorgio Cattaneo (Giovanna Faggionato, “Il debito non sarà ripagato, meglio partire da zero”, intervista a Serge Latouche pubblicata su “Lettera 43” il 17 luglio 2012).

19 luglio 2012

Le finanze invisibili

Una crisi con nome e cognome I socialisti europei denunciano duramente “la finanza” che governa il mondo senza alcuna restrizione e che invece sarebbe opportuno regolamentare meglio. Inoltre, bisognerebbe sapere di cosa e di chi stiamo parlando; poiché l’immagine eterea dei “mercati” lascia nell’ombra i veri beneficiari della crisi e delle misure di austerità in corso. Jean Peyrelevade, passato dalla banca pubblica alla finanza privata, e da François Mitterrand a M. François Bayrou, spiegava nel 2005: “Il capitalismo non è più identificabile. […]Con chi si rompe quando si rompe con il capitalismo? Quali istituzioni bisogna attaccare per mettere fine alla dittatura del mercato, fluido, globale e anonimo?”. L’ex-direttore aggiunto del gabinetto del primo ministro Pierre Maruroy concludeva: “Marx è impotente di fronte a un nemico non identificabile” (1). Ci stupisce davvero che un rappresentante dell’alta finanza - presidente di Banca Leonardo France (famiglie Albert Frère, Agnelli e David-Weill) e amministratore del gruppo Bouygues - neghi l’esistenza di un’oligarchia? È più strano il fatto che i media dominanti diffondano quest’immagine disincarnata e depoliticizzata dei potenti della finanza. La copertura giornalistica della designazione di Mario Monti alla Presidenza del Consiglio Italiano potrebbe ben rappresentare, in questo senso, il perfetto esempio di un discorso-schermo che fa riferimento a “tecnocrati” ed “esperti” laddove si sta costituendo un governo di banchieri. Sui siti Web di alcuni quotidiani abbiamo persino letto che alcune “personalità della società civile” avevano appena preso il comando (2). Anche se l’équipe di Monti annovera tra le sue fila professori universitari, la scientificità della sua politica era stata stabilita in anticipo dagli esperti. Ma, guardando più da vicino, scopriamo che la maggior parte dei ministri della squadra facciano parte dei vertici dei principali trust della penisola. Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico, è direttore esecutivo di Intesa Sanpaolo; Elsa Fornero, ministro del Lavoro e professoressa di economia all’Università di Torino, occupa la vicepresidenza di Intesa Sanpaolo; Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e rettore dell’Università di Torino, è amministratore di Unicredit Private Bank e di Telecom Italia -controllata da Intesa Sanpaolo, Generali e Mediobanca- dopo essere passato per Pirelli; Piero Gnudi, ministro per il Turismo e per lo Sport, è amministratore di UniCredit Group; Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento, professore di Scienza delle finanze all’Università Cattolica di Milano, è vicepresidente di Banca Popolare e amministratore di Pirelli. Quanto a Monti, è stato consulente di Coca Cola e di Goldman Sachs, e amministratore di Fiat e di Generali. Non molto diversi Se i dirigenti socialisti europei non hanno parole abbastanza dure per qualificare l’onnipotenza dei “mercati finanziari”, la riconversione degli ex referenti del social-liberismo avviene senza che i loro ex compagni esprimano la loro indignazione. L’ex-primo ministro dei Paesi Bassi, Wim Kok, ha preso parte ai vertici dei trust olandesi ING, Shell e KLM. Il suo omologo tedesco, l’ex-cancelliere Gerhard Schröder, si è anche lui riciclato nell’ambito privato come presidente dell’impresa Nord Stream AG (joint-venture Gazprom/E.ON/BASF/GDF Suez/Gasunie), dirigente del gruppo petrolifero TNK-BP e consigliere europeo di Rothschild Investment Bank. Questa traiettoria a prima vista sinuosa non ha, in realtà, nulla di singolare. Diversi ex membri del suo gabinetto, membri del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD), si sono spogliati dei loro ruoli di funzionari pubblici per indossare i panni degli uomini d’affari: l’ex-ministro dell’Interno Otto Schilly è attualmente consulente del trust finanziario Investcorp (Bahrein), dove si è incontrato con il cancelliere conservatore austriaco Wolfgang Schüssel, il vicepresidente della Convenzione Europea Giuliano Amato e perfino Kofi Annan, ex segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). L’ex ministro dell’Economia e del Lavoro tedesco, Wolfgang Clement, è socio della firma RiverRock Capital e dirigente di Citigroup Germania. Il suo collega, Caio Koch-Weser, sottosegretario di Stato tedesco al ministero federale delle Finanze dal 1999 al 2005, è vicepresidente di Deutsche Bank. Infine, il ministro delle Finanze del primo governo di Angela Merkel, Peer Steinbrück, SPD, è amministratore di ThyssenKrupp. Per quanto riguarda i “degni eredi” (3) di Margaret Thatcher ed ex leaders del Partito Laburista, hanno giurato fedeltà all’alta finanza: l’ex ministro per gli Affari Esteri, David Miliband, è consulente alle imprese VantagePoint Capital Partners (Stati Uniti) e Indus Basin Holdings Ltd. (Pakistan); l’ex Commissario europeo al Commercio, lavora per la banca d’affari Lazard; lo stesso Anthony Blair, è contemporaneamente consulente della società svizzera Zurich Financial Services, amministratore del fondo di investimenti Landsdowne Partners e presidente del Comitato consultivo internazionale di JPMorgan Chase, insieme a Kofi Annan ed Henry Kissinger. Ci dispiace infliggere al lettore questo elenco ma, d’altro canto, è nostro dovere farlo poiché i mezzi di comunicazione omettono costantemente di informare sugli interessi privati delle personalità pubbliche. Oltre la porosità tra due mondi che tendono a mostrarsi come distinti - se non addirittura contrapposti -, l’identificazione dei suoi doppiogiochisti è necessaria per la corretta comprensione del funzionamento dei mercati finanziari. Infatti contrariamente a un’idea in voga, la finanza ha uno, anzi, diversi volti (4). Non quello del pensionato della Florida o del piccolo azionista europeo, dipinti dalla stampa condiscendente, quanto piuttosto quelli di un’oligarchia di proprietari e amministratori di ricchezze. Peyrelevade ricordava già nel 2005 che lo 0,2% della popolazione mondiale controllava la metà della capitalizzazione in borsa del pianeta (5). Questi portafogli sono amministrati da banche (Goldman Sachs, Santander, BNP Paribas, Société Générale, etc.), compagnie di assicurazione (AIG, AXA, Scor, etc.), fondi pensionistici o di investimento (Berhshire Hathaway, Blue Ridge Capital, Soros Fund Management, etc.); istituti che investono anche fondi propri. Questa minoranza specula sul prezzo delle azioni, del debito sovrano o delle materie prime, grazie a una gamma quasi illimitata di prodotti derivati che rivelano l’inesauribile inventiva degli ingegneri finanziari. Lungi dal rappresentare il risultato “naturale” dell’evoluzione di economie mature, i “mercati” costituiscono la punta di diamante di un progetto che, come hanno avvertito gli economisti Gérard Duménil e Dominique Lévy, è stato “concepito per incrementare le entrate delle classi alte” (6). Un risultato innegabile: nel mondo ci sono attualmente 63.000 “centomilionari” (che posseggono, cioè, almeno cento milioni di dollari), che rappresentano una ricchezza combinata di circa 40.000 miliardi di dollari (ovvero una anno del PIL mondiale). Gli irresponsabili diventati saggi Siamo di fronte a una personificazione dei mercati che potrebbe risultare scomoda, tanto che a volte è più facile lottare contro i mulini a vento. “Nella battaglia che sta per cominciare, vi dirò qual è il mio vero avversario - esclamava l’allora candidato socialista alle presidenziali francesi, François Hollande, nel suo discorso di Bourget (Seine-Saint-Denis), il 22 gennaio scorso -. Non ha nome, né volto, né partito; non presenterà mai la sua candidatura, e dunque non sarà mai eletto. Questo avversario è il mondo della finanza”. Attaccare gli autentici attori dell’alta banca e della grande industria avrebbe anche potuto portarlo a fare i nomi dei dirigenti dei fondi di investimento che decidono, in piena coscienza, di sferrare attacchi speculativi sui debiti dei paesi del sud dell’Europa. O perfino a mettere in discussione il doppio ruolo di alcuni dei suoi consiglieri, senza dimenticare quello dei suoi (ex) colleghi socialisti europei che sono passati da una multinazionale all’altra. Scegliendo come capo della sua campagna elettorale Pierre Moscovici, vicepresidente del Cercle de l’Industrie, una lobby che raggruppa i dirigenti dei principali gruppi industriali francesi, il candidato socialista stava dando un segnale ai “mercati finanziari”: l’alternanza socialista decisamente non rima più con la rottura rivoluzionaria. Non è forse stato Moscovici a dire di “non avere paura della politica del rigore”, affermando che, in caso di vittoria, i deficit pubblici sarebbero stati “ridotti a partire dal 2013 sotto il 3% (…), costi quel che costi, il che implicherebbe “prendere le misure necessarie”? (7). Discorso imposto dalla comunicazione politica, la denuncia dei “mercati finanziari”, tanto virulenta quanto inoffensiva, resta finora lettera morta. Come Barack Obama, che concesse la grazia presidenziale ai responsabili statunitensi della crisi, i dirigenti del Vecchio Continente avrebbero perdonato in pochissimo tempo gli eccessi degli “avidi” speculatori che mettevano sotto accusa. Non restava dunque che recuperare il prestigio ingiustamente infangato dei degni rappresentanti dell’oligarchia. Come? Mettendoli a capo delle commissioni incaricate di elaborare nuove regole di condotta dei mercati, ma certo! Da Paul Volcker (JPMorgan Chase) a Mario Draghi (Goldman Sachs), passando per Jacques de Larosière (AIG, BNP Paribas), Lord Adair Turner (Standard Chartered Bank, Merrill Lynch Europe) o ancora il barone Alexandre Lamfalussy (CNP Assurances, Fortis), tutti i coordinatori incaricati di trovare risposte alla crisi finanziaria, mantenevano stretti legami con i più importanti operatori privati del settore. Gli “irresponsabili” del passato, come per grazia ricevuta, si erano appena metamorfizzati nei “saggi” dell’economia, spalleggiati dai mezzi di comunicazione e da intellettuali dominanti che, fino a poco tempo prima, non avevano parole abbastanza dure per denunciare la “presunzione” e la “cecità” dei banchieri. Infine, non vi è più alcun dubbio che alcuni speculatori abbiano tratto vantaggio dalle crisi che si sono succedute negli ultimi anni. Tuttavia, l’opportunismo e il cinismo che sfoggiano i “depredatori” in questione non deve farci dimenticare che hanno potuto contare, per raggiungere i loro obiettivi, sull’appoggio delle più alte sfere dello Stato. John Paulson, dopo aver guadagnato più di 2 miliardi di dollari dalla crisi dei subprimes, della quale è stato il principale beneficiario, non ha forse ingaggiato l’ex patron della Federal Reserve, Alan Greenspan, allora consigliere di Pimco (Deutsche Bank), uno dei principali creditori dello Stato americano? E che dire dei principali amministratori internazionali di hedge funds: l’ex presidente del National Economic Council (sotto il governo di Obama) ed ex segretario del Tesoro di William Clinton, Lawrence Summers, è stato direttore esecutivo della firma D.E. Shaw (32 miliardi di dollari di attivi); il fondatore del gruppo Citadel Investment, Ken Griffith, originario di Chicago, ha finanziato la campagna elettorale dell’attuale presidente degli Stati Uniti; quanto a George Soros, ha ingaggiato i servizi del laburista Lord Malloch-Brown, ex direttore del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo … La finanza, dunque, ha dei volti: è possibile vederli da molto tempo sulle passerelle del potere. di Geoffrey Geuens Geoffrey Geuens è Professore dell’Universidad de Liège. Autore de La Finance imaginaire. Anatomie du capitalisme: des “marchés financiers” à l’oligarchie, Aden, Bruselas, 2011. Note: 1. Jean Peyrelevade, Le Capitalisme total, Seuil/La République des Idées, París, 2005, pagg. 37 e 91. 2. Anne Le Nir, “En Italie, Mario Monti réunit un gouvernement d’experts”, www.la-croix.com, 16-11-11; Guillaume Delacroix, “Le gouvernement Monti prêt à prendre les rênes de l’Italie”, www.lesechos.fr, 16-11-11. 3. Keith Dixon, Un Digne héritier. Blair et le thatchérisme, Liber/Raisons d’Agir, París, 2000. 4. Léase “Où se cachent les pouvoirs”, Manière de voir, N° 122, aprile-maggio 2012 (in kioscos). 5. Jean Peyrelevade, Le Capitalisme total, op. cit. 1% dei francesi possiede il 50% delle azioni. 6. Gérard Duménil y Dominique Lévy, The Crisis of Neoliberalism, Harvard University Press, Cambridge (MA), 2011. 7. “Pierre Moscovici: ‘Ne pas avoir peur de la rigueur’”, www.lexpress.fr, 8-11-11.

18 luglio 2012

Banchizziamo l'Italia

Da Stato italiano a Italia Bank ltd, per moltiplicare i profitti. Una provocazione, ma non troppo Recessione, spread, disoccupazione? Ecco come venirne fuori, in un attimo e senza sacrifici. Aboliamo l’Italia. Tutto qui. Chiudiamo una volta per tutte lo Stato, con tanto di inno e bandiera, e trasformiamoci in una banca. Ecco alcuni dei primi vantaggi. 1. L’Italia ha dovuto inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione. Le banche non hanno nessun vincolo del genere. 2. Per eludere i pochi accordi esistenti (vedi Basilea), le banche possono cartolarizzare i loro attivi e spostarli nel sistema bancario ombra. Basterebbe quindi spostare metà del debito pubblico italiano in un sistema statale ombra, per avere per magia un rapporto debito/Pil al 60% e rientrare nei parametri di Maastricht. 3. Prima ancora, mentre gli Stati si sono impegnati al 60% di rapporto debito/il, molte banche europee lavorano tranquillamente e da anni con leve finanziarie superiori anche a 40 a 1, ovvero con debiti che sono il 4.000% del loro patrimonio. 4. Secondo le nuove regole europee, se l’Italia non rispetta gli impegni va punita e multata. Nessuna banca responsabile della crisi ha ad oggi pagato un euro di multa. 5. Le banche hanno ricevuto liquidità illimitata all’1% dalla Bce. Gli Stati per finanziarsi devono rivolgersi ai mercati, ai tassi decisi dagli speculatori. Per statuto, la Bce non può aiutarli. 6. Non è solo la liquidità della Bce. Le banche in difficoltà vengono inondate di soldi. Quanti aiuti europei sono diretti a contrastare la disoccupazione o sostenere il welfare? Il vertice di fine giugno ha previsto 120 miliardi di euro per tutta l’Ue, in gran parte soldi già stanziati. Bruscolini rispetto alle migliaia di miliardi ricevuti dalle banche dal 2008 a oggi. 7. Soldi, aiuti e piani di salvataggio per le banche arrivano senza nessuna condizione, né a bloccare la speculazione, né su cosa finanziare (ad esempio le rinnovabili e non i combustibili fossili). Nel caso (molto più raro e difficile) in cui gli Stati ottengano qualche aiuto, al contrario, questo arriva a condizioni durissime, com’è avvenuto in Grecia nei mesi scorsi. 8. Le banche possono immettere nel sistema quantità illimitate di denaro, in particolare grazie ai derivati, che oggi rappresentano oltre il 70% del circolante. Agli Stati aderenti all’euro è proibita l’emissione di denaro. 9. Da mesi stiamo combattendo per abbattere lo spread e ridurre il tasso sui titoli di Stato. Le banche il tasso se lo fissano da sole, manipolandolo all’occorrenza (per informazioni, rivolgersi alla Barclays). 10. L’unico obiettivo degli Stati è quello di dare fiducia ai mercati e di compiacerli. Al contrario banche e finanza non hanno nessun vincolo e nessun impegno verso governi o cittadini. Devono unicamente massimizzare i propri profitti. Per riassumere, da Stato italiano a Italia Bank Ltd., e da domani si fa festa. Finché le cose vanno bene moltiplichiamo i profitti, quando vanno male, per continuare a garantire profitti in doppia cifra e alimentare la speculazione basta spremere i cittadini e il pubblico. Ah, già, quale pubblico? di Andrea Baranes

17 luglio 2012

Libor: arriva lo scandalo di tutti gli scandali

Proprio quando si pensava che Wall Street non sarebbe riuscita a cadere più in basso - dopo che una miriade di abusi sulla fiducia del pubblico avevano già diffuso un miasma di cinismo su tutto il sistema economico, facendo nascere "Tea Parties"' “Movimenti di Occupanti” e ogni sorta di teorie del complotto, dopo che i suoi eccessi avevano già provocato il caos nella vita di milioni di americani, facendo sborsare miliardi ai contribuenti (che hanno recuperato solo in parte) ci rendiamo conto che ...... tutto questo non era ancora abbastanza! Sedetevi e tenetevi forte ! I Top Managers di Wall Street hanno ricominciato a fare più soldi di prima grazie al loro irrefrenabile potere politico (frutto di "contributions" /mazzette più o meno legali), che ha già azzerato gran parte degli effetti della legge “Dodd-Frank” che avrebbe dovuto tenerli a freno. Compresa la cosiddetta "Regola Volker" che è stata "venduta al popolo" come una versione più moderata della vecchia legge "Glass-Steagall", che serviva a tenere da un lato gli investimenti e dall'altro la speculazione del sistema bancario commerciale. Sì, proprio quando si pensava che Wall Street aveva toccato il fondo, ci si è accorti che esiste un livello ancora più profondo di corruzione e di avidità per accaparrarsi denaro pubblico. Quali sono i servizi più elementari che forniscono le banche? Prendere denaro in prestito e ri-prestarlo. Tu metti i tuoi risparmi in una banca di cui hai fiducia, e la banca si impegna a pagarti gli interessi. Oppure prendi in prestito denaro da una banca e accetti di pagare gli interessi bancari. Come viene determinato il tasso di interesse? Facciamo conto che il sistema bancario stia valutando il tasso di sconto di oggi impostando i suoi calcoli su una ipotesi ottimistica sul valore futuro del denaro. E supponiamo che questa ipotesi si basi, a sua volta, sulle previsioni del mercato globale formate dalle indicazioni degli istituti, che gestiscono credito e debito in tutto il mondo, sull'evoluzione futura della domanda e dell'offerta di denaro. Ora supponiamo che la nostra ipotesi sia sbagliata. Supponiamo che i banchieri stiano manipolando il tasso di interesse in modo da poter fare scommesse con i soldi che gli state prestando o con cui devono ripagarvi - scommesse con cui guadagneranno montagne di soldi, perché loro conoscono in anticipo le informazioni su quello che farà veramente il mercato. Informazioni che però non stanno condividendo con voi. Se questa ipotesi fosse vera, costituirebbe non solo una enorme violazione della fiducia del pubblico ma anche una estorsione di proporzioni quasi cosmiche – miliardi di dollari che voi ed io e altre persone del ceto medio non avremmo ricevuto sui nostri correnti o non avremmo risparmiato sui nostri prestiti, che invece sarebbero rimasti in tasca ai banchieri. Se questo fosse vero gli altri abusi di fiducia a cui abbiamo assistito finora, a confronto, sembrerebbero un gioco da ragazzi. E’ triste dirlo, ma c'è ragione di credere che questo, o qualcosa di molto simile, sia già successo. Questo è quanto emerge dallo scandalo "Libor" (abbreviazione di "London Interbank Offered Rate") . Libor è il parametro su cui si elabora il tasso di interesse per gestire migliaia di miliardi di dollari di prestiti in tutto il mondo – dei mutui, di piccoli prestiti aziendali, di prestiti personali. Questo valore è il risultato della media dei tassi a cui le grandi banche dicono di prendere soldi in prestito. Finora, lo scandalo è stato limitato alla Barclay’s, una grande banca con sede a Londra, che ha appena pagato 453 milioni dollari ai controllori del sistema bancario americano e britannico, i cui alti dirigenti sono stati costretti a dimettersi. Le loro e-mail danno un quadro agghiacciante su quanto facilmente i loro colleghi abbiano potuto alterare i tassi di interesse e fare un sacco di soldi. (Robert Diamond Jr., ex amministratore delegato della Barclay's Bank, che è stato costretto a dimettersi, ha dichciarato che le e-mail gli hanno fatto "male fisicamente " - forse perché rivelano la corruzione nella sua Banca in modo troppo evidente.) Ma anche Wall Street è stata quasi sicuramente coinvolta in cose del genere, comprese le solite sospette - JPMorgan Chase, Citigroup e Bank of America - perché ogni grande banca contribuisce a fornire dati per fissare il tasso Libor, e la Barclay’s non avrebbe potuto agire senza che le altre ne fossero consapevolmente coinvolte. Infatti la difesa della Barclay è stata che ogni banca importante stabiliva il Libor con il loro stesso metodo e con gli stessi scopi. E la Barclay's ora sta "collaborando" (cioè, fornendo prove schiaccianti sulle altre grandi banche) con il Dipartimento di Giustizia e con altre autorità di controllo per evitarsi sanzioni maggiori o procedimenti penali, prima che comincino i veri fuochi d'artificio. Veramente ci sono due diversi momenti nello scandalo Libor. Il primo è avvenuto nel periodo prima della crisi finanziaria, verso il 2007, quando la Barclay's e altre banche presentavano falsi tassi Libor, inferiori agli oneri finanziari effettivi per nascondere i problemi in cui si trovavano veramente (e continuare a prendere i Bonus). E questa è stata una cosa delittuosa, perchè se si fosse saputo allora, forse qualche precauzione presa in tempo avrebbe ridotto l'impatto della crisi finanziaria prima che avvenisse nel 2008. Ma il secondo scandalo è ancora peggio. Si tratta di una pratica più generale, iniziata intorno al 2005 e non si sa fino a quando potrà continuare a fare danni : si tratta di Manipolare il Libor in qualunque modo sia necessario pur di garantire alle banche che le loro scommesse sui derivati continuino a essere redditizie. Si tratta di insider trading su scala gigantesca per cui i vincitori saranno sempre i banchieri e tutti gli altri - cioè noi - il cui denaro cè stato usato per fare le loro scommesse – dovranno essere gli ottusi perdenti. Cosa fare a questo proposito, oltre sperare che il Dipartimento di Giustizia e le altre autorità di controllo impongano multe e sanzioni, anche penali, e incriminino i dirigenti responsabili? Quando si tratta di Wall Street e del settore finanziario in generale, la maggior parte di noi si sente profondamente impotente e travolta da un cinismo che fa credere che non potrà mai essere fatto niente per fermare questi abusi perché è gente troppo potente. Ma dovremo vincere questo cinismo e superare la fatica di reagire senza farci prendere dallo sconforto perché se soccomberemo a queste enormi forze anche stavolta, nulla verrà mai fatto. Non abbiamo scelta - bisognerà essere instancabili e tenaci nella nostra richiesta - bisogna che la legge “ Glass-Steagall” venga riattivata e che tutte le maggiori banche vengano divise. La domanda che dobbiamo porci è "lo scandalo Libor che si sta svelando oggi basterà a segnarci tanto da darci la forza di pretendere che venga finalmente fatto un lavoro serio sulla politica bancaria?". Robert Reich, uno dei maggiori esperti su lavoro e economia, è Chancellor’s Professor of Public Policy alla the “Goldman School of Public Policy” dell’University of California a Berkeley. Ha servito in tre amministrazioni nazionali, più di recente come segretario del lavoro durante la presidenza di Bill Clinton. Time Magazine lo ha nominato come uno dei più efficaci dieci segretari di gabinetto del secolo scorso. Ha scritto tredici libri, tra cui il suo ultimo best-seller, Aftershock: The Next Economy and America’s Future; The Work of Nations; Locked in the Cabinet; Supercapitalism; e il suo ultimo, un e-book, Beyond Outrage. I suoi articoli e i suoi commenti televisivi e radiofonici raggiungono milioni di persone ogni settimana. E 'anche editor fondatore della rivista American Prospect, e presidente di “ Citizen’s group Common Cause”. di Robert Reich Il suo blog www.robertreich.org. È molto seguito

11 luglio 2012

La guerra dell’Europa. Con le sofisticate armi della grande finanza internazionale

«Secondo un recentissimo rapporto dell’Unicef, sarebbero 439 mila i bambini greci che vivono sotto la soglia di povertà, denutriti e costretti a vivere in ambienti malsani. Secondo le stime ufficiali, un greco su cinque è povero, ma stando agli ultimi rilevamenti, si sta viaggiando velocemente verso una soglia di povertà che ingoia un terzo dei cittadini greci. Infatti su 11,2 milioni di abitanti, ben due milioni e 800 mila, non hanno abbastanza per vivere». A segnalarlo è Monia Benini, nel suo recente libro «La guerra dell’Europa» (Nexus Edizioni, € 8.50). C’è una nuova guerra in Europa, scrive la Benini, una guerra che si combatte senza fucili e senza bombe, ma con le sofisticate armi di distruzione di massa della grande finanza internazionale. Una guerra fatta da persone con il «colletto bianco» che sparano i loro colpi cliccando sulle tastiere e trasferendo, in un attimo, cifre virtuali da capogiro. Ed è così che «siamo arrivati ad avere strutture di potere non elette democraticamente dai cittadini, che hanno sottratto sovranità nazionale, monetaria, economica, politica e sociale alle nazioni». I provvedimenti del Governo greco. Alla fine del 2009 il presidente greco George Papandreou dichiara il rischio di bancarotta del Paese e iniziano così una serie di provvedimenti. Nel maggio del 2010 la troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Unione europea) avvia il piano di aiuto alla Grecia. La Grecia è così costretta a varare diverse misure di austerità. Interessante è analizzare nel dettaglio come i provvedimenti assunti dal governo greco siano molto simili con le scelte poi praticate anche in Italia. Tra gli accordi del maggio del 2010 Atene prevede «l’incremento dell’Iva al 23%», la «riduzione dei salari dei dipendenti pubblici del 20%», la «revisione integrale del sistema delle pensioni di invalidità», la «revisione del sistema pensionistico», «l’abolizione della tredicesima e della quattordicesima per le pensioni superiori ai 2.500 euro». Questi provvedimenti, però, non bastano e nel 2011 le aziende di rating tornano «all’assalto», definendo la situazione greca «vulnerabile» e «insolvente». E così, il Governo greco, decide di aumentare i tagli per 6,5 miliardi di euro e iniziare un’ondata di privatizzazioni per avere nuovi prestiti dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale. Tutto questo, ancora, non basta e, a fine luglio del 2011, l’agenzia di rating Moody’s definisce per certo il fallimento della nazione. Così ci troviamo di fronte, ancora, a nuove tagli alle pensioni e tasse straordinarie per gli immobili. «Il cancro finanziario greco dilaga ancora maggiormente ad inizio 2012, quando l’agenzia di rating Fitch considera insolvente la Grecia e ritiene l’accordo per imporre perdite ai creditori privati un default tecnico che anticipa il fallimento del Paese». Chi ci guadagna con il fallimento? I titoli di Stato valgono solo il 25% di quanto dovrebbero essere pagati. Non solo, le banche esigono una percentuale che si aggira intorno al 5% per spese di commissione e segreteria. Spesso, chi è andato in pensione, ha ricevuto il trattamento di fine rapporto proprio con i Buoni ordinari del tesoro, trovandosi così con circa il 20% del valore reale. Per fare un esempio pratico, scrive Monia Benini, «un lavoratore che aveva diritto ad un Tfr di 40.000 euro, si ritrova con 8.000 euro». Però chi detiene dei Credit Default Swaps, non solo recupera il taglio del valore dei titoli, ma ne trae ulteriori profitti senza risentire minimamente del fallimento condizionato. Ad essere escluso dal fallimento condizionato, tra gli altri, troviamo la Goldman Sachs che possiede i titoli. L’opinione di Christos Ioannou, professore alla facoltà di economia dell’Università di Atene. Nel libro, l’autrice intervista l’economista Christos Ioannou, che dichiara: «E’ stato uno sbaglio essere entrati nell’euro. Ma adesso uscirne sarebbe come essere saliti in aereo, essersi accorti di aver sbagliato volo e buttarsi giù. Ora l’economia greca si deve scrollare di dosso il massimo possibile del debito e deve evitare il default definitivo perché questo avrebbe effetti devastanti per ogni apparato produttivo residuo. Il decennio che ha preso l’avvio sarà molto difficile per la Grecia, che deve uscire dall’occhio del ciclone creato e voluto dagli speculatori finanziari internazionali. Siamo in una situazione molto difficile: la gente vive nella povertà, ha una difficoltà economica enorme e la tensione è sul punto di scoppiare». Il popolo greco non è rimasto a guardare. Nelle piazze di Atene e di altre città della Grecia è montata la protesta. Il popolo greco, unito dalla tensione contro i loro carnefici e non asservito ai diktat provenienti dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale, è sceso in strada, duro ed unito. Ha trovato davanti a se due nemici: «le forze di polizia schierate dai governi che hanno cercato di reprimerli con la violenza e brutalità, criminalizzandoli» e gli organi d’informazione di massa, sempre ben attenti a usare le parole per plagiare emotivamente gli interlocutori. Quale futuro? «In un clima così aspro e duro – scrive la Benini – è difficile prevedere cosa realmente potrà accadere in Grecia. L’incertezza è l’unica cosa certa». Ma lancia un monito: chi pensa che l’Italia sia lontana da questa crisi, si sbaglia di grosso; le misure varate dal Governo di Monti, sono molto simili a quelle imposte due anni fa ad Atene. «Stesse imposizioni del sistema bancario e finanziario europeo e internazionale, con i politici che si danno un gran da fare come “camerieri dei banchieri”». di Fabio Polese

10 luglio 2012

Taci! Lo spread ti ascolta

Il teatrino dell'assurdo nel quale siamo immersi quotidianamente, ci offre momenti di parossismo in grado di trasportarci ai confini della realtà. Di fronte alla manovra tagli e sangue conosciuta come spending review, che fra le altre cose eliminerà quasi 20mila posti letto negli ospedali e produrrà il licenziamento di qualche decina di migliaia di dipendenti della pubblica amministrazione, le critiche più dure arrivano da Squinzi, Presidente di Confindustria e non della Cgil. Proprio durante un faccia faccia con Susanna Camusso, Squinzi ha esternato le proprie perplessità riguardo alle ultime mosse del governo, sottolineando che "dobbiamo evitare la macelleria sociale". Spiazzando in primo luogo i vertici sindacali, dal momento che se Confindustria critica l'operazione del governo usando il loro stessi toni, significa in tutta evidenza che la "morbida" posizione tenuta fin qui non è più sufficiente a sotenere l'immagine d'integerrimi difensori dei diritti dei lavoratori ed occorre fare di più, con il rischio d'incorrere nell'ira dei banchieri.... L'ira di Mario Monti, colpito nel vivo dalle dichiarazioni, si è per ora indirizzata nei confronti di Squinzi, reo di avere esternato perplessità e critiche nei confronti di una manovra che i media mainstream ed il mondo politico stanno sforzandosi di presentare sotto le mentite spoglie di una medicina amara ma necessaria, che garantirà la guarigione del paziente. Dimenticando colpevolmente che il paziente ucciso da un farmaco potrebbe tornare in vita solamente in conseguenza di un miracolo e le virtù taumaturgiche dei banchieri sono estremamente scarse, dal momento che stanno fallendo anche nel tentativo di "salvare" gli istituti di credito da loro stessi creati. Il banchiere di Goldman Sachs ha attaccato Squinzi affermando che "Dichiarazioni di questo tipo, come è avvenuto nei mesi scorsi, fanno aumentare lo spread e i tassi a carico non solo del debito ma anche delle imprese, e quindi invito a non fare danno alle imprese". Tutti zitti, insomma, altrimenti lo spread (che è sempre in ascolto) potrebbe indispettirsi e ricominciare a salire in maniera forsennata, perdendo la fiducia nell'operato del governo. A rincarare la dose, in soccorso di Mario Monti, è arrivato anche l'immarcescibile Luca Cordero di Montezemolo, ex Presidente di Confindustria e novello "benefattore" in procinto di scendere nell'agone politico per difendere il futuro degli italiani. Il Presidente della Ferrari, di estrazione Fiat e da sempre campione nell'arte di privatizzare i profitti e socializzare le perdite, ha testè affermato "Dichiarazioni come quelle di Squinzi, sia nel merito che nel linguaggio, non si addicono a un presidente di Confindustria, fanno male e sono certo che non esprimono la linea di una Confindustria civile e responsabile". Insomma la Confindustria di Squinzi sta diventando un organismo "rivoluzionario" che si distacca da una linea civile e responsabile, per sposare l'acciottolato sconnesso della protesta. Ed i risultati non stanno tardando a manifestarsi, lo spread è già risalito oltre i 480 punti (Berlusconi fu "licenziato" per molto meno) e potrebbe continuare ad arrampicarsi con risultati disastrosi. Tutta colpa di Squinzi, lo spread ci ascolta ed è indispensabile tacere, se proprio intendete sfogarvi fatelo in un bugigattolo nascosto dall'ombra, dopo esservi assicurati che il nemico non è in ascolto. di Marco Cedolin

09 luglio 2012

Arafat assassinato col polonio, il super-veleno degli 007

Avvelenato col polonio-210: Yasser Arafat, storico padre della causa palestinese, sarebbe morto in seguito ad avvelenamento progressivo causato dal raro metalloide altamente radioattivo, talvolta utilizzato dai servizi segreti per eliminare nemici senza lasciare tracce visibili. La presenza del polonio è stata invece riscontrata oggi, quasi otto anni dopo la sua strana morte, sugli effetti personali di Arafat: lo spazzolino da denti, gli indumenti e l’inseparabile kefiah. A dare la notizia, il portavoce dell’Istituto Svizzero di Radiofisica di Losanna. Rivelazione subito ripresa da “Al Jazeera”, in un dossier che riapre il giallo sull’improvvisa scomparsa del leader palestinese, l’11 novembre 2004 in un ospedale parigino, in seguito ad una malattia repentina e misteriosa. Già al momento del precipitoso ricovero, i funzionari francesi rifiutarono di fornire i dettagli sulle condizioni di salute del leggendario capo dell’Olp, Le ultime immagini di Yasser Arafattrincerandosi dietro le leggi sulla privacy e alimentando in tal modo il sospetto che il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, insignito nel 1994 del Premio Nobel per la Pace insieme agli israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin, fosse stato avvelenato. Ipotesi e dubbi che ora trovano conferma nelle parole dei ricercatori dell’istituto elvetico, che non si sbilanciano ma confermano di aver trovato «inspiegabili ed elevate quantità di polonio-210 sugli effetti personali di Arafat, insieme a macchie di liquidi biologici». Secondo François Bochud, direttore del centro di Losanna, «per confermare i risultati e arrivare a ricostruire le cause della morte è necessario riesumare il corpo e testarlo per il polonio-210». Ma occorre procedere subito, perché il polonio è in decomposizione: «Se aspettiamo troppo a lungo, qualsiasi possibile prova sparirà». Suha, la vedova di Arafat, ha già chiesto che il corpo del marito, sepolto nella città cisgiordana di Ramallah, venga immediatamente riesumato per accertare una volta per tutte le cause reali della morte, finora misteriose. «Dobbiamo andare oltre per rivelare la verità a tutto il mondo arabo e musulmano», ha detto ai microfoni dell’emittente araba. Il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha chiesto formalmente la creazione di una commissione d’inchiesta internazionale, sul modello di quella istituita per far luce sull’assassinio del premier libanese Rafic Hariri. Il caso ricorda la morte della spia russa Alexander Litvinenko, avvenuta a Londra nel 2006: anche in quell’occasione fu il polonio, usato come potente veleno, a causare l’atroce fine dell’ex agente dei servizi segreti russi, riparato nella capitale inglese al seguito di Boris Berezovskij, il potente oligarca che – su ordine L'agonia di Alexander Litvinenkodell’allora presidente Eltsin – organizzò la prima guerra in Cecenia finanziando una milizia mercenaria incaricata di attaccare l’esercito regolare russo per poter così simulare un’insurrezione separatista della piccola repubblica caucasica.
Arafat è stato sempre cordialmente detestato da Israele, che l’ha perseguitato per tutta la vita con la sola eccezione della “primavera” di distensione promossa da Rabin, a sua volta assassinato da un estremista ebraico. La fine del leader palestinese fu preceduta da una brutale offensiva dell’esercito israeliano contro il compound di Ramallah, residenza di Arafat. A scatenare i bombardamenti contro il presidente dell’Anp fu il suo nemico giurato Ariel Sharon, allora premier. Militante dall’età di 15 anni nell’Haganah, esercito indipendentista sionista che inaugurò la pratica del Ariel Sharonterrorismo in Medio Oriente contro l’allora protettorato coloniale britannico, Sharon divenne famoso per la spietatezza delle sue milizie anti-palestinesi che nel 1982 fecero strage di civili tra i rifugiati dei campi profughi di Sabra e Chatila, in Libano, suscitando l’orrore del mondo. La fama di criminale di guerra non ha impedito a Sharon di diventare premier, dopo aver organizzato a Gerusalemme una storica provocazione – la “passeggiata”, sotto scorta, sulla Spianata delle Moschee, sacra ai musulmani – scatenando in tal modo da Seconda Intifada palestinese, destinata a compromettere il prestigio di Arafat come uomo di pace. Colpito da un ictus, Sharon è in coma dal 4 gennaio 2006. Salito al potere nel 2001, si era subito scagliato contro Arafat, prendendo a cannonate il quartier generale di Ramallah. Un’ostinazione, quella di Sharon, indifferente alle proteste dell’Onu e della cosiddetta comunità internazionale. Fino al punto da ordinare l’assassinio di Arafat per avvelenamento, mediante l’impiego del micidiale polonio-210? di Giorgio Cattaneo

08 luglio 2012

Ribelle è chi rifiuta di strisciare

Che cos’è un ribelle? Ribelli si nasce o si diventa a seconda delle circostanze? Ci sono diversi tipi di ribelli? Dominique Venner. Si può essere intellettualmente indipendenti, ai margini del gregge, senza per questo essere un ribelle. Paul Morand ne è un buon esempio. Da giovane, era stato uno spirito libero, niente di più, e un favorito dalla fortuna, nei due sensi del termine. I suoi romanzi semplici avevano favorito il suo successo. Niente di ribelle e nemmeno di insolente a quell’epoca. Ciò che ha fatto di lui l’indipendente rivelato dal suo Diario è stato l’aver fatto involontariamente la scelta dei futuri perdenti tra il 1940 e il 1944 e l’aver persistito poi nelle sue repulsioni, l’essersi sentito uno straniero. Un altro esempio molto differente è quello di Ernst Jünger. Benché sia autore di unTrattato del ribelle molto influenzato dalle inquietudini della guerra fredda, Jünger non fu mai un ribelle. Nazionalista all’epoca del nazionalismo, in urto con il III Reich come buona parte della buona società, legato durante la guerra ai futuri cospiratori del 20 luglio 1944, non ha mai approvato il principio dell’attentato contro Hitler. Ciò per ragioni di ordine etico. Il suo itinerario più o meno ai margini delle mode è molto esattamente quello dell’anarca, figura di cui fu l’inventore e la perfetta incarnazione dopo il 1932. L’anarca non è un ribelle. È uno spettatore appollaiato a una tale altezza che il fango non può raggiungerlo. Al contrario di Morand o di Jünger, in seno alla generazione precedente, il poeta irlandese Padrig Pearse fu un autentico ribelle. Si può dire che lo fu per nascita. Bambino, aveva imparato le gesta dei combattenti di tutte le rivolte dell’Irlanda. Più tardi, cominciò ad associare il risveglio della lingua gaelica alla preparazione dell’insurrezione armata. Membro fondatore della prima IRA, fu il vero capo dell’insurrezione della Pasqua del 1916 a Dublino. Per questo motivo venne fucilato. Morì senza sapere che il suo sacrificio sarebbe diventato il lievito che avrebbe fatto trionfare la sua causa. Quarto esempio ancora differente, Aleksandr Solženicyn. Fino al suo arresto, nel 1945, era stato un eccellente sovietico, che si poneva poche domande su un sistema nel quale era nato, e che compiva durante la guerra il suo dovere di ufficiale riservista dell’Armata rossa senza problemi di coscienza. Il suo arresto, la scoperta del Gulag, dell’orrore accumulato dal 1917, provocarono una totale rimessa in discussione, tanto di se stesso quanto del mondo nel quale aveva vissuto fino a quel momento alla cieca. Fu allora che divenne un ribelle, anche rispetto alle società mercantili, distruttrici di ogni tradizione e di ogni vita superiore. Le ragioni di un Pearse non sono quelle di un Solženicyn, il quale ha avuto bisogno dello shock di un avvenimento seguito da un eroico sforzo interiore per diventare un ribelle. Ciò che hanno in comune, è di aver scoperto per vie differenti una incompatibilità assoluta tra il loro essere e il mondo nel quale dovevano vivere. Questa è la prima caratteristica che definisce il ribelle. La seconda è il rifiuto della fatalità. Che differenza c’è tra la ribellione, la rivolta, la dissidenza e la resistenza? D.V. La rivolta è un movimento spontaneo, provocato da una violenza ingiusta, un’ignominia, uno scandalo. Figlia dell’indignazione, è raramente durevole. La dissidenza, come l’eresia, è il fatto di separarsi da una comunità, sia essa politica, sociale, religiosa o filosofica. I suoi motivi possono essere legati al caso. Essa non implica l’inizio di una lotta. Quanto alla resistenza, al di là del senso mitico acquisito durante la guerra, significa che ci si oppone, e niente di più, a una forza o a un sistema, anche passivamente. Essere ribelli è tutt’altra cosa. Rispetto a che cosa un «ribelle» è essenzialmente… ribelle? D.V. È ribelle a ciò che gli sembra illegittimo, all’impostura o al sacrilegio. Il ribelle è legge per se stesso. Ciò fonda la sua specificità. La sua seconda caratteristica è la volontà di iniziare la lotta, anche senza speranza. Se combatte una potenza, è perché ne rifiuta la legittimità, ed aspira a un’altra legittimità, nella fattispecie a quella dell’anima o dello spirito. Quali modelli di «ribelli» offrirebbe, scegliendoli nella storia e nella letteratura? D.V. Di primo acchito, penso all’Antigone di Sofocle. Con lei, siamo nello spazio della legittimità sacra. Antigone è ribelle per fedeltà. Sfida il decreto di Creonte per rispetto della tradizione e del comandamento divino – la sepoltura dei morti – trasgredito dal re. Poco importa che Creonte abbia le sue ragioni. Il loro prezzo è un sacrilegio. Antigone crede dunque di essere legittimata nella sua ribellione. Per invocare altri esempi, ho solo l’imbarazzo della scelta. Durante la guerra di secessione americana, gli yankees designarono i loro avversari sudisti con il nome di ribelli, rebs. Era della buona propaganda, ma falsa. La Costituzione degli Stati Uniti riconosceva, infatti, agli Stati membri il diritto di secessione. E le forme costituzionali erano state rispettate dagli Stati del Sud. Il generale Robert Lee, un virginiano, futuro comandante in capo degli eserciti confederati, non si considerava un ribelle. Dopo la sua resa, nell’aprile del 1865, si sforzò di riconciliare il Sud con il Nord. In quel momento insorsero i veri ribelli, donne e uomini che, dopo la sconfitta, continuarono la lotta contro l’occupazione del Sud da parte degli eserciti nordisti e dei loro protetti. Alcuni, come Jesse James, cascarono nel banditismo. Altri trasmisero ai loro figli una tradizione che ebbe una grande posterità letteraria. LeggendoGli invitti, il più bel romanzo di William Faulkner, si scopre, ad esempio, l’affascinante ritratto di una giovane ribelle, Drusilla, sempre certa del suo buon diritto e dell’illegittimità dei vincitori. Come si può essere ribelli oggi? D.V. Mi chiedo soprattutto come si possa non esserlo! Esistere, significa combattere ciò che mi nega. Essere ribelli non è collezionare libri empi, sognare fantasmagorici complotti o la resistenza partigiana nelle Cevenne. Significa essere norma per se stessi. E attenervisi, a qualunque costo. Badare a non guarire mai dalla propria giovinezza. Preferire inimicarsi il mondo intero, piuttosto che strisciare. Praticare anche, come un corsaro e senza vergogna, il diritto di preda. Saccheggiare nell’epoca tutto ciò che è possibile convertire alla propria norma, senza fermarsi alle apparenze. Nella sconfitta, non porsi mai il problema dell’inutilità di un combattimento perduto. Si pensi a Padrig Pearse. Ho ricordato Solženicyn che incarnò la spada magica di cui parla Jünger, «la spada magica che fa impallidire la potenza dei tiranni». In questo, egli è unico e inimitabile. Eppure, era debitore a persone meno grandi di lui. E ciò incita a riflettere. In Arcipelago Gulag, ha narrato le circostanze della sua «rivelazione». Nel 1945, c’era una decina di detenuti nella stessa cella della prigione di Butyrki, a Mosca, volti smunti e corpi abbandonati. Tra i detenuti, uno solo era differente. Era una ex guardia bianca, il colonnello Constantin Iassevic. Si voleva fargli pagare il suo impegno nella guerra civile, nel 1919. E Solženicyn dice che il colonnello, senza parlare del suo passato, mostrava con tutto il suo atteggiamento che per lui la lotta non era finita. Mentre nella mente degli altri detenuti regnava il caos, egli aveva visibilmente un punto di vista chiaro e netto sul mondo che lo circondava. La nettezza della sua posizione dava al suo corpo, malgrado l’età, solidità, scioltezza, energia. Era l’unico a spruzzarsi con acqua fredda ogni mattina, mentre gli altri detenuti marcivano nella loro sporcizia e si lamentavano. Un anno dopo, trasferito di nuovo nella stessa prigione di Mosca, Solženicyn venne a sapere che l’ex colonnello bianco era stato appena giustiziato. «Dunque, era questo che vedeva attraverso i muri, con i suoi occhi rimasti giovani […] Ma l’incoercibile sensazione di essere rimasto fedele alla via che si era tracciata gli conferiva una forza poco comune». Meditando su questo episodio, mi dico che, non riuscendo ad immaginare di poter mai diventare un altro Solženicyn, ognuno di noi può quantomeno essere l’immagine del vecchio colonnello bianco. di Dominique Venner Dominique Venner, autore di Le cœur rebelle, intervista ripresa dal numero 308 di Diorama, con traduzione di Giuseppe Giaccio.

31 luglio 2012

Italia sotto tutela bancaria

Una recentissima indagine commissionata da Unioncamere e Ministero del Lavoro sul terzo trimestre 2012 ci dice che nel periodo luglio-settembre i contratti a tempo indeterminato in Italia saranno solo il 19,8% su quasi 159 mila. L’Istat invece ai primi di giugno di quest’anno forniva i dati inquietanti sulla disoccupazione, che nel primo trimestre si sarebbe attestata al 10,9% con un aumento su base annua del 2,3 %, con una disoccupazione giovanile che è oramai oltre il 35 %, mentre i posti di lavoro persi tra marzo e aprile sono ben trentotto mila. Ebbene di fronte a dati di questo genere qualsiasi governo con un minimo di decenza si sarebbe dimesso e il Parlamento, luogo oramai deputato in Italia solo a fornire agi e privilegi a degli incompetenti nulla facenti, sarebbe sciolto da un Capo dello Stato serio e credibile. E invece c’è stato imposto il “ Fiscal Compact” (già il termine inglese suona meglio nel continuo scimmiottare Londra da parte dei peones della politica nostrana), ad eccezione della Gran Bretagna e Repubblica Ceca che non l’hanno accettato, che ci impone rigorosamente, per chi ha un debito pubblico superiore al 60% del Pil, di restare sotto tale soglia (a oggi il rapporto tra debito pubblico e Pil ammonta al 123,3%), con l’obbligo per chi sfora tale percentuale di rientrarvi nell’arco di 20 anni per un ventesimo della quota che sfora il 60 % da versare ogni anno. Questo significa che gli italiani dovranno per i prossimi 20 anni subire tagli alla spesa pubblica per ben 45 miliardi di euro l’anno! Una cifra colossale, che colpirà soprattutto i ceti medio bassi, anche paragonata all’altra stangata infertaci dal governo delle banche, lo “Spending Review” (anche qui l’inglese è d’obbligo perché fa tanto british e bocconiano) che ammonta a 29 miliardi in tre anni. Un vero salasso in barba alle ridicolaggini sulla crescita e altre amenità che escono ogni giorno dalla bocca del senile professore che siede a Palazzo Chigi. A ciò si deve aggiungere l’altro mostro partorito dalla burocrazia di Bruxelles e Francoforte, il MES - Meccanismo Europeo di Stabilità - che obbliga l’Italia a versare 15 miliardi in 5 anni a sostegno del fondo salva banche. Non c’è che dire, una fine davvero ingloriosa per la nostra penisola, che dopo essere “stata liberata” nel 1945 dalle armate degli invasori anglo-americani, e da allora sempre occupata militarmente, oggi si avvia alla totale estinzione anche economica e sociale per opera degli stessi di allora. Adattando la celebre frase di Von Clausewitz, che vedeva nella guerra il proseguimento della politica con altri mezzi, verrebbe da dire che qui si tratta dell’economia che prosegue la guerra con altri mezzi. Non contenta la BCE, che non risponde a nessun governo eletto, alla faccia di chi vuole esportare nel mondo a suon di bombe questo modello Occidentale, e che muove le fila al governo Monti, si diletta quotidianamente a darci consigli su come ridurre la disoccupazione con le solite soluzioni lacrime e sangue: “Salari più bassi e maggior flessibilità”, peccato però che i prezzi di prima necessità aumentino costantemente, e prosegue… “in vari Paesi la correzione al ribasso dei salari è stata modesta e ciò nonostante l’aumento della disoccupazione; solo la moderazione salariale e la flessibilità possono riallocare i lavoratori in esubero”. Più chiari di così! A fronte di simili esternazioni, che lasciano il tempo che trovano e aspettano sempre una conferma sul campo mai arrivata, che hanno come unico obiettivo distruggere ogni certezza contrattuale e salariale e ridurre ancor di più quello che resta di Stato Sociale in Italia e in Europa, nessun politico italiano e sindacalista ha sentito il dovere di dire in modo chiaro come stanno realmente le cose e dichiarare apertamente che il “Re è nudo” e che in Italia vi è in atto tutt’ora un vero e proprio colpo di Stato finanziario: finiti i tempi delle divise che sapevano tanto di America Latina, ora si vestono in giacca e cravatta. La BCE, il FMI, l’Ue e i loro camerieri inseriti a vari livelli nei governi europei, stanno operando una sistematica distruzione di tutte le conquiste sociali fatte dal lontano 1930 a oggi, con la Fornero come “Cavallo di Troia” inserito nella cittadella del lavoro, mentre il governo di Mr. Monti, quello che durante il recente viaggio a Mosca, incurante del ridicolo e della nullità del suo governo in campo internazionale, si è addirittura paragonato a uno statista nell’intervista concessa a Itar Tass e diffusa dalla tv “Russia 24”. Sta solo eseguendo i compiti affidatigli dall’oligarchia anglosassone e mondialista. Con la scusa dello spread, a colpi di machete si taglia tutto quello che c’è da tagliare di sociale, scuola, università, sanità, pensioni, salari, servizi sociali, trasporti pubblici, senza però toccare le banche e i loro interessi, nella speranza di spremere tutto quello che si può ora e subito, finché è ancora possibile, non per cercare un impossibile pareggio di bilancio, pia illusione poiché paghiamo interessi su interessi usurai, ma di far affluire nuovi capitali nelle casse degli istituti di credito in nome di quel debito pubblico che non è altro che il signoraggio operato dalla BCE che stampa e presta a usura il denaro, poi che vada tutto al diavolo. Una Fornero saccente e prepotente, che uscita dal cilindro del mondo bancario, come gran parte degli accoliti di Mr Monti, predica le solite ricette fasulle e portatrici di miseria in salsa liberista, “facilità di licenziamento, flessibilità-precarietà, moderazione salariale, tagli occupazionali, meno diritti”. Tutte cose già viste fuori Europa, dove sono state applicate a man bassa nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo e in America Latina in passato e dove hanno solo portato un abbassamento drastico del tenore di vita della popolazione, ma al tempo stesso, guarda caso, a un aumento dei profitti delle multinazionali e del sistema bancario internazionale e all’oligarchia di quelle nazioni. E ora questa economista da quattro soldi, ben piazzata ovunque con tutta la famiglia, che ripete a memoria la lezioncina contro il posto fisso, sta dettando legge nella più completa libertà d’azione, incurante dei danni sociali che sta arrecando, ringraziando ogni giorni gli ex sindacati oramai solo di nome come Cigl Cisl Uil e Ugl, che erano pronti a mobilitarsi in un non lontano passato, un giorno sì e l’altro pure contro Berlusconi. Ora tutti costoro, invece di far scendere in strada i lavoratori in uno sciopero generale ad oltranza, fanno spallucce e lanciano solo flebili proclami degni del Ferragosto contro il governo e la “professoressa” ministra. Però la coppia dei distruttori dell’Italia nulla sarebbe se non avesse alle spalle quel Mario Draghi, mentore del potere finanziario e bancario, che sta dettando le regole agli ignavi governi dell’Ue (tranne i britannici ovviamente, che di quel potere fanno parte integrante da sempre e che dopo essersi tenuti saldamente la loro sterlina, non accettano “Fiscal Compact” di sorta e imposizioni da Bruxelles e Francoforte; loro sono uno Stato sovrano non una colonia come l’Italietta del neoresistenziale Napolitano). Proprio il saccente Draghi, che oramai si sente un piccolo dio in terra, ci dice che “l’euro è irreversibile”, come se nella storia ci fosse mai stato un qualcosa d’irreversibile, e che quindi, “forte del sostegno dei governi, nulla cambierà in futuro”. Si dovrò proseguire sulla stessa strada intrapresa per l’Italia, la Spagna e la Grecia, in altre parole dopo che le solite note agenzie di rating hanno declassato gli Stati ecco arrivare i prestiti usurai in cambio però delle cosiddette riforme strutturali, così le chiama il banchiere di Francoforte, non lo chiamiamo statista per non indispettire l’altro, quello vero, il bocconiano di casa nostra, che sono anche queste sempre le solite e arcinote e con il classico obiettivo. Totale deregolamentazione del mondo del lavoro, che significa globalizzazione e quindi peggioramento del livello di vita dei lavoratori a vantaggio dei grandi gruppi internazionali e della concorrenza al ribasso dei Paesi che non hanno alcuna garanzia sociale e salariale. Si produrranno le stesse cose a costi inferiori e con maggiori profitti per gli investitori esteri che verranno in Italia o in Europa. Marchionne ne è il tipico esempio: dopo avere la Fiat succhiato per decenni contributi statali, ora apre fabbriche all’estero, come in Serbia, dove la mano d’opera costa meno della metà che in Italia, per poi rivendere il prodotto finito a prezzo pieno con ricavi ben superiori a quelli che si avrebbero con i lavoratori italiani. Via poi ogni forma di protezionismo economico sia pur minimo, che sempre secondo Draghi inibisce la competitività, certo lui sa bene cosa significhi tutto questo per la nostra economia, perché dall’altra parte dell’Oceano, da dove gli arrivano i compitini ogni giorno, gli Stati Uniti praticano da sempre il più stretto protezionismo, invocando invece l’apertura dei mercati per tutti gli altri popoli in nome del “dio mercato”. Liberalizzazioni, invoca Draghi, che fa rima con privatizzazioni, che a loro volta fanno rima con svendite del patrimonio pubblico nazionale, che così può facilmente entrare nel mirino dei “datori di lavoro” del presidente della BCE, i quali potranno completare la campagna acquisti già iniziata sotto i precedenti imbelli governi di centro sinistra e destra. E, infatti, Mr. Monti è già sulla buona strada visto che ha già dichiarato che “non solo non escludiamo quote dell’attivo del settore pubblico, ma stiamo preparando e presto seguiranno degli atti concreti”, riferendosi questa volta ai patrimoni di Comuni e Regioni, che come quelli dello Stato sono di tutti gli italiani e non certo di un Presidente del Consiglio da nessuno eletto, costruiti nel corso degli anni con i nostri sacrifici e delle generazioni precedenti, ma che ora rischiano di essere spazzati via e ceduti al migliore offerente. E per finire ecco l’affondo finale dell’ex governatore di Bankitalia, con l’invocazione, ma meglio sarebbe dire l’ordine, vista la spocchia da banchiere che si ritrova, a varare al più presto l’Unione di Bilancio, al fine di creare un’entità sovranazionale. Sappiamo bene da chi e in che modo sarebbe poi guidata questa entità, lo stiamo già vedendo e subendo ogni giorno proprio in Italia, dove la politica ha da tempo lasciato il passo al mondo della finanza apolide, la Costituzione è oramai carta straccia, buona solo per i gonzi che ancora credono nella democrazia, mentre tutte le decisioni che contano sono prese altrove, tranne che in Parlamento aula sorda e grigia. di Federico Dal Cortivo

27 luglio 2012

Elezioni anticipate: far votare il Popolo prima che si inferocisca

Mentre incalzano i declassamenti del sistema-Italia da parte delle agenzie di rating (downrating del debito pubblico, di banche, di enti pubblici), mentre lo spread si impenna, mentre le soluzioni annunciate e festeggiate vivono al più due giorni, mentre il contagio greco e spagnolo si fa sempre più pressante, si moltiplicano i contatti a tema monetario tra Monti, Napolitano, Draghi e altre entità più nell’ombra, e vengono divulgati messaggi rassicuranti: niente nuove manovre, niente crisi monetaria, niente rottura dell’Euro, interventi senza tabù da parte della BCE. Ma promesse e rassicurazioni in materia monetaria, come l’esperienza non si stanca di dimostrare, sono solitamente strumentali e mendaci. Mettiamo ora questo quadro in relazione col tema delle elezioni e della riforma elettorale. Napolitano esige la riforma del Porcellum, onde dare (parvenza di) rappresentatività popolare al parlamento, prima delle prossime elezioni politiche. Diverse fonti ventilano un progetto di voto anticipato ad Ottobre. Monti emette ormai effati implicitamente possibilisti in tal senso. Si parla di un patto tra i partiti che lo sostengono per cambiare la legge elettorale (cioè per inventare un nuovo sistema per eleggere sempre gli stessi), impegnarsi congiuntamente a continuare l’appoggio a Monti e alla sua linea di “risanamento” quale che sia il voto dei cittadini, e poi andare alle urne in sicurezza, avendo “rassicurato i mercati e Berlino”. Mi suona molto così: “Cari titolari dei partiti responsabili, se volete rimanere ancora qualche anno in poltrona a gestire la spesa pubblica come siete abituati a fare, dovete vincolare la futura azione del futuro parlamento ad obbedire e votare le veline della BCE, dell’Eurogruppo, della Commissione, impegnandolo sin da ora a fare tutte le riforme e le cessioni di sovranità che saranno richiesti, anche contro la logica e l’interesse nazionale; solo a tale condizione, la BCE, in deroga autocratica al suo statutario divieto a intervenire in tal senso, continuerà a intervenire sottobanco, sul mercato secondario, per comprare, cioè rifinanziare, il debito pubblico italiano evitando il default del paese.” Un rinnovo parlamentare di questo tipo, imposto dall’estero come già lo fu il rinnovo del governo l’anno scorso, servirà ad affrontare il caldissimo autunno-inverno che ci aspetta, quando scadranno gli ammortizzatori sociali in essere ora (e si impennerà quindi il numero degli ufficialmente disoccupati), quando arriverà la seconda stangata dell’Imu, quando si faranno i conti con la moria di imprese e posti di lavoro già percepibile a chi opera in contatto con le pmi e con i lavoratori autonomi, quando si farà una tassa patrimoniale sugli immobili per raschiare il fondo e affossare il paese. Quando, insomma, probabilmente scoppierà la crisi sociale. Tale fedelissimo parlamento fantoccio, necessario complemento di un governo pure calato dall’alto, potrà legiferare per reprimere la protesta popolare, per introdurre nuove tasse e misure straordinarie, per ingabbiare la nazione nelle strutture giuridiche autocratiche decise altrove, assai più affidabilmente di quanto può fare l’attuale parlamento zombie. E, nel farlo, potrà dire: “non rappresentiamo il popolo che democraticamente ci ha eletti; l’opposizione è violenza, follia, rifiuto delle regole.” Ma soprattutto è meglio far votare la gente in autunno, prima che il bubbone scoppi, prima che succeda qualcosa di grave e duro per la vita quotidiana, prima che il governo dia ulteriori e traumatici giri di vite, prima che si sentano pienamente gli affetti della sua politica economica e del dominio tedesco. Andare al voto nel Marzo 2013 vorrebbe dire andare dare lo strumento elettorale in mano a un popolo che sarà inferocito e sfiduciato, anche verso l’UE, verso Napolitano, oltre che verso Monti e i suoi sostenitori. Questa ipotesi spiegherebbe l’attivismo e gli sforzi in corso da parte di premier, Quirinale, BCE e ABC per turare le falle e puntellare il sistema finché non dispongano di un nuovo parlamento a loro misura, per le loro non divulgate strategie. Spiegherebbe anche perché Berlusconi ancora non dichiara la sua linea come candidato a premier: a seconda di come andranno le cose nei prossimi mesi, a seconda che quel piano riesca oppure fallisca, dovrà presentarsi come fedele servitore dell’Europa dei banchieri, oppure acerrimo leader della lotta contro di essi.

26 luglio 2012

L'irresistibile inadeguatezza della politica

Credo che la maggior parte dei cittadini non abbia ancora capito. Per non parlare dei politici, dei sindacalisti, dei rappresentanti di associazioni e gruppi. A giudicare dalla spensieratezza con cui si va in vacanza, si segue il calcio mercato, si discetta di sistemi elettorali, ci si infervora sui matrimoni gay e sulle dimissioni della Minetti, si direbbe che siano davvero pochi gli italiani che si rendono conto di quanto è drammatico questo momento. E allora proviamo a riassumere. Nessuno sa quanto è probabile che l’euro crolli, o che lo Stato italiano fallisca e ci trascini tutti nel baratro. Però questa eventualità, che era decisamente remota fino a qualche tempo fa, ora non è più trascurabile. Può succedere. Speriamo di no, ma può succedere. Questa settimana, o fra un mese, o fra un anno. Non è inutile ricordare che cosa l’eventualità di un default si porterebbe dietro. Primo: una considerevole erosione dei propri risparmi, per chi ne ha; un crollo del valore degli immobili; l’impossibilità – in caso di necessità – di venderli a un prezzo decente. Secondo: un taglio dell’importo delle pensioni, per chi non lavora più; difficoltà di conservare il posto di lavoro, per operai e impiegati; difficoltà di tenere aperte attività economiche, per imprenditori, commercianti, artigiani. Terzo: riduzione della quantità e della qualità delle cure, per i malati; per tutti, problemi di approvvigionamento energetico, perché benzina, riscaldamento, luce elettrica scarseggerebbero e costerebbero di più. Qui mi fermo, perché non è il caso di infierire. Ma il menù è questo. Le dosi possono variare, le portate – ovvero i guai – possono essere abbondanti o striminzite, ma questo è il genere di eventi che accompagnano un default. Ebbene, di fronte a tutto questo – che fortunatamente non è né certo né probabile, e tuttavia sta diventando sempre più possibile – le forze politiche paiono avere completamente smarrito il senso della misura, delle proporzioni, o meglio ancora delle priorità. Ogni giorno ci riserva la sua piccola bega, fra partiti ed entro i partiti, e pochissimi paiono rendersi conto che ci siamo di nuovo pericolosamente avvicinati al baratro. Da qualche giorno si riparla della possibilità di votare subito, ad ottobre, e non sappiamo ancora nulla. Non sappiamo se dovremo rivotare con le liste bloccate del “porcellum” oppure ci sarà una nuova legge elettorale. Non sappiamo se chi ha condanne definitive potrà essere eletto in Parlamento. Non sappiamo quali saranno le forze politiche in campo. Non sappiamo che alleanze faranno i partiti. Non sappiamo chi saranno i candidati premier. Ma soprattutto non abbiamo ancora ascoltato alcuna proposta precisa in materia di politica economica, salvo quella dei cosiddetti montiani, che propongono di andare avanti così, completando le riforme dell’agenda Monti. Eppure, come elettori, avremmo diritto di sapere come le principali forze politiche del paese intendono evitare il default e, se possibile, riavviare un minimo di crescita economica. Ma attenzione, quando dico che avremmo il diritto di sapere, non mi riferisco ai soliti elenchi di impegni generici, velleitari, o privi di copertura finanziaria. Oggi meno che mai, come elettori, possiamo accontentarci del consueto minestrone elettorale: crescita, coesione sociale, equità, sgravi fiscali, lotta all’evasione fiscale, riduzione degli sprechi, federalismo, rilancio del mezzogiorno. I progetti delle forze politiche che si candidano a governare il paese dovrebbero essere dettagliati e finanziariamente sostenibili, e soprattutto chiari nel loro rapporto con quel che Monti ha fatto fin qui. Non sono fra quanti pensano che Monti abbia fatto il massimo possibile, e anzi ritengo che abbia commesso qualche notevole sbaglio. Ma mi spaventa di più la completa mancanza di analisi credibili da parte delle forze che lo criticano, o lo sostengono fra mille distinguo e prese di distanza. Né Bersani, né Alfano, né Grillo – leader delle tre principali forze in campo – sono stati finora capaci di offrire una alternativa convincente, ossia chiara ed articolata, alla linea del professore. Quel che si intuisce è soltanto che Grillo non esclude il ritorno alla lira, ad Alfano non sono piaciuti gli aumenti delle tasse, a Bersani non sono piaciute le riduzioni di spesa. Quanto al partito di Montezemolo, l’unica lista che potrebbe competere con le tre forze maggiori, non si sa neppure se sarà presente alle prossime elezioni. Forse è anche per questo – perché capiamo che i suoi critici farebbe meno e peggio – che sempre più insistentemente si sente parlare di una lista Monti, o di una continuazione del montismo con altri mezzi. E forse è per lo stesso motivo che, talora, Monti si lascia andare ad atteggiamenti da salvatore della patria, da uomo di stato che – diversamente dai politici politicanti – non pensa alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni (vedi dichiarazioni di ieri nella sua visita in Russia). Il dramma delle prossime elezioni, siano quest’autunno o siano questa primavera, è proprio questo. L’Italia avrebbe bisogno di un governo politico, dotato di visione, di coraggio e di legittimazione elettorale, che la portasse fuori dalla palude in cui si è cacciata. Ma il ceto politico vecchio e nuovo appare così debole, così incosciente, così inconcludente e cialtrone, che in molti cominciamo a pensare che, tutto sommato, un nuovo governo Monti sarebbe meglio che riconsegnarci a forze politiche che non saprebbero dove portarci. Con una piccola complicazione, però: che i governi li fa il parlamento, e tutto fa pensare che il nuovo parlamento non sarà molto migliore di quello che ci lasceremo alle spalle. di Luca Ricolfi

25 luglio 2012

Rivolte e guerre da manuale

Di cosa può essere capace chi brama la guerra? L’immaginazione potrebbe sorprendersi di fronte all’inesistenza di limiti. Ce l’hanno dimostrato in Libia, ce lo stanno facendo vedere in Siria, ci proveranno (e hanno già iniziato) con l’Iran. Il terrorismo diventa salvaguardia dei diritti umani, eserciti più o meno mercenari sono spacciati per “la resistenza”, governi legittimamente eletti diventano feroci e sanguinari regimi, capi di stato (rispettati e riveriti) che amministrano da anni si trasformano nel giro di poche settimane in crudeli oppressori, scelte di politica interna (come l’approvvigionamento energetico) sono vendute come intollerabili minacce. Insomma, l’assurdità diventa ovvietà, gli oppressori si trasformano in liberatori e l’incredibile diventa realtà. Orwell si inchinerebbe ai guerrafondai moderni. I geni del male contemporanei hanno avuto predecessori che hanno alimentato e strutturato forme di aggressione, occupazione e sterminio degne dei peggiori aguzzini o delle peggiori menti alberganti nei novelli dottori della morte. Queste canaglie bestemmiano definendosi ‘democratiche’ e coprono la loro malvagità con la cosiddetta ‘esportazione’ di ciò che non conoscono. Ci sono invece pratiche, tattiche e strategie ben note all’asse dei reali oppressori (da USraele ai loro ‘NATOriamente’ fedeli alleati europei), che datano addirittura all’inizio degli anni ’60. Cuba ha fatto scuola. Scrive Jesse Ventura, ex governatore del Minnesota (già Navy Seal), nel libro 63 documents the US Government doesn’t want you to read (in Italia “Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere”, Newton Compton editori) che “alla fine dell’aprile 2001, poco più di quattro mesi prima dell’11 settembre, si è scoperto incredibilmente che l’esercito americano aveva pianificato un finto attacco terroristico contro i suoi stessi cittadini. (…) Si trattava dell’Operazione Northwoods contro Cuba, approvata nel 1962 da tutti gli Stati Maggiori Riuniti.” Nel libro si trova un memorandum per il segretario della Difesa e per il capo delle operazioni militari avente per oggetto la giustificazione per l’intervento militare degli Stati Uniti a Cuba. Vengono elencati i pretesti utili per poter giustificare l’intervento militare, attraverso la pianificazione e la concentrazione di una serie di “incidenti che andranno a combinarsi con altri eventi in apparenza non collegati, allo scopo di camuffare l’obiettivo ultimo e creare la necessaria impressione della pericolosità e irresponsabilità su larga scala” del nemico. Nel memorandum, originariamente top secret, si legge nero su bianco che “il risultato voluto della realizzazione di questo piano sarà quello di mettere gli USA nell’apparente posizione di poter giustamente (…) diffondere l’idea nella comunità internazionale della minaccia portata da questo Paese (il nemico, NdA) alla pace dell’Occidente”. Dal 1962 a oggi, le istruzioni sono seguite alla perfezione. Nei documenti riportati da Ventura si legge che le menti del male auspicavano che “alla base di un intervento militare” ci fosse una provocazione e suggerivano come agire per metterla in atto: “Si potrebbe suscitare la reazione di quel governo con un piano segreto e fraudolento” e inoltre “andrebbero promosse azioni aggressive e ingannevoli per convincere” il nemico “di un’imminente invasione”. Nell’appendice del memorandum c’è poi la lista di interventi utili per decidere un attacco credibile. Si va dalla diffusione di voci (disinformazione), all’azione di alleati nel paese nemico affinché si insceni un attacco; dal provocare disordini all’organizzare un attentato con relative cerimonie funebri. In particolare, ci sono due proposte che non lasciano spazio a dubbi o a complottismi di sorta (se non quelli degli ideatori): far esplodere una nave americana e dare la colpa al nemico che si vuole aggredire; far esplodere un proprio mezzo senza equipaggio umano in territorio nemico e attribuire la responsabilità al governo che si vuole combattere, avendo l’accuratezza di pubblicare la lista delle (inesistenti) vittime sui giornali statunitensi “in modo da sollevare un’utile ondata di sdegno nella nazione.” E, se non bastasse, il documento desecretato invita a “sviluppare una campagna terroristica.” Correva l’anno 1962 quando questa strategia veniva elaborata e indicata come via maestra. Le guerre più recenti dimostrano l’efficacia delle operazioni ‘da manuale’ degli aggressori. Con alcune ‘migliorie’ come ad esempio l’intervento occulto attraverso quelli che vengono chiamati (e armati) ‘eserciti dei ribelli’ o ‘degli insorti’. La realtà ci insegna che i killer professionisti agiscono in segreto, nascosti, vicini ma invisibili alla vittima. E non sono paghi finché non hanno portato a termine la missione. Norman Podhoretz, firmatario del Project for a New American Century (PNAC), nel numero di settembre del 2002 della sua rivista Commentary scrisse che i regimi “che meritano abbondantemente di essere rovesciati e sostituiti non si limitano ai tre membri identificati dell’Asse del Male (Iran, Iraq e Corea del Nord, NdA). L’asse dovrebbe essere esteso almeno alla Siria, al Libano e alla Libia, ma anche ad ‘amici’ dell’America quali la famiglia reale saudita e l’Egitto di Mubarak, insieme all’Autorità Palestinese sia diretta da Arafat che da uno dei suoi scagnozzi.” L’agenda è in atto; la missione è in corso. E per chi vuole la guerra (e il preziosissimo bottino di guerra) non c’è nulla di impossibile o impraticabile. I media e i governi alleati sapranno costruire la matrice da metterci davanti agli occhi per nascondere la verità. di Monia Benini

24 luglio 2012

A cosa serve il servizio segreto?

Oggi per scoprire segreti militari basta un satellite o anche un Drone delle dimensioni di una mosca. Un servizio segreto serve a preparare e vincere una guerra, possibilmente senza combatterla, mediante il condizionamento della pubblica opinione. Ciò può avvenire mediante aggressione mediatica diretta ( es la BBC inglese con l’Italia 1940-1945) o la penetrazione capillare di idee opportunamente teleguidate che trasformino in verità assoluta un interesse politico ben identificato dalla geopolitica. ” L’aggressore è amante della pace. egli vorrebbe conquistare le nostre case senza sparare un sol colpo” ( Clausewitz, cap V “della superiorità della Difesa strategica”. Cito a memoria e una virgola potrebbe essere fuori posto) . Parlava di Napoleone e quindi nessuno dei presenti si offenda. In un mondo in cui si è disposti a credere a tutto, basta condizionare e rifornire con continuità i media e il piu è fatto. Il più grande successo dell’intelligence inglese degli ultimi quattrocento anni è l’aver introdotto il concetto di “equilibrio europeo” nelle cancellerie di tutto il mondo. Migliaia di diplomatici di tutta Europa hanno sempre dato per scontato che per avere la pace bisognasse assicurare l’equilibrio in Europa tra le varie potenze. Ci sono voluti quattro secoli per tornare al prisco concetto di naturale Unità del continente europeo che era stato il perno della vita del mondo dall’era dell’imperatore Augusto alla caduta di Costantinopoli. Non che non ci fossero guerre, ma miravano a mantenere o rifare l’impero o brigare una successione. La comunicazione oggi – fortemente integrata con l’intelligence al punto da essere ormai indistinguibile – è riuscita a far percepire una serie di concetti completamente falsi che ci stanno spingendo verso la guerra come capretti verso il sacrificio. Ad esempio, tutti ormai riteniamo che le sanzioni contro uno stato siano una alternativa alla guerra, mentre In realtà la preparano. Tutte le guerre più recenti – vedasi Irak ,Libia, Siria, – sono state precedute da sanzioni economiche più o meno stringenti che hanno avuto la funzione di indebolire l’avversario, minarne la coesione interna mediante impoverimento di alcuni strati sociali, limitarne le potenzialità militari e magari indurli ad atti di aggressione , in maniera da far apparire aggressore l’aggredito. Ora è la volta dell’Iran, attorno al quale è iniziato il balletto delle portaerei Enterprise, Stinton e un’altra di cui ora mi sfugge il nome. L’Iran è il terzo produttore al mondo di petrolio e il secondo di Gas naturale. Le sanzioni gli vengono applicate da circa trenta anni e con varie ragioni. Le prime sanzioni moderne furono applicate all’Italia a seguito della guerra d’Etiopia. ( tralascio il caso napoleonico di “blocco continentale” per non allungare oltremisura). L’esito non fu determinante per la relativa novità dello strumento, la forte coesione nazionale del momento ( anche il PCI propose di aderire al regime ) e le misure economiche adottate su suggerimento dell’ economista Giuseppe Palladino, sconosciuto ai più. Maggior successo ebbe il blocco dei rifornimenti petroliferi al Giappone da parte degli Stati Uniti iniziato nel 1940 che indusse i nipponici ad attaccare nel 1941, prima di essere troppo indeboliti. Le stesse sanzioni economiche imposte dalla Lega Araba contro Israele dal 1948 in poi hanno condotto a guerre ( due di autodifesa preventiva : 1956 contro l’Egitto e nel1982 contro il Libano mirante anche a forzare il blocco economico sull’anello più debole ; due di aggressione diretta 1967 e 1974 in cui gli arabi attaccarono. Ad onta di tutte queste dimostrazioni che le Sanzioni precedono e non impediscono le guerre, la pubblica opinione mondiale è condizionata a pensare il contrario. Un secondo condizionamento planetario consiste nella tecnica di definire ogni atto di resistenza ” crimini di guerra”. È ancora vivo in tutti noi il ricordo dell’ondata di indignazione emotiva suscitata dalla notizia dei diecimila morti in un giorno per mano di Gheddafi, le foto del cimitero di Tripoli in costruzione spacciato per ” fosse comuni” ecc. La notizia, precedette e giustificò l’intervento. Nessun media rettificò le false informazioni. Oggi, con la variante siriana, i ” diecimila morti in un giorno” sono stati trasformati in uno stillicidio di trenta / quaranta morti al giorno, recitati da uno sconosciuto ” addetto stampa” di una ignota organizzazione con base a Londra , senza che nessuna conferma professionale convincente sia intervenuta. Di certo, ci sono tre fatti: seicento ex “rivoluzionari” islamisti libici fanatici armati di tutto punto , trasferiti e pagati dagli USA, tramite i sauditi, stanno spargendo il terrore a macchia di leopardo sul territorio siriano, ritirandosi quando opportuno oltrefrontiera in Libano e in Turchia. Auto imbottite di tritolo sono scoppiate a Damasco provocando massacri, ma indignazione, non paura, al punto che ” i ribelli” hanno negato ogni partecipazione e dato la colpa a Al Kaida che come si sa, ha le spalle larghe e non ha ufficio stampa. Una intervista fatta da un giornalista inglese a Bashar el Assad che avevo personalmente messo su you tube e che poteva aiutare le persone a farsi una opinione indipendente , fu cancellata nel giro di un giorno , un anno e mezzo fa e sostituita dalla scritta ” cancellata”. You tube è mio e lo gestisco io. Se gli USA prenderanno il controllo dei giacimenti iraniani, otterrebbero di fatto il monopolio mondiale dell’energia e potrebbero in ogni momento giugulare Cina e Russia. Ogni notizia su Siria e Iran , anche la più innocente – di innocente non c’è più nulla – leggetela alla luce della geografia e della storia. Due volte. di Antonio de Martini

21 luglio 2012

Aspetti del degrado occidentale: il gioco d’azzardo

Una cosa è innegabile. Dove arrivano “l’Occidente”e la “modernità”, arriva il degrado. Il degrado dell’essere umano. Tutto o quasi, esteriormente, può dare l’impressione di essere “nuovo”, “avanti” e “pulito” rispetto a chi è “rimasto vecchio, indietro e sporco”, secondo quella miope visione che ancora spopola tra le generazioni più ‘stagionate’ cresciute nel mito del “miracolo economico” e tra certi giovinastri ridotti a zucche vuote da un sistema sempre più vacuo dal punto di vista valoriale, educativo ed esistenziale. Ma si tratta della facciata, dell’apparenza, alla quale tiene così tanto chi si compiace di essere “moderno”. Ma il fuori è bello e il dentro è brutto, potrebbe recitare una pubblicità che presentasse sinteticamente cosa sia il “mondo moderno”. Tuttavia il degrado, beninteso, una volta che s’insinua dentro l’uomo si rispecchia anche nel mondo esteriore, e già cominciamo a constatarne gravi e preoccupanti segnali, specialmente nelle grandi città. Ma quello che qui più mi preme è rilevare come la “modernità”, la “democrazia” compiuta, dopo aver abbagliato i più sprovveduti perché “indifesi” (e non vagamente “disinformati”) con i suoi abbaglianti specchietti, comporta un’inesorabile abdicazione dell’uomo da quella che dovrebbe essere la sua posizione “signorile” (rabbânî) nel contesto della Creazione. I demoni preposti allo scopo di traviare l’essere umano in ogni modo e farlo così fallire ne studiano di tutti i colori. Intendiamoci: per ogni tipo umano, ciascun “carattere”, esiste un tranello, un’insidia, di grado commisurato al suo grado di “consapevolezza”, o meglio di “realizzazione”. Con la maggioranza degli uomini, l’Avversario gioca per così dire “sul velluto”, quindi gli basta davvero ben poco per sviarlo. Uno di questi trucchi è il gioco d’azzardo. Cominciamo col dire che questa pratica è stata sempre condannata dalle tradizioni regolari, e tra queste l’Islam. Il motivo è presto detto: essa implica un ‘calcolo’ sul futuro, che nessun essere umano può conoscere, e soprattutto genera denaro dal denaro, senza sforzo, il che la equipara all’usura, al prestito ad interesse, insomma, all’attività cosiddetta “legale” che caratterizza il moderno settore finanziario. E non è solo l’Islam a sostenere che tutto ciò è profondamente aberrante: a beneficio di chi si dichiara “cristiano” solo per darsi una “identità” o per dare addosso a qualcun altro, ricordiamo l’episodio evangelico di Gesù che esce letteralmente dai gangheri (ed è l’unica volta!) per cacciare i “mercanti dal Tempio”. “Mercanti” che in realtà erano dei “cambiavalute”, i quali, lucrando sui “cambi”, fornivano alla “povera gente” che disponeva solo della moneta locale, la divisa con cui dovevano essere versate le tasse all’Impero. Ed era, sottolineiamolo, tutto “legale”… Il che non significa un bel niente, perché al di là della “legge” scritta per favorire qualche camarilla e tiranneggiare le vite degli uomini, esiste una “legge morale”, o meglio una legge divina che, provvidenzialmente, è stata resa nota agli uomini affinché poi non possano dire “non sapevamo” quando giungerà l’inevitabile flagello per il male e lo “scandalo” che è stato sparso. Dopo questa necessaria premessa, veniamo al tema dell’articolo, il gioco d’azzardo. A chiunque sarà capitato di osservare che, di pari passo con la proliferazione di filiali di banche e società finanziarie, stanno spuntando come funghi anche “sale da gioco” e “bische”, ovviamente dotate del crisma della “legalità”. Il fenomeno negli ultimi mesi sta assumendo proporzioni preoccupanti. Vi sono bar che si trasformano d’un colpo, cambiando addirittura l’insegna, in sedi “in franchising” di qualche gestore di “slot machine”. Altrove, con maggiori ‘pretese’, aprono ampi e luccicanti ‘casinò da sfigati’, con decine di postazioni per “tentare la fortuna”. Questi ultimi sono situati preferibilmente nelle vicinanze di luoghi frequentati da masse ‘al pascolo’, ovvero i luoghi dello “shopping”. Ma mentre il casinò tradizionale aveva un che di artatamente “altolocato” (a partire dal mitico “rien ne va plus!”), e non a caso sorge al confine di Stato (Sanremo, Campione d’Italia…), coi clienti che vanno lì paludati da gran signori, queste ‘bische di quartiere’ sono alla portata di chiunque, col che l’occasione di andare a scialacquare il proprio denaro si presenta senza doversi recare chissà dove. Ripeto: stanno spuntando ovunque, segno che la perversa pratica si sta diffondendo a macchia d’olio. I bar, poi, non hanno mai brillato per la qualità della loro clientela, ma adesso, trasformandosi in “sale da gioco”, finiscono per somigliare alle proverbiali “spelonche di ladri”. Vi è infatti da rilevare che questi luoghi sono dei punti di raccolta di individui poco raccomandabili, fannulloni, parassiti e sfruttatori delle proprie malcapitate famiglie. Gente in qualche caso anche pericolosa. Questa piaga sociale non viene assolutamente tenuta in conto da uno “Stato” che anziché tutelare la salute e la probità delle famiglie, individua nell’apertura di sale da gioco e nell’istituzione di sempre nuovi concorsi a premi occasioni per “fare cassa”. La cosa triste è che si sono pure inventati un patetico bollino “gioca sicuro”, che chissà in quale modo dovrebbe impedire ad una persona di cadere nella “malattia del gioco”. Che vergogna! Che si tratti di una vera e propria malattia non lo dico io, ma lo Stato stesso, che in alcune strutture sanitarie pubbliche apre centri specializzati nella cura di persone per le quali il gioco d’azzardo è diventata una patologia incontrollabile. Ma come al solito, in regime democratico, non si “osa” mai abbastanza, perlomeno in quegli ambiti che comunque devono andare così (perché dove vogliono “osano” eccome). Ricordo infatti distintamente il parere di un “esperto” in camice bianco che interpellato da un giornalista su cosa ne pensasse del gioco d’azzardo rispose che “bisogna comunque giocare con moderazione”. Che coraggio, proprio lui, che avrà senz’altro esperienza di famiglie mandate in rovina, economica e morale, da un malcostume incoraggiato dallo Stato stesso! La pratica di scommettere, di fare delle “puntate”, di staccare un biglietto della lotteria, intendiamoci, è già presente da anni, con lo Stato che ci fa il suo bel gruzzolo senza mai riferire nel dettaglio che cosa fa con questa fortuna: ci ripaga, ai signori del denaro, gli “interessi sul debito”? Li spende nella farsesca “guerra al terrorismo” in Afghanistan? Li sperpera per rovinare la salute dei cittadini considerato che la continua irrorazione aerea di sostanze le più nocive avrà un costo esagerato? Non sono domande da poco. Siamo così passati, dopo una prima fase in cui il tutto sembrava “innocuo”, da una serie di scommesse e lotterie, quali Lotto ed Enalotto, Totocalcio, Totip, Lotteria di Capodanno, di Agnano, di Viareggio ecc. ad una quantità di occasioni per buttare via quei tre soldi di cui gli italiani dispongono che davvero fa spavento. E, si badi bene, un primo evidente incremento di tutto ciò lo si ebbe dopo la falsa stagione moralizzatrice denominata “Mani Pulite”, quando assieme al primo saccheggio dello Stato italiano che adesso viene ripreso in grande stile, si assistette ad un’ondata mai vista prima di “delizie” provenienti dall’Angloamerica. Qualcuno forse ricorderà le “sale bingo”, versione ammodernata della tombolata in famiglia, saltate fuori proprio nei primi anni Novanta. O i viaggetti di arzilli e scellerati vecchietti per i quali si organizzavano gite nella “nuova Slovenia” per buttare lì la loro pensione. O i “gratta e vinci”, successivamente resi più “sofisticati” differenziando l’offerta, fino a giungere alle follie della vacanza o del “vitalizio” in caso di vincita. Che tristezza: Lorsignori, i professionisti delle “privatizzazioni”, a rimpinzarsi con le membra del fu “patrimonio pubblico” accumulato coi sacrifici di una nazione affinché fosse ben gestito, mentre la massa rincretinita ed illusa “gratta” nella speranza di “cambiare vita”. Tra l’altro, quest’anelito a “cambiare vita” diffuso nella gente più ignorante, oltre che indicare la non eccelsa esistenza che conduce, a livello “spirituale” ha delle ricadute devastanti poiché l’insoddisfazione è essenzialmente ingratitudine, e “rendere grazie” a Dio è l’atto che tutti, per sperare almeno di “salvarsi”, dovrebbero compiere quotidianamente per tutti i benefici e le bellezze di cui sono stati onorati; solo che non se ne accorgono, perché da una parte sono stati abituati a non accontentarsi mai, dall’altra vivono effettivamente una “vita senza senso”, la quale, però, al confronto di quella di un minatore cileno o di un contadino africano dal punto di vista materiale è infinitamente più agevole… Con la diffusione di internet, inoltre, non vi è stato praticamente più limite alle scommesse cosiddette “sportive” (lo sport è ben altra cosa: lo si fa e non lo guarda!). Dai “punti” specializzati, che spesso sorgono alla confluenza di masse di abbrutiti – ma anche di “gente normale”, che così viene ‘adescata’ - quali le adiacenze delle stazioni ferroviarie, dove non è raro trovare abbandonate lì davanti mucchi di bottiglie di birra o altra bevanda inebriante (un vizio tira l’altro: il classico scommettitore incallito beve e fuma), si è passati al “gioca sicuro” on line; qui la fantasia diabolica s’è scatenata, al punto che giocano tutti, anche i ragazzini con la complicità di genitori dementi, e si punta su tutto, anche in corso d’opera, ovvero mentre stanno giocando la tal partita che il “malato” altrimenti detto “sportivo” (da poltrona) si starà godendo grazie alla sua amata “pay tv”. Una delle cose che lascia stupefatti è che dalle scommesse sulle squadre italiane si è passati alle puntate su tutti i campionati possibili e immaginabili. Ma pensiamoci un attimo: qual è la storica “patria delle scommesse”? Ma l’Inghilterra, che diamine! E dove si è tenuta, nel 1992, in piena “tempesta monetaria” sulla Lira, l’ormai leggendaria riunione dei vari traditori della patria, ancora oggi tutti lì a farci la pelle? Sul panfilo Britannia, di proprietà della Regina d’Inghilterra! Ergo: la sudditanza alla Perfida Albione - quella che ha schiavizzato mezzo mondo (si ricordi solo l’India, ridotta alla fame per due secoli!), che da sempre architetta guerre in casa altrui (accusando gli altri di averle volute), che rovina anche i propri “alleati”, che si tiene stretta la sua Sterlina ma controlla la BCE eccetera… -, questa sudditanza si esplica nella diffusione d’inveterate abitudini, diciamo così, del popolo britannico. Non sorprenderebbe quindi, se tra un po’ scoppiasse anche qua la mania delle corse dei levrieri, tanto è il grado di sudditanza alla City! Intanto, ‘accontentiamoci’ della “Las Vegas europea”, la quale, a riprova che “crisi” e degrado indotto procedono in maniera integrata, sorgerà in Spagna, un'altra nazione dotata del marchio “pigs” massacrata dalla piovra finanziaria cosiddetta “internazionale”. Eurovegas – ci assicurano i suoi ideatori - darà un contributo decisivo all’abbattimento della disoccupazione, ma in cambio pretendono, a mo’ di ricatto verso una classe politica imbelle, senza idee e totalmente succube, “agevolazioni e flessibilità”! Il tutto mentre agli spagnoli si chiedono, per “sanare il debito” (della “moneta-debito”!), le solite “lacrime e sangue”… Sull’identità, poi, dei grandi “magnati del gioco d’azzardo” a livello mondiale, è presto detta: meglio non fare troppi nomi per non essere tacciati di “antisemitismo” (l’ultima trincea di chi non ha più argomenti). Idem per il grande commercio di superalcolici, la pornografia e il relativo sfruttamento della prostituzione, compreso quello di giovanissime dell’est europeo, il cosiddetto “show business” che veicola contenuti satanisti e, dulcis in fundo, il traffico di organi. Che non si possa fare nulla di “concreto” contro questo male sparso a piene mani sulla terra, lo prova una recente vicenda: le dimissioni del Colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, il quale aveva inteso veder chiaro su questo immenso giro di soldi legato al gioco d’azzardo cosiddetto “legalizzato”. Chi può, infatti, sconfessare in maniera così plateale un onesto “servitore dello Stato” nell’esercizio delle sue funzioni, se non un potere “occulto” contro il quale non è lecito “osare”? Il punto è proprio questo. Se da un lato la nostra società viene sempre più sottoposta ad una “cura” che si traduce in un progressivo ed evidente degrado, ciò non può che essere il risultato del furto, ad opera di chi ci ha dapprima invaso e poi selezionato le marionette che danno l’impressione di “governarci”, delle nostre indipendenza, sovranità e libertà. Una volta detto “addio” a queste fondamentali istanze, ed abituata quella che un tempo era stata una “nazione” a non pensarsi più che una massa di “consumatori” e di fruitori di “servizi”, una “massa desiderante”, il resto è solo una conseguenza. Ovvero il degrado che avanza, nelle strade, nelle famiglie, nelle coscienze. Di cui un grave indizio, contro il quale un potere sano, rispettoso dell’Ordine divino che presto o tardi dovrà essere ristabilito, è senz’altro la diffusione delle scommesse e del gioco d’azzardo. di Enrico Galoppini

20 luglio 2012

Latouche: abbiamo bisogno che questo sistema crolli

«Sappiamo già che l’attuale sistema crollerà tra il 2030 e il 2070. Il vero esercizio di fantascienza è prevedere che cosa succederà tra cinque anni». Serge Latouche non ha dubbi: faremo la fine dell’Impero Romano, o del Sacro Romano Impero di Carlo Magno che fu travolto dai Barbari. «Purtroppo siamo già dentro il capitalismo catastrofico». Ed è solo l’inizio, nel bluff chiamato Europa. «La barca affonda e andremo giù tutti insieme. Ma non è detto che questo avverrà senza violenza e dolore». Quanto all’Italia, «l’unica soluzione è la bancarotta: da Monti in giù, tutti sanno che il debito non potrà essere ripagato». Sono alcune delle affermazioni che l’ideologo francese della Decrescita ha rilasciato a Giovanna Faggionato per “Lettera 43”. Il sistema, dice Latouche, non ha mantenuto nessuna promessa: «Dicevano che la concorrenza ci avrebbe fatto lavorare di più per guadagnare di più, e invece ci fa lavorare di più e guadagnare sempre meno: questo è sotto gli occhi di tutti». Lei ha un’idea? L’Europa nata nel Dopoguerra farà la fine del Sacro Romano Impero di Carlo Serge LatoucheMagno che cercò di restaurare un regno crollato, durò per 50 anni e fu travolto dai barbari. Che cosa c’entra l’impero romano? Crollò alla fine del V secolo, ma non morì: continuò a sopravvivere per centinaia di anni con Carlo Magno, l’impero d’Oriente e poi quello germanico. Un declino proseguito nel tempo, con disastri in successione. Come succederà a noi. È la fine della globalizzazione? Io la considero una crisi di civiltà, della civiltà occidentale. Solo che, visto che l’Occidente è mondializzato, si tratta di crisi globale. Ecologica, culturale e sociale insieme. Più di un crollo finanziario… Se vogliamo andare oltre è la crisi dell’Antropocene: l’era in cui l’uomo ha cominciato a modificare e perturbare l’ecosistema. E il sogno degli Stati Uniti europei? È un’illusione. Perché è solo un prodotto della globalizzazione: non hanno costruito un’Unione, ma un mercato liberista. Che fine farà il Vecchio continente? L’Europa è schiacciata tra due movimenti. Uno politico e centrifugo che si è sviluppato anche in Italia con la stessa Padania. E uno economico e centripeto, la globalizzazione. Per ora l’economia batte la politica… Sì, il movimento centripeto ha il sopravvento. Ma è anche quello che nel lungo periodo andrà a crollare. Non può funzionare senza il petrolio e il blocco delle risorse materiali. Alla fine, con tutta probabilità l’Europa si dividerà in macro regioni autonome. Come ci arriveremo? La barca affonda e andremo giù tutti insieme. Ma non è detto che questo avverrà senza violenza e dolore. Parla del conflitto sociale in Grecia e Spagna? Ecco, purtroppo siamo già dentro il capitalismo catastrofico. È solo l’inizio del processo, ma vediamo già gli effetti del mix di austerità e crescita voluto dai leader europei. È comunque meglio della sola austerità… Crede che l’imperativo della crescita funzioni? Basta guardare alla Francia: questo governo socialista vuole allo stesso tempo la prosperità e l’austerità. Ma non riuscirà a ottenere la crescita. O, se avverrà, sarà per pochi. Mentre l’austerità è sicura per molti. Perché? Perché non hanno scelta. In che senso? Sono chiusi dentro questo paradigma del produttivismo, del Prodotto interno lordo (Pil). È per questo che la decrescita è una rivoluzione. Perché prima di tutto è un cambiamento di paradigma. Facile dirlo. Ma lei che cosa farebbe se fosse il premier italiano? L’Italia dovrebbe andare in bancarotta. Che cosa intende? Pensi al debito. Secondo l’Fmi quello italiano è quasi al 140% del Pil. Appunto: non sarà ripagato, lo sanno tutti. Ne è consapevole anche Mario Mario MontiMonti. Il problema, per l’attuale classe dirigente, non è ripagare il debito. Ma è fingere di poter continuare il gioco: cioè ottenere prestiti e rilanciare un’economia che è solo speculativa. Quali sono le prime cinque misure che adotterebbe al posto di Monti? Innanzitutto, cancellerei il debito. Parlo come teorico, so che ci sono cose che Monti non potrebbe fare comunque, neppure se fosse di sinistra o un decrescente. Ma sto parlando di bancarotta dello Stato. La bancarotta è la soluzione? È più che altro la condizione per trovare le soluzioni. In che senso? Non porta necessariamente alla soluzione, anzi in un primo momento le cose possono peggiorare. Ma non c’è altro modo, perché non esiste via d’uscita dentro la gabbia di ferro del sistema attuale. L’Italia non sarebbe la prima né l’ultima. Tutti quelli che l’hanno fatto si sono sentiti meglio, da Carlo V all’Argentina. Ma l’Argentina non era dentro una moneta unica. Questo significherebbe uscire dall’euro, ovviamente, dentro non si può fare niente. Per questo dico che parlo come teorico: nemmeno i greci hanno avuto il coraggio di abbandonare l’Unione. Siamo al terzo punto allora: uscire dall’euro, cancellare il debito e poi? Rilocalizzare l’attività. C’è tutto un sistema di piccole imprese, di saper fare diffuso, che è stato distrutto dalla concorrenza globale. Sì, ma come si fa? Devo usare una parola che in Italia fa sempre paura: serve una politica risolutamente protezionista. Su questo, il dibattito è annoso… Esiste un cattivo protezionismo, è vero. Ma c’è anche un cattivissimo libero scambio. Mentre esiste un buon protezionismo, ma non un buon libero scambio. Perché no? Perché la concorrenza leale sempre invocata non esiste. E non esisterà mai. Semplicemente perché tutti i Paesi sono diversi. Come si può competere con la Cina? È una barzelletta. Parla come se facesse parte della Lega Nord. Lo so, lo so. E anche come uno del Front National. Sa perché ha successo l’estrema destra? Me lo dica lei… Perché non tutto quel che dicono è stupido. C’è una parte insopportabile, ma se sono popolari – e lo saranno sempre di più – è perché hanno capito alcune cose, hanno ragione. È questo che fa paura. Quindi qual è la ricetta della decrescita? Il protezionismo ci permette di non essere competitivi per forza. Se lo siamo in alcuni settori, bene. Ma possiamo anche sviluppare produzioni non concorrenziali. Stimoliamo la concorrenza all’interno, ma con Paesi che hanno altri sistemi sociali, altre norme ambientali, altri livelli salariali, questo non è possibile. D’altra parte, è stata l’eccessiva specializzazione a renderci così fragili. Siamo alla quarta misura, quindi. La tragedia attuale, per me, è soprattutto la disoccupazione. E come pensa di risolverla? Lavorando meno, ma lavorando tutti. Una formula già sentita… Sì, ma ci dicevano anche che la concorrenza attuale ci avrebbe fatto lavorare di più per guadagnare di più, come ha dichiarato quello sciagurato di Nicolas Sarkozy. E invece ci fa lavorare di più e guadagnare sempre meno: questo è sotto gli occhi di tutti. Ma è una questione di denaro? No, si tratta di vivere. Dobbiamo ritrovare il tempo per dedicarci al resto, alla vita. Questa è un’utopia, ma l’utopia concreta della decrescita: superare il lavoro. Sì, ma come? Partendo dalla riconversione ecologica. Tornando a un’agricoltura contadina, senza pesticidi e concimi chimici. In questo modo, la produttività per l’uomo sarà più bassa, ma si creeranno milioni di posti di lavoro nel settore agricolo. E questa è la quinta misura. Basta l’agricoltura? Dobbiamo affrontare la fine degli idrocarburi, sviluppare le energie rinnovabili e riconvertire le attività parassitarie che danneggiano l’ambiente. Per esempio? Le fabbriche di automobili, che oggi sono in crisi. Peugeot ha annunciato 8 mila licenziamenti… Bisognava aspettarselo da anni. Si sa che l’industria dell’auto non ha futuro: Peugeotcon lo stesso know how potrebbero essere trasformati in stabilimenti che producono sistemi di cogenerazione. Parla di una globale ristrutturazione del mercato del lavoro? La quota di occupati in agricoltura potrebbe arrivare al 10%. Ci sono industrie nocive come l’automobile, il nucleare, la grande distribuzione che vanno ripensate. E c’è la necessità di una riconversione energetica. In Germania, con le energie rinnovabili hanno creato decine di migliaia di posti di lavoro. Ma sono dati contestati… Il dibattito è aperto: si dice che chiudere le centrali nucleari francesi cancellerà 30 mila posti di lavoro ma, allo stesso tempo, prima bisogna smantellare. E nessuno lo sa fare. Quanti posti di lavoro si potrebbero creare allora? E la grande distribuzione? Sicuramente ha effetti distruttivi per l’ambiente e alimenta un alto tasso di spreco alimentare, pari a circa il 40% della produzione. E allora? Cancellarla significa essere pronti a ripensare tutto il sistema della città e soprattutto delle periferie. Come? La gente ha bisogno di piccoli negozi. Di fare la spesa più spesso, con più tempo a disposizione. Quando si comincia a cambiare un anello, come in una catena cambia tutto. E i trasporti? Dobbiamo pensare che il 99% dell’umanità ha passato la propria vita senza allontanarsi più di 30 chilometri dal proprio luogo di nascita. Quelli che si sono spostati di più, cioè noi, sono solo l’1%. Anche questo è un fenomeno molto recente e la maggioranza delle persone non ne soffrirà, poi ci saranno sempre i grandi viaggiatori alla Marco Polo. Ne è certo? È stata la pubblicità a creare il turismo di massa. In ogni modo, con la fine del petrolio, non ci sarà il traffico aereo di oggi, i trasporti costeranno sempre di più, andranno meno veloce. Muoversi sarà sempre più difficile. E a livello fiscale? Bisognerebbe introdurre una tassazione diretta e progressiva. Che può arrivare anche al 100%, se i redditi superano un certo livello. E poi una tassazione sul sovraconsumo dei beni comuni. A partire dall’acqua. Quindi meno lavoro e più agricoltura. Per ottenere cosa? Un mondo di abbondanza frugale. Cioè? Una società capace di non creare bisogni inutili, ma di soddisfarli. E per soddisfarli, bisogna limitarli. Le sembra possibile, quando gli operai cinesi si suicidano per un iPad? In una società sana non esiste questa forma di patologia dell’insoddisfazione. BceCi può essere una forma di seduzione, ma non un’insoddisfazione permanente. Questo fenomeno è esacerbato dalla pubblicità. Cioè? Ci convince che siamo insoddisfatti di ciò che abbiamo, per farci desiderare ciò che non abbiamo. Vorrebbe spazzare via il marketing? Una delle prime misure della società della decrescita riguarda la pubblicità: non si tratta di cancellarla – perché non siamo terroristi – ma di tassarla fortemente, questo sì. Con che motivazione? È lo strumento di una gigantesca manipolazione, il veicolo della colonizzazione dell’immaginario. E la finanza che rappresenta il 10% del Pil britannico? Penso che questa crollerà da sola. Sarebbe già successo se questi sciagurati di governi non avessero salvato le banche. Che cosa intende? È colossale quello che è stato fatto per le banche negli Usa: secondo l’Ocse, 11.400 miliardi di dollari di fondi pubblici sono stati destinati agli istituti di credito. Se facciamo crollare le banche si affossa il sistema… Sì, meglio così. Abbiamo bisogno che il sistema crolli. E i cittadini? Dobbiamo pensare a come riorganizzare il funzionamento della società. Ma bisogna ricordarsi che questo sistema così come lo conosciamo è piuttosto recente. Quanto? Non ha più di 30-40 anni, prima era un sistema capitalista, ma non funzionava su queste basi finanziarie. Che misure bisognerebbe adottare? Il primo passo, prima di rimettere in discussione l’intero sistema bancario, è cancellare il mercato dei futures: pura speculazione. Un economista francese, Frédéric Lordon, ha anche proposto di chiudere le Borse. E non sarebbe un’idea stupida. Che cosa succede alle società che ci lavorano? E ai dipendenti? La situazione attuale è talmente tragica che possiamo affrontare con serenità anche un cambiamento difficile. Nella società della decrescita circola denaro? La moneta è un bene comune che favorisce lo scambio tra i cittadini. Ma se è Frédéric Lordonun bene comune non deve essere privatizzata. Le banche sono degli enti privati. E allora dico sempre che noi vogliamo riappropriarci della moneta. Come? Magari partendo dai sistemi di scambio locali che utilizzano monete regionali. Come ha funzionato per due o tre anni in Argentina, dopo il crollo del peso. E chi governa il commercio? Diciamo che sarà necessario trovare un coordinamento tra le varie autonomie. Ma nel suo modello ogni regione fa da sé? Ogni Paese deve trovare la sua strada. Una volta che siamo riusciti a uscire dal mondo del pensiero unico, dell’homo oeconomicus, a una sola dimensione, allora ritroviamo la diversità. Ogni cultura ha il suo modo di concepire e realizzare la felicità. Esistono già esperienze in questa direzione? In Sud America sono sulla strada giusta. In Ecuador e Bolivia, ispirandosi alla cultura india, hanno inserito nella Costituzione il principio del bien vivìr: del buon vivere. Ma, con la crisi, la decrescita ha avuto un successo incredibile anche in Giappone. Come mai? I giapponesi stanno riscoprendo i valori del buddismo zen che si basa sul principio di autolimitazione. E sono convinto che la stessa cosa potrebbe succedere in Cina nei prossimi anni, anche attraverso il confucianesimo. La Cina però è anche la più grande fabbrica del mondo… Lì la crisi è già arrivata. La situazione cinese è bifronte: 200 milioni di abitanti hanno un livello di vita quasi occidentale e altri 700 milioni sono stati proletarizzati. Cacciati dalla terra, si accumulano nelle periferie delle metropoli, dove c’è un tasso di suicidi altissimo. Ma l’economia continua comunque a crescere. Anche il ministro dell’Ambiente cinese ha riconosciuto che se si dovesse sottrarre dal Pil di Pechino la quota di distruzione dell’ambiente questo calerebbe del 12%. Come immagina la transizione? Può avvenire spontaneamente, dolcemente. Ma anche in un modo violento. Lei sogna la democrazia diretta? Se si deve prendere la parola sul serio, ha senso solo la democrazia diretta. Ma direi che su questo punto, recentemente, le mie idee sono cambiate. Norberto BobbioIn che direzione? Prima immaginavo un’organizzazione piramidale con alla base piccole democrazie locali e delegati al livello superiore. E ora? Oggi penso che la democrazia sia un’utopia che ha senso come direzione. Ma la cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato. Si spieghi meglio. Norberto Bobbio si chiedeva quale è la differenza tra un buono e un cattivo governo. Il primo lavora per il bene comune. Il secondo lo fa per se stesso. Questa è la vera differenza. Va bene, ma come si ottiene un buon governo? Con un contropotere forte. Un sistema è democratico – non è la democrazia, attenzione, ma è democratico – quando il popolo ha la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee. Ma non sta rinnegando la democrazia? L’ideale sarebbe naturalmente l’autogoverno del popolo, ma questo è un sogno che forse non arriverà mai. Non pensa alla presa del potere? Gandhi l’aveva spiegato a proposito del suo Paese: «Al limite gli inglesi possono restare a governare, ma allora devono fare una politica che corrisponde alla volontà dell’India. Meglio avere degli inglesi piuttosto che degli indiani corrotti». Mi sembrano parole di saggezza. Sa che Silvio Berlusconi vuole tornare in politica? Ah, lo so, ma lui è pazzo. di Giorgio Cattaneo (Giovanna Faggionato, “Il debito non sarà ripagato, meglio partire da zero”, intervista a Serge Latouche pubblicata su “Lettera 43” il 17 luglio 2012).

19 luglio 2012

Le finanze invisibili

Una crisi con nome e cognome I socialisti europei denunciano duramente “la finanza” che governa il mondo senza alcuna restrizione e che invece sarebbe opportuno regolamentare meglio. Inoltre, bisognerebbe sapere di cosa e di chi stiamo parlando; poiché l’immagine eterea dei “mercati” lascia nell’ombra i veri beneficiari della crisi e delle misure di austerità in corso. Jean Peyrelevade, passato dalla banca pubblica alla finanza privata, e da François Mitterrand a M. François Bayrou, spiegava nel 2005: “Il capitalismo non è più identificabile. […]Con chi si rompe quando si rompe con il capitalismo? Quali istituzioni bisogna attaccare per mettere fine alla dittatura del mercato, fluido, globale e anonimo?”. L’ex-direttore aggiunto del gabinetto del primo ministro Pierre Maruroy concludeva: “Marx è impotente di fronte a un nemico non identificabile” (1). Ci stupisce davvero che un rappresentante dell’alta finanza - presidente di Banca Leonardo France (famiglie Albert Frère, Agnelli e David-Weill) e amministratore del gruppo Bouygues - neghi l’esistenza di un’oligarchia? È più strano il fatto che i media dominanti diffondano quest’immagine disincarnata e depoliticizzata dei potenti della finanza. La copertura giornalistica della designazione di Mario Monti alla Presidenza del Consiglio Italiano potrebbe ben rappresentare, in questo senso, il perfetto esempio di un discorso-schermo che fa riferimento a “tecnocrati” ed “esperti” laddove si sta costituendo un governo di banchieri. Sui siti Web di alcuni quotidiani abbiamo persino letto che alcune “personalità della società civile” avevano appena preso il comando (2). Anche se l’équipe di Monti annovera tra le sue fila professori universitari, la scientificità della sua politica era stata stabilita in anticipo dagli esperti. Ma, guardando più da vicino, scopriamo che la maggior parte dei ministri della squadra facciano parte dei vertici dei principali trust della penisola. Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico, è direttore esecutivo di Intesa Sanpaolo; Elsa Fornero, ministro del Lavoro e professoressa di economia all’Università di Torino, occupa la vicepresidenza di Intesa Sanpaolo; Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e rettore dell’Università di Torino, è amministratore di Unicredit Private Bank e di Telecom Italia -controllata da Intesa Sanpaolo, Generali e Mediobanca- dopo essere passato per Pirelli; Piero Gnudi, ministro per il Turismo e per lo Sport, è amministratore di UniCredit Group; Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento, professore di Scienza delle finanze all’Università Cattolica di Milano, è vicepresidente di Banca Popolare e amministratore di Pirelli. Quanto a Monti, è stato consulente di Coca Cola e di Goldman Sachs, e amministratore di Fiat e di Generali. Non molto diversi Se i dirigenti socialisti europei non hanno parole abbastanza dure per qualificare l’onnipotenza dei “mercati finanziari”, la riconversione degli ex referenti del social-liberismo avviene senza che i loro ex compagni esprimano la loro indignazione. L’ex-primo ministro dei Paesi Bassi, Wim Kok, ha preso parte ai vertici dei trust olandesi ING, Shell e KLM. Il suo omologo tedesco, l’ex-cancelliere Gerhard Schröder, si è anche lui riciclato nell’ambito privato come presidente dell’impresa Nord Stream AG (joint-venture Gazprom/E.ON/BASF/GDF Suez/Gasunie), dirigente del gruppo petrolifero TNK-BP e consigliere europeo di Rothschild Investment Bank. Questa traiettoria a prima vista sinuosa non ha, in realtà, nulla di singolare. Diversi ex membri del suo gabinetto, membri del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD), si sono spogliati dei loro ruoli di funzionari pubblici per indossare i panni degli uomini d’affari: l’ex-ministro dell’Interno Otto Schilly è attualmente consulente del trust finanziario Investcorp (Bahrein), dove si è incontrato con il cancelliere conservatore austriaco Wolfgang Schüssel, il vicepresidente della Convenzione Europea Giuliano Amato e perfino Kofi Annan, ex segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). L’ex ministro dell’Economia e del Lavoro tedesco, Wolfgang Clement, è socio della firma RiverRock Capital e dirigente di Citigroup Germania. Il suo collega, Caio Koch-Weser, sottosegretario di Stato tedesco al ministero federale delle Finanze dal 1999 al 2005, è vicepresidente di Deutsche Bank. Infine, il ministro delle Finanze del primo governo di Angela Merkel, Peer Steinbrück, SPD, è amministratore di ThyssenKrupp. Per quanto riguarda i “degni eredi” (3) di Margaret Thatcher ed ex leaders del Partito Laburista, hanno giurato fedeltà all’alta finanza: l’ex ministro per gli Affari Esteri, David Miliband, è consulente alle imprese VantagePoint Capital Partners (Stati Uniti) e Indus Basin Holdings Ltd. (Pakistan); l’ex Commissario europeo al Commercio, lavora per la banca d’affari Lazard; lo stesso Anthony Blair, è contemporaneamente consulente della società svizzera Zurich Financial Services, amministratore del fondo di investimenti Landsdowne Partners e presidente del Comitato consultivo internazionale di JPMorgan Chase, insieme a Kofi Annan ed Henry Kissinger. Ci dispiace infliggere al lettore questo elenco ma, d’altro canto, è nostro dovere farlo poiché i mezzi di comunicazione omettono costantemente di informare sugli interessi privati delle personalità pubbliche. Oltre la porosità tra due mondi che tendono a mostrarsi come distinti - se non addirittura contrapposti -, l’identificazione dei suoi doppiogiochisti è necessaria per la corretta comprensione del funzionamento dei mercati finanziari. Infatti contrariamente a un’idea in voga, la finanza ha uno, anzi, diversi volti (4). Non quello del pensionato della Florida o del piccolo azionista europeo, dipinti dalla stampa condiscendente, quanto piuttosto quelli di un’oligarchia di proprietari e amministratori di ricchezze. Peyrelevade ricordava già nel 2005 che lo 0,2% della popolazione mondiale controllava la metà della capitalizzazione in borsa del pianeta (5). Questi portafogli sono amministrati da banche (Goldman Sachs, Santander, BNP Paribas, Société Générale, etc.), compagnie di assicurazione (AIG, AXA, Scor, etc.), fondi pensionistici o di investimento (Berhshire Hathaway, Blue Ridge Capital, Soros Fund Management, etc.); istituti che investono anche fondi propri. Questa minoranza specula sul prezzo delle azioni, del debito sovrano o delle materie prime, grazie a una gamma quasi illimitata di prodotti derivati che rivelano l’inesauribile inventiva degli ingegneri finanziari. Lungi dal rappresentare il risultato “naturale” dell’evoluzione di economie mature, i “mercati” costituiscono la punta di diamante di un progetto che, come hanno avvertito gli economisti Gérard Duménil e Dominique Lévy, è stato “concepito per incrementare le entrate delle classi alte” (6). Un risultato innegabile: nel mondo ci sono attualmente 63.000 “centomilionari” (che posseggono, cioè, almeno cento milioni di dollari), che rappresentano una ricchezza combinata di circa 40.000 miliardi di dollari (ovvero una anno del PIL mondiale). Gli irresponsabili diventati saggi Siamo di fronte a una personificazione dei mercati che potrebbe risultare scomoda, tanto che a volte è più facile lottare contro i mulini a vento. “Nella battaglia che sta per cominciare, vi dirò qual è il mio vero avversario - esclamava l’allora candidato socialista alle presidenziali francesi, François Hollande, nel suo discorso di Bourget (Seine-Saint-Denis), il 22 gennaio scorso -. Non ha nome, né volto, né partito; non presenterà mai la sua candidatura, e dunque non sarà mai eletto. Questo avversario è il mondo della finanza”. Attaccare gli autentici attori dell’alta banca e della grande industria avrebbe anche potuto portarlo a fare i nomi dei dirigenti dei fondi di investimento che decidono, in piena coscienza, di sferrare attacchi speculativi sui debiti dei paesi del sud dell’Europa. O perfino a mettere in discussione il doppio ruolo di alcuni dei suoi consiglieri, senza dimenticare quello dei suoi (ex) colleghi socialisti europei che sono passati da una multinazionale all’altra. Scegliendo come capo della sua campagna elettorale Pierre Moscovici, vicepresidente del Cercle de l’Industrie, una lobby che raggruppa i dirigenti dei principali gruppi industriali francesi, il candidato socialista stava dando un segnale ai “mercati finanziari”: l’alternanza socialista decisamente non rima più con la rottura rivoluzionaria. Non è forse stato Moscovici a dire di “non avere paura della politica del rigore”, affermando che, in caso di vittoria, i deficit pubblici sarebbero stati “ridotti a partire dal 2013 sotto il 3% (…), costi quel che costi, il che implicherebbe “prendere le misure necessarie”? (7). Discorso imposto dalla comunicazione politica, la denuncia dei “mercati finanziari”, tanto virulenta quanto inoffensiva, resta finora lettera morta. Come Barack Obama, che concesse la grazia presidenziale ai responsabili statunitensi della crisi, i dirigenti del Vecchio Continente avrebbero perdonato in pochissimo tempo gli eccessi degli “avidi” speculatori che mettevano sotto accusa. Non restava dunque che recuperare il prestigio ingiustamente infangato dei degni rappresentanti dell’oligarchia. Come? Mettendoli a capo delle commissioni incaricate di elaborare nuove regole di condotta dei mercati, ma certo! Da Paul Volcker (JPMorgan Chase) a Mario Draghi (Goldman Sachs), passando per Jacques de Larosière (AIG, BNP Paribas), Lord Adair Turner (Standard Chartered Bank, Merrill Lynch Europe) o ancora il barone Alexandre Lamfalussy (CNP Assurances, Fortis), tutti i coordinatori incaricati di trovare risposte alla crisi finanziaria, mantenevano stretti legami con i più importanti operatori privati del settore. Gli “irresponsabili” del passato, come per grazia ricevuta, si erano appena metamorfizzati nei “saggi” dell’economia, spalleggiati dai mezzi di comunicazione e da intellettuali dominanti che, fino a poco tempo prima, non avevano parole abbastanza dure per denunciare la “presunzione” e la “cecità” dei banchieri. Infine, non vi è più alcun dubbio che alcuni speculatori abbiano tratto vantaggio dalle crisi che si sono succedute negli ultimi anni. Tuttavia, l’opportunismo e il cinismo che sfoggiano i “depredatori” in questione non deve farci dimenticare che hanno potuto contare, per raggiungere i loro obiettivi, sull’appoggio delle più alte sfere dello Stato. John Paulson, dopo aver guadagnato più di 2 miliardi di dollari dalla crisi dei subprimes, della quale è stato il principale beneficiario, non ha forse ingaggiato l’ex patron della Federal Reserve, Alan Greenspan, allora consigliere di Pimco (Deutsche Bank), uno dei principali creditori dello Stato americano? E che dire dei principali amministratori internazionali di hedge funds: l’ex presidente del National Economic Council (sotto il governo di Obama) ed ex segretario del Tesoro di William Clinton, Lawrence Summers, è stato direttore esecutivo della firma D.E. Shaw (32 miliardi di dollari di attivi); il fondatore del gruppo Citadel Investment, Ken Griffith, originario di Chicago, ha finanziato la campagna elettorale dell’attuale presidente degli Stati Uniti; quanto a George Soros, ha ingaggiato i servizi del laburista Lord Malloch-Brown, ex direttore del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo … La finanza, dunque, ha dei volti: è possibile vederli da molto tempo sulle passerelle del potere. di Geoffrey Geuens Geoffrey Geuens è Professore dell’Universidad de Liège. Autore de La Finance imaginaire. Anatomie du capitalisme: des “marchés financiers” à l’oligarchie, Aden, Bruselas, 2011. Note: 1. Jean Peyrelevade, Le Capitalisme total, Seuil/La République des Idées, París, 2005, pagg. 37 e 91. 2. Anne Le Nir, “En Italie, Mario Monti réunit un gouvernement d’experts”, www.la-croix.com, 16-11-11; Guillaume Delacroix, “Le gouvernement Monti prêt à prendre les rênes de l’Italie”, www.lesechos.fr, 16-11-11. 3. Keith Dixon, Un Digne héritier. Blair et le thatchérisme, Liber/Raisons d’Agir, París, 2000. 4. Léase “Où se cachent les pouvoirs”, Manière de voir, N° 122, aprile-maggio 2012 (in kioscos). 5. Jean Peyrelevade, Le Capitalisme total, op. cit. 1% dei francesi possiede il 50% delle azioni. 6. Gérard Duménil y Dominique Lévy, The Crisis of Neoliberalism, Harvard University Press, Cambridge (MA), 2011. 7. “Pierre Moscovici: ‘Ne pas avoir peur de la rigueur’”, www.lexpress.fr, 8-11-11.

18 luglio 2012

Banchizziamo l'Italia

Da Stato italiano a Italia Bank ltd, per moltiplicare i profitti. Una provocazione, ma non troppo Recessione, spread, disoccupazione? Ecco come venirne fuori, in un attimo e senza sacrifici. Aboliamo l’Italia. Tutto qui. Chiudiamo una volta per tutte lo Stato, con tanto di inno e bandiera, e trasformiamoci in una banca. Ecco alcuni dei primi vantaggi. 1. L’Italia ha dovuto inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione. Le banche non hanno nessun vincolo del genere. 2. Per eludere i pochi accordi esistenti (vedi Basilea), le banche possono cartolarizzare i loro attivi e spostarli nel sistema bancario ombra. Basterebbe quindi spostare metà del debito pubblico italiano in un sistema statale ombra, per avere per magia un rapporto debito/Pil al 60% e rientrare nei parametri di Maastricht. 3. Prima ancora, mentre gli Stati si sono impegnati al 60% di rapporto debito/il, molte banche europee lavorano tranquillamente e da anni con leve finanziarie superiori anche a 40 a 1, ovvero con debiti che sono il 4.000% del loro patrimonio. 4. Secondo le nuove regole europee, se l’Italia non rispetta gli impegni va punita e multata. Nessuna banca responsabile della crisi ha ad oggi pagato un euro di multa. 5. Le banche hanno ricevuto liquidità illimitata all’1% dalla Bce. Gli Stati per finanziarsi devono rivolgersi ai mercati, ai tassi decisi dagli speculatori. Per statuto, la Bce non può aiutarli. 6. Non è solo la liquidità della Bce. Le banche in difficoltà vengono inondate di soldi. Quanti aiuti europei sono diretti a contrastare la disoccupazione o sostenere il welfare? Il vertice di fine giugno ha previsto 120 miliardi di euro per tutta l’Ue, in gran parte soldi già stanziati. Bruscolini rispetto alle migliaia di miliardi ricevuti dalle banche dal 2008 a oggi. 7. Soldi, aiuti e piani di salvataggio per le banche arrivano senza nessuna condizione, né a bloccare la speculazione, né su cosa finanziare (ad esempio le rinnovabili e non i combustibili fossili). Nel caso (molto più raro e difficile) in cui gli Stati ottengano qualche aiuto, al contrario, questo arriva a condizioni durissime, com’è avvenuto in Grecia nei mesi scorsi. 8. Le banche possono immettere nel sistema quantità illimitate di denaro, in particolare grazie ai derivati, che oggi rappresentano oltre il 70% del circolante. Agli Stati aderenti all’euro è proibita l’emissione di denaro. 9. Da mesi stiamo combattendo per abbattere lo spread e ridurre il tasso sui titoli di Stato. Le banche il tasso se lo fissano da sole, manipolandolo all’occorrenza (per informazioni, rivolgersi alla Barclays). 10. L’unico obiettivo degli Stati è quello di dare fiducia ai mercati e di compiacerli. Al contrario banche e finanza non hanno nessun vincolo e nessun impegno verso governi o cittadini. Devono unicamente massimizzare i propri profitti. Per riassumere, da Stato italiano a Italia Bank Ltd., e da domani si fa festa. Finché le cose vanno bene moltiplichiamo i profitti, quando vanno male, per continuare a garantire profitti in doppia cifra e alimentare la speculazione basta spremere i cittadini e il pubblico. Ah, già, quale pubblico? di Andrea Baranes

17 luglio 2012

Libor: arriva lo scandalo di tutti gli scandali

Proprio quando si pensava che Wall Street non sarebbe riuscita a cadere più in basso - dopo che una miriade di abusi sulla fiducia del pubblico avevano già diffuso un miasma di cinismo su tutto il sistema economico, facendo nascere "Tea Parties"' “Movimenti di Occupanti” e ogni sorta di teorie del complotto, dopo che i suoi eccessi avevano già provocato il caos nella vita di milioni di americani, facendo sborsare miliardi ai contribuenti (che hanno recuperato solo in parte) ci rendiamo conto che ...... tutto questo non era ancora abbastanza! Sedetevi e tenetevi forte ! I Top Managers di Wall Street hanno ricominciato a fare più soldi di prima grazie al loro irrefrenabile potere politico (frutto di "contributions" /mazzette più o meno legali), che ha già azzerato gran parte degli effetti della legge “Dodd-Frank” che avrebbe dovuto tenerli a freno. Compresa la cosiddetta "Regola Volker" che è stata "venduta al popolo" come una versione più moderata della vecchia legge "Glass-Steagall", che serviva a tenere da un lato gli investimenti e dall'altro la speculazione del sistema bancario commerciale. Sì, proprio quando si pensava che Wall Street aveva toccato il fondo, ci si è accorti che esiste un livello ancora più profondo di corruzione e di avidità per accaparrarsi denaro pubblico. Quali sono i servizi più elementari che forniscono le banche? Prendere denaro in prestito e ri-prestarlo. Tu metti i tuoi risparmi in una banca di cui hai fiducia, e la banca si impegna a pagarti gli interessi. Oppure prendi in prestito denaro da una banca e accetti di pagare gli interessi bancari. Come viene determinato il tasso di interesse? Facciamo conto che il sistema bancario stia valutando il tasso di sconto di oggi impostando i suoi calcoli su una ipotesi ottimistica sul valore futuro del denaro. E supponiamo che questa ipotesi si basi, a sua volta, sulle previsioni del mercato globale formate dalle indicazioni degli istituti, che gestiscono credito e debito in tutto il mondo, sull'evoluzione futura della domanda e dell'offerta di denaro. Ora supponiamo che la nostra ipotesi sia sbagliata. Supponiamo che i banchieri stiano manipolando il tasso di interesse in modo da poter fare scommesse con i soldi che gli state prestando o con cui devono ripagarvi - scommesse con cui guadagneranno montagne di soldi, perché loro conoscono in anticipo le informazioni su quello che farà veramente il mercato. Informazioni che però non stanno condividendo con voi. Se questa ipotesi fosse vera, costituirebbe non solo una enorme violazione della fiducia del pubblico ma anche una estorsione di proporzioni quasi cosmiche – miliardi di dollari che voi ed io e altre persone del ceto medio non avremmo ricevuto sui nostri correnti o non avremmo risparmiato sui nostri prestiti, che invece sarebbero rimasti in tasca ai banchieri. Se questo fosse vero gli altri abusi di fiducia a cui abbiamo assistito finora, a confronto, sembrerebbero un gioco da ragazzi. E’ triste dirlo, ma c'è ragione di credere che questo, o qualcosa di molto simile, sia già successo. Questo è quanto emerge dallo scandalo "Libor" (abbreviazione di "London Interbank Offered Rate") . Libor è il parametro su cui si elabora il tasso di interesse per gestire migliaia di miliardi di dollari di prestiti in tutto il mondo – dei mutui, di piccoli prestiti aziendali, di prestiti personali. Questo valore è il risultato della media dei tassi a cui le grandi banche dicono di prendere soldi in prestito. Finora, lo scandalo è stato limitato alla Barclay’s, una grande banca con sede a Londra, che ha appena pagato 453 milioni dollari ai controllori del sistema bancario americano e britannico, i cui alti dirigenti sono stati costretti a dimettersi. Le loro e-mail danno un quadro agghiacciante su quanto facilmente i loro colleghi abbiano potuto alterare i tassi di interesse e fare un sacco di soldi. (Robert Diamond Jr., ex amministratore delegato della Barclay's Bank, che è stato costretto a dimettersi, ha dichciarato che le e-mail gli hanno fatto "male fisicamente " - forse perché rivelano la corruzione nella sua Banca in modo troppo evidente.) Ma anche Wall Street è stata quasi sicuramente coinvolta in cose del genere, comprese le solite sospette - JPMorgan Chase, Citigroup e Bank of America - perché ogni grande banca contribuisce a fornire dati per fissare il tasso Libor, e la Barclay’s non avrebbe potuto agire senza che le altre ne fossero consapevolmente coinvolte. Infatti la difesa della Barclay è stata che ogni banca importante stabiliva il Libor con il loro stesso metodo e con gli stessi scopi. E la Barclay's ora sta "collaborando" (cioè, fornendo prove schiaccianti sulle altre grandi banche) con il Dipartimento di Giustizia e con altre autorità di controllo per evitarsi sanzioni maggiori o procedimenti penali, prima che comincino i veri fuochi d'artificio. Veramente ci sono due diversi momenti nello scandalo Libor. Il primo è avvenuto nel periodo prima della crisi finanziaria, verso il 2007, quando la Barclay's e altre banche presentavano falsi tassi Libor, inferiori agli oneri finanziari effettivi per nascondere i problemi in cui si trovavano veramente (e continuare a prendere i Bonus). E questa è stata una cosa delittuosa, perchè se si fosse saputo allora, forse qualche precauzione presa in tempo avrebbe ridotto l'impatto della crisi finanziaria prima che avvenisse nel 2008. Ma il secondo scandalo è ancora peggio. Si tratta di una pratica più generale, iniziata intorno al 2005 e non si sa fino a quando potrà continuare a fare danni : si tratta di Manipolare il Libor in qualunque modo sia necessario pur di garantire alle banche che le loro scommesse sui derivati continuino a essere redditizie. Si tratta di insider trading su scala gigantesca per cui i vincitori saranno sempre i banchieri e tutti gli altri - cioè noi - il cui denaro cè stato usato per fare le loro scommesse – dovranno essere gli ottusi perdenti. Cosa fare a questo proposito, oltre sperare che il Dipartimento di Giustizia e le altre autorità di controllo impongano multe e sanzioni, anche penali, e incriminino i dirigenti responsabili? Quando si tratta di Wall Street e del settore finanziario in generale, la maggior parte di noi si sente profondamente impotente e travolta da un cinismo che fa credere che non potrà mai essere fatto niente per fermare questi abusi perché è gente troppo potente. Ma dovremo vincere questo cinismo e superare la fatica di reagire senza farci prendere dallo sconforto perché se soccomberemo a queste enormi forze anche stavolta, nulla verrà mai fatto. Non abbiamo scelta - bisognerà essere instancabili e tenaci nella nostra richiesta - bisogna che la legge “ Glass-Steagall” venga riattivata e che tutte le maggiori banche vengano divise. La domanda che dobbiamo porci è "lo scandalo Libor che si sta svelando oggi basterà a segnarci tanto da darci la forza di pretendere che venga finalmente fatto un lavoro serio sulla politica bancaria?". Robert Reich, uno dei maggiori esperti su lavoro e economia, è Chancellor’s Professor of Public Policy alla the “Goldman School of Public Policy” dell’University of California a Berkeley. Ha servito in tre amministrazioni nazionali, più di recente come segretario del lavoro durante la presidenza di Bill Clinton. Time Magazine lo ha nominato come uno dei più efficaci dieci segretari di gabinetto del secolo scorso. Ha scritto tredici libri, tra cui il suo ultimo best-seller, Aftershock: The Next Economy and America’s Future; The Work of Nations; Locked in the Cabinet; Supercapitalism; e il suo ultimo, un e-book, Beyond Outrage. I suoi articoli e i suoi commenti televisivi e radiofonici raggiungono milioni di persone ogni settimana. E 'anche editor fondatore della rivista American Prospect, e presidente di “ Citizen’s group Common Cause”. di Robert Reich Il suo blog www.robertreich.org. È molto seguito

11 luglio 2012

La guerra dell’Europa. Con le sofisticate armi della grande finanza internazionale

«Secondo un recentissimo rapporto dell’Unicef, sarebbero 439 mila i bambini greci che vivono sotto la soglia di povertà, denutriti e costretti a vivere in ambienti malsani. Secondo le stime ufficiali, un greco su cinque è povero, ma stando agli ultimi rilevamenti, si sta viaggiando velocemente verso una soglia di povertà che ingoia un terzo dei cittadini greci. Infatti su 11,2 milioni di abitanti, ben due milioni e 800 mila, non hanno abbastanza per vivere». A segnalarlo è Monia Benini, nel suo recente libro «La guerra dell’Europa» (Nexus Edizioni, € 8.50). C’è una nuova guerra in Europa, scrive la Benini, una guerra che si combatte senza fucili e senza bombe, ma con le sofisticate armi di distruzione di massa della grande finanza internazionale. Una guerra fatta da persone con il «colletto bianco» che sparano i loro colpi cliccando sulle tastiere e trasferendo, in un attimo, cifre virtuali da capogiro. Ed è così che «siamo arrivati ad avere strutture di potere non elette democraticamente dai cittadini, che hanno sottratto sovranità nazionale, monetaria, economica, politica e sociale alle nazioni». I provvedimenti del Governo greco. Alla fine del 2009 il presidente greco George Papandreou dichiara il rischio di bancarotta del Paese e iniziano così una serie di provvedimenti. Nel maggio del 2010 la troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Unione europea) avvia il piano di aiuto alla Grecia. La Grecia è così costretta a varare diverse misure di austerità. Interessante è analizzare nel dettaglio come i provvedimenti assunti dal governo greco siano molto simili con le scelte poi praticate anche in Italia. Tra gli accordi del maggio del 2010 Atene prevede «l’incremento dell’Iva al 23%», la «riduzione dei salari dei dipendenti pubblici del 20%», la «revisione integrale del sistema delle pensioni di invalidità», la «revisione del sistema pensionistico», «l’abolizione della tredicesima e della quattordicesima per le pensioni superiori ai 2.500 euro». Questi provvedimenti, però, non bastano e nel 2011 le aziende di rating tornano «all’assalto», definendo la situazione greca «vulnerabile» e «insolvente». E così, il Governo greco, decide di aumentare i tagli per 6,5 miliardi di euro e iniziare un’ondata di privatizzazioni per avere nuovi prestiti dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale. Tutto questo, ancora, non basta e, a fine luglio del 2011, l’agenzia di rating Moody’s definisce per certo il fallimento della nazione. Così ci troviamo di fronte, ancora, a nuove tagli alle pensioni e tasse straordinarie per gli immobili. «Il cancro finanziario greco dilaga ancora maggiormente ad inizio 2012, quando l’agenzia di rating Fitch considera insolvente la Grecia e ritiene l’accordo per imporre perdite ai creditori privati un default tecnico che anticipa il fallimento del Paese». Chi ci guadagna con il fallimento? I titoli di Stato valgono solo il 25% di quanto dovrebbero essere pagati. Non solo, le banche esigono una percentuale che si aggira intorno al 5% per spese di commissione e segreteria. Spesso, chi è andato in pensione, ha ricevuto il trattamento di fine rapporto proprio con i Buoni ordinari del tesoro, trovandosi così con circa il 20% del valore reale. Per fare un esempio pratico, scrive Monia Benini, «un lavoratore che aveva diritto ad un Tfr di 40.000 euro, si ritrova con 8.000 euro». Però chi detiene dei Credit Default Swaps, non solo recupera il taglio del valore dei titoli, ma ne trae ulteriori profitti senza risentire minimamente del fallimento condizionato. Ad essere escluso dal fallimento condizionato, tra gli altri, troviamo la Goldman Sachs che possiede i titoli. L’opinione di Christos Ioannou, professore alla facoltà di economia dell’Università di Atene. Nel libro, l’autrice intervista l’economista Christos Ioannou, che dichiara: «E’ stato uno sbaglio essere entrati nell’euro. Ma adesso uscirne sarebbe come essere saliti in aereo, essersi accorti di aver sbagliato volo e buttarsi giù. Ora l’economia greca si deve scrollare di dosso il massimo possibile del debito e deve evitare il default definitivo perché questo avrebbe effetti devastanti per ogni apparato produttivo residuo. Il decennio che ha preso l’avvio sarà molto difficile per la Grecia, che deve uscire dall’occhio del ciclone creato e voluto dagli speculatori finanziari internazionali. Siamo in una situazione molto difficile: la gente vive nella povertà, ha una difficoltà economica enorme e la tensione è sul punto di scoppiare». Il popolo greco non è rimasto a guardare. Nelle piazze di Atene e di altre città della Grecia è montata la protesta. Il popolo greco, unito dalla tensione contro i loro carnefici e non asservito ai diktat provenienti dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale, è sceso in strada, duro ed unito. Ha trovato davanti a se due nemici: «le forze di polizia schierate dai governi che hanno cercato di reprimerli con la violenza e brutalità, criminalizzandoli» e gli organi d’informazione di massa, sempre ben attenti a usare le parole per plagiare emotivamente gli interlocutori. Quale futuro? «In un clima così aspro e duro – scrive la Benini – è difficile prevedere cosa realmente potrà accadere in Grecia. L’incertezza è l’unica cosa certa». Ma lancia un monito: chi pensa che l’Italia sia lontana da questa crisi, si sbaglia di grosso; le misure varate dal Governo di Monti, sono molto simili a quelle imposte due anni fa ad Atene. «Stesse imposizioni del sistema bancario e finanziario europeo e internazionale, con i politici che si danno un gran da fare come “camerieri dei banchieri”». di Fabio Polese

10 luglio 2012

Taci! Lo spread ti ascolta

Il teatrino dell'assurdo nel quale siamo immersi quotidianamente, ci offre momenti di parossismo in grado di trasportarci ai confini della realtà. Di fronte alla manovra tagli e sangue conosciuta come spending review, che fra le altre cose eliminerà quasi 20mila posti letto negli ospedali e produrrà il licenziamento di qualche decina di migliaia di dipendenti della pubblica amministrazione, le critiche più dure arrivano da Squinzi, Presidente di Confindustria e non della Cgil. Proprio durante un faccia faccia con Susanna Camusso, Squinzi ha esternato le proprie perplessità riguardo alle ultime mosse del governo, sottolineando che "dobbiamo evitare la macelleria sociale". Spiazzando in primo luogo i vertici sindacali, dal momento che se Confindustria critica l'operazione del governo usando il loro stessi toni, significa in tutta evidenza che la "morbida" posizione tenuta fin qui non è più sufficiente a sotenere l'immagine d'integerrimi difensori dei diritti dei lavoratori ed occorre fare di più, con il rischio d'incorrere nell'ira dei banchieri.... L'ira di Mario Monti, colpito nel vivo dalle dichiarazioni, si è per ora indirizzata nei confronti di Squinzi, reo di avere esternato perplessità e critiche nei confronti di una manovra che i media mainstream ed il mondo politico stanno sforzandosi di presentare sotto le mentite spoglie di una medicina amara ma necessaria, che garantirà la guarigione del paziente. Dimenticando colpevolmente che il paziente ucciso da un farmaco potrebbe tornare in vita solamente in conseguenza di un miracolo e le virtù taumaturgiche dei banchieri sono estremamente scarse, dal momento che stanno fallendo anche nel tentativo di "salvare" gli istituti di credito da loro stessi creati. Il banchiere di Goldman Sachs ha attaccato Squinzi affermando che "Dichiarazioni di questo tipo, come è avvenuto nei mesi scorsi, fanno aumentare lo spread e i tassi a carico non solo del debito ma anche delle imprese, e quindi invito a non fare danno alle imprese". Tutti zitti, insomma, altrimenti lo spread (che è sempre in ascolto) potrebbe indispettirsi e ricominciare a salire in maniera forsennata, perdendo la fiducia nell'operato del governo. A rincarare la dose, in soccorso di Mario Monti, è arrivato anche l'immarcescibile Luca Cordero di Montezemolo, ex Presidente di Confindustria e novello "benefattore" in procinto di scendere nell'agone politico per difendere il futuro degli italiani. Il Presidente della Ferrari, di estrazione Fiat e da sempre campione nell'arte di privatizzare i profitti e socializzare le perdite, ha testè affermato "Dichiarazioni come quelle di Squinzi, sia nel merito che nel linguaggio, non si addicono a un presidente di Confindustria, fanno male e sono certo che non esprimono la linea di una Confindustria civile e responsabile". Insomma la Confindustria di Squinzi sta diventando un organismo "rivoluzionario" che si distacca da una linea civile e responsabile, per sposare l'acciottolato sconnesso della protesta. Ed i risultati non stanno tardando a manifestarsi, lo spread è già risalito oltre i 480 punti (Berlusconi fu "licenziato" per molto meno) e potrebbe continuare ad arrampicarsi con risultati disastrosi. Tutta colpa di Squinzi, lo spread ci ascolta ed è indispensabile tacere, se proprio intendete sfogarvi fatelo in un bugigattolo nascosto dall'ombra, dopo esservi assicurati che il nemico non è in ascolto. di Marco Cedolin

09 luglio 2012

Arafat assassinato col polonio, il super-veleno degli 007

Avvelenato col polonio-210: Yasser Arafat, storico padre della causa palestinese, sarebbe morto in seguito ad avvelenamento progressivo causato dal raro metalloide altamente radioattivo, talvolta utilizzato dai servizi segreti per eliminare nemici senza lasciare tracce visibili. La presenza del polonio è stata invece riscontrata oggi, quasi otto anni dopo la sua strana morte, sugli effetti personali di Arafat: lo spazzolino da denti, gli indumenti e l’inseparabile kefiah. A dare la notizia, il portavoce dell’Istituto Svizzero di Radiofisica di Losanna. Rivelazione subito ripresa da “Al Jazeera”, in un dossier che riapre il giallo sull’improvvisa scomparsa del leader palestinese, l’11 novembre 2004 in un ospedale parigino, in seguito ad una malattia repentina e misteriosa. Già al momento del precipitoso ricovero, i funzionari francesi rifiutarono di fornire i dettagli sulle condizioni di salute del leggendario capo dell’Olp, Le ultime immagini di Yasser Arafattrincerandosi dietro le leggi sulla privacy e alimentando in tal modo il sospetto che il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, insignito nel 1994 del Premio Nobel per la Pace insieme agli israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin, fosse stato avvelenato. Ipotesi e dubbi che ora trovano conferma nelle parole dei ricercatori dell’istituto elvetico, che non si sbilanciano ma confermano di aver trovato «inspiegabili ed elevate quantità di polonio-210 sugli effetti personali di Arafat, insieme a macchie di liquidi biologici». Secondo François Bochud, direttore del centro di Losanna, «per confermare i risultati e arrivare a ricostruire le cause della morte è necessario riesumare il corpo e testarlo per il polonio-210». Ma occorre procedere subito, perché il polonio è in decomposizione: «Se aspettiamo troppo a lungo, qualsiasi possibile prova sparirà». Suha, la vedova di Arafat, ha già chiesto che il corpo del marito, sepolto nella città cisgiordana di Ramallah, venga immediatamente riesumato per accertare una volta per tutte le cause reali della morte, finora misteriose. «Dobbiamo andare oltre per rivelare la verità a tutto il mondo arabo e musulmano», ha detto ai microfoni dell’emittente araba. Il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha chiesto formalmente la creazione di una commissione d’inchiesta internazionale, sul modello di quella istituita per far luce sull’assassinio del premier libanese Rafic Hariri. Il caso ricorda la morte della spia russa Alexander Litvinenko, avvenuta a Londra nel 2006: anche in quell’occasione fu il polonio, usato come potente veleno, a causare l’atroce fine dell’ex agente dei servizi segreti russi, riparato nella capitale inglese al seguito di Boris Berezovskij, il potente oligarca che – su ordine L'agonia di Alexander Litvinenkodell’allora presidente Eltsin – organizzò la prima guerra in Cecenia finanziando una milizia mercenaria incaricata di attaccare l’esercito regolare russo per poter così simulare un’insurrezione separatista della piccola repubblica caucasica.
Arafat è stato sempre cordialmente detestato da Israele, che l’ha perseguitato per tutta la vita con la sola eccezione della “primavera” di distensione promossa da Rabin, a sua volta assassinato da un estremista ebraico. La fine del leader palestinese fu preceduta da una brutale offensiva dell’esercito israeliano contro il compound di Ramallah, residenza di Arafat. A scatenare i bombardamenti contro il presidente dell’Anp fu il suo nemico giurato Ariel Sharon, allora premier. Militante dall’età di 15 anni nell’Haganah, esercito indipendentista sionista che inaugurò la pratica del Ariel Sharonterrorismo in Medio Oriente contro l’allora protettorato coloniale britannico, Sharon divenne famoso per la spietatezza delle sue milizie anti-palestinesi che nel 1982 fecero strage di civili tra i rifugiati dei campi profughi di Sabra e Chatila, in Libano, suscitando l’orrore del mondo. La fama di criminale di guerra non ha impedito a Sharon di diventare premier, dopo aver organizzato a Gerusalemme una storica provocazione – la “passeggiata”, sotto scorta, sulla Spianata delle Moschee, sacra ai musulmani – scatenando in tal modo da Seconda Intifada palestinese, destinata a compromettere il prestigio di Arafat come uomo di pace. Colpito da un ictus, Sharon è in coma dal 4 gennaio 2006. Salito al potere nel 2001, si era subito scagliato contro Arafat, prendendo a cannonate il quartier generale di Ramallah. Un’ostinazione, quella di Sharon, indifferente alle proteste dell’Onu e della cosiddetta comunità internazionale. Fino al punto da ordinare l’assassinio di Arafat per avvelenamento, mediante l’impiego del micidiale polonio-210? di Giorgio Cattaneo

08 luglio 2012

Ribelle è chi rifiuta di strisciare

Che cos’è un ribelle? Ribelli si nasce o si diventa a seconda delle circostanze? Ci sono diversi tipi di ribelli? Dominique Venner. Si può essere intellettualmente indipendenti, ai margini del gregge, senza per questo essere un ribelle. Paul Morand ne è un buon esempio. Da giovane, era stato uno spirito libero, niente di più, e un favorito dalla fortuna, nei due sensi del termine. I suoi romanzi semplici avevano favorito il suo successo. Niente di ribelle e nemmeno di insolente a quell’epoca. Ciò che ha fatto di lui l’indipendente rivelato dal suo Diario è stato l’aver fatto involontariamente la scelta dei futuri perdenti tra il 1940 e il 1944 e l’aver persistito poi nelle sue repulsioni, l’essersi sentito uno straniero. Un altro esempio molto differente è quello di Ernst Jünger. Benché sia autore di unTrattato del ribelle molto influenzato dalle inquietudini della guerra fredda, Jünger non fu mai un ribelle. Nazionalista all’epoca del nazionalismo, in urto con il III Reich come buona parte della buona società, legato durante la guerra ai futuri cospiratori del 20 luglio 1944, non ha mai approvato il principio dell’attentato contro Hitler. Ciò per ragioni di ordine etico. Il suo itinerario più o meno ai margini delle mode è molto esattamente quello dell’anarca, figura di cui fu l’inventore e la perfetta incarnazione dopo il 1932. L’anarca non è un ribelle. È uno spettatore appollaiato a una tale altezza che il fango non può raggiungerlo. Al contrario di Morand o di Jünger, in seno alla generazione precedente, il poeta irlandese Padrig Pearse fu un autentico ribelle. Si può dire che lo fu per nascita. Bambino, aveva imparato le gesta dei combattenti di tutte le rivolte dell’Irlanda. Più tardi, cominciò ad associare il risveglio della lingua gaelica alla preparazione dell’insurrezione armata. Membro fondatore della prima IRA, fu il vero capo dell’insurrezione della Pasqua del 1916 a Dublino. Per questo motivo venne fucilato. Morì senza sapere che il suo sacrificio sarebbe diventato il lievito che avrebbe fatto trionfare la sua causa. Quarto esempio ancora differente, Aleksandr Solženicyn. Fino al suo arresto, nel 1945, era stato un eccellente sovietico, che si poneva poche domande su un sistema nel quale era nato, e che compiva durante la guerra il suo dovere di ufficiale riservista dell’Armata rossa senza problemi di coscienza. Il suo arresto, la scoperta del Gulag, dell’orrore accumulato dal 1917, provocarono una totale rimessa in discussione, tanto di se stesso quanto del mondo nel quale aveva vissuto fino a quel momento alla cieca. Fu allora che divenne un ribelle, anche rispetto alle società mercantili, distruttrici di ogni tradizione e di ogni vita superiore. Le ragioni di un Pearse non sono quelle di un Solženicyn, il quale ha avuto bisogno dello shock di un avvenimento seguito da un eroico sforzo interiore per diventare un ribelle. Ciò che hanno in comune, è di aver scoperto per vie differenti una incompatibilità assoluta tra il loro essere e il mondo nel quale dovevano vivere. Questa è la prima caratteristica che definisce il ribelle. La seconda è il rifiuto della fatalità. Che differenza c’è tra la ribellione, la rivolta, la dissidenza e la resistenza? D.V. La rivolta è un movimento spontaneo, provocato da una violenza ingiusta, un’ignominia, uno scandalo. Figlia dell’indignazione, è raramente durevole. La dissidenza, come l’eresia, è il fatto di separarsi da una comunità, sia essa politica, sociale, religiosa o filosofica. I suoi motivi possono essere legati al caso. Essa non implica l’inizio di una lotta. Quanto alla resistenza, al di là del senso mitico acquisito durante la guerra, significa che ci si oppone, e niente di più, a una forza o a un sistema, anche passivamente. Essere ribelli è tutt’altra cosa. Rispetto a che cosa un «ribelle» è essenzialmente… ribelle? D.V. È ribelle a ciò che gli sembra illegittimo, all’impostura o al sacrilegio. Il ribelle è legge per se stesso. Ciò fonda la sua specificità. La sua seconda caratteristica è la volontà di iniziare la lotta, anche senza speranza. Se combatte una potenza, è perché ne rifiuta la legittimità, ed aspira a un’altra legittimità, nella fattispecie a quella dell’anima o dello spirito. Quali modelli di «ribelli» offrirebbe, scegliendoli nella storia e nella letteratura? D.V. Di primo acchito, penso all’Antigone di Sofocle. Con lei, siamo nello spazio della legittimità sacra. Antigone è ribelle per fedeltà. Sfida il decreto di Creonte per rispetto della tradizione e del comandamento divino – la sepoltura dei morti – trasgredito dal re. Poco importa che Creonte abbia le sue ragioni. Il loro prezzo è un sacrilegio. Antigone crede dunque di essere legittimata nella sua ribellione. Per invocare altri esempi, ho solo l’imbarazzo della scelta. Durante la guerra di secessione americana, gli yankees designarono i loro avversari sudisti con il nome di ribelli, rebs. Era della buona propaganda, ma falsa. La Costituzione degli Stati Uniti riconosceva, infatti, agli Stati membri il diritto di secessione. E le forme costituzionali erano state rispettate dagli Stati del Sud. Il generale Robert Lee, un virginiano, futuro comandante in capo degli eserciti confederati, non si considerava un ribelle. Dopo la sua resa, nell’aprile del 1865, si sforzò di riconciliare il Sud con il Nord. In quel momento insorsero i veri ribelli, donne e uomini che, dopo la sconfitta, continuarono la lotta contro l’occupazione del Sud da parte degli eserciti nordisti e dei loro protetti. Alcuni, come Jesse James, cascarono nel banditismo. Altri trasmisero ai loro figli una tradizione che ebbe una grande posterità letteraria. LeggendoGli invitti, il più bel romanzo di William Faulkner, si scopre, ad esempio, l’affascinante ritratto di una giovane ribelle, Drusilla, sempre certa del suo buon diritto e dell’illegittimità dei vincitori. Come si può essere ribelli oggi? D.V. Mi chiedo soprattutto come si possa non esserlo! Esistere, significa combattere ciò che mi nega. Essere ribelli non è collezionare libri empi, sognare fantasmagorici complotti o la resistenza partigiana nelle Cevenne. Significa essere norma per se stessi. E attenervisi, a qualunque costo. Badare a non guarire mai dalla propria giovinezza. Preferire inimicarsi il mondo intero, piuttosto che strisciare. Praticare anche, come un corsaro e senza vergogna, il diritto di preda. Saccheggiare nell’epoca tutto ciò che è possibile convertire alla propria norma, senza fermarsi alle apparenze. Nella sconfitta, non porsi mai il problema dell’inutilità di un combattimento perduto. Si pensi a Padrig Pearse. Ho ricordato Solženicyn che incarnò la spada magica di cui parla Jünger, «la spada magica che fa impallidire la potenza dei tiranni». In questo, egli è unico e inimitabile. Eppure, era debitore a persone meno grandi di lui. E ciò incita a riflettere. In Arcipelago Gulag, ha narrato le circostanze della sua «rivelazione». Nel 1945, c’era una decina di detenuti nella stessa cella della prigione di Butyrki, a Mosca, volti smunti e corpi abbandonati. Tra i detenuti, uno solo era differente. Era una ex guardia bianca, il colonnello Constantin Iassevic. Si voleva fargli pagare il suo impegno nella guerra civile, nel 1919. E Solženicyn dice che il colonnello, senza parlare del suo passato, mostrava con tutto il suo atteggiamento che per lui la lotta non era finita. Mentre nella mente degli altri detenuti regnava il caos, egli aveva visibilmente un punto di vista chiaro e netto sul mondo che lo circondava. La nettezza della sua posizione dava al suo corpo, malgrado l’età, solidità, scioltezza, energia. Era l’unico a spruzzarsi con acqua fredda ogni mattina, mentre gli altri detenuti marcivano nella loro sporcizia e si lamentavano. Un anno dopo, trasferito di nuovo nella stessa prigione di Mosca, Solženicyn venne a sapere che l’ex colonnello bianco era stato appena giustiziato. «Dunque, era questo che vedeva attraverso i muri, con i suoi occhi rimasti giovani […] Ma l’incoercibile sensazione di essere rimasto fedele alla via che si era tracciata gli conferiva una forza poco comune». Meditando su questo episodio, mi dico che, non riuscendo ad immaginare di poter mai diventare un altro Solženicyn, ognuno di noi può quantomeno essere l’immagine del vecchio colonnello bianco. di Dominique Venner Dominique Venner, autore di Le cœur rebelle, intervista ripresa dal numero 308 di Diorama, con traduzione di Giuseppe Giaccio.