31 maggio 2012

Biagi: un sistema multiparametrico europeo può già prevedere i terremoti

Una rete di 50 ricevitori terrestri e una decina di satelliti su orbita geostazionaria sarebbe sufficiente, con un centro multiparametrico, a prevedere con un 'accuratezza del 90% i terremoti di magnitudo 6 della scala Richter nell'intera regione sismica europea, con dieci giorni di anticipo, ha dichiarato il fisico Pier Francesco Biagi all'EIR. Ad esempio, un gruppo di sismologi di Trieste aveva previsto, con uno studio statistico, l'area esatta del terremoto che ha colpito la zona tra Modena e Ferrara il 20 maggio. Data la natura del metodo impiegato, i ricercatori non potevano indicare la data precisa, ma solo una finestra di parecchi mesi che allo scopo delle previsioni non serve a niente. Tuttavia, combinando quel lavoro con altre osservazioni sperimentali sul terreno e nell'atmosfera, sarebbe stata possibile una previsione accurata. Nel contesto di un tale approccio multiparametrico, il risultato di Trieste è stato "eccellente", ha detto Biagi. Il monitoraggio non si fa a causa della mentalità sbagliata. Eppure, un sisma di magnitudo 9, come quello giapponese del 2011, "è prevedibile". Il team di Biagi ha elaborato una nuova mappa dei precursori del terremoto giapponese, usando dati da 1280 ricevitori GPS. I segnali sono estremamente chiari. Biagi ha potuto costruire una rete di 14 ricevitori interamente con finanziamenti privati organizzati personalmente. Questa rete ha prodotto risultati notevoli, ma c'è bisogno di un centro multiparametrico. Per coprire l'intera area sismica europea sarebbero sufficienti 50 ricevitori, mentre precursori molto importanti, come la variazione chimica dell'atmosfera, devono essere osservati dai satelliti. Circa 10 nano-satelliti, non più costosi di un milione di euro ciascuno, sarebbero sufficienti. Come esempio del problema, che è di natura politico/ideologica/culturale, Biagi ha riferito che la domanda di finanziamenti per un progetto per valutare accuratamente le variazioni di emissioni di radon, un importante precursore, è stata rifiutata dal ministero della Ricerca Scientifica. by Movisol

30 maggio 2012

G8

Secondo i mass-media sempre impegnatissimi nell' acritico sostegno al governo dei tecnocrati, l'appena concluso G8 di Camp David è stato un successo sia in termini generali sia per l'Italia, che ha riacquistato il posto che le compete in Europa e nel mondo. Il merito di questo recupero viene equamente suddiviso fra Mario Monti e Barack Obama col supporto della new entry francese François Hollande. A conferma vengono citate le parole del caro leader, che ha evidenziato la ''convergenza molto forte'' con Hollande e il ruolo svolto da Obama nel creare le condizioni per un dibattito costruttivo, grazie a discussioni fatte intorno al caminetto che contribuiscono a creare un clima informale diverso da quello dei vertici europei, ''ingessati, e non sempre positivi''. Pressoché solitaria voce dissenziente quella di Massimo Fini, che si azzarda a ricordare vicende non più vecchie di un quinquennio e che tuttavia sembrano da tutti dimenticate, scrivendo:“La crisi è partita dall'America, ma quel pseudodemocratico e pseudonero di Obama ha la faccia tosta di impartirci lezioni di moralità economica”. In realtà sono mesi che Obama esprime il timore che la crisi dell'economia europea possa contagiare gli Stati Uniti, fingendo di dimenticare che finora l'unico contagio ha attraversato l'Atlantico in direzione opposta: dall'America all'Europa. La crisi, difatti, non è scoppiata nel 2010, ma nell'estate del 2007 e proprio negli Stati Uniti con l'esplosione della “bolla immobiliare” determinata dai cosiddetti “mutui subprime”, cioè a bassa garanzia, e dal marchingegno escogitato dalle banche americane per scaricare su altri i rischi di questi mutui concessi a chi non era in grado di far fronte agli impegni assunti: la loro “cartolarizzazione” in titoli poi proposti dal sistema bancario a risparmiatori di tutti il mondo (in particolare di quello occidentale), che ben presto si meritarono la definizione di “titoli tossici” per avere diffuso negli altri paesi la crisi americana. La situazione esplose nel 2007, quando le banche si ritrovarono sul groppone poco meno di due milioni di case pignorate a proprietari che non erano più in grado di pagare le rate del mutuo, troppe per trovare, anche a prezzi minimi, acquirenti su un mercato dissestato. Abbiamo scarsa memoria, ma qualcuno dovrebbe ricordare che i mostri telegiornali ci mostrarono strade e strade fiancheggiate da villette e giardinetti stile “american way” poste in vendita a poche centinaia di dollari e tuttavia invendute. Seguirono gli interventi di Washington per salvare Fannie Mae e Freddy Mac, il Citygroup e altri istituti di credito e assicurativi e (15 settembre 2008) il crac della banca d'investimento Lehman Brothers reso più disastrosi per gli investitori di tutto il mondo e anche per molti istituti finanziari europei dal fatto che fino al giorno prima i suoi titoli godevano di un buon “rating” da parte delle agenzie Standard & Poor's, Moody's e Fitch, tutte statunitensi. Si dirà che è storia passata e che, mentre occorre lavorare insieme per uscire dalla crisi, non vale la pena di litigare come fanno i bambini per attribuirsi reciprocamente la colpa. Il fatto è che, come sempre, non si possono curare gli effetti se non si individuano le cause. In particolare, pur se è vero che dal 2009 l'Europa ci ha messo del suo, dal momento che anche tempo e durata contano, sarebbe un grave errore dimenticare non tanto le responsabilità degli Usa (se non per suggerire ad Obama meno iattanza e più umiltà), ma che la crisi riguarda fin d'ora, e non per futuri temuti contagi, l'intero mondo occidentale (Usa inclusi) e che è vecchia non di due-tre, ma di cinque anni. In ogni caso, venendo all'oggi, il G8 di Camp David è stato di qualche consolazione per l'Italia, ma, al contrario di quanto sostiene la piaggeria mass-mediale, non per la ritrovata autorevolezza dell'Italia sul fronte internazionale, ma perché, se noi contiamo su tecnici che hanno dovuto chiamare altri tecnici per fare il loro lavoro, i politici degli altri paesi non se la molto cavano meglio se tutto quello che hanno saputo tirar fuori dalle discussioni “intorno al caminetto” di cui tanto si è compiaciuto il prof. Monti è che occorre coniugare il rigore con la crescita. In realtà se non proprio la crescita (per questa servirebbe un sostanziale mutamento del modello economico), almeno una ripresa, magari una “ripresina”, sarebbe coniugabile col rigore, ma con un rigore non come l'intendono Monti e i suoi colleghi (quelli che Maffeo Pantaleoni classifica come “imbecilli” a causa del loro esclusivo amore per le tasse), ma di tagli alla spesa pubblica improduttiva a cominciare, per dare l'esempio, da una severa sforbiciata ai 224.milioni di euro che, secondo una recente inchiesta, costa alle casse pubbliche italiane il Quirinale, il quadruplo di quanto gli inglesi pagano per Buckingham Palace. di Francesco Mario Agnoli

29 maggio 2012

L'Italia in bilico tra antipolitica e sfiducia

Lo scenario attuale Che dalla politica dipenda l'organizzazione della società civile e la vita di ciascun individuo oggi è più che mai evidente. Un lungo e triste elenco di suicidi scandisce il tempo di questo governo tecnico[1]: lavoratori che hanno perso il proprio posto di lavoro e imprenditori in gravissime difficoltà economiche. Disoccupazione, impossibilità di accesso al credito, mancanza di liquidità, pagamenti a lunghissimo termine, scarsità d'investimenti e soprattutto l'assenza di qualunque prospettiva per il futuro sono alcune tra le cause principali della disperazione. Alla drammaticità dell'attuale situazione economica, apparentemente senza una chiara e immediata via di uscita, si contrappone ogni giorno in misura sempre maggiore un senso di sfiducia collettivo. L'angoscia di tantissimi cittadini rimane soffocata all'interno delle mura domestiche, spesso accompagnata dalla depressione o dalla rabbia che esplode verso se stessi e verso gli altri. La frustrazione a livello sociale deriva principalmente dalla sensazione d'impotenza a fronte di quella che viene proposta alla popolazione, da parte di molti politici, economisti e mezzi di informazione, come l'unica soluzione possibile per l'uscita dalla crisi: una ricetta economica fatta di tasse, tagli ed aumenti delle tariffe. Pena l'incremento del deficit - ora incostituzionale - e l'aumento del debito pubblico che, nonostante le manovre di austerità e gli enormi sacrifici imposti agli italiani, continua a crescere a ritmi record[2]. È chiaro che all'interno di questo sistema di vincoli europei, costituiti dalla moneta unica e dai vari trattati firmati, sembra apparentemente non esserci altra via di uscita. Eppure professori ed economisti italiani del calibro di Paolo Savona[3], Giulio Sapelli[4], Emiliano Brancaccio[5], Loretta Napoleoni[6] e di fama internazionale, come i due premi nobel per l'economia Paul Krugman[7] e Joseph Stiglitz[8], si sono schierati apertamente contro queste politiche di austerità, deflattive e recessive. L'impostazione dettata dai vincoli di bilancio e dalle logiche di rigore sta alimentando una spirale negativa che porta a un'ulteriore contrazione del PIL, facendo così diminuire il gettito fiscale, aumentando i rischi di solvibilità sul piano internazionale, accrescendo l'esborso per interessi, diminuendo la capacità di spesa per gli investimenti necessari a stimolare l'economia. Tutto ciò a detrimento di quelle risorse finanziare pubbliche che sono indispensabili anche per fornire servizi sociali e assistenziali primari. Nel quadro normativo europeo attuale, taluni vedrebbero come possibile strada per abbattere il debito pubblico, la vendita delle partecipazioni statali nelle poche grandi aziende italiane rimaste[9](Finmeccanica, Enel, Eni,…). Questo in realtà comporterebbe un duplice rischio: da un lato favorire pochi grandi speculatori privati a caccia di rendite e dall'altro vedere i flussi finanziari derivanti dalla vendita prendere la strada delle tasche degli investitori stranieri, i quali detengono direttamente circa il 44% del debito pubblico italiano[10] ed esigono annualmente il pagamento di circa 37 miliardi di euro di interessi[11]. Ma poi quale sarebbe il beneficio per lo sviluppo del Paese derivante da ulteriori privatizzazioni? Come sarebbero reinvestiti i proventi delle vendite dei beni pubblici? Chi potrebbe garantire che non sia solo una manovra "una tantum" che ben lungi dal rilanciare l'economia ci renderebbe a posteriori (come collettività) ancora più poveri? La "sbornia" delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni avviate nel 1992 ha condotto a degli utili e dei benefici per l'economia nazionale quasi insignificanti. È dato storico incontrovertibile invece, che da allora è cominciato un lento e progressivo declino industriale ed occupazionale del Paese[12]. Un declino oramai certificato dalle statistiche ufficiali che vedono l'Italia in recessione economica. Altri vorrebbero utilizzare il patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. per pagare i debiti dello Stato, come dire: lo strumento che a suon d'investimenti dovrebbe servire per lo sviluppo strategico del Paese, utilizzato come cassa per la spesa corrente. I risultati elettorali delle ultime votazioni amministrative ben rappresentano il malessere che serpeggia a livello sociale: sfiducia che si manifesta in un alto tasso di astensione; rabbia che ha condotto a un vero e proprio tracollo dei maggiori partiti a sostegno del governo Monti; vittoria dei movimenti di protesta come quello a cinque stelle di Beppe Grillo. La forte disapprovazione per le politiche di austerità, che in diversa misura toccano tutti gli Stati europei, non ha risparmiato neppure Francia e Grecia, dove i partiti al governo hanno subito pesantissime sconfitte in termini di consensi e voti, a tutto vantaggio di forze politiche estremiste. Infine, anche chi ha sostenuto maggiormente misure di rigore e austerità a livello europeo ha subito duri e forti contraccolpi: nelle recenti elezioni regionali, il movimento dei cristiano democratici nel Land del Nord Reno Westfalia ha incassato il peggior risultato elettorale dal 1947. Una cocente sconfitta per il partito guida al governo tedesco che ben indica l'apprezzamento per le politiche economiche della cancelliera Merkel. Inquietanti similitudini A rendere ancor più drammatica la situazione italiana, nelle ultime settimane si sono aggiunti alcuni tragici attentati, farneticanti rivendicazioni e incomprensibili moventi. Dopo che per mesi gli scontri tra frange estremiste del movimento NO TAV e polizia avevano alzato la tensione sociale. "Non possiamo escludere un ritorno alla strategia stragista", ha affermato il Capo dello Stato Napolitano[13]. Tutto questo riporta alla memoria un annus horribilis, il 1992, quando l'Italia vide una successione di eventi tragici ed incalzanti[14] che cambiarono per sempre la storia del nostro Paese. Quello che oggi stiamo vivendo ha similitudini inquietanti con quella stagione che portò all'avvio dell'operazione Mani Pulite; alle stragi di Capaci e via D'Amelio; all'attacco speculativo contro la lira da parte del finanziere George Soros e alla conseguente uscita della lira dallo SME; alla crisi finanziaria che condusse il governo Amato a varare una manovra da 100.000 miliardi delle vecchie lire[15]. Un'escalation di eventi che probabilmente servì a piegare ogni volontà politica del Parlamento italiano di allora e portare così alla ratifica del trattato di Maastricht, senza alcuna esitazione. Ciò che spinse l'allora ministro del tesoro a porre in modo incondizionato quella firma fu la sfiducia negli italiani, i quali dovevano essere guidati da una "elite" che mettesse il bene comune sopra tutto, anche a scapito delle regole della democrazia parlamentare[16]. Parlando di Guido Carli, Paolo Savona scrive: «so per certo che egli avesse perso fiducia nella capacità degli italiani di sapersi dare comportamenti coerenti con le necessità del nuovo quadro geopolitico e geoeconomico e, pertanto, fosse necessario rinforzare il "vincolo esterno"»[17]. Il vincolo esterno. Carli cercò ed ottenne un aiuto dall'esterno del Paese per imporre all'Italia quella politica di rigore di bilancio che da ministro del tesoro non era riuscito a far accettare. Affinché si potesse così "innestare l'economia di mercato, nel tessuto vivente, nelle fibre della società e introdurla nella mentalità della classe dirigente"[18]. Tentativo questo che egli più volte fallì nei decenni, anche nel ruolo di presidente di Confindustria[19]. Affinché si potesse così liberare l'economia italiana dagli aiuti di Stato e dai "lacci e lacciuoli" della burocrazia. Quest'aiuto alla fine arrivò dalla firma del trattato dell'unione europea, politica, economica e monetaria. La classe politica di allora veniva giudicata debole, screditata, senza forza ed autorità morale per far accettare sacrifici agli elettori. Occorreva un vincolo esterno; quindi per sua natura limitativo, restrittivo. La ferma convinzione e la tenacia con cui il "partito liberista trasversale" perseguì l'adesione al Trattato di Maastricht, dovrebbe quantomeno far riflettere anche i più accaniti europeisti sulle reali finalità dell'unione europea e sulla reale democraticità dei processi economici e sociali che già allora venivano programmati. Un'unione pensata come vincolo esterno. Lo stesso che fu imposto agli italiani anche nel dopoguerra affinché il Paese non prendesse una "deriva statalista", così come le forze liberali volevano[20]. Cosicché per l'ennesima volta nella Storia italiana si fece ricorso alla "chiamata dello straniero", affinché gli interessi di una parte del Paese o di un'elite con una ben precisa visione del mondo, un'ideologia, divenissero elementi costitutivi dell'ordinamento giuridico. Gli italiani che non si sanno governare, gli italiani che necessitano di una "guida", gli italiani non responsabilizzati nelle tante scelte strategiche del Paese e che nel corso della Storia troppo spesso non hanno goduto neppure della fiducia della propria classe dirigente. Gli italiani "consegnati nelle mani di elite illuminate". Gli italiani che, forse proprio per queste ragioni, non sono mai stati davvero indipendenti e liberi all'interno della propria nazione. Non dovremmo sorprenderci più di tanto quindi, se oggi ci scopriamo "etero diretti", poco autonomi e dunque incapaci di uscire dalle maglie di questa crisi. Non abbiamo più gli strumenti per farlo, gli strumenti sono "altrove" e per il momento non vengono utilizzati a nostro favore. A testimonianza si possono citare le parole del professor Giuseppe Guarino: « Nel campo normativo l'Unione [Europea N.d.A.] è assolutamente prevalente. La sua competenza è esclusiva in materie fondamentali. Le sue norme prevalgono su quelle degli Stati membri. La sfera dell'Unione si allarga (e corrispondentemente si restringe l'ambito normativo degli Stati) man mano che le competenze vengono concretamente esercitate. La competenza dell'Unione è esclusiva persino nel valutare se sussistono le condizioni per estendere le sue competenze. Una domanda: gli Stati che ci stanno a fare? I dati statistici ci dicono che in Italia nei nove anni dal 2000 al 2008 (per il 2008 analizzati solo i primi tre trimestri) gli atti nazionali con forza di legge sono stati 1.072; i regolamenti e le direttive comunitarie 20.976.»[21] Un dovere morale La stessa sfiducia verso la popolazione è presente anche in gran parte dell'attuale classe politica, la stessa che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione e che sta per ratificare il trattato ESM, nel silenzio più assoluto della politica e degli organi d'informazione[22]. Il responsabile economia e lavoro del PD, Stefano Fassina, si è spinto ad affermare che il pareggio di bilancio è uno strumento economicamente sbagliato, ma politicamente corretto (sic!) per riacquistare la fiducia dell'Europa[23]. Per Fassina non c'è futuro al di fuori dell'unione europea, la finanza e l'economia globale schiacciano gli Stati e di fronte a Paesi come la Cina, l'India, il Brasile,… non ha più senso parlare di sovranità nazionale: è la resa completa della politica di fronte alla globalizzazione. Ma non è unicamente nel numero di abitanti che va ricercato il senso di una sovranità nazionale, come Fassina da buon materialista vorrebbe far credere, ma innanzitutto nella cultura di una popolazione. È necessario tornare ad avere fiducia nella cultura e nelle capacità degli italiani: questo più che un compito è un dovere morale della politica! C'è stato un periodo della Storia recente in cui l'Italia aveva qualcosa da dire al mondo e l'economia cresceva come in nessun'altra nazione[24]. Bisogna avere quella fiducia che è mancata a Guido Carli e a molti altri negli ultimi anni, pensando che si può ripartire, ricostruendo un tessuto sociale ed una economia solida. La storia italiana del dopoguerra dovrebbe darci l'esempio, il caso argentino potrebbe guidarci nella giusta direzione. L'economia argentina, abbandonato il cambio fisso con il dollaro e le ricette di austerità imposte per decenni dall'FMI, dal 2002 al 2011 ha visto crescere la sua economia del 94% e tutt'ora vanta una crescita del PIL annuale attorno all'8%[25]. L'Italia oggi è in bilico, tra una strada di lenta agonia e una possibilità di riscatto, faticosa ma possibile. Come oramai da anni Lyndon LaRouche sostiene: è necessario tornare alla separazione bancaria tra banche commerciali e banche d'affari, secondo il modello Glass-Steagall. Concetto questo ripreso e promosso sempre più anche da voci autorevoli del mondo politico ed accademico. È necessario pensare ad una banca nazionale per lo sviluppo, che finanzi progetti a lungo termine nelle infrastrutture e nell'industria ad alta tecnologia, sullo stile di quella creata dal primo ministro del tesoro americano Alexander Hamilton. È necessario investire in ricerca ed in solidarietà. È necessario riscoprire la vera cultura e puntare sulle nuove generazioni affinché siano loro i primi a beneficiarne. Spetta a noi decidere se siamo ancora l'Italia del Rinascimento o solo quella del neo-darwinismo sociale. Solamente se la politica italiana saprà scommettere sul futuro ed imboccare la strada verso nuova crescita e migliore sviluppo, ci potrà essere una vera svolta. Solo quando saprà credere di nuovo nella cultura e nella forza dell'Italia, riacquisterà dignità e rispetto. Non vi è altra scelta, è passaggio obbligato. Andrea Pomozzi Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà

28 maggio 2012

Il nemico politico, in questa fase, è il Partito Democratico

Ci sono sempre nella storia nemici principali e nemici secondari. Ambedue si devono combattere, ma in determinate contingenze, prima di attaccare il nemico principale, è necessario “sgomberare il campo” dai nemici secondari, liberando spazi limitati (come quelli nazionali) per aggredire poi aree geopolitiche più vaste.. Ciò non significa che la lotta contro nemici di “rango” inferiore è tanto più agevole, e meno cruda, di quella che si svilupperà contro il nemico principale, ma è chiaro che si tratta di nemici più “prossimi” a noi, con maggiori punti deboli, e perciò attaccabili con maggiori speranze di successo. Nell’Italia di oggi, paese occupato e soggetto al governo direttoriale euro-globalista affidato a Mario Monti, il nemico secondario locale, che si muove su un piano politico di sub-dominanza e supporta la dittatura globalista, è senza ombre di dubbio il Partito democratico. Dopo l’inizio di una rapida dissoluzione del cosiddetto centro-destra, con la liquefazione del PdL “abbandonato” da Berlusconi ed il crollo dei consensi registrato dalla Lega, travolta con singolare tempismo dagli scandali, resta soltanto il Pd all’interno del sistema, con tutte le forze di contorno, in rappresentanza di una sinistra neoliberista, filo-globalista, antipopolare ed “antipopulista”, che dovrebbe neutralizzare ipotetiche proteste di massa (per ora soltanto temute), imbrogliando i dominati e supportando le politiche applicate da Monti. Infatti, il puntello al momento più saldo del governo direttoriale globalista – non eletto, non richiesto, non amato – che sta saccheggiando l’Italia e uccidendo la popolazione (letteralmente, dati i continui suicidi per ragioni economiche), è rappresentato dalla B del terzetto politico ABC di sostegno all’esecutivo, e cioè da Pier Luigi Bersani. Questo piccolo funambolo della politica degenere, che “parla come mangia” (ed evidentemente mangia molto male, nutrendosi di cibo-spazzatura), ha stretto un patto di sangue con il grande capitale finanziario e con la classe neodominante che lo controlla, o meglio, si è proposto come servitore politico, ed ha accettato, in qualità di kapò di quel grande campo di concentramento sperimentale che è diventata l’Italia, di supportarne fino in fondo gli interessi. Bersani – rappresentante di una squallida camarilla politico-burocratica che si annida in parlamento, collocata a sinistra nell’emiciclo, dietro la quale non sembra che ci sia un vero e coeso blocco-sociale – ha rinnegato il paese, ha ripudiato la bandiera, ha supportato Napolitano, ha appoggiato Monti, ha contribuito a svendere gli ultimi scampoli di sovranità, di socialità, di patrimonio pubblico, permettendo che si calpesti la residua dignità nazionale, in cambio del mantenimento, per lui e i suoi, di una posizione di sub-potere e dei benefit che questa comporta. La consorteria politica della sinistra, alimentata dalla corruzione materiale ed etica, preda del cinismo che ha fatto seguito alla fine della Grande Narrazione marxista – della quale già il PCI “eurocomunista” figlio della svolta berlingueriana, prima di essere soppresso nel febbraio del 1991, cercava di sbarazzarsi definitivamente – è composta di un coacervo di forze del tutto subalterne al neocapitalismo e al neoliberalismo, a partire dall’informe alleanza fra apostati del comunismo e catto-democristiani “di sinistra,” chiamata Pd, e dai comunisti individualistici postsovietici del SEL, completamente fagocitati negli immaginari capitalistici, fino ad arrivare ai patetici resti di formazioni che ancora, impropriamente, si chiamano comuniste, come Rifondazione e il PdCI. Il tutto integrato dalla CGIL di Camusso e dalla Fiom apparentemente ribelle, che indicono scioperi “parafulmine” a protezione del sistema neoliberista, impedendo che le proteste dei lavoratori trovino uno sfogo concreto, pericoloso per il potere e per i sindacati stessi. Bersani viene dal PCI del crepuscolo, già socialdemocratico, poi eurocomunista (conferenza di Berlino del 1976), filoamericano e filo-NATO, e in qualità di “politico di professione” ha attraversato, facendo carriera e diventando ministro, tutta la concatenazione trasformistica successiva, PDS-DS-Pd, a ribasso, anzi, a precipizio, per quanto riguarda la rappresentanza politica effettiva delle classi subalterne, la tutela dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, la stessa legalità costituzionale (se mai si è veramente affermata, almeno per qualche anno, in Italia). Bersani, burocrate trasformista e servo dell’Aristocrazia globale, prima comunista e poi liberista (autore, nel recente passato, di una “lenzuolata” di liberalizzazioni), non è un leader, non ha carisma, non esprime una linea politica chiara – infatti, il servile Pd non ha un programma, né è necessario che lo abbia, vista la sua funzione subalterna e di “ruota di scorta” del potere neocapitalista. Bersani non è neppure un oratore apprezzabile, per quel che può contare, esprimendosi confusamente, non disdegnando discorsi ed espressioni da “bar sport”, pur di non dare l’impressione, davanti alle telecamere e ai microfoni, di usare il “politichese”. La caduta del muro di Berlino, del 1989, non è stato soltanto un evento di grande portata storica, che ha aperto la strada al neoliberismo, alla globalizzazione e alla successiva caduta del “muro di Pechino”, con lo sdoganamento di un Golem neocapitalistico, cioè della potenza commerciale Cinese. Un simile evento, dalle conseguenze socioeconomiche e geopolitiche epocali, qui, in Italia, in quella che oggi sta diventando periferia del sistema globale, ha rappresentato la fortuna per individui come Bersani (e D’Alema, e Veltroni, ed altri ancora), consentendogli finalmente di liquidare anche il ricordo del PCI, già edulcorato e interno al sistema della cosiddetta prima repubblica (arco costituzionale, unità nazionale, eurocomunismo), per riciclarsi e creare sulle sue rovine nuovi cartelli elettorali, di sostanza liberaldemocratica e liberista, adatti a servire la nuova classe dominante postborghese, razza padrona del ventunesimo secolo. Consideriamo che se tutto fosse dipeso dal centro-destra, Lega compresa, anzi, soprattutto da quella Lega, oggi in rapido declino, che sapeva che con la fine del Cav. per lei sarebbe finita la “cuccagna”, Berlusconi sarebbe ancora lì dove si trovava fino al 16 novembre 2011, e per quanto sbilanciate verso alcuni gruppi sociali, per quanto raffazzonate ed elettoralistiche, le politiche attuate da un esecutivo berlusconiano non avrebbero potuto portare, in pochi mesi, alla drammatica situazione sociale che viviamo attualmente. L’accelerazione delle politiche di de-emancipazione e il diffuso impoverimento si sono manifestati nel dopo Berlusconi, ed ora, a distanza di alcuni mesi dall’insediamento di Monti, cominciamo a sentirne in pieno gli effetti. Queste ultime elezioni amministrative hanno dato inizio alla dissoluzione del PdL, hanno segnato il declino irreversibile della lega, ma hanno “graziato”, o colpito in misura minore, il Pd. Per tale motivo Bersani ha potuto cantare vittoria “senza se e senza ma”, mentre l’esecutivo Monti-Napolitano da lui appoggiato e difeso a spada tratta, attraverso Fornero prepara il terreno per togliere il sussidio agli invalidi proprietari della loro casa, privandoli di assistenza e condannandoli così a morire di fame, e si lava le mani dei danni subiti dalle popolazioni dell’Emilia colpite dal terremoto, perché in seguito alla riforma della protezione civile, lo stato non ha più il dovere di ricostruire gli immobili distrutti o lesionati, e ci si deve arrangiare con assicurazioni private. Ma a Bersani tutto ciò non importa, finge di non vedere o borbotta qualche assurdità, e non importa all’infame Pd, che esulta per la “vittoria” nei ballottaggi alle amministrative – elezioni concesse semplicemente perché non incidono sulle politiche strategiche nazionali – incurante delle astensioni e di un’affermazione della cosiddetta antipolitica (M5S a Parma con Pizzarotti sindaco), mentre i suoi giornali, come l’Unità, si occupano delle solite cose che interessano la politica minore, a partire dalla riforma elettorale. Si procede truffaldinamente su due binari. Sul primo binario, quello più importante, il direttorio globalista assegnato a Monti, voluto ed appoggiato fino alle estreme conseguenze dalla sinistra spergiura e truffatrice di Bersani, continua con l’applicazione del programma contenuto nella lettera del 5 agosto 2012, di Draghi e Trichet, all’allora esecutivo Berlusconi. Sul secondo binario, si celebra il rito elettorale in “tono minore”, limitandolo ad una tornata amministrativa parziale, per legittimare i cartelli elettorali che sostengono Monti (a partire dal Pd), per eliminare gli indisciplinati (la Lega travolta dagli scandali esplosi al momento giusto) e per ricomporre in forma diversa il centro-destra, a partire dai pezzi di un PdL da sciogliere e dai rimasugli di un centro inesistente. Il primo binario è una strada obbligata, tracciata dalle Aristocrazie finanziarie globaliste, e su questo viaggia il treno “blindato” di Monti-Napolitano, il secondo binario, invece, può riservare qualche limitata sorpresa, e serve a distrarre dalle grandi questioni politiche e sociali. Così, si è avuta l’affermazione del M5S in qualche comune e una forte “diserzione” dell’elettorato nei ballottaggi (oltre il 48% non ha partecipato), riguardanti, se non erro, 4,5 milioni di “aventi diritto”e non certo l’intero corpo elettorale. Ciò ha dato a Bersani, che oggi rappresenta il puntello più saldo dell’esecutivo Monti, l’occasione per cantare vittoria – con il conforto di Monti – alla Lega lo “sprone” per rinnovarsi (e per cessare una sia pur blanda opposizione in parlamento), e al cosiddetto centro-destra, ormai orfano di Berlusconi, la possibilità di ricomporsi in altra forma, magari mescolando Alfano e Casini, ma continuando ad appoggiare il direttorio globalista al potere. E’ chiaro che da ora in poi, il nemico politico nazionale, che indubbiamente esiste ma è secondario – quello principale è rappresentato dall’Aristocrazia globale esterna – si identifica quasi per intero in quel infame centro-sinistra che sostiene Monti, supporta il genocidio sociale in atto, e va da Bersani a Vendola, dal Pd fino alla CGIL e alla Fiom “normalizzata”. Queste forze ascare, corrispondenti ad altrettante strutture politiche e sindacali di sub-potere, lavorano incessantemente contro le masse pauperizzate e i ceti medi declassati, quindi partecipano, sia pur vigliaccamente, nascostamente, senza sporcarsi troppo le mani, alla demolizione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, al ridimensionamento della struttura produttiva nazionale, al trasferimento di risorse collettive nelle tasche dei “grandi prenditori” finanziari. Nessuna di queste forze della sinistra degenerata e serva fa eccezione. Niente di loro può essere salvato, nessuno dei “sinistri” capi-kapò può essere assolto, a partire proprio da Pier Luigi Bersani. di Eugenio Orso

27 maggio 2012

I rischi del sistema finanziario ombra

Dopo la crisi finanziaria del 2008 uno degli elementi oggetto d’attenzione da parte dei media specializzati è il cosiddetto Shadow Banking System (il sistema bancario ombra - SBS). Come suggerisce il suo nome, questo termine raggruppa una serie di istituzioni e di pratiche basate sull’utilizzo di derivati finanziari che si collocano al di fuori dalla regolamentazione e dell’attenzione pubblica. Proprio quest’assenza di regolamentazione ha facilitato la rapida espansione del suddetto segmento dei mercati finanziari globali, segmento che, durante suo apice alla fine del 2011, è passato da un volume di attività di poco inferiore a 20.000 miliardi di dollari a un volume di 60.000 miliardi di dollari [1]. A dispetto del volume di transazioni, delle attività in gioco e dei rischi sistemici che si corrono, lo SBS ha continuato a ricevere un’attenzione marginale da parte dei media che si rivolgono al grande pubblico. Per comprendere questo sistema, è utile effettuare un paragone con il sistema bancario commerciale. Infatti, il finanziamento del sistema bancario tradizionale è, in teoria, il frutto dell’insieme dei depositi dei risparmiatori che costituiscono l’oggetto dei prestiti alle imprese e agli individui. Lo SBS funziona in modo differente. Per finanziarsi, una Shadow Bank emette dei titoli e delle cambiali a breve termine (la durata varia da un giorno a un mese) che vengono successivamente investiti in prodotti finanziari strutturati a lungo termine come gli Asset Backed Securities (ABS [2]) o i Collateral Debt Obligations (CDO [3]). Il margine di profitto di questo modello bancario deriva direttamente dalla differenza tra il costo del finanziamento nei mercati di credito a breve temine e il rendimento superiore fornito dai prodotti finanziari strutturati. La principale differenza tra le attività del sistema bancario tradizionale e quelle dello SBS è l’assenza di regolamentazione che riguarda il secondo. Le restrizioni in termini di riserve di capitale che obbligano una banca a mantenere, per ogni prestito effettuato, una parte dell’ammontare del prestito, non sono valide nel caso dei mercati finanziari a breve termine nei quali avvengono le transazioni dello SBS. Nel loro tentativo di aumentare i livelli dell’effetto leva per aumentare i profitti, le principali banche statunitensi ed europee sono entrate in una forte competizione con Hedge Funds e Private Equity Funds per raccogliere i finanziamenti in quei mercati. È così che delle banche come BNP PARIBAS o Dexia hanno potuto ampliare in maniera significativa i loro conti di bilancio senza doversi preoccupare di raccogliere i depositi dei risparmiatori. Il problema è che queste banche non dichiarano questo tipo di transazione nei loro bilanci. Infatti, per raccogliere delle risorse nei mercati finanziari a breve termine attraverso l’emissione di titoli, le banche hanno proceduto alla creazione di entità legali parallele come gli Special Investment Vehicules (SIV [4]) o i Conduits [5]. Sebbene i benefici ottenuti dai SIV finiscano per essere registrati nel bilancio contabile delle banche, gli attivi e i passivi e, dunque, il rischio di finanziamento affrontato da queste entità speciali sono contabilizzati separatamente. Dal punto di vista dei mercati, l’esistenza di questa relazione implicita tra le banche e queste entità speciali riveste due implicazioni concrete. In primo luogo, riduce i costi dei finanziamenti dei SIV quando i mercati sanno che in caso di problemi di liquidità o di insolvenza, le banche responsabili della creazione di queste entità speciali se ne faranno carico attraverso crediti o con l’integrazione diretta nel loro bilancio. In secondo luogo, i SIV permettono di aumentare i profitti contabili delle banche e parallelamente di ridurre il profilo di rischio grazie alla contabilizzazione separata. In un ambiente caratterizzato da tassi d’interesse bassi, una complessiva riduzione della volatilità e una regolamentazione lassista, ecco che questi elementi ci permettono di comprendere come lo SBS sia passato dall’essere un meccanismo alternativo di finanziamento delle entità bancarie statunitensi ed europee ad essere l’essenza stessa di questi modelli di transazioni finanziarie. L’illusione dell’effetto leva illimitato e di un aumento permanente dei profitti si è conclusa nel 2007con un incremento di volatilità nei mercati dei prodotti finanziari strutturati. La prima protagonista nota dello SBS che ha sperimentato dei problemi è stata la Hedge Fund High-Grade Structured Credit Streategies (HGSCS) amministrata da Bear Stearns. A marzo 2007, la HGSCS aveva delle posizioni ABS sul mercato dei Subprime per un valore complessivo di 13,7 miliardi di dollari con un capitale proprio di 925 milioni di dollari. L’annuncio di perdite per un equivalente di 3,7% del portafoglio della Hedge Fund durante quello stesso mese ha portato gli investitori a ritirare 100 milioni di dollari. La perdita di fiducia nel fondo ha generato un effetto domino: la perdita del suo accesso al mercato dei finanziamenti a breve termine, ha dato luogo a una vendita al ribasso delle sue attività (a 60 centesimi di dollaro). A fine giugno 2007, Bear Stearns si è visto costretto a correre in soccorso della HGSCS registrando così una perdita di 3,2 miliardi di dollari [6]. Questo schema di annunci di perdite, di congelamento dell’accesso ai mercati di finanziamento a breve termine e di integrazione nei conti di bilancio delle banche responsabili con le conseguenti perdite significative, si è ripetuto nel caso della BNP PARIBAS ad agosto 2007, nel caso di Bear Stearns e Lehman Brothers a marzo e settembre 2008. La storia è risaputa: il crollo in questi due ultimi casi ha portato alla scomparsa di queste istituzioni finanziarie. In ultimo, l’incertezza ha finito per colpire una delle principali fonti di finanziamento dello SBS, i Money Market Funds (MMF [7]). Nel corso della settimana successiva al fallimento di Lehman Brothers, i MMF hanno dovuto affrontare dei prelievi da parte degli investitori equivalenti al 14% delle loro attività, circa 193 miliardi di dollari. A fine ottobre 2008 l’importo aveva raggiunto i 400 miliardi di dollari [8]. Dopo un periodo di declino successivo alla crisi finanziaria associato agli eventi descritti, lo SBS ha iniziato a recuperare la sua preponderanza nelle strategie di finanziamento del settore bancario. È necessario, dunque, comprendere la strategia di questo segmento dei mercati finanziari che continua a essere uno degli anelli deboli del sistema. Il recente crollo della MMF Global Funds nel novembre 2011 lo dimostra chiaramente. Un Primary Dealer [9] con sede a New York e diretto da John Corzine ex-direttore di Goldman Sachs, la MMF Global Funds, è stata portata alla bancarotta a causa dei progressivi rifiuti della MMF di finanziare delle entità che avessero delle esposizioni sul debito sovrano europeo. Nel corso dei mesi precedenti, il fondo aveva costruito un’importante posizione in questi portafogli utilizzando dei finanziamenti a breve termine ottenuti attraverso l’emissione di cambiali a breve termine nei MMF e ottenendo profitti significativi derivati da tassi d’interesse elevati legati ai titoli dei debiti di paesi come l’Irlanda e la Spagna. Tuttavia, con la diffusione della notizia fornita dalla Global Funds concernente la posizione rischiosa [10], gli investitori hanno iniziato a ritirare i loro soldi e il fondo ha perso l’accesso al finanziamento a breve termine. In assenza di liquidità per rifinanziare le sue posizioni, la Global Funds è fallita lasciandosi alle spalle delle perdite stimate per 2 miliardi di dollari. Questa storia recente sottolinea uno dei rischi più significativi che rappresenta uno SBS in espansione per la stabilità dei mercati finanziari. In buona parte, grazie all’assenza di regolamentazione, le entità che operano su questi segmenti possono raggiungere livelli di effetto leva significativi che non potrebbero essere ottenuti altrimenti. Tuttavia, l’effetto leva è associato a un’alta vulnerabilità rispetto alle variazioni legate alle condizioni di finanziamento dei mercati a breve termine che, nella maggior parte dei casi, è implicato in posizioni complesse che associano bassa liquidità e impegni a lungo termine, non facili da trasformare rapidamente in liquidità. È così che un problema di liquidità può dare luogo molto rapidamente a un problema di solvibilità, che si traduce, in ultima analisi, nella sopravvivenza stessa dell’entità in questione. All’eccessiva fragilità dello SBS, da un punto di vista pubblico, bisogna aggiungere degli altri rischi associati a questo sistema. In primo luogo, permettendo alle banche commerciali con depositi assicurati di creare delle entità specifiche, si incorre in una violazione di quegli stessi principi che hanno portato alla creazione delle assicurazioni sui depositi. Le suddette assicurazioni hanno lo scopo di proteggere i depositi dei risparmiatori ed esigono in cambio una gestione stabile e sicura dei depositi da parte delle banche. Tuttavia, come segnalato in precedenza, il rischio di finanziamenti corso dalle entità speciali si trova, in ultima istanza, legato al conto di bilancio e dunque alle garanzie pubbliche di cui godono le banche commerciali. Vale a dire che, nel contesto attuale, le garanzie sui depositi proteggono più le controparti implicate nelle transazioni dello SBS che i depositi senza i quali non esisterebbero. Un esempio pratico di questa situazione è la recente misura della Bank of America di integrare nella propria banca commerciale le operazioni sui prodotti derivati, così in caso di problemi legati ai prodotti derivati, queste transazioni beneficiano della copertura concessa dal FDIC per la banca commerciale [11]. Inoltre, bisogna menzionare anche l’esposizione dei Fondi pensionistici alle transazioni che si svolgono nello SBS. Per definizione, questi fondi hanno l’obbligo di gestire un profilo di rischio d’investimento minimo. Allo stesso tempo, motivi organizzativi li costringono a tenere da parte una piccola percentuale del loro portafoglio di investimenti in attivi liquidi a breve termine. Questi attivi liquidi facilitano i prelievi e le richieste di denaro contante nel breve termine. Ciononostante, visto la gran quantità di fondi che gestiscono questa “piccola” percentuale si aggira attorno ai 400-500 miliardi l’anno [12]. Prima queste risorse erano investite direttamente in titoli di debito pubblico a breve termine. Ma con l’espansione dello SBS e la ricerca di margini di profitto più elevati, i securities e altri tipi di risorse liquide sotto il controllo dei fondi pensionistici finiscono per essere prestati a Hedge Funds, MMF e ad altre entità operanti nell’ombra. Di conseguenza viene messo a rischio il risparmio depositato sotto l’amministrazione dei fondi pensionistici senza che il pubblico ne sia al corrente. Un terzo rischio è associato ai problemi che lo SBS implica per la regolamentazione effettiva delle entità finanziarie. Se le recenti disposizioni in materia di regolamento hanno avuto l’obiettivo di consolidare le basi del capitale delle banche e di ridurre i loro livelli di effetto leva, il risultato è stato il ritiro delle attività più rischiose dai conti di bilancio e, di fatto, dai registri ufficiali. Questo ci permette di spiegare il forte recupero dello SBS nel corso del 2011 e agli inizi del 2012. È dunque possibile che la recente riduzione dell’effetto leva delle banche europee e statunitensi non rifletta una riduzione reale del rischio sistemico. Le attività più rischiose e instabili avvengono ora fuori dal controllo degli enti regolatori. Nel complesso, questa serie di rischi associati allo SBS forniscono un’immagine estremamente preoccupante delle implicazioni che potrebbe avere un’espansione incontrollata del settore. La crisi del 2008 ha dimostrato che in caso di instabilità, le operazioni che avvengono nell’ombra finiscono per essere assunte, nella maggior parte dei casi, da entità finanziarie considerate too big to fail e che a loro volta sono salvate con i soldi pubblici. Nella misura in cui la stabilità di un sistema finanziario risiede nelle garanzie pubbliche offerte dallo Stato, è sua responsabilità assicurare le condizioni affinché le queste garanzie non debbano essere utilizzate. Ignorando lo SBS, le autorità vengono meno non soltanto a questa loro responsabilità ma spianano la strada, a ritmo accelerato, a nuovi e sempre più grandi salvataggi finanziari facendo ricorso al denaro pubblico. di Daniel Munevar Note [1] Financial Times, “Traditional lenders shiver as shadow banking grows”, disponible en:http://www.ft.com/intl/cms/s/0/f63bea6c-2d5c-11e1-b985-00144feabdc0.html#axzz1lud8ehpR [2] Un ABS consiste nella creazione di un titolo, prodotto della somma di un numero determinato di crediti individuali dalle caratteristiche simili. I flussi degli effettivi associati al titolo provengono direttamente dai crediti individuali. [3] Un CDO permette di stabilire una struttura di pagamento subordinata associata a un gruppo di strumenti a reddito fisso come i titoli o le cambiali commerciali a breve termine. L’entità che si incarica di creare il CDO stabilisce segmenti di rischio direttamente relazionati con il rendimento dello strumento e la sua priorità nella struttura del pagamento. Un investitore con un basso appetito per il rischio acquisterà una posizione senior nel CDO, ricevendo i primi pagamenti della struttura finanziaria. Invece un investitore che cerchi un maggiore rendimento acquisterà una posizione con più rischio e minore priorità di pagamento nella detta struttura. [4] Entità legali parallele create dalle banche di investimento per evitare le regolamentazioni delle riserve di capitale. Generalmente i SIV si finanziano attraverso l’emissione di cambiali commerciali a breve termine. A metà del 2007 si stima che banche a livello mondiale mantenessero in SIV un portafoglio di ABS e CDO per un valore di 1,5 miliardi di dollari. Vedi Thomas, L. (2011), ¨The Financial Crisis and Federal Reserve Policy¨, Palgrave Macmillan - New York, Ch. 5. [5] I “conduits” furono istituiti dalle banche per facilitare il processo di creazione di ABS a partire da prestiti individuali. Nel periodo tra l’acquisto di detti crediti e la creazione e la vendita di ABS, i primi erano mantenuti nei “conduits”. I “conduits” sono delle entità legali indipendenti, le banche non sono obbligate a fornire riserve di capitale per garantire le attività di queste entità. [6] Hsu J. y Moroz M. (2010), “Shadow Banks and the Financial Crisis of 2007–2008” in The Banking Crisis Handbook, edito da Gregoriou G., CRC Press - New York. [7] I Money Market Funds sono dei fondi comuni che investono in cambiali a breve termine come i Buoni del Tesoro degli Stati Uniti e le azioni e obbligazioni societarie. Questi fondi giocano un ruolo centrale nella fornitura di liquidità a breve termine. [8] Op. Cit. 6. [9] I Primary Dealer sono delle entità che negli Stati Uniti si occupano di portare a buon fine l’acquisto e la vendita di titoli, in gran parte Bonus del Tesoro durante delle operazioni di mercato aperto intraprese dalla Fed. Fino alla bancarotta della Global Funds, esistevano 18 entità che svolgevano questa funzione. [10] A causa della relativa assenza di liquidità che presentano i mercati del debito sovrano europeo, è molto difficile poter mettere fine a queste posizioni sui mercati. [11] ¨ Bank of America Deadwatch : Moves Risky Derivatives from Holding Company to Taxpayer Backstopped depository ” http://www.nakedcapitalism.com/2011... [12] Pozsar Z. e Singh M. (2011), ¨The Nonbank-Bank Nexus and the Shadow Banking System¨, IMF Working Paper - Research Department, WP/11/289 Daniel Munevar, economista, è membro del CADTM Colombia e della coordinazione del CADTM “Abya-Yala Nuestra America”. Titolo originale: "Les risques du système bancaire de l’ombre " Fonte: http://www.cadtm.org

26 maggio 2012

Spostare la priorità dalla crescita del PIL alla crescita dell’occupazione in lavori utili

Appello di imprenditori, tecnici, consulenti ed attivisti del Movimento per la Decrescita Felice per un cambio di priorità in Italia nelle scelte economiche ed industriali, al fine di iniziare a superare l’attuale crisi di sistema In tempi normali è sufficiente gestire l’ordinaria amministrazione con accortezza perché tutto proceda bene. Il governo può condurre la sua politica industriale mediando fra gli interessi di ognuna delle parti coinvolte nei processi economici, cercando di trovare punti di incontro per la difesa degli interessi generali. Ma quando, come ora, si vivono grandi cambiamenti epocali, dove masse sempre più grandi di persone soffrono per mancanza di lavoro, Occorre rimettere in discussione idee consolidate, in particolare il dogma della crescita continua del Prodotto Interno Lordo. Vediamo con apprensione che si parla di “Project Bond per realizzare grandi opere infrastrutturali. Si tratta in pratica di fare ancora altri debiti per realizzare di grandi opere finalizzate, più che alla reale utilità, al far ripartire la crescita, come se questa fosse la soluzione ad ogni male. Ancora grandi opere, ancora a debito … per riavviare la crescita e poter pagare gli interessi sul debito! Ma che follia è? E in questo teatro dell’assurdo, si inserisce anche il luogo comune del collegamento diretto fra crescita e occupazione. Si dà per scontato che la crescita faccia automaticamente aumentare l’occupazione, ma non è vero e ci sono i numeri a dimostrarlo. Dagli anni ’60 ad oggi il PIL è aumentato di quasi 4 volte, mentre l’occupazione in proporzione all’aumento della popolazione è diminuita! Ogni imprenditore sa che, nella maggior parte dei settori merceologici, l’aumento della produttività e quindi del PIL, si ottiene con l’automazione e con l’ottimizzazione dei processi produttivi e non aumentando proporzionalmente l’occupazione. Se si spendono i pochi soldi disponibili, o si creano altri debiti come quelli dei Project Bond, per fare grandi opere infrastrutturali, magari pianificate in altri tempi, prenderebbero gli appalti le solite poche grandi imprese che hanno le attrezzature necessarie. Sarebbero coinvolti qualche decina di sub appaltatori e lavorerebbero poche migliaia di operai, visto che il grosso del lavoro lo farebbero le macchine. I denari spesi sarebbero concentrati in poche mani e non servirebbero a riavviare l’economia neanche nei territori interessati dalle stesse opere, perché il grosso degli operai verrebbe da fuori. Per dimostrare le nostre tesi, abbiamo studiato i dati della galleria per il TAV in val di Susa. Abbiamo scelto questa grande opera a titolo di esempio perché sono disponibili molti dati forniti dal Ministero competente, quindi certi e utili per avviare delle comparazioni. Tali dati indicano che la nuova galleria del TAV consentirebbe di creare 2000 nuovi posti diretti e 4000 indiretti. In realtà le cifre sembrano ottimistiche, ma anche se si raggiungessero tali obiettivi occupazionali, avremmo al massimo 6000 nuovi posti di lavoro contro un investimento minimo di 8,2 mld di €, ovvero 0,73 nuovi posti per ogni milione di euro investito, sempre che il costo dei lavori non subisca aumenti esponenziali in corso d’opera come è sempre avvenuto fino ad oggi in Italia! In ogni caso la spesa sarebbe coperta a debito ribaltando ancora una volta il problema sulle generazioni future, che dovrebbero anche sorbirsi i danni ambientali e le spese per l’energia necessaria a illuminare e climatizzare l’opera. Tutte le grandi opere infrastrutturali hanno per comun denominatore l’uso del debito, di molto cemento, di molta energia e hanno quindi un impatto ambientale molto rilevante. In sintesi si può dire che sull’altare ideologico della crescita del PIL e a favore di pochi soggetti che guadagnerebbero molto denaro, sacrificheremmo ancora una volta l’ambiente, l’occupazione, gli interessi della gran parte della gente ed i diritti delle generazioni future. Si può fare diversamente? Certo che si! Bisogna solo cambiare le priorità e spendere il denaro in altro modo, partendo anche dalla consapevolezza che è convenienza di tutti investire subito le poche risorse disponibili in molte migliaia di piccoli e micro cantieri e solo successivamente, eventualmente, in grandi opere infrastrutturali. I micro cantieri dovrebbero riguardare in primo luogo l’efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati. Poi anche le bonifiche ambientali e per la messa in sicurezza del territorio rispetto agli eventi catastrofici. In uno studio dell’ENEA del 2009 (vedi allegato 1) si proponevano interventi di riqualificazione energetica in 15.000 scuole ed edifici pubblici, che attualmente spendono circa 1,8 Mld di € ogni anno in energia elettrica e termica. Con gli 8,2 miliardi di € previsti per il TAV si può risparmiare il 20% dei consumi di questi edifici, pari a oltre 420 mln€/anno e si possono creare almeno 150.000 nuovi posti di lavoro. Inoltre lavorerebbero decine di migliaia di pmi e artigiani installatori. E siccome a cambiare infissi, montare caldaie di nuova generazione, montare cappotti, costruire case efficienti, rifare tetti, ecc. non servono macchine, ma persone, si darebbe lavoro ad un sacco di gente facendo tra l’altro ripartire in maniera virtuosa il settore dell’edilizia, attualmente in grande sofferenza. In un articolo apparso il 13 febbraio 2012 sul Sole24ore (vedi allegato 2) si legge che investendo un milione di € in progetti di efficienza energetica si generano in media 13 posti di lavoro. Non si parla qui di energie rinnovabili, che pure generano 3 o 4 nuovi posti di lavoro per ogni milione di € investiti, ma del lavoro di “tappare i buchi” dai quali sfugge e viene sprecata gran parte dell’energia che usiamo nell’abitare. Per ogni 10 miliardi di € investiti si possono avere 130.000 nuovi posti di lavoro di buona qualità, mentre investendo la stessa cifra in grandi opere daremmo lavoro al massimo a 7.300 persone. Dobbiamo poi considerare che i costi delle opere di efficientamento si pagherebbero in pochi anni con il risparmio energetico e in meno di un decennio i soldi investiti sarebbero di nuovo disponibili per nuovi utilizzi. Diventerebbero di fatto dei fondi di rotazione. Immediatamente calerebbe la bolletta energetica e l’inquinamento da CO2. Quindi ci guadagneremmo tutti. Inoltre con commesse piccole e diffuse, i fenomeni di grande corruzione politica, tipici dei grandi appalti, sarebbero certamente più infrequenti. Infine, il denaro speso per far lavorare migliaia e migliaia di piccole imprese e di artigiani, resterebbe nel territorio contribuendo in maniera determinante al riavvio dell’economia! Noi facciamo appello alla politica perché dia priorità a questi interventi che generano molti benefici per tutti. Le grandi infrastrutture eventualmente si faranno in un secondo momento e solo quando si avrà la certezza che serviranno davvero! Occorre abbandonare il dogma della crescita continua. Nell’Universo NULLA cresce per sempre. Si tratta di una sciocca illusione generata dalla mente dell’homo oeconomicus, una delle specie più perniciose e imprevidenti mai apparsa sulla faccia del Pianeta. E solo per questa sciocca specie di umani, e per gli altri che ci credono, il PIL è l’indicatore unico ed indiscutibile del nostro benessere. Primo elenco di adesioni Giordano Mancini – Studio Mancini – consulenza e formazione per aziende, Ripe (AN) Maurizio Pallante – Presidente MDF, Passerano Marmorito (Asti) Tiziano Tanari – Tanari Srl, costruzione edicole e chioschi

25 maggio 2012

Equitalia è una pistola fumante

Spa a capitale pubblico – inflessibile coi deboli e malleabile con i forti – è al centro di dure contestazioni. Senza nessuna giustificazione per gli evasori, il nodo sono i metodi di “strozzinaggio” di Equitalia che funge da moltiplicatore del debito privato delle fasce sociali più basse del Paese.
equitaliaLe mobilitazioni contro Equitalia nel nostro paese si sono susseguite nelle ultime settimane. Per mobilitazioni qui si intende le proteste pubbliche, popolari ed alla luce del sole come quelle di Napoli e Mestre o come quella degli operai di Termini Imerese all’Agenzia delle Entrate. Un tema, quello del debito privato, che trova ancora poca centralità, suo malgrado, nello spazio dell’analisi politica. E’ vero che il tema della pressione fiscale lascia spazio a facili sortite demagogiche, come quelle in salsa verde dei leghisti contro le “tasse di Roma ladrona”. Bisogna innanzitutto centrare il tema, ed in questo le recenti mobilitazioni napoletane hanno avuto il merito di definire bene lo spazio rivendicativo. Le tasse vanno pagate e gli evasori fiscali devono essere perseguiti. Partiamo da questo dato, per tranquillizzare da subito tutti quelli che hanno letto con leggerezza le mobilitazioni contro Equitalia: nessuno di quelli che hanno manifestato a Napoli o a Mestre reclama la fine dei tributi. Fatta questa necessaria premessa, passiamo alla disamina della questione. Equitalia è una società per azioni a capitale pubblico – Ministero delle Finanze ed Agenzia delle Entrate – che risponde dunque alle esigenze di tutte le s.p.a. ovvero la necessità di fare profitti. La società si configura così come un esempio di quelle mostruosità giuridiche che sono le multiutility contro cui gli italiani si sono già espressi attraverso il referendum dell’estate del 2011. Equitalia riscuote i tributi per conto dello stato e degli enti locali che hanno esternalizzato la riscossione delle tasse. La sua natura di s.p.a., porta Equitalia ad accumulare interessi attraverso un complesso sistema di aumenti del credito da riscuotere nei confronti degli evasori. Un agio del 9% su ogni tassa non pagata. Una percentuale che è circa il doppio del tasso di interesse medio che gli istituti di credito impongono sui prestiti privati. A questa percentuale di interesse da usura si sommano le spese di notifica, le spese legali e la maturazione degli ulteriori interessi. Nel pieno rispetto di una legge visibilmente singolare ed ingiusta, Equitalia diventa così una macchina da strozzinaggio. A finire nel mirino di Equitalia ci sono tutti gli evasori fiscali senza nessun tipo di distinzione, siano essi evasori di una semplice multa per divieto di sosta oppure grandi evasori fiscali per milioni di euro. Il carico affidato ad Equitalia durante il 2010 è salito del 43% rispetto al 2007 ed attualmente è di 72 miliardi di euro*, più o meno due finanziarie. Ma la rigidità della s.p.a. dei tributi sembra sciogliersi come neve al sole davanti ai grandi evasori fiscali a cui vengono proposti accordi con enormi vantaggi. Di contro il resto dei creditori di Equitalia, principalmente lavoratori autonomi, precari e pensionati, vede solo la possibilità di rateizzazione del debito fissata in griglie strette ed inflessibili. La mission di Equitalia contribuisce così alla configurazione di un sistema fiscale palesemente discriminatorio, che risulta inflessibile coi deboli e malleabile con i forti. Una visione suffragata ulteriormente dal rifiuto del governo dei professori di istituire la tassazione dei capitali scudati che avevano goduto della norma del precedente governo sul rientro dei capitali evasi all’estero e l’istituzione di una tassa patrimoniale per finanziare la spesa sociale. In caso di mancato pagamento dopo la prima notifica della cartella esattoriale, Equitalia può procedere alla variegata gamma di azioni che rientrano nella riscossione coatta. Pignoramento del quinto dello stipendio, fermo amministrativo dei beni immobili, vendita coatta di auto, moto e case, fino al sequestro dei conti correnti come ha fatto Equitalia Calabria nei confronti dei pensionati. E così mentre si consente ai grandi evasori di chiudere accordi al ribasso recuperando qualche milione di euro rispetto a decine di milioni di evaso, sulle fasce sociali più deboli si abbatte la mannaia della riscossione coatta. Un meccanismo perverso che contribuisce, ai tempi della più grande crisi che il nostro paese abbia mai conosciuto, all’aumento esponenziale del debito privato. Ed è proprio questo il cuore della questione: Equitalia funge da moltiplicatore del debito privato delle fasce sociali più deboli del paese. All’aumento della pressione fiscale dovuta alla “ricetta” dei professori guidati da Mario Monti, che incide sulla consistenza dei salari e delle pensioni, si unisce l’aumento del debito privato nei confronti dello Stato. Un vero tritacarne soprattutto per i lavoratori autonomi che mentre fanno i conti con l’abbassamento del proprio potere d’acquisto devono contemporaneamente versare al fisco le tasse di oggi e quelle di ieri con gli aumenti da usura imposti da Equitalia. Ai lavoratori dipendenti della pubblica amministrazione, su cui gli aumenti delle aliquote Irpef agiscono direttamente in busta paga, il tritacarne di Equitalia rischia di ridurre a poche centinaia di euro i salari attraverso il pignoramento del quinto dello stipendio. Il pignoramenti verso terzi operati da Equitalia sono circa 133.000 con un aumento del 50% tra il 2007 ed il 2010*. Una prospettiva che riduce in miseria una persona non per un periodo temporale, ma per tutta la vita che ti resta. Ecco cosa spinge un cittadino a puntarsi una pistola alla testa. In particolar modo accade nel Mezzogiorno, dove oltre allo Stato spesso l’altro creditore del debito privato è il sistema criminale. Creditori diversi, ma spesso sistemi di riscossione molto simili. Eppure non si comprende come mai in troppi facciano finta di non capire. Appena un mese fa la CGIL prospettava uno sciopero generale – l’ennesimo solo annunciato e mai praticato – contro le tasse. Eppure a nessuno venne in mente di parlare di demagogia. Nessuno ha mai chiesto la fine delle tasse, eppure sindaci di grandi città come Bologna si lanciano in iperboliche dichiarazioni su camorristi che protestano contro Equitalia. Cogliamo l’occasione per portare a conoscenza del sindaco di Bologna Virginio Merola che i camorristi sono tra quei grandi evasori a cui Equitalia offre accordi molto flessibili. Dal prossimo anno tutti gli Enti Locali possono dismettere il contratto con Equitalia. Moltissimi sindaci hanno già dismesso il contratto, altri come quello di Napoli hanno annunciato che lo faranno dal gennaio del 2013. Ma il problema, come è evidente, non è Equitalia in sé ma il meccanismo con cui si pensa di riscuotere i tributi per le fasce sociali maggiormente colpite dalla crisi. Se ci si affiderà nuovamente ad una s.p.a. che dovrà fare profitti, se sarà consentito alle nuove società la riscossione coatta dei tributi, allora sarà solo maquillage. C'è da dire che solo il 16% dell'attività di Equitalia è legata però alla riscossione dei tributi dei Comuni, una percentuale comunque piccola rispetto alla fetta di lavoro svolta per lo Stato e le Regioni che è del 48%*. I professori continuano a parlare della necessità di misure per la crescita economica del paese, ma non serve una laurea alla Bocconi per capire che senza un alleggerimento del debito privato per le fasce più povere non potrà mai esserci nessuna ripresa. Accanto allo smantellamento del welfare ed alla dismissione dello statuto dei lavoratori con il Ddl Fornero, il tema del debito privato per i lavoratori dipendenti risulta avere una drammatica centralità. Le mobilitazioni delle ultime settimane pongono dei punti di rivendicazioni semplici e chiari: sospensione della riscossione coatta dei tributi per le fasce sociali deboli (a tal proposito è stato già votato a maggioranza un ordine del giorno alla Camera), cessazione dei contratti tra gli Enti Locali ed Equitalia, internalizzazione del servizio di riscossione dei tributi da parte degli Enti Locali, istituzione di una tassa patrimoniale per finanziare la spesa sociale, tassazione dei capitali scudati. Proposte rispetto alle quali, i tanti che a sinistra hanno storto il naso davanti alle proteste contro Equitalia, farebbero bene a rispondere nel merito. di Antonio Musella * dati del Sole 24 Ore

24 maggio 2012

I tentacoli della Finanza internazionale che stritolano l'Italia

Le smancerie di Obama al nostro Presidente del Consiglio sono la mancia in spiccioli che gli Usa elargiscono all’Italia per aver eseguito gli ordini coloniali alla perfezione. Gli osservatori internazionali chiamano questa affettazione con nomi altisonanti ma l’immagine che essa rimanda alla mente è quella del biscotto tirato al cane da compagnia scodinzolante. Se a Monti è stato riconosciuto un ruolo di primo piano al G8 è soltanto perché questo evento è ormai inutile e squalificato, un summit delle chiacchiere (come lo ha definito il Generale Carlo Jean), e di una stanca ritualità ineffettuale, fuori dalle geometrie geopolitiche dell’attuale fase storica di un mondo non più unipolare e timidamente multicentrico. A Monti viene anche affidato il compito del mediatore tra la rigida Berlino e quel che resta della flaccida Europa, con quest’ultima davvero persuasa che i malanni comunitari abbiano origine nella foresta nera piuttosto che nella selva oscura del Nuovo Mondo, dove la nostra sovranità resta atterrita. Ma che strano intermediario questo professore affossatore al quale la divisa dell’arbitro serve solo per tenere nascosta, appena sopra la pelle, la casacca a stellette e striscette. Innalzare più in alto la bandiera europea per meglio seppellirla, ecco a cosa serve l’ostentato europeismo ex cathedra di questi illuminati spenti, pieni di sé e vuoti di spirito dei tempi. E sì, perché Monti, non può fare diversamente, essendo il prodotto di quei tentacoli finanziari atlantici che adesso rivendicano il momento della reminiscenza e della riconoscenza da parte del loro pupillo, il quale senza manine e spintarelle d’oltreoceano non sarebbe Premier e nemmeno Senatore. Così descrive il sito scandalistico Dagospia questa truce faccenda: “In qualsiasi parte del globo la politica è fatta di ideali, trame e baratti. Questi ultimi sono un ingrediente fondamentale nella logica del potere, soprattutto di quei poteri forti che non danno niente per niente e al momento buono presentano le cambiali da pagare. Tra gli ambienti che si aspettano da Monti qualche gesto concreto di buona volontà c’è sicuramente Goldman Sachs, la potente merchant bank americana nella quale il Professore ha lavorato a partire dal 2005, e che ha ingaggiato personaggi come Mario Draghi, Romano Prodi, Massimo Tononi e per ultimo il Maggiordomo di Sua Santità, Gianni Letta”. Goldman Sachs passa appunto ora dalla cassa, la Cassa Depositi e Prestiti per la precisione, al fine gestire direttamente l’acquisizione del 30% di Snam, scippata ad Eni, con evidenti scopi d’indebolimento del cane a sei zampe e con l’intento di pilotare le sue sfere di penetrazione estera, prevenendo ulteriori pericolosissimi smottamenti verso est. Qualcuno potrebbe obiettare che trattasi semplicemente di “melina” di Stato, di movimento apparente, perché in un caso come nell’altro, la proprietà resterebbe saldamente in mano pubblica. Ma lo Stato non è un monolite, i suoi apparati, nei quali agiscono uomini e drappelli in costante conflitto tra loro, possono perseguire obiettivi non convergenti in base ad intenzioni e piani persino contrastanti, in quanto nascenti da differenti esami della realtà e delle molteplici direzioni da far imboccare alle istituzioni e al Paese. Che questa “compravendita” sia sospetta lo dimostra il fatto che la merchant bank americana svolgerà il ruolo di Advisor nell’operazione praticamente gratis, alla cifra simbolica di 1013 euro. Va bene che sono periodi di crisi ma nessuno fa mai niente per niente. Infatti, non sono i soldi che contano in questa circostanza ma l’opportunità di poter manovrare a proprio piacimento l’acquisizione, ricavandosi uno spazio di azione presente e futuro nelle più importanti aziende strategiche nostrane. Sarà un caso che tutto avvenga nell’interregno impolitico e sempre più impopolare dei tecnici che si sono fatti le ossa all’estero, soprattutto negli Usa, prima di ritornare in patria per spezzare le reni agli italiani? Monti è stato dipendente di Goldman Sachs, oltreché membro del Bilderberg e della Trilaterale, organismi “anglo-globali” poco avvicinabili dall’uomo qualunque e per nulla trasparenti che non hanno mai nascosto le proprie manie di grandezza e di dominio sull’orbe terracqueo. Quel che importa, al di là dell’ossessione mondialista di tali gruppi, spesso più eccitati che conseguenti, è il luogo geografico dove si basano. Tutte le strade portano a Washington ed è proprio qui che si decidono le sorti politiche ed industriali di molte nazioni che non rivendicano e non fanno valere le proprie prerogative nazionali. Guardate chi sono i (ri)baldi caporioni che esultano per questo dubbio affare nel settore energetico nostrano: Franco Bassanini, membro della Fondazione Italia Usa, il quale dal 2008 è a capo della CDP e Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato della medesima Cassa, nonché ex manager di JP Morgan. Se questi vi sembrano disinteressati ed innocenti perseguitori dell’interesse pubblico, in nome della concorrenza e dei vantaggi per i consumatori, allora il sole può riprendere benissimo a girare intorno alla terra, la quale ovviamente è ancora piatta come l’encefalogramma di chi ci crede. di Gianni Petrosillo

23 maggio 2012

“Le banche non ci aiutano”, a Parma i grillini puntano sulla moneta locale

Dopo la festa, a Parma ora i grillini devono fare i conti con un debito di 600 milioni di euro. Se le banche non sono disposte a rinegoziare, il piano B è l'Università Bocconi, dove due economisti eretici hanno messo a punto un progetto di valuta complementare all'euro. É questo l’asso che è pronto a giocarsi il neo sindaco Pizzarotti che ora corre il rischio che la Regione isoli la nuova Parma, lontanissima dalla filiera rossa Pci-Pds-Ds-Pd. PARMA- Non la smettono di frinire. La sbornia di Parma, dalle 17.15 di lunedì la Stalingrado grillina d’Italia, è durata tutta la notte tra bandiere e trombette. Nei bar di via Farini e nelle trattorie solo culatello e torta fritta. Gioia in versione Wi-Fi, cioè senza fili, con il quartier generale di Genova. «É l’alba della Terza repubblica», dice Federico Pizzarotti in versione Pifferaio di Hamelin inseguito dalla stampa di mezzo globo e accolto ovunque dagli osanna dei suoi ragazzi. «É la svolta», suggerisce un po’ scarmigliato Giovanni Favia, proconsole in Regione del Movimento Cinque Stelle. Adesso, però, viene il bello. O il brutto, dipende. Il partito anti-partito deve fare subito i conti con il debito monstre del Comune (600 milioni di euro, si calcola), con il profondo rosso del Teatro Regio (dai 7 ai 12 milioni) e con la penale (180 milioni) di Iren per rimettere nel cassetto un inceneritore fresco di pacca. Cifre – e grane padane - da capogiro per un municipio di nemmeno 200mila abitanti. É come un esame di maturità per un bambino che esce dalle elementari. E come si fa? Come dimostrare alle signore che si fermano in bici a raccomandarsi «di non far come gli altri» che qui il tempo delle battute è finito? Se è vero, come è vero, che le banche non sarebbero disposte a rinegoziare i debiti con i grillini perché non si fidano, c’è un piano B. B come Bocconi, «la casa degli orrori» per Beppe Grillo, il guru nominato pochissimo, tra un mare di piccoli distinguo, dal suo alfiere con la r arrotata. Parma potrebbe dotarsi di una propria «moneta». Sono in corso in queste ore i contatti (anzi le email, per usare il nuovo codice parmigian-grillista 2.0) tra lo staff di Pizzarotti e due economisti eretici dell’Università Bocconi: Massimo Amato, professore di storia economica e Luca Fantacci, docente di storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario. La coppia di quarantenni ha messo a punto un progetto di valuta complementare all’euro. Secondo i grillini sarebbe un sistema di credito cooperativo tra aziende per rafforzare il tessuto locale. Un bonus per uscire dal «signoraggio», creando un sistema virtuoso di scambio, simile al baratto, per bypassare la stretta creditizia, senza più interessi privati. In realtà si tratta di un'idea ben più articolata. Comunque è questo l’asso che è pronto a giocarsi Pizzarotti, intenzionato a tirarsi su le maniche («Ma non come Bersani, sia chiaro!») per far fronte ai “buffi”. «Il Fede» non vorrebbe passare come il pianista del Titanic. Ovvio: questa dal punto di vista mediatico sarebbe una svolta clamorosa. Un esperimento, ma anche l’unica strada per smarcarsi dalla banche che guardano perplesse e preoccupate la svolta di sistema partita dalla città di Maria Luigia. Un modo per continuare a fare ancora più notizia, particolare che al parmigiano medio non dispiace affatto. Pizzarotti ancora non ne parla. Per il momento si è limitato a dire che «chiederemo il bilancio consolidato: partecipate più municipio». Di sicuro c’è che 1.300 dipendenti comunali rischiano di non vedersi accreditato lo stipendio il prossimo 10 giugno. Le strategie - che rivela Linkiesta – sono al vaglio dello staff di tecnici arrivati in soccorso del neo sindaco. Parma come Nantes in corso di sperimentazione, e non più come la piccola Parigi. Anche questo è un segno dei tempi che cambiano. Nella città della Loira, infatti, l'idea partita dalle aule dell’Università Bocconi è in corso di sperimentazione. Il sindaco di Nantes, Jean Marc Ayrault che ha promosso l'esperimento, è ora al governo. Favia non conferma e non smentisce. Piuttosto ragiona: «Vedremo se tutte le banche ci chiuderanno davvero i rubinetti. E poi vogliamo vedere i veri conti del Comune: le cifre girate in questi giorni sono state messe in giro anche per spaventare i cittadini, per delegittimarci, per dire che non avremmo avuto le capacità per fare fronte a questa situazione». Un altro timore, invece, arriva da Bologna. C’è il rischio che la Regione isoli la nuova Parma, lontanissima dalla filiera rossa Pci-Pds-Ds-Pd , ma anche dal civismo di centrodestra che puntella il resto del territorio. Per questo Favia annuncia che, come consigliere regionale, sarà «il doberman» di Pizzarotti per fare in modo che la città ducale non rimanga fuori dai finanziamenti pubblici. Insomma – tra scene di giubilo e stordimento collettivo – comincia a delinearsi la faccia del grillismo adulto e responsabile. «Niente vaffa» ma solo «calcolatrice alla mano». Proprio come le persone normali «così lontane dalla casta che costa» e «da Roma», come il «Pizza» chiama il Governo centrale in maniera un po’ proto-leghista. Il baratro d’altronde è lì. Tutto sta a saltarlo per allontanare l’ombra di nuovo commissariamento. Auguri. di Simone Canettieri

22 maggio 2012

Monti è un esponente dei club finanziari che hanno eroso la libertà delle singole nazioni

I partiti politici non hanno superato, com’era del resto ampiamente prevedibile, la prova delle elezioni amministrative. Sconfitte diverse, ma tutte nette e definitive. Il Popolo delle Libertà è stato semplicemente ignorato. Con il suo leader in vacanza in Russia, la sua classe politica si è guardata allo specchio, scoprendo di non essere mai esistita. E comunque il famoso “patto con gli italiani” è rimasto in larga parte lettera morta. Il Terzo Polo, formato in larga parte da “traditori” degli altri due poli, è abortito ancora prima di nascere. La Lega Nord, da parte sua, persa in un modo così brutale la propria verginità, si è arroccata nei propri storici quadrilateri del veronese, che la tengono sì in vita, ma in stato di coma vegetativo permanente. Il Partito Democratico pensa di vivere nel migliore dei mondi possibili, come il Candido di Voltaire: di fronte al terremoto, si consola sostenendo che una sconfitta limitata - con la perdita di circa il 2% delle preferenze - equivale ad una vittoria. Dulcis in fundo: un italiano su tre non è neppure andato a votare e questo rende difficile pensare che qualcuno, compresi i grillini, abbia davvero vinto. Nessuno dei partiti italiani ha conquistato i milioni di voti degli elettori: sono voti che lasciano una sensazione di vuoto: quasi la metà del corpo elettorale non si riconosce più nei partiti. Politica assente - Questo è il dato fondamentale che emerge dalla tornata elettorale: non ci sono forze politiche che rappresentano i bisogni materiali e spirituali autentici degli italiani. Il presunto successo dei grillini ne costituisce la controprova. Il cosiddetto “voto di protesta” è un ibrido tra il non-voto e la reazione “luddista”, ma è in ogni caso quanto di più politicamente innocuo e neutrale possa esserci: è la valvola di sfogo che il regime concede. Questo dissenso non è contro, ma a servizio dell’autorità: quello dei grillini rappresenta esattamente la percentuale di “no” di cui il governo tecnico di Monti ha bisogno per continuare a sostenere un presunto “stato d’eccezione” nel Paese, per continuare a legittimarsi come l’unica forma d’autorità in grado di prendere il posto dei partiti politici. Supplizio prolungato? - E c’è chi già si è spinto a scommettere sulla possibilità di prolungare quel mandato anche dopo le elezioni. Come già osservava Ernst Jünger, «tracciando la sua croce in quel punto rischioso, il nostro elettore ha fatto esattamente ciò che il suo potentissimo nemico si aspettava da lui». Così l’esercizio del diritto di voto crea artificiose maggioranze e minoranze che non rispecchiano più in alcun modo la realtà. Vince Monti - Possibile che nessuno abbia capito che il vincitore di queste elezioni è uno solo, che ha conquistato tutti i voti, l’unanimità, che è davvero riuscito a trasformare un’elezione democratica in un plebiscito a suo favore? Il governo Monti. A rafforzare l’unanimità, la “coesione nazionale”, sembra che sia giunta l’ondata di terrorismo degli ultimi giorni. Il classico specchietto per le allodole, se non avesse dietro di sé già una lunga striscia di sangue. La minaccia terroristica, nella storia di questo Paese, prelude sempre alle retoriche dei governi di unità e solidarietà nazionale, di fatto alla neutralizzazione della critica politica ed alla repressione di ogni forma di dissenso. Il finto plebiscito - Tutto ciò crea una finta atmosfera da plebiscito a favore del governo Monti. Nel voto, sono stati occultati e rovesciati i bisogni reali degli italiani. Nemmeno un singolo “no” ha potuto esprimere ciò che avrebbe davvero voluto dire, ossia che gli italiani - come i greci del resto - ne hanno le palle piene dell’euro e dell’Europa, sono stufi di politiche ed economie che stanno portando alla miseria intere popolazioni. La moneta unica è stata fondata sull’espropriazione della sovranità dei popoli europei da parte di un potere invisibile, ma non per questo meno reale, di banchieri e finanzieri appartenenti ad esclusivi clubs e gruppi di decisione e pressione, rappresentato, in Italia, prima da Ciampi e Prodi, e ora da Monti e Draghi. A partire dal Trattato di Maastricht (1992), il quale istituì l’Unione Europea fondata sui cosiddetti “tre pilastri” (le Comunità europee, la politica estera e di sicurezza comune, la cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale), gli Stati hanno visto costantemente ridotte le proprie libertà e sottratti i propri poteri. Il Trattato di Amsterdam (1997) ha determinato poi l’espropriazione del settore della giustizia e degli affari interni, quello di Nizza (2001) ha portato a compimento l’immagine dell’Unione come “Comunità di diritto”, infine, il Trattato di Lisbona (2007) ha abolito i “pilastri” e si è presentato come una sostanziale “Costituzione dell’Europa”, nonostante proprio contro un’idea di costituzione europea si erano espressi i popoli europei, con il referendum tenuto in Francia e nei Paesi Bassi nel 2005.Si può uscire da questa situazione? Certo, liberandosi d’un colpo di questa doppia divinità malvagia: l’euro e l’Europa. Confini perduti - Occorre l’immediato ripristino dei nostri confini nazionali, divenuti puri concetti geografici dopo gli accordi di Schengen, integrati a partire dal 1997 nelle strutture comunitarie. Nello “spazio Schengen” le frontiere esistono ancora solo come linee geometriche, prive di ogni rilevanza politica, del loro essere segno visibile della sovranità di ciascuno Stato. Lo Stato italiano cominci intanto a riprendersi la propria sovranità sul suo territorio nazionale. Occorre, inoltre, la fine di questo sistema parassitario ed usuraio di economia monetaria e finanziaria. Sono gli Stati ad essere i creditori dell’Europa, sono i popoli che anticipano ai banchieri il capitale di cui essi hanno bisogno, e soltanto con un gioco di prestigio questi stessi popoli e Stati ne divengono improvvisamente i debitori costantemente insolventi. Non c’è nessuna trattativa da intraprendere con i banchieri di Bruxelles. Il Trattato di Lisbona, all’art. 50, ha inventato un complicato congegno di «recesso dall’Unione»: lo Stato membro che decide di uscire dall’Europa, dovrebbe notificare la propria intenzione al Consiglio Europeo, e negoziare poi direttamente con l’Unione un accordo «volto a definire le modalità del recesso». Ma la denuncia dei trattati non si negozia, è una decisione del popolo sovrano che, una volta presa, si limita ad essere notificata alle altre parti. Non abbiamo bisogno né di revisioni né di accordi di recesso dai trattati, ma soltanto del loro stralcio. Un nuovo ordine politico a livello europeo è difficile da vedere, ma l’Europa dei banchieri è in agonia, bisogna avere il coraggio di darle il colpo di grazia. di Paolo Becchi Ordinario di Filosofia del diritto all'Università degli studi di Genova

21 maggio 2012

JP Morgan: suona ancora la campana della crisi globale

La perdita della banca americana JP Morgan Chase di oltre 2 miliardi di dollari (ma si vocifera di buchi ben più grandi) in operazioni con derivati speculativi Otc fatte dal suo ufficio di Londra va vista e capita come l’inizio di una seconda e più pericolosa fase della crisi finanziaria globale. La JP Morgan è la più grande banca americana e mondiale. E’ quindi la number one nella lista delle “too big to fail” che sempre di più determinano la finanza e ricattano i governi fino a sottometterli ai propri voleri. E’ la number one mondiale anche nelle operazioni in derivati Otc e, secondo le ultime stime dell’ufficio del Comptroller of the Currency Usa, ne avrebbe in pancia più di 70 trilioni! Dal 2008 è stata uno dei maggiori ideatori e creatori di credit default sawps (cds) che hanno per mesi occupato le prime pagine di tutti i giornali soprattutto in relazione alla crisi dei debiti sovrani europei. Da anni è stata molto esposta a perdite sui cds. E’ sempre stata in prima fila anche nelle speculazioni sulle commodity, come il carbone e l’argento. Negli anni ottanta rischiò l’insolvenza e fu salvata con i fondi dello stato. La stessa cosa si ripeté nel 2009 quando ottenne 25 miliardi di dollari dal fondo di salvataggio pubblico TARP. Lo stesso anno, però, distribuì 8,69 miliardi di dollari in bonus ai propri manager. In questo periodo, prima di andare essa stessa in crisi, essa stranamente acquistò la quinta banca d’affari americana, la Bear Stearns, in fallimento. Si ricordi che le azioni di quest’ultima, che prima valevano sulla borsa di Wall Street 55 dollari, furono acquistate a 2. Non frattempo però la Fed si era accollata 30 miliardi di dollari in titoli inesigibili della Bear Stearns. L’operazione venne salutata come un grande servizio per la stabilità finanziaria degli Stati Uniti! In breve la JP Morgan insieme alla Goldman Sachs da anni partecipa al Treasury Borrowing Advisory Committee, che indirizza la politica finanziaria del governo. Nei passati 4 anni, forte di queste medaglie, ha guidato la lobby bancaria in operazioni di annacquamento e, diciamolo, di sabotaggio della riforma finanziaria Dodd-Frank voluta da Obama per cercare di mettere ordine nel sistema finanziario e bancario americano. I dirigenti della JP Morgan hanno sempre goduto della fama di operatori moderati sempre disponibili ad accettare la riforma del sistema. Il suo executive director, Jamie Dimon, il “golden boy” di Wall Street, è stato anche nel direttivo della Federal Reserve di New York nonostante fosse il maggior portavoce della deregulation! I mass media lo avevano finanche indicato come un possibile rimpiazzo di Timothy Geithner a capo del Tesoro americano. Che abbaglio! Ora le autorità indagano sul loro operato. Certo dopo alcune operazioni speculative andate male, alcuni dirigenti sono stati rimossi. Ma sono stati prontamente rimpiazzati da un vecchio pescecane della finanza, Matt Zames, già membro dell’ufficio esecutivo della JP Morgan, che nel suo curriculum ha il primo e più grande fallimento della storia di un hedge fund, quello del Long Term Capital Management che nel 1998, con un buco di circa 4 miliardi di dollari, aveva già portato il sistema finanziario vicino all’implosione. Tutto ciò ci dice che in questi anni di fatto non è cambiato proprio nulla. Vi sono stati soltanto i salvataggi fatti dagli Stati con i soldi pubblici e la concessione di liquidità alle banche ad un tasso di interesse vicino allo zero. Liquidità che viene poi usata per comprare titoli di stato invece di sostenere la crescita e lo sviluppo con nuovi crediti. In merito, la vicenda dei Fondi della Bce docet. Senza iattanza, come sosteniamo nel libro “I gattopardi di Wall Street” si dovrebbe realizzare una nuova Bretton Woods che organizzi una riforma fatta di regole, indirizzi e controlli dell’intero sistema finanziario e bancario internazionale. Deve essere un accordo tra i governi. Deve essere un’operazione guidata dagli Stati e non dalle agenzie finanziare preposte, siano esse il Financial Stability Board o il Fondo Monetario Internazionale. Secondo noi questo è il vero ruolo del G20 che finora non è stato svolto in quanto il mondo anglosassone e quello dell’Europa continentale hanno voluto giocare a fare i furbi. Si tratta di svolgere un ruolo politico e non tecnico e di una assunzione di responsabilità di fronte al mondo e alle esigenze dei cittadini, più che degli interessi delle banche. Occorre un vero “curatore fallimentare” per separare la finanza produttiva da quella speculativa ed eliminare la seconda con regole e azioni precise e sperimentate. Si deve reintrodurre ed estendere a tutti i mercati il sistema “Glass-Steagall” già voluto dal presidente Roosevelt per fronteggiare la crisi bancaria del ’29 che separa le banche commerciali da quelle di investimento, proibendo l’utilizzo dei soldi versati dai risparmiatori nei giochi speculativi. Occorre essere consapevoli che senza regole stringenti ed efficaci c’è solo l’aggravamento della crisi economica con i conseguenti scontri sociali e la disgregazione dei rapporti di collaborazione tra gli Stati nonché nuovi conflitti geopolitici. di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Tecnocrazia familiare all'italiana

“…questa società senza-dio opera in modo estremamente efficiente, quantomeno ai suoi piani alti. Impiega qualunque possibile mezzo a sua disposizione, sia esso scientifico, tecnico, sociale o economico. Esercita un pressochè completo dominio nelle organizzazioni internazionali, sui circoli finanziari, nel campo delle comunicazioni di massa.” ( Padre Pedro Arupe – dell’Ordine dei Gesuiti, al Concilio Ecumenico del 17 dicembre 1965 )
Alcuni mesi fa il ministro del lavoro (che non c’è) Elsa Fornero aveva avuto la faccia tosta di prendersela con i giovani italiani che – a suo dire – rimanevano dei “mammoni” contenti di restare a casa anche fino a quarant’anni e senza un’occupazione. Ora già all’epoca qualcuno aveva sottolineato l’incongruenza di determinate dichiarazioni da parte di una esponente del governo dell’alta banca e della tecnocrazia sottolineando, prima di sparare simili cazzate (in un paese che sta letteralmente affondando nella merda, dove un giovane su tre non ha un’occupazione con punte che superano il 50 e passa per cento nelle regioni meridionali, dove più di otto milioni sono gli italiani che vivono al limite della soglia di povertà e almeno tre sono poveri tout court), di guardarsi in casa propria. Così venne fuori che Silvia Deaglio, figlia della ministra del lavoro e del giornalista Deaglio, già dall’età di 24 anni, mentre svolgeva un dottorato in Italia, ottenne l’incarico presso il giudaico Beth Israel Deaconess Medical Center ad Harvard, prestigioso e noto college di Harvard (USA). La figlia della ministra ha iniziato ad insegnare medicina a soli 30 anni, diventando associata presso l’Università di Torino sette anni più tardi con sei anni d’anticipo rispetto, vedi un po’ il ‘caso’, a quella che risulta essere la media d’accesso per questo ruolo. Il concorso lo vince a Chieti, nel 2010, alla facoltà di psicologia quindi l’approdo all’università piemontese dove insegnano, rivedi un po’ il ‘caso’, mamma e papà. Ma quello della figlia della ministra Fornero non sembra proprio essere un caso isolato all’interno del governo tecnocratico che sta affamando gli italiani, tassando i loro spiccioli e riducendo in miseria un intero paese. Michel Martone, figlio del ministro Antonio – avvocato della Cassazione e amico di Previti e Dell’Utri e già nominato dall’ex ministro Brunetta a presiedere l’authority degli scioperi ruolo dal quale fu costretto alle dimissioni dopo che il suo nome venne fatto nell’ambito dell’inchiesta sulla P3 – ha avuto una carriera universitaria particolarmente rapida: a 23 anni vince il dottorato all’Università di Modena, tre anni più tardi diventa ricercatore presso l’ateneo di Teramo, l’anno dopo è già professore associato. Al concorso, nel 2003, giunge secondo su due candidati dopo il ritiro degli altri sei. Presentò due monografie, una delle quali in edizione provvisoria (ossia non assimilabile): ottenne 4 voti favorevoli su 5 con il solo contrario di Franco Liso, contro i cinque positivi ottenuti invece dall’altra candidata 52enne con due lauree e oltre quaranta pubblicazione. Fu Martone ad ottenere il posto da ordinario. E a 37 anni è diventato viceministro dell’esecutivo Monti. E il premier? Questa sorta di novello ‘salvatore’ (…ma de che? direbbero a Roma? …) della patria, questa ‘eccellenza’ professorale chiamata al salvataggio del paese (…delle sue banche evidentemente…)? Non sembra proprio che abbia le carte in regola per ‘contarla’ ai soliti stolti italioti che vabbè siano dei fessi ma non fino al punto da credere ai miracoli in tempi di diffuso laicismo e più che diffuso scetticismo soprattutto tra e verso lorsignori della casta politico-economico-affaristico italiana. Giovanni Monti, figlio di….Mario, appare un manager rampante. A poco più di 20 anni è già – toh vedi un altro ‘caso’ – associato per il settore Investimenti bancari pressola GoldenSachs, la più potente merchant bank giudea statunitense nella quale il padre ha svolto il ruolo di international advisor per anni. Monti jr a 25 anni diventato consulente di direzione pressola Bain& Company dove rimane fino al 2001. Dal 2004 al 2009, cioè prima del suo approdo alla Parmalat (quella di Tanzi per capirci), Giovanni Monti ha lavorato prima al Citigroup quindi alla Morgan Stanley Bank , lo stesso istituto finanziario giudeo-americano a cui il padre ha liquidato qualcosa come 2 miliardi e mezzo di titoli derivati del Tesoro nel silenzio generale. Monti jr è stato responsabile delle acquisizioni e disinvestimenti presso il Citigroup mentre alla Morgan si è occupato di transazioni economiche sui mercati europei, vicino orientali e in Africa. Divertitevi voi a cercare i curriculum vitae di questi figli di….ministri. E questi sarebbero i ‘tecnici’ che dovrebbero risollevare le sorti del paese chiedendo sacrifici su sacrifici, imponendo tasse e balzelli, aumentando oneri e imposte, soffocando pensioni, distruggendo le imprese, provocando suicidi e morti per un lavoro che non c’è ecc. ecc.??? Questi sono nient’altro che gli incaricati dalla plutocrazia finanziaria internazionale di rovinare definitivamente un paese. Questa è la casta degli usurai. La Tecnocrazia familiare all’italiana perché…saranno pure tecnocrati ma anche loro – ‘poverini’ – “tengono famiglia”…. di Dagoberto Bellucci

20 maggio 2012

Soli nel mondo

L'idea di una grande Europa unita da una moneta in comune si profuse dalla consapevolezza che nel medio/lungo termine ogni nazione europea non avrebbe potuto competere da sola nel mondo, venendo schiacciata tra l'egemonia statunitense e la nuova locomotiva asiatica. Quando venne concepito l'euro pertanto ci si focalizzò solo su come difendersi e non su come attaccare con la logica che prevenire è meglio che curare. Oggi vediamo quotidianamente le conseguenze di questo modus operandi al tempo tanto razionale quanto folle. L'ansia continua che suscita la infinita vicenda greca (o tragedia nel vero senso del termine) ci porta a reagire con emotività respingendo sia l'idea di Europa unita che soprattutto la sua aberrante creatura. Tutti odiamo l'euro, per quello che ci ha provocato e per quello che ci sta facendo patire. Ricevo continuamente in questi giorni domande su che cosa e come ci si può proteggere nel qual caso si ritorni alla lira o nel qual caso la Grecia sia espulsa dall'Europa. Mi spiace dirvi che non esiste un safe heaven ovvero non esiste un cassetto sicuro: oro, immobili, governativi, valute estere, obbligazioni strutturate. Tutti inglobano una percentuale di rischio, tutti sono positivamente correlati: ad esempio l'oro dovrebbe essere già a 2.500 dollari l'oncia con quanto sta accadendo, invece sta continuamente correggendo dai massimi dello scorso anno (in questo momento quota 1550). Purtroppo da soli nel mondo non ci possiamo stare: né noi italiani, né i germanesi e né i greci, non parliamo dopo dei francesi. Sarebbe confortante ritornare e ripristinare la propria sovranità monetaria, ma temo che non sarà possibile a meno di un conflitto civile. L'establishment finanziario o per dire l'oligarchia finanziaria che ci ha imposto il commissariamento con Mario Monti non lo permetterà mai. Vedete dieci anni fa all'interno del G7 il peso delle economie occidentali arrivava a oltre il 75%, tra dieci anni sarà meno del 40% e questo deve rappresentare il dato principe per far capire che il mondo sta invertendo la polarità, ma non quella geomagnetica come ci vuole far credere il Calendario Maya, quanto piuttosto quella geoeconomica, con l'Asia che ritorna a riprendersi il ruolo che la storia millenaria gli ha sempre riconosciuto: quello di regina degli scambi e del commercio internazionale (pensiamo a Marco Polo). In questo prossimo contesto combattere da soli con una popolazione europea sempre più vecchia e con fonti di energia fossile ridicole significa perdere ancora prima di iniziare la competizione. Al momento la Grecia sta alimentando la teoria del “who is the next” ovvero chi sarà il prossimo se la repubblica ellenica se ne dovesse andare dall'Unione Europea: questa eventualità aprirebbe il peggio scenario per tutti noi europei, andando a minare quelle poche certezze che ancora diamo per scontato (risparmio, titoli di stato e pensioni). Oggi paghiamo sicuramente una discutibile fase di determinazione dei rapporti di cambio tra l'euro e le precedenti divise (qualcuno ci ha guadagnato e qualcun'altro ha comprato la vasellina), tuttavia l'errore sostanziale è stato commesso proprio da quasi tutti gli stati aderenti al progetto comunitario. Un errore sul piano istituzionale nella governance economica concretizzatosi in un ritardo continuo e vistoso nell'apportare quelle riforme atte a far metabolizzare con maggior consenso sia l'euro che la sua valenza. Le nazioni europee odiano l'euro, l'austerity che impone e i sacrifici che ne scaturiscono in quanto percepiscono il tutto come una grande supposta di antibiotico. Manca purtroppo, causa mediocrità e gelosia politica, tanto italiana, germanese, francese e greca, la capacità di vederlo ed usarlo anche come un formidabile coadiuvante multivitaminico. Nessuna forza politica ha mai puntato a far emergere le grandi potenzialità sia difensive che propulsive che potrebbe avere l'euro se opportunamente utilizzato come strumento di politica socioeconomica. di Eugenio Benetazzo

19 maggio 2012

Quella crisi prodotta dalla nostra stessa economia

"Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni, ma tutto questo non è che la deriva di un’economia. Come le metastasi di un tumore non sono che lo sviluppo 'naturale' del tumore stesso". E intanto, mentre ci si preoccupa di salvare un modello economico fallimentare e insostenibile, si ignorano le fondamenta delle nostre vite che, inesorabilmente, stanno andando alla malora: l’aria, l’acqua, la terra. crisi economica Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni ma tutto questo non è che la deriva di un modello economico Rimango sempre sconcertata quando leggo le analisi anche di prestigiosi economisti sulle ragioni e gli sviluppi della crisi economica. Io non sono un economista ma le cose ovvie e palesi credo di essere in grado di vederle e comprenderle. Così come non sono un geologo ma, se vedo un bosco tagliato a raso su un ripido pendio dal terreno sciolto, non ho bisogno del parere di esperti per capire in futuro cosa avrà determinato la frana di quel pendio. Può darsi che gli 'specialisti' siano svantaggiati: a furia di scrutare nel profondo si finisce, come dice Tolkien, per non vedere la realtà nel suo complesso, quella che sta alla luce del sole. Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni ma tutto questo non è che la deriva di un’economia. Come le metastasi di un tumore non sono che lo sviluppo 'naturale' del tumore stesso. Alla base di qualsiasi economia ci sono cose concrete e semplici: le risorse materiali e il lavoro umano. In un’economia capitalista quelle risorse si chiamano 'materie prime' e/o 'merci'. In un’economia capitalista, e cioè in una società di dominio e competizione, le risorse materiali vengono sottratte all’ambiente e ai popoli che di esse vivevano senza alcuno scrupolo e senza alcun limite; il lavoro poi, in tale economia, significa il maggior sfruttamento possibile, considerati i rapporti di forza. Essendo un’economia basata sul dominio e sulla competizione, come la società che l’ha generata, è inevitabile che cerchi sempre di superare i limiti, di 'crescere'. La globalizzazione è stato un salto quantitativo e qualitativo in tale crescita: i capitalisti di tutto il mondo hanno cominciato a 'de-localizzare'. Questa parolina inventata, come tante ultimamente, per nascondere la realtà, significa di fatto far produrre le proprie merci in paesi asserviti e impoveriti, per non pagare i lavoratori ridotti ormai a poco più che schiavi. carrelli La globalizzazione è stata, fino a un certo punto del suo sviluppo, la causa di un aumento vertiginoso dei consumi nel mondo occidentale A me, e spero non solo a me, da quando la globalizzazione neoliberista ha trionfato, è sembrato chiaro che la fine dell’economia capitalista era alle porte, e proprio a causa della sua incapacità di darsi dei limiti e di rispettarli. Del resto, competizione e limiti sono in antitesi, così come sono in antitesi dominio e rispetto. La globalizzazione è stata, fino a un certo punto del suo sviluppo, la causa di un aumento vertiginoso dei consumi nel mondo occidentale, cioè in quello dominante: i paesi asserviti ci davano le loro preziose materie prima in cambio di quasi nulla, le loro popolazioni asservite lavoravano per i nostri capitalisti (detti 'imprenditori') in cambio di quasi nulla. Così noi per quattro lire potevamo comperare cibo e benzina, scarpe e vestiti, borse e mobili. Qualche inconveniente si manifestò subito: i nostri contadini, per esempio, si trovarono a dover fronteggiare la concorrenza dei prodotti agricoli che venivano dai paesi schiavi e che costavano cifre da vergogna. Arrendersi o perire. Furono costretti a rinunciare all’agricoltura o ad abbassare i prezzi a livelli schiavistici. L’Italia è piena di piccoli agricoltori che fanno il doppio lavoro: un lavoro fuori dalla loro azienda per mantenere la famiglia, l’altro nella loro campagna perché non hanno cuore di abbandonarla. Ma finché si trattava dei contadini, questi fantasmi della nostra civiltà che danno da mangiare a tutti, nessuno si mise a parlare di crisi. Come si poteva parlare di crisi mentre il potere d’acquisto degli italiani cresceva vertiginosamente e ci rotolavamo in un’orgia di consumi superflui e spreco? I bambini indiani producevano le nostre scarpe e i nostri tappeti, quelli turchi i nostri golfini, gli schiavi della Del Monte i nostri ananas… roba quasi regalata. E intanto noi lavoravamo come operai elettronici, impiegate, architetti d’interni, programmatori informatici, ma… chi si ferma è perduto. Man mano sono state 'de- localizzate' tutte le attività che era possibile delocalizzare: ci sono call center ('centralini' in italiano) di aziende occidentali in India e in Tunisia e fabbriche di mobili occidentali in Indonesia. disoccupazione Tra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo, che fine faranno i consumatori occidentali? Tutto questo non poteva avere che una conseguenza a lungo andare: la disoccupazione dei lavoratori occidentali. E allora, se produzione, terziario e persino servizi vengono spostati nei paesi in cui i lavoratori sono sottopagati e i lavoratori occidentali possono scegliere, a quel punto, solo tra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo, che fine faranno i consumatori occidentali (che sono stati le colonne della 'crescita' e dello 'sviluppo')? Il destino del Consumatore Occidentale, una volta che in Occidente scompaiono i lavoratori adeguatamente remunerati, è un fatale declino fino all’estinzione. Con quali soldi il disoccupato, il co.co.co., il sottopagato possono pagare i mobili anche se fatti in Indonesia, le scarpe pachistane, le borse cinesi? Ed ecco che la competizione e il trionfo finale dell’imperialismo economico (e non solo) hanno prodotto la propria stessa crisi. Come per tutti gli imperi, il trionfo finale, in questo caso la globalizzazione neoliberista, era solo l’inizio dell’implosione finale: un’economia basata sui consumi superflui e frenetici è riuscita, per la brama insaziabile di sviluppo e crescita insita in lei stessa, a distruggere le basi sulle quali poggiava: il consumatore occidentale e il consumismo. Questo, ovviamente, mentre già aveva impoverito anche i popoli del resto del mondo: quell’impoverimento era una delle condizioni dell’aumento del profitto capitalista e della ricchezza occidentale. E adesso? portafogli vuoto Impoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto Si potrebbe dire “chi la fa l’aspetti”. Non ci siamo mai preoccupati delle crisi che il neoliberismo imponeva ai paesi di Africa, Asia, America Latina, est Europa. Non abbiamo lottato per migliori condizioni di lavoro di operai o braccianti o minatori peruviani o senegalesi. Se l’avessimo fatto, forse non avremmo subito la loro involontaria concorrenza; forse il neoliberismo sarebbe crollato prima di distruggere ambiente e società umana; forse la storia avrebbe preso un altro corso. Però coi 'se' e coi 'ma' la storia non si fa e nemmeno coi 'forse'. Adesso lo sfruttamento disumano di quei popoli si ritorce contro di noi, che finora ne avevamo beneficiato. Adesso anche i nostri governi, del tutto asserviti agli interessi del grande padronato mondiale, ci 'svendono' ai loro e nostri padroni: riducono salari e servizi sociali, aumentano tasse e vincoli in modo da distruggere anche la piccola impresa privata e il piccolo commercio, eliminano i diritti dei lavoratori. E tutto questo non farà che accelerare la conclusione: impoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto. Quanto al mitico debito pubblico, le sue cause sono più semplici di quello che si vuole far credere. Le spese che hanno contribuito maggiormente all’indebitamento dell’Italia, per esempio, sono state quelle militari, quelle delle grandi opere come il TAV oltre, naturalmente, al 'mangia mangia' diffuso di ministri, parlamentari, amministratori pubblici & co. Ora, non è affatto vero che si cerchi di diminuire quel debito. Quello che il nostro governo cerca di fare, dato che le vacche grasse sono finite e non si possono più salvare capra e cavoli, è far mangiare i cavoli alla capra. I cavoli siamo noi e ci tolgono le pensioni, i trasporti pubblici, gli insegnanti di sostegno e le mense universitarie, oltre a tassarci la casa, il campo e poi tutto, compresa l’acqua del rubinetto. La capra sono i padroni, che prendono soldi dallo stato per fare i raddoppi delle autostrade, i viadotti e i tav, gli inceneritori, e a cui vengono regalate le ferrovie. crisi In questa crisi le banche hanno lo stesso ruolo dello stato capitalista-sviluppista: rubare ai poveri per dare ai ricchi In questa crisi le banche hanno lo stesso ruolo dello stato capitalista-sviluppista: rubare ai poveri per dare ai ricchi. Perché quello che nessuno dice è che le banche appartengono agli stessi che costruiscono autostrade e ferrovie ad alta velocità, dighe e palazzoni, catene di ipermercati. Le banche prestano i nostri soldi ai loro padroni per costruire i palazzoni o le catene di ipermercati; se poi i palazzi non si vendono o gli ipermercati sono in perdita, lo stato rimpingua le banche coi nostri soldi. Forse il quadro è schematico, ma a volte gli schemi aiutano a fare un po’ d’ordine. Tuttavia, a molti sembrerà strano ma io non riesco a considerare tutto questo di importanza fondamentale. Certamente è importante, condiziona e condizionerà le nostre vite, ma non è fondamentale. Alle fondamenta delle nostre vite ci sono altre cose: l’aria, l’acqua, la terra. Che stanno andando alla malora e che gli economisti non considerano. Pare anzi che non le consideri quasi nessuno, tranne i superstiti popoli 'primitivi', eppure l’ambiente naturale dovrebbe condizionare anche l’economia. Per esempio, se il petrolio sottoterra finisce, si può sempre andare a cercarlo sotto il mare; aumentano i costi ma si può aumentare anche il prezzo o farsi sovvenzionare da governi servi. Ma se la piattaforma salta in aria e la marea nera distrugge l’industria della pesca e quella del turismo? E se tempeste inaudite distruggono porti e radono al suolo migliaia di ettari di foresta di legname da esportazione? E se lo tsunami, dato che non ci sono più i mangrovieti a fermare l’onda, spazza via anche gli allevamenti di gamberetti? Qualcuno ha detto che chi crede in una crescita illimitata, in un pianeta limitato, può essere solo un folle o un economista. Voi cosa pensate, che i nostri governanti, politici, mas mediatori ovvero 'giornalisti' siano economisti o siano folli? di Sonia Savioli

31 maggio 2012

Biagi: un sistema multiparametrico europeo può già prevedere i terremoti

Una rete di 50 ricevitori terrestri e una decina di satelliti su orbita geostazionaria sarebbe sufficiente, con un centro multiparametrico, a prevedere con un 'accuratezza del 90% i terremoti di magnitudo 6 della scala Richter nell'intera regione sismica europea, con dieci giorni di anticipo, ha dichiarato il fisico Pier Francesco Biagi all'EIR. Ad esempio, un gruppo di sismologi di Trieste aveva previsto, con uno studio statistico, l'area esatta del terremoto che ha colpito la zona tra Modena e Ferrara il 20 maggio. Data la natura del metodo impiegato, i ricercatori non potevano indicare la data precisa, ma solo una finestra di parecchi mesi che allo scopo delle previsioni non serve a niente. Tuttavia, combinando quel lavoro con altre osservazioni sperimentali sul terreno e nell'atmosfera, sarebbe stata possibile una previsione accurata. Nel contesto di un tale approccio multiparametrico, il risultato di Trieste è stato "eccellente", ha detto Biagi. Il monitoraggio non si fa a causa della mentalità sbagliata. Eppure, un sisma di magnitudo 9, come quello giapponese del 2011, "è prevedibile". Il team di Biagi ha elaborato una nuova mappa dei precursori del terremoto giapponese, usando dati da 1280 ricevitori GPS. I segnali sono estremamente chiari. Biagi ha potuto costruire una rete di 14 ricevitori interamente con finanziamenti privati organizzati personalmente. Questa rete ha prodotto risultati notevoli, ma c'è bisogno di un centro multiparametrico. Per coprire l'intera area sismica europea sarebbero sufficienti 50 ricevitori, mentre precursori molto importanti, come la variazione chimica dell'atmosfera, devono essere osservati dai satelliti. Circa 10 nano-satelliti, non più costosi di un milione di euro ciascuno, sarebbero sufficienti. Come esempio del problema, che è di natura politico/ideologica/culturale, Biagi ha riferito che la domanda di finanziamenti per un progetto per valutare accuratamente le variazioni di emissioni di radon, un importante precursore, è stata rifiutata dal ministero della Ricerca Scientifica. by Movisol

30 maggio 2012

G8

Secondo i mass-media sempre impegnatissimi nell' acritico sostegno al governo dei tecnocrati, l'appena concluso G8 di Camp David è stato un successo sia in termini generali sia per l'Italia, che ha riacquistato il posto che le compete in Europa e nel mondo. Il merito di questo recupero viene equamente suddiviso fra Mario Monti e Barack Obama col supporto della new entry francese François Hollande. A conferma vengono citate le parole del caro leader, che ha evidenziato la ''convergenza molto forte'' con Hollande e il ruolo svolto da Obama nel creare le condizioni per un dibattito costruttivo, grazie a discussioni fatte intorno al caminetto che contribuiscono a creare un clima informale diverso da quello dei vertici europei, ''ingessati, e non sempre positivi''. Pressoché solitaria voce dissenziente quella di Massimo Fini, che si azzarda a ricordare vicende non più vecchie di un quinquennio e che tuttavia sembrano da tutti dimenticate, scrivendo:“La crisi è partita dall'America, ma quel pseudodemocratico e pseudonero di Obama ha la faccia tosta di impartirci lezioni di moralità economica”. In realtà sono mesi che Obama esprime il timore che la crisi dell'economia europea possa contagiare gli Stati Uniti, fingendo di dimenticare che finora l'unico contagio ha attraversato l'Atlantico in direzione opposta: dall'America all'Europa. La crisi, difatti, non è scoppiata nel 2010, ma nell'estate del 2007 e proprio negli Stati Uniti con l'esplosione della “bolla immobiliare” determinata dai cosiddetti “mutui subprime”, cioè a bassa garanzia, e dal marchingegno escogitato dalle banche americane per scaricare su altri i rischi di questi mutui concessi a chi non era in grado di far fronte agli impegni assunti: la loro “cartolarizzazione” in titoli poi proposti dal sistema bancario a risparmiatori di tutti il mondo (in particolare di quello occidentale), che ben presto si meritarono la definizione di “titoli tossici” per avere diffuso negli altri paesi la crisi americana. La situazione esplose nel 2007, quando le banche si ritrovarono sul groppone poco meno di due milioni di case pignorate a proprietari che non erano più in grado di pagare le rate del mutuo, troppe per trovare, anche a prezzi minimi, acquirenti su un mercato dissestato. Abbiamo scarsa memoria, ma qualcuno dovrebbe ricordare che i mostri telegiornali ci mostrarono strade e strade fiancheggiate da villette e giardinetti stile “american way” poste in vendita a poche centinaia di dollari e tuttavia invendute. Seguirono gli interventi di Washington per salvare Fannie Mae e Freddy Mac, il Citygroup e altri istituti di credito e assicurativi e (15 settembre 2008) il crac della banca d'investimento Lehman Brothers reso più disastrosi per gli investitori di tutto il mondo e anche per molti istituti finanziari europei dal fatto che fino al giorno prima i suoi titoli godevano di un buon “rating” da parte delle agenzie Standard & Poor's, Moody's e Fitch, tutte statunitensi. Si dirà che è storia passata e che, mentre occorre lavorare insieme per uscire dalla crisi, non vale la pena di litigare come fanno i bambini per attribuirsi reciprocamente la colpa. Il fatto è che, come sempre, non si possono curare gli effetti se non si individuano le cause. In particolare, pur se è vero che dal 2009 l'Europa ci ha messo del suo, dal momento che anche tempo e durata contano, sarebbe un grave errore dimenticare non tanto le responsabilità degli Usa (se non per suggerire ad Obama meno iattanza e più umiltà), ma che la crisi riguarda fin d'ora, e non per futuri temuti contagi, l'intero mondo occidentale (Usa inclusi) e che è vecchia non di due-tre, ma di cinque anni. In ogni caso, venendo all'oggi, il G8 di Camp David è stato di qualche consolazione per l'Italia, ma, al contrario di quanto sostiene la piaggeria mass-mediale, non per la ritrovata autorevolezza dell'Italia sul fronte internazionale, ma perché, se noi contiamo su tecnici che hanno dovuto chiamare altri tecnici per fare il loro lavoro, i politici degli altri paesi non se la molto cavano meglio se tutto quello che hanno saputo tirar fuori dalle discussioni “intorno al caminetto” di cui tanto si è compiaciuto il prof. Monti è che occorre coniugare il rigore con la crescita. In realtà se non proprio la crescita (per questa servirebbe un sostanziale mutamento del modello economico), almeno una ripresa, magari una “ripresina”, sarebbe coniugabile col rigore, ma con un rigore non come l'intendono Monti e i suoi colleghi (quelli che Maffeo Pantaleoni classifica come “imbecilli” a causa del loro esclusivo amore per le tasse), ma di tagli alla spesa pubblica improduttiva a cominciare, per dare l'esempio, da una severa sforbiciata ai 224.milioni di euro che, secondo una recente inchiesta, costa alle casse pubbliche italiane il Quirinale, il quadruplo di quanto gli inglesi pagano per Buckingham Palace. di Francesco Mario Agnoli

29 maggio 2012

L'Italia in bilico tra antipolitica e sfiducia

Lo scenario attuale Che dalla politica dipenda l'organizzazione della società civile e la vita di ciascun individuo oggi è più che mai evidente. Un lungo e triste elenco di suicidi scandisce il tempo di questo governo tecnico[1]: lavoratori che hanno perso il proprio posto di lavoro e imprenditori in gravissime difficoltà economiche. Disoccupazione, impossibilità di accesso al credito, mancanza di liquidità, pagamenti a lunghissimo termine, scarsità d'investimenti e soprattutto l'assenza di qualunque prospettiva per il futuro sono alcune tra le cause principali della disperazione. Alla drammaticità dell'attuale situazione economica, apparentemente senza una chiara e immediata via di uscita, si contrappone ogni giorno in misura sempre maggiore un senso di sfiducia collettivo. L'angoscia di tantissimi cittadini rimane soffocata all'interno delle mura domestiche, spesso accompagnata dalla depressione o dalla rabbia che esplode verso se stessi e verso gli altri. La frustrazione a livello sociale deriva principalmente dalla sensazione d'impotenza a fronte di quella che viene proposta alla popolazione, da parte di molti politici, economisti e mezzi di informazione, come l'unica soluzione possibile per l'uscita dalla crisi: una ricetta economica fatta di tasse, tagli ed aumenti delle tariffe. Pena l'incremento del deficit - ora incostituzionale - e l'aumento del debito pubblico che, nonostante le manovre di austerità e gli enormi sacrifici imposti agli italiani, continua a crescere a ritmi record[2]. È chiaro che all'interno di questo sistema di vincoli europei, costituiti dalla moneta unica e dai vari trattati firmati, sembra apparentemente non esserci altra via di uscita. Eppure professori ed economisti italiani del calibro di Paolo Savona[3], Giulio Sapelli[4], Emiliano Brancaccio[5], Loretta Napoleoni[6] e di fama internazionale, come i due premi nobel per l'economia Paul Krugman[7] e Joseph Stiglitz[8], si sono schierati apertamente contro queste politiche di austerità, deflattive e recessive. L'impostazione dettata dai vincoli di bilancio e dalle logiche di rigore sta alimentando una spirale negativa che porta a un'ulteriore contrazione del PIL, facendo così diminuire il gettito fiscale, aumentando i rischi di solvibilità sul piano internazionale, accrescendo l'esborso per interessi, diminuendo la capacità di spesa per gli investimenti necessari a stimolare l'economia. Tutto ciò a detrimento di quelle risorse finanziare pubbliche che sono indispensabili anche per fornire servizi sociali e assistenziali primari. Nel quadro normativo europeo attuale, taluni vedrebbero come possibile strada per abbattere il debito pubblico, la vendita delle partecipazioni statali nelle poche grandi aziende italiane rimaste[9](Finmeccanica, Enel, Eni,…). Questo in realtà comporterebbe un duplice rischio: da un lato favorire pochi grandi speculatori privati a caccia di rendite e dall'altro vedere i flussi finanziari derivanti dalla vendita prendere la strada delle tasche degli investitori stranieri, i quali detengono direttamente circa il 44% del debito pubblico italiano[10] ed esigono annualmente il pagamento di circa 37 miliardi di euro di interessi[11]. Ma poi quale sarebbe il beneficio per lo sviluppo del Paese derivante da ulteriori privatizzazioni? Come sarebbero reinvestiti i proventi delle vendite dei beni pubblici? Chi potrebbe garantire che non sia solo una manovra "una tantum" che ben lungi dal rilanciare l'economia ci renderebbe a posteriori (come collettività) ancora più poveri? La "sbornia" delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni avviate nel 1992 ha condotto a degli utili e dei benefici per l'economia nazionale quasi insignificanti. È dato storico incontrovertibile invece, che da allora è cominciato un lento e progressivo declino industriale ed occupazionale del Paese[12]. Un declino oramai certificato dalle statistiche ufficiali che vedono l'Italia in recessione economica. Altri vorrebbero utilizzare il patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. per pagare i debiti dello Stato, come dire: lo strumento che a suon d'investimenti dovrebbe servire per lo sviluppo strategico del Paese, utilizzato come cassa per la spesa corrente. I risultati elettorali delle ultime votazioni amministrative ben rappresentano il malessere che serpeggia a livello sociale: sfiducia che si manifesta in un alto tasso di astensione; rabbia che ha condotto a un vero e proprio tracollo dei maggiori partiti a sostegno del governo Monti; vittoria dei movimenti di protesta come quello a cinque stelle di Beppe Grillo. La forte disapprovazione per le politiche di austerità, che in diversa misura toccano tutti gli Stati europei, non ha risparmiato neppure Francia e Grecia, dove i partiti al governo hanno subito pesantissime sconfitte in termini di consensi e voti, a tutto vantaggio di forze politiche estremiste. Infine, anche chi ha sostenuto maggiormente misure di rigore e austerità a livello europeo ha subito duri e forti contraccolpi: nelle recenti elezioni regionali, il movimento dei cristiano democratici nel Land del Nord Reno Westfalia ha incassato il peggior risultato elettorale dal 1947. Una cocente sconfitta per il partito guida al governo tedesco che ben indica l'apprezzamento per le politiche economiche della cancelliera Merkel. Inquietanti similitudini A rendere ancor più drammatica la situazione italiana, nelle ultime settimane si sono aggiunti alcuni tragici attentati, farneticanti rivendicazioni e incomprensibili moventi. Dopo che per mesi gli scontri tra frange estremiste del movimento NO TAV e polizia avevano alzato la tensione sociale. "Non possiamo escludere un ritorno alla strategia stragista", ha affermato il Capo dello Stato Napolitano[13]. Tutto questo riporta alla memoria un annus horribilis, il 1992, quando l'Italia vide una successione di eventi tragici ed incalzanti[14] che cambiarono per sempre la storia del nostro Paese. Quello che oggi stiamo vivendo ha similitudini inquietanti con quella stagione che portò all'avvio dell'operazione Mani Pulite; alle stragi di Capaci e via D'Amelio; all'attacco speculativo contro la lira da parte del finanziere George Soros e alla conseguente uscita della lira dallo SME; alla crisi finanziaria che condusse il governo Amato a varare una manovra da 100.000 miliardi delle vecchie lire[15]. Un'escalation di eventi che probabilmente servì a piegare ogni volontà politica del Parlamento italiano di allora e portare così alla ratifica del trattato di Maastricht, senza alcuna esitazione. Ciò che spinse l'allora ministro del tesoro a porre in modo incondizionato quella firma fu la sfiducia negli italiani, i quali dovevano essere guidati da una "elite" che mettesse il bene comune sopra tutto, anche a scapito delle regole della democrazia parlamentare[16]. Parlando di Guido Carli, Paolo Savona scrive: «so per certo che egli avesse perso fiducia nella capacità degli italiani di sapersi dare comportamenti coerenti con le necessità del nuovo quadro geopolitico e geoeconomico e, pertanto, fosse necessario rinforzare il "vincolo esterno"»[17]. Il vincolo esterno. Carli cercò ed ottenne un aiuto dall'esterno del Paese per imporre all'Italia quella politica di rigore di bilancio che da ministro del tesoro non era riuscito a far accettare. Affinché si potesse così "innestare l'economia di mercato, nel tessuto vivente, nelle fibre della società e introdurla nella mentalità della classe dirigente"[18]. Tentativo questo che egli più volte fallì nei decenni, anche nel ruolo di presidente di Confindustria[19]. Affinché si potesse così liberare l'economia italiana dagli aiuti di Stato e dai "lacci e lacciuoli" della burocrazia. Quest'aiuto alla fine arrivò dalla firma del trattato dell'unione europea, politica, economica e monetaria. La classe politica di allora veniva giudicata debole, screditata, senza forza ed autorità morale per far accettare sacrifici agli elettori. Occorreva un vincolo esterno; quindi per sua natura limitativo, restrittivo. La ferma convinzione e la tenacia con cui il "partito liberista trasversale" perseguì l'adesione al Trattato di Maastricht, dovrebbe quantomeno far riflettere anche i più accaniti europeisti sulle reali finalità dell'unione europea e sulla reale democraticità dei processi economici e sociali che già allora venivano programmati. Un'unione pensata come vincolo esterno. Lo stesso che fu imposto agli italiani anche nel dopoguerra affinché il Paese non prendesse una "deriva statalista", così come le forze liberali volevano[20]. Cosicché per l'ennesima volta nella Storia italiana si fece ricorso alla "chiamata dello straniero", affinché gli interessi di una parte del Paese o di un'elite con una ben precisa visione del mondo, un'ideologia, divenissero elementi costitutivi dell'ordinamento giuridico. Gli italiani che non si sanno governare, gli italiani che necessitano di una "guida", gli italiani non responsabilizzati nelle tante scelte strategiche del Paese e che nel corso della Storia troppo spesso non hanno goduto neppure della fiducia della propria classe dirigente. Gli italiani "consegnati nelle mani di elite illuminate". Gli italiani che, forse proprio per queste ragioni, non sono mai stati davvero indipendenti e liberi all'interno della propria nazione. Non dovremmo sorprenderci più di tanto quindi, se oggi ci scopriamo "etero diretti", poco autonomi e dunque incapaci di uscire dalle maglie di questa crisi. Non abbiamo più gli strumenti per farlo, gli strumenti sono "altrove" e per il momento non vengono utilizzati a nostro favore. A testimonianza si possono citare le parole del professor Giuseppe Guarino: « Nel campo normativo l'Unione [Europea N.d.A.] è assolutamente prevalente. La sua competenza è esclusiva in materie fondamentali. Le sue norme prevalgono su quelle degli Stati membri. La sfera dell'Unione si allarga (e corrispondentemente si restringe l'ambito normativo degli Stati) man mano che le competenze vengono concretamente esercitate. La competenza dell'Unione è esclusiva persino nel valutare se sussistono le condizioni per estendere le sue competenze. Una domanda: gli Stati che ci stanno a fare? I dati statistici ci dicono che in Italia nei nove anni dal 2000 al 2008 (per il 2008 analizzati solo i primi tre trimestri) gli atti nazionali con forza di legge sono stati 1.072; i regolamenti e le direttive comunitarie 20.976.»[21] Un dovere morale La stessa sfiducia verso la popolazione è presente anche in gran parte dell'attuale classe politica, la stessa che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione e che sta per ratificare il trattato ESM, nel silenzio più assoluto della politica e degli organi d'informazione[22]. Il responsabile economia e lavoro del PD, Stefano Fassina, si è spinto ad affermare che il pareggio di bilancio è uno strumento economicamente sbagliato, ma politicamente corretto (sic!) per riacquistare la fiducia dell'Europa[23]. Per Fassina non c'è futuro al di fuori dell'unione europea, la finanza e l'economia globale schiacciano gli Stati e di fronte a Paesi come la Cina, l'India, il Brasile,… non ha più senso parlare di sovranità nazionale: è la resa completa della politica di fronte alla globalizzazione. Ma non è unicamente nel numero di abitanti che va ricercato il senso di una sovranità nazionale, come Fassina da buon materialista vorrebbe far credere, ma innanzitutto nella cultura di una popolazione. È necessario tornare ad avere fiducia nella cultura e nelle capacità degli italiani: questo più che un compito è un dovere morale della politica! C'è stato un periodo della Storia recente in cui l'Italia aveva qualcosa da dire al mondo e l'economia cresceva come in nessun'altra nazione[24]. Bisogna avere quella fiducia che è mancata a Guido Carli e a molti altri negli ultimi anni, pensando che si può ripartire, ricostruendo un tessuto sociale ed una economia solida. La storia italiana del dopoguerra dovrebbe darci l'esempio, il caso argentino potrebbe guidarci nella giusta direzione. L'economia argentina, abbandonato il cambio fisso con il dollaro e le ricette di austerità imposte per decenni dall'FMI, dal 2002 al 2011 ha visto crescere la sua economia del 94% e tutt'ora vanta una crescita del PIL annuale attorno all'8%[25]. L'Italia oggi è in bilico, tra una strada di lenta agonia e una possibilità di riscatto, faticosa ma possibile. Come oramai da anni Lyndon LaRouche sostiene: è necessario tornare alla separazione bancaria tra banche commerciali e banche d'affari, secondo il modello Glass-Steagall. Concetto questo ripreso e promosso sempre più anche da voci autorevoli del mondo politico ed accademico. È necessario pensare ad una banca nazionale per lo sviluppo, che finanzi progetti a lungo termine nelle infrastrutture e nell'industria ad alta tecnologia, sullo stile di quella creata dal primo ministro del tesoro americano Alexander Hamilton. È necessario investire in ricerca ed in solidarietà. È necessario riscoprire la vera cultura e puntare sulle nuove generazioni affinché siano loro i primi a beneficiarne. Spetta a noi decidere se siamo ancora l'Italia del Rinascimento o solo quella del neo-darwinismo sociale. Solamente se la politica italiana saprà scommettere sul futuro ed imboccare la strada verso nuova crescita e migliore sviluppo, ci potrà essere una vera svolta. Solo quando saprà credere di nuovo nella cultura e nella forza dell'Italia, riacquisterà dignità e rispetto. Non vi è altra scelta, è passaggio obbligato. Andrea Pomozzi Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà

28 maggio 2012

Il nemico politico, in questa fase, è il Partito Democratico

Ci sono sempre nella storia nemici principali e nemici secondari. Ambedue si devono combattere, ma in determinate contingenze, prima di attaccare il nemico principale, è necessario “sgomberare il campo” dai nemici secondari, liberando spazi limitati (come quelli nazionali) per aggredire poi aree geopolitiche più vaste.. Ciò non significa che la lotta contro nemici di “rango” inferiore è tanto più agevole, e meno cruda, di quella che si svilupperà contro il nemico principale, ma è chiaro che si tratta di nemici più “prossimi” a noi, con maggiori punti deboli, e perciò attaccabili con maggiori speranze di successo. Nell’Italia di oggi, paese occupato e soggetto al governo direttoriale euro-globalista affidato a Mario Monti, il nemico secondario locale, che si muove su un piano politico di sub-dominanza e supporta la dittatura globalista, è senza ombre di dubbio il Partito democratico. Dopo l’inizio di una rapida dissoluzione del cosiddetto centro-destra, con la liquefazione del PdL “abbandonato” da Berlusconi ed il crollo dei consensi registrato dalla Lega, travolta con singolare tempismo dagli scandali, resta soltanto il Pd all’interno del sistema, con tutte le forze di contorno, in rappresentanza di una sinistra neoliberista, filo-globalista, antipopolare ed “antipopulista”, che dovrebbe neutralizzare ipotetiche proteste di massa (per ora soltanto temute), imbrogliando i dominati e supportando le politiche applicate da Monti. Infatti, il puntello al momento più saldo del governo direttoriale globalista – non eletto, non richiesto, non amato – che sta saccheggiando l’Italia e uccidendo la popolazione (letteralmente, dati i continui suicidi per ragioni economiche), è rappresentato dalla B del terzetto politico ABC di sostegno all’esecutivo, e cioè da Pier Luigi Bersani. Questo piccolo funambolo della politica degenere, che “parla come mangia” (ed evidentemente mangia molto male, nutrendosi di cibo-spazzatura), ha stretto un patto di sangue con il grande capitale finanziario e con la classe neodominante che lo controlla, o meglio, si è proposto come servitore politico, ed ha accettato, in qualità di kapò di quel grande campo di concentramento sperimentale che è diventata l’Italia, di supportarne fino in fondo gli interessi. Bersani – rappresentante di una squallida camarilla politico-burocratica che si annida in parlamento, collocata a sinistra nell’emiciclo, dietro la quale non sembra che ci sia un vero e coeso blocco-sociale – ha rinnegato il paese, ha ripudiato la bandiera, ha supportato Napolitano, ha appoggiato Monti, ha contribuito a svendere gli ultimi scampoli di sovranità, di socialità, di patrimonio pubblico, permettendo che si calpesti la residua dignità nazionale, in cambio del mantenimento, per lui e i suoi, di una posizione di sub-potere e dei benefit che questa comporta. La consorteria politica della sinistra, alimentata dalla corruzione materiale ed etica, preda del cinismo che ha fatto seguito alla fine della Grande Narrazione marxista – della quale già il PCI “eurocomunista” figlio della svolta berlingueriana, prima di essere soppresso nel febbraio del 1991, cercava di sbarazzarsi definitivamente – è composta di un coacervo di forze del tutto subalterne al neocapitalismo e al neoliberalismo, a partire dall’informe alleanza fra apostati del comunismo e catto-democristiani “di sinistra,” chiamata Pd, e dai comunisti individualistici postsovietici del SEL, completamente fagocitati negli immaginari capitalistici, fino ad arrivare ai patetici resti di formazioni che ancora, impropriamente, si chiamano comuniste, come Rifondazione e il PdCI. Il tutto integrato dalla CGIL di Camusso e dalla Fiom apparentemente ribelle, che indicono scioperi “parafulmine” a protezione del sistema neoliberista, impedendo che le proteste dei lavoratori trovino uno sfogo concreto, pericoloso per il potere e per i sindacati stessi. Bersani viene dal PCI del crepuscolo, già socialdemocratico, poi eurocomunista (conferenza di Berlino del 1976), filoamericano e filo-NATO, e in qualità di “politico di professione” ha attraversato, facendo carriera e diventando ministro, tutta la concatenazione trasformistica successiva, PDS-DS-Pd, a ribasso, anzi, a precipizio, per quanto riguarda la rappresentanza politica effettiva delle classi subalterne, la tutela dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, la stessa legalità costituzionale (se mai si è veramente affermata, almeno per qualche anno, in Italia). Bersani, burocrate trasformista e servo dell’Aristocrazia globale, prima comunista e poi liberista (autore, nel recente passato, di una “lenzuolata” di liberalizzazioni), non è un leader, non ha carisma, non esprime una linea politica chiara – infatti, il servile Pd non ha un programma, né è necessario che lo abbia, vista la sua funzione subalterna e di “ruota di scorta” del potere neocapitalista. Bersani non è neppure un oratore apprezzabile, per quel che può contare, esprimendosi confusamente, non disdegnando discorsi ed espressioni da “bar sport”, pur di non dare l’impressione, davanti alle telecamere e ai microfoni, di usare il “politichese”. La caduta del muro di Berlino, del 1989, non è stato soltanto un evento di grande portata storica, che ha aperto la strada al neoliberismo, alla globalizzazione e alla successiva caduta del “muro di Pechino”, con lo sdoganamento di un Golem neocapitalistico, cioè della potenza commerciale Cinese. Un simile evento, dalle conseguenze socioeconomiche e geopolitiche epocali, qui, in Italia, in quella che oggi sta diventando periferia del sistema globale, ha rappresentato la fortuna per individui come Bersani (e D’Alema, e Veltroni, ed altri ancora), consentendogli finalmente di liquidare anche il ricordo del PCI, già edulcorato e interno al sistema della cosiddetta prima repubblica (arco costituzionale, unità nazionale, eurocomunismo), per riciclarsi e creare sulle sue rovine nuovi cartelli elettorali, di sostanza liberaldemocratica e liberista, adatti a servire la nuova classe dominante postborghese, razza padrona del ventunesimo secolo. Consideriamo che se tutto fosse dipeso dal centro-destra, Lega compresa, anzi, soprattutto da quella Lega, oggi in rapido declino, che sapeva che con la fine del Cav. per lei sarebbe finita la “cuccagna”, Berlusconi sarebbe ancora lì dove si trovava fino al 16 novembre 2011, e per quanto sbilanciate verso alcuni gruppi sociali, per quanto raffazzonate ed elettoralistiche, le politiche attuate da un esecutivo berlusconiano non avrebbero potuto portare, in pochi mesi, alla drammatica situazione sociale che viviamo attualmente. L’accelerazione delle politiche di de-emancipazione e il diffuso impoverimento si sono manifestati nel dopo Berlusconi, ed ora, a distanza di alcuni mesi dall’insediamento di Monti, cominciamo a sentirne in pieno gli effetti. Queste ultime elezioni amministrative hanno dato inizio alla dissoluzione del PdL, hanno segnato il declino irreversibile della lega, ma hanno “graziato”, o colpito in misura minore, il Pd. Per tale motivo Bersani ha potuto cantare vittoria “senza se e senza ma”, mentre l’esecutivo Monti-Napolitano da lui appoggiato e difeso a spada tratta, attraverso Fornero prepara il terreno per togliere il sussidio agli invalidi proprietari della loro casa, privandoli di assistenza e condannandoli così a morire di fame, e si lava le mani dei danni subiti dalle popolazioni dell’Emilia colpite dal terremoto, perché in seguito alla riforma della protezione civile, lo stato non ha più il dovere di ricostruire gli immobili distrutti o lesionati, e ci si deve arrangiare con assicurazioni private. Ma a Bersani tutto ciò non importa, finge di non vedere o borbotta qualche assurdità, e non importa all’infame Pd, che esulta per la “vittoria” nei ballottaggi alle amministrative – elezioni concesse semplicemente perché non incidono sulle politiche strategiche nazionali – incurante delle astensioni e di un’affermazione della cosiddetta antipolitica (M5S a Parma con Pizzarotti sindaco), mentre i suoi giornali, come l’Unità, si occupano delle solite cose che interessano la politica minore, a partire dalla riforma elettorale. Si procede truffaldinamente su due binari. Sul primo binario, quello più importante, il direttorio globalista assegnato a Monti, voluto ed appoggiato fino alle estreme conseguenze dalla sinistra spergiura e truffatrice di Bersani, continua con l’applicazione del programma contenuto nella lettera del 5 agosto 2012, di Draghi e Trichet, all’allora esecutivo Berlusconi. Sul secondo binario, si celebra il rito elettorale in “tono minore”, limitandolo ad una tornata amministrativa parziale, per legittimare i cartelli elettorali che sostengono Monti (a partire dal Pd), per eliminare gli indisciplinati (la Lega travolta dagli scandali esplosi al momento giusto) e per ricomporre in forma diversa il centro-destra, a partire dai pezzi di un PdL da sciogliere e dai rimasugli di un centro inesistente. Il primo binario è una strada obbligata, tracciata dalle Aristocrazie finanziarie globaliste, e su questo viaggia il treno “blindato” di Monti-Napolitano, il secondo binario, invece, può riservare qualche limitata sorpresa, e serve a distrarre dalle grandi questioni politiche e sociali. Così, si è avuta l’affermazione del M5S in qualche comune e una forte “diserzione” dell’elettorato nei ballottaggi (oltre il 48% non ha partecipato), riguardanti, se non erro, 4,5 milioni di “aventi diritto”e non certo l’intero corpo elettorale. Ciò ha dato a Bersani, che oggi rappresenta il puntello più saldo dell’esecutivo Monti, l’occasione per cantare vittoria – con il conforto di Monti – alla Lega lo “sprone” per rinnovarsi (e per cessare una sia pur blanda opposizione in parlamento), e al cosiddetto centro-destra, ormai orfano di Berlusconi, la possibilità di ricomporsi in altra forma, magari mescolando Alfano e Casini, ma continuando ad appoggiare il direttorio globalista al potere. E’ chiaro che da ora in poi, il nemico politico nazionale, che indubbiamente esiste ma è secondario – quello principale è rappresentato dall’Aristocrazia globale esterna – si identifica quasi per intero in quel infame centro-sinistra che sostiene Monti, supporta il genocidio sociale in atto, e va da Bersani a Vendola, dal Pd fino alla CGIL e alla Fiom “normalizzata”. Queste forze ascare, corrispondenti ad altrettante strutture politiche e sindacali di sub-potere, lavorano incessantemente contro le masse pauperizzate e i ceti medi declassati, quindi partecipano, sia pur vigliaccamente, nascostamente, senza sporcarsi troppo le mani, alla demolizione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, al ridimensionamento della struttura produttiva nazionale, al trasferimento di risorse collettive nelle tasche dei “grandi prenditori” finanziari. Nessuna di queste forze della sinistra degenerata e serva fa eccezione. Niente di loro può essere salvato, nessuno dei “sinistri” capi-kapò può essere assolto, a partire proprio da Pier Luigi Bersani. di Eugenio Orso

27 maggio 2012

I rischi del sistema finanziario ombra

Dopo la crisi finanziaria del 2008 uno degli elementi oggetto d’attenzione da parte dei media specializzati è il cosiddetto Shadow Banking System (il sistema bancario ombra - SBS). Come suggerisce il suo nome, questo termine raggruppa una serie di istituzioni e di pratiche basate sull’utilizzo di derivati finanziari che si collocano al di fuori dalla regolamentazione e dell’attenzione pubblica. Proprio quest’assenza di regolamentazione ha facilitato la rapida espansione del suddetto segmento dei mercati finanziari globali, segmento che, durante suo apice alla fine del 2011, è passato da un volume di attività di poco inferiore a 20.000 miliardi di dollari a un volume di 60.000 miliardi di dollari [1]. A dispetto del volume di transazioni, delle attività in gioco e dei rischi sistemici che si corrono, lo SBS ha continuato a ricevere un’attenzione marginale da parte dei media che si rivolgono al grande pubblico. Per comprendere questo sistema, è utile effettuare un paragone con il sistema bancario commerciale. Infatti, il finanziamento del sistema bancario tradizionale è, in teoria, il frutto dell’insieme dei depositi dei risparmiatori che costituiscono l’oggetto dei prestiti alle imprese e agli individui. Lo SBS funziona in modo differente. Per finanziarsi, una Shadow Bank emette dei titoli e delle cambiali a breve termine (la durata varia da un giorno a un mese) che vengono successivamente investiti in prodotti finanziari strutturati a lungo termine come gli Asset Backed Securities (ABS [2]) o i Collateral Debt Obligations (CDO [3]). Il margine di profitto di questo modello bancario deriva direttamente dalla differenza tra il costo del finanziamento nei mercati di credito a breve temine e il rendimento superiore fornito dai prodotti finanziari strutturati. La principale differenza tra le attività del sistema bancario tradizionale e quelle dello SBS è l’assenza di regolamentazione che riguarda il secondo. Le restrizioni in termini di riserve di capitale che obbligano una banca a mantenere, per ogni prestito effettuato, una parte dell’ammontare del prestito, non sono valide nel caso dei mercati finanziari a breve termine nei quali avvengono le transazioni dello SBS. Nel loro tentativo di aumentare i livelli dell’effetto leva per aumentare i profitti, le principali banche statunitensi ed europee sono entrate in una forte competizione con Hedge Funds e Private Equity Funds per raccogliere i finanziamenti in quei mercati. È così che delle banche come BNP PARIBAS o Dexia hanno potuto ampliare in maniera significativa i loro conti di bilancio senza doversi preoccupare di raccogliere i depositi dei risparmiatori. Il problema è che queste banche non dichiarano questo tipo di transazione nei loro bilanci. Infatti, per raccogliere delle risorse nei mercati finanziari a breve termine attraverso l’emissione di titoli, le banche hanno proceduto alla creazione di entità legali parallele come gli Special Investment Vehicules (SIV [4]) o i Conduits [5]. Sebbene i benefici ottenuti dai SIV finiscano per essere registrati nel bilancio contabile delle banche, gli attivi e i passivi e, dunque, il rischio di finanziamento affrontato da queste entità speciali sono contabilizzati separatamente. Dal punto di vista dei mercati, l’esistenza di questa relazione implicita tra le banche e queste entità speciali riveste due implicazioni concrete. In primo luogo, riduce i costi dei finanziamenti dei SIV quando i mercati sanno che in caso di problemi di liquidità o di insolvenza, le banche responsabili della creazione di queste entità speciali se ne faranno carico attraverso crediti o con l’integrazione diretta nel loro bilancio. In secondo luogo, i SIV permettono di aumentare i profitti contabili delle banche e parallelamente di ridurre il profilo di rischio grazie alla contabilizzazione separata. In un ambiente caratterizzato da tassi d’interesse bassi, una complessiva riduzione della volatilità e una regolamentazione lassista, ecco che questi elementi ci permettono di comprendere come lo SBS sia passato dall’essere un meccanismo alternativo di finanziamento delle entità bancarie statunitensi ed europee ad essere l’essenza stessa di questi modelli di transazioni finanziarie. L’illusione dell’effetto leva illimitato e di un aumento permanente dei profitti si è conclusa nel 2007con un incremento di volatilità nei mercati dei prodotti finanziari strutturati. La prima protagonista nota dello SBS che ha sperimentato dei problemi è stata la Hedge Fund High-Grade Structured Credit Streategies (HGSCS) amministrata da Bear Stearns. A marzo 2007, la HGSCS aveva delle posizioni ABS sul mercato dei Subprime per un valore complessivo di 13,7 miliardi di dollari con un capitale proprio di 925 milioni di dollari. L’annuncio di perdite per un equivalente di 3,7% del portafoglio della Hedge Fund durante quello stesso mese ha portato gli investitori a ritirare 100 milioni di dollari. La perdita di fiducia nel fondo ha generato un effetto domino: la perdita del suo accesso al mercato dei finanziamenti a breve termine, ha dato luogo a una vendita al ribasso delle sue attività (a 60 centesimi di dollaro). A fine giugno 2007, Bear Stearns si è visto costretto a correre in soccorso della HGSCS registrando così una perdita di 3,2 miliardi di dollari [6]. Questo schema di annunci di perdite, di congelamento dell’accesso ai mercati di finanziamento a breve termine e di integrazione nei conti di bilancio delle banche responsabili con le conseguenti perdite significative, si è ripetuto nel caso della BNP PARIBAS ad agosto 2007, nel caso di Bear Stearns e Lehman Brothers a marzo e settembre 2008. La storia è risaputa: il crollo in questi due ultimi casi ha portato alla scomparsa di queste istituzioni finanziarie. In ultimo, l’incertezza ha finito per colpire una delle principali fonti di finanziamento dello SBS, i Money Market Funds (MMF [7]). Nel corso della settimana successiva al fallimento di Lehman Brothers, i MMF hanno dovuto affrontare dei prelievi da parte degli investitori equivalenti al 14% delle loro attività, circa 193 miliardi di dollari. A fine ottobre 2008 l’importo aveva raggiunto i 400 miliardi di dollari [8]. Dopo un periodo di declino successivo alla crisi finanziaria associato agli eventi descritti, lo SBS ha iniziato a recuperare la sua preponderanza nelle strategie di finanziamento del settore bancario. È necessario, dunque, comprendere la strategia di questo segmento dei mercati finanziari che continua a essere uno degli anelli deboli del sistema. Il recente crollo della MMF Global Funds nel novembre 2011 lo dimostra chiaramente. Un Primary Dealer [9] con sede a New York e diretto da John Corzine ex-direttore di Goldman Sachs, la MMF Global Funds, è stata portata alla bancarotta a causa dei progressivi rifiuti della MMF di finanziare delle entità che avessero delle esposizioni sul debito sovrano europeo. Nel corso dei mesi precedenti, il fondo aveva costruito un’importante posizione in questi portafogli utilizzando dei finanziamenti a breve termine ottenuti attraverso l’emissione di cambiali a breve termine nei MMF e ottenendo profitti significativi derivati da tassi d’interesse elevati legati ai titoli dei debiti di paesi come l’Irlanda e la Spagna. Tuttavia, con la diffusione della notizia fornita dalla Global Funds concernente la posizione rischiosa [10], gli investitori hanno iniziato a ritirare i loro soldi e il fondo ha perso l’accesso al finanziamento a breve termine. In assenza di liquidità per rifinanziare le sue posizioni, la Global Funds è fallita lasciandosi alle spalle delle perdite stimate per 2 miliardi di dollari. Questa storia recente sottolinea uno dei rischi più significativi che rappresenta uno SBS in espansione per la stabilità dei mercati finanziari. In buona parte, grazie all’assenza di regolamentazione, le entità che operano su questi segmenti possono raggiungere livelli di effetto leva significativi che non potrebbero essere ottenuti altrimenti. Tuttavia, l’effetto leva è associato a un’alta vulnerabilità rispetto alle variazioni legate alle condizioni di finanziamento dei mercati a breve termine che, nella maggior parte dei casi, è implicato in posizioni complesse che associano bassa liquidità e impegni a lungo termine, non facili da trasformare rapidamente in liquidità. È così che un problema di liquidità può dare luogo molto rapidamente a un problema di solvibilità, che si traduce, in ultima analisi, nella sopravvivenza stessa dell’entità in questione. All’eccessiva fragilità dello SBS, da un punto di vista pubblico, bisogna aggiungere degli altri rischi associati a questo sistema. In primo luogo, permettendo alle banche commerciali con depositi assicurati di creare delle entità specifiche, si incorre in una violazione di quegli stessi principi che hanno portato alla creazione delle assicurazioni sui depositi. Le suddette assicurazioni hanno lo scopo di proteggere i depositi dei risparmiatori ed esigono in cambio una gestione stabile e sicura dei depositi da parte delle banche. Tuttavia, come segnalato in precedenza, il rischio di finanziamenti corso dalle entità speciali si trova, in ultima istanza, legato al conto di bilancio e dunque alle garanzie pubbliche di cui godono le banche commerciali. Vale a dire che, nel contesto attuale, le garanzie sui depositi proteggono più le controparti implicate nelle transazioni dello SBS che i depositi senza i quali non esisterebbero. Un esempio pratico di questa situazione è la recente misura della Bank of America di integrare nella propria banca commerciale le operazioni sui prodotti derivati, così in caso di problemi legati ai prodotti derivati, queste transazioni beneficiano della copertura concessa dal FDIC per la banca commerciale [11]. Inoltre, bisogna menzionare anche l’esposizione dei Fondi pensionistici alle transazioni che si svolgono nello SBS. Per definizione, questi fondi hanno l’obbligo di gestire un profilo di rischio d’investimento minimo. Allo stesso tempo, motivi organizzativi li costringono a tenere da parte una piccola percentuale del loro portafoglio di investimenti in attivi liquidi a breve termine. Questi attivi liquidi facilitano i prelievi e le richieste di denaro contante nel breve termine. Ciononostante, visto la gran quantità di fondi che gestiscono questa “piccola” percentuale si aggira attorno ai 400-500 miliardi l’anno [12]. Prima queste risorse erano investite direttamente in titoli di debito pubblico a breve termine. Ma con l’espansione dello SBS e la ricerca di margini di profitto più elevati, i securities e altri tipi di risorse liquide sotto il controllo dei fondi pensionistici finiscono per essere prestati a Hedge Funds, MMF e ad altre entità operanti nell’ombra. Di conseguenza viene messo a rischio il risparmio depositato sotto l’amministrazione dei fondi pensionistici senza che il pubblico ne sia al corrente. Un terzo rischio è associato ai problemi che lo SBS implica per la regolamentazione effettiva delle entità finanziarie. Se le recenti disposizioni in materia di regolamento hanno avuto l’obiettivo di consolidare le basi del capitale delle banche e di ridurre i loro livelli di effetto leva, il risultato è stato il ritiro delle attività più rischiose dai conti di bilancio e, di fatto, dai registri ufficiali. Questo ci permette di spiegare il forte recupero dello SBS nel corso del 2011 e agli inizi del 2012. È dunque possibile che la recente riduzione dell’effetto leva delle banche europee e statunitensi non rifletta una riduzione reale del rischio sistemico. Le attività più rischiose e instabili avvengono ora fuori dal controllo degli enti regolatori. Nel complesso, questa serie di rischi associati allo SBS forniscono un’immagine estremamente preoccupante delle implicazioni che potrebbe avere un’espansione incontrollata del settore. La crisi del 2008 ha dimostrato che in caso di instabilità, le operazioni che avvengono nell’ombra finiscono per essere assunte, nella maggior parte dei casi, da entità finanziarie considerate too big to fail e che a loro volta sono salvate con i soldi pubblici. Nella misura in cui la stabilità di un sistema finanziario risiede nelle garanzie pubbliche offerte dallo Stato, è sua responsabilità assicurare le condizioni affinché le queste garanzie non debbano essere utilizzate. Ignorando lo SBS, le autorità vengono meno non soltanto a questa loro responsabilità ma spianano la strada, a ritmo accelerato, a nuovi e sempre più grandi salvataggi finanziari facendo ricorso al denaro pubblico. di Daniel Munevar Note [1] Financial Times, “Traditional lenders shiver as shadow banking grows”, disponible en:http://www.ft.com/intl/cms/s/0/f63bea6c-2d5c-11e1-b985-00144feabdc0.html#axzz1lud8ehpR [2] Un ABS consiste nella creazione di un titolo, prodotto della somma di un numero determinato di crediti individuali dalle caratteristiche simili. I flussi degli effettivi associati al titolo provengono direttamente dai crediti individuali. [3] Un CDO permette di stabilire una struttura di pagamento subordinata associata a un gruppo di strumenti a reddito fisso come i titoli o le cambiali commerciali a breve termine. L’entità che si incarica di creare il CDO stabilisce segmenti di rischio direttamente relazionati con il rendimento dello strumento e la sua priorità nella struttura del pagamento. Un investitore con un basso appetito per il rischio acquisterà una posizione senior nel CDO, ricevendo i primi pagamenti della struttura finanziaria. Invece un investitore che cerchi un maggiore rendimento acquisterà una posizione con più rischio e minore priorità di pagamento nella detta struttura. [4] Entità legali parallele create dalle banche di investimento per evitare le regolamentazioni delle riserve di capitale. Generalmente i SIV si finanziano attraverso l’emissione di cambiali commerciali a breve termine. A metà del 2007 si stima che banche a livello mondiale mantenessero in SIV un portafoglio di ABS e CDO per un valore di 1,5 miliardi di dollari. Vedi Thomas, L. (2011), ¨The Financial Crisis and Federal Reserve Policy¨, Palgrave Macmillan - New York, Ch. 5. [5] I “conduits” furono istituiti dalle banche per facilitare il processo di creazione di ABS a partire da prestiti individuali. Nel periodo tra l’acquisto di detti crediti e la creazione e la vendita di ABS, i primi erano mantenuti nei “conduits”. I “conduits” sono delle entità legali indipendenti, le banche non sono obbligate a fornire riserve di capitale per garantire le attività di queste entità. [6] Hsu J. y Moroz M. (2010), “Shadow Banks and the Financial Crisis of 2007–2008” in The Banking Crisis Handbook, edito da Gregoriou G., CRC Press - New York. [7] I Money Market Funds sono dei fondi comuni che investono in cambiali a breve termine come i Buoni del Tesoro degli Stati Uniti e le azioni e obbligazioni societarie. Questi fondi giocano un ruolo centrale nella fornitura di liquidità a breve termine. [8] Op. Cit. 6. [9] I Primary Dealer sono delle entità che negli Stati Uniti si occupano di portare a buon fine l’acquisto e la vendita di titoli, in gran parte Bonus del Tesoro durante delle operazioni di mercato aperto intraprese dalla Fed. Fino alla bancarotta della Global Funds, esistevano 18 entità che svolgevano questa funzione. [10] A causa della relativa assenza di liquidità che presentano i mercati del debito sovrano europeo, è molto difficile poter mettere fine a queste posizioni sui mercati. [11] ¨ Bank of America Deadwatch : Moves Risky Derivatives from Holding Company to Taxpayer Backstopped depository ” http://www.nakedcapitalism.com/2011... [12] Pozsar Z. e Singh M. (2011), ¨The Nonbank-Bank Nexus and the Shadow Banking System¨, IMF Working Paper - Research Department, WP/11/289 Daniel Munevar, economista, è membro del CADTM Colombia e della coordinazione del CADTM “Abya-Yala Nuestra America”. Titolo originale: "Les risques du système bancaire de l’ombre " Fonte: http://www.cadtm.org

26 maggio 2012

Spostare la priorità dalla crescita del PIL alla crescita dell’occupazione in lavori utili

Appello di imprenditori, tecnici, consulenti ed attivisti del Movimento per la Decrescita Felice per un cambio di priorità in Italia nelle scelte economiche ed industriali, al fine di iniziare a superare l’attuale crisi di sistema In tempi normali è sufficiente gestire l’ordinaria amministrazione con accortezza perché tutto proceda bene. Il governo può condurre la sua politica industriale mediando fra gli interessi di ognuna delle parti coinvolte nei processi economici, cercando di trovare punti di incontro per la difesa degli interessi generali. Ma quando, come ora, si vivono grandi cambiamenti epocali, dove masse sempre più grandi di persone soffrono per mancanza di lavoro, Occorre rimettere in discussione idee consolidate, in particolare il dogma della crescita continua del Prodotto Interno Lordo. Vediamo con apprensione che si parla di “Project Bond per realizzare grandi opere infrastrutturali. Si tratta in pratica di fare ancora altri debiti per realizzare di grandi opere finalizzate, più che alla reale utilità, al far ripartire la crescita, come se questa fosse la soluzione ad ogni male. Ancora grandi opere, ancora a debito … per riavviare la crescita e poter pagare gli interessi sul debito! Ma che follia è? E in questo teatro dell’assurdo, si inserisce anche il luogo comune del collegamento diretto fra crescita e occupazione. Si dà per scontato che la crescita faccia automaticamente aumentare l’occupazione, ma non è vero e ci sono i numeri a dimostrarlo. Dagli anni ’60 ad oggi il PIL è aumentato di quasi 4 volte, mentre l’occupazione in proporzione all’aumento della popolazione è diminuita! Ogni imprenditore sa che, nella maggior parte dei settori merceologici, l’aumento della produttività e quindi del PIL, si ottiene con l’automazione e con l’ottimizzazione dei processi produttivi e non aumentando proporzionalmente l’occupazione. Se si spendono i pochi soldi disponibili, o si creano altri debiti come quelli dei Project Bond, per fare grandi opere infrastrutturali, magari pianificate in altri tempi, prenderebbero gli appalti le solite poche grandi imprese che hanno le attrezzature necessarie. Sarebbero coinvolti qualche decina di sub appaltatori e lavorerebbero poche migliaia di operai, visto che il grosso del lavoro lo farebbero le macchine. I denari spesi sarebbero concentrati in poche mani e non servirebbero a riavviare l’economia neanche nei territori interessati dalle stesse opere, perché il grosso degli operai verrebbe da fuori. Per dimostrare le nostre tesi, abbiamo studiato i dati della galleria per il TAV in val di Susa. Abbiamo scelto questa grande opera a titolo di esempio perché sono disponibili molti dati forniti dal Ministero competente, quindi certi e utili per avviare delle comparazioni. Tali dati indicano che la nuova galleria del TAV consentirebbe di creare 2000 nuovi posti diretti e 4000 indiretti. In realtà le cifre sembrano ottimistiche, ma anche se si raggiungessero tali obiettivi occupazionali, avremmo al massimo 6000 nuovi posti di lavoro contro un investimento minimo di 8,2 mld di €, ovvero 0,73 nuovi posti per ogni milione di euro investito, sempre che il costo dei lavori non subisca aumenti esponenziali in corso d’opera come è sempre avvenuto fino ad oggi in Italia! In ogni caso la spesa sarebbe coperta a debito ribaltando ancora una volta il problema sulle generazioni future, che dovrebbero anche sorbirsi i danni ambientali e le spese per l’energia necessaria a illuminare e climatizzare l’opera. Tutte le grandi opere infrastrutturali hanno per comun denominatore l’uso del debito, di molto cemento, di molta energia e hanno quindi un impatto ambientale molto rilevante. In sintesi si può dire che sull’altare ideologico della crescita del PIL e a favore di pochi soggetti che guadagnerebbero molto denaro, sacrificheremmo ancora una volta l’ambiente, l’occupazione, gli interessi della gran parte della gente ed i diritti delle generazioni future. Si può fare diversamente? Certo che si! Bisogna solo cambiare le priorità e spendere il denaro in altro modo, partendo anche dalla consapevolezza che è convenienza di tutti investire subito le poche risorse disponibili in molte migliaia di piccoli e micro cantieri e solo successivamente, eventualmente, in grandi opere infrastrutturali. I micro cantieri dovrebbero riguardare in primo luogo l’efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati. Poi anche le bonifiche ambientali e per la messa in sicurezza del territorio rispetto agli eventi catastrofici. In uno studio dell’ENEA del 2009 (vedi allegato 1) si proponevano interventi di riqualificazione energetica in 15.000 scuole ed edifici pubblici, che attualmente spendono circa 1,8 Mld di € ogni anno in energia elettrica e termica. Con gli 8,2 miliardi di € previsti per il TAV si può risparmiare il 20% dei consumi di questi edifici, pari a oltre 420 mln€/anno e si possono creare almeno 150.000 nuovi posti di lavoro. Inoltre lavorerebbero decine di migliaia di pmi e artigiani installatori. E siccome a cambiare infissi, montare caldaie di nuova generazione, montare cappotti, costruire case efficienti, rifare tetti, ecc. non servono macchine, ma persone, si darebbe lavoro ad un sacco di gente facendo tra l’altro ripartire in maniera virtuosa il settore dell’edilizia, attualmente in grande sofferenza. In un articolo apparso il 13 febbraio 2012 sul Sole24ore (vedi allegato 2) si legge che investendo un milione di € in progetti di efficienza energetica si generano in media 13 posti di lavoro. Non si parla qui di energie rinnovabili, che pure generano 3 o 4 nuovi posti di lavoro per ogni milione di € investiti, ma del lavoro di “tappare i buchi” dai quali sfugge e viene sprecata gran parte dell’energia che usiamo nell’abitare. Per ogni 10 miliardi di € investiti si possono avere 130.000 nuovi posti di lavoro di buona qualità, mentre investendo la stessa cifra in grandi opere daremmo lavoro al massimo a 7.300 persone. Dobbiamo poi considerare che i costi delle opere di efficientamento si pagherebbero in pochi anni con il risparmio energetico e in meno di un decennio i soldi investiti sarebbero di nuovo disponibili per nuovi utilizzi. Diventerebbero di fatto dei fondi di rotazione. Immediatamente calerebbe la bolletta energetica e l’inquinamento da CO2. Quindi ci guadagneremmo tutti. Inoltre con commesse piccole e diffuse, i fenomeni di grande corruzione politica, tipici dei grandi appalti, sarebbero certamente più infrequenti. Infine, il denaro speso per far lavorare migliaia e migliaia di piccole imprese e di artigiani, resterebbe nel territorio contribuendo in maniera determinante al riavvio dell’economia! Noi facciamo appello alla politica perché dia priorità a questi interventi che generano molti benefici per tutti. Le grandi infrastrutture eventualmente si faranno in un secondo momento e solo quando si avrà la certezza che serviranno davvero! Occorre abbandonare il dogma della crescita continua. Nell’Universo NULLA cresce per sempre. Si tratta di una sciocca illusione generata dalla mente dell’homo oeconomicus, una delle specie più perniciose e imprevidenti mai apparsa sulla faccia del Pianeta. E solo per questa sciocca specie di umani, e per gli altri che ci credono, il PIL è l’indicatore unico ed indiscutibile del nostro benessere. Primo elenco di adesioni Giordano Mancini – Studio Mancini – consulenza e formazione per aziende, Ripe (AN) Maurizio Pallante – Presidente MDF, Passerano Marmorito (Asti) Tiziano Tanari – Tanari Srl, costruzione edicole e chioschi

25 maggio 2012

Equitalia è una pistola fumante

Spa a capitale pubblico – inflessibile coi deboli e malleabile con i forti – è al centro di dure contestazioni. Senza nessuna giustificazione per gli evasori, il nodo sono i metodi di “strozzinaggio” di Equitalia che funge da moltiplicatore del debito privato delle fasce sociali più basse del Paese.
equitaliaLe mobilitazioni contro Equitalia nel nostro paese si sono susseguite nelle ultime settimane. Per mobilitazioni qui si intende le proteste pubbliche, popolari ed alla luce del sole come quelle di Napoli e Mestre o come quella degli operai di Termini Imerese all’Agenzia delle Entrate. Un tema, quello del debito privato, che trova ancora poca centralità, suo malgrado, nello spazio dell’analisi politica. E’ vero che il tema della pressione fiscale lascia spazio a facili sortite demagogiche, come quelle in salsa verde dei leghisti contro le “tasse di Roma ladrona”. Bisogna innanzitutto centrare il tema, ed in questo le recenti mobilitazioni napoletane hanno avuto il merito di definire bene lo spazio rivendicativo. Le tasse vanno pagate e gli evasori fiscali devono essere perseguiti. Partiamo da questo dato, per tranquillizzare da subito tutti quelli che hanno letto con leggerezza le mobilitazioni contro Equitalia: nessuno di quelli che hanno manifestato a Napoli o a Mestre reclama la fine dei tributi. Fatta questa necessaria premessa, passiamo alla disamina della questione. Equitalia è una società per azioni a capitale pubblico – Ministero delle Finanze ed Agenzia delle Entrate – che risponde dunque alle esigenze di tutte le s.p.a. ovvero la necessità di fare profitti. La società si configura così come un esempio di quelle mostruosità giuridiche che sono le multiutility contro cui gli italiani si sono già espressi attraverso il referendum dell’estate del 2011. Equitalia riscuote i tributi per conto dello stato e degli enti locali che hanno esternalizzato la riscossione delle tasse. La sua natura di s.p.a., porta Equitalia ad accumulare interessi attraverso un complesso sistema di aumenti del credito da riscuotere nei confronti degli evasori. Un agio del 9% su ogni tassa non pagata. Una percentuale che è circa il doppio del tasso di interesse medio che gli istituti di credito impongono sui prestiti privati. A questa percentuale di interesse da usura si sommano le spese di notifica, le spese legali e la maturazione degli ulteriori interessi. Nel pieno rispetto di una legge visibilmente singolare ed ingiusta, Equitalia diventa così una macchina da strozzinaggio. A finire nel mirino di Equitalia ci sono tutti gli evasori fiscali senza nessun tipo di distinzione, siano essi evasori di una semplice multa per divieto di sosta oppure grandi evasori fiscali per milioni di euro. Il carico affidato ad Equitalia durante il 2010 è salito del 43% rispetto al 2007 ed attualmente è di 72 miliardi di euro*, più o meno due finanziarie. Ma la rigidità della s.p.a. dei tributi sembra sciogliersi come neve al sole davanti ai grandi evasori fiscali a cui vengono proposti accordi con enormi vantaggi. Di contro il resto dei creditori di Equitalia, principalmente lavoratori autonomi, precari e pensionati, vede solo la possibilità di rateizzazione del debito fissata in griglie strette ed inflessibili. La mission di Equitalia contribuisce così alla configurazione di un sistema fiscale palesemente discriminatorio, che risulta inflessibile coi deboli e malleabile con i forti. Una visione suffragata ulteriormente dal rifiuto del governo dei professori di istituire la tassazione dei capitali scudati che avevano goduto della norma del precedente governo sul rientro dei capitali evasi all’estero e l’istituzione di una tassa patrimoniale per finanziare la spesa sociale. In caso di mancato pagamento dopo la prima notifica della cartella esattoriale, Equitalia può procedere alla variegata gamma di azioni che rientrano nella riscossione coatta. Pignoramento del quinto dello stipendio, fermo amministrativo dei beni immobili, vendita coatta di auto, moto e case, fino al sequestro dei conti correnti come ha fatto Equitalia Calabria nei confronti dei pensionati. E così mentre si consente ai grandi evasori di chiudere accordi al ribasso recuperando qualche milione di euro rispetto a decine di milioni di evaso, sulle fasce sociali più deboli si abbatte la mannaia della riscossione coatta. Un meccanismo perverso che contribuisce, ai tempi della più grande crisi che il nostro paese abbia mai conosciuto, all’aumento esponenziale del debito privato. Ed è proprio questo il cuore della questione: Equitalia funge da moltiplicatore del debito privato delle fasce sociali più deboli del paese. All’aumento della pressione fiscale dovuta alla “ricetta” dei professori guidati da Mario Monti, che incide sulla consistenza dei salari e delle pensioni, si unisce l’aumento del debito privato nei confronti dello Stato. Un vero tritacarne soprattutto per i lavoratori autonomi che mentre fanno i conti con l’abbassamento del proprio potere d’acquisto devono contemporaneamente versare al fisco le tasse di oggi e quelle di ieri con gli aumenti da usura imposti da Equitalia. Ai lavoratori dipendenti della pubblica amministrazione, su cui gli aumenti delle aliquote Irpef agiscono direttamente in busta paga, il tritacarne di Equitalia rischia di ridurre a poche centinaia di euro i salari attraverso il pignoramento del quinto dello stipendio. Il pignoramenti verso terzi operati da Equitalia sono circa 133.000 con un aumento del 50% tra il 2007 ed il 2010*. Una prospettiva che riduce in miseria una persona non per un periodo temporale, ma per tutta la vita che ti resta. Ecco cosa spinge un cittadino a puntarsi una pistola alla testa. In particolar modo accade nel Mezzogiorno, dove oltre allo Stato spesso l’altro creditore del debito privato è il sistema criminale. Creditori diversi, ma spesso sistemi di riscossione molto simili. Eppure non si comprende come mai in troppi facciano finta di non capire. Appena un mese fa la CGIL prospettava uno sciopero generale – l’ennesimo solo annunciato e mai praticato – contro le tasse. Eppure a nessuno venne in mente di parlare di demagogia. Nessuno ha mai chiesto la fine delle tasse, eppure sindaci di grandi città come Bologna si lanciano in iperboliche dichiarazioni su camorristi che protestano contro Equitalia. Cogliamo l’occasione per portare a conoscenza del sindaco di Bologna Virginio Merola che i camorristi sono tra quei grandi evasori a cui Equitalia offre accordi molto flessibili. Dal prossimo anno tutti gli Enti Locali possono dismettere il contratto con Equitalia. Moltissimi sindaci hanno già dismesso il contratto, altri come quello di Napoli hanno annunciato che lo faranno dal gennaio del 2013. Ma il problema, come è evidente, non è Equitalia in sé ma il meccanismo con cui si pensa di riscuotere i tributi per le fasce sociali maggiormente colpite dalla crisi. Se ci si affiderà nuovamente ad una s.p.a. che dovrà fare profitti, se sarà consentito alle nuove società la riscossione coatta dei tributi, allora sarà solo maquillage. C'è da dire che solo il 16% dell'attività di Equitalia è legata però alla riscossione dei tributi dei Comuni, una percentuale comunque piccola rispetto alla fetta di lavoro svolta per lo Stato e le Regioni che è del 48%*. I professori continuano a parlare della necessità di misure per la crescita economica del paese, ma non serve una laurea alla Bocconi per capire che senza un alleggerimento del debito privato per le fasce più povere non potrà mai esserci nessuna ripresa. Accanto allo smantellamento del welfare ed alla dismissione dello statuto dei lavoratori con il Ddl Fornero, il tema del debito privato per i lavoratori dipendenti risulta avere una drammatica centralità. Le mobilitazioni delle ultime settimane pongono dei punti di rivendicazioni semplici e chiari: sospensione della riscossione coatta dei tributi per le fasce sociali deboli (a tal proposito è stato già votato a maggioranza un ordine del giorno alla Camera), cessazione dei contratti tra gli Enti Locali ed Equitalia, internalizzazione del servizio di riscossione dei tributi da parte degli Enti Locali, istituzione di una tassa patrimoniale per finanziare la spesa sociale, tassazione dei capitali scudati. Proposte rispetto alle quali, i tanti che a sinistra hanno storto il naso davanti alle proteste contro Equitalia, farebbero bene a rispondere nel merito. di Antonio Musella * dati del Sole 24 Ore

24 maggio 2012

I tentacoli della Finanza internazionale che stritolano l'Italia

Le smancerie di Obama al nostro Presidente del Consiglio sono la mancia in spiccioli che gli Usa elargiscono all’Italia per aver eseguito gli ordini coloniali alla perfezione. Gli osservatori internazionali chiamano questa affettazione con nomi altisonanti ma l’immagine che essa rimanda alla mente è quella del biscotto tirato al cane da compagnia scodinzolante. Se a Monti è stato riconosciuto un ruolo di primo piano al G8 è soltanto perché questo evento è ormai inutile e squalificato, un summit delle chiacchiere (come lo ha definito il Generale Carlo Jean), e di una stanca ritualità ineffettuale, fuori dalle geometrie geopolitiche dell’attuale fase storica di un mondo non più unipolare e timidamente multicentrico. A Monti viene anche affidato il compito del mediatore tra la rigida Berlino e quel che resta della flaccida Europa, con quest’ultima davvero persuasa che i malanni comunitari abbiano origine nella foresta nera piuttosto che nella selva oscura del Nuovo Mondo, dove la nostra sovranità resta atterrita. Ma che strano intermediario questo professore affossatore al quale la divisa dell’arbitro serve solo per tenere nascosta, appena sopra la pelle, la casacca a stellette e striscette. Innalzare più in alto la bandiera europea per meglio seppellirla, ecco a cosa serve l’ostentato europeismo ex cathedra di questi illuminati spenti, pieni di sé e vuoti di spirito dei tempi. E sì, perché Monti, non può fare diversamente, essendo il prodotto di quei tentacoli finanziari atlantici che adesso rivendicano il momento della reminiscenza e della riconoscenza da parte del loro pupillo, il quale senza manine e spintarelle d’oltreoceano non sarebbe Premier e nemmeno Senatore. Così descrive il sito scandalistico Dagospia questa truce faccenda: “In qualsiasi parte del globo la politica è fatta di ideali, trame e baratti. Questi ultimi sono un ingrediente fondamentale nella logica del potere, soprattutto di quei poteri forti che non danno niente per niente e al momento buono presentano le cambiali da pagare. Tra gli ambienti che si aspettano da Monti qualche gesto concreto di buona volontà c’è sicuramente Goldman Sachs, la potente merchant bank americana nella quale il Professore ha lavorato a partire dal 2005, e che ha ingaggiato personaggi come Mario Draghi, Romano Prodi, Massimo Tononi e per ultimo il Maggiordomo di Sua Santità, Gianni Letta”. Goldman Sachs passa appunto ora dalla cassa, la Cassa Depositi e Prestiti per la precisione, al fine gestire direttamente l’acquisizione del 30% di Snam, scippata ad Eni, con evidenti scopi d’indebolimento del cane a sei zampe e con l’intento di pilotare le sue sfere di penetrazione estera, prevenendo ulteriori pericolosissimi smottamenti verso est. Qualcuno potrebbe obiettare che trattasi semplicemente di “melina” di Stato, di movimento apparente, perché in un caso come nell’altro, la proprietà resterebbe saldamente in mano pubblica. Ma lo Stato non è un monolite, i suoi apparati, nei quali agiscono uomini e drappelli in costante conflitto tra loro, possono perseguire obiettivi non convergenti in base ad intenzioni e piani persino contrastanti, in quanto nascenti da differenti esami della realtà e delle molteplici direzioni da far imboccare alle istituzioni e al Paese. Che questa “compravendita” sia sospetta lo dimostra il fatto che la merchant bank americana svolgerà il ruolo di Advisor nell’operazione praticamente gratis, alla cifra simbolica di 1013 euro. Va bene che sono periodi di crisi ma nessuno fa mai niente per niente. Infatti, non sono i soldi che contano in questa circostanza ma l’opportunità di poter manovrare a proprio piacimento l’acquisizione, ricavandosi uno spazio di azione presente e futuro nelle più importanti aziende strategiche nostrane. Sarà un caso che tutto avvenga nell’interregno impolitico e sempre più impopolare dei tecnici che si sono fatti le ossa all’estero, soprattutto negli Usa, prima di ritornare in patria per spezzare le reni agli italiani? Monti è stato dipendente di Goldman Sachs, oltreché membro del Bilderberg e della Trilaterale, organismi “anglo-globali” poco avvicinabili dall’uomo qualunque e per nulla trasparenti che non hanno mai nascosto le proprie manie di grandezza e di dominio sull’orbe terracqueo. Quel che importa, al di là dell’ossessione mondialista di tali gruppi, spesso più eccitati che conseguenti, è il luogo geografico dove si basano. Tutte le strade portano a Washington ed è proprio qui che si decidono le sorti politiche ed industriali di molte nazioni che non rivendicano e non fanno valere le proprie prerogative nazionali. Guardate chi sono i (ri)baldi caporioni che esultano per questo dubbio affare nel settore energetico nostrano: Franco Bassanini, membro della Fondazione Italia Usa, il quale dal 2008 è a capo della CDP e Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato della medesima Cassa, nonché ex manager di JP Morgan. Se questi vi sembrano disinteressati ed innocenti perseguitori dell’interesse pubblico, in nome della concorrenza e dei vantaggi per i consumatori, allora il sole può riprendere benissimo a girare intorno alla terra, la quale ovviamente è ancora piatta come l’encefalogramma di chi ci crede. di Gianni Petrosillo

23 maggio 2012

“Le banche non ci aiutano”, a Parma i grillini puntano sulla moneta locale

Dopo la festa, a Parma ora i grillini devono fare i conti con un debito di 600 milioni di euro. Se le banche non sono disposte a rinegoziare, il piano B è l'Università Bocconi, dove due economisti eretici hanno messo a punto un progetto di valuta complementare all'euro. É questo l’asso che è pronto a giocarsi il neo sindaco Pizzarotti che ora corre il rischio che la Regione isoli la nuova Parma, lontanissima dalla filiera rossa Pci-Pds-Ds-Pd. PARMA- Non la smettono di frinire. La sbornia di Parma, dalle 17.15 di lunedì la Stalingrado grillina d’Italia, è durata tutta la notte tra bandiere e trombette. Nei bar di via Farini e nelle trattorie solo culatello e torta fritta. Gioia in versione Wi-Fi, cioè senza fili, con il quartier generale di Genova. «É l’alba della Terza repubblica», dice Federico Pizzarotti in versione Pifferaio di Hamelin inseguito dalla stampa di mezzo globo e accolto ovunque dagli osanna dei suoi ragazzi. «É la svolta», suggerisce un po’ scarmigliato Giovanni Favia, proconsole in Regione del Movimento Cinque Stelle. Adesso, però, viene il bello. O il brutto, dipende. Il partito anti-partito deve fare subito i conti con il debito monstre del Comune (600 milioni di euro, si calcola), con il profondo rosso del Teatro Regio (dai 7 ai 12 milioni) e con la penale (180 milioni) di Iren per rimettere nel cassetto un inceneritore fresco di pacca. Cifre – e grane padane - da capogiro per un municipio di nemmeno 200mila abitanti. É come un esame di maturità per un bambino che esce dalle elementari. E come si fa? Come dimostrare alle signore che si fermano in bici a raccomandarsi «di non far come gli altri» che qui il tempo delle battute è finito? Se è vero, come è vero, che le banche non sarebbero disposte a rinegoziare i debiti con i grillini perché non si fidano, c’è un piano B. B come Bocconi, «la casa degli orrori» per Beppe Grillo, il guru nominato pochissimo, tra un mare di piccoli distinguo, dal suo alfiere con la r arrotata. Parma potrebbe dotarsi di una propria «moneta». Sono in corso in queste ore i contatti (anzi le email, per usare il nuovo codice parmigian-grillista 2.0) tra lo staff di Pizzarotti e due economisti eretici dell’Università Bocconi: Massimo Amato, professore di storia economica e Luca Fantacci, docente di storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario. La coppia di quarantenni ha messo a punto un progetto di valuta complementare all’euro. Secondo i grillini sarebbe un sistema di credito cooperativo tra aziende per rafforzare il tessuto locale. Un bonus per uscire dal «signoraggio», creando un sistema virtuoso di scambio, simile al baratto, per bypassare la stretta creditizia, senza più interessi privati. In realtà si tratta di un'idea ben più articolata. Comunque è questo l’asso che è pronto a giocarsi Pizzarotti, intenzionato a tirarsi su le maniche («Ma non come Bersani, sia chiaro!») per far fronte ai “buffi”. «Il Fede» non vorrebbe passare come il pianista del Titanic. Ovvio: questa dal punto di vista mediatico sarebbe una svolta clamorosa. Un esperimento, ma anche l’unica strada per smarcarsi dalla banche che guardano perplesse e preoccupate la svolta di sistema partita dalla città di Maria Luigia. Un modo per continuare a fare ancora più notizia, particolare che al parmigiano medio non dispiace affatto. Pizzarotti ancora non ne parla. Per il momento si è limitato a dire che «chiederemo il bilancio consolidato: partecipate più municipio». Di sicuro c’è che 1.300 dipendenti comunali rischiano di non vedersi accreditato lo stipendio il prossimo 10 giugno. Le strategie - che rivela Linkiesta – sono al vaglio dello staff di tecnici arrivati in soccorso del neo sindaco. Parma come Nantes in corso di sperimentazione, e non più come la piccola Parigi. Anche questo è un segno dei tempi che cambiano. Nella città della Loira, infatti, l'idea partita dalle aule dell’Università Bocconi è in corso di sperimentazione. Il sindaco di Nantes, Jean Marc Ayrault che ha promosso l'esperimento, è ora al governo. Favia non conferma e non smentisce. Piuttosto ragiona: «Vedremo se tutte le banche ci chiuderanno davvero i rubinetti. E poi vogliamo vedere i veri conti del Comune: le cifre girate in questi giorni sono state messe in giro anche per spaventare i cittadini, per delegittimarci, per dire che non avremmo avuto le capacità per fare fronte a questa situazione». Un altro timore, invece, arriva da Bologna. C’è il rischio che la Regione isoli la nuova Parma, lontanissima dalla filiera rossa Pci-Pds-Ds-Pd , ma anche dal civismo di centrodestra che puntella il resto del territorio. Per questo Favia annuncia che, come consigliere regionale, sarà «il doberman» di Pizzarotti per fare in modo che la città ducale non rimanga fuori dai finanziamenti pubblici. Insomma – tra scene di giubilo e stordimento collettivo – comincia a delinearsi la faccia del grillismo adulto e responsabile. «Niente vaffa» ma solo «calcolatrice alla mano». Proprio come le persone normali «così lontane dalla casta che costa» e «da Roma», come il «Pizza» chiama il Governo centrale in maniera un po’ proto-leghista. Il baratro d’altronde è lì. Tutto sta a saltarlo per allontanare l’ombra di nuovo commissariamento. Auguri. di Simone Canettieri

22 maggio 2012

Monti è un esponente dei club finanziari che hanno eroso la libertà delle singole nazioni

I partiti politici non hanno superato, com’era del resto ampiamente prevedibile, la prova delle elezioni amministrative. Sconfitte diverse, ma tutte nette e definitive. Il Popolo delle Libertà è stato semplicemente ignorato. Con il suo leader in vacanza in Russia, la sua classe politica si è guardata allo specchio, scoprendo di non essere mai esistita. E comunque il famoso “patto con gli italiani” è rimasto in larga parte lettera morta. Il Terzo Polo, formato in larga parte da “traditori” degli altri due poli, è abortito ancora prima di nascere. La Lega Nord, da parte sua, persa in un modo così brutale la propria verginità, si è arroccata nei propri storici quadrilateri del veronese, che la tengono sì in vita, ma in stato di coma vegetativo permanente. Il Partito Democratico pensa di vivere nel migliore dei mondi possibili, come il Candido di Voltaire: di fronte al terremoto, si consola sostenendo che una sconfitta limitata - con la perdita di circa il 2% delle preferenze - equivale ad una vittoria. Dulcis in fundo: un italiano su tre non è neppure andato a votare e questo rende difficile pensare che qualcuno, compresi i grillini, abbia davvero vinto. Nessuno dei partiti italiani ha conquistato i milioni di voti degli elettori: sono voti che lasciano una sensazione di vuoto: quasi la metà del corpo elettorale non si riconosce più nei partiti. Politica assente - Questo è il dato fondamentale che emerge dalla tornata elettorale: non ci sono forze politiche che rappresentano i bisogni materiali e spirituali autentici degli italiani. Il presunto successo dei grillini ne costituisce la controprova. Il cosiddetto “voto di protesta” è un ibrido tra il non-voto e la reazione “luddista”, ma è in ogni caso quanto di più politicamente innocuo e neutrale possa esserci: è la valvola di sfogo che il regime concede. Questo dissenso non è contro, ma a servizio dell’autorità: quello dei grillini rappresenta esattamente la percentuale di “no” di cui il governo tecnico di Monti ha bisogno per continuare a sostenere un presunto “stato d’eccezione” nel Paese, per continuare a legittimarsi come l’unica forma d’autorità in grado di prendere il posto dei partiti politici. Supplizio prolungato? - E c’è chi già si è spinto a scommettere sulla possibilità di prolungare quel mandato anche dopo le elezioni. Come già osservava Ernst Jünger, «tracciando la sua croce in quel punto rischioso, il nostro elettore ha fatto esattamente ciò che il suo potentissimo nemico si aspettava da lui». Così l’esercizio del diritto di voto crea artificiose maggioranze e minoranze che non rispecchiano più in alcun modo la realtà. Vince Monti - Possibile che nessuno abbia capito che il vincitore di queste elezioni è uno solo, che ha conquistato tutti i voti, l’unanimità, che è davvero riuscito a trasformare un’elezione democratica in un plebiscito a suo favore? Il governo Monti. A rafforzare l’unanimità, la “coesione nazionale”, sembra che sia giunta l’ondata di terrorismo degli ultimi giorni. Il classico specchietto per le allodole, se non avesse dietro di sé già una lunga striscia di sangue. La minaccia terroristica, nella storia di questo Paese, prelude sempre alle retoriche dei governi di unità e solidarietà nazionale, di fatto alla neutralizzazione della critica politica ed alla repressione di ogni forma di dissenso. Il finto plebiscito - Tutto ciò crea una finta atmosfera da plebiscito a favore del governo Monti. Nel voto, sono stati occultati e rovesciati i bisogni reali degli italiani. Nemmeno un singolo “no” ha potuto esprimere ciò che avrebbe davvero voluto dire, ossia che gli italiani - come i greci del resto - ne hanno le palle piene dell’euro e dell’Europa, sono stufi di politiche ed economie che stanno portando alla miseria intere popolazioni. La moneta unica è stata fondata sull’espropriazione della sovranità dei popoli europei da parte di un potere invisibile, ma non per questo meno reale, di banchieri e finanzieri appartenenti ad esclusivi clubs e gruppi di decisione e pressione, rappresentato, in Italia, prima da Ciampi e Prodi, e ora da Monti e Draghi. A partire dal Trattato di Maastricht (1992), il quale istituì l’Unione Europea fondata sui cosiddetti “tre pilastri” (le Comunità europee, la politica estera e di sicurezza comune, la cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale), gli Stati hanno visto costantemente ridotte le proprie libertà e sottratti i propri poteri. Il Trattato di Amsterdam (1997) ha determinato poi l’espropriazione del settore della giustizia e degli affari interni, quello di Nizza (2001) ha portato a compimento l’immagine dell’Unione come “Comunità di diritto”, infine, il Trattato di Lisbona (2007) ha abolito i “pilastri” e si è presentato come una sostanziale “Costituzione dell’Europa”, nonostante proprio contro un’idea di costituzione europea si erano espressi i popoli europei, con il referendum tenuto in Francia e nei Paesi Bassi nel 2005.Si può uscire da questa situazione? Certo, liberandosi d’un colpo di questa doppia divinità malvagia: l’euro e l’Europa. Confini perduti - Occorre l’immediato ripristino dei nostri confini nazionali, divenuti puri concetti geografici dopo gli accordi di Schengen, integrati a partire dal 1997 nelle strutture comunitarie. Nello “spazio Schengen” le frontiere esistono ancora solo come linee geometriche, prive di ogni rilevanza politica, del loro essere segno visibile della sovranità di ciascuno Stato. Lo Stato italiano cominci intanto a riprendersi la propria sovranità sul suo territorio nazionale. Occorre, inoltre, la fine di questo sistema parassitario ed usuraio di economia monetaria e finanziaria. Sono gli Stati ad essere i creditori dell’Europa, sono i popoli che anticipano ai banchieri il capitale di cui essi hanno bisogno, e soltanto con un gioco di prestigio questi stessi popoli e Stati ne divengono improvvisamente i debitori costantemente insolventi. Non c’è nessuna trattativa da intraprendere con i banchieri di Bruxelles. Il Trattato di Lisbona, all’art. 50, ha inventato un complicato congegno di «recesso dall’Unione»: lo Stato membro che decide di uscire dall’Europa, dovrebbe notificare la propria intenzione al Consiglio Europeo, e negoziare poi direttamente con l’Unione un accordo «volto a definire le modalità del recesso». Ma la denuncia dei trattati non si negozia, è una decisione del popolo sovrano che, una volta presa, si limita ad essere notificata alle altre parti. Non abbiamo bisogno né di revisioni né di accordi di recesso dai trattati, ma soltanto del loro stralcio. Un nuovo ordine politico a livello europeo è difficile da vedere, ma l’Europa dei banchieri è in agonia, bisogna avere il coraggio di darle il colpo di grazia. di Paolo Becchi Ordinario di Filosofia del diritto all'Università degli studi di Genova

21 maggio 2012

JP Morgan: suona ancora la campana della crisi globale

La perdita della banca americana JP Morgan Chase di oltre 2 miliardi di dollari (ma si vocifera di buchi ben più grandi) in operazioni con derivati speculativi Otc fatte dal suo ufficio di Londra va vista e capita come l’inizio di una seconda e più pericolosa fase della crisi finanziaria globale. La JP Morgan è la più grande banca americana e mondiale. E’ quindi la number one nella lista delle “too big to fail” che sempre di più determinano la finanza e ricattano i governi fino a sottometterli ai propri voleri. E’ la number one mondiale anche nelle operazioni in derivati Otc e, secondo le ultime stime dell’ufficio del Comptroller of the Currency Usa, ne avrebbe in pancia più di 70 trilioni! Dal 2008 è stata uno dei maggiori ideatori e creatori di credit default sawps (cds) che hanno per mesi occupato le prime pagine di tutti i giornali soprattutto in relazione alla crisi dei debiti sovrani europei. Da anni è stata molto esposta a perdite sui cds. E’ sempre stata in prima fila anche nelle speculazioni sulle commodity, come il carbone e l’argento. Negli anni ottanta rischiò l’insolvenza e fu salvata con i fondi dello stato. La stessa cosa si ripeté nel 2009 quando ottenne 25 miliardi di dollari dal fondo di salvataggio pubblico TARP. Lo stesso anno, però, distribuì 8,69 miliardi di dollari in bonus ai propri manager. In questo periodo, prima di andare essa stessa in crisi, essa stranamente acquistò la quinta banca d’affari americana, la Bear Stearns, in fallimento. Si ricordi che le azioni di quest’ultima, che prima valevano sulla borsa di Wall Street 55 dollari, furono acquistate a 2. Non frattempo però la Fed si era accollata 30 miliardi di dollari in titoli inesigibili della Bear Stearns. L’operazione venne salutata come un grande servizio per la stabilità finanziaria degli Stati Uniti! In breve la JP Morgan insieme alla Goldman Sachs da anni partecipa al Treasury Borrowing Advisory Committee, che indirizza la politica finanziaria del governo. Nei passati 4 anni, forte di queste medaglie, ha guidato la lobby bancaria in operazioni di annacquamento e, diciamolo, di sabotaggio della riforma finanziaria Dodd-Frank voluta da Obama per cercare di mettere ordine nel sistema finanziario e bancario americano. I dirigenti della JP Morgan hanno sempre goduto della fama di operatori moderati sempre disponibili ad accettare la riforma del sistema. Il suo executive director, Jamie Dimon, il “golden boy” di Wall Street, è stato anche nel direttivo della Federal Reserve di New York nonostante fosse il maggior portavoce della deregulation! I mass media lo avevano finanche indicato come un possibile rimpiazzo di Timothy Geithner a capo del Tesoro americano. Che abbaglio! Ora le autorità indagano sul loro operato. Certo dopo alcune operazioni speculative andate male, alcuni dirigenti sono stati rimossi. Ma sono stati prontamente rimpiazzati da un vecchio pescecane della finanza, Matt Zames, già membro dell’ufficio esecutivo della JP Morgan, che nel suo curriculum ha il primo e più grande fallimento della storia di un hedge fund, quello del Long Term Capital Management che nel 1998, con un buco di circa 4 miliardi di dollari, aveva già portato il sistema finanziario vicino all’implosione. Tutto ciò ci dice che in questi anni di fatto non è cambiato proprio nulla. Vi sono stati soltanto i salvataggi fatti dagli Stati con i soldi pubblici e la concessione di liquidità alle banche ad un tasso di interesse vicino allo zero. Liquidità che viene poi usata per comprare titoli di stato invece di sostenere la crescita e lo sviluppo con nuovi crediti. In merito, la vicenda dei Fondi della Bce docet. Senza iattanza, come sosteniamo nel libro “I gattopardi di Wall Street” si dovrebbe realizzare una nuova Bretton Woods che organizzi una riforma fatta di regole, indirizzi e controlli dell’intero sistema finanziario e bancario internazionale. Deve essere un accordo tra i governi. Deve essere un’operazione guidata dagli Stati e non dalle agenzie finanziare preposte, siano esse il Financial Stability Board o il Fondo Monetario Internazionale. Secondo noi questo è il vero ruolo del G20 che finora non è stato svolto in quanto il mondo anglosassone e quello dell’Europa continentale hanno voluto giocare a fare i furbi. Si tratta di svolgere un ruolo politico e non tecnico e di una assunzione di responsabilità di fronte al mondo e alle esigenze dei cittadini, più che degli interessi delle banche. Occorre un vero “curatore fallimentare” per separare la finanza produttiva da quella speculativa ed eliminare la seconda con regole e azioni precise e sperimentate. Si deve reintrodurre ed estendere a tutti i mercati il sistema “Glass-Steagall” già voluto dal presidente Roosevelt per fronteggiare la crisi bancaria del ’29 che separa le banche commerciali da quelle di investimento, proibendo l’utilizzo dei soldi versati dai risparmiatori nei giochi speculativi. Occorre essere consapevoli che senza regole stringenti ed efficaci c’è solo l’aggravamento della crisi economica con i conseguenti scontri sociali e la disgregazione dei rapporti di collaborazione tra gli Stati nonché nuovi conflitti geopolitici. di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Tecnocrazia familiare all'italiana

“…questa società senza-dio opera in modo estremamente efficiente, quantomeno ai suoi piani alti. Impiega qualunque possibile mezzo a sua disposizione, sia esso scientifico, tecnico, sociale o economico. Esercita un pressochè completo dominio nelle organizzazioni internazionali, sui circoli finanziari, nel campo delle comunicazioni di massa.” ( Padre Pedro Arupe – dell’Ordine dei Gesuiti, al Concilio Ecumenico del 17 dicembre 1965 )
Alcuni mesi fa il ministro del lavoro (che non c’è) Elsa Fornero aveva avuto la faccia tosta di prendersela con i giovani italiani che – a suo dire – rimanevano dei “mammoni” contenti di restare a casa anche fino a quarant’anni e senza un’occupazione. Ora già all’epoca qualcuno aveva sottolineato l’incongruenza di determinate dichiarazioni da parte di una esponente del governo dell’alta banca e della tecnocrazia sottolineando, prima di sparare simili cazzate (in un paese che sta letteralmente affondando nella merda, dove un giovane su tre non ha un’occupazione con punte che superano il 50 e passa per cento nelle regioni meridionali, dove più di otto milioni sono gli italiani che vivono al limite della soglia di povertà e almeno tre sono poveri tout court), di guardarsi in casa propria. Così venne fuori che Silvia Deaglio, figlia della ministra del lavoro e del giornalista Deaglio, già dall’età di 24 anni, mentre svolgeva un dottorato in Italia, ottenne l’incarico presso il giudaico Beth Israel Deaconess Medical Center ad Harvard, prestigioso e noto college di Harvard (USA). La figlia della ministra ha iniziato ad insegnare medicina a soli 30 anni, diventando associata presso l’Università di Torino sette anni più tardi con sei anni d’anticipo rispetto, vedi un po’ il ‘caso’, a quella che risulta essere la media d’accesso per questo ruolo. Il concorso lo vince a Chieti, nel 2010, alla facoltà di psicologia quindi l’approdo all’università piemontese dove insegnano, rivedi un po’ il ‘caso’, mamma e papà. Ma quello della figlia della ministra Fornero non sembra proprio essere un caso isolato all’interno del governo tecnocratico che sta affamando gli italiani, tassando i loro spiccioli e riducendo in miseria un intero paese. Michel Martone, figlio del ministro Antonio – avvocato della Cassazione e amico di Previti e Dell’Utri e già nominato dall’ex ministro Brunetta a presiedere l’authority degli scioperi ruolo dal quale fu costretto alle dimissioni dopo che il suo nome venne fatto nell’ambito dell’inchiesta sulla P3 – ha avuto una carriera universitaria particolarmente rapida: a 23 anni vince il dottorato all’Università di Modena, tre anni più tardi diventa ricercatore presso l’ateneo di Teramo, l’anno dopo è già professore associato. Al concorso, nel 2003, giunge secondo su due candidati dopo il ritiro degli altri sei. Presentò due monografie, una delle quali in edizione provvisoria (ossia non assimilabile): ottenne 4 voti favorevoli su 5 con il solo contrario di Franco Liso, contro i cinque positivi ottenuti invece dall’altra candidata 52enne con due lauree e oltre quaranta pubblicazione. Fu Martone ad ottenere il posto da ordinario. E a 37 anni è diventato viceministro dell’esecutivo Monti. E il premier? Questa sorta di novello ‘salvatore’ (…ma de che? direbbero a Roma? …) della patria, questa ‘eccellenza’ professorale chiamata al salvataggio del paese (…delle sue banche evidentemente…)? Non sembra proprio che abbia le carte in regola per ‘contarla’ ai soliti stolti italioti che vabbè siano dei fessi ma non fino al punto da credere ai miracoli in tempi di diffuso laicismo e più che diffuso scetticismo soprattutto tra e verso lorsignori della casta politico-economico-affaristico italiana. Giovanni Monti, figlio di….Mario, appare un manager rampante. A poco più di 20 anni è già – toh vedi un altro ‘caso’ – associato per il settore Investimenti bancari pressola GoldenSachs, la più potente merchant bank giudea statunitense nella quale il padre ha svolto il ruolo di international advisor per anni. Monti jr a 25 anni diventato consulente di direzione pressola Bain& Company dove rimane fino al 2001. Dal 2004 al 2009, cioè prima del suo approdo alla Parmalat (quella di Tanzi per capirci), Giovanni Monti ha lavorato prima al Citigroup quindi alla Morgan Stanley Bank , lo stesso istituto finanziario giudeo-americano a cui il padre ha liquidato qualcosa come 2 miliardi e mezzo di titoli derivati del Tesoro nel silenzio generale. Monti jr è stato responsabile delle acquisizioni e disinvestimenti presso il Citigroup mentre alla Morgan si è occupato di transazioni economiche sui mercati europei, vicino orientali e in Africa. Divertitevi voi a cercare i curriculum vitae di questi figli di….ministri. E questi sarebbero i ‘tecnici’ che dovrebbero risollevare le sorti del paese chiedendo sacrifici su sacrifici, imponendo tasse e balzelli, aumentando oneri e imposte, soffocando pensioni, distruggendo le imprese, provocando suicidi e morti per un lavoro che non c’è ecc. ecc.??? Questi sono nient’altro che gli incaricati dalla plutocrazia finanziaria internazionale di rovinare definitivamente un paese. Questa è la casta degli usurai. La Tecnocrazia familiare all’italiana perché…saranno pure tecnocrati ma anche loro – ‘poverini’ – “tengono famiglia”…. di Dagoberto Bellucci

20 maggio 2012

Soli nel mondo

L'idea di una grande Europa unita da una moneta in comune si profuse dalla consapevolezza che nel medio/lungo termine ogni nazione europea non avrebbe potuto competere da sola nel mondo, venendo schiacciata tra l'egemonia statunitense e la nuova locomotiva asiatica. Quando venne concepito l'euro pertanto ci si focalizzò solo su come difendersi e non su come attaccare con la logica che prevenire è meglio che curare. Oggi vediamo quotidianamente le conseguenze di questo modus operandi al tempo tanto razionale quanto folle. L'ansia continua che suscita la infinita vicenda greca (o tragedia nel vero senso del termine) ci porta a reagire con emotività respingendo sia l'idea di Europa unita che soprattutto la sua aberrante creatura. Tutti odiamo l'euro, per quello che ci ha provocato e per quello che ci sta facendo patire. Ricevo continuamente in questi giorni domande su che cosa e come ci si può proteggere nel qual caso si ritorni alla lira o nel qual caso la Grecia sia espulsa dall'Europa. Mi spiace dirvi che non esiste un safe heaven ovvero non esiste un cassetto sicuro: oro, immobili, governativi, valute estere, obbligazioni strutturate. Tutti inglobano una percentuale di rischio, tutti sono positivamente correlati: ad esempio l'oro dovrebbe essere già a 2.500 dollari l'oncia con quanto sta accadendo, invece sta continuamente correggendo dai massimi dello scorso anno (in questo momento quota 1550). Purtroppo da soli nel mondo non ci possiamo stare: né noi italiani, né i germanesi e né i greci, non parliamo dopo dei francesi. Sarebbe confortante ritornare e ripristinare la propria sovranità monetaria, ma temo che non sarà possibile a meno di un conflitto civile. L'establishment finanziario o per dire l'oligarchia finanziaria che ci ha imposto il commissariamento con Mario Monti non lo permetterà mai. Vedete dieci anni fa all'interno del G7 il peso delle economie occidentali arrivava a oltre il 75%, tra dieci anni sarà meno del 40% e questo deve rappresentare il dato principe per far capire che il mondo sta invertendo la polarità, ma non quella geomagnetica come ci vuole far credere il Calendario Maya, quanto piuttosto quella geoeconomica, con l'Asia che ritorna a riprendersi il ruolo che la storia millenaria gli ha sempre riconosciuto: quello di regina degli scambi e del commercio internazionale (pensiamo a Marco Polo). In questo prossimo contesto combattere da soli con una popolazione europea sempre più vecchia e con fonti di energia fossile ridicole significa perdere ancora prima di iniziare la competizione. Al momento la Grecia sta alimentando la teoria del “who is the next” ovvero chi sarà il prossimo se la repubblica ellenica se ne dovesse andare dall'Unione Europea: questa eventualità aprirebbe il peggio scenario per tutti noi europei, andando a minare quelle poche certezze che ancora diamo per scontato (risparmio, titoli di stato e pensioni). Oggi paghiamo sicuramente una discutibile fase di determinazione dei rapporti di cambio tra l'euro e le precedenti divise (qualcuno ci ha guadagnato e qualcun'altro ha comprato la vasellina), tuttavia l'errore sostanziale è stato commesso proprio da quasi tutti gli stati aderenti al progetto comunitario. Un errore sul piano istituzionale nella governance economica concretizzatosi in un ritardo continuo e vistoso nell'apportare quelle riforme atte a far metabolizzare con maggior consenso sia l'euro che la sua valenza. Le nazioni europee odiano l'euro, l'austerity che impone e i sacrifici che ne scaturiscono in quanto percepiscono il tutto come una grande supposta di antibiotico. Manca purtroppo, causa mediocrità e gelosia politica, tanto italiana, germanese, francese e greca, la capacità di vederlo ed usarlo anche come un formidabile coadiuvante multivitaminico. Nessuna forza politica ha mai puntato a far emergere le grandi potenzialità sia difensive che propulsive che potrebbe avere l'euro se opportunamente utilizzato come strumento di politica socioeconomica. di Eugenio Benetazzo

19 maggio 2012

Quella crisi prodotta dalla nostra stessa economia

"Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni, ma tutto questo non è che la deriva di un’economia. Come le metastasi di un tumore non sono che lo sviluppo 'naturale' del tumore stesso". E intanto, mentre ci si preoccupa di salvare un modello economico fallimentare e insostenibile, si ignorano le fondamenta delle nostre vite che, inesorabilmente, stanno andando alla malora: l’aria, l’acqua, la terra. crisi economica Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni ma tutto questo non è che la deriva di un modello economico Rimango sempre sconcertata quando leggo le analisi anche di prestigiosi economisti sulle ragioni e gli sviluppi della crisi economica. Io non sono un economista ma le cose ovvie e palesi credo di essere in grado di vederle e comprenderle. Così come non sono un geologo ma, se vedo un bosco tagliato a raso su un ripido pendio dal terreno sciolto, non ho bisogno del parere di esperti per capire in futuro cosa avrà determinato la frana di quel pendio. Può darsi che gli 'specialisti' siano svantaggiati: a furia di scrutare nel profondo si finisce, come dice Tolkien, per non vedere la realtà nel suo complesso, quella che sta alla luce del sole. Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni ma tutto questo non è che la deriva di un’economia. Come le metastasi di un tumore non sono che lo sviluppo 'naturale' del tumore stesso. Alla base di qualsiasi economia ci sono cose concrete e semplici: le risorse materiali e il lavoro umano. In un’economia capitalista quelle risorse si chiamano 'materie prime' e/o 'merci'. In un’economia capitalista, e cioè in una società di dominio e competizione, le risorse materiali vengono sottratte all’ambiente e ai popoli che di esse vivevano senza alcuno scrupolo e senza alcun limite; il lavoro poi, in tale economia, significa il maggior sfruttamento possibile, considerati i rapporti di forza. Essendo un’economia basata sul dominio e sulla competizione, come la società che l’ha generata, è inevitabile che cerchi sempre di superare i limiti, di 'crescere'. La globalizzazione è stato un salto quantitativo e qualitativo in tale crescita: i capitalisti di tutto il mondo hanno cominciato a 'de-localizzare'. Questa parolina inventata, come tante ultimamente, per nascondere la realtà, significa di fatto far produrre le proprie merci in paesi asserviti e impoveriti, per non pagare i lavoratori ridotti ormai a poco più che schiavi. carrelli La globalizzazione è stata, fino a un certo punto del suo sviluppo, la causa di un aumento vertiginoso dei consumi nel mondo occidentale A me, e spero non solo a me, da quando la globalizzazione neoliberista ha trionfato, è sembrato chiaro che la fine dell’economia capitalista era alle porte, e proprio a causa della sua incapacità di darsi dei limiti e di rispettarli. Del resto, competizione e limiti sono in antitesi, così come sono in antitesi dominio e rispetto. La globalizzazione è stata, fino a un certo punto del suo sviluppo, la causa di un aumento vertiginoso dei consumi nel mondo occidentale, cioè in quello dominante: i paesi asserviti ci davano le loro preziose materie prima in cambio di quasi nulla, le loro popolazioni asservite lavoravano per i nostri capitalisti (detti 'imprenditori') in cambio di quasi nulla. Così noi per quattro lire potevamo comperare cibo e benzina, scarpe e vestiti, borse e mobili. Qualche inconveniente si manifestò subito: i nostri contadini, per esempio, si trovarono a dover fronteggiare la concorrenza dei prodotti agricoli che venivano dai paesi schiavi e che costavano cifre da vergogna. Arrendersi o perire. Furono costretti a rinunciare all’agricoltura o ad abbassare i prezzi a livelli schiavistici. L’Italia è piena di piccoli agricoltori che fanno il doppio lavoro: un lavoro fuori dalla loro azienda per mantenere la famiglia, l’altro nella loro campagna perché non hanno cuore di abbandonarla. Ma finché si trattava dei contadini, questi fantasmi della nostra civiltà che danno da mangiare a tutti, nessuno si mise a parlare di crisi. Come si poteva parlare di crisi mentre il potere d’acquisto degli italiani cresceva vertiginosamente e ci rotolavamo in un’orgia di consumi superflui e spreco? I bambini indiani producevano le nostre scarpe e i nostri tappeti, quelli turchi i nostri golfini, gli schiavi della Del Monte i nostri ananas… roba quasi regalata. E intanto noi lavoravamo come operai elettronici, impiegate, architetti d’interni, programmatori informatici, ma… chi si ferma è perduto. Man mano sono state 'de- localizzate' tutte le attività che era possibile delocalizzare: ci sono call center ('centralini' in italiano) di aziende occidentali in India e in Tunisia e fabbriche di mobili occidentali in Indonesia. disoccupazione Tra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo, che fine faranno i consumatori occidentali? Tutto questo non poteva avere che una conseguenza a lungo andare: la disoccupazione dei lavoratori occidentali. E allora, se produzione, terziario e persino servizi vengono spostati nei paesi in cui i lavoratori sono sottopagati e i lavoratori occidentali possono scegliere, a quel punto, solo tra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo, che fine faranno i consumatori occidentali (che sono stati le colonne della 'crescita' e dello 'sviluppo')? Il destino del Consumatore Occidentale, una volta che in Occidente scompaiono i lavoratori adeguatamente remunerati, è un fatale declino fino all’estinzione. Con quali soldi il disoccupato, il co.co.co., il sottopagato possono pagare i mobili anche se fatti in Indonesia, le scarpe pachistane, le borse cinesi? Ed ecco che la competizione e il trionfo finale dell’imperialismo economico (e non solo) hanno prodotto la propria stessa crisi. Come per tutti gli imperi, il trionfo finale, in questo caso la globalizzazione neoliberista, era solo l’inizio dell’implosione finale: un’economia basata sui consumi superflui e frenetici è riuscita, per la brama insaziabile di sviluppo e crescita insita in lei stessa, a distruggere le basi sulle quali poggiava: il consumatore occidentale e il consumismo. Questo, ovviamente, mentre già aveva impoverito anche i popoli del resto del mondo: quell’impoverimento era una delle condizioni dell’aumento del profitto capitalista e della ricchezza occidentale. E adesso? portafogli vuoto Impoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto Si potrebbe dire “chi la fa l’aspetti”. Non ci siamo mai preoccupati delle crisi che il neoliberismo imponeva ai paesi di Africa, Asia, America Latina, est Europa. Non abbiamo lottato per migliori condizioni di lavoro di operai o braccianti o minatori peruviani o senegalesi. Se l’avessimo fatto, forse non avremmo subito la loro involontaria concorrenza; forse il neoliberismo sarebbe crollato prima di distruggere ambiente e società umana; forse la storia avrebbe preso un altro corso. Però coi 'se' e coi 'ma' la storia non si fa e nemmeno coi 'forse'. Adesso lo sfruttamento disumano di quei popoli si ritorce contro di noi, che finora ne avevamo beneficiato. Adesso anche i nostri governi, del tutto asserviti agli interessi del grande padronato mondiale, ci 'svendono' ai loro e nostri padroni: riducono salari e servizi sociali, aumentano tasse e vincoli in modo da distruggere anche la piccola impresa privata e il piccolo commercio, eliminano i diritti dei lavoratori. E tutto questo non farà che accelerare la conclusione: impoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto. Quanto al mitico debito pubblico, le sue cause sono più semplici di quello che si vuole far credere. Le spese che hanno contribuito maggiormente all’indebitamento dell’Italia, per esempio, sono state quelle militari, quelle delle grandi opere come il TAV oltre, naturalmente, al 'mangia mangia' diffuso di ministri, parlamentari, amministratori pubblici & co. Ora, non è affatto vero che si cerchi di diminuire quel debito. Quello che il nostro governo cerca di fare, dato che le vacche grasse sono finite e non si possono più salvare capra e cavoli, è far mangiare i cavoli alla capra. I cavoli siamo noi e ci tolgono le pensioni, i trasporti pubblici, gli insegnanti di sostegno e le mense universitarie, oltre a tassarci la casa, il campo e poi tutto, compresa l’acqua del rubinetto. La capra sono i padroni, che prendono soldi dallo stato per fare i raddoppi delle autostrade, i viadotti e i tav, gli inceneritori, e a cui vengono regalate le ferrovie. crisi In questa crisi le banche hanno lo stesso ruolo dello stato capitalista-sviluppista: rubare ai poveri per dare ai ricchi In questa crisi le banche hanno lo stesso ruolo dello stato capitalista-sviluppista: rubare ai poveri per dare ai ricchi. Perché quello che nessuno dice è che le banche appartengono agli stessi che costruiscono autostrade e ferrovie ad alta velocità, dighe e palazzoni, catene di ipermercati. Le banche prestano i nostri soldi ai loro padroni per costruire i palazzoni o le catene di ipermercati; se poi i palazzi non si vendono o gli ipermercati sono in perdita, lo stato rimpingua le banche coi nostri soldi. Forse il quadro è schematico, ma a volte gli schemi aiutano a fare un po’ d’ordine. Tuttavia, a molti sembrerà strano ma io non riesco a considerare tutto questo di importanza fondamentale. Certamente è importante, condiziona e condizionerà le nostre vite, ma non è fondamentale. Alle fondamenta delle nostre vite ci sono altre cose: l’aria, l’acqua, la terra. Che stanno andando alla malora e che gli economisti non considerano. Pare anzi che non le consideri quasi nessuno, tranne i superstiti popoli 'primitivi', eppure l’ambiente naturale dovrebbe condizionare anche l’economia. Per esempio, se il petrolio sottoterra finisce, si può sempre andare a cercarlo sotto il mare; aumentano i costi ma si può aumentare anche il prezzo o farsi sovvenzionare da governi servi. Ma se la piattaforma salta in aria e la marea nera distrugge l’industria della pesca e quella del turismo? E se tempeste inaudite distruggono porti e radono al suolo migliaia di ettari di foresta di legname da esportazione? E se lo tsunami, dato che non ci sono più i mangrovieti a fermare l’onda, spazza via anche gli allevamenti di gamberetti? Qualcuno ha detto che chi crede in una crescita illimitata, in un pianeta limitato, può essere solo un folle o un economista. Voi cosa pensate, che i nostri governanti, politici, mas mediatori ovvero 'giornalisti' siano economisti o siano folli? di Sonia Savioli