20 luglio 2010

La fusione fredda e Mallove


Il giorno prima di venire ucciso in circostanze poco chiare, Eugene Mallove mandò una “lettera aperta al mondo” a Richard Hoagland, affinchè la pubblicasse sul suo popolare sito “Enterprise”.

Chi era Eugene Mallove?

Come tutti sanno, la Fusione Fredda fu dichiarata “morta” dall’establishment scientifico dopo che il prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) annunciò di non essere riuscito a replicare in laboratorio la procedura descritta da Fleischmann e Pons per generare ”calore in eccesso” nel processo elettrolitico. In altre parole, disse il MIT, la Fusione Fredda non funziona, è solo un inganno colossale.

Quello che pochi sanno, invece, è che in seguito uno scienziato del MIT, Eugene Mallove, scoprì che i test di Fusione Fredda fatti dal suo istituto avevano in effetti registrato calore in eccesso, ma i dati erano stati manipolati prima della pubblicazione, per far apparire il contrario. Il MIT infatti rischiava di vedersi bloccare di colpo i finanziamenti miliardari che in quel momento stava ricevendo dal governo per la ricerca sulla fusione calda. Mallove denunciò il fatto e lasciò indignato il prestigioso istituto, dedicandosi da quel giorno alla ricerca personale, fino a diventare in pochi anni uno dei maggiori esperti e sostenitori della Fusione Fredda. (Il resto della sua vita ce la racconta lui stesso, nella lettera che segue).

Il caso di manipolazione dati del MIT può certamente servire da esempio per tutti coloro che amano fidarsi ad occhi chiusi dei cosiddetti “studi scientifici” fatti dai più prestigiosi istituti di ricerca del mondo. Più è prestigiosa l’istituzione, anzi, più può tornare utile per seppellire con un solo colpo un lavoro decennale di fondamentale importanza come quello svolto da Fleischmann e Pons sulla Fusione Fredda.

Nel 2004, dopo anni di battaglie esasperanti, Eugene Mallove era finalmente riuscito a convincere il DoE (Ministero dell’Energia) a riprendere studi e investimenti sulla Fusione Fredda. Poco tempo dopo è stato ucciso, …

… nel classico “incidente mai chiarito”, in seguito ad un presunto tentativo di furto in casa sua. Purtroppo la polizia, che di solito è molto efficace in questi casi, non è mai riuscita a scoprire gli assassini. (M.M.)
LETTERA APERTA AL MONDO - Appello universale per il supporto delle nuove Scienze e Tecnologie energetiche

Dott. Eugene F. Mallove, presidente di New Energy Foundation e direttore della rivista Infinte Energy.

A tutte le persone del mondo che sono curiose e di mente aperta, dotate di buona volontà, di capacità di giudizio e di immaginazione. A scienziati e ingegneri, filantropi, ambientalisti, studiosi di energia, investitori in alta tecnologia, professionisti della sanità, giornalisti, artisti, scrittori, finanzieri, gente dello spettacolo e leader politici. Che siate conservatori, progressisti, democratici, repubblicani, libertari o anarchici, che siate agnostici, buddisti, cristiani, ebrei, indù, musulmani, atei, o di qualunque altro credo spirituale, questo messaggio è diretto a tutte le persone di buona volontà come voi.

Caro amico:

Inizio con alcune riflessioni di uomini saggi, che possano fare da sfondo a questo accorato appello perché tu prenda in considerazione e sostenga la ricerca e lo sviluppo di forme di energia radicalmente nuove. Si tratta di fonti energetiche in grado di capovolgere il mondo dalla testa ai piedi, e di segnare l’alba di un nuovo giorno glorioso per la nostra civiltà.

“L’eccezione mette alla prova la regola”. Oppure, detto in un altro modo: “L’eccezione dimostra che la regola è sbagliata”. Se esiste una eccezione ad una regola qualunque, e questa può essere dimostrata e osservata, quella regola è sbagliata. - Richard P. Feynman (1963), Premio Nobel per la Fisica 1965.

Il progresso della fisica è a-sistematico. Questo significa che la fisica a volte si inoltra verso nuovi territori senza aver sufficientemente consolidato quelli su cui già si trova. Presume a volte troppo facilmente che certi risultati siano confermati, e basa su di essi il proprio progresso, esponendosi così al rischio di dover fare in futuro una retromarcia ancora più vistosa. Questo fenomeno diventa evidente in una materia il cui sviluppo dei concetti fondamentali avviene spesso in modo lento. Le nuove generazioni compaiono all’orizzonte prima che il concetto si sia consolidato, e presumono - con il tipico entusiasmo a-critico della gioventù – che tutto ciò che gli viene insegnato a scuola sia oro colato, mentre dimenticano i dubbi e le incertezze dei loro predecessori, nella fretta di trasformare i concetti in applicazioni utili ad ottenere nuovi trionfi. Ogni nuovo giovane fisico corre il rischio di dimenticare i dubbi del passato e le incertezze del presente, e di accettare con mente a-critica i concetti al livello di sviluppo in cui li ha trovati. - Percy W. Bridgman (1961), Premio Nobel per la Fisica 1946.

Il Nobel americano per la Fisica 1988, Leon M. Lederman, non è certo un propositore della ricerca di forme radicalmente nuove di energia. Lo si potrebbe definire uno “scettico patologico”, in base ad almeno una sua opinione, espressa in The God Particle (1993, p.122). Nonostante questo, egli sente in qualche modo che potremmo essere alle soglie di una rivoluzione della fisica. Di recente ha dichiarato: “Lo si sente nell’aria… il senso di una rivoluzione imminente è molto forte”. (New York Times, 11 novembre 2003, p.D12). Lederman non ha idea di quanto sia accurata la sua affermazione, ma non lo è certo per motivi che sarebbe disposto ad accettare facilmente.

Forse Lederman si riferisce a certi argomenti esoterici di fisica accademica, come la “Teoria delle stringhe“, oppure “l’oscura energia cosmica”, ma non certo a tecnologie pratiche basate su una fisica radicalmente nuova. Poiché soffre dei problemi intellettuali sopra descritti dal Nobel P. W. Bridgman, Lederman non ha mai preso in considerazione l’enorme quantità di ricerca che certamente rivoluzionerà le fondamenta della fisica, e ci darà il controllo di nuove e fantastiche forme di energia.

Peggio per Lederman, e peggio per tutti noi, visto che non ha voluto interessarsi di queste cose. Ci sarebbe certo tornato utile il supporto di gente come Lederman, se solo volesse tornare con i piedi per terra ed esaminare a mente aperta la validità dei dati sperimentali che oggi mettono in pericolo le loro beneamate teorie.

In un articolo di “Science” del 1 novembre 2002, 18 esperti riferiscono di aver esaminato tutte le alternative disponibili oggi ai combustibili fossili, trovando che tutte hanno “severe deficienze“ nella loro capacità di affrontare i problemi ambientali, e nel rappresentare adeguate soluzioni al crescente bisogno di energia del pianeta.

Il professore di Fisica Martin Hoffert, leader di quel gruppo di ricerca, ha dichiarato alla stampa che gli Stati Uniti dovrebbero implementare un programma urgente di ricerca energetica, come il progetto Manhattan della bomba atomica o le missioni lunari Apollo. Secondo il New York Times (4 novembre 2003, D1), Hoffert ha dichiarato che “ci vorrebbero forse sei o sette progetti colossali che operano simultaneamente ... [e che] dovremmo prepararci ad investire diverse centinaia di miliardi di dollari nei prossimi dieci-quindici anni”.

Ebbene, io ho qualcosa da dire a questi esperti: le soluzioni ai nostri problemi energetici sono a portata di mano, e sicuramente richiedono ricerca e investimenti iniziali, ma non certo i miliardi di dollari a cui questi “esperti” dell’establishment sono abituati dalla generosità del nostro governo. Al massimo saranno necessarie alcune decine di milioni di dollari, per creare dei robusti prototipi di generatori di energia elettrica basati su nuove scoperte in fisica energetica che già sono avvenute.

Questo è in sintesi lo scopo del presente appello: fare crescere la consapevolezza e gli investimenti per queste fonti energetiche radicalmente alternative.

Alla domanda se è possibile che la scienza moderna abbia sottovalutato o ignorato importanti scoperte scientifiche che, se trasformate in tecnologie rivoluzionarie, risolverebbero praticamente ogni aspetto della nostra civiltà, io rispondo di sì.

Non starò ad elencare i mille orrori e problemi di questo mondo che potrebbero essere ridotti o eliminati con una abbondante, sicura, pulita e radicalmente nuova forma di energia, se venisse utilizzata in tecnologie di grande diffusione. Questi problemi li conoscete già. Vorrei invece parlarvi dell’importante percorso verso la risoluzione di molti di questi problemi, che possiamo tutti intraprendere adesso, ma dei quali avete probabilmente sentito parlare molto poco. O forse avrete pensato che questo percorso non esista del tutto. Io vi posso garantire che esiste, e che ormai migliaia di ricercatori sono su quella strada. Hanno già percorso troppo cammino su quel sentiero poco battuto senza un supporto adeguato, ed io lo so bene poiché sono uno di loro.

Sicuramente non abbiamo ancora raggiunto i nostri obiettivi, ma grazie ad una meticolosa ricerca scientifica, a enormi sacrifici, e all’instancabile lavoro contro una feroce opposizione, questi obiettivi sono ora molto più vicini alla loro realizzazione. E la strada maestra, in senso scientifico, è ormai tracciata. Ora abbiamo bisogno del vostro supporto, per procedere e raggiungere la nostra destinazione comune: un mondo con abbondante, pulita e sicura energia da fonti che non siano sotto un controllo geo-politico centralizzato.

Per favore date ascolto a questo appello. Certamente non vi chiedo di credermi sulla parola, ma vi invito a leggere, valutare, studiare o rivedere la raccolta di materiali indicati. Dopo averli esaminati, mi auguro, sentirete il bisogno di agire. Se vi resteranno domande sulle nostre affermazioni che ancora non hanno risposta, io ed i miei colleghi siamo a vostra disposizione per rispondere con fatti tangibili, e non con un gesto della mano.

Chi sono io per chiedervi qualcosa per conto di altri, che possa essere la vostra attenzione per pochi istanti, oppure il vostro supporto finanziario e morale? Sono uno scienziato e un ingegnere, con due lauree in ingegneria al MIT (1969, 1970), e una cattedra alla School of Public Health dell’Università di Harvard (1975). Ho lavorato tutta la vita come uno scienziato impegnato, nonostante i miei galloni da ingegnere. Mi sono sempre sforzato di capire come funzioni l’universo, e questo lavoro rappresenta per me una avventura stimolante, difficile e infinita, nonostante tutti quelli che erroneamente sostengono che “stiamo avvicinandoci alla fine della scienza“, oppure alla “teoria finale del tutto“.

Oltre al mio lavoro di ricerca sovvenzionato dal governo al MIT e ad Harward, e in seguito da corporazioni private, ho anche allargato i miei orizzonti scrivendo di scienza come autore e come giornalista. Articoli miei e su di me sono comparsi su pubblicazioni come il MIT Technology Review, la sezione “Outlook” del Sunday Washington Post, il New York Times, Popular Science, Analog, TWA Ambassador Magazine, Wired, e il New Hampshire Magazine. Ho partecipato a diversi programmi radiofonici nazionali, e per un certo periodo, nella metà degli anni ’80, sono orgoglioso di aver condotto un regolare programma di scienza e tecnologia per The Voice of America.

Se vi parlo di me non è certo per vantarmi, ma per comunicarvi qualcosa della mia esperienza, della mia sincerità e della mia integrità. Ho scritto tre libri scientifici di successo, rivolti ad un pubblico generico: “L’universo in accelerazione: evoluzione cosmica e destino umano”, “Manuale del volo cosmico: guida pionieristica del viaggio interstellare”, e “Fuoco dal ghiaccio: alla ricerca della verità nella diatriba sulla Fusione Fredda”. [1].

Il premio Nobel 1965 per la Fisica, Julian Schwinger, ha sostenuto il mio libro “Fuoco dal ghiaccio” con queste parole: "Eugene Mallove ci ha fornito una disperatamente necessaria ed accessibile visione sulla diatriba della Fusione Fredda. Spazzando via preconcetti testardamente radicati, mette a nudo la verità implicita con una provocante serie di esperimenti“. Sono particolarmente orgoglioso di questo mio ultimo libro, perché ha dato il via ad una ricerca che mi ha portato non solo a scoprire travolgenti nuove verità sulle nuove forme di energia accessibili in natura, ma - ancora più importante per me e per voi - mi ha rivelato questa stupefacente verità sulla moderna scienza “ufficiale“: la scienza ufficiale non è realmente intenzionata ad espandere la conoscenza scientifica, soprattutto quando vengono messi in pericolo dogmi e teorie scientifiche veramente fondamentali.

Ecco cosa ha risposto un famoso professore di scienze nucleari del MIT alla mia richiesta del 1991 di esaminare le relazioni di due scienziati innovatori, sui loro rivoluzionari esperimenti in reazioni nucleari a bassa energia (dette anche “Fusione Fredda“). Uno degli scienziati aveva 34 anni di esperienza come ricercatore al Los Alamos National Laboratory (LANL), l’altro era il direttore della ricerca al Bhabha Atomic Research Center in India (BARC): “Ho 50 anni di esperienza in fisica nucleare, e so cosa sia possibile e cosa no. Non prenderò più in considerazione nuovi dati. Sono tutte stupidaggini.” - Prof. Herman Feshbach, maggio 1991, al telefono con Eugene Mallove.

Spero sia evidente come l’infelice reazione del Prof. Feshbach fosse sostanzialmente antiscientifica. Mi ricorda le autorità della chiesa, ai tempi di Galileo, che si rifiutavano di guardare la Luna o Giove nel suo telescopio, perché “sapevano“ che non si sarebbe potuto vedere nulla di nuovo. Ebbene sì, molti scienziati moderni sono impregnati di preconcetti deleteri, e sono diventati nei lunghi anni dei semplici “tecnici della scienza”, oltre che i guardiani di quello che equivale ad un pernicioso “Sacro Testamento”. Non venite a disturbarci con i vostri dati empirici, la nostra teoria è più che sufficiente per stabilire cosa sia possibile e cosa no!

Se per caso siete fra coloro che pensano che “va tutto bene in casa della scienza“, e che possiamo contare sulla “scienza ufficiale” perché si mantenga sempre alla ricerca della verità, persino su argomenti di fondamentale importanza che riguardano il benessere di tutta l’umanità, vi state sbagliando di grosso, e io potrei dimostrarvelo con una voluminosa documentazione. Se volete sapere che cosa è successo in una sola istituzione, il MIT, quando un nuovo paradigma mise a rischio il ben avviato programma di ricerca sulla fusione calda, insieme a certi interessi intellettuali come quelli che il Prof. Feshbach difendeva così vigorosamente, leggete il mio rapporto di 55 pagine su questa tragedia monumentale a www.infinite-energy.com.

Ma inizialmente vi invito a riflettere in senso più ampio sulla storia della scienza, che è perennemente costellata da balzi rivoluzionari e da cambiamenti di paradigma. Questi spesso sono avvenuti contro una forte opposizione, con i dati rivoluzionari che urlavano in faccia ad una generazione di scienziati che non voleva accettarli. Leggete questo appello con attenzione, e poi decidete chi sia a dire la verità e chi sia a difendere le menzogne sulle nuove rivoluzionarie possibilità per la scienza e per la civiltà.

Da quasi nove anni dirigo Infinite Energy, la rivista scientifica sulle nuove energie e tecnologie. Per quanto di circolazione ridotta, Infinite Energy è distribuita in circa 40 paesi nel mondo, oltre ad essere presente nelle edicole di Stati Uniti e Canada. Il mio amico e collega, Sir Arthur C. Clarke, ha supportato sia con parole che con contributi alcuni dei nostri sforzi sulle nuove energie. La ricerca a cui si è dedicata Infinite Energy suggerisce che vi siano almeno tre categorie fondamentali di fonti energetiche radicalmente nuove, a cui la civiltà sta per poter accedere, per poi incanalarle in tecnologie di uso pratico. Queste sono le forme di energia completamente nuove per le quali viene lanciato questo appello. “Nuova Energia” è il termine che noi usiamo per le fonti energetiche che attualmente non sono riconosciute come accessibili dall’“establishment scientifico”, ma per le quali esiste ormai una abbondante quantità di prove convincenti. A nostro parere le tre categorie fondamentali sono:

SECONDA PARTE

Categoria 1. Nuova fisica dell’idrogeno, detta anche Fusione Fredda, o più genericamente “reazioni nucleari a bassa energia”, o LENR, fisica dell’idrino, ed altre fonti energetiche basate sull’acqua.

Abbondanti informazioni tecniche su questa ricerca si possono trovare in questi due siti www.lenr-canr.org e www.blacklightpower.com, come sul nostro, www.infinite-energy.com. Il vantaggio principale di questa “energia dall’acqua” è che nella normale acqua si trova una riserva inimmaginabile di energia, pari forse all’energia di 300 galloni di benzina per ogni gallone di semplice acqua!

Questa energia non sarebbe inquinante, non provocherebbe radiazioni pericolose, ed avrebbe in realtà un costo del combustibile pari a zero. Un solo chilometro cubo di acqua marina fornirebbe l’energia equivalente a tutte le riserve petrolifere conosciute oggi sulla terra.

In seguito ad una speciale richiesta da parte di Sir Arthur C. Clarke, la Casa Bianca mi ha incaricato, nel febbraio 2000, di preparare un memorandum tecnico sull’argomento. Questo memorandum, di 8.500 parole, è intitolato “La strana nascita dell’era del combustibile ad acqua“, ed è stato presentato prima all’amministrazione Clinton, e poi alla amministrazione Bush.

Attualmente è pubblicato su www.infinite-energy.com. Il memorandum invita ad una analisi delle sostanziali prove - in particolare le abbondanti prove raccolte negli ultimi 14 anni dai laboratori federali americani - su questa categoria di anomala nuova fisica energetica. Sfortunatamente, al di là di un educato ringraziamento, nessuna azione concreta è stata intrapresa da alcuna delle due amministrazioni.

La decima Conferenza Internazionale sulla Fusione Fredda (ICCF10) ha avuto luogo vicino e presso il MIT, nell’agosto 2003.

Pubbliche dimostrazioni di produzione di energia in eccesso in celle elettrolitiche sono di fatto avvenute nel Reparto di Ingegneria Elettrica e Scienza dei Computer del MIT. Il redattore scientifico del Wall Street Journal, Sharon Begley, che era presente al ICCF10, il 5 settembre 2003 ha scritto un ottimo articolo sul WSJ, intitolato “La fusione fredda non è morta, sta agonizzando per la disattenzione della scienza“.

Fra le altre sorprendenti novità tecniche del ICCF10 c’è stata la presentazione di una ben finanziata corporation israeliana, la Energetics Technology, che sembra aver compiuto passi da gigante nel superare alcuni dei problemi che riguardano il fenomeno delle reazioni nucleari a bassa energia [“Fusione Fredda”, n.d.t.]. Non è forse ora di sottoporre i dati sperimentali di questo importante lavoro scientifico ad una commissione libera da pregiudizi, diversamente da quanto accadde nel 1989, quando un gruppo ostile manipolò in modo ingiustificabile i risultati dei propri esperimenti? Perché i vari politici che sono stati informati di questi progressi non fanno nulla in proposito? Temono forse la classica etichettatura negativa da parte dell’establishment scientifico?

Categoria 2. Energia dal vuoto, Energia Punto Zero, ZPE, energia dell'etere, o energia dello spazio. Tutte queste definizioni riguardano le enormi fonti energetiche dello stato di vuoto. Informazioni su questo estremamente radicale e innovatore tipo di fisica e di ricerca tecnologica si trovano sui siti www.aetherometry.com, www.energyscience.co.uk, www.aethera.org. A metà degli anni ’90 i dottori Paolo e Alexandra Correas, di Toronto, hanno brevettato uno stupefacente strumento tecnologico, un reattore chiamato Pulsed Abnormal Glow Discharge (PAGDTM). Nelle sue diverse configurazioni, è già in grado di produrre energia meccanica, termica ed elettrica a livello di Kilowatt.

Un video Quicktime di uno di questi strumenti, funzionante nel 2003, si trova su www.aetherometry.com/cat-abrimedia.html. Un test positivo del PAGD, condotto da un gruppo indipendente, che comprendeva le Israel Aircraft Industries (IAI) e la Ontario Hydro, non ha purtroppo portato ad accordi commerciali per lo sviluppo ulteriore di questa meraviglia scientifica, che è stata meticolosamente documentata nei tre stati che hanno concesso ai Correas il brevetto.

I Correas e il Dr. Harold Aspden, ex-direttore dell’ufficio brevetti della IBM in Europa (dal 1963 al 1983), hanno fornito convincenti spiegazioni teoriche, basate su esperimenti concreti su una varietà di fenomeni fondamentali, che permettono di comprendere come questa impensabile energia dallo stato di vuoto possa essere estratta con il reattore PADG. La possibilità di vedere nell’arco di soli due o tre anni dei generatori autosufficienti, che producano energia a livello di molti Kilowatt, sembra dipendere solamente dalla capacità di ottenere un finanziamento relativamente limitato per lo sviluppo scientifico- ingegneristico, nell’ordine di alcune decine di milioni di dollari.

Categoria 3. Energia ambientale, ovvero energia termica sensibile (in particolare l’energia da movimento molecolare), attraverso una significativa estensione della Seconda Legge della Termodinamica. I risultati di una importante conferenza scientifica offrono una preziosa spiegazione su questo argomento: First International Conference on Quantum Limits to the Second Law (San Diego, CA, July 28-31, 2002), Professor Daniel P. Sheehan, Editor, American Institute of Physics, Conference Proceedings, #643, 2002.

Come riferito nel rapporto finale, vi è stato il forte consenso di un significativo numero degli scienziati presenti sulla possibilità di costruire macchine che convertano l’energia termica ambientale in utilizzo pratico, senza un serbatoio di bassa temperatura che raccolga il calore di scarto. Questo rappresenterebbe una diretta contraddizione della “presuntamente sacrosanta” Seconda Legge della Termodinamica. Questi macchinari rappresenterebbero una realizzazione quasi perfetta della cosiddetta free energy. Accurate simulazioni di questi macchinari sono state realizzate, e i risultati sono stati pubblicati su riviste scientifiche “peer-reviewed”. Alcuni dei relatori predicono che alcuni prototipi di questi macchinari potrebbero essere realizzati in dimensioni ridotte nell’arco di cinque anni.

La breve descrizione delle tre categorie di nuova energia presentate più sopra è solamente la punta dell’iceberg delle informazioni disponibili e verificabili oggi su queste fonti energetiche, che sono pronte ad affrontare qualunque esame critico-scientifico. Ovviamente, se l’establishment scientifico si fida soltanto delle teorie dei testi pubblicati, e se le persone di buona volontà, che potrebbero far avanzare questa ricerca, scelgono di “non guardare nel telescopio“, avverrà che queste meravigliose tecnologie non saranno sviluppate così rapidamente, o non saranno sviluppate del tutto. Questo ha rappresentato e rappresenta una tragedia monumentale in praticamente tutte le categorie dell’esperienza umana, che potrebbero essere trasformate da queste ora apparentemente “spiacevoli” scoperte.

Potrei scrivere molto di più sulle trame corrotte all’interno della apparentemente pulita ed etica Casa della Scienza, su azioni che hanno impedito ad informazioni, pubblicate da Infinite Energy, di arrivare dove meritavano di arrivare, e cioè sulle più autorevoli pubblicazioni come Science and Nature. Oh certo, molte, moltissime relazioni tecniche sono state coraggiosamente pubblicate sulla nuova energia, ma le più importanti pubblicazioni mainstream, che stabiliscono i confini del discorso scientifico – come ad esempio Science and Nature - respingono senza esaminarlo qualunque articolo che minacci i paradigmi fondamentali della fisica, della chimica o della biologia.

Sembrerà difficile da credere - come sarebbe stato difficile per me crederlo 15 anni fa, quando scrissi “Fuoco dal Ghiaccio” - ma è una triste e tangibile verità. In ogni caso, non stiamo a piangerci addosso, ma cerchiamo di procedere uniti per porre fine una volta per tutte a questo grottesco ostruzionismo anti-scientifico.

[Segue una prolissa e verbosa esortazione a sostenere la rivista Infinite Energy, con un lungo elenco dei suoi meriti e delle sue qualità, che evitiamo di tradurre per la sua relativa futilità].

Oggi ci troviamo di fronte ad una seria minaccia di tutti gli idro-carburi [combustibili fossili], e il conseguente incubo geopolitico è qualcosa di assolutamente terrificante. Non esiste praticamente settore delle attività umane che non verrebbe toccato in modo sostanziale dall’avvento di una nuova tecnologia energetica, specialmente per quel che riguarda le questioni di guerra e pace, di salute o dell’ambiente. Se quindi, nell’esaminare il materiale che vi proponiamo, resterete convinti che non si tratti di “scienza patologica“ – come cercano di farvi credere certi critici, che non hanno minimamente studiato i dati scientifici disponibili – speriamo che vogliate contribuire economicamente alla New Energy Foundation, come importante investimento nel vostro futuro, in quello dei vostri cari e della civiltà in senso lato.

Se proviamo ad immaginare un futuro, fra 20 o 50 anni, senza l’avvento di una radicalmente nuova fonte di energia - come le reazioni nucleari a bassa energia, energia dall’etere o qualche altra nuova fonte energetica - non è certo una bella immagine da vedere.

Cosa dire allora – chiederete voi - del solare, dell’eolico o delle celle a combustibile di idrogeno? Tutte cose che vanno bene, a cui Infinite Energy ogni tanto dedica uno spazio limitato. Ma un futuro con una abbondante energia pulita ha pochissime possibilità di emergere dal ben intenzionato ma estremamente limitato mondo dell’eolico, del foto-voltaico o dell’energia idrica e di altri fonti rinnovabili convenzionali.

Altresì il programma di reattore Tokamak a cosiddetta fusione calda controllata, generosamente finanziato con miliardi di dollari dai governi ad esclusione di più pratiche nuove fonti energetiche e tecnologiche, non potrà mai portarci un’era di energia pulita e abbondante dall’idrogeno pesante dell’acqua. Le convenzionali celle all’idrogeno, di cui si discute ampiamente sui media oggi, si basano comunque sul modo convenzionale di concepire l’energia dall’idrogeno combinato con l’ossigeno per formare acqua.

Tutto ciò è da migliaia a milioni di volte meno potente, per ogni grammo di idrogeno, delle già dimostrate fonti di nuova energia. Inoltre l’idrogeno per le convenzionali celle di combustibile deve essere prodotto con un’altra fonte di energia, che deve scomporre grandi quantità d’acqua per ottenere l’idrogeno combustibile

Ma tutti i processi convenzionali che utilizzano l'idrogeno come combustibile, e che usano l’acqua come materia prima, richiederanno sempre più energia di quella che si potrà ricavare, una volta che l’idrogeno sarà stato consumato.

Quindi la normale “energia dall’idrogeno” è semplicemente una falsa definizione, e non offre certamente una soluzione alle reali necessità energetiche del mondo. L’idrogeno usato in modo convenzionale è semplicemente un serbatoio di energia.

[Segue una seconda, lunga e ripetitiva implorazione per finanziare Infinite Energy e diffondere le nuove forme di energia, che evitiamo nuovamente di tradurre per la sua ridondanza].

In fede,

Dr. Eugene F. Mallove
Presidente della New Energy Foundation, Inc. e Direttore di Infinite Energy Magazine

18 luglio 2010

La spia che non sapeva niente



Alle 18 e 30 di lunedì scorso, un anonimo taxi ha scaricato un ricercatore iraniano di fronte all’ambasciata pakistana a Washington, presso cui si trova la sede diplomatica di Teheran che cura gli interessi della Repubblica Islamica negli Stati Uniti. Scienziato nucleare con un ruolo non del tutto chiaro in patria, il 32enne Shahram Amiri era improvvisamente sparito nella primavera del 2009 durante una “umra” (pellegrinaggio) a Medina, in Arabia Saudita, sollevando immediatamente più di un sospetto circa il coinvolgimento della CIA nella sua scomparsa.

La sparizione di Shahram Amiri dalla sua camera d’albero saudita, il 3 giugno dello scorso anno, aveva aperto un nuovo capitolo nel confronto tra Stati Uniti e Iran. Secondo il governo di Teheran, l’operazione andava attribuita alla principale agenzia d’intelligence a stelle e strisce, orchestrata per mettere le mani su una fonte di informazioni ritenuta preziosa in merito al programma nucleare iraniano. Per Washington, al contrario, Amiri aveva defezionato di sua spontanea volontà e, ugualmente senza pressioni, aveva deciso di raccontare quanto aveva avuto modo di conoscere grazie al suo impiego in Iran.

Subito dopo il probabile rapimento, l’Iran aveva manifestato il proprio disappunto per il comportamento americano, chiedendo addirittura al Segretario Generale delle Nazioni Unite di adoperarsi per la restituzione del ricercatore. Ammettendo un qualche ruolo nei fatti, la CIA da parte sua aveva confermato il trasferimento immediato di Amiri dall’Arabia Saudita agli Stati Uniti. Qui, secondo Teheran, quest’ultimo era stato imprigionato e torturato al fine di estorcergli informazioni segrete.

Comunque si siano svolti i fatti, a un certo punto la CIA ha inserito Amiri in un programma di protezione per fuoriusciti, facendolo risiedere a Tucson, in Arizona. Secondo la ricostruzione americana, nei primi mesi del 2010 la volontà di collaborazione dello scienziato iraniano avrebbe mostrato qualche segno di cedimento, dal momento che iniziavano a farsi strada serie preoccupazioni per possibili ritorsioni da parte delle autorità di Teheran ai danni della moglie e del figlio rimasti in patria.

Ad infittire il mistero creatosi attorno alla sorte dello scienziato, svanito nel nulla sul territorio del principale alleato americano nel mondo arabo, era stata poi la comparsa in rete di una serie di filmati contraddittori. Nel primo, risalente al 5 aprile scorso, un Amiri provato descriveva in lingua persiana le fasi del suo rapimento. L’operazione, a suo dire, era stata organizzata dalla CIA e dai servizi segreti sauditi. Dopo un’iniezione di una sostanza imprecisata somministratagli dai rapitori, Amiri si era addormentato e, al risveglio, si era reso conto di essere in volo verso gli USA.

Solo poche ore dopo il primo video, su YouTube ne sarebbe apparso un secondo, realizzato in maniera decisamente più professionale, tanto da far pensare al contributo della stessa CIA. Scrupolosamente curato nell’aspetto, Amiri parlava all’interno di una stanza ben illuminata, verosimilmente una biblioteca, con un mappamondo e una scacchiera sullo sfondo. In questo filmato negava di essere stato rapito, affermando invece di essere giunto spontaneamente negli Stati Uniti per frequentare un dottorato di ricerca e, una volta ultimato, tornare dalla sua famiglia in Iran.

Rassicurando circa il suo ottimo stato di salute, Amiri definiva come falsi i filmati diffusi in precedenza su di lui e negava di avere alcun interesse nella politica o di possedere esperienza in ambito di armamenti nucleari. Successivamente, venne caricato un terzo e ultimo video il cui contenuto appariva simile a quello del primo.

Se per gli iraniani il primo e il terzo filmato erano la prova del rapimento di Amiri, per l’intelligence americana erano dettati unicamente dai suoi timori per la famiglia, tanto che alla fine sarebbe arrivata appunto la richiesta di tornare in Iran. Giunto all’ambasciata del Pakistan negli USA, Amiri ha dichiarato alla televisione pubblica iraniana di essere stato sottoposto a “enormi pressioni psicologiche sotto la supervisione di agenti armati durante gli ultimi 14 mesi” ed ha aggiunto che il suo “rapimento è stato un atto inammissibile da parte degli americani”.

A negare ogni atto illecito ci ha provato il Segretario di Stato in persona, Hillary Clinton, ribadendo che lo scienziato iraniano era giunto di sua spontanea volontà nel paese e che era libero di andarsene in qualsiasi momento, come poi ha fatto. I media iraniani, al contrario, sostengono che le autorità americane hanno deciso di rilasciare Amiri dopo aver preso atto del “fallimento del loro piano propagandistico per screditare il programma nucleare iraniano”, creando artificialmente interviste con un cittadino della Repubblica Islamica.

Se dietro alla vicenda di Amiri rimangono molte zone oscure, è possibile che i servizi americani nelle ultime settimane abbiano iniziato a sentire qualche pressione che ha portato infine il presunto esule a “riparare” presso la rappresentanza diplomatica pakistana. Le accuse da parte di Teheran stavano infatti aumentando e, ai primi di luglio, il Ministero degli Esteri iraniano aveva convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata svizzera, che cura gli interessi americani in Iran, presentandogli una serie di documenti che avrebbero provato le responsabilità della CIA nel rapimento.

Il giorno successivo all’apparizione di Amiri a Washington, inoltre, il network satellitare iraniano Press TV aveva diffuso un comunicato dei servizi segreti di Teheran, nel quale si spiegava come al ricercatore erano stati promessi dieci milioni di dollari per apparire sulla CNN e annunciare la sua intenzione di defezionare negli Stati Uniti. La pratica del rapimento di personalità in grado di fornire notizie classificate sul nucleare iraniano da parte della CIA, oltretutto, non è nuova. All’inizio del 2007, ad esempio, l’ex vice-ministro della Difesa Ali-Reza Asgari venne con ogni probabilità rapito da un’azione congiunta di CIA e Mossad durante un viaggio a Istanbul, in Turchia.

A far scemare l’interesse per Shahram Amiri dei servizi statunitensi, e a decretare il loro sostanziale fallimento nell’intera operazione, c’è poi la sua probabile scarsa conoscenza dei supposti “segreti” nucleari dell’Iran. Ricercatore presso l’Università Malek Ashtar di Teheran, secondo alcuni collegata al Ministero della Difesa e al Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, Amiri non avrebbe l’esperienza necessaria per entrare in contatto con i leader del programma nucleare e quindi non ne conoscerebbe sufficientemente le eventuali implicazioni.

Qualche indicazione in più sull’esilio volontario o forzato di Amiri negli Stati Uniti la si avrà forse dopo il suo arrivo in Iran, da dove mancava da oltre tredici mesi. Quel che è certo è che le polemiche attorno alla sua vicenda continueranno ad alimentare la guerra fredda in corso da tre decenni tra i due paesi nemici.

di Michele Paris

Esiste ancora la «seduzione»?

Esiste ancora quella cosa chiamata «seduzione»?

La risposta che viene subito alla mente, immediata, è un secco e inappellabile: «No, non più; forse un tempo, ma oggi no».

Ma che cosa vuol dire, esattamente, sedurre qualcuno?

Sia «seduttore» che «seduzione» derivano - rispettivamente come nome d’agente e come nome d’azione - dal latino «seducěre», composto di «se-» e «ducěre»: dunque, significa, letteralmente, condurre a sé, attrarre verso di sé. La seduzione è l’arte di attrarre gli altri a sé; e il seduttore è colui, o naturalmente colei, che possiede in modo eminente una tale arte.
Per comprendere quanto l’etimologia della parola sia qualcosa di più di una semplice metafora, ma scaturisca dalla vera e propria realtà dei fatti, bisogna tener presente che ciascuno di noi possiede, e di conseguenza emana, una fitta rete di energie psichiche le quali, di per sé, non sono mai neutre, ma sono, necessariamente, o positive o negative.

Il seduttore, pertanto, è colui che, dotato di una rete energetica particolarmente intensa, ne è pienamente consapevole e la sfrutta a proprio vantaggio, per colpire ed attirare a sé le altre persone: In questo senso, la seduzione sessuale è solo un aspetto particolare, per quanto notevole, di un dato più generale: il seduttore attrae consapevolmente un po’ tutti coloro con i quali entra in contatto; fra di essi, poi, egli sceglie quali “prede” fare proprie.

Eccoci arrivati ad una scoperta interessante: l’energia liberata dal seduttore viene rivolta indiscriminatamente verso l’esterno e chiunque può subirne il fascino, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalle convinzioni morali e così via; anche se poi, ovviamente, il seduttore sceglie, di volta in volta, su quale individuo focalizzare la propria attenzione. Potremmo quindi paragonare il seduttore a un pescatore che se ne vada a pesca con i candelotti di dinamite: per catturare un pesce, è dispostissimo a farne fuori alcune decine: questo non è un problema che lo riguardi o che susciti in lui qualche sorta di scrupolo.

Il minimo che si possa dire è che la seduzione è, da un lato, un immenso dispendio di energie vitali e, dall’altro, che esorbita, per sua natura, dalla sfera etica, in quanto colpisce alla cieca chiunque venga a trovarsi sulla strada del seduttore.

Attenzione: non tutte le persone dotate di alte frequenze energetiche sono delle seduttrici; per esserlo, bisogna che vi sia la consapevolezza di tale potere sul prossimo e, in secondo luogo, la ferma volontà di sfruttarlo al massimo grado, indifferenti alle conseguenze. Chi possiede un alto grado di potere attrattivo, ma ne fa un uso moderato oppure lo rivolge a dei fini disinteressati, ad esempio per aiutare il prossimo ad acquisire una maggiore consapevolezza di sé, non appartiene alla categoria dei seduttori, ma a quella delle persone affascinanti. Fascino e seduzione sono due cose ben diverse: il primo attrae, ma rispettando la personalità altrui e lasciandone impregiudicata la libertà del volere; la seconda mira deliberatamente ad assoggettare ed è, quindi, un esercizio (e, in genere, un abuso) di potere, né più né meno.

Di solito, il seduttore si giustifica - ammesso che ne senta il bisogno, per lo più allorché deve difendersi dai rimproveri delle sue vittime - affermando che la seduzione esiste perché esistono le persone desiderose di lasciarsi sedurre; il che ha certamente un fondamento di verità, ma è un argomento estremamente ipocrita, come lo è quello dei produttori televisivi i quali si difendono dall’accusa di produrre troppi programmi-spazzatura, dicendo che il pubblico, in fondo, è proprio quelli che vuole. Ipocrita, perché resta il fatto che l’esistenza di una domanda alienata non assolve dalle proprie responsabilità coloro i quali, con astuzia e con frode, sfruttano tale debolezza dell’animo umano per acquisire dei vantaggi personali, di qualsivoglia natura essi siano.

Potremmo riassumere quanto sopra, quindi, dicendo che la seduzione è l’arte di attrarre gli altri verso di sé, in maniera irresponsabile e abusando della loro debolezza, al fine di manipolarli e di sottometterli.

Che, poi, la maggior parte dei seduttori sessuali rifiuterebbero una tale definizione, mostrandosene anzi sdegnati e riparandosi dietro il comodo alibi dell’amore, non significa altro se non la loro incapacità di assumersi le proprie responsabilità e di chiamare le cose con il loro nome. Il seduttore abituale, quindi, è un vile e un ipocrita, oltre che un amorale.

Bisogna d’altra parte distinguere fra la seduzione come gioco e la seduzione come professione (per modo di dire, si capisce).
di Francesco Lamendola

16 luglio 2010

Terrorismo del deficit e guerra economica



Le banche di Wall Street sono state salvate dal fallimento da governi che stanno fallendo a loro volta. Ma le banche non stanno ricambiando il favore perché stanno partecipando ad una guerra di classe, insistendo sul fatto che il ceto medio già tartassato possa essere tartassato ulteriormente per far quadrare i bilanci del governo già sovrasollecitati. Tutti i favori stanno andando verso Wall Street mentre Main Street, la gente comune, scivola nella schiavitù del debito. A Wall Street bisogna far pagare la sua parte, ma in che modo?

Il disegno di legge di riforma finanziaria approvato il 25 giugno potrebbe aver ritagliato un qualche genere di protezione per i consumatori ma per Goldman Sachs e la lobby dei derivati il disegno di legge è stata una vittoria netta, lasciando intatto il business delle scommesse di Wall Street. In un articolo pubblicato il 25 giugno su Newsweek dal titolo “La riforma finanziaria rafforza le banche più grandi”, Michael Hirsch scriveva che il disegno di legge “consacra di fatto l’élite finanziaria esistente. Con il disegno di legge è più probabile che diventeranno anche i futuri colossi del sistema bancario”.



Il governo federale e la Federal Reserve hanno anticipato letteralmente migliaia di miliardi di dollari per salvare i grandi giocatori di Wall Street, al punto di mettere a repentaglio la valutazione del credito del governo stesso. Ma Wall Street non ha dovuto pagare nulla per il risanamento. Sono stati lasciati a pagare il conto gli stati e i cittadini. Il 17 giugno, Time ha pubblicato un articolo di David von Drehle dal titolo “All’interno della gravissima situazione degli Stati” nel quale si scrive che la maggior parte degli stati sono ora alla prese con continui deficit nei bilanci che non si vedevano dagli anni Trenta. A differenza delle banche di Wall Street, che possono prendere a prestito dai fondi federali al tasso incredibilmente basso dello 0,2% e reinvestire quei soldi nella speculazione, gli stati non hanno accesso alle linee di credito. Devono prendere denaro a prestito tramite l’emissione di obbligazioni e numerosi stati sono così vicini al fallimento che la valutazione dei loro titoli sta crollando. A peggiorare le cose, agli stati non è legalmente consentito di essere insolventi. A differenza del governo federale, che può indebitarsi all’infinito, gli stati devono far quadrare i loro bilanci e non possono emettere valuta propria. Questo li mette sullo stesso piano della Grecia e di altri paesi europei pieni di debiti, ai quali è vietato, secondo le normative dell’Unione Europea, emettere valuta propria o prendere a prestito denaro dalle proprie banche centrali.

Gli Stati, naturalmente, non hanno una propria banca di proprietà pubblica, con un’eccezione – il Nord Dakota. Il Nord Dakota è inoltre l’unico stato che può sfoggiare un avanzo di bilancio, e il livello più basso di disoccupazione e di morosità nei mutui immobiliari. Come osserva von Drehle, “E’ una cosa meravigliosa essere il Nord Dakota”.

La gran parte degli stati è alle prese con gravi e croniche insolvenze, il che li colloca nella stessa trappola del debito della Grecia: sono stati obbligati a licenzare i dipendenti, vendere i beni pubblici e cercare dei modi per riscuotere altre imposte da una popolazione già sovratassata. E la loro situazione è destinata a peggiorare, dato che il pacchetto di incentivi del governo federale verrà presto tagliato, insieme agli aiuti agli stati.

Il governo federale non sta solamente lasciando all’asciutto gli stati ma minaccia di imporre addirittura altre tasse ai cittadini che ormai si trovano in seria difficoltà. Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve e attuale consigliere economico alla Casa Bianca, ha detto in aprile che il Congresso deve tenere in considerazione l’IVA – una tassa imposta ai vari livelli di produzione sui beni di consumo. Attualmente un’IVA al 17,5% viene imposta in Gran Bretagna, mentre è stato proposto un suo innalzamento al 20%, mentre alcuni paesi dell’Unione Europea hanno già un’IVA al 25%. In Europa, perlomeno i cittadini ricevono qualcosa in cambio dei loro soldi, tra cui un’assistenza sanitaria finanziata dalla federazione ma questo non avverrà così facilmente negli Stati Uniti dove addirittura l’aggettivo “pubblico” per l’assistenza sanitaria non compare più nel programma. L’IVA colpisce in particolare i ceti medi e bassi, dato che questi spendono la maggior parte delle loro entrate in beni di consumo. I ricchi, d’altro canto, investono buona parte dei loro soldi in attività speculative, che al momento non vengono tassate.

Ciclo econonomico o guerra di classe?

Ismael Hossein-Zadehi , che insegna economia alla Drake University nello Iowa, definisce l’intera crisi economica una guerra di classe. Quello che è stato descritto come debito pubblico è iniziato come debito privato di speculatori finanziari che l’hanno scaricato sulla gente. I governi che hanno salvato questi speculatori insolventi sono diventati a loro volta insolventi ma le banche che sono state tratte in salvo, piuttosto che tendere una mano in cambio, hanno preteso la loro fetta di torta, con pagamento per intero. I responsabili stanno dando la colpa alle vittime e insistono sulla “responsabilità fiscale”. I banchieri di Wall Street stanno dettando i termini della restituzione dei debiti che loro stessi avevano contratto.

“Responsabilità fiscale” significa un taglio alla spesa, un fattore che è intrinsicamente deflazionistico nel corso di una recessione, come abbiamo visto nelle disastrose politiche del presidente Herbert Hoover del periodo depressionario. Non furono solamente i repubblicani a sbagliare. Nel 1937, il presidente Franklin Roosevelt tagliò anch’egli la spesa pubblica, riportando l’economia di nuovo in recessione. I tagli alla spesa provocano la riduzione delle entrate fiscali, che hanno come risultato ulteriori tagli alla spesa. Contrariamente a quanto ci è stato detto finora, i governi nazionali non sono come le famiglie. Non devono far quadrare i loro bilanci e “vivere dei propri mezzi” perché essi hanno gli strumenti per aumentare l’offerta monetaria. Non solo hanno gli strumenti ma devono partecipare alla spesa pubblica quando l’economia privata si sta riducendo, per continuare a far girare l’economia. Praticamente oggi tutto il denaro ha origine sotto forma di credito creato dalle banche o di debito. E oggi l’offerta monetariasi sta riducendo ad un ritmo che non si vedeva dagli anni Trenta perché la crisi bancaria ha reso sempre più difficile ottenere credito.

Tuttavia, invece di “rigonfiare” l’economia collassata i governi nazionali stanno insistendo sulla responsabilità fiscale, e la responsabilità viene messa tutta sugli stati, sul lavoro e sulle classi produttive. Buona parte degli speculatori finanziari che hanno provocato il crollo la farà franca. Non solo non pagano nessuna imposta sugli acquisti e le vendite dei loro “prodotti finanziari” ma pagano anche pochissimo come imposte sul reddito. Goldman Sachs ha pagato un’aliquota effettiva di appena l’1% nel 2008. Il professor Hossein-Zadehi scrive:

“Sta diventando sempre più evidente che la maggioranza dei lavoratori in tutto il mondo ha di fronte un nemico comune: un’oligarchia finanziaria improduttiva che, come un parassita, succhia il sangue economico dei lavoratori, semplicemente operando e/o scommettendo su richieste di proprietà... la vera domanda è quando i lavoratori e le altre vittime dell’ingiusto peso del debito capiranno la gravità di questa situazione e si ribelleranno per liberarsi dalle catene del debito e della depressione”.

I lavoratori non si ribellano perché hanno subito la propaganda di credere che l’”austerità fiscale” è un qualcosa che è necessario intraprendere per salvare i loro figli da un destino ancora peggiore. In realtà quello che è necessario che avvenga in un crollo deflazionistico è spendere più soldi nel sistema, e non ritirarli per pagare il debito federale. Il denaro deve andare nell’economia reale – nelle fabbriche, nelle aziende agricole, nelle imprese, nel mercato immobiliare, nei trasporti, nei sistemi di energia sostenibile, nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione. Invece il denaro degli incentivi è stato depredato per risanare i bilanci tossi degli scommettitori finanziari che hanno spinto l’economia in una pericolosa discesa in picchiata.

Pareggiare i conti

Mentre il Congresso va incontro alle esigenze delle banche, gli stati si devono arrangiare da soli. Da dove devono venire i soldi per riuscire nell’impossibile impresa di far quadrare i loro bilanci? Il salasso di una classe di lavoratori già anemica con l’IVA è più probabile che uccida il paziente piuttosto che guarirlo. “A differenza dei paesi dell’Unione Europea, dove l’IVA è la più grande fonte di entrate fiscali”, fa notare il professor Randall G. Holcombe, “gli stati degli Stati Uniti impongono già l’IVA di base con le loro imposte sulle vendite”. Un raddoppiamento non solo ridurrebbe la quantità di denaro che gli stati sarebbero in grado di riscuotere ma ostacolerebbe seriamente il ruolo dell’IVA come generatore di denaro. Entro il 2030, dice il professor Holcombe, questo effetto compenserebbe qualunque aumento nelle entrate del governo provenienti dall’IVA.

Una soluzione più praticabile e giusta sarebbe quella di approfittare dell’unico grande mercato rimasto sul pianeta che oggi non è soggetto a tasse – i “prodotti finanziari” che rappresentano le scorte di magazzino del robusto settore finanziario. Un’imposta sulle transazioni finanziarie nelle operazioni speculative a volte viene chiamata “Tobin tax”, dal nome dell’uomo che per primo la propose, l’economista premio Nobel James Tobin. Il potenziale di una Tobin tax è enorme. La Banca per i Regolamenti Internazioni ha fatto sapere che nel 2008 le operazioni totali sui derivati assommavano a 1,14 milioni di miliardi di dollari. Questa cifrà probabilmente era sottostimata, dato che le operazioni over-the-counter non venivano riportate e la loro dimensione è sconosciuta. Un’imposta di appena l’1% su un milione di miliardi di dollari di operazioni genererebbe 10.000 miliardi di dollari all’anno di fondi pubblici. E questo solamente per i derivati. Ci sono anche le azioni, le obbligazioni e le altre operazioni finanziarie da mettere nel frullatore, e più di metà di queste operazioni avvengono negli Stati Uniti.

Una Tobin tax non genererebbe queste enormi somme ogni anno, perché affosserebbe le operazioni computerizzate ad alta fraquenza che ora compongono il 70% degli acquisti sul mercato azionario. Ma si tratterebbe di una fine meritevole. L’improvvisa discesa di mille punti nel Dow Industrial Average del 6 maggio ho fatto vedere al mondo come sia vulnerabile il mercato azionario alla manipolazione da parte di questi sofisticati scommettitori dei mercati. L’intero business del trading ad alta frequenza deve essere fermato, per proteggere i legittimi investitori che stanno utilizzando il mercato azionario secondo il fine per il quale era stato concepito: aumentare il capitale delle imprese. Come ha osservato Mark Cuban in un articolo del 9 maggio intitolato “In quale business si è ficcata Wall Street?”:

“La creazione del capitale per farne business deve essere meno dell’uno per cento sul volume di Wall Street in qualsiasi momento… la mia opinione è che è importante che questo paese tenga Wall Street lontana dal business di creazione del capitale per farne altro business. Che venga fatto con l’utilizzo di imposte sulle operazioni di compravendita, o con la modifica della struttura fiscale sui guadagni in conto capitale in modo che non ci siano tasse sui guadagni in conto capitale sui pacchetti di azioni (di aziende pubbliche o private) detenuti per più di 5 anni, e nessuna imposta sui dividendi pagati agli azionisti che hanno tenuto le azioni in azienda per più di 5 anni. C’è bisogno di farlo, c’è bisogno di far pensare i grossi scommettitori di Wall Street a dei modi per utilizzare i loro capitali per aiutare a far nascere e crescere le imprese. E’ questo il modo in cui si potranno creare posti di lavoro. E’ questo che sarà l’elemento che accelererà l’economia mondiale. Non arriverà dai trader che cercano di entrare illegalmente nel sistema finanziario per guadagnare pochi spiccioli ad ogni operazione”.

Oltre a proteggere i legittimi risparmiatori e gli investitori esentando coloro che detengono azioni per più di 5 anni, questi potrebbero anche essere esentati da una Tobin tax se il totale complessivo degli acquisti di azioni è al di sotto del milione di dollari l’anno. Tutto ciò trasformerebbe letteralmente questa tassa in una tassa per milionari – e davvero irrisoria, a solamente l’1% per operazione.

Nel corso del summit dei G20 a Toronto dello scorso fine settimana, è stato esaminata e appoggiata da Francia e Germania l’eventualità di una tassa sulle transazioni finanziarie ma alla quale si sono opposte Stati Uniti e Canada, anche se non è stato deciso nulla di vincolante. Ad ogni modo, gli stati non devono aspettare il governo federale o il G20 per agire perché potrebbero imporre loro stessi una Tobin tax. Si potrebbe obiettare che gli speculatori di Wall Street riscuoterebbero le loro entrate e andrebbero da un’altra parte, ma le grandi banche e gli intermediari hanno filiali in tutte le grandi città di ogni stato. Difficilmente farebbero le tende e lascerebbero i loro lucrosi centri di business. Né si può sostenere che dovremmo andare incontro ai pirati che stanno saccheggiando i nostri mercati azionari perché ci stanno pagando una bella bustarella, perché non stanno nemmeno facendo quello. Oggi le operazioni finanziarie non generano entrate fiscali.

Due candidati del partito dei verdi per il ruolo di governatore, Laura Wells in California e Rich Whitney in Illinois, hanno inserito una Tobin tax imposta dallo stato nelle loro piattaforme. Entrambi stanno facendo una campagna per avere banche di proprietà pubblica nei loro stati, sul modello della Banca del Nord Dakota. Le persone di tutto il mondo fanno affidamento sugli Stati Uniti per il loro coraggio e l’innovazione, e California e Illinois sono due degli stati maggiormente colpiti. Se questi stati riuscissero a ribaltare le loro economie potrebbero stabilire un modello per una sovranità economica a livello globale.

Ellen Brown

15 luglio 2010

Il denaro è diventato senza valore

Lyndon LaRouche ha aperto la sua conferenza del 26 giugno, trasmessa su internet, con una precisa descrizione dell'attuale crisi economico-finanziaria, che sta minacciando la regione transatlantica con un collasso totale e imminente. Il problema, ha sottolineato, è il fare affidamento sul denaro, nel momento in cui il denaro "è diventato quasi senza valore".

Solo una piccola parte del denaro circolante è veramente legato alla produzione, al commercio e al consumo fisico della popolazione e dell'industria, "paragonato al quantitativo di denaro rifinanziato e moltiplicato a ritmi celeri mentre le industrie e i comuni chiudono, e il Congresso americano … ha appena condannato 2 milioni di persone a perdere l'assegno di disoccupazione".

Abbiamo raggiunto il punto, ha proseguito LaRouche, in cui "l'idea di contare un'economia in termini di denaro è piuttosto stupida!" Mentre i redditi legati ai beni e ai servizi essenziali per la popolazione, negli stati e nelle città, si riducono rapidamente, circolano centinaia di trilioni di dollari di scommesse speculative. LaRouche ha paragonato la situazione ad una persona che entra nella bisca con pochi dollari in tasca e vuole fare una puntata di trilioni di dollari. La speculazione finanziaria, ha detto, è come un gigantesco gioco del Monopoli, con denaro finto, denaro per gioco che comunemente si chiama derivati finanziari.

"Per cui, non si riesce più a misurare le prestazioni di un'economia nazionale in termini di denaro… Non si può più dire: 'Ho studiato il denaro. All'Università ho studiato il denaro e ho imparato tutte queste regole sulla sua circolazione'. Oggi solo uno stupido parla di denaro in quel modo." Il denaro finto, quello del Monopoli, ha spiegato LaRouche, può e deve essere cancellato, e "l'unico modo per farlo, sia negli Stati Uniti che in Europa, è con una riforma alla Glass-Steagall".

Sotto una regola Glass-Steagall, ogni cosiddetto attivo che non corrisponda a valore reale "è essenzialmente destinato a sparire". Ma poiché si tratta di "semplici soldi del Monopoli", o anche meno, perché sono elettronici, possono essere spazzati via senza danneggiare l'economia.

LaRouche ha ripetutamente detto che una riforma Glass-Steagall è urgente, "sia per gli Stati Uniti che per l'Europa. Altre parti del mondo possono adottarla. Anzi, l'India o la Cina sono in una situazione addirittura migliore".

Di fronte al crollo della più grande bolla di tutta la storia umana, in termini di tassi relativi pro capite, se "continuano le attuali leggi e l'attuale comportamento… per la fine dell'estate non ci saranno economie nella comunità transatlantica".

Solo se avviene una tale riorganizzazione dei sistemi bancari e finanziari, gli stati possono procedere ad emettere credito per ricostruire l'economia fisica. Sul tema di come determinare i necessari investimenti nelle infrastrutture, LaRouche ha ripetutamente fatto riferimento ai concetti che sta sviluppando negli scritti sull'"economia segreta" pubblicati su EIR Online. Devono essere fatte nuove considerazioni, e perciò devo eseguire il mio compito di economista fisico e definire i principii dell'economia fisica entro i quali operiamo… non solo questa ripresa, ma ciò che dev'essere fatto su scala globale in questo secolo. E lo scopo… è un programma di volano scientifico che è designato a risolvere i problemi… e trasportare gli esseri umani, in sicurezza, dalla Luna all'orbita di Marte e atterrare sulla superficie" del pianeta rosso. "I problemi sono grandi, ma sono inerentemente risolvibili, anche se non abbiamo ancora scoperto molte delle soluzioni richieste".

by Movisol

13 luglio 2010

La minaccia iraniana, o la minaccia americana?








La grave minaccia dell’Iran è largamente riconosciuta come la crisi di politica estera più seria cui deve far fronte l’amministrazione Obama. Il Congresso ha appena rafforzato le sanzioni contro l’Iran, con penali ancor più severe contro le società estere. L’amministrazione Obama ha rapidamente ampliato la propria capacità offensiva nell’isola africana di Diego Garcia, territorio d’oltremare della Gran Bretagna, che aveva espulso la popolazione così che gli Stati Uniti potessero costruire l’imponente base che usa per attaccare il Medio Oriente e l’Asia Centrale. La marina ha riferito di aver inviato nell’isola una nave appoggio per servire i sottomarini nucleari con missili Tomahawk, che possono trasportare testate nucleari. Ciascun sottomarino avrebbe la capacità offensiva di un tipico gruppo da battaglia di una portaerei. Secondo un manifesto del cargo della marina USA ottenuto dal Sunday Herald (Glasgow), il notevole quantitativo di armamenti inviati da Obama comprende 387 “bunker busters” [lett. “distruttori di bunker”, ordigni nucleari a penetrazione profonda] usati per far saltare in aria le strutture sotterranee più resistenti.

La programmazione di queste superbombe o “massive ordnance penetrators”, gli ordigni più potenti dell’arsenale dopo le armi nucleari, è iniziata durante l’amministrazione di Bush, ma si è affievolita. Quando Obama è entrato in carica ha immediatamente accelerato i programmi, e saranno impiegati svariati anni prima di quanto previsto, mirando specificamente all’Iran.

“Si stanno preparando totalmente per la distruzione dell’Iran,” secondo Dan Plesch, direttore del Centre for International Studies and Diplomacy della University of London. “i bombardieri USA e i missili a lungo raggio sono pronti oggi a distruggere 10.000 bersagli in Iran in alcune ore,” ha detto. “La potenza di fuoco delle forze statunitensi è quadruplicata dal 2003,” accelerando sotto Obama.

La stampa araba riporta che una flotta americana (con una nave israeliana) ha attraversato il Canale di Suez in direzione del Golfo Persico, dove il suo compito è di “implementare le sanzioni contro l’Iran e di controllare le navi in transito dall’Iran e per l’Iran”. I media britannici e israeliani riportano che l’Arabia Saudita starebbe fornendo un corridoio per il bombardamento dell’Iran da parte di Israele (cosa negata dall’Arabia Saudita). Al suo ritorno dall’Afghanistan per rassicurare gli alleati della NATO che gli USA manterranno il corso dopo la sostituzione del generale McChrystal dal suo superiore, il generale Petraeus, il presidente dei “Joint Chiefs of Staff” o Stati Maggiori Riuniti, ammiraglio Michael Mullen è andato in Israele per incontrare il capo di stato maggiore della difesa israeliana Gabi Ashkenazi, ed influenti militari israeliani, insieme alle unità di intelligence e programmazione, continuando lo strategico dialogo annuale tra Israele e gli USA a Tel Aviv. L’incontro verteva “sulla preparazione sia di Israele che degli USA per la possibilità di un Iran con capacità nucleare,” secondo Haaretz, che riporta inoltre che Mullen avrebbe enfatizzato che “[io] cerco sempre di vedere le sfide dal punto di vista israeliano”. Mullen e Ashkenazi si tengono in regolare contatto su una linea sicura.

Le crescenti minacce di un’azione militare contro l’Iran violano certamente la Carta delle Nazioni Unite, e in modo specifico la risoluzione 1887 del settembre 2009 del Consiglio di Sicurezza, che ha riaffermato l’invito a tutti gli stati a risolvere pacificamente le dispute in merito a questioni sul nucleare, secondo lo Statuto, che proibisce l’uso, o la minaccia della forza.

Alcuni rispettati analisti descrivono la minaccia iraniana in termini apocalittici. Amitai Etzioni avverte che “gli USA dovranno confrontarsi con l’Iran o rinunciare al Medio Oriente”, niente di meno. Se il programma nucleare dell’Iran procederà, afferma, la Turchia, l’Arabia Saudita ed altri stati si “muoveranno verso” il nuovo “superpotere” iraniano; con una retorica meno accesa, si potrebbe creare un’alleanza regionale indipendente dagli USA. Nel periodico dell’esercito americano Military Review, Etzioni promuove un attacco degli USA che prenda come bersaglio non solo gli impianti nucleari dell’Iran, ma anche i suoi complessi militari non nucleari, infrastruttura compresa – ossia, la società civile. “Questo tipo di azione militare è assimilabile alle sanzioni – nel provocare ‘dolore’ al fine di cambiare il comportamento, seppure con mezzi ben più potenti”.

Messe da parte queste sconvolgenti dichiarazioni, qual è per l’esattezza la minaccia iraniana? Un’autorevole risposta si trova nello studio dell’aprile 2010 dell’International Institute of Strategic Studies, Military Balance 2010. Il brutale regime clericale è senza dubbio una minaccia per la sua stessa gente, ma in questo senso non lo è più di quello di altri alleati dell’America nella regione. Ma non è questo che preoccupa l’Institute. Che piuttosto si preoccupa per la minaccia che l’Iran costituisce per la regione e per il mondo.

Lo studio mette in chiaro che la minaccia iraniana non è militare. La spesa militare dell’Iran è “relativamente bassa in confronto al resto della regione,” e meno del 2% di quella degli USA. La dottrina militare iraniana è strettamente “difensiva, … intesa a rallentare un’invasione e ad imporre una soluzione diplomatica alle ostilità”. L’Iran ha solo “una capacità limitata di proiettare la forza oltre i suoi confini”. Con riferimento all’opzione nucleare, “il programma nucleare dell’Iran e la sua intenzione di tenere aperta la possibilità di sviluppare armi nucleari sono una parte centrale della sua strategia di deterrenza”.

Sebbene la minaccia iraniana non sia militare, ciò non vuol dire che possa essere tollerabile per Washington. La capacità di deterrenza iraniana è un illegittimo esercizio di sovranità che interferisce con i progetti globali dell’America. In modo specifico, minaccia il controllo da parte degli USA delle risorse energetiche del Medio Oriente, un’alta priorità dei programmatori sin dalla seconda guerra mondiale, che dà “un notevole controllo del mondo”, come ha affermato un’influente figura (A. A. Berle).

Ma la minaccia dell’Iran va oltre la deterrenza. Cerca anche di ampliare la sua influenza. Come tale minaccia è stata formulata dall’Institute stesso, l’Iran starebbe “destabilizzando” la regione. L’invasione da parte degli USA e l’occupazione militare degli stati vicini all’Iran è “stabilizzazione”. Gli sforzi dell’Iran di ampliare la sua influenza nei paesi vicini è “destabilizzazione”, quindi del tutto illegittima. Si deve notare che un tale uso rivelatore è routine. Quindi il prominente analista di politica estera James Chase, ex editore del principale periodico dell’establishment Foreign Affairs, usava propriamente il termine “stabilità” in senso tecnico, quando ha spiegato che per raggiungere la “stabilità” in Cile era necessario “destabilizzare” il paese (rovesciando il governo eletto di Allende ed istallando la dittatura di Pinochet).

Oltre questi crimini, l’Iran sostiene anche il terrorismo, continua lo studio: appoggiando Hezbollah ed Hamas, le maggiori forze politiche in Libano e in Palestina – se le elezioni contano qualcosa. La coalizione di Hezbollah ha facilmente vinto il voto popolare nelle ultime elezioni (2009) in Libano. Hamas ha vinto le elezioni del 2006 in Palestina, costringendo gli USA e Israele ad istituire il duro e brutale assedio di Gaza per punire gli scellerati per aver votato male in una libera elezione. Queste sono state le sole relativamente libere elezioni nel mondo arabo. È normale per l’opinione delle elite di temere la minaccia della democrazia e di agire per ostacolarla, ma questo è un caso piuttosto straordinario, particolarmente accanto al forte sostegno degli USA per le dittature regionali, particolarmente straordinario per la grande lode di Obama per il brutale dittatore egiziano Mubarak nel suo famoso discorso al mondo musulmano al Cairo.

Gli atti terroristici attribuiti ad Hamas ed Hezbollah sono niente in confronto al terrorismo americano e israeliano nella stessa regione, ma vale la pena darvi comunque una scorsa.

Il 25 maggio in Libano si è festeggiato il giorno di festa nazionale, il Giorno della Liberazione, che commemora la ritirata di Israele dal sud del Libano dopo 22 anni, come risultato della resistenza di Hezbollah – descritta dalle autorità israeliane come “aggressione iraniana” contro Israele nel Libano sotto occupazione di Israele (Ephraim Sneh). Anche questo è un normale uso imperialistico. Perciò il presidente John F. Kennedy ha condannato “l’assalto dall’interno, e che è manipolato dal nord”. L’assalto della resistenza sudvietnamita contro i bombardieri di Kennedy, la guerra chimica, la reclusione dei contadini in veri e propri campi di concentramento, ed altre simili misure benevole, è stato denunciato come un’ “aggressione interna” dall’ambasciatore delle Nazioni Unite di Kennedy, l’eroe liberale Adlai Stevenson. Il sostegno dei Nordvietnamiti per i propri compatrioti nel sud occupato dagli USA è un’aggressione, un’intollerabile interferenza con la legittima missione di Washington. Anche i consiglieri di Kennedy, Arthur Schlesinger e Theodore Sorenson, considerati come “colombe”, hanno lodato l’intervento di Washington per rovesciare l’“aggressione” nel sud del Vietnam – da parte della resistenza indigena, come sapevano, almeno se leggevano le relazioni dell’intelligence americana. Nel 1955 gli Stati Maggiori Riuniti americani hanno definito svariati tipi di “aggressione”, tra cui “l’aggressione non armata, ossia la guerra politica, o la sovversione”. Per esempio, una rivolta interna contro uno stato di polizia imposto dagli USA, oppure elezioni che abbiano un risultato sbagliato. Tale uso è comune anche tra gli studiosi e in ambito politico, e ha senso solo partendo dal presupposto prevalente che Noi Siamo i Padroni del Mondo.

Hamas oppone resistenza all’occupazione militare di Israele e alle sue azioni illegali e violente nei territori occupati. È accusato di rifiutarsi di riconoscere Israele (i partiti politici non riconoscono gli stati). In contrasto, gli Stati Uniti ed Israele non solo non riconoscono la Palestina, ma hanno agito per decenni in modo tale da assicurare che non possa mai arrivare ad esistere in alcuna forma significativa; il partito al governo in Israele, nella sua piattaforma della campagna del 1999, vieta l’esistenza di qualsiasi stato palestinese.

Hamas è accusato di aver attaccato con dei razzi gli insediamenti israeliani al confine, senza dubbio azioni criminali, ma [che sono] solo una minima parte della violenza perpetrata da Israele a Gaza, per non parlare di altrove. È importante tenere a mente, a questo proposito, che gli USA e Israele sanno esattamente come porre fine al terrore che deplorano con tanto ardore. Israele concede ufficialmente che non c’erano razzi di Hamas fintantoché Israele ha parzialmente rispettato una tregua con Hamas nel 2008. Israele ha rifiutato l’offerta di Hamas di rinnovare la tregua, preferendo lanciare la sanguinosa e distruttiva Operation Cast Lead contro Gaza del dicembre 2008, con il pieno appoggio degli USA, un’impresa di aggressione omicida senza il benché minimo pretesto credibile, né dal punto di vista legale, né da quello morale.

Il modello di democrazia nel mondo musulmano, nonostante le gravi pecche, è la Turchia, che ha elezioni relativamente libere, e che è stata anche oggetto di dure critiche negli USA. Il caso più estremo è stato quando il governo ha seguito la posizione del 95% della popolazione rifiutandosi di unirsi all’invasione dell’Irak, suscitando dure condanne da Washington per non aver compreso come si deve comportare un governo democratico: secondo il nostro concetto di democrazia, è la voce del padrone che determina la politica, non la quasi unanime voce della popolazione.

L’amministrazione Obama si è di nuovo infervorata quando la Turchia si è unita al Brasile nella stipula di un patto con l’Iran per limitare il suo arricchimento di uranio. Obama aveva lodato l’iniziativa in una lettera al presidente del Brasile Lula da Silva, apparentemente presupponendo che non avrebbe avuto successo e che avrebbe fornito uno strumento di propaganda contro l’Iran.
Quando [il patto] è riuscito gli Stati Uniti si sono infuriati, e l’hanno rapidamente minato spingendo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza con nuove sanzioni contro l’Iran, talmente senza senso che la Cina si è subito unita volentieri – riconoscendo che le sanzioni avrebbero al massimo intralciato gli interessi dell’Occidente nella competizione con la Cina per le risorse dell’Iran. Ancora una volta Washington ha agito con prontezza per assicurarsi che gli altri non interferissero con il controllo degli USA della regione.

Non sorprendentemente, la Turchia (accanto al Brasile) ha votato contro la mozione delle sanzioni USA nel Consiglio di Sicurezza. L’altro membro regionale, il Libano, si è astenuto. Queste azioni hanno suscitato ulteriore costernazione a Washington. Philip Gordon, il primo diplomatico per gli affari europei dell’amministrazione Obama, ha avvertito la Turchia che negli Stati Uniti le sue azioni non sono capite e che deve “dimostrare il suo impegno per l’appartenenza all’Occidente” ha riportato l’agenzia di informazione AP, “un raro ammonimento ad un cruciale alleato della NATO”.

Anche la classe politica capisce. Steven A. Cook, uno studioso del Council on Foreign Relations, ha osservato che la questione critica, adesso, è “come teniamo i Turchi nella loro corsia?” – seguendo gli ordini come i buoni democratici. Un titolo di testa del New York Times ha catturato l’essenza dell’umore generale: “Patto con l’Iran visto come un’onta nell’eredità del leader brasiliano”. In poche parole, fai quello che diciamo.

Non c’è indicazione che altri paesi nella regione siano in favore delle sanzioni americane più di quanto non lo sia la Turchia. Al confine opposto dell’Iran, ad esempio, il Pakistan e l’Iran, incontratisi in Turchia, hanno recentemente firmato un accordo per un nuovo oleodotto.
Ancor più preoccupante per gli USA è che l’oleodotto potrebbe essere esteso all’India. Il trattato del 2008 degli Stati Uniti con l’India che appoggiava i suoi programmi nucleari – e indirettamente i suoi programmi di armi nucleari – era mirato a fermare l’unione dell’India all’oleodotto, secondo Moeed Yusuf, un consigliere dell’Asia meridionale per il United States Institute of Peace, che ha espresso una comune interpretazione. L’India e il Pakistan sono due dei tre poteri nucleari che si sono rifiutati di firmare il trattato di non proliferazione (NPT), il terzo è Israele. Tutti hanno sviluppato armi nucleari con il sostegno degli USA, e continuano a farlo.

Nessun individuo in retti sensi vuole che l’Iran sviluppi armi nucleari; né alcun altro [paese]. Un ovvio modo di mitigare o eliminare questa minaccia è di stabilire una zona libera da armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente. La questione è stata sollevata (di nuovo) in occasione della conferenza dell’NPT presso la sede delle Nazioni Unite all’inizio di maggio 2010. L’Egitto, come presidente delle 118 nazioni del Movimento dei Non-Allineati, ha proposto che la conferenza appoggiasse un programma che invitasse all’inizio delle negoziazioni nel 2011 per una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, come era stato concordato dall’Occidente, Stati Uniti compresi, alla conferenza di revisione sul Trattato di Non Proliferazione del 1995.

Washington è ancora formalmente d’accordo, ma insiste che Israele sia esentato – e non ha dato alcun cenno di permettere che tali misure siano applicate a se stesso [Washington]. I tempi non sono ancora maturi per la creazione della zona, ha affermato il segretario di stato Hillary Clinton alla conferenza del NPT, mentre Washington ha insistito che non può essere accettata alcuna proposta che preveda che il programma nucleare israeliano venga posto sotto il patrocinio dell’IAEA [International Atomic Energy Agency], o che richieda ai firmatari del NPT, specificamente a Washington, di rivelare informazioni sugli “impianti e sulle attività nucleari di Israele, comprese le informazioni pertinenti ai precedenti trasferimenti nucleari a Israele”. La tecnica di evasione di Obama è di adottare la posizione di Israele, ossia che qualunque proposta del genere deve essere a condizione di un completo accordo di pace, che gli USA possono ritardare indefinitamente, come ha fatto per 35 anni, con rare e temporanee eccezioni.

Al tempo stesso, Yukiya Amano, capo dell’International Atomic Energy Agency, l’ente internazionale per l’energia atomica, ha chiesto ai ministri degli affari esteri dei suoi 151 stati membri di esprimere le proprie vedute su come attuare una risoluzione che preveda che Israele “acceda” all’NPT e che apra le sue strutture nucleari alla supervisione dell’IAEA, ha riportato l’agenzia di informazione AP.

Viene raramente notato che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno una responsabilità speciale per lavorare alla creazione di una NWFZ in Medio Oriente. Nel cercare di fornire una debole copertura legale per la loro invasione dell’Irak nel 2003, hanno fatto appello alla risoluzione 687 (del 1991) del Consiglio di Sicurezza, che invitava l’Irak ad interrompere il suo sviluppo di armi di distruzione di massa. Gli USA e il Regno Unito hanno sostenuto di non averlo fatto. Non c’è bisogno di soffermarsi sulla scusa, ma tale risoluzione vincola i suoi firmatari ad agire per stabilire una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente.

Pareteticamente, potremmo aggiungere che l’insistenza degli Stati Uniti di mantenere gli impianti nucleari a Diego Garcia minaccia la zona (NWFZ) creata dall’Unione Africana, proprio come Washington continua a bloccare una zona NWFZ nel Pacifico escludendo i suoi territori del Pacifico.

L’impegno retorico di Obama per la non proliferazione ha ricevuto molta lode, persino un premio Nobel per la pace. Una mossa pratica in questa direzione è la creazione di zone libere da armi nucleari. Un’altra è il ritiro del sostegno per i programmi nucleari dei tre non firmatari del trattato di non proliferazione. Come spesso succede, la retorica e le azioni sono a stento allineate, in effetti in questo caso sono in diretto contrasto, fatti che richiamano poca attenzione.

Anziché intraprendere azioni pratiche per ridurre la davvero terribile minaccia della proliferazione delle armi atomiche, gli USA devono fare degli importanti passi per rafforzare il controllo dell’America sulle vitali regioni mediorientali che producono petrolio, anche con la violenza, se non ci riescono altrimenti. Tutto ciò è comprensibile e persino ragionevole, secondo la prevalente dottrina imperialista.

di Noam Chomsky



Nasce l’agenzia di rating cinese e dà voti (veri?) a Italia, Usa …





Più volte su questo blog abbiamo criticato le tre agenzie di rating, evidenziandone la scarsa credibilità. Ce ne sono soltanto tre, operano in regime di oligopolio e sono finanziate dalle stesse società che sono chiamate a giudicare. Nel giorno in cui Moody’s abbassa la valutazione del debito portoghese, Pechino annuncia la nascita della propria agenzia di rating. Si chiama Dagong e va a rompere l’oligopolio perfetto.

Ci vorrà del tempo valutarne l’affidabilità, ma Dagong ha iniziato col botto, dando i voti ai debiti dei Paesi sovrani. Voti che risultano alquanto diversi da quelli di Moody’s, S& P, Fitch.

Gli Usa, ad esempio, non meritano AAA, ma solo AA, come l’Arabia Saudita. ll debito debito cinese in valuta locale è più sicuro di quello americano: AA+ con outlook stabile. Stesso voto per Germania, Canada, Olanda.

Giappone, Regno Unito, Corea, Francia valgono meno e meritano AA-.

E l’Italia? Cattive notizie. Il rating è nettamente inferiore («A-») ed è lo stesso di Spagna, Portogallo, Belgio, Brasile,Cile, Sudafrica, Malaysia, Estonia, Russia, Polonia, Israele.

Il rating massimo AAA è attribuito solo a Norvegia, Australia, Danimarca, Lussemburgo, Svizzera, Singapore, Nuova Zelanda, nonché al debito cinese in valuta estera.

Da qui alcune domande:

1) Visto il livello di corruzione e di inaffidabilità delle tre agenzie occidentali, il voto dei cinesi fotografa meglio la realtà? Qualcuno potrebbe pensare che Pechino è stata generosa con se stessa; è possibile; però Pechino ha un debito irrisorio e ha enormi riserve, dunque la valutazione appare realistica.

2) L’Italia è messa davvero peggio di quanto ammesso finora dalle nostre autorità e dalle agenzie di rating? Valiamo davvero quanto i bistrattati Portogallo, Estonia, Spagna? Spero che la risposta sia no , ma se fosse sì, la tempesta potrebbe essere dietro l’angolo…

di Marcello Foa -

La vittoria dei Bilderberg e il mondo alla fame

Dalle sciagure “avvertimento”, come quella di Smolensk, alla pianificazione degli eventi mediatici destinati a deviare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale. Con due progetti nell'armiere: l'eliminazione di Barack Obama ed il progressivo impoverimento del ceto medio, “reo” di voler contestare le scelte delle e'lites finanziarie sulle sorti del mondo. Ecco l'allucinante report da Bilderberg 2010.

* * *

La notizia arriva dalla Germania e comincia a circolare intorno ai primi di aprile, quando i media vicini al fondatore di Movisol (Movimento internazionale per i diritti civili e solidarieta') Lyndon Larouche la rilanciano in rete: il piano per far scomparire dalla scena politica mondiale Barack Obama sarebbe gia' pronto. In discussione e' l'eliminazione fisica in stile John Kennedy (affidata, come sempre, allo “squilibrato” di turno), o l'atterramento politico, di quelli che non danno scampo e non conoscono vie di ritorno.
Chi ne fa cenno per primo alla Voce e' il giornalista d'inchiesta italiano Claudio Celani, da sempre residente a Berlino e primo fra i collaboratori dei periodici facenti capo al gruppo LaRouche, con sedi ed aderenti in tutto il mondo. Un personaggio piu' che discusso, il “guru” dell'economia planetaria, cui viene pero' riconosciuta una preparazione non comune nell'interpretare per primo le mosse sullo scacchiere internazionale ed una preveggenza dei fatti della storia piu' volte comprovata dai successivi accadimenti.
Classe 1922, un passato giovanile nelle fila dei trotskisti, Lyndon discende da quei primi padri pellegrini che fondarono le basi dei moderni Stati Uniti. Alla sua corrente di pensiero si deve gran parte delle ipotesi sul “Nuovo Ordine Mondiale”, gli assetti verticistici di predominio planetario che da anni costituirebbero il disegno occulto di pochi “grandi della terra”. Un'e'lite economica - assai piu' che politica - dalla quale per la prima volta sarebbero oggi escluse le linee politiche di Obama e, in una parola, lo stesso presidente Usa.
Su “Alerti” del 15 aprile scorso, il bollettino periodico del Movimento, Larouche avverte: i britannici, dopo essersi serviti di Obama, intendono eliminarlo. E si fanno precedere da una serie di accadimenti funesti, il primo dei quali sarebbe la sciagura di Smolensk. «Non appena appreso della tragedia aerea in cui hanno perso la vita il presidente polacco Lech Kaczynski e numerosi alti funzionari e esponenti delle forze armate, ho lanciato un forte avvertimento sul significato di questo sviluppo nell'aumentare la minaccia strategica alla vita del Presidente Obama». «Non si tratta di un avvenimento isolato», ha dichiarato LaRouche il 10 aprile. «Quando un pilota polacco, un pilota militare, a cui e' stato affidato il governo presidenziale, ignora un ordine, un avvertimento dato sul territorio russo sull'atterraggio in Russia in determinate condizioni atmosferiche e invece prosegue e alla fine tutti muoiono, cio' da' da pensare».
«Questo - continua l'economista americano - e' parte dell'ambiente di minacce di morte al presidente Obama. Siamo in una situazione che puo' essere paragonata, internazionalmente, all'assassinio di Kennedy… Quando qualcuno vuole assassinare il Presidente degli Stati Uniti, conduce una serie di operazioni che creano un'atmosfera di instabilita', una dinamica che consente loro di avere buone possibilita' di poter insabbiare i fatti sui colpevoli». E questo «qualcuno» LaRouche lo identifica con gli ex alleati britannici, i quali «sono intenzionati a liberarsi di lui, per creare una situazione in cui imporre una vera e propria dittatura negli Stati Uniti, eliminando un presidente che ha gia' esaurito tutta la sua utilita' politica», realizzata attraverso la riforma sanitaria, che sarebbe stata ispirata proprio dai grossi gruppi dell'industria farmaceutica anglo-britannica, contrapposti ai moloch delle assicurazioni private, finora detentori dell'intero sistema.

Le CONFERME DEL PIANO
Ma lasciamo ora Movisol e il suo dominus, perche' conferme indirette del piano anti-Obama fin qui ipotizzato arrivano da altre fonti. Se infatti appare persino scontato il riferimento ai gruppi nazionalisti armati (a cominciare dalle “milizie” facenti capo a Mike Vanderboegh), meno noti sono alcuni movimenti finanziari speculativi avvenuti intorno al disastro delle “Torri gemelle del mare”, vale a dire la colossale falla di greggio nell'oceano causata dalla British Petroleum, che ha provocato, fra i suoi primi effetti, il crollo verticale di una popolarita' e di un consenso - quali quelli di Obama - fino ad allora inespugnabili. Ma anche stavolta c'era stato “chi” aveva gia' previsto tutto. E non si trattava del “solito” LaRouche. Se guardiamo i repentini passaggi nell'azionariato di BP al 31 marzo di quest'anno - cioe' alla vigilia dell'incidente - una circostanza salta subito agli occhi: la banca d'affari americana Goldman Sachs si era appena “liberata” della bellezza di 4.680.822 azioni della societa' petrolifera britannica, fino a quel momento date per solide, realizzando un controvalore pari a 250 milioni di dollari. Se le avesse tenute, oggi avrebbe perso il 36% del loro valore.
E sempre a meta' marzo - come fa notare l'analista economico Mauro Bottarelli - il sito di ricerche di mercato Morningstar, a proposito del titolo BP, avvertiva: «Spaccature causate da limiti ambientali e operativi potrebbero ulteriormente limitare il potenziale di guadagno». «Che quell'incidente sarebbe accaduto - spiega Bottarelli - lo si sapeva da mesi e mesi, era questione di tempo. Anzi, di timing visto che le implicazioni sono anche - e forse soprattutto - economche e finanziarie: prima delle quali, uccidere Bp, renderla scalabile e ottenere a prezzo di saldo le sue attivita' estrattive». Con una “chicca” finale: ad effettuare le attivita' estrattive sulla maledetta piattaforma del Golfo del Messico non c'era solo British Petroleum, ma una terna di imprese comprendente anche Transocean e soprattutto, quale esecutore materiale dei lavori di trivellazione, la corazzata Halliburton di area George Bush (tramite il suo presidente Dick Cheney). Vale a dire proprio coloro che avevano interesse a far affondare, nella marea nera che ha devastato il Golfo del Messico, il pericoloso e democraticissimo Barack Obama.

BILDERBERG IN CAMPO
Contro quelli come Obama, del resto, le forze neocon del pianeta (non quelle ideologizzate, ma i detentori delle leve del potere finanziario), sono all'opera praticamente da sempre. E il progetto del NWO (New World Order) trova ogni volta nuove, sofisticate forme di attuazione in occasione dei super segreti summit dei Bilderberg, l'e'lite oligarchica mondiale che programma a tavolino i destini dei cinque continenti, servendosi della propaganda ad effetto mediatico messa a punto con mesi e talvolta anni di anticipo insieme ai direttori ed editori delle principali testate internazionali, tutti regolarmente presenti ai vertici della “Cupola”.
All'appuntamento 2010 che si e' tenuto dal 3 al 6 giugno nel sontuoso Hotel Dulces a Sitges, localita' turistica poco distante da Barcellona, i leader dei colossi editoriali erano numerosi e tutti molto influenti: cominciamo proprio da un italiano, l'amministratore delegato Telecom Franco Bernabe'. Con lui, l'AD di Europe 1, il francese Alexandre Bompard, l'editore dell'austriaco Der Standard Oscar Bronner, il numero uno della Washington Post Company Donald Graham. E ancora, John Micklethwait, editore dell'Economist, Matthias Nass, delegato dalla propieta' di Die Zeit, Denis Oliviennes a nome dell'azionariato de Le Nouvel Observateur, Martin Wolf, editore associato ed analista del Financial Times, oltre a Vendeline Bredow ed Edward McBride, corrispondenti dell'Economist ed unici due giornalisti ammessi, ma solo per una sorta di ufficio stampa del summit.
Una copertura dell'informazione, insomma, a prova di bomba. Cosi' come blindati sono stati i varchi terrestri ed aerei della location per l'intera durata della tre giorni. Fra gli altri italiani - assente per impegni governativi l'altrimenti assiduo Giulio Tremonti - c'erano gli immancabili Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa (quest'ultimo elencato fra gli ospiti ufficiali in veste di presidente di Notre Europe, aderente alla UE, ma in realta' reso ancor piu' influente dalla recente investitura al vertice della finanziaria d'affari sovranazionale Promontory); e poi John Elkan e il governatore di Bankitalia Mario Draghi, altro habitue' dei Bilderberg. Le uniche indiscrezioni riguardanti i punti strategici sul tappeto quest'anno filtrano attraverso Charles Skelton del Guardian, una vita alle calcagna dei padroni occulti del potere. In estrema sintesi, fra gli obiettivi da annientare ci sarebbero ora tutti gli appartenenti alla middle class, che gli oligarchi considerano «una minaccia» ai loro ordini del giorno, anche per le nuove consapevolezze diffuse proprio in questo ceto attraverso la rete. A maggio, nel corso del Consiglio per le Relazioni Estere a Montreal, uno fra i “padri” di Bilderberg, Zbigniew Brzezinski, aveva messo in guardia i partner dai pericoli del «risveglio politico globale», autentico ostacolo per i fautori del governo mondiale.
Una classe media da sradicare, dunque, abbassando il tenore di vita e favorendo lo scivolamento al di sotto delle soglie di poverta'. Fin qui, pare che non si tratti di un obiettivo remoto, dal momento che la crisi finanziaria sta provvedendo, giorno dopo giorno, a centrarlo in pieno. Per portarlo a compimento, secondo il rapporto di Skelton, i fautori del NWO stanno programmando «opportuni sistemi per indebolire il tenore di vita delle popolazioni, introducendo tasse piu' elevate, misure di austerita' o prelievi fiscali sulla CO2 emessa». Un “cuore verde” spuntato all'improvviso? Tutt'altro, come ben sa chi conosce il presidente emerito del Wwf: sua maesta' Filippo di Edimburgo, consorte di Queen Elisabeth.
«Attraverso la promessa “di una rivoluzione postindustriale”, alleata con “un'economia verde” - incalza Skelton - in realta' risulteranno paralizzate le economie una volta prospere e la popolazione mondiale diventera' povera al punto che la principale preoccupazione non sara' piu' quella di protestare contro la riunione di 200 elitari presso una localita' di villeggiatura di lusso, ma quella di come arrivare alla fine del mese». Altro scopo che puo' decisamente dirsi gia' a buon punto.
Il 3 giugno scorso, dinanzi al Parlamentro europeo, lo storico Daniel Estulin e' stato ancor piu' esplicito: «L'idea dietro ognuna di queste riunioni Bilderberg e' di creare quello che loro stessi chiamano “L'aristocrazia del proposito”, sul modo migliore per gestire il pianeta tra le e'lite dell'Europa e del Nord America».
In altre parole, «la creazione di una rete di enormi cartelli, piu' potente di qualsiasi nazione sulla Terra, destinata a controllare i bisogni vitali del resto dell'umanita', ovviamente dal loro punto di vista privilegiato, per il bene di noi tutti, la classe inferiore o “The Great Unwashed”, come loro ci definiscono».
di Rita Pennarola

12 luglio 2010

Nuovi giornalisti freelance rompono il monopolio dell'informazione



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Mentre in molti paesi nel mondo i cittadini comuni familiarizzano con le nuove tecnologie per cercare di far sentire la propria voce, in Giappone sono soprattutto i giornalisti freelance a portare avanti la battaglia contro l'establishment dei media tradizionali, dai quali sono intenzionati a mantenere le distanze. Questo perché in Giappone la distribuzione dell'informazione é sotto il controllo dei media tradizionali attraverso un sistema chiamato ‘kisha club’.



Kisha club significa letteralmente club dei reporter o club della stampa ed é meglio definito come ‘associazione che si occupa della selezione delle notizie’: è presente in quasi tutte le istituzioni pubbliche come ministeri, polizia, e nelle strutture aziendali ecc. Tra i loro compiti rientra l'organizzazione delle conferenze stampa delle istituzioni che gestiscono.

Come specificato nelle loro linee guida :

In un'epoca in cui si va sempre più alla ricerca di informazioni accurate derivanti da selezioni basate sull'etica dell'informazione, i kisha club si assumono la responsabilità sociale di monitorare l'esercizio del potere da parte dei funzionari pubblici e di scovare rivelazioni autentiche di informazioni da parte delle istituzioni pubbliche. I membri dei kisha club e chi partecipa alle conferenze sono tenuti pertanto a ricoprire questi ruoli importanti.

Solamente i giornalisti che lavorano per alcune società nell'ambito dei media tradizionali possono esserne membri e, di conseguenza, partecipare alle conferenze stampa organizzate dai kisha club.
I giornalisti freelance e i media stranieri spesso non sono ammessi. Nel caso in cui possano partecipare, non possono fare domande.

Il 13 Febbraio Takashi Uesugi , uno dei più popolari giornalisti indipendenti, che richiede l'abolizione del sistema del kisha club , ha scritto su Twitter :

Twitter e Ustream hanno oggi superato i club della stampa, che in precedenza monopolizzavano la divulgazione dell'informazione. I dettagli del sistema basato sui kisha club sono poco noti anche in Giappone. L'essere contrari all'anonimità del potere pubblico è una regola ovvia per il giornalismo.
Foto di un kisha club

Hirakawa, kisha club del Partito Liberaldemocratico. Licenza CC di tomo honeycomb.

Con un cambio di direzione, alcuni rappresentanti del governo eletti lo scorso anno hanno deciso di aprire le loro conferenze stampa [en] a tutti i giornalisti professionisti. Chi lavorava nei media online ha colto l'opportunità e ha da subito cominciato a partecipare alle varie conferenze con la propria attrezzatura per poter trasmettere gli eventi in diretta.

Lo scorso settembre Tetsuo Jimbo , un videogiornalista veterano nonché editor e CEO di videonews.com ha commentato questa novità: conferenza stampa di un ministro aperta a tutti i giornalisti professionisti.


Enunciando il principio guida della nuova politica, il Ministro Okada ha detto: “In linea di massima aprirò (le conferenze stampa) a tutti i media, inclusi quelli che non appartengono al kisha club [del ministro degli esteri].”
[…] Fino ad ora i giornalisti appartenenti ad una società con un kisha club dovevano fare ricorso alla loro azienda per diventare membri di quel club. Anche a causa della politica interna di ciascuna società, i giornalisti non potevano presenziare a qualsiasi conferenza desiderassero.
D'ora in avanti, in linea con questa nuova politica, tutti i giornalisti [oltre a freelancer e reporters di riviste e mezzi di informazione online] che lavorano per un' organizzazione-membro possono prendere parte a qualsiasi conferenza. Questo significa che, ad esempio, un reporter di Asahi appartenente ad un certo gruppo non dovrà amareggiarsi all'idea di non poter partecipare alla conferenza di un altro gruppo, diverso da quello a cui é stato assegnato. Oppure un direttore del NHK che lavora per programmi come Close Up Gendai or NHK Special non verrà ostacolato nel riprendere o partecipare ad una conferenza del Ministero degli Esteri da un collega reporter del NHK che si occupa solitamente di quel ministero. E tali ridicoli incidenti (perchè si sono verificati realmente) non si ripeteranno.”

Ustream, in particolare, si propone come una fonte d'informazione alternativa per eludere i filtri dei media principali.

E' abbastanza conosciuto il caso del popolare sito web per la condivisione di video Nico Nico Douga, che dall'anno scorso ha fornito un servizio di trasmissione in diretta ai suoi utenti . Il suo staff é diventato una presenza regolare alle conferenze stampa settimanali del ministro degli esteri, permettendo al suo pubblico di interagire direttamente con il presentatore. Non solo il pubblico può assistere all'evento ma anche inviare domande alla pagina web che vengono scelte dallo staff di Nico Nico Douga e poste direttamente al ministro. Stando al sito Nico Nico Douga , i suoi utenti hanno potuto fare domande sulla questione della base militare americana , sugli attivisti di Sea Shepherd , sugli aiuti all'Afghanistan ecc.




Conferenza in diretta del Ministro degli Esteri Okada su Ustream di Yasumi Iwakami, 29 Giugno.

Il blogger nob1975 ha scritto un commento su questa opportunità dicendo che i cittadini e i netizen adesso devono riuscire a guardare le conferenze stampa dei loro politici prima che vengano riviste e filtrate dalla TV e dalla stampa.

I cittadini adesso hanno la possibilità di entrare in contatto con informazioni genuine. Mi chiedo se ci sia mai stato un'opportunità del genere in passato.
Questa é un'epoca un cui i politici possono parlare ai cittadini direttamente, senza passare attraverso i kisha club o partecipando a “programmi d'informazione”, che fanno parte di programmi d'intrattenimento, a “varietà” che vedono i politici come carne da macello per lo spettacolo, oppure a “talk shows” dove l'ospite porta avanti la conversazione.
Credo che questo sia fantastico.
[…]
Mi sembra un cambiamento epocale.

Giornalisti indipendenti come Takashi Uesugi, prima citato, o il premiato Yasumi Iwakami hanno reso Ustream uno strumento per creare dibattiti aperti focalizzati sul “sistema del kisha club”, per accrescere la consapevolezza dei giapponesi riguardo a come le informazioni a cui accedono siano spesso influenzate e limitate. Un esempio é il dibattito tra Uesugi e l'economista Nobuo Ikeda sulle rivelazioni delle forze dell'ordine ai media”.

Ecco quello che si trova nel profilo di Iwakami sulla sua pagina Ustream :

Il giornalista indipendente Yasumi Iwakami va ovunque, intervista chiunque e, quando possibile, trasmette direttamente le informazioni: interviste, dibattiti, conferenze stampa e così via.

In conclusione, Hiroshi Hirano, redattore del quotidiano online Electronic Journal, che critica il monopolio nell'informazione in quanto contrario ai principi di democrazia, ammonisce riguardo alla pericolosità del potere insito nei media.

Se l'informazione é monopolizzata da una fonte, si crea una nuova forma di potere che é facilmente manipolabile da politici, burocrati o altri per i loro scopi.
di Scilla Alecci

20 luglio 2010

La fusione fredda e Mallove


Il giorno prima di venire ucciso in circostanze poco chiare, Eugene Mallove mandò una “lettera aperta al mondo” a Richard Hoagland, affinchè la pubblicasse sul suo popolare sito “Enterprise”.

Chi era Eugene Mallove?

Come tutti sanno, la Fusione Fredda fu dichiarata “morta” dall’establishment scientifico dopo che il prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) annunciò di non essere riuscito a replicare in laboratorio la procedura descritta da Fleischmann e Pons per generare ”calore in eccesso” nel processo elettrolitico. In altre parole, disse il MIT, la Fusione Fredda non funziona, è solo un inganno colossale.

Quello che pochi sanno, invece, è che in seguito uno scienziato del MIT, Eugene Mallove, scoprì che i test di Fusione Fredda fatti dal suo istituto avevano in effetti registrato calore in eccesso, ma i dati erano stati manipolati prima della pubblicazione, per far apparire il contrario. Il MIT infatti rischiava di vedersi bloccare di colpo i finanziamenti miliardari che in quel momento stava ricevendo dal governo per la ricerca sulla fusione calda. Mallove denunciò il fatto e lasciò indignato il prestigioso istituto, dedicandosi da quel giorno alla ricerca personale, fino a diventare in pochi anni uno dei maggiori esperti e sostenitori della Fusione Fredda. (Il resto della sua vita ce la racconta lui stesso, nella lettera che segue).

Il caso di manipolazione dati del MIT può certamente servire da esempio per tutti coloro che amano fidarsi ad occhi chiusi dei cosiddetti “studi scientifici” fatti dai più prestigiosi istituti di ricerca del mondo. Più è prestigiosa l’istituzione, anzi, più può tornare utile per seppellire con un solo colpo un lavoro decennale di fondamentale importanza come quello svolto da Fleischmann e Pons sulla Fusione Fredda.

Nel 2004, dopo anni di battaglie esasperanti, Eugene Mallove era finalmente riuscito a convincere il DoE (Ministero dell’Energia) a riprendere studi e investimenti sulla Fusione Fredda. Poco tempo dopo è stato ucciso, …

… nel classico “incidente mai chiarito”, in seguito ad un presunto tentativo di furto in casa sua. Purtroppo la polizia, che di solito è molto efficace in questi casi, non è mai riuscita a scoprire gli assassini. (M.M.)
LETTERA APERTA AL MONDO - Appello universale per il supporto delle nuove Scienze e Tecnologie energetiche

Dott. Eugene F. Mallove, presidente di New Energy Foundation e direttore della rivista Infinte Energy.

A tutte le persone del mondo che sono curiose e di mente aperta, dotate di buona volontà, di capacità di giudizio e di immaginazione. A scienziati e ingegneri, filantropi, ambientalisti, studiosi di energia, investitori in alta tecnologia, professionisti della sanità, giornalisti, artisti, scrittori, finanzieri, gente dello spettacolo e leader politici. Che siate conservatori, progressisti, democratici, repubblicani, libertari o anarchici, che siate agnostici, buddisti, cristiani, ebrei, indù, musulmani, atei, o di qualunque altro credo spirituale, questo messaggio è diretto a tutte le persone di buona volontà come voi.

Caro amico:

Inizio con alcune riflessioni di uomini saggi, che possano fare da sfondo a questo accorato appello perché tu prenda in considerazione e sostenga la ricerca e lo sviluppo di forme di energia radicalmente nuove. Si tratta di fonti energetiche in grado di capovolgere il mondo dalla testa ai piedi, e di segnare l’alba di un nuovo giorno glorioso per la nostra civiltà.

“L’eccezione mette alla prova la regola”. Oppure, detto in un altro modo: “L’eccezione dimostra che la regola è sbagliata”. Se esiste una eccezione ad una regola qualunque, e questa può essere dimostrata e osservata, quella regola è sbagliata. - Richard P. Feynman (1963), Premio Nobel per la Fisica 1965.

Il progresso della fisica è a-sistematico. Questo significa che la fisica a volte si inoltra verso nuovi territori senza aver sufficientemente consolidato quelli su cui già si trova. Presume a volte troppo facilmente che certi risultati siano confermati, e basa su di essi il proprio progresso, esponendosi così al rischio di dover fare in futuro una retromarcia ancora più vistosa. Questo fenomeno diventa evidente in una materia il cui sviluppo dei concetti fondamentali avviene spesso in modo lento. Le nuove generazioni compaiono all’orizzonte prima che il concetto si sia consolidato, e presumono - con il tipico entusiasmo a-critico della gioventù – che tutto ciò che gli viene insegnato a scuola sia oro colato, mentre dimenticano i dubbi e le incertezze dei loro predecessori, nella fretta di trasformare i concetti in applicazioni utili ad ottenere nuovi trionfi. Ogni nuovo giovane fisico corre il rischio di dimenticare i dubbi del passato e le incertezze del presente, e di accettare con mente a-critica i concetti al livello di sviluppo in cui li ha trovati. - Percy W. Bridgman (1961), Premio Nobel per la Fisica 1946.

Il Nobel americano per la Fisica 1988, Leon M. Lederman, non è certo un propositore della ricerca di forme radicalmente nuove di energia. Lo si potrebbe definire uno “scettico patologico”, in base ad almeno una sua opinione, espressa in The God Particle (1993, p.122). Nonostante questo, egli sente in qualche modo che potremmo essere alle soglie di una rivoluzione della fisica. Di recente ha dichiarato: “Lo si sente nell’aria… il senso di una rivoluzione imminente è molto forte”. (New York Times, 11 novembre 2003, p.D12). Lederman non ha idea di quanto sia accurata la sua affermazione, ma non lo è certo per motivi che sarebbe disposto ad accettare facilmente.

Forse Lederman si riferisce a certi argomenti esoterici di fisica accademica, come la “Teoria delle stringhe“, oppure “l’oscura energia cosmica”, ma non certo a tecnologie pratiche basate su una fisica radicalmente nuova. Poiché soffre dei problemi intellettuali sopra descritti dal Nobel P. W. Bridgman, Lederman non ha mai preso in considerazione l’enorme quantità di ricerca che certamente rivoluzionerà le fondamenta della fisica, e ci darà il controllo di nuove e fantastiche forme di energia.

Peggio per Lederman, e peggio per tutti noi, visto che non ha voluto interessarsi di queste cose. Ci sarebbe certo tornato utile il supporto di gente come Lederman, se solo volesse tornare con i piedi per terra ed esaminare a mente aperta la validità dei dati sperimentali che oggi mettono in pericolo le loro beneamate teorie.

In un articolo di “Science” del 1 novembre 2002, 18 esperti riferiscono di aver esaminato tutte le alternative disponibili oggi ai combustibili fossili, trovando che tutte hanno “severe deficienze“ nella loro capacità di affrontare i problemi ambientali, e nel rappresentare adeguate soluzioni al crescente bisogno di energia del pianeta.

Il professore di Fisica Martin Hoffert, leader di quel gruppo di ricerca, ha dichiarato alla stampa che gli Stati Uniti dovrebbero implementare un programma urgente di ricerca energetica, come il progetto Manhattan della bomba atomica o le missioni lunari Apollo. Secondo il New York Times (4 novembre 2003, D1), Hoffert ha dichiarato che “ci vorrebbero forse sei o sette progetti colossali che operano simultaneamente ... [e che] dovremmo prepararci ad investire diverse centinaia di miliardi di dollari nei prossimi dieci-quindici anni”.

Ebbene, io ho qualcosa da dire a questi esperti: le soluzioni ai nostri problemi energetici sono a portata di mano, e sicuramente richiedono ricerca e investimenti iniziali, ma non certo i miliardi di dollari a cui questi “esperti” dell’establishment sono abituati dalla generosità del nostro governo. Al massimo saranno necessarie alcune decine di milioni di dollari, per creare dei robusti prototipi di generatori di energia elettrica basati su nuove scoperte in fisica energetica che già sono avvenute.

Questo è in sintesi lo scopo del presente appello: fare crescere la consapevolezza e gli investimenti per queste fonti energetiche radicalmente alternative.

Alla domanda se è possibile che la scienza moderna abbia sottovalutato o ignorato importanti scoperte scientifiche che, se trasformate in tecnologie rivoluzionarie, risolverebbero praticamente ogni aspetto della nostra civiltà, io rispondo di sì.

Non starò ad elencare i mille orrori e problemi di questo mondo che potrebbero essere ridotti o eliminati con una abbondante, sicura, pulita e radicalmente nuova forma di energia, se venisse utilizzata in tecnologie di grande diffusione. Questi problemi li conoscete già. Vorrei invece parlarvi dell’importante percorso verso la risoluzione di molti di questi problemi, che possiamo tutti intraprendere adesso, ma dei quali avete probabilmente sentito parlare molto poco. O forse avrete pensato che questo percorso non esista del tutto. Io vi posso garantire che esiste, e che ormai migliaia di ricercatori sono su quella strada. Hanno già percorso troppo cammino su quel sentiero poco battuto senza un supporto adeguato, ed io lo so bene poiché sono uno di loro.

Sicuramente non abbiamo ancora raggiunto i nostri obiettivi, ma grazie ad una meticolosa ricerca scientifica, a enormi sacrifici, e all’instancabile lavoro contro una feroce opposizione, questi obiettivi sono ora molto più vicini alla loro realizzazione. E la strada maestra, in senso scientifico, è ormai tracciata. Ora abbiamo bisogno del vostro supporto, per procedere e raggiungere la nostra destinazione comune: un mondo con abbondante, pulita e sicura energia da fonti che non siano sotto un controllo geo-politico centralizzato.

Per favore date ascolto a questo appello. Certamente non vi chiedo di credermi sulla parola, ma vi invito a leggere, valutare, studiare o rivedere la raccolta di materiali indicati. Dopo averli esaminati, mi auguro, sentirete il bisogno di agire. Se vi resteranno domande sulle nostre affermazioni che ancora non hanno risposta, io ed i miei colleghi siamo a vostra disposizione per rispondere con fatti tangibili, e non con un gesto della mano.

Chi sono io per chiedervi qualcosa per conto di altri, che possa essere la vostra attenzione per pochi istanti, oppure il vostro supporto finanziario e morale? Sono uno scienziato e un ingegnere, con due lauree in ingegneria al MIT (1969, 1970), e una cattedra alla School of Public Health dell’Università di Harvard (1975). Ho lavorato tutta la vita come uno scienziato impegnato, nonostante i miei galloni da ingegnere. Mi sono sempre sforzato di capire come funzioni l’universo, e questo lavoro rappresenta per me una avventura stimolante, difficile e infinita, nonostante tutti quelli che erroneamente sostengono che “stiamo avvicinandoci alla fine della scienza“, oppure alla “teoria finale del tutto“.

Oltre al mio lavoro di ricerca sovvenzionato dal governo al MIT e ad Harward, e in seguito da corporazioni private, ho anche allargato i miei orizzonti scrivendo di scienza come autore e come giornalista. Articoli miei e su di me sono comparsi su pubblicazioni come il MIT Technology Review, la sezione “Outlook” del Sunday Washington Post, il New York Times, Popular Science, Analog, TWA Ambassador Magazine, Wired, e il New Hampshire Magazine. Ho partecipato a diversi programmi radiofonici nazionali, e per un certo periodo, nella metà degli anni ’80, sono orgoglioso di aver condotto un regolare programma di scienza e tecnologia per The Voice of America.

Se vi parlo di me non è certo per vantarmi, ma per comunicarvi qualcosa della mia esperienza, della mia sincerità e della mia integrità. Ho scritto tre libri scientifici di successo, rivolti ad un pubblico generico: “L’universo in accelerazione: evoluzione cosmica e destino umano”, “Manuale del volo cosmico: guida pionieristica del viaggio interstellare”, e “Fuoco dal ghiaccio: alla ricerca della verità nella diatriba sulla Fusione Fredda”. [1].

Il premio Nobel 1965 per la Fisica, Julian Schwinger, ha sostenuto il mio libro “Fuoco dal ghiaccio” con queste parole: "Eugene Mallove ci ha fornito una disperatamente necessaria ed accessibile visione sulla diatriba della Fusione Fredda. Spazzando via preconcetti testardamente radicati, mette a nudo la verità implicita con una provocante serie di esperimenti“. Sono particolarmente orgoglioso di questo mio ultimo libro, perché ha dato il via ad una ricerca che mi ha portato non solo a scoprire travolgenti nuove verità sulle nuove forme di energia accessibili in natura, ma - ancora più importante per me e per voi - mi ha rivelato questa stupefacente verità sulla moderna scienza “ufficiale“: la scienza ufficiale non è realmente intenzionata ad espandere la conoscenza scientifica, soprattutto quando vengono messi in pericolo dogmi e teorie scientifiche veramente fondamentali.

Ecco cosa ha risposto un famoso professore di scienze nucleari del MIT alla mia richiesta del 1991 di esaminare le relazioni di due scienziati innovatori, sui loro rivoluzionari esperimenti in reazioni nucleari a bassa energia (dette anche “Fusione Fredda“). Uno degli scienziati aveva 34 anni di esperienza come ricercatore al Los Alamos National Laboratory (LANL), l’altro era il direttore della ricerca al Bhabha Atomic Research Center in India (BARC): “Ho 50 anni di esperienza in fisica nucleare, e so cosa sia possibile e cosa no. Non prenderò più in considerazione nuovi dati. Sono tutte stupidaggini.” - Prof. Herman Feshbach, maggio 1991, al telefono con Eugene Mallove.

Spero sia evidente come l’infelice reazione del Prof. Feshbach fosse sostanzialmente antiscientifica. Mi ricorda le autorità della chiesa, ai tempi di Galileo, che si rifiutavano di guardare la Luna o Giove nel suo telescopio, perché “sapevano“ che non si sarebbe potuto vedere nulla di nuovo. Ebbene sì, molti scienziati moderni sono impregnati di preconcetti deleteri, e sono diventati nei lunghi anni dei semplici “tecnici della scienza”, oltre che i guardiani di quello che equivale ad un pernicioso “Sacro Testamento”. Non venite a disturbarci con i vostri dati empirici, la nostra teoria è più che sufficiente per stabilire cosa sia possibile e cosa no!

Se per caso siete fra coloro che pensano che “va tutto bene in casa della scienza“, e che possiamo contare sulla “scienza ufficiale” perché si mantenga sempre alla ricerca della verità, persino su argomenti di fondamentale importanza che riguardano il benessere di tutta l’umanità, vi state sbagliando di grosso, e io potrei dimostrarvelo con una voluminosa documentazione. Se volete sapere che cosa è successo in una sola istituzione, il MIT, quando un nuovo paradigma mise a rischio il ben avviato programma di ricerca sulla fusione calda, insieme a certi interessi intellettuali come quelli che il Prof. Feshbach difendeva così vigorosamente, leggete il mio rapporto di 55 pagine su questa tragedia monumentale a www.infinite-energy.com.

Ma inizialmente vi invito a riflettere in senso più ampio sulla storia della scienza, che è perennemente costellata da balzi rivoluzionari e da cambiamenti di paradigma. Questi spesso sono avvenuti contro una forte opposizione, con i dati rivoluzionari che urlavano in faccia ad una generazione di scienziati che non voleva accettarli. Leggete questo appello con attenzione, e poi decidete chi sia a dire la verità e chi sia a difendere le menzogne sulle nuove rivoluzionarie possibilità per la scienza e per la civiltà.

Da quasi nove anni dirigo Infinite Energy, la rivista scientifica sulle nuove energie e tecnologie. Per quanto di circolazione ridotta, Infinite Energy è distribuita in circa 40 paesi nel mondo, oltre ad essere presente nelle edicole di Stati Uniti e Canada. Il mio amico e collega, Sir Arthur C. Clarke, ha supportato sia con parole che con contributi alcuni dei nostri sforzi sulle nuove energie. La ricerca a cui si è dedicata Infinite Energy suggerisce che vi siano almeno tre categorie fondamentali di fonti energetiche radicalmente nuove, a cui la civiltà sta per poter accedere, per poi incanalarle in tecnologie di uso pratico. Queste sono le forme di energia completamente nuove per le quali viene lanciato questo appello. “Nuova Energia” è il termine che noi usiamo per le fonti energetiche che attualmente non sono riconosciute come accessibili dall’“establishment scientifico”, ma per le quali esiste ormai una abbondante quantità di prove convincenti. A nostro parere le tre categorie fondamentali sono:

SECONDA PARTE

Categoria 1. Nuova fisica dell’idrogeno, detta anche Fusione Fredda, o più genericamente “reazioni nucleari a bassa energia”, o LENR, fisica dell’idrino, ed altre fonti energetiche basate sull’acqua.

Abbondanti informazioni tecniche su questa ricerca si possono trovare in questi due siti www.lenr-canr.org e www.blacklightpower.com, come sul nostro, www.infinite-energy.com. Il vantaggio principale di questa “energia dall’acqua” è che nella normale acqua si trova una riserva inimmaginabile di energia, pari forse all’energia di 300 galloni di benzina per ogni gallone di semplice acqua!

Questa energia non sarebbe inquinante, non provocherebbe radiazioni pericolose, ed avrebbe in realtà un costo del combustibile pari a zero. Un solo chilometro cubo di acqua marina fornirebbe l’energia equivalente a tutte le riserve petrolifere conosciute oggi sulla terra.

In seguito ad una speciale richiesta da parte di Sir Arthur C. Clarke, la Casa Bianca mi ha incaricato, nel febbraio 2000, di preparare un memorandum tecnico sull’argomento. Questo memorandum, di 8.500 parole, è intitolato “La strana nascita dell’era del combustibile ad acqua“, ed è stato presentato prima all’amministrazione Clinton, e poi alla amministrazione Bush.

Attualmente è pubblicato su www.infinite-energy.com. Il memorandum invita ad una analisi delle sostanziali prove - in particolare le abbondanti prove raccolte negli ultimi 14 anni dai laboratori federali americani - su questa categoria di anomala nuova fisica energetica. Sfortunatamente, al di là di un educato ringraziamento, nessuna azione concreta è stata intrapresa da alcuna delle due amministrazioni.

La decima Conferenza Internazionale sulla Fusione Fredda (ICCF10) ha avuto luogo vicino e presso il MIT, nell’agosto 2003.

Pubbliche dimostrazioni di produzione di energia in eccesso in celle elettrolitiche sono di fatto avvenute nel Reparto di Ingegneria Elettrica e Scienza dei Computer del MIT. Il redattore scientifico del Wall Street Journal, Sharon Begley, che era presente al ICCF10, il 5 settembre 2003 ha scritto un ottimo articolo sul WSJ, intitolato “La fusione fredda non è morta, sta agonizzando per la disattenzione della scienza“.

Fra le altre sorprendenti novità tecniche del ICCF10 c’è stata la presentazione di una ben finanziata corporation israeliana, la Energetics Technology, che sembra aver compiuto passi da gigante nel superare alcuni dei problemi che riguardano il fenomeno delle reazioni nucleari a bassa energia [“Fusione Fredda”, n.d.t.]. Non è forse ora di sottoporre i dati sperimentali di questo importante lavoro scientifico ad una commissione libera da pregiudizi, diversamente da quanto accadde nel 1989, quando un gruppo ostile manipolò in modo ingiustificabile i risultati dei propri esperimenti? Perché i vari politici che sono stati informati di questi progressi non fanno nulla in proposito? Temono forse la classica etichettatura negativa da parte dell’establishment scientifico?

Categoria 2. Energia dal vuoto, Energia Punto Zero, ZPE, energia dell'etere, o energia dello spazio. Tutte queste definizioni riguardano le enormi fonti energetiche dello stato di vuoto. Informazioni su questo estremamente radicale e innovatore tipo di fisica e di ricerca tecnologica si trovano sui siti www.aetherometry.com, www.energyscience.co.uk, www.aethera.org. A metà degli anni ’90 i dottori Paolo e Alexandra Correas, di Toronto, hanno brevettato uno stupefacente strumento tecnologico, un reattore chiamato Pulsed Abnormal Glow Discharge (PAGDTM). Nelle sue diverse configurazioni, è già in grado di produrre energia meccanica, termica ed elettrica a livello di Kilowatt.

Un video Quicktime di uno di questi strumenti, funzionante nel 2003, si trova su www.aetherometry.com/cat-abrimedia.html. Un test positivo del PAGD, condotto da un gruppo indipendente, che comprendeva le Israel Aircraft Industries (IAI) e la Ontario Hydro, non ha purtroppo portato ad accordi commerciali per lo sviluppo ulteriore di questa meraviglia scientifica, che è stata meticolosamente documentata nei tre stati che hanno concesso ai Correas il brevetto.

I Correas e il Dr. Harold Aspden, ex-direttore dell’ufficio brevetti della IBM in Europa (dal 1963 al 1983), hanno fornito convincenti spiegazioni teoriche, basate su esperimenti concreti su una varietà di fenomeni fondamentali, che permettono di comprendere come questa impensabile energia dallo stato di vuoto possa essere estratta con il reattore PADG. La possibilità di vedere nell’arco di soli due o tre anni dei generatori autosufficienti, che producano energia a livello di molti Kilowatt, sembra dipendere solamente dalla capacità di ottenere un finanziamento relativamente limitato per lo sviluppo scientifico- ingegneristico, nell’ordine di alcune decine di milioni di dollari.

Categoria 3. Energia ambientale, ovvero energia termica sensibile (in particolare l’energia da movimento molecolare), attraverso una significativa estensione della Seconda Legge della Termodinamica. I risultati di una importante conferenza scientifica offrono una preziosa spiegazione su questo argomento: First International Conference on Quantum Limits to the Second Law (San Diego, CA, July 28-31, 2002), Professor Daniel P. Sheehan, Editor, American Institute of Physics, Conference Proceedings, #643, 2002.

Come riferito nel rapporto finale, vi è stato il forte consenso di un significativo numero degli scienziati presenti sulla possibilità di costruire macchine che convertano l’energia termica ambientale in utilizzo pratico, senza un serbatoio di bassa temperatura che raccolga il calore di scarto. Questo rappresenterebbe una diretta contraddizione della “presuntamente sacrosanta” Seconda Legge della Termodinamica. Questi macchinari rappresenterebbero una realizzazione quasi perfetta della cosiddetta free energy. Accurate simulazioni di questi macchinari sono state realizzate, e i risultati sono stati pubblicati su riviste scientifiche “peer-reviewed”. Alcuni dei relatori predicono che alcuni prototipi di questi macchinari potrebbero essere realizzati in dimensioni ridotte nell’arco di cinque anni.

La breve descrizione delle tre categorie di nuova energia presentate più sopra è solamente la punta dell’iceberg delle informazioni disponibili e verificabili oggi su queste fonti energetiche, che sono pronte ad affrontare qualunque esame critico-scientifico. Ovviamente, se l’establishment scientifico si fida soltanto delle teorie dei testi pubblicati, e se le persone di buona volontà, che potrebbero far avanzare questa ricerca, scelgono di “non guardare nel telescopio“, avverrà che queste meravigliose tecnologie non saranno sviluppate così rapidamente, o non saranno sviluppate del tutto. Questo ha rappresentato e rappresenta una tragedia monumentale in praticamente tutte le categorie dell’esperienza umana, che potrebbero essere trasformate da queste ora apparentemente “spiacevoli” scoperte.

Potrei scrivere molto di più sulle trame corrotte all’interno della apparentemente pulita ed etica Casa della Scienza, su azioni che hanno impedito ad informazioni, pubblicate da Infinite Energy, di arrivare dove meritavano di arrivare, e cioè sulle più autorevoli pubblicazioni come Science and Nature. Oh certo, molte, moltissime relazioni tecniche sono state coraggiosamente pubblicate sulla nuova energia, ma le più importanti pubblicazioni mainstream, che stabiliscono i confini del discorso scientifico – come ad esempio Science and Nature - respingono senza esaminarlo qualunque articolo che minacci i paradigmi fondamentali della fisica, della chimica o della biologia.

Sembrerà difficile da credere - come sarebbe stato difficile per me crederlo 15 anni fa, quando scrissi “Fuoco dal Ghiaccio” - ma è una triste e tangibile verità. In ogni caso, non stiamo a piangerci addosso, ma cerchiamo di procedere uniti per porre fine una volta per tutte a questo grottesco ostruzionismo anti-scientifico.

[Segue una prolissa e verbosa esortazione a sostenere la rivista Infinite Energy, con un lungo elenco dei suoi meriti e delle sue qualità, che evitiamo di tradurre per la sua relativa futilità].

Oggi ci troviamo di fronte ad una seria minaccia di tutti gli idro-carburi [combustibili fossili], e il conseguente incubo geopolitico è qualcosa di assolutamente terrificante. Non esiste praticamente settore delle attività umane che non verrebbe toccato in modo sostanziale dall’avvento di una nuova tecnologia energetica, specialmente per quel che riguarda le questioni di guerra e pace, di salute o dell’ambiente. Se quindi, nell’esaminare il materiale che vi proponiamo, resterete convinti che non si tratti di “scienza patologica“ – come cercano di farvi credere certi critici, che non hanno minimamente studiato i dati scientifici disponibili – speriamo che vogliate contribuire economicamente alla New Energy Foundation, come importante investimento nel vostro futuro, in quello dei vostri cari e della civiltà in senso lato.

Se proviamo ad immaginare un futuro, fra 20 o 50 anni, senza l’avvento di una radicalmente nuova fonte di energia - come le reazioni nucleari a bassa energia, energia dall’etere o qualche altra nuova fonte energetica - non è certo una bella immagine da vedere.

Cosa dire allora – chiederete voi - del solare, dell’eolico o delle celle a combustibile di idrogeno? Tutte cose che vanno bene, a cui Infinite Energy ogni tanto dedica uno spazio limitato. Ma un futuro con una abbondante energia pulita ha pochissime possibilità di emergere dal ben intenzionato ma estremamente limitato mondo dell’eolico, del foto-voltaico o dell’energia idrica e di altri fonti rinnovabili convenzionali.

Altresì il programma di reattore Tokamak a cosiddetta fusione calda controllata, generosamente finanziato con miliardi di dollari dai governi ad esclusione di più pratiche nuove fonti energetiche e tecnologiche, non potrà mai portarci un’era di energia pulita e abbondante dall’idrogeno pesante dell’acqua. Le convenzionali celle all’idrogeno, di cui si discute ampiamente sui media oggi, si basano comunque sul modo convenzionale di concepire l’energia dall’idrogeno combinato con l’ossigeno per formare acqua.

Tutto ciò è da migliaia a milioni di volte meno potente, per ogni grammo di idrogeno, delle già dimostrate fonti di nuova energia. Inoltre l’idrogeno per le convenzionali celle di combustibile deve essere prodotto con un’altra fonte di energia, che deve scomporre grandi quantità d’acqua per ottenere l’idrogeno combustibile

Ma tutti i processi convenzionali che utilizzano l'idrogeno come combustibile, e che usano l’acqua come materia prima, richiederanno sempre più energia di quella che si potrà ricavare, una volta che l’idrogeno sarà stato consumato.

Quindi la normale “energia dall’idrogeno” è semplicemente una falsa definizione, e non offre certamente una soluzione alle reali necessità energetiche del mondo. L’idrogeno usato in modo convenzionale è semplicemente un serbatoio di energia.

[Segue una seconda, lunga e ripetitiva implorazione per finanziare Infinite Energy e diffondere le nuove forme di energia, che evitiamo nuovamente di tradurre per la sua ridondanza].

In fede,

Dr. Eugene F. Mallove
Presidente della New Energy Foundation, Inc. e Direttore di Infinite Energy Magazine

18 luglio 2010

La spia che non sapeva niente



Alle 18 e 30 di lunedì scorso, un anonimo taxi ha scaricato un ricercatore iraniano di fronte all’ambasciata pakistana a Washington, presso cui si trova la sede diplomatica di Teheran che cura gli interessi della Repubblica Islamica negli Stati Uniti. Scienziato nucleare con un ruolo non del tutto chiaro in patria, il 32enne Shahram Amiri era improvvisamente sparito nella primavera del 2009 durante una “umra” (pellegrinaggio) a Medina, in Arabia Saudita, sollevando immediatamente più di un sospetto circa il coinvolgimento della CIA nella sua scomparsa.

La sparizione di Shahram Amiri dalla sua camera d’albero saudita, il 3 giugno dello scorso anno, aveva aperto un nuovo capitolo nel confronto tra Stati Uniti e Iran. Secondo il governo di Teheran, l’operazione andava attribuita alla principale agenzia d’intelligence a stelle e strisce, orchestrata per mettere le mani su una fonte di informazioni ritenuta preziosa in merito al programma nucleare iraniano. Per Washington, al contrario, Amiri aveva defezionato di sua spontanea volontà e, ugualmente senza pressioni, aveva deciso di raccontare quanto aveva avuto modo di conoscere grazie al suo impiego in Iran.

Subito dopo il probabile rapimento, l’Iran aveva manifestato il proprio disappunto per il comportamento americano, chiedendo addirittura al Segretario Generale delle Nazioni Unite di adoperarsi per la restituzione del ricercatore. Ammettendo un qualche ruolo nei fatti, la CIA da parte sua aveva confermato il trasferimento immediato di Amiri dall’Arabia Saudita agli Stati Uniti. Qui, secondo Teheran, quest’ultimo era stato imprigionato e torturato al fine di estorcergli informazioni segrete.

Comunque si siano svolti i fatti, a un certo punto la CIA ha inserito Amiri in un programma di protezione per fuoriusciti, facendolo risiedere a Tucson, in Arizona. Secondo la ricostruzione americana, nei primi mesi del 2010 la volontà di collaborazione dello scienziato iraniano avrebbe mostrato qualche segno di cedimento, dal momento che iniziavano a farsi strada serie preoccupazioni per possibili ritorsioni da parte delle autorità di Teheran ai danni della moglie e del figlio rimasti in patria.

Ad infittire il mistero creatosi attorno alla sorte dello scienziato, svanito nel nulla sul territorio del principale alleato americano nel mondo arabo, era stata poi la comparsa in rete di una serie di filmati contraddittori. Nel primo, risalente al 5 aprile scorso, un Amiri provato descriveva in lingua persiana le fasi del suo rapimento. L’operazione, a suo dire, era stata organizzata dalla CIA e dai servizi segreti sauditi. Dopo un’iniezione di una sostanza imprecisata somministratagli dai rapitori, Amiri si era addormentato e, al risveglio, si era reso conto di essere in volo verso gli USA.

Solo poche ore dopo il primo video, su YouTube ne sarebbe apparso un secondo, realizzato in maniera decisamente più professionale, tanto da far pensare al contributo della stessa CIA. Scrupolosamente curato nell’aspetto, Amiri parlava all’interno di una stanza ben illuminata, verosimilmente una biblioteca, con un mappamondo e una scacchiera sullo sfondo. In questo filmato negava di essere stato rapito, affermando invece di essere giunto spontaneamente negli Stati Uniti per frequentare un dottorato di ricerca e, una volta ultimato, tornare dalla sua famiglia in Iran.

Rassicurando circa il suo ottimo stato di salute, Amiri definiva come falsi i filmati diffusi in precedenza su di lui e negava di avere alcun interesse nella politica o di possedere esperienza in ambito di armamenti nucleari. Successivamente, venne caricato un terzo e ultimo video il cui contenuto appariva simile a quello del primo.

Se per gli iraniani il primo e il terzo filmato erano la prova del rapimento di Amiri, per l’intelligence americana erano dettati unicamente dai suoi timori per la famiglia, tanto che alla fine sarebbe arrivata appunto la richiesta di tornare in Iran. Giunto all’ambasciata del Pakistan negli USA, Amiri ha dichiarato alla televisione pubblica iraniana di essere stato sottoposto a “enormi pressioni psicologiche sotto la supervisione di agenti armati durante gli ultimi 14 mesi” ed ha aggiunto che il suo “rapimento è stato un atto inammissibile da parte degli americani”.

A negare ogni atto illecito ci ha provato il Segretario di Stato in persona, Hillary Clinton, ribadendo che lo scienziato iraniano era giunto di sua spontanea volontà nel paese e che era libero di andarsene in qualsiasi momento, come poi ha fatto. I media iraniani, al contrario, sostengono che le autorità americane hanno deciso di rilasciare Amiri dopo aver preso atto del “fallimento del loro piano propagandistico per screditare il programma nucleare iraniano”, creando artificialmente interviste con un cittadino della Repubblica Islamica.

Se dietro alla vicenda di Amiri rimangono molte zone oscure, è possibile che i servizi americani nelle ultime settimane abbiano iniziato a sentire qualche pressione che ha portato infine il presunto esule a “riparare” presso la rappresentanza diplomatica pakistana. Le accuse da parte di Teheran stavano infatti aumentando e, ai primi di luglio, il Ministero degli Esteri iraniano aveva convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata svizzera, che cura gli interessi americani in Iran, presentandogli una serie di documenti che avrebbero provato le responsabilità della CIA nel rapimento.

Il giorno successivo all’apparizione di Amiri a Washington, inoltre, il network satellitare iraniano Press TV aveva diffuso un comunicato dei servizi segreti di Teheran, nel quale si spiegava come al ricercatore erano stati promessi dieci milioni di dollari per apparire sulla CNN e annunciare la sua intenzione di defezionare negli Stati Uniti. La pratica del rapimento di personalità in grado di fornire notizie classificate sul nucleare iraniano da parte della CIA, oltretutto, non è nuova. All’inizio del 2007, ad esempio, l’ex vice-ministro della Difesa Ali-Reza Asgari venne con ogni probabilità rapito da un’azione congiunta di CIA e Mossad durante un viaggio a Istanbul, in Turchia.

A far scemare l’interesse per Shahram Amiri dei servizi statunitensi, e a decretare il loro sostanziale fallimento nell’intera operazione, c’è poi la sua probabile scarsa conoscenza dei supposti “segreti” nucleari dell’Iran. Ricercatore presso l’Università Malek Ashtar di Teheran, secondo alcuni collegata al Ministero della Difesa e al Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, Amiri non avrebbe l’esperienza necessaria per entrare in contatto con i leader del programma nucleare e quindi non ne conoscerebbe sufficientemente le eventuali implicazioni.

Qualche indicazione in più sull’esilio volontario o forzato di Amiri negli Stati Uniti la si avrà forse dopo il suo arrivo in Iran, da dove mancava da oltre tredici mesi. Quel che è certo è che le polemiche attorno alla sua vicenda continueranno ad alimentare la guerra fredda in corso da tre decenni tra i due paesi nemici.

di Michele Paris

Esiste ancora la «seduzione»?

Esiste ancora quella cosa chiamata «seduzione»?

La risposta che viene subito alla mente, immediata, è un secco e inappellabile: «No, non più; forse un tempo, ma oggi no».

Ma che cosa vuol dire, esattamente, sedurre qualcuno?

Sia «seduttore» che «seduzione» derivano - rispettivamente come nome d’agente e come nome d’azione - dal latino «seducěre», composto di «se-» e «ducěre»: dunque, significa, letteralmente, condurre a sé, attrarre verso di sé. La seduzione è l’arte di attrarre gli altri a sé; e il seduttore è colui, o naturalmente colei, che possiede in modo eminente una tale arte.
Per comprendere quanto l’etimologia della parola sia qualcosa di più di una semplice metafora, ma scaturisca dalla vera e propria realtà dei fatti, bisogna tener presente che ciascuno di noi possiede, e di conseguenza emana, una fitta rete di energie psichiche le quali, di per sé, non sono mai neutre, ma sono, necessariamente, o positive o negative.

Il seduttore, pertanto, è colui che, dotato di una rete energetica particolarmente intensa, ne è pienamente consapevole e la sfrutta a proprio vantaggio, per colpire ed attirare a sé le altre persone: In questo senso, la seduzione sessuale è solo un aspetto particolare, per quanto notevole, di un dato più generale: il seduttore attrae consapevolmente un po’ tutti coloro con i quali entra in contatto; fra di essi, poi, egli sceglie quali “prede” fare proprie.

Eccoci arrivati ad una scoperta interessante: l’energia liberata dal seduttore viene rivolta indiscriminatamente verso l’esterno e chiunque può subirne il fascino, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalle convinzioni morali e così via; anche se poi, ovviamente, il seduttore sceglie, di volta in volta, su quale individuo focalizzare la propria attenzione. Potremmo quindi paragonare il seduttore a un pescatore che se ne vada a pesca con i candelotti di dinamite: per catturare un pesce, è dispostissimo a farne fuori alcune decine: questo non è un problema che lo riguardi o che susciti in lui qualche sorta di scrupolo.

Il minimo che si possa dire è che la seduzione è, da un lato, un immenso dispendio di energie vitali e, dall’altro, che esorbita, per sua natura, dalla sfera etica, in quanto colpisce alla cieca chiunque venga a trovarsi sulla strada del seduttore.

Attenzione: non tutte le persone dotate di alte frequenze energetiche sono delle seduttrici; per esserlo, bisogna che vi sia la consapevolezza di tale potere sul prossimo e, in secondo luogo, la ferma volontà di sfruttarlo al massimo grado, indifferenti alle conseguenze. Chi possiede un alto grado di potere attrattivo, ma ne fa un uso moderato oppure lo rivolge a dei fini disinteressati, ad esempio per aiutare il prossimo ad acquisire una maggiore consapevolezza di sé, non appartiene alla categoria dei seduttori, ma a quella delle persone affascinanti. Fascino e seduzione sono due cose ben diverse: il primo attrae, ma rispettando la personalità altrui e lasciandone impregiudicata la libertà del volere; la seconda mira deliberatamente ad assoggettare ed è, quindi, un esercizio (e, in genere, un abuso) di potere, né più né meno.

Di solito, il seduttore si giustifica - ammesso che ne senta il bisogno, per lo più allorché deve difendersi dai rimproveri delle sue vittime - affermando che la seduzione esiste perché esistono le persone desiderose di lasciarsi sedurre; il che ha certamente un fondamento di verità, ma è un argomento estremamente ipocrita, come lo è quello dei produttori televisivi i quali si difendono dall’accusa di produrre troppi programmi-spazzatura, dicendo che il pubblico, in fondo, è proprio quelli che vuole. Ipocrita, perché resta il fatto che l’esistenza di una domanda alienata non assolve dalle proprie responsabilità coloro i quali, con astuzia e con frode, sfruttano tale debolezza dell’animo umano per acquisire dei vantaggi personali, di qualsivoglia natura essi siano.

Potremmo riassumere quanto sopra, quindi, dicendo che la seduzione è l’arte di attrarre gli altri verso di sé, in maniera irresponsabile e abusando della loro debolezza, al fine di manipolarli e di sottometterli.

Che, poi, la maggior parte dei seduttori sessuali rifiuterebbero una tale definizione, mostrandosene anzi sdegnati e riparandosi dietro il comodo alibi dell’amore, non significa altro se non la loro incapacità di assumersi le proprie responsabilità e di chiamare le cose con il loro nome. Il seduttore abituale, quindi, è un vile e un ipocrita, oltre che un amorale.

Bisogna d’altra parte distinguere fra la seduzione come gioco e la seduzione come professione (per modo di dire, si capisce).
di Francesco Lamendola

16 luglio 2010

Terrorismo del deficit e guerra economica



Le banche di Wall Street sono state salvate dal fallimento da governi che stanno fallendo a loro volta. Ma le banche non stanno ricambiando il favore perché stanno partecipando ad una guerra di classe, insistendo sul fatto che il ceto medio già tartassato possa essere tartassato ulteriormente per far quadrare i bilanci del governo già sovrasollecitati. Tutti i favori stanno andando verso Wall Street mentre Main Street, la gente comune, scivola nella schiavitù del debito. A Wall Street bisogna far pagare la sua parte, ma in che modo?

Il disegno di legge di riforma finanziaria approvato il 25 giugno potrebbe aver ritagliato un qualche genere di protezione per i consumatori ma per Goldman Sachs e la lobby dei derivati il disegno di legge è stata una vittoria netta, lasciando intatto il business delle scommesse di Wall Street. In un articolo pubblicato il 25 giugno su Newsweek dal titolo “La riforma finanziaria rafforza le banche più grandi”, Michael Hirsch scriveva che il disegno di legge “consacra di fatto l’élite finanziaria esistente. Con il disegno di legge è più probabile che diventeranno anche i futuri colossi del sistema bancario”.



Il governo federale e la Federal Reserve hanno anticipato letteralmente migliaia di miliardi di dollari per salvare i grandi giocatori di Wall Street, al punto di mettere a repentaglio la valutazione del credito del governo stesso. Ma Wall Street non ha dovuto pagare nulla per il risanamento. Sono stati lasciati a pagare il conto gli stati e i cittadini. Il 17 giugno, Time ha pubblicato un articolo di David von Drehle dal titolo “All’interno della gravissima situazione degli Stati” nel quale si scrive che la maggior parte degli stati sono ora alla prese con continui deficit nei bilanci che non si vedevano dagli anni Trenta. A differenza delle banche di Wall Street, che possono prendere a prestito dai fondi federali al tasso incredibilmente basso dello 0,2% e reinvestire quei soldi nella speculazione, gli stati non hanno accesso alle linee di credito. Devono prendere denaro a prestito tramite l’emissione di obbligazioni e numerosi stati sono così vicini al fallimento che la valutazione dei loro titoli sta crollando. A peggiorare le cose, agli stati non è legalmente consentito di essere insolventi. A differenza del governo federale, che può indebitarsi all’infinito, gli stati devono far quadrare i loro bilanci e non possono emettere valuta propria. Questo li mette sullo stesso piano della Grecia e di altri paesi europei pieni di debiti, ai quali è vietato, secondo le normative dell’Unione Europea, emettere valuta propria o prendere a prestito denaro dalle proprie banche centrali.

Gli Stati, naturalmente, non hanno una propria banca di proprietà pubblica, con un’eccezione – il Nord Dakota. Il Nord Dakota è inoltre l’unico stato che può sfoggiare un avanzo di bilancio, e il livello più basso di disoccupazione e di morosità nei mutui immobiliari. Come osserva von Drehle, “E’ una cosa meravigliosa essere il Nord Dakota”.

La gran parte degli stati è alle prese con gravi e croniche insolvenze, il che li colloca nella stessa trappola del debito della Grecia: sono stati obbligati a licenzare i dipendenti, vendere i beni pubblici e cercare dei modi per riscuotere altre imposte da una popolazione già sovratassata. E la loro situazione è destinata a peggiorare, dato che il pacchetto di incentivi del governo federale verrà presto tagliato, insieme agli aiuti agli stati.

Il governo federale non sta solamente lasciando all’asciutto gli stati ma minaccia di imporre addirittura altre tasse ai cittadini che ormai si trovano in seria difficoltà. Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve e attuale consigliere economico alla Casa Bianca, ha detto in aprile che il Congresso deve tenere in considerazione l’IVA – una tassa imposta ai vari livelli di produzione sui beni di consumo. Attualmente un’IVA al 17,5% viene imposta in Gran Bretagna, mentre è stato proposto un suo innalzamento al 20%, mentre alcuni paesi dell’Unione Europea hanno già un’IVA al 25%. In Europa, perlomeno i cittadini ricevono qualcosa in cambio dei loro soldi, tra cui un’assistenza sanitaria finanziata dalla federazione ma questo non avverrà così facilmente negli Stati Uniti dove addirittura l’aggettivo “pubblico” per l’assistenza sanitaria non compare più nel programma. L’IVA colpisce in particolare i ceti medi e bassi, dato che questi spendono la maggior parte delle loro entrate in beni di consumo. I ricchi, d’altro canto, investono buona parte dei loro soldi in attività speculative, che al momento non vengono tassate.

Ciclo econonomico o guerra di classe?

Ismael Hossein-Zadehi , che insegna economia alla Drake University nello Iowa, definisce l’intera crisi economica una guerra di classe. Quello che è stato descritto come debito pubblico è iniziato come debito privato di speculatori finanziari che l’hanno scaricato sulla gente. I governi che hanno salvato questi speculatori insolventi sono diventati a loro volta insolventi ma le banche che sono state tratte in salvo, piuttosto che tendere una mano in cambio, hanno preteso la loro fetta di torta, con pagamento per intero. I responsabili stanno dando la colpa alle vittime e insistono sulla “responsabilità fiscale”. I banchieri di Wall Street stanno dettando i termini della restituzione dei debiti che loro stessi avevano contratto.

“Responsabilità fiscale” significa un taglio alla spesa, un fattore che è intrinsicamente deflazionistico nel corso di una recessione, come abbiamo visto nelle disastrose politiche del presidente Herbert Hoover del periodo depressionario. Non furono solamente i repubblicani a sbagliare. Nel 1937, il presidente Franklin Roosevelt tagliò anch’egli la spesa pubblica, riportando l’economia di nuovo in recessione. I tagli alla spesa provocano la riduzione delle entrate fiscali, che hanno come risultato ulteriori tagli alla spesa. Contrariamente a quanto ci è stato detto finora, i governi nazionali non sono come le famiglie. Non devono far quadrare i loro bilanci e “vivere dei propri mezzi” perché essi hanno gli strumenti per aumentare l’offerta monetaria. Non solo hanno gli strumenti ma devono partecipare alla spesa pubblica quando l’economia privata si sta riducendo, per continuare a far girare l’economia. Praticamente oggi tutto il denaro ha origine sotto forma di credito creato dalle banche o di debito. E oggi l’offerta monetariasi sta riducendo ad un ritmo che non si vedeva dagli anni Trenta perché la crisi bancaria ha reso sempre più difficile ottenere credito.

Tuttavia, invece di “rigonfiare” l’economia collassata i governi nazionali stanno insistendo sulla responsabilità fiscale, e la responsabilità viene messa tutta sugli stati, sul lavoro e sulle classi produttive. Buona parte degli speculatori finanziari che hanno provocato il crollo la farà franca. Non solo non pagano nessuna imposta sugli acquisti e le vendite dei loro “prodotti finanziari” ma pagano anche pochissimo come imposte sul reddito. Goldman Sachs ha pagato un’aliquota effettiva di appena l’1% nel 2008. Il professor Hossein-Zadehi scrive:

“Sta diventando sempre più evidente che la maggioranza dei lavoratori in tutto il mondo ha di fronte un nemico comune: un’oligarchia finanziaria improduttiva che, come un parassita, succhia il sangue economico dei lavoratori, semplicemente operando e/o scommettendo su richieste di proprietà... la vera domanda è quando i lavoratori e le altre vittime dell’ingiusto peso del debito capiranno la gravità di questa situazione e si ribelleranno per liberarsi dalle catene del debito e della depressione”.

I lavoratori non si ribellano perché hanno subito la propaganda di credere che l’”austerità fiscale” è un qualcosa che è necessario intraprendere per salvare i loro figli da un destino ancora peggiore. In realtà quello che è necessario che avvenga in un crollo deflazionistico è spendere più soldi nel sistema, e non ritirarli per pagare il debito federale. Il denaro deve andare nell’economia reale – nelle fabbriche, nelle aziende agricole, nelle imprese, nel mercato immobiliare, nei trasporti, nei sistemi di energia sostenibile, nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione. Invece il denaro degli incentivi è stato depredato per risanare i bilanci tossi degli scommettitori finanziari che hanno spinto l’economia in una pericolosa discesa in picchiata.

Pareggiare i conti

Mentre il Congresso va incontro alle esigenze delle banche, gli stati si devono arrangiare da soli. Da dove devono venire i soldi per riuscire nell’impossibile impresa di far quadrare i loro bilanci? Il salasso di una classe di lavoratori già anemica con l’IVA è più probabile che uccida il paziente piuttosto che guarirlo. “A differenza dei paesi dell’Unione Europea, dove l’IVA è la più grande fonte di entrate fiscali”, fa notare il professor Randall G. Holcombe, “gli stati degli Stati Uniti impongono già l’IVA di base con le loro imposte sulle vendite”. Un raddoppiamento non solo ridurrebbe la quantità di denaro che gli stati sarebbero in grado di riscuotere ma ostacolerebbe seriamente il ruolo dell’IVA come generatore di denaro. Entro il 2030, dice il professor Holcombe, questo effetto compenserebbe qualunque aumento nelle entrate del governo provenienti dall’IVA.

Una soluzione più praticabile e giusta sarebbe quella di approfittare dell’unico grande mercato rimasto sul pianeta che oggi non è soggetto a tasse – i “prodotti finanziari” che rappresentano le scorte di magazzino del robusto settore finanziario. Un’imposta sulle transazioni finanziarie nelle operazioni speculative a volte viene chiamata “Tobin tax”, dal nome dell’uomo che per primo la propose, l’economista premio Nobel James Tobin. Il potenziale di una Tobin tax è enorme. La Banca per i Regolamenti Internazioni ha fatto sapere che nel 2008 le operazioni totali sui derivati assommavano a 1,14 milioni di miliardi di dollari. Questa cifrà probabilmente era sottostimata, dato che le operazioni over-the-counter non venivano riportate e la loro dimensione è sconosciuta. Un’imposta di appena l’1% su un milione di miliardi di dollari di operazioni genererebbe 10.000 miliardi di dollari all’anno di fondi pubblici. E questo solamente per i derivati. Ci sono anche le azioni, le obbligazioni e le altre operazioni finanziarie da mettere nel frullatore, e più di metà di queste operazioni avvengono negli Stati Uniti.

Una Tobin tax non genererebbe queste enormi somme ogni anno, perché affosserebbe le operazioni computerizzate ad alta fraquenza che ora compongono il 70% degli acquisti sul mercato azionario. Ma si tratterebbe di una fine meritevole. L’improvvisa discesa di mille punti nel Dow Industrial Average del 6 maggio ho fatto vedere al mondo come sia vulnerabile il mercato azionario alla manipolazione da parte di questi sofisticati scommettitori dei mercati. L’intero business del trading ad alta frequenza deve essere fermato, per proteggere i legittimi investitori che stanno utilizzando il mercato azionario secondo il fine per il quale era stato concepito: aumentare il capitale delle imprese. Come ha osservato Mark Cuban in un articolo del 9 maggio intitolato “In quale business si è ficcata Wall Street?”:

“La creazione del capitale per farne business deve essere meno dell’uno per cento sul volume di Wall Street in qualsiasi momento… la mia opinione è che è importante che questo paese tenga Wall Street lontana dal business di creazione del capitale per farne altro business. Che venga fatto con l’utilizzo di imposte sulle operazioni di compravendita, o con la modifica della struttura fiscale sui guadagni in conto capitale in modo che non ci siano tasse sui guadagni in conto capitale sui pacchetti di azioni (di aziende pubbliche o private) detenuti per più di 5 anni, e nessuna imposta sui dividendi pagati agli azionisti che hanno tenuto le azioni in azienda per più di 5 anni. C’è bisogno di farlo, c’è bisogno di far pensare i grossi scommettitori di Wall Street a dei modi per utilizzare i loro capitali per aiutare a far nascere e crescere le imprese. E’ questo il modo in cui si potranno creare posti di lavoro. E’ questo che sarà l’elemento che accelererà l’economia mondiale. Non arriverà dai trader che cercano di entrare illegalmente nel sistema finanziario per guadagnare pochi spiccioli ad ogni operazione”.

Oltre a proteggere i legittimi risparmiatori e gli investitori esentando coloro che detengono azioni per più di 5 anni, questi potrebbero anche essere esentati da una Tobin tax se il totale complessivo degli acquisti di azioni è al di sotto del milione di dollari l’anno. Tutto ciò trasformerebbe letteralmente questa tassa in una tassa per milionari – e davvero irrisoria, a solamente l’1% per operazione.

Nel corso del summit dei G20 a Toronto dello scorso fine settimana, è stato esaminata e appoggiata da Francia e Germania l’eventualità di una tassa sulle transazioni finanziarie ma alla quale si sono opposte Stati Uniti e Canada, anche se non è stato deciso nulla di vincolante. Ad ogni modo, gli stati non devono aspettare il governo federale o il G20 per agire perché potrebbero imporre loro stessi una Tobin tax. Si potrebbe obiettare che gli speculatori di Wall Street riscuoterebbero le loro entrate e andrebbero da un’altra parte, ma le grandi banche e gli intermediari hanno filiali in tutte le grandi città di ogni stato. Difficilmente farebbero le tende e lascerebbero i loro lucrosi centri di business. Né si può sostenere che dovremmo andare incontro ai pirati che stanno saccheggiando i nostri mercati azionari perché ci stanno pagando una bella bustarella, perché non stanno nemmeno facendo quello. Oggi le operazioni finanziarie non generano entrate fiscali.

Due candidati del partito dei verdi per il ruolo di governatore, Laura Wells in California e Rich Whitney in Illinois, hanno inserito una Tobin tax imposta dallo stato nelle loro piattaforme. Entrambi stanno facendo una campagna per avere banche di proprietà pubblica nei loro stati, sul modello della Banca del Nord Dakota. Le persone di tutto il mondo fanno affidamento sugli Stati Uniti per il loro coraggio e l’innovazione, e California e Illinois sono due degli stati maggiormente colpiti. Se questi stati riuscissero a ribaltare le loro economie potrebbero stabilire un modello per una sovranità economica a livello globale.

Ellen Brown

15 luglio 2010

Il denaro è diventato senza valore

Lyndon LaRouche ha aperto la sua conferenza del 26 giugno, trasmessa su internet, con una precisa descrizione dell'attuale crisi economico-finanziaria, che sta minacciando la regione transatlantica con un collasso totale e imminente. Il problema, ha sottolineato, è il fare affidamento sul denaro, nel momento in cui il denaro "è diventato quasi senza valore".

Solo una piccola parte del denaro circolante è veramente legato alla produzione, al commercio e al consumo fisico della popolazione e dell'industria, "paragonato al quantitativo di denaro rifinanziato e moltiplicato a ritmi celeri mentre le industrie e i comuni chiudono, e il Congresso americano … ha appena condannato 2 milioni di persone a perdere l'assegno di disoccupazione".

Abbiamo raggiunto il punto, ha proseguito LaRouche, in cui "l'idea di contare un'economia in termini di denaro è piuttosto stupida!" Mentre i redditi legati ai beni e ai servizi essenziali per la popolazione, negli stati e nelle città, si riducono rapidamente, circolano centinaia di trilioni di dollari di scommesse speculative. LaRouche ha paragonato la situazione ad una persona che entra nella bisca con pochi dollari in tasca e vuole fare una puntata di trilioni di dollari. La speculazione finanziaria, ha detto, è come un gigantesco gioco del Monopoli, con denaro finto, denaro per gioco che comunemente si chiama derivati finanziari.

"Per cui, non si riesce più a misurare le prestazioni di un'economia nazionale in termini di denaro… Non si può più dire: 'Ho studiato il denaro. All'Università ho studiato il denaro e ho imparato tutte queste regole sulla sua circolazione'. Oggi solo uno stupido parla di denaro in quel modo." Il denaro finto, quello del Monopoli, ha spiegato LaRouche, può e deve essere cancellato, e "l'unico modo per farlo, sia negli Stati Uniti che in Europa, è con una riforma alla Glass-Steagall".

Sotto una regola Glass-Steagall, ogni cosiddetto attivo che non corrisponda a valore reale "è essenzialmente destinato a sparire". Ma poiché si tratta di "semplici soldi del Monopoli", o anche meno, perché sono elettronici, possono essere spazzati via senza danneggiare l'economia.

LaRouche ha ripetutamente detto che una riforma Glass-Steagall è urgente, "sia per gli Stati Uniti che per l'Europa. Altre parti del mondo possono adottarla. Anzi, l'India o la Cina sono in una situazione addirittura migliore".

Di fronte al crollo della più grande bolla di tutta la storia umana, in termini di tassi relativi pro capite, se "continuano le attuali leggi e l'attuale comportamento… per la fine dell'estate non ci saranno economie nella comunità transatlantica".

Solo se avviene una tale riorganizzazione dei sistemi bancari e finanziari, gli stati possono procedere ad emettere credito per ricostruire l'economia fisica. Sul tema di come determinare i necessari investimenti nelle infrastrutture, LaRouche ha ripetutamente fatto riferimento ai concetti che sta sviluppando negli scritti sull'"economia segreta" pubblicati su EIR Online. Devono essere fatte nuove considerazioni, e perciò devo eseguire il mio compito di economista fisico e definire i principii dell'economia fisica entro i quali operiamo… non solo questa ripresa, ma ciò che dev'essere fatto su scala globale in questo secolo. E lo scopo… è un programma di volano scientifico che è designato a risolvere i problemi… e trasportare gli esseri umani, in sicurezza, dalla Luna all'orbita di Marte e atterrare sulla superficie" del pianeta rosso. "I problemi sono grandi, ma sono inerentemente risolvibili, anche se non abbiamo ancora scoperto molte delle soluzioni richieste".

by Movisol

13 luglio 2010

La minaccia iraniana, o la minaccia americana?








La grave minaccia dell’Iran è largamente riconosciuta come la crisi di politica estera più seria cui deve far fronte l’amministrazione Obama. Il Congresso ha appena rafforzato le sanzioni contro l’Iran, con penali ancor più severe contro le società estere. L’amministrazione Obama ha rapidamente ampliato la propria capacità offensiva nell’isola africana di Diego Garcia, territorio d’oltremare della Gran Bretagna, che aveva espulso la popolazione così che gli Stati Uniti potessero costruire l’imponente base che usa per attaccare il Medio Oriente e l’Asia Centrale. La marina ha riferito di aver inviato nell’isola una nave appoggio per servire i sottomarini nucleari con missili Tomahawk, che possono trasportare testate nucleari. Ciascun sottomarino avrebbe la capacità offensiva di un tipico gruppo da battaglia di una portaerei. Secondo un manifesto del cargo della marina USA ottenuto dal Sunday Herald (Glasgow), il notevole quantitativo di armamenti inviati da Obama comprende 387 “bunker busters” [lett. “distruttori di bunker”, ordigni nucleari a penetrazione profonda] usati per far saltare in aria le strutture sotterranee più resistenti.

La programmazione di queste superbombe o “massive ordnance penetrators”, gli ordigni più potenti dell’arsenale dopo le armi nucleari, è iniziata durante l’amministrazione di Bush, ma si è affievolita. Quando Obama è entrato in carica ha immediatamente accelerato i programmi, e saranno impiegati svariati anni prima di quanto previsto, mirando specificamente all’Iran.

“Si stanno preparando totalmente per la distruzione dell’Iran,” secondo Dan Plesch, direttore del Centre for International Studies and Diplomacy della University of London. “i bombardieri USA e i missili a lungo raggio sono pronti oggi a distruggere 10.000 bersagli in Iran in alcune ore,” ha detto. “La potenza di fuoco delle forze statunitensi è quadruplicata dal 2003,” accelerando sotto Obama.

La stampa araba riporta che una flotta americana (con una nave israeliana) ha attraversato il Canale di Suez in direzione del Golfo Persico, dove il suo compito è di “implementare le sanzioni contro l’Iran e di controllare le navi in transito dall’Iran e per l’Iran”. I media britannici e israeliani riportano che l’Arabia Saudita starebbe fornendo un corridoio per il bombardamento dell’Iran da parte di Israele (cosa negata dall’Arabia Saudita). Al suo ritorno dall’Afghanistan per rassicurare gli alleati della NATO che gli USA manterranno il corso dopo la sostituzione del generale McChrystal dal suo superiore, il generale Petraeus, il presidente dei “Joint Chiefs of Staff” o Stati Maggiori Riuniti, ammiraglio Michael Mullen è andato in Israele per incontrare il capo di stato maggiore della difesa israeliana Gabi Ashkenazi, ed influenti militari israeliani, insieme alle unità di intelligence e programmazione, continuando lo strategico dialogo annuale tra Israele e gli USA a Tel Aviv. L’incontro verteva “sulla preparazione sia di Israele che degli USA per la possibilità di un Iran con capacità nucleare,” secondo Haaretz, che riporta inoltre che Mullen avrebbe enfatizzato che “[io] cerco sempre di vedere le sfide dal punto di vista israeliano”. Mullen e Ashkenazi si tengono in regolare contatto su una linea sicura.

Le crescenti minacce di un’azione militare contro l’Iran violano certamente la Carta delle Nazioni Unite, e in modo specifico la risoluzione 1887 del settembre 2009 del Consiglio di Sicurezza, che ha riaffermato l’invito a tutti gli stati a risolvere pacificamente le dispute in merito a questioni sul nucleare, secondo lo Statuto, che proibisce l’uso, o la minaccia della forza.

Alcuni rispettati analisti descrivono la minaccia iraniana in termini apocalittici. Amitai Etzioni avverte che “gli USA dovranno confrontarsi con l’Iran o rinunciare al Medio Oriente”, niente di meno. Se il programma nucleare dell’Iran procederà, afferma, la Turchia, l’Arabia Saudita ed altri stati si “muoveranno verso” il nuovo “superpotere” iraniano; con una retorica meno accesa, si potrebbe creare un’alleanza regionale indipendente dagli USA. Nel periodico dell’esercito americano Military Review, Etzioni promuove un attacco degli USA che prenda come bersaglio non solo gli impianti nucleari dell’Iran, ma anche i suoi complessi militari non nucleari, infrastruttura compresa – ossia, la società civile. “Questo tipo di azione militare è assimilabile alle sanzioni – nel provocare ‘dolore’ al fine di cambiare il comportamento, seppure con mezzi ben più potenti”.

Messe da parte queste sconvolgenti dichiarazioni, qual è per l’esattezza la minaccia iraniana? Un’autorevole risposta si trova nello studio dell’aprile 2010 dell’International Institute of Strategic Studies, Military Balance 2010. Il brutale regime clericale è senza dubbio una minaccia per la sua stessa gente, ma in questo senso non lo è più di quello di altri alleati dell’America nella regione. Ma non è questo che preoccupa l’Institute. Che piuttosto si preoccupa per la minaccia che l’Iran costituisce per la regione e per il mondo.

Lo studio mette in chiaro che la minaccia iraniana non è militare. La spesa militare dell’Iran è “relativamente bassa in confronto al resto della regione,” e meno del 2% di quella degli USA. La dottrina militare iraniana è strettamente “difensiva, … intesa a rallentare un’invasione e ad imporre una soluzione diplomatica alle ostilità”. L’Iran ha solo “una capacità limitata di proiettare la forza oltre i suoi confini”. Con riferimento all’opzione nucleare, “il programma nucleare dell’Iran e la sua intenzione di tenere aperta la possibilità di sviluppare armi nucleari sono una parte centrale della sua strategia di deterrenza”.

Sebbene la minaccia iraniana non sia militare, ciò non vuol dire che possa essere tollerabile per Washington. La capacità di deterrenza iraniana è un illegittimo esercizio di sovranità che interferisce con i progetti globali dell’America. In modo specifico, minaccia il controllo da parte degli USA delle risorse energetiche del Medio Oriente, un’alta priorità dei programmatori sin dalla seconda guerra mondiale, che dà “un notevole controllo del mondo”, come ha affermato un’influente figura (A. A. Berle).

Ma la minaccia dell’Iran va oltre la deterrenza. Cerca anche di ampliare la sua influenza. Come tale minaccia è stata formulata dall’Institute stesso, l’Iran starebbe “destabilizzando” la regione. L’invasione da parte degli USA e l’occupazione militare degli stati vicini all’Iran è “stabilizzazione”. Gli sforzi dell’Iran di ampliare la sua influenza nei paesi vicini è “destabilizzazione”, quindi del tutto illegittima. Si deve notare che un tale uso rivelatore è routine. Quindi il prominente analista di politica estera James Chase, ex editore del principale periodico dell’establishment Foreign Affairs, usava propriamente il termine “stabilità” in senso tecnico, quando ha spiegato che per raggiungere la “stabilità” in Cile era necessario “destabilizzare” il paese (rovesciando il governo eletto di Allende ed istallando la dittatura di Pinochet).

Oltre questi crimini, l’Iran sostiene anche il terrorismo, continua lo studio: appoggiando Hezbollah ed Hamas, le maggiori forze politiche in Libano e in Palestina – se le elezioni contano qualcosa. La coalizione di Hezbollah ha facilmente vinto il voto popolare nelle ultime elezioni (2009) in Libano. Hamas ha vinto le elezioni del 2006 in Palestina, costringendo gli USA e Israele ad istituire il duro e brutale assedio di Gaza per punire gli scellerati per aver votato male in una libera elezione. Queste sono state le sole relativamente libere elezioni nel mondo arabo. È normale per l’opinione delle elite di temere la minaccia della democrazia e di agire per ostacolarla, ma questo è un caso piuttosto straordinario, particolarmente accanto al forte sostegno degli USA per le dittature regionali, particolarmente straordinario per la grande lode di Obama per il brutale dittatore egiziano Mubarak nel suo famoso discorso al mondo musulmano al Cairo.

Gli atti terroristici attribuiti ad Hamas ed Hezbollah sono niente in confronto al terrorismo americano e israeliano nella stessa regione, ma vale la pena darvi comunque una scorsa.

Il 25 maggio in Libano si è festeggiato il giorno di festa nazionale, il Giorno della Liberazione, che commemora la ritirata di Israele dal sud del Libano dopo 22 anni, come risultato della resistenza di Hezbollah – descritta dalle autorità israeliane come “aggressione iraniana” contro Israele nel Libano sotto occupazione di Israele (Ephraim Sneh). Anche questo è un normale uso imperialistico. Perciò il presidente John F. Kennedy ha condannato “l’assalto dall’interno, e che è manipolato dal nord”. L’assalto della resistenza sudvietnamita contro i bombardieri di Kennedy, la guerra chimica, la reclusione dei contadini in veri e propri campi di concentramento, ed altre simili misure benevole, è stato denunciato come un’ “aggressione interna” dall’ambasciatore delle Nazioni Unite di Kennedy, l’eroe liberale Adlai Stevenson. Il sostegno dei Nordvietnamiti per i propri compatrioti nel sud occupato dagli USA è un’aggressione, un’intollerabile interferenza con la legittima missione di Washington. Anche i consiglieri di Kennedy, Arthur Schlesinger e Theodore Sorenson, considerati come “colombe”, hanno lodato l’intervento di Washington per rovesciare l’“aggressione” nel sud del Vietnam – da parte della resistenza indigena, come sapevano, almeno se leggevano le relazioni dell’intelligence americana. Nel 1955 gli Stati Maggiori Riuniti americani hanno definito svariati tipi di “aggressione”, tra cui “l’aggressione non armata, ossia la guerra politica, o la sovversione”. Per esempio, una rivolta interna contro uno stato di polizia imposto dagli USA, oppure elezioni che abbiano un risultato sbagliato. Tale uso è comune anche tra gli studiosi e in ambito politico, e ha senso solo partendo dal presupposto prevalente che Noi Siamo i Padroni del Mondo.

Hamas oppone resistenza all’occupazione militare di Israele e alle sue azioni illegali e violente nei territori occupati. È accusato di rifiutarsi di riconoscere Israele (i partiti politici non riconoscono gli stati). In contrasto, gli Stati Uniti ed Israele non solo non riconoscono la Palestina, ma hanno agito per decenni in modo tale da assicurare che non possa mai arrivare ad esistere in alcuna forma significativa; il partito al governo in Israele, nella sua piattaforma della campagna del 1999, vieta l’esistenza di qualsiasi stato palestinese.

Hamas è accusato di aver attaccato con dei razzi gli insediamenti israeliani al confine, senza dubbio azioni criminali, ma [che sono] solo una minima parte della violenza perpetrata da Israele a Gaza, per non parlare di altrove. È importante tenere a mente, a questo proposito, che gli USA e Israele sanno esattamente come porre fine al terrore che deplorano con tanto ardore. Israele concede ufficialmente che non c’erano razzi di Hamas fintantoché Israele ha parzialmente rispettato una tregua con Hamas nel 2008. Israele ha rifiutato l’offerta di Hamas di rinnovare la tregua, preferendo lanciare la sanguinosa e distruttiva Operation Cast Lead contro Gaza del dicembre 2008, con il pieno appoggio degli USA, un’impresa di aggressione omicida senza il benché minimo pretesto credibile, né dal punto di vista legale, né da quello morale.

Il modello di democrazia nel mondo musulmano, nonostante le gravi pecche, è la Turchia, che ha elezioni relativamente libere, e che è stata anche oggetto di dure critiche negli USA. Il caso più estremo è stato quando il governo ha seguito la posizione del 95% della popolazione rifiutandosi di unirsi all’invasione dell’Irak, suscitando dure condanne da Washington per non aver compreso come si deve comportare un governo democratico: secondo il nostro concetto di democrazia, è la voce del padrone che determina la politica, non la quasi unanime voce della popolazione.

L’amministrazione Obama si è di nuovo infervorata quando la Turchia si è unita al Brasile nella stipula di un patto con l’Iran per limitare il suo arricchimento di uranio. Obama aveva lodato l’iniziativa in una lettera al presidente del Brasile Lula da Silva, apparentemente presupponendo che non avrebbe avuto successo e che avrebbe fornito uno strumento di propaganda contro l’Iran.
Quando [il patto] è riuscito gli Stati Uniti si sono infuriati, e l’hanno rapidamente minato spingendo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza con nuove sanzioni contro l’Iran, talmente senza senso che la Cina si è subito unita volentieri – riconoscendo che le sanzioni avrebbero al massimo intralciato gli interessi dell’Occidente nella competizione con la Cina per le risorse dell’Iran. Ancora una volta Washington ha agito con prontezza per assicurarsi che gli altri non interferissero con il controllo degli USA della regione.

Non sorprendentemente, la Turchia (accanto al Brasile) ha votato contro la mozione delle sanzioni USA nel Consiglio di Sicurezza. L’altro membro regionale, il Libano, si è astenuto. Queste azioni hanno suscitato ulteriore costernazione a Washington. Philip Gordon, il primo diplomatico per gli affari europei dell’amministrazione Obama, ha avvertito la Turchia che negli Stati Uniti le sue azioni non sono capite e che deve “dimostrare il suo impegno per l’appartenenza all’Occidente” ha riportato l’agenzia di informazione AP, “un raro ammonimento ad un cruciale alleato della NATO”.

Anche la classe politica capisce. Steven A. Cook, uno studioso del Council on Foreign Relations, ha osservato che la questione critica, adesso, è “come teniamo i Turchi nella loro corsia?” – seguendo gli ordini come i buoni democratici. Un titolo di testa del New York Times ha catturato l’essenza dell’umore generale: “Patto con l’Iran visto come un’onta nell’eredità del leader brasiliano”. In poche parole, fai quello che diciamo.

Non c’è indicazione che altri paesi nella regione siano in favore delle sanzioni americane più di quanto non lo sia la Turchia. Al confine opposto dell’Iran, ad esempio, il Pakistan e l’Iran, incontratisi in Turchia, hanno recentemente firmato un accordo per un nuovo oleodotto.
Ancor più preoccupante per gli USA è che l’oleodotto potrebbe essere esteso all’India. Il trattato del 2008 degli Stati Uniti con l’India che appoggiava i suoi programmi nucleari – e indirettamente i suoi programmi di armi nucleari – era mirato a fermare l’unione dell’India all’oleodotto, secondo Moeed Yusuf, un consigliere dell’Asia meridionale per il United States Institute of Peace, che ha espresso una comune interpretazione. L’India e il Pakistan sono due dei tre poteri nucleari che si sono rifiutati di firmare il trattato di non proliferazione (NPT), il terzo è Israele. Tutti hanno sviluppato armi nucleari con il sostegno degli USA, e continuano a farlo.

Nessun individuo in retti sensi vuole che l’Iran sviluppi armi nucleari; né alcun altro [paese]. Un ovvio modo di mitigare o eliminare questa minaccia è di stabilire una zona libera da armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente. La questione è stata sollevata (di nuovo) in occasione della conferenza dell’NPT presso la sede delle Nazioni Unite all’inizio di maggio 2010. L’Egitto, come presidente delle 118 nazioni del Movimento dei Non-Allineati, ha proposto che la conferenza appoggiasse un programma che invitasse all’inizio delle negoziazioni nel 2011 per una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, come era stato concordato dall’Occidente, Stati Uniti compresi, alla conferenza di revisione sul Trattato di Non Proliferazione del 1995.

Washington è ancora formalmente d’accordo, ma insiste che Israele sia esentato – e non ha dato alcun cenno di permettere che tali misure siano applicate a se stesso [Washington]. I tempi non sono ancora maturi per la creazione della zona, ha affermato il segretario di stato Hillary Clinton alla conferenza del NPT, mentre Washington ha insistito che non può essere accettata alcuna proposta che preveda che il programma nucleare israeliano venga posto sotto il patrocinio dell’IAEA [International Atomic Energy Agency], o che richieda ai firmatari del NPT, specificamente a Washington, di rivelare informazioni sugli “impianti e sulle attività nucleari di Israele, comprese le informazioni pertinenti ai precedenti trasferimenti nucleari a Israele”. La tecnica di evasione di Obama è di adottare la posizione di Israele, ossia che qualunque proposta del genere deve essere a condizione di un completo accordo di pace, che gli USA possono ritardare indefinitamente, come ha fatto per 35 anni, con rare e temporanee eccezioni.

Al tempo stesso, Yukiya Amano, capo dell’International Atomic Energy Agency, l’ente internazionale per l’energia atomica, ha chiesto ai ministri degli affari esteri dei suoi 151 stati membri di esprimere le proprie vedute su come attuare una risoluzione che preveda che Israele “acceda” all’NPT e che apra le sue strutture nucleari alla supervisione dell’IAEA, ha riportato l’agenzia di informazione AP.

Viene raramente notato che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno una responsabilità speciale per lavorare alla creazione di una NWFZ in Medio Oriente. Nel cercare di fornire una debole copertura legale per la loro invasione dell’Irak nel 2003, hanno fatto appello alla risoluzione 687 (del 1991) del Consiglio di Sicurezza, che invitava l’Irak ad interrompere il suo sviluppo di armi di distruzione di massa. Gli USA e il Regno Unito hanno sostenuto di non averlo fatto. Non c’è bisogno di soffermarsi sulla scusa, ma tale risoluzione vincola i suoi firmatari ad agire per stabilire una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente.

Pareteticamente, potremmo aggiungere che l’insistenza degli Stati Uniti di mantenere gli impianti nucleari a Diego Garcia minaccia la zona (NWFZ) creata dall’Unione Africana, proprio come Washington continua a bloccare una zona NWFZ nel Pacifico escludendo i suoi territori del Pacifico.

L’impegno retorico di Obama per la non proliferazione ha ricevuto molta lode, persino un premio Nobel per la pace. Una mossa pratica in questa direzione è la creazione di zone libere da armi nucleari. Un’altra è il ritiro del sostegno per i programmi nucleari dei tre non firmatari del trattato di non proliferazione. Come spesso succede, la retorica e le azioni sono a stento allineate, in effetti in questo caso sono in diretto contrasto, fatti che richiamano poca attenzione.

Anziché intraprendere azioni pratiche per ridurre la davvero terribile minaccia della proliferazione delle armi atomiche, gli USA devono fare degli importanti passi per rafforzare il controllo dell’America sulle vitali regioni mediorientali che producono petrolio, anche con la violenza, se non ci riescono altrimenti. Tutto ciò è comprensibile e persino ragionevole, secondo la prevalente dottrina imperialista.

di Noam Chomsky



Nasce l’agenzia di rating cinese e dà voti (veri?) a Italia, Usa …





Più volte su questo blog abbiamo criticato le tre agenzie di rating, evidenziandone la scarsa credibilità. Ce ne sono soltanto tre, operano in regime di oligopolio e sono finanziate dalle stesse società che sono chiamate a giudicare. Nel giorno in cui Moody’s abbassa la valutazione del debito portoghese, Pechino annuncia la nascita della propria agenzia di rating. Si chiama Dagong e va a rompere l’oligopolio perfetto.

Ci vorrà del tempo valutarne l’affidabilità, ma Dagong ha iniziato col botto, dando i voti ai debiti dei Paesi sovrani. Voti che risultano alquanto diversi da quelli di Moody’s, S& P, Fitch.

Gli Usa, ad esempio, non meritano AAA, ma solo AA, come l’Arabia Saudita. ll debito debito cinese in valuta locale è più sicuro di quello americano: AA+ con outlook stabile. Stesso voto per Germania, Canada, Olanda.

Giappone, Regno Unito, Corea, Francia valgono meno e meritano AA-.

E l’Italia? Cattive notizie. Il rating è nettamente inferiore («A-») ed è lo stesso di Spagna, Portogallo, Belgio, Brasile,Cile, Sudafrica, Malaysia, Estonia, Russia, Polonia, Israele.

Il rating massimo AAA è attribuito solo a Norvegia, Australia, Danimarca, Lussemburgo, Svizzera, Singapore, Nuova Zelanda, nonché al debito cinese in valuta estera.

Da qui alcune domande:

1) Visto il livello di corruzione e di inaffidabilità delle tre agenzie occidentali, il voto dei cinesi fotografa meglio la realtà? Qualcuno potrebbe pensare che Pechino è stata generosa con se stessa; è possibile; però Pechino ha un debito irrisorio e ha enormi riserve, dunque la valutazione appare realistica.

2) L’Italia è messa davvero peggio di quanto ammesso finora dalle nostre autorità e dalle agenzie di rating? Valiamo davvero quanto i bistrattati Portogallo, Estonia, Spagna? Spero che la risposta sia no , ma se fosse sì, la tempesta potrebbe essere dietro l’angolo…

di Marcello Foa -

La vittoria dei Bilderberg e il mondo alla fame

Dalle sciagure “avvertimento”, come quella di Smolensk, alla pianificazione degli eventi mediatici destinati a deviare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale. Con due progetti nell'armiere: l'eliminazione di Barack Obama ed il progressivo impoverimento del ceto medio, “reo” di voler contestare le scelte delle e'lites finanziarie sulle sorti del mondo. Ecco l'allucinante report da Bilderberg 2010.

* * *

La notizia arriva dalla Germania e comincia a circolare intorno ai primi di aprile, quando i media vicini al fondatore di Movisol (Movimento internazionale per i diritti civili e solidarieta') Lyndon Larouche la rilanciano in rete: il piano per far scomparire dalla scena politica mondiale Barack Obama sarebbe gia' pronto. In discussione e' l'eliminazione fisica in stile John Kennedy (affidata, come sempre, allo “squilibrato” di turno), o l'atterramento politico, di quelli che non danno scampo e non conoscono vie di ritorno.
Chi ne fa cenno per primo alla Voce e' il giornalista d'inchiesta italiano Claudio Celani, da sempre residente a Berlino e primo fra i collaboratori dei periodici facenti capo al gruppo LaRouche, con sedi ed aderenti in tutto il mondo. Un personaggio piu' che discusso, il “guru” dell'economia planetaria, cui viene pero' riconosciuta una preparazione non comune nell'interpretare per primo le mosse sullo scacchiere internazionale ed una preveggenza dei fatti della storia piu' volte comprovata dai successivi accadimenti.
Classe 1922, un passato giovanile nelle fila dei trotskisti, Lyndon discende da quei primi padri pellegrini che fondarono le basi dei moderni Stati Uniti. Alla sua corrente di pensiero si deve gran parte delle ipotesi sul “Nuovo Ordine Mondiale”, gli assetti verticistici di predominio planetario che da anni costituirebbero il disegno occulto di pochi “grandi della terra”. Un'e'lite economica - assai piu' che politica - dalla quale per la prima volta sarebbero oggi escluse le linee politiche di Obama e, in una parola, lo stesso presidente Usa.
Su “Alerti” del 15 aprile scorso, il bollettino periodico del Movimento, Larouche avverte: i britannici, dopo essersi serviti di Obama, intendono eliminarlo. E si fanno precedere da una serie di accadimenti funesti, il primo dei quali sarebbe la sciagura di Smolensk. «Non appena appreso della tragedia aerea in cui hanno perso la vita il presidente polacco Lech Kaczynski e numerosi alti funzionari e esponenti delle forze armate, ho lanciato un forte avvertimento sul significato di questo sviluppo nell'aumentare la minaccia strategica alla vita del Presidente Obama». «Non si tratta di un avvenimento isolato», ha dichiarato LaRouche il 10 aprile. «Quando un pilota polacco, un pilota militare, a cui e' stato affidato il governo presidenziale, ignora un ordine, un avvertimento dato sul territorio russo sull'atterraggio in Russia in determinate condizioni atmosferiche e invece prosegue e alla fine tutti muoiono, cio' da' da pensare».
«Questo - continua l'economista americano - e' parte dell'ambiente di minacce di morte al presidente Obama. Siamo in una situazione che puo' essere paragonata, internazionalmente, all'assassinio di Kennedy… Quando qualcuno vuole assassinare il Presidente degli Stati Uniti, conduce una serie di operazioni che creano un'atmosfera di instabilita', una dinamica che consente loro di avere buone possibilita' di poter insabbiare i fatti sui colpevoli». E questo «qualcuno» LaRouche lo identifica con gli ex alleati britannici, i quali «sono intenzionati a liberarsi di lui, per creare una situazione in cui imporre una vera e propria dittatura negli Stati Uniti, eliminando un presidente che ha gia' esaurito tutta la sua utilita' politica», realizzata attraverso la riforma sanitaria, che sarebbe stata ispirata proprio dai grossi gruppi dell'industria farmaceutica anglo-britannica, contrapposti ai moloch delle assicurazioni private, finora detentori dell'intero sistema.

Le CONFERME DEL PIANO
Ma lasciamo ora Movisol e il suo dominus, perche' conferme indirette del piano anti-Obama fin qui ipotizzato arrivano da altre fonti. Se infatti appare persino scontato il riferimento ai gruppi nazionalisti armati (a cominciare dalle “milizie” facenti capo a Mike Vanderboegh), meno noti sono alcuni movimenti finanziari speculativi avvenuti intorno al disastro delle “Torri gemelle del mare”, vale a dire la colossale falla di greggio nell'oceano causata dalla British Petroleum, che ha provocato, fra i suoi primi effetti, il crollo verticale di una popolarita' e di un consenso - quali quelli di Obama - fino ad allora inespugnabili. Ma anche stavolta c'era stato “chi” aveva gia' previsto tutto. E non si trattava del “solito” LaRouche. Se guardiamo i repentini passaggi nell'azionariato di BP al 31 marzo di quest'anno - cioe' alla vigilia dell'incidente - una circostanza salta subito agli occhi: la banca d'affari americana Goldman Sachs si era appena “liberata” della bellezza di 4.680.822 azioni della societa' petrolifera britannica, fino a quel momento date per solide, realizzando un controvalore pari a 250 milioni di dollari. Se le avesse tenute, oggi avrebbe perso il 36% del loro valore.
E sempre a meta' marzo - come fa notare l'analista economico Mauro Bottarelli - il sito di ricerche di mercato Morningstar, a proposito del titolo BP, avvertiva: «Spaccature causate da limiti ambientali e operativi potrebbero ulteriormente limitare il potenziale di guadagno». «Che quell'incidente sarebbe accaduto - spiega Bottarelli - lo si sapeva da mesi e mesi, era questione di tempo. Anzi, di timing visto che le implicazioni sono anche - e forse soprattutto - economche e finanziarie: prima delle quali, uccidere Bp, renderla scalabile e ottenere a prezzo di saldo le sue attivita' estrattive». Con una “chicca” finale: ad effettuare le attivita' estrattive sulla maledetta piattaforma del Golfo del Messico non c'era solo British Petroleum, ma una terna di imprese comprendente anche Transocean e soprattutto, quale esecutore materiale dei lavori di trivellazione, la corazzata Halliburton di area George Bush (tramite il suo presidente Dick Cheney). Vale a dire proprio coloro che avevano interesse a far affondare, nella marea nera che ha devastato il Golfo del Messico, il pericoloso e democraticissimo Barack Obama.

BILDERBERG IN CAMPO
Contro quelli come Obama, del resto, le forze neocon del pianeta (non quelle ideologizzate, ma i detentori delle leve del potere finanziario), sono all'opera praticamente da sempre. E il progetto del NWO (New World Order) trova ogni volta nuove, sofisticate forme di attuazione in occasione dei super segreti summit dei Bilderberg, l'e'lite oligarchica mondiale che programma a tavolino i destini dei cinque continenti, servendosi della propaganda ad effetto mediatico messa a punto con mesi e talvolta anni di anticipo insieme ai direttori ed editori delle principali testate internazionali, tutti regolarmente presenti ai vertici della “Cupola”.
All'appuntamento 2010 che si e' tenuto dal 3 al 6 giugno nel sontuoso Hotel Dulces a Sitges, localita' turistica poco distante da Barcellona, i leader dei colossi editoriali erano numerosi e tutti molto influenti: cominciamo proprio da un italiano, l'amministratore delegato Telecom Franco Bernabe'. Con lui, l'AD di Europe 1, il francese Alexandre Bompard, l'editore dell'austriaco Der Standard Oscar Bronner, il numero uno della Washington Post Company Donald Graham. E ancora, John Micklethwait, editore dell'Economist, Matthias Nass, delegato dalla propieta' di Die Zeit, Denis Oliviennes a nome dell'azionariato de Le Nouvel Observateur, Martin Wolf, editore associato ed analista del Financial Times, oltre a Vendeline Bredow ed Edward McBride, corrispondenti dell'Economist ed unici due giornalisti ammessi, ma solo per una sorta di ufficio stampa del summit.
Una copertura dell'informazione, insomma, a prova di bomba. Cosi' come blindati sono stati i varchi terrestri ed aerei della location per l'intera durata della tre giorni. Fra gli altri italiani - assente per impegni governativi l'altrimenti assiduo Giulio Tremonti - c'erano gli immancabili Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa (quest'ultimo elencato fra gli ospiti ufficiali in veste di presidente di Notre Europe, aderente alla UE, ma in realta' reso ancor piu' influente dalla recente investitura al vertice della finanziaria d'affari sovranazionale Promontory); e poi John Elkan e il governatore di Bankitalia Mario Draghi, altro habitue' dei Bilderberg. Le uniche indiscrezioni riguardanti i punti strategici sul tappeto quest'anno filtrano attraverso Charles Skelton del Guardian, una vita alle calcagna dei padroni occulti del potere. In estrema sintesi, fra gli obiettivi da annientare ci sarebbero ora tutti gli appartenenti alla middle class, che gli oligarchi considerano «una minaccia» ai loro ordini del giorno, anche per le nuove consapevolezze diffuse proprio in questo ceto attraverso la rete. A maggio, nel corso del Consiglio per le Relazioni Estere a Montreal, uno fra i “padri” di Bilderberg, Zbigniew Brzezinski, aveva messo in guardia i partner dai pericoli del «risveglio politico globale», autentico ostacolo per i fautori del governo mondiale.
Una classe media da sradicare, dunque, abbassando il tenore di vita e favorendo lo scivolamento al di sotto delle soglie di poverta'. Fin qui, pare che non si tratti di un obiettivo remoto, dal momento che la crisi finanziaria sta provvedendo, giorno dopo giorno, a centrarlo in pieno. Per portarlo a compimento, secondo il rapporto di Skelton, i fautori del NWO stanno programmando «opportuni sistemi per indebolire il tenore di vita delle popolazioni, introducendo tasse piu' elevate, misure di austerita' o prelievi fiscali sulla CO2 emessa». Un “cuore verde” spuntato all'improvviso? Tutt'altro, come ben sa chi conosce il presidente emerito del Wwf: sua maesta' Filippo di Edimburgo, consorte di Queen Elisabeth.
«Attraverso la promessa “di una rivoluzione postindustriale”, alleata con “un'economia verde” - incalza Skelton - in realta' risulteranno paralizzate le economie una volta prospere e la popolazione mondiale diventera' povera al punto che la principale preoccupazione non sara' piu' quella di protestare contro la riunione di 200 elitari presso una localita' di villeggiatura di lusso, ma quella di come arrivare alla fine del mese». Altro scopo che puo' decisamente dirsi gia' a buon punto.
Il 3 giugno scorso, dinanzi al Parlamentro europeo, lo storico Daniel Estulin e' stato ancor piu' esplicito: «L'idea dietro ognuna di queste riunioni Bilderberg e' di creare quello che loro stessi chiamano “L'aristocrazia del proposito”, sul modo migliore per gestire il pianeta tra le e'lite dell'Europa e del Nord America».
In altre parole, «la creazione di una rete di enormi cartelli, piu' potente di qualsiasi nazione sulla Terra, destinata a controllare i bisogni vitali del resto dell'umanita', ovviamente dal loro punto di vista privilegiato, per il bene di noi tutti, la classe inferiore o “The Great Unwashed”, come loro ci definiscono».
di Rita Pennarola

12 luglio 2010

Nuovi giornalisti freelance rompono il monopolio dell'informazione



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Mentre in molti paesi nel mondo i cittadini comuni familiarizzano con le nuove tecnologie per cercare di far sentire la propria voce, in Giappone sono soprattutto i giornalisti freelance a portare avanti la battaglia contro l'establishment dei media tradizionali, dai quali sono intenzionati a mantenere le distanze. Questo perché in Giappone la distribuzione dell'informazione é sotto il controllo dei media tradizionali attraverso un sistema chiamato ‘kisha club’.



Kisha club significa letteralmente club dei reporter o club della stampa ed é meglio definito come ‘associazione che si occupa della selezione delle notizie’: è presente in quasi tutte le istituzioni pubbliche come ministeri, polizia, e nelle strutture aziendali ecc. Tra i loro compiti rientra l'organizzazione delle conferenze stampa delle istituzioni che gestiscono.

Come specificato nelle loro linee guida :

In un'epoca in cui si va sempre più alla ricerca di informazioni accurate derivanti da selezioni basate sull'etica dell'informazione, i kisha club si assumono la responsabilità sociale di monitorare l'esercizio del potere da parte dei funzionari pubblici e di scovare rivelazioni autentiche di informazioni da parte delle istituzioni pubbliche. I membri dei kisha club e chi partecipa alle conferenze sono tenuti pertanto a ricoprire questi ruoli importanti.

Solamente i giornalisti che lavorano per alcune società nell'ambito dei media tradizionali possono esserne membri e, di conseguenza, partecipare alle conferenze stampa organizzate dai kisha club.
I giornalisti freelance e i media stranieri spesso non sono ammessi. Nel caso in cui possano partecipare, non possono fare domande.

Il 13 Febbraio Takashi Uesugi , uno dei più popolari giornalisti indipendenti, che richiede l'abolizione del sistema del kisha club , ha scritto su Twitter :

Twitter e Ustream hanno oggi superato i club della stampa, che in precedenza monopolizzavano la divulgazione dell'informazione. I dettagli del sistema basato sui kisha club sono poco noti anche in Giappone. L'essere contrari all'anonimità del potere pubblico è una regola ovvia per il giornalismo.
Foto di un kisha club

Hirakawa, kisha club del Partito Liberaldemocratico. Licenza CC di tomo honeycomb.

Con un cambio di direzione, alcuni rappresentanti del governo eletti lo scorso anno hanno deciso di aprire le loro conferenze stampa [en] a tutti i giornalisti professionisti. Chi lavorava nei media online ha colto l'opportunità e ha da subito cominciato a partecipare alle varie conferenze con la propria attrezzatura per poter trasmettere gli eventi in diretta.

Lo scorso settembre Tetsuo Jimbo , un videogiornalista veterano nonché editor e CEO di videonews.com ha commentato questa novità: conferenza stampa di un ministro aperta a tutti i giornalisti professionisti.


Enunciando il principio guida della nuova politica, il Ministro Okada ha detto: “In linea di massima aprirò (le conferenze stampa) a tutti i media, inclusi quelli che non appartengono al kisha club [del ministro degli esteri].”
[…] Fino ad ora i giornalisti appartenenti ad una società con un kisha club dovevano fare ricorso alla loro azienda per diventare membri di quel club. Anche a causa della politica interna di ciascuna società, i giornalisti non potevano presenziare a qualsiasi conferenza desiderassero.
D'ora in avanti, in linea con questa nuova politica, tutti i giornalisti [oltre a freelancer e reporters di riviste e mezzi di informazione online] che lavorano per un' organizzazione-membro possono prendere parte a qualsiasi conferenza. Questo significa che, ad esempio, un reporter di Asahi appartenente ad un certo gruppo non dovrà amareggiarsi all'idea di non poter partecipare alla conferenza di un altro gruppo, diverso da quello a cui é stato assegnato. Oppure un direttore del NHK che lavora per programmi come Close Up Gendai or NHK Special non verrà ostacolato nel riprendere o partecipare ad una conferenza del Ministero degli Esteri da un collega reporter del NHK che si occupa solitamente di quel ministero. E tali ridicoli incidenti (perchè si sono verificati realmente) non si ripeteranno.”

Ustream, in particolare, si propone come una fonte d'informazione alternativa per eludere i filtri dei media principali.

E' abbastanza conosciuto il caso del popolare sito web per la condivisione di video Nico Nico Douga, che dall'anno scorso ha fornito un servizio di trasmissione in diretta ai suoi utenti . Il suo staff é diventato una presenza regolare alle conferenze stampa settimanali del ministro degli esteri, permettendo al suo pubblico di interagire direttamente con il presentatore. Non solo il pubblico può assistere all'evento ma anche inviare domande alla pagina web che vengono scelte dallo staff di Nico Nico Douga e poste direttamente al ministro. Stando al sito Nico Nico Douga , i suoi utenti hanno potuto fare domande sulla questione della base militare americana , sugli attivisti di Sea Shepherd , sugli aiuti all'Afghanistan ecc.




Conferenza in diretta del Ministro degli Esteri Okada su Ustream di Yasumi Iwakami, 29 Giugno.

Il blogger nob1975 ha scritto un commento su questa opportunità dicendo che i cittadini e i netizen adesso devono riuscire a guardare le conferenze stampa dei loro politici prima che vengano riviste e filtrate dalla TV e dalla stampa.

I cittadini adesso hanno la possibilità di entrare in contatto con informazioni genuine. Mi chiedo se ci sia mai stato un'opportunità del genere in passato.
Questa é un'epoca un cui i politici possono parlare ai cittadini direttamente, senza passare attraverso i kisha club o partecipando a “programmi d'informazione”, che fanno parte di programmi d'intrattenimento, a “varietà” che vedono i politici come carne da macello per lo spettacolo, oppure a “talk shows” dove l'ospite porta avanti la conversazione.
Credo che questo sia fantastico.
[…]
Mi sembra un cambiamento epocale.

Giornalisti indipendenti come Takashi Uesugi, prima citato, o il premiato Yasumi Iwakami hanno reso Ustream uno strumento per creare dibattiti aperti focalizzati sul “sistema del kisha club”, per accrescere la consapevolezza dei giapponesi riguardo a come le informazioni a cui accedono siano spesso influenzate e limitate. Un esempio é il dibattito tra Uesugi e l'economista Nobuo Ikeda sulle rivelazioni delle forze dell'ordine ai media”.

Ecco quello che si trova nel profilo di Iwakami sulla sua pagina Ustream :

Il giornalista indipendente Yasumi Iwakami va ovunque, intervista chiunque e, quando possibile, trasmette direttamente le informazioni: interviste, dibattiti, conferenze stampa e così via.

In conclusione, Hiroshi Hirano, redattore del quotidiano online Electronic Journal, che critica il monopolio nell'informazione in quanto contrario ai principi di democrazia, ammonisce riguardo alla pericolosità del potere insito nei media.

Se l'informazione é monopolizzata da una fonte, si crea una nuova forma di potere che é facilmente manipolabile da politici, burocrati o altri per i loro scopi.
di Scilla Alecci