17 marzo 2011

L'identità italiana. Oggi Festa dell'Unità d'Italia.


http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/information/N1181201501/logo%20italia%20unita%20grande.JPG

Credo che, quando si parla di “identità”, se si vuol far un discorso corretto si debba cominciare a circoscriverne i caratteri. L’identità è la coscienza di se stessi – anzitutto “sentita” e “vissuta”, ma della quale bisogna pur sforzarsi di acquisire razionale consapevolezza -: pertanto della propria specificità, di quel che distingue “noi” dagli “altri” e della gradualità, appunto, dell’essere “noi” rispetto agli “altri”, secondo criteri di maggiori o minori prossimità e/o affinità. Il che significa che l’identità è per sua natura dinamica (in quanto si modifica nella storia) e imperfetta (in quanto nessuna comunità, come del resto nessun individuo, può vantare un’identità assoluta, metafisica e metastorica, “globale”: ciascuna identità si misura su concreti parametri storici, spaziali, genetici, linguistico-dialettali, religiosi, antropologici).
Nell’Italia d’oggi si è affermata a livello politico e massmediale una sorta di “neolingua”, di nefasta orwelliana memoria, che rischia di render le acque della nostra reciproca comprensione più torbide di quanto già non siano. E’ la “neolingua” nel nome della quale, ad esempio, si definisce “buonismo” qualunque tipo di atteggiamento caratterizzato da quel che si giudica un eccesso di tolleranza, di altruismo, di umanitarismo, di comprensione, spinto fino alla debolezza: e nel nome del quale troppo facilmente si condannano le scelte tese a risolvere i nuovi problemi che il presente c’impone di affrontare (ad esempio l’immigrazione illegale e il disagio causato dalle vecchie e dalla nuove povertà) con equilibrio e senso di solidarietà. Spesso, si disprezza e si condanna come “buonismo” quella ch’è solo la vecchia, cara carità cristiana.
Allo stesso modo si usa di solito condannare, o comunque guardare con sospetto, il cosiddetto “relativismo”. Al riguardo vanno però notate almeno due cose. Primo: non bisogna confondere il concetto di “relativismo morale” – che implica un’adattabilità utilitaristica di concetti e valori di per sé concepiti come innegoziabili – con il “relativismo antropologico”, che altro non è – ce l’ha insegnato un grande scienziato ch’era anche un grande spirito libro, Claude Lévi-Strauss – se non il principio secondo il quale ciascuna cultura va compresa e giudicata alla luce dei criteri e dei valori che le sono propri. Secondo: bisogna guardarsi dal giudicare comunque come frutto di “relativismo” quel ch’è invece, in ogni caso, applicazione del principio della “relatività”, che è caratteristico dei parametri storici e politici. Difatti, è del tutto legittimo perseguire principi assoluti: ma senza dimenticare che l’Assoluto è un parametro teologico, mistico e filosofico, che non può essere tradotto se non in modo mediato e articolato nella realtà storica. La convivenza tra principi religiosi e filosofici differenti è difatti una prassi politica, tesa a salvare l’essenziale di quanto nella culture “altrui” è considerabile come assoluto, senza danneggiare tuttavia i valori assoluti di nessuno, e quindi imparando a rinunziare a quanto essenziale non sia. Bisogna tener presente che il contrario del “relativismo” non è, come potrebbe sembrare, l’”assoluta obiettività”: ma è, al contrario, il più spudorato soggettivismo elevato arbitrariamente a categoria generale e universale. Chi ad esempio ritiene “relativistico” l’atteggiamento di quanti rifiutano d’imporre agli altri, come cànone civile, gli esiti delle proprie convinzioni personali a livello religioso e morale, dimentica che tali convinzioni sono senza dubbio assolute e innegoziabili a livello intimo e personale (in sede di “fòro interno”, come una volta si sarebbe detto): ma – in una società che si autodefinisce “laica” e che tiene alla sua “laicità” – l’unico modo non già d’imporle, bensì di proporle agli altri è il discuterne pacatamente e il dimostrarne razionalmente l’eccellenza. “Voi vincerete, ma non convincerete”, è affermato nell’altissima replica pronunciata nell’Università di Salamanca, nell’ottobre del 1936, da Miguel de Unamuno al Viva la Muerte! del generale Millan Astray. Questa è la vera sfida che chiunque si senta portatore di valori assoluti in una società laica è chiamato a raccogliere: convincere chi non li condivide che essi sono quelli giusti, o quanto meno quelli piu opportuni.
Ecco perché il discorso sulle identita, essendo per sua natura storico, sociologico, antropologico e sul piano dei valori pratici anche politico, non può svilupparsi se non all’interno di un contesto di “segni” e di significati relativi: e anche chi li viva come assoluti non può non accettare questo piano di discussione, dal momento che appunto di storia, di sociologia, di antropologia e di politica qui si parla, non di teologia o di filosofia o di mistica.
Ora, le “identità”, tutte, hanno la caratteristica fondamentale della pluralità: esse possono inoltre presentarsi tanto come comunitarie quanto come individuali. Esse sono inoltre – come all’inizio di questo discorso dicevamo - dinamiche, essendo soggette al mutamento storico; e imperfette, in quanto alla loro configurazione dinamica concorrono ordinariamente fattori identitari provenienti da altra origine.
Un’identita “nazionale”, ad esempio, non può sacrificare la sua complessità a proposte riduttive che intendano semplificarla. La “nazione” si sovrappone difatti, magari con l’ambizione di sintetizzarle ma senza necessariamente risolverle tutte in se stessa, a una serie di “identità” non solo individuali, ma altresì familiari, cittadine, municipali, regionali, che corrispondono ad altrettanti complessi modi di essere i quali si traducono anche in valori linguistici, etici, addirittura estetici. Esistono inoltre altre dimensioni, esse stessi identitarie, che sono ad esempio quelle religiose, da cui dipendono in gran parte le stesse scelte etiche e civiche (indirettamente perfino estetiche: in quanto simboliche). Le scelte e le tradizioni religiose incidono potentemente sulle identità nazionali, che sono storicamente parlando più “giovani” di esse: tuttavia solo di rado e di solito per brevi periodi, nella storia umana, valori nazionali e valori religiosi (pensiamo a una religione “storica”, incarnata anche in istituzioni ecclesiali o comunque socioculturali concrete) coincidono. A ciò si aggiungono, a completare ma anche a complicare il quadro identitario comune all’interno del quale ogni individuale componente di esso dovrebbe pienamente riconoscersi, altre componenti che sono certo connesse con fattori storici e religiosi, ma che tuttavia riguardano a livello più intimo il nostro essere e il nostro divenire: il sesso con le relative inclinazioni individuali e il valore sociale che ciascuna di esse riveste, la fascia d’età, la condizione socioeconomica, quella psico biologica (lo stato di salute, le aspirazioni, la “speranza di vita”, la “ricerca della felicità”), quella socioculturale.
Prima di procedere oltre, va a questo punto introdotta una considerazione storica fondamentale. Il cammino della Modernità occidentale, dal Cinquecento e con maggior forza dal Settecento in poi, è stato caratterizzato da un crescente ipertrofizzarsi dell’identità individuale, dell’ego, a vantaggio del quale si è teso a progressivamente sacrificare ogni altra identità: soprattutto quelle comunitarie, che per molteplici generazioni sono state considerate un ostacolo all’affermarsi – “assoluto”, appunto…- della Libertà e della Volontà dell’individuo. Ci si deve anzi render conto che questo è appunto, a tutt’oggi, il grande problema di quella che usiamo definire la “civiltà occidentale”: una dicotomia, che può rischiar di portar alla schizofrenia, tra la considerazione dei Diritti Umani (irrinunciabile, appunto, per noi occidentali: che anzi vi guardiamo come a un insieme di valori assoluti e universali) e la Volontà di Potenza individualistica, che in determinati momenti storici può essersi proiettata comunitariamente in progetti di tipo nazionale o classistico, ma che comunque è di per sé insofferente di limiti. Si è provato più volte, nella storia recente e meno recente (dal colonialismo sette-novecentesco alle recenti crisi irakena e afgana) a convincer noi stessi e gli altri che Diritti Umani generali e Volontà di potenza, quindi interessi, “occidentali” coincidevano. Ma si è sempre trattato di un escamotage che ha sempre dovuto scoprir presto i suoi limiti: che insomma, a dirla appunto con de Unamuno, non ha mai “convinto” neppure quando ha “vinto”: e, che del resto, nemmeno la brutalità delle armi è mai davvero risucita ad imporre, come appunto i “casi” irakeno e afghano drammaticamente dimostrano.
Ora, proprio questo è il punto su cui si deve forse innescare un progetto, se non addirittura attuare una scelta. Noi italiani di oggi – e non siamo i soli: anzi, siamo in ottima compagnia occidentale – abbiamo difficoltà a immaginare sul serio una “identità” che non sia soprattutto e anzitutto quella individuale, al massimo estensibile ai cerchi identitari di prossimità familiare e amicale. Quando invece, riferendosi al piano comunitario, molti parlano di “identità minacciata”, bisogna tener ben presente che le “identità” possono bensì venir combattute o addirittura represse: tuttavia, esse sono minacciate sul serio solo dal loro interno, dalla mancanza o dalla carenza di autocoscienza. Gli italiani, al pari di tutti gli “occidentali”, hanno curato specie negli ultimi due-tre secoli la crescita della propria identità individuale, per quanto altri valori – nazionali appunto, e in genere comunitari, nonché religiosi - si ponessero rispetto ad essa in controtendenza. Abbiamo quindi perduto la consapevolezza delle nostre tradizioni: e, d’altronde, anche della loro complessità. L’abbiamo perduta o, per meglio dire, l’abbiamo consapevolmente rimossa da noi: tra il primo-secondo e il settimo-ottavo decennio del nostro secolo gran parte della società italiana, da “destra” come da “sinistra”, ha fatto a gara nel respingere, rifiutare, deridere e dimenticare usanze e consuetudini ch’erano in realtà l’involucro esteriore di valori profondi. Come ha sostenuto Antonio Gramsci, l’unica autentica tradizione identitaria del popolo italiano nel suo complesso era quella legata ai riti, ai ritmi, ai valori etici della Chiesa cattolica: ma proprio contro di essi, giudicati in blocco nemici della libertà e del progresso, si è costruito gran parte del processo di unità nazionale noto col nome di “Risorgimento”. L’obliterazione è stata profonda e, allo stato presente delle cose, irreversibile: e si è tradotta perfino nella considerazione e nel sentimento del tempo, cioè in valori calendariali. Quanti di noi, che si dicono cattolici e che gridano di voler difendere le loro “tradizioni” contro gli assalti esterni (i “campanili contro i “minareti”…), sanno che cosa sono le Quattro Tempora o come si arriva a determinare calendariamente parlando la domenica di Pasqua?
La penisola italica è stretta e lunga: ha la sua spalla occidentale in Francia (anzi, nel mondo borgognone-provenzale), quella orientale tra mondo germanico e mondo slavo, lo sprone e il tallone in quello greco-illirico (un maestro, Ernesto de martino, ce l’ha insegnato molto bene), la punta del piede nel mondo arabo-africano; e le sue isole maggiori sono state per lungo tempo parte della realtà storico-linguistica iberica (come ben sanno i sardi catalanofoni). Fin dall’inizio del primo millennio a.C. – ma in realtà già da prima -, l’Ausonia-Enotria-Italia è stata “molo d’approdo” e “piano di scorrimento” di una quantità di genti ciascuna delle quali le ha apportato parti del proprio patrimonio etnico, religioso, linguistico. Anche a voler abbandonarsi alle semplificazioni e alle astrazioni piu estreme, si è costretti ad ammettere che non esistono soltanto italiani “settentrionali”, “centrali” e “meridionali”, italiani “adriatico-ionici” e “tirrenici”, ciascuno con caratteristiche dialettali e gergali che li distinguono. La stessa cultura “italiana” è in gran parte essa stessa dialettale e gergale: la “questione della lingua italiana” è in realta antica di oltre un millennio e - se vogliamo farla risalire ai sermones bassolatini – ancora di più: ma i tentativi di costruire una lingua italiana, già perpetrati anche da figure come Dante Alighieri e Pietro Bembo, hanno finito con il venir risolti d’autorità, quando “fatta l’Italia, restavan da fare gli italiani”, adottando secondo il modello suggerito da Alessandro Manzoni il cànone linguistico dei “fiorentini colti”. Il che significa che, mentre la lingua inglese si è per esempio radicata nel kings English grosso modo già definito nel XV secolo e il francese si è fissato grazie al lavoro dei poeti della “Pleiade” prima e dei philosophes settecenteschi poi, l’idioma italiano non ha ancora due secoli di vita ed è stato sempre insidiato, inficiato, “inquinato”, da quei dialetti che in realtà sono un’irrinunziabile ricchezza delle nostre genti. L’adozione forzosa dell’italiano, che insieme con al leva obbligatoria e la scuola primaria è stata uno dei piu potenti motori del processo d’integrazione nazionale tra 1860 e 1945, ha rischiato di farci perdere una quantità immensa e profonda di valori: basti pensare all’oblio purtroppo generalizzato, e comunque (per fortuna) solo apparente, della gran tradizione letteraria dialettale, dal Meli al Porta al Pascarella al Trilussa al Di Giacomo fino a Totò, a Eduardo e perfino allo stesso Pirandello che pur passa per un propagatore dell’italiano formalmente – e talora, in apparenza, “freddamente” – corretto, e che e stato capace di produrre un capolavoro assoluto come la traduzione in siciliano del Ciclope di Aristofane; uguagliato da Eduardo, con la sua splendida traduzione napoletana della Tempesta di Shakespeare. Si parla d’identità italiana: è pensabile, è esprimibile, senza la poesia, il teatro e perfino il cinema in dialetto, sia stato esso il napoletano che a lungo si e imposto nella canzone, il romanesco del cinema del secondo dopoguerra, ma anche il veneziano di Goldoni e di Gallina, il genovese di Govi, il friulano di Pasolini, il milanese di Rabagliati, il fiorentino-pratese di Benigni?
A ciò vanno aggiunti i valori religiosi, complicati dal peso storico che il papato, insediato nel centro della penisola, ha avuto sulla storia italiana, e dal fatto che la religione prevalente – appunto la cattolica – è ormai in crisi (vorrei ricordare al riguardo studi importanti, come quello di Pietro Prini o, più di recente, di Riccardo Chiaberge) – e che la maggior parte dei cattolici è fatta di “credenti” che sono soltanto sociologicamente tali; mentre esistono valori “laici”, che hanno potentemente contribuito alla costruzione storica di una “nazione italiana” unitaria, che sono in realtà profondamente anticlericali quando non addirittura, ed esplicitamente, anticattolici. Del resto, il rapporto tra politica e religione pesa sul nostro paese da molto prima dell’insorgere dell’anticlericalismo-anticattolicesimo di élite degli illuministi e delle logge massoniche: esiste una lontana tradizione antiecclesiale radicata nei movimenti religioso-popolari (e, come diceva Gioacchino Volpe, nelle “sette ereticali”) del medioevo, passata attraverso l’impietas soprattutto – ma non esclusivamente – ghibellina dei secoli XIII-XV (penso al “ghibellino” Ezzelino da Romano, ma anche al “guelfo” Sigismondo Pandolfo Malatesta), il non-conformismo di eretici e di “riformati” del Cinquecento – e ci soccorrono qui lezioni altissime, da Delio Cantimori a Giorgio Spini –, lo scetticismo “libertino” sei-settecentesco collegato con la rivoluzione scientifica allora in atto, per approdare all’anticlericalismo otto-novecentesco. Una storia lunga, alimentata dal circolo repressione-ribellione soprattutto nei territori dello stato pontificio; ma quanto ha pesato sulla costruzione dell’identita meridionale, nei decenni immediatamente successivi all’Unita, l’altro circolo tragico di repressione-ribellione, quello legato al “banditismo”; e l’altro ancora, quello dell’immigrazione tanto interna quanto diretta all’estero, in gran parte dovute alle esigenze dello sviluppo industriale del Nord a spese del sud e a questioni sociali eternamente irrisolte a causa di un pervicace sostegno dato dei governi dell’Italietta postrisorgimentale a un “sistema dell’ingiustizia sociale” che ha ad esempio impedito sistematicamente qualunque seria riforma agraria?
Ed eccoci pertanto, nonostante le infinite forme di massificazione e di omologazione dei giorni nostri, a un’”identità-mosaico” che non può non essere se non tale. Per esprimersi in termini schematici, ma pensati appunto per far emergere contrasti e contraddizioni: come possono ad esempio un italosettentrionale laico, maturo, di sesso maschile, mediamente abbiente, d’istruzione corrispondente alla scuola media secondaria, e una italomeridionale o isolana giovane, magari disoccupata e ragazza-madre, d’istruzione elementare o medio-primaria, nullatenente, cattolica oppure ebrea (e oggi magari musulmana), condividere la stessa “identita nazionale”? Di quali “Fratelli d’Italia” andiamo mai blaterando?
Questo è forse, dal punto di vista storico, il principale ostacolo da affrontare quando si parla di una “identità italiana”. La costruzione del processo unitario nazionale nel nostro paese non solo è stata recente (datando al massimo dalla fine del Settecento, ma in realtà piuttosto dalla meta dell’Ottocento): essa si è realizzata sulla base dell’adozione di un modello, quello centralizzatore di giacobina e bonapartistica memoria, ch’era per molti versi congruo con la tradizione storica del paese nel quale era nato, la Francia, ma che non era per nulla coerente con la storia della penisola. Ch’è storia policentrica, regionale, municipale, comprensoriale, cittadina, addirittura familiare (e qui hanno avuto ragione tanto Jacques Heers quanto Paul Ginsborg). Storia di varie “patrie” senza dubbio incoerenti e magari reciprocamente incompatibili, ma tuttavia profondamente e lungamente vissute, praticate, sentite: e soprattutto amate. “la patria, uno se la sceglie”, è stato detto; “La patria è quella dove si vive”; c’è chi ha sostenuto che al sua patria è il mondo intero; ma il detto più italiano fra tutti è quello di chi ha sentenziato che “la patria è la propria parte”.
In tedesco, vi sono per indicare la patria due parole: Vaterland, che qualifica in senso generale la “terra degli antenati”; e Heimat, da una radice linguistica significante il segreto, il mistero, il cuore nascosto delle cose.
Dinanzi a una nazione italiana centralizzata nata, e sviluppatasi contro le tradizioni antropologicamente stratificate (da etruschi e greci a celti, a longobardi, ad arabi), policentriche e regionalistiche delle genti italiche, e dopo un secolo e mezzo di vita nazionale ch’è per piu versi stata una “falsa partenza” (pensiamo al tentativo di trasformarsi in grande potenza europea e al suo lungo contraccolpo, che ha diviso e ancora in parte divide le coscienze), ora la “seconda repubblica”, se è nata, ha scelto la forma federalistica: il che vuol dire che ha in gran parte rifiutato un modello nel quale per un secolo e mezzo gli italiani avevano cercato e creduto d’identificarsi, bisogna trovare il coraggio di accettare il fatto che un’autentica “identita italiana” è ancora da costruire. E che va costruita di nuovo. Il che non implica un rifiuto del passato: bensì una rilettura storica faticosa e profonda (che ne e, ad esempio, della nostra grande tradizione municipalistica e regionale per quasi mezzo millennio vissuta e praticata all’interno di quegli stati italiani preunitari la storia, le istituzioni, la vita dei quali e stata forzosamente obliterata nell’ultimo secolo e mezzo, ma che pure hanno lasciato tracce profonde?). Il ripensamento storico (“revisionistico”, dira qualcuno: ma la storia è revisione continua di giudizi precedenti, o non è nulla) va accompagnato altresì da un atteggiamento positivo ed energico di fronte alla realtà presente e alle possibilità del futuro. Nessuno di noi puo rinunziare alla sua Heimat profonda. La mia, per esempio, è toscana, anzi fiorentina; e cattolica.
Ma la storia e la realtà attuale c’impongono non solo la consapevole accettazione di quel ch’è stato storicamente il nostro Vaterland, bensì addirittura la considerazione di quello che in tedesco si chiamerebbe il Grossvaterland, la “Grande Patria”: che per tutti noi è l’Europa, al di là del carattere insoddisfacente di quelle che a tutt’oggi sono le sue istituzioni comunitarie, che restano nonostante tutto una ricchezza e il cui percorso e sostanzialmente irreversibile, per quanto grazie a Dio non irriformabile. Ma io, questo mio “essere europeo”, lo vivo da euromeridionale, da “euroterrone”, cioè da euromediterraneo; cioè da europeo che si sente prossimo al Vicino Oriente e all’Africa settentrionale. Tutto ciò impone un recupero di valori magari antichi, magari dimenticati, ma al tempo stesso la scoperta di nuove frontiere ma anche di nuovi contenuti culturali, di nuove affinità, in grado di collaborare alla costruzione di un’”identità comunitaria” che ancora non esiste, e i desueti modelli storici della quale debbono esser per forza anzitutto esplicitati, cioè riportati alla conoscenza comune (e in cio il concorso di scuola e di massmedia sarebbe fondamentale), quindi messi in discussione.
Se riusciremo a vincere questa sfida, potremo parlare sul serio di una “identità italiana”. Nei Demoni di Dostoevskji uno dei personaggi più intensi, Shatov, a chi lo accusa di essere ateo risponde: “Io crederò in Dio”. Shatov intende dire che accetterà di dirsi credente se il popolo russo, nel suo insieme, saprà riscoprire gli autentici valori religiosi che stanno alla base della sua esperienza comunitaria profonda. Oggi, nei confronti dell’Italia, mi sento personalmente un po’ come Shatov: io crederò nell’Italia se, al di là di nostalgie e di nuovi fanatismi, sapremo riscoprirci italiani, anche aprendoci a chi ancora non è tale eppure in buona fede e buona volontà intende diventarlo, perché il ricambio è una forma di rinnovamento e rinnovarsi è indispensabile anche biologicamente, in tempi di decremento demografico principalmente dovuto sul piano delle scelte morali al benessere e al consumismo.
Recuperare valori – come dicevo or ora – magari addirittura antichi e dimenticati, quindi ripensarli (non si tratterebbe certo di un recupero archeologico-museale ) e proporli a nuovi concittadini, a gente venuta da fuori o nata e cresciuta fra noi ma figlia d’immigrati, e al tempo stesso non chiudersi alle sacrosante e legittime istanze di chi, trovando con noi e presso di noi una nuova patria, non per questo vuol voltare del tutto e repentinamente le spalle a quella che è stato costretto ad abbandonare (che cos’altro hanno fatto mai i nostri poveri connazionali costretti, fra Otto e Novecento, a cercar un pezzo di pane e una casa in America e in Australia?), potrà apparire come la quadratura del cerchio. Ma è la chiave di volta del rinnovamento e quindi del futuro: poiché, come e stato detto, o ci si rinnova o si perisce. Non si può stabilire una prognosi e una terapia adeguata, quando se ne ha bisogno, senza una lucida e spietata diagnosi.
E la diagnosi dello stato di salute dell’Italia è quella presentata nel rapporto ISTAT del gennaio 2010. Il paese sta progressivamente e rapidamente invecchiando; la nostra economia si regge in gran parte su un “lavoro nero” i proventi del quale finiscono in gran parte nelle tasche di gente che poi finanzia e fomenta, direttamente o indirettamente, la xenofobia e soffia sul fuoco della piu infame delle guerra, la guerra tra poveri; gli italiani sono ai primi posti nel mondo nel possesso e nell’uso dei telefonini portatili, ma cresce esponenzialmente l’ignoranza.
Non c’è dubbio che le generazioni che oggi sono adulte, mature o anziane, insomma quelle degli italiani nati nel mezzo secolo tra 1930 e 1980, sono le responsabili di tutto ciò. Se quelle nate nel mezzo secolo precedente ci hanno condotto alla guerra e alla rovina , le attuali – prendiamo in blocco quelle di chi oggi è padre o madre, nonno o nonna – sono le responsabili della cattiva e irresponsabile gestione degli anni della ricostruzione e del benessere. Le generazioni nate nel cinquantennio precedente gli Anni Trenta (ovviamente sto schematizzando un discorso che andrebbe attentamente articolato) sono forse ree di averci passato un cattivo, usurato, inquinato testimone; le nostre (io sono del ’40) lo sono di una colpa ancora peggiore, quella di non aver saputo consegnare ai loro figli alcun testimone: sono state il team latitante nella corsa a staffetta della storia. Ai nostri figli e nipoti, abbiamo consegnato solo un peraltro fragile benessere, insieme con la cultura dei consumi. Abbiamo permesso che essi crescessero nell’ignoranza quasi totale di quelli che globalmente si definiscono “valori immateriali”, prigionieri di una Civilta dell’Avere (ricordate il vecchio Erich Fromm?) che ha loro del tutto nascosto la Civilta dell’Essere. Su questo deserto sono cresciute le malepiante dell’indifferenza, dell’insensibilità, del disimpegno sociale, della diseducazione civica: le malepiante che hanno prodotto una società civile italiana largamente assente a se stessa, tutta pretesa di diritti e niente assunzione di doveri. Una società profondamente malata, dai livelli alti nei quali si evadono alla grande le tasse e si consumano gli abusi piu scandalosi ai livelli bassi di chi non è nemmeno in grado di capire l’importanza di un corretto modo di parcheggiare l’auto o di eseguire la raccolta differenziata dei rifiuti; e dalla noia, dall’angoscia, cui si risponde magari con la droga. Ma il vuoto morale e spirituale, il vuoto dei valori e dei doveri, è come qualunque altra forma di vuoto: non esiste. Viene immediatamente riempito. E, in una società ammalata di consumismo e di spettacolarismo, quel che riempie il vuoto è a sua volta per forza di cose costituito da falsi valori o da controvalori: dal carrierismo senza scrupoli nei casi “rampanti” alla ricerca di surrogati che abbiano una qualche lontana parvenza d’impegno civile ma che, pensati da e per soggetti incolti e corrotti, possono finir col costituire “rimedi” peggiori del male. E siamo alle false neoideologie che alimentano il patriottardismo da stadio, la xenofobia o, su una sponda solo formalmente ad essi opposta, le tentazioni neosettarie e neoterroristiche “di sinistra”.
Per reagire a tutto questo, per uscire dalla morta gora attuale, bisogna per forza rivolgersi ai giovani. Farlo anzitutto, noi adulti e magari anziani, partendo da un nostra culpa, nostra culpa, nostra maxima culpa che non sia una recriminazione pietosa, ma una virile assunzione di responsabilità. Oltre un secolo fa Giosué Carducci, rivolgendosi ai giovani del suo tempo dalla sponda della sua generazione, quella che aveva fatto il Risorgimento e aveva coscienza di averlo fatto male, poteva dedicar loro un intenso viatico, adatto ai suoi tempi: “Noi troppo odiammo, e sofferimmo: amate”. Ma noialtri, che abbiamo fallito il dopoguerra, il boom della società del benessere prima e del semimalessere ch’è venuto dopo, non abbiamo né odiato né sofferto: e soprattutto non abbiamo insegnato ai nostri ragazzi ad amare un bel niente. Li abbiamo solo lasciati a se stessi, senza parlar loro, senza comunicar né trasmettere (traditio deriva da tradere) loro un bel nulla nulla: soli nella loro consumistica sala-giochi, E non è solo un modo di dire. Quanti, che oggi hanno dai quarant’anni circa in giù, potrebbero testimoniare che la loro prima e vera, magari unica balia e compagna di giochi è stata la TV? Il danno che in tal modo abbiamo loro procurato, soprattutto al livello della devastazione dell’immaginario, è incommensurabile, inimmaginabile e irreparabile. La stessa crisi della fede cattolica, della famiglia, della scuola, della solidarietà, del principio positivo di autorità (che non è autoritarismo) sta sostanzialmente tutta qui. Dopo le macerie materiali del ’40-’45, è sulle rovine morali e culturali degli ultimi decenni, non meno impressionanti e terribili, che bisogna meditare. Per ricostruire con fatica e dolore, come nell’immediato dopoguerra. E non crediate che i detriti dell’anima si rimuovano più facilmente di quelli fatti di muri crollate e di metallo contorto; non crediate che l’edificio dello spirito si restauri prima e più facilmente dei monumenti e delle fabbriche distrutti dalle bombe.
Ricorriamo quindi alla necessaria medicina già prescritta da Max Weber: il disincanto. Cominciamo a esporre con chiarezza ai giovani d’oggi il quadro del nostro fallimento e dei rischi che essi corrono di conseguenza. Mostriamo loro come l’unico testimone che noi diamo l’impressione di aver loro passato, il Nulla, non può essere appunto un testimone: e che come tale va respinto. E ripartiamo: dal nostro linguaggio italiano, ch’è molto piu della lingua italiana convenzionalizzata e astrattizzata da un lavoro di nazionalizzazione delle masse che andava pur fatto, tra Otto e Novecento, ma che deve costituire una base e una traccia, non una gabbia. Ripartiamo dal linguaggio della nostra storia policentrica, delle nostre tradizioni in gran parte dimenticate e tutte da riscoprire, della nostra sensibilità collettiva, del Bello che nei secoli le genti d’Italia hanno saputo produrre e proporre al mondo: e scegliamo quanto di tutto ciò costituisce un capitolo da sigillare e riporre sia pur con venerazione nella nostra memoria collettiva (da non relegare nell’oblio, quindi), e quanto è invece ancora fecondo e suscettibile di esser condiviso con i nuovi compagni di strada, con i nuovi compatrioti che vengono in gran parte a colmare un vuoto – anche demografico – del quale non loro bensi noi portiamo la colpa, mentre essi ne sono semmai le vittime, dal momento che il nostro pluridecennale benessere si è fondato sugli squilibri di una globalizzazione che nelle parti del mondo che essi o i loro padri sono stati costretti ad abbandonare ha prodotto ingiustizia e miseria. Vengono da lontano, privi di tutto o quasi dal punto di vista materiale, ma carichi di ricchezze morali e culturali che a loro volta debbono esser pronti a valorizzare e a condividere. In tal modo, potremo creare insieme nuove sintesi: perche un processo storico si alimenta sempre e soltanto di nuove sintesi, lontano dagli opposti pericoli del progressismo e del mondialismo astratti che sono rifiuto del passato e delle chiusure xenofobe che sembrano difensive e sono invece suicide perche costituiscono il rifiuto del futuro.
Questa è, qui e ora, la nostra battaglia d’italiani. Confesso di non riuscir ad amare granché l’Italia d’oggi. Sento, come si espresse uno scrittore francese di qualche decennio fa, che mon pays me fait mal. Ma, se la facessimo a vincere questa battaglia, avrei la forza di ricredermi. E anch’io potrei dire col poeta del Novecento che piu amo, lo Ezra Pound dei Canti pisani: “Credo nell’Italia, e nella sua impossibile rinascita”.
di Franco Cardini

La questione energetica fondamento di una economia sostenibile



https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg_h8lnYfe4FpNLPS0tR4tti1t4JHIyZwswnFtqnmQhsDpy90pkt9-Bk-TjPRdMqsZTvTsL3dUI3cRxJ3r0QpjMLrq0SLLtusDGoZss78u2Au81cnnXOrPWDwO36jH1TIefr1k3Eg/s320/root-chakra-catherine-g-mcelroy.jpg

La catastrofe giapponese ripropone tramite la discussione sul nucleare il tema dell'energia. Le risorse energetiche infatti sono l’elemento sostanziale per ogni interpretazione del modello di sviluppo economico. Quest’ultimo se si ritiene illimitato nell’espansione dei mercati per mezzo dell’allargamento dei consumi, non è dato in fisica giacché le risorse naturali per definizione sono scarse e limitate. In effetti, le flebili voci ambientaliste sembrano spesso ispirate più all’utopismo irrealistico, che ad una consapevolezza politica, fondata sulla contraddizione ingenerata tra la cultura e la natura dall’utilitarismo economicista e il pragmatismo tecnologico. D’altra parte le patologie prodotte dal modello di sviluppo industriale sono oggi di tale portata, che è credibile, finanche popolare, proporre un mutamento di paradigma capace di superare la modernità sul piano della sostenibilità ecologica e la responsabilità sociale e politica. Nella fattispecie, il sistema energetico italiano si fonda essenzialmente sulle fonti fossili: gas naturale, petrolio e suoi derivati, carbone. Ben il 67% dei 318 TWh di energia complessivamente consumati proviene, infatti, da centrali termoelettriche, equamente insediate nel territorio nazionale. Le fonti rinnovabili contribuiscono per il 16-17%. Prevalente è l’idroelettrica, prodotta soprattutto in centrali dell’Italia del Nord, che occupa una quota del 15%. Il residuo 2% viene dalla geotermia, dalle biomasse e dai rifiuti e, in misura minore, dall’eolico che fornisce, insieme al fotovoltaico, 1.183 GWh d’energia e che appare in crescita. A completare l’offerta ci sono infine le importazioni dirette di energia dai paesi confinanti, che pesano per un 16%. Il rifornimento avviene soprattutto da Francia e Svizzera, seguite da Austria, Slovenia e, in misura ridotta, Grecia. Dall’esame di questi sommari dati, spiccano agli occhi tre evidenze: l’elevato utilizzo di combustibili fossili, il ridotto apporto delle fonti pulite e rinnovabili, la notevole dipendenza dall’estero del nostro sistema energetico. Partiamo da quest’ultimo aspetto. Poveri di risorse tradizionali, siamo costretti ad approvvigionarci largamente dall’estero, acquistando sia combustibili sia elettricità. In tal senso, la localizzazione delle esigenze energetiche contribuirebbe ad un processo di consapevolezza ecologica delle fonti e responsabilizzazione sociale e politica dal basso verso l’alto, attivando un modello sussidiario e comunitario di autonomia e indipendenza che avrebbe un impatto virtuoso in efficienza ed efficacia economica. Altra evidenza, si è detto, è l’eccessivo utilizzo di fonti fossili. Escluse le importazioni di elettricità, ricorriamo per l’81% della nostra produzione alle fonti non rinnovabili, con pesanti conseguenze ambientali: è noto che, a livello mondiale, oltre il 75% dell’emissione di anidride carbonica (il principale gas responsabile del cosiddetto effetto serra) è imputabile alla combustione di fonti fossili (essenzialmente carbone e petrolio). Sappiamo delle controversie tra i paesi industrializzati occidentali e i Paesi emergenti sulla reale volontà di adottare la riduzione delle emissioni di gas serra, che ha visto recentemente a Copenhagen l’ultimo - ma non ultimo - atto internazionale. La tendenza, in effetti, è ad un continuo aumento della domanda di energia, anche se, in linea con gli altri paesi più industrializzati, negli ultimi anni il tasso di crescita si è stabilizzato su una media del 2-3%: merito sia di un uso più efficiente dell’energia, sia dello spostamento della nostra economia verso un terziario avanzato, a più bassa intensità energetica. Da questo punto di vista sarebbe auspicabile un mutamento di paradigma socio-economico. In un contesto di tarda o post-modernità, con una economia sempre più smaterializzata, declinare la tecnologia e le priorità socio-culturali su priorità in controtendenza - oggi percepite nell’opinione pubblica - incentrate sulla qualità della vita, la sua sacralità e quindi armonia naturale, è praticabile anche in termini di consenso diffuso.
Le fonti energetiche rinnovabili sono quelle fonti il cui utilizzo non ne comporta l’estinzione: sono quindi tendenzialmente infinite ed, in genere, pulite (la valutazione sull’impatto ambientale e salutare va fatta in relazione all’intero ciclo di vita). Sono il sole, il vento, l’energia idraulica, le maree, la geotermia e le biomasse. In Italia la miopia politica e culturale, indotta dai forti interessi economici dominanti, si è concentrata quasi completamente sulle fonti rinnovabili “convenzionali”, vale a dire energia idraulica, geotermica e da biomasse. Minoritario resta invece l’apporto di sole e vento (che solo in questi ultimi anni sta diffondendosi), inesistente quello dell’energia marina, mentre l’idrogeno resta ad uno stato ancora di studio con aspetti molto contraddittori in merito alle implicazioni ecologiche di tale prodotto energetico. Le speranze concrete per il futuro sono essenzialmente due: sole e vento. Sono fonti veramente rinnovabili, eterne, pulite, gratuite e senza padrone. Sebbene da secoli l’uomo sfrutti la potenza del vento, è solo negli ultimi decenni che ne riesce a trarne anche elettricità. Il potenziale mondiale è enorme: secondo gli studi, da 20 a 50mila TWh, ben al di sopra, quindi, dell’attuale fabbisogno globale del Pianeta.
La forte domanda si accompagna ad un progressivo affinamento della tecnologia eolica: dai primi generatori a due o anche una sola pala, siamo ormai assestati su quelli a tre pale, le cui dimensioni sono progressivamente aumentate. Ciò ha consentito un aumento della potenza (in 20 anni aumentata di 60 volte) ma non parallelamente dei costi (aumentati solo di 10 volte), grazie alle economie di scala. Caso esemplare dei vantaggi offerti dalle nuove FER anche a livello economico e occupazionale è quello della Danimarca. I danesi, che soddisfano con l’eolico il 20% del loro fabbisogno nazionale, hanno oggi il primato mondiale nel settore, con tre grandi imprese tra le prime dieci del pianeta ed una quota di mercato pari al 50% delle richieste mondiali. Quella eolica rappresenta oggi la prima industria della Danimarca, con 25.000 nuovi occupati. Interessante è anche il sistema di gestione degli impianti, affidati, sulla base di un azionariato popolare, a migliaia di piccoli investitori privati. In Italia gli impianti sono quasi tutti concentrati sui rilievi dell’Appennino centro-meridionale (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania. Tra i limiti che ostacolano una maggiore diffusione degli aerogeneratori, oltre alla basilare diversa esposizione ai venti, ci sono le resistenze locali (spesso animate da un risentito provincialismo), dovute all’innegabile impatto paesaggistico, all’inquinamento acustico e alle interferenze elettromagnetiche. Ancor più del vento, infatti, è il Sole, fonte di vita per eccellenza, che potrà risolvere i nostri problemi energetici. Il potenziale teorico è sconfinato: a seconda degli studi, 10-15.000 volte l’attuale fabbisogno mondiale. Tutto sta nel riuscire a “catturare” le radiazioni solari e a trasformarle in energia: una sfida tecnologica che negli ultimi anni sta registrando crescenti successi. L’energia solare può essere utilizzata per produrre calore o elettricità. Il primo uso è quello del cosiddetto “solare termico”, con i collettori per l’acqua calda per usi sanitari e per il riscaldamento degli edifici. Nelle realizzazioni più avanzate, si accompagna ad un termico passivo, che cattura il calore solare grazie ad una buona progettazione degli edifici. Paradossalmente, la loro diffusione è maggiore in paesi con insolazione minore: Germania ed Austria, mentre l’Italia, inondata dal sole per almeno otto mesi all’anno, è in un incomprensibile ritardo. C’è poi il solare fotovoltaico, per produrre elettricità. Si fonda sulle celle solari a base di silicio che, esposte alle radiazioni solari, originano cariche elettriche. L’efficienza di conversione delle celle è oggetto di un continuo affinamento tecnologico. Elettricità dal sole è poi prodotta anche grazie agli impianti a concentrazione, che moltiplicano la temperatura delle radiazioni solari grazie alla concentrazione dei raggi su un unico punto, utilizzando il sistema degli specchi di Archimede.
L’efficienza dei vari sistemi è ancora da perfezionare. I costi economici, in particolare, non sono ancora competitivi, e restano più alti di quelli dell’energia prodotta con fonti fossili, ma la valutazione sulla convenienza va presa su parametri non riduttivamente economicistici, ovviamente. Con l’attuale tendenza alla riduzione dei costi unitari, si conta, ad esempio, sull’assoluta competitività entro un arco di 10 anni. Il solare, resta, indubbiamente, la grande speranza. È una fonte pulita, veramente rinnovabile, eterna, gratuita e largamente diffusa. Non presenta, inoltre, problemi di impatto, se non, per le grandi centrali, per lo spazio richiesto. Ma la sua vera diffusione non sembra legata ai grandi impianti, quanto invece a piccoli impianti, in grado di soddisfare le esigenze dei singoli nuclei abitativi. Ma il discorso sulle fonti rinnovabili va reso completo con una “settima fonte”, forse la più “strategica”: il risparmio energetico conseguente ad un uso razionale della risorsa. A differenza del risparmio da “sobrietà”, che è centrale nella logica di una scelta di stile di vita critico verso i consumi superflui, il risparmio da uso razionale dell’energia consente di disegnare un quadro di operatività economica sostenibile con un minore dispendio di risorse, grazie alla sensibilità culturale, imprenditoriale e l’indipendenza del “politico” dai ricatti dei gruppi d’interesse consolidati.
Fonti rinnovabili e contenimento dei consumi tramite una diversa consapevolezza e un uso razionale dell’energia sono la realistica alternativa alle centrali a fonti fossili. Sono obiettivi possibili, che richiedono una lugimirante volontà politica e consapevolezza sociale. Il territorio è il luogo naturale di questa grande battaglia, che coinvolge lo stile di vita individuale in un contesto comunitario e partecipativo, solidale perché sussidiario. Le ricadute, sarebbero positive non solo per la devastata salute del nostro pianeta, ma anche per i risvolti strategici, economici e occupazionali. Una vera rivoluzione fattuale, per mutare l’attuale modello di sviluppo.
di Eduardo Zarelli

16 marzo 2011

Fukushima: "mi dite che cazzo sta succedendo"



Non è il banale gusto del turpiloquio a suggerire il titolo di questo aggiornamento sulla crisi nucleare giapponese, ma la traduzione, forse un po’ brutale ma realistica, della frase che, riportano Kyodo News e un quotidiano svedese, il primo ministro nipponico Naoto Kan ha rivolto ai dirigenti della TEPCO, la società elettrica che gestisce la centrale di Fukushima. Kan è frustrato che ancora la situazione non si risolva, anzi vada peggiorando di ora in ora. Ma anche perché cominciano le reticenze interne e incrociate. Pare infatti che la notizia dell’ultima esplosione al reattore n.2 di Fukushima e di un incendio al reattore n.4 sia stata data al primo ministro con un’ora di ritardo. Comincia a saltare la catena comunicativa, insomma, ed è una pessima notizia.


Circa 250 dei 300 operatori attivi nella centrale sono stati evacuati. A gestire sei reattori in crisi di raffreddamento attualmente sono solo in 50. Lavoratori con aspirazioni da kamikaze probabilmente, affiancati, a quanto pare, anche da esperti americani. Nel frattempo si annuncia che l’incidente di Fukushima è stato promosso al livello 6, su una scala di 7 (record stabilito solo da Cernobyl). L’area di evacuazione è passata da 20 a 30 chilometri, e il sindaco di Tokio ha ufficializzato la presenza di radiazioni sulla città, però a un livello non dannoso alla salute. Ovviamente… Un’osservazione che contrasta con l’invito di tutte le ambasciate diretto ai propri dipendenti a lasciare quanto prima la capitale.

Ma tutto il quadro contrasta aspramente con il mantra che dal Giappone arriva insistentemente, rilanciato con forza da tutti i gruppi d’interesse legati al nucleare, con media asserviti al seguito: “Fukushima non è come Cernobyl”. Non ancora, risponde qualcuno. È peggio, osservano altri. Quello che appare chiaro già oggi è che l’evento di Fukushima avrà in comune con Cernobyl il ritardo con cui verranno finalmente scoperte le carte. Per chi non ha memoria: l’allora URSS tenne nascoste le reali proporzioni dell’incidente per giorni e giorni, ammettendo tutto solo davanti all’evidenza, quando ormai la nube si era diffusa in modo tale da renderne molto difficoltoso il monitoraggio.

Allora era l’orgoglio sovietico, sancito da un regime dittatoriale, a trattenere le informazioni. Oggi è un’altra forma di dittatura a tenere a freno a fatica il flusso informativo: la dittatura dell’industria e degli interessi legati al nucleare. Anche in questo caso, attendiamocelo, la reale proporzione sarà chiara solo quando l’evidenza sarà tale da non poter essere più negata. C’è chi ha fatto tesoro dell’esperienza sovietica, come i tedeschi, i cui boschi orientali sono ancora soggetti a divieti di raccolta di frutti o funghi per la presenza di radionuclidi persistenti nel terreno. Non a caso ieri ben 400 manifestazioni antinucleari si sono tenute in tutta la Germania. Altrove, come in Italia, si lascia ufficialmente il tema a una Prestigiacomo qualunque, terrea in volto nel parlare di cose che non sa.

Per il resto l’opposizione, da noi, viaggia ancora e sempre in Rete, dove si organizzano gruppi e si propongono manifestazioni, probabilmente destinate ad abortire a causa delle solite varie divisioni all’italiana, in questo caso fra i diversi gruppi antinuclearisti, ognuno convinto di avere l’unzione esclusiva per organizzare mobilitazioni popolari e indisponibile ad accodarsi a quelle di altri, pur di fronte a un interesse comune. Resta la difficoltà giornalistica a scrivere pezzi riguardanti situazioni così capaci di mutare da un momento all’altro. Mentre scrivo, la Reuters notifica che le radiazioni nella sala controllo del reattore n.4 di Fukushima sono troppo alte per permettere il lavoro degli operatori, e quindi verrà presto abbandonata. Ma in questo contesto non sono le notizie date ad angosciare, bensì quelle non date. In particolare, parafrasando Naoto Kan, qualcuno vuole dirci che cazzo sta succedendo alle barre irradiate presenti nelle vasche di raffreddamento e al combustibile di plutonio del reattore n.3?
di Davide Stasi

15 marzo 2011

Manning, la verità é torturata


La fonte dei 250 mila documenti diplomatici statunitensi che Wikileaks ha recentemente iniziato a pubblicare è con ogni probabilità il soldato americano Bradley Manning. 23 anni, ex analista dell’intelligence in Iraq, ha fornito un contributo di grandissimo valore alla conoscenza degli eccessi e dei crimini commessi da Washington in mezzo mondo nell’ultimo decennio. Per il governo americano, tuttavia, Bradley Manning rappresenta una grave minaccia, come dimostrano le condizioni disumane in cui è stato costretto in dieci mesi di carcere e le recenti pesantissime accuse sollevate nei suoi confronti che potrebbero addirittura sfociare in una condanna alla pena capitale.

I guai con la giustizia militare per il “Private First Class” (Pfc.) Bradley Manning erano iniziati nel maggio del 2010. L’arresto per lui era scattato in Iraq in seguito alle rivelazioni dell’ex hacker Adrian Lamo, il quale in una chat aveva raccolto alcune frasi dello stesso giovane soldato americano che indicavano la sua responsabilità nella pubblicazione di un video scottante. Il filmato in questione, scaricato senza autorizzazione dai terminali del Pentagono e pubblicato da Wikileaks nel mese di aprile con il titolo di “Collateral Murder”, riprendeva elicotteri americani che facevano fuoco su civili inermi a Baghdad nel 2007. In quella circostanza, furono assassinati anche due giornalisti della Reuters.

A Bradley Manning vennero contestati dodici capi d’accusa e per lui fu l’inizio di una detenzione in stato di isolamento che dura tutt’ora, nonostante nessuna condanna sia stata emessa né esista alcun precedente penale a suo carico. Presso una base dei Marines a Quantico, in Virginia, Manning è tenuto segregato per 23 ore al giorno, con una sola ora concessagli per qualche esercizio in una stanza vuota. I contatti con il mondo esterno sono severamente ristretti, così come l’accesso a qualsiasi materiale di lettura, mentre non gli è nemmeno consentito dormire durante il giorno.

Anche se nessun medico ha certificato tendenze suicide, Manning è poi imprigionato secondo procedure che dovrebbero impedirgli gesti autolesionisti. A partire dalla scorsa settimana, ad esempio, gli viene imposto di dormire completamente nudo. Una misura presa, secondo quanto scritto in un blog dal suo legale, avvocato David Coombs, in seguito ad un commento sarcastico fatto dallo stesso Manning sulla possibilità di tentare il suicidio utilizzando i propri indumenti intimi.

Quest’ultimo episodio rappresenta solo il più recente in una serie di trattamenti che sconfinano spesso nella tortura e appare mirato a debilitare la resistenza fisica e mentale di un giovane contro il quale il governo e i militari americani intendono vendicarsi in maniera esemplare.

Secondo alcuni, questi metodi servirebbero a convincere Manning ad accusare Julian Assange di complicità nell’impossessarsi dei documenti segreti pubblicati da Wikileaks, così da poter formulare una qualche accusa nei confronti di quest’ultimo e chiederne l’estradizione verso gli Stati Uniti. A dicembre dello scorso anno, infatti, il quotidiano britanno The Independent scrisse che il Dipartimento di Giustizia americano aveva proposto a Manning un accordo che prevedeva il suo trasferimento alla giustizia civile in cambio di un’accusa esplicita per coinvolgere il fondatore di Wikileaks.

Il caso di Bradley Manning ha suscitato le proteste di numerose organizzazioni a difesa dei diritti umani, mentre l’ONU sta conducendo un’indagine per stabilire se la giustizia militare statunitense abbia adottato metodi di tortura nei suoi confronti. Per il Pentagono, secondo le parole di una portavoce,” le condizioni di detenzione di Manning sono determinate dalla serietà delle accuse mossegli contro, dalla pena potenzialmente molto lunga che lo attende, dalle implicazioni per la sicurezza nazionale del suo caso e dal danno che potrebbe arrecare a se stesso o ad altri”.

In questi lunghi mesi di carcere, intanto, le sue energie sono state fiaccate e la sua lucidità appare seriamente compromessa. Uno dei pochi autorizzati a vistare Bradley Manning a Quantico è l’amico David House, ricercatore del MIT, il quale dopo un recente incontro ha detto alla stampa di avere l’impressione di assistere alla sua trasformazione “da giovane vivace e intelligente ad una persona a volte apatica e con serie difficoltà a sostenere una banale conversazione”.

Come se non bastasse, settimana scorsa la giustizia militare ha formulato 22 nuovi capi d’accusa contro Bradley Manning. L’accusa più grave è quella di “collaborazione con il nemico”, secondo quanto contemplato dall’articolo 104 del codice militare, un crimine che può prevedere anche la pena di morte. Quale sia il nemico che Manning avrebbe favorito non è però specificato dai militari, tanto che potrebbe essere addirittura Wikileaks. Una designazione questa che esporrebbe lo stesso Julian Assange a possibili azioni, anche militari, da parte americana.

Se i nemici in questione fossero invece i Talebani oppure i membri di Al-Qaeda o altri gruppi estremisti, l’accusa sollevata contro Manning potrebbe essere facilmente estesa, non solo nuovamente a Wikileaks, ma anche agli stessi giornali (New York Times, Guardian, ecc.) che hanno pubblicato i cablo riservati delle ambasciate USA negli ultimi mesi.

I militari, da parte loro, hanno affermato di non riferirsi a Wikileaks ma continuano a non voler rivelare l’identità del “nemico” che avrebbe beneficiato del comportamento di Manning, poiché il caso in questione ha a che fare con la “sicurezza nazionale e, in tempo di guerra, rivelare questa informazione potrebbe compromettere le operazioni sul campo attualmente in corso”.

Molte delle altre recenti accuse, peraltro, si ripetono e sono soltanto formulate in maniera diversa, così da poter presentare un numero maggiore di imputazioni ed accentuare il presunto comportamento criminale di Bradley Manning. Tra di esse vi è anche l’accusa di aver utilizzato un software non autorizzato sui computer della Difesa per accedere a informazioni segrete.

Se è vero che l’accusa ha anticipato che non intende chiedere la pena di morte, la decisione finale su questo punto spetterà in ogni caso all’ufficiale incaricato di supervisionare il caso di Manning, generale Karl Horst. La corte marziale per Manning terrà l’udienza preliminare tra maggio e giugno e solo in quella sede sarà possibile conoscere con certezza tutti i capi d’accusa e la pena richiesta ufficialmente.

Gli abusi nei confronti di Bradley Manning rappresentano una chiara intimidazione verso chiunque intenda portare alla luce le atrocità commesse dal governo americano. La colpa del giovane militare statunitense sarebbe quella di avere smascherato i veri e propri crimini degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan e la doppiezza di una politica estera i cui obiettivi e metodi sono tenuti nascosti alla gran parte dei cittadini americani.

La persecuzione di Bradley Manning appare in tutta la sua gravità a fronte di un’amministrazione come quella di Barack Obama che aveva promesso un cambiamento epocale. Al contrario, fino dall’inizio del suo mandato il presidente ha fatto di tutto per nascondere le responsabilità di chi lo ha preceduto negli eccessi della guerra al terrore e nello scatenare una guerra illegale in Iraq sulla base di menzogne somministrate impunemente ai propri cittadini.

L’atteggiamento odierno del governo americano è pressoché identico a quello tenuto da Richard Nixon nel 1971 al momento dell’esplosione del caso dei cosiddetti Pentagon Papers sulla guerra in Vietnam. Quando l’ex analista militare Daniel Ellsberg passò i documenti riservati al New York Times e al Washington Post, i media e l’opinione pubblica si mobilitarono in massa, finché la Corte Suprema finì per garantire il diritto alla pubblicazione, impedendo di fatto al governo di perseguire Ellsberg.

La situazione odierna appare tuttavia deteriorata e i principali giornali americani, controllati da grandi interessi economici e finanziari, risultano ormai docili di fronte al potere. Il New York Times, ad esempio, già baluardo del progressismo d’oltreoceano, poco dopo aver iniziato a diffondere i cablo diWikileaks ha pubblicato svariati editoriali nei quali ha preso le distanze dal sito di Assange, mentre il direttore Bill Keller è giunto ad ammettere candidamente di aver concordato con la Casa Bianca l’occultamento di determinate informazioni, dal momento che a suo dire la libertà di stampa consisterebbe nella libertà di non pubblicare ciò che il governo ritiene possa danneggiare la sicurezza nazionale.

In questo scenario inquietante s’inserisce anche il sostanziale silenzio sulla sorte di Bradley Manning da parte di quei gruppi della società civile che fino a poco più di due anni fa protestavano contro i metodi dell’amministrazione Bush e che ora assecondano colpevolmente quegli stessi eccessi solo perché a macchiarsene è un presidente democratico.

di Michele Paris

14 marzo 2011

Dubbi e certezze nucleari




fukushima-due

Sarebbe interessante prendersi la briga di registrare e catalogare tutti i programmi "giornalistici" che in TV e radio parlano di nucleare per dimostrare una volta di più come i media siano emanazione dei poteri economici. Ho visto LA7 stamane, e c'era un muro di giornalisti che difendeva il nucleare perché «non si può giudicare in base all'emotività creata dagli eventi».

Il 90% degli italiani non vuole il nucleare, il 90% dei giornalisti sì. Questo da solo smaschererebbe definitivamente la falsa informazione italiana. Fanno anche brutta figura, poverini, perché mentre si arrampicano sui loro schermi, altri schermi internazionali mostrano in diretta il fungo della seconda esplosione alla centrale di Fukushima (http://tv.repubblica.it/mondo/esplosioni-alla-centrale-di-fukushima-1/64027?video).

Ma anche prima di questa seconda esplosione e della terza che ne è seguita, le risposte ai dubbi sul nucleare c'erano già. Per questo vi proponiamo un piccolo VADEMECUM DELLE RISPOSTE SUL NUCLEARE in vista del referendum. L'elenco è stato stilato dal Comitato 'Vota sì per fermare il nucleare'.

Ecco le bugie da smascherare e altrettante ragioni per votare SI' contro l'energia atomica:

Il nucleare ha un ruolo fondamentale e viene rilanciato in tutto il mondo. NON E' VERO.

Non è così, né in termini relativi, né in termini assoluti. In termini relativi il

peso del nucleare nella produzione globale di elettricità è sceso dal 17,2% del 1999 al 13,5% del 2008 (International Energy Agency, 2010).

L'energia nucleare è abbondante, serve all'Italia per la sua sicurezza energetica e dà lavoro. NON E' VERO.

La propaganda filonucleare continua a ripetere che tra 50 anni le fonti fossili potrebbero non bastare. Che le fonti fossili avranno un declino è certo, ma anche l'uranio è un elemento che si estrae da risorse limitate e dunque anche l'Uranio tra 50 anni sarà in declino. L'impatto occupazionale del nucleare in Italia è valutato in 10 mila posti di lavoro, per la maggior parte nella fase di costruzione (8-10 anni). Per centrare gli obiettivi europei obbligatori al 2020 per le fonti rinnovabili secondo uno studio della Bocconi, l'impatto occupazionale può generare in Italia fino a 250 mila posti di lavoro.

L'energia nucleare costa meno. E' FALSO.

Con i nuovi impianti i costi aumenteranno. Le stime più recenti fatte negli Stati Uniti dimostrano che al 2020 il costo del kilowattora nucleare da nuovi impianti sarà maggiore del 75% rispetto a quello del gas e del 27% rispetto all'eolico. E a pagare saranno i cittadini.

L'energia elettrica è in Italia più cara perché non abbiamo fatto il nucleare? BALLE!

Se in Italia l'energia elettrica per le utenze domestiche costa più che negli altri paesi non è certo per l'assenza d'impianti nucleari ma piuttosto per aspetti ed extracosti caratteristici del sistema elettrico italiano. Sulla tariffa che paghiamo in bolletta, il costo di produzione è circa un terzo, il resto è rappresentato da altre componenti legate al ricarico dei produttori, ai costi di distribuzione, alle tasse, allo smaltimento delle vecchie centrali.

Le centrali di ultima generazione sono totalmente sicure. ASSOLUTAMENTE NO!

Non ci sono certezze dal punto di vista della sicurezza: nemmeno i nuovi reattori sono stati progettati con criteri di sicurezza intrinseca e in caso d'incidente non sono in grado di autoregolarsi.

Tre agenzie europee per la sicurezza nucleare, la britannica HSE'sND, la finlandese STUK e la stessa agenzia francese ASN hanno clamorosamente bocciato con un comunicato congiunto (novembre 2009) l'EPR di Areva.

Il nucleare è una fonte pulita che di norma non produce impatti. DECISAMENTE FALSO.

Al di là del rischio di incidenti gravi, i reattori nucleari rilasciano radioattività nell'aria e nell'acqua, nel corso del loro normale funzionamento e a causa di incidenti piccoli che sono abbastanza frequenti. I lavoratori delle centrali e i cittadini che abitano nelle loro vicinanze sono sempre a contatto diretto con la radioattività. Un'indagine fatta in Germania su 17 centrali ha mostrato una dipendenza dell'insorgenza di patologie infantili (bambini da 0 a 5 anni) dalla vicinanza alla centrale. Nel raggio di 5 km dalla centrale è stato, addirittura, rilevato un incremento dei tumori embriogenetici (del feto nel ventre materno) di 1,6 volte rispetto alla media e di 2,2 volte delle leucemie infantili rispetto ai casi attesi.

Siamo già circondati da reattori, allora tanto vale farne anche da noi. TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO?

Il rischio in caso d'incidente nucleare è puntuale, cioè tanto maggiore quanto più vicini si è alla sorgente di radiazioni. Questa semplice osservazione è alla base di uno dei principi della radioprotezione.

La questione delle scorie nucleari è risolta. MAGARI!

La questione delle scorie radioattive più pericolose e del loro enorme tempo di dimezzamento (il tempo che occorre per dimezzare la radioattività di un elemento, che va dalle migliaia ai milioni di anni) costituisce ancora un problema di ricerca fondamentale. La "vetrificazione", spesso contrabbandata come soluzione del problema, è soltanto una fase di condizionamento di queste scorie e resta aperto il problema del loro confinamento in siti geologici adeguati.

Negli Stati Uniti è dal 1978 che si sta studiando un deposito definitivo per le scorie radioattive a più alta intensità nel sito di Yucca Mountain, nel deserto del Nevada. I suoi costi di costruzione supereranno i 54 miliardi di dollari (e dovranno essere pagati con le tasse dei contribuenti), ma non è affatto certo che entrerà mai in funzione.

Il nucleare è la strada per tagliare le emissioni di gas serra che provocano i cambiamenti climatici e non è in alternativa all'efficienza energetica e alle energie rinnovabili. NON E' VERO.

Si stima che anche raddoppiando l'attuale potenza nucleare installata, le emissioni di CO2 si ridurrebbero solo del 5%. E in Italia il nucleare arriverebbe, comunque, dopo il 2026.


di Tullio Cipriano

13 marzo 2011

Parmalat, il gioiellino: "ce ne sono centinaia in Italia, pronti a saltare"

E' uscito da pocco nelle sale cinematografiche "Il gioiellino", pellicola liberamente ispirata alla vicenda finanziaria della Parmalat.

Tra i tanti casi di crac analizzati dal regista Andrea Molaioli e dai suoi collaboratori, quello dell'industria alimentare è parso il più significativo. "Nel favoloso mondo della finanza", afferma il regista in un'intervista su movieplayer.it, "si può essere in una grande crisi e mostrare all'esterno uno straordinario momento florido, tanto florido da pensare all'espansione". Parlando a Radio3 Rai ha anche sostenuto che il caso Parmalat è paradigmatico, in quanto fu un'avvisaglia della crisi scoppiata nel 2007.


Fotogramma dell'intervista con il regista de "Il gioiellino", Andrea Molaioli (da movieplayer.it).
Alle sue spalle l'insegna dell'immaginaria ditta "Leda".

Anche in questo caso, noi del movimento internazionale di Lyndon LaRouche possiamo ben dire: "L'avevamo detto".

Con un incontro pubblico a Parma, nel mese di gennaio 2004, discutemmo infatti di come collocare un avvenimento economico, solo in apparenza locale, nel più ampio contesto mondiale e tratteggiammo le proposte programmatiche di Lyndon LaRouche di prevenzione del crac in corso.

Alcune nostre dichiarazioni di quel periodo, tra l'altro, recitano:

"Della vera truffa speculativa globale intorno ai bond nessuno ha avuto ancora il coraggio e la competenza per parlarne, in quanto si tratta di una dimensione da crisi finanziaria sistemica". Perché Morgan Stanley Italia (coinvolta nel crac assieme a JP Morgan, Citygroup, Bank of America, Deutsche Bank, ecc.) contattò il direttore finanziario della Parmalat, per offrirgli 300 milioni di euro in obbligazioni, conoscendo "molto meglio della Banca d’Italia, della Consob o del Tesoro la vera situazione debitoria e fallimentare della Parmalat"?

La domanda da porre non tanto alla magistratura, ma al governo e alle altre autorità politiche ed economiche italiane, ma anche di tutti gli altri stati, è la seguente: quali passi si vogliono seriamente fare per affrontare la bolla speculativa e il crac finanziario globale? Quanti crac si vogliono sperimentare ancora per ammettere che l’attuale sistema finanziario globale è in bancarotta?"

"È arrivato il momento di azioni coraggiose. Il bene comune della nazione, dei suoi cittadini e della sua economia ha la precedenza sugli interessi della speculazione".

"La Camera dei Deputati il 25 settembre 2002 votò all’unanimità la risoluzione firmata da Volontè, Brugger e altri deputati che impegnava il governo a 'prendere, in particolare, l'iniziativa di proseguire, nelle sedi internazionali competenti, l'attività di studio e di proposta per una nuova architettura finanziaria in grado di sostenere l'economia reale e di evitare bolle speculative e crac finanziari'."

E ancora:

"Il parlamento italiano ha già discusso in passato una serie di mozioni sulla nuova Bretton Woods, presentate in varie occasioni dai senatori Pedrizzi e Peterlini e dall'on. Brugger che hanno raccolto il sostegno di un centinaio di parlamentari di tutti i partiti. Le mozioni impegnavano il governo a intraprendere iniziative in sede internazionale per la promozione di una nuova conferenza di Bretton Woods a livello di capi di stato e di governo, come quella del 1944".

E con la parole di Lyndon LaRouche:

"Il pubblico non riesce a vedere la realtà dell'attuale crollo generale del sistema finanziario-monetario mondiale perché è accecato dalla menzogna sistematica dei rapporti mensili, trimestrali e annuali sull'inflazione pubblicati dal governo, dalla Riserva Federale USA e da altre rilevanti istituzioni all'interno e all'esterno degli Stati Uniti".

E, contrariamente a ciò che sostengono, anche oggi, molte vittime della truffa …

"I cittadini sono responsabili di aver permesso che ciò accadesse. Lei o lui hanno votato per gli inetti che hanno permesso che queste truffe andassero avanti per decenni, o hanno detto: "Non date la colpa a me. Non sono mai andato a votare! Non date a me la colpa per l'incidente provocato dalla mia automobile; in quel momento non avevo le mani sul volante. Quando si sveglieranno? Una domanda interessante, no?"

Nell'estate del 2005, montato il nostro banchetto in Piazza dei Mercanti a Milano, cominciammo a fare attività di propaganda. Parlando proprio di quel pericolo ad un passante alquanto elegante, fummo bloccati da questa sua perentoria affermazione: "Di casi Parmalat ce ne sono centinaia in Italia, pronti a scoppiare." E ci sembrò di essere in piena sintonia. Se non ché aggiunse, rivelando la sindrome da crisis management: "Speriamo solo che non li facciano scoppiare tutti insieme". Inutile dire che il distinto banchiere volle distinguersi tanto da rimanere anonimo, e rifiutare ogni forma di collaborazione.

Così, quando Molaioli dichiara a Rai Cinema: "L'elemento religioso è molto importante per questi personaggi [Calisto Tanzi &C., NdR], anzi, lo definirei quasi mistico. La cosa che mi ha particolarmente colpito è il modo in cui sia usato come facciata da chi professa determinati valori per poi comportarsi in tutt'altra maniera", non è molto lontano dal vero. Ma si sbaglia nell'identificare la religione di questa manica di truffatori: si tratta del culto della mano invisibile, dei “valori degli azionisti”, di Mammona – e nient'altro.

by Movisol

12 marzo 2011

L'Unione Europea alza la mannaia contro i salari e i diritti sindacali

Mentre le istituzioni dell'Unione Europea sono corresponsabili dell'aumento dei prezzi delle materie prime con la loro politica dei salvataggi bancari, esse chiedono ai governi di congelare i salari. Questa folle politica è stata ribadita dal presidente della Banca Centrale Europea Trichet che ha dichiarato, alla conferenza stampa mensile della BCE, che "non si può fare niente" contro la speculazione sulle materie prime, insistendo che i governi devono evitare effetti di "rimbalzo" come gli aumentali salariali.

Ad una domanda dell'EIR sull'aumento del prezzo del cibo come causa delle rivolte in Nord Africa, Trichet ha ammesso che la BCE avrebbe il potere di intervenire contro la speculazione, ad esempio riducendo il flusso di liquidità, ma si è rifiutato di prendere in considerazione alcun intervento. Si è lamentato invece del "patto competitivo" proposto da Francia e Germania che ridurrebbe il potere di "governance" della Commissione UE, chiedendo al Parlamento Europeo di cambiarlo.

In netto contrasto con Trichet, il ministro dell'Economia Tremonti, durante un incontro dell'Aspen Institute a Istanbul il 4 marzo, ha ribadito il suo punto di vista che l'innesco delle varie rivolte in Nord Africa è proprio l'aumento dei prezzi delle commodities. Ha ricordato di aver sollevato la questione al G8 del 2008, e "la risposta scientifica, specie del Fondo Monetario Internazionale, fu che la speculazione non esiste". Secondo Tremonti, l'ondata di rivolte potrebbe estendersi ad est e colpire anche i paesi sviluppati, dove si teme già lo shock petrolifero.

"In Italia abbiamo l'espressione caro-vita" ha detto Tremonti. "In Africa, in tutte le regioni povere, è una questione non di caro-vita ma di vita, e la speculazione sta distruggendo la vita dei popoli, con incrementi del 30 o 40% in pochi mesi che hanno una causa speculativa e un effetto mortale". La "reazione contro un eccesso di ingiustizia" arriverà anche in Asia, ha ammonite, "e questo può portare a problemi economici e instabilità, mentre noi dobbiamo operare per la stabilità. E può portare a problemi democratici in Europa, ho detto che c'è il rischio dell'estrema destra".

A quanto pare le istituzioni dell'UE si stanno dando da fare perché ciò accada. Su richiesta di Trichet, la Commissione Europea presenterà, al vertice dell'11 marzo dei capi di governo dell'Eurozona un piano stilato dagli assistenti del Commissario Europeo José Manuel Barroso e del presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy. Oltre metà del loro documento punta a tagliare i salari, smantellare i diritti sindacali e tagliare le pensioni.

Sotto l'egida del "promuovere la competitività" il documento chiede di mettere fine di fatto ai diritti sindacali esigendo una "revisione degli accordi sindacali per aumentare la decentralizzazione nel processo di negoziato e per migliorare il meccanismo di indicizzazione" assicurando al contempo "limiti salariali nel settore pubblico".

Sempre inneggiando all'aumento della "produttività" il documento chiede che vengano "rimosse restrizioni ingiustificate delle professioni come quote o numeri chiusi". Sotto l'egida del "promuovere l'occupazione" chiede "riforme del mercato del lavoro che promuovano la flessibilità", ovvero eliminare la sicurezza del posto di lavoro. E sotto la "sostenibilità delle pensioni e della previdenza sociale" chiede l'aumento dell'età pensionabile e la "riduzione del prepensionamento e usare incentivi mirati per assumere lavoratori più anziani e promuovere l'apprendimento in età avanzata".

by Movisol

Egitto: movimenti, Cia e Mossad





I limiti dei movimenti sociali

I movimenti di massa che hanno forzato la rimozione di Mubarak, mostrano sia le forze, sia le debolezze delle ribellioni spontanee. Da una parte il movimento ha dimostrato la sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia, se non addirittura milioni, di persone a sostenere una battaglia vincente, culminata con il rovesciamento del dittatore in un modo che la pre-esistente opposizione non era riuscita, o forse non voleva fare.

Dall' altra parte, mancando qualsiasi leadership politica nazionale, i movimenti non potevano prendere il potere politico e realizzare le loro richieste, concedendo agli alti comandi militari di Mubarak di prendere il potere e definire il processo "post Mubarak", garantendo il mantenimento della subordinazione Egiziana verso gli Stati Uniti, la protezione dell' illecita ricchezza del clan Mubarak (70 miliardi di dollari), le numerose corporation dell' elite militare e la protezione delle classi sociali alte.

I milioni mobilitati dai movimenti sono stati praticamente esclusi dalla nuova giunta militare "rivoluzionaria" al momento di definire le istituzioni e le politiche da affrontare, e dalle riforme socio-economiche necessarie per rispondere ai bisogni primari della popolazione (il 40% degli egiziani vive con meno di 2 dollari al giorno, la disoccupazione giovanile è oltre il 30%).

Come nel caso dei movimenti studenteschi e popolari anti regime in Corea del Sud, Taiwan e Filippine, l'Egitto dimostra che la mancanza di una organizzazione politica nazionale permette a partiti e personaggi dell' "opposizione" neo-liberale e conservatrice di rimpiazzare il regime. Procedono alla realizzazione di un regime elettorale che continuerà a servire gli interessi imperialisti, a dipendere e a difendere l' apparato statale esistente. In alcuni casi rimpiazzeranno qualche vecchio amico capitalista con uno nuovo.

Non è un caso che i media stiano elogiando la natura 'spontanea' della lotta (non le richieste socio-economiche) e stiano dando una interpretazione favorevole al ruolo dei militari (sminuendo 30 anni come baluardi della dittatura). Una volta caduto il regime, i militari e l' opposizione in cerca di elezioni "celebreranno" il successo della rivoluzione e velocemente si muoveranno a smantellare i movimenti spontanei per far spazio a negoziati tra politici, Washington e la classe dirigente militare per elezioni liberali.

Mentre la Casa Bianca può tollerare o addirittura promuovere movimenti sociali per spodestare ("sacrificare") dittature, ha tutte le intenzioni di preservare l' apparato statale. Nel caso dell' Egitto, il principale alleato dell' imperialismo Americano non è stato Mubarak, ma i militari. Loro sono stati in collaborazione con Washington prima, durante e dopo la cacciata di Mubarak, assicurando la "transizione" alla democrazia (sic) e garantendo la continua subordizione dell' Egitto alla politica e agli interessi di Stati Uniti ed Israele in Medio Oriente.

La rivolta del popolo: il Fallimento di CIA e Mossad

La rivolta araba mostra ancora una volta diversi errori strategici da parte delle tanto vantate polizie segrete, forze speciali, agenzie di intelligence Americane e l' apparato statale di Israele, nessuno dei quali ha previsto e ne è intervenuto per precludere il successo della mobilitazione ed influenzare la loro politica attraverso i loro assistiti che governano ed ora sotto attacco.

L' immagine che molti scrittori, accademici e giornalisti danno dell' invincibilità del Mossad Israeliano e dell' Onnipresenza della CIA, è duramente provata dalla loro stessa ammissione di fallimento nel non riconoscere la profondità, la portata e l' intensità del movimento di milioni di persone che ha cacciato via Mubarak. Il Mossad, orgoglio e gioia dei produttori di Hollywood, presentato come un 'modello di efficenza' dai colleghi sionisti, non è stato in grado di rilevare la crescita di un movimento di massa nel paese di fianco a loro. Il Primo Ministro Israeliano Netanyahu è rimasto shockato (e costernato) dalla precaria situazione di Mubarak e dal collasso del suo maggior assistito arabo - per colpa delle errate informazioni del Mossad. Allo stesso modo, Washington è stata colta totalmente impreparata dall' insurrezione di massa che stava montando e dall' emergere di movimenti popolari, nonostante le 27 agenzie di intelligence ed il Pentagono, con i centinaia di migliaia di dipendenti ed un budget multi-miliardario.

Alcune osservazioni teoriche sono d' obbligo. L'idea che governanti altamente repressivi, che ricevono miliardi di dollari di aiuti militari da Stati Uniti, e che contano circa un milione di militari fra polizia, esercito e forze speciali, siano i migliori garanti dell' egemonia imperialista è stato dimostrata essere falsa. L' ipotesi che rapporti a lungo termine e su larga scala con questi dittatori salvaguardino gli interessi imperiali degli Stati Uniti è stata smentita.

L' arroganza Israliana e la sua presunzione di superiorità organizzativa, strategica e politica della parte ebraica rispetto agli "arabi" si è fortemente sgonfiata. Lo stato di Israele, i suoi esperti, i suoi agenti sotto copertura e gli accademici dell' Ivy League sono stati ciechi di fronte allo svolgersi della realtà, ignorando la profonda disaffezione e dimostrandosi impotenti nel prevenire una opposizione di massa nel loro miglior assistito. Gli addetti stampa Israeliani negli Stati Uniti, che difficilmente resistono all' opportunità di promuovere la "brillantezza" delle forze di sicurezza di Israele, che uccidano un leader arabo in Libano o a Dubai, o che bombardino una struttura militare in Siria, per ora sono rimasti senza parole.

La caduta di Mubarak e la possibile comparsa di un governo indipendente e democratico potrebbe significare per Israele la perdita del suo miglior 'poliziotto'. Un pubblico democratico non coopererà con Israele nel mantenimento del blocco di Gaza - affamando i Palestinesi per stroncare la loro resistenza. Israele non potrà contare su un governo democratico che sostenga l' espropriazione violenta delle terre nella West Bank ed il suo regime fantoccio Palestinese. E neanche gli Stati Uniti possono contare su un Egitto democratico che appoggi i loro intrighi in Libano, le loro guerre in Iraq e Afghanistan, e le loro sanzioni all' Iran. Inoltre, la rivolta Egiziana è servita come esempio per movimenti popolari contro altre dittature amiche degli Stati Uniti in Giordania, Yemen e Arabia Saudita. Per questi motivi, Washington ha sostenuto il golpe militare per poter guidare una transizione politica che aggradi gli interessi imperiali.

L' indebolimento del principale pilastro del potere imperialista degli Stati Uniti e del colonialismo Israeliano in nord Africa e nel Medio Oriente rivela il ruolo fondamentale dei regimi collaborazionisti. Il carattere dittatoriale di questi regimi è una diretta conseguenza del ruolo che svolgono nel sostenere gli interessi imperialisti. I principali pacchetti di aiuti militari che corrompono ed arricchiscono l' elite governante sono la ricompensa per essere stati dei volenterosi collaboratori. Data l' importanza strategica della dittatura Egiziana, come spieghiamo il fa llimento delle intelligenceAmericane e Israeliane nell' anticipare le rivolte?

CIA e Mossad hanno lavorato con agenti dell' intelligence Egiziana, si basavano sulle loro informazioni, sui loro report dove dicevano che "tutto era sotto controllo": i partiti d' opposizione erano deboli, decimati dalle repressioni e dagli infiltrati, i militanti stanno in prigione o soffrono di fatali "attacchi di cuore" per le "dure tecniche di interrogatorio". Le elezioni sono state truccate per eleggere uomini degli Stati Uniti e Israele - nessuna sorpresa democratica a medio o breve termine.

Gli agenti dell' intelligence Egiziana sono stati addestrati e finanziati da agenti Israeliani e Statunitensi e sono propensi ad eseguire le volontà dei loro padroni. Sono stati così compiacenti nel fornire report che accomodassero i loro mentori, che hanno ignorato tutti i segnali di una protesta popolare crescente o di agitazione su internet. CIA e Mossad erano così embedded nel vasto apparato di sicurezza di Mubarak che non erano capaci di ottenere qualsiasi informazione dalla fonte principale, decentrata, dai fiorenti movimenti indipendenti dalla tradizionale opposizione elettorale "controllata".

Quando i movimenti di massa extra-parlamentari sono scoppiati, il Mossad e la CIA hanno contato sull' apparato di Mubarak per riprendere il controllo, con il tipico sistema del bastone e della carota: concessioni transitorie simboliche e chiamare le l' esercito, la polizia e gli squadroni della morte. Mentre il movimento cresceva, da migliaia a milioni di persone, il Mossad e alcuni deputati Statunitensi, sostenitori di Israele, hanno esortato Mubarak a "tenere duro". La CIA è stato stata ridotta a rappresentare la Casa Bianca con ufficiali militari affidabili e malleabili personaggi politici "di transizione" disposti a seguire le orme di Mubarak. Ancora una volta CIA e Mossad hanno dimostrato la loro dipendenza dell' apparato di Mubarak per informarsi su chi potrebbe essere una "fattibile" (pro-Stati Uniti/Israle) alternativa, ignorando le principali esigenze delle masse. Il tentativo di cooptare la vecchia guardia elettoralistica dei Fratelli Musulmani con negoziati con il vicepresidente Suleiman è fallito; in parte perchè la Fratellanza non aveva il controllo del movimento, e perchè Israele e i suoi sostenitori Statunitensi hanno obiettato. Inoltre, l' ala giovanile della Fratellanza Mussulmana ha fatto pressioni per la ritirata dai negoziati.

Il fallimento dell' intelligence ha complicato gli sforzi di Washington e Tel Aviv di sacrificare il dittatore per salvare lo stato: CIA e Mossad non hanno sviluppato legami con nessuno dei leader emergenti. Gli Israeliani non hanno trovato nessun "volto nuovo" con un seguito popolare disposto a servire come uno stupido collaboratore dell' oppressione coloniale. La CIA era stata totalmente impegnata nell' uso della polizia segreta Egiziana per torturare i sospetti terroristi ("exceptional rendition") e in attività di polizia nei paesi Arabi vicini. Come risultato sia Washington che Israele hanno promosso il golpe militare per prevenire ulteriori radicalizzazioni.

Alla fine, il fallimento di CIA e Mossad nell' individuare e prevenire il sorgere di un movimento popolare e democratico, ha rivelato le basi precarie del potere imperiale e coloniale. Nel lungo periodo non sono le armi, i miliardi di dollari, la polizia segreta e le camere di tortura a decidere la storia. Rivoluzioni democratiche occorrono quando la vasta maggioranza del popolo insorge e dice "basta", prende le strade, paralizza l' economia, smantella lo stato autoritario e chiede libertà e istituzioni democratiche senza la tutela imperiale e l' asservimento coloniale.
di James Petras

Titolo originale: "Egypt: Social Movements, the CIA, and Mossad"

11 marzo 2011

Il lavoro nobilita l’uomo…(e lo rende simile alle bestie?!!)


E’ con puro spirito catartico che mi appresto a vergare - seppur virtualmente - queste bianche pagine di Word; al solo scopo di consentire - così come si fa con la pentola sul fuoco, quando si favorisce la fuoriuscita di quel poco di pressione che sarebbe pericoloso e incontrollabile lasciar affiorare in un sol colpo all’apertura del coperchio – una riduzione significativa del mio stato di agitazione e talvolta di rabbia. Per evitare “l’esplosione” o più facilmente “l’implosione”…

Non so se qualcuno avrà accesso a queste mie righe; mi auto assolvo sin d’ora pertanto, se la prosa non sarà particolarmente curata come magari sarei in grado di fare.

L’obiettivo vuole essere chiaro e dichiarato sin dal principio: quali sono le ragioni vere, profonde e ultime del disagio, che - palesato talvolta da evidenze di carattere psicofisico (insonnia, mal di stomaco, ansia, tristezza immotivata, paura del futuro…) - si manifesta oggi in un numero sempre maggiore di persone, a proposito della propria condizione lavorativa?

E’ giusto di questa mattina l’importante presa di posizione di Papa Bendetto XVI, Che, nel corso dell’Angelus di domenica 27 febbraio 2011, così si è espresso:
“La fede nella Provvidenza non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani”

E’ a partire da una lettura seria e approfonite di questa affermazione che provo ad argomentare il mio pensiero.

Il lavoro nobilita l’uomo.
Questa frase, attribuita normalmente a Charles Darwin (1809-1882), segna probabilmente l’inizio di un’era, tutt’ora in corso, che ha mutato concezioni e modi di pensare e di agire che erano stati invece connaturati negli uomini per secoli.
Beh, probabilmente non ci si poteva aspettare molto di più da chi ha provato per tutta la vita (tutt’ora senza validazione scientifica…), a dimostrarci che discendiamo dagli scimmioni, mancando di spiegarci dove sta questo benedetto (o maledetto), anello di congiunzione (che a scadenze prefissate torna sulle cronache e le prime pagine dei TG, salvo poi scomparire mestamente come l’ennesima bufala); e senza chiarirci peraltro come mai, i suddetti scimmioni continuino a esistere oggi, a fianco dell’homo sapiens sapiens.

Nei secoli passati, dire che il lavoro nobilita l’uomo, sarebbe stato certamente inteso come segnale di pazzia o di possessione diabolica…
Me lo immagino il contadino, ricurvo su se stesso dopo 12 ore di lavoro nei campi, recarsi dal latifondista di turno e ricordargli che “il lavoro nobilita l’uomo”… Senz’altro sarebbe stato chiamato il prete per abbozzare un esorcismo.

Già, i preti, i monaci meglio. Proviamo a sfatare un’altra leggenda. Tutti conoscono la Regola benedettina dell’Ora et labora. Prega e lavora, appunto.
E’ evidente che, in un’ottica religiosa ed escatologica, questo aveva un senso profondo. La giornata era tutta dedicata a Dio, verso il quale si rivolgevano preghiere – sin dalla mattina presto - , e per il quale si lavorava assiduamente. Il lavoro era una specie di prolungamento della preghiera, in linea con i Padri del deserto che esortavano i monaci a pregare anche durante il lavoro. Rispondeva inoltre al non secondario bisogno di procurarsi il necessario alla sopravvivenza. E’ stato infine grazie al lavoro dei monaci che ci sono pervenute le più importanti opere storiche e letterarie, oltre che artistiche, del passato.

Lo stesso noto e più volte citato passaggio di San Paolo (Tessalonicesi 2 – 3,10), “chi non vuol lavorare neppure mangi”, se rappresenta senz’altro una conferma della “responsabilità individuale” di ciascuno a provvedere al proprio sostentamento, non costituisce certo, a mio avviso, una apologia acritica e indiscriminata del “lavoro” come strumento “salvifico”.
Intendo dire: è doveroso lavorare e procurarsi con il sudore della fronte ciò di cui ha bisogno, per l’uomo macchiato dal peccato originale. Ma questo non significa, in virtù di qualche erroneo sillogismo, derivarne una esaltazione del lavoro…
Più esplicitamente ancora: ci tocca lavorare per vivere, e questo siamo tenuti a fare.

E comunque, il nobile, per definizione, NON ha mai lavorato.

Il lavoro è indispensabile per la realizzazione dell’uomo?
Così si sente dire spesso, soprattutto da parte di chi, dal lavoro… degli altri… trae vantaggi economici, sociali, di prestigio, quando non addirittura giustificazioni mistico religiose che lo convincono che sta operando per un Bene più grande.

Cosa si intende per realizzazione dell’uomo?

Mi piace citare un bellissimo passaggio di Peguy (L’argent, 1914) a proposito del lavoro:
“Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita da profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto”.

Ebbene rifletto da tempo su queste righe, condividendole in pieno, chiedendomi però come sia possibile applicarle oggi, 2011, nella Società odierna.
Come può un addetto al call center “coltivare un onore assoluto” mentre risponde a utenti imbizzarriti perché il decoder è fuori uso e non consente di vedere l’ avvincente puntata de “Il Grande fratello”; oppure come può riuscire un addetto alle vendite di qualche fumosa azienda di servizi, misurato esclusivamente sui ricavi portati o sulle quote di mercato rubate alla concorrenza, riuscire a convincersi che “(la gamba della sedia)…non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario (…) doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura”.

Sempre più facilmente, oggi, si lavora perché costretti a farlo. Per mangiare, per avere un tetto sotto cui dormire… Si è vero, ma sempre più spesso ci troviamo a “fare un lavoro che non ci piace per comprarci cose che non ci servono” come dice Tyler, il protagonista di Fight Club (il cult movie anni’90 con Brad Pitt e Edward Norton).
“La fede nella Provvidenza non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani” ha detto Papa Benedetto XVI questa mattina. Non credo si possa interpretare questa affermazione come una esaltazione del “lavoro” come fine a se stesso. Ma semmai come una esortazione a non farsi sopraffare (e mai come in questo periodo il rischio è concreto), da un’idea di predestinazione, assunta la quale diventa inutile “lottare” e darsi da fare. Superfluo credo sottolineare l’idea di libero arbitrio, distintiva e differenziale per noi cattolici, che non permette a nessuno di trincerarsi dietro uno sconfortante “eh…colpa del destino!”

Intendo piuttosto dire che è privilegio di pochi poter fare un lavoro in grado di suscitare pensieri come quelli magistralmente narrati da Peguy nella citazione sopra riportata. E non mi riferisco, come si potrebbe immaginare, ad attori o cantanti strapagati, spesso con problematiche ben superiori a quelle del comune uomo della strada. Penso invece a chi, come per l’appunto nella pagina di Peguy in oggetto, grazie a una occupazione di tipo artigianale, davvero può percepire queste finezze. Il falegname che “crea” una libreria “fuori standard”, tale da inserirsi al millimetro nel piccolo appartamento del Cliente che ancora (…antico lui…!), vuole conservare qualche decina di libri. Oppure al chirurgo che con l’opera della sua mente e delle sue mani salva quotidianamente la vita alle persone.



Ipotesi future
Quali prospettive allora per il futuro?
Rassegnarsi a una esistenza triste, senza soddisfazioni, come gli schiavi appunto?
Oppure cercare altrove una realizzazione che solo pochi riescono a trarre dal proprio lavoro?

E’ inevitabile che alla lunga, anche questo, come ogni ragionamento che sia degno di questo nome, se esasperato dal punto di vista logico, non possa che portare a pensare in termini “ultimi”, escatologici per i più dotti.
Per quale ragione ci troviamo su questa Terra? Qual è il nostro Progetto? E dove finiremo una volta trapassati?
Non credo di fare azzardi logici se affermo che, in un’ultima analisi, ragionare sul “lavoro” comporti anche ragionare su questo tipo di tematiche.

Invece sempre più spesso sento (s)parlare - a proposito del “lavoro” - di nuove vision, di individuazione del proprio ruolo nel mondo, di rispetto per le generazioni future.
Il “lavoro” inteso appunto come strumento di realizzazione per l’Uomo.
Rimango turbato quando sento fare certi accostamenti.
E, attraverso la tastiera del mio PC, li contesto. Si perché non posso permettermi di farlo coram populo, ne andrebbe – appunto – del mio mezzo di sostentamento!

Cosa faresti se potessi vivere di rendita e scegliere davvero, in base alle tue inclinazioni, cosa fare del tempo che il Signore ti vorrà concedere? Sarà capitato a molti di fare questi pensieri…a me capita spesso! Ebbene, personalmente leggerei, studierei, approfondirei tematiche storiche e letterarie che negli anni del liceo ho solo sfiorato (e, diciamola tutta, nemmeno tanto apprezzato…erano un obbligo!). Scriverei senz’altro, per me sia inteso, nessuna velleità giornalistico/letteraria (pubblicista lo sono già stato anni fa…senza particolare soddisfazione nel raccontare, annoiato, di patetici consigli comunali del mio comune, piuttosto che di improbabili corsi di campana tibetana organizzati dal circolo culturale di turno…).

E allora qual è, oggi, la conclusione? Lavoro per vivere, e leggo, studio, approfondisco, scrivo…per diletto, o meglio per “sopravvivere”...
Nella speranza, un giorno, di poter raggiungere un bilanciamento così perfetto, da poter invertire sia i fattori che il risultato finale…

Vana illusione la mia, dettata da un momento di sconforto, che presto sarà sostituita da più terrene aspirazioni?
Non ne ho idea…so solo che in questa ora abbondante trascorsa davanti al PC mi sono sentito davvero bene, e per un momento il mal di stomaco è scomparso!
Devo prenderla come un “segno divino”?
di Roberto Solcia

17 marzo 2011

L'identità italiana. Oggi Festa dell'Unità d'Italia.


http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/information/N1181201501/logo%20italia%20unita%20grande.JPG

Credo che, quando si parla di “identità”, se si vuol far un discorso corretto si debba cominciare a circoscriverne i caratteri. L’identità è la coscienza di se stessi – anzitutto “sentita” e “vissuta”, ma della quale bisogna pur sforzarsi di acquisire razionale consapevolezza -: pertanto della propria specificità, di quel che distingue “noi” dagli “altri” e della gradualità, appunto, dell’essere “noi” rispetto agli “altri”, secondo criteri di maggiori o minori prossimità e/o affinità. Il che significa che l’identità è per sua natura dinamica (in quanto si modifica nella storia) e imperfetta (in quanto nessuna comunità, come del resto nessun individuo, può vantare un’identità assoluta, metafisica e metastorica, “globale”: ciascuna identità si misura su concreti parametri storici, spaziali, genetici, linguistico-dialettali, religiosi, antropologici).
Nell’Italia d’oggi si è affermata a livello politico e massmediale una sorta di “neolingua”, di nefasta orwelliana memoria, che rischia di render le acque della nostra reciproca comprensione più torbide di quanto già non siano. E’ la “neolingua” nel nome della quale, ad esempio, si definisce “buonismo” qualunque tipo di atteggiamento caratterizzato da quel che si giudica un eccesso di tolleranza, di altruismo, di umanitarismo, di comprensione, spinto fino alla debolezza: e nel nome del quale troppo facilmente si condannano le scelte tese a risolvere i nuovi problemi che il presente c’impone di affrontare (ad esempio l’immigrazione illegale e il disagio causato dalle vecchie e dalla nuove povertà) con equilibrio e senso di solidarietà. Spesso, si disprezza e si condanna come “buonismo” quella ch’è solo la vecchia, cara carità cristiana.
Allo stesso modo si usa di solito condannare, o comunque guardare con sospetto, il cosiddetto “relativismo”. Al riguardo vanno però notate almeno due cose. Primo: non bisogna confondere il concetto di “relativismo morale” – che implica un’adattabilità utilitaristica di concetti e valori di per sé concepiti come innegoziabili – con il “relativismo antropologico”, che altro non è – ce l’ha insegnato un grande scienziato ch’era anche un grande spirito libro, Claude Lévi-Strauss – se non il principio secondo il quale ciascuna cultura va compresa e giudicata alla luce dei criteri e dei valori che le sono propri. Secondo: bisogna guardarsi dal giudicare comunque come frutto di “relativismo” quel ch’è invece, in ogni caso, applicazione del principio della “relatività”, che è caratteristico dei parametri storici e politici. Difatti, è del tutto legittimo perseguire principi assoluti: ma senza dimenticare che l’Assoluto è un parametro teologico, mistico e filosofico, che non può essere tradotto se non in modo mediato e articolato nella realtà storica. La convivenza tra principi religiosi e filosofici differenti è difatti una prassi politica, tesa a salvare l’essenziale di quanto nella culture “altrui” è considerabile come assoluto, senza danneggiare tuttavia i valori assoluti di nessuno, e quindi imparando a rinunziare a quanto essenziale non sia. Bisogna tener presente che il contrario del “relativismo” non è, come potrebbe sembrare, l’”assoluta obiettività”: ma è, al contrario, il più spudorato soggettivismo elevato arbitrariamente a categoria generale e universale. Chi ad esempio ritiene “relativistico” l’atteggiamento di quanti rifiutano d’imporre agli altri, come cànone civile, gli esiti delle proprie convinzioni personali a livello religioso e morale, dimentica che tali convinzioni sono senza dubbio assolute e innegoziabili a livello intimo e personale (in sede di “fòro interno”, come una volta si sarebbe detto): ma – in una società che si autodefinisce “laica” e che tiene alla sua “laicità” – l’unico modo non già d’imporle, bensì di proporle agli altri è il discuterne pacatamente e il dimostrarne razionalmente l’eccellenza. “Voi vincerete, ma non convincerete”, è affermato nell’altissima replica pronunciata nell’Università di Salamanca, nell’ottobre del 1936, da Miguel de Unamuno al Viva la Muerte! del generale Millan Astray. Questa è la vera sfida che chiunque si senta portatore di valori assoluti in una società laica è chiamato a raccogliere: convincere chi non li condivide che essi sono quelli giusti, o quanto meno quelli piu opportuni.
Ecco perché il discorso sulle identita, essendo per sua natura storico, sociologico, antropologico e sul piano dei valori pratici anche politico, non può svilupparsi se non all’interno di un contesto di “segni” e di significati relativi: e anche chi li viva come assoluti non può non accettare questo piano di discussione, dal momento che appunto di storia, di sociologia, di antropologia e di politica qui si parla, non di teologia o di filosofia o di mistica.
Ora, le “identità”, tutte, hanno la caratteristica fondamentale della pluralità: esse possono inoltre presentarsi tanto come comunitarie quanto come individuali. Esse sono inoltre – come all’inizio di questo discorso dicevamo - dinamiche, essendo soggette al mutamento storico; e imperfette, in quanto alla loro configurazione dinamica concorrono ordinariamente fattori identitari provenienti da altra origine.
Un’identita “nazionale”, ad esempio, non può sacrificare la sua complessità a proposte riduttive che intendano semplificarla. La “nazione” si sovrappone difatti, magari con l’ambizione di sintetizzarle ma senza necessariamente risolverle tutte in se stessa, a una serie di “identità” non solo individuali, ma altresì familiari, cittadine, municipali, regionali, che corrispondono ad altrettanti complessi modi di essere i quali si traducono anche in valori linguistici, etici, addirittura estetici. Esistono inoltre altre dimensioni, esse stessi identitarie, che sono ad esempio quelle religiose, da cui dipendono in gran parte le stesse scelte etiche e civiche (indirettamente perfino estetiche: in quanto simboliche). Le scelte e le tradizioni religiose incidono potentemente sulle identità nazionali, che sono storicamente parlando più “giovani” di esse: tuttavia solo di rado e di solito per brevi periodi, nella storia umana, valori nazionali e valori religiosi (pensiamo a una religione “storica”, incarnata anche in istituzioni ecclesiali o comunque socioculturali concrete) coincidono. A ciò si aggiungono, a completare ma anche a complicare il quadro identitario comune all’interno del quale ogni individuale componente di esso dovrebbe pienamente riconoscersi, altre componenti che sono certo connesse con fattori storici e religiosi, ma che tuttavia riguardano a livello più intimo il nostro essere e il nostro divenire: il sesso con le relative inclinazioni individuali e il valore sociale che ciascuna di esse riveste, la fascia d’età, la condizione socioeconomica, quella psico biologica (lo stato di salute, le aspirazioni, la “speranza di vita”, la “ricerca della felicità”), quella socioculturale.
Prima di procedere oltre, va a questo punto introdotta una considerazione storica fondamentale. Il cammino della Modernità occidentale, dal Cinquecento e con maggior forza dal Settecento in poi, è stato caratterizzato da un crescente ipertrofizzarsi dell’identità individuale, dell’ego, a vantaggio del quale si è teso a progressivamente sacrificare ogni altra identità: soprattutto quelle comunitarie, che per molteplici generazioni sono state considerate un ostacolo all’affermarsi – “assoluto”, appunto…- della Libertà e della Volontà dell’individuo. Ci si deve anzi render conto che questo è appunto, a tutt’oggi, il grande problema di quella che usiamo definire la “civiltà occidentale”: una dicotomia, che può rischiar di portar alla schizofrenia, tra la considerazione dei Diritti Umani (irrinunciabile, appunto, per noi occidentali: che anzi vi guardiamo come a un insieme di valori assoluti e universali) e la Volontà di Potenza individualistica, che in determinati momenti storici può essersi proiettata comunitariamente in progetti di tipo nazionale o classistico, ma che comunque è di per sé insofferente di limiti. Si è provato più volte, nella storia recente e meno recente (dal colonialismo sette-novecentesco alle recenti crisi irakena e afgana) a convincer noi stessi e gli altri che Diritti Umani generali e Volontà di potenza, quindi interessi, “occidentali” coincidevano. Ma si è sempre trattato di un escamotage che ha sempre dovuto scoprir presto i suoi limiti: che insomma, a dirla appunto con de Unamuno, non ha mai “convinto” neppure quando ha “vinto”: e, che del resto, nemmeno la brutalità delle armi è mai davvero risucita ad imporre, come appunto i “casi” irakeno e afghano drammaticamente dimostrano.
Ora, proprio questo è il punto su cui si deve forse innescare un progetto, se non addirittura attuare una scelta. Noi italiani di oggi – e non siamo i soli: anzi, siamo in ottima compagnia occidentale – abbiamo difficoltà a immaginare sul serio una “identità” che non sia soprattutto e anzitutto quella individuale, al massimo estensibile ai cerchi identitari di prossimità familiare e amicale. Quando invece, riferendosi al piano comunitario, molti parlano di “identità minacciata”, bisogna tener ben presente che le “identità” possono bensì venir combattute o addirittura represse: tuttavia, esse sono minacciate sul serio solo dal loro interno, dalla mancanza o dalla carenza di autocoscienza. Gli italiani, al pari di tutti gli “occidentali”, hanno curato specie negli ultimi due-tre secoli la crescita della propria identità individuale, per quanto altri valori – nazionali appunto, e in genere comunitari, nonché religiosi - si ponessero rispetto ad essa in controtendenza. Abbiamo quindi perduto la consapevolezza delle nostre tradizioni: e, d’altronde, anche della loro complessità. L’abbiamo perduta o, per meglio dire, l’abbiamo consapevolmente rimossa da noi: tra il primo-secondo e il settimo-ottavo decennio del nostro secolo gran parte della società italiana, da “destra” come da “sinistra”, ha fatto a gara nel respingere, rifiutare, deridere e dimenticare usanze e consuetudini ch’erano in realtà l’involucro esteriore di valori profondi. Come ha sostenuto Antonio Gramsci, l’unica autentica tradizione identitaria del popolo italiano nel suo complesso era quella legata ai riti, ai ritmi, ai valori etici della Chiesa cattolica: ma proprio contro di essi, giudicati in blocco nemici della libertà e del progresso, si è costruito gran parte del processo di unità nazionale noto col nome di “Risorgimento”. L’obliterazione è stata profonda e, allo stato presente delle cose, irreversibile: e si è tradotta perfino nella considerazione e nel sentimento del tempo, cioè in valori calendariali. Quanti di noi, che si dicono cattolici e che gridano di voler difendere le loro “tradizioni” contro gli assalti esterni (i “campanili contro i “minareti”…), sanno che cosa sono le Quattro Tempora o come si arriva a determinare calendariamente parlando la domenica di Pasqua?
La penisola italica è stretta e lunga: ha la sua spalla occidentale in Francia (anzi, nel mondo borgognone-provenzale), quella orientale tra mondo germanico e mondo slavo, lo sprone e il tallone in quello greco-illirico (un maestro, Ernesto de martino, ce l’ha insegnato molto bene), la punta del piede nel mondo arabo-africano; e le sue isole maggiori sono state per lungo tempo parte della realtà storico-linguistica iberica (come ben sanno i sardi catalanofoni). Fin dall’inizio del primo millennio a.C. – ma in realtà già da prima -, l’Ausonia-Enotria-Italia è stata “molo d’approdo” e “piano di scorrimento” di una quantità di genti ciascuna delle quali le ha apportato parti del proprio patrimonio etnico, religioso, linguistico. Anche a voler abbandonarsi alle semplificazioni e alle astrazioni piu estreme, si è costretti ad ammettere che non esistono soltanto italiani “settentrionali”, “centrali” e “meridionali”, italiani “adriatico-ionici” e “tirrenici”, ciascuno con caratteristiche dialettali e gergali che li distinguono. La stessa cultura “italiana” è in gran parte essa stessa dialettale e gergale: la “questione della lingua italiana” è in realta antica di oltre un millennio e - se vogliamo farla risalire ai sermones bassolatini – ancora di più: ma i tentativi di costruire una lingua italiana, già perpetrati anche da figure come Dante Alighieri e Pietro Bembo, hanno finito con il venir risolti d’autorità, quando “fatta l’Italia, restavan da fare gli italiani”, adottando secondo il modello suggerito da Alessandro Manzoni il cànone linguistico dei “fiorentini colti”. Il che significa che, mentre la lingua inglese si è per esempio radicata nel kings English grosso modo già definito nel XV secolo e il francese si è fissato grazie al lavoro dei poeti della “Pleiade” prima e dei philosophes settecenteschi poi, l’idioma italiano non ha ancora due secoli di vita ed è stato sempre insidiato, inficiato, “inquinato”, da quei dialetti che in realtà sono un’irrinunziabile ricchezza delle nostre genti. L’adozione forzosa dell’italiano, che insieme con al leva obbligatoria e la scuola primaria è stata uno dei piu potenti motori del processo d’integrazione nazionale tra 1860 e 1945, ha rischiato di farci perdere una quantità immensa e profonda di valori: basti pensare all’oblio purtroppo generalizzato, e comunque (per fortuna) solo apparente, della gran tradizione letteraria dialettale, dal Meli al Porta al Pascarella al Trilussa al Di Giacomo fino a Totò, a Eduardo e perfino allo stesso Pirandello che pur passa per un propagatore dell’italiano formalmente – e talora, in apparenza, “freddamente” – corretto, e che e stato capace di produrre un capolavoro assoluto come la traduzione in siciliano del Ciclope di Aristofane; uguagliato da Eduardo, con la sua splendida traduzione napoletana della Tempesta di Shakespeare. Si parla d’identità italiana: è pensabile, è esprimibile, senza la poesia, il teatro e perfino il cinema in dialetto, sia stato esso il napoletano che a lungo si e imposto nella canzone, il romanesco del cinema del secondo dopoguerra, ma anche il veneziano di Goldoni e di Gallina, il genovese di Govi, il friulano di Pasolini, il milanese di Rabagliati, il fiorentino-pratese di Benigni?
A ciò vanno aggiunti i valori religiosi, complicati dal peso storico che il papato, insediato nel centro della penisola, ha avuto sulla storia italiana, e dal fatto che la religione prevalente – appunto la cattolica – è ormai in crisi (vorrei ricordare al riguardo studi importanti, come quello di Pietro Prini o, più di recente, di Riccardo Chiaberge) – e che la maggior parte dei cattolici è fatta di “credenti” che sono soltanto sociologicamente tali; mentre esistono valori “laici”, che hanno potentemente contribuito alla costruzione storica di una “nazione italiana” unitaria, che sono in realtà profondamente anticlericali quando non addirittura, ed esplicitamente, anticattolici. Del resto, il rapporto tra politica e religione pesa sul nostro paese da molto prima dell’insorgere dell’anticlericalismo-anticattolicesimo di élite degli illuministi e delle logge massoniche: esiste una lontana tradizione antiecclesiale radicata nei movimenti religioso-popolari (e, come diceva Gioacchino Volpe, nelle “sette ereticali”) del medioevo, passata attraverso l’impietas soprattutto – ma non esclusivamente – ghibellina dei secoli XIII-XV (penso al “ghibellino” Ezzelino da Romano, ma anche al “guelfo” Sigismondo Pandolfo Malatesta), il non-conformismo di eretici e di “riformati” del Cinquecento – e ci soccorrono qui lezioni altissime, da Delio Cantimori a Giorgio Spini –, lo scetticismo “libertino” sei-settecentesco collegato con la rivoluzione scientifica allora in atto, per approdare all’anticlericalismo otto-novecentesco. Una storia lunga, alimentata dal circolo repressione-ribellione soprattutto nei territori dello stato pontificio; ma quanto ha pesato sulla costruzione dell’identita meridionale, nei decenni immediatamente successivi all’Unita, l’altro circolo tragico di repressione-ribellione, quello legato al “banditismo”; e l’altro ancora, quello dell’immigrazione tanto interna quanto diretta all’estero, in gran parte dovute alle esigenze dello sviluppo industriale del Nord a spese del sud e a questioni sociali eternamente irrisolte a causa di un pervicace sostegno dato dei governi dell’Italietta postrisorgimentale a un “sistema dell’ingiustizia sociale” che ha ad esempio impedito sistematicamente qualunque seria riforma agraria?
Ed eccoci pertanto, nonostante le infinite forme di massificazione e di omologazione dei giorni nostri, a un’”identità-mosaico” che non può non essere se non tale. Per esprimersi in termini schematici, ma pensati appunto per far emergere contrasti e contraddizioni: come possono ad esempio un italosettentrionale laico, maturo, di sesso maschile, mediamente abbiente, d’istruzione corrispondente alla scuola media secondaria, e una italomeridionale o isolana giovane, magari disoccupata e ragazza-madre, d’istruzione elementare o medio-primaria, nullatenente, cattolica oppure ebrea (e oggi magari musulmana), condividere la stessa “identita nazionale”? Di quali “Fratelli d’Italia” andiamo mai blaterando?
Questo è forse, dal punto di vista storico, il principale ostacolo da affrontare quando si parla di una “identità italiana”. La costruzione del processo unitario nazionale nel nostro paese non solo è stata recente (datando al massimo dalla fine del Settecento, ma in realtà piuttosto dalla meta dell’Ottocento): essa si è realizzata sulla base dell’adozione di un modello, quello centralizzatore di giacobina e bonapartistica memoria, ch’era per molti versi congruo con la tradizione storica del paese nel quale era nato, la Francia, ma che non era per nulla coerente con la storia della penisola. Ch’è storia policentrica, regionale, municipale, comprensoriale, cittadina, addirittura familiare (e qui hanno avuto ragione tanto Jacques Heers quanto Paul Ginsborg). Storia di varie “patrie” senza dubbio incoerenti e magari reciprocamente incompatibili, ma tuttavia profondamente e lungamente vissute, praticate, sentite: e soprattutto amate. “la patria, uno se la sceglie”, è stato detto; “La patria è quella dove si vive”; c’è chi ha sostenuto che al sua patria è il mondo intero; ma il detto più italiano fra tutti è quello di chi ha sentenziato che “la patria è la propria parte”.
In tedesco, vi sono per indicare la patria due parole: Vaterland, che qualifica in senso generale la “terra degli antenati”; e Heimat, da una radice linguistica significante il segreto, il mistero, il cuore nascosto delle cose.
Dinanzi a una nazione italiana centralizzata nata, e sviluppatasi contro le tradizioni antropologicamente stratificate (da etruschi e greci a celti, a longobardi, ad arabi), policentriche e regionalistiche delle genti italiche, e dopo un secolo e mezzo di vita nazionale ch’è per piu versi stata una “falsa partenza” (pensiamo al tentativo di trasformarsi in grande potenza europea e al suo lungo contraccolpo, che ha diviso e ancora in parte divide le coscienze), ora la “seconda repubblica”, se è nata, ha scelto la forma federalistica: il che vuol dire che ha in gran parte rifiutato un modello nel quale per un secolo e mezzo gli italiani avevano cercato e creduto d’identificarsi, bisogna trovare il coraggio di accettare il fatto che un’autentica “identita italiana” è ancora da costruire. E che va costruita di nuovo. Il che non implica un rifiuto del passato: bensì una rilettura storica faticosa e profonda (che ne e, ad esempio, della nostra grande tradizione municipalistica e regionale per quasi mezzo millennio vissuta e praticata all’interno di quegli stati italiani preunitari la storia, le istituzioni, la vita dei quali e stata forzosamente obliterata nell’ultimo secolo e mezzo, ma che pure hanno lasciato tracce profonde?). Il ripensamento storico (“revisionistico”, dira qualcuno: ma la storia è revisione continua di giudizi precedenti, o non è nulla) va accompagnato altresì da un atteggiamento positivo ed energico di fronte alla realtà presente e alle possibilità del futuro. Nessuno di noi puo rinunziare alla sua Heimat profonda. La mia, per esempio, è toscana, anzi fiorentina; e cattolica.
Ma la storia e la realtà attuale c’impongono non solo la consapevole accettazione di quel ch’è stato storicamente il nostro Vaterland, bensì addirittura la considerazione di quello che in tedesco si chiamerebbe il Grossvaterland, la “Grande Patria”: che per tutti noi è l’Europa, al di là del carattere insoddisfacente di quelle che a tutt’oggi sono le sue istituzioni comunitarie, che restano nonostante tutto una ricchezza e il cui percorso e sostanzialmente irreversibile, per quanto grazie a Dio non irriformabile. Ma io, questo mio “essere europeo”, lo vivo da euromeridionale, da “euroterrone”, cioè da euromediterraneo; cioè da europeo che si sente prossimo al Vicino Oriente e all’Africa settentrionale. Tutto ciò impone un recupero di valori magari antichi, magari dimenticati, ma al tempo stesso la scoperta di nuove frontiere ma anche di nuovi contenuti culturali, di nuove affinità, in grado di collaborare alla costruzione di un’”identità comunitaria” che ancora non esiste, e i desueti modelli storici della quale debbono esser per forza anzitutto esplicitati, cioè riportati alla conoscenza comune (e in cio il concorso di scuola e di massmedia sarebbe fondamentale), quindi messi in discussione.
Se riusciremo a vincere questa sfida, potremo parlare sul serio di una “identità italiana”. Nei Demoni di Dostoevskji uno dei personaggi più intensi, Shatov, a chi lo accusa di essere ateo risponde: “Io crederò in Dio”. Shatov intende dire che accetterà di dirsi credente se il popolo russo, nel suo insieme, saprà riscoprire gli autentici valori religiosi che stanno alla base della sua esperienza comunitaria profonda. Oggi, nei confronti dell’Italia, mi sento personalmente un po’ come Shatov: io crederò nell’Italia se, al di là di nostalgie e di nuovi fanatismi, sapremo riscoprirci italiani, anche aprendoci a chi ancora non è tale eppure in buona fede e buona volontà intende diventarlo, perché il ricambio è una forma di rinnovamento e rinnovarsi è indispensabile anche biologicamente, in tempi di decremento demografico principalmente dovuto sul piano delle scelte morali al benessere e al consumismo.
Recuperare valori – come dicevo or ora – magari addirittura antichi e dimenticati, quindi ripensarli (non si tratterebbe certo di un recupero archeologico-museale ) e proporli a nuovi concittadini, a gente venuta da fuori o nata e cresciuta fra noi ma figlia d’immigrati, e al tempo stesso non chiudersi alle sacrosante e legittime istanze di chi, trovando con noi e presso di noi una nuova patria, non per questo vuol voltare del tutto e repentinamente le spalle a quella che è stato costretto ad abbandonare (che cos’altro hanno fatto mai i nostri poveri connazionali costretti, fra Otto e Novecento, a cercar un pezzo di pane e una casa in America e in Australia?), potrà apparire come la quadratura del cerchio. Ma è la chiave di volta del rinnovamento e quindi del futuro: poiché, come e stato detto, o ci si rinnova o si perisce. Non si può stabilire una prognosi e una terapia adeguata, quando se ne ha bisogno, senza una lucida e spietata diagnosi.
E la diagnosi dello stato di salute dell’Italia è quella presentata nel rapporto ISTAT del gennaio 2010. Il paese sta progressivamente e rapidamente invecchiando; la nostra economia si regge in gran parte su un “lavoro nero” i proventi del quale finiscono in gran parte nelle tasche di gente che poi finanzia e fomenta, direttamente o indirettamente, la xenofobia e soffia sul fuoco della piu infame delle guerra, la guerra tra poveri; gli italiani sono ai primi posti nel mondo nel possesso e nell’uso dei telefonini portatili, ma cresce esponenzialmente l’ignoranza.
Non c’è dubbio che le generazioni che oggi sono adulte, mature o anziane, insomma quelle degli italiani nati nel mezzo secolo tra 1930 e 1980, sono le responsabili di tutto ciò. Se quelle nate nel mezzo secolo precedente ci hanno condotto alla guerra e alla rovina , le attuali – prendiamo in blocco quelle di chi oggi è padre o madre, nonno o nonna – sono le responsabili della cattiva e irresponsabile gestione degli anni della ricostruzione e del benessere. Le generazioni nate nel cinquantennio precedente gli Anni Trenta (ovviamente sto schematizzando un discorso che andrebbe attentamente articolato) sono forse ree di averci passato un cattivo, usurato, inquinato testimone; le nostre (io sono del ’40) lo sono di una colpa ancora peggiore, quella di non aver saputo consegnare ai loro figli alcun testimone: sono state il team latitante nella corsa a staffetta della storia. Ai nostri figli e nipoti, abbiamo consegnato solo un peraltro fragile benessere, insieme con la cultura dei consumi. Abbiamo permesso che essi crescessero nell’ignoranza quasi totale di quelli che globalmente si definiscono “valori immateriali”, prigionieri di una Civilta dell’Avere (ricordate il vecchio Erich Fromm?) che ha loro del tutto nascosto la Civilta dell’Essere. Su questo deserto sono cresciute le malepiante dell’indifferenza, dell’insensibilità, del disimpegno sociale, della diseducazione civica: le malepiante che hanno prodotto una società civile italiana largamente assente a se stessa, tutta pretesa di diritti e niente assunzione di doveri. Una società profondamente malata, dai livelli alti nei quali si evadono alla grande le tasse e si consumano gli abusi piu scandalosi ai livelli bassi di chi non è nemmeno in grado di capire l’importanza di un corretto modo di parcheggiare l’auto o di eseguire la raccolta differenziata dei rifiuti; e dalla noia, dall’angoscia, cui si risponde magari con la droga. Ma il vuoto morale e spirituale, il vuoto dei valori e dei doveri, è come qualunque altra forma di vuoto: non esiste. Viene immediatamente riempito. E, in una società ammalata di consumismo e di spettacolarismo, quel che riempie il vuoto è a sua volta per forza di cose costituito da falsi valori o da controvalori: dal carrierismo senza scrupoli nei casi “rampanti” alla ricerca di surrogati che abbiano una qualche lontana parvenza d’impegno civile ma che, pensati da e per soggetti incolti e corrotti, possono finir col costituire “rimedi” peggiori del male. E siamo alle false neoideologie che alimentano il patriottardismo da stadio, la xenofobia o, su una sponda solo formalmente ad essi opposta, le tentazioni neosettarie e neoterroristiche “di sinistra”.
Per reagire a tutto questo, per uscire dalla morta gora attuale, bisogna per forza rivolgersi ai giovani. Farlo anzitutto, noi adulti e magari anziani, partendo da un nostra culpa, nostra culpa, nostra maxima culpa che non sia una recriminazione pietosa, ma una virile assunzione di responsabilità. Oltre un secolo fa Giosué Carducci, rivolgendosi ai giovani del suo tempo dalla sponda della sua generazione, quella che aveva fatto il Risorgimento e aveva coscienza di averlo fatto male, poteva dedicar loro un intenso viatico, adatto ai suoi tempi: “Noi troppo odiammo, e sofferimmo: amate”. Ma noialtri, che abbiamo fallito il dopoguerra, il boom della società del benessere prima e del semimalessere ch’è venuto dopo, non abbiamo né odiato né sofferto: e soprattutto non abbiamo insegnato ai nostri ragazzi ad amare un bel niente. Li abbiamo solo lasciati a se stessi, senza parlar loro, senza comunicar né trasmettere (traditio deriva da tradere) loro un bel nulla nulla: soli nella loro consumistica sala-giochi, E non è solo un modo di dire. Quanti, che oggi hanno dai quarant’anni circa in giù, potrebbero testimoniare che la loro prima e vera, magari unica balia e compagna di giochi è stata la TV? Il danno che in tal modo abbiamo loro procurato, soprattutto al livello della devastazione dell’immaginario, è incommensurabile, inimmaginabile e irreparabile. La stessa crisi della fede cattolica, della famiglia, della scuola, della solidarietà, del principio positivo di autorità (che non è autoritarismo) sta sostanzialmente tutta qui. Dopo le macerie materiali del ’40-’45, è sulle rovine morali e culturali degli ultimi decenni, non meno impressionanti e terribili, che bisogna meditare. Per ricostruire con fatica e dolore, come nell’immediato dopoguerra. E non crediate che i detriti dell’anima si rimuovano più facilmente di quelli fatti di muri crollate e di metallo contorto; non crediate che l’edificio dello spirito si restauri prima e più facilmente dei monumenti e delle fabbriche distrutti dalle bombe.
Ricorriamo quindi alla necessaria medicina già prescritta da Max Weber: il disincanto. Cominciamo a esporre con chiarezza ai giovani d’oggi il quadro del nostro fallimento e dei rischi che essi corrono di conseguenza. Mostriamo loro come l’unico testimone che noi diamo l’impressione di aver loro passato, il Nulla, non può essere appunto un testimone: e che come tale va respinto. E ripartiamo: dal nostro linguaggio italiano, ch’è molto piu della lingua italiana convenzionalizzata e astrattizzata da un lavoro di nazionalizzazione delle masse che andava pur fatto, tra Otto e Novecento, ma che deve costituire una base e una traccia, non una gabbia. Ripartiamo dal linguaggio della nostra storia policentrica, delle nostre tradizioni in gran parte dimenticate e tutte da riscoprire, della nostra sensibilità collettiva, del Bello che nei secoli le genti d’Italia hanno saputo produrre e proporre al mondo: e scegliamo quanto di tutto ciò costituisce un capitolo da sigillare e riporre sia pur con venerazione nella nostra memoria collettiva (da non relegare nell’oblio, quindi), e quanto è invece ancora fecondo e suscettibile di esser condiviso con i nuovi compagni di strada, con i nuovi compatrioti che vengono in gran parte a colmare un vuoto – anche demografico – del quale non loro bensi noi portiamo la colpa, mentre essi ne sono semmai le vittime, dal momento che il nostro pluridecennale benessere si è fondato sugli squilibri di una globalizzazione che nelle parti del mondo che essi o i loro padri sono stati costretti ad abbandonare ha prodotto ingiustizia e miseria. Vengono da lontano, privi di tutto o quasi dal punto di vista materiale, ma carichi di ricchezze morali e culturali che a loro volta debbono esser pronti a valorizzare e a condividere. In tal modo, potremo creare insieme nuove sintesi: perche un processo storico si alimenta sempre e soltanto di nuove sintesi, lontano dagli opposti pericoli del progressismo e del mondialismo astratti che sono rifiuto del passato e delle chiusure xenofobe che sembrano difensive e sono invece suicide perche costituiscono il rifiuto del futuro.
Questa è, qui e ora, la nostra battaglia d’italiani. Confesso di non riuscir ad amare granché l’Italia d’oggi. Sento, come si espresse uno scrittore francese di qualche decennio fa, che mon pays me fait mal. Ma, se la facessimo a vincere questa battaglia, avrei la forza di ricredermi. E anch’io potrei dire col poeta del Novecento che piu amo, lo Ezra Pound dei Canti pisani: “Credo nell’Italia, e nella sua impossibile rinascita”.
di Franco Cardini

La questione energetica fondamento di una economia sostenibile



https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg_h8lnYfe4FpNLPS0tR4tti1t4JHIyZwswnFtqnmQhsDpy90pkt9-Bk-TjPRdMqsZTvTsL3dUI3cRxJ3r0QpjMLrq0SLLtusDGoZss78u2Au81cnnXOrPWDwO36jH1TIefr1k3Eg/s320/root-chakra-catherine-g-mcelroy.jpg

La catastrofe giapponese ripropone tramite la discussione sul nucleare il tema dell'energia. Le risorse energetiche infatti sono l’elemento sostanziale per ogni interpretazione del modello di sviluppo economico. Quest’ultimo se si ritiene illimitato nell’espansione dei mercati per mezzo dell’allargamento dei consumi, non è dato in fisica giacché le risorse naturali per definizione sono scarse e limitate. In effetti, le flebili voci ambientaliste sembrano spesso ispirate più all’utopismo irrealistico, che ad una consapevolezza politica, fondata sulla contraddizione ingenerata tra la cultura e la natura dall’utilitarismo economicista e il pragmatismo tecnologico. D’altra parte le patologie prodotte dal modello di sviluppo industriale sono oggi di tale portata, che è credibile, finanche popolare, proporre un mutamento di paradigma capace di superare la modernità sul piano della sostenibilità ecologica e la responsabilità sociale e politica. Nella fattispecie, il sistema energetico italiano si fonda essenzialmente sulle fonti fossili: gas naturale, petrolio e suoi derivati, carbone. Ben il 67% dei 318 TWh di energia complessivamente consumati proviene, infatti, da centrali termoelettriche, equamente insediate nel territorio nazionale. Le fonti rinnovabili contribuiscono per il 16-17%. Prevalente è l’idroelettrica, prodotta soprattutto in centrali dell’Italia del Nord, che occupa una quota del 15%. Il residuo 2% viene dalla geotermia, dalle biomasse e dai rifiuti e, in misura minore, dall’eolico che fornisce, insieme al fotovoltaico, 1.183 GWh d’energia e che appare in crescita. A completare l’offerta ci sono infine le importazioni dirette di energia dai paesi confinanti, che pesano per un 16%. Il rifornimento avviene soprattutto da Francia e Svizzera, seguite da Austria, Slovenia e, in misura ridotta, Grecia. Dall’esame di questi sommari dati, spiccano agli occhi tre evidenze: l’elevato utilizzo di combustibili fossili, il ridotto apporto delle fonti pulite e rinnovabili, la notevole dipendenza dall’estero del nostro sistema energetico. Partiamo da quest’ultimo aspetto. Poveri di risorse tradizionali, siamo costretti ad approvvigionarci largamente dall’estero, acquistando sia combustibili sia elettricità. In tal senso, la localizzazione delle esigenze energetiche contribuirebbe ad un processo di consapevolezza ecologica delle fonti e responsabilizzazione sociale e politica dal basso verso l’alto, attivando un modello sussidiario e comunitario di autonomia e indipendenza che avrebbe un impatto virtuoso in efficienza ed efficacia economica. Altra evidenza, si è detto, è l’eccessivo utilizzo di fonti fossili. Escluse le importazioni di elettricità, ricorriamo per l’81% della nostra produzione alle fonti non rinnovabili, con pesanti conseguenze ambientali: è noto che, a livello mondiale, oltre il 75% dell’emissione di anidride carbonica (il principale gas responsabile del cosiddetto effetto serra) è imputabile alla combustione di fonti fossili (essenzialmente carbone e petrolio). Sappiamo delle controversie tra i paesi industrializzati occidentali e i Paesi emergenti sulla reale volontà di adottare la riduzione delle emissioni di gas serra, che ha visto recentemente a Copenhagen l’ultimo - ma non ultimo - atto internazionale. La tendenza, in effetti, è ad un continuo aumento della domanda di energia, anche se, in linea con gli altri paesi più industrializzati, negli ultimi anni il tasso di crescita si è stabilizzato su una media del 2-3%: merito sia di un uso più efficiente dell’energia, sia dello spostamento della nostra economia verso un terziario avanzato, a più bassa intensità energetica. Da questo punto di vista sarebbe auspicabile un mutamento di paradigma socio-economico. In un contesto di tarda o post-modernità, con una economia sempre più smaterializzata, declinare la tecnologia e le priorità socio-culturali su priorità in controtendenza - oggi percepite nell’opinione pubblica - incentrate sulla qualità della vita, la sua sacralità e quindi armonia naturale, è praticabile anche in termini di consenso diffuso.
Le fonti energetiche rinnovabili sono quelle fonti il cui utilizzo non ne comporta l’estinzione: sono quindi tendenzialmente infinite ed, in genere, pulite (la valutazione sull’impatto ambientale e salutare va fatta in relazione all’intero ciclo di vita). Sono il sole, il vento, l’energia idraulica, le maree, la geotermia e le biomasse. In Italia la miopia politica e culturale, indotta dai forti interessi economici dominanti, si è concentrata quasi completamente sulle fonti rinnovabili “convenzionali”, vale a dire energia idraulica, geotermica e da biomasse. Minoritario resta invece l’apporto di sole e vento (che solo in questi ultimi anni sta diffondendosi), inesistente quello dell’energia marina, mentre l’idrogeno resta ad uno stato ancora di studio con aspetti molto contraddittori in merito alle implicazioni ecologiche di tale prodotto energetico. Le speranze concrete per il futuro sono essenzialmente due: sole e vento. Sono fonti veramente rinnovabili, eterne, pulite, gratuite e senza padrone. Sebbene da secoli l’uomo sfrutti la potenza del vento, è solo negli ultimi decenni che ne riesce a trarne anche elettricità. Il potenziale mondiale è enorme: secondo gli studi, da 20 a 50mila TWh, ben al di sopra, quindi, dell’attuale fabbisogno globale del Pianeta.
La forte domanda si accompagna ad un progressivo affinamento della tecnologia eolica: dai primi generatori a due o anche una sola pala, siamo ormai assestati su quelli a tre pale, le cui dimensioni sono progressivamente aumentate. Ciò ha consentito un aumento della potenza (in 20 anni aumentata di 60 volte) ma non parallelamente dei costi (aumentati solo di 10 volte), grazie alle economie di scala. Caso esemplare dei vantaggi offerti dalle nuove FER anche a livello economico e occupazionale è quello della Danimarca. I danesi, che soddisfano con l’eolico il 20% del loro fabbisogno nazionale, hanno oggi il primato mondiale nel settore, con tre grandi imprese tra le prime dieci del pianeta ed una quota di mercato pari al 50% delle richieste mondiali. Quella eolica rappresenta oggi la prima industria della Danimarca, con 25.000 nuovi occupati. Interessante è anche il sistema di gestione degli impianti, affidati, sulla base di un azionariato popolare, a migliaia di piccoli investitori privati. In Italia gli impianti sono quasi tutti concentrati sui rilievi dell’Appennino centro-meridionale (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania. Tra i limiti che ostacolano una maggiore diffusione degli aerogeneratori, oltre alla basilare diversa esposizione ai venti, ci sono le resistenze locali (spesso animate da un risentito provincialismo), dovute all’innegabile impatto paesaggistico, all’inquinamento acustico e alle interferenze elettromagnetiche. Ancor più del vento, infatti, è il Sole, fonte di vita per eccellenza, che potrà risolvere i nostri problemi energetici. Il potenziale teorico è sconfinato: a seconda degli studi, 10-15.000 volte l’attuale fabbisogno mondiale. Tutto sta nel riuscire a “catturare” le radiazioni solari e a trasformarle in energia: una sfida tecnologica che negli ultimi anni sta registrando crescenti successi. L’energia solare può essere utilizzata per produrre calore o elettricità. Il primo uso è quello del cosiddetto “solare termico”, con i collettori per l’acqua calda per usi sanitari e per il riscaldamento degli edifici. Nelle realizzazioni più avanzate, si accompagna ad un termico passivo, che cattura il calore solare grazie ad una buona progettazione degli edifici. Paradossalmente, la loro diffusione è maggiore in paesi con insolazione minore: Germania ed Austria, mentre l’Italia, inondata dal sole per almeno otto mesi all’anno, è in un incomprensibile ritardo. C’è poi il solare fotovoltaico, per produrre elettricità. Si fonda sulle celle solari a base di silicio che, esposte alle radiazioni solari, originano cariche elettriche. L’efficienza di conversione delle celle è oggetto di un continuo affinamento tecnologico. Elettricità dal sole è poi prodotta anche grazie agli impianti a concentrazione, che moltiplicano la temperatura delle radiazioni solari grazie alla concentrazione dei raggi su un unico punto, utilizzando il sistema degli specchi di Archimede.
L’efficienza dei vari sistemi è ancora da perfezionare. I costi economici, in particolare, non sono ancora competitivi, e restano più alti di quelli dell’energia prodotta con fonti fossili, ma la valutazione sulla convenienza va presa su parametri non riduttivamente economicistici, ovviamente. Con l’attuale tendenza alla riduzione dei costi unitari, si conta, ad esempio, sull’assoluta competitività entro un arco di 10 anni. Il solare, resta, indubbiamente, la grande speranza. È una fonte pulita, veramente rinnovabile, eterna, gratuita e largamente diffusa. Non presenta, inoltre, problemi di impatto, se non, per le grandi centrali, per lo spazio richiesto. Ma la sua vera diffusione non sembra legata ai grandi impianti, quanto invece a piccoli impianti, in grado di soddisfare le esigenze dei singoli nuclei abitativi. Ma il discorso sulle fonti rinnovabili va reso completo con una “settima fonte”, forse la più “strategica”: il risparmio energetico conseguente ad un uso razionale della risorsa. A differenza del risparmio da “sobrietà”, che è centrale nella logica di una scelta di stile di vita critico verso i consumi superflui, il risparmio da uso razionale dell’energia consente di disegnare un quadro di operatività economica sostenibile con un minore dispendio di risorse, grazie alla sensibilità culturale, imprenditoriale e l’indipendenza del “politico” dai ricatti dei gruppi d’interesse consolidati.
Fonti rinnovabili e contenimento dei consumi tramite una diversa consapevolezza e un uso razionale dell’energia sono la realistica alternativa alle centrali a fonti fossili. Sono obiettivi possibili, che richiedono una lugimirante volontà politica e consapevolezza sociale. Il territorio è il luogo naturale di questa grande battaglia, che coinvolge lo stile di vita individuale in un contesto comunitario e partecipativo, solidale perché sussidiario. Le ricadute, sarebbero positive non solo per la devastata salute del nostro pianeta, ma anche per i risvolti strategici, economici e occupazionali. Una vera rivoluzione fattuale, per mutare l’attuale modello di sviluppo.
di Eduardo Zarelli

16 marzo 2011

Fukushima: "mi dite che cazzo sta succedendo"



Non è il banale gusto del turpiloquio a suggerire il titolo di questo aggiornamento sulla crisi nucleare giapponese, ma la traduzione, forse un po’ brutale ma realistica, della frase che, riportano Kyodo News e un quotidiano svedese, il primo ministro nipponico Naoto Kan ha rivolto ai dirigenti della TEPCO, la società elettrica che gestisce la centrale di Fukushima. Kan è frustrato che ancora la situazione non si risolva, anzi vada peggiorando di ora in ora. Ma anche perché cominciano le reticenze interne e incrociate. Pare infatti che la notizia dell’ultima esplosione al reattore n.2 di Fukushima e di un incendio al reattore n.4 sia stata data al primo ministro con un’ora di ritardo. Comincia a saltare la catena comunicativa, insomma, ed è una pessima notizia.


Circa 250 dei 300 operatori attivi nella centrale sono stati evacuati. A gestire sei reattori in crisi di raffreddamento attualmente sono solo in 50. Lavoratori con aspirazioni da kamikaze probabilmente, affiancati, a quanto pare, anche da esperti americani. Nel frattempo si annuncia che l’incidente di Fukushima è stato promosso al livello 6, su una scala di 7 (record stabilito solo da Cernobyl). L’area di evacuazione è passata da 20 a 30 chilometri, e il sindaco di Tokio ha ufficializzato la presenza di radiazioni sulla città, però a un livello non dannoso alla salute. Ovviamente… Un’osservazione che contrasta con l’invito di tutte le ambasciate diretto ai propri dipendenti a lasciare quanto prima la capitale.

Ma tutto il quadro contrasta aspramente con il mantra che dal Giappone arriva insistentemente, rilanciato con forza da tutti i gruppi d’interesse legati al nucleare, con media asserviti al seguito: “Fukushima non è come Cernobyl”. Non ancora, risponde qualcuno. È peggio, osservano altri. Quello che appare chiaro già oggi è che l’evento di Fukushima avrà in comune con Cernobyl il ritardo con cui verranno finalmente scoperte le carte. Per chi non ha memoria: l’allora URSS tenne nascoste le reali proporzioni dell’incidente per giorni e giorni, ammettendo tutto solo davanti all’evidenza, quando ormai la nube si era diffusa in modo tale da renderne molto difficoltoso il monitoraggio.

Allora era l’orgoglio sovietico, sancito da un regime dittatoriale, a trattenere le informazioni. Oggi è un’altra forma di dittatura a tenere a freno a fatica il flusso informativo: la dittatura dell’industria e degli interessi legati al nucleare. Anche in questo caso, attendiamocelo, la reale proporzione sarà chiara solo quando l’evidenza sarà tale da non poter essere più negata. C’è chi ha fatto tesoro dell’esperienza sovietica, come i tedeschi, i cui boschi orientali sono ancora soggetti a divieti di raccolta di frutti o funghi per la presenza di radionuclidi persistenti nel terreno. Non a caso ieri ben 400 manifestazioni antinucleari si sono tenute in tutta la Germania. Altrove, come in Italia, si lascia ufficialmente il tema a una Prestigiacomo qualunque, terrea in volto nel parlare di cose che non sa.

Per il resto l’opposizione, da noi, viaggia ancora e sempre in Rete, dove si organizzano gruppi e si propongono manifestazioni, probabilmente destinate ad abortire a causa delle solite varie divisioni all’italiana, in questo caso fra i diversi gruppi antinuclearisti, ognuno convinto di avere l’unzione esclusiva per organizzare mobilitazioni popolari e indisponibile ad accodarsi a quelle di altri, pur di fronte a un interesse comune. Resta la difficoltà giornalistica a scrivere pezzi riguardanti situazioni così capaci di mutare da un momento all’altro. Mentre scrivo, la Reuters notifica che le radiazioni nella sala controllo del reattore n.4 di Fukushima sono troppo alte per permettere il lavoro degli operatori, e quindi verrà presto abbandonata. Ma in questo contesto non sono le notizie date ad angosciare, bensì quelle non date. In particolare, parafrasando Naoto Kan, qualcuno vuole dirci che cazzo sta succedendo alle barre irradiate presenti nelle vasche di raffreddamento e al combustibile di plutonio del reattore n.3?
di Davide Stasi

15 marzo 2011

Manning, la verità é torturata


La fonte dei 250 mila documenti diplomatici statunitensi che Wikileaks ha recentemente iniziato a pubblicare è con ogni probabilità il soldato americano Bradley Manning. 23 anni, ex analista dell’intelligence in Iraq, ha fornito un contributo di grandissimo valore alla conoscenza degli eccessi e dei crimini commessi da Washington in mezzo mondo nell’ultimo decennio. Per il governo americano, tuttavia, Bradley Manning rappresenta una grave minaccia, come dimostrano le condizioni disumane in cui è stato costretto in dieci mesi di carcere e le recenti pesantissime accuse sollevate nei suoi confronti che potrebbero addirittura sfociare in una condanna alla pena capitale.

I guai con la giustizia militare per il “Private First Class” (Pfc.) Bradley Manning erano iniziati nel maggio del 2010. L’arresto per lui era scattato in Iraq in seguito alle rivelazioni dell’ex hacker Adrian Lamo, il quale in una chat aveva raccolto alcune frasi dello stesso giovane soldato americano che indicavano la sua responsabilità nella pubblicazione di un video scottante. Il filmato in questione, scaricato senza autorizzazione dai terminali del Pentagono e pubblicato da Wikileaks nel mese di aprile con il titolo di “Collateral Murder”, riprendeva elicotteri americani che facevano fuoco su civili inermi a Baghdad nel 2007. In quella circostanza, furono assassinati anche due giornalisti della Reuters.

A Bradley Manning vennero contestati dodici capi d’accusa e per lui fu l’inizio di una detenzione in stato di isolamento che dura tutt’ora, nonostante nessuna condanna sia stata emessa né esista alcun precedente penale a suo carico. Presso una base dei Marines a Quantico, in Virginia, Manning è tenuto segregato per 23 ore al giorno, con una sola ora concessagli per qualche esercizio in una stanza vuota. I contatti con il mondo esterno sono severamente ristretti, così come l’accesso a qualsiasi materiale di lettura, mentre non gli è nemmeno consentito dormire durante il giorno.

Anche se nessun medico ha certificato tendenze suicide, Manning è poi imprigionato secondo procedure che dovrebbero impedirgli gesti autolesionisti. A partire dalla scorsa settimana, ad esempio, gli viene imposto di dormire completamente nudo. Una misura presa, secondo quanto scritto in un blog dal suo legale, avvocato David Coombs, in seguito ad un commento sarcastico fatto dallo stesso Manning sulla possibilità di tentare il suicidio utilizzando i propri indumenti intimi.

Quest’ultimo episodio rappresenta solo il più recente in una serie di trattamenti che sconfinano spesso nella tortura e appare mirato a debilitare la resistenza fisica e mentale di un giovane contro il quale il governo e i militari americani intendono vendicarsi in maniera esemplare.

Secondo alcuni, questi metodi servirebbero a convincere Manning ad accusare Julian Assange di complicità nell’impossessarsi dei documenti segreti pubblicati da Wikileaks, così da poter formulare una qualche accusa nei confronti di quest’ultimo e chiederne l’estradizione verso gli Stati Uniti. A dicembre dello scorso anno, infatti, il quotidiano britanno The Independent scrisse che il Dipartimento di Giustizia americano aveva proposto a Manning un accordo che prevedeva il suo trasferimento alla giustizia civile in cambio di un’accusa esplicita per coinvolgere il fondatore di Wikileaks.

Il caso di Bradley Manning ha suscitato le proteste di numerose organizzazioni a difesa dei diritti umani, mentre l’ONU sta conducendo un’indagine per stabilire se la giustizia militare statunitense abbia adottato metodi di tortura nei suoi confronti. Per il Pentagono, secondo le parole di una portavoce,” le condizioni di detenzione di Manning sono determinate dalla serietà delle accuse mossegli contro, dalla pena potenzialmente molto lunga che lo attende, dalle implicazioni per la sicurezza nazionale del suo caso e dal danno che potrebbe arrecare a se stesso o ad altri”.

In questi lunghi mesi di carcere, intanto, le sue energie sono state fiaccate e la sua lucidità appare seriamente compromessa. Uno dei pochi autorizzati a vistare Bradley Manning a Quantico è l’amico David House, ricercatore del MIT, il quale dopo un recente incontro ha detto alla stampa di avere l’impressione di assistere alla sua trasformazione “da giovane vivace e intelligente ad una persona a volte apatica e con serie difficoltà a sostenere una banale conversazione”.

Come se non bastasse, settimana scorsa la giustizia militare ha formulato 22 nuovi capi d’accusa contro Bradley Manning. L’accusa più grave è quella di “collaborazione con il nemico”, secondo quanto contemplato dall’articolo 104 del codice militare, un crimine che può prevedere anche la pena di morte. Quale sia il nemico che Manning avrebbe favorito non è però specificato dai militari, tanto che potrebbe essere addirittura Wikileaks. Una designazione questa che esporrebbe lo stesso Julian Assange a possibili azioni, anche militari, da parte americana.

Se i nemici in questione fossero invece i Talebani oppure i membri di Al-Qaeda o altri gruppi estremisti, l’accusa sollevata contro Manning potrebbe essere facilmente estesa, non solo nuovamente a Wikileaks, ma anche agli stessi giornali (New York Times, Guardian, ecc.) che hanno pubblicato i cablo riservati delle ambasciate USA negli ultimi mesi.

I militari, da parte loro, hanno affermato di non riferirsi a Wikileaks ma continuano a non voler rivelare l’identità del “nemico” che avrebbe beneficiato del comportamento di Manning, poiché il caso in questione ha a che fare con la “sicurezza nazionale e, in tempo di guerra, rivelare questa informazione potrebbe compromettere le operazioni sul campo attualmente in corso”.

Molte delle altre recenti accuse, peraltro, si ripetono e sono soltanto formulate in maniera diversa, così da poter presentare un numero maggiore di imputazioni ed accentuare il presunto comportamento criminale di Bradley Manning. Tra di esse vi è anche l’accusa di aver utilizzato un software non autorizzato sui computer della Difesa per accedere a informazioni segrete.

Se è vero che l’accusa ha anticipato che non intende chiedere la pena di morte, la decisione finale su questo punto spetterà in ogni caso all’ufficiale incaricato di supervisionare il caso di Manning, generale Karl Horst. La corte marziale per Manning terrà l’udienza preliminare tra maggio e giugno e solo in quella sede sarà possibile conoscere con certezza tutti i capi d’accusa e la pena richiesta ufficialmente.

Gli abusi nei confronti di Bradley Manning rappresentano una chiara intimidazione verso chiunque intenda portare alla luce le atrocità commesse dal governo americano. La colpa del giovane militare statunitense sarebbe quella di avere smascherato i veri e propri crimini degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan e la doppiezza di una politica estera i cui obiettivi e metodi sono tenuti nascosti alla gran parte dei cittadini americani.

La persecuzione di Bradley Manning appare in tutta la sua gravità a fronte di un’amministrazione come quella di Barack Obama che aveva promesso un cambiamento epocale. Al contrario, fino dall’inizio del suo mandato il presidente ha fatto di tutto per nascondere le responsabilità di chi lo ha preceduto negli eccessi della guerra al terrore e nello scatenare una guerra illegale in Iraq sulla base di menzogne somministrate impunemente ai propri cittadini.

L’atteggiamento odierno del governo americano è pressoché identico a quello tenuto da Richard Nixon nel 1971 al momento dell’esplosione del caso dei cosiddetti Pentagon Papers sulla guerra in Vietnam. Quando l’ex analista militare Daniel Ellsberg passò i documenti riservati al New York Times e al Washington Post, i media e l’opinione pubblica si mobilitarono in massa, finché la Corte Suprema finì per garantire il diritto alla pubblicazione, impedendo di fatto al governo di perseguire Ellsberg.

La situazione odierna appare tuttavia deteriorata e i principali giornali americani, controllati da grandi interessi economici e finanziari, risultano ormai docili di fronte al potere. Il New York Times, ad esempio, già baluardo del progressismo d’oltreoceano, poco dopo aver iniziato a diffondere i cablo diWikileaks ha pubblicato svariati editoriali nei quali ha preso le distanze dal sito di Assange, mentre il direttore Bill Keller è giunto ad ammettere candidamente di aver concordato con la Casa Bianca l’occultamento di determinate informazioni, dal momento che a suo dire la libertà di stampa consisterebbe nella libertà di non pubblicare ciò che il governo ritiene possa danneggiare la sicurezza nazionale.

In questo scenario inquietante s’inserisce anche il sostanziale silenzio sulla sorte di Bradley Manning da parte di quei gruppi della società civile che fino a poco più di due anni fa protestavano contro i metodi dell’amministrazione Bush e che ora assecondano colpevolmente quegli stessi eccessi solo perché a macchiarsene è un presidente democratico.

di Michele Paris

14 marzo 2011

Dubbi e certezze nucleari




fukushima-due

Sarebbe interessante prendersi la briga di registrare e catalogare tutti i programmi "giornalistici" che in TV e radio parlano di nucleare per dimostrare una volta di più come i media siano emanazione dei poteri economici. Ho visto LA7 stamane, e c'era un muro di giornalisti che difendeva il nucleare perché «non si può giudicare in base all'emotività creata dagli eventi».

Il 90% degli italiani non vuole il nucleare, il 90% dei giornalisti sì. Questo da solo smaschererebbe definitivamente la falsa informazione italiana. Fanno anche brutta figura, poverini, perché mentre si arrampicano sui loro schermi, altri schermi internazionali mostrano in diretta il fungo della seconda esplosione alla centrale di Fukushima (http://tv.repubblica.it/mondo/esplosioni-alla-centrale-di-fukushima-1/64027?video).

Ma anche prima di questa seconda esplosione e della terza che ne è seguita, le risposte ai dubbi sul nucleare c'erano già. Per questo vi proponiamo un piccolo VADEMECUM DELLE RISPOSTE SUL NUCLEARE in vista del referendum. L'elenco è stato stilato dal Comitato 'Vota sì per fermare il nucleare'.

Ecco le bugie da smascherare e altrettante ragioni per votare SI' contro l'energia atomica:

Il nucleare ha un ruolo fondamentale e viene rilanciato in tutto il mondo. NON E' VERO.

Non è così, né in termini relativi, né in termini assoluti. In termini relativi il

peso del nucleare nella produzione globale di elettricità è sceso dal 17,2% del 1999 al 13,5% del 2008 (International Energy Agency, 2010).

L'energia nucleare è abbondante, serve all'Italia per la sua sicurezza energetica e dà lavoro. NON E' VERO.

La propaganda filonucleare continua a ripetere che tra 50 anni le fonti fossili potrebbero non bastare. Che le fonti fossili avranno un declino è certo, ma anche l'uranio è un elemento che si estrae da risorse limitate e dunque anche l'Uranio tra 50 anni sarà in declino. L'impatto occupazionale del nucleare in Italia è valutato in 10 mila posti di lavoro, per la maggior parte nella fase di costruzione (8-10 anni). Per centrare gli obiettivi europei obbligatori al 2020 per le fonti rinnovabili secondo uno studio della Bocconi, l'impatto occupazionale può generare in Italia fino a 250 mila posti di lavoro.

L'energia nucleare costa meno. E' FALSO.

Con i nuovi impianti i costi aumenteranno. Le stime più recenti fatte negli Stati Uniti dimostrano che al 2020 il costo del kilowattora nucleare da nuovi impianti sarà maggiore del 75% rispetto a quello del gas e del 27% rispetto all'eolico. E a pagare saranno i cittadini.

L'energia elettrica è in Italia più cara perché non abbiamo fatto il nucleare? BALLE!

Se in Italia l'energia elettrica per le utenze domestiche costa più che negli altri paesi non è certo per l'assenza d'impianti nucleari ma piuttosto per aspetti ed extracosti caratteristici del sistema elettrico italiano. Sulla tariffa che paghiamo in bolletta, il costo di produzione è circa un terzo, il resto è rappresentato da altre componenti legate al ricarico dei produttori, ai costi di distribuzione, alle tasse, allo smaltimento delle vecchie centrali.

Le centrali di ultima generazione sono totalmente sicure. ASSOLUTAMENTE NO!

Non ci sono certezze dal punto di vista della sicurezza: nemmeno i nuovi reattori sono stati progettati con criteri di sicurezza intrinseca e in caso d'incidente non sono in grado di autoregolarsi.

Tre agenzie europee per la sicurezza nucleare, la britannica HSE'sND, la finlandese STUK e la stessa agenzia francese ASN hanno clamorosamente bocciato con un comunicato congiunto (novembre 2009) l'EPR di Areva.

Il nucleare è una fonte pulita che di norma non produce impatti. DECISAMENTE FALSO.

Al di là del rischio di incidenti gravi, i reattori nucleari rilasciano radioattività nell'aria e nell'acqua, nel corso del loro normale funzionamento e a causa di incidenti piccoli che sono abbastanza frequenti. I lavoratori delle centrali e i cittadini che abitano nelle loro vicinanze sono sempre a contatto diretto con la radioattività. Un'indagine fatta in Germania su 17 centrali ha mostrato una dipendenza dell'insorgenza di patologie infantili (bambini da 0 a 5 anni) dalla vicinanza alla centrale. Nel raggio di 5 km dalla centrale è stato, addirittura, rilevato un incremento dei tumori embriogenetici (del feto nel ventre materno) di 1,6 volte rispetto alla media e di 2,2 volte delle leucemie infantili rispetto ai casi attesi.

Siamo già circondati da reattori, allora tanto vale farne anche da noi. TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO?

Il rischio in caso d'incidente nucleare è puntuale, cioè tanto maggiore quanto più vicini si è alla sorgente di radiazioni. Questa semplice osservazione è alla base di uno dei principi della radioprotezione.

La questione delle scorie nucleari è risolta. MAGARI!

La questione delle scorie radioattive più pericolose e del loro enorme tempo di dimezzamento (il tempo che occorre per dimezzare la radioattività di un elemento, che va dalle migliaia ai milioni di anni) costituisce ancora un problema di ricerca fondamentale. La "vetrificazione", spesso contrabbandata come soluzione del problema, è soltanto una fase di condizionamento di queste scorie e resta aperto il problema del loro confinamento in siti geologici adeguati.

Negli Stati Uniti è dal 1978 che si sta studiando un deposito definitivo per le scorie radioattive a più alta intensità nel sito di Yucca Mountain, nel deserto del Nevada. I suoi costi di costruzione supereranno i 54 miliardi di dollari (e dovranno essere pagati con le tasse dei contribuenti), ma non è affatto certo che entrerà mai in funzione.

Il nucleare è la strada per tagliare le emissioni di gas serra che provocano i cambiamenti climatici e non è in alternativa all'efficienza energetica e alle energie rinnovabili. NON E' VERO.

Si stima che anche raddoppiando l'attuale potenza nucleare installata, le emissioni di CO2 si ridurrebbero solo del 5%. E in Italia il nucleare arriverebbe, comunque, dopo il 2026.


di Tullio Cipriano

13 marzo 2011

Parmalat, il gioiellino: "ce ne sono centinaia in Italia, pronti a saltare"

E' uscito da pocco nelle sale cinematografiche "Il gioiellino", pellicola liberamente ispirata alla vicenda finanziaria della Parmalat.

Tra i tanti casi di crac analizzati dal regista Andrea Molaioli e dai suoi collaboratori, quello dell'industria alimentare è parso il più significativo. "Nel favoloso mondo della finanza", afferma il regista in un'intervista su movieplayer.it, "si può essere in una grande crisi e mostrare all'esterno uno straordinario momento florido, tanto florido da pensare all'espansione". Parlando a Radio3 Rai ha anche sostenuto che il caso Parmalat è paradigmatico, in quanto fu un'avvisaglia della crisi scoppiata nel 2007.


Fotogramma dell'intervista con il regista de "Il gioiellino", Andrea Molaioli (da movieplayer.it).
Alle sue spalle l'insegna dell'immaginaria ditta "Leda".

Anche in questo caso, noi del movimento internazionale di Lyndon LaRouche possiamo ben dire: "L'avevamo detto".

Con un incontro pubblico a Parma, nel mese di gennaio 2004, discutemmo infatti di come collocare un avvenimento economico, solo in apparenza locale, nel più ampio contesto mondiale e tratteggiammo le proposte programmatiche di Lyndon LaRouche di prevenzione del crac in corso.

Alcune nostre dichiarazioni di quel periodo, tra l'altro, recitano:

"Della vera truffa speculativa globale intorno ai bond nessuno ha avuto ancora il coraggio e la competenza per parlarne, in quanto si tratta di una dimensione da crisi finanziaria sistemica". Perché Morgan Stanley Italia (coinvolta nel crac assieme a JP Morgan, Citygroup, Bank of America, Deutsche Bank, ecc.) contattò il direttore finanziario della Parmalat, per offrirgli 300 milioni di euro in obbligazioni, conoscendo "molto meglio della Banca d’Italia, della Consob o del Tesoro la vera situazione debitoria e fallimentare della Parmalat"?

La domanda da porre non tanto alla magistratura, ma al governo e alle altre autorità politiche ed economiche italiane, ma anche di tutti gli altri stati, è la seguente: quali passi si vogliono seriamente fare per affrontare la bolla speculativa e il crac finanziario globale? Quanti crac si vogliono sperimentare ancora per ammettere che l’attuale sistema finanziario globale è in bancarotta?"

"È arrivato il momento di azioni coraggiose. Il bene comune della nazione, dei suoi cittadini e della sua economia ha la precedenza sugli interessi della speculazione".

"La Camera dei Deputati il 25 settembre 2002 votò all’unanimità la risoluzione firmata da Volontè, Brugger e altri deputati che impegnava il governo a 'prendere, in particolare, l'iniziativa di proseguire, nelle sedi internazionali competenti, l'attività di studio e di proposta per una nuova architettura finanziaria in grado di sostenere l'economia reale e di evitare bolle speculative e crac finanziari'."

E ancora:

"Il parlamento italiano ha già discusso in passato una serie di mozioni sulla nuova Bretton Woods, presentate in varie occasioni dai senatori Pedrizzi e Peterlini e dall'on. Brugger che hanno raccolto il sostegno di un centinaio di parlamentari di tutti i partiti. Le mozioni impegnavano il governo a intraprendere iniziative in sede internazionale per la promozione di una nuova conferenza di Bretton Woods a livello di capi di stato e di governo, come quella del 1944".

E con la parole di Lyndon LaRouche:

"Il pubblico non riesce a vedere la realtà dell'attuale crollo generale del sistema finanziario-monetario mondiale perché è accecato dalla menzogna sistematica dei rapporti mensili, trimestrali e annuali sull'inflazione pubblicati dal governo, dalla Riserva Federale USA e da altre rilevanti istituzioni all'interno e all'esterno degli Stati Uniti".

E, contrariamente a ciò che sostengono, anche oggi, molte vittime della truffa …

"I cittadini sono responsabili di aver permesso che ciò accadesse. Lei o lui hanno votato per gli inetti che hanno permesso che queste truffe andassero avanti per decenni, o hanno detto: "Non date la colpa a me. Non sono mai andato a votare! Non date a me la colpa per l'incidente provocato dalla mia automobile; in quel momento non avevo le mani sul volante. Quando si sveglieranno? Una domanda interessante, no?"

Nell'estate del 2005, montato il nostro banchetto in Piazza dei Mercanti a Milano, cominciammo a fare attività di propaganda. Parlando proprio di quel pericolo ad un passante alquanto elegante, fummo bloccati da questa sua perentoria affermazione: "Di casi Parmalat ce ne sono centinaia in Italia, pronti a scoppiare." E ci sembrò di essere in piena sintonia. Se non ché aggiunse, rivelando la sindrome da crisis management: "Speriamo solo che non li facciano scoppiare tutti insieme". Inutile dire che il distinto banchiere volle distinguersi tanto da rimanere anonimo, e rifiutare ogni forma di collaborazione.

Così, quando Molaioli dichiara a Rai Cinema: "L'elemento religioso è molto importante per questi personaggi [Calisto Tanzi &C., NdR], anzi, lo definirei quasi mistico. La cosa che mi ha particolarmente colpito è il modo in cui sia usato come facciata da chi professa determinati valori per poi comportarsi in tutt'altra maniera", non è molto lontano dal vero. Ma si sbaglia nell'identificare la religione di questa manica di truffatori: si tratta del culto della mano invisibile, dei “valori degli azionisti”, di Mammona – e nient'altro.

by Movisol

12 marzo 2011

L'Unione Europea alza la mannaia contro i salari e i diritti sindacali

Mentre le istituzioni dell'Unione Europea sono corresponsabili dell'aumento dei prezzi delle materie prime con la loro politica dei salvataggi bancari, esse chiedono ai governi di congelare i salari. Questa folle politica è stata ribadita dal presidente della Banca Centrale Europea Trichet che ha dichiarato, alla conferenza stampa mensile della BCE, che "non si può fare niente" contro la speculazione sulle materie prime, insistendo che i governi devono evitare effetti di "rimbalzo" come gli aumentali salariali.

Ad una domanda dell'EIR sull'aumento del prezzo del cibo come causa delle rivolte in Nord Africa, Trichet ha ammesso che la BCE avrebbe il potere di intervenire contro la speculazione, ad esempio riducendo il flusso di liquidità, ma si è rifiutato di prendere in considerazione alcun intervento. Si è lamentato invece del "patto competitivo" proposto da Francia e Germania che ridurrebbe il potere di "governance" della Commissione UE, chiedendo al Parlamento Europeo di cambiarlo.

In netto contrasto con Trichet, il ministro dell'Economia Tremonti, durante un incontro dell'Aspen Institute a Istanbul il 4 marzo, ha ribadito il suo punto di vista che l'innesco delle varie rivolte in Nord Africa è proprio l'aumento dei prezzi delle commodities. Ha ricordato di aver sollevato la questione al G8 del 2008, e "la risposta scientifica, specie del Fondo Monetario Internazionale, fu che la speculazione non esiste". Secondo Tremonti, l'ondata di rivolte potrebbe estendersi ad est e colpire anche i paesi sviluppati, dove si teme già lo shock petrolifero.

"In Italia abbiamo l'espressione caro-vita" ha detto Tremonti. "In Africa, in tutte le regioni povere, è una questione non di caro-vita ma di vita, e la speculazione sta distruggendo la vita dei popoli, con incrementi del 30 o 40% in pochi mesi che hanno una causa speculativa e un effetto mortale". La "reazione contro un eccesso di ingiustizia" arriverà anche in Asia, ha ammonite, "e questo può portare a problemi economici e instabilità, mentre noi dobbiamo operare per la stabilità. E può portare a problemi democratici in Europa, ho detto che c'è il rischio dell'estrema destra".

A quanto pare le istituzioni dell'UE si stanno dando da fare perché ciò accada. Su richiesta di Trichet, la Commissione Europea presenterà, al vertice dell'11 marzo dei capi di governo dell'Eurozona un piano stilato dagli assistenti del Commissario Europeo José Manuel Barroso e del presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy. Oltre metà del loro documento punta a tagliare i salari, smantellare i diritti sindacali e tagliare le pensioni.

Sotto l'egida del "promuovere la competitività" il documento chiede di mettere fine di fatto ai diritti sindacali esigendo una "revisione degli accordi sindacali per aumentare la decentralizzazione nel processo di negoziato e per migliorare il meccanismo di indicizzazione" assicurando al contempo "limiti salariali nel settore pubblico".

Sempre inneggiando all'aumento della "produttività" il documento chiede che vengano "rimosse restrizioni ingiustificate delle professioni come quote o numeri chiusi". Sotto l'egida del "promuovere l'occupazione" chiede "riforme del mercato del lavoro che promuovano la flessibilità", ovvero eliminare la sicurezza del posto di lavoro. E sotto la "sostenibilità delle pensioni e della previdenza sociale" chiede l'aumento dell'età pensionabile e la "riduzione del prepensionamento e usare incentivi mirati per assumere lavoratori più anziani e promuovere l'apprendimento in età avanzata".

by Movisol

Egitto: movimenti, Cia e Mossad





I limiti dei movimenti sociali

I movimenti di massa che hanno forzato la rimozione di Mubarak, mostrano sia le forze, sia le debolezze delle ribellioni spontanee. Da una parte il movimento ha dimostrato la sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia, se non addirittura milioni, di persone a sostenere una battaglia vincente, culminata con il rovesciamento del dittatore in un modo che la pre-esistente opposizione non era riuscita, o forse non voleva fare.

Dall' altra parte, mancando qualsiasi leadership politica nazionale, i movimenti non potevano prendere il potere politico e realizzare le loro richieste, concedendo agli alti comandi militari di Mubarak di prendere il potere e definire il processo "post Mubarak", garantendo il mantenimento della subordinazione Egiziana verso gli Stati Uniti, la protezione dell' illecita ricchezza del clan Mubarak (70 miliardi di dollari), le numerose corporation dell' elite militare e la protezione delle classi sociali alte.

I milioni mobilitati dai movimenti sono stati praticamente esclusi dalla nuova giunta militare "rivoluzionaria" al momento di definire le istituzioni e le politiche da affrontare, e dalle riforme socio-economiche necessarie per rispondere ai bisogni primari della popolazione (il 40% degli egiziani vive con meno di 2 dollari al giorno, la disoccupazione giovanile è oltre il 30%).

Come nel caso dei movimenti studenteschi e popolari anti regime in Corea del Sud, Taiwan e Filippine, l'Egitto dimostra che la mancanza di una organizzazione politica nazionale permette a partiti e personaggi dell' "opposizione" neo-liberale e conservatrice di rimpiazzare il regime. Procedono alla realizzazione di un regime elettorale che continuerà a servire gli interessi imperialisti, a dipendere e a difendere l' apparato statale esistente. In alcuni casi rimpiazzeranno qualche vecchio amico capitalista con uno nuovo.

Non è un caso che i media stiano elogiando la natura 'spontanea' della lotta (non le richieste socio-economiche) e stiano dando una interpretazione favorevole al ruolo dei militari (sminuendo 30 anni come baluardi della dittatura). Una volta caduto il regime, i militari e l' opposizione in cerca di elezioni "celebreranno" il successo della rivoluzione e velocemente si muoveranno a smantellare i movimenti spontanei per far spazio a negoziati tra politici, Washington e la classe dirigente militare per elezioni liberali.

Mentre la Casa Bianca può tollerare o addirittura promuovere movimenti sociali per spodestare ("sacrificare") dittature, ha tutte le intenzioni di preservare l' apparato statale. Nel caso dell' Egitto, il principale alleato dell' imperialismo Americano non è stato Mubarak, ma i militari. Loro sono stati in collaborazione con Washington prima, durante e dopo la cacciata di Mubarak, assicurando la "transizione" alla democrazia (sic) e garantendo la continua subordizione dell' Egitto alla politica e agli interessi di Stati Uniti ed Israele in Medio Oriente.

La rivolta del popolo: il Fallimento di CIA e Mossad

La rivolta araba mostra ancora una volta diversi errori strategici da parte delle tanto vantate polizie segrete, forze speciali, agenzie di intelligence Americane e l' apparato statale di Israele, nessuno dei quali ha previsto e ne è intervenuto per precludere il successo della mobilitazione ed influenzare la loro politica attraverso i loro assistiti che governano ed ora sotto attacco.

L' immagine che molti scrittori, accademici e giornalisti danno dell' invincibilità del Mossad Israeliano e dell' Onnipresenza della CIA, è duramente provata dalla loro stessa ammissione di fallimento nel non riconoscere la profondità, la portata e l' intensità del movimento di milioni di persone che ha cacciato via Mubarak. Il Mossad, orgoglio e gioia dei produttori di Hollywood, presentato come un 'modello di efficenza' dai colleghi sionisti, non è stato in grado di rilevare la crescita di un movimento di massa nel paese di fianco a loro. Il Primo Ministro Israeliano Netanyahu è rimasto shockato (e costernato) dalla precaria situazione di Mubarak e dal collasso del suo maggior assistito arabo - per colpa delle errate informazioni del Mossad. Allo stesso modo, Washington è stata colta totalmente impreparata dall' insurrezione di massa che stava montando e dall' emergere di movimenti popolari, nonostante le 27 agenzie di intelligence ed il Pentagono, con i centinaia di migliaia di dipendenti ed un budget multi-miliardario.

Alcune osservazioni teoriche sono d' obbligo. L'idea che governanti altamente repressivi, che ricevono miliardi di dollari di aiuti militari da Stati Uniti, e che contano circa un milione di militari fra polizia, esercito e forze speciali, siano i migliori garanti dell' egemonia imperialista è stato dimostrata essere falsa. L' ipotesi che rapporti a lungo termine e su larga scala con questi dittatori salvaguardino gli interessi imperiali degli Stati Uniti è stata smentita.

L' arroganza Israliana e la sua presunzione di superiorità organizzativa, strategica e politica della parte ebraica rispetto agli "arabi" si è fortemente sgonfiata. Lo stato di Israele, i suoi esperti, i suoi agenti sotto copertura e gli accademici dell' Ivy League sono stati ciechi di fronte allo svolgersi della realtà, ignorando la profonda disaffezione e dimostrandosi impotenti nel prevenire una opposizione di massa nel loro miglior assistito. Gli addetti stampa Israeliani negli Stati Uniti, che difficilmente resistono all' opportunità di promuovere la "brillantezza" delle forze di sicurezza di Israele, che uccidano un leader arabo in Libano o a Dubai, o che bombardino una struttura militare in Siria, per ora sono rimasti senza parole.

La caduta di Mubarak e la possibile comparsa di un governo indipendente e democratico potrebbe significare per Israele la perdita del suo miglior 'poliziotto'. Un pubblico democratico non coopererà con Israele nel mantenimento del blocco di Gaza - affamando i Palestinesi per stroncare la loro resistenza. Israele non potrà contare su un governo democratico che sostenga l' espropriazione violenta delle terre nella West Bank ed il suo regime fantoccio Palestinese. E neanche gli Stati Uniti possono contare su un Egitto democratico che appoggi i loro intrighi in Libano, le loro guerre in Iraq e Afghanistan, e le loro sanzioni all' Iran. Inoltre, la rivolta Egiziana è servita come esempio per movimenti popolari contro altre dittature amiche degli Stati Uniti in Giordania, Yemen e Arabia Saudita. Per questi motivi, Washington ha sostenuto il golpe militare per poter guidare una transizione politica che aggradi gli interessi imperiali.

L' indebolimento del principale pilastro del potere imperialista degli Stati Uniti e del colonialismo Israeliano in nord Africa e nel Medio Oriente rivela il ruolo fondamentale dei regimi collaborazionisti. Il carattere dittatoriale di questi regimi è una diretta conseguenza del ruolo che svolgono nel sostenere gli interessi imperialisti. I principali pacchetti di aiuti militari che corrompono ed arricchiscono l' elite governante sono la ricompensa per essere stati dei volenterosi collaboratori. Data l' importanza strategica della dittatura Egiziana, come spieghiamo il fa llimento delle intelligenceAmericane e Israeliane nell' anticipare le rivolte?

CIA e Mossad hanno lavorato con agenti dell' intelligence Egiziana, si basavano sulle loro informazioni, sui loro report dove dicevano che "tutto era sotto controllo": i partiti d' opposizione erano deboli, decimati dalle repressioni e dagli infiltrati, i militanti stanno in prigione o soffrono di fatali "attacchi di cuore" per le "dure tecniche di interrogatorio". Le elezioni sono state truccate per eleggere uomini degli Stati Uniti e Israele - nessuna sorpresa democratica a medio o breve termine.

Gli agenti dell' intelligence Egiziana sono stati addestrati e finanziati da agenti Israeliani e Statunitensi e sono propensi ad eseguire le volontà dei loro padroni. Sono stati così compiacenti nel fornire report che accomodassero i loro mentori, che hanno ignorato tutti i segnali di una protesta popolare crescente o di agitazione su internet. CIA e Mossad erano così embedded nel vasto apparato di sicurezza di Mubarak che non erano capaci di ottenere qualsiasi informazione dalla fonte principale, decentrata, dai fiorenti movimenti indipendenti dalla tradizionale opposizione elettorale "controllata".

Quando i movimenti di massa extra-parlamentari sono scoppiati, il Mossad e la CIA hanno contato sull' apparato di Mubarak per riprendere il controllo, con il tipico sistema del bastone e della carota: concessioni transitorie simboliche e chiamare le l' esercito, la polizia e gli squadroni della morte. Mentre il movimento cresceva, da migliaia a milioni di persone, il Mossad e alcuni deputati Statunitensi, sostenitori di Israele, hanno esortato Mubarak a "tenere duro". La CIA è stato stata ridotta a rappresentare la Casa Bianca con ufficiali militari affidabili e malleabili personaggi politici "di transizione" disposti a seguire le orme di Mubarak. Ancora una volta CIA e Mossad hanno dimostrato la loro dipendenza dell' apparato di Mubarak per informarsi su chi potrebbe essere una "fattibile" (pro-Stati Uniti/Israle) alternativa, ignorando le principali esigenze delle masse. Il tentativo di cooptare la vecchia guardia elettoralistica dei Fratelli Musulmani con negoziati con il vicepresidente Suleiman è fallito; in parte perchè la Fratellanza non aveva il controllo del movimento, e perchè Israele e i suoi sostenitori Statunitensi hanno obiettato. Inoltre, l' ala giovanile della Fratellanza Mussulmana ha fatto pressioni per la ritirata dai negoziati.

Il fallimento dell' intelligence ha complicato gli sforzi di Washington e Tel Aviv di sacrificare il dittatore per salvare lo stato: CIA e Mossad non hanno sviluppato legami con nessuno dei leader emergenti. Gli Israeliani non hanno trovato nessun "volto nuovo" con un seguito popolare disposto a servire come uno stupido collaboratore dell' oppressione coloniale. La CIA era stata totalmente impegnata nell' uso della polizia segreta Egiziana per torturare i sospetti terroristi ("exceptional rendition") e in attività di polizia nei paesi Arabi vicini. Come risultato sia Washington che Israele hanno promosso il golpe militare per prevenire ulteriori radicalizzazioni.

Alla fine, il fallimento di CIA e Mossad nell' individuare e prevenire il sorgere di un movimento popolare e democratico, ha rivelato le basi precarie del potere imperiale e coloniale. Nel lungo periodo non sono le armi, i miliardi di dollari, la polizia segreta e le camere di tortura a decidere la storia. Rivoluzioni democratiche occorrono quando la vasta maggioranza del popolo insorge e dice "basta", prende le strade, paralizza l' economia, smantella lo stato autoritario e chiede libertà e istituzioni democratiche senza la tutela imperiale e l' asservimento coloniale.
di James Petras

Titolo originale: "Egypt: Social Movements, the CIA, and Mossad"

11 marzo 2011

Il lavoro nobilita l’uomo…(e lo rende simile alle bestie?!!)


E’ con puro spirito catartico che mi appresto a vergare - seppur virtualmente - queste bianche pagine di Word; al solo scopo di consentire - così come si fa con la pentola sul fuoco, quando si favorisce la fuoriuscita di quel poco di pressione che sarebbe pericoloso e incontrollabile lasciar affiorare in un sol colpo all’apertura del coperchio – una riduzione significativa del mio stato di agitazione e talvolta di rabbia. Per evitare “l’esplosione” o più facilmente “l’implosione”…

Non so se qualcuno avrà accesso a queste mie righe; mi auto assolvo sin d’ora pertanto, se la prosa non sarà particolarmente curata come magari sarei in grado di fare.

L’obiettivo vuole essere chiaro e dichiarato sin dal principio: quali sono le ragioni vere, profonde e ultime del disagio, che - palesato talvolta da evidenze di carattere psicofisico (insonnia, mal di stomaco, ansia, tristezza immotivata, paura del futuro…) - si manifesta oggi in un numero sempre maggiore di persone, a proposito della propria condizione lavorativa?

E’ giusto di questa mattina l’importante presa di posizione di Papa Bendetto XVI, Che, nel corso dell’Angelus di domenica 27 febbraio 2011, così si è espresso:
“La fede nella Provvidenza non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani”

E’ a partire da una lettura seria e approfonite di questa affermazione che provo ad argomentare il mio pensiero.

Il lavoro nobilita l’uomo.
Questa frase, attribuita normalmente a Charles Darwin (1809-1882), segna probabilmente l’inizio di un’era, tutt’ora in corso, che ha mutato concezioni e modi di pensare e di agire che erano stati invece connaturati negli uomini per secoli.
Beh, probabilmente non ci si poteva aspettare molto di più da chi ha provato per tutta la vita (tutt’ora senza validazione scientifica…), a dimostrarci che discendiamo dagli scimmioni, mancando di spiegarci dove sta questo benedetto (o maledetto), anello di congiunzione (che a scadenze prefissate torna sulle cronache e le prime pagine dei TG, salvo poi scomparire mestamente come l’ennesima bufala); e senza chiarirci peraltro come mai, i suddetti scimmioni continuino a esistere oggi, a fianco dell’homo sapiens sapiens.

Nei secoli passati, dire che il lavoro nobilita l’uomo, sarebbe stato certamente inteso come segnale di pazzia o di possessione diabolica…
Me lo immagino il contadino, ricurvo su se stesso dopo 12 ore di lavoro nei campi, recarsi dal latifondista di turno e ricordargli che “il lavoro nobilita l’uomo”… Senz’altro sarebbe stato chiamato il prete per abbozzare un esorcismo.

Già, i preti, i monaci meglio. Proviamo a sfatare un’altra leggenda. Tutti conoscono la Regola benedettina dell’Ora et labora. Prega e lavora, appunto.
E’ evidente che, in un’ottica religiosa ed escatologica, questo aveva un senso profondo. La giornata era tutta dedicata a Dio, verso il quale si rivolgevano preghiere – sin dalla mattina presto - , e per il quale si lavorava assiduamente. Il lavoro era una specie di prolungamento della preghiera, in linea con i Padri del deserto che esortavano i monaci a pregare anche durante il lavoro. Rispondeva inoltre al non secondario bisogno di procurarsi il necessario alla sopravvivenza. E’ stato infine grazie al lavoro dei monaci che ci sono pervenute le più importanti opere storiche e letterarie, oltre che artistiche, del passato.

Lo stesso noto e più volte citato passaggio di San Paolo (Tessalonicesi 2 – 3,10), “chi non vuol lavorare neppure mangi”, se rappresenta senz’altro una conferma della “responsabilità individuale” di ciascuno a provvedere al proprio sostentamento, non costituisce certo, a mio avviso, una apologia acritica e indiscriminata del “lavoro” come strumento “salvifico”.
Intendo dire: è doveroso lavorare e procurarsi con il sudore della fronte ciò di cui ha bisogno, per l’uomo macchiato dal peccato originale. Ma questo non significa, in virtù di qualche erroneo sillogismo, derivarne una esaltazione del lavoro…
Più esplicitamente ancora: ci tocca lavorare per vivere, e questo siamo tenuti a fare.

E comunque, il nobile, per definizione, NON ha mai lavorato.

Il lavoro è indispensabile per la realizzazione dell’uomo?
Così si sente dire spesso, soprattutto da parte di chi, dal lavoro… degli altri… trae vantaggi economici, sociali, di prestigio, quando non addirittura giustificazioni mistico religiose che lo convincono che sta operando per un Bene più grande.

Cosa si intende per realizzazione dell’uomo?

Mi piace citare un bellissimo passaggio di Peguy (L’argent, 1914) a proposito del lavoro:
“Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita da profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto”.

Ebbene rifletto da tempo su queste righe, condividendole in pieno, chiedendomi però come sia possibile applicarle oggi, 2011, nella Società odierna.
Come può un addetto al call center “coltivare un onore assoluto” mentre risponde a utenti imbizzarriti perché il decoder è fuori uso e non consente di vedere l’ avvincente puntata de “Il Grande fratello”; oppure come può riuscire un addetto alle vendite di qualche fumosa azienda di servizi, misurato esclusivamente sui ricavi portati o sulle quote di mercato rubate alla concorrenza, riuscire a convincersi che “(la gamba della sedia)…non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario (…) doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura”.

Sempre più facilmente, oggi, si lavora perché costretti a farlo. Per mangiare, per avere un tetto sotto cui dormire… Si è vero, ma sempre più spesso ci troviamo a “fare un lavoro che non ci piace per comprarci cose che non ci servono” come dice Tyler, il protagonista di Fight Club (il cult movie anni’90 con Brad Pitt e Edward Norton).
“La fede nella Provvidenza non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani” ha detto Papa Benedetto XVI questa mattina. Non credo si possa interpretare questa affermazione come una esaltazione del “lavoro” come fine a se stesso. Ma semmai come una esortazione a non farsi sopraffare (e mai come in questo periodo il rischio è concreto), da un’idea di predestinazione, assunta la quale diventa inutile “lottare” e darsi da fare. Superfluo credo sottolineare l’idea di libero arbitrio, distintiva e differenziale per noi cattolici, che non permette a nessuno di trincerarsi dietro uno sconfortante “eh…colpa del destino!”

Intendo piuttosto dire che è privilegio di pochi poter fare un lavoro in grado di suscitare pensieri come quelli magistralmente narrati da Peguy nella citazione sopra riportata. E non mi riferisco, come si potrebbe immaginare, ad attori o cantanti strapagati, spesso con problematiche ben superiori a quelle del comune uomo della strada. Penso invece a chi, come per l’appunto nella pagina di Peguy in oggetto, grazie a una occupazione di tipo artigianale, davvero può percepire queste finezze. Il falegname che “crea” una libreria “fuori standard”, tale da inserirsi al millimetro nel piccolo appartamento del Cliente che ancora (…antico lui…!), vuole conservare qualche decina di libri. Oppure al chirurgo che con l’opera della sua mente e delle sue mani salva quotidianamente la vita alle persone.



Ipotesi future
Quali prospettive allora per il futuro?
Rassegnarsi a una esistenza triste, senza soddisfazioni, come gli schiavi appunto?
Oppure cercare altrove una realizzazione che solo pochi riescono a trarre dal proprio lavoro?

E’ inevitabile che alla lunga, anche questo, come ogni ragionamento che sia degno di questo nome, se esasperato dal punto di vista logico, non possa che portare a pensare in termini “ultimi”, escatologici per i più dotti.
Per quale ragione ci troviamo su questa Terra? Qual è il nostro Progetto? E dove finiremo una volta trapassati?
Non credo di fare azzardi logici se affermo che, in un’ultima analisi, ragionare sul “lavoro” comporti anche ragionare su questo tipo di tematiche.

Invece sempre più spesso sento (s)parlare - a proposito del “lavoro” - di nuove vision, di individuazione del proprio ruolo nel mondo, di rispetto per le generazioni future.
Il “lavoro” inteso appunto come strumento di realizzazione per l’Uomo.
Rimango turbato quando sento fare certi accostamenti.
E, attraverso la tastiera del mio PC, li contesto. Si perché non posso permettermi di farlo coram populo, ne andrebbe – appunto – del mio mezzo di sostentamento!

Cosa faresti se potessi vivere di rendita e scegliere davvero, in base alle tue inclinazioni, cosa fare del tempo che il Signore ti vorrà concedere? Sarà capitato a molti di fare questi pensieri…a me capita spesso! Ebbene, personalmente leggerei, studierei, approfondirei tematiche storiche e letterarie che negli anni del liceo ho solo sfiorato (e, diciamola tutta, nemmeno tanto apprezzato…erano un obbligo!). Scriverei senz’altro, per me sia inteso, nessuna velleità giornalistico/letteraria (pubblicista lo sono già stato anni fa…senza particolare soddisfazione nel raccontare, annoiato, di patetici consigli comunali del mio comune, piuttosto che di improbabili corsi di campana tibetana organizzati dal circolo culturale di turno…).

E allora qual è, oggi, la conclusione? Lavoro per vivere, e leggo, studio, approfondisco, scrivo…per diletto, o meglio per “sopravvivere”...
Nella speranza, un giorno, di poter raggiungere un bilanciamento così perfetto, da poter invertire sia i fattori che il risultato finale…

Vana illusione la mia, dettata da un momento di sconforto, che presto sarà sostituita da più terrene aspirazioni?
Non ne ho idea…so solo che in questa ora abbondante trascorsa davanti al PC mi sono sentito davvero bene, e per un momento il mal di stomaco è scomparso!
Devo prenderla come un “segno divino”?
di Roberto Solcia