06 aprile 2011

Ripristinare la sovranità economica

VERSO LE BANCHE DI PROPRIETA' DELLO STATO



"E l'ora di dichiarare la sovranità economica dalle banche multinazionali che sono responsabili di gran parte della nostra crisi economica attuale. Ogni anno inviamo oltre un miliardo di dollari di dollari dei contribuenti dell’Oregon a banche estere e multinazionali sotto forma di depositi, solo per vedere che il denaro è investito altrove. È il momento di mettere i nostri soldi a lavorare per gli abitanti dell'Oregon "Rispondendo ad un bisogno non soddisfatto per il credito alle amministrazioni locali, alle imprese e ai consumatori locali, tre stati nel mese scorso hanno prfesentato degli atti per l’introduzione di banche di proprietà statale - Oregon, Washington e Maryland – unendosi a Illinois, Virginia, Massachusetts e Hawaii per portare il numero totale a sette.

Mentre Wall Street riporta profitti da record, le banche locali si dibattono, il credito per le piccole imprese e dei consumatori rimane contratto, ed i governi locali sono in bilico sulla bancarotta. Si parla addirittura di consentire a governi statali di presentare istanza di fallimento, qualcosa che la legislazione vigente vieta. Il governo federale e la Federal Reserve sono riusciti a trovare miliardi di dollari per puntellare le banche di Wall Street che hanno precipitato la crisi del credito, ma non hanno esteso questa generosità per i contribuenti e le amministrazioni locali che sono stati costretti a pagare il conto.

Nel mese di gennaio, il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha annunciato (1) che la Fed aveva escluso un piano di salvataggio della banca centrale per i governi statali e locali. Il deficit di bilancio di Stato collettivo per il 2011 è previsto a 140 miliardi di dollari, solo l'1% dei 12.300 miliardi dollari (2) la Fed è riuscita a raggranellare tra liquidità, prestiti a breve termine, e altre condizioni finanziarie per salvare Wall Street. Ma il presidente Bernanke ha detto che la Fed è limitata per statuto dal comprare il debito del governo municipale con scadenza di sei mesi o meno che sia direttamente assistito da imposte o altre entrate assicurate, una forma di debito che rappresenta meno del 2% del mercato globale municipale. I governi statali e municipali, a quanto pare, sono in proprio. (3)

Di fronte all’inazione federale e alla crescente crisi di bilancio locale, un numero crescente di Stati stanno valutando la possibilità di creare proprie banche di proprietà dello Stato, seguendo il modello del North Dakota, l'unico Stato che sembra essere sfuggito indenne alla crisi del credito. La Banca del Nord Dakota (BND) vecchia di 92 anni, attualmente l'unica banca di proprietà statale degli Stati Uniti, ha contribuito a evitare al North Dakota i disastri che incombono sui bilanci di altri Stati. Nel 2009, il North Dakota esibiva il maggiore avanzo di bilancio che avesse mai avuto. La BND contribuisce a finanziare non solo il governo locale ma anche banche e imprese locali, mettendo a disposizione i fondi per i prestiti alle banche commerciali di sostegno al credito delle piccole imprese.

Nell'ultimo mese, tre Stati hanno introdotto atti per le banche di proprietà statale, secondo il modello del Nord Dakota. L'11 gennaio, un disegno di legge per istituire una banca di proprietà statale è stata introdotta nella legislatura dello Stato dell’Oregon (4); Il 13 gennaio, un disegno di legge simile è stato introdotta nello Stato di Washington (discusso in un precedente articolo (5)) E il 4 febbraio, un simile atto è stato introdotto nella legislatura del Maryland (6) per uno studio di fattibilità. Essi si uniscono a Illinois (7), Virginia (8), Hawaii (9) e Massachusetts (10), Che hanno introdotto atti analoghi nel 2010.

Ampio sostegno

Le proposte di legge sono ampiamente sostenute da proprietari di piccole imprese. Il Seattle Times ha segnalato (11) il 3 febbraio che il 79% di 107 imprenditori interpellati dalla Main Street Alliance di Washington, ha sostenuto la proposta di legge dello Stato di Washington. Più della metà ha dichiarato di aver sperimentato una stretta del credito d'affari, e tre quarti di coloro hanno detto che potrebbero creare nuovi posti di lavoro se le loro esigenze di credito fossero soddisfatte. Un sondaggio condotto dalla Main Street Alliance dell’Oregon ha prodotto risultati simili (12). La loro indagine, che ha riguardato 115 aziende in 28 comuni, ha scoperto che due terzi dei piccoli imprenditori avevano ritardato o cancellato espansioni a causa di problemi di credito, al 41 per cento era stato negato il credito; e il 42 per cento avevano visto le loro condizioni di credito peggiorate. Tre quarti degli imprenditori intervistati ha sostenuto la proposta di legge dell'Oregon.

A sostenere l'idea (13) di una banca di proprietà statale è anche il tesoriere dello Stato dell’Oregon Ted Wheeler, con questa versione: egli pensa che l’Oregon può sbloccare una capacità supplementare di prestito in collaborazione con le istituzioni esistenti creando una banca "virtuale". Lo Stato non avrebbe bisogno di costruire nuovo banche di cemento e mattoni che richiedono centinaia di nuovi dipendenti al loro servizio. I nuovi strumenti procurati allo Stato per essere una "banca" potrebbero essere organizzati in modo rapido ed economico attraverso una cornice che lui chiama una "banca virtuale di sviluppo economico". In un editoriale (14) pubblicato su Oregonlive.com il 9 febbraio, ha scritto:

Questo nuovo modello dovrebbe consolidare i vari programmi di prestito per lo sviluppo economico dell'Oregon, e consentire al governo dello Stato di intervenire come partecipante a nuovi prestiti, il che contribuirà a garantire a qualificati cittadini dell'Oregon ulteriori finanziamenti. Abbiamo anche strumenti di investimento strategico, quali l’Oregon Growth Account che potrebbero essere meglio utilizzati come parte di questo quadro.


Le banche "creano" soldi sfruttando il loro capitale (15) nei prestiti. Ad una esigenza patrimoniale dell'8%, possono attirare capitale con un fattore di dodici, purché in grado di attrarre depositi sufficienti (raccolti o presi in prestito) per eliminare i controlli in uscita. Gli Stati danno via questo potere di leveraggio quando hanno messo i loro depositi nelle banche di Wall Street e investito lì i loro capitali.

I governi statali e municipali hanno asset dappertutto riposti in fondi separati per i tempi di congiuntura sfavorevole, che sono in gran parte investiti in banche di Wall Street per un rendimento molto modesto. Allo stesso tempo, gli Stati prendono in prestito da Wall Street a tassi d'interesse molto più alti e devono preoccuparsi di cose come il rating, le tasse in ritardo, e swap su tassi di interesse, che hanno dimostrato di essere investimenti molto buoni per Wall Street e investimenti molto cattivi per i governi locali.

Consolidando la loro attività nelle proprie banche di proprietà statale, i governi statali e locali sono in grado di sfruttare i propri fondi per finanziare le proprie operazioni, e possono fare questo in sostanza senza interessi, dal momento che possiedono la banca e avranno indietro gli interessi. La BND ha contribuito per più di 300 milioni di dollari alle le casse dello Stato negli ultimi dieci anni, un risultato notevole per uno Stato con una popolazione che è meno di un decimo della dimensione della Contea di Los Angeles.

Il crescente movimento per stabilire la sovranità economica locale attraverso le banche di proprietà statale è stata un'iniziativa popolare che è cresciuta spontaneamente in risposta a bisogni non soddisfatti per il credito locale. In Oregon, la spinta è venuta da un gruppo di volontariato attivo chiamato Oregonians for a State Bank (16) in collaborazione con il Working Families Party (17). A Washington, un ruolo importante è stato svolto dal Main Street Alliance, un progetto dell’Alliance for a Just Society (Ex NWFCO) (18). Il principale difensore legislative nello Stato di Washington è il Repubblicano Bob Hasegawa. In Maryland, la campagna è stata avviata dal Center for State Innovation (CSI) (19), con sede nel Wisconsin, in collaborazione con il Service Employees International-Union (SEIU) (20) e la Progressive States Network. Il Progressive Maryland (21) è un sostenitore di primo piano delle ONG. Analisi dettagliate delle iniziative nello Stato di Washington e dell’Oregon e dei loro benefici previsti sono stati effettuati da CSI (22). Per gli sforzi di base in altri Stati e per le petizioni che possono essere firmate, vedere http://publicbankinginstitute.org/state-info.htm.

di Ellen Brown


Ellen Brown è un avvocato e presidente del Public Banking Institute. Ha scritto undici libri, Tra cui Web of Debt: The Shocking Truth About Our Money System and How We Can Break Free (2010).(La ragnatela del debito: la scioccante verità sul nostro sistema monetario e come liberarsene)

05 aprile 2011

L'Unità d'Italia. Verità e falsità.

Mi sono volutamente astenuto dal commentare il 150° compleanno dell'Unità d'Italia, quando le feste e la retorica di quell'evento erano al loro culmine, e le genti italiane, in massima parte, erano sinceramente partecipi nel testimoniare amore a questo paese.

Gli italiani amano l'Italia molto più di quanto loro stessi non vogliano ammettere.

Finita la festa, però, qualche precisazione è bene farla; e non già per alimentare un'inutile polemica fine a se stessa, ma perché non si perda il senso della verità storica e si ristabilisca l'onore e la dignità di coloro ai quali sono stati tolti.

Osservate bene la tabellina sotto (fonte: Il Sole 24 ore del 17-3-2011) ...

Popolazione Debito pubblico Interessi annui Pil Debito/Pil Pil pro capite Interessi/Debito Interessi/Pil Riserve Oro
Milioni Lire Milioni Lire Milioni Lire Lire Milioni Lire
Regno delle due Sicilie 6.970.018 411,5 22,8 2483,4 16,6% 356 5,5% 0,9% 443
Piemonte 4.282.553 1121,4 67,9 1518,3 73,9% 355 6,1% 4,5% 27

... in essa non c'è la retorica della Patria unita, né la poesia sul sangue versato dai martiri del Risorgimento italiano; c'è, invece, il motivo per cui l'Italia s'è fatta, la ragione economica per cui il Piemonte ha fatto invadere il regno dei Borboni da Garibaldi, annettendoselo poi; come si fa con le terre conquistate; come si fa con le aziende scalate.

Quella è la situazione al 1859, due anni prima dell'Unità, e mostra, con la semplice verità dei numeri, cosa c'è dietro quell'idea di Italia che s'è desta e dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa ...

Il Piemonte di Cavour e Vittorio Emanuele II, ha un Pil pro capite simile al regno dei Borboni (... ma non ci avevano detto che al Sud erano morti di fame mentre al Nord erano più ricchi?), ma soprattutto è indebitato fino alla cima dei capelli: 73.9% del Pil, contro il 16.6% del Sud.

E non è tutto: i Borboni hanno 443 milioni di riserve d'oro (poco più del loro debito pubblico ... e, quindi, sono addirittura in attivo), mentre i piemontesi non hanno neanche gli occhi per piangere (27 milioni di riserve d'oro contro 1121.4 milioni di debito pubblico).

Le casse piemontesi sono vuote, Cavour è costretto ad aumentare continuamente le tasse per non fare default, mentre al Sud le tasse sono "leggere", neanche lontanamente paragonabili a quelle piemontesi.

Tutto ciò è il risultato di una politica economica rigorosa, competente ed onesta nelle "Due Sicilie" (... ma non s'era detto che al Sud sono "approssimativi" a causa del retaggio di quella "grossolana" gestione borbonica?), mentre in Piemonte si intrallazza (soprattutto il re) e ci si lancia in folli avventure senza ritorno.

I Savoia hanno speso una fortuna nelle loro guerre (tutte perse) contro l'Austria e si sono dissanguati con la guerra di Crimea; ormai sono nelle mani dei Rothschild che gli hanno prestato montagne di denari e non intendono aggiungere un altro centesimo di prestito a quel debitore che, sempre più speditamente, si avvia verso la bancarotta.

Ed ecco l'idea geniale: invadere ed annettersi il regno delle due Sicilie, appropriarsi di quei 443 milioni di riserve d'oro e, diluire il debito residuo su un Pil maggiore. Dal 73.9% del Pil, il Piemonte può scendere, unendo la contabilità di nord e sud, al 38.3% ... senza considerare l'oro dei Borboni ... Con quell'oro, invece, il debito si riduce fino al 26.5% del Pil.

E' l'uovo di colombo, il colpo di scena che, con un tratto di penna, riaggiusta i numeri. E' come la fusione Telecom-Tim fatta da Tronchetti Provera non molti anni fa; la prima con grandi debiti, la seconda con grande liquidità.

L'idea, manco a dirlo, è dei Rothschild che, allora come adesso, sono specialisti di M&A (Merger and Acquisition) ... scalate, acquisizioni, fusioni etc ...

Questo è il motivo per cui Cavour lancia Garibaldi all'assalto del regno delle due Sicilie, scortato dalla marina inglese (gli inglesi hanno privilegi economici notevoli in Sicilia, che i Borboni intendono "terminare") e preceduto dai corruttori piemontesi che comprano la complicità di politici e generali borbonici.

Solo così i mille garibaldini, in maggioranza avanzi di galera, riescono a vincere le "epiche" battaglie siciliane (Calatafimi e Milazzo) senza quasi combattere: i reggimenti borbonici si ritirano e gli lasciano campo libero.

Ritornate alla tabellina sopra: i piemontesi sono costretti a pagare un tasso di interesse di 60 punti base più alto dei Borboni (6.1% contro 5.5%); in pratica il debito del Sud era considerato "risk-free" ... AAA ... una specie di Bund del tempo, mentre i titoli del debito "nordista" sono assimilabili ai Btp italiani di oggi ... obbligazioni di uno Stato finanziariamente ballerino.

Capite da dove viene l'abitudine a intrallazzare, spendere soldi a vanvera e "creare" mostruosi debiti pubblici che ancora oggi l'Italia unita si porta appresso? Non certo dalla scuola economica del Sud, ma da quel regno di Piemonte intorno al quale l'Italia s'è costruita.

Le finanze del Sud erano solide (considerando le riserve d'oro, addirittura in attivo), le tasse basse e l'economia almeno tanto sviluppata quanto il Nord, se non meglio. Viceversa le finanze del Nord erano disastrate, le tasse proibitive ed in continuo aumento.

Eppure, ancora oggi, c'è sempre qualche commentatore cui fa difetto la storia e l'economia , che racconta la favola che con l'aggregazione al Nord, il Sud si è salvato dalla miseria e dal malgoverno ...

Se non fosse così ignorante, guarderebbe i fatti, ed i fatti sono li e non consentono dubbi: il Sud è stato "scalato", depredato e condotto in condizione di inferiorità con l'annessione forzosa al Nord. Se siamo partiti economicamente pari (ma abbiamo visto che, almeno dal punto di vista finanziario, il Sud era nettamente meglio del Nord) ed adesso siamo "squilibrati" a favore del Nord, non ci vuole un genio per capire che l'Unità d'Italia ha favorito il Nord a danno del Sud.

E questa non è un'opinione, ma matematica.

Amo questo paese che è stato un faro di cultura e civiltà per il mondo, ma detesto questi nuovi italiani ignoranti che gettano un'ombra disonorevole sulla grandezza dei loro antenati. Le bellezze d'Italia, le più grandi del mondo, sono state opera dell'ingegno umano, e se un alieno sbarcasse sulla terra, qui da noi capirebbe chi è l'uomo e cosa è riuscito a fare nei millenni della sua storia.

Le bellezze di quest'Italia, sono state create dagli italiani, non da Dio o la Natura. Venezia e Firenze ti tolgono il fiato per quel che veneziani e fiorentini riuscirono a "creare" su quelle terre, e non già perché un Dio benevolo creò quelle terre meglio di altre.

Roma ti incanta ancora per la maestosità delle sue piazze, i monumenti e i resti del periodo imperiale, non già perché la Natura la dotò di sette colli o di una posizione più favorevole di altre città.

Qui in Italia, l'homo italicus ha superato lo stesso Dio per la potenza del suo ingegno.

Se fossi il presidente di questo paese (cosa che, per mia e vostra fortuna, non avverrà mai) imporrei l'obbligo della "cultura minima": un quoziente minimale di "sapere" che tutti dovrebbero avere, pena la perdita dei diritti civili. Non puoi fregiarti del titolo di "italiano" ... connazionale di Leonardo, Michelangelo o Dante, e poi essere semianalfabeta.

Non puoi vivere immerso nell'energia geniale di migliaia di antenati che hanno stupito l'Universo con opere spettacolari e poi, avere persino difficoltà con la lingua che parli, o vantarti di non avere mai letto un libro o visto un quadro. Puoi farlo se vuoi, ma non puoi avere il diritto di chiamarti "italiano", perché quell'appellativo significa "cultura".

Più che le discutibili guerre risorgimentali, festeggerei l'animo italiano ... quello si è oltre il tempo. Invece dell'Unità d'Italia, celebrerei l'ingegno italiano che, da oltre duemila anni, ha dato a questo pianeta il meglio delle opere dell'uomo.

Il 17 marzo vorrei la Festa d'Italia e, almeno in quel giorno, ognuno dovrebbe sentirsi "spontaneamente costretto" ad andare ad una mostra, o a leggersi un grande libro italiano oppure a studiare la vera storia millenaria di questo paese che fu di grandi uomini. Quel giorno, dovrebbe essere il giorno dell'orgoglio di essere italiani, celebrando la genialità dei nostri predecessori e facendo solenne giuramento di volerli imitare.

E se poi alcuni non ne sentissero l'orgoglio, poco male: in tutte le grandi famiglie ci sono sempre le pecore nere. Volessero anche cambiare nazionalità, facciano pure, dei semianalfabeti questo paese non sente certamente il bisogno. Diventassero pure tedeschi; noi restiamo italiani: testimoni dell'arte, della bellezza e dell'eleganza di un paese che è stato la patria della cultura mondiale.

E se un ministro di questa sciagurata seconda Repubblica, sostiene che "con la cultura non si mangia", questo è, ahimè, il segno più tangibile dell'inarrestabile declino di questa nazione che, dai giganti del passato, è passata in mano ai nani e le ballerine di oggi.

Non a caso oggi vantiamo il 79% di semianalfabeti, indegni di definirsi italiani.

di G. Migliorino

04 aprile 2011

Il miglior affare è sempre la guerra

Bugie, ipocrisia e piani segreti. Ecco i dettagli che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha omesso nell’esporre all’America e al mondo intero la sua dottrina libica . Difficile comprendere cosa succede a causa dei tanti buchi neri che caratterizzano questa splendida piccola guerra che non è una guerra (“un’azione militare a raggio e a tempo limitati” come la definisce la Casa Bianca) e caratterizzata dall’incapacità dell’area progressista di condannare, allo stesso tempo, la crudeltà del regime di Muhammar Gheddafi e i bombardamenti ‘umanitari’ anglo-franco-americani.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1973 ha operato come un cavallo di Troia, permettendo al consorzio anglo-franco-americano e alla NATO di diventare la forza aerea dell’ONU nel suo sostegno a un’insurrezione armata.

Al di là del fatto che questo accordo non ha niente a che fare con la protezione dei civili, esso è anche assolutamente illegale secondo la legge internazionale. L’implicito obiettivo finale, come a questo punto sa anche il più disperato dei bambini africani, è il cambio di regime.

Il generale canadese Charles Bouchard, a capo della missione libica per conto della NATO, può ribadire quanto vuole che la missione ha come unico obiettivo la difesa dei civili. Eppure quegli ‘innocenti civili’ che guidano carri e imbracciano kalashnikov come un disordinato mucchio selvaggio, di fatto sono soldati in una guerra civile e a questo punto dovrebbero decidere se la NATO deve essere d’ora in poi la loro forza aerea seguendo le orme dell’alleanza anglo-franco-americana. Inoltre, la ‘coalizione dei volenterosi’ che combatte in Libia consiste di soli 12 membri su 28 della NATO più il Qatar. Insomma, questa non è di certo una ‘comunità internazionale’.

Il verdetto finale sulla no-fly zone come da mandato dell’ONU dovrà attendere la nascita di un governo ‘dei ribelli’ alla fine della guerra civile (se finisce presto). Allora sarà possibile analizzare e capire i seguenti punti: se il bombardamento, anche coi missili Tomahawk, era giustificato; il perché i civili della Cirenaica siano stati protetti mentre quelli di Tripoli bombardati; che tipo di gente erano i ‘ribelli’ che sono stati ‘salvati’; se tutto questo era legale, in primo luogo; capire se la risoluzione era una copertura per il cambio di regime; se la storia d’amore tra i ‘rivoluzionari’ libici e l’Occidente finirà in un divorzio sanguinario (ricordate l’Afghanistan?); e quali attori occidentali saranno pronti ad approfittare della ricchezza di una nuova e unificata (forse balcanizzata) Libia.

Per ora, è piuttosto facile capire chi ne trarrà profitto.

Il Pentagono

Il fine settimana scorso, il capo del Pentagono Robert Gates ha dichiarato, riuscendo a rimanere serio, che gli unici regimi repressivi nel Medio Oriente sono l’Iran, la Siria e la Libia. Il Pentagono sta infierendo sull’anello debole, la Libia. Gli altri sono da sempre nella lista neo-con dei cattivi da eliminare. L’Arabia Saudita, lo Yemen, il Bahrain ecc. sono democrazie modello.

Per quanto riguarda questa guerra che ‘c'è ma non si vede’, il Pentagono è riuscito a combatterla due volte, non una. La prima con Africom, creato sotto l’amministrazione Bush, alimentato da quella di Obama e rigettato da dozzine di governi africani, di esperti e di organizzazioni per i diritti umani. Ora la guerra passa attraverso la Nato ovvero sotto il comando del Pentagono sui lacché europei.

Questa è la prima guerra africana di Africom, condotta dal generale Carter Ham nel suo quartier generale non in Africa, ma a Stuttgart, in Germania. Africom, per dirla con Horace Campbell, professore di studi afro-americani e di scienze politiche presso la Syracuse University, è un inganno; “fondamentalmente una copertura per le operazioni dei contractor americani come Dyncorp, MPRI e KBR. I pianificatori militari americani che traggono beneficio dalla politica delle porte girevoli della privatizzazione della guerra sono felici di avere l’opportunità di fornire ad Africom credibilità dietro la facciata dell’intervento in Libia”.

I Tomahawk della Africom hanno anche colpito, in senso metaforico, l’Unione Africana (AU), che, diversamente dalla Lega Araba, non è facile da comprare dall’Occidente. Le monarchie petrolifere arabe hanno tutte brindato al bombardamento, tranne l’Egitto e la Tunisia. Solo cinque paesi africani non sono subordinati ad Africom; la Libia è uno di essi, insieme al Sudan, la Costa d’Avorio, Eritrea e lo Zimbabwe.

NATO

Il piano generale della NATO è di comandare sul mediterraneo e di considerarlo un lago di sua proprietà. Sotto questa ‘ottica’(definizione del Pentagono) il mediterraneo oggigiorno è infinitamente più importante come teatro di guerra dell’AfPak (Afghanistan e Pakistan).

Sui 20 paesi del mediterraneo solo 3 non fanno parte della NATO o non hanno alcuna partnership coi suoi programmi: Libia, Libano e Siria. Senza alcun dubbio la Siria è il prossimo. Il Libano si trova sotto un blocco della NATO dal 2006. Ora il blocco viene applicato alla Libia. Gli Stati Uniti – tramite la NATO – stanno quadrando il cerchio.

Arabia Saudita

Che affare. Il re Abdullah si sbarazza del suo eterno rivali Gheddafi. La casa saudita, in modo abietto, s’inchina agli interessi dell’Occidente. Lo sguardo dell’opinione pubblica mondiale è stato allontanato dall’invasione saudita del Bahrain con l’obiettivo di distruggere un movimento pacifico e legittimo a favore della democrazia.

La casa saudita ha piazzato la storia che ‘la Lega Araba’ ha votato compatta per una no-fly zone. Una menzogna; solo 11 membri su 22 erano presenti alla votazione; sei sono membri del Gulf Cooperation Council (GCC) di cui l’Arabia Saudita è leader. La casa saudita doveva solo convincere altri tre. La Siria e l’Algeria erano contrarie. Risultato: solo 9 dei 22 paesi arabi hanno votato per la no-fly zone.

L’Arabia Saudita ora può anche ordinare al capo della GCC, Abdulrahman al-Attiyah di dire con faccia tosta che “il sistema libico ha perso la propria legittimità”. Per quanto riguarda la “legittima” casa saudita e i al-Khalifas nel Bahrain, qualcuno dovrebbe portarli alla Hall of Fame Umanitaria.

Il Qatar

Il paese anfitrione dei campionati mondiali di calcio del 2022 sa bene come concludere un affare. I suoi Mirage aiutano a bombardare la Libia e nel frattempo Doha si prepara a commerciare il petrolio della Libia orientale. Il Qatar ha prontamente riconosciuto, primo tra i paesi arabi, la legittimità del governo dei ‘ribelli’ libici solo il giorno dopo essersi assicurato l’affare del commercio del petrolio.

I ‘ribelli’

Nonostante le meritevoli aspirazioni democratiche del movimento giovanile libico, il gruppo di opposizione più organizzato rimane il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia, da anni finanziato dalla casa saudita, dalla CIA e dall’intelligence francese. Il ‘Consiglio Provvisorio di Transizione Nazionale’ non è altro che il buon vecchio Fronte Nazionale con il contributo di qualche defezionario tra i militari. Ecco l’élite dei ‘civili innocenti’ che la “coalizione” sta “proteggendo”.

Al momento giusto, il ‘Consiglio Provvisorio di Transizione’ ha trovato un nuovo ministro della finanza, l’economista di formazione statunitense Ali Tarhouni. Egli ha rivelato che un gruppo di paesi occidentali ha concesso loro credito sostenuto dal fondo sovrano della Libia, e i britannici hanno permesso loro di accedere a fondi di Gheddafi per un totale di 1.1 miliardi di dollari. Questo significa che il consorzio anglo-franco-americano e ora la NATO devono spendere solo per le bombe. Di tutti i raggiri della guerra questo è impareggiabile; l’Occidente utilizza denaro libico per finanziare un gruppo di opportunisti ribelli libici per combattere contro il governo libico. Inoltre gli americani, gli inglesi e i francesi adorano questi bombardamenti. I neo-con devono essere su tutte le furie; come ha fatto il precedente segretario alla Difesa americano Paul Wolfowitz a non farsi venire un’idea del genere per la guerra in Iraq nel 2003?

I francesi

Oh là là, questo potrebbe essere materiale degno di un romanzo proustiano. La più esclusiva collezione di primavera nelle passerelle di Parigi è lo show della moda di Sarkozy – un modello no-fly zone accessoriato di aerobombardieri Mirage/Rafale.
Questo show di alta moda è stato ideato da Nouri Mesmari, il capo di protocollo di Gheddafi, che, defezionario, si è rifugiato in Francia dall’ottobre 2010. I servizi segreti italiani hanno rivelato a media selezionati come ha fatto. Il ruolo del DGSE, il servizio segreto francese, è stato più o meno spiegato nel sito a pagamento Maghreb Confidential.

In sostanza, la rivolta di Bengasi coq au vin è stata preparata a partire da novembre 2010. Gli chef sono stati Mesmari, il colonnello delle forze aeree Abdullah Gehani e il servizio segreto francese. Mesmari è stato nominato il ‘WikiLeaks libico’, perché ha spifferato praticamente ogni segreto militare di Gheddafi. Sarkozy ne è stato felice, infatti prima era furioso perché Gheddafi aveva cancellato i succosi contratti di acquisto di Rafale ( per rimpiazzare i Mirage ora bombardati) e di impianti nucleari francesi.

Questo spiega l’entusiasmo di Sarkozy nel porsi come liberatore degli arabi, è stato il primo leader europeo a riconoscere i ‘ribelli’( con somma ira di molti nella UE) ed è stato il primo a bombardare le forze di Gheddafi.

Questo ci porta al ruolo dello sfacciato filosofo francese Bernard Henri-Levy che sta sfruttando freneticamente i media mondiali per far sapere che è stato lui a telefonare Sarkozy da Bengasi, risvegliandone la vena umanitaria. Quindi o Levy è uno sciocco, oppure fa da utile ciliegina ‘intellettuale’ da aggiungere sulla già pronta torta di bombe.

Il Terminator Sarkozy è inarrestabile. Ha appena avvertito tutti i governanti arabi che rischiano di ritrovarsi bombardati come la Libia casomai dovessero reprimere chi protesta. Ha anche detto che “la prossima” sarà la Costa d’Avorio. Ovviamente, il Bahrain e lo Yemen sono esenti da questi provvedimenti. Per quanto riguarda gli USA, essi stanno di nuovo sostenendo un golpe militare (non ha funzionato con Omar “Sheikh Al-Torture” Suleiman in Egitto; forse funzionerà in Libia)

Al-Qaeda

Riecco il solito spauracchio, sempre utile. Il consorzio anglo-franco-americano, e ora la NATO, combattono assieme (di nuovo) contro al-Qaeda, rappresentata ora da al-Qaeda del Maghreb (AQM).

Il leader ribelle libico Abdel-Hakim al-Hasidi – che ha combattuto insieme ai talebani in Afghanistan – ha ampiamente confermato ai media italiani di aver personalmente reclutato “circa 25” jihaiditi della zona di Derna, nella Libia orientale, per combattere contro gli americani in Iraq; ora “questi si trovano in prima linea a Adjabiya”.

Questo dopo che il presidente del Ciad, Idriss Deby, ha fatto notare che AQM ha rubato gli arsenali militari nella Cirenaica e ora potrebbe essere in possesso di un discreto numero di missili terra-aria. Verso gli inizi di marzo, l’AQM ha sostenuto pubblicamente i ‘ribelli’. Deve essere ricomparso il fantasma di Obama; infatti il Pentagono sta lavorando di nuovo per lui.

I privatizzatori dell’acqua

In Occidente pochi sanno che la Libia, insieme all’Egitto, siede sul Nubian Sandstone Aquifer; cioè, su un oceano d’acqua dolce di enorme valore. Quindi, questa guerra ‘che c'è ma non si vede’ è cruciale per il controllo dell’acqua. Il controllo dell’acquifero non ha prezzo, così come non lo ha il ‘recupero’ delle risorse naturali di valore dalle mani dei ‘selvaggi’.

Il Pipelineistan di acqua – che scorre in profondità sotto il deserto per 4.000 km – è il Great Man-Made River Project (GMMRP) costruito da Gheddafi per 25 miliardi di dollari senza chiedere in prestito dal FMI o dalla Banca Mondiale nemmeno un centesimo (pessimo esempio per il mondo in via di sviluppo). Il GMMRP rifornisce Tripoli, Bengasi e tutta la costa libica. Il totale di acqua stimato dagli scienziati è equivalente al flusso di 200 anni di acqua del Nilo.

Confrontiamo questo dato alle cosiddette tre sorelle – Veolia (prima era Vivendi), Suez Ondeo (prima era Generale des Eaux) e Saur – le aziende francesi che controllano il 40% del mercato globale dell’acqua. È imperativo che l’attenzione venga rivolta all’eventuale bombardamento di queste condutture. Se saranno bombardate, uno scenario estremamente probabile è che ci saranno ricchi contratti per la ‘ricostruzione’ di cui la Francia sarà la beneficiaria. E questo sarà l’ultimo passo verso la totale privatizzazione di questa acqua, tuttora libera. Dalla dottrina dello shock alla dottrina dell’acqua.
Ecco, questa è solo una breve lista dei profittatori, nessuno sa a chi andrà il petrolio. Intanto, lo spettacolo deve continuare ( a suon di bombe). Il miglior affare è sempre la guerra.

di Pepe Escobar

Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MC30Ak01.html

03 aprile 2011

Libia: gli insorti e il popolo

Gli insorti rappresentano senza dubbio l'elemento più oscuro e controverso della guerra in Libia, pur essendo la difesa della loro incolumità il fattore preso a pretesto dall'ONU per scatenare i bombardamenti.
Nell'immaginario di alcuni si tratta di una parte del popolo libico che sta lottando per liberarsi dalla dittatura e conquistare l'agognata democrazia.
Secondo altre fonti sono costituiti da oppositori di Gheddafi e nostalgici della monarchia che tentano di spodestare il Raiss per appropiarsi delle immense risorse petrolifere del paese, ben più appetibili di quanto non lo possa essere la democrazia.
Altre fonti ancora mettono in evidenza la pesante ingerenza occidentale, nell'organizzare, armare ed inquadrare (anche con l'ausilio di elementi delle truppe speciali inglesi) i ribelli, affinchè deponessero Gheddafi ed instaurassero un nuovo regime di proprio gradimento.
Qualcuno ha già perfino individuato nella persona di Mahmoud Jibril, ex direttore dell’Ufficio nazionale per lo sviluppo economico (Nedb) del governo libico, grande privatizzatore, nonchè altrettanto grande amico di Washington, il fantoccio deputato a sostituire Gheddafi quando la guerra sarà finita....
Anche a fronte di tanta mole d'informazioni resta comunque molto difficile inquadrare l'esatta natura e composizione della ribellione nata a Bengasi, sebbene alcuni elementi saltino comunque subito all'occhio.
La partecipazione popolare all'insurrezione è estremamente marginale e non regge il confronto con quanto accaduto in Tunisia ed in Egitto. Niente folle oceaniche e niente masse di cittadini esasperati distribuite sul territorio.
Le motivazioni di tipo economico mancano, non essendo il popolo libico ridotto alla fame, come lo erano quello tunisino ed egiziano.
La rivolta si è delineata fin da subito come un'insurrezione armata e non una protesta di piazza, dal momento che "la piazza" è stata praticamente inesistente.
La fame di democrazia e libertà non è l'elemento che muove gli insorti, molto più interessati al potere ed alla gestione dei pozzi petroliferi.
Gli insorti sono stati generosamente "aiutati" dalle potenze occidentali, altrimenti non si spiegherebbe l'immane quantità di pick up nuovi di zecca, con mitragliatrici e lanciamissili a bordo di cui dispongono.
Nonostante gli "aiuti" generosi passati sottobanco e quelli ancora più generosi che i volenterosi stanno meditando di destinare ufficialmente agli insorti sotto forma di armamento pesante in gentile concessione, l'impressione è comunque che le forze dei ribelli non possiedano la capacità di sconfiggere l'esercito di Gheddafi e conquistare il potere.
Non tanto a causa della loro inferiorità numerica o della minore potenzialità di armamenti, ma anche e soprattutto perchè nel loro cammino di conquista si ritroveranno a fare i conti, oltre che con i soldati, anche con il popolo libico che in larga parte del paese appoggia Gheddaffi e non è certo disposto ad accoglierli in città come i liberatori.

Per ironia della sorte, il più grande problema che si pone sulla strada degli insorti, spalleggiati dall'ONU e dalle potenze occidentali, potrebbe proprio essere costituito da quello stesso popolo libico che la risoluzione dell'ONU si proponeva di difendere da Gheddafi, ed ora violentato dai bombardamenti "umanitari" sembra stringersi intorno al Raiss.
Che qualcuno alla Casa Bianca abbia sbagliato i calcoli?
di Marco Cedolin

02 aprile 2011

Rispetto per Lampedusa. Rispetto per l’Italia

In Libia c’è la guerra. In Italia una crisi economica da cui non c’è verso di uscire. E in un momento così drammatico la politica oscilla tra gli appelli “patriottici” di Napolitano e le sparate auto celebrative del presidente del Consiglio. Che ieri ha dato fondo al peggio del suo repertorio



Fa pena dover mettere a confronto la dignità della gente di Lampedusa con la buffoneria di Berlusconi. Tanto quelli mantengono un comportamento solidale coi migranti ma non prono all’ingiustizia di doverne sopportare da soli l’invasione, quanto il clown di Palazzo Chigi non perde l’occasione di prodursi nell’ennesimo show da avanspettacolo. «Anche io diventerò lampedusano. Sono andato su Internet e ho comprato una casa a Cala Francese, si chiama "Le Due Palme"», è arrivato a dire in faccia a quegli eroici isolani che vivono in mezzo alla sporcizia, esposti al rischio di epidemie, di giorno impegnati a dare una mano ai soccorsi e di sera tappati in casa per paura di furti e rapine da parte di stranieri affamati (fra i quali c’è, e non potrebbe essere altrimenti, anche qualche genuino delinquente). Non pago delle sue stomachevoli battute, si è prodigato nel consueto sfoggio di promesse che non manterrà: il Nobel per la Pace per l'isola, una moratoria fiscale, previdenziale e bancaria perché Lampedusa diventi zona franca, un piano per il turismo. Naturalmente ha già trovato il nome da far riecheggiare nell’etere propagandistico: operazione “Lampedusa pulita”. «Nelle prossime 48-60 ore l'isola sarà abitata solo dai lampedusani». Come a Napoli per la munnezza. Come il Patto con gli Italiani firmato in tv dal maggiordomo Vespa. Come l’incalcolabile trafila di balle rifilate all’Italia credulona in questi infiniti diciassette anni di “nuovi miracoli italiani”.

Ma dico io: a un tiro di schioppo da noi, nell’ex alleata Libia, si sta consumando una guerra civile a cui l’Occidente, avido di affari, ha pensato bene di sovrapporre una scellerata guerra di conquista, il suolo nazionale è investito da un esodo di fuggiaschi che non siamo preparati ad affrontare, il ministero degli Interni viene sbeffeggiato dalle Regioni che non ne vogliono sapere di accoglierli secondo il piano di spartizione, e il nostro capo del governo insiste e persiste nel fare di un momento così delicato e drammatico l’ennesimo comizio in vista delle prossime elezioni amministrative? D’accordo che ci ha abituato a tutto, ma prego e spero che i fieri lampedusani abbiano un ulteriore scatto d’orgoglio e anche se in queste ore la collaborazione con la Tunisia rendesse possibile lo svuotamento dell’isola, alzino ancora il tono della protesta che già aveva toccato picchi di tensione col blocco del porto da parte dei pescatori e con la catena umana delle donne per impedire altri sbarchi. Berlusconi è la politica che sputa sulla sofferenza, dei suoi compatrioti e dei disperati che vengono qui a sommare disperazione a disperazione.

Perché è inutile far finta che l’immigrazione sia un problema controllabile coi flussi burocratici, coi patti d’acciaio (e si è visto, l’acciaio) con dittatori ricattatori, o con le porte spalancate sempre e comunque e con chiunque. La migrazione di africani e asiatici, specialmente giovani (spesso istruiti e vogliosi d’integrarsi, come i tunisini stipati a Lampedusa), è un processo storico inarrestabile. Sempre che non si arresti il cammino della globalizzazione dei mercati e degli stili di vita, che induce popolazioni contaminate dal miraggio del “benessere” occidentale a trasferirsi in Europa. Oppure, al rovescio, sarebbe ora di rompere il tabù delle braccia aperte a tutti i costi e cominciare a dire la verità: siamo già troppi. Il nostro paese è sovrappopolato, trovare un lavoro decente è diventato un terno al lotto, imperversa una silenziosa e feroce guerra fra poveri in cui a farcela sono raccomandati, favorite e paggi del signore di turno, la maggior parte delle lauree non serve a un beneamato, l’economia non tira e quando lo fa – gli dei abbiano sempre in gloria i piccoli imprenditori, che a volte si suicidano per la vergogna di non poter pagare i dipendenti - è per grazia ricevuta dai vampiri delle banche, e con tutto ciò dovremmo fare gli incoscienti buoni samaritani condannando tutti, noi e i forestieri, a una miscela di disoccupazione, frustrazione e criminalità?

Eh no, non se ne può più. È vero che spesso i nostri ragazzi sono delle fighette laccate che disdegnano la fatica e il posto umile, ma è anche vero che questa è un preciso orientamento della società figlia della “innovazione” e della “conoscenza”, cioè della scomparsa della manifattura e dell’agricoltura soppiantate dalla metastasi del superfluo, dei “servizi” e della finanza. I colpevoli sono i loro genitori, che dopo il “boom” dei trent’anni gloriosi (anni ’50-’70) e il declino dei trent’anni accidiosi (anni ’80-2000), si sono adagiati sulla rendita di un modello economico-sociale che è crollato sotto i colpi del mercato unico mondiale. Il modello di vita, sparso in ogni angolo del pianeta grazie alle nuove tecnologie, ha fatto il resto e il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: masse di poveri che premono ai nostri confini per essere un po’ meno poveri ma rendendoci tutti più miseri dal momento che il loro arrivo a frotte abbassa il costo della manodopera facendo la felicità dei padroni del vapore e l’infelicità dei lavoratori.

Se esistesse un’Unione Europa degna di tal nome, sua sarebbe la missione di regolamentare e gestire l’ingresso di extracomunitari secondo una regia unica. Ma per questo occorrerebbe che il continente europeo si desse una missione a monte: fondare un sistema di sviluppo interno il più possibile autonomo dalle cupole finanziarie e industriali che manovrano a tavolino le politiche economiche degli Stati. Per ora il consesso internazionale è talmente succube degli appetiti da business (vedi la Francia che sbava per mettere le mani sulla Libia) che giunge a calpestare ogni logica utilitaria e di buonsenso fino ad escludere in un consiglio di guerra la nazione più esposta e più interessata a sovrintendere al futuro di Tripoli, l’Italia, includendo invece la Germania che non partecipa neanche alle operazioni. Per uno schiaffo simile il nostro governo dovrebbe come minimo revocare l’uso delle basi aeree da cui decollano i voli di bombardamento.

Ma avercelo, un governo. In sua vece abbiamo un comico che dà spettacolo mentre è immerso fino al collo nel fango di processi gravissimi e umilianti per noi sudditi che ne subiamo le piazzate ogni santo giorno. E poi Napolitano osa anche venirci a parlare di patria e di coesione nazionale. Vada a dirlo a Lampedusa.
di Alessio Mannino

01 aprile 2011

Fora de ball

Non ci poteva essere più disgraziata celebrazione del 150 dell'Unità d'Italia della guerra di Libia e del marasma che ci avrebbe investito. E' come se fossimo stati colpiti a tradimento da una grossa randellata sulla testa, tanto grossa che ancora barcolliamo e non sappiamo come tenerci in piedi. Usa, Francia, Inghilterra preparavano da mesi la ribellione armata dei banditi libici tenendo contatti intensi con i rivoltosi sia in Libia come a Parigi o Londra. Non ne abbiamo saputo niente. Di quanto bolliva in pentola siamo stati tenuti all'oscuro dai servizi segreti del nostro Esercito che probabilmente si sente molto "americano" e molto "Nato" ed assai poco patriottico e dai servizi della Farnesina e della Presidenza del Consiglio. Quando l'attacco alla Libia era questione di ore non abbiamo saputo che cosa fare e non abbiamo saputo e potuto fare l'unica cosa giusta : dire no alla guerra, negare le basi militari, impedire l' aggressione alla Libia. Cosa realistica perchè senza l'Italia gli alleati non avrebbero potuto fare molto. Ma la preoccupazione dei nostri governanti e della opposizione non è stata quella di combattere la guerra e tutelare gli interessi della pace in una zona geostrategica per la nostra sic urezza ma di farci perdonare i nostri trascorsi con Gheddafi ed unirci in qualche modo alla spedizione coloniale che si approntava nelle anticamere della Casa Bianca. Un disastro terribile dal momento che abbiamo in Libia interessi colossali essenziali per la tenuta dell'Italia e che avremmo dovuto sopportare l'immigrazione in Italia alimentata da una base di tre milioni di africani fino ad oggi immigrati in Libia. Avendo mostrato viltà e debolezza ora siamo invisi a Dio ed ai nemici suoi. Gheddafi ci considera traditori, gli americani masticano amaro e si vendicano dei nostri rapporti triangolari con la Libia e la Russia, i francesi vogliono accaparrarsi del nostro posto in Libia e gli inglesi sono pronti a ripristinare la base militare che Gheddafi ha smantellato quarantadue anni orsono. Lampedusa viene presa d'assalto da migliaia di tunisini Berlusconi si dedica ad uno dei suoi show preferiti. Si reca a Lampedusa, compra un villone per accattivarsi la concittadinanza, promette che smaltirà al più presto l'enorme ammasso di tunisini che vaga per l'Isola. Intanto alla camera dei deputati si scrivono le pagine più nere però di un altro pianeta che non c'entra niente con quello che accade alle porte dell'Italia: il Ministro La Russa aggredisce il Presidente Fini con linguaggio volgarissimo e scoppiano tumulti per il cosidetto "processo breve" che Berlusconi vuole per farla franca con il processo Mills- Su rainew24 si trasmette la conferenza stampa in diretta di Maroni. Il Viminale ha fatto una ripartizione dei tunisini in

alcune regioni d'Italia tutte centro-meridionali ad eccezione della Liguria. A seguito delle veementi proteste decide di individuare altre sette tendopoli nel Nord finora escluso anche per obbedire all'editto di Bossi: "fora e ball" rivolto ai migranti. I quali migranti scappano da Manduria, attraversano l'Italia, giungono a Ventimiglia ma la Francia blocca il valico. I migranti improvvisano cortei di protesta. Tornano indietro. Non sanno dove stare. Un casino di cui nessuno riesce più a dipanarne la matassa aggrovigliata.

Spettacolo inverecondo offerto dal Governo vile e piagnucoloso, dal Parlamento che infierisce sulle ferite dell'Italia piuttosto che dichiarare l'Italia zona di pace chiudendo le basi militari alla Nato ed anche dalle Regioni che giocano tutte a rimpiattino con il Governo e tra di loro al fine di scaricare al più fesso (nel caso Vendola per Manduria o Lombardo per la Sicilia) l'arrivo e la sistemazione dei migranti. C'è intanto un enorme girotondo di navi, di aerei, di pulman di gente che va e gente che viene.....

Non siamo nè uno Stato nè una Nazione. Il governo non difende gli interessi nazionali

ma si preoccupa di non essere "posato" dalla signora Clinton e dal signor Obama. Cosa che questi signori hanno fatto, tanto fatto da ringraziare l'Italia per l'aiuto offerto agli alleati.

Non credo che USA, Gran Bretagna e Francia si ringraziino tra di loro. Si ringrazia l'Italia come la cameriera che è tanto tanto servizievole e brava e tanto masochista da spararsi sui piedi...

La prosperità della Libia ha impedito finora l'afflusso di migranti in Italia. La Libia ha assorbito inoltre migliaia e migliaia di nostri tecnici, ingegneri, specialisti che sono già tornati in Italia e sarà difficile trovare per loro del lavoro. Ora l'Italia sarà sommersa da una valanga umana. Il Canale di Sicilia sarà traversato da quanti cercheranno di sfuggire al dopo Gheddafi e quanti sono stati truffati dalle rivoluzioni con conclusione controrivoluzionaria della Tunisia e dell'Egitto. L'Italia potrebbe sfasciarsi sulla questione immigrazione assai di più che sul federalismo o altre cose. Intanto sebbene i discorsi di Napolitano all'ONU ed agli italo-americani vorrebbero dimostrare il contrario, l'Italia sta tornando ad essere una mera "espressione geografica".
di Pietro Ancona

31 marzo 2011

Non esistono persone che «amano troppo», ma solo persone che non sanno amare


Da quando, ventisei anni, fa la psicoterapista americana Robin Norwood ha pubblicato il suo libro «Donne che amano troppo», diventato rapidamente un bes-seller internazionale, l’immaginario collettivo delle donne, forse a dispetto delle intenzioni dell’autrice, ha trovato un nuovo strumento di vittimismo e di autocommiserazione.

L’idea, invero presente già nel titolo originale inglese («Women who love too much»), è che le donne, o almeno un buon numero di esse, sono portate ad amare molto, troppo; mentre gli uomini, si sa, non c’è pericolo che si mettano in un simile rischio: risultato, le donne soffrono per amore molto più degli uomini, e, quel che più conta, soffrono per aver amato troppo, ossia per una virtù che esse spingono fino all’eroismo, venendone mal ripagate.

Naturalmente non è questa la tesi del libro, e chi si prende la fatica di leggerlo, se ne rende conto ben presto; anzi, già da una lettura estremamente frettolosa, appare quanto l’autrice ritenga determinante, e deleterio, il rapporto di molte donne con le loro madri: un rapporto sbagliato, che le porta e replicare con gli uomini, quando passano dall’adolescenza all’età adulta, le stesse dinamiche distruttive che già le madri hanno sperimentato con i loro mariti o compagni e che poi, cariche di frustrazione, hanno riversato sulle figlie, senza tuttavia che queste imparassero minimamente la lezione.

Ma allora, perché quel titolo ambiguo, che suggerisce una chiave di lettura scorretta e fuorviante? Forse per strizzare l’occhio al post-femminismo, per toccare le corde più lacrimose e sdolcinate dell’animo dei lettori, e specialmente delle lettrici?

C’è, in esso, un sottinteso non proprio limpido, non proprio onesto: che, in questa società egoista e crudele, amare sia una cosa meravigliosa, e amare troppo costituisca, sì, un errore, ma uno di quegli errori che non possono non strappare negli altri un moto di ammirazione, o almeno di profonda compassione, se non altro per il coraggio affettivo che esso implica, per la capacità di dedizione, in breve: per la disponibilità a mettersi interamente in gioco, senza paracadute e senza uscite d’emergenza.

Insomma è la solita vecchia storia di Francesca da Rimini: se perfino il gran padre Dante si turba, piange e sviene davanti al suo drammatico racconto (mentre, si badi, Paolo se ne resta in silenzio e fa la figura del perfetto idiota), bisogna proprio avere un cuore di pietra per non sentire che questo tipo di donna, la donna che ama troppo, è forse colpevole agli occhi del mondo, ma di certo è innocente agli occhi di chi sappia veramente cosa sia il cuore umano.

Ma le cose stanno ben altrimenti.

La verità è che non esistono donne, e nemmeno uomini, che amino “troppo”: che cosa vuole mai significare una espressione del genere? Sarebbe come dire che al mondo ci sono troppa bontà, o troppa verità, o troppa giustizia: una autentica sciocchezza. L’amore non è mai troppo, mai, mai; e chi è disposto a bersi una frottola del genere, vuol dire che è capace di digerire qualunque inverosimile stravaganza o deliberata menzogna gli si vogliano propinare.

Il problema non è mai quello di amare troppo, mai: piuttosto, il problema è quello di saper amare o di non saper amare.

E si faccia attenzione che non diciamo nemmeno: «il problema è quello di amare male», perché sarebbe una plateale contraddizione in termini: che cosa significa, infatti, dire di Tizia o di Sempronio che essi sono persone che «amano male»? Nessuno potrebbe amare male: se si ama veramente, si ama e basta; e l’amore è sempre una cosa buona, sempre.

Amare non è una singola azione, come dipingere, fare la spesa, pregare. Certo si può dipingere male, fare male la spesa, perfino pregare male: queste sono tutte azioni, sia pure di segno estremamente diversificato; e un’azione può essere compiuta bene oppure male.

Amare, invece, non è un’azione: è un modo dell’essere. Quando l’essere ama – ma diremmo meglio: se l’essere ama, se è capace di amare -, allora ama e basta: la sua disposizione, la sua apertura esistenziale si possono manifestare anche attraverso azioni, giuste o sbagliate, buone o cattive che siano; tuttavia, a monte di tali azioni, vi è un modo dell’essere, un movimento dell’anima e, al tempo stesso, un suo stato qualitativo.

Ora, l’essere è, per definizione, amore. Amore incondizionato, amore per la vita: se non altro, amore per la propria vita. Infatti, quando l’essere prende in odio il mondo e perfino se stesso, decide di sopprimersi: vuole togliere di mezzo quell’essere che ama, nonostante tutto, e che si ribella al rifiuto del’amore, proprio o altrui.

Questo significa non solo che siamo fatti per l’amore, ma che siamo amore in noi stessi: il nostro scopo, il nostro significato, la nostra ragione d’essere, sono l’amore: veniamo dall’amore e all’amore aspiriamo a ritornare.

Che le persone amino, dunque, è scontato: certo, da ciò non deriva che esse sappiano amare; al contrario, molte non sanno amare, o hanno paura di amare, o non osano amare, non si ritengono degne di amare e di essere amate.

È un problema dell’essere, non dell’amore.

Se non si sa amare, le cause possono essere molteplici, ma tutte riconducibili, in un modo o nell’altro, a un denominatore comune: l’insufficienza, l’inadeguatezza dell’essere. Essere vuol dire amare; ma, appunto, per amare bisogna che ci sia l’essere.

Se l’essere è in difetto, se non si è sviluppato ed evoluto, se non è nemmeno consapevole di se stesso e del mondo, allora non vi può essere amore. Alcuni, dall’esterno, sono portati, in questi casi, a parlare di «troppo amore», di «amore sbagliato»: ma sono tutte sciocchezze. L’amore non è mai troppo e non è mai sbagliato; piuttosto, il fatto è che l’amore non può albergare laddove vi sia carenza di essere.

Gli spiriti superficiali sono portati a dire: «Amo, dunque sono», ma è vero l’esatto contrario: «Sono, dunque amo»; per cui, se non si È, non si può nemmeno amare. Non è che si ami troppo, o in modo sbagliato; è che proprio non si sa amare, non si sa che cosa sia l’amore.

A differenza di quanto comunemente si crede, è possibile, possibilissimo, essere dei perfetti analfabeti dell’amore: non importa quanti anni si ha o quanta esperienza di vita, nel senso quantitativo: saper amare è innanzitutto un dono e solo in seconda battuta una conquista.

Il fatto è che le donne, e anche alcuni uomini, sono portati a caricarsi di amori impossibili, dai quali ricaveranno solo amarezza e dolore, per una serie di ragioni ben precise, che poco o nulla hanno a che fare con l’amare troppo e molto, invece, con la scarsa stima e lo scarso amore di se stessi. In altri termini, se si amano disperatamente delle persone egoiste, imprevedibili, cattive e perfino sadiche o violente, la ragione vera è in relazione con un segreto desiderio di autopunizione e, inoltre, con un doloroso bisogno di essere accettati.

È come se ciascuno di questi innamorati infelici, di questi buoni samaritani a oltranza, di queste crocerossine e di questi missionari dalla infinita capacità di sopportazione, dicessero, più o meno, ai loro amanti-carnefici: «Vedi di quanto amore sono capace, di quanta inesauribile dedizione, di quale spirito di sacrificio: come potresti non ricambiare il mio amore, come potresti non provare per me gratitudine eterna?».

Ma è evidente che le cose stanno altrimenti; che quelle persone non hanno fiducia in se stesse, non si ritengono degne di essere amate semplicemente per quello che sono, così come sono; è evidente che, caricandosi sulle spalle fardelli disumani, inghiottendo maltrattamenti e umiliazioni, sopportando stoicamente continue docce scozzesi di manifestazioni affettive contraddittorie, fino alle botte e alla violenza fisica, altro non stanno facendo che inseguire il miraggio di un impossibile perdono di se stessi, per qualche colpa che ritengono di aver commesso, magari nella lontana infanzia, o per placare il fantasma corrucciato di un genitore che li avrebbe voluti diversi e migliori, ossia, detto in parole semplici, più conformi ai propri desideri.

Questo non significa che amare una persona difficile implichi SEMPRE disistima e disamore di se stessi, né che avere una certa propensione a fare la crocerossina o il missionario scaturisca SEMPRE da un trauma infantile o da un rapporto problematico con il padre o la madre.

Sono equilibri complessi, delicatissimi: stabilire dove finisca un comportamento affettivo “normale”, qualunque cosa ciò significhi, e dove, invece, ne incominci uno di segno patologico, fondato sul masochismo, è cosa tutt’altro che semplice, e lasciamo volentieri alla psicologia il compito di vagliare caso per caso, alla ricerca di questa elusiva linea di frontiera.

A noi preme, piuttosto, indicare l’aspetto generale del problema e ciò da un punto di vista essenzialmente filosofico, tralasciando, cioè, problematiche strettamente individuali e puntando dritti al cuore della questione: ossia alla mancanza di significato di concetti come quello di «amare troppo» o di «amare male»; per ribadire che, in effetti, esistono solo due tipi di persone, beninteso con molte sfumature intermedie: coloro che sanno amare e coloro che non sanno.

Saper amare, significa innanzitutto sapere, potere e volere amare se stessi, comprese le proprie debolezze e insufficienze, senza per questo corteggiarle e farsene scudo allo scopo di evadere dalle proprie responsabilità; in secondo luogo, amare la vita, compresi gli aspetti difficili e, talvolta, dolorosi di essa; in terzo luogo, cercare di rispondere nel modo migliore e più limpido alla chiamata dell’Essere, facendo della propria vita il luogo di una incessante maturazione spirituale.

In ogni caso, come dicevamo prima, essere è già amare: per cui chi non sa amare affatto - e stiamo parlando di moltissime persone, probabilmente di una larga maggioranza di esse - è, in realtà, un individuo povero di essere: un manichino che solo da lontano può venire scambiato per un autentico essere umano.

Certo, questo è un concetto molto forte, molto duro da accettare: ce ne rendiamo perfettamente conto.

Equivale a dire che la maggior parte degli esseri umani non sono veramente tali; che sono soltanto delle misere contraffazioni, talvolta consapevoli, talaltra inconsapevoli, di ciò che un essere umano dovrebbe realmente essere.

È un’idea sgradevole, che fa venire i brividi; eppure, crediamo che in essa non vi sia nulla di esagerato.

Che fare, dunque?

Forse dovremmo ricordarci, ogni tanto, che noi possediamo l’essere, ma non siamo l’essere: per cui ciò che è impossibile a noi come individui finiti e soggetti ad immense limitazioni, diviene possibile allorché ci immergiamo nel fluire dell’Essere, allorché rivolgiamo un pensiero di umiltà e di consapevolezza a quell’Essere da cui proveniamo ed al quale ritorneremo.

Non siamo noi l’essere, ma soltanto una delle sue infinite manifestazioni; e, se ci rendiamo conto della nostra povertà di essere, faremmo bene, ogni tanto, a rivolgerci non solo a professionisti della psiche, che si fanno ben pagare i loro consigli e le loro terapie, ma anche a quella Sorgente infinita dalla quale scaturisce tutto ciò che esiste, tutto ciò che ha vita e tutto ciò che popola la realtà con le sue innumerevoli manifestazioni.

A quel punto, la nostra debolezza si tramuterebbe in forza; la nostra indigenza, in pienezza; la nostra infelicità e la nostra solitudine, in gioia e calore.

Ci piace pensare che ciò sia pressoché impossibile, per paura di farne l’esperienza; preferiamo rinchiuderci nelle nostre orgogliose certezze razionalistiche.

Certo, è una scelta e fa parte della nostra libertà: noi siamo liberi.

Siamo liberi anche di farci del male; di persistere lungo strade sbagliate, che non portano da nessuna parte; di attardarci nei deserti afosi della disperazione, quando potremmo affrettarci nei giardini fioriti dell’Essere.

Siamo liberi anche di raccontarci delle pietose menzogne, per scusare il poco amore che abbiamo di noi stessi: come quella di essere indispensabili a qualcuno che non ci ama, che non ci stima, che non ci vuole.

di F. Lamendola

30 marzo 2011

Euro 2: la vendetta

http://www.euro.lt/documents/Euro%20brezinys_EC1.JPG

Ritorno ancora su un argomento che mi sta particolarmente a cuore visto che sono stato uno dei primi a parlarne in anticipo in tempi non sospetti, era infatti il 2008 quando spiegavo il Club Med e a che cosa ci avrebbe portato. La scorsa estate ho scritto il saggio economico intitolato “L’Europa sé rotta” ma pare che ancora adesso la maggior parte dei piccoli risparmiatori ed investitori italiani non si renda conto di che rischi gravino sui loro portafogli e sullo scenario macroeconomico europeo. Nello specifico il cosiddetto rischio di spaccatura monetaria all’interno dell’area valutaria dell’Unione Europea. Sostanzialmente tutto questo è rappresentato dalla Teoria di Euro 2 ovvero l’emersione o la creazione di una seconda divisa in Europa che venga adottata dai paesi periferici.


La crisi dei PIGS (ho scoperto che ci sono persone che ancora non sanno che cosa sono) è in realtà la crisi dell’euro ovvero di una moneta imposta dall’alto a 17 economie che tra di loro hanno ben poco in comune. La moneta per ogni paese è una potente arma di difesa in momenti di turbolenza o difficoltà finanziaria, rappresenta una sorta di valvola a pressione per raffreddare l’economia o per rilanciarla in momenti di profonda contrazione. Nello specifico aver obbligato paesi come il nostro ad usare una divisa troppo forte per un economia troppo debole è stato una follia. Se ne stanno rendendo conto troppo tardi adesso le autorità istituzionali, nonostante i recenti moniti di prestigiose personalità dello stesso mondo accademico, vedi Roubini, Stiglitz, Fitoussi, Attali e Zingales.


Per chi non lo sapesse vi sono centinaia di operatori istituzionali che stanno covando in silenzio operazioni di speculazione finanziaria sul default dell’euro o sulla sua dipartita: persino Warren Buffet ha sentenziato la fine prossima della moneta unica a fronte delle continue e ripetute difficoltà di Spagna e Portogallo. La crisi dei PIGS ha fatto emergere una insostenibile architettura finanziaria tra i paesi virtuosi dell’Europa del Nord e quelli in quarantena finanziaria dell’Europa Periferica: in poche parole il debito dei paesi deboli è in mano per la maggior parte ai paesi sani e forti (si fa per dire, infatti anche la Germania molto presto si troverà a dover aiutare altri partner europei per evitare di perdere la leadership politica in Europa).Il Giappone, con quello che ha recentemente subito, non preoccupa nessuno (almeno dal punto di vista economico) in quanto il 95% del suo debito pubblico è in mano agli stessi giapponesi, mentre Francia, Germania ed Inghilterra detengono percentuali rilevanti del debito pubblico spagnolo, greco, irlandese, italiano e cosi via. Pertanto le sorti del debitore sono nelle mani del creditore: il peggior scenario ! Ponete pertanto la massima attenzione: quello che un tempo poteva essere un investimentio risk free come un titolo di stato europeo oggi potrebbe essere uno dei primi investimenti a prendere un bagno di sangue. Lo stesso Cameron, incalzato successivamente dalla Merkel, ha più volte ribadito che non è possibile continuare a far pagare ai soli contribuenti questa bomba con la miccia accesa, in più occasioni qualcuno ha paventato l’idea del default parziale.

Con questo termine si intende il rimborso non integrale dei titoli di stato alla loro naturale scadenza. Recentemente la Banca J.P. Morgan ha ipotizzato per il breve periodo la possibilità di default parziale dal 5% al 25%, a seconda dello scenario, per i paesi PIGS (mettendoci dentro anche l’Irlanda e l’Inghilterra). Evitate pertanto di massificare il vostro portafoglio con solo titoli di stato aerea euro, specie se a tasso fisso e con scadenze molto lunghe, preferite piuttosto le emissioni con tasso ancorato all’inflazione. Se poi si volesse scegliere il titolo di stato più sicuro al mondo in questo momento allora si dovrebbe puntare su quelli norvegesi: strana fatalità, infatti la Norvegia è un paese che di entrare in Europa proprio non ne vuol sentire.
di Eugenio Benetazzo

29 marzo 2011

PIU’ NIENTE DA RUBARE




Michael Betancourt è un intellettuale: usa parole come semiosi e, di fatto, sa esattamente che cosa significano. Parlando del Rapporto Keiser, ha fatto alcune rilevazioni interessanti sulla pila di effimeri digitali in cui si è trasformato il sistema finanziario globale e gran parte dell'economia. A partire dal punto 20:52 in poi, Michael dice questo sulle iniziative in corso nei mercati finanziari di tutto il mondo:

Non vorrei necessariamente dire "rubare" ... semplicemente non mi pare che "rubare" sia necessariamente il verbo giusto per definirlo. E`qualcosa di diverso. Rubare [implica] che vi sia una sorta di bene materiale che è stato rubato ... che la moneta sia stata svalutata implica che, se non avessimo fatto questo, la valuta sarebbe solvente, e tutto il problema qui è che la stessa moneta è scollegata da qualsiasi tipo di valore fisico.

Esiste come un debito nei confronti della produzione futura, piuttosto che una riserva di valore. E tutto ciò si riduce alle basi immateriali in cui stiamo ora vivendo. Quindi, sì, in un certo senso si potrebbe dire che stanno rubando, [ma] in un altro senso si potrebbe dire che non lo stanno facendo perché non c'è niente da rubare ... La realtà è che si tratta di un sistema insostenibile, e che l'inevitabilità del suo crollo è stata lì fin dal principio, poiché l'intero sistema è basato su una valuta che a sua volta non si basa su niente - esiste solo in relazione alle altre valute. ..


Sui manifestanti in Wisconsin e altrove:

Ciò che rende il tutto ancora più perverso è che ciò per cui stanno lottando è il proseguimento della loro trappola ... I poteri che sono attualmente in azione e che causano queste rivolte, proteste, ribellioni ... stanno lottando per la propria sopravvivenza, e il cambiamento che sta avvenendo è perverso perché ci stiamo dirigendo verso un collasso, ed è quasi inevitabile che avremo questo crollo, ancora una volta, ad un certo punto. In un certo senso credo che sia già iniziato con il congelamento del credito nel 2009. Il tentativo di stampare la nostra via di fuga non provocherà necessariamente l'iperinflazione (anche se ci sono persone che stanno dicendo che lo farà) così tanto che il risultato sarà una rivalutazione completa del sistema, attraverso la quale arriveremo a qualche altro, nuovo equilibrio. Parte del problema nell' arrivarci è che ci sono forze che combattono su chi ha il maggior numero di questi oggetti essenzialmente immateriali, questa moneta immateriale. Quello che accadrà è che a un certo punto ne avranno la maggior parte (e ci stiamo già arrivando, se si guarda ad una qualsiasi delle cifre su chi ha la ricchezza e chi no). Ciò che succederà quando si avrà una consistente concentrazione è che l'intero sistema si bloccherà come ha fatto nel 2009. Questo perché l'equilibrio e il mantenimento e la sopravvivenza di questo sistema dipendono dalla circolazione di questi beni immateriali. Non appena inizieranno ad essere accumulati, o non appena le persone che li hanno inizieranno a reinvestirli in qualche sorta di bene materiale, entrambe queste azioni possono innescare un crollo immediato, non necessariamente nel senso di una corsa in banca o di panico, ma nel senso che il sistema non può più fattivamente mantenere il proprio equilibrio ... va verso uno squilibrio sempre più grande, perché questo è lo stato fondamentale per questo tipo di situazione, dove vi è una grande produzione immateriale rispetto a quella materiale limitata.

Sarei tendenzialmente d'accordo. Il valore delle attività finanziarie si fonda sulla promessa di una futura produzione industriale, che non riuscirà a concretizzarsi per la carenza di molteplici risorse chiave. Nell'edizione aggiornata del Reinventing Collapse (che è prevista in stampa la prossima settimana), cerco di arrivare alla stessa conclusione di Michael, sforzandomi di evitare paroloni come "squilibrio":

La misura in cui diamo valore ai soldi dipende dal nostro grado di fiducia nell'economia. In un primo momento, mentre l'economia comincia a crollare, cominciamo ad accumulare soldi, per fare in modo di non rimanere senza. Poi, mentre l'economia continua a deperire, interruzioni di fornitura e impennate dei prezzi portano alcuni di noi a capire improvvisamente che potremmo non essere in grado di accedere alle cose di cui abbiamo bisogno, per molto più a lungo, per non parlare del costo, e che essere a corto di denaro non è fatale come certamente lo è essere a corto di cibo, carburante e altri beni. E allora iniziamo a convertire il nostro patrimonio cartaceo in beni materiali che riteniamo potrebbero essere più utili. Poco dopo tutti si rendono conto che i gettoni che possiedono non valgono più granché. È questa consapevolezza, più di ogni altra cosa, che rende il gettone istantaneamente senza valore. [RC 2.0 p. 54-55]

Negli ultimi mesi ho avuto molte occasioni di passeggiare nel quartiere finanziario di Boston e osservare tutti i topi da laboratorio in giacca e cravatta il cui compito è quello di spingere i pulsanti per cercare di stimolare il centro del piacere cerebrale di qualche benestante. La stragrande maggioranza di ciò che commerciano deriva dal debito garantito da una produzione futura che non esiste. A che punto il piacere del loro patrono varcherà la soglia del dolore? Vedremo gli über-ricchi immolarsi sui roghi dei loro soldi ormai senza valore, solo per sfuggire all'angoscia di essere espropriati dei loro possedimenti fantasma? Auguro a tutti di sopravvivere con la loro precaria sanità mentale intatta, ma non posso fare a meno di auspicarmi un falò delle vanità che lasci alle nostre spalle questo lungo episodio di auto-digitazione finanziaria senza respiro.

Fonte: http://cluborlov.blogspot.com

27 marzo 2011

La Ue prigioniera delle Banche


Il vertice europeo sul Fondo Salva Stati e sul patto di stabilità si chiude con un rinvio che lascia tutto com’è. E intanto l’annunciatissimo crollo a catena dei Piigs prosegue come da copione: dopo la Grecia l’Irlanda, e dopo l’Irlanda il Portogallo


Passata di fatto in secondo piano per le cronache concentrate sulla ennesima guerra di aggressione alla Libia, mascherata naturalmente da intervento umanitario, la situazione economica dell'Europa, e in particolare di alcuni Paesi che ne fanno parte, sta attraversando una fase di conferme di quanto andiamo scrivendo da mesi, anzi da anni.

I fatti recenti, come ampiamente previsto da pochi (e tenuto nascosto da tutti gli altri) stanno purtroppo confermando ciò che anche un ragazzino di prima media avrebbe potuto capire: è impossibile risolvere una situazione economica debitoria accendendo un ulteriore debito, peraltro con interessi superiori a quelli della situazione partenza, per non parlare del fatto che non si rimuove la causa principale dei debiti crescenti.

Bastino tre sole notizie delle ultime ore prima di fare qualche, semplice, riflessione.

La prima è la parabola discendente dello stato economico del Portogallo, terza vittima sacrificale, dopo Irlanda e Grecia, nel copione già scritto in merito ai paesi Piigs della nostra Europa. Le dimissioni del premier Socrates, dopo la bocciatura subita nel parlamento portoghese in seguito alla presentazione dell'ennesimo piano di austerità - il quarto, solo nell'ultimo anno - riflette il fatto che la situazione è veramente molto grave. Film già visto, purtroppo: il popolo giustamente non ne vuole sapere di pagare per una crisi causata da altri, per giunta speculatori, scende in piazza a manifestare contro il piano di tagli previsto, e l'opposizione al governo di Lisbona cavalca l'onda della protesta per bloccare di fatto l'operato del governo in carica. Naturalmente senza avere in tasca lo straccio di una soluzione alternativa per rispondere ad attacchi finanziari e speculativi che piovono da altre parti del mondo sull'Europa intera. Il Portogallo deve essere costretto ad accettare gli aiuti imposti dall'Fmi ai tassi usurai di cui Grecia e Irlanda sono già consci. Non ci sono altre strade - così vogliono far credere - per uscire dalla crisi...

Altra notizia: oltre alla situazione in Grecia – dove aumenta la povertà e si tagliano servizi giorno per giorno, e malgrado questo salgono i rendimenti dei titoli pubblici, la popolazione è in collera costante e montante – oggi scopriamo che anche l'Irlanda (ne ha scritto ieri Stasi proprio qui) ha nuova e ulteriore necessità di chiedere eaccettare altri prestiti. Quelli ricevuti non bastano. Non sono bastati...

Terza notizia: il vertice recente di Bruxelles, che avrebbe dovuto decidere sul fondo salva stati e sul patto di stabilità, ha semplicemente rimandato la decisione. Naturalmente i problemi relativi alla situazione in Libia hanno pesato sull’incontro europeo, ma come chiamare, se non guerra, anche ciò che sta succedendo a livello economico nel vecchio continente? Eppure, a questo proposito, per ora c’è il silenzio. Mentre un numero sempre maggiore di popoli d’Europa inizia a urlare sempre di più.

Ergo? Tre cose in rapida successione. La prima: inesorabile, la crisi continua a montare, dunque gli opinionisti, i politici e gli analisti embedded stanno prendendo per i fondelli la popolazione di tutta Europa. Non solo non stiamo uscendo dalla crisi, non solo ci siamo ancora dentro, ma passo passo si sta procedendo ulteriormente verso il baratro. La seconda: gli aiuti imposti ai vari paesi non solo non sono risolutivi delle situazioni debitorie degli stessi, ma addirittura aggravano la situazione, tanto che, come nel più classico e perverso sistema dei debiti sempre crescenti, i paesi già aiutati hanno ulteriore bisogno di aiuto. La terza: in Europa non si ha idea di come cercare di risolvere la situazione. Si è alla mercé della finanza internazionale e non si ha lo straccio di una strategia, economica, politica, ideologica, filosofica, per sottrarsi al terribile gioco a perdere che questo modello impone a tutti i popoli che continuano a farne parte.

I popoli d'Europa, per quel che ci riguarda da vicino, brancolano nel buio, guidati da una classe dirigente inutile, incapace, colpevolmente prona alle Banche e all’Fmi.

di Valerio Lo Monaco

06 aprile 2011

Ripristinare la sovranità economica

VERSO LE BANCHE DI PROPRIETA' DELLO STATO



"E l'ora di dichiarare la sovranità economica dalle banche multinazionali che sono responsabili di gran parte della nostra crisi economica attuale. Ogni anno inviamo oltre un miliardo di dollari di dollari dei contribuenti dell’Oregon a banche estere e multinazionali sotto forma di depositi, solo per vedere che il denaro è investito altrove. È il momento di mettere i nostri soldi a lavorare per gli abitanti dell'Oregon "Rispondendo ad un bisogno non soddisfatto per il credito alle amministrazioni locali, alle imprese e ai consumatori locali, tre stati nel mese scorso hanno prfesentato degli atti per l’introduzione di banche di proprietà statale - Oregon, Washington e Maryland – unendosi a Illinois, Virginia, Massachusetts e Hawaii per portare il numero totale a sette.

Mentre Wall Street riporta profitti da record, le banche locali si dibattono, il credito per le piccole imprese e dei consumatori rimane contratto, ed i governi locali sono in bilico sulla bancarotta. Si parla addirittura di consentire a governi statali di presentare istanza di fallimento, qualcosa che la legislazione vigente vieta. Il governo federale e la Federal Reserve sono riusciti a trovare miliardi di dollari per puntellare le banche di Wall Street che hanno precipitato la crisi del credito, ma non hanno esteso questa generosità per i contribuenti e le amministrazioni locali che sono stati costretti a pagare il conto.

Nel mese di gennaio, il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha annunciato (1) che la Fed aveva escluso un piano di salvataggio della banca centrale per i governi statali e locali. Il deficit di bilancio di Stato collettivo per il 2011 è previsto a 140 miliardi di dollari, solo l'1% dei 12.300 miliardi dollari (2) la Fed è riuscita a raggranellare tra liquidità, prestiti a breve termine, e altre condizioni finanziarie per salvare Wall Street. Ma il presidente Bernanke ha detto che la Fed è limitata per statuto dal comprare il debito del governo municipale con scadenza di sei mesi o meno che sia direttamente assistito da imposte o altre entrate assicurate, una forma di debito che rappresenta meno del 2% del mercato globale municipale. I governi statali e municipali, a quanto pare, sono in proprio. (3)

Di fronte all’inazione federale e alla crescente crisi di bilancio locale, un numero crescente di Stati stanno valutando la possibilità di creare proprie banche di proprietà dello Stato, seguendo il modello del North Dakota, l'unico Stato che sembra essere sfuggito indenne alla crisi del credito. La Banca del Nord Dakota (BND) vecchia di 92 anni, attualmente l'unica banca di proprietà statale degli Stati Uniti, ha contribuito a evitare al North Dakota i disastri che incombono sui bilanci di altri Stati. Nel 2009, il North Dakota esibiva il maggiore avanzo di bilancio che avesse mai avuto. La BND contribuisce a finanziare non solo il governo locale ma anche banche e imprese locali, mettendo a disposizione i fondi per i prestiti alle banche commerciali di sostegno al credito delle piccole imprese.

Nell'ultimo mese, tre Stati hanno introdotto atti per le banche di proprietà statale, secondo il modello del Nord Dakota. L'11 gennaio, un disegno di legge per istituire una banca di proprietà statale è stata introdotta nella legislatura dello Stato dell’Oregon (4); Il 13 gennaio, un disegno di legge simile è stato introdotta nello Stato di Washington (discusso in un precedente articolo (5)) E il 4 febbraio, un simile atto è stato introdotto nella legislatura del Maryland (6) per uno studio di fattibilità. Essi si uniscono a Illinois (7), Virginia (8), Hawaii (9) e Massachusetts (10), Che hanno introdotto atti analoghi nel 2010.

Ampio sostegno

Le proposte di legge sono ampiamente sostenute da proprietari di piccole imprese. Il Seattle Times ha segnalato (11) il 3 febbraio che il 79% di 107 imprenditori interpellati dalla Main Street Alliance di Washington, ha sostenuto la proposta di legge dello Stato di Washington. Più della metà ha dichiarato di aver sperimentato una stretta del credito d'affari, e tre quarti di coloro hanno detto che potrebbero creare nuovi posti di lavoro se le loro esigenze di credito fossero soddisfatte. Un sondaggio condotto dalla Main Street Alliance dell’Oregon ha prodotto risultati simili (12). La loro indagine, che ha riguardato 115 aziende in 28 comuni, ha scoperto che due terzi dei piccoli imprenditori avevano ritardato o cancellato espansioni a causa di problemi di credito, al 41 per cento era stato negato il credito; e il 42 per cento avevano visto le loro condizioni di credito peggiorate. Tre quarti degli imprenditori intervistati ha sostenuto la proposta di legge dell'Oregon.

A sostenere l'idea (13) di una banca di proprietà statale è anche il tesoriere dello Stato dell’Oregon Ted Wheeler, con questa versione: egli pensa che l’Oregon può sbloccare una capacità supplementare di prestito in collaborazione con le istituzioni esistenti creando una banca "virtuale". Lo Stato non avrebbe bisogno di costruire nuovo banche di cemento e mattoni che richiedono centinaia di nuovi dipendenti al loro servizio. I nuovi strumenti procurati allo Stato per essere una "banca" potrebbero essere organizzati in modo rapido ed economico attraverso una cornice che lui chiama una "banca virtuale di sviluppo economico". In un editoriale (14) pubblicato su Oregonlive.com il 9 febbraio, ha scritto:

Questo nuovo modello dovrebbe consolidare i vari programmi di prestito per lo sviluppo economico dell'Oregon, e consentire al governo dello Stato di intervenire come partecipante a nuovi prestiti, il che contribuirà a garantire a qualificati cittadini dell'Oregon ulteriori finanziamenti. Abbiamo anche strumenti di investimento strategico, quali l’Oregon Growth Account che potrebbero essere meglio utilizzati come parte di questo quadro.


Le banche "creano" soldi sfruttando il loro capitale (15) nei prestiti. Ad una esigenza patrimoniale dell'8%, possono attirare capitale con un fattore di dodici, purché in grado di attrarre depositi sufficienti (raccolti o presi in prestito) per eliminare i controlli in uscita. Gli Stati danno via questo potere di leveraggio quando hanno messo i loro depositi nelle banche di Wall Street e investito lì i loro capitali.

I governi statali e municipali hanno asset dappertutto riposti in fondi separati per i tempi di congiuntura sfavorevole, che sono in gran parte investiti in banche di Wall Street per un rendimento molto modesto. Allo stesso tempo, gli Stati prendono in prestito da Wall Street a tassi d'interesse molto più alti e devono preoccuparsi di cose come il rating, le tasse in ritardo, e swap su tassi di interesse, che hanno dimostrato di essere investimenti molto buoni per Wall Street e investimenti molto cattivi per i governi locali.

Consolidando la loro attività nelle proprie banche di proprietà statale, i governi statali e locali sono in grado di sfruttare i propri fondi per finanziare le proprie operazioni, e possono fare questo in sostanza senza interessi, dal momento che possiedono la banca e avranno indietro gli interessi. La BND ha contribuito per più di 300 milioni di dollari alle le casse dello Stato negli ultimi dieci anni, un risultato notevole per uno Stato con una popolazione che è meno di un decimo della dimensione della Contea di Los Angeles.

Il crescente movimento per stabilire la sovranità economica locale attraverso le banche di proprietà statale è stata un'iniziativa popolare che è cresciuta spontaneamente in risposta a bisogni non soddisfatti per il credito locale. In Oregon, la spinta è venuta da un gruppo di volontariato attivo chiamato Oregonians for a State Bank (16) in collaborazione con il Working Families Party (17). A Washington, un ruolo importante è stato svolto dal Main Street Alliance, un progetto dell’Alliance for a Just Society (Ex NWFCO) (18). Il principale difensore legislative nello Stato di Washington è il Repubblicano Bob Hasegawa. In Maryland, la campagna è stata avviata dal Center for State Innovation (CSI) (19), con sede nel Wisconsin, in collaborazione con il Service Employees International-Union (SEIU) (20) e la Progressive States Network. Il Progressive Maryland (21) è un sostenitore di primo piano delle ONG. Analisi dettagliate delle iniziative nello Stato di Washington e dell’Oregon e dei loro benefici previsti sono stati effettuati da CSI (22). Per gli sforzi di base in altri Stati e per le petizioni che possono essere firmate, vedere http://publicbankinginstitute.org/state-info.htm.

di Ellen Brown


Ellen Brown è un avvocato e presidente del Public Banking Institute. Ha scritto undici libri, Tra cui Web of Debt: The Shocking Truth About Our Money System and How We Can Break Free (2010).(La ragnatela del debito: la scioccante verità sul nostro sistema monetario e come liberarsene)

05 aprile 2011

L'Unità d'Italia. Verità e falsità.

Mi sono volutamente astenuto dal commentare il 150° compleanno dell'Unità d'Italia, quando le feste e la retorica di quell'evento erano al loro culmine, e le genti italiane, in massima parte, erano sinceramente partecipi nel testimoniare amore a questo paese.

Gli italiani amano l'Italia molto più di quanto loro stessi non vogliano ammettere.

Finita la festa, però, qualche precisazione è bene farla; e non già per alimentare un'inutile polemica fine a se stessa, ma perché non si perda il senso della verità storica e si ristabilisca l'onore e la dignità di coloro ai quali sono stati tolti.

Osservate bene la tabellina sotto (fonte: Il Sole 24 ore del 17-3-2011) ...

Popolazione Debito pubblico Interessi annui Pil Debito/Pil Pil pro capite Interessi/Debito Interessi/Pil Riserve Oro
Milioni Lire Milioni Lire Milioni Lire Lire Milioni Lire
Regno delle due Sicilie 6.970.018 411,5 22,8 2483,4 16,6% 356 5,5% 0,9% 443
Piemonte 4.282.553 1121,4 67,9 1518,3 73,9% 355 6,1% 4,5% 27

... in essa non c'è la retorica della Patria unita, né la poesia sul sangue versato dai martiri del Risorgimento italiano; c'è, invece, il motivo per cui l'Italia s'è fatta, la ragione economica per cui il Piemonte ha fatto invadere il regno dei Borboni da Garibaldi, annettendoselo poi; come si fa con le terre conquistate; come si fa con le aziende scalate.

Quella è la situazione al 1859, due anni prima dell'Unità, e mostra, con la semplice verità dei numeri, cosa c'è dietro quell'idea di Italia che s'è desta e dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa ...

Il Piemonte di Cavour e Vittorio Emanuele II, ha un Pil pro capite simile al regno dei Borboni (... ma non ci avevano detto che al Sud erano morti di fame mentre al Nord erano più ricchi?), ma soprattutto è indebitato fino alla cima dei capelli: 73.9% del Pil, contro il 16.6% del Sud.

E non è tutto: i Borboni hanno 443 milioni di riserve d'oro (poco più del loro debito pubblico ... e, quindi, sono addirittura in attivo), mentre i piemontesi non hanno neanche gli occhi per piangere (27 milioni di riserve d'oro contro 1121.4 milioni di debito pubblico).

Le casse piemontesi sono vuote, Cavour è costretto ad aumentare continuamente le tasse per non fare default, mentre al Sud le tasse sono "leggere", neanche lontanamente paragonabili a quelle piemontesi.

Tutto ciò è il risultato di una politica economica rigorosa, competente ed onesta nelle "Due Sicilie" (... ma non s'era detto che al Sud sono "approssimativi" a causa del retaggio di quella "grossolana" gestione borbonica?), mentre in Piemonte si intrallazza (soprattutto il re) e ci si lancia in folli avventure senza ritorno.

I Savoia hanno speso una fortuna nelle loro guerre (tutte perse) contro l'Austria e si sono dissanguati con la guerra di Crimea; ormai sono nelle mani dei Rothschild che gli hanno prestato montagne di denari e non intendono aggiungere un altro centesimo di prestito a quel debitore che, sempre più speditamente, si avvia verso la bancarotta.

Ed ecco l'idea geniale: invadere ed annettersi il regno delle due Sicilie, appropriarsi di quei 443 milioni di riserve d'oro e, diluire il debito residuo su un Pil maggiore. Dal 73.9% del Pil, il Piemonte può scendere, unendo la contabilità di nord e sud, al 38.3% ... senza considerare l'oro dei Borboni ... Con quell'oro, invece, il debito si riduce fino al 26.5% del Pil.

E' l'uovo di colombo, il colpo di scena che, con un tratto di penna, riaggiusta i numeri. E' come la fusione Telecom-Tim fatta da Tronchetti Provera non molti anni fa; la prima con grandi debiti, la seconda con grande liquidità.

L'idea, manco a dirlo, è dei Rothschild che, allora come adesso, sono specialisti di M&A (Merger and Acquisition) ... scalate, acquisizioni, fusioni etc ...

Questo è il motivo per cui Cavour lancia Garibaldi all'assalto del regno delle due Sicilie, scortato dalla marina inglese (gli inglesi hanno privilegi economici notevoli in Sicilia, che i Borboni intendono "terminare") e preceduto dai corruttori piemontesi che comprano la complicità di politici e generali borbonici.

Solo così i mille garibaldini, in maggioranza avanzi di galera, riescono a vincere le "epiche" battaglie siciliane (Calatafimi e Milazzo) senza quasi combattere: i reggimenti borbonici si ritirano e gli lasciano campo libero.

Ritornate alla tabellina sopra: i piemontesi sono costretti a pagare un tasso di interesse di 60 punti base più alto dei Borboni (6.1% contro 5.5%); in pratica il debito del Sud era considerato "risk-free" ... AAA ... una specie di Bund del tempo, mentre i titoli del debito "nordista" sono assimilabili ai Btp italiani di oggi ... obbligazioni di uno Stato finanziariamente ballerino.

Capite da dove viene l'abitudine a intrallazzare, spendere soldi a vanvera e "creare" mostruosi debiti pubblici che ancora oggi l'Italia unita si porta appresso? Non certo dalla scuola economica del Sud, ma da quel regno di Piemonte intorno al quale l'Italia s'è costruita.

Le finanze del Sud erano solide (considerando le riserve d'oro, addirittura in attivo), le tasse basse e l'economia almeno tanto sviluppata quanto il Nord, se non meglio. Viceversa le finanze del Nord erano disastrate, le tasse proibitive ed in continuo aumento.

Eppure, ancora oggi, c'è sempre qualche commentatore cui fa difetto la storia e l'economia , che racconta la favola che con l'aggregazione al Nord, il Sud si è salvato dalla miseria e dal malgoverno ...

Se non fosse così ignorante, guarderebbe i fatti, ed i fatti sono li e non consentono dubbi: il Sud è stato "scalato", depredato e condotto in condizione di inferiorità con l'annessione forzosa al Nord. Se siamo partiti economicamente pari (ma abbiamo visto che, almeno dal punto di vista finanziario, il Sud era nettamente meglio del Nord) ed adesso siamo "squilibrati" a favore del Nord, non ci vuole un genio per capire che l'Unità d'Italia ha favorito il Nord a danno del Sud.

E questa non è un'opinione, ma matematica.

Amo questo paese che è stato un faro di cultura e civiltà per il mondo, ma detesto questi nuovi italiani ignoranti che gettano un'ombra disonorevole sulla grandezza dei loro antenati. Le bellezze d'Italia, le più grandi del mondo, sono state opera dell'ingegno umano, e se un alieno sbarcasse sulla terra, qui da noi capirebbe chi è l'uomo e cosa è riuscito a fare nei millenni della sua storia.

Le bellezze di quest'Italia, sono state create dagli italiani, non da Dio o la Natura. Venezia e Firenze ti tolgono il fiato per quel che veneziani e fiorentini riuscirono a "creare" su quelle terre, e non già perché un Dio benevolo creò quelle terre meglio di altre.

Roma ti incanta ancora per la maestosità delle sue piazze, i monumenti e i resti del periodo imperiale, non già perché la Natura la dotò di sette colli o di una posizione più favorevole di altre città.

Qui in Italia, l'homo italicus ha superato lo stesso Dio per la potenza del suo ingegno.

Se fossi il presidente di questo paese (cosa che, per mia e vostra fortuna, non avverrà mai) imporrei l'obbligo della "cultura minima": un quoziente minimale di "sapere" che tutti dovrebbero avere, pena la perdita dei diritti civili. Non puoi fregiarti del titolo di "italiano" ... connazionale di Leonardo, Michelangelo o Dante, e poi essere semianalfabeta.

Non puoi vivere immerso nell'energia geniale di migliaia di antenati che hanno stupito l'Universo con opere spettacolari e poi, avere persino difficoltà con la lingua che parli, o vantarti di non avere mai letto un libro o visto un quadro. Puoi farlo se vuoi, ma non puoi avere il diritto di chiamarti "italiano", perché quell'appellativo significa "cultura".

Più che le discutibili guerre risorgimentali, festeggerei l'animo italiano ... quello si è oltre il tempo. Invece dell'Unità d'Italia, celebrerei l'ingegno italiano che, da oltre duemila anni, ha dato a questo pianeta il meglio delle opere dell'uomo.

Il 17 marzo vorrei la Festa d'Italia e, almeno in quel giorno, ognuno dovrebbe sentirsi "spontaneamente costretto" ad andare ad una mostra, o a leggersi un grande libro italiano oppure a studiare la vera storia millenaria di questo paese che fu di grandi uomini. Quel giorno, dovrebbe essere il giorno dell'orgoglio di essere italiani, celebrando la genialità dei nostri predecessori e facendo solenne giuramento di volerli imitare.

E se poi alcuni non ne sentissero l'orgoglio, poco male: in tutte le grandi famiglie ci sono sempre le pecore nere. Volessero anche cambiare nazionalità, facciano pure, dei semianalfabeti questo paese non sente certamente il bisogno. Diventassero pure tedeschi; noi restiamo italiani: testimoni dell'arte, della bellezza e dell'eleganza di un paese che è stato la patria della cultura mondiale.

E se un ministro di questa sciagurata seconda Repubblica, sostiene che "con la cultura non si mangia", questo è, ahimè, il segno più tangibile dell'inarrestabile declino di questa nazione che, dai giganti del passato, è passata in mano ai nani e le ballerine di oggi.

Non a caso oggi vantiamo il 79% di semianalfabeti, indegni di definirsi italiani.

di G. Migliorino

04 aprile 2011

Il miglior affare è sempre la guerra

Bugie, ipocrisia e piani segreti. Ecco i dettagli che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha omesso nell’esporre all’America e al mondo intero la sua dottrina libica . Difficile comprendere cosa succede a causa dei tanti buchi neri che caratterizzano questa splendida piccola guerra che non è una guerra (“un’azione militare a raggio e a tempo limitati” come la definisce la Casa Bianca) e caratterizzata dall’incapacità dell’area progressista di condannare, allo stesso tempo, la crudeltà del regime di Muhammar Gheddafi e i bombardamenti ‘umanitari’ anglo-franco-americani.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1973 ha operato come un cavallo di Troia, permettendo al consorzio anglo-franco-americano e alla NATO di diventare la forza aerea dell’ONU nel suo sostegno a un’insurrezione armata.

Al di là del fatto che questo accordo non ha niente a che fare con la protezione dei civili, esso è anche assolutamente illegale secondo la legge internazionale. L’implicito obiettivo finale, come a questo punto sa anche il più disperato dei bambini africani, è il cambio di regime.

Il generale canadese Charles Bouchard, a capo della missione libica per conto della NATO, può ribadire quanto vuole che la missione ha come unico obiettivo la difesa dei civili. Eppure quegli ‘innocenti civili’ che guidano carri e imbracciano kalashnikov come un disordinato mucchio selvaggio, di fatto sono soldati in una guerra civile e a questo punto dovrebbero decidere se la NATO deve essere d’ora in poi la loro forza aerea seguendo le orme dell’alleanza anglo-franco-americana. Inoltre, la ‘coalizione dei volenterosi’ che combatte in Libia consiste di soli 12 membri su 28 della NATO più il Qatar. Insomma, questa non è di certo una ‘comunità internazionale’.

Il verdetto finale sulla no-fly zone come da mandato dell’ONU dovrà attendere la nascita di un governo ‘dei ribelli’ alla fine della guerra civile (se finisce presto). Allora sarà possibile analizzare e capire i seguenti punti: se il bombardamento, anche coi missili Tomahawk, era giustificato; il perché i civili della Cirenaica siano stati protetti mentre quelli di Tripoli bombardati; che tipo di gente erano i ‘ribelli’ che sono stati ‘salvati’; se tutto questo era legale, in primo luogo; capire se la risoluzione era una copertura per il cambio di regime; se la storia d’amore tra i ‘rivoluzionari’ libici e l’Occidente finirà in un divorzio sanguinario (ricordate l’Afghanistan?); e quali attori occidentali saranno pronti ad approfittare della ricchezza di una nuova e unificata (forse balcanizzata) Libia.

Per ora, è piuttosto facile capire chi ne trarrà profitto.

Il Pentagono

Il fine settimana scorso, il capo del Pentagono Robert Gates ha dichiarato, riuscendo a rimanere serio, che gli unici regimi repressivi nel Medio Oriente sono l’Iran, la Siria e la Libia. Il Pentagono sta infierendo sull’anello debole, la Libia. Gli altri sono da sempre nella lista neo-con dei cattivi da eliminare. L’Arabia Saudita, lo Yemen, il Bahrain ecc. sono democrazie modello.

Per quanto riguarda questa guerra che ‘c'è ma non si vede’, il Pentagono è riuscito a combatterla due volte, non una. La prima con Africom, creato sotto l’amministrazione Bush, alimentato da quella di Obama e rigettato da dozzine di governi africani, di esperti e di organizzazioni per i diritti umani. Ora la guerra passa attraverso la Nato ovvero sotto il comando del Pentagono sui lacché europei.

Questa è la prima guerra africana di Africom, condotta dal generale Carter Ham nel suo quartier generale non in Africa, ma a Stuttgart, in Germania. Africom, per dirla con Horace Campbell, professore di studi afro-americani e di scienze politiche presso la Syracuse University, è un inganno; “fondamentalmente una copertura per le operazioni dei contractor americani come Dyncorp, MPRI e KBR. I pianificatori militari americani che traggono beneficio dalla politica delle porte girevoli della privatizzazione della guerra sono felici di avere l’opportunità di fornire ad Africom credibilità dietro la facciata dell’intervento in Libia”.

I Tomahawk della Africom hanno anche colpito, in senso metaforico, l’Unione Africana (AU), che, diversamente dalla Lega Araba, non è facile da comprare dall’Occidente. Le monarchie petrolifere arabe hanno tutte brindato al bombardamento, tranne l’Egitto e la Tunisia. Solo cinque paesi africani non sono subordinati ad Africom; la Libia è uno di essi, insieme al Sudan, la Costa d’Avorio, Eritrea e lo Zimbabwe.

NATO

Il piano generale della NATO è di comandare sul mediterraneo e di considerarlo un lago di sua proprietà. Sotto questa ‘ottica’(definizione del Pentagono) il mediterraneo oggigiorno è infinitamente più importante come teatro di guerra dell’AfPak (Afghanistan e Pakistan).

Sui 20 paesi del mediterraneo solo 3 non fanno parte della NATO o non hanno alcuna partnership coi suoi programmi: Libia, Libano e Siria. Senza alcun dubbio la Siria è il prossimo. Il Libano si trova sotto un blocco della NATO dal 2006. Ora il blocco viene applicato alla Libia. Gli Stati Uniti – tramite la NATO – stanno quadrando il cerchio.

Arabia Saudita

Che affare. Il re Abdullah si sbarazza del suo eterno rivali Gheddafi. La casa saudita, in modo abietto, s’inchina agli interessi dell’Occidente. Lo sguardo dell’opinione pubblica mondiale è stato allontanato dall’invasione saudita del Bahrain con l’obiettivo di distruggere un movimento pacifico e legittimo a favore della democrazia.

La casa saudita ha piazzato la storia che ‘la Lega Araba’ ha votato compatta per una no-fly zone. Una menzogna; solo 11 membri su 22 erano presenti alla votazione; sei sono membri del Gulf Cooperation Council (GCC) di cui l’Arabia Saudita è leader. La casa saudita doveva solo convincere altri tre. La Siria e l’Algeria erano contrarie. Risultato: solo 9 dei 22 paesi arabi hanno votato per la no-fly zone.

L’Arabia Saudita ora può anche ordinare al capo della GCC, Abdulrahman al-Attiyah di dire con faccia tosta che “il sistema libico ha perso la propria legittimità”. Per quanto riguarda la “legittima” casa saudita e i al-Khalifas nel Bahrain, qualcuno dovrebbe portarli alla Hall of Fame Umanitaria.

Il Qatar

Il paese anfitrione dei campionati mondiali di calcio del 2022 sa bene come concludere un affare. I suoi Mirage aiutano a bombardare la Libia e nel frattempo Doha si prepara a commerciare il petrolio della Libia orientale. Il Qatar ha prontamente riconosciuto, primo tra i paesi arabi, la legittimità del governo dei ‘ribelli’ libici solo il giorno dopo essersi assicurato l’affare del commercio del petrolio.

I ‘ribelli’

Nonostante le meritevoli aspirazioni democratiche del movimento giovanile libico, il gruppo di opposizione più organizzato rimane il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia, da anni finanziato dalla casa saudita, dalla CIA e dall’intelligence francese. Il ‘Consiglio Provvisorio di Transizione Nazionale’ non è altro che il buon vecchio Fronte Nazionale con il contributo di qualche defezionario tra i militari. Ecco l’élite dei ‘civili innocenti’ che la “coalizione” sta “proteggendo”.

Al momento giusto, il ‘Consiglio Provvisorio di Transizione’ ha trovato un nuovo ministro della finanza, l’economista di formazione statunitense Ali Tarhouni. Egli ha rivelato che un gruppo di paesi occidentali ha concesso loro credito sostenuto dal fondo sovrano della Libia, e i britannici hanno permesso loro di accedere a fondi di Gheddafi per un totale di 1.1 miliardi di dollari. Questo significa che il consorzio anglo-franco-americano e ora la NATO devono spendere solo per le bombe. Di tutti i raggiri della guerra questo è impareggiabile; l’Occidente utilizza denaro libico per finanziare un gruppo di opportunisti ribelli libici per combattere contro il governo libico. Inoltre gli americani, gli inglesi e i francesi adorano questi bombardamenti. I neo-con devono essere su tutte le furie; come ha fatto il precedente segretario alla Difesa americano Paul Wolfowitz a non farsi venire un’idea del genere per la guerra in Iraq nel 2003?

I francesi

Oh là là, questo potrebbe essere materiale degno di un romanzo proustiano. La più esclusiva collezione di primavera nelle passerelle di Parigi è lo show della moda di Sarkozy – un modello no-fly zone accessoriato di aerobombardieri Mirage/Rafale.
Questo show di alta moda è stato ideato da Nouri Mesmari, il capo di protocollo di Gheddafi, che, defezionario, si è rifugiato in Francia dall’ottobre 2010. I servizi segreti italiani hanno rivelato a media selezionati come ha fatto. Il ruolo del DGSE, il servizio segreto francese, è stato più o meno spiegato nel sito a pagamento Maghreb Confidential.

In sostanza, la rivolta di Bengasi coq au vin è stata preparata a partire da novembre 2010. Gli chef sono stati Mesmari, il colonnello delle forze aeree Abdullah Gehani e il servizio segreto francese. Mesmari è stato nominato il ‘WikiLeaks libico’, perché ha spifferato praticamente ogni segreto militare di Gheddafi. Sarkozy ne è stato felice, infatti prima era furioso perché Gheddafi aveva cancellato i succosi contratti di acquisto di Rafale ( per rimpiazzare i Mirage ora bombardati) e di impianti nucleari francesi.

Questo spiega l’entusiasmo di Sarkozy nel porsi come liberatore degli arabi, è stato il primo leader europeo a riconoscere i ‘ribelli’( con somma ira di molti nella UE) ed è stato il primo a bombardare le forze di Gheddafi.

Questo ci porta al ruolo dello sfacciato filosofo francese Bernard Henri-Levy che sta sfruttando freneticamente i media mondiali per far sapere che è stato lui a telefonare Sarkozy da Bengasi, risvegliandone la vena umanitaria. Quindi o Levy è uno sciocco, oppure fa da utile ciliegina ‘intellettuale’ da aggiungere sulla già pronta torta di bombe.

Il Terminator Sarkozy è inarrestabile. Ha appena avvertito tutti i governanti arabi che rischiano di ritrovarsi bombardati come la Libia casomai dovessero reprimere chi protesta. Ha anche detto che “la prossima” sarà la Costa d’Avorio. Ovviamente, il Bahrain e lo Yemen sono esenti da questi provvedimenti. Per quanto riguarda gli USA, essi stanno di nuovo sostenendo un golpe militare (non ha funzionato con Omar “Sheikh Al-Torture” Suleiman in Egitto; forse funzionerà in Libia)

Al-Qaeda

Riecco il solito spauracchio, sempre utile. Il consorzio anglo-franco-americano, e ora la NATO, combattono assieme (di nuovo) contro al-Qaeda, rappresentata ora da al-Qaeda del Maghreb (AQM).

Il leader ribelle libico Abdel-Hakim al-Hasidi – che ha combattuto insieme ai talebani in Afghanistan – ha ampiamente confermato ai media italiani di aver personalmente reclutato “circa 25” jihaiditi della zona di Derna, nella Libia orientale, per combattere contro gli americani in Iraq; ora “questi si trovano in prima linea a Adjabiya”.

Questo dopo che il presidente del Ciad, Idriss Deby, ha fatto notare che AQM ha rubato gli arsenali militari nella Cirenaica e ora potrebbe essere in possesso di un discreto numero di missili terra-aria. Verso gli inizi di marzo, l’AQM ha sostenuto pubblicamente i ‘ribelli’. Deve essere ricomparso il fantasma di Obama; infatti il Pentagono sta lavorando di nuovo per lui.

I privatizzatori dell’acqua

In Occidente pochi sanno che la Libia, insieme all’Egitto, siede sul Nubian Sandstone Aquifer; cioè, su un oceano d’acqua dolce di enorme valore. Quindi, questa guerra ‘che c'è ma non si vede’ è cruciale per il controllo dell’acqua. Il controllo dell’acquifero non ha prezzo, così come non lo ha il ‘recupero’ delle risorse naturali di valore dalle mani dei ‘selvaggi’.

Il Pipelineistan di acqua – che scorre in profondità sotto il deserto per 4.000 km – è il Great Man-Made River Project (GMMRP) costruito da Gheddafi per 25 miliardi di dollari senza chiedere in prestito dal FMI o dalla Banca Mondiale nemmeno un centesimo (pessimo esempio per il mondo in via di sviluppo). Il GMMRP rifornisce Tripoli, Bengasi e tutta la costa libica. Il totale di acqua stimato dagli scienziati è equivalente al flusso di 200 anni di acqua del Nilo.

Confrontiamo questo dato alle cosiddette tre sorelle – Veolia (prima era Vivendi), Suez Ondeo (prima era Generale des Eaux) e Saur – le aziende francesi che controllano il 40% del mercato globale dell’acqua. È imperativo che l’attenzione venga rivolta all’eventuale bombardamento di queste condutture. Se saranno bombardate, uno scenario estremamente probabile è che ci saranno ricchi contratti per la ‘ricostruzione’ di cui la Francia sarà la beneficiaria. E questo sarà l’ultimo passo verso la totale privatizzazione di questa acqua, tuttora libera. Dalla dottrina dello shock alla dottrina dell’acqua.
Ecco, questa è solo una breve lista dei profittatori, nessuno sa a chi andrà il petrolio. Intanto, lo spettacolo deve continuare ( a suon di bombe). Il miglior affare è sempre la guerra.

di Pepe Escobar

Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MC30Ak01.html

03 aprile 2011

Libia: gli insorti e il popolo

Gli insorti rappresentano senza dubbio l'elemento più oscuro e controverso della guerra in Libia, pur essendo la difesa della loro incolumità il fattore preso a pretesto dall'ONU per scatenare i bombardamenti.
Nell'immaginario di alcuni si tratta di una parte del popolo libico che sta lottando per liberarsi dalla dittatura e conquistare l'agognata democrazia.
Secondo altre fonti sono costituiti da oppositori di Gheddafi e nostalgici della monarchia che tentano di spodestare il Raiss per appropiarsi delle immense risorse petrolifere del paese, ben più appetibili di quanto non lo possa essere la democrazia.
Altre fonti ancora mettono in evidenza la pesante ingerenza occidentale, nell'organizzare, armare ed inquadrare (anche con l'ausilio di elementi delle truppe speciali inglesi) i ribelli, affinchè deponessero Gheddafi ed instaurassero un nuovo regime di proprio gradimento.
Qualcuno ha già perfino individuato nella persona di Mahmoud Jibril, ex direttore dell’Ufficio nazionale per lo sviluppo economico (Nedb) del governo libico, grande privatizzatore, nonchè altrettanto grande amico di Washington, il fantoccio deputato a sostituire Gheddafi quando la guerra sarà finita....
Anche a fronte di tanta mole d'informazioni resta comunque molto difficile inquadrare l'esatta natura e composizione della ribellione nata a Bengasi, sebbene alcuni elementi saltino comunque subito all'occhio.
La partecipazione popolare all'insurrezione è estremamente marginale e non regge il confronto con quanto accaduto in Tunisia ed in Egitto. Niente folle oceaniche e niente masse di cittadini esasperati distribuite sul territorio.
Le motivazioni di tipo economico mancano, non essendo il popolo libico ridotto alla fame, come lo erano quello tunisino ed egiziano.
La rivolta si è delineata fin da subito come un'insurrezione armata e non una protesta di piazza, dal momento che "la piazza" è stata praticamente inesistente.
La fame di democrazia e libertà non è l'elemento che muove gli insorti, molto più interessati al potere ed alla gestione dei pozzi petroliferi.
Gli insorti sono stati generosamente "aiutati" dalle potenze occidentali, altrimenti non si spiegherebbe l'immane quantità di pick up nuovi di zecca, con mitragliatrici e lanciamissili a bordo di cui dispongono.
Nonostante gli "aiuti" generosi passati sottobanco e quelli ancora più generosi che i volenterosi stanno meditando di destinare ufficialmente agli insorti sotto forma di armamento pesante in gentile concessione, l'impressione è comunque che le forze dei ribelli non possiedano la capacità di sconfiggere l'esercito di Gheddafi e conquistare il potere.
Non tanto a causa della loro inferiorità numerica o della minore potenzialità di armamenti, ma anche e soprattutto perchè nel loro cammino di conquista si ritroveranno a fare i conti, oltre che con i soldati, anche con il popolo libico che in larga parte del paese appoggia Gheddaffi e non è certo disposto ad accoglierli in città come i liberatori.

Per ironia della sorte, il più grande problema che si pone sulla strada degli insorti, spalleggiati dall'ONU e dalle potenze occidentali, potrebbe proprio essere costituito da quello stesso popolo libico che la risoluzione dell'ONU si proponeva di difendere da Gheddafi, ed ora violentato dai bombardamenti "umanitari" sembra stringersi intorno al Raiss.
Che qualcuno alla Casa Bianca abbia sbagliato i calcoli?
di Marco Cedolin

02 aprile 2011

Rispetto per Lampedusa. Rispetto per l’Italia

In Libia c’è la guerra. In Italia una crisi economica da cui non c’è verso di uscire. E in un momento così drammatico la politica oscilla tra gli appelli “patriottici” di Napolitano e le sparate auto celebrative del presidente del Consiglio. Che ieri ha dato fondo al peggio del suo repertorio



Fa pena dover mettere a confronto la dignità della gente di Lampedusa con la buffoneria di Berlusconi. Tanto quelli mantengono un comportamento solidale coi migranti ma non prono all’ingiustizia di doverne sopportare da soli l’invasione, quanto il clown di Palazzo Chigi non perde l’occasione di prodursi nell’ennesimo show da avanspettacolo. «Anche io diventerò lampedusano. Sono andato su Internet e ho comprato una casa a Cala Francese, si chiama "Le Due Palme"», è arrivato a dire in faccia a quegli eroici isolani che vivono in mezzo alla sporcizia, esposti al rischio di epidemie, di giorno impegnati a dare una mano ai soccorsi e di sera tappati in casa per paura di furti e rapine da parte di stranieri affamati (fra i quali c’è, e non potrebbe essere altrimenti, anche qualche genuino delinquente). Non pago delle sue stomachevoli battute, si è prodigato nel consueto sfoggio di promesse che non manterrà: il Nobel per la Pace per l'isola, una moratoria fiscale, previdenziale e bancaria perché Lampedusa diventi zona franca, un piano per il turismo. Naturalmente ha già trovato il nome da far riecheggiare nell’etere propagandistico: operazione “Lampedusa pulita”. «Nelle prossime 48-60 ore l'isola sarà abitata solo dai lampedusani». Come a Napoli per la munnezza. Come il Patto con gli Italiani firmato in tv dal maggiordomo Vespa. Come l’incalcolabile trafila di balle rifilate all’Italia credulona in questi infiniti diciassette anni di “nuovi miracoli italiani”.

Ma dico io: a un tiro di schioppo da noi, nell’ex alleata Libia, si sta consumando una guerra civile a cui l’Occidente, avido di affari, ha pensato bene di sovrapporre una scellerata guerra di conquista, il suolo nazionale è investito da un esodo di fuggiaschi che non siamo preparati ad affrontare, il ministero degli Interni viene sbeffeggiato dalle Regioni che non ne vogliono sapere di accoglierli secondo il piano di spartizione, e il nostro capo del governo insiste e persiste nel fare di un momento così delicato e drammatico l’ennesimo comizio in vista delle prossime elezioni amministrative? D’accordo che ci ha abituato a tutto, ma prego e spero che i fieri lampedusani abbiano un ulteriore scatto d’orgoglio e anche se in queste ore la collaborazione con la Tunisia rendesse possibile lo svuotamento dell’isola, alzino ancora il tono della protesta che già aveva toccato picchi di tensione col blocco del porto da parte dei pescatori e con la catena umana delle donne per impedire altri sbarchi. Berlusconi è la politica che sputa sulla sofferenza, dei suoi compatrioti e dei disperati che vengono qui a sommare disperazione a disperazione.

Perché è inutile far finta che l’immigrazione sia un problema controllabile coi flussi burocratici, coi patti d’acciaio (e si è visto, l’acciaio) con dittatori ricattatori, o con le porte spalancate sempre e comunque e con chiunque. La migrazione di africani e asiatici, specialmente giovani (spesso istruiti e vogliosi d’integrarsi, come i tunisini stipati a Lampedusa), è un processo storico inarrestabile. Sempre che non si arresti il cammino della globalizzazione dei mercati e degli stili di vita, che induce popolazioni contaminate dal miraggio del “benessere” occidentale a trasferirsi in Europa. Oppure, al rovescio, sarebbe ora di rompere il tabù delle braccia aperte a tutti i costi e cominciare a dire la verità: siamo già troppi. Il nostro paese è sovrappopolato, trovare un lavoro decente è diventato un terno al lotto, imperversa una silenziosa e feroce guerra fra poveri in cui a farcela sono raccomandati, favorite e paggi del signore di turno, la maggior parte delle lauree non serve a un beneamato, l’economia non tira e quando lo fa – gli dei abbiano sempre in gloria i piccoli imprenditori, che a volte si suicidano per la vergogna di non poter pagare i dipendenti - è per grazia ricevuta dai vampiri delle banche, e con tutto ciò dovremmo fare gli incoscienti buoni samaritani condannando tutti, noi e i forestieri, a una miscela di disoccupazione, frustrazione e criminalità?

Eh no, non se ne può più. È vero che spesso i nostri ragazzi sono delle fighette laccate che disdegnano la fatica e il posto umile, ma è anche vero che questa è un preciso orientamento della società figlia della “innovazione” e della “conoscenza”, cioè della scomparsa della manifattura e dell’agricoltura soppiantate dalla metastasi del superfluo, dei “servizi” e della finanza. I colpevoli sono i loro genitori, che dopo il “boom” dei trent’anni gloriosi (anni ’50-’70) e il declino dei trent’anni accidiosi (anni ’80-2000), si sono adagiati sulla rendita di un modello economico-sociale che è crollato sotto i colpi del mercato unico mondiale. Il modello di vita, sparso in ogni angolo del pianeta grazie alle nuove tecnologie, ha fatto il resto e il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: masse di poveri che premono ai nostri confini per essere un po’ meno poveri ma rendendoci tutti più miseri dal momento che il loro arrivo a frotte abbassa il costo della manodopera facendo la felicità dei padroni del vapore e l’infelicità dei lavoratori.

Se esistesse un’Unione Europa degna di tal nome, sua sarebbe la missione di regolamentare e gestire l’ingresso di extracomunitari secondo una regia unica. Ma per questo occorrerebbe che il continente europeo si desse una missione a monte: fondare un sistema di sviluppo interno il più possibile autonomo dalle cupole finanziarie e industriali che manovrano a tavolino le politiche economiche degli Stati. Per ora il consesso internazionale è talmente succube degli appetiti da business (vedi la Francia che sbava per mettere le mani sulla Libia) che giunge a calpestare ogni logica utilitaria e di buonsenso fino ad escludere in un consiglio di guerra la nazione più esposta e più interessata a sovrintendere al futuro di Tripoli, l’Italia, includendo invece la Germania che non partecipa neanche alle operazioni. Per uno schiaffo simile il nostro governo dovrebbe come minimo revocare l’uso delle basi aeree da cui decollano i voli di bombardamento.

Ma avercelo, un governo. In sua vece abbiamo un comico che dà spettacolo mentre è immerso fino al collo nel fango di processi gravissimi e umilianti per noi sudditi che ne subiamo le piazzate ogni santo giorno. E poi Napolitano osa anche venirci a parlare di patria e di coesione nazionale. Vada a dirlo a Lampedusa.
di Alessio Mannino

01 aprile 2011

Fora de ball

Non ci poteva essere più disgraziata celebrazione del 150 dell'Unità d'Italia della guerra di Libia e del marasma che ci avrebbe investito. E' come se fossimo stati colpiti a tradimento da una grossa randellata sulla testa, tanto grossa che ancora barcolliamo e non sappiamo come tenerci in piedi. Usa, Francia, Inghilterra preparavano da mesi la ribellione armata dei banditi libici tenendo contatti intensi con i rivoltosi sia in Libia come a Parigi o Londra. Non ne abbiamo saputo niente. Di quanto bolliva in pentola siamo stati tenuti all'oscuro dai servizi segreti del nostro Esercito che probabilmente si sente molto "americano" e molto "Nato" ed assai poco patriottico e dai servizi della Farnesina e della Presidenza del Consiglio. Quando l'attacco alla Libia era questione di ore non abbiamo saputo che cosa fare e non abbiamo saputo e potuto fare l'unica cosa giusta : dire no alla guerra, negare le basi militari, impedire l' aggressione alla Libia. Cosa realistica perchè senza l'Italia gli alleati non avrebbero potuto fare molto. Ma la preoccupazione dei nostri governanti e della opposizione non è stata quella di combattere la guerra e tutelare gli interessi della pace in una zona geostrategica per la nostra sic urezza ma di farci perdonare i nostri trascorsi con Gheddafi ed unirci in qualche modo alla spedizione coloniale che si approntava nelle anticamere della Casa Bianca. Un disastro terribile dal momento che abbiamo in Libia interessi colossali essenziali per la tenuta dell'Italia e che avremmo dovuto sopportare l'immigrazione in Italia alimentata da una base di tre milioni di africani fino ad oggi immigrati in Libia. Avendo mostrato viltà e debolezza ora siamo invisi a Dio ed ai nemici suoi. Gheddafi ci considera traditori, gli americani masticano amaro e si vendicano dei nostri rapporti triangolari con la Libia e la Russia, i francesi vogliono accaparrarsi del nostro posto in Libia e gli inglesi sono pronti a ripristinare la base militare che Gheddafi ha smantellato quarantadue anni orsono. Lampedusa viene presa d'assalto da migliaia di tunisini Berlusconi si dedica ad uno dei suoi show preferiti. Si reca a Lampedusa, compra un villone per accattivarsi la concittadinanza, promette che smaltirà al più presto l'enorme ammasso di tunisini che vaga per l'Isola. Intanto alla camera dei deputati si scrivono le pagine più nere però di un altro pianeta che non c'entra niente con quello che accade alle porte dell'Italia: il Ministro La Russa aggredisce il Presidente Fini con linguaggio volgarissimo e scoppiano tumulti per il cosidetto "processo breve" che Berlusconi vuole per farla franca con il processo Mills- Su rainew24 si trasmette la conferenza stampa in diretta di Maroni. Il Viminale ha fatto una ripartizione dei tunisini in

alcune regioni d'Italia tutte centro-meridionali ad eccezione della Liguria. A seguito delle veementi proteste decide di individuare altre sette tendopoli nel Nord finora escluso anche per obbedire all'editto di Bossi: "fora e ball" rivolto ai migranti. I quali migranti scappano da Manduria, attraversano l'Italia, giungono a Ventimiglia ma la Francia blocca il valico. I migranti improvvisano cortei di protesta. Tornano indietro. Non sanno dove stare. Un casino di cui nessuno riesce più a dipanarne la matassa aggrovigliata.

Spettacolo inverecondo offerto dal Governo vile e piagnucoloso, dal Parlamento che infierisce sulle ferite dell'Italia piuttosto che dichiarare l'Italia zona di pace chiudendo le basi militari alla Nato ed anche dalle Regioni che giocano tutte a rimpiattino con il Governo e tra di loro al fine di scaricare al più fesso (nel caso Vendola per Manduria o Lombardo per la Sicilia) l'arrivo e la sistemazione dei migranti. C'è intanto un enorme girotondo di navi, di aerei, di pulman di gente che va e gente che viene.....

Non siamo nè uno Stato nè una Nazione. Il governo non difende gli interessi nazionali

ma si preoccupa di non essere "posato" dalla signora Clinton e dal signor Obama. Cosa che questi signori hanno fatto, tanto fatto da ringraziare l'Italia per l'aiuto offerto agli alleati.

Non credo che USA, Gran Bretagna e Francia si ringraziino tra di loro. Si ringrazia l'Italia come la cameriera che è tanto tanto servizievole e brava e tanto masochista da spararsi sui piedi...

La prosperità della Libia ha impedito finora l'afflusso di migranti in Italia. La Libia ha assorbito inoltre migliaia e migliaia di nostri tecnici, ingegneri, specialisti che sono già tornati in Italia e sarà difficile trovare per loro del lavoro. Ora l'Italia sarà sommersa da una valanga umana. Il Canale di Sicilia sarà traversato da quanti cercheranno di sfuggire al dopo Gheddafi e quanti sono stati truffati dalle rivoluzioni con conclusione controrivoluzionaria della Tunisia e dell'Egitto. L'Italia potrebbe sfasciarsi sulla questione immigrazione assai di più che sul federalismo o altre cose. Intanto sebbene i discorsi di Napolitano all'ONU ed agli italo-americani vorrebbero dimostrare il contrario, l'Italia sta tornando ad essere una mera "espressione geografica".
di Pietro Ancona

31 marzo 2011

Non esistono persone che «amano troppo», ma solo persone che non sanno amare


Da quando, ventisei anni, fa la psicoterapista americana Robin Norwood ha pubblicato il suo libro «Donne che amano troppo», diventato rapidamente un bes-seller internazionale, l’immaginario collettivo delle donne, forse a dispetto delle intenzioni dell’autrice, ha trovato un nuovo strumento di vittimismo e di autocommiserazione.

L’idea, invero presente già nel titolo originale inglese («Women who love too much»), è che le donne, o almeno un buon numero di esse, sono portate ad amare molto, troppo; mentre gli uomini, si sa, non c’è pericolo che si mettano in un simile rischio: risultato, le donne soffrono per amore molto più degli uomini, e, quel che più conta, soffrono per aver amato troppo, ossia per una virtù che esse spingono fino all’eroismo, venendone mal ripagate.

Naturalmente non è questa la tesi del libro, e chi si prende la fatica di leggerlo, se ne rende conto ben presto; anzi, già da una lettura estremamente frettolosa, appare quanto l’autrice ritenga determinante, e deleterio, il rapporto di molte donne con le loro madri: un rapporto sbagliato, che le porta e replicare con gli uomini, quando passano dall’adolescenza all’età adulta, le stesse dinamiche distruttive che già le madri hanno sperimentato con i loro mariti o compagni e che poi, cariche di frustrazione, hanno riversato sulle figlie, senza tuttavia che queste imparassero minimamente la lezione.

Ma allora, perché quel titolo ambiguo, che suggerisce una chiave di lettura scorretta e fuorviante? Forse per strizzare l’occhio al post-femminismo, per toccare le corde più lacrimose e sdolcinate dell’animo dei lettori, e specialmente delle lettrici?

C’è, in esso, un sottinteso non proprio limpido, non proprio onesto: che, in questa società egoista e crudele, amare sia una cosa meravigliosa, e amare troppo costituisca, sì, un errore, ma uno di quegli errori che non possono non strappare negli altri un moto di ammirazione, o almeno di profonda compassione, se non altro per il coraggio affettivo che esso implica, per la capacità di dedizione, in breve: per la disponibilità a mettersi interamente in gioco, senza paracadute e senza uscite d’emergenza.

Insomma è la solita vecchia storia di Francesca da Rimini: se perfino il gran padre Dante si turba, piange e sviene davanti al suo drammatico racconto (mentre, si badi, Paolo se ne resta in silenzio e fa la figura del perfetto idiota), bisogna proprio avere un cuore di pietra per non sentire che questo tipo di donna, la donna che ama troppo, è forse colpevole agli occhi del mondo, ma di certo è innocente agli occhi di chi sappia veramente cosa sia il cuore umano.

Ma le cose stanno ben altrimenti.

La verità è che non esistono donne, e nemmeno uomini, che amino “troppo”: che cosa vuole mai significare una espressione del genere? Sarebbe come dire che al mondo ci sono troppa bontà, o troppa verità, o troppa giustizia: una autentica sciocchezza. L’amore non è mai troppo, mai, mai; e chi è disposto a bersi una frottola del genere, vuol dire che è capace di digerire qualunque inverosimile stravaganza o deliberata menzogna gli si vogliano propinare.

Il problema non è mai quello di amare troppo, mai: piuttosto, il problema è quello di saper amare o di non saper amare.

E si faccia attenzione che non diciamo nemmeno: «il problema è quello di amare male», perché sarebbe una plateale contraddizione in termini: che cosa significa, infatti, dire di Tizia o di Sempronio che essi sono persone che «amano male»? Nessuno potrebbe amare male: se si ama veramente, si ama e basta; e l’amore è sempre una cosa buona, sempre.

Amare non è una singola azione, come dipingere, fare la spesa, pregare. Certo si può dipingere male, fare male la spesa, perfino pregare male: queste sono tutte azioni, sia pure di segno estremamente diversificato; e un’azione può essere compiuta bene oppure male.

Amare, invece, non è un’azione: è un modo dell’essere. Quando l’essere ama – ma diremmo meglio: se l’essere ama, se è capace di amare -, allora ama e basta: la sua disposizione, la sua apertura esistenziale si possono manifestare anche attraverso azioni, giuste o sbagliate, buone o cattive che siano; tuttavia, a monte di tali azioni, vi è un modo dell’essere, un movimento dell’anima e, al tempo stesso, un suo stato qualitativo.

Ora, l’essere è, per definizione, amore. Amore incondizionato, amore per la vita: se non altro, amore per la propria vita. Infatti, quando l’essere prende in odio il mondo e perfino se stesso, decide di sopprimersi: vuole togliere di mezzo quell’essere che ama, nonostante tutto, e che si ribella al rifiuto del’amore, proprio o altrui.

Questo significa non solo che siamo fatti per l’amore, ma che siamo amore in noi stessi: il nostro scopo, il nostro significato, la nostra ragione d’essere, sono l’amore: veniamo dall’amore e all’amore aspiriamo a ritornare.

Che le persone amino, dunque, è scontato: certo, da ciò non deriva che esse sappiano amare; al contrario, molte non sanno amare, o hanno paura di amare, o non osano amare, non si ritengono degne di amare e di essere amate.

È un problema dell’essere, non dell’amore.

Se non si sa amare, le cause possono essere molteplici, ma tutte riconducibili, in un modo o nell’altro, a un denominatore comune: l’insufficienza, l’inadeguatezza dell’essere. Essere vuol dire amare; ma, appunto, per amare bisogna che ci sia l’essere.

Se l’essere è in difetto, se non si è sviluppato ed evoluto, se non è nemmeno consapevole di se stesso e del mondo, allora non vi può essere amore. Alcuni, dall’esterno, sono portati, in questi casi, a parlare di «troppo amore», di «amore sbagliato»: ma sono tutte sciocchezze. L’amore non è mai troppo e non è mai sbagliato; piuttosto, il fatto è che l’amore non può albergare laddove vi sia carenza di essere.

Gli spiriti superficiali sono portati a dire: «Amo, dunque sono», ma è vero l’esatto contrario: «Sono, dunque amo»; per cui, se non si È, non si può nemmeno amare. Non è che si ami troppo, o in modo sbagliato; è che proprio non si sa amare, non si sa che cosa sia l’amore.

A differenza di quanto comunemente si crede, è possibile, possibilissimo, essere dei perfetti analfabeti dell’amore: non importa quanti anni si ha o quanta esperienza di vita, nel senso quantitativo: saper amare è innanzitutto un dono e solo in seconda battuta una conquista.

Il fatto è che le donne, e anche alcuni uomini, sono portati a caricarsi di amori impossibili, dai quali ricaveranno solo amarezza e dolore, per una serie di ragioni ben precise, che poco o nulla hanno a che fare con l’amare troppo e molto, invece, con la scarsa stima e lo scarso amore di se stessi. In altri termini, se si amano disperatamente delle persone egoiste, imprevedibili, cattive e perfino sadiche o violente, la ragione vera è in relazione con un segreto desiderio di autopunizione e, inoltre, con un doloroso bisogno di essere accettati.

È come se ciascuno di questi innamorati infelici, di questi buoni samaritani a oltranza, di queste crocerossine e di questi missionari dalla infinita capacità di sopportazione, dicessero, più o meno, ai loro amanti-carnefici: «Vedi di quanto amore sono capace, di quanta inesauribile dedizione, di quale spirito di sacrificio: come potresti non ricambiare il mio amore, come potresti non provare per me gratitudine eterna?».

Ma è evidente che le cose stanno altrimenti; che quelle persone non hanno fiducia in se stesse, non si ritengono degne di essere amate semplicemente per quello che sono, così come sono; è evidente che, caricandosi sulle spalle fardelli disumani, inghiottendo maltrattamenti e umiliazioni, sopportando stoicamente continue docce scozzesi di manifestazioni affettive contraddittorie, fino alle botte e alla violenza fisica, altro non stanno facendo che inseguire il miraggio di un impossibile perdono di se stessi, per qualche colpa che ritengono di aver commesso, magari nella lontana infanzia, o per placare il fantasma corrucciato di un genitore che li avrebbe voluti diversi e migliori, ossia, detto in parole semplici, più conformi ai propri desideri.

Questo non significa che amare una persona difficile implichi SEMPRE disistima e disamore di se stessi, né che avere una certa propensione a fare la crocerossina o il missionario scaturisca SEMPRE da un trauma infantile o da un rapporto problematico con il padre o la madre.

Sono equilibri complessi, delicatissimi: stabilire dove finisca un comportamento affettivo “normale”, qualunque cosa ciò significhi, e dove, invece, ne incominci uno di segno patologico, fondato sul masochismo, è cosa tutt’altro che semplice, e lasciamo volentieri alla psicologia il compito di vagliare caso per caso, alla ricerca di questa elusiva linea di frontiera.

A noi preme, piuttosto, indicare l’aspetto generale del problema e ciò da un punto di vista essenzialmente filosofico, tralasciando, cioè, problematiche strettamente individuali e puntando dritti al cuore della questione: ossia alla mancanza di significato di concetti come quello di «amare troppo» o di «amare male»; per ribadire che, in effetti, esistono solo due tipi di persone, beninteso con molte sfumature intermedie: coloro che sanno amare e coloro che non sanno.

Saper amare, significa innanzitutto sapere, potere e volere amare se stessi, comprese le proprie debolezze e insufficienze, senza per questo corteggiarle e farsene scudo allo scopo di evadere dalle proprie responsabilità; in secondo luogo, amare la vita, compresi gli aspetti difficili e, talvolta, dolorosi di essa; in terzo luogo, cercare di rispondere nel modo migliore e più limpido alla chiamata dell’Essere, facendo della propria vita il luogo di una incessante maturazione spirituale.

In ogni caso, come dicevamo prima, essere è già amare: per cui chi non sa amare affatto - e stiamo parlando di moltissime persone, probabilmente di una larga maggioranza di esse - è, in realtà, un individuo povero di essere: un manichino che solo da lontano può venire scambiato per un autentico essere umano.

Certo, questo è un concetto molto forte, molto duro da accettare: ce ne rendiamo perfettamente conto.

Equivale a dire che la maggior parte degli esseri umani non sono veramente tali; che sono soltanto delle misere contraffazioni, talvolta consapevoli, talaltra inconsapevoli, di ciò che un essere umano dovrebbe realmente essere.

È un’idea sgradevole, che fa venire i brividi; eppure, crediamo che in essa non vi sia nulla di esagerato.

Che fare, dunque?

Forse dovremmo ricordarci, ogni tanto, che noi possediamo l’essere, ma non siamo l’essere: per cui ciò che è impossibile a noi come individui finiti e soggetti ad immense limitazioni, diviene possibile allorché ci immergiamo nel fluire dell’Essere, allorché rivolgiamo un pensiero di umiltà e di consapevolezza a quell’Essere da cui proveniamo ed al quale ritorneremo.

Non siamo noi l’essere, ma soltanto una delle sue infinite manifestazioni; e, se ci rendiamo conto della nostra povertà di essere, faremmo bene, ogni tanto, a rivolgerci non solo a professionisti della psiche, che si fanno ben pagare i loro consigli e le loro terapie, ma anche a quella Sorgente infinita dalla quale scaturisce tutto ciò che esiste, tutto ciò che ha vita e tutto ciò che popola la realtà con le sue innumerevoli manifestazioni.

A quel punto, la nostra debolezza si tramuterebbe in forza; la nostra indigenza, in pienezza; la nostra infelicità e la nostra solitudine, in gioia e calore.

Ci piace pensare che ciò sia pressoché impossibile, per paura di farne l’esperienza; preferiamo rinchiuderci nelle nostre orgogliose certezze razionalistiche.

Certo, è una scelta e fa parte della nostra libertà: noi siamo liberi.

Siamo liberi anche di farci del male; di persistere lungo strade sbagliate, che non portano da nessuna parte; di attardarci nei deserti afosi della disperazione, quando potremmo affrettarci nei giardini fioriti dell’Essere.

Siamo liberi anche di raccontarci delle pietose menzogne, per scusare il poco amore che abbiamo di noi stessi: come quella di essere indispensabili a qualcuno che non ci ama, che non ci stima, che non ci vuole.

di F. Lamendola

30 marzo 2011

Euro 2: la vendetta

http://www.euro.lt/documents/Euro%20brezinys_EC1.JPG

Ritorno ancora su un argomento che mi sta particolarmente a cuore visto che sono stato uno dei primi a parlarne in anticipo in tempi non sospetti, era infatti il 2008 quando spiegavo il Club Med e a che cosa ci avrebbe portato. La scorsa estate ho scritto il saggio economico intitolato “L’Europa sé rotta” ma pare che ancora adesso la maggior parte dei piccoli risparmiatori ed investitori italiani non si renda conto di che rischi gravino sui loro portafogli e sullo scenario macroeconomico europeo. Nello specifico il cosiddetto rischio di spaccatura monetaria all’interno dell’area valutaria dell’Unione Europea. Sostanzialmente tutto questo è rappresentato dalla Teoria di Euro 2 ovvero l’emersione o la creazione di una seconda divisa in Europa che venga adottata dai paesi periferici.


La crisi dei PIGS (ho scoperto che ci sono persone che ancora non sanno che cosa sono) è in realtà la crisi dell’euro ovvero di una moneta imposta dall’alto a 17 economie che tra di loro hanno ben poco in comune. La moneta per ogni paese è una potente arma di difesa in momenti di turbolenza o difficoltà finanziaria, rappresenta una sorta di valvola a pressione per raffreddare l’economia o per rilanciarla in momenti di profonda contrazione. Nello specifico aver obbligato paesi come il nostro ad usare una divisa troppo forte per un economia troppo debole è stato una follia. Se ne stanno rendendo conto troppo tardi adesso le autorità istituzionali, nonostante i recenti moniti di prestigiose personalità dello stesso mondo accademico, vedi Roubini, Stiglitz, Fitoussi, Attali e Zingales.


Per chi non lo sapesse vi sono centinaia di operatori istituzionali che stanno covando in silenzio operazioni di speculazione finanziaria sul default dell’euro o sulla sua dipartita: persino Warren Buffet ha sentenziato la fine prossima della moneta unica a fronte delle continue e ripetute difficoltà di Spagna e Portogallo. La crisi dei PIGS ha fatto emergere una insostenibile architettura finanziaria tra i paesi virtuosi dell’Europa del Nord e quelli in quarantena finanziaria dell’Europa Periferica: in poche parole il debito dei paesi deboli è in mano per la maggior parte ai paesi sani e forti (si fa per dire, infatti anche la Germania molto presto si troverà a dover aiutare altri partner europei per evitare di perdere la leadership politica in Europa).Il Giappone, con quello che ha recentemente subito, non preoccupa nessuno (almeno dal punto di vista economico) in quanto il 95% del suo debito pubblico è in mano agli stessi giapponesi, mentre Francia, Germania ed Inghilterra detengono percentuali rilevanti del debito pubblico spagnolo, greco, irlandese, italiano e cosi via. Pertanto le sorti del debitore sono nelle mani del creditore: il peggior scenario ! Ponete pertanto la massima attenzione: quello che un tempo poteva essere un investimentio risk free come un titolo di stato europeo oggi potrebbe essere uno dei primi investimenti a prendere un bagno di sangue. Lo stesso Cameron, incalzato successivamente dalla Merkel, ha più volte ribadito che non è possibile continuare a far pagare ai soli contribuenti questa bomba con la miccia accesa, in più occasioni qualcuno ha paventato l’idea del default parziale.

Con questo termine si intende il rimborso non integrale dei titoli di stato alla loro naturale scadenza. Recentemente la Banca J.P. Morgan ha ipotizzato per il breve periodo la possibilità di default parziale dal 5% al 25%, a seconda dello scenario, per i paesi PIGS (mettendoci dentro anche l’Irlanda e l’Inghilterra). Evitate pertanto di massificare il vostro portafoglio con solo titoli di stato aerea euro, specie se a tasso fisso e con scadenze molto lunghe, preferite piuttosto le emissioni con tasso ancorato all’inflazione. Se poi si volesse scegliere il titolo di stato più sicuro al mondo in questo momento allora si dovrebbe puntare su quelli norvegesi: strana fatalità, infatti la Norvegia è un paese che di entrare in Europa proprio non ne vuol sentire.
di Eugenio Benetazzo

29 marzo 2011

PIU’ NIENTE DA RUBARE




Michael Betancourt è un intellettuale: usa parole come semiosi e, di fatto, sa esattamente che cosa significano. Parlando del Rapporto Keiser, ha fatto alcune rilevazioni interessanti sulla pila di effimeri digitali in cui si è trasformato il sistema finanziario globale e gran parte dell'economia. A partire dal punto 20:52 in poi, Michael dice questo sulle iniziative in corso nei mercati finanziari di tutto il mondo:

Non vorrei necessariamente dire "rubare" ... semplicemente non mi pare che "rubare" sia necessariamente il verbo giusto per definirlo. E`qualcosa di diverso. Rubare [implica] che vi sia una sorta di bene materiale che è stato rubato ... che la moneta sia stata svalutata implica che, se non avessimo fatto questo, la valuta sarebbe solvente, e tutto il problema qui è che la stessa moneta è scollegata da qualsiasi tipo di valore fisico.

Esiste come un debito nei confronti della produzione futura, piuttosto che una riserva di valore. E tutto ciò si riduce alle basi immateriali in cui stiamo ora vivendo. Quindi, sì, in un certo senso si potrebbe dire che stanno rubando, [ma] in un altro senso si potrebbe dire che non lo stanno facendo perché non c'è niente da rubare ... La realtà è che si tratta di un sistema insostenibile, e che l'inevitabilità del suo crollo è stata lì fin dal principio, poiché l'intero sistema è basato su una valuta che a sua volta non si basa su niente - esiste solo in relazione alle altre valute. ..


Sui manifestanti in Wisconsin e altrove:

Ciò che rende il tutto ancora più perverso è che ciò per cui stanno lottando è il proseguimento della loro trappola ... I poteri che sono attualmente in azione e che causano queste rivolte, proteste, ribellioni ... stanno lottando per la propria sopravvivenza, e il cambiamento che sta avvenendo è perverso perché ci stiamo dirigendo verso un collasso, ed è quasi inevitabile che avremo questo crollo, ancora una volta, ad un certo punto. In un certo senso credo che sia già iniziato con il congelamento del credito nel 2009. Il tentativo di stampare la nostra via di fuga non provocherà necessariamente l'iperinflazione (anche se ci sono persone che stanno dicendo che lo farà) così tanto che il risultato sarà una rivalutazione completa del sistema, attraverso la quale arriveremo a qualche altro, nuovo equilibrio. Parte del problema nell' arrivarci è che ci sono forze che combattono su chi ha il maggior numero di questi oggetti essenzialmente immateriali, questa moneta immateriale. Quello che accadrà è che a un certo punto ne avranno la maggior parte (e ci stiamo già arrivando, se si guarda ad una qualsiasi delle cifre su chi ha la ricchezza e chi no). Ciò che succederà quando si avrà una consistente concentrazione è che l'intero sistema si bloccherà come ha fatto nel 2009. Questo perché l'equilibrio e il mantenimento e la sopravvivenza di questo sistema dipendono dalla circolazione di questi beni immateriali. Non appena inizieranno ad essere accumulati, o non appena le persone che li hanno inizieranno a reinvestirli in qualche sorta di bene materiale, entrambe queste azioni possono innescare un crollo immediato, non necessariamente nel senso di una corsa in banca o di panico, ma nel senso che il sistema non può più fattivamente mantenere il proprio equilibrio ... va verso uno squilibrio sempre più grande, perché questo è lo stato fondamentale per questo tipo di situazione, dove vi è una grande produzione immateriale rispetto a quella materiale limitata.

Sarei tendenzialmente d'accordo. Il valore delle attività finanziarie si fonda sulla promessa di una futura produzione industriale, che non riuscirà a concretizzarsi per la carenza di molteplici risorse chiave. Nell'edizione aggiornata del Reinventing Collapse (che è prevista in stampa la prossima settimana), cerco di arrivare alla stessa conclusione di Michael, sforzandomi di evitare paroloni come "squilibrio":

La misura in cui diamo valore ai soldi dipende dal nostro grado di fiducia nell'economia. In un primo momento, mentre l'economia comincia a crollare, cominciamo ad accumulare soldi, per fare in modo di non rimanere senza. Poi, mentre l'economia continua a deperire, interruzioni di fornitura e impennate dei prezzi portano alcuni di noi a capire improvvisamente che potremmo non essere in grado di accedere alle cose di cui abbiamo bisogno, per molto più a lungo, per non parlare del costo, e che essere a corto di denaro non è fatale come certamente lo è essere a corto di cibo, carburante e altri beni. E allora iniziamo a convertire il nostro patrimonio cartaceo in beni materiali che riteniamo potrebbero essere più utili. Poco dopo tutti si rendono conto che i gettoni che possiedono non valgono più granché. È questa consapevolezza, più di ogni altra cosa, che rende il gettone istantaneamente senza valore. [RC 2.0 p. 54-55]

Negli ultimi mesi ho avuto molte occasioni di passeggiare nel quartiere finanziario di Boston e osservare tutti i topi da laboratorio in giacca e cravatta il cui compito è quello di spingere i pulsanti per cercare di stimolare il centro del piacere cerebrale di qualche benestante. La stragrande maggioranza di ciò che commerciano deriva dal debito garantito da una produzione futura che non esiste. A che punto il piacere del loro patrono varcherà la soglia del dolore? Vedremo gli über-ricchi immolarsi sui roghi dei loro soldi ormai senza valore, solo per sfuggire all'angoscia di essere espropriati dei loro possedimenti fantasma? Auguro a tutti di sopravvivere con la loro precaria sanità mentale intatta, ma non posso fare a meno di auspicarmi un falò delle vanità che lasci alle nostre spalle questo lungo episodio di auto-digitazione finanziaria senza respiro.

Fonte: http://cluborlov.blogspot.com

27 marzo 2011

La Ue prigioniera delle Banche


Il vertice europeo sul Fondo Salva Stati e sul patto di stabilità si chiude con un rinvio che lascia tutto com’è. E intanto l’annunciatissimo crollo a catena dei Piigs prosegue come da copione: dopo la Grecia l’Irlanda, e dopo l’Irlanda il Portogallo


Passata di fatto in secondo piano per le cronache concentrate sulla ennesima guerra di aggressione alla Libia, mascherata naturalmente da intervento umanitario, la situazione economica dell'Europa, e in particolare di alcuni Paesi che ne fanno parte, sta attraversando una fase di conferme di quanto andiamo scrivendo da mesi, anzi da anni.

I fatti recenti, come ampiamente previsto da pochi (e tenuto nascosto da tutti gli altri) stanno purtroppo confermando ciò che anche un ragazzino di prima media avrebbe potuto capire: è impossibile risolvere una situazione economica debitoria accendendo un ulteriore debito, peraltro con interessi superiori a quelli della situazione partenza, per non parlare del fatto che non si rimuove la causa principale dei debiti crescenti.

Bastino tre sole notizie delle ultime ore prima di fare qualche, semplice, riflessione.

La prima è la parabola discendente dello stato economico del Portogallo, terza vittima sacrificale, dopo Irlanda e Grecia, nel copione già scritto in merito ai paesi Piigs della nostra Europa. Le dimissioni del premier Socrates, dopo la bocciatura subita nel parlamento portoghese in seguito alla presentazione dell'ennesimo piano di austerità - il quarto, solo nell'ultimo anno - riflette il fatto che la situazione è veramente molto grave. Film già visto, purtroppo: il popolo giustamente non ne vuole sapere di pagare per una crisi causata da altri, per giunta speculatori, scende in piazza a manifestare contro il piano di tagli previsto, e l'opposizione al governo di Lisbona cavalca l'onda della protesta per bloccare di fatto l'operato del governo in carica. Naturalmente senza avere in tasca lo straccio di una soluzione alternativa per rispondere ad attacchi finanziari e speculativi che piovono da altre parti del mondo sull'Europa intera. Il Portogallo deve essere costretto ad accettare gli aiuti imposti dall'Fmi ai tassi usurai di cui Grecia e Irlanda sono già consci. Non ci sono altre strade - così vogliono far credere - per uscire dalla crisi...

Altra notizia: oltre alla situazione in Grecia – dove aumenta la povertà e si tagliano servizi giorno per giorno, e malgrado questo salgono i rendimenti dei titoli pubblici, la popolazione è in collera costante e montante – oggi scopriamo che anche l'Irlanda (ne ha scritto ieri Stasi proprio qui) ha nuova e ulteriore necessità di chiedere eaccettare altri prestiti. Quelli ricevuti non bastano. Non sono bastati...

Terza notizia: il vertice recente di Bruxelles, che avrebbe dovuto decidere sul fondo salva stati e sul patto di stabilità, ha semplicemente rimandato la decisione. Naturalmente i problemi relativi alla situazione in Libia hanno pesato sull’incontro europeo, ma come chiamare, se non guerra, anche ciò che sta succedendo a livello economico nel vecchio continente? Eppure, a questo proposito, per ora c’è il silenzio. Mentre un numero sempre maggiore di popoli d’Europa inizia a urlare sempre di più.

Ergo? Tre cose in rapida successione. La prima: inesorabile, la crisi continua a montare, dunque gli opinionisti, i politici e gli analisti embedded stanno prendendo per i fondelli la popolazione di tutta Europa. Non solo non stiamo uscendo dalla crisi, non solo ci siamo ancora dentro, ma passo passo si sta procedendo ulteriormente verso il baratro. La seconda: gli aiuti imposti ai vari paesi non solo non sono risolutivi delle situazioni debitorie degli stessi, ma addirittura aggravano la situazione, tanto che, come nel più classico e perverso sistema dei debiti sempre crescenti, i paesi già aiutati hanno ulteriore bisogno di aiuto. La terza: in Europa non si ha idea di come cercare di risolvere la situazione. Si è alla mercé della finanza internazionale e non si ha lo straccio di una strategia, economica, politica, ideologica, filosofica, per sottrarsi al terribile gioco a perdere che questo modello impone a tutti i popoli che continuano a farne parte.

I popoli d'Europa, per quel che ci riguarda da vicino, brancolano nel buio, guidati da una classe dirigente inutile, incapace, colpevolmente prona alle Banche e all’Fmi.

di Valerio Lo Monaco