Continua, almeno apparentemente senza soste, la guerra per banche negli Stati Uniti d’America, ma non si scherza neanche in Europa e in Italia, e l’ultima battaglia è condotta a suon di dossier di valutazione dei concorrenti, un gioco nel quale il ruolo di assoluta protagonista è interpretato dall’ineffabile, potente e preveggente Goldman Sachs, che, giovedì, in un colpo solo ha gettato nel panico i vertici di Citigroup, Bank of America e J.P. Morgan-Chase con valutazioni sui conti delle tre banche USA nel quarto trimestre tali da farle stramazzare al suolo. Sarà un caso, ma colpisce che gli strali degli attenti e preparati analisti di Goldman si siano diretti contro le tre sole entità del vasto panorama finanziario che avevano, seppur obtorto collo, accettato di accogliere l’imperativo suggerimento dell’ex numero uno di Goldman e attualmente, non si sa per quanto viste le performance recenti, ministro del Tesoro di Gorge W. Bush junior, e si erano imbarcati nella ormai defunta avventura della realizzazione di quel MLEC che tanto ha contribuito ad aumentare il panico degli operatori e le perplessità di commentatori e analisti. Secondo i tre analisti un po’ teleguidati di Goldman, le tre banche USA dovranno spesare nel quarto trimestre dell’anno perdite complessive per la bellezza di 33,6 miliardi di dollari, così ripartite: 18,7 miliardi per Citigroup, 11,5 per Merrill Lynch e solo 3,4 miliardi (ma il dato rappresenta il doppio delle precedenti previsioni dei tre maliziosi analisti) per la più solida ed avveduta del trio che è rappresentata da J.P. Morgan-Chase. Ma la vera perfidia degli analisti di Goldman riguarda la povera Citigroup, che non solo è chiamata ad operare svalutazioni mostre dei titoli della finanza strutturata (in gran parte i micidiali collateralized debt obligations), ma si prevede che dovrà tagliare di ben il 40 per cento quel livello elevatissimo di dividendi che rappresenta l’unico motivo degli attuali e dei futuri azionisti di Citi per non seguire il perentorio sell emesso dai nostri tre analisti coraggiosi di Goldman a conclusione del loro rapporto. Pur a fronte delle mega svalutazioni previste per Merrill Lynch ed alla crescita esponenziale di quelle che toccheranno a J.P. Morgan-Chase, i nostri mantengono un giudizio tutto sommato lusinghiero di neutral, ma è evidente ai più che si tratta soltanto di una fase nell’escalation del processo di downgrade, ma anche del timore del committente dei giudizi dele possibili contromosse delle tre banche che hanno certamente messo all’opera i loro altrettanto numerosi ed agguerriti analisti con l’esplicita mission di fare e senza pietà le pulci ai già noti conti trimestrali ed annuali di Goldman. In attesa di assistere alle future puntate di questa guerra per banche, mi limito a segnalare che anche l’entità semi pubblica che si occupa di finanziare i genitori che vogliono assicurare un livello adeguato di studi ai propri figli, un’entità affettuosamente chiamata Sallie Mae, sta battendo cassa presso il mercato per un ammontare che dagli iniziali 1,5 miliardi di dollari è presto passato, vista l’aria sempre più brutta che tira, a 2,5 miliardi, anche se deve farsi largo tra le ben più grosse Fannie Mae e Freddie Mac che le loro massicce e pressanti richieste al mecato le hanno fatte già da qualche tempo. Ma quello che non ha giovato agli umori del mercato è stato il flop dell’attesissimo rimbalzo degli ordini di beni durevoli dopo il vero e proprio tonfo di ottobre e che si è invece tradotto in un miserrimo incremento dello 0,1 per cento (contro il +2,2 per cento atteso) ed un lieve recupero della fiducia dei consumatori per il futuro più o meno remoto, mentre il giudizio degli intervistati sul presente ha continuato a scendere precipitosamente verso livelli più bassi di quelli registrati solo un mese prima. Ma la vera campana a morto è suonata poco prima con il calo del 7,6 per cento delle richieste di nuovi mutui, una flessione che si è rivelata ancora più consistente nella componente del rifinanziamento degli stessi mutui, calato dell’8,5 per cento, mentre quella relativa ai nuovi mutui è scesa solo del 6,6 per cento,, con l’indice complessivo che si è portato a 603,8 dal massimo di 1.856,7 toccato nell’ormai lontanissimo, e non solo in termini temporali, maggio del 2003.; non è quindi del tutto casuale se i listini americani prima, quelli asiatici poi, per finire in modo leggermente più dolce nella conservatrice Europa, hanno accusato il colpo e, anche se ancora una volta al netto delle mani forti che da tempo si vedono sul mercato finanziario globale, hanno segnato ribassi di tutto rispetto. Nonostante abbia retto molto meglio del previsto e del prevedibile agli effetti della crisi finanziaria in corso, il comparto degli hedge fund inizia a sempre di più a fare i conti con gli effetti del credit crunch e non si contano più le chiusure o le limitazioni degli affidamenti facenti capo a banche sempre più nervose ed attente al rischio di controparte, mentre, per i finanziamenti e i committments residui sta salendo ogni giorno che passa il costo che i banchieri richiedono per la loro merce sempre più rara. Venendo all’Italia, non stupisce la notizia che racconta che Mediobanca, advisor sia della Banca Popolare di Vicenza che del Banco Popolare, ha chiesto alle due banche di cedere a sé stessa, con una spesa di 400 milioni di euro, le partecipazioni in una società di credito al consumo, denominata Linea, portandosi così al terzo posto tra le entità operanti nel lucroso mercato del credito al consumo e nel quale aveva già un posto di rilievo mediante la controllata Compass, ponendosi immediatamente alle spalle del gigante Findomestic contesa tra BNP Paribas e Intesa-San Paolo e della Prestitempo controllata da Deutsche Bank. Con questa operazione si semplifica ulteriormente il quadro dei soggetti dominanti questo importante segmento del mercato finanziario italiano, che, a parte le società controllate dai gruppi industriali e finalizzate all’acquisto a rate dei propri prodotti, vede l’assoluta prevalenza dei soggetti interamente controllati dalle banche a fronte di una pletora, ma dalle quote di mercato ridottissime, di società finanziarie. A costo di essere monotono e alla luce delle forti implicazioni sociali del crescente ricorso all’indebitamento da parte delle famiglie, ripropongo un mantra che sembra lasciare completamente indifferenti il Governatore Draghi ed il Governo, un mantra che può sintetizzarsi nella intollerabilità di un tasso di riferimento per il calcolo del tasso usurario valido per le banche e di uno, ben più elevato, applicabile alle società finanziarie. Ricordo che il diario della crisi è disponibile anche su www.diariodellacrisi.blogspot.com .
Marco Sarli Responsabile Ufficio Studi UILCA
03 gennaio 2008
Il nuovo anno all'insegna del crac finanziario

Quando i nostri lettori leggeranno il primo numero dello Strategic Alert del nuovo anno, le misure prese dai banchieri centrali per prolungare l'agonia del sistema finanziario con illimitate iniezioni di liquidità staranno per scadere, e inizierà una fase totalmente imprevedibile, in cui continuerà la disintegrazione del sistema con un altro grande tracollo tra gennaio e febbraio.
Le iniezioni di liquidità di Natale e Capodanno devono essere rifinanziate dopo il 3 gennaio, ma nelle ultime due settimane sono aumentate le perdite del sistema. Tali perdite richiedono ulteriori iniezioni di liquidità, che possono rapidamente giungere a ordini di grandezza superiori a quelle già effettuate, alimentando la spirale iperinflazionistica della speculazione sulle materie prime e sui generi alimentari basata sull'effetto leva. Al contempo, col nuovo anno, le misure previste da Basilea 2 entreranno in vigore anche negli Stati Uniti, conferendo alla situazione maggiore imprevedibilità: i crediti non verranno più elargiti sulla base dei criteri di capitalizzazione, ma sulla base dei rating, in una situazione in cui il rating AAA non vale più niente.
Come ha ribadito più volte l'economista e leader democratico Lyndon LaRouche, se i governi continueranno a tollerare questa politica, saranno destinati a cadere per aver ceduto la sovranità ai predatori finanziari. I predatori stanno già studiando gli statuti delle banche centrali per trovare il sistema di giustificare un rifinanziamento generalizzato. Stando al Daily Telegraph del 27 dicembre, gli insider stanno studiando un memorandum preparato da membri dello staff della Federal Reserve, in cui si esamina “che cosa si possa fare secondo lo statuto della Federal Reserve nel caso in cui fallisca tutto il resto.” Stando alla sezione 13 dello statuto, la Fed può prendere misure di emergenza nel caso in cui le banche diventino “riluttanti o non disponibili” a concedere crediti. In tal caso, può autorizzare la banca a “concedere il prestito a chiunque assumendosene ella stessa il rischio” e questo aprirebbe tutti i boccaporti senza ritegno, conducendoci “tra la Scilla della stretta creditizia e i Cariddi dell'inflazione”.
In un briefing allo staff dell'EIR il 28 dicembre, la presidente del Movimento Solidarietà tedesco Helga Zepp LaRouche ha sottolineato che in Europa, col sistema dell'Euro e della banca centrale europea, non esiste un provvedimento paragonabile a quello previsto dalla Fed. Questo significa che il patto di stabilità previsto dal trattato di Maastricht potrebbe costringere i governi ad aumentare le tasse e ridurre drasticamente la spesa in fase di recessione, pur di rifinanziare gli hedge funds.
fonte: movisol
26 dicembre 2007
Maastricht, salverà le banche o l'Europa?

Per Goldman Sachs, le perdite delle banche anglo-americane (prezzo delle loro follie) rischia di toccare i 500 miliardi di dollari.
Il che - aggiunge - significa che esse dovranno togliere dall’offerta di prestiti, mutui e fidi qualcosa come 2 mila miliardi di dollari (2 trilioni), essendo il credito un multiplo del capitale delle banche.
Qui è il problema: una restrizione mai vista del credito all’economia reale.
Ecco il motivo vero per cui le immense iniezioni di liquidità operate dalle Banche Centrali non hanno alcun effetto risanatore: le banche arraffano quei miliardi di euro e dollari ma, invece di prestarseli l’un l’altra nella consueta attività interbancaria a breve, se li tengono in cassa.
Per costituirsi riserve di fronte alle perdite che stanno imbarcando da più fronti: derivati e strutturati sub-prime, fallimenti probabili di imprese debitrici, crollo del mercato immobiliare gravato da mutui.
Solo le «commercial paper», gli strumenti con cui molte banche europee e privati (i dentisti tedeschi, come si dice) hanno partecipato alla roulette dei subprime americani, hanno perso il 36% del loro valore da agosto, perché nessuno le compra.
In pratica, gli investitori rifiutano di prolungare quei crediti, e quindi le banche se li devono riprendere nei loro libri contabili.
E non parliamo delle case valutate 100 e gravate da mutuo relativo, e che oggi valgono 80 o 70: d’accordo, esse vengono sequestrate dalle banche come collaterale, ma è un bene reale che nessuno compra, per paura e per mancanza di credito.
E’ già una prospettiva da incubo.
Si poteva peggiorarla?
Sì, si poteva.
E poteva farlo solo l’eurocrazia.
Come?
Con le ferree regole di Masstricht.
Esse obbligano gli Stati europei, in piena recessione, ad aumentare le tasse e ridurre la spesa pubblica per pareggiare i bilanci.
Prendiamo il caso della Gran Bretagna, che soffrirà tantissimo perché tantissimo è esposta nelle follie finanziarie globali.
Il suo deficit di bilancio superava, al massimo del ciclo economico, il famigerato 3% del PIL.
Maastrich la obbliga a rientrare, magari aumentando la pressione tributaria, proprio mentre la capacità tributaria dei cittadini [le cui case stanno perdendo valore ogni giorno, la city non funziona più, e sono in vista licenziamenti in massa] si riduce in modo imponente.
L’alternativa è: tagliare la spesa pubblica, ma nella Gran Bretagna relativamente ben governata da «civil servants» onesti, c’è poco grasso da tagliare.
E soprattutto non in vista di una depressione, che imporrebbe di aumentare la spesa pubblica in deficit, non di stringerla.
Maastricht vieta agli europei politiche keynesiane.
Così ci strangola con i suoi riflessi automatici, che nessuno pensa di abolire in questi momenti precedenti alla tragedia.
Siamo strangolati dal cieco robot a cui abbiamo affidato i destini delle nazioni.
Londra si troverà entro poche settimana in una doppia stretta convergente, il crollo del credito bancario e la stretta fiscale.
Ma si poteva fare ancora peggio.
E chi poteva far peggio, se non le anonime entità globaliste e sovrannazionali, da nessuno elette, che ci guidano da anni?
Da gennaio, fra pochi giorni, entra in vigore il «Basilea 2».
Questa norma ferrea obbliga le banche ad aumentare le loro riserve fino all’8%.
Ciò che provoca di per sé una restrizione del credito.
Una misura che sarebbe stata utile un decennio fa, e forse avrebbe attenuato le follie finanziarie da credito facile, oggi è assolutamente controproducente.
Nessuna banca inglese ha riserve superiori al 3%, e non ha i mezzi per aumentare le riserve proprio adesso (1).
«Se non riescono a raccogliere capitali freschi, le banche dovranno restringere drasticamente
i loro bilanci», facendo meno prestiti, dice il professore Peter Spencer, dell’ITEM Club di New York.
Ancor meno di quelli che già «non» fanno.
Ed appunto, oggi le banche non riescono a radunare capitali freschi se non a prezzi esorbitanti, o chiedendo soccorso ai fondi sovrani dei paesi petroliferi o della Cina.
«Dobbiamo tentare di evitare il circolo vizioso in cui convergono e si rafforzano a vicenda la liquidità meno abbondante, i valori degli attivi (immobili) in calo, le risorse di capitale mutilate, l’offerta di credito ridotta, e la domanda aggregata di consumatori ed imprese», dice Paul Tucker, direttore dei mercato della Bank of England.
E’ proprio ciò che sta avvenendo.
La risposta pronta dei monetaristi britannici è: le Banche Centrali abbassino immediatamente i tassi primari, creino più denaro dal nulla e inondino la realtà con la carta.
E’ probabilmente la sola cosa da fare a breve, in attesa che sorga un nuovo Keynes o un nuovo Roosevelt, e che vengano ascoltati: passeranno anni comunque.
Ma naturalmente questo significa sciogliere il laccio all’inflazione più feroce.
Le banche devono scegliere e presto fra lo Scilla della insolvenza totale, e il Cariddi dell’inflazione galoppante.
La Federal Reserve lo sta già facendo: l’indice dei prezzi segna già 4,3 %.
E si appresta a fare anche di più.
Nel suo regolamento, esiste una sezione 13 che consente alla FED di agire in emergenza quando le banche duventano «molto riluttanti a fornire credito o ne perdono la volontà».
In quel caso, stanti le «circostanze che lo esigano», il voto di cinque governatori (su 12) basta ad autorizzare la FED a prestare denaro a chiunque, accollandosi (accollando al contribuente) il rischio di credito.
E’ una manovra demente, ma che sicuramente tenta ideologi del liberismo monetarista quali sono Bernanke e Paulson, il ministro del Tesoro: dal loro punto di vista, occorre «salvare il sistema finanziario globale» anche se è già morto e in putrefazione.
Ci vorranno anni prima che un qualche loro successore riprenda in mano Keynes o Schacht, autore del miracolo economico hitleriano, nel senso del più puro dirigismo.
Del resto, in USA già sorgono tendopoli di senzatetto, ex-piccolo borghesi rovinati dal mutuo variabile.
Ne è sorta una da 200 tende ai margini orientali di Los Angeles, un’altra a Cleveland, ed altre ancora non censite un po’ dappertutto (2).
Presto l’angoscia popolare imporrà ai dirigenti di «fare qualcosa», o di dare l’impressione di fare qualcosa.
Anche se i banchieri centrali non sanno cosa fare.
Bernanke ha in mente la crisi del ‘29 e le soluzioni che allora non furono decise, e che oggi forse non funzionano in questa nuova situazione.
Almeno la FED potrà far finta, perché è ancora sovrana sulla moneta nazionale.
Noi europei abbiamo ceduto la sovranità alla Banca Centrale.
E quella è governata da robot.
Mantiene ferme le regole di Maastricht, mantiene dura «Basilea 2».
Non c’è nessuno in grado di allentare questi automatismi-scorsoio, o che abbia l’autorità politica per farlo.
E dunque, lorsignori ci lasciano stringere il cappio che ci siamo messi al collo da soli.
Per questo la BCE ha inondato il sistema di mezzo miliardo di dollari, molto più che la FED.
Perché non può permettere un fallimento come quello della inglese Northern Rock nella zona euro: altrimenti si vedrebbe che la UE non ha un ministero del Tesoro, né un prestatore d’ultima istanza, né soprattutto una solidarietà comune europea, che tiene unite la nazioni in tempi di crisi.
Per la Northern Rock stanno pagando i contribuenti del Regno Unito.
Ma i contribuenti tedeschi non sono certo disposti a pagare il conto per gli spagnoli che hanno contratto mutui follemente superiori alla loro possibilità di pagarli, né per una Casta italiota che ingrassa mentre impoverisce il suo popolo e soffoca la gallina dalle uova d’oro.
Già 71 donne tedesche su 100, secondo un recente sondaggio, vogliono il ritorno al marco, perché l’inflazione dell’euro le esaspera.
Si vedrà se la falsa Europa dei burocrati e robot sarà in grado di non spaccarsi sotto questa tempesta, se i tedeschi e olandesi pagheranno per l’allegro «Club Med» del Sud, quando anche per loro andrà male davvero.
Questa cecità non è casuale.
Viene dall’ideologia liberista-globalista che è la dottrina accettata e il pensiero unico talmente dominante, da rendere lorsignori incapaci di pensare in altro modo.
Un giorno, gli storici rideranno dell’ostinazione con cui l’eurocrazia ha smantellato l’agricoltura europea, e con cui ancora in questi giorni i britannici, in funzione anti-francese, si producono in assalti contro quel che resta della PAC (Politica Agricola comunitaria).
Perché coltivare grano, ripetono, quando si può comprare sui mercati mondiali a meno?
Solo che il grano rincara, sui mercati mondiali.
E così tutti gli alimentari.
E non si tratta di rincari temporanei, dovuti ad una fluttuazione congiunturale di domanda e offerta.
L’agricoltura diventa il fattore strategico fondamentale del secolo .
E servirebbe un qualche politico che lo capisse in tempo, e che avesse abbastanza autorità da farsi ascoltare, onde approntare un programma europeo di autosufficienza alimentare, in termini di autarchia continentale.
Ma vedete voi in giro qualcuno che somigli a uno statista?
Sarà Mastella (o Berlusconi) a lanciare la prossima «battaglia del grano»?
Maurizio Blondet
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
03 gennaio 2008
DIARIO DELLA CRISI FINANZIARIA
Continua, almeno apparentemente senza soste, la guerra per banche negli Stati Uniti d’America, ma non si scherza neanche in Europa e in Italia, e l’ultima battaglia è condotta a suon di dossier di valutazione dei concorrenti, un gioco nel quale il ruolo di assoluta protagonista è interpretato dall’ineffabile, potente e preveggente Goldman Sachs, che, giovedì, in un colpo solo ha gettato nel panico i vertici di Citigroup, Bank of America e J.P. Morgan-Chase con valutazioni sui conti delle tre banche USA nel quarto trimestre tali da farle stramazzare al suolo. Sarà un caso, ma colpisce che gli strali degli attenti e preparati analisti di Goldman si siano diretti contro le tre sole entità del vasto panorama finanziario che avevano, seppur obtorto collo, accettato di accogliere l’imperativo suggerimento dell’ex numero uno di Goldman e attualmente, non si sa per quanto viste le performance recenti, ministro del Tesoro di Gorge W. Bush junior, e si erano imbarcati nella ormai defunta avventura della realizzazione di quel MLEC che tanto ha contribuito ad aumentare il panico degli operatori e le perplessità di commentatori e analisti. Secondo i tre analisti un po’ teleguidati di Goldman, le tre banche USA dovranno spesare nel quarto trimestre dell’anno perdite complessive per la bellezza di 33,6 miliardi di dollari, così ripartite: 18,7 miliardi per Citigroup, 11,5 per Merrill Lynch e solo 3,4 miliardi (ma il dato rappresenta il doppio delle precedenti previsioni dei tre maliziosi analisti) per la più solida ed avveduta del trio che è rappresentata da J.P. Morgan-Chase. Ma la vera perfidia degli analisti di Goldman riguarda la povera Citigroup, che non solo è chiamata ad operare svalutazioni mostre dei titoli della finanza strutturata (in gran parte i micidiali collateralized debt obligations), ma si prevede che dovrà tagliare di ben il 40 per cento quel livello elevatissimo di dividendi che rappresenta l’unico motivo degli attuali e dei futuri azionisti di Citi per non seguire il perentorio sell emesso dai nostri tre analisti coraggiosi di Goldman a conclusione del loro rapporto. Pur a fronte delle mega svalutazioni previste per Merrill Lynch ed alla crescita esponenziale di quelle che toccheranno a J.P. Morgan-Chase, i nostri mantengono un giudizio tutto sommato lusinghiero di neutral, ma è evidente ai più che si tratta soltanto di una fase nell’escalation del processo di downgrade, ma anche del timore del committente dei giudizi dele possibili contromosse delle tre banche che hanno certamente messo all’opera i loro altrettanto numerosi ed agguerriti analisti con l’esplicita mission di fare e senza pietà le pulci ai già noti conti trimestrali ed annuali di Goldman. In attesa di assistere alle future puntate di questa guerra per banche, mi limito a segnalare che anche l’entità semi pubblica che si occupa di finanziare i genitori che vogliono assicurare un livello adeguato di studi ai propri figli, un’entità affettuosamente chiamata Sallie Mae, sta battendo cassa presso il mercato per un ammontare che dagli iniziali 1,5 miliardi di dollari è presto passato, vista l’aria sempre più brutta che tira, a 2,5 miliardi, anche se deve farsi largo tra le ben più grosse Fannie Mae e Freddie Mac che le loro massicce e pressanti richieste al mecato le hanno fatte già da qualche tempo. Ma quello che non ha giovato agli umori del mercato è stato il flop dell’attesissimo rimbalzo degli ordini di beni durevoli dopo il vero e proprio tonfo di ottobre e che si è invece tradotto in un miserrimo incremento dello 0,1 per cento (contro il +2,2 per cento atteso) ed un lieve recupero della fiducia dei consumatori per il futuro più o meno remoto, mentre il giudizio degli intervistati sul presente ha continuato a scendere precipitosamente verso livelli più bassi di quelli registrati solo un mese prima. Ma la vera campana a morto è suonata poco prima con il calo del 7,6 per cento delle richieste di nuovi mutui, una flessione che si è rivelata ancora più consistente nella componente del rifinanziamento degli stessi mutui, calato dell’8,5 per cento, mentre quella relativa ai nuovi mutui è scesa solo del 6,6 per cento,, con l’indice complessivo che si è portato a 603,8 dal massimo di 1.856,7 toccato nell’ormai lontanissimo, e non solo in termini temporali, maggio del 2003.; non è quindi del tutto casuale se i listini americani prima, quelli asiatici poi, per finire in modo leggermente più dolce nella conservatrice Europa, hanno accusato il colpo e, anche se ancora una volta al netto delle mani forti che da tempo si vedono sul mercato finanziario globale, hanno segnato ribassi di tutto rispetto. Nonostante abbia retto molto meglio del previsto e del prevedibile agli effetti della crisi finanziaria in corso, il comparto degli hedge fund inizia a sempre di più a fare i conti con gli effetti del credit crunch e non si contano più le chiusure o le limitazioni degli affidamenti facenti capo a banche sempre più nervose ed attente al rischio di controparte, mentre, per i finanziamenti e i committments residui sta salendo ogni giorno che passa il costo che i banchieri richiedono per la loro merce sempre più rara. Venendo all’Italia, non stupisce la notizia che racconta che Mediobanca, advisor sia della Banca Popolare di Vicenza che del Banco Popolare, ha chiesto alle due banche di cedere a sé stessa, con una spesa di 400 milioni di euro, le partecipazioni in una società di credito al consumo, denominata Linea, portandosi così al terzo posto tra le entità operanti nel lucroso mercato del credito al consumo e nel quale aveva già un posto di rilievo mediante la controllata Compass, ponendosi immediatamente alle spalle del gigante Findomestic contesa tra BNP Paribas e Intesa-San Paolo e della Prestitempo controllata da Deutsche Bank. Con questa operazione si semplifica ulteriormente il quadro dei soggetti dominanti questo importante segmento del mercato finanziario italiano, che, a parte le società controllate dai gruppi industriali e finalizzate all’acquisto a rate dei propri prodotti, vede l’assoluta prevalenza dei soggetti interamente controllati dalle banche a fronte di una pletora, ma dalle quote di mercato ridottissime, di società finanziarie. A costo di essere monotono e alla luce delle forti implicazioni sociali del crescente ricorso all’indebitamento da parte delle famiglie, ripropongo un mantra che sembra lasciare completamente indifferenti il Governatore Draghi ed il Governo, un mantra che può sintetizzarsi nella intollerabilità di un tasso di riferimento per il calcolo del tasso usurario valido per le banche e di uno, ben più elevato, applicabile alle società finanziarie. Ricordo che il diario della crisi è disponibile anche su www.diariodellacrisi.blogspot.com .
Marco Sarli Responsabile Ufficio Studi UILCA
Marco Sarli Responsabile Ufficio Studi UILCA
Il nuovo anno all'insegna del crac finanziario

Quando i nostri lettori leggeranno il primo numero dello Strategic Alert del nuovo anno, le misure prese dai banchieri centrali per prolungare l'agonia del sistema finanziario con illimitate iniezioni di liquidità staranno per scadere, e inizierà una fase totalmente imprevedibile, in cui continuerà la disintegrazione del sistema con un altro grande tracollo tra gennaio e febbraio.
Le iniezioni di liquidità di Natale e Capodanno devono essere rifinanziate dopo il 3 gennaio, ma nelle ultime due settimane sono aumentate le perdite del sistema. Tali perdite richiedono ulteriori iniezioni di liquidità, che possono rapidamente giungere a ordini di grandezza superiori a quelle già effettuate, alimentando la spirale iperinflazionistica della speculazione sulle materie prime e sui generi alimentari basata sull'effetto leva. Al contempo, col nuovo anno, le misure previste da Basilea 2 entreranno in vigore anche negli Stati Uniti, conferendo alla situazione maggiore imprevedibilità: i crediti non verranno più elargiti sulla base dei criteri di capitalizzazione, ma sulla base dei rating, in una situazione in cui il rating AAA non vale più niente.
Come ha ribadito più volte l'economista e leader democratico Lyndon LaRouche, se i governi continueranno a tollerare questa politica, saranno destinati a cadere per aver ceduto la sovranità ai predatori finanziari. I predatori stanno già studiando gli statuti delle banche centrali per trovare il sistema di giustificare un rifinanziamento generalizzato. Stando al Daily Telegraph del 27 dicembre, gli insider stanno studiando un memorandum preparato da membri dello staff della Federal Reserve, in cui si esamina “che cosa si possa fare secondo lo statuto della Federal Reserve nel caso in cui fallisca tutto il resto.” Stando alla sezione 13 dello statuto, la Fed può prendere misure di emergenza nel caso in cui le banche diventino “riluttanti o non disponibili” a concedere crediti. In tal caso, può autorizzare la banca a “concedere il prestito a chiunque assumendosene ella stessa il rischio” e questo aprirebbe tutti i boccaporti senza ritegno, conducendoci “tra la Scilla della stretta creditizia e i Cariddi dell'inflazione”.
In un briefing allo staff dell'EIR il 28 dicembre, la presidente del Movimento Solidarietà tedesco Helga Zepp LaRouche ha sottolineato che in Europa, col sistema dell'Euro e della banca centrale europea, non esiste un provvedimento paragonabile a quello previsto dalla Fed. Questo significa che il patto di stabilità previsto dal trattato di Maastricht potrebbe costringere i governi ad aumentare le tasse e ridurre drasticamente la spesa in fase di recessione, pur di rifinanziare gli hedge funds.
fonte: movisol
26 dicembre 2007
Maastricht, salverà le banche o l'Europa?

Per Goldman Sachs, le perdite delle banche anglo-americane (prezzo delle loro follie) rischia di toccare i 500 miliardi di dollari.
Il che - aggiunge - significa che esse dovranno togliere dall’offerta di prestiti, mutui e fidi qualcosa come 2 mila miliardi di dollari (2 trilioni), essendo il credito un multiplo del capitale delle banche.
Qui è il problema: una restrizione mai vista del credito all’economia reale.
Ecco il motivo vero per cui le immense iniezioni di liquidità operate dalle Banche Centrali non hanno alcun effetto risanatore: le banche arraffano quei miliardi di euro e dollari ma, invece di prestarseli l’un l’altra nella consueta attività interbancaria a breve, se li tengono in cassa.
Per costituirsi riserve di fronte alle perdite che stanno imbarcando da più fronti: derivati e strutturati sub-prime, fallimenti probabili di imprese debitrici, crollo del mercato immobiliare gravato da mutui.
Solo le «commercial paper», gli strumenti con cui molte banche europee e privati (i dentisti tedeschi, come si dice) hanno partecipato alla roulette dei subprime americani, hanno perso il 36% del loro valore da agosto, perché nessuno le compra.
In pratica, gli investitori rifiutano di prolungare quei crediti, e quindi le banche se li devono riprendere nei loro libri contabili.
E non parliamo delle case valutate 100 e gravate da mutuo relativo, e che oggi valgono 80 o 70: d’accordo, esse vengono sequestrate dalle banche come collaterale, ma è un bene reale che nessuno compra, per paura e per mancanza di credito.
E’ già una prospettiva da incubo.
Si poteva peggiorarla?
Sì, si poteva.
E poteva farlo solo l’eurocrazia.
Come?
Con le ferree regole di Masstricht.
Esse obbligano gli Stati europei, in piena recessione, ad aumentare le tasse e ridurre la spesa pubblica per pareggiare i bilanci.
Prendiamo il caso della Gran Bretagna, che soffrirà tantissimo perché tantissimo è esposta nelle follie finanziarie globali.
Il suo deficit di bilancio superava, al massimo del ciclo economico, il famigerato 3% del PIL.
Maastrich la obbliga a rientrare, magari aumentando la pressione tributaria, proprio mentre la capacità tributaria dei cittadini [le cui case stanno perdendo valore ogni giorno, la city non funziona più, e sono in vista licenziamenti in massa] si riduce in modo imponente.
L’alternativa è: tagliare la spesa pubblica, ma nella Gran Bretagna relativamente ben governata da «civil servants» onesti, c’è poco grasso da tagliare.
E soprattutto non in vista di una depressione, che imporrebbe di aumentare la spesa pubblica in deficit, non di stringerla.
Maastricht vieta agli europei politiche keynesiane.
Così ci strangola con i suoi riflessi automatici, che nessuno pensa di abolire in questi momenti precedenti alla tragedia.
Siamo strangolati dal cieco robot a cui abbiamo affidato i destini delle nazioni.
Londra si troverà entro poche settimana in una doppia stretta convergente, il crollo del credito bancario e la stretta fiscale.
Ma si poteva fare ancora peggio.
E chi poteva far peggio, se non le anonime entità globaliste e sovrannazionali, da nessuno elette, che ci guidano da anni?
Da gennaio, fra pochi giorni, entra in vigore il «Basilea 2».
Questa norma ferrea obbliga le banche ad aumentare le loro riserve fino all’8%.
Ciò che provoca di per sé una restrizione del credito.
Una misura che sarebbe stata utile un decennio fa, e forse avrebbe attenuato le follie finanziarie da credito facile, oggi è assolutamente controproducente.
Nessuna banca inglese ha riserve superiori al 3%, e non ha i mezzi per aumentare le riserve proprio adesso (1).
«Se non riescono a raccogliere capitali freschi, le banche dovranno restringere drasticamente
i loro bilanci», facendo meno prestiti, dice il professore Peter Spencer, dell’ITEM Club di New York.
Ancor meno di quelli che già «non» fanno.
Ed appunto, oggi le banche non riescono a radunare capitali freschi se non a prezzi esorbitanti, o chiedendo soccorso ai fondi sovrani dei paesi petroliferi o della Cina.
«Dobbiamo tentare di evitare il circolo vizioso in cui convergono e si rafforzano a vicenda la liquidità meno abbondante, i valori degli attivi (immobili) in calo, le risorse di capitale mutilate, l’offerta di credito ridotta, e la domanda aggregata di consumatori ed imprese», dice Paul Tucker, direttore dei mercato della Bank of England.
E’ proprio ciò che sta avvenendo.
La risposta pronta dei monetaristi britannici è: le Banche Centrali abbassino immediatamente i tassi primari, creino più denaro dal nulla e inondino la realtà con la carta.
E’ probabilmente la sola cosa da fare a breve, in attesa che sorga un nuovo Keynes o un nuovo Roosevelt, e che vengano ascoltati: passeranno anni comunque.
Ma naturalmente questo significa sciogliere il laccio all’inflazione più feroce.
Le banche devono scegliere e presto fra lo Scilla della insolvenza totale, e il Cariddi dell’inflazione galoppante.
La Federal Reserve lo sta già facendo: l’indice dei prezzi segna già 4,3 %.
E si appresta a fare anche di più.
Nel suo regolamento, esiste una sezione 13 che consente alla FED di agire in emergenza quando le banche duventano «molto riluttanti a fornire credito o ne perdono la volontà».
In quel caso, stanti le «circostanze che lo esigano», il voto di cinque governatori (su 12) basta ad autorizzare la FED a prestare denaro a chiunque, accollandosi (accollando al contribuente) il rischio di credito.
E’ una manovra demente, ma che sicuramente tenta ideologi del liberismo monetarista quali sono Bernanke e Paulson, il ministro del Tesoro: dal loro punto di vista, occorre «salvare il sistema finanziario globale» anche se è già morto e in putrefazione.
Ci vorranno anni prima che un qualche loro successore riprenda in mano Keynes o Schacht, autore del miracolo economico hitleriano, nel senso del più puro dirigismo.
Del resto, in USA già sorgono tendopoli di senzatetto, ex-piccolo borghesi rovinati dal mutuo variabile.
Ne è sorta una da 200 tende ai margini orientali di Los Angeles, un’altra a Cleveland, ed altre ancora non censite un po’ dappertutto (2).
Presto l’angoscia popolare imporrà ai dirigenti di «fare qualcosa», o di dare l’impressione di fare qualcosa.
Anche se i banchieri centrali non sanno cosa fare.
Bernanke ha in mente la crisi del ‘29 e le soluzioni che allora non furono decise, e che oggi forse non funzionano in questa nuova situazione.
Almeno la FED potrà far finta, perché è ancora sovrana sulla moneta nazionale.
Noi europei abbiamo ceduto la sovranità alla Banca Centrale.
E quella è governata da robot.
Mantiene ferme le regole di Maastricht, mantiene dura «Basilea 2».
Non c’è nessuno in grado di allentare questi automatismi-scorsoio, o che abbia l’autorità politica per farlo.
E dunque, lorsignori ci lasciano stringere il cappio che ci siamo messi al collo da soli.
Per questo la BCE ha inondato il sistema di mezzo miliardo di dollari, molto più che la FED.
Perché non può permettere un fallimento come quello della inglese Northern Rock nella zona euro: altrimenti si vedrebbe che la UE non ha un ministero del Tesoro, né un prestatore d’ultima istanza, né soprattutto una solidarietà comune europea, che tiene unite la nazioni in tempi di crisi.
Per la Northern Rock stanno pagando i contribuenti del Regno Unito.
Ma i contribuenti tedeschi non sono certo disposti a pagare il conto per gli spagnoli che hanno contratto mutui follemente superiori alla loro possibilità di pagarli, né per una Casta italiota che ingrassa mentre impoverisce il suo popolo e soffoca la gallina dalle uova d’oro.
Già 71 donne tedesche su 100, secondo un recente sondaggio, vogliono il ritorno al marco, perché l’inflazione dell’euro le esaspera.
Si vedrà se la falsa Europa dei burocrati e robot sarà in grado di non spaccarsi sotto questa tempesta, se i tedeschi e olandesi pagheranno per l’allegro «Club Med» del Sud, quando anche per loro andrà male davvero.
Questa cecità non è casuale.
Viene dall’ideologia liberista-globalista che è la dottrina accettata e il pensiero unico talmente dominante, da rendere lorsignori incapaci di pensare in altro modo.
Un giorno, gli storici rideranno dell’ostinazione con cui l’eurocrazia ha smantellato l’agricoltura europea, e con cui ancora in questi giorni i britannici, in funzione anti-francese, si producono in assalti contro quel che resta della PAC (Politica Agricola comunitaria).
Perché coltivare grano, ripetono, quando si può comprare sui mercati mondiali a meno?
Solo che il grano rincara, sui mercati mondiali.
E così tutti gli alimentari.
E non si tratta di rincari temporanei, dovuti ad una fluttuazione congiunturale di domanda e offerta.
L’agricoltura diventa il fattore strategico fondamentale del secolo .
E servirebbe un qualche politico che lo capisse in tempo, e che avesse abbastanza autorità da farsi ascoltare, onde approntare un programma europeo di autosufficienza alimentare, in termini di autarchia continentale.
Ma vedete voi in giro qualcuno che somigli a uno statista?
Sarà Mastella (o Berlusconi) a lanciare la prossima «battaglia del grano»?
Maurizio Blondet
Iscriviti a:
Commenti (Atom)