23 maggio 2008

L'occidente produce anche la fame



Tempo fa l´allora presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ebbe a dire che quando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica.

Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.

Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo.

Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee.

L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone.

Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.

Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie.

La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo.

Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta.

Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business.

Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.

È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio.

Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali.

Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.

Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato.

In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio.

Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.

Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo.

Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni.

Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.

Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.

Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere.

Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare.

Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria.

Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati.

Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere.
di Luciano Gallino

22 maggio 2008

Il circo dell'ipocrisia



Viviamo, anzi vivevamo, in un paese in scacco: uccisioni, stupri etnici, ombrellatrici e borseggiatori sulle metro, rapitori e stupratori di bambini. Tutto ad opera delle minoranze che occupano il suolo patrio.
Dopo aver visto Lagos e San Paolo, il sottoscritto credeva di aver tastato l’abisso della violenza urbana, ma si sbagliava.
E pensare che fino al 2006 questo era un paese dove si rispettavano le regole, dove le donne potevano girare indisturbate fino a notte fonda, dove non esisteva la piaga della droga che distruggeva la nostra gioventù. Un paese uscito da una fiaba dei fratelli Grimm. Così almeno ci dicono tutti i nostri rappresentanti parlamentari, da destra e da sinistra e, ovviamente, i media.
La puntata di giovedì 15 maggio di Anno zero è stata paradigmatica. In studio, oltre al feldmaresciallo leghista Kastelli, presenti due sceriffi dagli opposti schieramenti, Tosi di Verona e De Luca di Salerno.
In un simpatico giuoco delle parti, Tosi ha recitato la parte dello sceriffo quasi buono e il pidino De Luca quella dello sceriffo cattivo. Gli sceriffi della sinistra, per essere credibili in questa nuova veste, devono essere più truculenti degli omologhi di opposta fazione.
Da De Luca ho appreso, ad esempio, che non è affatto peregrino tracciare un triangolo di sangue e violenza tra le due città sopracitate (Lagos e San Paolo, appunto) e Salerno: il nostro coraggioso funzionario ha dipinto con enfasi una megalopoli di quasi centomila abitanti in mano a prostitute rumene spietate, ciniche, esperte di legge, ucraini e polacchi ubriachi, spacciatori e stupratori di varia etnia. Altro che le bidonvilles di africana memoria!
Un altro sceriffo, anzi caposceriffo, il radical chic Cacciari, qualche giorno fa ha aggredito Lerner che snocciolava dati reali sui reati italiani (in calo). A lui, infatti, non interessano i dati reali, interessa solo la percezione della gente.
Guarda un po’, sempre ad Anno Zero, ieri sera, è andata in scena la cosiddetta “paura percepita”. In un'altra megalopoli di quasi centomila abitanti, Reggio Emilia, si è capito che, in fondo, gli stranieri non creano tutto questo allarme sociale. Il problema è che fanno rumore, sporcano le scale, cucinano pietanze puzzolenti e deprezzano il valore immobiliare. Alla fine, dai e dai, sembrerebbe uno scontro di civiltà da ballatoio condominiale.
Difficile entrare nella schizofrenia di un sistema industriale, economico e politico in agonia che cerca sempre più carne da immettere su un mercato del lavoro che ricorda la vendita di bestiame e predica il rigetto della presenza fisica di prestatori di opera, persone che vivono, soffrono, sbagliano, commettono reati.
“Io la amavo, la odiavo, la amavo, la odiavo, ero contro di lei”, cantava Celentano. “Rappresentano il 9% del PIL”, hanno detto alcuni. “Generano conflitto e costi sociali e poi hanno i piedi puzzolenti”, hanno detto altri.
Oltre settecentomila clandestini inseriti nel mercato degli schiavi, almeno la maggior parte, c’è chi li blandisce, chi vorrebbe metterli al rogo... Sembra stia prevalendo la seconda ipotesi. E chi glielo dice agli industriali, poi? Ipocrisia congenita di un'economia anti-umana.
Intanto, finita la grande campagna mediatica degli sbarchi dei “disperati” e degli stupratori rom, è appena partita quella dei grandi arresti in pompa magna.
Con diretta televisiva sui rimpatri. E il circo ricomincia.
di Mauro Maggiora

Verso un mondo post-statunitense?


Su Il Sole 24Ore di ieri, 18.05.2008, troviamo una interessante recensione di un libro pubblicato negli Stati Uniti e intitolato The Post-American World; l’ autore è un importante giornalista: Fareed Zakaria, l’editor di Newsweek International. Il recensore, Francesco Daveri, scrive che a partire dall’inizio del nuovo millennio:
il mondo sta imparando a fare a meno dell’America, essenzialmente perché i Paesi emergenti stanno davvero emergendo dalla loro povertà. Questo è il grande cambiamento. Ci sono pochi dubbi che gli ultimi anni siano stati ricchi di episodi potenzialmente destabilizzanti. L’11 settembre e l’emergere della jihad islamica prima di tutto; ma anche il ritorno ad atteggiamenti ostili in politica internazionale della Russia, le aspirazioni nucleari dell’Iran e della Corea del Nord e il populismo di Chavez in Venezuela sono tutti elementi di un quadro di instabilità. Eppure l’economia mondiale è cresciuta da allora come mai negli ultimi trenta anni. Come mai in un mondo instabile la crescita va a gonfie vele ?"

In una fase in cui, come La Grassa da tempo ipotizza, il panorama geo-economico e politico internazionale si sta indirizzando - in maniera non lineare e con fasi di arresto e di crisi - verso una configurazione policentrica la lotta per ampliare le aree di influenza si manifesta come sviluppo diseguale che però complessivamente porta ad un ampliamento in “estensione” ed “intensione”

- anche se spesso con arretramenti e stagnazioni proprio nelle zone di più “antico” sviluppo capitalistico – del mercato mondiale (come massa di merci e di titoli e moneta finanziaria).

L’articolo continua, poi, con le seguenti osservazioni:
"Da un lato, i dati sulla frequenza dei conflitti e degli episodi di violenza indicano che in realtà il mondo di oggi non è certo più violento e conflittuale di quello di ieri.[…]anche la minaccia del fondamentalismo islamico alla stabilità mondiale va probabilmente ridimensionata. Il mondo islamico non è certo un tutt’uno, il che rende il potenziale scontro di civiltà una prospettiva più complicata di quanto descritto nei comunicati di al-Qaeda come una guerra tra Crociati e Jihadisti. Insomma, la tesi che l’America è al centro di un attacco da parte di un mondo diventato più anti-americano è difficile da suffragare."
In realtà non si tratta di valutare la quantità dei conflitti violenti e delle crisi politico-militari locali ma di considerare il livello qualitativo degli stessi e la dimensione conflittuale nel suo insieme che si muove su piani diversi, utilizzando strategie che possono manifestarsi attraverso consolidamenti, costruzione di alleanze, accordi sulle fonti energetiche, costituzione di coordinamenti tra forze militari di vari paesi per frenare l’espansionismo Nato, ecc. Ed è probabilmente vero che il mondo islamico è diviso e manca di omogeneità ma d’altra parte i poli che si vanno costituendo si muovono attorno ad esso come “luogo” strategico decisivo ma sono situati all’esterno della sua area geografica principale (la Russia slavo –ortodossa, la Cina confuciana, l’India brahmanica, il Brasile bolivariano-moderato). Ma proseguiamo ora nel riportare le parti più significative della recensione:

"Semplicemente, il mondo sta (forse) diventando post-americano. I sintomi sono tanti. Il grattacielo più alto del mondo è a Taipei. Presto ce ne sarà uno ancora più alto a Dubai. L’azienda con la più alta capitalizzazione di Borsa è a Pechino. La più grande raffineria del mondo è in costruzione in India. Il fondo di investimento con il più grande portafoglio titoli è ad Abu Dhabi. La più grande industria cinematografica è a Bollywood, non Hollywood. Il più grande casinò è a Macao, non a Las Vegas. La Mall of America in Minnesota (1), un tempo la più grande del mondo, ora non entra nella classifica delle prime dieci. E nelle classifiche più recenti, il più ricco uomo del mondo è messicano e solo due su dieci sono americani. E’ l’emergere del “resto del mondo”, un fenomeno che va ben al di là di Cina ed India e potrebbe arrivare a includere gli altri 191 Paesi del mondo. Una lista delle 25 multinazionali “emergenti” che si prevede domineranno i mercati nei prossimi anni ne include solo cinque da Cindia, quattro ciascuna dal Brasile, dal Messico, dalla Corea del Sud e da Taiwan, e una da Argentina, Sud Africa, Cile e Malesia"

Certo, i “sintomi” sopra riportati hanno la loro importanza ma per poter parlare di “declino americano” bisognerebbe anche rilevare se gli Stati Uniti stanno perdendo la supremazia nei settori più radicalmente innovativi (la Microsoft in campo informatico, ad esempio, continua a godere di una condizione di “quasi monopolio”). Prevale poi in questi discorsi una prospettiva fortemente economicistica, che deve essere decisamente superata; il ruolo di Russia, India e Cina nel panorama della conflittualità globale è, e sarà, sempre più determinato da strategie e sviluppi di tipo politico, culturale e “mulitare in senso lato” e la differenza rispetto agli altri numerosi paesi che godono di una condizione di crescita economica deve essere analizzata, secondo noi, proprio in questi termini .

Continuamo:
"Se ora i Paesi emergenti crescono rapidamente , è soprattutto perché hanno imparato bene la lezione sull’importanza di aprirsi al commercio internazionale e di lasciare che il capitale si muova liberamente tra Paesi, di controllare l’inflazione difendendo l’indipendenza delle Banche Centrali e delle altre ricette che fanno parte della scatola degli attrezzi che organizzazioni internazionali quali il Fondo monetario internazionale hanno a lungo pubblicizzato."

Sono costretto a questo punto a citare l’intervento di G. La Grassa, datato 18.05.2008 e inserito ieri nel blog, perché mi sembra rispondere in maniera diretta alle affermazioni che ho appena riportato:

" … in definitiva, la politica di un certo sistema socio-economico (che ancora, piaccia o meno, è un paese con un suo Stato) garantisce allo stesso una certa autonomia qualora coadiuvi e anzi imprima impulso alle potenzialità del suo insieme di grandi imprese in settori di carattere strategico (in genere, quelli delle più recenti ondate innovative). Quando gli economisti cianciano di libero mercato globale, fingendo che la vittoria nel conflitto si conquista tramite l’efficienza economica (il minimax) nel mero confronto tra strutture imprenditoriali, siamo in presenza di ideologi al servizio di gruppi economici che hanno interesse a porsi sotto l’ombrello della politica del sistema-paese preminente. Si tratta spesso di gruppi economici di una passata fase dell’industrializzazione, assistiti da uno Stato (e da apparati finanziari) che si sono ormai accoccolati negli spazi concessi dal suddetto sistema-paese predominante. Il liberismo è la loro ideologia poiché colora di virtù e di presunta efficienza la loro incapacità di svilupparsi nei settori della nuova fase di distruzione creatrice (usando la fraseologia schumpeteriana)."

Penso vi sia ben poco da aggiungere visto che appare evidente come in realtà sia stato proprio disobbedendo - dopo che per un lungo periodo molti paesi erano stati costretti ad accettare l’imposizione dei cosiddetti parametri di aggiustamento strutturale – alle ricette del FMI che alcuni sistemi-paese hanno potuto emergere fino al punto di riuscire ad acquisire delle proprie “aree di influenza”.

In maniera indiretta l’autore della recensione è costretto, comunque, ad ammettere che non è stato l’avvento e l’affermarsi della “globalizzazione” che ha prodotto questa nuova crescita in aree del pianeta prima situate nella cosiddetta “periferia”:

"…l’emergere del resto del mondo porta con sé anche alcuni problemi, il più rilevante dei quali è probabilmente l’affermarsi di sempre nuovi nazionalismi. Il successo economico di Paesi abituati per decenni alla stagnazione, se trasformato in nuove strategie politiche sull’arena internazionale, ne cambierà radicalmente le pretese. Come riportato da un giovane diplomatico cinese a Zakaria, “Quando ci rimproverate che, in Sudan, per avere accesso al petrolio, aiutiamo una dittatura, noi pensiamo che questo non sia molto differente dal vostro supporto alla monarchia medievale dell’Arabia Saudita. Vediamo l’ipocrisia delle vostre frasi, ma non diciamo niente. Per ora.” Fino a quando?

Al termine della recensione, l’autore della stessa ricorda come Zakaria, all’inizio del 2003, scommetteva ancora sulla persistenza per un lungo periodo storico del predominio, non solo militare ma anche economico, della superpotenza statunitense. Tirando le conclusioni egli ammette che questo libro si inserisce in un filone interpretativo che pure non dando per certo l’avvento di un “mondo post-americano” ha ormai compreso come la tendenza prevalente nella nostra epoca, in una prospettiva di fase medio-lunga è quella di una configurazione policentrica del panorama geopolitico ed economico mondiale.

(1) Il Mall of America (anche MOA, MoA, o MegaMall) è un centro commerciale che si trova nelle Twin Cities, in Minnesota. Il centro commerciale divenne il secondo centro commerciale più grande negli Stati Uniti quando aprì nel 1992; anche se non è mai stato il più grande del mondo (quando fu aperto era il secondo più grande a livello mondiale). Centri commerciale più grandi si possono trovare in Turchia (Cevahir Mall), Cina, India, Giappone, Canada (West Edmont Mall), Filippine (Mall of Asia, SM North EDSA, SM Megamall), e Malesia (Berjaya Times Square, Mid Valley Megamall). Comunque il Mall of America è il centro commerciale più visitato nel mondo con oltre 40 millioni di visitatori all'anno (circa 8 volte la popolazione del Minnesota).
by Mauro Tozzato

23 maggio 2008

L'occidente produce anche la fame



Tempo fa l´allora presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ebbe a dire che quando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica.

Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.

Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo.

Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee.

L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone.

Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.

Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie.

La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo.

Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta.

Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business.

Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.

È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio.

Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali.

Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.

Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato.

In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio.

Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.

Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo.

Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni.

Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.

Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.

Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere.

Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare.

Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria.

Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati.

Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere.
di Luciano Gallino

22 maggio 2008

Il circo dell'ipocrisia



Viviamo, anzi vivevamo, in un paese in scacco: uccisioni, stupri etnici, ombrellatrici e borseggiatori sulle metro, rapitori e stupratori di bambini. Tutto ad opera delle minoranze che occupano il suolo patrio.
Dopo aver visto Lagos e San Paolo, il sottoscritto credeva di aver tastato l’abisso della violenza urbana, ma si sbagliava.
E pensare che fino al 2006 questo era un paese dove si rispettavano le regole, dove le donne potevano girare indisturbate fino a notte fonda, dove non esisteva la piaga della droga che distruggeva la nostra gioventù. Un paese uscito da una fiaba dei fratelli Grimm. Così almeno ci dicono tutti i nostri rappresentanti parlamentari, da destra e da sinistra e, ovviamente, i media.
La puntata di giovedì 15 maggio di Anno zero è stata paradigmatica. In studio, oltre al feldmaresciallo leghista Kastelli, presenti due sceriffi dagli opposti schieramenti, Tosi di Verona e De Luca di Salerno.
In un simpatico giuoco delle parti, Tosi ha recitato la parte dello sceriffo quasi buono e il pidino De Luca quella dello sceriffo cattivo. Gli sceriffi della sinistra, per essere credibili in questa nuova veste, devono essere più truculenti degli omologhi di opposta fazione.
Da De Luca ho appreso, ad esempio, che non è affatto peregrino tracciare un triangolo di sangue e violenza tra le due città sopracitate (Lagos e San Paolo, appunto) e Salerno: il nostro coraggioso funzionario ha dipinto con enfasi una megalopoli di quasi centomila abitanti in mano a prostitute rumene spietate, ciniche, esperte di legge, ucraini e polacchi ubriachi, spacciatori e stupratori di varia etnia. Altro che le bidonvilles di africana memoria!
Un altro sceriffo, anzi caposceriffo, il radical chic Cacciari, qualche giorno fa ha aggredito Lerner che snocciolava dati reali sui reati italiani (in calo). A lui, infatti, non interessano i dati reali, interessa solo la percezione della gente.
Guarda un po’, sempre ad Anno Zero, ieri sera, è andata in scena la cosiddetta “paura percepita”. In un'altra megalopoli di quasi centomila abitanti, Reggio Emilia, si è capito che, in fondo, gli stranieri non creano tutto questo allarme sociale. Il problema è che fanno rumore, sporcano le scale, cucinano pietanze puzzolenti e deprezzano il valore immobiliare. Alla fine, dai e dai, sembrerebbe uno scontro di civiltà da ballatoio condominiale.
Difficile entrare nella schizofrenia di un sistema industriale, economico e politico in agonia che cerca sempre più carne da immettere su un mercato del lavoro che ricorda la vendita di bestiame e predica il rigetto della presenza fisica di prestatori di opera, persone che vivono, soffrono, sbagliano, commettono reati.
“Io la amavo, la odiavo, la amavo, la odiavo, ero contro di lei”, cantava Celentano. “Rappresentano il 9% del PIL”, hanno detto alcuni. “Generano conflitto e costi sociali e poi hanno i piedi puzzolenti”, hanno detto altri.
Oltre settecentomila clandestini inseriti nel mercato degli schiavi, almeno la maggior parte, c’è chi li blandisce, chi vorrebbe metterli al rogo... Sembra stia prevalendo la seconda ipotesi. E chi glielo dice agli industriali, poi? Ipocrisia congenita di un'economia anti-umana.
Intanto, finita la grande campagna mediatica degli sbarchi dei “disperati” e degli stupratori rom, è appena partita quella dei grandi arresti in pompa magna.
Con diretta televisiva sui rimpatri. E il circo ricomincia.
di Mauro Maggiora

Verso un mondo post-statunitense?


Su Il Sole 24Ore di ieri, 18.05.2008, troviamo una interessante recensione di un libro pubblicato negli Stati Uniti e intitolato The Post-American World; l’ autore è un importante giornalista: Fareed Zakaria, l’editor di Newsweek International. Il recensore, Francesco Daveri, scrive che a partire dall’inizio del nuovo millennio:
il mondo sta imparando a fare a meno dell’America, essenzialmente perché i Paesi emergenti stanno davvero emergendo dalla loro povertà. Questo è il grande cambiamento. Ci sono pochi dubbi che gli ultimi anni siano stati ricchi di episodi potenzialmente destabilizzanti. L’11 settembre e l’emergere della jihad islamica prima di tutto; ma anche il ritorno ad atteggiamenti ostili in politica internazionale della Russia, le aspirazioni nucleari dell’Iran e della Corea del Nord e il populismo di Chavez in Venezuela sono tutti elementi di un quadro di instabilità. Eppure l’economia mondiale è cresciuta da allora come mai negli ultimi trenta anni. Come mai in un mondo instabile la crescita va a gonfie vele ?"

In una fase in cui, come La Grassa da tempo ipotizza, il panorama geo-economico e politico internazionale si sta indirizzando - in maniera non lineare e con fasi di arresto e di crisi - verso una configurazione policentrica la lotta per ampliare le aree di influenza si manifesta come sviluppo diseguale che però complessivamente porta ad un ampliamento in “estensione” ed “intensione”

- anche se spesso con arretramenti e stagnazioni proprio nelle zone di più “antico” sviluppo capitalistico – del mercato mondiale (come massa di merci e di titoli e moneta finanziaria).

L’articolo continua, poi, con le seguenti osservazioni:
"Da un lato, i dati sulla frequenza dei conflitti e degli episodi di violenza indicano che in realtà il mondo di oggi non è certo più violento e conflittuale di quello di ieri.[…]anche la minaccia del fondamentalismo islamico alla stabilità mondiale va probabilmente ridimensionata. Il mondo islamico non è certo un tutt’uno, il che rende il potenziale scontro di civiltà una prospettiva più complicata di quanto descritto nei comunicati di al-Qaeda come una guerra tra Crociati e Jihadisti. Insomma, la tesi che l’America è al centro di un attacco da parte di un mondo diventato più anti-americano è difficile da suffragare."
In realtà non si tratta di valutare la quantità dei conflitti violenti e delle crisi politico-militari locali ma di considerare il livello qualitativo degli stessi e la dimensione conflittuale nel suo insieme che si muove su piani diversi, utilizzando strategie che possono manifestarsi attraverso consolidamenti, costruzione di alleanze, accordi sulle fonti energetiche, costituzione di coordinamenti tra forze militari di vari paesi per frenare l’espansionismo Nato, ecc. Ed è probabilmente vero che il mondo islamico è diviso e manca di omogeneità ma d’altra parte i poli che si vanno costituendo si muovono attorno ad esso come “luogo” strategico decisivo ma sono situati all’esterno della sua area geografica principale (la Russia slavo –ortodossa, la Cina confuciana, l’India brahmanica, il Brasile bolivariano-moderato). Ma proseguiamo ora nel riportare le parti più significative della recensione:

"Semplicemente, il mondo sta (forse) diventando post-americano. I sintomi sono tanti. Il grattacielo più alto del mondo è a Taipei. Presto ce ne sarà uno ancora più alto a Dubai. L’azienda con la più alta capitalizzazione di Borsa è a Pechino. La più grande raffineria del mondo è in costruzione in India. Il fondo di investimento con il più grande portafoglio titoli è ad Abu Dhabi. La più grande industria cinematografica è a Bollywood, non Hollywood. Il più grande casinò è a Macao, non a Las Vegas. La Mall of America in Minnesota (1), un tempo la più grande del mondo, ora non entra nella classifica delle prime dieci. E nelle classifiche più recenti, il più ricco uomo del mondo è messicano e solo due su dieci sono americani. E’ l’emergere del “resto del mondo”, un fenomeno che va ben al di là di Cina ed India e potrebbe arrivare a includere gli altri 191 Paesi del mondo. Una lista delle 25 multinazionali “emergenti” che si prevede domineranno i mercati nei prossimi anni ne include solo cinque da Cindia, quattro ciascuna dal Brasile, dal Messico, dalla Corea del Sud e da Taiwan, e una da Argentina, Sud Africa, Cile e Malesia"

Certo, i “sintomi” sopra riportati hanno la loro importanza ma per poter parlare di “declino americano” bisognerebbe anche rilevare se gli Stati Uniti stanno perdendo la supremazia nei settori più radicalmente innovativi (la Microsoft in campo informatico, ad esempio, continua a godere di una condizione di “quasi monopolio”). Prevale poi in questi discorsi una prospettiva fortemente economicistica, che deve essere decisamente superata; il ruolo di Russia, India e Cina nel panorama della conflittualità globale è, e sarà, sempre più determinato da strategie e sviluppi di tipo politico, culturale e “mulitare in senso lato” e la differenza rispetto agli altri numerosi paesi che godono di una condizione di crescita economica deve essere analizzata, secondo noi, proprio in questi termini .

Continuamo:
"Se ora i Paesi emergenti crescono rapidamente , è soprattutto perché hanno imparato bene la lezione sull’importanza di aprirsi al commercio internazionale e di lasciare che il capitale si muova liberamente tra Paesi, di controllare l’inflazione difendendo l’indipendenza delle Banche Centrali e delle altre ricette che fanno parte della scatola degli attrezzi che organizzazioni internazionali quali il Fondo monetario internazionale hanno a lungo pubblicizzato."

Sono costretto a questo punto a citare l’intervento di G. La Grassa, datato 18.05.2008 e inserito ieri nel blog, perché mi sembra rispondere in maniera diretta alle affermazioni che ho appena riportato:

" … in definitiva, la politica di un certo sistema socio-economico (che ancora, piaccia o meno, è un paese con un suo Stato) garantisce allo stesso una certa autonomia qualora coadiuvi e anzi imprima impulso alle potenzialità del suo insieme di grandi imprese in settori di carattere strategico (in genere, quelli delle più recenti ondate innovative). Quando gli economisti cianciano di libero mercato globale, fingendo che la vittoria nel conflitto si conquista tramite l’efficienza economica (il minimax) nel mero confronto tra strutture imprenditoriali, siamo in presenza di ideologi al servizio di gruppi economici che hanno interesse a porsi sotto l’ombrello della politica del sistema-paese preminente. Si tratta spesso di gruppi economici di una passata fase dell’industrializzazione, assistiti da uno Stato (e da apparati finanziari) che si sono ormai accoccolati negli spazi concessi dal suddetto sistema-paese predominante. Il liberismo è la loro ideologia poiché colora di virtù e di presunta efficienza la loro incapacità di svilupparsi nei settori della nuova fase di distruzione creatrice (usando la fraseologia schumpeteriana)."

Penso vi sia ben poco da aggiungere visto che appare evidente come in realtà sia stato proprio disobbedendo - dopo che per un lungo periodo molti paesi erano stati costretti ad accettare l’imposizione dei cosiddetti parametri di aggiustamento strutturale – alle ricette del FMI che alcuni sistemi-paese hanno potuto emergere fino al punto di riuscire ad acquisire delle proprie “aree di influenza”.

In maniera indiretta l’autore della recensione è costretto, comunque, ad ammettere che non è stato l’avvento e l’affermarsi della “globalizzazione” che ha prodotto questa nuova crescita in aree del pianeta prima situate nella cosiddetta “periferia”:

"…l’emergere del resto del mondo porta con sé anche alcuni problemi, il più rilevante dei quali è probabilmente l’affermarsi di sempre nuovi nazionalismi. Il successo economico di Paesi abituati per decenni alla stagnazione, se trasformato in nuove strategie politiche sull’arena internazionale, ne cambierà radicalmente le pretese. Come riportato da un giovane diplomatico cinese a Zakaria, “Quando ci rimproverate che, in Sudan, per avere accesso al petrolio, aiutiamo una dittatura, noi pensiamo che questo non sia molto differente dal vostro supporto alla monarchia medievale dell’Arabia Saudita. Vediamo l’ipocrisia delle vostre frasi, ma non diciamo niente. Per ora.” Fino a quando?

Al termine della recensione, l’autore della stessa ricorda come Zakaria, all’inizio del 2003, scommetteva ancora sulla persistenza per un lungo periodo storico del predominio, non solo militare ma anche economico, della superpotenza statunitense. Tirando le conclusioni egli ammette che questo libro si inserisce in un filone interpretativo che pure non dando per certo l’avvento di un “mondo post-americano” ha ormai compreso come la tendenza prevalente nella nostra epoca, in una prospettiva di fase medio-lunga è quella di una configurazione policentrica del panorama geopolitico ed economico mondiale.

(1) Il Mall of America (anche MOA, MoA, o MegaMall) è un centro commerciale che si trova nelle Twin Cities, in Minnesota. Il centro commerciale divenne il secondo centro commerciale più grande negli Stati Uniti quando aprì nel 1992; anche se non è mai stato il più grande del mondo (quando fu aperto era il secondo più grande a livello mondiale). Centri commerciale più grandi si possono trovare in Turchia (Cevahir Mall), Cina, India, Giappone, Canada (West Edmont Mall), Filippine (Mall of Asia, SM North EDSA, SM Megamall), e Malesia (Berjaya Times Square, Mid Valley Megamall). Comunque il Mall of America è il centro commerciale più visitato nel mondo con oltre 40 millioni di visitatori all'anno (circa 8 volte la popolazione del Minnesota).
by Mauro Tozzato