Le banche di Wall Street sono state salvate dal fallimento da governi che stanno fallendo a loro volta. Ma le banche non stanno ricambiando il favore perché stanno partecipando ad una guerra di classe, insistendo sul fatto che il ceto medio già tartassato possa essere tartassato ulteriormente per far quadrare i bilanci del governo già sovrasollecitati. Tutti i favori stanno andando verso Wall Street mentre Main Street, la gente comune, scivola nella schiavitù del debito. A Wall Street bisogna far pagare la sua parte, ma in che modo? Il disegno di legge di riforma finanziaria approvato il 25 giugno potrebbe aver ritagliato un qualche genere di protezione per i consumatori ma per Goldman Sachs e la lobby dei derivati il disegno di legge è stata una vittoria netta, lasciando intatto il business delle scommesse di Wall Street. In un articolo pubblicato il 25 giugno su Newsweek dal titolo “La riforma finanziaria rafforza le banche più grandi”, Michael Hirsch scriveva che il disegno di legge “consacra di fatto l’élite finanziaria esistente. Con il disegno di legge è più probabile che diventeranno anche i futuri colossi del sistema bancario”. Il governo federale e la Federal Reserve hanno anticipato letteralmente migliaia di miliardi di dollari per salvare i grandi giocatori di Wall Street, al punto di mettere a repentaglio la valutazione del credito del governo stesso. Ma Wall Street non ha dovuto pagare nulla per il risanamento. Sono stati lasciati a pagare il conto gli stati e i cittadini. Il 17 giugno, Time ha pubblicato un articolo di David von Drehle dal titolo “All’interno della gravissima situazione degli Stati” nel quale si scrive che la maggior parte degli stati sono ora alla prese con continui deficit nei bilanci che non si vedevano dagli anni Trenta. A differenza delle banche di Wall Street, che possono prendere a prestito dai fondi federali al tasso incredibilmente basso dello 0,2% e reinvestire quei soldi nella speculazione, gli stati non hanno accesso alle linee di credito. Devono prendere denaro a prestito tramite l’emissione di obbligazioni e numerosi stati sono così vicini al fallimento che la valutazione dei loro titoli sta crollando. A peggiorare le cose, agli stati non è legalmente consentito di essere insolventi. A differenza del governo federale, che può indebitarsi all’infinito, gli stati devono far quadrare i loro bilanci e non possono emettere valuta propria. Questo li mette sullo stesso piano della Grecia e di altri paesi europei pieni di debiti, ai quali è vietato, secondo le normative dell’Unione Europea, emettere valuta propria o prendere a prestito denaro dalle proprie banche centrali. Gli Stati, naturalmente, non hanno una propria banca di proprietà pubblica, con un’eccezione – il Nord Dakota. Il Nord Dakota è inoltre l’unico stato che può sfoggiare un avanzo di bilancio, e il livello più basso di disoccupazione e di morosità nei mutui immobiliari. Come osserva von Drehle, “E’ una cosa meravigliosa essere il Nord Dakota”. La gran parte degli stati è alle prese con gravi e croniche insolvenze, il che li colloca nella stessa trappola del debito della Grecia: sono stati obbligati a licenzare i dipendenti, vendere i beni pubblici e cercare dei modi per riscuotere altre imposte da una popolazione già sovratassata. E la loro situazione è destinata a peggiorare, dato che il pacchetto di incentivi del governo federale verrà presto tagliato, insieme agli aiuti agli stati. Il governo federale non sta solamente lasciando all’asciutto gli stati ma minaccia di imporre addirittura altre tasse ai cittadini che ormai si trovano in seria difficoltà. Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve e attuale consigliere economico alla Casa Bianca, ha detto in aprile che il Congresso deve tenere in considerazione l’IVA – una tassa imposta ai vari livelli di produzione sui beni di consumo. Attualmente un’IVA al 17,5% viene imposta in Gran Bretagna, mentre è stato proposto un suo innalzamento al 20%, mentre alcuni paesi dell’Unione Europea hanno già un’IVA al 25%. In Europa, perlomeno i cittadini ricevono qualcosa in cambio dei loro soldi, tra cui un’assistenza sanitaria finanziata dalla federazione ma questo non avverrà così facilmente negli Stati Uniti dove addirittura l’aggettivo “pubblico” per l’assistenza sanitaria non compare più nel programma. L’IVA colpisce in particolare i ceti medi e bassi, dato che questi spendono la maggior parte delle loro entrate in beni di consumo. I ricchi, d’altro canto, investono buona parte dei loro soldi in attività speculative, che al momento non vengono tassate. Ciclo econonomico o guerra di classe? Ismael Hossein-Zadehi , che insegna economia alla Drake University nello Iowa, definisce l’intera crisi economica una guerra di classe. Quello che è stato descritto come debito pubblico è iniziato come debito privato di speculatori finanziari che l’hanno scaricato sulla gente. I governi che hanno salvato questi speculatori insolventi sono diventati a loro volta insolventi ma le banche che sono state tratte in salvo, piuttosto che tendere una mano in cambio, hanno preteso la loro fetta di torta, con pagamento per intero. I responsabili stanno dando la colpa alle vittime e insistono sulla “responsabilità fiscale”. I banchieri di Wall Street stanno dettando i termini della restituzione dei debiti che loro stessi avevano contratto. “Responsabilità fiscale” significa un taglio alla spesa, un fattore che è intrinsicamente deflazionistico nel corso di una recessione, come abbiamo visto nelle disastrose politiche del presidente Herbert Hoover del periodo depressionario. Non furono solamente i repubblicani a sbagliare. Nel 1937, il presidente Franklin Roosevelt tagliò anch’egli la spesa pubblica, riportando l’economia di nuovo in recessione. I tagli alla spesa provocano la riduzione delle entrate fiscali, che hanno come risultato ulteriori tagli alla spesa. Contrariamente a quanto ci è stato detto finora, i governi nazionali non sono come le famiglie. Non devono far quadrare i loro bilanci e “vivere dei propri mezzi” perché essi hanno gli strumenti per aumentare l’offerta monetaria. Non solo hanno gli strumenti ma devono partecipare alla spesa pubblica quando l’economia privata si sta riducendo, per continuare a far girare l’economia. Praticamente oggi tutto il denaro ha origine sotto forma di credito creato dalle banche o di debito. E oggi l’offerta monetariasi sta riducendo ad un ritmo che non si vedeva dagli anni Trenta perché la crisi bancaria ha reso sempre più difficile ottenere credito. Tuttavia, invece di “rigonfiare” l’economia collassata i governi nazionali stanno insistendo sulla responsabilità fiscale, e la responsabilità viene messa tutta sugli stati, sul lavoro e sulle classi produttive. Buona parte degli speculatori finanziari che hanno provocato il crollo la farà franca. Non solo non pagano nessuna imposta sugli acquisti e le vendite dei loro “prodotti finanziari” ma pagano anche pochissimo come imposte sul reddito. Goldman Sachs ha pagato un’aliquota effettiva di appena l’1% nel 2008. Il professor Hossein-Zadehi scrive: “Sta diventando sempre più evidente che la maggioranza dei lavoratori in tutto il mondo ha di fronte un nemico comune: un’oligarchia finanziaria improduttiva che, come un parassita, succhia il sangue economico dei lavoratori, semplicemente operando e/o scommettendo su richieste di proprietà... la vera domanda è quando i lavoratori e le altre vittime dell’ingiusto peso del debito capiranno la gravità di questa situazione e si ribelleranno per liberarsi dalle catene del debito e della depressione”. I lavoratori non si ribellano perché hanno subito la propaganda di credere che l’”austerità fiscale” è un qualcosa che è necessario intraprendere per salvare i loro figli da un destino ancora peggiore. In realtà quello che è necessario che avvenga in un crollo deflazionistico è spendere più soldi nel sistema, e non ritirarli per pagare il debito federale. Il denaro deve andare nell’economia reale – nelle fabbriche, nelle aziende agricole, nelle imprese, nel mercato immobiliare, nei trasporti, nei sistemi di energia sostenibile, nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione. Invece il denaro degli incentivi è stato depredato per risanare i bilanci tossi degli scommettitori finanziari che hanno spinto l’economia in una pericolosa discesa in picchiata. Pareggiare i conti Mentre il Congresso va incontro alle esigenze delle banche, gli stati si devono arrangiare da soli. Da dove devono venire i soldi per riuscire nell’impossibile impresa di far quadrare i loro bilanci? Il salasso di una classe di lavoratori già anemica con l’IVA è più probabile che uccida il paziente piuttosto che guarirlo. “A differenza dei paesi dell’Unione Europea, dove l’IVA è la più grande fonte di entrate fiscali”, fa notare il professor Randall G. Holcombe, “gli stati degli Stati Uniti impongono già l’IVA di base con le loro imposte sulle vendite”. Un raddoppiamento non solo ridurrebbe la quantità di denaro che gli stati sarebbero in grado di riscuotere ma ostacolerebbe seriamente il ruolo dell’IVA come generatore di denaro. Entro il 2030, dice il professor Holcombe, questo effetto compenserebbe qualunque aumento nelle entrate del governo provenienti dall’IVA. Una soluzione più praticabile e giusta sarebbe quella di approfittare dell’unico grande mercato rimasto sul pianeta che oggi non è soggetto a tasse – i “prodotti finanziari” che rappresentano le scorte di magazzino del robusto settore finanziario. Un’imposta sulle transazioni finanziarie nelle operazioni speculative a volte viene chiamata “Tobin tax”, dal nome dell’uomo che per primo la propose, l’economista premio Nobel James Tobin. Il potenziale di una Tobin tax è enorme. La Banca per i Regolamenti Internazioni ha fatto sapere che nel 2008 le operazioni totali sui derivati assommavano a 1,14 milioni di miliardi di dollari. Questa cifrà probabilmente era sottostimata, dato che le operazioni over-the-counter non venivano riportate e la loro dimensione è sconosciuta. Un’imposta di appena l’1% su un milione di miliardi di dollari di operazioni genererebbe 10.000 miliardi di dollari all’anno di fondi pubblici. E questo solamente per i derivati. Ci sono anche le azioni, le obbligazioni e le altre operazioni finanziarie da mettere nel frullatore, e più di metà di queste operazioni avvengono negli Stati Uniti. Una Tobin tax non genererebbe queste enormi somme ogni anno, perché affosserebbe le operazioni computerizzate ad alta fraquenza che ora compongono il 70% degli acquisti sul mercato azionario. Ma si tratterebbe di una fine meritevole. L’improvvisa discesa di mille punti nel Dow Industrial Average del 6 maggio ho fatto vedere al mondo come sia vulnerabile il mercato azionario alla manipolazione da parte di questi sofisticati scommettitori dei mercati. L’intero business del trading ad alta frequenza deve essere fermato, per proteggere i legittimi investitori che stanno utilizzando il mercato azionario secondo il fine per il quale era stato concepito: aumentare il capitale delle imprese. Come ha osservato Mark Cuban in un articolo del 9 maggio intitolato “In quale business si è ficcata Wall Street?”: “La creazione del capitale per farne business deve essere meno dell’uno per cento sul volume di Wall Street in qualsiasi momento… la mia opinione è che è importante che questo paese tenga Wall Street lontana dal business di creazione del capitale per farne altro business. Che venga fatto con l’utilizzo di imposte sulle operazioni di compravendita, o con la modifica della struttura fiscale sui guadagni in conto capitale in modo che non ci siano tasse sui guadagni in conto capitale sui pacchetti di azioni (di aziende pubbliche o private) detenuti per più di 5 anni, e nessuna imposta sui dividendi pagati agli azionisti che hanno tenuto le azioni in azienda per più di 5 anni. C’è bisogno di farlo, c’è bisogno di far pensare i grossi scommettitori di Wall Street a dei modi per utilizzare i loro capitali per aiutare a far nascere e crescere le imprese. E’ questo il modo in cui si potranno creare posti di lavoro. E’ questo che sarà l’elemento che accelererà l’economia mondiale. Non arriverà dai trader che cercano di entrare illegalmente nel sistema finanziario per guadagnare pochi spiccioli ad ogni operazione”. Oltre a proteggere i legittimi risparmiatori e gli investitori esentando coloro che detengono azioni per più di 5 anni, questi potrebbero anche essere esentati da una Tobin tax se il totale complessivo degli acquisti di azioni è al di sotto del milione di dollari l’anno. Tutto ciò trasformerebbe letteralmente questa tassa in una tassa per milionari – e davvero irrisoria, a solamente l’1% per operazione. Nel corso del summit dei G20 a Toronto dello scorso fine settimana, è stato esaminata e appoggiata da Francia e Germania l’eventualità di una tassa sulle transazioni finanziarie ma alla quale si sono opposte Stati Uniti e Canada, anche se non è stato deciso nulla di vincolante. Ad ogni modo, gli stati non devono aspettare il governo federale o il G20 per agire perché potrebbero imporre loro stessi una Tobin tax. Si potrebbe obiettare che gli speculatori di Wall Street riscuoterebbero le loro entrate e andrebbero da un’altra parte, ma le grandi banche e gli intermediari hanno filiali in tutte le grandi città di ogni stato. Difficilmente farebbero le tende e lascerebbero i loro lucrosi centri di business. Né si può sostenere che dovremmo andare incontro ai pirati che stanno saccheggiando i nostri mercati azionari perché ci stanno pagando una bella bustarella, perché non stanno nemmeno facendo quello. Oggi le operazioni finanziarie non generano entrate fiscali. Due candidati del partito dei verdi per il ruolo di governatore, Laura Wells in California e Rich Whitney in Illinois, hanno inserito una Tobin tax imposta dallo stato nelle loro piattaforme. Entrambi stanno facendo una campagna per avere banche di proprietà pubblica nei loro stati, sul modello della Banca del Nord Dakota. Le persone di tutto il mondo fanno affidamento sugli Stati Uniti per il loro coraggio e l’innovazione, e California e Illinois sono due degli stati maggiormente colpiti. Se questi stati riuscissero a ribaltare le loro economie potrebbero stabilire un modello per una sovranità economica a livello globale. Ellen Brown |
16 luglio 2010
Terrorismo del deficit e guerra economica
15 luglio 2010
Il denaro è diventato senza valore
Solo una piccola parte del denaro circolante è veramente legato alla produzione, al commercio e al consumo fisico della popolazione e dell'industria, "paragonato al quantitativo di denaro rifinanziato e moltiplicato a ritmi celeri mentre le industrie e i comuni chiudono, e il Congresso americano … ha appena condannato 2 milioni di persone a perdere l'assegno di disoccupazione".
Abbiamo raggiunto il punto, ha proseguito LaRouche, in cui "l'idea di contare un'economia in termini di denaro è piuttosto stupida!" Mentre i redditi legati ai beni e ai servizi essenziali per la popolazione, negli stati e nelle città, si riducono rapidamente, circolano centinaia di trilioni di dollari di scommesse speculative. LaRouche ha paragonato la situazione ad una persona che entra nella bisca con pochi dollari in tasca e vuole fare una puntata di trilioni di dollari. La speculazione finanziaria, ha detto, è come un gigantesco gioco del Monopoli, con denaro finto, denaro per gioco che comunemente si chiama derivati finanziari.
"Per cui, non si riesce più a misurare le prestazioni di un'economia nazionale in termini di denaro… Non si può più dire: 'Ho studiato il denaro. All'Università ho studiato il denaro e ho imparato tutte queste regole sulla sua circolazione'. Oggi solo uno stupido parla di denaro in quel modo." Il denaro finto, quello del Monopoli, ha spiegato LaRouche, può e deve essere cancellato, e "l'unico modo per farlo, sia negli Stati Uniti che in Europa, è con una riforma alla Glass-Steagall".
Sotto una regola Glass-Steagall, ogni cosiddetto attivo che non corrisponda a valore reale "è essenzialmente destinato a sparire". Ma poiché si tratta di "semplici soldi del Monopoli", o anche meno, perché sono elettronici, possono essere spazzati via senza danneggiare l'economia.
LaRouche ha ripetutamente detto che una riforma Glass-Steagall è urgente, "sia per gli Stati Uniti che per l'Europa. Altre parti del mondo possono adottarla. Anzi, l'India o la Cina sono in una situazione addirittura migliore".
Di fronte al crollo della più grande bolla di tutta la storia umana, in termini di tassi relativi pro capite, se "continuano le attuali leggi e l'attuale comportamento… per la fine dell'estate non ci saranno economie nella comunità transatlantica".
Solo se avviene una tale riorganizzazione dei sistemi bancari e finanziari, gli stati possono procedere ad emettere credito per ricostruire l'economia fisica. Sul tema di come determinare i necessari investimenti nelle infrastrutture, LaRouche ha ripetutamente fatto riferimento ai concetti che sta sviluppando negli scritti sull'"economia segreta" pubblicati su EIR Online. Devono essere fatte nuove considerazioni, e perciò devo eseguire il mio compito di economista fisico e definire i principii dell'economia fisica entro i quali operiamo… non solo questa ripresa, ma ciò che dev'essere fatto su scala globale in questo secolo. E lo scopo… è un programma di volano scientifico che è designato a risolvere i problemi… e trasportare gli esseri umani, in sicurezza, dalla Luna all'orbita di Marte e atterrare sulla superficie" del pianeta rosso. "I problemi sono grandi, ma sono inerentemente risolvibili, anche se non abbiamo ancora scoperto molte delle soluzioni richieste".
by Movisol
13 luglio 2010
La minaccia iraniana, o la minaccia americana?
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La programmazione di queste superbombe o “massive ordnance penetrators”, gli ordigni più potenti dell’arsenale dopo le armi nucleari, è iniziata durante l’amministrazione di Bush, ma si è affievolita. Quando Obama è entrato in carica ha immediatamente accelerato i programmi, e saranno impiegati svariati anni prima di quanto previsto, mirando specificamente all’Iran. “Si stanno preparando totalmente per la distruzione dell’Iran,” secondo Dan Plesch, direttore del Centre for International Studies and Diplomacy della University of London. “i bombardieri USA e i missili a lungo raggio sono pronti oggi a distruggere 10.000 bersagli in Iran in alcune ore,” ha detto. “La potenza di fuoco delle forze statunitensi è quadruplicata dal 2003,” accelerando sotto Obama. La stampa araba riporta che una flotta americana (con una nave israeliana) ha attraversato il Canale di Suez in direzione del Golfo Persico, dove il suo compito è di “implementare le sanzioni contro l’Iran e di controllare le navi in transito dall’Iran e per l’Iran”. I media britannici e israeliani riportano che l’Arabia Saudita starebbe fornendo un corridoio per il bombardamento dell’Iran da parte di Israele (cosa negata dall’Arabia Saudita). Al suo ritorno dall’Afghanistan per rassicurare gli alleati della NATO che gli USA manterranno il corso dopo la sostituzione del generale McChrystal dal suo superiore, il generale Petraeus, il presidente dei “Joint Chiefs of Staff” o Stati Maggiori Riuniti, ammiraglio Michael Mullen è andato in Israele per incontrare il capo di stato maggiore della difesa israeliana Gabi Ashkenazi, ed influenti militari israeliani, insieme alle unità di intelligence e programmazione, continuando lo strategico dialogo annuale tra Israele e gli USA a Tel Aviv. L’incontro verteva “sulla preparazione sia di Israele che degli USA per la possibilità di un Iran con capacità nucleare,” secondo Haaretz, che riporta inoltre che Mullen avrebbe enfatizzato che “[io] cerco sempre di vedere le sfide dal punto di vista israeliano”. Mullen e Ashkenazi si tengono in regolare contatto su una linea sicura. Le crescenti minacce di un’azione militare contro l’Iran violano certamente la Carta delle Nazioni Unite, e in modo specifico la risoluzione 1887 del settembre 2009 del Consiglio di Sicurezza, che ha riaffermato l’invito a tutti gli stati a risolvere pacificamente le dispute in merito a questioni sul nucleare, secondo lo Statuto, che proibisce l’uso, o la minaccia della forza. Alcuni rispettati analisti descrivono la minaccia iraniana in termini apocalittici. Amitai Etzioni avverte che “gli USA dovranno confrontarsi con l’Iran o rinunciare al Medio Oriente”, niente di meno. Se il programma nucleare dell’Iran procederà, afferma, la Turchia, l’Arabia Saudita ed altri stati si “muoveranno verso” il nuovo “superpotere” iraniano; con una retorica meno accesa, si potrebbe creare un’alleanza regionale indipendente dagli USA. Nel periodico dell’esercito americano Military Review, Etzioni promuove un attacco degli USA che prenda come bersaglio non solo gli impianti nucleari dell’Iran, ma anche i suoi complessi militari non nucleari, infrastruttura compresa – ossia, la società civile. “Questo tipo di azione militare è assimilabile alle sanzioni – nel provocare ‘dolore’ al fine di cambiare il comportamento, seppure con mezzi ben più potenti”. Messe da parte queste sconvolgenti dichiarazioni, qual è per l’esattezza la minaccia iraniana? Un’autorevole risposta si trova nello studio dell’aprile 2010 dell’International Institute of Strategic Studies, Military Balance 2010. Il brutale regime clericale è senza dubbio una minaccia per la sua stessa gente, ma in questo senso non lo è più di quello di altri alleati dell’America nella regione. Ma non è questo che preoccupa l’Institute. Che piuttosto si preoccupa per la minaccia che l’Iran costituisce per la regione e per il mondo. Lo studio mette in chiaro che la minaccia iraniana non è militare. La spesa militare dell’Iran è “relativamente bassa in confronto al resto della regione,” e meno del 2% di quella degli USA. La dottrina militare iraniana è strettamente “difensiva, … intesa a rallentare un’invasione e ad imporre una soluzione diplomatica alle ostilità”. L’Iran ha solo “una capacità limitata di proiettare la forza oltre i suoi confini”. Con riferimento all’opzione nucleare, “il programma nucleare dell’Iran e la sua intenzione di tenere aperta la possibilità di sviluppare armi nucleari sono una parte centrale della sua strategia di deterrenza”. Sebbene la minaccia iraniana non sia militare, ciò non vuol dire che possa essere tollerabile per Washington. La capacità di deterrenza iraniana è un illegittimo esercizio di sovranità che interferisce con i progetti globali dell’America. In modo specifico, minaccia il controllo da parte degli USA delle risorse energetiche del Medio Oriente, un’alta priorità dei programmatori sin dalla seconda guerra mondiale, che dà “un notevole controllo del mondo”, come ha affermato un’influente figura (A. A. Berle). Ma la minaccia dell’Iran va oltre la deterrenza. Cerca anche di ampliare la sua influenza. Come tale minaccia è stata formulata dall’Institute stesso, l’Iran starebbe “destabilizzando” la regione. L’invasione da parte degli USA e l’occupazione militare degli stati vicini all’Iran è “stabilizzazione”. Gli sforzi dell’Iran di ampliare la sua influenza nei paesi vicini è “destabilizzazione”, quindi del tutto illegittima. Si deve notare che un tale uso rivelatore è routine. Quindi il prominente analista di politica estera James Chase, ex editore del principale periodico dell’establishment Foreign Affairs, usava propriamente il termine “stabilità” in senso tecnico, quando ha spiegato che per raggiungere la “stabilità” in Cile era necessario “destabilizzare” il paese (rovesciando il governo eletto di Allende ed istallando la dittatura di Pinochet). Oltre questi crimini, l’Iran sostiene anche il terrorismo, continua lo studio: appoggiando Hezbollah ed Hamas, le maggiori forze politiche in Libano e in Palestina – se le elezioni contano qualcosa. La coalizione di Hezbollah ha facilmente vinto il voto popolare nelle ultime elezioni (2009) in Libano. Hamas ha vinto le elezioni del 2006 in Palestina, costringendo gli USA e Israele ad istituire il duro e brutale assedio di Gaza per punire gli scellerati per aver votato male in una libera elezione. Queste sono state le sole relativamente libere elezioni nel mondo arabo. È normale per l’opinione delle elite di temere la minaccia della democrazia e di agire per ostacolarla, ma questo è un caso piuttosto straordinario, particolarmente accanto al forte sostegno degli USA per le dittature regionali, particolarmente straordinario per la grande lode di Obama per il brutale dittatore egiziano Mubarak nel suo famoso discorso al mondo musulmano al Cairo. Gli atti terroristici attribuiti ad Hamas ed Hezbollah sono niente in confronto al terrorismo americano e israeliano nella stessa regione, ma vale la pena darvi comunque una scorsa. Il 25 maggio in Libano si è festeggiato il giorno di festa nazionale, il Giorno della Liberazione, che commemora la ritirata di Israele dal sud del Libano dopo 22 anni, come risultato della resistenza di Hezbollah – descritta dalle autorità israeliane come “aggressione iraniana” contro Israele nel Libano sotto occupazione di Israele (Ephraim Sneh). Anche questo è un normale uso imperialistico. Perciò il presidente John F. Kennedy ha condannato “l’assalto dall’interno, e che è manipolato dal nord”. L’assalto della resistenza sudvietnamita contro i bombardieri di Kennedy, la guerra chimica, la reclusione dei contadini in veri e propri campi di concentramento, ed altre simili misure benevole, è stato denunciato come un’ “aggressione interna” dall’ambasciatore delle Nazioni Unite di Kennedy, l’eroe liberale Adlai Stevenson. Il sostegno dei Nordvietnamiti per i propri compatrioti nel sud occupato dagli USA è un’aggressione, un’intollerabile interferenza con la legittima missione di Washington. Anche i consiglieri di Kennedy, Arthur Schlesinger e Theodore Sorenson, considerati come “colombe”, hanno lodato l’intervento di Washington per rovesciare l’“aggressione” nel sud del Vietnam – da parte della resistenza indigena, come sapevano, almeno se leggevano le relazioni dell’intelligence americana. Nel 1955 gli Stati Maggiori Riuniti americani hanno definito svariati tipi di “aggressione”, tra cui “l’aggressione non armata, ossia la guerra politica, o la sovversione”. Per esempio, una rivolta interna contro uno stato di polizia imposto dagli USA, oppure elezioni che abbiano un risultato sbagliato. Tale uso è comune anche tra gli studiosi e in ambito politico, e ha senso solo partendo dal presupposto prevalente che Noi Siamo i Padroni del Mondo. Hamas oppone resistenza all’occupazione militare di Israele e alle sue azioni illegali e violente nei territori occupati. È accusato di rifiutarsi di riconoscere Israele (i partiti politici non riconoscono gli stati). In contrasto, gli Stati Uniti ed Israele non solo non riconoscono la Palestina, ma hanno agito per decenni in modo tale da assicurare che non possa mai arrivare ad esistere in alcuna forma significativa; il partito al governo in Israele, nella sua piattaforma della campagna del 1999, vieta l’esistenza di qualsiasi stato palestinese. Hamas è accusato di aver attaccato con dei razzi gli insediamenti israeliani al confine, senza dubbio azioni criminali, ma [che sono] solo una minima parte della violenza perpetrata da Israele a Gaza, per non parlare di altrove. È importante tenere a mente, a questo proposito, che gli USA e Israele sanno esattamente come porre fine al terrore che deplorano con tanto ardore. Israele concede ufficialmente che non c’erano razzi di Hamas fintantoché Israele ha parzialmente rispettato una tregua con Hamas nel 2008. Israele ha rifiutato l’offerta di Hamas di rinnovare la tregua, preferendo lanciare la sanguinosa e distruttiva Operation Cast Lead contro Gaza del dicembre 2008, con il pieno appoggio degli USA, un’impresa di aggressione omicida senza il benché minimo pretesto credibile, né dal punto di vista legale, né da quello morale. Il modello di democrazia nel mondo musulmano, nonostante le gravi pecche, è la Turchia, che ha elezioni relativamente libere, e che è stata anche oggetto di dure critiche negli USA. Il caso più estremo è stato quando il governo ha seguito la posizione del 95% della popolazione rifiutandosi di unirsi all’invasione dell’Irak, suscitando dure condanne da Washington per non aver compreso come si deve comportare un governo democratico: secondo il nostro concetto di democrazia, è la voce del padrone che determina la politica, non la quasi unanime voce della popolazione. L’amministrazione Obama si è di nuovo infervorata quando la Turchia si è unita al Brasile nella stipula di un patto con l’Iran per limitare il suo arricchimento di uranio. Obama aveva lodato l’iniziativa in una lettera al presidente del Brasile Lula da Silva, apparentemente presupponendo che non avrebbe avuto successo e che avrebbe fornito uno strumento di propaganda contro l’Iran. Non sorprendentemente, la Turchia (accanto al Brasile) ha votato contro la mozione delle sanzioni USA nel Consiglio di Sicurezza. L’altro membro regionale, il Libano, si è astenuto. Queste azioni hanno suscitato ulteriore costernazione a Washington. Philip Gordon, il primo diplomatico per gli affari europei dell’amministrazione Obama, ha avvertito la Turchia che negli Stati Uniti le sue azioni non sono capite e che deve “dimostrare il suo impegno per l’appartenenza all’Occidente” ha riportato l’agenzia di informazione AP, “un raro ammonimento ad un cruciale alleato della NATO”. Anche la classe politica capisce. Steven A. Cook, uno studioso del Council on Foreign Relations, ha osservato che la questione critica, adesso, è “come teniamo i Turchi nella loro corsia?” – seguendo gli ordini come i buoni democratici. Un titolo di testa del New York Times ha catturato l’essenza dell’umore generale: “Patto con l’Iran visto come un’onta nell’eredità del leader brasiliano”. In poche parole, fai quello che diciamo. Non c’è indicazione che altri paesi nella regione siano in favore delle sanzioni americane più di quanto non lo sia la Turchia. Al confine opposto dell’Iran, ad esempio, il Pakistan e l’Iran, incontratisi in Turchia, hanno recentemente firmato un accordo per un nuovo oleodotto. Nessun individuo in retti sensi vuole che l’Iran sviluppi armi nucleari; né alcun altro [paese]. Un ovvio modo di mitigare o eliminare questa minaccia è di stabilire una zona libera da armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente. La questione è stata sollevata (di nuovo) in occasione della conferenza dell’NPT presso la sede delle Nazioni Unite all’inizio di maggio 2010. L’Egitto, come presidente delle 118 nazioni del Movimento dei Non-Allineati, ha proposto che la conferenza appoggiasse un programma che invitasse all’inizio delle negoziazioni nel 2011 per una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, come era stato concordato dall’Occidente, Stati Uniti compresi, alla conferenza di revisione sul Trattato di Non Proliferazione del 1995. Washington è ancora formalmente d’accordo, ma insiste che Israele sia esentato – e non ha dato alcun cenno di permettere che tali misure siano applicate a se stesso [Washington]. I tempi non sono ancora maturi per la creazione della zona, ha affermato il segretario di stato Hillary Clinton alla conferenza del NPT, mentre Washington ha insistito che non può essere accettata alcuna proposta che preveda che il programma nucleare israeliano venga posto sotto il patrocinio dell’IAEA [International Atomic Energy Agency], o che richieda ai firmatari del NPT, specificamente a Washington, di rivelare informazioni sugli “impianti e sulle attività nucleari di Israele, comprese le informazioni pertinenti ai precedenti trasferimenti nucleari a Israele”. La tecnica di evasione di Obama è di adottare la posizione di Israele, ossia che qualunque proposta del genere deve essere a condizione di un completo accordo di pace, che gli USA possono ritardare indefinitamente, come ha fatto per 35 anni, con rare e temporanee eccezioni. Al tempo stesso, Yukiya Amano, capo dell’International Atomic Energy Agency, l’ente internazionale per l’energia atomica, ha chiesto ai ministri degli affari esteri dei suoi 151 stati membri di esprimere le proprie vedute su come attuare una risoluzione che preveda che Israele “acceda” all’NPT e che apra le sue strutture nucleari alla supervisione dell’IAEA, ha riportato l’agenzia di informazione AP. Viene raramente notato che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno una responsabilità speciale per lavorare alla creazione di una NWFZ in Medio Oriente. Nel cercare di fornire una debole copertura legale per la loro invasione dell’Irak nel 2003, hanno fatto appello alla risoluzione 687 (del 1991) del Consiglio di Sicurezza, che invitava l’Irak ad interrompere il suo sviluppo di armi di distruzione di massa. Gli USA e il Regno Unito hanno sostenuto di non averlo fatto. Non c’è bisogno di soffermarsi sulla scusa, ma tale risoluzione vincola i suoi firmatari ad agire per stabilire una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente. Pareteticamente, potremmo aggiungere che l’insistenza degli Stati Uniti di mantenere gli impianti nucleari a Diego Garcia minaccia la zona (NWFZ) creata dall’Unione Africana, proprio come Washington continua a bloccare una zona NWFZ nel Pacifico escludendo i suoi territori del Pacifico. L’impegno retorico di Obama per la non proliferazione ha ricevuto molta lode, persino un premio Nobel per la pace. Una mossa pratica in questa direzione è la creazione di zone libere da armi nucleari. Un’altra è il ritiro del sostegno per i programmi nucleari dei tre non firmatari del trattato di non proliferazione. Come spesso succede, la retorica e le azioni sono a stento allineate, in effetti in questo caso sono in diretto contrasto, fatti che richiamano poca attenzione. Anziché intraprendere azioni pratiche per ridurre la davvero terribile minaccia della proliferazione delle armi atomiche, gli USA devono fare degli importanti passi per rafforzare il controllo dell’America sulle vitali regioni mediorientali che producono petrolio, anche con la violenza, se non ci riescono altrimenti. Tutto ciò è comprensibile e persino ragionevole, secondo la prevalente dottrina imperialista. di Noam Chomsky |
16 luglio 2010
Terrorismo del deficit e guerra economica
Le banche di Wall Street sono state salvate dal fallimento da governi che stanno fallendo a loro volta. Ma le banche non stanno ricambiando il favore perché stanno partecipando ad una guerra di classe, insistendo sul fatto che il ceto medio già tartassato possa essere tartassato ulteriormente per far quadrare i bilanci del governo già sovrasollecitati. Tutti i favori stanno andando verso Wall Street mentre Main Street, la gente comune, scivola nella schiavitù del debito. A Wall Street bisogna far pagare la sua parte, ma in che modo? Il disegno di legge di riforma finanziaria approvato il 25 giugno potrebbe aver ritagliato un qualche genere di protezione per i consumatori ma per Goldman Sachs e la lobby dei derivati il disegno di legge è stata una vittoria netta, lasciando intatto il business delle scommesse di Wall Street. In un articolo pubblicato il 25 giugno su Newsweek dal titolo “La riforma finanziaria rafforza le banche più grandi”, Michael Hirsch scriveva che il disegno di legge “consacra di fatto l’élite finanziaria esistente. Con il disegno di legge è più probabile che diventeranno anche i futuri colossi del sistema bancario”. Il governo federale e la Federal Reserve hanno anticipato letteralmente migliaia di miliardi di dollari per salvare i grandi giocatori di Wall Street, al punto di mettere a repentaglio la valutazione del credito del governo stesso. Ma Wall Street non ha dovuto pagare nulla per il risanamento. Sono stati lasciati a pagare il conto gli stati e i cittadini. Il 17 giugno, Time ha pubblicato un articolo di David von Drehle dal titolo “All’interno della gravissima situazione degli Stati” nel quale si scrive che la maggior parte degli stati sono ora alla prese con continui deficit nei bilanci che non si vedevano dagli anni Trenta. A differenza delle banche di Wall Street, che possono prendere a prestito dai fondi federali al tasso incredibilmente basso dello 0,2% e reinvestire quei soldi nella speculazione, gli stati non hanno accesso alle linee di credito. Devono prendere denaro a prestito tramite l’emissione di obbligazioni e numerosi stati sono così vicini al fallimento che la valutazione dei loro titoli sta crollando. A peggiorare le cose, agli stati non è legalmente consentito di essere insolventi. A differenza del governo federale, che può indebitarsi all’infinito, gli stati devono far quadrare i loro bilanci e non possono emettere valuta propria. Questo li mette sullo stesso piano della Grecia e di altri paesi europei pieni di debiti, ai quali è vietato, secondo le normative dell’Unione Europea, emettere valuta propria o prendere a prestito denaro dalle proprie banche centrali. Gli Stati, naturalmente, non hanno una propria banca di proprietà pubblica, con un’eccezione – il Nord Dakota. Il Nord Dakota è inoltre l’unico stato che può sfoggiare un avanzo di bilancio, e il livello più basso di disoccupazione e di morosità nei mutui immobiliari. Come osserva von Drehle, “E’ una cosa meravigliosa essere il Nord Dakota”. La gran parte degli stati è alle prese con gravi e croniche insolvenze, il che li colloca nella stessa trappola del debito della Grecia: sono stati obbligati a licenzare i dipendenti, vendere i beni pubblici e cercare dei modi per riscuotere altre imposte da una popolazione già sovratassata. E la loro situazione è destinata a peggiorare, dato che il pacchetto di incentivi del governo federale verrà presto tagliato, insieme agli aiuti agli stati. Il governo federale non sta solamente lasciando all’asciutto gli stati ma minaccia di imporre addirittura altre tasse ai cittadini che ormai si trovano in seria difficoltà. Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve e attuale consigliere economico alla Casa Bianca, ha detto in aprile che il Congresso deve tenere in considerazione l’IVA – una tassa imposta ai vari livelli di produzione sui beni di consumo. Attualmente un’IVA al 17,5% viene imposta in Gran Bretagna, mentre è stato proposto un suo innalzamento al 20%, mentre alcuni paesi dell’Unione Europea hanno già un’IVA al 25%. In Europa, perlomeno i cittadini ricevono qualcosa in cambio dei loro soldi, tra cui un’assistenza sanitaria finanziata dalla federazione ma questo non avverrà così facilmente negli Stati Uniti dove addirittura l’aggettivo “pubblico” per l’assistenza sanitaria non compare più nel programma. L’IVA colpisce in particolare i ceti medi e bassi, dato che questi spendono la maggior parte delle loro entrate in beni di consumo. I ricchi, d’altro canto, investono buona parte dei loro soldi in attività speculative, che al momento non vengono tassate. Ciclo econonomico o guerra di classe? Ismael Hossein-Zadehi , che insegna economia alla Drake University nello Iowa, definisce l’intera crisi economica una guerra di classe. Quello che è stato descritto come debito pubblico è iniziato come debito privato di speculatori finanziari che l’hanno scaricato sulla gente. I governi che hanno salvato questi speculatori insolventi sono diventati a loro volta insolventi ma le banche che sono state tratte in salvo, piuttosto che tendere una mano in cambio, hanno preteso la loro fetta di torta, con pagamento per intero. I responsabili stanno dando la colpa alle vittime e insistono sulla “responsabilità fiscale”. I banchieri di Wall Street stanno dettando i termini della restituzione dei debiti che loro stessi avevano contratto. “Responsabilità fiscale” significa un taglio alla spesa, un fattore che è intrinsicamente deflazionistico nel corso di una recessione, come abbiamo visto nelle disastrose politiche del presidente Herbert Hoover del periodo depressionario. Non furono solamente i repubblicani a sbagliare. Nel 1937, il presidente Franklin Roosevelt tagliò anch’egli la spesa pubblica, riportando l’economia di nuovo in recessione. I tagli alla spesa provocano la riduzione delle entrate fiscali, che hanno come risultato ulteriori tagli alla spesa. Contrariamente a quanto ci è stato detto finora, i governi nazionali non sono come le famiglie. Non devono far quadrare i loro bilanci e “vivere dei propri mezzi” perché essi hanno gli strumenti per aumentare l’offerta monetaria. Non solo hanno gli strumenti ma devono partecipare alla spesa pubblica quando l’economia privata si sta riducendo, per continuare a far girare l’economia. Praticamente oggi tutto il denaro ha origine sotto forma di credito creato dalle banche o di debito. E oggi l’offerta monetariasi sta riducendo ad un ritmo che non si vedeva dagli anni Trenta perché la crisi bancaria ha reso sempre più difficile ottenere credito. Tuttavia, invece di “rigonfiare” l’economia collassata i governi nazionali stanno insistendo sulla responsabilità fiscale, e la responsabilità viene messa tutta sugli stati, sul lavoro e sulle classi produttive. Buona parte degli speculatori finanziari che hanno provocato il crollo la farà franca. Non solo non pagano nessuna imposta sugli acquisti e le vendite dei loro “prodotti finanziari” ma pagano anche pochissimo come imposte sul reddito. Goldman Sachs ha pagato un’aliquota effettiva di appena l’1% nel 2008. Il professor Hossein-Zadehi scrive: “Sta diventando sempre più evidente che la maggioranza dei lavoratori in tutto il mondo ha di fronte un nemico comune: un’oligarchia finanziaria improduttiva che, come un parassita, succhia il sangue economico dei lavoratori, semplicemente operando e/o scommettendo su richieste di proprietà... la vera domanda è quando i lavoratori e le altre vittime dell’ingiusto peso del debito capiranno la gravità di questa situazione e si ribelleranno per liberarsi dalle catene del debito e della depressione”. I lavoratori non si ribellano perché hanno subito la propaganda di credere che l’”austerità fiscale” è un qualcosa che è necessario intraprendere per salvare i loro figli da un destino ancora peggiore. In realtà quello che è necessario che avvenga in un crollo deflazionistico è spendere più soldi nel sistema, e non ritirarli per pagare il debito federale. Il denaro deve andare nell’economia reale – nelle fabbriche, nelle aziende agricole, nelle imprese, nel mercato immobiliare, nei trasporti, nei sistemi di energia sostenibile, nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione. Invece il denaro degli incentivi è stato depredato per risanare i bilanci tossi degli scommettitori finanziari che hanno spinto l’economia in una pericolosa discesa in picchiata. Pareggiare i conti Mentre il Congresso va incontro alle esigenze delle banche, gli stati si devono arrangiare da soli. Da dove devono venire i soldi per riuscire nell’impossibile impresa di far quadrare i loro bilanci? Il salasso di una classe di lavoratori già anemica con l’IVA è più probabile che uccida il paziente piuttosto che guarirlo. “A differenza dei paesi dell’Unione Europea, dove l’IVA è la più grande fonte di entrate fiscali”, fa notare il professor Randall G. Holcombe, “gli stati degli Stati Uniti impongono già l’IVA di base con le loro imposte sulle vendite”. Un raddoppiamento non solo ridurrebbe la quantità di denaro che gli stati sarebbero in grado di riscuotere ma ostacolerebbe seriamente il ruolo dell’IVA come generatore di denaro. Entro il 2030, dice il professor Holcombe, questo effetto compenserebbe qualunque aumento nelle entrate del governo provenienti dall’IVA. Una soluzione più praticabile e giusta sarebbe quella di approfittare dell’unico grande mercato rimasto sul pianeta che oggi non è soggetto a tasse – i “prodotti finanziari” che rappresentano le scorte di magazzino del robusto settore finanziario. Un’imposta sulle transazioni finanziarie nelle operazioni speculative a volte viene chiamata “Tobin tax”, dal nome dell’uomo che per primo la propose, l’economista premio Nobel James Tobin. Il potenziale di una Tobin tax è enorme. La Banca per i Regolamenti Internazioni ha fatto sapere che nel 2008 le operazioni totali sui derivati assommavano a 1,14 milioni di miliardi di dollari. Questa cifrà probabilmente era sottostimata, dato che le operazioni over-the-counter non venivano riportate e la loro dimensione è sconosciuta. Un’imposta di appena l’1% su un milione di miliardi di dollari di operazioni genererebbe 10.000 miliardi di dollari all’anno di fondi pubblici. E questo solamente per i derivati. Ci sono anche le azioni, le obbligazioni e le altre operazioni finanziarie da mettere nel frullatore, e più di metà di queste operazioni avvengono negli Stati Uniti. Una Tobin tax non genererebbe queste enormi somme ogni anno, perché affosserebbe le operazioni computerizzate ad alta fraquenza che ora compongono il 70% degli acquisti sul mercato azionario. Ma si tratterebbe di una fine meritevole. L’improvvisa discesa di mille punti nel Dow Industrial Average del 6 maggio ho fatto vedere al mondo come sia vulnerabile il mercato azionario alla manipolazione da parte di questi sofisticati scommettitori dei mercati. L’intero business del trading ad alta frequenza deve essere fermato, per proteggere i legittimi investitori che stanno utilizzando il mercato azionario secondo il fine per il quale era stato concepito: aumentare il capitale delle imprese. Come ha osservato Mark Cuban in un articolo del 9 maggio intitolato “In quale business si è ficcata Wall Street?”: “La creazione del capitale per farne business deve essere meno dell’uno per cento sul volume di Wall Street in qualsiasi momento… la mia opinione è che è importante che questo paese tenga Wall Street lontana dal business di creazione del capitale per farne altro business. Che venga fatto con l’utilizzo di imposte sulle operazioni di compravendita, o con la modifica della struttura fiscale sui guadagni in conto capitale in modo che non ci siano tasse sui guadagni in conto capitale sui pacchetti di azioni (di aziende pubbliche o private) detenuti per più di 5 anni, e nessuna imposta sui dividendi pagati agli azionisti che hanno tenuto le azioni in azienda per più di 5 anni. C’è bisogno di farlo, c’è bisogno di far pensare i grossi scommettitori di Wall Street a dei modi per utilizzare i loro capitali per aiutare a far nascere e crescere le imprese. E’ questo il modo in cui si potranno creare posti di lavoro. E’ questo che sarà l’elemento che accelererà l’economia mondiale. Non arriverà dai trader che cercano di entrare illegalmente nel sistema finanziario per guadagnare pochi spiccioli ad ogni operazione”. Oltre a proteggere i legittimi risparmiatori e gli investitori esentando coloro che detengono azioni per più di 5 anni, questi potrebbero anche essere esentati da una Tobin tax se il totale complessivo degli acquisti di azioni è al di sotto del milione di dollari l’anno. Tutto ciò trasformerebbe letteralmente questa tassa in una tassa per milionari – e davvero irrisoria, a solamente l’1% per operazione. Nel corso del summit dei G20 a Toronto dello scorso fine settimana, è stato esaminata e appoggiata da Francia e Germania l’eventualità di una tassa sulle transazioni finanziarie ma alla quale si sono opposte Stati Uniti e Canada, anche se non è stato deciso nulla di vincolante. Ad ogni modo, gli stati non devono aspettare il governo federale o il G20 per agire perché potrebbero imporre loro stessi una Tobin tax. Si potrebbe obiettare che gli speculatori di Wall Street riscuoterebbero le loro entrate e andrebbero da un’altra parte, ma le grandi banche e gli intermediari hanno filiali in tutte le grandi città di ogni stato. Difficilmente farebbero le tende e lascerebbero i loro lucrosi centri di business. Né si può sostenere che dovremmo andare incontro ai pirati che stanno saccheggiando i nostri mercati azionari perché ci stanno pagando una bella bustarella, perché non stanno nemmeno facendo quello. Oggi le operazioni finanziarie non generano entrate fiscali. Due candidati del partito dei verdi per il ruolo di governatore, Laura Wells in California e Rich Whitney in Illinois, hanno inserito una Tobin tax imposta dallo stato nelle loro piattaforme. Entrambi stanno facendo una campagna per avere banche di proprietà pubblica nei loro stati, sul modello della Banca del Nord Dakota. Le persone di tutto il mondo fanno affidamento sugli Stati Uniti per il loro coraggio e l’innovazione, e California e Illinois sono due degli stati maggiormente colpiti. Se questi stati riuscissero a ribaltare le loro economie potrebbero stabilire un modello per una sovranità economica a livello globale. Ellen Brown |
15 luglio 2010
Il denaro è diventato senza valore
Solo una piccola parte del denaro circolante è veramente legato alla produzione, al commercio e al consumo fisico della popolazione e dell'industria, "paragonato al quantitativo di denaro rifinanziato e moltiplicato a ritmi celeri mentre le industrie e i comuni chiudono, e il Congresso americano … ha appena condannato 2 milioni di persone a perdere l'assegno di disoccupazione".
Abbiamo raggiunto il punto, ha proseguito LaRouche, in cui "l'idea di contare un'economia in termini di denaro è piuttosto stupida!" Mentre i redditi legati ai beni e ai servizi essenziali per la popolazione, negli stati e nelle città, si riducono rapidamente, circolano centinaia di trilioni di dollari di scommesse speculative. LaRouche ha paragonato la situazione ad una persona che entra nella bisca con pochi dollari in tasca e vuole fare una puntata di trilioni di dollari. La speculazione finanziaria, ha detto, è come un gigantesco gioco del Monopoli, con denaro finto, denaro per gioco che comunemente si chiama derivati finanziari.
"Per cui, non si riesce più a misurare le prestazioni di un'economia nazionale in termini di denaro… Non si può più dire: 'Ho studiato il denaro. All'Università ho studiato il denaro e ho imparato tutte queste regole sulla sua circolazione'. Oggi solo uno stupido parla di denaro in quel modo." Il denaro finto, quello del Monopoli, ha spiegato LaRouche, può e deve essere cancellato, e "l'unico modo per farlo, sia negli Stati Uniti che in Europa, è con una riforma alla Glass-Steagall".
Sotto una regola Glass-Steagall, ogni cosiddetto attivo che non corrisponda a valore reale "è essenzialmente destinato a sparire". Ma poiché si tratta di "semplici soldi del Monopoli", o anche meno, perché sono elettronici, possono essere spazzati via senza danneggiare l'economia.
LaRouche ha ripetutamente detto che una riforma Glass-Steagall è urgente, "sia per gli Stati Uniti che per l'Europa. Altre parti del mondo possono adottarla. Anzi, l'India o la Cina sono in una situazione addirittura migliore".
Di fronte al crollo della più grande bolla di tutta la storia umana, in termini di tassi relativi pro capite, se "continuano le attuali leggi e l'attuale comportamento… per la fine dell'estate non ci saranno economie nella comunità transatlantica".
Solo se avviene una tale riorganizzazione dei sistemi bancari e finanziari, gli stati possono procedere ad emettere credito per ricostruire l'economia fisica. Sul tema di come determinare i necessari investimenti nelle infrastrutture, LaRouche ha ripetutamente fatto riferimento ai concetti che sta sviluppando negli scritti sull'"economia segreta" pubblicati su EIR Online. Devono essere fatte nuove considerazioni, e perciò devo eseguire il mio compito di economista fisico e definire i principii dell'economia fisica entro i quali operiamo… non solo questa ripresa, ma ciò che dev'essere fatto su scala globale in questo secolo. E lo scopo… è un programma di volano scientifico che è designato a risolvere i problemi… e trasportare gli esseri umani, in sicurezza, dalla Luna all'orbita di Marte e atterrare sulla superficie" del pianeta rosso. "I problemi sono grandi, ma sono inerentemente risolvibili, anche se non abbiamo ancora scoperto molte delle soluzioni richieste".
by Movisol
13 luglio 2010
La minaccia iraniana, o la minaccia americana?
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La programmazione di queste superbombe o “massive ordnance penetrators”, gli ordigni più potenti dell’arsenale dopo le armi nucleari, è iniziata durante l’amministrazione di Bush, ma si è affievolita. Quando Obama è entrato in carica ha immediatamente accelerato i programmi, e saranno impiegati svariati anni prima di quanto previsto, mirando specificamente all’Iran. “Si stanno preparando totalmente per la distruzione dell’Iran,” secondo Dan Plesch, direttore del Centre for International Studies and Diplomacy della University of London. “i bombardieri USA e i missili a lungo raggio sono pronti oggi a distruggere 10.000 bersagli in Iran in alcune ore,” ha detto. “La potenza di fuoco delle forze statunitensi è quadruplicata dal 2003,” accelerando sotto Obama. La stampa araba riporta che una flotta americana (con una nave israeliana) ha attraversato il Canale di Suez in direzione del Golfo Persico, dove il suo compito è di “implementare le sanzioni contro l’Iran e di controllare le navi in transito dall’Iran e per l’Iran”. I media britannici e israeliani riportano che l’Arabia Saudita starebbe fornendo un corridoio per il bombardamento dell’Iran da parte di Israele (cosa negata dall’Arabia Saudita). Al suo ritorno dall’Afghanistan per rassicurare gli alleati della NATO che gli USA manterranno il corso dopo la sostituzione del generale McChrystal dal suo superiore, il generale Petraeus, il presidente dei “Joint Chiefs of Staff” o Stati Maggiori Riuniti, ammiraglio Michael Mullen è andato in Israele per incontrare il capo di stato maggiore della difesa israeliana Gabi Ashkenazi, ed influenti militari israeliani, insieme alle unità di intelligence e programmazione, continuando lo strategico dialogo annuale tra Israele e gli USA a Tel Aviv. L’incontro verteva “sulla preparazione sia di Israele che degli USA per la possibilità di un Iran con capacità nucleare,” secondo Haaretz, che riporta inoltre che Mullen avrebbe enfatizzato che “[io] cerco sempre di vedere le sfide dal punto di vista israeliano”. Mullen e Ashkenazi si tengono in regolare contatto su una linea sicura. Le crescenti minacce di un’azione militare contro l’Iran violano certamente la Carta delle Nazioni Unite, e in modo specifico la risoluzione 1887 del settembre 2009 del Consiglio di Sicurezza, che ha riaffermato l’invito a tutti gli stati a risolvere pacificamente le dispute in merito a questioni sul nucleare, secondo lo Statuto, che proibisce l’uso, o la minaccia della forza. Alcuni rispettati analisti descrivono la minaccia iraniana in termini apocalittici. Amitai Etzioni avverte che “gli USA dovranno confrontarsi con l’Iran o rinunciare al Medio Oriente”, niente di meno. Se il programma nucleare dell’Iran procederà, afferma, la Turchia, l’Arabia Saudita ed altri stati si “muoveranno verso” il nuovo “superpotere” iraniano; con una retorica meno accesa, si potrebbe creare un’alleanza regionale indipendente dagli USA. Nel periodico dell’esercito americano Military Review, Etzioni promuove un attacco degli USA che prenda come bersaglio non solo gli impianti nucleari dell’Iran, ma anche i suoi complessi militari non nucleari, infrastruttura compresa – ossia, la società civile. “Questo tipo di azione militare è assimilabile alle sanzioni – nel provocare ‘dolore’ al fine di cambiare il comportamento, seppure con mezzi ben più potenti”. Messe da parte queste sconvolgenti dichiarazioni, qual è per l’esattezza la minaccia iraniana? Un’autorevole risposta si trova nello studio dell’aprile 2010 dell’International Institute of Strategic Studies, Military Balance 2010. Il brutale regime clericale è senza dubbio una minaccia per la sua stessa gente, ma in questo senso non lo è più di quello di altri alleati dell’America nella regione. Ma non è questo che preoccupa l’Institute. Che piuttosto si preoccupa per la minaccia che l’Iran costituisce per la regione e per il mondo. Lo studio mette in chiaro che la minaccia iraniana non è militare. La spesa militare dell’Iran è “relativamente bassa in confronto al resto della regione,” e meno del 2% di quella degli USA. La dottrina militare iraniana è strettamente “difensiva, … intesa a rallentare un’invasione e ad imporre una soluzione diplomatica alle ostilità”. L’Iran ha solo “una capacità limitata di proiettare la forza oltre i suoi confini”. Con riferimento all’opzione nucleare, “il programma nucleare dell’Iran e la sua intenzione di tenere aperta la possibilità di sviluppare armi nucleari sono una parte centrale della sua strategia di deterrenza”. Sebbene la minaccia iraniana non sia militare, ciò non vuol dire che possa essere tollerabile per Washington. La capacità di deterrenza iraniana è un illegittimo esercizio di sovranità che interferisce con i progetti globali dell’America. In modo specifico, minaccia il controllo da parte degli USA delle risorse energetiche del Medio Oriente, un’alta priorità dei programmatori sin dalla seconda guerra mondiale, che dà “un notevole controllo del mondo”, come ha affermato un’influente figura (A. A. Berle). Ma la minaccia dell’Iran va oltre la deterrenza. Cerca anche di ampliare la sua influenza. Come tale minaccia è stata formulata dall’Institute stesso, l’Iran starebbe “destabilizzando” la regione. L’invasione da parte degli USA e l’occupazione militare degli stati vicini all’Iran è “stabilizzazione”. Gli sforzi dell’Iran di ampliare la sua influenza nei paesi vicini è “destabilizzazione”, quindi del tutto illegittima. Si deve notare che un tale uso rivelatore è routine. Quindi il prominente analista di politica estera James Chase, ex editore del principale periodico dell’establishment Foreign Affairs, usava propriamente il termine “stabilità” in senso tecnico, quando ha spiegato che per raggiungere la “stabilità” in Cile era necessario “destabilizzare” il paese (rovesciando il governo eletto di Allende ed istallando la dittatura di Pinochet). Oltre questi crimini, l’Iran sostiene anche il terrorismo, continua lo studio: appoggiando Hezbollah ed Hamas, le maggiori forze politiche in Libano e in Palestina – se le elezioni contano qualcosa. La coalizione di Hezbollah ha facilmente vinto il voto popolare nelle ultime elezioni (2009) in Libano. Hamas ha vinto le elezioni del 2006 in Palestina, costringendo gli USA e Israele ad istituire il duro e brutale assedio di Gaza per punire gli scellerati per aver votato male in una libera elezione. Queste sono state le sole relativamente libere elezioni nel mondo arabo. È normale per l’opinione delle elite di temere la minaccia della democrazia e di agire per ostacolarla, ma questo è un caso piuttosto straordinario, particolarmente accanto al forte sostegno degli USA per le dittature regionali, particolarmente straordinario per la grande lode di Obama per il brutale dittatore egiziano Mubarak nel suo famoso discorso al mondo musulmano al Cairo. Gli atti terroristici attribuiti ad Hamas ed Hezbollah sono niente in confronto al terrorismo americano e israeliano nella stessa regione, ma vale la pena darvi comunque una scorsa. Il 25 maggio in Libano si è festeggiato il giorno di festa nazionale, il Giorno della Liberazione, che commemora la ritirata di Israele dal sud del Libano dopo 22 anni, come risultato della resistenza di Hezbollah – descritta dalle autorità israeliane come “aggressione iraniana” contro Israele nel Libano sotto occupazione di Israele (Ephraim Sneh). Anche questo è un normale uso imperialistico. Perciò il presidente John F. Kennedy ha condannato “l’assalto dall’interno, e che è manipolato dal nord”. L’assalto della resistenza sudvietnamita contro i bombardieri di Kennedy, la guerra chimica, la reclusione dei contadini in veri e propri campi di concentramento, ed altre simili misure benevole, è stato denunciato come un’ “aggressione interna” dall’ambasciatore delle Nazioni Unite di Kennedy, l’eroe liberale Adlai Stevenson. Il sostegno dei Nordvietnamiti per i propri compatrioti nel sud occupato dagli USA è un’aggressione, un’intollerabile interferenza con la legittima missione di Washington. Anche i consiglieri di Kennedy, Arthur Schlesinger e Theodore Sorenson, considerati come “colombe”, hanno lodato l’intervento di Washington per rovesciare l’“aggressione” nel sud del Vietnam – da parte della resistenza indigena, come sapevano, almeno se leggevano le relazioni dell’intelligence americana. Nel 1955 gli Stati Maggiori Riuniti americani hanno definito svariati tipi di “aggressione”, tra cui “l’aggressione non armata, ossia la guerra politica, o la sovversione”. Per esempio, una rivolta interna contro uno stato di polizia imposto dagli USA, oppure elezioni che abbiano un risultato sbagliato. Tale uso è comune anche tra gli studiosi e in ambito politico, e ha senso solo partendo dal presupposto prevalente che Noi Siamo i Padroni del Mondo. Hamas oppone resistenza all’occupazione militare di Israele e alle sue azioni illegali e violente nei territori occupati. È accusato di rifiutarsi di riconoscere Israele (i partiti politici non riconoscono gli stati). In contrasto, gli Stati Uniti ed Israele non solo non riconoscono la Palestina, ma hanno agito per decenni in modo tale da assicurare che non possa mai arrivare ad esistere in alcuna forma significativa; il partito al governo in Israele, nella sua piattaforma della campagna del 1999, vieta l’esistenza di qualsiasi stato palestinese. Hamas è accusato di aver attaccato con dei razzi gli insediamenti israeliani al confine, senza dubbio azioni criminali, ma [che sono] solo una minima parte della violenza perpetrata da Israele a Gaza, per non parlare di altrove. È importante tenere a mente, a questo proposito, che gli USA e Israele sanno esattamente come porre fine al terrore che deplorano con tanto ardore. Israele concede ufficialmente che non c’erano razzi di Hamas fintantoché Israele ha parzialmente rispettato una tregua con Hamas nel 2008. Israele ha rifiutato l’offerta di Hamas di rinnovare la tregua, preferendo lanciare la sanguinosa e distruttiva Operation Cast Lead contro Gaza del dicembre 2008, con il pieno appoggio degli USA, un’impresa di aggressione omicida senza il benché minimo pretesto credibile, né dal punto di vista legale, né da quello morale. Il modello di democrazia nel mondo musulmano, nonostante le gravi pecche, è la Turchia, che ha elezioni relativamente libere, e che è stata anche oggetto di dure critiche negli USA. Il caso più estremo è stato quando il governo ha seguito la posizione del 95% della popolazione rifiutandosi di unirsi all’invasione dell’Irak, suscitando dure condanne da Washington per non aver compreso come si deve comportare un governo democratico: secondo il nostro concetto di democrazia, è la voce del padrone che determina la politica, non la quasi unanime voce della popolazione. L’amministrazione Obama si è di nuovo infervorata quando la Turchia si è unita al Brasile nella stipula di un patto con l’Iran per limitare il suo arricchimento di uranio. Obama aveva lodato l’iniziativa in una lettera al presidente del Brasile Lula da Silva, apparentemente presupponendo che non avrebbe avuto successo e che avrebbe fornito uno strumento di propaganda contro l’Iran. Non sorprendentemente, la Turchia (accanto al Brasile) ha votato contro la mozione delle sanzioni USA nel Consiglio di Sicurezza. L’altro membro regionale, il Libano, si è astenuto. Queste azioni hanno suscitato ulteriore costernazione a Washington. Philip Gordon, il primo diplomatico per gli affari europei dell’amministrazione Obama, ha avvertito la Turchia che negli Stati Uniti le sue azioni non sono capite e che deve “dimostrare il suo impegno per l’appartenenza all’Occidente” ha riportato l’agenzia di informazione AP, “un raro ammonimento ad un cruciale alleato della NATO”. Anche la classe politica capisce. Steven A. Cook, uno studioso del Council on Foreign Relations, ha osservato che la questione critica, adesso, è “come teniamo i Turchi nella loro corsia?” – seguendo gli ordini come i buoni democratici. Un titolo di testa del New York Times ha catturato l’essenza dell’umore generale: “Patto con l’Iran visto come un’onta nell’eredità del leader brasiliano”. In poche parole, fai quello che diciamo. Non c’è indicazione che altri paesi nella regione siano in favore delle sanzioni americane più di quanto non lo sia la Turchia. Al confine opposto dell’Iran, ad esempio, il Pakistan e l’Iran, incontratisi in Turchia, hanno recentemente firmato un accordo per un nuovo oleodotto. Nessun individuo in retti sensi vuole che l’Iran sviluppi armi nucleari; né alcun altro [paese]. Un ovvio modo di mitigare o eliminare questa minaccia è di stabilire una zona libera da armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente. La questione è stata sollevata (di nuovo) in occasione della conferenza dell’NPT presso la sede delle Nazioni Unite all’inizio di maggio 2010. L’Egitto, come presidente delle 118 nazioni del Movimento dei Non-Allineati, ha proposto che la conferenza appoggiasse un programma che invitasse all’inizio delle negoziazioni nel 2011 per una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, come era stato concordato dall’Occidente, Stati Uniti compresi, alla conferenza di revisione sul Trattato di Non Proliferazione del 1995. Washington è ancora formalmente d’accordo, ma insiste che Israele sia esentato – e non ha dato alcun cenno di permettere che tali misure siano applicate a se stesso [Washington]. I tempi non sono ancora maturi per la creazione della zona, ha affermato il segretario di stato Hillary Clinton alla conferenza del NPT, mentre Washington ha insistito che non può essere accettata alcuna proposta che preveda che il programma nucleare israeliano venga posto sotto il patrocinio dell’IAEA [International Atomic Energy Agency], o che richieda ai firmatari del NPT, specificamente a Washington, di rivelare informazioni sugli “impianti e sulle attività nucleari di Israele, comprese le informazioni pertinenti ai precedenti trasferimenti nucleari a Israele”. La tecnica di evasione di Obama è di adottare la posizione di Israele, ossia che qualunque proposta del genere deve essere a condizione di un completo accordo di pace, che gli USA possono ritardare indefinitamente, come ha fatto per 35 anni, con rare e temporanee eccezioni. Al tempo stesso, Yukiya Amano, capo dell’International Atomic Energy Agency, l’ente internazionale per l’energia atomica, ha chiesto ai ministri degli affari esteri dei suoi 151 stati membri di esprimere le proprie vedute su come attuare una risoluzione che preveda che Israele “acceda” all’NPT e che apra le sue strutture nucleari alla supervisione dell’IAEA, ha riportato l’agenzia di informazione AP. Viene raramente notato che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno una responsabilità speciale per lavorare alla creazione di una NWFZ in Medio Oriente. Nel cercare di fornire una debole copertura legale per la loro invasione dell’Irak nel 2003, hanno fatto appello alla risoluzione 687 (del 1991) del Consiglio di Sicurezza, che invitava l’Irak ad interrompere il suo sviluppo di armi di distruzione di massa. Gli USA e il Regno Unito hanno sostenuto di non averlo fatto. Non c’è bisogno di soffermarsi sulla scusa, ma tale risoluzione vincola i suoi firmatari ad agire per stabilire una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente. Pareteticamente, potremmo aggiungere che l’insistenza degli Stati Uniti di mantenere gli impianti nucleari a Diego Garcia minaccia la zona (NWFZ) creata dall’Unione Africana, proprio come Washington continua a bloccare una zona NWFZ nel Pacifico escludendo i suoi territori del Pacifico. L’impegno retorico di Obama per la non proliferazione ha ricevuto molta lode, persino un premio Nobel per la pace. Una mossa pratica in questa direzione è la creazione di zone libere da armi nucleari. Un’altra è il ritiro del sostegno per i programmi nucleari dei tre non firmatari del trattato di non proliferazione. Come spesso succede, la retorica e le azioni sono a stento allineate, in effetti in questo caso sono in diretto contrasto, fatti che richiamano poca attenzione. Anziché intraprendere azioni pratiche per ridurre la davvero terribile minaccia della proliferazione delle armi atomiche, gli USA devono fare degli importanti passi per rafforzare il controllo dell’America sulle vitali regioni mediorientali che producono petrolio, anche con la violenza, se non ci riescono altrimenti. Tutto ciò è comprensibile e persino ragionevole, secondo la prevalente dottrina imperialista. di Noam Chomsky |
