02 settembre 2010

Negli Stati Uniti il lobbismo dell’industria petrolifera sta massacrando la green economy

Oltre 200 milioni di dollari: è la cifra stanziata dall’apparato industriale americano per proteggere i propri interessi e contrastare le ambizioni degli ambientalisti

Nell’anno del peggior disastro ecologico della storia americana i lobbisti Usa hanno saputo incidere come non mai nella politica nazionale mobilitando attivisti e fondi per un ammontare da record. Lo rivela in questi giorni il Center for Responsive Politics (Crp), un ente di ricerca indipendente di Washington che da quasi trent’anni analizza l’operato delle lobby nella politica statunitense. Un attivismo, quello condotto dall’industria del petrolio e del gas naturale, capace di proteggere il settore da qualsiasi progetto di riforma ma anche – e non è una conseguenza da poco – di vanificare gli sforzi tutt’altro che modesti profusi dai gruppi ambientalisti.

Dal gennaio 2009 ad oggi, gli attivisti e i fautori della green economy hanno mobilitato 500 lobbisti sborsando qualcosa come 33 milioni di dollari. Cifre significative, certo, ma non abbastanza consistenti da contrastare efficacemente l’opera dei rivali. Già, perché nello stesso periodo l’apparato industriale gas-petrolio ha ingaggiato 874 operatori e di milioni, tanto per andare sul sicuro, ne ha tirati fuori quasi 250. Uno sforzo da record sul quale la crisi finanziaria non ha inciso minimamente.

Per i lobbisti “fossili”, quest’ultimo annus mirabilis costituisce il punto d’arrivo di una strategia consolidata che da tempo rimpingua le casse dei politici più influenti a colpi di contributi elettorali. Un sistema ampiamente collaudato di cui hanno beneficiato soprattutto i repubblicani. Secondo i dati di Crp, infatti, sono ben nove gli esponenti conservatori nella Top ten dei contributi “oil-gas” dell’ultimo ventennio. L’ex candidato presidenziale John McCain svetta nella graduatoria con oltre 2,7 milioni di dollari incassati dal 1989 ad oggi. La senatrice della Lousiania Mary Landrieu, ottava in classifica generale e prima tra gli esponenti democratici, ha dovuto accontentarsi, si fa per dire, di 828 mila biglietti verdi.

In un sistema che accetta e incoraggia le attività di lobbying purché condotte in condizioni di trasparenza, gli ambientalisti non sono certo stati a guardare (il democratico Mark Udall, principale beneficiario del fronte green, ha intascato mezzo milione di dollari negli ultimi due decenni), ma il confronto con la mobilitazione nemica si è mantenuto impietoso. E i risultati sono venuti di conseguenza. Quando Obama e i suoi hanno messo in agenda la celebre proposta di legge sui limiti alle emissioni, gli ambientalisti hanno sborsato la cifra record di 22,4 milioni, cinque in meno di quelli messi in campo sul fronte opposto dalla sola ExxonMobil. L’armata degli oppositori, nel frattempo, ha fatto piovere su Washington un maxi finanziamento da 175 milioni tanto per chiarire, una volta per tutte, chi comandasse davvero. E così l’emendamento ambientalista promosso dalla fidata coppia John Kerry/Joe Lieberman si è incagliato in Senato.

Non tutti gli esponenti politici, è bene ricordarlo, si sono adeguati al trend e negli ultimi tempi non sono mancate le crisi di coscienza. Almeno dodici parlamentari, ha sottolineato il Crp, rifiutano tuttora qualsiasi contributo dalla lobby gas/petrolio e qualcuno, come il deputato texano Charles González e la candidata repubblicana al Senato Carly Fiorina, ha promesso di rifiutare in futuro qualsiasi contributo dalla famigerata Bp. Ma nella sostanza la macchina da guerra dei lobbisti può continuare ad operare con efficacia proteggendo i propri interessi e minando quelli della controparte. L’Associazione Americana per l’Energia Eolica (AWEA) ha denunciato in questi giorni il “sabotaggio” di decine di progetti da parte del ministero della Difesa e della Federal Aviation Administration. La capacità energetica delle installazioni eoliche Usa, ha affermato l’Awea, si è ridotta del 71% rispetto al 2008.
di Matteo Cavallito

01 settembre 2010

C'è qualcosa che puzza in Wikileaks




Fin dalla pubblicazione del drammatico filmato militare in cui si vede un elicottero americano in Iraq che spara addosso ad un giornalista disarmato, Wikileaks ha acquisito notorietà e credibilità mondiale, presentandosi come un sito coraggioso che rende pubblico materiale riservato fornito dalle “talpe” presenti all’interno di vari governi. Il suo ultimo “scoop” è stata la pubblicazione di migliaia di pagine di presunti documenti segreti relativi agli infiltrati USA nei gruppi talebani in Afghanistan e ai loro legami con noti personaggi vicini agli ambienti dell’ISI, il servizio segreto militare del Pakistan. Alcuni elementi, però, fanno pensare che ben lungi dall’essere un’autentica fuga di notizie riservate, l’operazione sia stata in realtà un atto di calcolata disinformazione a favore dei servizi segreti americani e forse anche di quelli israeliani e indiani, nonché una copertura per il ruolo svolto dagli USA e dall’Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.

Da quando i documenti afghani sono stati pubblicati qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha conferito credibilità alla fuga di notizie, affermando che rivelazioni ulteriori rappresenterebbero un pericolo per la sicurezza nazionale americana. Eppure, ciò che è contenuto nei documenti fornisce ben poche rivelazioni che abbiano qualche rilievo. Il personaggio citato con più frequenza, il generale (oggi in ritiro) Hamid Gul, ex capo dell’ISI, il servizio segreto militare del Pakistan, è l’uomo che negli anni ’80 fu coordinatore in Afghanistan della guerriglia mujaheddin finanziata dalla CIA contro il regime sovietico. Nei recenti documenti pubblicati da Wikileaks, Gul è accusato di essersi regolarmente incontrato con i capi di Al Qaeda e dei Talebani e di avere orchestrato attacchi suicidi contro le forze NATO in Afghanistan.

I documenti filtrati sostengono anche che Osama Bin Laden, la cui morte era stata data per certa da Benazir Bhutto in un’intervista alla BBC, sarebbe invece ancora vivo, mantenendo così profittevolmente in vita un mito utile alla Guerra al Terrore dell’amministrazione Obama, in un momento in cui molti cittadini americani si erano dimenticati del pretesto originario con cui l’amministrazione Bush aveva invaso l’Afghanistan, quello di perseguire l’autore degli attacchi dell’11/9.

Demonizzazione del Pakistan?

Il presentare oggi Gul come un collegamento chiave con i Talebani dell’Afghanistan si inserisce in un più ampio e recente progetto, elaborato da Stati Uniti e Inghilterra, con cui si cerca di demonizzare l’attuale regime pakistano attribuendogli un ruolo di primo piano nei problemi in Afghanistan. Questa demonizzazione favorisce nettamente la posizione dell’India, recente alleato degli Stati Uniti. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano che possieda armi nucleari. E’ noto che alle forze di difesa israeliane e al Mossad piacerebbe molto poter modificare questa situazione. La campagna di discredito ordita tramite Wikileaks contro un personaggio politicamente esplicito come Gul potrebbe essere parte di questo progetto geopolitico.

Il londinese Financial Times afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 file segreti statunitensi in cui si insinua che i servizi segreti pakistani avrebbero appoggiato i militanti afghani contro le forze della NATO. Gul ha dichiarato alla stampa che gli Stati Uniti hanno ormai perso la guerra in Afghanistan e che la pubblicazione di quei documenti servirà all’amministrazione Obama per scaricare su altri la colpa, insinuando che la responsabilità sia tutta del Pakistan. Gul ha detto ai giornali: “Io sono il capro espiatorio preferito per gli americani. Non riescono proprio a concepire che gli afghani possano vincere una guerra da soli. Eppure sarebbe una vergogna intollerabile che un vecchio generale 74enne, ormai in pensione, manovrando i mujaheddin in Afghanistan, fosse stato la causa della sconfitta dell’America”.

Nei documenti afghani pubblicati da Wikileaks è da notare il modo in cui i riflettori vengono puntati contro il 74enne Gul. Come ho scritto in un precedente articolo (Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno) Gul è stato assai esplicito sul ruolo dell’esercito statunitense nel contrabbandare eroina afghana fuori dal paese, sfruttando la base aerea di massima sicurezza di Manas, in Kyrgyzstan.

Allo stesso modo, in un’intervista alla United Press International del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11/9, Gul, in risposta alla domanda su chi avesse organizzato l’11/9, aveva risposto: “Il Mossad e i suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari all’anno per le loro 11 agenzie di intelligence. Cioè 400 miliardi di dollari ogni 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice di essere stata colta di sorpresa. Io non ci credo. 10 minuti dopo che la seconda torre del World Trade Center era stata colpita, la CNN già diceva che era stato Osama bin Laden. Si trattava di un pezzo di disinformazione preorganizzato dai veri autori del crimine...”.

Ovviamente Gul non è molto amato a Washington. Egli sostiene che le sue richieste di visti d’ingresso per l’Inghilterra e gli Stati Uniti sono state respinte a più riprese. Trasformare Gul in un arcinemico farebbe assai comodo a certa gente di Washington.

Chi è Julian Assange?

Il fondatore e sedicente “Editor-in-chief” di Wikileaks, Julian Assange, è un misterioso 29enne australiano del quale si sa poco. E’ improvvisamente diventato un personaggio pubblico di primo piano offrendosi di trattare con la Casa Bianca riguardo alle fughe d’informazioni. In seguito agli ultimi scoop, Assange ha detto a Der Spiegel – una delle tre testate con cui condivide il materiale delle sue ultime rivelazioni – che i documenti da lui portati alla luce “cambiano la nostra prospettiva non solo sulla guerra in Afghanistan, ma su tutte le guerre moderne”. Nella stessa intervista ha dichiarato: “Mi piace schiacciare i bastardi”. wikileaks, fondata da Assange nel 2006, non ha una sede stabile e lo stesso Assange afferma: “In questi giorni vivo negli aeroporti”.

Eppure, un più attento esame delle posizioni di Assange su uno degli argomenti più controversi degli ultimi decenni, le forze che stanno dietro agli attentati dell’11 settembre contro il Pentagono e il World Trade Center, rivela che egli è curiosamente dalla parte dell’establishment. Quando il Belfast Telegraph lo ha intervistato lo scorso 19 luglio, egli ha dichiarato: “Ogni volta che uomini di potere definiscono piani in segreto, essi stanno attuando un complotto. Quindi ci sono complotti ovunque. Ma ci sono anche teorie complottiste pazzoidi. E’ meglio non confondere le due cose...”.

E sull’11/9?

“Sono sempre infastidito dal fatto che la gente si faccia distrarre da falsi complotti come quello sull’11 settembre, quando tutt’intorno a loro noi forniamo prove di complotti reali, volti a scatenare guerre o frodi finanziaria di massa”. E sulla Conferenza del Bilderberg? “E’ solo vagamente complottarda, in senso di rete relazionale. Noi abbiamo pubblicato gli appunti dei loro incontri”.

Queste dichiarazioni, provenienti da una persona che ha costruito la propria reputazione sull’avversione all’establishment, sono più che considerevoli. Prima di tutto, come migliaia di fisici, ingegneri, militari professionisti e piloti di linea hanno testimoniato, l’idea che 19 arabi senza quasi nessun allenamento e armati solo di taglierini possano dirottare quattro aerei di linea ed eseguire manovre quasi impossibili contro le Torri Gemelle e il Pentagono nell’arco di soli 93 minuti, senza che nessun velivolo militare del NORAD li intercetti, è qualcosa che sfida ogni credibilità. Chi abbia davvero compiuto questi attacchi così professionali è questione che dovrebbe essere affrontata da una genuina e non faziosa commissione d’inchiesta internazionale.

Al signor Assange, che nega ostinatamente ogni sinistra cospirazione sull’11/9, si potrebbe rammentare la dichiarazione resa alla BBC dall’ex senatore americano Bob Graham, che guidò la Commissione Senatoriale degli Stati Uniti sull’Intelligence durante l’inchiesta congiunta sull’11 settembre. Graham disse alla BBC: “Posso affermare che sull’11 settembre ci sono troppi segreti, che ci sono informazioni non rese disponibili al pubblico, per le quali esistono risposte specifiche, tangibili e verosimili e che questa reticenza ha eroso la fiducia dell’opinione pubblica nel proprio governo per ciò che attiene alla sua sicurezza”.

Narratore della BBC: “Il senatore Graham scoprì che questa copertura arrivava fino al cuore dell’amministrazione”.

Bob Graham: “Chiamai la Casa Bianca e parlai con la signora Rice. Le dissi: “Senta, ci avevano detto che avremmo collaborato a quest’inchiesta”. Lei disse che ci avrebbe pensato lei, ma poi non successe nulla”.

Naturalmente, l’amministrazione Bush riuscì a sfruttare gli attacchi dell’11 settembre per lanciare la sua Guerra al Terrorismo in Afghanistan e poi in Iraq, un punto su cui Assange convenientemente sorvola.

Da parte sua, il generale Gul afferma che l’intelligence americano ha orchestrato le rivelazioni di Wikileaks sull’Afghanistan per trovare un capro espiatorio, cioè Gul, a cui attribuire la colpa.

Similmente, come se avesse afferrato il suggerimento, il Primo Ministro britannico David Cameron, durante una visita di stato in India, ha alluso al presunto ruolo del Pakistan nell’appoggiare i talebani in Afghanistan, garantendo così ulteriore credibilità alla versione fornita da Wikileaks.

Ma la vera storia di Wikileaks non è ancora stata raccontata con chiarezza.

di F. William Engdahl

dal sito www.vheadline.com

traduzione di Gianluca Freda

31 agosto 2010

Perché la seconda guerra mondiale ebbe fine con la bomba atomica



65 anni fa, 6 e 9 agosto: Hiroshima e Nagasaki

“Lunedì, 6 agosto, 1945, alle 8.15, la bomba nucleare ‘Little Boy’ fu lanciata su Hirosima dal bomber americano B-29, Enola Gay, uccidendo direttamente 80.000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni causarono in totale dalle 90.000 alle 140.000 vittime”.[1]

“Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco nucleare del mondo alle 11.02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40.000 persone vennero uccise dalla bomba soprannominata ‘Fat Man’. La bomba atomica provocò la morte di 73.884 persone, altri 74.909 furono i feriti, e diverse centinaia di migliaia di persone si ammalarono e morirono a causa della pioggia radioattiva e di altre malattie dovute alle radiazioni”.
[2]

Nella foto: L'equipaggio americano del B-29 'Bockscar' che lanciò la bomba atomica su Nagasaki il 9 agosto 1945

Sullo scenario europeo, la Seconda Guerra Mondiale terminò i primi di maggio del 1945 con la resa della Germania nazista. I “Tre Grandi” dalla parte dei vincitori – Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica – dovettero allora affrontare la complessa questione della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti entrarono in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e solo nel giugno del 1944, appena un anno prima della fine delle ostilità, avevano cominciato ad apportare un contributo militare significativo alla vittoria degli Alleati sulla Germania, con lo sbarco in Normandia. Tuttavia, quando finì la guerra contro la Germania, Washington sedette sicura e fiduciosa al tavolo dei vincitori, determinata a raggiungere quelli che potremmo chiamare i suoi “obiettivi di guerra”.

L’Unione Sovietica, Paese che apportò il contributo più grande e subì le perdite più ingenti nella lotta contro il comune nemico nazista, pretese un risarcimento maggiore e la protezione contro potenziali attacchi futuri, con l’installazione in Germania, in Polonia e negli altri Paesi dell’Europa dell’Est di governi non ostili ai sovietici, come prima dello scoppio della guerra. Anche Mosca esigeva una ricompensa per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica ai tempi della Rivoluzione e della Guerra Civile, e in ultimo i sovietici pensavano che, con la terribile esperienza della guerra alle spalle, sarebbero stati in grado di riprendere i lavori del progetto per costruire una società socialista. I leader americani e britannici conoscevano gli obiettivi dei sovietici e ne avevano riconosciuto, in maniera esplicita o implicita, la legittimità, per esempio in occasione delle conferenze dei Tre Grandi a Teheran e a Yalta. Questo non vuol dire che Washington e Londra fossero entusiaste che l’Unione Sovietica ricevesse tale ricompensa per il suo contributo in guerra; e senza dubbio c’era in agguato un potenziale conflitto con il principale obiettivo di Washington, cioè la creazione di un “libero accesso” per le esportazioni e gli investimenti americani nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta e nell’Europa centrale e orientale, liberate dall’Unione Sovietica. In ogni caso, anche le richieste più banali dell’Unione Sovietica avevano riscosso poco consenso, e ancor meno simpatia, presso i leader americani dell’industria e della politica – incluso Harry Truman, che successe a Franklin D. Roosevelt in qualità di Presidente nella primavera del 1945. Questi leader aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica potesse ricevere questo notevole risarcimento dalla Germania, perché tale salasso avrebbe escluso la Germania come potenziale mercato estremamente redditizio per le esportazioni e gli investimenti americani. Invece, i risarcimenti avrebbero dato ai sovietici la possibilità di riprendere in mano e portare a compimento, probabilmente con successo, il progetto di costruire una società comunista, una sorta di “controsistema” al sistema capitalista internazionale di cui gli Stati Uniti erano diventati grandi campioni. In America, l’élite politica ed economica era perfettamente consapevole che i risarcimenti tedeschi ai sovietici implicavano che gli stabilimenti delle sedi in Germania delle corporazioni americane come Ford e GM, che durante la guerra avevano prodotto ogni tipo di arma per i nazisti (e avevano ricavato tantissimo denaro da questa produzione [3]), avrebbero cominciato a produrre a beneficio dei sovietici invece di continuare ad arricchire i proprietari e gli azionisti americani.

Le trattative fra i Tre Grandi non portarono mai al ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici riguardo alla sicurezza e ai risarcimenti fossero almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potentissima arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive, estremamente favorevoli ma prima impensabili, e non sorprende affatto che il nuovo presidente e i suoi consiglieri subirono il fascino di quella che l’insigne storico americano William Appleman Williams ha chiamato “visione di onnipotenza” [4]. Di sicuro non si ritenne più necessario impegnarsi in trattative difficili con i sovietici: grazie alla bomba atomica, era possibile costringere Stalin, malgrado i precedenti accordi, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e proibirgli di avere voce in capitolo riguardo alla situazione tedesca dopo la guerra, installare regimi “pro-Occidente” e addirittura anti-sovietici in Polonia e altrove nell’Europa dell’Est e addirittura aprire l’Unione Sovietica agli investimenti di capitale americano e all’influenza economica e politica dell’America, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale.

Al tempo della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba atomica era in parte completata, ma non ancora pronta. Così Truman temporeggiò il più a lungo possibile prima di dare finalmente il suo consenso a partecipare alla conferenza dei Tre Grandi a Potsdam nell’estate del 1945, quando sarebbe stato deciso il destino dell’Europa postbellica. Il presidente era stato informato che la bomba molto probabilmente sarebbe stata pronta per quel momento – pronta, cioè, per essere usata come “un martello”, come dichiarò egli stesso in un’occasione, che avrebbe sventolato “sulle teste di quei ragazzi del Cremlino” [5]. Alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto del 1945, Truman aveva difatti ricevuto la notizia a lungo attesa che la bomba atomica era stata testata con successo nel Nuovo Messico il 16 luglio. Da allora, non si preoccupò delle effettive proposte di Stalin, al contrario fece ogni tipo di richiesta; allo stesso tempo respinse tutte le offerte dei sovietici, per quanto riguarda per esempio i risarcimenti tedeschi, comprese le ragionevoli richieste basate sui precedenti accordi tra gli Alleati. Stalin, tuttavia, non dimostrò di volersi arrendere, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minaccioso all’orecchio che l’America aveva acquisito una nuova incredibile arma. La sfinge sovietica, che era già stata sicuramente informata della bomba atomica americana, ascoltò glaciale in silenzio. Alquanto perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso Stalin a cedere. Di conseguenza, a Potsdam nessun accordo comune fu raggiunto. Infatti, là fu deciso poco o niente di concreto. “Il risultato principale della conferenza”, ha scritto lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni su cui dissentire fino alla conferenza successiva” [6].

Nel frattempo, i giapponesi continuavano a combattere nell’Estremo Oriente, sebbene la loro situazione fosse totalmente senza speranza. Infatti questi erano preparati alla resa ma insistevano su una condizione, cioè l’immunità per l’Imperatore Hirohito. Questo andava contro le pretese degli americani che esigevano una resa incondizionata. Nonostante ciò sarebbe stato possibile mettere fine alla guerra tenendo conto delle richieste nipponiche. Infatti, la resa della Germania, tre mesi prima a Reims, non era stata del tutto incondizionata. (Gli americani avevano dato il loro consenso ad una condizione dei tedeschi, in modo che l’armistizio entrasse in vigore con un ritardo di 45 ore, un ritardo che avrebbe permesso a quante più unità armate tedesche possibili di fuggire dal fronte occidentale per arrendersi agli americani o agli inglesi; molte di queste unità furono in effetti tenute pronte – in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali – per un eventuale uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra [7]). In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo non era affatto essenziale. Infatti, più tardi – dopo la resa incondizionata strappata ai giapponesi – gli americani non disturbarono più Hirohito e fu grazie a Washington che questi restò imperatore per molti altri decenni. [8]

I giapponesi pensavano di poter ancora permettersi il lusso di dettare condizioni sulla loro resa perché il nucleo principale delle loro unità armate era rimasto intatto, in Cina, dove si combatterono la maggior parte delle battaglie. Tokyo pensò di poter utilizzare queste armate per difendere lo stesso Giappone e così far pagare agli americani un prezzo alto per la loro vittoria finale, chiaramente inevitabile. Ma questo schema avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica fosse rimasta fuori dal conflitto nell’Estremo Oriente; l’entrata in guerra dei sovietici, d’altro canto, avrebbe inevitabilmente bloccato le forze nipponiche in territorio cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, lasciava a Tokyo un briciolo di speranza; speranza non di una vittoria, ovviamente, ma di un consenso americano riguardo alla loro condizione sull’imperatore. Fino a un certo punto la guerra con il Giappone si trascinò in quanto l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin aveva promesso di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla resa della Germania e aveva ripetuto questo impegno il 17 luglio del 1945 a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava su un attacco sovietico al Giappone, sapeva così fin troppo bene che la situazione dei giapponesi sarebbe stata senza speranza. (“Fini Japs when that comes about” [Fine dei giapponesi quando accadrà, ndt], questo scrisse Truman nel suo diario riferendosi all’entrata in guerra della Russia nell’Estremo Oriente [9]). Inoltre, la marina americana garantiva a Washington di poter prevenire un trasferimento delle forze armate giapponesi dal territorio cinese, ordinato allo scopo di difendersi contro un’invasione degli americani. Tuttavia, dal momento che la marina statunitense era in grado di mettere in ginocchio i giapponesi attraverso un blocco, un’invasione non era nemmeno necessaria. Privati della possibilità di importare beni di prima necessità, come cibo e carburante, presto o tardi i giapponesi avrebbero ceduto alla richiesta di una resa incondizionata.

Per mettere fine alla guerra con i giapponesi, Truman aveva dinanzi a sé diverse opzioni allettanti. Poteva accettare la banale condizione dei giapponesi riguardo all’immunità per il loro imperatore; poteva allo stesso modo attendere l’attacco dell’Armata Rossa contro i giapponesi stanziati in Cina, forzando così Tokyo alla resa incondizionata; oppure poteva far morire di fame i giapponesi attraverso il blocco navale che avrebbe costretto Tokyo, presto o tardi, a sollecitare la pace. In ogni caso, Truman e i suoi consiglieri non scelsero nessuna di queste opzioni; decisero, invece, di distruggere il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che avrebbe spezzato le vite di centinaia di migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, offriva considerevoli vantaggi agli americani. Innanzitutto, la bomba avrebbe costretto Tokyo alla resa prima che i sovietici fossero coinvolti nella guerra in Asia, così facendo si evitava la necessità, a guerra finita, di concedere a Mosca voce in capitolo nelle decisioni riguardo al Giappone, ai territori occupati dal Giappone (Corea e Manciuria), all’Estremo Oriente e alle regioni del Pacifico in generale. Gli Stati Uniti avrebbero goduto di una completa egemonia in quella parte del mondo, e questo poteva essere lo scopo vero (sebbene taciuto) dell’entrata in guerra di Washington contro il Giappone. Fu alla luce di queste considerazioni che l’ipotesi di costringere Tokyo alla resa attraverso il blocco venne respinta, poiché la resa sarebbe stata ottenuta solo dopo – e forse molto dopo – l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, lo US Strategic Bombing Survey [indagine statunitense sui bombardamenti strategici, ndt] dichiarò che “il Giappone si sarebbe sicuramente arreso prima del 31 dicembre 1945, anche senza il lancio delle due bombe atomiche”). [10]

I leader americani erano preoccupati che l’entrata in guerra dei sovietici nell’Estremo Oriente facesse raggiungere alla Russia lo stesso vantaggio che gli Stati Uniti avevano guadagnato entrando relativamente tardi nel conflitto, e cioè un posto alla tavola dei vincitori con cui imporre la propria volontà al nemico battuto, ritagliarsi zone da occupare al di fuori del proprio territorio, modificare i confini, determinare le strutture politiche e socioeconomiche dopo la fine della guerra e, in tal modo, trarre per se stessi prestigio e notevoli benefici. Washington era assolutamente contraria alla possibilità che i sovietici potessero godere di questo tipo di opportunità. Gli americani erano sul punto di battere il Giappone, loro grande rivale in quella parte del mondo. Non gradivano l’idea di vedersi affibbiato un nuovo potenziale concorrente, la cui invisa ideologia comunista avrebbe potuto influenzare pericolosamente molti Paesi asiatici.

La bomba atomica era stata messa a punto appena prima che i sovietici fossero coinvolti nel conflitto nell’Estremo Oriente. Ciononostante, la polverizzazione nucleare di Hiroshima, il 6 agosto del 1945, arrivò troppo tardi per prevenire l’entrata in guerra della Russia contro il Giappone. Tokyo non gettò la spugna immediatamente, come avevano sperato gli americani, e l’8 agosto del 1945 – esattamente tre mesi dopo la resa tedesca a Berlino – i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno dopo, 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi stanziate nel nord della Cina. La stessa Washington aveva richiesto l’intervento russo, ma quando tale intervento si verificò, Truman e i suoi consiglieri non erano affatto contenti che Stalin avesse mantenuto la promessa. I sovrani del Giappone non risposero subito al bombardamento con la resa incondizionata, forse perché non riuscirono a comprendere immediatamente che un solo aereo e una sola bomba avessero causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati ugualmente catastrofici; un attacco da parte di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9 e il 10 marzo del 1945 aveva in effetti causato più vittime dell’attacco a Hiroshima). In ogni caso, ci volle un po’ di tempo prima di poter prevedere una resa incondizionata, e sulla base di questo ritardo i russi furono coinvolti nella guerra contro il Giappone. Questo rese Washington estremamente impaziente: il giorno dopo della dichiarazione di guerra dei russi, il 9 agosto del 1945, fu lanciata una seconda bomba, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex cappellano militare americano più tardi dichiarò: “Sono dell’opinione che questa guerra fu una delle ragioni principali per cui fu lanciata quella seconda bomba, perché era una corsa all’ultimo minuto. Volevano che il Giappone capitolasse prima della comparsa dei russi” [11]. (Il cappellano poteva essere più o meno consapevole che tra le 75.000 vittime che furono “incenerite, carbonizzate ed evaporate all’istante” a Nagasaki c’erano molti giapponesi cattolici e un numero imprecisato di detenuti nei campi per i prigionieri di guerra degli alleati, la cui presenza era stata riportata al comando aereo, invano) [12]. Ci vollero altri cinque giorni perché i giapponesi si arrendessero. Nel frattempo l’Armata Rossa aveva fatto notevoli progressi, con il sommo dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri.

Così gli americani si ritrovarono accanto all’alleato russo in Estremo Oriente. Oppure no? Truman fece in modo che non venisse considerato tale, ignorando i precedenti stabiliti prima nel rispetto della cooperazione fra i Tre Grandi. Già il 15 agosto del 1945, Washington respinse la richiesta di una zona d’occupazione russa nel territorio sconfitto del sol levante. E quando il 2 settembre del 1945 il generale MacArthur accettò la resa giapponese sulla Missouri, nave corazzata americana, nella Baia di Tokyo, la presenza dei rappresentanti dell’Unione Sovietica – e degli altri alleati in Estremo Oriente, come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi – fu ammessa in via del tutto straordinaria, come spettatori irrilevanti. A differenza della Germania, il Giappone non fu ripartito in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto dell’America doveva essere occupato solo dagli americani e, in qualità di “viceré” americano a Tokyo, il generale MacArthur, senza alcun riguardo verso gli altri Alleati e il loro contributo alla vittoria comune, si sarebbe assicurato che nessun’altra potenza avesse avuto voce in capitolo nelle questioni del Giappone dopo la fine del conflitto.

Sessantacinque anni fa, Truman non aveva bisogno di sganciare la bomba atomica per ridurre il Giappone in ginocchio, ma aveva le sue ragioni per farlo. La bomba atomica permise agli americani di costringere il Giappone alla resa incondizionata, di tenere i russi alla larga dall’Estremo Oriente e – ultimo ma non per importanza – di imporre la volontà di Washington sul Cremlino anche in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono distrutte per questi motivi e molti storici americani lo sanno bene; ad esempio, Sean Dennis Cashman scrive:

Con il passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba venne usata anche per motivi politici… Vannevar Bush (il capo dell’American center for scientific research) dichiarò che la bomba venne usata in tempo, affinché non ci fosse la necessità di fare concessione alcuna alla Russia alla fine della guerra”. Il Segretario di Stato James F. Byrnes (Segretario di Stato di Truman) non ha mai smentito una dichiarazione a lui attribuita che la bomba fosse stata usata per dimostrare il potere degli americani all’Unione Sovietica, al fine di renderla più gestibile in Europa. [13]

Lo stesso Truman, tuttavia, in maniera ipocrita dichiarò all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era quello di “riportare i ragazzi a casa” e cioè mettere rapidamente fine alla guerra senza ulteriore perdite di vite sul fronte americano. Tale spiegazione fu acriticamente diffusa dai media americani e divenne un mito propagato scrupolosamente dalla maggior parte degli storici e dei media statunitensi e lungo tutto il mondo “occidentale”. Questo mito, che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari contro obiettivi quali l’Iran e la Corea del Nord, è ancora molto in voga – basta dare un’occhiata ai principali quotidiani il 6 e il 9 agosto!
di Jacques R. Pauwels


Fonte: www.globalresearch.ca

02 settembre 2010

Negli Stati Uniti il lobbismo dell’industria petrolifera sta massacrando la green economy

Oltre 200 milioni di dollari: è la cifra stanziata dall’apparato industriale americano per proteggere i propri interessi e contrastare le ambizioni degli ambientalisti

Nell’anno del peggior disastro ecologico della storia americana i lobbisti Usa hanno saputo incidere come non mai nella politica nazionale mobilitando attivisti e fondi per un ammontare da record. Lo rivela in questi giorni il Center for Responsive Politics (Crp), un ente di ricerca indipendente di Washington che da quasi trent’anni analizza l’operato delle lobby nella politica statunitense. Un attivismo, quello condotto dall’industria del petrolio e del gas naturale, capace di proteggere il settore da qualsiasi progetto di riforma ma anche – e non è una conseguenza da poco – di vanificare gli sforzi tutt’altro che modesti profusi dai gruppi ambientalisti.

Dal gennaio 2009 ad oggi, gli attivisti e i fautori della green economy hanno mobilitato 500 lobbisti sborsando qualcosa come 33 milioni di dollari. Cifre significative, certo, ma non abbastanza consistenti da contrastare efficacemente l’opera dei rivali. Già, perché nello stesso periodo l’apparato industriale gas-petrolio ha ingaggiato 874 operatori e di milioni, tanto per andare sul sicuro, ne ha tirati fuori quasi 250. Uno sforzo da record sul quale la crisi finanziaria non ha inciso minimamente.

Per i lobbisti “fossili”, quest’ultimo annus mirabilis costituisce il punto d’arrivo di una strategia consolidata che da tempo rimpingua le casse dei politici più influenti a colpi di contributi elettorali. Un sistema ampiamente collaudato di cui hanno beneficiato soprattutto i repubblicani. Secondo i dati di Crp, infatti, sono ben nove gli esponenti conservatori nella Top ten dei contributi “oil-gas” dell’ultimo ventennio. L’ex candidato presidenziale John McCain svetta nella graduatoria con oltre 2,7 milioni di dollari incassati dal 1989 ad oggi. La senatrice della Lousiania Mary Landrieu, ottava in classifica generale e prima tra gli esponenti democratici, ha dovuto accontentarsi, si fa per dire, di 828 mila biglietti verdi.

In un sistema che accetta e incoraggia le attività di lobbying purché condotte in condizioni di trasparenza, gli ambientalisti non sono certo stati a guardare (il democratico Mark Udall, principale beneficiario del fronte green, ha intascato mezzo milione di dollari negli ultimi due decenni), ma il confronto con la mobilitazione nemica si è mantenuto impietoso. E i risultati sono venuti di conseguenza. Quando Obama e i suoi hanno messo in agenda la celebre proposta di legge sui limiti alle emissioni, gli ambientalisti hanno sborsato la cifra record di 22,4 milioni, cinque in meno di quelli messi in campo sul fronte opposto dalla sola ExxonMobil. L’armata degli oppositori, nel frattempo, ha fatto piovere su Washington un maxi finanziamento da 175 milioni tanto per chiarire, una volta per tutte, chi comandasse davvero. E così l’emendamento ambientalista promosso dalla fidata coppia John Kerry/Joe Lieberman si è incagliato in Senato.

Non tutti gli esponenti politici, è bene ricordarlo, si sono adeguati al trend e negli ultimi tempi non sono mancate le crisi di coscienza. Almeno dodici parlamentari, ha sottolineato il Crp, rifiutano tuttora qualsiasi contributo dalla lobby gas/petrolio e qualcuno, come il deputato texano Charles González e la candidata repubblicana al Senato Carly Fiorina, ha promesso di rifiutare in futuro qualsiasi contributo dalla famigerata Bp. Ma nella sostanza la macchina da guerra dei lobbisti può continuare ad operare con efficacia proteggendo i propri interessi e minando quelli della controparte. L’Associazione Americana per l’Energia Eolica (AWEA) ha denunciato in questi giorni il “sabotaggio” di decine di progetti da parte del ministero della Difesa e della Federal Aviation Administration. La capacità energetica delle installazioni eoliche Usa, ha affermato l’Awea, si è ridotta del 71% rispetto al 2008.
di Matteo Cavallito

01 settembre 2010

C'è qualcosa che puzza in Wikileaks




Fin dalla pubblicazione del drammatico filmato militare in cui si vede un elicottero americano in Iraq che spara addosso ad un giornalista disarmato, Wikileaks ha acquisito notorietà e credibilità mondiale, presentandosi come un sito coraggioso che rende pubblico materiale riservato fornito dalle “talpe” presenti all’interno di vari governi. Il suo ultimo “scoop” è stata la pubblicazione di migliaia di pagine di presunti documenti segreti relativi agli infiltrati USA nei gruppi talebani in Afghanistan e ai loro legami con noti personaggi vicini agli ambienti dell’ISI, il servizio segreto militare del Pakistan. Alcuni elementi, però, fanno pensare che ben lungi dall’essere un’autentica fuga di notizie riservate, l’operazione sia stata in realtà un atto di calcolata disinformazione a favore dei servizi segreti americani e forse anche di quelli israeliani e indiani, nonché una copertura per il ruolo svolto dagli USA e dall’Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.

Da quando i documenti afghani sono stati pubblicati qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha conferito credibilità alla fuga di notizie, affermando che rivelazioni ulteriori rappresenterebbero un pericolo per la sicurezza nazionale americana. Eppure, ciò che è contenuto nei documenti fornisce ben poche rivelazioni che abbiano qualche rilievo. Il personaggio citato con più frequenza, il generale (oggi in ritiro) Hamid Gul, ex capo dell’ISI, il servizio segreto militare del Pakistan, è l’uomo che negli anni ’80 fu coordinatore in Afghanistan della guerriglia mujaheddin finanziata dalla CIA contro il regime sovietico. Nei recenti documenti pubblicati da Wikileaks, Gul è accusato di essersi regolarmente incontrato con i capi di Al Qaeda e dei Talebani e di avere orchestrato attacchi suicidi contro le forze NATO in Afghanistan.

I documenti filtrati sostengono anche che Osama Bin Laden, la cui morte era stata data per certa da Benazir Bhutto in un’intervista alla BBC, sarebbe invece ancora vivo, mantenendo così profittevolmente in vita un mito utile alla Guerra al Terrore dell’amministrazione Obama, in un momento in cui molti cittadini americani si erano dimenticati del pretesto originario con cui l’amministrazione Bush aveva invaso l’Afghanistan, quello di perseguire l’autore degli attacchi dell’11/9.

Demonizzazione del Pakistan?

Il presentare oggi Gul come un collegamento chiave con i Talebani dell’Afghanistan si inserisce in un più ampio e recente progetto, elaborato da Stati Uniti e Inghilterra, con cui si cerca di demonizzare l’attuale regime pakistano attribuendogli un ruolo di primo piano nei problemi in Afghanistan. Questa demonizzazione favorisce nettamente la posizione dell’India, recente alleato degli Stati Uniti. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano che possieda armi nucleari. E’ noto che alle forze di difesa israeliane e al Mossad piacerebbe molto poter modificare questa situazione. La campagna di discredito ordita tramite Wikileaks contro un personaggio politicamente esplicito come Gul potrebbe essere parte di questo progetto geopolitico.

Il londinese Financial Times afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 file segreti statunitensi in cui si insinua che i servizi segreti pakistani avrebbero appoggiato i militanti afghani contro le forze della NATO. Gul ha dichiarato alla stampa che gli Stati Uniti hanno ormai perso la guerra in Afghanistan e che la pubblicazione di quei documenti servirà all’amministrazione Obama per scaricare su altri la colpa, insinuando che la responsabilità sia tutta del Pakistan. Gul ha detto ai giornali: “Io sono il capro espiatorio preferito per gli americani. Non riescono proprio a concepire che gli afghani possano vincere una guerra da soli. Eppure sarebbe una vergogna intollerabile che un vecchio generale 74enne, ormai in pensione, manovrando i mujaheddin in Afghanistan, fosse stato la causa della sconfitta dell’America”.

Nei documenti afghani pubblicati da Wikileaks è da notare il modo in cui i riflettori vengono puntati contro il 74enne Gul. Come ho scritto in un precedente articolo (Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno) Gul è stato assai esplicito sul ruolo dell’esercito statunitense nel contrabbandare eroina afghana fuori dal paese, sfruttando la base aerea di massima sicurezza di Manas, in Kyrgyzstan.

Allo stesso modo, in un’intervista alla United Press International del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11/9, Gul, in risposta alla domanda su chi avesse organizzato l’11/9, aveva risposto: “Il Mossad e i suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari all’anno per le loro 11 agenzie di intelligence. Cioè 400 miliardi di dollari ogni 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice di essere stata colta di sorpresa. Io non ci credo. 10 minuti dopo che la seconda torre del World Trade Center era stata colpita, la CNN già diceva che era stato Osama bin Laden. Si trattava di un pezzo di disinformazione preorganizzato dai veri autori del crimine...”.

Ovviamente Gul non è molto amato a Washington. Egli sostiene che le sue richieste di visti d’ingresso per l’Inghilterra e gli Stati Uniti sono state respinte a più riprese. Trasformare Gul in un arcinemico farebbe assai comodo a certa gente di Washington.

Chi è Julian Assange?

Il fondatore e sedicente “Editor-in-chief” di Wikileaks, Julian Assange, è un misterioso 29enne australiano del quale si sa poco. E’ improvvisamente diventato un personaggio pubblico di primo piano offrendosi di trattare con la Casa Bianca riguardo alle fughe d’informazioni. In seguito agli ultimi scoop, Assange ha detto a Der Spiegel – una delle tre testate con cui condivide il materiale delle sue ultime rivelazioni – che i documenti da lui portati alla luce “cambiano la nostra prospettiva non solo sulla guerra in Afghanistan, ma su tutte le guerre moderne”. Nella stessa intervista ha dichiarato: “Mi piace schiacciare i bastardi”. wikileaks, fondata da Assange nel 2006, non ha una sede stabile e lo stesso Assange afferma: “In questi giorni vivo negli aeroporti”.

Eppure, un più attento esame delle posizioni di Assange su uno degli argomenti più controversi degli ultimi decenni, le forze che stanno dietro agli attentati dell’11 settembre contro il Pentagono e il World Trade Center, rivela che egli è curiosamente dalla parte dell’establishment. Quando il Belfast Telegraph lo ha intervistato lo scorso 19 luglio, egli ha dichiarato: “Ogni volta che uomini di potere definiscono piani in segreto, essi stanno attuando un complotto. Quindi ci sono complotti ovunque. Ma ci sono anche teorie complottiste pazzoidi. E’ meglio non confondere le due cose...”.

E sull’11/9?

“Sono sempre infastidito dal fatto che la gente si faccia distrarre da falsi complotti come quello sull’11 settembre, quando tutt’intorno a loro noi forniamo prove di complotti reali, volti a scatenare guerre o frodi finanziaria di massa”. E sulla Conferenza del Bilderberg? “E’ solo vagamente complottarda, in senso di rete relazionale. Noi abbiamo pubblicato gli appunti dei loro incontri”.

Queste dichiarazioni, provenienti da una persona che ha costruito la propria reputazione sull’avversione all’establishment, sono più che considerevoli. Prima di tutto, come migliaia di fisici, ingegneri, militari professionisti e piloti di linea hanno testimoniato, l’idea che 19 arabi senza quasi nessun allenamento e armati solo di taglierini possano dirottare quattro aerei di linea ed eseguire manovre quasi impossibili contro le Torri Gemelle e il Pentagono nell’arco di soli 93 minuti, senza che nessun velivolo militare del NORAD li intercetti, è qualcosa che sfida ogni credibilità. Chi abbia davvero compiuto questi attacchi così professionali è questione che dovrebbe essere affrontata da una genuina e non faziosa commissione d’inchiesta internazionale.

Al signor Assange, che nega ostinatamente ogni sinistra cospirazione sull’11/9, si potrebbe rammentare la dichiarazione resa alla BBC dall’ex senatore americano Bob Graham, che guidò la Commissione Senatoriale degli Stati Uniti sull’Intelligence durante l’inchiesta congiunta sull’11 settembre. Graham disse alla BBC: “Posso affermare che sull’11 settembre ci sono troppi segreti, che ci sono informazioni non rese disponibili al pubblico, per le quali esistono risposte specifiche, tangibili e verosimili e che questa reticenza ha eroso la fiducia dell’opinione pubblica nel proprio governo per ciò che attiene alla sua sicurezza”.

Narratore della BBC: “Il senatore Graham scoprì che questa copertura arrivava fino al cuore dell’amministrazione”.

Bob Graham: “Chiamai la Casa Bianca e parlai con la signora Rice. Le dissi: “Senta, ci avevano detto che avremmo collaborato a quest’inchiesta”. Lei disse che ci avrebbe pensato lei, ma poi non successe nulla”.

Naturalmente, l’amministrazione Bush riuscì a sfruttare gli attacchi dell’11 settembre per lanciare la sua Guerra al Terrorismo in Afghanistan e poi in Iraq, un punto su cui Assange convenientemente sorvola.

Da parte sua, il generale Gul afferma che l’intelligence americano ha orchestrato le rivelazioni di Wikileaks sull’Afghanistan per trovare un capro espiatorio, cioè Gul, a cui attribuire la colpa.

Similmente, come se avesse afferrato il suggerimento, il Primo Ministro britannico David Cameron, durante una visita di stato in India, ha alluso al presunto ruolo del Pakistan nell’appoggiare i talebani in Afghanistan, garantendo così ulteriore credibilità alla versione fornita da Wikileaks.

Ma la vera storia di Wikileaks non è ancora stata raccontata con chiarezza.

di F. William Engdahl

dal sito www.vheadline.com

traduzione di Gianluca Freda

31 agosto 2010

Perché la seconda guerra mondiale ebbe fine con la bomba atomica



65 anni fa, 6 e 9 agosto: Hiroshima e Nagasaki

“Lunedì, 6 agosto, 1945, alle 8.15, la bomba nucleare ‘Little Boy’ fu lanciata su Hirosima dal bomber americano B-29, Enola Gay, uccidendo direttamente 80.000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni causarono in totale dalle 90.000 alle 140.000 vittime”.[1]

“Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco nucleare del mondo alle 11.02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40.000 persone vennero uccise dalla bomba soprannominata ‘Fat Man’. La bomba atomica provocò la morte di 73.884 persone, altri 74.909 furono i feriti, e diverse centinaia di migliaia di persone si ammalarono e morirono a causa della pioggia radioattiva e di altre malattie dovute alle radiazioni”.
[2]

Nella foto: L'equipaggio americano del B-29 'Bockscar' che lanciò la bomba atomica su Nagasaki il 9 agosto 1945

Sullo scenario europeo, la Seconda Guerra Mondiale terminò i primi di maggio del 1945 con la resa della Germania nazista. I “Tre Grandi” dalla parte dei vincitori – Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica – dovettero allora affrontare la complessa questione della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti entrarono in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e solo nel giugno del 1944, appena un anno prima della fine delle ostilità, avevano cominciato ad apportare un contributo militare significativo alla vittoria degli Alleati sulla Germania, con lo sbarco in Normandia. Tuttavia, quando finì la guerra contro la Germania, Washington sedette sicura e fiduciosa al tavolo dei vincitori, determinata a raggiungere quelli che potremmo chiamare i suoi “obiettivi di guerra”.

L’Unione Sovietica, Paese che apportò il contributo più grande e subì le perdite più ingenti nella lotta contro il comune nemico nazista, pretese un risarcimento maggiore e la protezione contro potenziali attacchi futuri, con l’installazione in Germania, in Polonia e negli altri Paesi dell’Europa dell’Est di governi non ostili ai sovietici, come prima dello scoppio della guerra. Anche Mosca esigeva una ricompensa per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica ai tempi della Rivoluzione e della Guerra Civile, e in ultimo i sovietici pensavano che, con la terribile esperienza della guerra alle spalle, sarebbero stati in grado di riprendere i lavori del progetto per costruire una società socialista. I leader americani e britannici conoscevano gli obiettivi dei sovietici e ne avevano riconosciuto, in maniera esplicita o implicita, la legittimità, per esempio in occasione delle conferenze dei Tre Grandi a Teheran e a Yalta. Questo non vuol dire che Washington e Londra fossero entusiaste che l’Unione Sovietica ricevesse tale ricompensa per il suo contributo in guerra; e senza dubbio c’era in agguato un potenziale conflitto con il principale obiettivo di Washington, cioè la creazione di un “libero accesso” per le esportazioni e gli investimenti americani nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta e nell’Europa centrale e orientale, liberate dall’Unione Sovietica. In ogni caso, anche le richieste più banali dell’Unione Sovietica avevano riscosso poco consenso, e ancor meno simpatia, presso i leader americani dell’industria e della politica – incluso Harry Truman, che successe a Franklin D. Roosevelt in qualità di Presidente nella primavera del 1945. Questi leader aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica potesse ricevere questo notevole risarcimento dalla Germania, perché tale salasso avrebbe escluso la Germania come potenziale mercato estremamente redditizio per le esportazioni e gli investimenti americani. Invece, i risarcimenti avrebbero dato ai sovietici la possibilità di riprendere in mano e portare a compimento, probabilmente con successo, il progetto di costruire una società comunista, una sorta di “controsistema” al sistema capitalista internazionale di cui gli Stati Uniti erano diventati grandi campioni. In America, l’élite politica ed economica era perfettamente consapevole che i risarcimenti tedeschi ai sovietici implicavano che gli stabilimenti delle sedi in Germania delle corporazioni americane come Ford e GM, che durante la guerra avevano prodotto ogni tipo di arma per i nazisti (e avevano ricavato tantissimo denaro da questa produzione [3]), avrebbero cominciato a produrre a beneficio dei sovietici invece di continuare ad arricchire i proprietari e gli azionisti americani.

Le trattative fra i Tre Grandi non portarono mai al ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici riguardo alla sicurezza e ai risarcimenti fossero almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potentissima arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive, estremamente favorevoli ma prima impensabili, e non sorprende affatto che il nuovo presidente e i suoi consiglieri subirono il fascino di quella che l’insigne storico americano William Appleman Williams ha chiamato “visione di onnipotenza” [4]. Di sicuro non si ritenne più necessario impegnarsi in trattative difficili con i sovietici: grazie alla bomba atomica, era possibile costringere Stalin, malgrado i precedenti accordi, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e proibirgli di avere voce in capitolo riguardo alla situazione tedesca dopo la guerra, installare regimi “pro-Occidente” e addirittura anti-sovietici in Polonia e altrove nell’Europa dell’Est e addirittura aprire l’Unione Sovietica agli investimenti di capitale americano e all’influenza economica e politica dell’America, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale.

Al tempo della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba atomica era in parte completata, ma non ancora pronta. Così Truman temporeggiò il più a lungo possibile prima di dare finalmente il suo consenso a partecipare alla conferenza dei Tre Grandi a Potsdam nell’estate del 1945, quando sarebbe stato deciso il destino dell’Europa postbellica. Il presidente era stato informato che la bomba molto probabilmente sarebbe stata pronta per quel momento – pronta, cioè, per essere usata come “un martello”, come dichiarò egli stesso in un’occasione, che avrebbe sventolato “sulle teste di quei ragazzi del Cremlino” [5]. Alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto del 1945, Truman aveva difatti ricevuto la notizia a lungo attesa che la bomba atomica era stata testata con successo nel Nuovo Messico il 16 luglio. Da allora, non si preoccupò delle effettive proposte di Stalin, al contrario fece ogni tipo di richiesta; allo stesso tempo respinse tutte le offerte dei sovietici, per quanto riguarda per esempio i risarcimenti tedeschi, comprese le ragionevoli richieste basate sui precedenti accordi tra gli Alleati. Stalin, tuttavia, non dimostrò di volersi arrendere, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minaccioso all’orecchio che l’America aveva acquisito una nuova incredibile arma. La sfinge sovietica, che era già stata sicuramente informata della bomba atomica americana, ascoltò glaciale in silenzio. Alquanto perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso Stalin a cedere. Di conseguenza, a Potsdam nessun accordo comune fu raggiunto. Infatti, là fu deciso poco o niente di concreto. “Il risultato principale della conferenza”, ha scritto lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni su cui dissentire fino alla conferenza successiva” [6].

Nel frattempo, i giapponesi continuavano a combattere nell’Estremo Oriente, sebbene la loro situazione fosse totalmente senza speranza. Infatti questi erano preparati alla resa ma insistevano su una condizione, cioè l’immunità per l’Imperatore Hirohito. Questo andava contro le pretese degli americani che esigevano una resa incondizionata. Nonostante ciò sarebbe stato possibile mettere fine alla guerra tenendo conto delle richieste nipponiche. Infatti, la resa della Germania, tre mesi prima a Reims, non era stata del tutto incondizionata. (Gli americani avevano dato il loro consenso ad una condizione dei tedeschi, in modo che l’armistizio entrasse in vigore con un ritardo di 45 ore, un ritardo che avrebbe permesso a quante più unità armate tedesche possibili di fuggire dal fronte occidentale per arrendersi agli americani o agli inglesi; molte di queste unità furono in effetti tenute pronte – in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali – per un eventuale uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra [7]). In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo non era affatto essenziale. Infatti, più tardi – dopo la resa incondizionata strappata ai giapponesi – gli americani non disturbarono più Hirohito e fu grazie a Washington che questi restò imperatore per molti altri decenni. [8]

I giapponesi pensavano di poter ancora permettersi il lusso di dettare condizioni sulla loro resa perché il nucleo principale delle loro unità armate era rimasto intatto, in Cina, dove si combatterono la maggior parte delle battaglie. Tokyo pensò di poter utilizzare queste armate per difendere lo stesso Giappone e così far pagare agli americani un prezzo alto per la loro vittoria finale, chiaramente inevitabile. Ma questo schema avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica fosse rimasta fuori dal conflitto nell’Estremo Oriente; l’entrata in guerra dei sovietici, d’altro canto, avrebbe inevitabilmente bloccato le forze nipponiche in territorio cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, lasciava a Tokyo un briciolo di speranza; speranza non di una vittoria, ovviamente, ma di un consenso americano riguardo alla loro condizione sull’imperatore. Fino a un certo punto la guerra con il Giappone si trascinò in quanto l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin aveva promesso di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla resa della Germania e aveva ripetuto questo impegno il 17 luglio del 1945 a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava su un attacco sovietico al Giappone, sapeva così fin troppo bene che la situazione dei giapponesi sarebbe stata senza speranza. (“Fini Japs when that comes about” [Fine dei giapponesi quando accadrà, ndt], questo scrisse Truman nel suo diario riferendosi all’entrata in guerra della Russia nell’Estremo Oriente [9]). Inoltre, la marina americana garantiva a Washington di poter prevenire un trasferimento delle forze armate giapponesi dal territorio cinese, ordinato allo scopo di difendersi contro un’invasione degli americani. Tuttavia, dal momento che la marina statunitense era in grado di mettere in ginocchio i giapponesi attraverso un blocco, un’invasione non era nemmeno necessaria. Privati della possibilità di importare beni di prima necessità, come cibo e carburante, presto o tardi i giapponesi avrebbero ceduto alla richiesta di una resa incondizionata.

Per mettere fine alla guerra con i giapponesi, Truman aveva dinanzi a sé diverse opzioni allettanti. Poteva accettare la banale condizione dei giapponesi riguardo all’immunità per il loro imperatore; poteva allo stesso modo attendere l’attacco dell’Armata Rossa contro i giapponesi stanziati in Cina, forzando così Tokyo alla resa incondizionata; oppure poteva far morire di fame i giapponesi attraverso il blocco navale che avrebbe costretto Tokyo, presto o tardi, a sollecitare la pace. In ogni caso, Truman e i suoi consiglieri non scelsero nessuna di queste opzioni; decisero, invece, di distruggere il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che avrebbe spezzato le vite di centinaia di migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, offriva considerevoli vantaggi agli americani. Innanzitutto, la bomba avrebbe costretto Tokyo alla resa prima che i sovietici fossero coinvolti nella guerra in Asia, così facendo si evitava la necessità, a guerra finita, di concedere a Mosca voce in capitolo nelle decisioni riguardo al Giappone, ai territori occupati dal Giappone (Corea e Manciuria), all’Estremo Oriente e alle regioni del Pacifico in generale. Gli Stati Uniti avrebbero goduto di una completa egemonia in quella parte del mondo, e questo poteva essere lo scopo vero (sebbene taciuto) dell’entrata in guerra di Washington contro il Giappone. Fu alla luce di queste considerazioni che l’ipotesi di costringere Tokyo alla resa attraverso il blocco venne respinta, poiché la resa sarebbe stata ottenuta solo dopo – e forse molto dopo – l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, lo US Strategic Bombing Survey [indagine statunitense sui bombardamenti strategici, ndt] dichiarò che “il Giappone si sarebbe sicuramente arreso prima del 31 dicembre 1945, anche senza il lancio delle due bombe atomiche”). [10]

I leader americani erano preoccupati che l’entrata in guerra dei sovietici nell’Estremo Oriente facesse raggiungere alla Russia lo stesso vantaggio che gli Stati Uniti avevano guadagnato entrando relativamente tardi nel conflitto, e cioè un posto alla tavola dei vincitori con cui imporre la propria volontà al nemico battuto, ritagliarsi zone da occupare al di fuori del proprio territorio, modificare i confini, determinare le strutture politiche e socioeconomiche dopo la fine della guerra e, in tal modo, trarre per se stessi prestigio e notevoli benefici. Washington era assolutamente contraria alla possibilità che i sovietici potessero godere di questo tipo di opportunità. Gli americani erano sul punto di battere il Giappone, loro grande rivale in quella parte del mondo. Non gradivano l’idea di vedersi affibbiato un nuovo potenziale concorrente, la cui invisa ideologia comunista avrebbe potuto influenzare pericolosamente molti Paesi asiatici.

La bomba atomica era stata messa a punto appena prima che i sovietici fossero coinvolti nel conflitto nell’Estremo Oriente. Ciononostante, la polverizzazione nucleare di Hiroshima, il 6 agosto del 1945, arrivò troppo tardi per prevenire l’entrata in guerra della Russia contro il Giappone. Tokyo non gettò la spugna immediatamente, come avevano sperato gli americani, e l’8 agosto del 1945 – esattamente tre mesi dopo la resa tedesca a Berlino – i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno dopo, 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi stanziate nel nord della Cina. La stessa Washington aveva richiesto l’intervento russo, ma quando tale intervento si verificò, Truman e i suoi consiglieri non erano affatto contenti che Stalin avesse mantenuto la promessa. I sovrani del Giappone non risposero subito al bombardamento con la resa incondizionata, forse perché non riuscirono a comprendere immediatamente che un solo aereo e una sola bomba avessero causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati ugualmente catastrofici; un attacco da parte di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9 e il 10 marzo del 1945 aveva in effetti causato più vittime dell’attacco a Hiroshima). In ogni caso, ci volle un po’ di tempo prima di poter prevedere una resa incondizionata, e sulla base di questo ritardo i russi furono coinvolti nella guerra contro il Giappone. Questo rese Washington estremamente impaziente: il giorno dopo della dichiarazione di guerra dei russi, il 9 agosto del 1945, fu lanciata una seconda bomba, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex cappellano militare americano più tardi dichiarò: “Sono dell’opinione che questa guerra fu una delle ragioni principali per cui fu lanciata quella seconda bomba, perché era una corsa all’ultimo minuto. Volevano che il Giappone capitolasse prima della comparsa dei russi” [11]. (Il cappellano poteva essere più o meno consapevole che tra le 75.000 vittime che furono “incenerite, carbonizzate ed evaporate all’istante” a Nagasaki c’erano molti giapponesi cattolici e un numero imprecisato di detenuti nei campi per i prigionieri di guerra degli alleati, la cui presenza era stata riportata al comando aereo, invano) [12]. Ci vollero altri cinque giorni perché i giapponesi si arrendessero. Nel frattempo l’Armata Rossa aveva fatto notevoli progressi, con il sommo dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri.

Così gli americani si ritrovarono accanto all’alleato russo in Estremo Oriente. Oppure no? Truman fece in modo che non venisse considerato tale, ignorando i precedenti stabiliti prima nel rispetto della cooperazione fra i Tre Grandi. Già il 15 agosto del 1945, Washington respinse la richiesta di una zona d’occupazione russa nel territorio sconfitto del sol levante. E quando il 2 settembre del 1945 il generale MacArthur accettò la resa giapponese sulla Missouri, nave corazzata americana, nella Baia di Tokyo, la presenza dei rappresentanti dell’Unione Sovietica – e degli altri alleati in Estremo Oriente, come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi – fu ammessa in via del tutto straordinaria, come spettatori irrilevanti. A differenza della Germania, il Giappone non fu ripartito in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto dell’America doveva essere occupato solo dagli americani e, in qualità di “viceré” americano a Tokyo, il generale MacArthur, senza alcun riguardo verso gli altri Alleati e il loro contributo alla vittoria comune, si sarebbe assicurato che nessun’altra potenza avesse avuto voce in capitolo nelle questioni del Giappone dopo la fine del conflitto.

Sessantacinque anni fa, Truman non aveva bisogno di sganciare la bomba atomica per ridurre il Giappone in ginocchio, ma aveva le sue ragioni per farlo. La bomba atomica permise agli americani di costringere il Giappone alla resa incondizionata, di tenere i russi alla larga dall’Estremo Oriente e – ultimo ma non per importanza – di imporre la volontà di Washington sul Cremlino anche in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono distrutte per questi motivi e molti storici americani lo sanno bene; ad esempio, Sean Dennis Cashman scrive:

Con il passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba venne usata anche per motivi politici… Vannevar Bush (il capo dell’American center for scientific research) dichiarò che la bomba venne usata in tempo, affinché non ci fosse la necessità di fare concessione alcuna alla Russia alla fine della guerra”. Il Segretario di Stato James F. Byrnes (Segretario di Stato di Truman) non ha mai smentito una dichiarazione a lui attribuita che la bomba fosse stata usata per dimostrare il potere degli americani all’Unione Sovietica, al fine di renderla più gestibile in Europa. [13]

Lo stesso Truman, tuttavia, in maniera ipocrita dichiarò all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era quello di “riportare i ragazzi a casa” e cioè mettere rapidamente fine alla guerra senza ulteriore perdite di vite sul fronte americano. Tale spiegazione fu acriticamente diffusa dai media americani e divenne un mito propagato scrupolosamente dalla maggior parte degli storici e dei media statunitensi e lungo tutto il mondo “occidentale”. Questo mito, che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari contro obiettivi quali l’Iran e la Corea del Nord, è ancora molto in voga – basta dare un’occhiata ai principali quotidiani il 6 e il 9 agosto!
di Jacques R. Pauwels


Fonte: www.globalresearch.ca