| | |
| | Intervista a Juan Torres López a proposito dell’iniziativa di Eric Cantona “È normale che la gente onesta si ponga il problema di ritirare i propri soldi dalle banche che li usano per affondare le economie ed estorcere i governi” Il noto calciatore Eric Cantona ha convocato in Francia un movimento popolare per ritirare i soldi dalle banche il prossimo 7 dicembre (www.bankrun2010.com). Per conoscere i possibili effetti di questa iniziativa intervistiamo Juan Torres López, Docente di Economia, membro del Comitato Scientifico di ATTAC Spagna e autore dei libri Desiguales. Mujeres y hombres en la crisis financiera (Icaria), con Lina Gálvez, e La crisis de las hipotecas basura. ¿Por qué se cayó todo y no se ha hundido nada? (Sequitur) con la collaborazione di Alberto Garzón. . - Quali sono gli effetti che avrebbe una misura come quella proposta da Cantona? . - Logicamente dipende dal suo seguito. Se si facesse in massa, le banche non avrebbero abbastanza liquidità per restituire i depositi ai loro clienti, perché la banca occidentale opera con un sistema chiamato di riserve frazionarie. Questo significa che di tutti i soldi che deposita un cliente, conserva soltanto una piccola parte (attualmente un 2% più alcune percentuali addizionali in base al regolamento di ogni paese). Il resto lo usa per dare crediti. Per tanto, i soldi dei depositi “stanno” in banca ma solo in forma di annotazioni, così che il denaro non può essere ritirato nella sua totalità. . - Questo vuol dire che le banche non “conservano” il denaro dei loro clienti ma che lo usano per creare più denaro? - È proprio così. L’affare delle banche è questo: creare mezzi di pagamento mediante la generazione di debito. Ogni volta che danno un credito, creano denaro con questa parte del deposito che non conservano. Ma non si tratta di denaro legale (monete o biglietti) bensì di denaro bancario. . - E con questo guadagnano … - Certo che guadagnano. Guadagnano più denaro, perché riscuotono più per prestare che per ricevere depositi. E guadagnano potere perché, come tutti sanno, il denaro dà potere di decisione e di soddisfazione. . - E i governi non potrebbero evitare una situazione del genere, impedendo di ritirare i depositi? . - Teoricamente, i governi si sono compromessi a garantire i depositi dei clienti ma, logicamente, sottoforma di denaro bancario. Quello che succede è che se tutti, o molti di noi, andassimo nello stesso giorno a ritirare il denaro, sarebbe impossibile. Ciò che hanno fatto i governi è stato in realtà una farsa, fintanto che sussiste il sistema di riserve frazionarie. Però, in un momento dato, possono decretare che non si può ritirare il denaro, com’è successo in Argentina per aiutare le banche e i grandi risparmiatori. . - Lei crede che l’appello di Cantona avrà successo? . - Suppongo che all’inizio non sarà seguito da milioni di persone. Per questo motivo non credo che sarà tanto rilevante per il problema della liquidità che andrà a generare, quanto piuttosto perché sarà un avvertimento del fatto che la gente sta cominciando ad essere stufa, e giustamente, delle banche. Una volta ho letto che Henry Ford disse che se le persone sapessero quello che le banche fanno con i loro risparmi, il giorno dopo scoppierebbe una rivoluzione. . - Il ruolo delle banche in questa crisi è stato così negativo? . - Credo di sì. Se mi è concessa l’espressione, sono state allo stesso tempo l’arma del delitto e la mano che ha premuto il grilletto. Invece di canalizzare il risparmio in investimenti produttivi lo hanno messo a disposizione della speculazione. E di altri affari sporchi: le banche sono quelle che permettono di riciclare il denaro, quelle che hanno sede nei paradisi fiscali, quelle che fanno da tramite per i traffici di armi, droga, persone, o che aiutano i terroristi a spostare i loro soldi, quelle che finanziano con migliaia di milioni gli affari più sporchi e le persone più impresentabili del mondo, mentre i piccoli e medi imprenditori si fanno in quattro per ottenere crediti di qualche migliaio di euro. E, inoltre, grazie al potere finanziario che possiedono hanno esteso la loro influenza alla politica, ai mezzi di comunicazione, alla creazione del pensiero, all’educazione … Imponendo politiche che producono un’enorme disuguaglianza, e dando luogo in questo modo a crisi tanto ricorrenti e tanto gravi. Non c’è, oggigiorno, un aspetto decisivo della vita sociale, che si muova libero dall’influenza delle banche. . - Allora, lei crede sia giustificato che la gente ritiri il proprio denaro dalle banche? . - Assolutamente sì, ma con dei chiarimenti. La gente ha il diritto, e oserei dire che ha persino il dovere morale, di dire alle banche che fanno tutte queste cose che così non va, che non vuole che con i propri soldi si compiano tutte queste azioni. Ma dico anche che bisogna precisare, perché ci sono banche etiche e non tutte le banche si sono comportate allo stesso modo. Bisognerebbe canalizzare questa espressione di rabbia e di rifiuto verso le banche sporche chiedendo un nuovo tipo di banca. Mobilitare il risparmio e metterlo a disposizione di chi ha bisogno di finanziamenti esterni per creare ricchezza, voglio dire che l’attività finanziaria è imprescindibile in qualsiasi economia. Sarebbe una sciocchezza rinunciare a questo. Perciò la cosa importante non è soltanto ritirare il denaro dalle banche che stanno effettivamente arrecando tanti danni, ma creare un sistema finanziario alternativo, etico, pulito, trasparente, volto a creare ricchezza. . - E come sarebbe questo sistema finanziario alternativo? . - Dunque, credo che invece di essere un sistema sempre più centralizzato e accentrato, come vogliono i padroni delle banche private per controllare meglio i mercati e la società, dovrebbe organizzarsi su più livelli. Certamente credo che dovrebbero esserci banche di grandi dimensioni e internazionali perché, al giorno d’oggi, c’è bisogno di finanziare progetti di sviluppo di grande portata. Ma non dovrebbero essere né private (perché altrimenti cercherebbero soltanto di fare i propri interessi) né tanto antidemocraticamente controllate come accade oggi, ad esempio, con la Banca Mondiale. E per evitare quest’ultima situazione l’ideale è che le banche siano molto “vicine” alle persone, che siano sottomesse a principi di attuazione molto rigidi e ad un costante, plurale e democratico controllo sociale. . - E queste banche più grandi continuerebbero ad agire con riserve frazionarie? . - No, no, è proprio questa la logica che deve essere cambiata. Se si continua in questo modo, saremo sempre punto e a capo. Ci sono modi per far sì che una banca senza riserve frazionarie funzioni perfettamente e adempia il suo compito di finanziatrice dell’attività produttiva. Non dico che sia facile da organizzare ma si può fare. . E il resto ? . - Il sistema finanziario funziona meglio e provoca meno problemi quanto più è decentralizzato. Bisogna creare reti e un sistema di finanze multilivello e multifunzionale. Ed è fondamentale che la gente che risparmia sia anche padrona del destino dei propri risparmi, che intervenga nel momento in cui se ne decide l’uso. In questo modo sarebbe molto più facile se tutti fossimo più immaginativi e imprenditori, se non vedessimo la creazione della ricchezza, di impiego o di sicurezza e benessere come “qualcosa che riguarda gli altri”, ma che riguarda anche noi, che dipende dalla nostra attività e lavoro, dai nostri risparmi, dalle nostre iniziative e decisioni. Bisogna fare in modo che le finanze non schiavizzino i consumatori o i piccoli e medi imprenditori: in fin dei conti, sono loro che in Spagna creano e sostengono più del 90% dell’impiego. È per questo che sarebbe meglio se tutti loro decidessero cosa fare con i risparmi e che queste decisioni non dipendessero dalle grandi e lontane istituzioni finanziarie le quali, ovviamente, cercano di massimizzare i loro guadagni in una prospettiva globale. Che cosa importa alla Banca di Santander [ una delle maggiori entità finanziarie in Spagna, N.d.T.], preoccupata di aumentare sempre di più le sue entrate, dell’effetto delle loro azioni finanziarie su una donna del Bierzo che ha bisogno di 1500 euro per avviare l’attività di parrucchiera o su un carpentiere che dà impiego a cinque lavoratori in una frazione di Lugo e che ha bisogno di 5000 euro per cambiare i macchinari? Durante la propaganda possono dire ciò che vogliono ma la realtà è che il calcolo dei risultati delle grandi banche, che dominano oggi le finanze, dipende da altre variabili, e che non si occuperanno di far funzionare bene questi “affari ordinari della vita quotidiana”, che sono, secondo quanto diceva Alfred Marshall, l’oggetto dell’economia. . - Si riferisce al potenziamento delle cosiddette microfinanze? . - Sì, ma non solo. Bisogna creare e potenziare reti interpersonali di soccorso finanziario, per chiamarlo in qualche modo. Anche le finanze hanno a che fare con la solidarietà e la generosità. Mohamed Yunus ha dimostrato, con le sue esperienze di microcrediti, che le economie basate su questi valori aiutano ad uscire dalla povertà e a creare ricchezza più di quanto non facciano le economie basate sui valori del lucro o, di certo, di quelle che spingono la speculazione finanziaria. Ma si deve generare anche un altro tipo di economia a un livello intermedio. Come ho detto, non ha senso che il finanziamento di autonomi, di piccoli imprenditori o persone che necessitano, la maggior parte delle volte, di un appoggio finanziario di piccola o media entità, dipenda da corporazioni finanziarie gigantesche. È molto meglio che questo sia vincolato al risparmio decentralizzato. Si è sempre fatto così e c’è stata più disponibilità economica per creare ricchezza. Adesso sembra che viviamo nell’abbondanza di mezzi di finanziamento ma, in realtà, c’è stata e c’è soltanto quando si tratta di appoggiare grandi affari o di generare debito artificiale che, a sua volta, finanzia le bolle speculative. . - Dunque lei raccomanderebbe di ritirare i soldi dalle banche convenzionali? Lei ritirerà i suoi soldi? - Vediamo, io sono cliente della Triodos Bank. Si potrebbe dire che li ho già ritirati, almeno una gran parte, perché sussistono ancora grandi difficoltà per inoltrare al di fuori delle banche tradizionali tutte le ricevute o i pagamenti. E ci sono alternative per depositare i risparmi: Fiare, diverse cooperative in alcune delle comunità autonome. Sebbene rispondano allo stesso sistema di riserve frazionarie, sono molto più trasparenti e non fanno gli spregevoli investimenti che fanno le banche convenzionali. - E si dovrebbe fare questo in massa? - Io credo che in massa dovremmo essere consapevoli di ciò che stanno facendo le banche convenzionali, del fatto che è necessario che ce ne siano altre differenti, pubbliche e private, senza il privilegio di creare denaro privato. E che, senz’altro, quanta più gente porta i propri soldi alle banche etiche o alle cooperative di credito e tanto meglio sarà. - Ma si può utilizzare il ritiro dei fondi come un’arma contro le banche? Non si rischia di provocare un corralito , un fallimento generalizzato delle banche? - Dunque vediamo, andiamo per ordine. Se le banche adesso sono vicine alla bancarotta o perfino in bancarotta dissimulata, non è assolutamente per colpa dei clienti che vogliono proteggere i propri soldi dall’irresponsabilità e dall’ingordigia dei banchieri. Inoltre, la gente ha diritto di ritirare il proprio denaro dalla banca quando vuole. È suo! E se volesse farlo in massa, non sarebbe certo questa decisione dei clienti ciò che, in ogni caso, farebbe fallire le banche, bensì il sistema di riserve frazionarie. . - Ma l’appello di Cantona non è un’irresponsabilità? - È possibile che questo lo dica chi ha affondato il sistema finanziario mondiale provocando una crisi senza precedenti o chi li appoggia dai governi, ma l’irresponsabilità di quanto potrebbe accadere nel sistema finanziario non è di Cantona. Ci mancherebbe altro! Cantona è un cittadino, come tanti altri, che è stufo degli irresponsabili. Un altro discorso è se questa misura possa essere decisiva e se sia utile da sola . - Che vuole dire con questo? - Che non è sufficiente dire alla gente di ritirare i soldi dalle banche. Questo va bene come scintilla, per richiamare l’attenzione, come avvertenza, come provocazione … Ma c’è bisogno di alternative. Questa proposta non può essere fine a sé stessa. Deve essere in ogni caso una misura di pressione in favore di qualcosa. Credo che debba essere accompagnata, se verrà attuata, dalla rivendicazione della banca pubblica, dalla scomparsa delle banche responsabili della crisi, da altre politiche economiche e finanziarie, dall’esigenza di nuove norme e nuovi modi di funzionamento delle finanze e, soprattutto, dall’esigenza di garanzie che permettano di tornare a finanziare l’economia affinché questa funzioni: è proprio ciò che ora le banche private non garantiscono. È questa la linea con la quale lavoriamo in ATTAC. Ovviamente non si può escludere che la gente si stanchi se le banche continuano a estorcere i governi, se continuano ad attaccare gli Stati e ad esigere tagli sui diritti per andare avanti. Ed io sarei il primo ad essere favorevole a misure molto più contundenti. Perché se loro sono insaziabili la pazienza della gente, invece, ha un limite. di Juan Torres López - Alberto Montero Soler - Juan Torres López è Docente di Economia Applicata all’ Università di Siviglia.www.juantorreslopez.com Alberto Montero Soler (amontero@uma.es) è professore di Economia Applicata all’Università di Malaga e puoi leggere altri suoi articoli sul suo blog La Otra Economía. Fonte: www.rebelion.org |
02 dicembre 2010
La rivoluzione di Eric Cantona agita le banche?
01 dicembre 2010
La prossima crisi: ecco come il business sfrenato ci ucciderà
Il 2008 è stato l’anno della convergenza delle crisi. Gli aumenti del prezzo del petrolio così come degli alimenti principali, entrambi prodotti dalla combinazione di problemi nella produzione e nel rifornimento, dalla domanda salita alle stelle con il conseguente incremento del commercio di merci nel mercato dei futures. Allora le banche hanno collassato, i governi le hanno salvate con interventi mirati a puntellare un sistema finanziario che crollava.
Come ho già sostenuto in un precedente articolo (trad italiana) su Ceasefire, questa convergenza di crisi energetica, alimentare ed economica non è stata un incidente, ma il risultato inevitabile del modello di business sfrenato adottato da un sistema politico-economico mondiale che ora ha raggiunto i propri limiti interni, oltre ad aver superato quelli dell’ambiente.
Nonostante le rassicurazioni ufficiali secondo le quali il peggio è passato e le economie si stanno riprendendo e sono tornate a crescere, la tendenza attuale ci indica che il peggio deve ancora venire, e che i politici non hanno idea di quali siano le cause strutturali della convergenza di queste crisi.
Il primo problema fondamentale è che gli ortodossi economisti neoliberisti non riescono a capire una ovvia verità cioè la compenetrazione dell’economia con l’ambiente naturale. La crescita dell’economia richiede un crescente apporto di energia, ottenuta dallo sfruttamento delle risorse naturali, in questo momento essenzialmente i combustibili fossili come petrolio, gas e carbone.
In teoria, gli economisti ortodossi sostengono che il capitalismo può risolvere il problema della dipendenza dall’energia massimizzando l’efficienza, più grande lo sviluppo economico, maggiore sarà l’uso ottimale delle risorse e quindi minore la quantità di energia necessaria. Questo tipo di ragionamento sottintende il sostegno del governo all’ossimoro delle società high growth, low carbon (crescita elevata, basso uso di carbone). Come capita spesso con la teoria economica neoliberista, i dati empirici generano alcuni seri interrogativi su questo argomento. Come mostrato in modo inequivocabile da Tim Jackson in Prosperity Without Growth (pp. 74-76), il trend globale delle emissioni di carbone e combustibili fossili così come l’estrazione di metalli grezzi e di minerali non metallici è aumentato vertiginosamente negli ultimi due decenni. In molti casi, sostiene Jackson: “L’intensità energetica globale (rapporto tra uso di risorse e PIL) è cresciuta significativamente per i minerali non combustibili. L’efficienza delle risorse ha preso una direzione sbagliata.” (p. 75)
Tra il 2005 e il 2008, la convenzionale produzione di petrolio ha combattuto con una stabilità ondulante senza precedenti nella storia della produzione mondiale di petrolio, ed è improbabile che aumenti considerevolmente oltre i livelli raggiunti nel 2008. Come ha notato il dottor James Schlesinger , passato Segretario dell’energia americano (1977-79) e direttore della CIA, date le progettate curve in flessione tra il 4 e il 6 percento, e l’aumento progettato della domanda durante il prossimo quarto di secolo, avremo bisogno dell’equivalente della capacità di cinque volte l’Arabia Saudita”. Aldilà delle incertezze sui fondali degli oceani e sulle riserve non convenzionali e altre, lui fa notare che “in generale dobbiamo aspettarci di andare avanti senza la nostra fonte di energia fondamentale nell’espansione dell’economia mondiale per più di mezzo secolo”.
Mentre i livelli di fornitura sembrano essere fluttuanti, l’aumento di domanda dovuto a una fragile ripresa indica la possibilità a breve di un altro picco del prezzo del petrolio dal momento che la crescente domanda incontra una capacità di produzione piuttosto bassa. Gran parte dell’aumento vertiginoso di domanda di petrolio non proviene dall’occidente ma dalle economie emergenti, come la Cina, e ha portato alcuni istituti finanziari come JP Morgan a prevedere un imminente aumento del prezzo del petrolio fino a 100 dollari al barile.
Allo stesso tempo, con il nuovo aumento dei prezzi del petrolio, stiamo assistendo all’aumento vertiginoso dei prezzi della carne, zucchero, riso, grano e mais. Come esperto finanziario, Addison Wiggin ha avvisato su Forbes, verso la fine di ottobre, che “potremmo essere a un passo dall’esplosione di una crisi alimentare che farebbe sembrare i picchi dei prezzi raggiunti nel 2008 come un felice ricordo”. Wiggin sostiene che la crisi alimentare del 2008 “non è mai finita”, visto che i prezzi delle merci chiave delle aziende agricole, sebbene non raggiungano i livelli del 2008, tuttavia hanno raggiunto livelli più elevati di quelli antecedenti al 2008:
- Frumento: su del 63%
- Grano: su dell’84%
- Soia: su del 24%
- Zucchero: su del 55%
Intanto, il dipartimento americano dell’agricoltura ha avvisato che ci sarà una caduta nella produzione di grano ... l’anno prossimo, dovuta essenzialmente alla siccità in Russia, e ha evidenziato il significativo crollo della produzione di frumento di quest’anno – apparentemente il più considerevole mai verificatosi finora.
Il nesso tra le attuali insufficienze nei rifornimenti di cibo e il cambio climatico non può essere più ignorato a seguito del devastante impatto sull’agricoltura causato dell’ondata di caldo in Russia e delle inondazioni in Pakistan, in seguito anche al previsto problema di instabilità climatica e di disastri naturali sul lungo termine dovuto al riscaldamento globale. Le ultime proiezioni provenienti dal National Center for Atmospheric Research (NCAR) , basate sul modello di business sfrenato, suggeriscono che entro 30 anni il mondo potrebbe dover affrontare un’estrema siccità permanente in parti dell’Asia, degli USA, dell’Europa meridionale così come in ampie zone dell’Africa, America Latina e Medioriente, con un impatto devastante sull’agricoltura e sulle risorse acquifere.
La stabilità della produzione di petrolio non aiuta a risolvere i problemi. Più elevati prezzi del petrolio avranno un effetto inflazionario sull’economia, esacerbando l’impennata dei prezzi alimentari. Inoltre, poiché l’attuale sistema dell’industria alimentare è pesantemente dipendente dai combustibili fossili a vari livelli – macchinari in loco; sintesi e produzione di fertilizzanti; processione, imballaggio, conservazione e trasporto di alimenti – la stabilità della fornitura energetica rafforzerà i limiti fondamentali della produzione alimentare mondiale, con ripercussioni sull’aumento dei prezzi.
Sfortunatamente, l’azione economica ortodossa sembra accelerare la convergenza di queste crisi nei prossimi anni, invece di migliorare la situazione. Nonostante gli indicatori promettano una continua crescita del PIL, considerata da molti come la prova della continua benché fragile ripresa dell’economia, i fatti fondamentali ci raccontano una storia molto diversa. Il commercio totale dei derivati nel mondo attualmente rimane agli stessi livelli della fine 2008 – circa un quadrilione di dollari (mille trilioni) – cioè la cifra colossale pari a 23 volte il PIL mondiale. Come ha notato DK Matai, un analista di rischio strategico globale e consigliere governativo su minacce alla sicurezza, “ L’intera piramide finanziaria su cui sono strutturati i derivati può crollare se i prezzi dei beni cominceranno a scendere poiché alcune delle controparti non sono in grado di pagare le loro obbligazioni”, cioè quello che è successo nel crash del 2008.
Il problema è che il pericolo non è stato affatto rimosso, anzi, forse addirittura è aumentato. Anche se l’1% della piramide dei derivati perde le proprie controparti perché diventano insolventi, stiamo parlando di un buco di 10 trilioni di dollari. Se quel 1% diventa 5% allora sono più di 50 trilioni di dollari, cioè più del PIL del mondo intero”.
In questo momento, la strategia economica ortodossa del governo, ispirata a modelli neoliberisti, sta cercando di rilanciare la crescita economica attraverso l’inflazione dei prezzi dei beni e il commercio dei derivati, includendo le merci come petrolio e alimenti: cioè re-inflazionando l’insostenibile bolla di debito che è scoppiata due anni fa. I diffusi salvataggi delle banche - quantitative easing – sono serviti solo a dare supporto alle banche insolventi e agli istituti finanziari con soldi dei contribuenti. Questo ha ridotto la quantità di soldi in circolazione – col risultato di contrarre l’economia reale basata sulla produzione reale, nell’acquisto e vendita – e allo stesso tempo ha permesso ai finanzieri di ritornare alle loro solite attività. Ma sia le autorità americane che quelle britanniche hanno riconosciuto che c'è la possibilità di ulteriore quantitative easing per sostenere la ripresa dell’economia. Contemporaneamente, si preparano profonde misure di austerità in stile FMI per ridurre i consumi e le manifatture, tagliare i servizi pubblici, mentre aumenta la disoccupazione.
La pressione verso il rialzo dei picchi di prezzo di petrolio e alimenti, determinata per entrambi dalle fondamentali restrizioni alla produzione con conseguenti limiti alla fornitura, in combinazione con il mercato decrescente dei futures dei derivati, genererà negli anni a venire un effetto inflazionario che avrà un potente impatto sui consumatori, così come capitò prima del 2008. Si crea più quantitative easing, spostando i soldi dei contribuenti dall’economia reale e immettendoli nel virtuale mondo finanziario, e di fatto si re-inflaziona la bolla fittizia della ‘crescita’ mentre allo stesso tempo si riduce la dimensione del mondo reale nel quale si suppone che la bolla stia crescendo.
I consumatori e il mondo degli affari lotteranno per continuare a ripagare i debiti, anche se la bolla del debito dei derivati si re-inflaziona nel contesto di un crescente quantitative easing.
Contemporaneamente, mentre la ‘crescita’ determinata dal debito continua ad alimentare una sembianza di ripresa economica, la crescente attività economica raggiungerà inevitabilmente i limiti della stabilità e del declino graduale delle energie derivanti da idrocarburi.
Inevitabilmente, la bolla raggiungerà i limiti della sostenibilità, sia in termini di capacità di solvenza del debito che di produzione energetica derivante da idrocarburi. Il risultato sarà un’altra convergenza di crisi, un altro crash complessivo che include i settori alimentare, energetico ed economico e simultaneamente i picchi dei prezzi causeranno insolvenze nel pagamento dei debiti e quindi provocheranno la deflazione della bolla dei derivati – in definitiva, tutti prodotti di una crisi economica e politica globale la cui organizzazione strutturale richiede qualcosa di fisicamente impossibile: crescita infinita in un pianeta finito.
La prossima crisi, inoltre, difficilmente sarà l’ultima, poiché noi continuiamo a sollecitare le risorse di idrocarburi mentre continuiamo a devastare gli ecosistemi del pianeta e ad alterare il suo clima. Sarà piuttosto la seconda di varie tappe di convergenze di crisi, sintomatica di un protratto processo di crollo del sistema globale.
La domanda che tutti ci dobbiamo porre è: quante crisi dobbiamo ancora vedere prima di svegliarci e capire che il business sfrenato ci ucciderà tutti?
Fonte: http://ceasefiremagazine.co.uk
30 novembre 2010
Rifiuti, gli interessi dietro la crisi fanno ostacolo alla soluzione
L'ultima trovata sui rifiuti campani è stato un accordo tra Governo e Regioni che prevede lo smaltimento di 600 tonnellate al giorno di rifiuti fuori dalla Campania per tre mesi. In altre parole le Regioni italiane si impegnano a trovare un modo per smaltire il surplus di rifiuti chiedendo in cambio lo stato di emergenza. Ma la crisi di Napoli è la crisi degli interessi di parte e del continuo rimpiattino sulle responsabilità, che stanno dilatando ancora i tempi di quella che appare come l'unica soluzione disponibile: l'avvio di serie politiche di organizzazione ed incentivo alla raccolta differenziata.

L'unica soluzione sembra essere l'avvio di una seria ed efficiente raccolta differenziata. Ma sono ancora troppi gli interessi che fanno ostacolo
Prima erano 6000 le tonnellate di spazzatura non raccolta che sta marcendo lungo le strade di Napoli, poi sono diventate 8000 e infine 3000 a Napoli città e 8000 in Provincia. Niente a che vedere con le centinaia di migliaia di un paio di anni fa ma la situazione è chiara, il problema, checché ne dica il governo, non è mai stato risolto, altrimenti non ci troveremmo a questo punto.
Qualche giorno fa il governatore della Campania Stefano Caldoro diceva: "per uscire dalla crisi strutturale della questione rifiuti servono due o più realisticamente tre anni". La stessa cosa che dicevano 2 anni fa, ed eccoci di nuovo al punto di partenza, abbiamo fatto un bel giro di cerimonie di inaugurazione e di proclami di emergenza risolta, di problema affrontato e alla fine siamo tornati alla casella di partenza: la "munnezza" è ancora lì, nelle strade. Il problema della spazzatura in Campania è infatti un problema che ha una natura decisamente variegata, ma spiegabile con una singola parola: interessi.
Gli interessi della Camorra che ormai da anni sa che quello dei rifiuti è un business da milioni e milioni di euro - Gomorra di Garrone e Saviano ce l'ha spiegato chiaramente - e che usa questo business per influenzare la politica. Sulla spazzatura, infatti, è caduto Prodi ed è risuscitato Berlusconi che ora sta di nuovo per cadere, certo per le manovre di Fini ma anche per qualche cumulo di rifiuti. Gli interessi della politica stessa che sa quanto gestire la "munnezza" voglia dire in questo momento gestire soldi e quindi potere, oltre che ovviamente poter decidere di questo e di quell'appalto, di questo e di quell’inceneritore (vedi la recente querelle Carfagna-Cosentino). Gli interessi dei cittadini, che arrivano sempre per ultimi, che quando lottano per la propria salute come a Terzigno vengono chiamati teppisti, che da anni - non 2 ma quasi 20 - si trovano ciclicamente in questa situazione che potrebbe probabilmente essere risolta con la differenziata, non a caso mai partita o ostacolata, come nel caso di Camigliano - unico paese Campano a fare la differenziata con successo - dove è stata smantellata con la deposizione della Giunta comunale che era riuscita in tal impresa.
Ora, dopo un mese di nuova emergenza, gli interessi dei cittadini e in particolare la loro salute sono di nuovo a rischio. Nel centro città l'immondizia viene mangiata dai piccioni, ma è in periferia che la situazione peggiora di giorno in giorno con le prime segnalazioni - a Poggioreale e San Pietro a Patierno - di invasioni di topi. Paolo Giacomelli, assessore all'igiene di Napoli rassicura che "Il Comune è in stretto contatto con la Asl, a cui abbiamo chiesto di fornirci immediatamente qualunque informazione utile sugli aspetti sanitari del problema", ma è una rassicurazione da poco visto che la situazione non potrà che peggiorare nelle prossime settimane dal momento che le discariche e gli Stir (impianti di tritovagliatura dei rifiuti) di Napoli e dintorni sono al limite.
In questa crisi, che, negli amministratori e nel governo, scatena ormai il panico solo a nominarla, l'unica soluzione sembra essere ancora una volta la differenziata - non il decreto del governo firmato dal Presidente Napolitano - dice Daniele Fortini, amministratore delegato di Asìa, Azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani: "L'unica soluzione immediata e con un investimento inferiore al milione di euro è riarmare immediatamente a Giugliano e Tufino gli impianti di stabilizzazione della frazione umida, distrutti durante l'emergenza del 2008. Questi impianti servono a trasformare la frazione umida in frazione organica stabilizzata, trasformazione che ridurrebbe il peso dei rifiuti del 40 per cento con un beneficio ambientale ed economico".
di Andrea Boretti
02 dicembre 2010
La rivoluzione di Eric Cantona agita le banche?
| | |
| | Intervista a Juan Torres López a proposito dell’iniziativa di Eric Cantona “È normale che la gente onesta si ponga il problema di ritirare i propri soldi dalle banche che li usano per affondare le economie ed estorcere i governi” Il noto calciatore Eric Cantona ha convocato in Francia un movimento popolare per ritirare i soldi dalle banche il prossimo 7 dicembre (www.bankrun2010.com). Per conoscere i possibili effetti di questa iniziativa intervistiamo Juan Torres López, Docente di Economia, membro del Comitato Scientifico di ATTAC Spagna e autore dei libri Desiguales. Mujeres y hombres en la crisis financiera (Icaria), con Lina Gálvez, e La crisis de las hipotecas basura. ¿Por qué se cayó todo y no se ha hundido nada? (Sequitur) con la collaborazione di Alberto Garzón. . - Quali sono gli effetti che avrebbe una misura come quella proposta da Cantona? . - Logicamente dipende dal suo seguito. Se si facesse in massa, le banche non avrebbero abbastanza liquidità per restituire i depositi ai loro clienti, perché la banca occidentale opera con un sistema chiamato di riserve frazionarie. Questo significa che di tutti i soldi che deposita un cliente, conserva soltanto una piccola parte (attualmente un 2% più alcune percentuali addizionali in base al regolamento di ogni paese). Il resto lo usa per dare crediti. Per tanto, i soldi dei depositi “stanno” in banca ma solo in forma di annotazioni, così che il denaro non può essere ritirato nella sua totalità. . - Questo vuol dire che le banche non “conservano” il denaro dei loro clienti ma che lo usano per creare più denaro? - È proprio così. L’affare delle banche è questo: creare mezzi di pagamento mediante la generazione di debito. Ogni volta che danno un credito, creano denaro con questa parte del deposito che non conservano. Ma non si tratta di denaro legale (monete o biglietti) bensì di denaro bancario. . - E con questo guadagnano … - Certo che guadagnano. Guadagnano più denaro, perché riscuotono più per prestare che per ricevere depositi. E guadagnano potere perché, come tutti sanno, il denaro dà potere di decisione e di soddisfazione. . - E i governi non potrebbero evitare una situazione del genere, impedendo di ritirare i depositi? . - Teoricamente, i governi si sono compromessi a garantire i depositi dei clienti ma, logicamente, sottoforma di denaro bancario. Quello che succede è che se tutti, o molti di noi, andassimo nello stesso giorno a ritirare il denaro, sarebbe impossibile. Ciò che hanno fatto i governi è stato in realtà una farsa, fintanto che sussiste il sistema di riserve frazionarie. Però, in un momento dato, possono decretare che non si può ritirare il denaro, com’è successo in Argentina per aiutare le banche e i grandi risparmiatori. . - Lei crede che l’appello di Cantona avrà successo? . - Suppongo che all’inizio non sarà seguito da milioni di persone. Per questo motivo non credo che sarà tanto rilevante per il problema della liquidità che andrà a generare, quanto piuttosto perché sarà un avvertimento del fatto che la gente sta cominciando ad essere stufa, e giustamente, delle banche. Una volta ho letto che Henry Ford disse che se le persone sapessero quello che le banche fanno con i loro risparmi, il giorno dopo scoppierebbe una rivoluzione. . - Il ruolo delle banche in questa crisi è stato così negativo? . - Credo di sì. Se mi è concessa l’espressione, sono state allo stesso tempo l’arma del delitto e la mano che ha premuto il grilletto. Invece di canalizzare il risparmio in investimenti produttivi lo hanno messo a disposizione della speculazione. E di altri affari sporchi: le banche sono quelle che permettono di riciclare il denaro, quelle che hanno sede nei paradisi fiscali, quelle che fanno da tramite per i traffici di armi, droga, persone, o che aiutano i terroristi a spostare i loro soldi, quelle che finanziano con migliaia di milioni gli affari più sporchi e le persone più impresentabili del mondo, mentre i piccoli e medi imprenditori si fanno in quattro per ottenere crediti di qualche migliaio di euro. E, inoltre, grazie al potere finanziario che possiedono hanno esteso la loro influenza alla politica, ai mezzi di comunicazione, alla creazione del pensiero, all’educazione … Imponendo politiche che producono un’enorme disuguaglianza, e dando luogo in questo modo a crisi tanto ricorrenti e tanto gravi. Non c’è, oggigiorno, un aspetto decisivo della vita sociale, che si muova libero dall’influenza delle banche. . - Allora, lei crede sia giustificato che la gente ritiri il proprio denaro dalle banche? . - Assolutamente sì, ma con dei chiarimenti. La gente ha il diritto, e oserei dire che ha persino il dovere morale, di dire alle banche che fanno tutte queste cose che così non va, che non vuole che con i propri soldi si compiano tutte queste azioni. Ma dico anche che bisogna precisare, perché ci sono banche etiche e non tutte le banche si sono comportate allo stesso modo. Bisognerebbe canalizzare questa espressione di rabbia e di rifiuto verso le banche sporche chiedendo un nuovo tipo di banca. Mobilitare il risparmio e metterlo a disposizione di chi ha bisogno di finanziamenti esterni per creare ricchezza, voglio dire che l’attività finanziaria è imprescindibile in qualsiasi economia. Sarebbe una sciocchezza rinunciare a questo. Perciò la cosa importante non è soltanto ritirare il denaro dalle banche che stanno effettivamente arrecando tanti danni, ma creare un sistema finanziario alternativo, etico, pulito, trasparente, volto a creare ricchezza. . - E come sarebbe questo sistema finanziario alternativo? . - Dunque, credo che invece di essere un sistema sempre più centralizzato e accentrato, come vogliono i padroni delle banche private per controllare meglio i mercati e la società, dovrebbe organizzarsi su più livelli. Certamente credo che dovrebbero esserci banche di grandi dimensioni e internazionali perché, al giorno d’oggi, c’è bisogno di finanziare progetti di sviluppo di grande portata. Ma non dovrebbero essere né private (perché altrimenti cercherebbero soltanto di fare i propri interessi) né tanto antidemocraticamente controllate come accade oggi, ad esempio, con la Banca Mondiale. E per evitare quest’ultima situazione l’ideale è che le banche siano molto “vicine” alle persone, che siano sottomesse a principi di attuazione molto rigidi e ad un costante, plurale e democratico controllo sociale. . - E queste banche più grandi continuerebbero ad agire con riserve frazionarie? . - No, no, è proprio questa la logica che deve essere cambiata. Se si continua in questo modo, saremo sempre punto e a capo. Ci sono modi per far sì che una banca senza riserve frazionarie funzioni perfettamente e adempia il suo compito di finanziatrice dell’attività produttiva. Non dico che sia facile da organizzare ma si può fare. . E il resto ? . - Il sistema finanziario funziona meglio e provoca meno problemi quanto più è decentralizzato. Bisogna creare reti e un sistema di finanze multilivello e multifunzionale. Ed è fondamentale che la gente che risparmia sia anche padrona del destino dei propri risparmi, che intervenga nel momento in cui se ne decide l’uso. In questo modo sarebbe molto più facile se tutti fossimo più immaginativi e imprenditori, se non vedessimo la creazione della ricchezza, di impiego o di sicurezza e benessere come “qualcosa che riguarda gli altri”, ma che riguarda anche noi, che dipende dalla nostra attività e lavoro, dai nostri risparmi, dalle nostre iniziative e decisioni. Bisogna fare in modo che le finanze non schiavizzino i consumatori o i piccoli e medi imprenditori: in fin dei conti, sono loro che in Spagna creano e sostengono più del 90% dell’impiego. È per questo che sarebbe meglio se tutti loro decidessero cosa fare con i risparmi e che queste decisioni non dipendessero dalle grandi e lontane istituzioni finanziarie le quali, ovviamente, cercano di massimizzare i loro guadagni in una prospettiva globale. Che cosa importa alla Banca di Santander [ una delle maggiori entità finanziarie in Spagna, N.d.T.], preoccupata di aumentare sempre di più le sue entrate, dell’effetto delle loro azioni finanziarie su una donna del Bierzo che ha bisogno di 1500 euro per avviare l’attività di parrucchiera o su un carpentiere che dà impiego a cinque lavoratori in una frazione di Lugo e che ha bisogno di 5000 euro per cambiare i macchinari? Durante la propaganda possono dire ciò che vogliono ma la realtà è che il calcolo dei risultati delle grandi banche, che dominano oggi le finanze, dipende da altre variabili, e che non si occuperanno di far funzionare bene questi “affari ordinari della vita quotidiana”, che sono, secondo quanto diceva Alfred Marshall, l’oggetto dell’economia. . - Si riferisce al potenziamento delle cosiddette microfinanze? . - Sì, ma non solo. Bisogna creare e potenziare reti interpersonali di soccorso finanziario, per chiamarlo in qualche modo. Anche le finanze hanno a che fare con la solidarietà e la generosità. Mohamed Yunus ha dimostrato, con le sue esperienze di microcrediti, che le economie basate su questi valori aiutano ad uscire dalla povertà e a creare ricchezza più di quanto non facciano le economie basate sui valori del lucro o, di certo, di quelle che spingono la speculazione finanziaria. Ma si deve generare anche un altro tipo di economia a un livello intermedio. Come ho detto, non ha senso che il finanziamento di autonomi, di piccoli imprenditori o persone che necessitano, la maggior parte delle volte, di un appoggio finanziario di piccola o media entità, dipenda da corporazioni finanziarie gigantesche. È molto meglio che questo sia vincolato al risparmio decentralizzato. Si è sempre fatto così e c’è stata più disponibilità economica per creare ricchezza. Adesso sembra che viviamo nell’abbondanza di mezzi di finanziamento ma, in realtà, c’è stata e c’è soltanto quando si tratta di appoggiare grandi affari o di generare debito artificiale che, a sua volta, finanzia le bolle speculative. . - Dunque lei raccomanderebbe di ritirare i soldi dalle banche convenzionali? Lei ritirerà i suoi soldi? - Vediamo, io sono cliente della Triodos Bank. Si potrebbe dire che li ho già ritirati, almeno una gran parte, perché sussistono ancora grandi difficoltà per inoltrare al di fuori delle banche tradizionali tutte le ricevute o i pagamenti. E ci sono alternative per depositare i risparmi: Fiare, diverse cooperative in alcune delle comunità autonome. Sebbene rispondano allo stesso sistema di riserve frazionarie, sono molto più trasparenti e non fanno gli spregevoli investimenti che fanno le banche convenzionali. - E si dovrebbe fare questo in massa? - Io credo che in massa dovremmo essere consapevoli di ciò che stanno facendo le banche convenzionali, del fatto che è necessario che ce ne siano altre differenti, pubbliche e private, senza il privilegio di creare denaro privato. E che, senz’altro, quanta più gente porta i propri soldi alle banche etiche o alle cooperative di credito e tanto meglio sarà. - Ma si può utilizzare il ritiro dei fondi come un’arma contro le banche? Non si rischia di provocare un corralito , un fallimento generalizzato delle banche? - Dunque vediamo, andiamo per ordine. Se le banche adesso sono vicine alla bancarotta o perfino in bancarotta dissimulata, non è assolutamente per colpa dei clienti che vogliono proteggere i propri soldi dall’irresponsabilità e dall’ingordigia dei banchieri. Inoltre, la gente ha diritto di ritirare il proprio denaro dalla banca quando vuole. È suo! E se volesse farlo in massa, non sarebbe certo questa decisione dei clienti ciò che, in ogni caso, farebbe fallire le banche, bensì il sistema di riserve frazionarie. . - Ma l’appello di Cantona non è un’irresponsabilità? - È possibile che questo lo dica chi ha affondato il sistema finanziario mondiale provocando una crisi senza precedenti o chi li appoggia dai governi, ma l’irresponsabilità di quanto potrebbe accadere nel sistema finanziario non è di Cantona. Ci mancherebbe altro! Cantona è un cittadino, come tanti altri, che è stufo degli irresponsabili. Un altro discorso è se questa misura possa essere decisiva e se sia utile da sola . - Che vuole dire con questo? - Che non è sufficiente dire alla gente di ritirare i soldi dalle banche. Questo va bene come scintilla, per richiamare l’attenzione, come avvertenza, come provocazione … Ma c’è bisogno di alternative. Questa proposta non può essere fine a sé stessa. Deve essere in ogni caso una misura di pressione in favore di qualcosa. Credo che debba essere accompagnata, se verrà attuata, dalla rivendicazione della banca pubblica, dalla scomparsa delle banche responsabili della crisi, da altre politiche economiche e finanziarie, dall’esigenza di nuove norme e nuovi modi di funzionamento delle finanze e, soprattutto, dall’esigenza di garanzie che permettano di tornare a finanziare l’economia affinché questa funzioni: è proprio ciò che ora le banche private non garantiscono. È questa la linea con la quale lavoriamo in ATTAC. Ovviamente non si può escludere che la gente si stanchi se le banche continuano a estorcere i governi, se continuano ad attaccare gli Stati e ad esigere tagli sui diritti per andare avanti. Ed io sarei il primo ad essere favorevole a misure molto più contundenti. Perché se loro sono insaziabili la pazienza della gente, invece, ha un limite. di Juan Torres López - Alberto Montero Soler - Juan Torres López è Docente di Economia Applicata all’ Università di Siviglia.www.juantorreslopez.com Alberto Montero Soler (amontero@uma.es) è professore di Economia Applicata all’Università di Malaga e puoi leggere altri suoi articoli sul suo blog La Otra Economía. Fonte: www.rebelion.org |
01 dicembre 2010
La prossima crisi: ecco come il business sfrenato ci ucciderà
Il 2008 è stato l’anno della convergenza delle crisi. Gli aumenti del prezzo del petrolio così come degli alimenti principali, entrambi prodotti dalla combinazione di problemi nella produzione e nel rifornimento, dalla domanda salita alle stelle con il conseguente incremento del commercio di merci nel mercato dei futures. Allora le banche hanno collassato, i governi le hanno salvate con interventi mirati a puntellare un sistema finanziario che crollava.
Come ho già sostenuto in un precedente articolo (trad italiana) su Ceasefire, questa convergenza di crisi energetica, alimentare ed economica non è stata un incidente, ma il risultato inevitabile del modello di business sfrenato adottato da un sistema politico-economico mondiale che ora ha raggiunto i propri limiti interni, oltre ad aver superato quelli dell’ambiente.
Nonostante le rassicurazioni ufficiali secondo le quali il peggio è passato e le economie si stanno riprendendo e sono tornate a crescere, la tendenza attuale ci indica che il peggio deve ancora venire, e che i politici non hanno idea di quali siano le cause strutturali della convergenza di queste crisi.
Il primo problema fondamentale è che gli ortodossi economisti neoliberisti non riescono a capire una ovvia verità cioè la compenetrazione dell’economia con l’ambiente naturale. La crescita dell’economia richiede un crescente apporto di energia, ottenuta dallo sfruttamento delle risorse naturali, in questo momento essenzialmente i combustibili fossili come petrolio, gas e carbone.
In teoria, gli economisti ortodossi sostengono che il capitalismo può risolvere il problema della dipendenza dall’energia massimizzando l’efficienza, più grande lo sviluppo economico, maggiore sarà l’uso ottimale delle risorse e quindi minore la quantità di energia necessaria. Questo tipo di ragionamento sottintende il sostegno del governo all’ossimoro delle società high growth, low carbon (crescita elevata, basso uso di carbone). Come capita spesso con la teoria economica neoliberista, i dati empirici generano alcuni seri interrogativi su questo argomento. Come mostrato in modo inequivocabile da Tim Jackson in Prosperity Without Growth (pp. 74-76), il trend globale delle emissioni di carbone e combustibili fossili così come l’estrazione di metalli grezzi e di minerali non metallici è aumentato vertiginosamente negli ultimi due decenni. In molti casi, sostiene Jackson: “L’intensità energetica globale (rapporto tra uso di risorse e PIL) è cresciuta significativamente per i minerali non combustibili. L’efficienza delle risorse ha preso una direzione sbagliata.” (p. 75)
Tra il 2005 e il 2008, la convenzionale produzione di petrolio ha combattuto con una stabilità ondulante senza precedenti nella storia della produzione mondiale di petrolio, ed è improbabile che aumenti considerevolmente oltre i livelli raggiunti nel 2008. Come ha notato il dottor James Schlesinger , passato Segretario dell’energia americano (1977-79) e direttore della CIA, date le progettate curve in flessione tra il 4 e il 6 percento, e l’aumento progettato della domanda durante il prossimo quarto di secolo, avremo bisogno dell’equivalente della capacità di cinque volte l’Arabia Saudita”. Aldilà delle incertezze sui fondali degli oceani e sulle riserve non convenzionali e altre, lui fa notare che “in generale dobbiamo aspettarci di andare avanti senza la nostra fonte di energia fondamentale nell’espansione dell’economia mondiale per più di mezzo secolo”.
Mentre i livelli di fornitura sembrano essere fluttuanti, l’aumento di domanda dovuto a una fragile ripresa indica la possibilità a breve di un altro picco del prezzo del petrolio dal momento che la crescente domanda incontra una capacità di produzione piuttosto bassa. Gran parte dell’aumento vertiginoso di domanda di petrolio non proviene dall’occidente ma dalle economie emergenti, come la Cina, e ha portato alcuni istituti finanziari come JP Morgan a prevedere un imminente aumento del prezzo del petrolio fino a 100 dollari al barile.
Allo stesso tempo, con il nuovo aumento dei prezzi del petrolio, stiamo assistendo all’aumento vertiginoso dei prezzi della carne, zucchero, riso, grano e mais. Come esperto finanziario, Addison Wiggin ha avvisato su Forbes, verso la fine di ottobre, che “potremmo essere a un passo dall’esplosione di una crisi alimentare che farebbe sembrare i picchi dei prezzi raggiunti nel 2008 come un felice ricordo”. Wiggin sostiene che la crisi alimentare del 2008 “non è mai finita”, visto che i prezzi delle merci chiave delle aziende agricole, sebbene non raggiungano i livelli del 2008, tuttavia hanno raggiunto livelli più elevati di quelli antecedenti al 2008:
- Frumento: su del 63%
- Grano: su dell’84%
- Soia: su del 24%
- Zucchero: su del 55%
Intanto, il dipartimento americano dell’agricoltura ha avvisato che ci sarà una caduta nella produzione di grano ... l’anno prossimo, dovuta essenzialmente alla siccità in Russia, e ha evidenziato il significativo crollo della produzione di frumento di quest’anno – apparentemente il più considerevole mai verificatosi finora.
Il nesso tra le attuali insufficienze nei rifornimenti di cibo e il cambio climatico non può essere più ignorato a seguito del devastante impatto sull’agricoltura causato dell’ondata di caldo in Russia e delle inondazioni in Pakistan, in seguito anche al previsto problema di instabilità climatica e di disastri naturali sul lungo termine dovuto al riscaldamento globale. Le ultime proiezioni provenienti dal National Center for Atmospheric Research (NCAR) , basate sul modello di business sfrenato, suggeriscono che entro 30 anni il mondo potrebbe dover affrontare un’estrema siccità permanente in parti dell’Asia, degli USA, dell’Europa meridionale così come in ampie zone dell’Africa, America Latina e Medioriente, con un impatto devastante sull’agricoltura e sulle risorse acquifere.
La stabilità della produzione di petrolio non aiuta a risolvere i problemi. Più elevati prezzi del petrolio avranno un effetto inflazionario sull’economia, esacerbando l’impennata dei prezzi alimentari. Inoltre, poiché l’attuale sistema dell’industria alimentare è pesantemente dipendente dai combustibili fossili a vari livelli – macchinari in loco; sintesi e produzione di fertilizzanti; processione, imballaggio, conservazione e trasporto di alimenti – la stabilità della fornitura energetica rafforzerà i limiti fondamentali della produzione alimentare mondiale, con ripercussioni sull’aumento dei prezzi.
Sfortunatamente, l’azione economica ortodossa sembra accelerare la convergenza di queste crisi nei prossimi anni, invece di migliorare la situazione. Nonostante gli indicatori promettano una continua crescita del PIL, considerata da molti come la prova della continua benché fragile ripresa dell’economia, i fatti fondamentali ci raccontano una storia molto diversa. Il commercio totale dei derivati nel mondo attualmente rimane agli stessi livelli della fine 2008 – circa un quadrilione di dollari (mille trilioni) – cioè la cifra colossale pari a 23 volte il PIL mondiale. Come ha notato DK Matai, un analista di rischio strategico globale e consigliere governativo su minacce alla sicurezza, “ L’intera piramide finanziaria su cui sono strutturati i derivati può crollare se i prezzi dei beni cominceranno a scendere poiché alcune delle controparti non sono in grado di pagare le loro obbligazioni”, cioè quello che è successo nel crash del 2008.
Il problema è che il pericolo non è stato affatto rimosso, anzi, forse addirittura è aumentato. Anche se l’1% della piramide dei derivati perde le proprie controparti perché diventano insolventi, stiamo parlando di un buco di 10 trilioni di dollari. Se quel 1% diventa 5% allora sono più di 50 trilioni di dollari, cioè più del PIL del mondo intero”.
In questo momento, la strategia economica ortodossa del governo, ispirata a modelli neoliberisti, sta cercando di rilanciare la crescita economica attraverso l’inflazione dei prezzi dei beni e il commercio dei derivati, includendo le merci come petrolio e alimenti: cioè re-inflazionando l’insostenibile bolla di debito che è scoppiata due anni fa. I diffusi salvataggi delle banche - quantitative easing – sono serviti solo a dare supporto alle banche insolventi e agli istituti finanziari con soldi dei contribuenti. Questo ha ridotto la quantità di soldi in circolazione – col risultato di contrarre l’economia reale basata sulla produzione reale, nell’acquisto e vendita – e allo stesso tempo ha permesso ai finanzieri di ritornare alle loro solite attività. Ma sia le autorità americane che quelle britanniche hanno riconosciuto che c'è la possibilità di ulteriore quantitative easing per sostenere la ripresa dell’economia. Contemporaneamente, si preparano profonde misure di austerità in stile FMI per ridurre i consumi e le manifatture, tagliare i servizi pubblici, mentre aumenta la disoccupazione.
La pressione verso il rialzo dei picchi di prezzo di petrolio e alimenti, determinata per entrambi dalle fondamentali restrizioni alla produzione con conseguenti limiti alla fornitura, in combinazione con il mercato decrescente dei futures dei derivati, genererà negli anni a venire un effetto inflazionario che avrà un potente impatto sui consumatori, così come capitò prima del 2008. Si crea più quantitative easing, spostando i soldi dei contribuenti dall’economia reale e immettendoli nel virtuale mondo finanziario, e di fatto si re-inflaziona la bolla fittizia della ‘crescita’ mentre allo stesso tempo si riduce la dimensione del mondo reale nel quale si suppone che la bolla stia crescendo.
I consumatori e il mondo degli affari lotteranno per continuare a ripagare i debiti, anche se la bolla del debito dei derivati si re-inflaziona nel contesto di un crescente quantitative easing.
Contemporaneamente, mentre la ‘crescita’ determinata dal debito continua ad alimentare una sembianza di ripresa economica, la crescente attività economica raggiungerà inevitabilmente i limiti della stabilità e del declino graduale delle energie derivanti da idrocarburi.
Inevitabilmente, la bolla raggiungerà i limiti della sostenibilità, sia in termini di capacità di solvenza del debito che di produzione energetica derivante da idrocarburi. Il risultato sarà un’altra convergenza di crisi, un altro crash complessivo che include i settori alimentare, energetico ed economico e simultaneamente i picchi dei prezzi causeranno insolvenze nel pagamento dei debiti e quindi provocheranno la deflazione della bolla dei derivati – in definitiva, tutti prodotti di una crisi economica e politica globale la cui organizzazione strutturale richiede qualcosa di fisicamente impossibile: crescita infinita in un pianeta finito.
La prossima crisi, inoltre, difficilmente sarà l’ultima, poiché noi continuiamo a sollecitare le risorse di idrocarburi mentre continuiamo a devastare gli ecosistemi del pianeta e ad alterare il suo clima. Sarà piuttosto la seconda di varie tappe di convergenze di crisi, sintomatica di un protratto processo di crollo del sistema globale.
La domanda che tutti ci dobbiamo porre è: quante crisi dobbiamo ancora vedere prima di svegliarci e capire che il business sfrenato ci ucciderà tutti?
Fonte: http://ceasefiremagazine.co.uk
30 novembre 2010
Rifiuti, gli interessi dietro la crisi fanno ostacolo alla soluzione
L'ultima trovata sui rifiuti campani è stato un accordo tra Governo e Regioni che prevede lo smaltimento di 600 tonnellate al giorno di rifiuti fuori dalla Campania per tre mesi. In altre parole le Regioni italiane si impegnano a trovare un modo per smaltire il surplus di rifiuti chiedendo in cambio lo stato di emergenza. Ma la crisi di Napoli è la crisi degli interessi di parte e del continuo rimpiattino sulle responsabilità, che stanno dilatando ancora i tempi di quella che appare come l'unica soluzione disponibile: l'avvio di serie politiche di organizzazione ed incentivo alla raccolta differenziata.

L'unica soluzione sembra essere l'avvio di una seria ed efficiente raccolta differenziata. Ma sono ancora troppi gli interessi che fanno ostacolo
Prima erano 6000 le tonnellate di spazzatura non raccolta che sta marcendo lungo le strade di Napoli, poi sono diventate 8000 e infine 3000 a Napoli città e 8000 in Provincia. Niente a che vedere con le centinaia di migliaia di un paio di anni fa ma la situazione è chiara, il problema, checché ne dica il governo, non è mai stato risolto, altrimenti non ci troveremmo a questo punto.
Qualche giorno fa il governatore della Campania Stefano Caldoro diceva: "per uscire dalla crisi strutturale della questione rifiuti servono due o più realisticamente tre anni". La stessa cosa che dicevano 2 anni fa, ed eccoci di nuovo al punto di partenza, abbiamo fatto un bel giro di cerimonie di inaugurazione e di proclami di emergenza risolta, di problema affrontato e alla fine siamo tornati alla casella di partenza: la "munnezza" è ancora lì, nelle strade. Il problema della spazzatura in Campania è infatti un problema che ha una natura decisamente variegata, ma spiegabile con una singola parola: interessi.
Gli interessi della Camorra che ormai da anni sa che quello dei rifiuti è un business da milioni e milioni di euro - Gomorra di Garrone e Saviano ce l'ha spiegato chiaramente - e che usa questo business per influenzare la politica. Sulla spazzatura, infatti, è caduto Prodi ed è risuscitato Berlusconi che ora sta di nuovo per cadere, certo per le manovre di Fini ma anche per qualche cumulo di rifiuti. Gli interessi della politica stessa che sa quanto gestire la "munnezza" voglia dire in questo momento gestire soldi e quindi potere, oltre che ovviamente poter decidere di questo e di quell'appalto, di questo e di quell’inceneritore (vedi la recente querelle Carfagna-Cosentino). Gli interessi dei cittadini, che arrivano sempre per ultimi, che quando lottano per la propria salute come a Terzigno vengono chiamati teppisti, che da anni - non 2 ma quasi 20 - si trovano ciclicamente in questa situazione che potrebbe probabilmente essere risolta con la differenziata, non a caso mai partita o ostacolata, come nel caso di Camigliano - unico paese Campano a fare la differenziata con successo - dove è stata smantellata con la deposizione della Giunta comunale che era riuscita in tal impresa.
Ora, dopo un mese di nuova emergenza, gli interessi dei cittadini e in particolare la loro salute sono di nuovo a rischio. Nel centro città l'immondizia viene mangiata dai piccioni, ma è in periferia che la situazione peggiora di giorno in giorno con le prime segnalazioni - a Poggioreale e San Pietro a Patierno - di invasioni di topi. Paolo Giacomelli, assessore all'igiene di Napoli rassicura che "Il Comune è in stretto contatto con la Asl, a cui abbiamo chiesto di fornirci immediatamente qualunque informazione utile sugli aspetti sanitari del problema", ma è una rassicurazione da poco visto che la situazione non potrà che peggiorare nelle prossime settimane dal momento che le discariche e gli Stir (impianti di tritovagliatura dei rifiuti) di Napoli e dintorni sono al limite.
In questa crisi, che, negli amministratori e nel governo, scatena ormai il panico solo a nominarla, l'unica soluzione sembra essere ancora una volta la differenziata - non il decreto del governo firmato dal Presidente Napolitano - dice Daniele Fortini, amministratore delegato di Asìa, Azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani: "L'unica soluzione immediata e con un investimento inferiore al milione di euro è riarmare immediatamente a Giugliano e Tufino gli impianti di stabilizzazione della frazione umida, distrutti durante l'emergenza del 2008. Questi impianti servono a trasformare la frazione umida in frazione organica stabilizzata, trasformazione che ridurrebbe il peso dei rifiuti del 40 per cento con un beneficio ambientale ed economico".
di Andrea Boretti
