“Gli economisti politici”, secondo Stephen Zarlenga nel libro The Lost Science of Money, “sono diventati il sacerdozio della nuova aristocrazia Bancaria, spesso prestandosi come apparato propagandistico per coprire la struttura del potere monetario. Essi hanno portato avanti idee sbagliate e cortine fumogene sulla natura del denaro, concetti primitivi per facilitare il radicamento dei banchieri”. Zarlenga dà la colpa della distruzione dell’economia mondiale all’”establishment finanziario e ai loro economisti” e definisce questi ultimi come i portavoce del ‘Potere del Denaro’. La ragione per la quale il corrotto sistema bancario moderno è durato così a lungo nonostante le sue pessime prestazioni è perché gli economisti professionisti non hanno quasi mai puntato il dito contro i banchieri né hanno mai messo in discussione la creazione disonesta del denaro privato basato sul debito o la truffa scandalosa del prestito a riserva frazionaria. Gli economisti vengono formati in facoltà universitarie finanziate dalle banche dove vengono completamente indottrinati alle teorie monetarie. Il Potere del Denaro garantisce che gli economisti siano addestrati metodicamente nel linguaggio e nel pensiero economico e siano programmati a recitare la versione ufficiale e accettata da tutti. Il giochetto prende il nome di manipolazione e gli argomenti controversi sono ignorati o distorti. Non viene mai permessa una corretta valutazione della storia e della funzione del sistema bancario perché verrebbero a galla alcune sconvolgenti verità. Zarlenga paragona gli economisti politici ai medici medievali che “teorizzavano sul funzionamento del corpo ma che non avevano mai il coraggio di sezionarlo e scoprire quello che realmente stava avvenendo”. Proprio come i muli rappresentano la sterile prole di asini e cavalli, gli economisti rappresentano la sterile progenie dei bankster e dei corporativisti. Essi sono impotenti quando si tratta di generare nuovi pensieri o nuove idee al di fuori dell’attuale sistema monetario. Gli economisti sembrano essere letteralmente incapaci di apportare una significativa innovazione monetaria e non riescono davvero a concepire altre alternative sistemiche oltre a quelle che sono state inculcate loro alle scuole dei bankster. Anche se si considerano una specie diversa rispetto ai bankster, essi sono in realtà la stessa cosa. Se nostro padre fosse una scimmia sarebbe impossibile nascondere la nostra discendenza: entrambi avremmo grosse orecchie ed emetteremmo gli stessi suoni rauchi. Gli economisti potrebbero contestare, fare la voce grossa e spesso apparire critici nei confronti dei bankster ma con tutte le loro grida da scimmia non sono in grado di lanciare un unico forte ringhio da animale predatore. Quando gli economisti si presentano in TV o alla radio o scrivono sulla carta stampata, questi ‘esperti’ discutono animatamente e si contraddicono a vicenda snocciolando soluzioni contrastanti per risolvere le nostre disgrazie monetarie. Tuttavia, i loro sermoni raramente si avventurano oltre i confini del sistema monetario esistente, con grande gioia dei bankster, perché gli economisti non mostrano alcuna propensione nel mettere in dubbio i fondamentali di una pratica disonesta vecchia di secoli come la creazione privata del denaro, basato sul debito e gravato da interesse. Le loro discussioni possono essere accese e animate ma, in sostanza, sono del tutto inutili. Gli economisti assomigliano molto alle fazioni Lato Stretto e Lato Grosso dei Viaggi di Gulliver che discutevano ferocemente sul modo più corretto di rompere un uovo – dalla parte della punta larga o dalla punta stretta. Questa contesa era così violenta e sanguinosa che portò a sei sommosse con un gran numero di vittime, tra cui l’Imperatore di Lilliput. E’ così anche per le sterili polemiche degli economisti. Gli economisti sono anche stati oggetto di critiche provenienti nientemeno che dal pungente ingegno dello scrittore George Bernard Shaw che diceva: “Se tutti gli economisti fossero stesi uno accanto all’altro, non raggiungerebbero una conclusione”. Il consulente di investimenti Peter Lynch distorce questa citazione in maniera un po’ più brutale: “Se tutti gli economisti del mondo fossero stesi uno accanto all’altro, non sarebbe una brutta cosa”. Mentre Zarlenga è duro con quegli economisti che ballano la musica dei bankster e promuovono la confusione e la divisione tra l’opinione pubblica in generale, egli elogia quegli economisti di libero pensiero che hanno il coraggio di parlare apertamente dei fallimenti e degli inganni criminali dell’industria bancaria. Purtroppo, in un mondo dominato dai bankster, gli economisti illuminati sono trattati in modo molto diverso rispetto alla nidiata dei bankster. Su questi ultimi, Zarlenga dice: “Alcuni dei più ignoranti e addirittura dei più pazzi di loro [come Bonamy Price] hanno ricevuto incarichi importanti mentre le menti migliori sono stati messe da parte o ignorate dal potere del denaro”. Mi sono imbattuto in un tipico esempio di ignoranza economica in un recente articolo pubblicato sull’Irish Independent del professor Stéphane Garelli dell’Università di Losanna (http://www.independent.ie/business/world/emerging-economies-hold-worlds-purse-strings-2349528.html). Il professor Garelli è un economista ed è attualmente direttore del World Competitiveness Center presso l’IMD Business School di Losanna che pubblica l’annuale World Competitiveness Yearbook. Garelli vanta un elenco impressionante di titoli (http://www.garelli.ch/english/cv_complet.htm) ma non si può fare a meno di chiedersi se il bravo professore possa essere stato formato appena un filo sopra il suo livello di intelligenza. Il professor Garelli (citando Raymond Barre, un altro economista) afferma: “Una delle poche cose che sappiamo sull’economia è che ha dei cicli – il problema è che non sappiamo quando questi cicli iniziano, quanto durano e per quale motivo terminano”. Garelli prosegue: “Il marchio infamante dell’economia moderna è che ancora non conosciamo il modo di evitare le recessioni e la disoccupazione”. Allora, professore, ho alcune notizie per lei. Le recessioni sono causate dai banchieri centrali che, di proposito, riducono la moneta in circolazione ritirando i prestiti esistenti e rifiutandosi di erogarne altri. Se non mi crede, legga Milton Friedman, che ha ricevuto il Premio Nobel per l’Economia. Il dottor Friedman sostiene pubblicamente che la Federal Reserve ha provocato deliberatamente la Grande Depressione degli anni Trenta: “La Fed è stata ampiamente responsabile della trasformazione di quella che poteva essere una comune recessione, anche se forse abbastanza grave, in una catastrofe immane. Anziché utilizzare i propri poteri per compensare la depressione, ha guidato una riduzione della quantità di moneta di un terzo dal 1929 al 1933... Milton Friedman, Two Lucky People, p. 233. Quando gli fu domandato quale fosse una delle cause delle gravi depressioni economiche, il dottor Friedman rispose: “Non conosco nessuna grave depressione, in nessun paese e in nessuna epoca, che non sia stata accompagnata da una drastica diminuzione della quantità di moneta e, allo stesso modo, di nessuna drastica riduzione della quantità di moneta che non sia stata accompagnata da una grave depressione”. E’ incredibile che il professor Garelli debba ammettere di non conoscere la causa delle recessioni. Ed è allo stesso modo incredibile che debba anche ammettere di non sapere quando i cicli economici inizino, quanto durino o il motivo per il quale terminino. Essi sono pianificati, caro professore, pianificati e controllati dai banchieri centrali. Ci sono prove in abbondanza che confermano tutto questo. I pezzi grossi del sistema bancario internazionale decidono dove ci saranno le bolle e quando esploderanno. E’ questo il modo con cui diventano straricchi: mettono a disposizione una grande quantità di denaro (o meglio, di credito) ad un prezzo conveniente e quando la gente è eccessivamente indebitata rifiutano altri prestiti, e pignorano gli insolventi. Dato che il 97% del denaro nel mondo viene creato dal debito, qualunque prestito restituito fa diminuire la quantità di denaro in circolazione. E quando non vengono concessi altri prestiti, la quantità di denaro circolante scende drammaticamente, con effetti negativi sulle imprese e sull’economia in generale. Questa riduzione intenzionale dell’offerta monetaria porta ad estesi fallimenti di aziende, un elevato tasso di disoccupazione, pignoramenti e forti sacrifici all’interno della comunità. D’altra parte, una grande ricchezza viene trasferita dai mutuatari insolventi al bankster. E’ un palese atto criminale e una truffa sistematica. I bankster sono stati a volte sorpresi nel vantare le proprie capacità di provocare recessioni e depressioni e di come possano impossessarsi delle proprietà dei mutuatari per pochi spiccioli. Queste pratiche malavitose vanno avanti da generazioni. L’emissione privata del denaro nazionale ha dato un incredibile potere ai banchieri centrali, un potere così grande che addirittura i governi democraticamente eletti ne sono sottomessi. I governi non controllano l’economia: sono gli onnipotenti bankster a creare il denaro, a stabilire i tassi di interesse e decidere chi può avere un prestito e chi no. Thomas Jefferson, pienamente consapevole del potere dittatoriale delle banche centrali private, fu determinante nel fare respingere al Congresso il rinnovo dello statuto della First Bank of the United States nel 1811. Nathan Rothschild, che operava da Londra, minacciò di colpire la giovane repubblica con una guerra e un disastro finanziario se lo statuto della banca non fosse stato rinnovato. Lo statuto non fu rinnovato e, infatti, gli Stati Uniti si ritrovarono ben presto coinvolti nella Guerra del 1812, con tutto il suo strascico di morti e difficoltà finanziarie. E’ questa la preoccupante supremazia degli insaziabili bankster internazionali. Per ristabilire la normalità finanziaria, nel 1816 il Presidente Madison garantì uno statuto di 20 anni ad una nuova banca centrale, la Second Bank of the United States di proprietà privata. Ma poi, nel 1828, arrivò un altro presidente che condivideva la grande sfiducia e il disprezzo di Jefferson per le banche centrali e i bankster, Andrew Jackson, un ex generale dell’esercito soprannominato affettuosamente la ‘Vecchia Quercia’, un eroe nazionale della Guerra del 1812. Jackson si rifiutò di rinnovare lo statuto della Second Bank of the United States, ponendo addirittura il veto al Congresso che ne aveva approvato il rinnovo in precedenza. Nicholas Biddle, presidente della banca, minacciò Jackson che avrebbe imposto una recessione al paese se il presidente non avesse tolto il veto. Jackson si rifiutò ancora. Biddle, mantenendo la parola, ritirò i prestiti bancari e negò l’erogazione di nuovi prestiti. L’offerta monetaria negli Stati Uniti si ridusse drasticamente. Ben presto, la recessione architettata da Biddle avvolse l’intero paese. Le imprese fallirono e la disoccupazione aumentò. Ma la ‘Vecchia Quercia’ non aveva intenzione di cambiare idea, anche dopo che un presunto sicario, un inglese di nome Richard Lawrence, tentò di ucciderlo nel gennaio 1835. Entrambe le pistole dell’assassino fecero cilecca e la leggenda narra che la ‘Vecchia Quercia’ continuò a fustigare l’uomo con la sua verga finché non fu trattenuto dai suoi stessi aiutanti. Jackson incolpò i Rothschild per l’attentato. Ad ogni modo, il deciso Jackson ebbe la meglio sulla banca e il suo statuto non fu rinnovato. Ci vollero all’incirca 77 anni prima che i bankster potessero finanziare un’altra banca centrale controllata privatamente con la costituzione della Federal Reserve nel 1913. E’ difficile ottenere prove documentate dell’ambiguità dei bankster nel causare recessioni per arricchirsi a spese della gente. Ma abbiamo una comunicazione di servizio privata dell’Associazione dei Banchieri Americani del 1891, il cui contenuto è per la verità registrato in un atto del Congresso datato 29 aprile 1913. Si tenga presente che questa comunicazione di servizio fu scritta nel 1891, prova inconfutabile che il Panico del 1893 fu pianificato dai bankster con un paio di anni di anticipo: “Siamo ad autorizzare i nostri addetti ai prestiti degli Stati Occidentali ad erogare prestiti sulle proprietà e per somme di denaro ripagabili entro il 1° settembre 1894. Nessuna scadenza importante deve superare questa data.” “Il 1° settembre 1894 rifiuteremo categoricamente tutti i rinnovi di prestito. In quel giorno, richiederemo la restituzione di tutto il nostro denaro, pena il pignoramento dei collaterali. “Le proprietà ipotecate diventeranno nostre (il denaro sarebbe diventato scarso in anticipo e le restituzioni sarebbero diventato generalmente impossibili). Pertanto saremo in grado di acquisire, ad un prezzo a noi confacente, i due terzi delle fattorie ad ovest del Mississippi ed altre migliaia di fattorie ad est di questo grande fiume.” “Saremo addirittura in grado di possedere i tre quarti delle fattorie occidentali oltre a tutto il denaro del paese. Gli agricoltori diventeranno dei meri affittuari, proprio come Inghilterra”. (Fonte – http://www.michaeljournal.org/bankphilo.htm ) Quindi vede, mio caro professor Garelli, le recessioni sono causate deliberatamente da avidi bankster per proprio profitto. A questi imbroglioni non importa nulla degli stenti e delle sofferenze che la loro avidità infligge alle persone. Essi sono cospiratori e ladri e con i loro comportamenti disonesti rivelano la filosofia criminale su cui è fondato l’intero sistema bancario. Questa spregevole filosofia prospera ancora a Wall Street e in tutto il mondo ed è in questo che consiste l’origine di tutti i nostri problemi economici globali. La gente si aspetta che gli economisti tengano a freno i bankster e li mantengano sulla linea dell’onestà – beh, almeno più onesti di quello che vogliono essere. Si aspetta anche che gli economisti diano suggerimenti ai governi su pratiche economiche oneste, efficaci e socialmente gratificanti. Ma lei, professor Garelli, e la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, avete deluso la gente. Che sia per codardia, ignoranza o disonestà, avete preso le parti dei bankster e avete permesso a questi malavitosi di mettere in schiavitù la gente con un debito eterno assolutamente inutile. La vostra mancanza nel mettere in dubbio la spudorata disonestà del sistema bancario moderno e la vostra riluttanza ad offrire alternative etiche ha impedito la nascita di un giusto ed equo sistema di creazione del denaro, un sistema incorruttibile che avrebbe portato a tutti libertà, opportunità e benessere. Per fortuna, non tutti gli economisti mangiano alla tavola dei bankster. Ci sono molti riformatori economici che sono degni di elogio e attenzione. Mentre davo una rapida occhiata agli appunti per questo articolo, mi sono imbattuto nel nome di Larry Bates, un ex docente di economia, presidente di banca per undici anni, membro della Camera dei Rappresentanti del Tennessee, presidente della Commissione sul Sistema Bancario e il Commercio ed autore di un bestseller, The New Economic Disorder. Bates dice: “Il più grande shock di questo decennio è che è sempre più persone perderanno ancora più denaro rispetto a qualunque altra epoca della nostra storia. Ma il secondo shock più grande sarà l’incredibile quantità di denaro che, nello stesso periodo, un gruppo relativamente piccolo di persone guadagnerà. Vedete, nei periodi di sconvolgimento economico, nei periodi di crisi economica, la ricchezza non viene distrutta, viene semplicemente trasferita.” Bates prosegue: “La Federal Reserve in realtà è più potente del Governo Federale. Più potente del Presidente, del Congresso e delle Corti di giustizia. La Federal Reserve stabilisce l’ammontare della rata dell’auto del cittadino medio, l’ammontare del mutuo della sua casa e se questi avrà o meno un lavoro. E vi dico... questo è il controllo totale...” Larry Bates ha centrato la questione. “Controllo totale”. I bankster vogliono mantenere il controllo totale. Vogliono che la gente continui a vivere nell’ignoranza. Non vogliono che sappiano che esiste un’alternativa più brillante e che porta più benefici. Vogliono che tutta l’umanità sia loro sottomessa in un’eterna schiavitù del debito. E, soprattutto, sono terrorizzati dal fatto che la gente in qualche modo si possa rendere conto della loro scandalosa connivenza e criminosità. Oggi quello di cui abbiamo bisogno sono più economisti che utilizzino la loro conoscenza e la loro formazione per mostrare alle gente come si possa togliere ai bankster questo disonorevole potere e come si possano formulare nuovi metodi di creazione del denaro che possano liberare le persone dall’inesorabile giogo del debito e dare loro un nuovo diritto di libertà, felicità e abbondanza. di Gabriel Donohoe Gabriel Donohoe vive in Irlanda ed è uno scrittore, un istruttore di salute naturale e consigliere sciamanico. A volte utilizza lo pseudonimo di Fools Crow Fonte: http://foolscrow.wordpress.com |
06 dicembre 2010
Gli economisti ovvero i diabolici sacerdoti dei bankester
04 dicembre 2010
Cina e Russia, addio al dollaro tra politica ed economia di Gabriele Battaglia
Cina e Russia hanno deciso di effettuare le transazioni commerciali bilaterali nelle proprie valute (yuan-renminbi e rublo), rinunciando al dollaro come moneta universale di scambio.
L'anno scorso, il commercio tra i due Paesi è stato stimato attorno ai quaranta miliardi di dollari. Si pensa che a fine 2010 ammonterà a sessanta miliardi.
Nell'accordo siglato da Vladimir Putin e Wen Jiabao a San Pietroburgo il 24 novembre, molti hanno visto un capitolo di quella "guerra delle valute" che agita sia i mercati finanziari sia la geopolitica mondiale, con il rinnovato interesse dell'amministrazione Obama per l'Estremo Oriente e la crescita record della Cina, nuova superpotenza.
PeaceReporter ha chiesto un parere a Paolo Manasse, professore di Macroeconomia e di Politica Economica Internazionale all'Università di Bologna, docente di Macroeconomia all'Università Bocconi di Milano.
Come si spiega la decisione di Russia e Cina?
C'è un motivo economico e ce ne è uno politico.
Dal punto di vista economico, siamo in un periodo di volatilità dei cambi legato alla crisi. Quando si parla di volatilità, ci si riferisce soprattutto al rapporto tra euro e dollaro. La Russia ha un grande volume di scambi con l'Europa, idem la Cina che ce l'ha anche con gli Usa, quindi sono esposte ai rischi di questa volatilità. E' probabile che almeno nello scambio bilaterale vogliano tutelarsi dai rischi di cambio delle valute, utilizzando le proprie.
L'aspetto politico sta nel fatto che soprattutto la Cina, così facendo, afferma la propria sovranità anche valutaria, mostrando di poter fare a meno del dollaro, cioè contrastando il privilegio tutto statunitense di battere moneta. Può essere letto in chiave di sfida.
C'entra con la cosiddetta "guerra delle valute"?
La guerra delle valute dura da anni. Muove dall'accusa Usa secondo cui la Cina terrebbe la propria moneta artificialmente bassa per guadagnare competitività. Nei meccanismi di mercato, alla domanda molto alta di merci cinesi dovrebbe corrispondere anche una domanda molto alta di yuan per pagarle. La conseguenza naturale dovrebbe essere la crescita di valore della moneta cinese e il deprezzamento del dollaro. Qui invece interviene la banca centrale cinese comprando dollari e vendono yuan per calmierarne il prezzo. Le conseguenze sono il valore basso dello yuan e un accumulo di dollari nelle riserve cinesi.
E' comunque una faccenda che riguarda soprattutto gli Usa, perché sono loro ad avere un enorme deficit commerciale con la Cina. L'Europa molto meno.
Tecnicamente, la scelta di Russia e Cina non c'entra molto con la guerra delle valute.
Anzi, potrebbe avere come effetto la riduzione della domanda di dollari e quindi l'indebolimento della valuta Usa. Chiaramente, non è scontato che ci sia un simile effetto, dipende da quali saranno i volumi degli scambi tra Cina e Russia. Ma comunque l'accordo non può essere visto come un tassello della guerra delle valute.
C'è anche il tentativo di diversificare le proprie riserve valutarie, riducendo la parte in dollari?
Il monopolio del dollaro come moneta di riserva [cioè la valuta con cui le banche centrali dei diversi Paesi accumulano le proprie riserve, date generalmente dal surplus commerciale, ndr] è già finito con l'avvento dell'euro. In genere le banche centrali tengono un portafoglio abbastanza bilanciato, diversificato, per evitare che fluttuazioni nel mercato dei cambi provochino problemi. Non si punta mai al cento per cento su una sola valuta.
In questo caso, mi sembra che si punti più a evitare l'impatto delle fluttuazioni sulle transazioni, sul commercio. A parte la valutazione politica, certo, cioè l'affermazione di indipendenza da parte della Cina.
Se un cinese esporta merci facendosi pagare in dollari o euro, e una delle due monete crolla, ci perde un sacco di soldi. Dal momento in cui si fanno le transazioni al momento in cui vengono liquidate, si rischia. Di solito ci si assicura con il mercato a termine: uno vende i dollari di domani a un prezzo che conosce oggi. Ma se fa gli scambi con la moneta nazionale, ha risolto il problema alla radice.
di Gabriele Battaglia
03 dicembre 2010
La democrazia come bene comune
Nell’Occidente capitalistico non esiste alcuna democrazia. Preve propone di superare la dicotomia marxista tra struttura e sovrastruttura, avanzando la tesi olistica che la società dev’essere pensata come un intero. Democrazia politica e libertà individuali non sono sovrastrutture ma attengono alla fondazione stessa di un sistema sociale che pretenda di basarsi sulo bene comune.
1. La democrazia oggi. Non c’è nessuna democrazia. Il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno
In una vignetta di Altan il suo solito personaggio surreale con il baschetto afferma solennemente: “Il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno”. Partirò da questo motto memorabile per analizzare il problema della democrazia in quattro punti.
1) Oggi non c’è nessuna democrazia. Democrazia significa, in senso statico, potere del popolo, ed in senso dinamico, accesso del popolo al potere. I due significati non sono sovrapponibili. Chi si accontenta del significato statico, dirà che viviamo in democrazia (sia pure ovviamente limitata, imperfetta, minacciata, ed altri aggettivi compromissori che hanno come compito quello di impedire un’analisi radicale della questione), perché il popolo è coincidente con il corpo elettorale, il corpo elettorale può votare a scadenze regolari, se qualcuno si astiene la colpa è solo sua perché rinuncia unilateralmente ad un diritto che gli è garantito, ci sono inoltre anche garanzie per il dissenso radicale (si possono presentare, se vogliono, anche Luca Casarini e Alessandra Mussolini), ed insomma viviamo nel migliore dei mondi possibili. Vi-va Bob-io, vi-va Sarto-ri, vi-va il grande U-li-vo!
Chi passa invece al significato dinamico, si renderà conto che l’accesso del demos al suffragio universale ed alle garanzie liberali per il dissenso (più esattamente, per il raggio del dissenso ferramente perimetrato dalla dittatura del partito unico del politicamente corretto), non ha assolutamente significato l’accesso del demos alla sovranità politica. Sovranità politica significa sovranità decisionale sui temi fondamentali della propria esistenza sociale, e non solo sulla scelta simbolica se consentire veri e propri matrimoni omosessuali oppure solamente dei cosiddetti PACS. Questa sovranità decisionale non esiste. Per questa ragione l’affermazione per cui non c’è nessuna democrazia non è affatto una sparata estremistica di gruppettari alienati, ma una sobria e scientifica conclusione che possiamo tirare dalla congiuntura storica presente.
2) Il trucco c’è. Abbiamo detto che il termine democrazia è inscindibile dalla decisione politica sovrana. In questo modo (ed è ovviamente una scelta) respingo la tesi per cui la democrazia è semplicemente un metodo “neutrale” rispetto ai valori etico-politici per prendere decisioni a maggioranza. Se accettiamo questa definizione, diventa “democratica” la decisione di consentire a maggioranza alla propria messa in schiavitù, alla rinuncia della propria sovranità nazionale, via via fino al taglio delle teste, al rogo delle vedove ed al genocidio degli stranieri. A mio avviso, tutti i tentativi di definire la democrazia in termini di metodo neutro che prescinde dai contenuti vanno incontro a contraddizioni insanabili. La democrazia deve essere per forza “protetta” da una cintura di sicurezza etico-politica che storicamente ha sempre assunto due forme variamente interconnesse: una cintura di sicurezza religiosa e una cintura di sicurezza filosofica (ispirata in generale ad una interpretazione “veritativa”, e quindi non relativistica, del diritto naturale). Il cosiddetto “diritto costituzionale”, visto da un punto di vista filosofico, è per l’appunto questa cintura di sicurezza consapevolmente sottratta al puro gioco delle contingenti maggioranze e minoranze. Chi identifica la democrazia con il cosiddetto relativismo filosofico dei valori (Hans Kelsen, Richard Rorty, eccetera) non sa letteralmente che cosa dice, perché quanto dice è storicamente controfattuale.
La democrazia implica dunque effettività reale della decisione politica democratica sovrana. Se non c’è sovranità, dunque, non c’è democrazia, ma solo un gioco di simulazione e di legittimazione, e nient’altro.
Oggi la sovranità della decisione democratica non c’è. E non c’è per due ragioni. Elenchiamole separatamente, anche se in realtà fanno tutt’uno.
La prima ragione è il dominio dei mercati e del capitale finanziario transnazionale (o multinazionale) Qualunque decisione prendano i popoli o i partiti che si presentano alle elezioni (non importa se di centro, sinistra e destra, la cui differenza c’è, ma solo nei due parametri minori della simbologia sportiva e della torchiatura differenziata fra ceti sociali interni) viene svuotata automaticamente da entità metafisiche (direbbe Marx, “sensibilmente soprasensibili”) come i mercati finanziari, le agenzie di rating, eccetera. Questo dà luogo ad una situazione di vera e propria “post-democrazia” (cfr. C. Crouch, Post-democrazia, Laterza, Bari-Roma 2004).
In seconda ragione è il dominio imperiale americano, la cui rete di basi militari sparse per il mondo comporta un ricatto atomico permanente, che svuota di fatto ogni sovranità nazionale. Senza sovranità militare non c’è infatti sovranità nazionale. Il pacifismo generico e salmodiante ha come ragion d’essere storica proprio il non far capire questa elementare verità (cfr. C.Preve, L’ideocrazia imperiale americana, Editrice Settimo Sigillo, Roma 2004).
3) Il trucco c’è e si vede. La cosa curiosa di questo doppio trucco (svuotamento economico-finanziario, svuotamento imperiale-militare) è che questo trucco è sotto gli occhi di tutti. E’ sotto gli occhi di tutti che la gente è invitata a tifare a intervalli regolari per Schröeder contro la Merkel, Prodi contro Berlusconi, eccetera, ma che poi a urne chiuse le regole vengono dettate dai mercati finanziari, il cui comandamento unificato è: proseguire nella finanziarizzazione del capitale, smantellare lo stato sociale, incrementare la flessibilità e la precarietà del lavoro, eccetera. Nello stesso tempo, si viene talvolta vagamente a sapere che le truppe americane stoccano armi chimiche a Sigonella o ad Aviano (a sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale!), ma questo non fa neppure parte oggi del dibattito politico che il circo mediatico manipolato devia verso il tema epocale se Previti abbia o no rubato (la mia risposta: è chiaro come il cristallo che ha rubato, ma non potrebbe importarmi di meno). Bisogna allora passare al quarto punto.
4) Non gliene frega niente a nessuno. E’ questo il solo punto teorico veramente problematico ed interessante. Che non ci sia democrazia intesa come esercizio di una decisione politica sovrana, che il trucco ci sia, e che si veda come alla luce del giorno, è infatti talmente evidente da non essere neppure molto interessante. Il solo vero problema teorico è quello di sapere perché non gliene frega niente a (quasi) nessuno.
2. Il problema delle radici storiche e sociologiche dello svuotamento consensuale passivo della democrazia
Spero che a questo punto sia chiaro al lettore quale sia il centro della questione. Il centro della questione non sta nello “smascheramento”, nello spiegare cioè perché la democrazia è stata svuotata da due elementi ad essa esterni, la dittatura del mercato (sostenuta dalla complementare dittatura del clero mediatico, l’unico vero e proprio clero rimasto) e la dittatura imperiale americana. Ci sono a disposizione nelle biblioteche centinaia di ottimi libri “smascheratori”, per cui resta davvero poco da aggiungere. Il solo problema teorico interessante sta allora nello spiegare le radici materiali dell’indifferenza generalizzata verso questo duplice svuotamento. Se non si chiariscono spregiudicatamente queste radici materiali è del tutto impossibile ripartire veramente. In questo paragrafo cercherò di elencare due probabili ragioni di questa indifferenza generalizzata di massa, che utilizzando il linguaggio di Altan definirò come “non gliene frega niente a nessuno”.
In primo luogo, ha probabilmente ragione Gianfranco La Grassa, che nei suoi due ultimi ottimi libri ha chiarito come la forma storica normale in cui avvengono le lotte decisive fra le classi non è mai lo scontro diretto fra le classi fondamentali dei dominanti e dei dominati (padroni di schiavi e schiavi, feudatari e servi della gleba, borghesia e proletariato, capitalisti e operai, eccetera), ma è quasi sempre lo scontro fra settori delle classi dominanti con interessi strategici divergenti. Solo quando quest’ultimo tipo di scontro si apre, si apre anche un “varco provvisorio”, una brevissima “finestra di opportunità storica” anche per le classi dominate. A mio avviso, La Grassa ha perfettamente ragione, ed appunto per questo quanto dice è completamente ignorato (o frainteso, il che di fatto è lo stesso) da un popolo ideologizzato di sinistra che cent’anni di marxismo (marxismo = positivismo per poveracci) ha abituato a credere che sia sempre in presenza di un vero scontro storico diretto fra dominanti (borghesi) e dominati (proletari). Questo popolo ideologizzato non vuole che gli si dica la verità, ma vuole continuare ad essere tossicodipendente dalla droga dell’illusione edificante. Se si riflette anche solo un poco, si capirà il perché dello svuotamento della democrazia e del perché questo avviene oggi in piena e generalizzata indifferenza.
I dominanti, infatti, per il momento sono ancora uniti nell’essenziale, e per questa ragione non si sono ancora aperti varchi per un eventuale intervento strategico dei dominati. Certo, so bene che vi sono molti conflitti economici fra USA, Europa e Giappone, e non li illustro in dettaglio dandone scontata la conoscenza. Ma questi conflitti economici non sono ancora purtroppo diventati veri conflitti geopolitici (cfr. C. Preve, Filosofia e geopolitica, Edizioni All’insegna del veltro, Parma 2005). Non essendo ancora diventati conflitti geopolitici l’unità della classe mondiale dei dominanti si fa ancora politicamente e geopoliticamente sulla base del comune consenso alla subordinazione all’impero militare e culturale americano. Non si vede ancora purtroppo un vero e proprio potere di coalizione Parigi-Berlino-Mosca-Pechino (o altre diverse coalizioni). Dicendo purtroppo segnalo che le due grandi rivoluzioni socialiste novecentesche (Russia 1917 e Cina 1949) sono entrambe avvenute grazie a fenomeni primari di conflitti destabilizzatori fra dominanti, in cui si sono inserite volontà politiche organizzate di dominati e non certo solo fenomeni movimentistici destinati regolarmente sempre a rifluire dopo una promettente primavera. In breve, fino a che non si apriranno veri conflitti fra dominanti (e ce ne accorgeremo non solo in base ad irrilevanti processioni di salmodiatori ma in base a fatti reali, come l’espulsione delle basi militari americane dall’Europa o la messa in atto di veri patti militari strategici tipo Russia-Cina, Cina-India, Russia-Iran, eccetera) bisogna solo aspettare, come direbbe Edoardo De Filippo, che passi la nottata e venga il mattino. So che tutto questo è odioso all’attivismo da formichine del militante ideologizzato tipo, ma non so che cosa farci. Se volete che conti balle, lo farò. Se invece volete che dica quello che penso, ebbene, questo è quello che penso.
In secondo luogo, e qui ritorno al già citato in precedenza Colin Crouch, la democrazia novecentesca (cfr. Eric Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995) è stata sempre una democrazia organizzata di sindacati e partiti che esercitavano una sovranità reale, sia pure parziale, sul rapporto fra economia e politica. Ma questa sovranità si esercitava sulla base della sovranità nazionale. La decadenza di questa sovranità nazionale dovuta al sempre maggiore dominio di istituzioni sovranazionali ha portato allo svuotamento non tanto della democrazia in generale, ma di quel particolare tipo di democrazia novecentesca nata sotto la costellazione del compromesso sociale caratterizzato dal nesso fra produzione di massa fordista, integrazione consumistica di massa resa possibile proprio da questo tipo di produzione di massa, ed infine messa in atto di sistemi sociali di stato del benessere con i suoi due parametri fondamentali (sanità e pensioni). La fine di questo periodo storico (la cosiddetta rivoluzione neoliberista, il cui carattere rivoluzionario non muta anche se la si chiama più correttamente “controrivoluzione”) ha comportato uno sbriciolamento individualistico della società che trasforma i cittadini associati in consumatori individualizzati. In questo nuovo scenario atomizzato è assolutamente normale che anche se il trucco c’è, e si vede, non gliene freghi più niente a nessuno. E non gliene frega più niente a nessuno perché nessuno pensa veramente più di poter cambiare le cose con un voto a liste elettorali formalmente rivali ma unificate da una comune sottomissione allo Standard and Poor’s o alle classifiche del Financial Times. Restano ovviamente “nicchie” di militanti testimoniali o di friggitori di salsicciotti in feste di partito, ma si tratta di nicchie simili a quelle formate da amatori di auto d’epoca, pedofili informatici, studiosi di sanscrito, parlatori di esperanto, praticanti sport estremi ed osservatori degli UFO.
Mi limito per ora a segnalare questi due tipi di spiegazioni. Varrà invece la pena dedicare un paragrafo apposito ad una modalità ancora più importante di crisi della democrazia, la crisi della democrazia come prevalenza del demos.
3. La crisi della democrazia come prevalenza del demos
Quando la situazione ci sembra bloccata e senza uscita, la migliore cosa da fare è cambiare radicalmente ottica ed approccio. Questo non vale solo per le cose cosiddette “concrete”, ma anche per i più ardui problemi storici, filosofici e politologici. Se infatti non c’è più democrazia, e sostanzialmente non gliene frega niente a nessuno, se non a piccole minoranze testimoniali di nicchia, allora è inutile lamentarsi, smascherare, denunciare, richiamare i riottosi individualisti al senso civico, deprecare la plebe irredimibile che si occupa solo dei propri interessi materiali immediati, eccetera. Tutto questo non serve proprio a niente. E’ bene introdurre una nuova ipotesi, ed è esattamente quello che farò in questo paragrafo.
Il modo formalistico–istituzionale alla Giovanni Sartori ed alla Norberto Bobbio di concepire la democrazia deve essere abbandonato. Questo modo separa preventivamente economia e politica, funzionamento oligarchico dei mercati e tecniche elettorali, ed in questo modo, lo si noti bene, non c’è possibilità di evitare la conclusione che negli USA di George Bush c’è la democrazia mentre nella Cuba di Fidel Castro invece non c’è. E’ buffo che si pensi di poter opporsi ad un nemico accettando la sua visione del mondo filtrata nel modo apparentemente neutrale ed asettico di organizzare le categorie teoriche. In questo approccio, Blair è democratico mentre il venezuelano Chavez non lo è, perché è vero che Chavez rispetta il multipartitismo, ma è anche vero che il suo potere è parzialmente carismatico, ed il carisma diretto del leader è considerato populistico e sospetto al pensiero occidentale politicamente corretto, non importa se di destra o di sinistra (ed infatti il pensiero politico politicamente corretto di sinistra in Venezuela è contro Chavez, e fra l’alta finanza oligarchica ed il populismo carismatico preferisce la prima).
Ora, io non nascondo al lettore di preferire mille volte Fidel Castro a Bush e Chavez ai suoi oppositori oligarchici. Sono sicuro che sia così anche per la stragrande maggioranza dei lettori di questa rivista, che so però essere lettori di “nicchia”. Tutto questo però vale meno di zero se non si mettono in luce le ragioni di questa preferenza. Per quanto mi riguarda, queste ragioni non stanno certamente nella stucchevole dicotomia archeologica fra democrazia borghese e proletaria, dicotomia che (su questo punto il buon Norberto Bobbio non aveva tutti i torti) manifesta solo l’incurabile incapacità del pensiero marxista di maturare una sua propria teoria politica “performativa” (capace cioè di successo al di là del momento iniziale di mobilitazione messianica, la cui durata di vita è come quella dei cani e dei gatti, e non come quella delle tartarughe). Per questo, è bene recuperare il significato originale greco di democrazia.
Questo significato è stato precisato in modo insuperabile da Aristotele, per cui democrazia significa prevalenza del demos (prevalenza, non semplicemente potere istituzionale), ed il demos era formato dalla maggioranza dei cittadini, e questa maggioranza era anche la maggioranza dei più poveri, o quanto meno dei più svantaggiati rispetto al potere del denaro. Vista sotto questa ottica, la politica democratica era un correttivo rispetto al potere del denaro. Dove domina il denaro domina un sistema politico che correttamente i greci (infinitamente più intelligenti e meno ipocriti dei marpioni universitari e mediatici di oggi) chiamavano oligarchia, non democrazia. La democrazia non è dunque una particolare forma di governo e di stato, ma è semplicemente lo stato di prevalenza del demos, in cui il demos tramite la correzione politica democratica corregge appunto la sproporzione di potere data dal possesso di denaro.
Questa definizione di democrazia come prevalenza del demos è ignorata da tutte le bande accademiche politicamente corrette di oggi, e pour cause. E’ bene però segnalare, per chi volesse approfondire la questione, che essa è stata ripresa recentemente da Arthur Rosemberg (cfr. A. Rosemberg, Democrazia e socialismo, De Donato, Bari 1971) ed anche da Luciano Canfora (cfr. L. Canfora, La democrazia. Storia e ideologia, Laterza, Bari-Roma 2004). Se proprio il lettore volesse un trittico, a fianco di Rosemberg e di Canfora segnalerei anche Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Bari-Roma 2005 in cui si “smontano” molti miti che sono ancora oggi moneta corrente presso la tribù del politicamente corretto dei semicolti occidentali in fregola di esportazione armata dei diritti umani nel mondo tenebroso degli stati-canaglia e dell’asse del male.
Il fatto è che il demos, per essere demos, deve essere politicamente organizzabile. La riduzione del demos ad atomi individuali portatori di vaghe opinioni politiche significa appunto la sua neutralizzazione politica. Certo, i greci hanno previsto molto, ma non potevano prevedere che un popolo organizzato politicamente potesse un giorno votare in massa per il monopolio del potere da assegnare ad oligarchie del denaro. La conclusione di tutto questo discorso è la seguente: la democrazia può vivere oggi solo come decisione politica sovrana (ed essa non lo è in presenza di mercati finanziari e di basi militari imperiali nel suo territorio – nessun ateniese avrebbe mai pensato di poter esercitare la democrazia con basi militari spartane o persiane sull’Acropoli), esercitata da un demos politicamente organizzato.
Lasciamo dunque le esercitazioni politologiche alla tribù dei formalisti. La politologia è la scienza dei nullatenenti. Oggi bisogna avere il coraggio di nuotare contro corrente, e di dire apertamente che la democrazia è la prevalenza del demos: i punti alti della democrazia nel mondo sono oggi, a mio avviso, la Cuba di Fidel Castro, il Venezuela di Chavez, e l’Iran di Ahmadinejad, non certo la banda di collaborazionisti americani tipo Blair e D’Alema. Detto questo, però, sarebbe stupido, o meglio idiota, o ancor meglio criminale, non far tesoro delle implacabili lezioni del novecento. E queste lezioni si compendiano tutte in un punto, che sintetizzerò così: la democrazia intesa come prevalenza del demos non è stabile, e dimostra di non poter mai diventare tale, se non riesce a garantire stabilmente (e quindi anche giuridicamente) la libertà di opinione e di espressione pubblica, individuale e collettiva, a tutti i cittadini nessuno escluso.
E come ha detto a suo tempo Rosa Luxemburg in modo geniale e definitivo, la libertà è sempre libertà di chi la pensa diversamente. Affrontiamo allora il problema spregiudicatamente.
4. Democrazia come prevalenza del demos e libertà di espressione per tutti coloro che la pensano diversamente
Nella tragicomica ondata di pentitismo scatenata dalla miserabile generazione intellettuale sessantottina (1968) domina da quasi un trentennio una generalizzata demonizzazione ed una ripetuta esecrazione della rivoluzione in quanto tale. I miserabili devono esorcizzare i loro fantasmi di quando uccidevano i poliziotti ed elaborare il lutto della loro superficiale gioventù. Per questa ragione sentono il bisogno di spingere il loro odio verso la rivoluzione fino al 1789 francese ed al 1917 russo. Il mio punto di vista è esattamente opposto: le rivoluzioni ogni tanto sono necessarie, in nome del profondissimo principio filosofico per cui quando ci vogliono ci vogliono. Nel 1789 ci voleva la rivoluzione francese, nel 1917 ci voleva la rivoluzione russa, nel 1959 ci voleva la rivoluzione cubana. Il lettore sa perfettamente che potrei portare a questo punto mille pagine di dotte motivazioni storiografiche, ma non lo faccio per due ragioni: non ne ho nessuna voglia ed inoltre lo spazio di questa rivista non me lo consentirebbe.
Tutto questo per dire che sono un amico (non incondizionato) delle rivoluzioni, e con chi mi dice seriosamente che ogni progetto utopico di cambiare il mondo degenera infallibilmente in totalitarismo politico cambio immediatamente discorso passando a Simenon, Agatha Christie e soprattutto Del Piero. In quanto amico delle rivoluzioni trovo anche normale (forse deprecabile, ma normale) che per qualche anno dopo la riconquista della democrazia gli ateniesi non lascino libertà di espressione pubblica ai fautori degli spartani, che per qualche anno dopo il 1789 i francesi non lascino libertà di espressione pubblica ai realisti borbonici, e che infine per qualche anno dopo il 1917 i russi non lascino libertà di espressione pubblica ai seguaci degli zar. L’ho appena detto: forse deprecabile, ma normale. Una normale “sospensione”, dovuta ad uno stato di conclamata ed evidente emergenza.
Se però l’emergenza diventa normalità allora c’è una patologia in atto, che in termini gramsciani potremo definire un deficit di egemonia. Questo deficit di egemonia ha caratterizzato l’intera storia del comunismo storico novecentesco recentemente defunto (1917-1991). E’ evidente che un sistema egemone avrebbe consentito la formazione pubblica del Partito del Feudalesimo Russo Eterno, del Partito Polacco per il Capitalismo Occidentale Totale, del Partito Cinese per la Restaurazione Manciù, per il Codino Obbligatorio e per i Piedi Piccoli Erotici per le Donne confucianamente Obbedienti. Un simile sistema egemone avrebbe consentito ogni tipo di riviste e di gazzette letterarie, la Rivista della Libertà, il Giornale del Proletario Privato, il Quotidiano Individualista, così come i capitalisti sono riusciti di norma a permettere legalmente la Voce Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, Servire il Popolo ed i bollettini CARC. Questa strutturale incapacità di mettere in atto una democrazia degna di questo nome (democrazia = prevalenza degli interessi del demos + principio di maggioranza + garanzia giuridica della libertà di opinione e di dissenso) può essere spiegata in molti modi, di cui qui per brevità mi limiterò a tre.
Prima spiegazione: l’accerchiamento capitalistico ed imperialistico, l’azione della Gestapo prima e della CIA poi, l’emergenza geopolitica permanente. Si tratta di pretesti penosi. Se infatti il capitalismo può permettersi di tollerare giuridicamente il dissenso verso di esso (ad esempio, questa rivistina su cui scrivo, di nicchia quanto si vuole) mentre il socialismo non può farlo, cade il principio marxista per cui esso sarebbe un sistema sociale di tipo storicamente “superiore”.
Seconda spiegazione: il malvagio monopolio del potere sequestrato dalla burocrazia, questa escrescenza parassitaria dovuta al debole sviluppo delle forze produttive ed alla scarsità di beni e servizi che ne consegue, cosicché non si ha un vero socialismo, ma uno stato operaio burocraticamente degenerato (con varianti). Si tratta, come è noto, del paradigma trotzkista. Il lettore che mi segue sa che l’ho sempre trovato penoso. Questo paradigma si basa su di un presupposto metafisico non dimostrato, e cioè il demos, organizzato in consigli di democrazia diretta, potrebbe esercitare direttamente l’autogoverno politico e l’autogestione economica. Dal momento che questa capacità astrattamente attribuitagli in nome di una metafisica operaistica ottocentesca si è dimostrata una pittoresca ed inesorabile incapacità storica, a questa incapacità si è dato il nome di “burocrazia”. Nello stesso modo, si è dato il nome di “diavolo” all’incapacità di far prevalere stabilmente nell’uomo i buoni istinti sui cattivi.
Terza spiegazione: se l’avarizia (intesa come attaccamento al denaro, non come la spilorceria) è il principale difetto dei ricchi, l’invidia è il principale difetto dei poveri. Se allora la prevalenza del demos non riesce a lasciarsi alle spalle il doppio nesso fra avarizia ed invidia, ne conseguirà che in qualsiasi momento (Cina 1978, URSS 1991) la restaurazione oligarchica capitalistica sarà sempre in agguato. Mi si dirà che questa spiegazione è troppo psicologica, e quindi non “strutturale”. Errore. Si tratta di una spiegazione strutturale. La privazione della libertà di opinione, che il marxista sciocco ed economicista riterrà probabilmente sovrastrutturale, è invece pienamente strutturale. Se infatti la cosiddetta “struttura” consiste nella dinamica dialettica fra la crescita delle forze produttive sociali e la natura classista o meno dei rapporti sociali di produzione, allora il fatto che questa dinamica dialettica avvenga in regime di libertà d’espressione o viceversa in regime di repressione statale di quest’ultima fa parte della struttura, non della sovrastruttura.
Ripetiamolo ancora, perché mi rendo conto che questo è scandaloso per le orecchie a sventola del marxista medio: la libertà di opinione e di espressione politica, filosofica, religiosa, letteraria ed artistica fa parte della struttura di una società, non della sovrastruttura. Spieghiamoci meglio nel prossimo paragrafo.
5. Una rivoluzione copernicana nella teoria marxista
Il più importante problema teorico che possa seriamente discutere la comunità degli studiosi marxisti oggi sta nel decidere se il marxismo stesso possa mutare di paradigma scientifico (Kuhn), il che comporta ovviamente una rivoluzione scientifica di paradigma, sulla propria stessa base assestata nell’ultimo secolo (oppure attraverso un ritorno radicale a Karl Marx “saltando” tutto quanto è venuto dopo), oppure al contrario se questo sia ormai impossibile, e ci voglia qualcosa di molto più radicale, e cioè una teoria dell’analisi e dell’emancipazione sociale completamente nuova, di cui la tradizione marxista non sarà che una componente.
Lascio aperto questo dilemma, che non è l’oggetto di questo mio intervento, e voglio insistere solo su di un punto cruciale. A mio avviso, se si vuole in qualche modo mantenere il dualismo fra struttura e sovrastrutture di un modo di produzione capitalistico in particolare, allora propongo che la libertà e la democrazia (più esattamente la libertà di creazione artistica, letteraria e filosofica, ed in più la libertà di opinione e di organizzazione politica giuridicamente garantita, e la democrazia intesa come somma di tre elementi, principio di maggioranza, garanzia per le minoranze e perseguimento sostanziale del bene politico) vengano in qualche modo inserite nella struttura.
Il mettere alla base della struttura lo sviluppo delle forze produttive porta, come è noto, all’economicismo e al tecnologismo (che sono fratelli gemelli, al punto che si potrebbe parlare esattamente di Tecno-economia o di Econo-tecnica). Non mi soffermo su questo punto, perché un serio bilancio dell’ultimo secolo parla da solo.
Ma anche il mettere alla base della struttura il solo rapporto sociale di produzione classistico non è corretto (fu questa la via dell’althusserismo ed in generale del maoismo occidentale ed europeo). Esso porta ad una sorta di iper-rivoluzionarismo attivistico, di sociologismo mistico (la classe operaia deve dirigere tutto e da essa possiamo aspettarci tutto il meglio possibile, eccetera), e quindi di nichilismo. Più in generale il nichilismo in ambiente marxista può assumere due aspetti assolutamente complementari ed in solidarietà antitetico-polare: il nichilismo di destra (economicismo produttivistico) ed il nichilismo di sinistra (sociologismo classistico).
La società deve essere invece considerata in modo olistico come un “intero” (ed è del resto ciò che sostiene correttamente il miglior pensiero ecologista ed ambientalista). In quanto “intero”, non è per nulla sovrastrutturale il fatto che la riproduzione conflittuale dei rapporti sociali avvenga garantendo stabilmente ai membri della società stessa sia il metodo (democratico) sia i presupposti antropologici di questo metodo stesso (la libertà di creazione e di espressione).
Nessuno sceglie il periodo storico in cui vivere, ma in esso siamo “gettati” (come dice correttamente Heidegger) dall’incontro casuale dei nostri genitori. A me è successo di frequentare per decenni veri e propri idioti che mi hanno riempito la testa con l’idea che la libertà di creazione e di espressione è qualcosa che non interessa ai lavoratori ed ai proletari (a cui interessano evidentemente solo gli indici di produzione del carbone, del petrolio e dell’acciaio), ma riguarda soltanto i piccolo-borghesi anarcoidi ed incapaci di disciplina. Quando il quotidiano “Lotta Continua” aprì un dibattito sui dissidenti sovietici di metà degli anni settanta ricordo che la stragrande maggioranza delle animalesche risposte sosteneva la seguente tesi: i burocratici sovietici hanno espulso Solzenitsin, ma i proletari lo avrebbero fucilato. Se qualcuno volesse toccare con mano che cosa significa incapacità di egemonia, vada nelle emeroteche e si fotocopi questo dibattito. Non stupisce allora che per nascondere il fatto di aver avallato queste indegne porcherie i responsabili di questo avallo si siano riciclati in ammiratori di Bush ed in “bombardatori umanitari”.
6. Conclusioni
In conclusione credo di poter riassumere le mie tesi di fondo in due soli punti, il primo critico-negativo ed il secondo “positivo”.
1) Primo punto. Chi oggi parla di democrazia in atto, di democrazia sia pur fragile, minacciata o imperfetta, eccetera, o è un ingenuo in buonafede o è un mentitore in mala fede. A volte i confini fra i due gruppi sono labili e le posizioni si mescolano. L’ingenuo in buona fede diventa talvolta un mentitore in malafede, pur non avendo all’inizio questa intenzione, perché rifiutando di prendere in considerazione la realtà, e decidendo appunto di “non sapere”, scivola inavvertitamente dalla prima alla seconda posizione. Una volta che lo scivolamento è avvenuto, esso diventa purtroppo un avversario, mentre prima era un legittimo interlocutore.
Ho riassunto prima le due ragioni di fondo per cui la decisione democratica è oggi resa impossibile. Essa è espropriata e svuotata da una doppia mancanza di sovranità, la sovranità economica (il dominio anonimo dei mercati transnazionali) e la sovranità militare (le basi americane potentemente armate a sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale).
In queste condizioni la pretesa di “esportare” la democrazia (eretta a primo dei cosiddetti “diritti umani”) diventa veramente paradossale. Si esporterebbe infatti non la democrazia, ma appunto la non-democrazia (che nella dizione di Crouch, che ritengo insufficiente, diventerebbe più pudicamente una post-democrazia). Ora, l’esportazione virtuale ed ideologica della non-democrazia fatta passare per democrazia, il che appunto non è, segnala l’enigma ideologico principale del nostro tempo, la crescente sostituzione della realtà virtuale alla realtà reale. Senza l’attività quotidiana della saturazione mediatica tutto questo non sarebbe tecnicamente possibile. Non è comunque un caso che la filosofia accademica segua il suo committente come un cagnolino segue il suo padrone, sostenendo con pomposi ragionamenti che la verità non esiste, il bene politico è una chimera utopica indimostrabile, e tutto è relativo. Questa sofistica ultracapitalistica (in cui Wittgenstein riscrive in inglese le tesi a suo tempo scritte in greco antico da Gorgia) si basa su di un segreto di Pulcinella: in un mondo in cui tutto è in relazione con un unico “assoluto”, il valore d’uso della merce ed il suo potere d’acquisto differenziato, gli intellettuali di regime diranno che tutto è relativo. Il solo “assoluto” che essi ammettono è allora l’insieme di “diritti umani” che consentono l’esportazione armata e coattiva del loro doppio relativismo (doppio in quanto ad un tempo merceologico e filosofico).
Abbasso la loro democrazia! Nessuna concessione alla loro retorica democratica! Solidarietà piena a che resiste ad essa!
2) Secondo punto. Partendo dallo “smascheramento della menzogna dell’esportazione della democrazia attraverso embarghi e bombardamenti molti superficiali sono arrivati alla frettolosa ed errata conclusione per cui la “libertà” e la “democrazia”, essendo orpelli ideologici di copertura dei dominanti, per ciò stesso non siano valori che possano ambire legittimamente all’universalità. Nella mia concezione, l’universalità non è un dato a priori (se lo pensassi, sarei un pensatore religioso, il che è comunque meglio di essere un cosiddetto laico relativista), ma è un processo storico di universalizzazione mondiale che può avvenire solo attraverso un dialogo sistematico fra culture, senza alcun presupposto di superiorità esplicito o implicito (ed è infatti quasi sempre ipocritamente implicito).
Sostenendo che la libertà di creazione e di espressione, insieme con il metodo democratico, fanno parte della struttura e non della sovrastruttura, dico esattamente la stessa cosa di quelli che dicono che esse sono dei valori universali. Certo, so benissimo che a volte nella storia esse possono essere “sospese”, e che di per sé non garantiscono il bene politico. Socrate fu condannato a morte per tradimento e Gesù di Nazareth fu condannato a morte per terrorismo, laddove in realtà, studiando e ristudiando i loro processi (ma questo non può essere l’oggetto di questo mio intervento) si arriva facilmente alla conclusione che entrambi erano innocenti, che Socrate era un patriota ateniese che voleva essere il moscone fastidioso del nobile cavallo della polis degli ateniesi, e che Gesù era un pacifista messianico che intendeva proclamare un “anno di misericordia del signore” (traduzione: remissione dei debiti e quindi liberazione di tutti gli schiavi per debiti).
Nessuna persona filosoficamente educata può sostenere che di per sé il principio di maggioranza porta alla verità filosofica o al bene politico. E’ chiaro che così non è. Ma da questo fatto evidente non bisogna affrettarsi a tirare delle conseguenze anti-democratiche, come ad esempio il Platone della Repubblica. La democrazia è infatti un processo di educazione progressiva attraverso la pratica dialogica di un homo democraticus, sulla base del presupposto che una pratica dialogica ben condotta può giungere a convincere tutti (o quasi tutti) della soluzione migliore. Soluzione migliore che a sua volta presuppone la generalizzazione di un punto di vista solidale-comunitario e non egoistico-individualistico fra gli uomini.
La democrazia si basa quindi su di una scommessa, in un senso molto più vicino al possibilismo di Pascal che al determinismo meccanicistico del marxismo ortodosso. L’idea di poter costruire non democraticamente una nuova umanità comunista è stata praticata nel novecento da Stalin, ed è fallita. A proposito di Stalin, io condivido nell’essenziale l’idea di Canfora per cui Stalin ha impersonato una forma di prevalenza del demos, e quindi non condivido l’interpretazione trotzkista del dominio di una oligarchia burocratica che corrispondeva ad Est al dominio dell’oligarchia capitalistica normale ad Ovest. Ma questo non cambia di un grammo le cose. Prevalenza del demos o meno, la mancanza di libertà e di democrazia soffoca strutturalmente lo sviluppo sociale.
Posso allora terminare qui. La libertà è libertà di creazione (filosofica, artistica e letteraria) e libertà di espressione (politica e religiosa). Ma la libertà non è nulla senza un sistema giuridico che la garantisca ed impedisca gli abusi giudiziari. La democrazia è allora un insieme di tre elementi inscindibili, il principio di maggioranza, la garanzia per le minoranze ed il perseguimento del bene politico. Le due sole categorie di persone con cui non desidero più confrontarmi sono queste: coloro che dicono che tutto è relativo, e non esiste un bene politico, e coloro che affermano che la libertà è un lusso per borghesi e piccolo-borghesi.
di Costanzo Preve
06 dicembre 2010
Gli economisti ovvero i diabolici sacerdoti dei bankester
“Gli economisti politici”, secondo Stephen Zarlenga nel libro The Lost Science of Money, “sono diventati il sacerdozio della nuova aristocrazia Bancaria, spesso prestandosi come apparato propagandistico per coprire la struttura del potere monetario. Essi hanno portato avanti idee sbagliate e cortine fumogene sulla natura del denaro, concetti primitivi per facilitare il radicamento dei banchieri”. Zarlenga dà la colpa della distruzione dell’economia mondiale all’”establishment finanziario e ai loro economisti” e definisce questi ultimi come i portavoce del ‘Potere del Denaro’. La ragione per la quale il corrotto sistema bancario moderno è durato così a lungo nonostante le sue pessime prestazioni è perché gli economisti professionisti non hanno quasi mai puntato il dito contro i banchieri né hanno mai messo in discussione la creazione disonesta del denaro privato basato sul debito o la truffa scandalosa del prestito a riserva frazionaria. Gli economisti vengono formati in facoltà universitarie finanziate dalle banche dove vengono completamente indottrinati alle teorie monetarie. Il Potere del Denaro garantisce che gli economisti siano addestrati metodicamente nel linguaggio e nel pensiero economico e siano programmati a recitare la versione ufficiale e accettata da tutti. Il giochetto prende il nome di manipolazione e gli argomenti controversi sono ignorati o distorti. Non viene mai permessa una corretta valutazione della storia e della funzione del sistema bancario perché verrebbero a galla alcune sconvolgenti verità. Zarlenga paragona gli economisti politici ai medici medievali che “teorizzavano sul funzionamento del corpo ma che non avevano mai il coraggio di sezionarlo e scoprire quello che realmente stava avvenendo”. Proprio come i muli rappresentano la sterile prole di asini e cavalli, gli economisti rappresentano la sterile progenie dei bankster e dei corporativisti. Essi sono impotenti quando si tratta di generare nuovi pensieri o nuove idee al di fuori dell’attuale sistema monetario. Gli economisti sembrano essere letteralmente incapaci di apportare una significativa innovazione monetaria e non riescono davvero a concepire altre alternative sistemiche oltre a quelle che sono state inculcate loro alle scuole dei bankster. Anche se si considerano una specie diversa rispetto ai bankster, essi sono in realtà la stessa cosa. Se nostro padre fosse una scimmia sarebbe impossibile nascondere la nostra discendenza: entrambi avremmo grosse orecchie ed emetteremmo gli stessi suoni rauchi. Gli economisti potrebbero contestare, fare la voce grossa e spesso apparire critici nei confronti dei bankster ma con tutte le loro grida da scimmia non sono in grado di lanciare un unico forte ringhio da animale predatore. Quando gli economisti si presentano in TV o alla radio o scrivono sulla carta stampata, questi ‘esperti’ discutono animatamente e si contraddicono a vicenda snocciolando soluzioni contrastanti per risolvere le nostre disgrazie monetarie. Tuttavia, i loro sermoni raramente si avventurano oltre i confini del sistema monetario esistente, con grande gioia dei bankster, perché gli economisti non mostrano alcuna propensione nel mettere in dubbio i fondamentali di una pratica disonesta vecchia di secoli come la creazione privata del denaro, basato sul debito e gravato da interesse. Le loro discussioni possono essere accese e animate ma, in sostanza, sono del tutto inutili. Gli economisti assomigliano molto alle fazioni Lato Stretto e Lato Grosso dei Viaggi di Gulliver che discutevano ferocemente sul modo più corretto di rompere un uovo – dalla parte della punta larga o dalla punta stretta. Questa contesa era così violenta e sanguinosa che portò a sei sommosse con un gran numero di vittime, tra cui l’Imperatore di Lilliput. E’ così anche per le sterili polemiche degli economisti. Gli economisti sono anche stati oggetto di critiche provenienti nientemeno che dal pungente ingegno dello scrittore George Bernard Shaw che diceva: “Se tutti gli economisti fossero stesi uno accanto all’altro, non raggiungerebbero una conclusione”. Il consulente di investimenti Peter Lynch distorce questa citazione in maniera un po’ più brutale: “Se tutti gli economisti del mondo fossero stesi uno accanto all’altro, non sarebbe una brutta cosa”. Mentre Zarlenga è duro con quegli economisti che ballano la musica dei bankster e promuovono la confusione e la divisione tra l’opinione pubblica in generale, egli elogia quegli economisti di libero pensiero che hanno il coraggio di parlare apertamente dei fallimenti e degli inganni criminali dell’industria bancaria. Purtroppo, in un mondo dominato dai bankster, gli economisti illuminati sono trattati in modo molto diverso rispetto alla nidiata dei bankster. Su questi ultimi, Zarlenga dice: “Alcuni dei più ignoranti e addirittura dei più pazzi di loro [come Bonamy Price] hanno ricevuto incarichi importanti mentre le menti migliori sono stati messe da parte o ignorate dal potere del denaro”. Mi sono imbattuto in un tipico esempio di ignoranza economica in un recente articolo pubblicato sull’Irish Independent del professor Stéphane Garelli dell’Università di Losanna (http://www.independent.ie/business/world/emerging-economies-hold-worlds-purse-strings-2349528.html). Il professor Garelli è un economista ed è attualmente direttore del World Competitiveness Center presso l’IMD Business School di Losanna che pubblica l’annuale World Competitiveness Yearbook. Garelli vanta un elenco impressionante di titoli (http://www.garelli.ch/english/cv_complet.htm) ma non si può fare a meno di chiedersi se il bravo professore possa essere stato formato appena un filo sopra il suo livello di intelligenza. Il professor Garelli (citando Raymond Barre, un altro economista) afferma: “Una delle poche cose che sappiamo sull’economia è che ha dei cicli – il problema è che non sappiamo quando questi cicli iniziano, quanto durano e per quale motivo terminano”. Garelli prosegue: “Il marchio infamante dell’economia moderna è che ancora non conosciamo il modo di evitare le recessioni e la disoccupazione”. Allora, professore, ho alcune notizie per lei. Le recessioni sono causate dai banchieri centrali che, di proposito, riducono la moneta in circolazione ritirando i prestiti esistenti e rifiutandosi di erogarne altri. Se non mi crede, legga Milton Friedman, che ha ricevuto il Premio Nobel per l’Economia. Il dottor Friedman sostiene pubblicamente che la Federal Reserve ha provocato deliberatamente la Grande Depressione degli anni Trenta: “La Fed è stata ampiamente responsabile della trasformazione di quella che poteva essere una comune recessione, anche se forse abbastanza grave, in una catastrofe immane. Anziché utilizzare i propri poteri per compensare la depressione, ha guidato una riduzione della quantità di moneta di un terzo dal 1929 al 1933... Milton Friedman, Two Lucky People, p. 233. Quando gli fu domandato quale fosse una delle cause delle gravi depressioni economiche, il dottor Friedman rispose: “Non conosco nessuna grave depressione, in nessun paese e in nessuna epoca, che non sia stata accompagnata da una drastica diminuzione della quantità di moneta e, allo stesso modo, di nessuna drastica riduzione della quantità di moneta che non sia stata accompagnata da una grave depressione”. E’ incredibile che il professor Garelli debba ammettere di non conoscere la causa delle recessioni. Ed è allo stesso modo incredibile che debba anche ammettere di non sapere quando i cicli economici inizino, quanto durino o il motivo per il quale terminino. Essi sono pianificati, caro professore, pianificati e controllati dai banchieri centrali. Ci sono prove in abbondanza che confermano tutto questo. I pezzi grossi del sistema bancario internazionale decidono dove ci saranno le bolle e quando esploderanno. E’ questo il modo con cui diventano straricchi: mettono a disposizione una grande quantità di denaro (o meglio, di credito) ad un prezzo conveniente e quando la gente è eccessivamente indebitata rifiutano altri prestiti, e pignorano gli insolventi. Dato che il 97% del denaro nel mondo viene creato dal debito, qualunque prestito restituito fa diminuire la quantità di denaro in circolazione. E quando non vengono concessi altri prestiti, la quantità di denaro circolante scende drammaticamente, con effetti negativi sulle imprese e sull’economia in generale. Questa riduzione intenzionale dell’offerta monetaria porta ad estesi fallimenti di aziende, un elevato tasso di disoccupazione, pignoramenti e forti sacrifici all’interno della comunità. D’altra parte, una grande ricchezza viene trasferita dai mutuatari insolventi al bankster. E’ un palese atto criminale e una truffa sistematica. I bankster sono stati a volte sorpresi nel vantare le proprie capacità di provocare recessioni e depressioni e di come possano impossessarsi delle proprietà dei mutuatari per pochi spiccioli. Queste pratiche malavitose vanno avanti da generazioni. L’emissione privata del denaro nazionale ha dato un incredibile potere ai banchieri centrali, un potere così grande che addirittura i governi democraticamente eletti ne sono sottomessi. I governi non controllano l’economia: sono gli onnipotenti bankster a creare il denaro, a stabilire i tassi di interesse e decidere chi può avere un prestito e chi no. Thomas Jefferson, pienamente consapevole del potere dittatoriale delle banche centrali private, fu determinante nel fare respingere al Congresso il rinnovo dello statuto della First Bank of the United States nel 1811. Nathan Rothschild, che operava da Londra, minacciò di colpire la giovane repubblica con una guerra e un disastro finanziario se lo statuto della banca non fosse stato rinnovato. Lo statuto non fu rinnovato e, infatti, gli Stati Uniti si ritrovarono ben presto coinvolti nella Guerra del 1812, con tutto il suo strascico di morti e difficoltà finanziarie. E’ questa la preoccupante supremazia degli insaziabili bankster internazionali. Per ristabilire la normalità finanziaria, nel 1816 il Presidente Madison garantì uno statuto di 20 anni ad una nuova banca centrale, la Second Bank of the United States di proprietà privata. Ma poi, nel 1828, arrivò un altro presidente che condivideva la grande sfiducia e il disprezzo di Jefferson per le banche centrali e i bankster, Andrew Jackson, un ex generale dell’esercito soprannominato affettuosamente la ‘Vecchia Quercia’, un eroe nazionale della Guerra del 1812. Jackson si rifiutò di rinnovare lo statuto della Second Bank of the United States, ponendo addirittura il veto al Congresso che ne aveva approvato il rinnovo in precedenza. Nicholas Biddle, presidente della banca, minacciò Jackson che avrebbe imposto una recessione al paese se il presidente non avesse tolto il veto. Jackson si rifiutò ancora. Biddle, mantenendo la parola, ritirò i prestiti bancari e negò l’erogazione di nuovi prestiti. L’offerta monetaria negli Stati Uniti si ridusse drasticamente. Ben presto, la recessione architettata da Biddle avvolse l’intero paese. Le imprese fallirono e la disoccupazione aumentò. Ma la ‘Vecchia Quercia’ non aveva intenzione di cambiare idea, anche dopo che un presunto sicario, un inglese di nome Richard Lawrence, tentò di ucciderlo nel gennaio 1835. Entrambe le pistole dell’assassino fecero cilecca e la leggenda narra che la ‘Vecchia Quercia’ continuò a fustigare l’uomo con la sua verga finché non fu trattenuto dai suoi stessi aiutanti. Jackson incolpò i Rothschild per l’attentato. Ad ogni modo, il deciso Jackson ebbe la meglio sulla banca e il suo statuto non fu rinnovato. Ci vollero all’incirca 77 anni prima che i bankster potessero finanziare un’altra banca centrale controllata privatamente con la costituzione della Federal Reserve nel 1913. E’ difficile ottenere prove documentate dell’ambiguità dei bankster nel causare recessioni per arricchirsi a spese della gente. Ma abbiamo una comunicazione di servizio privata dell’Associazione dei Banchieri Americani del 1891, il cui contenuto è per la verità registrato in un atto del Congresso datato 29 aprile 1913. Si tenga presente che questa comunicazione di servizio fu scritta nel 1891, prova inconfutabile che il Panico del 1893 fu pianificato dai bankster con un paio di anni di anticipo: “Siamo ad autorizzare i nostri addetti ai prestiti degli Stati Occidentali ad erogare prestiti sulle proprietà e per somme di denaro ripagabili entro il 1° settembre 1894. Nessuna scadenza importante deve superare questa data.” “Il 1° settembre 1894 rifiuteremo categoricamente tutti i rinnovi di prestito. In quel giorno, richiederemo la restituzione di tutto il nostro denaro, pena il pignoramento dei collaterali. “Le proprietà ipotecate diventeranno nostre (il denaro sarebbe diventato scarso in anticipo e le restituzioni sarebbero diventato generalmente impossibili). Pertanto saremo in grado di acquisire, ad un prezzo a noi confacente, i due terzi delle fattorie ad ovest del Mississippi ed altre migliaia di fattorie ad est di questo grande fiume.” “Saremo addirittura in grado di possedere i tre quarti delle fattorie occidentali oltre a tutto il denaro del paese. Gli agricoltori diventeranno dei meri affittuari, proprio come Inghilterra”. (Fonte – http://www.michaeljournal.org/bankphilo.htm ) Quindi vede, mio caro professor Garelli, le recessioni sono causate deliberatamente da avidi bankster per proprio profitto. A questi imbroglioni non importa nulla degli stenti e delle sofferenze che la loro avidità infligge alle persone. Essi sono cospiratori e ladri e con i loro comportamenti disonesti rivelano la filosofia criminale su cui è fondato l’intero sistema bancario. Questa spregevole filosofia prospera ancora a Wall Street e in tutto il mondo ed è in questo che consiste l’origine di tutti i nostri problemi economici globali. La gente si aspetta che gli economisti tengano a freno i bankster e li mantengano sulla linea dell’onestà – beh, almeno più onesti di quello che vogliono essere. Si aspetta anche che gli economisti diano suggerimenti ai governi su pratiche economiche oneste, efficaci e socialmente gratificanti. Ma lei, professor Garelli, e la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, avete deluso la gente. Che sia per codardia, ignoranza o disonestà, avete preso le parti dei bankster e avete permesso a questi malavitosi di mettere in schiavitù la gente con un debito eterno assolutamente inutile. La vostra mancanza nel mettere in dubbio la spudorata disonestà del sistema bancario moderno e la vostra riluttanza ad offrire alternative etiche ha impedito la nascita di un giusto ed equo sistema di creazione del denaro, un sistema incorruttibile che avrebbe portato a tutti libertà, opportunità e benessere. Per fortuna, non tutti gli economisti mangiano alla tavola dei bankster. Ci sono molti riformatori economici che sono degni di elogio e attenzione. Mentre davo una rapida occhiata agli appunti per questo articolo, mi sono imbattuto nel nome di Larry Bates, un ex docente di economia, presidente di banca per undici anni, membro della Camera dei Rappresentanti del Tennessee, presidente della Commissione sul Sistema Bancario e il Commercio ed autore di un bestseller, The New Economic Disorder. Bates dice: “Il più grande shock di questo decennio è che è sempre più persone perderanno ancora più denaro rispetto a qualunque altra epoca della nostra storia. Ma il secondo shock più grande sarà l’incredibile quantità di denaro che, nello stesso periodo, un gruppo relativamente piccolo di persone guadagnerà. Vedete, nei periodi di sconvolgimento economico, nei periodi di crisi economica, la ricchezza non viene distrutta, viene semplicemente trasferita.” Bates prosegue: “La Federal Reserve in realtà è più potente del Governo Federale. Più potente del Presidente, del Congresso e delle Corti di giustizia. La Federal Reserve stabilisce l’ammontare della rata dell’auto del cittadino medio, l’ammontare del mutuo della sua casa e se questi avrà o meno un lavoro. E vi dico... questo è il controllo totale...” Larry Bates ha centrato la questione. “Controllo totale”. I bankster vogliono mantenere il controllo totale. Vogliono che la gente continui a vivere nell’ignoranza. Non vogliono che sappiano che esiste un’alternativa più brillante e che porta più benefici. Vogliono che tutta l’umanità sia loro sottomessa in un’eterna schiavitù del debito. E, soprattutto, sono terrorizzati dal fatto che la gente in qualche modo si possa rendere conto della loro scandalosa connivenza e criminosità. Oggi quello di cui abbiamo bisogno sono più economisti che utilizzino la loro conoscenza e la loro formazione per mostrare alle gente come si possa togliere ai bankster questo disonorevole potere e come si possano formulare nuovi metodi di creazione del denaro che possano liberare le persone dall’inesorabile giogo del debito e dare loro un nuovo diritto di libertà, felicità e abbondanza. di Gabriel Donohoe Gabriel Donohoe vive in Irlanda ed è uno scrittore, un istruttore di salute naturale e consigliere sciamanico. A volte utilizza lo pseudonimo di Fools Crow Fonte: http://foolscrow.wordpress.com |
04 dicembre 2010
Cina e Russia, addio al dollaro tra politica ed economia di Gabriele Battaglia
Cina e Russia hanno deciso di effettuare le transazioni commerciali bilaterali nelle proprie valute (yuan-renminbi e rublo), rinunciando al dollaro come moneta universale di scambio.
L'anno scorso, il commercio tra i due Paesi è stato stimato attorno ai quaranta miliardi di dollari. Si pensa che a fine 2010 ammonterà a sessanta miliardi.
Nell'accordo siglato da Vladimir Putin e Wen Jiabao a San Pietroburgo il 24 novembre, molti hanno visto un capitolo di quella "guerra delle valute" che agita sia i mercati finanziari sia la geopolitica mondiale, con il rinnovato interesse dell'amministrazione Obama per l'Estremo Oriente e la crescita record della Cina, nuova superpotenza.
PeaceReporter ha chiesto un parere a Paolo Manasse, professore di Macroeconomia e di Politica Economica Internazionale all'Università di Bologna, docente di Macroeconomia all'Università Bocconi di Milano.
Come si spiega la decisione di Russia e Cina?
C'è un motivo economico e ce ne è uno politico.
Dal punto di vista economico, siamo in un periodo di volatilità dei cambi legato alla crisi. Quando si parla di volatilità, ci si riferisce soprattutto al rapporto tra euro e dollaro. La Russia ha un grande volume di scambi con l'Europa, idem la Cina che ce l'ha anche con gli Usa, quindi sono esposte ai rischi di questa volatilità. E' probabile che almeno nello scambio bilaterale vogliano tutelarsi dai rischi di cambio delle valute, utilizzando le proprie.
L'aspetto politico sta nel fatto che soprattutto la Cina, così facendo, afferma la propria sovranità anche valutaria, mostrando di poter fare a meno del dollaro, cioè contrastando il privilegio tutto statunitense di battere moneta. Può essere letto in chiave di sfida.
C'entra con la cosiddetta "guerra delle valute"?
La guerra delle valute dura da anni. Muove dall'accusa Usa secondo cui la Cina terrebbe la propria moneta artificialmente bassa per guadagnare competitività. Nei meccanismi di mercato, alla domanda molto alta di merci cinesi dovrebbe corrispondere anche una domanda molto alta di yuan per pagarle. La conseguenza naturale dovrebbe essere la crescita di valore della moneta cinese e il deprezzamento del dollaro. Qui invece interviene la banca centrale cinese comprando dollari e vendono yuan per calmierarne il prezzo. Le conseguenze sono il valore basso dello yuan e un accumulo di dollari nelle riserve cinesi.
E' comunque una faccenda che riguarda soprattutto gli Usa, perché sono loro ad avere un enorme deficit commerciale con la Cina. L'Europa molto meno.
Tecnicamente, la scelta di Russia e Cina non c'entra molto con la guerra delle valute.
Anzi, potrebbe avere come effetto la riduzione della domanda di dollari e quindi l'indebolimento della valuta Usa. Chiaramente, non è scontato che ci sia un simile effetto, dipende da quali saranno i volumi degli scambi tra Cina e Russia. Ma comunque l'accordo non può essere visto come un tassello della guerra delle valute.
C'è anche il tentativo di diversificare le proprie riserve valutarie, riducendo la parte in dollari?
Il monopolio del dollaro come moneta di riserva [cioè la valuta con cui le banche centrali dei diversi Paesi accumulano le proprie riserve, date generalmente dal surplus commerciale, ndr] è già finito con l'avvento dell'euro. In genere le banche centrali tengono un portafoglio abbastanza bilanciato, diversificato, per evitare che fluttuazioni nel mercato dei cambi provochino problemi. Non si punta mai al cento per cento su una sola valuta.
In questo caso, mi sembra che si punti più a evitare l'impatto delle fluttuazioni sulle transazioni, sul commercio. A parte la valutazione politica, certo, cioè l'affermazione di indipendenza da parte della Cina.
Se un cinese esporta merci facendosi pagare in dollari o euro, e una delle due monete crolla, ci perde un sacco di soldi. Dal momento in cui si fanno le transazioni al momento in cui vengono liquidate, si rischia. Di solito ci si assicura con il mercato a termine: uno vende i dollari di domani a un prezzo che conosce oggi. Ma se fa gli scambi con la moneta nazionale, ha risolto il problema alla radice.
di Gabriele Battaglia
03 dicembre 2010
La democrazia come bene comune
Nell’Occidente capitalistico non esiste alcuna democrazia. Preve propone di superare la dicotomia marxista tra struttura e sovrastruttura, avanzando la tesi olistica che la società dev’essere pensata come un intero. Democrazia politica e libertà individuali non sono sovrastrutture ma attengono alla fondazione stessa di un sistema sociale che pretenda di basarsi sulo bene comune.
1. La democrazia oggi. Non c’è nessuna democrazia. Il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno
In una vignetta di Altan il suo solito personaggio surreale con il baschetto afferma solennemente: “Il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno”. Partirò da questo motto memorabile per analizzare il problema della democrazia in quattro punti.
1) Oggi non c’è nessuna democrazia. Democrazia significa, in senso statico, potere del popolo, ed in senso dinamico, accesso del popolo al potere. I due significati non sono sovrapponibili. Chi si accontenta del significato statico, dirà che viviamo in democrazia (sia pure ovviamente limitata, imperfetta, minacciata, ed altri aggettivi compromissori che hanno come compito quello di impedire un’analisi radicale della questione), perché il popolo è coincidente con il corpo elettorale, il corpo elettorale può votare a scadenze regolari, se qualcuno si astiene la colpa è solo sua perché rinuncia unilateralmente ad un diritto che gli è garantito, ci sono inoltre anche garanzie per il dissenso radicale (si possono presentare, se vogliono, anche Luca Casarini e Alessandra Mussolini), ed insomma viviamo nel migliore dei mondi possibili. Vi-va Bob-io, vi-va Sarto-ri, vi-va il grande U-li-vo!
Chi passa invece al significato dinamico, si renderà conto che l’accesso del demos al suffragio universale ed alle garanzie liberali per il dissenso (più esattamente, per il raggio del dissenso ferramente perimetrato dalla dittatura del partito unico del politicamente corretto), non ha assolutamente significato l’accesso del demos alla sovranità politica. Sovranità politica significa sovranità decisionale sui temi fondamentali della propria esistenza sociale, e non solo sulla scelta simbolica se consentire veri e propri matrimoni omosessuali oppure solamente dei cosiddetti PACS. Questa sovranità decisionale non esiste. Per questa ragione l’affermazione per cui non c’è nessuna democrazia non è affatto una sparata estremistica di gruppettari alienati, ma una sobria e scientifica conclusione che possiamo tirare dalla congiuntura storica presente.
2) Il trucco c’è. Abbiamo detto che il termine democrazia è inscindibile dalla decisione politica sovrana. In questo modo (ed è ovviamente una scelta) respingo la tesi per cui la democrazia è semplicemente un metodo “neutrale” rispetto ai valori etico-politici per prendere decisioni a maggioranza. Se accettiamo questa definizione, diventa “democratica” la decisione di consentire a maggioranza alla propria messa in schiavitù, alla rinuncia della propria sovranità nazionale, via via fino al taglio delle teste, al rogo delle vedove ed al genocidio degli stranieri. A mio avviso, tutti i tentativi di definire la democrazia in termini di metodo neutro che prescinde dai contenuti vanno incontro a contraddizioni insanabili. La democrazia deve essere per forza “protetta” da una cintura di sicurezza etico-politica che storicamente ha sempre assunto due forme variamente interconnesse: una cintura di sicurezza religiosa e una cintura di sicurezza filosofica (ispirata in generale ad una interpretazione “veritativa”, e quindi non relativistica, del diritto naturale). Il cosiddetto “diritto costituzionale”, visto da un punto di vista filosofico, è per l’appunto questa cintura di sicurezza consapevolmente sottratta al puro gioco delle contingenti maggioranze e minoranze. Chi identifica la democrazia con il cosiddetto relativismo filosofico dei valori (Hans Kelsen, Richard Rorty, eccetera) non sa letteralmente che cosa dice, perché quanto dice è storicamente controfattuale.
La democrazia implica dunque effettività reale della decisione politica democratica sovrana. Se non c’è sovranità, dunque, non c’è democrazia, ma solo un gioco di simulazione e di legittimazione, e nient’altro.
Oggi la sovranità della decisione democratica non c’è. E non c’è per due ragioni. Elenchiamole separatamente, anche se in realtà fanno tutt’uno.
La prima ragione è il dominio dei mercati e del capitale finanziario transnazionale (o multinazionale) Qualunque decisione prendano i popoli o i partiti che si presentano alle elezioni (non importa se di centro, sinistra e destra, la cui differenza c’è, ma solo nei due parametri minori della simbologia sportiva e della torchiatura differenziata fra ceti sociali interni) viene svuotata automaticamente da entità metafisiche (direbbe Marx, “sensibilmente soprasensibili”) come i mercati finanziari, le agenzie di rating, eccetera. Questo dà luogo ad una situazione di vera e propria “post-democrazia” (cfr. C. Crouch, Post-democrazia, Laterza, Bari-Roma 2004).
In seconda ragione è il dominio imperiale americano, la cui rete di basi militari sparse per il mondo comporta un ricatto atomico permanente, che svuota di fatto ogni sovranità nazionale. Senza sovranità militare non c’è infatti sovranità nazionale. Il pacifismo generico e salmodiante ha come ragion d’essere storica proprio il non far capire questa elementare verità (cfr. C.Preve, L’ideocrazia imperiale americana, Editrice Settimo Sigillo, Roma 2004).
3) Il trucco c’è e si vede. La cosa curiosa di questo doppio trucco (svuotamento economico-finanziario, svuotamento imperiale-militare) è che questo trucco è sotto gli occhi di tutti. E’ sotto gli occhi di tutti che la gente è invitata a tifare a intervalli regolari per Schröeder contro la Merkel, Prodi contro Berlusconi, eccetera, ma che poi a urne chiuse le regole vengono dettate dai mercati finanziari, il cui comandamento unificato è: proseguire nella finanziarizzazione del capitale, smantellare lo stato sociale, incrementare la flessibilità e la precarietà del lavoro, eccetera. Nello stesso tempo, si viene talvolta vagamente a sapere che le truppe americane stoccano armi chimiche a Sigonella o ad Aviano (a sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale!), ma questo non fa neppure parte oggi del dibattito politico che il circo mediatico manipolato devia verso il tema epocale se Previti abbia o no rubato (la mia risposta: è chiaro come il cristallo che ha rubato, ma non potrebbe importarmi di meno). Bisogna allora passare al quarto punto.
4) Non gliene frega niente a nessuno. E’ questo il solo punto teorico veramente problematico ed interessante. Che non ci sia democrazia intesa come esercizio di una decisione politica sovrana, che il trucco ci sia, e che si veda come alla luce del giorno, è infatti talmente evidente da non essere neppure molto interessante. Il solo vero problema teorico è quello di sapere perché non gliene frega niente a (quasi) nessuno.
2. Il problema delle radici storiche e sociologiche dello svuotamento consensuale passivo della democrazia
Spero che a questo punto sia chiaro al lettore quale sia il centro della questione. Il centro della questione non sta nello “smascheramento”, nello spiegare cioè perché la democrazia è stata svuotata da due elementi ad essa esterni, la dittatura del mercato (sostenuta dalla complementare dittatura del clero mediatico, l’unico vero e proprio clero rimasto) e la dittatura imperiale americana. Ci sono a disposizione nelle biblioteche centinaia di ottimi libri “smascheratori”, per cui resta davvero poco da aggiungere. Il solo problema teorico interessante sta allora nello spiegare le radici materiali dell’indifferenza generalizzata verso questo duplice svuotamento. Se non si chiariscono spregiudicatamente queste radici materiali è del tutto impossibile ripartire veramente. In questo paragrafo cercherò di elencare due probabili ragioni di questa indifferenza generalizzata di massa, che utilizzando il linguaggio di Altan definirò come “non gliene frega niente a nessuno”.
In primo luogo, ha probabilmente ragione Gianfranco La Grassa, che nei suoi due ultimi ottimi libri ha chiarito come la forma storica normale in cui avvengono le lotte decisive fra le classi non è mai lo scontro diretto fra le classi fondamentali dei dominanti e dei dominati (padroni di schiavi e schiavi, feudatari e servi della gleba, borghesia e proletariato, capitalisti e operai, eccetera), ma è quasi sempre lo scontro fra settori delle classi dominanti con interessi strategici divergenti. Solo quando quest’ultimo tipo di scontro si apre, si apre anche un “varco provvisorio”, una brevissima “finestra di opportunità storica” anche per le classi dominate. A mio avviso, La Grassa ha perfettamente ragione, ed appunto per questo quanto dice è completamente ignorato (o frainteso, il che di fatto è lo stesso) da un popolo ideologizzato di sinistra che cent’anni di marxismo (marxismo = positivismo per poveracci) ha abituato a credere che sia sempre in presenza di un vero scontro storico diretto fra dominanti (borghesi) e dominati (proletari). Questo popolo ideologizzato non vuole che gli si dica la verità, ma vuole continuare ad essere tossicodipendente dalla droga dell’illusione edificante. Se si riflette anche solo un poco, si capirà il perché dello svuotamento della democrazia e del perché questo avviene oggi in piena e generalizzata indifferenza.
I dominanti, infatti, per il momento sono ancora uniti nell’essenziale, e per questa ragione non si sono ancora aperti varchi per un eventuale intervento strategico dei dominati. Certo, so bene che vi sono molti conflitti economici fra USA, Europa e Giappone, e non li illustro in dettaglio dandone scontata la conoscenza. Ma questi conflitti economici non sono ancora purtroppo diventati veri conflitti geopolitici (cfr. C. Preve, Filosofia e geopolitica, Edizioni All’insegna del veltro, Parma 2005). Non essendo ancora diventati conflitti geopolitici l’unità della classe mondiale dei dominanti si fa ancora politicamente e geopoliticamente sulla base del comune consenso alla subordinazione all’impero militare e culturale americano. Non si vede ancora purtroppo un vero e proprio potere di coalizione Parigi-Berlino-Mosca-Pechino (o altre diverse coalizioni). Dicendo purtroppo segnalo che le due grandi rivoluzioni socialiste novecentesche (Russia 1917 e Cina 1949) sono entrambe avvenute grazie a fenomeni primari di conflitti destabilizzatori fra dominanti, in cui si sono inserite volontà politiche organizzate di dominati e non certo solo fenomeni movimentistici destinati regolarmente sempre a rifluire dopo una promettente primavera. In breve, fino a che non si apriranno veri conflitti fra dominanti (e ce ne accorgeremo non solo in base ad irrilevanti processioni di salmodiatori ma in base a fatti reali, come l’espulsione delle basi militari americane dall’Europa o la messa in atto di veri patti militari strategici tipo Russia-Cina, Cina-India, Russia-Iran, eccetera) bisogna solo aspettare, come direbbe Edoardo De Filippo, che passi la nottata e venga il mattino. So che tutto questo è odioso all’attivismo da formichine del militante ideologizzato tipo, ma non so che cosa farci. Se volete che conti balle, lo farò. Se invece volete che dica quello che penso, ebbene, questo è quello che penso.
In secondo luogo, e qui ritorno al già citato in precedenza Colin Crouch, la democrazia novecentesca (cfr. Eric Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995) è stata sempre una democrazia organizzata di sindacati e partiti che esercitavano una sovranità reale, sia pure parziale, sul rapporto fra economia e politica. Ma questa sovranità si esercitava sulla base della sovranità nazionale. La decadenza di questa sovranità nazionale dovuta al sempre maggiore dominio di istituzioni sovranazionali ha portato allo svuotamento non tanto della democrazia in generale, ma di quel particolare tipo di democrazia novecentesca nata sotto la costellazione del compromesso sociale caratterizzato dal nesso fra produzione di massa fordista, integrazione consumistica di massa resa possibile proprio da questo tipo di produzione di massa, ed infine messa in atto di sistemi sociali di stato del benessere con i suoi due parametri fondamentali (sanità e pensioni). La fine di questo periodo storico (la cosiddetta rivoluzione neoliberista, il cui carattere rivoluzionario non muta anche se la si chiama più correttamente “controrivoluzione”) ha comportato uno sbriciolamento individualistico della società che trasforma i cittadini associati in consumatori individualizzati. In questo nuovo scenario atomizzato è assolutamente normale che anche se il trucco c’è, e si vede, non gliene freghi più niente a nessuno. E non gliene frega più niente a nessuno perché nessuno pensa veramente più di poter cambiare le cose con un voto a liste elettorali formalmente rivali ma unificate da una comune sottomissione allo Standard and Poor’s o alle classifiche del Financial Times. Restano ovviamente “nicchie” di militanti testimoniali o di friggitori di salsicciotti in feste di partito, ma si tratta di nicchie simili a quelle formate da amatori di auto d’epoca, pedofili informatici, studiosi di sanscrito, parlatori di esperanto, praticanti sport estremi ed osservatori degli UFO.
Mi limito per ora a segnalare questi due tipi di spiegazioni. Varrà invece la pena dedicare un paragrafo apposito ad una modalità ancora più importante di crisi della democrazia, la crisi della democrazia come prevalenza del demos.
3. La crisi della democrazia come prevalenza del demos
Quando la situazione ci sembra bloccata e senza uscita, la migliore cosa da fare è cambiare radicalmente ottica ed approccio. Questo non vale solo per le cose cosiddette “concrete”, ma anche per i più ardui problemi storici, filosofici e politologici. Se infatti non c’è più democrazia, e sostanzialmente non gliene frega niente a nessuno, se non a piccole minoranze testimoniali di nicchia, allora è inutile lamentarsi, smascherare, denunciare, richiamare i riottosi individualisti al senso civico, deprecare la plebe irredimibile che si occupa solo dei propri interessi materiali immediati, eccetera. Tutto questo non serve proprio a niente. E’ bene introdurre una nuova ipotesi, ed è esattamente quello che farò in questo paragrafo.
Il modo formalistico–istituzionale alla Giovanni Sartori ed alla Norberto Bobbio di concepire la democrazia deve essere abbandonato. Questo modo separa preventivamente economia e politica, funzionamento oligarchico dei mercati e tecniche elettorali, ed in questo modo, lo si noti bene, non c’è possibilità di evitare la conclusione che negli USA di George Bush c’è la democrazia mentre nella Cuba di Fidel Castro invece non c’è. E’ buffo che si pensi di poter opporsi ad un nemico accettando la sua visione del mondo filtrata nel modo apparentemente neutrale ed asettico di organizzare le categorie teoriche. In questo approccio, Blair è democratico mentre il venezuelano Chavez non lo è, perché è vero che Chavez rispetta il multipartitismo, ma è anche vero che il suo potere è parzialmente carismatico, ed il carisma diretto del leader è considerato populistico e sospetto al pensiero occidentale politicamente corretto, non importa se di destra o di sinistra (ed infatti il pensiero politico politicamente corretto di sinistra in Venezuela è contro Chavez, e fra l’alta finanza oligarchica ed il populismo carismatico preferisce la prima).
Ora, io non nascondo al lettore di preferire mille volte Fidel Castro a Bush e Chavez ai suoi oppositori oligarchici. Sono sicuro che sia così anche per la stragrande maggioranza dei lettori di questa rivista, che so però essere lettori di “nicchia”. Tutto questo però vale meno di zero se non si mettono in luce le ragioni di questa preferenza. Per quanto mi riguarda, queste ragioni non stanno certamente nella stucchevole dicotomia archeologica fra democrazia borghese e proletaria, dicotomia che (su questo punto il buon Norberto Bobbio non aveva tutti i torti) manifesta solo l’incurabile incapacità del pensiero marxista di maturare una sua propria teoria politica “performativa” (capace cioè di successo al di là del momento iniziale di mobilitazione messianica, la cui durata di vita è come quella dei cani e dei gatti, e non come quella delle tartarughe). Per questo, è bene recuperare il significato originale greco di democrazia.
Questo significato è stato precisato in modo insuperabile da Aristotele, per cui democrazia significa prevalenza del demos (prevalenza, non semplicemente potere istituzionale), ed il demos era formato dalla maggioranza dei cittadini, e questa maggioranza era anche la maggioranza dei più poveri, o quanto meno dei più svantaggiati rispetto al potere del denaro. Vista sotto questa ottica, la politica democratica era un correttivo rispetto al potere del denaro. Dove domina il denaro domina un sistema politico che correttamente i greci (infinitamente più intelligenti e meno ipocriti dei marpioni universitari e mediatici di oggi) chiamavano oligarchia, non democrazia. La democrazia non è dunque una particolare forma di governo e di stato, ma è semplicemente lo stato di prevalenza del demos, in cui il demos tramite la correzione politica democratica corregge appunto la sproporzione di potere data dal possesso di denaro.
Questa definizione di democrazia come prevalenza del demos è ignorata da tutte le bande accademiche politicamente corrette di oggi, e pour cause. E’ bene però segnalare, per chi volesse approfondire la questione, che essa è stata ripresa recentemente da Arthur Rosemberg (cfr. A. Rosemberg, Democrazia e socialismo, De Donato, Bari 1971) ed anche da Luciano Canfora (cfr. L. Canfora, La democrazia. Storia e ideologia, Laterza, Bari-Roma 2004). Se proprio il lettore volesse un trittico, a fianco di Rosemberg e di Canfora segnalerei anche Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Bari-Roma 2005 in cui si “smontano” molti miti che sono ancora oggi moneta corrente presso la tribù del politicamente corretto dei semicolti occidentali in fregola di esportazione armata dei diritti umani nel mondo tenebroso degli stati-canaglia e dell’asse del male.
Il fatto è che il demos, per essere demos, deve essere politicamente organizzabile. La riduzione del demos ad atomi individuali portatori di vaghe opinioni politiche significa appunto la sua neutralizzazione politica. Certo, i greci hanno previsto molto, ma non potevano prevedere che un popolo organizzato politicamente potesse un giorno votare in massa per il monopolio del potere da assegnare ad oligarchie del denaro. La conclusione di tutto questo discorso è la seguente: la democrazia può vivere oggi solo come decisione politica sovrana (ed essa non lo è in presenza di mercati finanziari e di basi militari imperiali nel suo territorio – nessun ateniese avrebbe mai pensato di poter esercitare la democrazia con basi militari spartane o persiane sull’Acropoli), esercitata da un demos politicamente organizzato.
Lasciamo dunque le esercitazioni politologiche alla tribù dei formalisti. La politologia è la scienza dei nullatenenti. Oggi bisogna avere il coraggio di nuotare contro corrente, e di dire apertamente che la democrazia è la prevalenza del demos: i punti alti della democrazia nel mondo sono oggi, a mio avviso, la Cuba di Fidel Castro, il Venezuela di Chavez, e l’Iran di Ahmadinejad, non certo la banda di collaborazionisti americani tipo Blair e D’Alema. Detto questo, però, sarebbe stupido, o meglio idiota, o ancor meglio criminale, non far tesoro delle implacabili lezioni del novecento. E queste lezioni si compendiano tutte in un punto, che sintetizzerò così: la democrazia intesa come prevalenza del demos non è stabile, e dimostra di non poter mai diventare tale, se non riesce a garantire stabilmente (e quindi anche giuridicamente) la libertà di opinione e di espressione pubblica, individuale e collettiva, a tutti i cittadini nessuno escluso.
E come ha detto a suo tempo Rosa Luxemburg in modo geniale e definitivo, la libertà è sempre libertà di chi la pensa diversamente. Affrontiamo allora il problema spregiudicatamente.
4. Democrazia come prevalenza del demos e libertà di espressione per tutti coloro che la pensano diversamente
Nella tragicomica ondata di pentitismo scatenata dalla miserabile generazione intellettuale sessantottina (1968) domina da quasi un trentennio una generalizzata demonizzazione ed una ripetuta esecrazione della rivoluzione in quanto tale. I miserabili devono esorcizzare i loro fantasmi di quando uccidevano i poliziotti ed elaborare il lutto della loro superficiale gioventù. Per questa ragione sentono il bisogno di spingere il loro odio verso la rivoluzione fino al 1789 francese ed al 1917 russo. Il mio punto di vista è esattamente opposto: le rivoluzioni ogni tanto sono necessarie, in nome del profondissimo principio filosofico per cui quando ci vogliono ci vogliono. Nel 1789 ci voleva la rivoluzione francese, nel 1917 ci voleva la rivoluzione russa, nel 1959 ci voleva la rivoluzione cubana. Il lettore sa perfettamente che potrei portare a questo punto mille pagine di dotte motivazioni storiografiche, ma non lo faccio per due ragioni: non ne ho nessuna voglia ed inoltre lo spazio di questa rivista non me lo consentirebbe.
Tutto questo per dire che sono un amico (non incondizionato) delle rivoluzioni, e con chi mi dice seriosamente che ogni progetto utopico di cambiare il mondo degenera infallibilmente in totalitarismo politico cambio immediatamente discorso passando a Simenon, Agatha Christie e soprattutto Del Piero. In quanto amico delle rivoluzioni trovo anche normale (forse deprecabile, ma normale) che per qualche anno dopo la riconquista della democrazia gli ateniesi non lascino libertà di espressione pubblica ai fautori degli spartani, che per qualche anno dopo il 1789 i francesi non lascino libertà di espressione pubblica ai realisti borbonici, e che infine per qualche anno dopo il 1917 i russi non lascino libertà di espressione pubblica ai seguaci degli zar. L’ho appena detto: forse deprecabile, ma normale. Una normale “sospensione”, dovuta ad uno stato di conclamata ed evidente emergenza.
Se però l’emergenza diventa normalità allora c’è una patologia in atto, che in termini gramsciani potremo definire un deficit di egemonia. Questo deficit di egemonia ha caratterizzato l’intera storia del comunismo storico novecentesco recentemente defunto (1917-1991). E’ evidente che un sistema egemone avrebbe consentito la formazione pubblica del Partito del Feudalesimo Russo Eterno, del Partito Polacco per il Capitalismo Occidentale Totale, del Partito Cinese per la Restaurazione Manciù, per il Codino Obbligatorio e per i Piedi Piccoli Erotici per le Donne confucianamente Obbedienti. Un simile sistema egemone avrebbe consentito ogni tipo di riviste e di gazzette letterarie, la Rivista della Libertà, il Giornale del Proletario Privato, il Quotidiano Individualista, così come i capitalisti sono riusciti di norma a permettere legalmente la Voce Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, Servire il Popolo ed i bollettini CARC. Questa strutturale incapacità di mettere in atto una democrazia degna di questo nome (democrazia = prevalenza degli interessi del demos + principio di maggioranza + garanzia giuridica della libertà di opinione e di dissenso) può essere spiegata in molti modi, di cui qui per brevità mi limiterò a tre.
Prima spiegazione: l’accerchiamento capitalistico ed imperialistico, l’azione della Gestapo prima e della CIA poi, l’emergenza geopolitica permanente. Si tratta di pretesti penosi. Se infatti il capitalismo può permettersi di tollerare giuridicamente il dissenso verso di esso (ad esempio, questa rivistina su cui scrivo, di nicchia quanto si vuole) mentre il socialismo non può farlo, cade il principio marxista per cui esso sarebbe un sistema sociale di tipo storicamente “superiore”.
Seconda spiegazione: il malvagio monopolio del potere sequestrato dalla burocrazia, questa escrescenza parassitaria dovuta al debole sviluppo delle forze produttive ed alla scarsità di beni e servizi che ne consegue, cosicché non si ha un vero socialismo, ma uno stato operaio burocraticamente degenerato (con varianti). Si tratta, come è noto, del paradigma trotzkista. Il lettore che mi segue sa che l’ho sempre trovato penoso. Questo paradigma si basa su di un presupposto metafisico non dimostrato, e cioè il demos, organizzato in consigli di democrazia diretta, potrebbe esercitare direttamente l’autogoverno politico e l’autogestione economica. Dal momento che questa capacità astrattamente attribuitagli in nome di una metafisica operaistica ottocentesca si è dimostrata una pittoresca ed inesorabile incapacità storica, a questa incapacità si è dato il nome di “burocrazia”. Nello stesso modo, si è dato il nome di “diavolo” all’incapacità di far prevalere stabilmente nell’uomo i buoni istinti sui cattivi.
Terza spiegazione: se l’avarizia (intesa come attaccamento al denaro, non come la spilorceria) è il principale difetto dei ricchi, l’invidia è il principale difetto dei poveri. Se allora la prevalenza del demos non riesce a lasciarsi alle spalle il doppio nesso fra avarizia ed invidia, ne conseguirà che in qualsiasi momento (Cina 1978, URSS 1991) la restaurazione oligarchica capitalistica sarà sempre in agguato. Mi si dirà che questa spiegazione è troppo psicologica, e quindi non “strutturale”. Errore. Si tratta di una spiegazione strutturale. La privazione della libertà di opinione, che il marxista sciocco ed economicista riterrà probabilmente sovrastrutturale, è invece pienamente strutturale. Se infatti la cosiddetta “struttura” consiste nella dinamica dialettica fra la crescita delle forze produttive sociali e la natura classista o meno dei rapporti sociali di produzione, allora il fatto che questa dinamica dialettica avvenga in regime di libertà d’espressione o viceversa in regime di repressione statale di quest’ultima fa parte della struttura, non della sovrastruttura.
Ripetiamolo ancora, perché mi rendo conto che questo è scandaloso per le orecchie a sventola del marxista medio: la libertà di opinione e di espressione politica, filosofica, religiosa, letteraria ed artistica fa parte della struttura di una società, non della sovrastruttura. Spieghiamoci meglio nel prossimo paragrafo.
5. Una rivoluzione copernicana nella teoria marxista
Il più importante problema teorico che possa seriamente discutere la comunità degli studiosi marxisti oggi sta nel decidere se il marxismo stesso possa mutare di paradigma scientifico (Kuhn), il che comporta ovviamente una rivoluzione scientifica di paradigma, sulla propria stessa base assestata nell’ultimo secolo (oppure attraverso un ritorno radicale a Karl Marx “saltando” tutto quanto è venuto dopo), oppure al contrario se questo sia ormai impossibile, e ci voglia qualcosa di molto più radicale, e cioè una teoria dell’analisi e dell’emancipazione sociale completamente nuova, di cui la tradizione marxista non sarà che una componente.
Lascio aperto questo dilemma, che non è l’oggetto di questo mio intervento, e voglio insistere solo su di un punto cruciale. A mio avviso, se si vuole in qualche modo mantenere il dualismo fra struttura e sovrastrutture di un modo di produzione capitalistico in particolare, allora propongo che la libertà e la democrazia (più esattamente la libertà di creazione artistica, letteraria e filosofica, ed in più la libertà di opinione e di organizzazione politica giuridicamente garantita, e la democrazia intesa come somma di tre elementi, principio di maggioranza, garanzia per le minoranze e perseguimento sostanziale del bene politico) vengano in qualche modo inserite nella struttura.
Il mettere alla base della struttura lo sviluppo delle forze produttive porta, come è noto, all’economicismo e al tecnologismo (che sono fratelli gemelli, al punto che si potrebbe parlare esattamente di Tecno-economia o di Econo-tecnica). Non mi soffermo su questo punto, perché un serio bilancio dell’ultimo secolo parla da solo.
Ma anche il mettere alla base della struttura il solo rapporto sociale di produzione classistico non è corretto (fu questa la via dell’althusserismo ed in generale del maoismo occidentale ed europeo). Esso porta ad una sorta di iper-rivoluzionarismo attivistico, di sociologismo mistico (la classe operaia deve dirigere tutto e da essa possiamo aspettarci tutto il meglio possibile, eccetera), e quindi di nichilismo. Più in generale il nichilismo in ambiente marxista può assumere due aspetti assolutamente complementari ed in solidarietà antitetico-polare: il nichilismo di destra (economicismo produttivistico) ed il nichilismo di sinistra (sociologismo classistico).
La società deve essere invece considerata in modo olistico come un “intero” (ed è del resto ciò che sostiene correttamente il miglior pensiero ecologista ed ambientalista). In quanto “intero”, non è per nulla sovrastrutturale il fatto che la riproduzione conflittuale dei rapporti sociali avvenga garantendo stabilmente ai membri della società stessa sia il metodo (democratico) sia i presupposti antropologici di questo metodo stesso (la libertà di creazione e di espressione).
Nessuno sceglie il periodo storico in cui vivere, ma in esso siamo “gettati” (come dice correttamente Heidegger) dall’incontro casuale dei nostri genitori. A me è successo di frequentare per decenni veri e propri idioti che mi hanno riempito la testa con l’idea che la libertà di creazione e di espressione è qualcosa che non interessa ai lavoratori ed ai proletari (a cui interessano evidentemente solo gli indici di produzione del carbone, del petrolio e dell’acciaio), ma riguarda soltanto i piccolo-borghesi anarcoidi ed incapaci di disciplina. Quando il quotidiano “Lotta Continua” aprì un dibattito sui dissidenti sovietici di metà degli anni settanta ricordo che la stragrande maggioranza delle animalesche risposte sosteneva la seguente tesi: i burocratici sovietici hanno espulso Solzenitsin, ma i proletari lo avrebbero fucilato. Se qualcuno volesse toccare con mano che cosa significa incapacità di egemonia, vada nelle emeroteche e si fotocopi questo dibattito. Non stupisce allora che per nascondere il fatto di aver avallato queste indegne porcherie i responsabili di questo avallo si siano riciclati in ammiratori di Bush ed in “bombardatori umanitari”.
6. Conclusioni
In conclusione credo di poter riassumere le mie tesi di fondo in due soli punti, il primo critico-negativo ed il secondo “positivo”.
1) Primo punto. Chi oggi parla di democrazia in atto, di democrazia sia pur fragile, minacciata o imperfetta, eccetera, o è un ingenuo in buonafede o è un mentitore in mala fede. A volte i confini fra i due gruppi sono labili e le posizioni si mescolano. L’ingenuo in buona fede diventa talvolta un mentitore in malafede, pur non avendo all’inizio questa intenzione, perché rifiutando di prendere in considerazione la realtà, e decidendo appunto di “non sapere”, scivola inavvertitamente dalla prima alla seconda posizione. Una volta che lo scivolamento è avvenuto, esso diventa purtroppo un avversario, mentre prima era un legittimo interlocutore.
Ho riassunto prima le due ragioni di fondo per cui la decisione democratica è oggi resa impossibile. Essa è espropriata e svuotata da una doppia mancanza di sovranità, la sovranità economica (il dominio anonimo dei mercati transnazionali) e la sovranità militare (le basi americane potentemente armate a sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale).
In queste condizioni la pretesa di “esportare” la democrazia (eretta a primo dei cosiddetti “diritti umani”) diventa veramente paradossale. Si esporterebbe infatti non la democrazia, ma appunto la non-democrazia (che nella dizione di Crouch, che ritengo insufficiente, diventerebbe più pudicamente una post-democrazia). Ora, l’esportazione virtuale ed ideologica della non-democrazia fatta passare per democrazia, il che appunto non è, segnala l’enigma ideologico principale del nostro tempo, la crescente sostituzione della realtà virtuale alla realtà reale. Senza l’attività quotidiana della saturazione mediatica tutto questo non sarebbe tecnicamente possibile. Non è comunque un caso che la filosofia accademica segua il suo committente come un cagnolino segue il suo padrone, sostenendo con pomposi ragionamenti che la verità non esiste, il bene politico è una chimera utopica indimostrabile, e tutto è relativo. Questa sofistica ultracapitalistica (in cui Wittgenstein riscrive in inglese le tesi a suo tempo scritte in greco antico da Gorgia) si basa su di un segreto di Pulcinella: in un mondo in cui tutto è in relazione con un unico “assoluto”, il valore d’uso della merce ed il suo potere d’acquisto differenziato, gli intellettuali di regime diranno che tutto è relativo. Il solo “assoluto” che essi ammettono è allora l’insieme di “diritti umani” che consentono l’esportazione armata e coattiva del loro doppio relativismo (doppio in quanto ad un tempo merceologico e filosofico).
Abbasso la loro democrazia! Nessuna concessione alla loro retorica democratica! Solidarietà piena a che resiste ad essa!
2) Secondo punto. Partendo dallo “smascheramento della menzogna dell’esportazione della democrazia attraverso embarghi e bombardamenti molti superficiali sono arrivati alla frettolosa ed errata conclusione per cui la “libertà” e la “democrazia”, essendo orpelli ideologici di copertura dei dominanti, per ciò stesso non siano valori che possano ambire legittimamente all’universalità. Nella mia concezione, l’universalità non è un dato a priori (se lo pensassi, sarei un pensatore religioso, il che è comunque meglio di essere un cosiddetto laico relativista), ma è un processo storico di universalizzazione mondiale che può avvenire solo attraverso un dialogo sistematico fra culture, senza alcun presupposto di superiorità esplicito o implicito (ed è infatti quasi sempre ipocritamente implicito).
Sostenendo che la libertà di creazione e di espressione, insieme con il metodo democratico, fanno parte della struttura e non della sovrastruttura, dico esattamente la stessa cosa di quelli che dicono che esse sono dei valori universali. Certo, so benissimo che a volte nella storia esse possono essere “sospese”, e che di per sé non garantiscono il bene politico. Socrate fu condannato a morte per tradimento e Gesù di Nazareth fu condannato a morte per terrorismo, laddove in realtà, studiando e ristudiando i loro processi (ma questo non può essere l’oggetto di questo mio intervento) si arriva facilmente alla conclusione che entrambi erano innocenti, che Socrate era un patriota ateniese che voleva essere il moscone fastidioso del nobile cavallo della polis degli ateniesi, e che Gesù era un pacifista messianico che intendeva proclamare un “anno di misericordia del signore” (traduzione: remissione dei debiti e quindi liberazione di tutti gli schiavi per debiti).
Nessuna persona filosoficamente educata può sostenere che di per sé il principio di maggioranza porta alla verità filosofica o al bene politico. E’ chiaro che così non è. Ma da questo fatto evidente non bisogna affrettarsi a tirare delle conseguenze anti-democratiche, come ad esempio il Platone della Repubblica. La democrazia è infatti un processo di educazione progressiva attraverso la pratica dialogica di un homo democraticus, sulla base del presupposto che una pratica dialogica ben condotta può giungere a convincere tutti (o quasi tutti) della soluzione migliore. Soluzione migliore che a sua volta presuppone la generalizzazione di un punto di vista solidale-comunitario e non egoistico-individualistico fra gli uomini.
La democrazia si basa quindi su di una scommessa, in un senso molto più vicino al possibilismo di Pascal che al determinismo meccanicistico del marxismo ortodosso. L’idea di poter costruire non democraticamente una nuova umanità comunista è stata praticata nel novecento da Stalin, ed è fallita. A proposito di Stalin, io condivido nell’essenziale l’idea di Canfora per cui Stalin ha impersonato una forma di prevalenza del demos, e quindi non condivido l’interpretazione trotzkista del dominio di una oligarchia burocratica che corrispondeva ad Est al dominio dell’oligarchia capitalistica normale ad Ovest. Ma questo non cambia di un grammo le cose. Prevalenza del demos o meno, la mancanza di libertà e di democrazia soffoca strutturalmente lo sviluppo sociale.
Posso allora terminare qui. La libertà è libertà di creazione (filosofica, artistica e letteraria) e libertà di espressione (politica e religiosa). Ma la libertà non è nulla senza un sistema giuridico che la garantisca ed impedisca gli abusi giudiziari. La democrazia è allora un insieme di tre elementi inscindibili, il principio di maggioranza, la garanzia per le minoranze ed il perseguimento del bene politico. Le due sole categorie di persone con cui non desidero più confrontarmi sono queste: coloro che dicono che tutto è relativo, e non esiste un bene politico, e coloro che affermano che la libertà è un lusso per borghesi e piccolo-borghesi.
di Costanzo Preve