04 settembre 2012

La telefonata

M: Pronto? Presidente sono Mancino. N: Pure io. Chi parla? M: Ma Presidente, io sono Mancino di nome! N: e ché io no? Mancino solo nominalmente, e da una vita poi! M: Presidente, ho un grosso problema. N: Dimmi compare, cioè volevo dire compagno! M: I magistrati di Palermo mi vogliono incastrare. N: Come si permettono? E’ un tiro mancino! M: Presidente sia serio. Qui rischiamo tutti. N: Voi forse! Io sono inviolabile e infallibile e chi mi tocca iddio lo fulmini. M: Quello è il Papa, Presidente! N: E chi sono io? Il Papa rosso, come Kautsky, buonanima dei rinnegati. M: Presidente, Martelli! N: Magari, qui non si batte più chiodo. Mica sono come Berlusconi io, non posso permettermi certe cadute di stile, lui è basso ed io sua altezza, se casco da quassù mi rompo! M: Ma che ha capito? Martelli, Claudio Martelli. I giudici vogliono un contradditorio tra me e lui sulla trattativa Stato-Mafia degli anni ’90. N. Eccoli lì gli incorreggibili, credono ancora di essere all’epoca di Tangentopoli, quando lasciavamo fare perché eravamo sicuri che avrebbero colpito solo dall’altra parte. Adesso utilizzano pure Martelli, falce e Martelli, questi giudici sono tutti dei comunisti! Aveva ragione B. che per sbattere fuori non si faceva sbattere dentro. Finché si faceva le governanti vabbé, del resto pure noi nella famiglia politica abbiamo avuto qualcuno che, si narra, allungasse un po’ le mani nonostante le sue battaglie morali. Poi però si è messo in testa di fare il governante ed allora…sta ancora sbattendosi tra un tribunale e l’altro il nanetto. M: Presidente adesso però ci sono io nelle grinfie dei giudici, la situazione è grave, se finisco di fronte all’ex Ministro socialista mi ritrovo tra l’incudine e il Martelli, e se mi faccio male io in tanti sentiranno dolore. Capito? N: Si si, stai tranquillo. Tu sai che io con queste quisquiglie non c’entro, tenevo i fili di ben altri discorsi internazionali. Vediamo, adesso escogitiamo qualcosa per seppellire la verità che non è mai rivoluzionaria ma piuttosto pericolosa, contrariamente a quel che diceva il povero Gramsci, uno di quei comunisti illusi e coerenti di una diversa epoca storica. M: Presidente, sono molto preoccupato, la prego faccia qualcosa di sinistro. N: ah, fammi pensare un momento! Non insabbiamento, non sotterramento, forse ostacolamento? Impedimento? Intralciamento?… no, no, non va bene…ma ecco ci sono, ho trovato! Invento un bel Coordinamento togato! M: Grazie Presidente, lo Stato le è riconoscente! N: dovere Mancino… dovere mancino. di Gianni Petrosillo

03 settembre 2012

Dalla Chiesa, il partigiano per tre volte: “Con i mascalzoni neanche il caffè”

Ho incontrato un militare che mi ha detto: "Contano la lealtà e l'onestà. Questa divisa rappresenta tutto il Paese". Ha anche aggiunto che bisognerebbe ripartire dalle scuole e che è preoccupato per le istituzioni e che per salvarle servono trasparenza e responsabilità. Mi ha detto che è un generale dei carabinieri e che l’hanno ucciso oggi a Palermo, trent’anni fa Ho incontrato un militare. Sempre lo stesso, almeno tre volte nell’ultima settimana. Ogni tanto succede di imbattersi d’improvviso nella stessa persona. “Ti parlo solo se non hai pregiudizi”, mi ha avvisato. Gli ho detto di non averne e mi ha raccontato qualcosa di sé. Non è frequente, ormai, incontrare militari, specie dopo l’abolizione della leva obbligatoria. Prima erano dappertutto, sui treni del venerdì pullulavano. Perciò l’ho ascoltato con più attenzione. E mentre parlava sentivo salire una strana sintonia, anche se capivo che non aveva le mie idee politiche. “Quelle sono sovrastrutture”, mi ha detto subito come se avesse una grande esperienza da consegnarmi, “ormai contano altre cose. Contano la lealtà, l’onestà, la responsabilità”. Gli ho obiettato che queste cose le dicono tutti, ormai anche nei corsi di etica d’impresa all’università, e che purtroppo sono inflazionate, senza valore. “Dipende dalla storia delle persone”, mi ha risposto, “un conto è dirle, certe cose, un conto è farne una scelta di vita”. Sembrava dovesse tenermi un sermoncino. Fosse stato giovane l’avrei fermato subito, ma non era giovane. “Per esempio” ha continuato, “se un poco di buono ora, mentre siamo qui, mi invita a prendermi un caffè con lui, io potrei anche infischiarmene delle mie responsabilità. Che cosa mi si potrebbe rimproverare? Uno sconosciuto mi ha offerto un caffè e io l’ho accettato, per pura e doverosa cortesia. E invece la divisa che mi vedi addosso rappresenta tutto il paese, rappresenta pure te, anche se non lo sai, anche se fai quella faccia. E quindi se il caffè lo prendo, che so, con un pregiudicato e questo lo va a dire o ci fotografano insieme, io disonoro questa divisa, il paese che rappresento e pure te”. Lo diceva senza enfasi, con naturalezza. Andava avanti e indietro come camminasse nell’aria. Il ragionamento era un po’ estremo ma mi affascinava. Certo non la pensava come me, certo non aveva il mio linguaggio, ma mi sembrava venire da un bel pianeta. “Io penso”, aggiunse, “che il nostro guaio è che non sappiamo più dire le cose semplici. Che abbiamo bisogno di mettere in discussione tutto, anche le verità più sacre, per non mettere in discussione i nostri interessi, o per farceli sempre meglio”. Ma che razza di militare è?, mi sono domandato. Ho chiesto dove abitasse ma non me l’ha voluto dire. “Non è interessante”, ha spiegato, “è importante dove facciamo il nostro dovere. Io dove mi hanno chiamato l’ho fatto”. Ho pensato che dovesse essere uno di quei volontari che si sono fatti il Kosovo, l’Afghanistan , ma mi ha fermato subito: “Ho fatto il volontario ma non in quelle guerre, in altre”. Poi ha continuato, sorprendendomi: “Si fanno molte guerre, ma a volte per vincerle servono cose diverse da noi militari. Ti sembra strano? Occorrerebbe partire dalle scuole. Lo so che ormai lo dicono tutti; ma io lo penso da tempo. E poi occorrerebbe dare diritti veri a chi non ne ha. Se dai i diritti ai popoli le guerre non iniziano nemmeno”. L’ho guardato con curiosità. Ma in chi mi ero imbattuto, davvero? Non capivo se fosse una finzione. “Vedi che hai i pregiudizi?”. Mi è sembrato cogliere al volo il mio stupore. La gente intorno passava e sembrava non vederlo nemmeno, guardava me parlare con lo stesso stupore con cui io ascoltavo lui. È strana la gente, ho pensato. Se c’è un politico o un magistrato o perfino un calciatore che dice queste cose si ferma e lo ascolta. Anche se le dice un giornalista o un intellettuale. Se è un militare non lo vede nemmeno. Siamo andati avanti un bel po’. Mi ha raccontato di avere studiato legge e scienze politiche, dal che ho dedotto che dovesse essere di un certo rango. Ho aggiunto per ingraziarmelo, sentendomi un po’ in colpa per avergli dato la sensazione di non credergli: be’, io insegno proprio a scienze politiche. Ha fatto un cenno di interesse, ma è andato subito oltre. Ha detto di avere fatto il partigiano per tre volte e questa è stata in assoluto la frase più misteriosa di tutto l’incontro. L’avrei presa comunque per una fanfaronata se non avessi imparato nel giro di un’ora a sentire nei suoi confronti la considerazione che si prova verso una persona degna. Che vorrà dire tre volte il partigiano? Contro chi e per chi? “Sempre per l’Italia” ha scandito, come se mi leggesse nel pensiero. Ha detto a un certo punto, controllando qualcosa su un taccuino, che se ne doveva andare. Che mi aveva già dedicato molto tempo e che non viene spesso da queste parti. Che è preoccupato per le istituzioni, che bisogna tenerle al di sopra di tutto ma che per questo occorre pretendere da loro trasparenza. E responsabilità. Comportarsi come dei militari, condizione che per lui, così ho capito, è davvero il massimo. Se ne è andato facendomi dei discorsi assurdi, che ho seguito con difficoltà. Mi ha detto che è un generale dei carabinieri e che l’hanno ucciso domani a Palermo, trent’anni fa. Ha giurato che la sua è una storia italiana. Anche se qualcuno non la ricorda più. di Nando dalla Chiesa

30 agosto 2012

Meglio gli sfascisti sfanculatori di Grillo degli sfasciatori patinati dello Stato

In nome della sobrietà parlamentare e dell’austerità nazionale stiamo scomparendo dalla faccia dell’Europa continentale, non quella dei falsi riti istituzionali e dei vuoti miti sociali (cooperativi e solidali cioè inesistenti ed ineffettuali), ma quella dei rapporti di forza dove se la potenza non insiste alla prepotenza altrui non si resiste. Verrebbe da dire ben ci sta, popolo di beoti, incantati da quattro imbecilli di governo patentati, individuati dal peggior Presidente della Repubblica mai nominato. Eppure, noi italiani, figli dei romani e di grandi letterati e scienziati, avremmo dovuto essere svezzati a tali forme di raggiro che nascondono la codardia e l’ottusità di una classe dirigente schiavizzata dai dogmi economici del presente, dall’assenza di visione del futuro e dalla dimenticanza di un passato glorioso e puntualmente calpestato. Ora come ora non si tratta più di difendere il puttaniere bandanato dalle puttane di Stato, abituate a vivere di cheque firmati col sangue dei contribuenti. Adesso, si deve dire chiaramente dove ci ha fatto sprofondare questo stile politicamente corretto ed economicamente succube di totem liberisti e di tabù autonomisti. Siamo passati dallo scambio libero berlusconiano che, tuttavia, fino ad un certo momento qualche soddisfazione in politica estera ci aveva dato, al liberoscambio dei finti moralisti, dei servi della finanza, degli associati alle massonerie mondiali e ai potentati atlantici che fanno del calarsi le braghe al cospetto di Usa ed Ue una professione di vita più deleteria del mestiere più vecchio del mondo. Siamo stati feriti dal moralismo di facciata (ancora ieri sera Di Pietro ripeteva, ospite di una trasmissione di Mentana su La7, che quando c’era Berlusconi arrossiva all’estero, di fronte all’internazionale dei banchieri e dei burocrati filibustieri) che è soltanto l’altra faccia della medaglia di una vergognosa sudditanza, ora giunta alle sue estreme conseguenze politiche, economiche e sociali. E sia chiaro, come da sempre afferma il pensiero liberale, il quale quando non gli conviene sa come argomentare, che così come la libertà se ne va a ramengo se dirottata a suon di regolamento, con sprezzo dell’arbitrio individuale, lo stesso vale per il corpo sociale continuamente colpito nel suo benessere allorché le sue scelte vengono quotidianamente conculcate con gabelle atte a modificare i suoi usi e consumi: le sigarette, le bibite gassate e i cibi grassi tassati per svuotarci il portafoglio con il pretesto di proteggerci dai malanni e dalle cattive abitudini. Perché di proibizioni, sebbene in altra forma, si parla, con l’aggravio che a loro della nostra salute non importa un fico secco, a meno che non si deve far secco il nostro patrimonio. Dove sono finiti i protettori del liberopensiero che ci gonfiano i coglioni da mane a sera con la civiltà, i diritti e la democrazia esclusivamente se si discute dell’Iran, dell’Afghanistan e della Siria? E i nostri dittatorelli professorali dove li mettiamo, nell’alveo dei cristiani o dei talebani che scannano i connazionali? Chiuderò questo breve pezzo con una riflessione sulle prossime elezioni, se mai ci saranno e se non s’inventeranno qualche altra emergenza per impedire al popolo di mandarli a quel Paese di offese senza più pretese, scorte o emolumenti (e poi attenti alle vostre terga, dementi!). Ma prima voglio proporvi un breve brano di Vilfredo Pareto, tratto dal Mito Virtuista, che sconfessa i nostri immondi puritani di gabinetto accompagnati in questo cesso epocale da quei pusillanimi di partito che hanno scelto appunto degli imbecilli per essere sicuri di rovinare tutto a tempo indeterminato. “…Tale è il nuovo senso della parola “libertà”. L’uomo è tanto più “libero” quante più cose gli sono proibite. In questo modo il massimo della libertà tocca al prigioniero chiuso in cella….Gli storici lodano il tempo passato; ma quando si tratta di testimoniare sul tempo in cui vivono la scena cambia e sono piuttosto portati ad oscurarne spesso le tinte. In ogni caso, se crediamo alle testimonianze dei contemporanei, è impossibile ammettere che siano i buoni costumi dei popoli, e ancora meno dei loro capitani, che abbiano assicurato le vittorie. Ecco, per esempio, la ritirata dei diecimila; ciò che li salva, è la loro perfetta disciplina, la loro obbedienza agli strateghi; quanto ai loro costumi, lasciano molto a desiderare. Vedete ciò che accade quando gli strateghi decidono d’allontanare tutte le bocche inutili; i soldati sono costretti ad obbedire, «eccetto alcuni che sottraggono o un giovinetto o una bella donna ai quali sono attaccati». Quanto a Senofonte, i suoi costumi possono essere stati i più casti, ma il suo linguaggio non è tale nel Convito; e se si fosse astenuto da questo genere di letteratura, il mondo non vi avrebbe perduto nulla. Val meglio non parlare dei costumi di Filippo il Macedone e delle persone che l’attorniavano. Allorché la battaglia di Cheronea abbatté la potenza ateniese e asservì la Grecia, non si può veramente dire che fu la castità che riportò la vittoria. Filippo, oltre le concubine senza numero, prendeva donne dovunque ne trovava. Né le cause della sua morte possono onestamente raccontarsi. Passiamo rapidamente sui costumi dei valenti capitani, come Demetrio Poliorcete (il conquistatore di città), perché il meno che si possa dire è che furono infami. Alcibiade era pure lontano, molto lontano, dall’avere buoni costumi; tuttavia, se egli avesse comandato in Sicilia, al posto di quell’onesto ed imbecille Nicia, forse Atene avrebbe evitato un disastro irreparabile. I bacchettoni ateniesi che intentarono un’azione penale ad Alcibiade, sotto pretesto della mutilazione delle Erme, furono probabilmente la causa della rovina della loro patria. Più tardi ad Egospotami, se i generali greci avessero seguito il consiglio di Alcibiade, avrebbero salvato la flotta ateniese e la loro città. I generali avevano forse costumi migliori di Alcibiade — ciò non era veramente difficile — ma, quanto all’arte della guerra, gli erano molto inferiori e si fecero battere vergognosamente. Se passiamo ai romani, ci è difficile scorgere virtuisti nei cittadini che, ai giuochi Floreali, facevano comparire sulla scena cortigiane interamente nude. Un giorno che Catone di Utica — il virtuoso Catone — assisteva ai giuochi Floreali, il popolo non osava, in sua presenza, domandare che le mime si spogliassero dei loro vestiti. Un amico avendo fatto osservare ciò a Catone, questi lasciò il teatro onde permettere al popolo di godere lo spettacolo abituale. Se Catone fosse stato un virtuista, sarebbe rimasto al teatro per impedire quello scandalo; ma Catone era solamente un uomo di costumi austeri adstricti continentia mores. I complici di Catilina avevano cattivissimi costumi; si sarebbe soddisfatti poter dire che erano vili; disgraziatamente la verità è il contrario. Sallustio ci narra come caddero nella battaglia di Fiesole. «Ma fu quando la battaglia finì che si poté veramente vedere quale audacia, quale forza d’animo vi fosse nell’esercito di Catilina. Perché ciascuno, dopo la sua morte, copriva con il corpo il luogo che aveva occupato durante la pugna. Un piccolo numero solamente, che era stato disperso dalla coorte pretoriana, era caduto un poco diversamente, ma tutti erano stati feriti davanti.» Non è sicuro che tutti i virtuisti avrebbero fatto altrettanto… Napoleone I non era casto; i suoi marescialli, i suoi generali e i suoi soldati, ancora meno. Essi riportarono tuttavia molte vittorie e, in quanto alla disfatta che ebbero in Russia, sarebbe difficile di vedervi un trionfo dei buoni costumi sui cattivi. Maurizio di Sassonia, che salvò la Francia dalla invasione straniera, era un grande capitano, ma aveva costumi molto cattivi. Sarebbe stato meglio per la Francia che egli fosse stato virtuista e che si fosse fatto battere a Fontenoy? Nelson, il vincitore di Trafalgar, era lontano dall’esser molto casto. I suoi amori con Lady Hamiltonsono conosciuti. Invece del Nelson, sarebbe stato meglio per l’Inghilterra, avere un ammiraglio virtuista, ma che avesse perduto le battaglie navali d’Aboukir e di Trafalgar?” Chi ama il Loden li segua e precipiti pure con loro nella sentina della Storia. Stante la gravità della situazione, come dicevamo in principio, è opportuno che deflagri una bomba elettorale affinché i piani di questi lestofanti saltino irreparabilmente. Sapete bene cosa pensiamo di Grillo e del suo movimento o di Di Pietro e del suo gruppo di forcaioli, tuttavia, in questa particolare congiuntura politica, potremmo essere costretti a sperare, almeno tatticamente, in una loro forte affermazione cosicché qualcosa si muova davvero in questa morta gora italica che rischia di desertificarsi del tutto. Certo, costoro non sono paragonabili agli Arditi del popolo di un’altra fase storica (non stiamo dunque proponendo nessun dialogo con questi) ma il loro ardimento populistico e distruttivo, lo sfascismo sfanculistico e liberatorio della panza, può scompaginare le cose e porre fine a questo sfacelo patinato messo in atto dagli attuali protagonisti sfasciatori dello Stato. A buon intenditor …insomma meglio il corpo sciolto di Grillo & Co del corpo sociale morto di Napolitano & Compagni. di Gianni Petrosillo

04 settembre 2012

La telefonata

M: Pronto? Presidente sono Mancino. N: Pure io. Chi parla? M: Ma Presidente, io sono Mancino di nome! N: e ché io no? Mancino solo nominalmente, e da una vita poi! M: Presidente, ho un grosso problema. N: Dimmi compare, cioè volevo dire compagno! M: I magistrati di Palermo mi vogliono incastrare. N: Come si permettono? E’ un tiro mancino! M: Presidente sia serio. Qui rischiamo tutti. N: Voi forse! Io sono inviolabile e infallibile e chi mi tocca iddio lo fulmini. M: Quello è il Papa, Presidente! N: E chi sono io? Il Papa rosso, come Kautsky, buonanima dei rinnegati. M: Presidente, Martelli! N: Magari, qui non si batte più chiodo. Mica sono come Berlusconi io, non posso permettermi certe cadute di stile, lui è basso ed io sua altezza, se casco da quassù mi rompo! M: Ma che ha capito? Martelli, Claudio Martelli. I giudici vogliono un contradditorio tra me e lui sulla trattativa Stato-Mafia degli anni ’90. N. Eccoli lì gli incorreggibili, credono ancora di essere all’epoca di Tangentopoli, quando lasciavamo fare perché eravamo sicuri che avrebbero colpito solo dall’altra parte. Adesso utilizzano pure Martelli, falce e Martelli, questi giudici sono tutti dei comunisti! Aveva ragione B. che per sbattere fuori non si faceva sbattere dentro. Finché si faceva le governanti vabbé, del resto pure noi nella famiglia politica abbiamo avuto qualcuno che, si narra, allungasse un po’ le mani nonostante le sue battaglie morali. Poi però si è messo in testa di fare il governante ed allora…sta ancora sbattendosi tra un tribunale e l’altro il nanetto. M: Presidente adesso però ci sono io nelle grinfie dei giudici, la situazione è grave, se finisco di fronte all’ex Ministro socialista mi ritrovo tra l’incudine e il Martelli, e se mi faccio male io in tanti sentiranno dolore. Capito? N: Si si, stai tranquillo. Tu sai che io con queste quisquiglie non c’entro, tenevo i fili di ben altri discorsi internazionali. Vediamo, adesso escogitiamo qualcosa per seppellire la verità che non è mai rivoluzionaria ma piuttosto pericolosa, contrariamente a quel che diceva il povero Gramsci, uno di quei comunisti illusi e coerenti di una diversa epoca storica. M: Presidente, sono molto preoccupato, la prego faccia qualcosa di sinistro. N: ah, fammi pensare un momento! Non insabbiamento, non sotterramento, forse ostacolamento? Impedimento? Intralciamento?… no, no, non va bene…ma ecco ci sono, ho trovato! Invento un bel Coordinamento togato! M: Grazie Presidente, lo Stato le è riconoscente! N: dovere Mancino… dovere mancino. di Gianni Petrosillo

03 settembre 2012

Dalla Chiesa, il partigiano per tre volte: “Con i mascalzoni neanche il caffè”

Ho incontrato un militare che mi ha detto: "Contano la lealtà e l'onestà. Questa divisa rappresenta tutto il Paese". Ha anche aggiunto che bisognerebbe ripartire dalle scuole e che è preoccupato per le istituzioni e che per salvarle servono trasparenza e responsabilità. Mi ha detto che è un generale dei carabinieri e che l’hanno ucciso oggi a Palermo, trent’anni fa Ho incontrato un militare. Sempre lo stesso, almeno tre volte nell’ultima settimana. Ogni tanto succede di imbattersi d’improvviso nella stessa persona. “Ti parlo solo se non hai pregiudizi”, mi ha avvisato. Gli ho detto di non averne e mi ha raccontato qualcosa di sé. Non è frequente, ormai, incontrare militari, specie dopo l’abolizione della leva obbligatoria. Prima erano dappertutto, sui treni del venerdì pullulavano. Perciò l’ho ascoltato con più attenzione. E mentre parlava sentivo salire una strana sintonia, anche se capivo che non aveva le mie idee politiche. “Quelle sono sovrastrutture”, mi ha detto subito come se avesse una grande esperienza da consegnarmi, “ormai contano altre cose. Contano la lealtà, l’onestà, la responsabilità”. Gli ho obiettato che queste cose le dicono tutti, ormai anche nei corsi di etica d’impresa all’università, e che purtroppo sono inflazionate, senza valore. “Dipende dalla storia delle persone”, mi ha risposto, “un conto è dirle, certe cose, un conto è farne una scelta di vita”. Sembrava dovesse tenermi un sermoncino. Fosse stato giovane l’avrei fermato subito, ma non era giovane. “Per esempio” ha continuato, “se un poco di buono ora, mentre siamo qui, mi invita a prendermi un caffè con lui, io potrei anche infischiarmene delle mie responsabilità. Che cosa mi si potrebbe rimproverare? Uno sconosciuto mi ha offerto un caffè e io l’ho accettato, per pura e doverosa cortesia. E invece la divisa che mi vedi addosso rappresenta tutto il paese, rappresenta pure te, anche se non lo sai, anche se fai quella faccia. E quindi se il caffè lo prendo, che so, con un pregiudicato e questo lo va a dire o ci fotografano insieme, io disonoro questa divisa, il paese che rappresento e pure te”. Lo diceva senza enfasi, con naturalezza. Andava avanti e indietro come camminasse nell’aria. Il ragionamento era un po’ estremo ma mi affascinava. Certo non la pensava come me, certo non aveva il mio linguaggio, ma mi sembrava venire da un bel pianeta. “Io penso”, aggiunse, “che il nostro guaio è che non sappiamo più dire le cose semplici. Che abbiamo bisogno di mettere in discussione tutto, anche le verità più sacre, per non mettere in discussione i nostri interessi, o per farceli sempre meglio”. Ma che razza di militare è?, mi sono domandato. Ho chiesto dove abitasse ma non me l’ha voluto dire. “Non è interessante”, ha spiegato, “è importante dove facciamo il nostro dovere. Io dove mi hanno chiamato l’ho fatto”. Ho pensato che dovesse essere uno di quei volontari che si sono fatti il Kosovo, l’Afghanistan , ma mi ha fermato subito: “Ho fatto il volontario ma non in quelle guerre, in altre”. Poi ha continuato, sorprendendomi: “Si fanno molte guerre, ma a volte per vincerle servono cose diverse da noi militari. Ti sembra strano? Occorrerebbe partire dalle scuole. Lo so che ormai lo dicono tutti; ma io lo penso da tempo. E poi occorrerebbe dare diritti veri a chi non ne ha. Se dai i diritti ai popoli le guerre non iniziano nemmeno”. L’ho guardato con curiosità. Ma in chi mi ero imbattuto, davvero? Non capivo se fosse una finzione. “Vedi che hai i pregiudizi?”. Mi è sembrato cogliere al volo il mio stupore. La gente intorno passava e sembrava non vederlo nemmeno, guardava me parlare con lo stesso stupore con cui io ascoltavo lui. È strana la gente, ho pensato. Se c’è un politico o un magistrato o perfino un calciatore che dice queste cose si ferma e lo ascolta. Anche se le dice un giornalista o un intellettuale. Se è un militare non lo vede nemmeno. Siamo andati avanti un bel po’. Mi ha raccontato di avere studiato legge e scienze politiche, dal che ho dedotto che dovesse essere di un certo rango. Ho aggiunto per ingraziarmelo, sentendomi un po’ in colpa per avergli dato la sensazione di non credergli: be’, io insegno proprio a scienze politiche. Ha fatto un cenno di interesse, ma è andato subito oltre. Ha detto di avere fatto il partigiano per tre volte e questa è stata in assoluto la frase più misteriosa di tutto l’incontro. L’avrei presa comunque per una fanfaronata se non avessi imparato nel giro di un’ora a sentire nei suoi confronti la considerazione che si prova verso una persona degna. Che vorrà dire tre volte il partigiano? Contro chi e per chi? “Sempre per l’Italia” ha scandito, come se mi leggesse nel pensiero. Ha detto a un certo punto, controllando qualcosa su un taccuino, che se ne doveva andare. Che mi aveva già dedicato molto tempo e che non viene spesso da queste parti. Che è preoccupato per le istituzioni, che bisogna tenerle al di sopra di tutto ma che per questo occorre pretendere da loro trasparenza. E responsabilità. Comportarsi come dei militari, condizione che per lui, così ho capito, è davvero il massimo. Se ne è andato facendomi dei discorsi assurdi, che ho seguito con difficoltà. Mi ha detto che è un generale dei carabinieri e che l’hanno ucciso domani a Palermo, trent’anni fa. Ha giurato che la sua è una storia italiana. Anche se qualcuno non la ricorda più. di Nando dalla Chiesa

30 agosto 2012

Meglio gli sfascisti sfanculatori di Grillo degli sfasciatori patinati dello Stato

In nome della sobrietà parlamentare e dell’austerità nazionale stiamo scomparendo dalla faccia dell’Europa continentale, non quella dei falsi riti istituzionali e dei vuoti miti sociali (cooperativi e solidali cioè inesistenti ed ineffettuali), ma quella dei rapporti di forza dove se la potenza non insiste alla prepotenza altrui non si resiste. Verrebbe da dire ben ci sta, popolo di beoti, incantati da quattro imbecilli di governo patentati, individuati dal peggior Presidente della Repubblica mai nominato. Eppure, noi italiani, figli dei romani e di grandi letterati e scienziati, avremmo dovuto essere svezzati a tali forme di raggiro che nascondono la codardia e l’ottusità di una classe dirigente schiavizzata dai dogmi economici del presente, dall’assenza di visione del futuro e dalla dimenticanza di un passato glorioso e puntualmente calpestato. Ora come ora non si tratta più di difendere il puttaniere bandanato dalle puttane di Stato, abituate a vivere di cheque firmati col sangue dei contribuenti. Adesso, si deve dire chiaramente dove ci ha fatto sprofondare questo stile politicamente corretto ed economicamente succube di totem liberisti e di tabù autonomisti. Siamo passati dallo scambio libero berlusconiano che, tuttavia, fino ad un certo momento qualche soddisfazione in politica estera ci aveva dato, al liberoscambio dei finti moralisti, dei servi della finanza, degli associati alle massonerie mondiali e ai potentati atlantici che fanno del calarsi le braghe al cospetto di Usa ed Ue una professione di vita più deleteria del mestiere più vecchio del mondo. Siamo stati feriti dal moralismo di facciata (ancora ieri sera Di Pietro ripeteva, ospite di una trasmissione di Mentana su La7, che quando c’era Berlusconi arrossiva all’estero, di fronte all’internazionale dei banchieri e dei burocrati filibustieri) che è soltanto l’altra faccia della medaglia di una vergognosa sudditanza, ora giunta alle sue estreme conseguenze politiche, economiche e sociali. E sia chiaro, come da sempre afferma il pensiero liberale, il quale quando non gli conviene sa come argomentare, che così come la libertà se ne va a ramengo se dirottata a suon di regolamento, con sprezzo dell’arbitrio individuale, lo stesso vale per il corpo sociale continuamente colpito nel suo benessere allorché le sue scelte vengono quotidianamente conculcate con gabelle atte a modificare i suoi usi e consumi: le sigarette, le bibite gassate e i cibi grassi tassati per svuotarci il portafoglio con il pretesto di proteggerci dai malanni e dalle cattive abitudini. Perché di proibizioni, sebbene in altra forma, si parla, con l’aggravio che a loro della nostra salute non importa un fico secco, a meno che non si deve far secco il nostro patrimonio. Dove sono finiti i protettori del liberopensiero che ci gonfiano i coglioni da mane a sera con la civiltà, i diritti e la democrazia esclusivamente se si discute dell’Iran, dell’Afghanistan e della Siria? E i nostri dittatorelli professorali dove li mettiamo, nell’alveo dei cristiani o dei talebani che scannano i connazionali? Chiuderò questo breve pezzo con una riflessione sulle prossime elezioni, se mai ci saranno e se non s’inventeranno qualche altra emergenza per impedire al popolo di mandarli a quel Paese di offese senza più pretese, scorte o emolumenti (e poi attenti alle vostre terga, dementi!). Ma prima voglio proporvi un breve brano di Vilfredo Pareto, tratto dal Mito Virtuista, che sconfessa i nostri immondi puritani di gabinetto accompagnati in questo cesso epocale da quei pusillanimi di partito che hanno scelto appunto degli imbecilli per essere sicuri di rovinare tutto a tempo indeterminato. “…Tale è il nuovo senso della parola “libertà”. L’uomo è tanto più “libero” quante più cose gli sono proibite. In questo modo il massimo della libertà tocca al prigioniero chiuso in cella….Gli storici lodano il tempo passato; ma quando si tratta di testimoniare sul tempo in cui vivono la scena cambia e sono piuttosto portati ad oscurarne spesso le tinte. In ogni caso, se crediamo alle testimonianze dei contemporanei, è impossibile ammettere che siano i buoni costumi dei popoli, e ancora meno dei loro capitani, che abbiano assicurato le vittorie. Ecco, per esempio, la ritirata dei diecimila; ciò che li salva, è la loro perfetta disciplina, la loro obbedienza agli strateghi; quanto ai loro costumi, lasciano molto a desiderare. Vedete ciò che accade quando gli strateghi decidono d’allontanare tutte le bocche inutili; i soldati sono costretti ad obbedire, «eccetto alcuni che sottraggono o un giovinetto o una bella donna ai quali sono attaccati». Quanto a Senofonte, i suoi costumi possono essere stati i più casti, ma il suo linguaggio non è tale nel Convito; e se si fosse astenuto da questo genere di letteratura, il mondo non vi avrebbe perduto nulla. Val meglio non parlare dei costumi di Filippo il Macedone e delle persone che l’attorniavano. Allorché la battaglia di Cheronea abbatté la potenza ateniese e asservì la Grecia, non si può veramente dire che fu la castità che riportò la vittoria. Filippo, oltre le concubine senza numero, prendeva donne dovunque ne trovava. Né le cause della sua morte possono onestamente raccontarsi. Passiamo rapidamente sui costumi dei valenti capitani, come Demetrio Poliorcete (il conquistatore di città), perché il meno che si possa dire è che furono infami. Alcibiade era pure lontano, molto lontano, dall’avere buoni costumi; tuttavia, se egli avesse comandato in Sicilia, al posto di quell’onesto ed imbecille Nicia, forse Atene avrebbe evitato un disastro irreparabile. I bacchettoni ateniesi che intentarono un’azione penale ad Alcibiade, sotto pretesto della mutilazione delle Erme, furono probabilmente la causa della rovina della loro patria. Più tardi ad Egospotami, se i generali greci avessero seguito il consiglio di Alcibiade, avrebbero salvato la flotta ateniese e la loro città. I generali avevano forse costumi migliori di Alcibiade — ciò non era veramente difficile — ma, quanto all’arte della guerra, gli erano molto inferiori e si fecero battere vergognosamente. Se passiamo ai romani, ci è difficile scorgere virtuisti nei cittadini che, ai giuochi Floreali, facevano comparire sulla scena cortigiane interamente nude. Un giorno che Catone di Utica — il virtuoso Catone — assisteva ai giuochi Floreali, il popolo non osava, in sua presenza, domandare che le mime si spogliassero dei loro vestiti. Un amico avendo fatto osservare ciò a Catone, questi lasciò il teatro onde permettere al popolo di godere lo spettacolo abituale. Se Catone fosse stato un virtuista, sarebbe rimasto al teatro per impedire quello scandalo; ma Catone era solamente un uomo di costumi austeri adstricti continentia mores. I complici di Catilina avevano cattivissimi costumi; si sarebbe soddisfatti poter dire che erano vili; disgraziatamente la verità è il contrario. Sallustio ci narra come caddero nella battaglia di Fiesole. «Ma fu quando la battaglia finì che si poté veramente vedere quale audacia, quale forza d’animo vi fosse nell’esercito di Catilina. Perché ciascuno, dopo la sua morte, copriva con il corpo il luogo che aveva occupato durante la pugna. Un piccolo numero solamente, che era stato disperso dalla coorte pretoriana, era caduto un poco diversamente, ma tutti erano stati feriti davanti.» Non è sicuro che tutti i virtuisti avrebbero fatto altrettanto… Napoleone I non era casto; i suoi marescialli, i suoi generali e i suoi soldati, ancora meno. Essi riportarono tuttavia molte vittorie e, in quanto alla disfatta che ebbero in Russia, sarebbe difficile di vedervi un trionfo dei buoni costumi sui cattivi. Maurizio di Sassonia, che salvò la Francia dalla invasione straniera, era un grande capitano, ma aveva costumi molto cattivi. Sarebbe stato meglio per la Francia che egli fosse stato virtuista e che si fosse fatto battere a Fontenoy? Nelson, il vincitore di Trafalgar, era lontano dall’esser molto casto. I suoi amori con Lady Hamiltonsono conosciuti. Invece del Nelson, sarebbe stato meglio per l’Inghilterra, avere un ammiraglio virtuista, ma che avesse perduto le battaglie navali d’Aboukir e di Trafalgar?” Chi ama il Loden li segua e precipiti pure con loro nella sentina della Storia. Stante la gravità della situazione, come dicevamo in principio, è opportuno che deflagri una bomba elettorale affinché i piani di questi lestofanti saltino irreparabilmente. Sapete bene cosa pensiamo di Grillo e del suo movimento o di Di Pietro e del suo gruppo di forcaioli, tuttavia, in questa particolare congiuntura politica, potremmo essere costretti a sperare, almeno tatticamente, in una loro forte affermazione cosicché qualcosa si muova davvero in questa morta gora italica che rischia di desertificarsi del tutto. Certo, costoro non sono paragonabili agli Arditi del popolo di un’altra fase storica (non stiamo dunque proponendo nessun dialogo con questi) ma il loro ardimento populistico e distruttivo, lo sfascismo sfanculistico e liberatorio della panza, può scompaginare le cose e porre fine a questo sfacelo patinato messo in atto dagli attuali protagonisti sfasciatori dello Stato. A buon intenditor …insomma meglio il corpo sciolto di Grillo & Co del corpo sociale morto di Napolitano & Compagni. di Gianni Petrosillo