01 febbraio 2009

Il Pd e Debenedetti


In prospettiva del passaggio della presidenza G8 all’Italia, è fondamentale che il dialogo tra maggioranza ed opposizione non sia lacerato e giunga invece a riconoscere la imprescindibilità della riorganizzazione fallimentare sistemica come primo passo per giungere ad una autentica Nuova Bretton Woods, di modo da impedire che la crisi finanziaria si propaghi ancor più all’economia reale. Ciò rappresenterà il fondamento di un nuovo sistema finanziario ed economico figlio della tradizione di Franklin Delano Roosevelt, oggi rappresentata in modo esemplare da Lyndon LaRouche. L’entità della bolla speculativa rispetto alla produzione reale globale, come spiegato a Parigi l’8 ed il 9 gennaio scorso dal ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dall’ex primo ministro francese, il socialista Michel Rocard, non consente altrimenti. I tre, a differenza di Trichet, di Blair e della Merkel comprendono sempre più a fondo il disegno che LaRouche propone oramai dal ‘94 per far ripartire l’economia reale globale e che avrebbe evitato l’attuale situazione finanziaria e di scontri geo-politici. Affinché l’Italia possa svolgere un ruolo centrale in questa crisi, è necessario che anche il Partito Democratico italiano si esponga in modo non equivoco intorno a questo punto e prenda le distanze dalle soluzioni filo-oligarchiche tipo quelle esternate recentemente dall’ex premier italiano Prodi. Questo dialogo è tuttavia minato già sul nascere. Infatti il PD si trova al centro di un tentativo di evitare proprio questo processo, e quanto sta verificandosi con lo scoppio a ripetizione di inchieste della Magistratura intorno ai suoi esponenti, non deve essere confuso per un attacco contro il PD. Ad essere oggetto di queste inchieste non sono genericamente gli esponenti del PD, quanto piuttosto gli esponenti della superstite ala costituzionalista ed antifascista, quella che ha deciso di non piegarsi ai voleri del suo principale sponsor finanziario. Se queste inchieste indeboliscono il PD inteso come organizzazione politica fatta di elettori e rappresentanti eletti, ognuno con un proprio grado di rappresentatività, allo stesso tempo queste inchieste lo rafforzano se lo intendiamo come una espressione centralizzata delle volontà del suo deus ex machina, l’ing. Carlo De Benedetti. Il Partito Democratico, infatti, lungi dall’essere un partito a partecipazione popolare – dove appunto la voce indipendente della sua base conti realmente qualcosa – è stato creato, cooptando ed emarginando l’autentica ala democratica, per raggiungere i fini che la sua proprietà ha deciso, e dove i dirigenti di turno sono equiparabili a dei promotori di interessi finanziari. Si tratta di quegli stessi interessi facenti capo alle più importanti famiglie bancarie del mondo (i Morgan, i Rothschild, ed altre) che con lo scoppio della crisi finanziaria, rischiano oggi come negli anni ‘30, di ritrovarsi tra i piedi un Franklin Roosevelt che tenga dritta la rotta della nave verso l’idea del Bene Comune, e che denunci il grande bluff che negli ultimi quarant’anni ha disastrato l’intero pianeta.

Fin dal processo costituente, il PD mostrò la sua vera natura

Nella primavera del 2007 il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà distribuì durante i congressi dei DS a Firenze e della Margherita a Roma, un documento in cui si puntava ad offrire una via d’uscita autenticamente repubblicana e democratica, all’allora nascente Partito Democratico italiano. In quel documento si ammoniva dall’intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, come era nel disegno di De Benedetti. Il documento si intitolava Per un Partito Democratico antioligarchico, nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira. Lo slogan, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetico, in quanto esso fu: “Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri ‘democratici per il fallimento’ “.

Invece la strada intrapresa dal PD è stata quella voluta da De Benedetti, ossia quella di un partito dalla marcata connotazione liberista, funzionale a quel silenzioso attentato alla Costituzione che progressivamente, nel corso dell’ultimo quarantennio, ha portato a fuoriuscire completamente dai suoi principi ispiratori: dalla centralità dell’azione di governo in economia, ad un’economia rimessa alla sola legge di mercato; dalla centralità del lavoratore e della produzione alla centralità del consumatore e del consumo. In breve, i pilastri fondanti di questo PD, di questo Partito De Benedetti, sono gli stessi che sono all’origine della crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo.

Così, quanto sta verificandosi in Italia da un paio di mesi a questa parte, con lo stillicidio di inchieste della magistratura, va visto come un frammento di un film con una trama ben più complessa, rispetto al singolo spezzone.

La regia del tutto, parte dalla City di Londra, da quell’oligarchia finanziaria che riesce a far apparire dal nulla circa 2.000 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario, ma non riesce a trovare 50 miliardi di dollari per i progetti di sviluppo nel Terzo Mondo[1]. Essa, con particolare riferimento al legame che lega la casata bancaria dei Rothschild allo speculatore George Soros, si muove in Italia con il proprio primario rappresentante, l’ing. Carlo De Benedetti, per completare quel disegno di finanziarizzazione dell’intera economia italiana avviato in Italia nel 1992. Funzionale a ciò è l’ideologia liberista, che viene fatta avanzare con la barzelletta delle liberalizzazioni, come democratica panacea ai mali d’Italia, le quali garantirebbero concorrenza, bassi prezzi e qualità.

L’oligarchia finanziaria ha un grosso problema: la bolla finanziaria è scoppiata e sta progressivamente entrando nella sua fase terminale; essa non accetta che questa deflagri, e si trova davanti uno scenario per sé stessa pericoloso: la rievocazione delle politiche del dirigismo rooseveltiano che passano per il suo massimo sostenitore ed esperto oggi vivente, Lyndon LaRouche[2] . Molti governi cominciano a dare ascolto a LaRouche – fermo oppositore da circa quarant’anni dei disegni dell’oligarchia finanziaria – e questo, per l’oligarchia finanziaria, vorrebbe dire perdere la posizione di vero governo mondiale che dal ‘71 ha riacquistato.

Invece, l’oligarchia finanziaria punta a salvare la bolla dei derivati e per farlo ha necessità di finanziarizzare ancor più l’economia mondiale. Così, essa punta a liberalizzare per privatizzare; a privatizzare per finanziarizzare.

Il problema di fondo è sostanziale e non nominale. Quali sono le idee a cui questa oligarchia si rifà? Finanziarizzazione, privatizzazione, liberalizzazione. Queste sono le idee che devono essere combattute, riscoprendo invece la più alta concezione dell’organizzazione politica ed economica che la nostra Costituzione ci offre. Gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 41, 42, 47, ci dicono molto e sono palesemente violati.

Il Partito Democratico deve respingere l’influenza di Soros e De Benedetti

Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare l’anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l’Italia quell’anno: gli omicidi di Falcone e Borsellino, lo scoppio del caso “Mani pulite” (che stravolse l’assetto politico italiano), l’attacco speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia, si svolgeva una riunione semi-cospirativa[3] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni.

Queste ultime, lungi dall’essere uno strumento di “moderna” democrazia volto a rendere più efficiente l’economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall’oligarchia finanziaria per trasferire immense fette dell’impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell’economia partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a finanziarizzare quanto più possibile l’economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla speculativa che dal 1971, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in modo esponenziale, parassitando l’economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo processo di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l’impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli italiani, trasferendoli durante gli anni ‘90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello sanitario.

Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del “più impresa meno Stato”, il termine “privatizzazioni” fu sostituito con il termine “liberalizzazioni”; più concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale[4] fatta di menzogne ripetute all’infinito dai media, e più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all’idea per cui le liberalizzazioni siano un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.

Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.

Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il Corriere della Sera[5] già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E’ da questo stretto legame che si può evincere l’attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito democratico italiano. Chi è uscito dall’incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza.

George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all’origine di varie spedizioni speculative (per esempio quella in Europa nel ‘92 e quella nel Sud-est asiatico nel ‘97-’98), ma anche famoso per avere finanziato le rivoluzioni “democratiche” a giro per il mondo, dall’Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e Bielorussia), all’Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello mondiale.

Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa dal documento Lo sviluppo moderno dell’attività finanziaria alla luce dell’etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:

‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››.

Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che consente di qualificare una persona come “filantropo”.

Dice Verderami sul Corriere:

«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell’ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l’idea risale a due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l’agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza”. è una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall’altro capo del telefono o del computer, c’ è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»

Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.

E’ doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell’ammirazione del salotto di De Benedetti, per il cinismo delle soluzioni politiche “innovative” adottate, e che presto si dimostreranno disastrose (si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l’utility di Roma attiva nell’acqua e nell’energia). Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell’economia reale, nonché la partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l’oligarchia finanziaria non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati (principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla speculativa globale.

Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel 2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall’establishment un vero e proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di “terapia shock” come metodo per l’attuazione dell’agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell’appuntamento con Soros, come di un fatto accidentale, come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica, sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche buon samaritano.

Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest’ultimo racconta di aver collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell’Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell’Università di Bologna, e presentando l’edizione italiana del suo libro autobiografico).

Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi sul fronte dei media (Repubblica, L’Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).

Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da un’intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera[6] , se ne rileva un quadro piuttosto chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra – “amministratore straordinario” profetizzò – (probabilmente non l’ha imposto, ma grazie ai media ed ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in termini propriamente democratici la candidatura di quest’ultimo a sindaco di Roma, quando con il progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie di passaggi in quell’intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua creatura politica.

De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli ultimi anni. Così, individuando anche le reali responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul mercato del lavoro c’è un’elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico, egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente del Partito democratico deve essere il consumatore».

Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da Renato Soru, avrebbe individuato in quest’ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di un’ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell’ex patron Tiscali.

La Magistratura: contro il PD o contro una parte del PD? Cui prodest?

Dall’intervista rilasciata al Corriere si evince facilmente che a De Benedetti i dirigenti ex DS, non piacciono proprio. Afferma infatti: «Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori», e poi rincara la dose dicendo: «Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette, cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la deregulation nel commercio e nell’elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».

Ma a non piacergli sono pure gli ex democristiani della corrente morotea. Si ricordi infatti che quando il Partito Popolare italiano fu fuso con le altre esperienze centriste per creare la Margherita, politici come Giovanni Bianchi (ultimo vero presidente del Ppi) e Gerardo Bianco (ultimo vero segretario del Ppi) furono emarginati per essere sostituiti da nuovi rampolli, tipo Francesco Rutelli. Se si considera questo elemento, risulta essere fallace la lettura che alcuni politici come Graziano Cioni a Firenze, o alcuni noti osservatori come Giulietto Chiesa, stanno facendo parlando dell’attuale guerra intestina al PD come di una guerra tra ex democristiani ed ex comunisti. Se si vogliono individuare due correnti, invece, la corretta lettura è quella per cui da una parte vi sarebbero gli ex morotei ed i dalemiani (diciamo gli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale) che concepiscono la politica come un qualcosa di radicato nel territorio e si identificano fortemente nell’art. 3, 2° comma della Costituzione della Repubblica, dall’altra parte invece vi sarebbero coloro che si sono supinamente asserviti ai diktat provenienti dal complesso finanziario e mediatico di matrice liberista e finanziarista.

A proposito di liberalizzazioni, non è un caso che proprio queste abbiano rappresentato l’elemento catalizzatore di battaglie ideologiche – si pensi a quella di Veltroni a Roma con i taxi – e di alleanze politiche. In merito a queste ultime, infatti, l’unico elemento di comunanza che il PD ha con i Radicali (anch’essi finanziati da Soros) e l’Italia dei Valori, è sul fronte delle liberalizzazioni. Allo stesso modo, è proprio questo il motivo per cui non si è giunti ad un’alleanza con la sinistra c.d. radicale.

Massimo D’Alema comprende da anni quale sia lo scenario politico che si celava prima dietro l’Ulivo e poi dietro l’Unione per arrivare infine al PD. Nel 1999, quando era ancora Presidente del Consiglio, D’Alema affermava:

« … ci mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda, poi siamo un po’ di sinistra, ma come Blair perché è sufficientemente lontano [dalla tradizione comunista], poi siamo anche un po’ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché “Verdi” è duro, “Sinistra” suona male, “Democratici” siamo tutti ed è fatta! E chi può essere contro, diciamo, un prodotto così straordinariamente perfetto … c’è tutto dentro! Auguri, però io non ci credo!»[7]

Negli ultimi mesi, si andava delineando, soprattutto con colloqui al nord, l’ipotesi di creare delle federazioni macro-regionali del PD, di modo da dotarsi di una certa autonomia rispetto a Roma e radicarsi maggiormente sul territorio. A questo, con lo stesso intento, si aggiungeva la creazione di vari eventi come il movimento politico Red. In molti dirigenti locali del partito vi era e vi è il malcontento per una gestione troppo centralizzata nella figura del segretario Veltroni delle dinamiche interne (il caso Firenze, con l’intervento di “commissario straordinario” di Vannino Chiti, mandato da Roma, ribadisce ciò), nonché per gli abusi contro lo statuto e per la sostanziale inoperosità dell’Assemblea costituente del PD. Se tutto ciò poteva portare al trionfo elettorale, si era disposti ad accettarlo, ma ora che è evidente il fallimento di questa strada, i dirigenti vogliono tornare a poter dire la loro.

In sostanza i dirigenti storici stavano disallineandosi dai diktat provenienti da Roma. E tutto ciò ai “capi d’azienda” non piace proprio. Se i leader della Prima Repubblica furono fatti fuori perché si potesse procedere allo smantellamento dell’industria nazionale, quelli di oggi vengono fatti saltare perché non sono abbastanza ubbidienti ed efficaci in merito all’attuazione della “fase 2″ dell’Operazione Britannia: quella relativa alle ultime liberalizzazioni mancanti. I politici che danno prova d’indipendenza politica ed intellettuale, non sono funzionali a questo disegno.

Se andiamo ad osservare chi è stato oggetto degli attacchi della Magistratura, verifichiamo che le inchieste hanno riguardato i dirigenti locali, i dirigenti pre-PD, gente che si era guadagnata il consenso popolare da sé, gente che in effetti aveva la facoltà di poter dire di no ad un diktat proveniente da Roma (dalemiani ed ex morotei). Le inchieste, infatti, più che toccare il PD, toccano una sua corrente. Queste inchieste, di fatto, hanno colpito chi era oggetto della critica di De Benedetti. Ed infatti D’Alema, che ha ben capito il gioco, ha voluto precisare che il problema non sta tanto sul fatto di essere vecchi o nuovi dirigenti, quanto nell’essere onesti o disonesti.

Il caso fiorentino e Licio Gelli

A Firenze, gli osservatori più attenti, quando seppero della discesa in campo per le primarie del PD per la corsa a sindaco di Lapo Pistelli, deputato alla Camera e responsabile relazioni internazionali del partito, compresero subito che la candidatura di Graziano Cioni sarebbe saltata attraverso metodi anomali.

Il ragionamento che quegl’osservatori facevano era il seguente: Pistelli sicuramente conosce il forte svantaggio che gli danno i sondaggi rispetto a Cioni; se ha deciso di partecipare alle primarie del suo partito, avrà sicuramente ricevuto garanzie circa l’esito delle stesse; ci saremmo altrimenti trovati di fronte ad un insolito caso di suicidio politico che chi vive di sola politica non può permettersi di correre. Di fatto, gli eventi hanno preso un corso tale da suffragare in pieno quella che ai conformisti appariva una lettura dietrologica. Ma se si analizzano i capi di accusa piombati sulla testa di Graziano Cioni a pochi mesi dalle primarie fiorentine, ci si convince ancor più che l’inchiesta contro di lui sia stata una bomba ad orologeria scoppiata in seguito alla mancata ricezione da parte dello stesso Cioni del messaggio che in più modi gli veniva fatto arrivare: a queste primarie non s’ha da partecipar!

Il sondaggio Ipsos del luglio scorso ordinava in questo modo i consensi all’interno dei candidati PD a sindaco (a quel tempo ipotetici): 1) Graziano Cioni (32%), 2) Matteo Renzi (25% e coinvolto immotivatamente dai media di De Benedetti nell’inchiesta scoppiata a Firenze), 3) Lapo Pistelli (23%), 4) Daniela Lastri (21%) . Dopo l’inchiesta della Magistratura per il caso Castello/Fondiaria-Sai, e gli echi offerti dai media alla faccenda, l’ordine del sondaggi è completamente mutato: 1) Lapo Pistelli (12,2%), 2) Daniela Lastri (11,6%) [8], 3) Matteo Renzi (9,9%) [9]. Graziano Cioni è invece stato costretto a ritirarsi dalla corsa.

Che si voglia riconoscere o meno allo scoppio dell’inchiesta un premeditato intento politico, il fatto resta che essa, per il timing avuto e per le notizie fuoriuscite sui media, ha avuto degli indubbi risvolti politico-elettorali.

Gli ultimi sviluppi del caso Firenze, vanno sempre nella medesima direzione. A fronte di un PD locale che delibera per delle primarie di partito senza ballottaggio (opzione con cui Cioni sarebbe rientrato in gara), una fantomatica “interpretazione autentica” proveniente da Roma – a cui il PD fiorentino si era opposto fino all’arrivo del “commissario straordinario”, Vannino Chiti – determina invece che le primarie debbano essere di coalizione e con ballottaggio. Con questa ipotesi, il candidato sicuramente perdente nell’altra ipotesi, Lapo Pistelli, diventa invece blindato, poiché anche in caso di secondo posto ottenuto al primo turno, rientra in corsa per la vittoria finale grazie al ballottaggio.

Ma c’è anche un’altra tessera che si aggiunge a questo mosaico, e che è stata sottolineata dallo stesso Cioni. Si tratta di un’intervista rilasciata da Licio Gelli a La Stampa il 15 dicembre, in cui l’ex venerabile afferma che dietro le inchieste contro i dirigenti locali del PD vi sarebbe la massoneria fiorentina, a causa della guerra fatta dallo stesso Cioni contro le associazioni segrete.

Questa intervista, rischia di essere fuorviante se non si intende la massoneria a cui fa riferimento Gelli, più propriamente come oligarchia finanziaria. Questa oligarchia, è da ripetere, ha in scopo un preciso progetto liberista per finanziarizzare ancor più l’economia reale, a fronte di una bolla speculativa globale che necessita che ogni “illuminato locale” faccia la sua parte, perché la bolla è scoppiata e rischia di perdere quell’elemento “fiducia” da parte della comunità mondiale, di cui necessita per sopravvivere. Se invece si va ad intendere la massoneria di cui parla Gelli, come composta da semplici potenti ben organizzati, si identifica solo l’ombra del nemico, ma non la sua sostanziale figura ed il fine dei suoi colpi; detto in altri termini, non si identificano le contro azioni che devono essere intraprese affinché il suo disegno non si adempia.

Al disegno di questa oligarchia, rischierebbe di piegarsi pure il centro-destra laddove procedesse verso quella liberalizzazione delle utilities spacciata come benefica.

Perché sia ripresa la strada tracciata dalla nostra Costituzione

Massimo D’Alema ha dimostrato di avere molte delle qualità necessarie per essere un leader. In particolare, si è sempre caratterizzato tra i colleghi politici per una non frequente indipendenza intellettuale, libero dalle mode del momento. Proprio per questo, sotto l’influenza di De Benedetti, non può essere un dirigente del PD. Tuttavia, D’Alema ha mancato in questi anni del coraggio di immettersi sulla sempre proficua strada della verità e di lottare per essa. Un esempio su tutti: D’Alema[10], nonostante segua e conosca il ruolo di LaRouche, esita però ad appoggiarne pubblicamente l’azione e le idee, come invece ha fatto Giulio Tremonti. Poi, pur comprendendo il fenomeno ed i retroscena di “Mani pulite”, non ha mai avuto il coraggio di denunciare la strategia del Britannia a cui quella sommossa giudiziaria era funzionale.

Purtroppo D’Alema è ancora adesso vittima di quell’esistenzialismo che ha caratterizzato la politica dell’ultimo quarantennio, e che impedisce di avere visione strategica, prevedere gli scenari futuri e cercare di assecondarli se positivi, di deviarli se negativi. Così egli ha preferito seguire i processi controrivoluzionari, illudendosi di poterli cavalcare sempre da vincente. Questa è la trappola più frequente in cui cadono molti politici di oggi.

Tuttavia l’attuale situazione, in cui molti potenziali leader del centro-sinistra rischiano di essere sostanzialmente messi all’angolo della politica italiana, può rappresentare per la loro stessa dignità di uomini, la forza contingente che può “costringerli” a tirare fuori quel coraggio necessario per passare dall’esistenzialismo alle idee, dalla statistica alla scienza, dal comodo al vero.

Affinché si giunga alla esistenziale riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, secondo le concezioni rooseveltian-larouchiane, bisogna che i leader del PD italiano escano dalla cappa di asservimento morale e culturale a cui vengono obbligati dallo sponsor finanziario, e piuttosto decidano di alzarsi e camminare nella direzione della verità delle cose.

C’è bisogno di quel coraggio che per esempio D’Alema riesce talvolta a tirar fuori, come nel caso israeliano-palestinese, dove la tanaglia della gabbia culturale è sempre pronta a scattare accusando di antisemitismo tutti quelli che si provano a criticare l’operato delle dirigenze israeliane.

Non possono esservi timori in merito ad eventuali contraddizioni rispetto a ciò che in passato si è sostenuto e ciò che adesso bisogna sostenere. Alla gente non fa specie chi cambia opinione se il nuovo proposito è migliore del vecchio; non è vero il contrario invece. Dice Machiavelli ricordando Cicerone: «E li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.»

Finchè Giulio Tremonti mantiene un ruolo di primo piano nell’attuale Governo, la corrente costituzionalista, antiliberista ed antifascista del centro-sinistra, può tornare ad essere decisiva nella politica italiana e mondiale. Se Tremonti attaccando banchieri e petrolieri, ha deciso di dare un taglio forte alla tradizione oligarchica che il PD stava incarnando sia con i vaneggiamenti di Giavazzi ed Alesina, sia con la politica demagogica di Bersani imperniata a bastonare i piccoli imprenditori, la corrente autenticamente democratica del PD può fare la stessa cosa rifacendosi alla tradizione di Franklin Roosevelt e pigiando forte sulla necessità di una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale che rimetta nella sovranità politica il controllo della situazione, invece che lasciarlo nelle mani di chi può essere inteso solo come player (banche e comunità finanziaria). Il Paese necessita di dotarsi della indipendenza energetica che Mattei comprese essere necessaria perché l’Italia potesse contare qualcosa sulla scena politica mondiale, e per farlo è imprescindibile il passaggio al nucleare. Parlare di fonti a basso flusso di densità energetica, vuol dire di fatto mantenere l’Italia su un livello di sovranità condizionata. E’ ovvio che per fare tutto ciò deve essere messa all’indice l’ideologia liberista. Se il PD finora è stato un bluff, funzionale soltanto a spostare verso istanze reazionarie, contro il lavoratore e dunque contro l’impalcatura costituzionale, la nave della politica italiana, si possono ringraziare anche ideologi come Giavazzi ed Alesina. Il PD necessita di ridarsi una visione politico-economica che abbia a che fare con la scienza dell’economia e con gli economisti; il liberismo, Giavazzi ed Alesina si occupano di altro, non è chiaro di cosa, ma si occupano di altro.

Claudio Giudici

Bernard Madoff: l'imbroglione di Wall Street

US-FINANCE-FRAUD-MADOFF

Il broker di Wall Street Bernard Madoff (“Bernie”) Madoff, già presidente del NASDAQ, un investitore rispettato e riverito, ha confessato di aver attuato la più grande frode della storia, una truffa da 50 miliardi di dollari. Bernie era conosciuto per la sua generosa filantropia, specialmente per le cause sioniste, ebree e israeliane. Negli anni 60 per qualche tempo bagnino a Long Island, Bernie ha lanciato la sua carriera finanziaria raccogliendo fondi da alcuni colleghi, amici e vicini tra gli Ebrei più ricchi nei settori di Long Island, Palm Beach, in Florida e a Manhattan, promettendo un ritorno a fronte di modesto investimento, costante e sicuro, dal 10 al 12%, coprendo ogni ritiro attraverso il sistema Ponzi*: utilizzo dei fondi di nuovi investitori che pregavano decisamente Bernie affinché li spennasse. Madoff da solo ha gestito almeno 17 miliardi di dollari. Nel corso di circa quattro decenni si è costruito una clientela, che comprendeva anche alcune delle più importanti banche e istituti d’investimento di Scozia, Spagna, Inghilterra e Francia, come pure i principali fondi speculativi negli USA. Madoff ricavava la maggior parte dei fondi da una rete di ricchi clienti privati acquisiti attraverso broker che lavoravano su commissione.


Tra i clienti di Bernie un gran numero erano milionari e miliardari della Svizzera, di Israele e altrove, come i più importanti fondi speculativi USA (RMF Division di Man Group e Tremont). Gran parte dei clienti straricchi truffati imploravano Madoff di accettare il loro denaro, imponendo egli stesso delle rigide condizioni ai suoi clienti potenziali: egli insisteva perché essi avessero delle raccomandazioni da investitori esistenti, depositassero una somma conseguente, e garantissero la propria solvibilità. I più si consideravano fortunati di avere i fondi accettati a Wall Street da un così rispettato ed altolocato… imbroglione. Il messaggio standard di Madoff era che il fondo era chiuso… ma poiché essi venivano dallo stesso mondo (membri di consigli d’amministrazione di organizzazioni di beneficienza ebraiche, organizzazioni pro Israele per la raccolta di fondi, o i “buoni” country club) o visto che erano legati a un amico, un collega, o precedenti clienti, lui avrebbe preso il loro denaro.

Madoff ha creato degli organismi di consulenza comprendenti dei membri distinti, ha fatto importanti donazioni a musei, ospedali e a stimate organizzazioni culturali. Era un membro celebre di Country Club esclusivi a Palm Beach e Long Island. La sua reputazione era elevata dal fatto che i suoi fondi erano noti per non aver subìto alcuna perdita quale che fosse l’annata – un argomento chiave di vendita per attirare investitori milionari. Madoff condivideva coi suoi clienti ultra ricchi (ebrei e non ebrei) uno stile di vita d’elite, e una mescolanza di filantropia culturale e di profitto finanziario modesto. Madoff s’imponeva ai suoi colleghi per il parlare dolce basato su un’apparenza “di esperienza” che fa autorità, coperto da una vernice di collegialità elitaria, un impegno profondo verso il Sionismo e le amicizie di lunga data.


[Bernard Madoff]


Il mega-fondo di Bernie aveva in comune parecchie caratteristiche con delle recenti truffe di alto livello: le elevate e costanti rendite su investimento, non uguagliate nel mondo del broking; un’assenza di controllo da parte di terzi; una società contabile retrostante fisicamente incapace di fare delle revisioni contabili su operazioni implicanti miliardi di dollari; un’operazione di broking operante direttamente sotto il suo controllo e un completo black-out su ciò in cui egli realmente investisse. Le evidenti similitudini delle caratteristiche con altri truffatori sono state trascurate dai ricchi e celebri, dagli investitori sofisticati e da consulenti lautamente pagati, quelli di Harvard con Master in Business Administration e dall’intera armata dei regolatori del SEC (Security and Exchange Commissions) perché costoro erano completamente implicati nella cultura corrotta del “prendi i soldi e scappa” e “se lei riesce là dentro non faccia domande”. La reputazione di saggezza superiore di un Wall Streeter Ebreo di successo nutriva le illusioni dei ricchi e gli stereotipi dei milionari non ebrei.

La Grande Truffa

Il fondo d’investimento di Madoff non si occupava che di una clientela ristretta di pluri-milionari e miliardari che conservavano i loro capitali in investimenti a lungo termine; gli occasionali ritiri erano di quantità limitata ed erano facilmente coperti raccogliendo nuovi fondi dai nuovi investitori che si battevano per avere accesso alla gestione del denaro da parte di Madoff. I grandi investitori a lungo termie prevedevano di trasmettere le loro economie ai propri eredi o di utilizzarle eventualmente per la pensione. Delle personalità della comunità e altre persone che potevano aver bisogno di ritirare una parte del loro denaro per un’occasione festiva come un matrimonio o un bar mitzah con invitati celebri, potevano ritirare una parte dei propri risparmi poiché Madoff non aveva alcun problema a coprire i ritiri attirando i fondi di ricchi direttori d’atelier tessili che sfruttano gli impiegati e di fabbriche di imballaggi nocivi per carne, e di ricchi proprietari di slums. Madoff non era Robin Hood, i suoi contributi filantropici ad opere caritatevoli lo aiutavano ad avere accesso ai ricchi che facevano parte dei consigli d’amministrazione delle istituzioni beneficiarie delle sue prodigalità, e a provare che lui era “uno di loro”, una sorta di “intimo” dei super ricchi appartenente alla stessa classe d’elite. Lo choc, la paura e gli attacchi cardiaci che hanno seguito la confessione di Madoff che egli “dirigeva un affare alla Ponzi” ha provocato collera a causa del denaro perso e il crollo della classe ricca, nonché l’imbarazzo di sapere che i più grandi sfruttatori mondiali e i più abili imbroglioni di Wall Street si sono totalmente “fatti fregare” da uno dei loro. Non soltanto hanno perso molti soldi, ma l’immagine che essi avevano di se stessi, ricchi, così distinti e appartenenti a “un gruppo superiore”, è stata seriamente scossa. Si sono trovati a subire la stessa sorte di tutti i miserabili che loro stessi avevano precedentemente truffato, sfruttati e spodestati nella loro ascensione alla cima. Non c’è niente di peggio per l’ego di un truffatore rispettabile che il farsi fregare da un altro truffatore. Il risultato è che un certo numero dei più grandi perdenti ha fino ad oggi rifiutato di dare il proprio nome o l’ammontare delle somme perse, agendo invece tramite avvocati per attaccare altri perdenti.

Il Lato Positivo della Super Truffa di Madoff (La Giustizia si Manifesta Inavvertitamente)

Mentre è possibile comprendere come i ricchi e super ricchi che hanno perso gran parte della pensione e dei fondi d’investimento siano unanimi nella loro condanna e nel loro grido di tradimento e come gli editoriali di tutti i giornali e settimanali prestigiosi si siano uniti al coro dei critici moralizzatori, ci si può felicitare delle Buone Azioni di Madoff, anche se in seno alla sua condotta fraudolenta ciò non era intenzionale.

Perciò vale la pena di fare la lista delle conseguenze positive della super truffa di Madoff. Per prima cosa l’intera truffa da più di 50 miliardi di dollari può seriamente minare il finanziamento sionista USA alle colonie israeliane illegali nei territori occupati, diminuire i finanziamenti che permettono all’AIPAC di acquisire influenza al Congresso e di finanziare campagne di propaganda a favore di un attacco militare USA preventivo contro l’Iran. La maggior parte degli investitori dovrà diminuire o smettere l’acquisto di buoni del tesoro israeliani, i quali sovvenzionano il budget militare di questo stato.

In secondo luogo, la truffa ha gettato ancor più discredito sui fondi altamente speculativi che male accusano il colpo di fronte ai ritiri massicci causati dalle enormi perdite. I fondi di Madoff facevano parte di una delle ultime restanti operazioni “rispettate” che continuassero ad attirare investitori, ma con le ultime rivelazioni questo potrà accelerare la loro scomparsa. I loro promotori congedati dovranno forse fornire una giornata lavorativa onesta e produttiva.

In terzo luogo, la frode di Madoff su larga scala e durante un lungo periodo non è stata riconosciuta dalla SEC nonostante almeno due inchieste. Come risultato, c’è una totale perdita di credibilità di tale organismo. Più in generale, lo scacco della SEC dimostra l’incapacità delle agenzie di controllo del governo capitalista di smascherare le grandi truffe. Questo scacco solleva la questione di sapere se delle alternative agli investimenti a Wall Street siano preferibili allo scopo di proteggere il risparmio e i fondi pensione.

Quarto, l’associazione a lungo termine di Madoff con NASDAQ, ivi compreso il fatto che egli ne sia stato presidente proprio mentre derubava i suoi clienti di miliardi di dollari, mette in evidenza che i membri e dirigenti di questa borsa di scambio sono incapaci di riconoscere un truffatore, e sono inclini a sottovalutare la condotta traditrice di “uno di loro”. In altri termini, il pubblico che investe non può più rimettersi a coloro che occupano funzioni elevate in seno al NASDAQ come se costoro fossero persone probe. Dopo Madoff, occorre forse pensare di tornare allo spesso materasso sotto cui conservare in tutta sicurezza ciò che resta dei risparmi familiari.

Il quinto punto è che i consulenti d’investimento delle grandi banche europee, asiatiche e americane, i quali amministrano miliardi di risparmi non hanno effettuato alcun controllo, invece necessario, sulle operazioni di Madoff. Lasciando da parte le gravi perdite delle banche, decine di migliaia di ricchi e super ricchi influenti hanno perduto tutte le loro ricchezze accumulate. Risultato, una perdita totale di fiducia nelle banche di punta, e negli strumenti finanziari nonché un discredito generale in ciò che concerne “il sapere dell’esperto”. Il risultato è un indebolimento del dominio finanziario sulla maniera d’investire, e la scomparsa di una parte importante della classe dei “réntiers” parassiti, che si arricchivano senza produrre beni utili o fornire servizi necessari.

Il sesto punto è che siccome la maggior parte del denaro rubato da Madoff veniva dalle classi superiori del mondo intero, la sua condotta ha ridotto le ineguaglianze – egli è quindi il più grande livellatore dall’introduzione della tassa progressiva sul profitto. Rovinando i miliardari e mandano in fallimento i milionari, Madoff ha diminuito la loro capacità di utilizzare le proprie ricchezze per influenzare a proprio favore i politici – aumentando così il potenziale d’influenza politica di settori della società delle classi meno influenti… ed ha rinforzato inavvertitamente la democrazia a detrimento delle oligarchie della finanza.

Il settimo punto è che truffando amici di vecchia data, investitori etno-religiosi che si son fatti da soli, membri di Country Club funzionanti su una base etnica ristretta, e membri imparentati, Madoff mostra che la finanza capitalista non ha alcun rispetto per le pietà del quotidiano: piccoli e grandi, santi e profani, tutti sono subordinati alla dominazione del capitale.

Ottavo punto, tra i numerosi investitori rovinati a New York e in Nuova Inghilterra, si trovano proprietari di atelier sfruttatori (abbigliamento di marca e fabbricanti di giocattoli) e qualcuno che non pagava neanche il salario minimo alle donne e ai lavoratori immigrati, altri che sfrattavano gli affittuari poveri e altri ancora che privavano della pensione i lavoratori prima di trasferire gli affari in Cina. In altri termini, la truffa di Madoff è una sorta di punizione secolare “divina” per i crimini passati e presenti contro i lavoratori e i poveri. Inutile dire che questo “inconsapevole Robin Hood” non ridistribuiva il denaro rubato dagli sfruttatori agli sfruttati, ma ne reinvestiva una parte nelle sue organizzazioni caritatevoli per migliorare la sua immagine di filantropo e ricompensare i suoi investitori iniziali i quali avevano sostenuto questa truffa di tipo Ponzi.

Punto nove, Madoff ha inflitto un serio colpo agli antisemiti che affermano che ci sia una “cospirazione ebrea famigliare per derubare i non ebrei” sotterrando per sempre queste voci. Tra le principali vittime di Madoff si trovano i suoi amici e colleghi ebrei più vicini, gente che condivideva il pasto del Seder (Pasqua ebraica, ndt) e frequentava le stesse sinagoghe d’alto borgo di Long Island e Palm Beach.

La discriminazione praticata da Bernie nella scelta dei suoi clienti si faceva sulla base della loro ricchezza e non sull’origine nazionale, razziale, religiosa o sull’orientamento sessuale. Egli è una personalità ecumenica e un ardente difensore della mondializzazione. Non v’è niente di etnocentrico in Madoff: egli ha truffato la banca anglo-cinese HSBC di 1 miliardo di dollari e di parecchi milioni il ramo olandese della banca belga Fortis, di 1,4 miliardi la Royal Bank of England, la banca francese BNP Paribas, la banca spagnola Banco Santader, la banca giapponese Nomura, senza menzionare i fondi speculativi a Londra e negli Stati Uniti, che hanno ammesso di aver fatto investimenti presso Investment Sécuritées di Bernard Madoff. In effetti, Madoff è il simbolo del moderno, alla moda, politicamente corretto, multiculturale, internazionale…. imbroglione. La facilità con cui ha estorto il loro denaro ai super ricchi d’Europa ha provocato il seguente commento di un consulente d’affari di base a Madrid: “individuare e abbattere i più ricchi di Spagna era come accoppare delle foche…” (Financial Times, 18 dicembre 2008, p. 16).

Il decimo punto è che la truffa di Madoff andrà probabilmente a rinforzare l’autocritica e indurre un’attitudine di maggiore diffidenza nei confronti di altre persone suscettibili di attirare la fiducia presentandosi come fini conoscitori finanziari. Tra gli ebrei autocritici, alcuni saranno meno inclini a fare affidamento nei broker semplicemente perché essi sono dei supporter zelanti d’Israele e dei generosi donatori a fondi destinati ai Sionisti. Questo non è più una garanzia adeguata di condotta etica né un certificato di buona condotta. In effetti, tutto ciò può sollevare dei sospetti verso quei broker che sostengono a oltranza Israele e promettono un ritorno sugli investimenti elevato e costante a coloro i quali difendono localmente la causa sionista – chiedendosi se questo business del “ciò che è buono per…” non sia in realtà una copertura per una nuova truffa.

L’undicesimo punto, il conclusivo, è che la scomparsa dell’impresa di Madoff e delle sue ricche vittime ebree liberali sta per avere ripercussioni negative sulle donazioni fatte alle 53 principali organizzazioni ebree americane, a numerose fondazioni di Boston, Los Angeles, New York e altrove ancora, nonché al ramo militarista del partito democratico legato a Clinton/Schumer (Madoff li finanziava entrambi come anche altri supporter incondizionati d’Israele al Congresso). Ciò potrebbe aprire il Congresso a un dibattito sulla politica in Medio Oriente senza dar luogo ai virulenti attacchi abituali.

Conclusioni

La truffa di Madoff e la sua condotta fraudolenta non sono il risultato di uno scacco morale personale. Esse sono il prodotto di un imperativo sistemico e d’una cultura economica, che plasmano i circoli più elevati del nostro sistema di classi. L’economia su carta, i fondi speculativi e tutti gli “strumenti finanziari sofisticati” sono tutti dei “sistemi Ponzi” – non sono fondati sulla produzione e la vendita di beni e servizi. Essi sono delle scommesse finanziarie sulla crescita finanziaria su carta basata sui sicuri investitori futuri i quali retribuiscono i precedenti investitori.

Lo scacco della SEC era totalmente prevedibile e sistemico. I regolatori sono selezionati tra i regolati, da essi dipendono e si riferiscono ai loro giudizi, alle loro affermazioni e alle loro revisioni contabili. Essi sono strutturati in modo da mancare i “segni” e da impedire “troppa regolazione” dei loro superiori finanziari. Madoff ha agito nell’ambiente di Wall Street laddove tutto passa, dove l’impunità per degli ultra-sovvenzionamenti o per delle super-truffe è la norma. In quanto truffatore individuale egli ha truffato alcuni dei suoi più importanti avversari istituzionali a Wall Street. La totalità del sistema di ricompensa e di prestigio beneficia coloro i quali sono i migliori a manomettere i libri contabili, a coprire le tracce scritte delle frodi, e che hanno delle vittime che costantemente li supplicano di farsi abbindolare. Che Mensch, questo Madoff!

Nell’arco di qualche giorno, un individuo, Bernard Madoff, ha inferto un colpo più grosso al capitalismo della finanza mondiale, a Wall Street e alla lobby statunitense Sionista/ Agenda Israël in testa, di quello inferto da tutta la sinistra USA ed europea messe assieme nel corso dell’ultimo secolo! È riuscito meglio lui a ridurre le ampie disparità a New York che tutti i governatori riformisti e tradizionalisti, democratici e repubblicani, i sindaci, bianchi, neri, cristiani, ebrei, negli ultimi due secoli.

Alcuni teorici della cospirazione di estrema destra affermano che Bernie è un agente segreto islamo-palestinese (di Hamas) che ha deliberatamente agito per minare la base finanziaria dello stato d’Israele e delle sue fondazioni e dei suoi sostenitori più generosi, potenti, e influenti negli USA. Altri affermano che egli è un Marxista in ombra, che truffa con molta prudenza allo scopo di discreditare Wall Street e di far passare miliardi di dollari ad organizzazioni clandestine radicali – dopo tutto… chi sa che fine hanno fatto i miliardi perduti? Contrariamente agli esperti di estrema sinistra, blogger e contestatori manifestanti, le cui ferventi attività non hanno effetto alcuno sui ricchi e i potenti, Madoff ha piazzato i suoi colpi là dove fa più male: i loro enormi conti in banca, la loro fiducia nel sistema capitalista, la loro stima di sé e, sì, addirittura il loro benessere cardiaco.

Questo vorrebbe dire che noi a sinistra dovremmo formare un Comitato di Difesa Bernie Madoff, e invocare un finanziamento identico a quello che Paulson istituì per i suoi compagni della Citibank? Dovremmo proclamare: “eguaglianza di sovvenzionamento per uguali truffatori”? Dovremmo sostenere la sua partenza (o il suo diritto al ritorno) in Israele per evitare di esser giudicato? Suggerire una pensione israeliana per Bernie rischia di essere mal visto da molte delle sue vittime ebree.

Non c’è alcuna ragione di innalzare delle barricate per Bernard Madoff. Basta riconoscere che egli ha reso un servizio storico alla giustizia popolare per sbaglio, minando certi pilastri finanziari di un sistema di classi profondamente ingiusto.

Postscriptum

Sarà per pura ammirazione o a causa dei legami clandestini con Madoff che il nostro attuale guardasigilli, Michael Mukasey, si ritira dall’inchiesta? Altre persone tutte altrettanto importanti e influenti sono quasi certamente legate all’affare Madoff, e non soltanto delle “vittime”. Si fa fronte ad un grave caso di “Affare di Stato”… Nessuno riesce a credere che un'unica persona abbia potuto da sola montare questa truffa di tale ampiezza e durata. Così come nessun inquirente serio può credere che i 50 miliardi di dollari siano semplicemente “scomparsi” o siano stati messi da parte su dei conti personali.

James Petras

Un’altra crisi immobiliare è in arrivo

crisi-immobiliarePer avere un quadro della vera crisi immobiliare americana, immaginate New Orleans colpita dall’uragano Katrina e, addirittura prima ancora che l’acqua cominci a defluire, un secondo Katrina colpisce. I 1.200.000 posti di lavoro persi negli Stati Uniti nel 2008 sono un segnale che un secondo stadio della rovina immobiliare sta per colpire l’economia. Stavolta colpirà gli immobili commerciali – centri commerciali, negozi, magazzini e uffici.

Con la chiusura delle aziende e il calo degli affitti, scompare la capacità di onorare i mutui sugli immobili commerciali costruiti in sovrabbondanza. La costruzione di immobili in sovrabbondanza è stata favorita dai tassi d’interesse irresponsabilmente bassi, ma il maggior impulso è venuto dalla scivolata del tasso di risparmio americano a zero e dall’aumento dell’indebitamento delle famiglie. La contrazione dei risparmi e l’aumento del debito ha fatto aumentare la spesa dei consumatori al 72% del PIL. La proliferazione dei centri commerciali e dei magazzini che li forniscono riflettono l’aumento della spesa dei consumatori in quanto quota del PIL.

Allo stesso modo del governo federale, i consumatori hanno speso più di quanto hanno guadagnato e preso denaro a prestito per coprire la differenza. E’ chiaro che ciò non sarebbe potuto continuare per sempre, e il debito dei consumatori ha raggiunto il suo limite. I centri commerciali stanno perdendo i punti vendita più importanti e grandi catene stanno chiudendo negozi e addirittura fallendo completamente.

Gli speculatori edilizi che hanno avuto prestiti per finanziare queste imprese commerciali sono ora nei guai poiché sono i titolari dei mutui, dei derivati e dell’altra spazzatura finanziaria collegata ai prestiti. La fonte principale della crisi economica è il convincimento infantile dei politici degli Stati Uniti che un’economia potesse basarsi sull’espansione del debito. Poiché la delocalizzazione ha trasferito i posti di lavoro, i redditi e il PIL fuori dal paese, il debito si è espanso per sostituire il mancato introito. Quando i beni e servizi prodotti all’estero sono stati riportati per essere venduti agli americani, il deficit commerciale è aumentato, aggiungendo un altro livello di finanziamento ad un’economia che consuma più di quanto produce. La crescita del debito ha superato la crescita del prodotto reale.

Tuttavia la soluzione offerta dal team economico di Obama è di espandere ulteriormente il debito. Ciò non è affatto sorprendente in quanto il team economico di Obama è formato dalle stesse persone che hanno causato la crisi del debito. Ora si accingono a peggiorare la situazione. La domanda che non è stata posta è la seguente: chi finanzierà la prossima ondata di debito? Il deficit del bilancio americano per l’anno fiscale 2009 sembra già avviarsi verso i $2 bilioni, e questo ancora prima dell’attuazione del programma di incentivi di Obama.

Quello a cui stiamo assistendo è un deficit di bilancio di $3 bilioni se il programma di Obama sarà attuato in tempo per incidere sull’economia di quest’anno. I peasi esteri possono finanziare un deficit di bilancio americano di $500 miliardi dai loro surplus nei confronti degli USA. Ma gli stranieri non hanno i fondi per finanziare un deficit di bilancio americano nell’ordine dei bilioni di dollari, e non finanzierebbero un tale deficit nemmeno se avessero i fondi. Gli stranieri sono oberati di titoli in dollari e preferiscono alleggerire tali titoli piuttosto che aggiungerne altri. Le prospettive economiche dell’America sono appannate/buie come lo sono le prospettive del dollaro come moneta di riserva.

Un deficit di bilancio annuale nell’ordine dei bilioni di dollari rende le prospettive del dollaro ancora più buie. La probabile soluzione del problema del debito da parte del governo federale sarà quella di monetizzare il debito, cioè il governo finanzierà il suo debito stampando moneta. Il debito verrà gonfiato via. Ma per quegli americani senza lavoro o il cui reddito non aumenta con l’inflazione, la vita sarà molto dura. La vita è già dura per gli americani che vivono con i risparmi della pensione. Non solo il fallimento del mercato azionario ha ridotto della metà la loro ricchezza, ma le loro rimanenti disponibilità finanziarie non producono reddito.

I tassi di interesse sono così bassi che gli strumenti di debito non producono reddito e i guadagni nel mercato azionario sono scarsi. I pensionati vivono consumando il loro capitale. La politica economica americana dei bassi tassi d’interesse e dell’espansione del debito promette male per tutti coloro che vivono dei loro risparmi. Le loro prospettive future sono addirittura peggiori poiché l’inflazione distruggerà il valore dei loro risparmi, specialmente se sono in contanti o in strumenti di debito, inclusi i buoni del tesoro USA “sicuri”. Esistono modi più intelligenti per cercare di sfuggire all’attuale crisi economica. Tuttavia i gangster finanziari e i loro compari, che Obama ha messo a capo della politica economica, pensano solo ai loro propri interessi.

Quello che succede agli americani non è un problema. Un governo sensibile gestirebbe la crisi in questo modo: I bilioni di dollari di ‘credit defaulf swaps’ (CDS) dovrebbero essere dichiarati nulli e non validi. Questi “swaps” sono semplicemente scommesse che gli strumenti e le imprese finanziarie perderanno, la maggior parte delle scommesse sono fatte da gente e istituzioni che non possiedono strumenti finanziari o azioni nelle imprese. L’ideologia secondo cui i mercati finanziari si auto-regolano ha lasciato briglia sciolta alla speculazione illegale. Non c’è nessuna ragione plausibile sotto la luce del sole per cui i contribuenti debbano salvare i giocatori d’azzardo.

I soldi del salvataggio, invece di essere dati alle privilegiate istituzioni finanziarie per finanziare le acquisizioni di altre istituzioni, dovrebbero essere usati per rifinanziare i mutui inadempienti. Ciò rallenterebbe, se non riuscisse a fermare, il crescente numero di proprietà ipotecate che sta abbassando i prezzi degli immobili. La regola del prezzo di mercato dovrebbe essere sospesa finchè i veri valori delle proprietà e strumenti in difficoltà possono essere determinati. La sospensione della regola eviterebbe il fallimento di istituzioni sane e diminuirebbe la necessità di salvataggio. I tassi di interesse devono essere alzati in modo da incoraggiare il risparmio e fornire rendita ai pensionati. Per conservare lo status del dollaro come moneta di riserva, una politica credibile di riduzione del deficit del bilancio del commercio deve essere annunciata.

In tempi brevi il deficit del bilancio può essere ridotto di $500 miliardi con il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan e tagliando il bilancio gonfiato della difesa che rappresenta ora l’obiettivo irraggiungibile dell’egemonia mondiale degli USA. Il deficit commerciale può essere notevolmente ridotto riportando in America i posti di lavoro che adesso sono all’estero. Un modo per fare ciò è tassare le società in base al valore aggiunto dei beni che producono negli USA. Le società che producono all’estero i loro beni per i mercati americani pagherebbero tasse più alte; quelle che producono in casa avrebbero tasse più basse. Questo approccio alla crisi economica si colloca in netto contrasto con quello dei gangster che gestiscono la politica economica americana.

I gangster stanno sfruttando la crisi come un’opportunità per derubare i contribuenti e finanziare i loro misfatti e le loro paghe esorbitanti attraverso i prestiti della Federal Reserve. I loro compari tra gli economisti e la stampa finanziaria dicono alla gente che la soluzione sta nell’ingrassare le banche di fondi così poi queste riprenderanno a prestare un pubblico super-indebitato che ritornerà così nei centri commerciali.

Questo approccio non realistico ad una grave crisi indica una crisi politica sopra/oltre a una crisi economica.

By Paul Craig Roberts

26 gennaio 2009

Yehoshua: un insulto a 6 milioni di martiri


Hamas continua a sparare razzi anche e soprattutto perché Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, definita nel 2007 dal sudafricano John Dugard, Special Rapporteur per i Diritti Umani in Palestina dell'ONU, "Apartheid... da sottoporre al giudizio della Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja". Perché nell'agosto del 2006 la Banca Mondiale dichiarava che "la povertà a Gaza colpisce i due terzi della popolazione", con povertà definita come un reddito di 2 dollari al giorno pro capite, che è il livello africano ufficialmente registrato. Perché appena dopo le regolari e democratiche elezioni del gennaio 2006 con Hamas vittoriosa, Israele inflisse 1 miliardo e 800 milioni di dollari di danni bombardando la rete elettrica di Gaza e lasciando più di un milione di civili senza acqua potabile. Perché nel 2007 l 'ex ministro inglese per lo Sviluppo Internazionale, Clare Short, dichiarò alla Camera dei Comuni di Londra "sono scioccata dalla chiara creazione da parte di Israele di un sistema di Apartheid, per cui i palestinesi sono rinchiusi in quattro Bantustan, circondati da un muro, e posti di blocco che ne controllano i movimenti dentro e fuori dai ghetti (sic)". Ecco perché. Perché sono 60 anni che Israele strazia i palestinesi con politiche sanguinarie, razziste e fin neonaziste.

A.B.Y. "Ti chiesi allora se ritenevi plausibile che Hamas potesse convincerci adottando un comportamento del genere o se, piuttosto, non avrebbe ottenuto il risultato contrario, e se fosse giusto riaprire le frontiere a chi proclamava apertamente di volerci sterminare."

Arafat riconobbe Israele nel 1993, agì fermamente per reprimere Hamas (come testimoniò Ami Ayalon, ex capo dei servizi segreti Shab'ak israeliani, nel 1998) e cosa ottenne? Barak, Clinton e poi Sharon lo distrussero. Hamas ha dichiarato ufficialmente nel luglio del 2006 con una lettera al Washington Post di riconoscere il diritto degli ebrei all'esistenza in Palestina fianco a fianco dei palestinesi. Nessun media italiano o europeo ha ripreso la notizia. Nessuno.

A.B.Y. "... I valichi, da allora, sono stati riaperti più volte, e richiusi dopo nuovi lanci di razzi. Sfortunatamente, però, non ti ho mai sentito proclamare con fermezza: adesso, gente di Gaza, dopo aver respinto giustamente l’occupazione israeliana, cessate il fuoco..."

Respinto l'occupazione? Sono in una gabbia che li affama, che li fa morire ai posti di blocco, che gli nega l'essenziale per vivere. Di nuovo Dugard: "A tutti gli effetti, a seguito del ritiro israeliano, Gaza è divenuta un territorio chiuso, imprigionato e ancora occupato".

A.B.Y. "Talvolta penso, con rammarico, che forse tu non provi pena per la morte dei bambini di Gaza o di Israele, ma solo per la tua coscienza. Se infatti ti stesse a cuore il loro destino giustificheresti l’attuale operazione militare, intrapresa non per sradicare Hamas da Gaza ma per far capire ai suoi seguaci (e malauguratamente, al momento, è questo l’unico modo per farglielo capire) che è ora di smetterla di sparare razzi su Israele, di immagazzinare armi in vista di una fantomatica e utopica guerra che spazzi via lo Stato ebraico e di mettere in pericolo il futuro dei loro figli in un’impresa assurda e irrealizzabile..."

Questo è il razzismo di questi assassini vestiti da colombe. Vogliono 'educare' gli 'untermenschen' arabi a frustate, "fargli capire", come usava ‘far capire' nei campi di cotone della Louisiana 200 anni fa o nel ghetto di Varsavia, pochi decenni fa. 'Fargli capire' le cose ammazzando i loro bambini? Le loro donne? Questo si chiama massacro, è un crimine contro l'umanità che viola le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga. Questo Abrham B. Yehoshua è un mostro, e lui e i suoi colleghi non hanno appreso alcunché dal nazismo, anzi, hanno solo appreso come replicarlo.

"Oggi, per la prima volta dopo secoli di dominio ottomano, britannico, egiziano, giordano e israeliano, una parte del popolo palestinese ha ottenuto una prima, e spero non ultima, occasione per esercitare un governo pieno e indipendente su una porzione del suo territorio."

Su una porzione del suo territorio... Non c'è limite all'abominio intellettuale di questo scrittore. Gli 'untermenschen' arabi devono essere grati di poter fare la fame su un fazzoletto di terra privo di ogni sbocco economico/commerciale e che è una frazione di quel 22% delle loro terre che gli è rimasto dopo che Israele gli ha rubato il 78% a forza di massacri e pulizia etnica.

"Se intraprendesse opere di ricostruzione e di sviluppo sociale, anche secondo i principi della religione islamica, dimostrerebbe al mondo intero, e soprattutto a noi, di essere disposto a vivere in pace con chi lo circonda, libero ma responsabile delle proprie azioni..."

Come aver detto agli etiopi nel 1984: "Se imparaste a coltivare la terra invece che chiedere l'elemosina all'ONU...".
Questo Abrham B. Yehoshua è, lo ribadisco e me ne assumo la responsabilità, un mostro. Lo è in forma più disgustosa di Sharon, di Olmert, della Livni, poiché traveste la sua perfidia disumana da 'colomba'.
L'ipocrisia della tragedia israelo-palestinese è arrivata a livelli biblici di disgusto. E ricordo, per tornare in Italia, la posizione dei nostri intellettuali di sinistra, ‘colombe’ anch’essi, come esplicitata sul sito http://www.sinistraperisraele.it/home.asp?idtesto=185&idkunta=185, dove campeggia una commemorazione di Uri Grossman, figlio dell’altra ‘colomba’ israeliana di chiara fama, David Grossman, ucciso durante l’invasione israeliana del Libano del 2006. La morte di un figlio è sempre una tragedia immane, e quella morte lo è nel suo aspetto privato. Non oserei profferire parola su questo.
Ma vi è un aspetto pubblico di essa, che stride e che fa ribollire la coscienza: Uri Grossman era un soldato di un esercito invasore, criminale di guerra, oppressore da 60 anni di un intero popolo, e che in Libano ha massacrato oltre 1000 esseri umani innocenti, dopo averne massacrati 19.000 in identiche circostanze nel 1982 e molti altri nel 1978. Uri Grossman era una pedina di una impresa criminale, ma venne commemorato su tutti i media italiani, e ancora lo è sul sito dei nostri ‘intellettuali colombe’.
Dove sono le commemorazioni della montagna di Abdel, Baher, Fuad, Adnan, la cui vita spezzata a due anni, a tredici anni, a trent’anni, e senza aver mai indossato la divisa di un esercito criminale di guerra, ha lasciato il medesimo strazio e il medesimo buio di vivere di “papà, mamma, Yonatan e Ruti” Grossman? Dove sono? Dove?

"Far capire"... "malauguratamente è l'unico modo". Queste parole, Abrham B. Yehoshua, questi 'intellettuali' traditori, la difesa del sionismo e delle condotte militari di Israele dal 1948, sono un insulto a sei milioni di martiri ebrei dell'Olocausto nazista. Lo scrivo, lo dico e mi chiamo Paolo Barnard.

Paolo Barnard

22 gennaio 2009

Il disastro della finanza













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Quale sarà la durata della recessione innescata dalla crisi bancaria globale? Quante persone saranno licenziate? Torneremo agli anni Trenta, quando la recessione degenerò nella Grande Depressione? Fin dove si spingerà la mano pubblica nel turare le falle della finanza privata già colpita dal suo primo suicidio eccellente, quello del miliardario tedesco Adolf Merckle che, travolto dalle speculazioni fallite, si è gettato sotto un treno? Come ne usciremo, alla fine? Nell’ottobre scorso, la Banca d’Inghilterra aveva stimato un impegno di 7 mila miliardi di dollari a carico dei Tesori nazionali per impedire il tracollo dei sistemi bancari. A novembre, soltanto gli Usa hanno aggiunto nuovi programmi d’acquisto di mutui tossici e obbligazioni illiquide per 800 miliardi da eseguire quest’anno. Il 13 gennaio, intervenendo alla London School of Economics, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha avvertito che i costi dei salvataggi bancari in giro per il mondo sono destinati a crescere ancora. Nell’Occidente avanzato, produzione, commerci e servizi regrediscono intrecciando in una spirale perversa gli effetti della crisi finanziaria a quelli, ancor più drammatici, della crisi dell’economia reale. La Merrill Lynch si aspetta un arretramento dell’economia americana del 2,3% quest’anno e una parvenza di ripresa, non più dello 0,5%, nel 2010, mentre vede Eurolandia a meno 0,6% nel 2009 e a più 1,1% l’anno prossimo. Ma quando i credit default swaps sulle obbligazioni del Tesoro della Corona britannica, il massimo della sicurezza, tripla A per le agenzie di rating, pagano 108 punti base e McDonald’s, una sola A, paga 57 punti base, ogni previsione è un numero al lotto. Le domande sul futuro, pur naturali e diffuse, sono destinate a restare senza risposte attendibili, almeno per un po’. Al contrario, le esperienze fatte, se indagate, possono offrire interessanti suggestioni.

Per cominciare, bisogna chiedersi com’è la finanza globale che è andata spavaldamente incontro al disastro, convinta che la rappresentazione dei risultati del lavoro contenuta nei suoi complicatissimi titoli fosse reale e consistente e non, invece, virtuale e drogata. Secondo il McKinsey Global Institute, nel 2007 la ricchezza finanziaria globale (azioni, obbligazioni private e pubbliche e depositi bancari) valeva 196 mila miliardi di dollari, 3,6 volte il prodotto interno lordo del pianeta. Pur scontando la svalutazione della moneta Usa, nell’ultimo anno «buono » tale ricchezza in larga misura cartacea era aumentata del 12% contro un incremento medio annuale che, a partire dal 1990, si aggirava sul 9%. A trainare questa espansione sempre più marcata dei valori, in un mondo dove il denaro, equivalente universale, circolava sempre più liberamente, sono stati il settore privato e le economie emergenti. Nel 1990, le obbligazioni statali rappresentavano il 18,6% delle attività finanziarie del mondo; diciotto anni dopo erano scese al 14,3%. Nel 2000 erano 11 i Paesi con attività finanziarie pari a 3,5 volte il prodotto interno lordo; nel 2007 gli 11 erano diventati 25, comprendendo nel novero anche giganti come Cina e Brasile.

Gli ormai frenetici flussi finanziari tra un Paese e l’altro sono arrivati a 11.200 miliardi di dollari, con un incremento del 19% rispetto al 2006, e tra questi flussi la parte del leone la fanno i depositi e i prestiti sull’onda dell’internazionalizzazione di banche, assicurazioni, hedge funds e private equity. Privatizzazioni e globalizzazione hanno dunque favorito la finanziarizzazione dell’economia alimentata dal debito: un debito cross-border che, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, era per il 65% con scadenza inferiore ai 12 mesi, e dunque fragile perché facilmente revocabile. Particolare interessante, la dinamica del debito èmolto forte nei paesi più avanzati, con l’eccezione della Germania, mentre la crescita delle attività finanziarie delle economie emergenti dipende per lo più dal collocamento in Borsa delle loro grandi aziende più o meno a partecipazione statale.

Negli Stati Uniti, epicentro di tutto, la bolla finanziaria è stata gonfiata della crescita prolungata dei prezzi delle azioni e delle case nonché dall’aumento del deficit della bilancia commerciale che rappresenta la faccia imperiale dell’aumento del prodotto interno lordo pro capite (noi consumiamo e voi pagate). Due economisti americani, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, hanno constatato come queste tendenze si siano sempre manifestate nell’incubazione delle principali crisi bancarie degli ultimi trent’anni: Spagna (1977), Norvegia (1987), Finlandia e Svezia (1991), Giappone (1992). Negli Stati Uniti, semmai, non si è registrata l’impennata del debito pubblico prima della crisi, ma questo potrebbe spiegarsi con l’accortezza di nasconderne una parte sotto etichette formalmente private come Fannie Mae e Freddie Mac a dimostrazione che il gioco delle tre carte non si fa soltanto a Napoli. Se dunque l’incubazione è stata simile, quali sono le costanti negli esiti delle crisi?

Partiamo dal valore delle case, che da confortevole rifugio sono diventate una trappola mortale. Nelle 22 crisi esaminate da Reinhart e Rogoff, la caduta dei prezzi degli immobili dai massimi ai minimi al netto dell’inflazione èmediamente del 35,5% al netto dell’inflazione e il declino dura 6 anni. Più pronunciato ma meno persistente è il crollo reale delle quotazioni azionarie: mediamente è del 55,9% e si prolunga per 3,4 anni. Il tasso di disoccupazione aumenta di 7 punti percentuali e il declino va avanti per 4,8 anni. Queste tendenze parziali si riflettono in un andamento del Pil, che arretra di 9,3 punti e torna a crescere dopo un anno e nove mesi. Nel suo ultimo World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale ha addirittura comparato 113 episodi di crisi finanziaria in 17 paesi svi luppati, sempre negli ultimi trent’anni. E’ emerso che solo 31 volte le crisi hanno generato recessioni vere e proprie e solo in un numero ancor minore di casi, 17 volte per la precisione, le recessioni sono state preparate da una crisi bancaria. In questi ultimi casi la durata e la profondità delle crisi sono state più che doppie rispetto alle recessioni normali (7,6 trimestri di durata media contro 3,1 trimestri; perdita cumulata di Pil del 19,8% rispetto a un 5,4% se non c’è crisi bancaria). Nessuna di queste crisi, tuttavia, ha avuto l’estensione geografica di quella in corso. Negli Stati Uniti, in 18 mesi di crisi finanziaria, l’indice Dow Jones ha bruciato il 40%, i prezzi delle abitazioni il 28% e nel 2008, anno nel quale complessivamente il Pil è aumentato di circa un punto, oltre 2,5 milioni di persone hanno perso il lavoro. Quali saranno le nuove percentuali a metà 2010 quando, a dar retta a Merrill Lynch piuttosto che al Fondo monetario internazionale l’andamento del Pil dovrebbe invertire la tendenza?

La reazione di Barack Obama si fonda su un aumento della spesa, che si aggiunge al costo delle manovre dell’ultimo Bush. Stiamo parlando di 800 miliardi di dollari di stimolo all’economia oltre la cifra analoga che la Federal Reserve è già impegnata a spendere a sostegno delle banche. Il presidente eletto eredita un Paese che ha un debito totale (imprese, famiglie, settore finanziario ed esteri) di 51.849 miliardi di dollari a fronte di prodotto interno lordo di 14.412. Un debito pari al 359,7% della ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2009 la componente pubblica di questo debito è destinata a aumentare allo scopo, se non altro, di contenere quella privata consentendo a famiglie e imprese di sopravvivere. E già oggi, a seconda di come si effettua il conteggio, il debito pubblico americano avvicina o addirittura supera il prodotto interno lordo. Come segnalano Reinhart e Rogoff, del resto, nei tre anni successivi alle crisi bancarie passate il debito pubblico è aumentato dell’ 86%, perché non è con le pur necessarie manovre sui tassi, effettuate dalle banche centrali, che si superano queste crisi così gravi, ma con la spesa pubblica fatalmente finanziata con il debito pubblico. Se però si guarda all’esperienza degli Stati Uniti della Grande Depressione si dovrà andare oltre le rilevazioni dei due economisti. Perché quando, nel 1941, il prodotto interno lordo espresso in moneta corrente tornò finalmente ai livelli pre-crisi del 1929, il debito totale americano si era dimezzato. E tutti sanno che esistono solo quattro modi per tagliare drasticamente un debito: l’insolvenza, la bancarotta, l’inflazione e la cancellazione del debito mediante un Giubileo di biblicamemoria come ironicamente ricorda Niall Ferguson sul Financial Times o attraverso la conversione dei debiti in azioni, come suggeriva Guido Carli all’Italia degli anni Settanta.



di Massimo Mucchetti - 20/01/2009

Israele è riuscito a perdere di nuovo?

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Il quotidiano Haaretz ha riferito oggi che gli alti ufficiali della IDF “credono che Israele dovrebbe sforzarsi di raggiungere un immediato cessate il fuoco con Hamas e non estendere la propria offensiva contro i gruppi islamici palestinesi di Gaza”.

Ciò non dovrebbe essere per noi una grossa sorpresa. Per quanto Israele abbia dimostrato oltre ogni dubbio di essere capace di compiere un genocidio su larga scala, ha anche dimostrato che le sue forze militari non sono in grado di dare una risposta alla resistenza islamica. I capi militari israeliani hanno anche ammesso che “Israele ha già ottenuto diversi giorni fa tutto ciò che poteva ottenere a Gaza”. La IDF, a quanto sembra, ha esaurito il suo compito a Gaza. Ha trasformato i suoi quartieri in mucchi di macerie. Ha anche massacrato, senza sosta, la sua popolazione civile alla luce del sole per mezzo di attacchi aerei e dalle navi da guerra. Le immagini dei proiettili al fosforo bianco che cadono su scuole e ospedali fanno ora parte della nostra memoria collettiva. I carri armati che sparano contro scuole piene di rifugiati in fuga dal bombardamento delle loro case rappresentano adesso l’immagine associata al soldato israeliano; eppure, nonostante questo, Israele non è riuscito a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi. Devo ammettere che ci vuole un talento speciale per fare il generale israeliano. Per quanto bravi essi siano nel compiere crimini di guerra, in qualche modo riescono a fallire in ogni altra cosa.

All’inizio i politici israeliani avevano giurato di distruggere Hamas, ma poi avevano abbassato le aspettative, promettendo soltanto di distruggere la capacità di Hamas di lanciare razzi e rassicurando i loro eccitati elettori israeliani che questa volta lo Stato ebraico avrebbe combattuto fino alla fine. A quanto pare le loro promesse sono state ancora una volta tradite.

Hamas è ancora lì; il sostegno di cui gode nelle strade palestinesi è più forte che mai. E non solo nelle strade palestinesi. Il messaggio di sfida di Hamas si sta diffondendo in tutto il mondo musulmano e oltre. La scorsa settimana sono stato ad una manifestazione a Londra insieme ad altri 100.000 partecipanti. Il sostegno a favore di Hamas era dappertutto. Era su cartelli, bandiere, striscioni e altoparlanti. Non solo Hamas è ben lungi dall’essere sconfitta, ma la sua capacità di lanciare razzi appare immutata. Giorno dopo giorno i combattenti di Hamas riescono a ricordare agli israeliani di Ashdod, Ashkelon e Sderot che in questo momento stanno vivendo su terra palestinese trafugata. Date ad Hamas il tempo necessario e il suo messaggio balistico sarà portato in ogni angolo della Palestina rubata.

Israele è alla disperata ricerca di una exit strategy. Oggi ho saputo che il Ministro della Difesa Barak ha chiesto un cessate il fuoco di una settimana per ragioni umanitarie. Vi prego, non restate a bocca aperta, il noto sterminatore di massa non ha cambiato pelle tutto d’un tratto. Essendo un generale veterano, Barak capisce molto bene che i suoi soldati a terra hanno bisogno di una pausa e ne hanno bisogno adesso. Essendo radunati tutti insieme in poche zone devastate e senza riparo, sono adesso esposti ai cecchini e al fuoco dei mortai di Hamas. Negli ultimi giorni tra le forze israeliane si è registrato un numero crescente di perdite. Il tentativo di portare la battaglia nei quartieri di Gaza si è scontrato con una resistenza durissima. L’esercito israeliano si è impantanato ancora una volta.

Se questo non bastasse, tra pochi giorni Obama si insedierà alla Casa Bianca e gli israeliani non sono del tutto convinti che il nuovo presidente americano continuerà a sostenere ciecamente la loro strategia omicida. Il Ministro della Difesa Barak capisce che la sua finestra di opportunità potrebbe essere sul punto di chiudersi. Capisce che i soldati della IDF potrebbero doversi spingere dentro le periferie di Gaza senza raggiungere nessuno degli obiettivi militari della guerra. Barak ha bisogno di qualche giorno di cessate il fuoco per creare una nuova realtà sul terreno. Ovviamente preferisce nascondersi dietro il pretesto umanitario. E’ molto più semplice che ammettere che la IDF, ancora una volta, è stata colta impreparata. Gli aiutanti di Olmert, comunque, sono stati abbastanza stupidi da ammettere la menzogna. Pare che uno di loro stamattina abbia attaccato Barak dicendo che “Hamas osserva la scena e ascolta le voci, questi commenti sono un colpo in canna per Hamas e i suoi leader”.

Per come stanno le cose, i soldati della IDF sono ora allo sbando dentro Gaza. Non fraintendetemi, sono ancora in grado di spargere morte e compiere carneficine, ma non possono vincere questa guerra. Le Forze Aeree Israeliane hanno esaurito i bersagli “militari” una settimana fa e l’artiglieria si trova probabilmente di fronte alla stessa situazione. Dalle notizie che arrivano risulta evidente che non appena i soldati israeliani escono dai veicoli corazzati e dai carri armati Merkava si ritrovano alla mercè di Hamas. Ho letto oggi su Ynet che alcuni soldati della IDF hanno dichiarato: “Non riusciamo a vedere il nemico”, “veniamo colpiti senza sapere da chi e come”.

Per come stanno le cose, Hamas sta diventando un simbolo dell’ostinazione eroica. I suoi combattenti a terra lottano quasi a mani nude contro la più micidiale tecnologia americana. Allo stesso modo, la leadership politica di Hamas è riuscita a proporsi come chiave di ogni possibile soluzione dell’attuale conflitto. La speranza che Hamas sarebbe stato rovesciato o che ne sarebbe uscito screditato si è rivelata essere solo l’ennesimo sogno orgasmico degli ebrei. Hamas sta diventando ora un’entità politica largamente accettata dalla comunità internazionale. E’ visto come l’ingrediente primario di ogni possibile risoluzione. Israele, dall’altro lato, è ora visto per ciò che è realmente, uno Stato assassino e criminale dedito a crimini di genocidio della peggior specie.

Tuttavia c’è un’altra realtà che dobbiamo tenere in mente. La devastazione che Israele si sta lasciando dietro a Gaza è orribile. Ha raso al suolo interi quartieri, ha colpito col fosforo bianco zone densamente popolate. Come se non bastasse, le tonnellate di bombe bunker buster che Israele ha continuato a usare notte e giorno hanno danneggiato le fondamenta di ogni edificio di Gaza e viene da chiedersi se le case di Gaza rimaste in piedi saranno ancora sicure per viverci. I rappresentanti dell’Unione Europea hanno sollevato oggi la questione, chiedendosi chi pagherà per la ricostruzione delle città, dei campi e dei villaggi che sono andati distrutti.

In un mondo ispirato a principi etici ideali, Israele dovrebbe lasciare che gli abitanti di Gaza tornassero alla loro terra. Ma Israele e l’etica sono come rette parallele. In qualche modo non s’incontrano mai. Per quanto sia chiaro che i palestinesi torneranno alla loro terra, non sarà Israele a dare il benvenuto all’inevitabile ritorno dei palestinesi.
Qualcuno dovrà ricostruire Gaza e l’unico nome che viene in mente è quello di Hamas, partito democraticamente eletto. Un così grande progetto, se gestito da Hamas, sarà la giusta risposta alla guerra criminale di Israele e ai suoi obiettivi di sterminio.

di Gilad Atzmon -

Menti consumati dall’odio

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L’organizzazione ebraica «Breaking the silence» (Rompere il silenzio) ha diffuso un opuscolo di cento pagine che contiene interviste a decine di soldati di Tsahal impiegati ad Hebron, la città palestinese di Gaza dove però fra 80 mila palestinesi pretendono di abitare 700 coloni ebraici, che i soldati difendono.

L’agenzia ebraica Ynet.news ha ripreso quattro di queste interviste (1).

Le mani tagliate col filo di ferro

Soldato: «C’era uno matto davvero nella mia unità, gli piaceva torturare. Una volta ha provocato l’amputazione delle mani di un uomo».

Intervistatore: «Cosa è successo?».

Soldato: «Insomma, c’era quell’arabo... il soldato gli ruba una scatola di tabacco. L’arabo si mette a gridare: ‘Ladri, ladri, vi ho visto’. Si avvicina al soldato, e noi lo spingiamo per allontanarlo. Non sapevamo del furto. ‘Il soldato comincia a pestarlo, e tutti noi anche... finisce che l’arabo è stato pestato parecchio. ‘Poi il soldato ha preso un filo di ferro - era molto incazzato - ha afferrato l’arabo e ha cominciato a stringerlielo attorno...».

Intervistatore: «alle mani?».

Soldato: «Già.... gliel’ha stretto molto forte. Te lo giuro, abbiamo cercato di fermarlo. ‘No, non lo lascio andare. Ha alzato le mani contro di me, lo punisco’. E dài a girare, dài a stringere… dopo, quando abbiamo cercato di liberarlo, non ci siamo riusciti, gli aveva fatto proprio un canale nella mano. Era blu. E il tipo gridava: ‘Non sento più la mano’. Abbiamo anche tentato di scavare (tra la carne e il filo metallico) con un coltello, ma non siamo riusciti… Gli abbiamo detto di andare all’ospedale. Niente da fare, non riuscivamo a tagliare il filo. Gli hanno amputato la mano».

Ladri

Soldato: «Abbiamo fatto un bel po’ di ruberie….Una volta siamo entrati in una casa di Hebron, gente ricca. Abbiamo trovato in una scrivania una quantità di dollari. Pazzesco. Il capitano dice ai due secondi in grado dell’unità: bene, ci dividiamo questi soldi. Se li sono spartiti. Ne hanno lasciato un po’, e a me hanno detto: «Se parli, torniamo e ti sgozziamo».

Intervistatore: «Era consueto, il furto?».

Soldato: «Un po’ di saccheggio era normale... Backgammon (sic), sigarette, tutto... Quello che ci piaceva lo prendevamo. Altri ragazzi prendevano regali per le loro ragazze dalle botteghe».

Pestaggi

Soldato: «Eravamo di pattuglia, e vediamo un tipo in un taxi che sembrava nascondere qualcosa. Fermiamo la macchina... C’era appena stato un incidente, un soldato accoltellato o qualcosa del genere».
«Troviamo un coltello... Chiediamo al tizio: «Perchè il coltello?», e lui dice: «E’ per mia madre, per tagliare la verdura». Noi diciamo: «Cosa sei, un idiota? Scherzi? Stai mentendo?». Ci ha fatto proprio incazzare. Lo abbiamo afferrato e l’abbiamo colpito, non in faccia, nelle costole».

«Il resto della pattuglia vede il pestaggio, e ci salta dentro... Tutti a picchiarlo, a picchiarlo di brutto, sul serio. Con bastoni sulla testa. E uno poi comincia a strangolarlo, con le due mani. Aveva 17 o 18 anni e comincia a gridare “Mama, Baba”. Quello continua a strangolarlo, stava diventando blu e perdeva coscienza. Di colpo gli altri ragazzi si rendono conto di quel che succede e cominciano a tirare indietro il soldato. Ma lui non voleva lasciare la presa. Non lasciava, e urlava: «Ci volevi ammazzare, vuoi ammazzarci, volevi pugnalarmi eh? Figlio di puttana, pugnalarmi volevi».
«Era come matto, lo abbiamo tirato indietro per le gambe e la vita. Tutto il suo corpo era sollevato, e noi tiravamo... ma
(il soldato) s’era attaccato all’uomo come un pitbull. Finalmente l’abbiamo staccato».

Soffocamenti

Soldato: «Facevamo ogni genere di esperimento per vedere chi faceva la più bella spaccata a Abu Sneina. Li mettevamo faccia al muro, come per perquisirli, e ordinavamo loro di allargare le gambe. Allarga! Allarga! Allarga! Era la gara per vedere chi allargava di più. Oppure controllavamo chi tratteneva il respiro più a lungo».

Intervistatore: «Come lo controllavate?».

Soldato: «Soffocandoli. Uno di noi faceva finta di perquisirli, ma di colpo urlava qualcosa come se quelli avessero parlato e cominciava a soffocarli... a bloccargli le vie aeree, bisogna premere il pomo d’Adamo. Non è piacevole. Guardi l’orologio mentre lo fai, finoa che quello sviene. Chi ci mette più tempo a svenire, vince».

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L’organizzazione Breaking the Silence dice di aver pubblicato queste interviste per «suscitare un pubblico dibattito sul prezzo morale pagato dalla società israeliana nel suo complesso», per far vedere cosa diventano «giovani soldati obbligati a prendere il controllo di una popolazione civile». Ed è un continuo «degrado morale», e «la società israeliana ha il dovere di ascoltare i soldati e assumersi la responsabilità di ciò che viene fatto in suo nome».

Il testo integrale delle testimonianze può essere letto nel sito dell’organizzazione, www.shovrimshtika.org

Uno dei soldati dice: «Tutti noi sentivamo di fare qualcosa di sbagliato. Almeno, i miei amici sentivano di fare una cosa sbagliata». Ma nessuna resipiscenza tardiva minaccia i «coloni» giudaici di Hebron, che si sono messi lì a Gaza per rivendicare ad Israele le tombe dei Patriarchi, che sorgono lì e sono un luogo di preghiera anche per i musulmani.

Da questo insediamento veniva Baruch Goldstein, che nel ’94 irruppe nella Tombe ammazzando col suo mitragliatore 29 palestinesi e ferendone 150. Goldstein era americano e armato, come tutti i «coloni» di questo avamposto sacro, che è abitato da estremisti seguaci del rabbino Kahane e del partito razzista-religioso Kach. Infatti i coloni hanno sepolto Goldstein (che fu ucciso mentre compiva il massacro) nel loro cimitero che chiamano Kahane Memorial Park.

La lapide sulla tomba dice: «A san Baruch Goldstein, che ha dato la sua vita per il popolo ebraico, la Torà e la nazione di Israele». Parecchi rabbini confermarono che la strage compiuta da Goldsetin era una «mitzvah», un’opera meritevole di fronte a Dio.

Mantenuti dalla diaspora, questi coloni non hanno bisogno di lavorare. Passano il tempo ad angariare i palestinesi a cui hanno rubato i campi, a tirare pietre e ad aggredire gli scolari palestinesi che passano nelle vicinanze per andare a scuola, a sparare sui passanti e ad ubriacarsi. Ebrei ma americani, si sentono come coloni del Far West in territorio Sioux, ma con l’aggiunta «religiosa».

Sono costantemente armati di mitra e pistole, portano con orgoglio la kippà e lunghe barbe da «profeti». Caratteristici gli sguardi carichi d’odio con cui ti squadrano, se non sei ebreo, e gli insulti di cui ti coprono se sei giornalista o fotoreporter.
Le loro donne, in parrucca o foulard ebraico, insultano le donne palestinesi, e quando possono le picchiano. Sotto la protezione costante del glorioso Tsahal.

L’ultima impresa di questi pii ebrei riguarda Hammad Nidar Khadatbh, un ragazzo palestinese di 15 anni, che il 15 aprile era uscito di casa per raccogliere cetrioli, purtroppo nelle vicinanze dell’insediamento illegale (ma protetto) di Al-Hamra. La sera non era tornato, e la famiglia è uscita a cercarlo per ogni dove. Nulla. Il mattino dopo, il padre e i fratelli di Hammad ripartono alla sua ricerca, e lo trovano in una zona dove l’avevano già cercato la sera prima. Evidentemente era stato buttato lì nella notte.

Il corpo del ragazzo era nudo, gonfio, e torturato. La faccia gli era stata spaccata con pietre, il collo rotto, un dito gli era stato troncato. Sul torso aveva numerosi buchi, apparentemente praticati con un oggetto aguzzo e tondo, come una penna. Il corpo è stato portato ad un perito, per l'autopsia, nel settore israeliano di Gerusalemme. I parenti sono convinti che anche quello scempio sul loro figlio sia una delle opere sante dei coloni religiosi.

«Dio della pace,
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio».
Dalla preghiera del Santo Padre a Ground Zero.

Maurizio Blondet

I carnefici di regimi spiegano...



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Angelo Panebianco sul Corriere di domenica: «Fra le molte asimmetrie del conflitto c’è anche quella rappresentata dal diverso valore attribuito dai contendenti alla vita umana. Per gli uomini di Hamas, come per Hezbollah in Libano, la vita (anche quella degli appartenenti al proprio popolo) vale talmente poco che essi non hanno alcun problema a usare i civili, compresi i bambini e le donne, come scudi umani. Per gli israeliani, le cose stanno differentemente. Cercano di limitare il più possibile le ingiurie alla popolazione civile...».

Quando menzogne così disonorevoli, sputi sulle vittime, vengono scritte sui giornali autorevoli da autorevoli commentatori, chi ha un po’ di esperienza storica sa che qualcosa è successo.

Gli vengono a mente i precedenti: per mezzo secolo, finchè il comunismo sovietico ebbe il favore della intellettualità ebraica, questo tipo di menzogne di sapore inequivocabile – aperte violazioni della verità evidente – erano pane quotidiano sui giornali non solo comunisti, ma progressisti e delle borghesie illuminate d’Europa.

Nel 1932-33, mentre Lazar Moiseyevich Kaganovich, numero 2 del Partito, procedeva alla requisione forzata dei grani in Ucraina, con fucilazioni dei contadini e provocando la morte per fame di 7 milioni di esseri umani, non era raro trovare articoli dove si gettava la colpa sui «kulaki», come «sabotatori» che «sottraevano il grano all’ammasso». Fior di scrittori tornavano dall’URSS magnificando, in articoli estasiati, la felicità e l’abbondanza che il sistema sovietico aveva regalato ai russi.

L’assoluta maggioranza degli intellettuali, non solo comunisti, insorgeva se qualche (rara) voce si alzava a rivelare che in URSS vigeva il Terrore poliziesco e milioni di esseri umani innocenti stavano scomparendo nel vasto arcipelago Gulag, gestito dal capo supremo della repressione, Genrich Yagoda, e da 500 mila ebrei comunisti che avevano trovato un ben pagato lavoro nella Ghepeù, poi NKVD, poi KGB: erano tutte «calunnie» contro lo «Stato dei lavoratori» che aveva «liberato il proletariato»; per adesso in un solo Paese, ma gli intellettuali aperti e progressisti auspicavano che il paradiso sovietico arrivasse al più presto a liberare anche noi.

Solo dopo la denuncia ufficiale di Kruscev lo stesso Corriere osò ammettere i «crimini di Stalin». I crimini di Lazar Moiseyevich Kaganovich non sono mai stati evocati, anche se è stato pari grado di Stalin, l’autore non solo dell’holodmor, del genocidio ucraino, ma della eradicazione del cristianesimo in Russia.

Solo il 26 settembre 1995 il New York Times ha rievocato il commissario Kaganovich mentre, in piedi fra le macerie della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, la principale delle chiese che fece distruggere, esclamava ebbro di stupro: «Abbiamo umiliato la Madre Russia; le abbiamo strappato la gonna».

Kaganovich, figlio di ciabattino ebreo, è morto nel 1991 nel suo letto, mai molestato, con la ricca pensione dell’alto funzionario sovietico.

Solo nel 2003 Simon Sebag Montefiore ha rievocato il sadidsmo massacratore di Yagoda, il capo supremo dei Gulag; e di come, dopo aver fatto trucidare Zinov’ev e Kamenev, avesse fatto recuperare i proiettili dal loro cranio per conservarli, puliti e incastonati su piedistalli, insieme alla sua ricca collezione di 3900 foto e 11 film pornografici, 165 pipe e portasigarette ornate di immagini oscene, falli di gomma e montagne di biancheria intima femminile.

Ma nel 1935, quando Yagoda era all’apice del potere, lo scrittore ebreo francese Romain Rolland , premio Nobel, scrisse un inno in lode ed esaltazione del mostro.

Ecco, qualcosa del genere succede adesso. Con Angelo Panebianco e suoi compari nei panni dei Rolland, degli Aragon e dei Sartre, o dei Moravia & C. La sola differenza è che chi diceva la verità allora, era bollato come reazionario e fascista, ridotto allo stato di non-persona; oggi, come anti-semita e criminalizzato. Ma il clima è lo stesso, lo stesso il «sapore» della difesa dello stesso potere, con la stessa impronta.

Solo così si spiega che un Panebianco possa scrivere frasi come: «Richard Falk, il relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, rappresentante dell’Human Right Council alle Nazioni Unite, sta usando la sua carica e la sponsorizzazione dell’ONU per fare propaganda pro-Hamas e anti-israeliana». (ebreo americano, docente di diritto internazionale a Princeton, Falk è stato respinto alla frontiera da Israele perchè non fosse testimone della verità).

Questo tipo di frasi, per uno della mia età, suona molto «sovietico» . Vuol dire che simili frasi sono state, diciamo, autorizzate.

Quindi solo a futura memoria, non certo per convincere Panebianco (che è ben pagato per fare quello che fa) traduco qui alcune citazioni di capo sionisti famosi, che ci dicono quanto valore essi diano alla vita umana, non solo dei goym, ma anche dei loro ebrei.

David Ben Gurion, durante la guerra: «Se io sapessi che è possibile salvare tutti i figli (ebrei) di Germania trasferendoli in Inghilterra, e solo metà di loro trasferendoli nella terra di Israele, sceglierei la seconda possibilità; perchè di fronte a noi non abbiamo solo il numero di questi figli, ma il progetto storico del popolo di Israele» (Shabtai Teveth, «Ben Gurion», 1988,).

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba» (David Ben-Gurion, maggio 1948, to the General Staff. Da «Ben-Gurion, A Biography», di y Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978).

«Dobbiamo espellere arabi e prendere i loro posti» –(David Ben Gurion, 1937, «Ben Gurion and the Palestine Arabs» Shabtai Teveth, Oxford University Press, 1985).

«Non esiste qualcosa come un popolo palestinese. Non è che siamo venuti, li abbiamo buttati fuori e abbiamo preso il loro paese. Essi non esistevano» (Golda Meir,dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969).

«Come possiamo restituire I territor occupati? Non c’è nessuno a cui restituirli» ( Golda Meir, marzo, 1969).

«...Uscimmo fuori, e Ben Gurion ci accompagnò sulla porta. Allon ripetè la sua domanda: cosa si deve fare con la popolazione palestinese? Ben Gurion scosse la mano con un gesto che diceva: cacciarli fuori». (Yitzhak Rabin,è un passo censurato delle memorie di Rabin, rivelato dal New York Times, 23 ottobrer 1979)

«Saranno create, nel corso dei 10 o 20 anni prossimi, condizioni tali da attrarre la naturale e volontaria emigrazione dei rifugiati da Gaza e dalla Cisgiordania verso la Giordania. Per ottenere questo dobbiamo accordarci con re Hussein e non con Yasser Arafat». (Yitzhak Rabin, citato dn David Shipler sul New York Times, 04/04/1983)

«I palestinesi sono bestie con due zampe» (Menachem Begin,primo ministro di Israele 1977-83, davanti alla Knesset, citato da Amnon Kapeliouk, "Begin and the Beasts", New Statesman, June 25, 1982.)

«La partizione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta... Gerusalenne fu e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel sarà restaurato per il popolo d’Israele; tutto e per sempre» (Menachem Begin, il giorno dopo il voto all’Onu per la partizione della Palestina).

«I palestinesi saranno schiacciati come cavallette... le teste spaccate contro le rocce e i muri» ( Yitzhak Shamir, primo ministro in carica, in un discorso ai «coloni» ebraici, New York Times 1 aprile, 1988).

«Israele doveva sfruttare la repressione delle dimostrazioni in Cina (nei giorni di Tienanmen, ndr.) quando l’attenzione del mondo era concentrata su quel paese, per procedere alle espulsioni di massa degli arabi dei territori (occupati)» (Benyamin Netanyahu, all’epoca vice-ministro degli esteri, già primo ministro, davanti agli studenti della t Bar Ilan University; citazione tratta dal giornale isrealiano Hotam, 24 novembre 1989).

«I palestinesi sono come coccodrilli, più carne gli dai e più ne vogliono» (Ehud Barak, primo ministro all’epoca, 28 agosto 2000. Riportato dal Jerusalem Post 30 agosto 2000).

«Se pensassimo che anzichè 200 morti palestinesi, 2 mila morti ponessero fine alla guerriglia in un colpo solo, useremmo molto più forza…» (Ehud Barak, primo ministro, citato dalla Associated Press, 16 novembre 2000).

«Mi sarei arruolato in una organizzazione terroristica»: (risposta di - Ehud Barak a Gideon Levy, il noto giornalista di Ha'aretz che gli aveva domandato cosa avrebbe fatto se fosse nato palestinese)

«C’è un abisso tra noi (ebrei) e i nostri nemici: non solo in capacità ma in moralità, cultura, decenza di vita e coscienza. Sono i nostri vicini, ma è come se non appartenessero al nostro continente, al nostro mondo, ma a una diversa galassia» (Moshe Katsav, presidente di Israele, al Jerusalem Post, 10 maggio 2001. Katsav ha poi dovuto dimettersi per molestie sessuali alle sue segretarie).

«Noi dichiariamo apertamente che gli arabi non hanno alcun diritto di abitare anche in un centimetro di Eretz Israel... Capiscono solo la forza. Noi useremo la forza senza limiti finchè i palestinesi non vengano strisciando a noi» (Rafael Eitan, capo dello stato maggiore di Tsahal, citato da Gad Becker in «Yedioth Ahronot», 13 aprile 1983).

«E’ dovere dei leader israeliani spiegare all’opinione pubblica, con chiarezza e coraggio, alcuni fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo è: non c’è sionismo, colonizzazione o stato ebraico senza l’espulsione degli arabi e la confisca delle loro terre» (Ariel Sharon, allora ministro degli esteri, ad un discorso tenuto davanti ai militanti del partito di estrema destra Tsomet – Agence France Presse, 15 novembre 1998).

«Ciascuno deve darsi una mossa, correre e arraffare quante più alture possibile per espandere gli insediamenti (ebraici), perchè tutto ciò che prendiamo adesso rimarrà nostro... Tutto ciò che non arraffiamo andrà a loro» (Ariel Sharon, stesso discorso di cui sopra).

«Israele ha il diritto di processare altri, ma nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato di Israele» (Sharon, primo ministro, 25 marzo 2001, BBC Online).

Queste citazioni sono sufficienti a capire qual è lo scopo delle incursioni in corso, e qual è lo scopo di Israele in generale: la pulizia etnica e l’espulsione forzata, a forza di massacri, dei palestinesi dalla «terra santa».

Negli anni ’30, si sarebbero potute estrarre identiche affermazioni (a favore del «socialismo mondiale») dai discorsi di Kaganovic, di Yagoda, di Trotsky-Bronstein; ciò non avrebbe indotto i Panebianco dell’epoca a un ripensamento.

A quell’epoca, gli ebrei erano per il socialismo, e dunque la menzogna più plateale era autorizzata; oggi che sono per il sionismo armato, è autorizzata la menzogna sionista.

Quando Panebianco esalta il superiore «valore della vita» umana che gli ebrei nutrirebbero rispetto ad Hamas, non fa che riecheggiare i discorsi della propaganda ebraica.

Per esempio la replica del rabbino Levi Brackman a Sarah Roy, una docente di Harvard che sul Christian Science Monitor si è chiesta angosciata di fronte ai bombardamenti spietati: «Abbiamo ancora la tradizione etica ebraica? La promessa di santità, così centrale alla nostra esistenza, è oggi oltre la nostra capacità di perseguirla?».

Risponde rabbi Brackman (1): «Sarah Roy scrive che essere ebrei significa ‘testimoniare, sollevarsi davanti all’ingiustizia e rifiutare di tacere. Significa compassione, tolleranza, e soccorso. In assenza di questi imperativi, cessiamo di essere ebrei’. Ma una più profonda lettura dell’ebraismo mostra che sì, gli ebrei sono un popolo definito dalla loro capacità di compassione e tolleranza; ma ci sono momenti in cui ci è vietato di agire secondo questi sentimenti perchè tali azioni sarebbero distruttive. E’ importante sentire compassione per i residenti di Gaza, ma questo sentimento di preoccupazione e simpatia non deve esere confuso con la chiarezza etica e morale. Al contrario, decidere di non montare una difesa contro terroristi omicidi per compassione, non è solo immorale, è anti-ebraico, idiota e profondamente irresponsabile».

Bel discorso, no? Ma anche rabbi Beckman non è l’autore di questo civile ragionamento. Ecco l’originale:

«…Dobbiamo essere onesti, decenti, leali e membri camerateschi verso la nostra stirpe e nessun altro.... Non dobbiamo mai essere duri e spietati quando non è necessario, questo è chiaro. Noi tedeschi, che siamo il solo popolo del mondo che ha un atteggiamento morale verso gli animali, dobbiamo avere un atteggiamento morale anche verso questi animali umani. Ma è un delitto contro il nostro sangue preoccuparsi di loro, se questo causa problemi ai nostri figli e nipoti. Quando qualcuno viene da me e mi dice, “Non posso scavare la trincea anticarro usando donne e bambini, è inumano, li espone alla morte’, io rispondo: ‘Tu sei un assassino del tuo stesso sangue, perchè se la trincea anticarro non è scavata, moriranno soldati tedeschi, e sono figli di madri tedesche, sono il nostro sangue”».

Chi parla? Heinrich Himmler, nel celebre discorso di Posen (Poznan) agli alti ufficiali SS (SS-Gruppenfueher) pronunciato il 4 ottobre 1943 (2).

Si è detto che tutti coloro che in Germania non si opposero al Reich, e magari ne celebrarono le lodi, erano «volonterosi carnefici di Hitler».

Oggi, sul Corriere vantano la superiore moralità ebraica altrettanti volontari carnefici; poichè solo la deplorazione e l’indignazione pubblica, sui media, potrebbe frenare il massacro degli inermi, il pubblico applauso corale dei media occidentali, al contrario, incoreaggia nuove e peggiori imprese SS (soldati sionisti).

E poichè la lode corale va all’attuale ministro della difesa Ehud Barak, converrà ricordare che «Barak» non è il suo vero nome, è un nome di battaglia: significa «Fulmine». In tedesco, Blitz.

Maurizio Blondet

La dittatura della statistica e la cybernetica

La cybernetica, la statistica e il potere sono dei sistemi strettamente connessi, il cui connubio ha dato vita in questo secolo ai crimini più terribili compiuti dall’umanità. Lo stesso piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici, fu realizzato grazie alla perfetta alleanza tra il Terzo Reicht e la società di elettronica IBM, che ha offerto una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. Quanto solo sperimentato dal regime nazista di Hitler, viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dalla Russia, che utilizzando la guerra al terrorismo, hanno introdotto la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse.



La rete è divenuta ormai un grande contenitore di informazioni e dati, in cui è possibile trovare tutto niente. Sembra ormai un grande accumulo di merce e rifiuti indifferenziato, dove accanto ai blog dei rivoluzionari part-time, vi sono media, partiti, centri di raccolta di petizioni e firme, catene di Sant’Antonio, comunicati inutili come inutili sono le organizzazioni che le emettono nel tentativo di sensibilizzare le masse. Oramai la disinformazione è di casa, un oceano difficile da contrastare su ogni fronte, nonostante l'impegno di molti ad evidenziare le grande anomalie del sistema. I forum e i gruppi di discussione sono i centri di traffico telematico più affollati, ed è lì che si scatenano "i rossi e i neri", personaggi inutili e frustrati, gli utenti sintetici e i fomentatori. L’Italia, in particolare, conosce tanti rivoluzionari, dagli sconosciuti ai più noti del grande schermo, che hanno organizzato comizi e grandi spettacoli di piazza, hanno raccolto firme telematiche da consegnare al Primo Ministro, per poi rendersi conto che non rimane altro che la Svizzera come "rifugio dalla censura", o dal Fisco. Tutto serve a riempire le pagine della rete, dagli appelli di pace e alle minacce terroristiche emanati dalla propria casa comodamente seduti, dai video di propaganda della rabbia alle riviste di hobbisti: tutto nasce e muore all’interno di questa grande scatola che è il web. Giorno dopo giorno tutti noi contribuiamo a tale grande progetto per creare la massa sintetica, i setteraristi, gli utili idioti che servono a fare movimenti di popolo quando è necessario. Mentre Google o You Tube si arricchiscono, la frustrazione e la rabbia gonfia ancora di più questo popolo della rete, i rivoluzionari del web. Saranno proprio loro a pagare il più alto prezzo della digitalizzazione della informazione, perché saranno i primi ad essere eliminati dalla censura diretta.

Come abbiamo avuto modo di spiegare, la nuova guerra è quella cybernetica, la quale provoca già vittime e vincitori. Il Mossad ora combatte con i propri nemici virtualmente, denunciando l’attacco dei siti israeliani da parte di hackers iraniani; allo stesso modo serbi ed albanesi si scambiano accuse violando i siti delle rispettive istituzioni, distruggendo archivi e web-site di partiti. Tutto questo giro di vite e di personaggi è direttamente strumentale alla produzione di statistiche e di analisi, fonte di potere e di ricchezza per quelle entità che monitorano i server e il traffico della rete. La realtà in cui viviamo è un continuo altalenarsi di dati statistici che mostrano come le società stanno evolvendo o arretrando sulla scala della disumanizzazione e del controllo. Un ragazzo morto mette sotto-sopra uno Stato come la Grecia; a Gaza muoiono 1000 persone sotto i colpi dei raid israeliani: 1 vittima o 1000 morti sono pur sempre una statistica, che è alla base delle nostre leggi e della stessa giustizia.

La cybernetica, la statistica e il potere sono dei sistemi strettamente connessi, il cui connubio hanno dato vita in questo secolo ai crimini più terribili compiuti dall’umanità. Lo stesso piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici, fu realizzato grazie alla perfetta alleanza tra il Terzo Reicht e la società di elettronica IBM, che ha offerto una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. La IBM ha infatti contribuito con le sue tecnologie all'individuazione e la catalogazione della popolazione ebrea in Europa, negli anni compresi tra il 1933 e il 1940. Naturalmente in quegli anni non esistevano gli elaboratori (gli attuali computer) ma esisteva la tecnologia "punch card" dell' Hollerith svstems della IBM (nella foto, manifesto della Hollerith) , che non era nient’altro che un sistema cibernetico che attribuiva un numero di serie ad ogni individuo mediante dei codici: le macchine IBM, affittate a costi elevatissimi, hanno creato miliardi di matrici (schede perforate). Grazie ad esse, Hitler è riuscito ad "automatizzare" la ricerca del popolo ebreo, analizzando registri anagrafici, censimenti e banche di dati di tutti i Paesi europei, con una velocità e precisione a dir poco impressionante, che gli storici non sono mai riusciti a spiegare. La tecnologia IBM ha consentito anche l’organizzazione del trasporto ferroviario e dei campi di concentramento all’estero, mentre forniva assistenza, manutenzione e personale in maniera esclusiva. Inoltre la IBM con sede a Berlino ha conservato i duplicati di molti libri di codici, come qualsiasi IBM service bureau, che oggi conserva i dati di backup di server e computer ( Fonte: IBM and The Holocaust di Edwin Black).
La tecnologia IBM e le matrici di identificazione


Quanto solo sperimentato dal regime nazista di Hitler, viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti e dall’Unione Europea, che utilizzando la guerra al terrorismo, hanno introdotto la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse. Quel numero tatuato sul braccio degli ebrei, che ancora oggi viene nascosto come vergogna o paura per i crimini subiti, ci è stato già attribuito dalla biometria, che si ripropone come progetto per la mappatura della popolazione mondiale. Tutto questo è stato realizzato grazie ad Al Qaeda, in nome e per conto della democrazia. Delle entità che non conosciamo si sono appropriate dei dati statistici dei Paesi, violando la sovranità dei popoli e degli speculatori che li utilizzano per propri interessi.
Ogni nostra scelta viene in qualche modo anticipata dall’analisi su grandi numeri della massa di dati che hanno a disposizione. È come giocare una partita di scacchi dove i giocatori conoscono in anticipo le mosse e non è possibile cambiare le regole, pena l’eliminazione dalla gara. Allora, signori della democrazia che viene dal Web, cosa significa per Obama il Ministero della Cibernetica? È la nuova guerra della rete, una guerra invisibile. Tuttavia le masse non capiranno mai cosa stia accadendo attorno a loro, perché sono surrogate dal terrore, indotte a pensare delle cose contro la loro stessa volontà, credendo di vivere in una democrazia, di avere dei diritti. In realtà è solo un concetto astratto. Gli stessi politici che ottengono dai cittadini un mandato a governare sono condizionati da un ricatto eterno. Questo è il nostro fallimento, sul quale si ripropongono come dei rivoluzionari i nuovi leader della cibernetica, che non sono altro che copie contraffatte di un sistema che non esiste più. L'Umanità deve fermarsi e riflettere sui propri errori, rispolverare le carte che uomini di scienza hanno regalato al mondo, e che gli uomini stessi hanno nascosto: gli eserciti dovranno capire che combattono guerre sbagliate contro un nemico sbagliato.

by etleboro

01 febbraio 2009

Il Pd e Debenedetti


In prospettiva del passaggio della presidenza G8 all’Italia, è fondamentale che il dialogo tra maggioranza ed opposizione non sia lacerato e giunga invece a riconoscere la imprescindibilità della riorganizzazione fallimentare sistemica come primo passo per giungere ad una autentica Nuova Bretton Woods, di modo da impedire che la crisi finanziaria si propaghi ancor più all’economia reale. Ciò rappresenterà il fondamento di un nuovo sistema finanziario ed economico figlio della tradizione di Franklin Delano Roosevelt, oggi rappresentata in modo esemplare da Lyndon LaRouche. L’entità della bolla speculativa rispetto alla produzione reale globale, come spiegato a Parigi l’8 ed il 9 gennaio scorso dal ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dall’ex primo ministro francese, il socialista Michel Rocard, non consente altrimenti. I tre, a differenza di Trichet, di Blair e della Merkel comprendono sempre più a fondo il disegno che LaRouche propone oramai dal ‘94 per far ripartire l’economia reale globale e che avrebbe evitato l’attuale situazione finanziaria e di scontri geo-politici. Affinché l’Italia possa svolgere un ruolo centrale in questa crisi, è necessario che anche il Partito Democratico italiano si esponga in modo non equivoco intorno a questo punto e prenda le distanze dalle soluzioni filo-oligarchiche tipo quelle esternate recentemente dall’ex premier italiano Prodi. Questo dialogo è tuttavia minato già sul nascere. Infatti il PD si trova al centro di un tentativo di evitare proprio questo processo, e quanto sta verificandosi con lo scoppio a ripetizione di inchieste della Magistratura intorno ai suoi esponenti, non deve essere confuso per un attacco contro il PD. Ad essere oggetto di queste inchieste non sono genericamente gli esponenti del PD, quanto piuttosto gli esponenti della superstite ala costituzionalista ed antifascista, quella che ha deciso di non piegarsi ai voleri del suo principale sponsor finanziario. Se queste inchieste indeboliscono il PD inteso come organizzazione politica fatta di elettori e rappresentanti eletti, ognuno con un proprio grado di rappresentatività, allo stesso tempo queste inchieste lo rafforzano se lo intendiamo come una espressione centralizzata delle volontà del suo deus ex machina, l’ing. Carlo De Benedetti. Il Partito Democratico, infatti, lungi dall’essere un partito a partecipazione popolare – dove appunto la voce indipendente della sua base conti realmente qualcosa – è stato creato, cooptando ed emarginando l’autentica ala democratica, per raggiungere i fini che la sua proprietà ha deciso, e dove i dirigenti di turno sono equiparabili a dei promotori di interessi finanziari. Si tratta di quegli stessi interessi facenti capo alle più importanti famiglie bancarie del mondo (i Morgan, i Rothschild, ed altre) che con lo scoppio della crisi finanziaria, rischiano oggi come negli anni ‘30, di ritrovarsi tra i piedi un Franklin Roosevelt che tenga dritta la rotta della nave verso l’idea del Bene Comune, e che denunci il grande bluff che negli ultimi quarant’anni ha disastrato l’intero pianeta.

Fin dal processo costituente, il PD mostrò la sua vera natura

Nella primavera del 2007 il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà distribuì durante i congressi dei DS a Firenze e della Margherita a Roma, un documento in cui si puntava ad offrire una via d’uscita autenticamente repubblicana e democratica, all’allora nascente Partito Democratico italiano. In quel documento si ammoniva dall’intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, come era nel disegno di De Benedetti. Il documento si intitolava Per un Partito Democratico antioligarchico, nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira. Lo slogan, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetico, in quanto esso fu: “Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri ‘democratici per il fallimento’ “.

Invece la strada intrapresa dal PD è stata quella voluta da De Benedetti, ossia quella di un partito dalla marcata connotazione liberista, funzionale a quel silenzioso attentato alla Costituzione che progressivamente, nel corso dell’ultimo quarantennio, ha portato a fuoriuscire completamente dai suoi principi ispiratori: dalla centralità dell’azione di governo in economia, ad un’economia rimessa alla sola legge di mercato; dalla centralità del lavoratore e della produzione alla centralità del consumatore e del consumo. In breve, i pilastri fondanti di questo PD, di questo Partito De Benedetti, sono gli stessi che sono all’origine della crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo.

Così, quanto sta verificandosi in Italia da un paio di mesi a questa parte, con lo stillicidio di inchieste della magistratura, va visto come un frammento di un film con una trama ben più complessa, rispetto al singolo spezzone.

La regia del tutto, parte dalla City di Londra, da quell’oligarchia finanziaria che riesce a far apparire dal nulla circa 2.000 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario, ma non riesce a trovare 50 miliardi di dollari per i progetti di sviluppo nel Terzo Mondo[1]. Essa, con particolare riferimento al legame che lega la casata bancaria dei Rothschild allo speculatore George Soros, si muove in Italia con il proprio primario rappresentante, l’ing. Carlo De Benedetti, per completare quel disegno di finanziarizzazione dell’intera economia italiana avviato in Italia nel 1992. Funzionale a ciò è l’ideologia liberista, che viene fatta avanzare con la barzelletta delle liberalizzazioni, come democratica panacea ai mali d’Italia, le quali garantirebbero concorrenza, bassi prezzi e qualità.

L’oligarchia finanziaria ha un grosso problema: la bolla finanziaria è scoppiata e sta progressivamente entrando nella sua fase terminale; essa non accetta che questa deflagri, e si trova davanti uno scenario per sé stessa pericoloso: la rievocazione delle politiche del dirigismo rooseveltiano che passano per il suo massimo sostenitore ed esperto oggi vivente, Lyndon LaRouche[2] . Molti governi cominciano a dare ascolto a LaRouche – fermo oppositore da circa quarant’anni dei disegni dell’oligarchia finanziaria – e questo, per l’oligarchia finanziaria, vorrebbe dire perdere la posizione di vero governo mondiale che dal ‘71 ha riacquistato.

Invece, l’oligarchia finanziaria punta a salvare la bolla dei derivati e per farlo ha necessità di finanziarizzare ancor più l’economia mondiale. Così, essa punta a liberalizzare per privatizzare; a privatizzare per finanziarizzare.

Il problema di fondo è sostanziale e non nominale. Quali sono le idee a cui questa oligarchia si rifà? Finanziarizzazione, privatizzazione, liberalizzazione. Queste sono le idee che devono essere combattute, riscoprendo invece la più alta concezione dell’organizzazione politica ed economica che la nostra Costituzione ci offre. Gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 41, 42, 47, ci dicono molto e sono palesemente violati.

Il Partito Democratico deve respingere l’influenza di Soros e De Benedetti

Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare l’anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l’Italia quell’anno: gli omicidi di Falcone e Borsellino, lo scoppio del caso “Mani pulite” (che stravolse l’assetto politico italiano), l’attacco speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia, si svolgeva una riunione semi-cospirativa[3] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni.

Queste ultime, lungi dall’essere uno strumento di “moderna” democrazia volto a rendere più efficiente l’economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall’oligarchia finanziaria per trasferire immense fette dell’impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell’economia partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a finanziarizzare quanto più possibile l’economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla speculativa che dal 1971, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in modo esponenziale, parassitando l’economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo processo di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l’impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli italiani, trasferendoli durante gli anni ‘90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello sanitario.

Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del “più impresa meno Stato”, il termine “privatizzazioni” fu sostituito con il termine “liberalizzazioni”; più concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale[4] fatta di menzogne ripetute all’infinito dai media, e più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all’idea per cui le liberalizzazioni siano un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.

Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.

Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il Corriere della Sera[5] già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E’ da questo stretto legame che si può evincere l’attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito democratico italiano. Chi è uscito dall’incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza.

George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all’origine di varie spedizioni speculative (per esempio quella in Europa nel ‘92 e quella nel Sud-est asiatico nel ‘97-’98), ma anche famoso per avere finanziato le rivoluzioni “democratiche” a giro per il mondo, dall’Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e Bielorussia), all’Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello mondiale.

Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa dal documento Lo sviluppo moderno dell’attività finanziaria alla luce dell’etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:

‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››.

Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che consente di qualificare una persona come “filantropo”.

Dice Verderami sul Corriere:

«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell’ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l’idea risale a due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l’agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza”. è una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall’altro capo del telefono o del computer, c’ è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»

Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.

E’ doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell’ammirazione del salotto di De Benedetti, per il cinismo delle soluzioni politiche “innovative” adottate, e che presto si dimostreranno disastrose (si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l’utility di Roma attiva nell’acqua e nell’energia). Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell’economia reale, nonché la partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l’oligarchia finanziaria non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati (principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla speculativa globale.

Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel 2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall’establishment un vero e proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di “terapia shock” come metodo per l’attuazione dell’agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell’appuntamento con Soros, come di un fatto accidentale, come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica, sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche buon samaritano.

Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest’ultimo racconta di aver collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell’Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell’Università di Bologna, e presentando l’edizione italiana del suo libro autobiografico).

Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi sul fronte dei media (Repubblica, L’Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).

Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da un’intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera[6] , se ne rileva un quadro piuttosto chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra – “amministratore straordinario” profetizzò – (probabilmente non l’ha imposto, ma grazie ai media ed ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in termini propriamente democratici la candidatura di quest’ultimo a sindaco di Roma, quando con il progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie di passaggi in quell’intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua creatura politica.

De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli ultimi anni. Così, individuando anche le reali responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul mercato del lavoro c’è un’elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico, egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente del Partito democratico deve essere il consumatore».

Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da Renato Soru, avrebbe individuato in quest’ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di un’ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell’ex patron Tiscali.

La Magistratura: contro il PD o contro una parte del PD? Cui prodest?

Dall’intervista rilasciata al Corriere si evince facilmente che a De Benedetti i dirigenti ex DS, non piacciono proprio. Afferma infatti: «Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori», e poi rincara la dose dicendo: «Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette, cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la deregulation nel commercio e nell’elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».

Ma a non piacergli sono pure gli ex democristiani della corrente morotea. Si ricordi infatti che quando il Partito Popolare italiano fu fuso con le altre esperienze centriste per creare la Margherita, politici come Giovanni Bianchi (ultimo vero presidente del Ppi) e Gerardo Bianco (ultimo vero segretario del Ppi) furono emarginati per essere sostituiti da nuovi rampolli, tipo Francesco Rutelli. Se si considera questo elemento, risulta essere fallace la lettura che alcuni politici come Graziano Cioni a Firenze, o alcuni noti osservatori come Giulietto Chiesa, stanno facendo parlando dell’attuale guerra intestina al PD come di una guerra tra ex democristiani ed ex comunisti. Se si vogliono individuare due correnti, invece, la corretta lettura è quella per cui da una parte vi sarebbero gli ex morotei ed i dalemiani (diciamo gli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale) che concepiscono la politica come un qualcosa di radicato nel territorio e si identificano fortemente nell’art. 3, 2° comma della Costituzione della Repubblica, dall’altra parte invece vi sarebbero coloro che si sono supinamente asserviti ai diktat provenienti dal complesso finanziario e mediatico di matrice liberista e finanziarista.

A proposito di liberalizzazioni, non è un caso che proprio queste abbiano rappresentato l’elemento catalizzatore di battaglie ideologiche – si pensi a quella di Veltroni a Roma con i taxi – e di alleanze politiche. In merito a queste ultime, infatti, l’unico elemento di comunanza che il PD ha con i Radicali (anch’essi finanziati da Soros) e l’Italia dei Valori, è sul fronte delle liberalizzazioni. Allo stesso modo, è proprio questo il motivo per cui non si è giunti ad un’alleanza con la sinistra c.d. radicale.

Massimo D’Alema comprende da anni quale sia lo scenario politico che si celava prima dietro l’Ulivo e poi dietro l’Unione per arrivare infine al PD. Nel 1999, quando era ancora Presidente del Consiglio, D’Alema affermava:

« … ci mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda, poi siamo un po’ di sinistra, ma come Blair perché è sufficientemente lontano [dalla tradizione comunista], poi siamo anche un po’ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché “Verdi” è duro, “Sinistra” suona male, “Democratici” siamo tutti ed è fatta! E chi può essere contro, diciamo, un prodotto così straordinariamente perfetto … c’è tutto dentro! Auguri, però io non ci credo!»[7]

Negli ultimi mesi, si andava delineando, soprattutto con colloqui al nord, l’ipotesi di creare delle federazioni macro-regionali del PD, di modo da dotarsi di una certa autonomia rispetto a Roma e radicarsi maggiormente sul territorio. A questo, con lo stesso intento, si aggiungeva la creazione di vari eventi come il movimento politico Red. In molti dirigenti locali del partito vi era e vi è il malcontento per una gestione troppo centralizzata nella figura del segretario Veltroni delle dinamiche interne (il caso Firenze, con l’intervento di “commissario straordinario” di Vannino Chiti, mandato da Roma, ribadisce ciò), nonché per gli abusi contro lo statuto e per la sostanziale inoperosità dell’Assemblea costituente del PD. Se tutto ciò poteva portare al trionfo elettorale, si era disposti ad accettarlo, ma ora che è evidente il fallimento di questa strada, i dirigenti vogliono tornare a poter dire la loro.

In sostanza i dirigenti storici stavano disallineandosi dai diktat provenienti da Roma. E tutto ciò ai “capi d’azienda” non piace proprio. Se i leader della Prima Repubblica furono fatti fuori perché si potesse procedere allo smantellamento dell’industria nazionale, quelli di oggi vengono fatti saltare perché non sono abbastanza ubbidienti ed efficaci in merito all’attuazione della “fase 2″ dell’Operazione Britannia: quella relativa alle ultime liberalizzazioni mancanti. I politici che danno prova d’indipendenza politica ed intellettuale, non sono funzionali a questo disegno.

Se andiamo ad osservare chi è stato oggetto degli attacchi della Magistratura, verifichiamo che le inchieste hanno riguardato i dirigenti locali, i dirigenti pre-PD, gente che si era guadagnata il consenso popolare da sé, gente che in effetti aveva la facoltà di poter dire di no ad un diktat proveniente da Roma (dalemiani ed ex morotei). Le inchieste, infatti, più che toccare il PD, toccano una sua corrente. Queste inchieste, di fatto, hanno colpito chi era oggetto della critica di De Benedetti. Ed infatti D’Alema, che ha ben capito il gioco, ha voluto precisare che il problema non sta tanto sul fatto di essere vecchi o nuovi dirigenti, quanto nell’essere onesti o disonesti.

Il caso fiorentino e Licio Gelli

A Firenze, gli osservatori più attenti, quando seppero della discesa in campo per le primarie del PD per la corsa a sindaco di Lapo Pistelli, deputato alla Camera e responsabile relazioni internazionali del partito, compresero subito che la candidatura di Graziano Cioni sarebbe saltata attraverso metodi anomali.

Il ragionamento che quegl’osservatori facevano era il seguente: Pistelli sicuramente conosce il forte svantaggio che gli danno i sondaggi rispetto a Cioni; se ha deciso di partecipare alle primarie del suo partito, avrà sicuramente ricevuto garanzie circa l’esito delle stesse; ci saremmo altrimenti trovati di fronte ad un insolito caso di suicidio politico che chi vive di sola politica non può permettersi di correre. Di fatto, gli eventi hanno preso un corso tale da suffragare in pieno quella che ai conformisti appariva una lettura dietrologica. Ma se si analizzano i capi di accusa piombati sulla testa di Graziano Cioni a pochi mesi dalle primarie fiorentine, ci si convince ancor più che l’inchiesta contro di lui sia stata una bomba ad orologeria scoppiata in seguito alla mancata ricezione da parte dello stesso Cioni del messaggio che in più modi gli veniva fatto arrivare: a queste primarie non s’ha da partecipar!

Il sondaggio Ipsos del luglio scorso ordinava in questo modo i consensi all’interno dei candidati PD a sindaco (a quel tempo ipotetici): 1) Graziano Cioni (32%), 2) Matteo Renzi (25% e coinvolto immotivatamente dai media di De Benedetti nell’inchiesta scoppiata a Firenze), 3) Lapo Pistelli (23%), 4) Daniela Lastri (21%) . Dopo l’inchiesta della Magistratura per il caso Castello/Fondiaria-Sai, e gli echi offerti dai media alla faccenda, l’ordine del sondaggi è completamente mutato: 1) Lapo Pistelli (12,2%), 2) Daniela Lastri (11,6%) [8], 3) Matteo Renzi (9,9%) [9]. Graziano Cioni è invece stato costretto a ritirarsi dalla corsa.

Che si voglia riconoscere o meno allo scoppio dell’inchiesta un premeditato intento politico, il fatto resta che essa, per il timing avuto e per le notizie fuoriuscite sui media, ha avuto degli indubbi risvolti politico-elettorali.

Gli ultimi sviluppi del caso Firenze, vanno sempre nella medesima direzione. A fronte di un PD locale che delibera per delle primarie di partito senza ballottaggio (opzione con cui Cioni sarebbe rientrato in gara), una fantomatica “interpretazione autentica” proveniente da Roma – a cui il PD fiorentino si era opposto fino all’arrivo del “commissario straordinario”, Vannino Chiti – determina invece che le primarie debbano essere di coalizione e con ballottaggio. Con questa ipotesi, il candidato sicuramente perdente nell’altra ipotesi, Lapo Pistelli, diventa invece blindato, poiché anche in caso di secondo posto ottenuto al primo turno, rientra in corsa per la vittoria finale grazie al ballottaggio.

Ma c’è anche un’altra tessera che si aggiunge a questo mosaico, e che è stata sottolineata dallo stesso Cioni. Si tratta di un’intervista rilasciata da Licio Gelli a La Stampa il 15 dicembre, in cui l’ex venerabile afferma che dietro le inchieste contro i dirigenti locali del PD vi sarebbe la massoneria fiorentina, a causa della guerra fatta dallo stesso Cioni contro le associazioni segrete.

Questa intervista, rischia di essere fuorviante se non si intende la massoneria a cui fa riferimento Gelli, più propriamente come oligarchia finanziaria. Questa oligarchia, è da ripetere, ha in scopo un preciso progetto liberista per finanziarizzare ancor più l’economia reale, a fronte di una bolla speculativa globale che necessita che ogni “illuminato locale” faccia la sua parte, perché la bolla è scoppiata e rischia di perdere quell’elemento “fiducia” da parte della comunità mondiale, di cui necessita per sopravvivere. Se invece si va ad intendere la massoneria di cui parla Gelli, come composta da semplici potenti ben organizzati, si identifica solo l’ombra del nemico, ma non la sua sostanziale figura ed il fine dei suoi colpi; detto in altri termini, non si identificano le contro azioni che devono essere intraprese affinché il suo disegno non si adempia.

Al disegno di questa oligarchia, rischierebbe di piegarsi pure il centro-destra laddove procedesse verso quella liberalizzazione delle utilities spacciata come benefica.

Perché sia ripresa la strada tracciata dalla nostra Costituzione

Massimo D’Alema ha dimostrato di avere molte delle qualità necessarie per essere un leader. In particolare, si è sempre caratterizzato tra i colleghi politici per una non frequente indipendenza intellettuale, libero dalle mode del momento. Proprio per questo, sotto l’influenza di De Benedetti, non può essere un dirigente del PD. Tuttavia, D’Alema ha mancato in questi anni del coraggio di immettersi sulla sempre proficua strada della verità e di lottare per essa. Un esempio su tutti: D’Alema[10], nonostante segua e conosca il ruolo di LaRouche, esita però ad appoggiarne pubblicamente l’azione e le idee, come invece ha fatto Giulio Tremonti. Poi, pur comprendendo il fenomeno ed i retroscena di “Mani pulite”, non ha mai avuto il coraggio di denunciare la strategia del Britannia a cui quella sommossa giudiziaria era funzionale.

Purtroppo D’Alema è ancora adesso vittima di quell’esistenzialismo che ha caratterizzato la politica dell’ultimo quarantennio, e che impedisce di avere visione strategica, prevedere gli scenari futuri e cercare di assecondarli se positivi, di deviarli se negativi. Così egli ha preferito seguire i processi controrivoluzionari, illudendosi di poterli cavalcare sempre da vincente. Questa è la trappola più frequente in cui cadono molti politici di oggi.

Tuttavia l’attuale situazione, in cui molti potenziali leader del centro-sinistra rischiano di essere sostanzialmente messi all’angolo della politica italiana, può rappresentare per la loro stessa dignità di uomini, la forza contingente che può “costringerli” a tirare fuori quel coraggio necessario per passare dall’esistenzialismo alle idee, dalla statistica alla scienza, dal comodo al vero.

Affinché si giunga alla esistenziale riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, secondo le concezioni rooseveltian-larouchiane, bisogna che i leader del PD italiano escano dalla cappa di asservimento morale e culturale a cui vengono obbligati dallo sponsor finanziario, e piuttosto decidano di alzarsi e camminare nella direzione della verità delle cose.

C’è bisogno di quel coraggio che per esempio D’Alema riesce talvolta a tirar fuori, come nel caso israeliano-palestinese, dove la tanaglia della gabbia culturale è sempre pronta a scattare accusando di antisemitismo tutti quelli che si provano a criticare l’operato delle dirigenze israeliane.

Non possono esservi timori in merito ad eventuali contraddizioni rispetto a ciò che in passato si è sostenuto e ciò che adesso bisogna sostenere. Alla gente non fa specie chi cambia opinione se il nuovo proposito è migliore del vecchio; non è vero il contrario invece. Dice Machiavelli ricordando Cicerone: «E li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.»

Finchè Giulio Tremonti mantiene un ruolo di primo piano nell’attuale Governo, la corrente costituzionalista, antiliberista ed antifascista del centro-sinistra, può tornare ad essere decisiva nella politica italiana e mondiale. Se Tremonti attaccando banchieri e petrolieri, ha deciso di dare un taglio forte alla tradizione oligarchica che il PD stava incarnando sia con i vaneggiamenti di Giavazzi ed Alesina, sia con la politica demagogica di Bersani imperniata a bastonare i piccoli imprenditori, la corrente autenticamente democratica del PD può fare la stessa cosa rifacendosi alla tradizione di Franklin Roosevelt e pigiando forte sulla necessità di una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale che rimetta nella sovranità politica il controllo della situazione, invece che lasciarlo nelle mani di chi può essere inteso solo come player (banche e comunità finanziaria). Il Paese necessita di dotarsi della indipendenza energetica che Mattei comprese essere necessaria perché l’Italia potesse contare qualcosa sulla scena politica mondiale, e per farlo è imprescindibile il passaggio al nucleare. Parlare di fonti a basso flusso di densità energetica, vuol dire di fatto mantenere l’Italia su un livello di sovranità condizionata. E’ ovvio che per fare tutto ciò deve essere messa all’indice l’ideologia liberista. Se il PD finora è stato un bluff, funzionale soltanto a spostare verso istanze reazionarie, contro il lavoratore e dunque contro l’impalcatura costituzionale, la nave della politica italiana, si possono ringraziare anche ideologi come Giavazzi ed Alesina. Il PD necessita di ridarsi una visione politico-economica che abbia a che fare con la scienza dell’economia e con gli economisti; il liberismo, Giavazzi ed Alesina si occupano di altro, non è chiaro di cosa, ma si occupano di altro.

Claudio Giudici

Bernard Madoff: l'imbroglione di Wall Street

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Il broker di Wall Street Bernard Madoff (“Bernie”) Madoff, già presidente del NASDAQ, un investitore rispettato e riverito, ha confessato di aver attuato la più grande frode della storia, una truffa da 50 miliardi di dollari. Bernie era conosciuto per la sua generosa filantropia, specialmente per le cause sioniste, ebree e israeliane. Negli anni 60 per qualche tempo bagnino a Long Island, Bernie ha lanciato la sua carriera finanziaria raccogliendo fondi da alcuni colleghi, amici e vicini tra gli Ebrei più ricchi nei settori di Long Island, Palm Beach, in Florida e a Manhattan, promettendo un ritorno a fronte di modesto investimento, costante e sicuro, dal 10 al 12%, coprendo ogni ritiro attraverso il sistema Ponzi*: utilizzo dei fondi di nuovi investitori che pregavano decisamente Bernie affinché li spennasse. Madoff da solo ha gestito almeno 17 miliardi di dollari. Nel corso di circa quattro decenni si è costruito una clientela, che comprendeva anche alcune delle più importanti banche e istituti d’investimento di Scozia, Spagna, Inghilterra e Francia, come pure i principali fondi speculativi negli USA. Madoff ricavava la maggior parte dei fondi da una rete di ricchi clienti privati acquisiti attraverso broker che lavoravano su commissione.


Tra i clienti di Bernie un gran numero erano milionari e miliardari della Svizzera, di Israele e altrove, come i più importanti fondi speculativi USA (RMF Division di Man Group e Tremont). Gran parte dei clienti straricchi truffati imploravano Madoff di accettare il loro denaro, imponendo egli stesso delle rigide condizioni ai suoi clienti potenziali: egli insisteva perché essi avessero delle raccomandazioni da investitori esistenti, depositassero una somma conseguente, e garantissero la propria solvibilità. I più si consideravano fortunati di avere i fondi accettati a Wall Street da un così rispettato ed altolocato… imbroglione. Il messaggio standard di Madoff era che il fondo era chiuso… ma poiché essi venivano dallo stesso mondo (membri di consigli d’amministrazione di organizzazioni di beneficienza ebraiche, organizzazioni pro Israele per la raccolta di fondi, o i “buoni” country club) o visto che erano legati a un amico, un collega, o precedenti clienti, lui avrebbe preso il loro denaro.

Madoff ha creato degli organismi di consulenza comprendenti dei membri distinti, ha fatto importanti donazioni a musei, ospedali e a stimate organizzazioni culturali. Era un membro celebre di Country Club esclusivi a Palm Beach e Long Island. La sua reputazione era elevata dal fatto che i suoi fondi erano noti per non aver subìto alcuna perdita quale che fosse l’annata – un argomento chiave di vendita per attirare investitori milionari. Madoff condivideva coi suoi clienti ultra ricchi (ebrei e non ebrei) uno stile di vita d’elite, e una mescolanza di filantropia culturale e di profitto finanziario modesto. Madoff s’imponeva ai suoi colleghi per il parlare dolce basato su un’apparenza “di esperienza” che fa autorità, coperto da una vernice di collegialità elitaria, un impegno profondo verso il Sionismo e le amicizie di lunga data.


[Bernard Madoff]


Il mega-fondo di Bernie aveva in comune parecchie caratteristiche con delle recenti truffe di alto livello: le elevate e costanti rendite su investimento, non uguagliate nel mondo del broking; un’assenza di controllo da parte di terzi; una società contabile retrostante fisicamente incapace di fare delle revisioni contabili su operazioni implicanti miliardi di dollari; un’operazione di broking operante direttamente sotto il suo controllo e un completo black-out su ciò in cui egli realmente investisse. Le evidenti similitudini delle caratteristiche con altri truffatori sono state trascurate dai ricchi e celebri, dagli investitori sofisticati e da consulenti lautamente pagati, quelli di Harvard con Master in Business Administration e dall’intera armata dei regolatori del SEC (Security and Exchange Commissions) perché costoro erano completamente implicati nella cultura corrotta del “prendi i soldi e scappa” e “se lei riesce là dentro non faccia domande”. La reputazione di saggezza superiore di un Wall Streeter Ebreo di successo nutriva le illusioni dei ricchi e gli stereotipi dei milionari non ebrei.

La Grande Truffa

Il fondo d’investimento di Madoff non si occupava che di una clientela ristretta di pluri-milionari e miliardari che conservavano i loro capitali in investimenti a lungo termine; gli occasionali ritiri erano di quantità limitata ed erano facilmente coperti raccogliendo nuovi fondi dai nuovi investitori che si battevano per avere accesso alla gestione del denaro da parte di Madoff. I grandi investitori a lungo termie prevedevano di trasmettere le loro economie ai propri eredi o di utilizzarle eventualmente per la pensione. Delle personalità della comunità e altre persone che potevano aver bisogno di ritirare una parte del loro denaro per un’occasione festiva come un matrimonio o un bar mitzah con invitati celebri, potevano ritirare una parte dei propri risparmi poiché Madoff non aveva alcun problema a coprire i ritiri attirando i fondi di ricchi direttori d’atelier tessili che sfruttano gli impiegati e di fabbriche di imballaggi nocivi per carne, e di ricchi proprietari di slums. Madoff non era Robin Hood, i suoi contributi filantropici ad opere caritatevoli lo aiutavano ad avere accesso ai ricchi che facevano parte dei consigli d’amministrazione delle istituzioni beneficiarie delle sue prodigalità, e a provare che lui era “uno di loro”, una sorta di “intimo” dei super ricchi appartenente alla stessa classe d’elite. Lo choc, la paura e gli attacchi cardiaci che hanno seguito la confessione di Madoff che egli “dirigeva un affare alla Ponzi” ha provocato collera a causa del denaro perso e il crollo della classe ricca, nonché l’imbarazzo di sapere che i più grandi sfruttatori mondiali e i più abili imbroglioni di Wall Street si sono totalmente “fatti fregare” da uno dei loro. Non soltanto hanno perso molti soldi, ma l’immagine che essi avevano di se stessi, ricchi, così distinti e appartenenti a “un gruppo superiore”, è stata seriamente scossa. Si sono trovati a subire la stessa sorte di tutti i miserabili che loro stessi avevano precedentemente truffato, sfruttati e spodestati nella loro ascensione alla cima. Non c’è niente di peggio per l’ego di un truffatore rispettabile che il farsi fregare da un altro truffatore. Il risultato è che un certo numero dei più grandi perdenti ha fino ad oggi rifiutato di dare il proprio nome o l’ammontare delle somme perse, agendo invece tramite avvocati per attaccare altri perdenti.

Il Lato Positivo della Super Truffa di Madoff (La Giustizia si Manifesta Inavvertitamente)

Mentre è possibile comprendere come i ricchi e super ricchi che hanno perso gran parte della pensione e dei fondi d’investimento siano unanimi nella loro condanna e nel loro grido di tradimento e come gli editoriali di tutti i giornali e settimanali prestigiosi si siano uniti al coro dei critici moralizzatori, ci si può felicitare delle Buone Azioni di Madoff, anche se in seno alla sua condotta fraudolenta ciò non era intenzionale.

Perciò vale la pena di fare la lista delle conseguenze positive della super truffa di Madoff. Per prima cosa l’intera truffa da più di 50 miliardi di dollari può seriamente minare il finanziamento sionista USA alle colonie israeliane illegali nei territori occupati, diminuire i finanziamenti che permettono all’AIPAC di acquisire influenza al Congresso e di finanziare campagne di propaganda a favore di un attacco militare USA preventivo contro l’Iran. La maggior parte degli investitori dovrà diminuire o smettere l’acquisto di buoni del tesoro israeliani, i quali sovvenzionano il budget militare di questo stato.

In secondo luogo, la truffa ha gettato ancor più discredito sui fondi altamente speculativi che male accusano il colpo di fronte ai ritiri massicci causati dalle enormi perdite. I fondi di Madoff facevano parte di una delle ultime restanti operazioni “rispettate” che continuassero ad attirare investitori, ma con le ultime rivelazioni questo potrà accelerare la loro scomparsa. I loro promotori congedati dovranno forse fornire una giornata lavorativa onesta e produttiva.

In terzo luogo, la frode di Madoff su larga scala e durante un lungo periodo non è stata riconosciuta dalla SEC nonostante almeno due inchieste. Come risultato, c’è una totale perdita di credibilità di tale organismo. Più in generale, lo scacco della SEC dimostra l’incapacità delle agenzie di controllo del governo capitalista di smascherare le grandi truffe. Questo scacco solleva la questione di sapere se delle alternative agli investimenti a Wall Street siano preferibili allo scopo di proteggere il risparmio e i fondi pensione.

Quarto, l’associazione a lungo termine di Madoff con NASDAQ, ivi compreso il fatto che egli ne sia stato presidente proprio mentre derubava i suoi clienti di miliardi di dollari, mette in evidenza che i membri e dirigenti di questa borsa di scambio sono incapaci di riconoscere un truffatore, e sono inclini a sottovalutare la condotta traditrice di “uno di loro”. In altri termini, il pubblico che investe non può più rimettersi a coloro che occupano funzioni elevate in seno al NASDAQ come se costoro fossero persone probe. Dopo Madoff, occorre forse pensare di tornare allo spesso materasso sotto cui conservare in tutta sicurezza ciò che resta dei risparmi familiari.

Il quinto punto è che i consulenti d’investimento delle grandi banche europee, asiatiche e americane, i quali amministrano miliardi di risparmi non hanno effettuato alcun controllo, invece necessario, sulle operazioni di Madoff. Lasciando da parte le gravi perdite delle banche, decine di migliaia di ricchi e super ricchi influenti hanno perduto tutte le loro ricchezze accumulate. Risultato, una perdita totale di fiducia nelle banche di punta, e negli strumenti finanziari nonché un discredito generale in ciò che concerne “il sapere dell’esperto”. Il risultato è un indebolimento del dominio finanziario sulla maniera d’investire, e la scomparsa di una parte importante della classe dei “réntiers” parassiti, che si arricchivano senza produrre beni utili o fornire servizi necessari.

Il sesto punto è che siccome la maggior parte del denaro rubato da Madoff veniva dalle classi superiori del mondo intero, la sua condotta ha ridotto le ineguaglianze – egli è quindi il più grande livellatore dall’introduzione della tassa progressiva sul profitto. Rovinando i miliardari e mandano in fallimento i milionari, Madoff ha diminuito la loro capacità di utilizzare le proprie ricchezze per influenzare a proprio favore i politici – aumentando così il potenziale d’influenza politica di settori della società delle classi meno influenti… ed ha rinforzato inavvertitamente la democrazia a detrimento delle oligarchie della finanza.

Il settimo punto è che truffando amici di vecchia data, investitori etno-religiosi che si son fatti da soli, membri di Country Club funzionanti su una base etnica ristretta, e membri imparentati, Madoff mostra che la finanza capitalista non ha alcun rispetto per le pietà del quotidiano: piccoli e grandi, santi e profani, tutti sono subordinati alla dominazione del capitale.

Ottavo punto, tra i numerosi investitori rovinati a New York e in Nuova Inghilterra, si trovano proprietari di atelier sfruttatori (abbigliamento di marca e fabbricanti di giocattoli) e qualcuno che non pagava neanche il salario minimo alle donne e ai lavoratori immigrati, altri che sfrattavano gli affittuari poveri e altri ancora che privavano della pensione i lavoratori prima di trasferire gli affari in Cina. In altri termini, la truffa di Madoff è una sorta di punizione secolare “divina” per i crimini passati e presenti contro i lavoratori e i poveri. Inutile dire che questo “inconsapevole Robin Hood” non ridistribuiva il denaro rubato dagli sfruttatori agli sfruttati, ma ne reinvestiva una parte nelle sue organizzazioni caritatevoli per migliorare la sua immagine di filantropo e ricompensare i suoi investitori iniziali i quali avevano sostenuto questa truffa di tipo Ponzi.

Punto nove, Madoff ha inflitto un serio colpo agli antisemiti che affermano che ci sia una “cospirazione ebrea famigliare per derubare i non ebrei” sotterrando per sempre queste voci. Tra le principali vittime di Madoff si trovano i suoi amici e colleghi ebrei più vicini, gente che condivideva il pasto del Seder (Pasqua ebraica, ndt) e frequentava le stesse sinagoghe d’alto borgo di Long Island e Palm Beach.

La discriminazione praticata da Bernie nella scelta dei suoi clienti si faceva sulla base della loro ricchezza e non sull’origine nazionale, razziale, religiosa o sull’orientamento sessuale. Egli è una personalità ecumenica e un ardente difensore della mondializzazione. Non v’è niente di etnocentrico in Madoff: egli ha truffato la banca anglo-cinese HSBC di 1 miliardo di dollari e di parecchi milioni il ramo olandese della banca belga Fortis, di 1,4 miliardi la Royal Bank of England, la banca francese BNP Paribas, la banca spagnola Banco Santader, la banca giapponese Nomura, senza menzionare i fondi speculativi a Londra e negli Stati Uniti, che hanno ammesso di aver fatto investimenti presso Investment Sécuritées di Bernard Madoff. In effetti, Madoff è il simbolo del moderno, alla moda, politicamente corretto, multiculturale, internazionale…. imbroglione. La facilità con cui ha estorto il loro denaro ai super ricchi d’Europa ha provocato il seguente commento di un consulente d’affari di base a Madrid: “individuare e abbattere i più ricchi di Spagna era come accoppare delle foche…” (Financial Times, 18 dicembre 2008, p. 16).

Il decimo punto è che la truffa di Madoff andrà probabilmente a rinforzare l’autocritica e indurre un’attitudine di maggiore diffidenza nei confronti di altre persone suscettibili di attirare la fiducia presentandosi come fini conoscitori finanziari. Tra gli ebrei autocritici, alcuni saranno meno inclini a fare affidamento nei broker semplicemente perché essi sono dei supporter zelanti d’Israele e dei generosi donatori a fondi destinati ai Sionisti. Questo non è più una garanzia adeguata di condotta etica né un certificato di buona condotta. In effetti, tutto ciò può sollevare dei sospetti verso quei broker che sostengono a oltranza Israele e promettono un ritorno sugli investimenti elevato e costante a coloro i quali difendono localmente la causa sionista – chiedendosi se questo business del “ciò che è buono per…” non sia in realtà una copertura per una nuova truffa.

L’undicesimo punto, il conclusivo, è che la scomparsa dell’impresa di Madoff e delle sue ricche vittime ebree liberali sta per avere ripercussioni negative sulle donazioni fatte alle 53 principali organizzazioni ebree americane, a numerose fondazioni di Boston, Los Angeles, New York e altrove ancora, nonché al ramo militarista del partito democratico legato a Clinton/Schumer (Madoff li finanziava entrambi come anche altri supporter incondizionati d’Israele al Congresso). Ciò potrebbe aprire il Congresso a un dibattito sulla politica in Medio Oriente senza dar luogo ai virulenti attacchi abituali.

Conclusioni

La truffa di Madoff e la sua condotta fraudolenta non sono il risultato di uno scacco morale personale. Esse sono il prodotto di un imperativo sistemico e d’una cultura economica, che plasmano i circoli più elevati del nostro sistema di classi. L’economia su carta, i fondi speculativi e tutti gli “strumenti finanziari sofisticati” sono tutti dei “sistemi Ponzi” – non sono fondati sulla produzione e la vendita di beni e servizi. Essi sono delle scommesse finanziarie sulla crescita finanziaria su carta basata sui sicuri investitori futuri i quali retribuiscono i precedenti investitori.

Lo scacco della SEC era totalmente prevedibile e sistemico. I regolatori sono selezionati tra i regolati, da essi dipendono e si riferiscono ai loro giudizi, alle loro affermazioni e alle loro revisioni contabili. Essi sono strutturati in modo da mancare i “segni” e da impedire “troppa regolazione” dei loro superiori finanziari. Madoff ha agito nell’ambiente di Wall Street laddove tutto passa, dove l’impunità per degli ultra-sovvenzionamenti o per delle super-truffe è la norma. In quanto truffatore individuale egli ha truffato alcuni dei suoi più importanti avversari istituzionali a Wall Street. La totalità del sistema di ricompensa e di prestigio beneficia coloro i quali sono i migliori a manomettere i libri contabili, a coprire le tracce scritte delle frodi, e che hanno delle vittime che costantemente li supplicano di farsi abbindolare. Che Mensch, questo Madoff!

Nell’arco di qualche giorno, un individuo, Bernard Madoff, ha inferto un colpo più grosso al capitalismo della finanza mondiale, a Wall Street e alla lobby statunitense Sionista/ Agenda Israël in testa, di quello inferto da tutta la sinistra USA ed europea messe assieme nel corso dell’ultimo secolo! È riuscito meglio lui a ridurre le ampie disparità a New York che tutti i governatori riformisti e tradizionalisti, democratici e repubblicani, i sindaci, bianchi, neri, cristiani, ebrei, negli ultimi due secoli.

Alcuni teorici della cospirazione di estrema destra affermano che Bernie è un agente segreto islamo-palestinese (di Hamas) che ha deliberatamente agito per minare la base finanziaria dello stato d’Israele e delle sue fondazioni e dei suoi sostenitori più generosi, potenti, e influenti negli USA. Altri affermano che egli è un Marxista in ombra, che truffa con molta prudenza allo scopo di discreditare Wall Street e di far passare miliardi di dollari ad organizzazioni clandestine radicali – dopo tutto… chi sa che fine hanno fatto i miliardi perduti? Contrariamente agli esperti di estrema sinistra, blogger e contestatori manifestanti, le cui ferventi attività non hanno effetto alcuno sui ricchi e i potenti, Madoff ha piazzato i suoi colpi là dove fa più male: i loro enormi conti in banca, la loro fiducia nel sistema capitalista, la loro stima di sé e, sì, addirittura il loro benessere cardiaco.

Questo vorrebbe dire che noi a sinistra dovremmo formare un Comitato di Difesa Bernie Madoff, e invocare un finanziamento identico a quello che Paulson istituì per i suoi compagni della Citibank? Dovremmo proclamare: “eguaglianza di sovvenzionamento per uguali truffatori”? Dovremmo sostenere la sua partenza (o il suo diritto al ritorno) in Israele per evitare di esser giudicato? Suggerire una pensione israeliana per Bernie rischia di essere mal visto da molte delle sue vittime ebree.

Non c’è alcuna ragione di innalzare delle barricate per Bernard Madoff. Basta riconoscere che egli ha reso un servizio storico alla giustizia popolare per sbaglio, minando certi pilastri finanziari di un sistema di classi profondamente ingiusto.

Postscriptum

Sarà per pura ammirazione o a causa dei legami clandestini con Madoff che il nostro attuale guardasigilli, Michael Mukasey, si ritira dall’inchiesta? Altre persone tutte altrettanto importanti e influenti sono quasi certamente legate all’affare Madoff, e non soltanto delle “vittime”. Si fa fronte ad un grave caso di “Affare di Stato”… Nessuno riesce a credere che un'unica persona abbia potuto da sola montare questa truffa di tale ampiezza e durata. Così come nessun inquirente serio può credere che i 50 miliardi di dollari siano semplicemente “scomparsi” o siano stati messi da parte su dei conti personali.

James Petras

Un’altra crisi immobiliare è in arrivo

crisi-immobiliarePer avere un quadro della vera crisi immobiliare americana, immaginate New Orleans colpita dall’uragano Katrina e, addirittura prima ancora che l’acqua cominci a defluire, un secondo Katrina colpisce. I 1.200.000 posti di lavoro persi negli Stati Uniti nel 2008 sono un segnale che un secondo stadio della rovina immobiliare sta per colpire l’economia. Stavolta colpirà gli immobili commerciali – centri commerciali, negozi, magazzini e uffici.

Con la chiusura delle aziende e il calo degli affitti, scompare la capacità di onorare i mutui sugli immobili commerciali costruiti in sovrabbondanza. La costruzione di immobili in sovrabbondanza è stata favorita dai tassi d’interesse irresponsabilmente bassi, ma il maggior impulso è venuto dalla scivolata del tasso di risparmio americano a zero e dall’aumento dell’indebitamento delle famiglie. La contrazione dei risparmi e l’aumento del debito ha fatto aumentare la spesa dei consumatori al 72% del PIL. La proliferazione dei centri commerciali e dei magazzini che li forniscono riflettono l’aumento della spesa dei consumatori in quanto quota del PIL.

Allo stesso modo del governo federale, i consumatori hanno speso più di quanto hanno guadagnato e preso denaro a prestito per coprire la differenza. E’ chiaro che ciò non sarebbe potuto continuare per sempre, e il debito dei consumatori ha raggiunto il suo limite. I centri commerciali stanno perdendo i punti vendita più importanti e grandi catene stanno chiudendo negozi e addirittura fallendo completamente.

Gli speculatori edilizi che hanno avuto prestiti per finanziare queste imprese commerciali sono ora nei guai poiché sono i titolari dei mutui, dei derivati e dell’altra spazzatura finanziaria collegata ai prestiti. La fonte principale della crisi economica è il convincimento infantile dei politici degli Stati Uniti che un’economia potesse basarsi sull’espansione del debito. Poiché la delocalizzazione ha trasferito i posti di lavoro, i redditi e il PIL fuori dal paese, il debito si è espanso per sostituire il mancato introito. Quando i beni e servizi prodotti all’estero sono stati riportati per essere venduti agli americani, il deficit commerciale è aumentato, aggiungendo un altro livello di finanziamento ad un’economia che consuma più di quanto produce. La crescita del debito ha superato la crescita del prodotto reale.

Tuttavia la soluzione offerta dal team economico di Obama è di espandere ulteriormente il debito. Ciò non è affatto sorprendente in quanto il team economico di Obama è formato dalle stesse persone che hanno causato la crisi del debito. Ora si accingono a peggiorare la situazione. La domanda che non è stata posta è la seguente: chi finanzierà la prossima ondata di debito? Il deficit del bilancio americano per l’anno fiscale 2009 sembra già avviarsi verso i $2 bilioni, e questo ancora prima dell’attuazione del programma di incentivi di Obama.

Quello a cui stiamo assistendo è un deficit di bilancio di $3 bilioni se il programma di Obama sarà attuato in tempo per incidere sull’economia di quest’anno. I peasi esteri possono finanziare un deficit di bilancio americano di $500 miliardi dai loro surplus nei confronti degli USA. Ma gli stranieri non hanno i fondi per finanziare un deficit di bilancio americano nell’ordine dei bilioni di dollari, e non finanzierebbero un tale deficit nemmeno se avessero i fondi. Gli stranieri sono oberati di titoli in dollari e preferiscono alleggerire tali titoli piuttosto che aggiungerne altri. Le prospettive economiche dell’America sono appannate/buie come lo sono le prospettive del dollaro come moneta di riserva.

Un deficit di bilancio annuale nell’ordine dei bilioni di dollari rende le prospettive del dollaro ancora più buie. La probabile soluzione del problema del debito da parte del governo federale sarà quella di monetizzare il debito, cioè il governo finanzierà il suo debito stampando moneta. Il debito verrà gonfiato via. Ma per quegli americani senza lavoro o il cui reddito non aumenta con l’inflazione, la vita sarà molto dura. La vita è già dura per gli americani che vivono con i risparmi della pensione. Non solo il fallimento del mercato azionario ha ridotto della metà la loro ricchezza, ma le loro rimanenti disponibilità finanziarie non producono reddito.

I tassi di interesse sono così bassi che gli strumenti di debito non producono reddito e i guadagni nel mercato azionario sono scarsi. I pensionati vivono consumando il loro capitale. La politica economica americana dei bassi tassi d’interesse e dell’espansione del debito promette male per tutti coloro che vivono dei loro risparmi. Le loro prospettive future sono addirittura peggiori poiché l’inflazione distruggerà il valore dei loro risparmi, specialmente se sono in contanti o in strumenti di debito, inclusi i buoni del tesoro USA “sicuri”. Esistono modi più intelligenti per cercare di sfuggire all’attuale crisi economica. Tuttavia i gangster finanziari e i loro compari, che Obama ha messo a capo della politica economica, pensano solo ai loro propri interessi.

Quello che succede agli americani non è un problema. Un governo sensibile gestirebbe la crisi in questo modo: I bilioni di dollari di ‘credit defaulf swaps’ (CDS) dovrebbero essere dichiarati nulli e non validi. Questi “swaps” sono semplicemente scommesse che gli strumenti e le imprese finanziarie perderanno, la maggior parte delle scommesse sono fatte da gente e istituzioni che non possiedono strumenti finanziari o azioni nelle imprese. L’ideologia secondo cui i mercati finanziari si auto-regolano ha lasciato briglia sciolta alla speculazione illegale. Non c’è nessuna ragione plausibile sotto la luce del sole per cui i contribuenti debbano salvare i giocatori d’azzardo.

I soldi del salvataggio, invece di essere dati alle privilegiate istituzioni finanziarie per finanziare le acquisizioni di altre istituzioni, dovrebbero essere usati per rifinanziare i mutui inadempienti. Ciò rallenterebbe, se non riuscisse a fermare, il crescente numero di proprietà ipotecate che sta abbassando i prezzi degli immobili. La regola del prezzo di mercato dovrebbe essere sospesa finchè i veri valori delle proprietà e strumenti in difficoltà possono essere determinati. La sospensione della regola eviterebbe il fallimento di istituzioni sane e diminuirebbe la necessità di salvataggio. I tassi di interesse devono essere alzati in modo da incoraggiare il risparmio e fornire rendita ai pensionati. Per conservare lo status del dollaro come moneta di riserva, una politica credibile di riduzione del deficit del bilancio del commercio deve essere annunciata.

In tempi brevi il deficit del bilancio può essere ridotto di $500 miliardi con il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan e tagliando il bilancio gonfiato della difesa che rappresenta ora l’obiettivo irraggiungibile dell’egemonia mondiale degli USA. Il deficit commerciale può essere notevolmente ridotto riportando in America i posti di lavoro che adesso sono all’estero. Un modo per fare ciò è tassare le società in base al valore aggiunto dei beni che producono negli USA. Le società che producono all’estero i loro beni per i mercati americani pagherebbero tasse più alte; quelle che producono in casa avrebbero tasse più basse. Questo approccio alla crisi economica si colloca in netto contrasto con quello dei gangster che gestiscono la politica economica americana.

I gangster stanno sfruttando la crisi come un’opportunità per derubare i contribuenti e finanziare i loro misfatti e le loro paghe esorbitanti attraverso i prestiti della Federal Reserve. I loro compari tra gli economisti e la stampa finanziaria dicono alla gente che la soluzione sta nell’ingrassare le banche di fondi così poi queste riprenderanno a prestare un pubblico super-indebitato che ritornerà così nei centri commerciali.

Questo approccio non realistico ad una grave crisi indica una crisi politica sopra/oltre a una crisi economica.

By Paul Craig Roberts

26 gennaio 2009

Yehoshua: un insulto a 6 milioni di martiri


Hamas continua a sparare razzi anche e soprattutto perché Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, definita nel 2007 dal sudafricano John Dugard, Special Rapporteur per i Diritti Umani in Palestina dell'ONU, "Apartheid... da sottoporre al giudizio della Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja". Perché nell'agosto del 2006 la Banca Mondiale dichiarava che "la povertà a Gaza colpisce i due terzi della popolazione", con povertà definita come un reddito di 2 dollari al giorno pro capite, che è il livello africano ufficialmente registrato. Perché appena dopo le regolari e democratiche elezioni del gennaio 2006 con Hamas vittoriosa, Israele inflisse 1 miliardo e 800 milioni di dollari di danni bombardando la rete elettrica di Gaza e lasciando più di un milione di civili senza acqua potabile. Perché nel 2007 l 'ex ministro inglese per lo Sviluppo Internazionale, Clare Short, dichiarò alla Camera dei Comuni di Londra "sono scioccata dalla chiara creazione da parte di Israele di un sistema di Apartheid, per cui i palestinesi sono rinchiusi in quattro Bantustan, circondati da un muro, e posti di blocco che ne controllano i movimenti dentro e fuori dai ghetti (sic)". Ecco perché. Perché sono 60 anni che Israele strazia i palestinesi con politiche sanguinarie, razziste e fin neonaziste.

A.B.Y. "Ti chiesi allora se ritenevi plausibile che Hamas potesse convincerci adottando un comportamento del genere o se, piuttosto, non avrebbe ottenuto il risultato contrario, e se fosse giusto riaprire le frontiere a chi proclamava apertamente di volerci sterminare."

Arafat riconobbe Israele nel 1993, agì fermamente per reprimere Hamas (come testimoniò Ami Ayalon, ex capo dei servizi segreti Shab'ak israeliani, nel 1998) e cosa ottenne? Barak, Clinton e poi Sharon lo distrussero. Hamas ha dichiarato ufficialmente nel luglio del 2006 con una lettera al Washington Post di riconoscere il diritto degli ebrei all'esistenza in Palestina fianco a fianco dei palestinesi. Nessun media italiano o europeo ha ripreso la notizia. Nessuno.

A.B.Y. "... I valichi, da allora, sono stati riaperti più volte, e richiusi dopo nuovi lanci di razzi. Sfortunatamente, però, non ti ho mai sentito proclamare con fermezza: adesso, gente di Gaza, dopo aver respinto giustamente l’occupazione israeliana, cessate il fuoco..."

Respinto l'occupazione? Sono in una gabbia che li affama, che li fa morire ai posti di blocco, che gli nega l'essenziale per vivere. Di nuovo Dugard: "A tutti gli effetti, a seguito del ritiro israeliano, Gaza è divenuta un territorio chiuso, imprigionato e ancora occupato".

A.B.Y. "Talvolta penso, con rammarico, che forse tu non provi pena per la morte dei bambini di Gaza o di Israele, ma solo per la tua coscienza. Se infatti ti stesse a cuore il loro destino giustificheresti l’attuale operazione militare, intrapresa non per sradicare Hamas da Gaza ma per far capire ai suoi seguaci (e malauguratamente, al momento, è questo l’unico modo per farglielo capire) che è ora di smetterla di sparare razzi su Israele, di immagazzinare armi in vista di una fantomatica e utopica guerra che spazzi via lo Stato ebraico e di mettere in pericolo il futuro dei loro figli in un’impresa assurda e irrealizzabile..."

Questo è il razzismo di questi assassini vestiti da colombe. Vogliono 'educare' gli 'untermenschen' arabi a frustate, "fargli capire", come usava ‘far capire' nei campi di cotone della Louisiana 200 anni fa o nel ghetto di Varsavia, pochi decenni fa. 'Fargli capire' le cose ammazzando i loro bambini? Le loro donne? Questo si chiama massacro, è un crimine contro l'umanità che viola le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga. Questo Abrham B. Yehoshua è un mostro, e lui e i suoi colleghi non hanno appreso alcunché dal nazismo, anzi, hanno solo appreso come replicarlo.

"Oggi, per la prima volta dopo secoli di dominio ottomano, britannico, egiziano, giordano e israeliano, una parte del popolo palestinese ha ottenuto una prima, e spero non ultima, occasione per esercitare un governo pieno e indipendente su una porzione del suo territorio."

Su una porzione del suo territorio... Non c'è limite all'abominio intellettuale di questo scrittore. Gli 'untermenschen' arabi devono essere grati di poter fare la fame su un fazzoletto di terra privo di ogni sbocco economico/commerciale e che è una frazione di quel 22% delle loro terre che gli è rimasto dopo che Israele gli ha rubato il 78% a forza di massacri e pulizia etnica.

"Se intraprendesse opere di ricostruzione e di sviluppo sociale, anche secondo i principi della religione islamica, dimostrerebbe al mondo intero, e soprattutto a noi, di essere disposto a vivere in pace con chi lo circonda, libero ma responsabile delle proprie azioni..."

Come aver detto agli etiopi nel 1984: "Se imparaste a coltivare la terra invece che chiedere l'elemosina all'ONU...".
Questo Abrham B. Yehoshua è, lo ribadisco e me ne assumo la responsabilità, un mostro. Lo è in forma più disgustosa di Sharon, di Olmert, della Livni, poiché traveste la sua perfidia disumana da 'colomba'.
L'ipocrisia della tragedia israelo-palestinese è arrivata a livelli biblici di disgusto. E ricordo, per tornare in Italia, la posizione dei nostri intellettuali di sinistra, ‘colombe’ anch’essi, come esplicitata sul sito http://www.sinistraperisraele.it/home.asp?idtesto=185&idkunta=185, dove campeggia una commemorazione di Uri Grossman, figlio dell’altra ‘colomba’ israeliana di chiara fama, David Grossman, ucciso durante l’invasione israeliana del Libano del 2006. La morte di un figlio è sempre una tragedia immane, e quella morte lo è nel suo aspetto privato. Non oserei profferire parola su questo.
Ma vi è un aspetto pubblico di essa, che stride e che fa ribollire la coscienza: Uri Grossman era un soldato di un esercito invasore, criminale di guerra, oppressore da 60 anni di un intero popolo, e che in Libano ha massacrato oltre 1000 esseri umani innocenti, dopo averne massacrati 19.000 in identiche circostanze nel 1982 e molti altri nel 1978. Uri Grossman era una pedina di una impresa criminale, ma venne commemorato su tutti i media italiani, e ancora lo è sul sito dei nostri ‘intellettuali colombe’.
Dove sono le commemorazioni della montagna di Abdel, Baher, Fuad, Adnan, la cui vita spezzata a due anni, a tredici anni, a trent’anni, e senza aver mai indossato la divisa di un esercito criminale di guerra, ha lasciato il medesimo strazio e il medesimo buio di vivere di “papà, mamma, Yonatan e Ruti” Grossman? Dove sono? Dove?

"Far capire"... "malauguratamente è l'unico modo". Queste parole, Abrham B. Yehoshua, questi 'intellettuali' traditori, la difesa del sionismo e delle condotte militari di Israele dal 1948, sono un insulto a sei milioni di martiri ebrei dell'Olocausto nazista. Lo scrivo, lo dico e mi chiamo Paolo Barnard.

Paolo Barnard

22 gennaio 2009

Il disastro della finanza













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Quale sarà la durata della recessione innescata dalla crisi bancaria globale? Quante persone saranno licenziate? Torneremo agli anni Trenta, quando la recessione degenerò nella Grande Depressione? Fin dove si spingerà la mano pubblica nel turare le falle della finanza privata già colpita dal suo primo suicidio eccellente, quello del miliardario tedesco Adolf Merckle che, travolto dalle speculazioni fallite, si è gettato sotto un treno? Come ne usciremo, alla fine? Nell’ottobre scorso, la Banca d’Inghilterra aveva stimato un impegno di 7 mila miliardi di dollari a carico dei Tesori nazionali per impedire il tracollo dei sistemi bancari. A novembre, soltanto gli Usa hanno aggiunto nuovi programmi d’acquisto di mutui tossici e obbligazioni illiquide per 800 miliardi da eseguire quest’anno. Il 13 gennaio, intervenendo alla London School of Economics, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha avvertito che i costi dei salvataggi bancari in giro per il mondo sono destinati a crescere ancora. Nell’Occidente avanzato, produzione, commerci e servizi regrediscono intrecciando in una spirale perversa gli effetti della crisi finanziaria a quelli, ancor più drammatici, della crisi dell’economia reale. La Merrill Lynch si aspetta un arretramento dell’economia americana del 2,3% quest’anno e una parvenza di ripresa, non più dello 0,5%, nel 2010, mentre vede Eurolandia a meno 0,6% nel 2009 e a più 1,1% l’anno prossimo. Ma quando i credit default swaps sulle obbligazioni del Tesoro della Corona britannica, il massimo della sicurezza, tripla A per le agenzie di rating, pagano 108 punti base e McDonald’s, una sola A, paga 57 punti base, ogni previsione è un numero al lotto. Le domande sul futuro, pur naturali e diffuse, sono destinate a restare senza risposte attendibili, almeno per un po’. Al contrario, le esperienze fatte, se indagate, possono offrire interessanti suggestioni.

Per cominciare, bisogna chiedersi com’è la finanza globale che è andata spavaldamente incontro al disastro, convinta che la rappresentazione dei risultati del lavoro contenuta nei suoi complicatissimi titoli fosse reale e consistente e non, invece, virtuale e drogata. Secondo il McKinsey Global Institute, nel 2007 la ricchezza finanziaria globale (azioni, obbligazioni private e pubbliche e depositi bancari) valeva 196 mila miliardi di dollari, 3,6 volte il prodotto interno lordo del pianeta. Pur scontando la svalutazione della moneta Usa, nell’ultimo anno «buono » tale ricchezza in larga misura cartacea era aumentata del 12% contro un incremento medio annuale che, a partire dal 1990, si aggirava sul 9%. A trainare questa espansione sempre più marcata dei valori, in un mondo dove il denaro, equivalente universale, circolava sempre più liberamente, sono stati il settore privato e le economie emergenti. Nel 1990, le obbligazioni statali rappresentavano il 18,6% delle attività finanziarie del mondo; diciotto anni dopo erano scese al 14,3%. Nel 2000 erano 11 i Paesi con attività finanziarie pari a 3,5 volte il prodotto interno lordo; nel 2007 gli 11 erano diventati 25, comprendendo nel novero anche giganti come Cina e Brasile.

Gli ormai frenetici flussi finanziari tra un Paese e l’altro sono arrivati a 11.200 miliardi di dollari, con un incremento del 19% rispetto al 2006, e tra questi flussi la parte del leone la fanno i depositi e i prestiti sull’onda dell’internazionalizzazione di banche, assicurazioni, hedge funds e private equity. Privatizzazioni e globalizzazione hanno dunque favorito la finanziarizzazione dell’economia alimentata dal debito: un debito cross-border che, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, era per il 65% con scadenza inferiore ai 12 mesi, e dunque fragile perché facilmente revocabile. Particolare interessante, la dinamica del debito èmolto forte nei paesi più avanzati, con l’eccezione della Germania, mentre la crescita delle attività finanziarie delle economie emergenti dipende per lo più dal collocamento in Borsa delle loro grandi aziende più o meno a partecipazione statale.

Negli Stati Uniti, epicentro di tutto, la bolla finanziaria è stata gonfiata della crescita prolungata dei prezzi delle azioni e delle case nonché dall’aumento del deficit della bilancia commerciale che rappresenta la faccia imperiale dell’aumento del prodotto interno lordo pro capite (noi consumiamo e voi pagate). Due economisti americani, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, hanno constatato come queste tendenze si siano sempre manifestate nell’incubazione delle principali crisi bancarie degli ultimi trent’anni: Spagna (1977), Norvegia (1987), Finlandia e Svezia (1991), Giappone (1992). Negli Stati Uniti, semmai, non si è registrata l’impennata del debito pubblico prima della crisi, ma questo potrebbe spiegarsi con l’accortezza di nasconderne una parte sotto etichette formalmente private come Fannie Mae e Freddie Mac a dimostrazione che il gioco delle tre carte non si fa soltanto a Napoli. Se dunque l’incubazione è stata simile, quali sono le costanti negli esiti delle crisi?

Partiamo dal valore delle case, che da confortevole rifugio sono diventate una trappola mortale. Nelle 22 crisi esaminate da Reinhart e Rogoff, la caduta dei prezzi degli immobili dai massimi ai minimi al netto dell’inflazione èmediamente del 35,5% al netto dell’inflazione e il declino dura 6 anni. Più pronunciato ma meno persistente è il crollo reale delle quotazioni azionarie: mediamente è del 55,9% e si prolunga per 3,4 anni. Il tasso di disoccupazione aumenta di 7 punti percentuali e il declino va avanti per 4,8 anni. Queste tendenze parziali si riflettono in un andamento del Pil, che arretra di 9,3 punti e torna a crescere dopo un anno e nove mesi. Nel suo ultimo World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale ha addirittura comparato 113 episodi di crisi finanziaria in 17 paesi svi luppati, sempre negli ultimi trent’anni. E’ emerso che solo 31 volte le crisi hanno generato recessioni vere e proprie e solo in un numero ancor minore di casi, 17 volte per la precisione, le recessioni sono state preparate da una crisi bancaria. In questi ultimi casi la durata e la profondità delle crisi sono state più che doppie rispetto alle recessioni normali (7,6 trimestri di durata media contro 3,1 trimestri; perdita cumulata di Pil del 19,8% rispetto a un 5,4% se non c’è crisi bancaria). Nessuna di queste crisi, tuttavia, ha avuto l’estensione geografica di quella in corso. Negli Stati Uniti, in 18 mesi di crisi finanziaria, l’indice Dow Jones ha bruciato il 40%, i prezzi delle abitazioni il 28% e nel 2008, anno nel quale complessivamente il Pil è aumentato di circa un punto, oltre 2,5 milioni di persone hanno perso il lavoro. Quali saranno le nuove percentuali a metà 2010 quando, a dar retta a Merrill Lynch piuttosto che al Fondo monetario internazionale l’andamento del Pil dovrebbe invertire la tendenza?

La reazione di Barack Obama si fonda su un aumento della spesa, che si aggiunge al costo delle manovre dell’ultimo Bush. Stiamo parlando di 800 miliardi di dollari di stimolo all’economia oltre la cifra analoga che la Federal Reserve è già impegnata a spendere a sostegno delle banche. Il presidente eletto eredita un Paese che ha un debito totale (imprese, famiglie, settore finanziario ed esteri) di 51.849 miliardi di dollari a fronte di prodotto interno lordo di 14.412. Un debito pari al 359,7% della ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2009 la componente pubblica di questo debito è destinata a aumentare allo scopo, se non altro, di contenere quella privata consentendo a famiglie e imprese di sopravvivere. E già oggi, a seconda di come si effettua il conteggio, il debito pubblico americano avvicina o addirittura supera il prodotto interno lordo. Come segnalano Reinhart e Rogoff, del resto, nei tre anni successivi alle crisi bancarie passate il debito pubblico è aumentato dell’ 86%, perché non è con le pur necessarie manovre sui tassi, effettuate dalle banche centrali, che si superano queste crisi così gravi, ma con la spesa pubblica fatalmente finanziata con il debito pubblico. Se però si guarda all’esperienza degli Stati Uniti della Grande Depressione si dovrà andare oltre le rilevazioni dei due economisti. Perché quando, nel 1941, il prodotto interno lordo espresso in moneta corrente tornò finalmente ai livelli pre-crisi del 1929, il debito totale americano si era dimezzato. E tutti sanno che esistono solo quattro modi per tagliare drasticamente un debito: l’insolvenza, la bancarotta, l’inflazione e la cancellazione del debito mediante un Giubileo di biblicamemoria come ironicamente ricorda Niall Ferguson sul Financial Times o attraverso la conversione dei debiti in azioni, come suggeriva Guido Carli all’Italia degli anni Settanta.



di Massimo Mucchetti - 20/01/2009

Israele è riuscito a perdere di nuovo?

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Il quotidiano Haaretz ha riferito oggi che gli alti ufficiali della IDF “credono che Israele dovrebbe sforzarsi di raggiungere un immediato cessate il fuoco con Hamas e non estendere la propria offensiva contro i gruppi islamici palestinesi di Gaza”.

Ciò non dovrebbe essere per noi una grossa sorpresa. Per quanto Israele abbia dimostrato oltre ogni dubbio di essere capace di compiere un genocidio su larga scala, ha anche dimostrato che le sue forze militari non sono in grado di dare una risposta alla resistenza islamica. I capi militari israeliani hanno anche ammesso che “Israele ha già ottenuto diversi giorni fa tutto ciò che poteva ottenere a Gaza”. La IDF, a quanto sembra, ha esaurito il suo compito a Gaza. Ha trasformato i suoi quartieri in mucchi di macerie. Ha anche massacrato, senza sosta, la sua popolazione civile alla luce del sole per mezzo di attacchi aerei e dalle navi da guerra. Le immagini dei proiettili al fosforo bianco che cadono su scuole e ospedali fanno ora parte della nostra memoria collettiva. I carri armati che sparano contro scuole piene di rifugiati in fuga dal bombardamento delle loro case rappresentano adesso l’immagine associata al soldato israeliano; eppure, nonostante questo, Israele non è riuscito a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi. Devo ammettere che ci vuole un talento speciale per fare il generale israeliano. Per quanto bravi essi siano nel compiere crimini di guerra, in qualche modo riescono a fallire in ogni altra cosa.

All’inizio i politici israeliani avevano giurato di distruggere Hamas, ma poi avevano abbassato le aspettative, promettendo soltanto di distruggere la capacità di Hamas di lanciare razzi e rassicurando i loro eccitati elettori israeliani che questa volta lo Stato ebraico avrebbe combattuto fino alla fine. A quanto pare le loro promesse sono state ancora una volta tradite.

Hamas è ancora lì; il sostegno di cui gode nelle strade palestinesi è più forte che mai. E non solo nelle strade palestinesi. Il messaggio di sfida di Hamas si sta diffondendo in tutto il mondo musulmano e oltre. La scorsa settimana sono stato ad una manifestazione a Londra insieme ad altri 100.000 partecipanti. Il sostegno a favore di Hamas era dappertutto. Era su cartelli, bandiere, striscioni e altoparlanti. Non solo Hamas è ben lungi dall’essere sconfitta, ma la sua capacità di lanciare razzi appare immutata. Giorno dopo giorno i combattenti di Hamas riescono a ricordare agli israeliani di Ashdod, Ashkelon e Sderot che in questo momento stanno vivendo su terra palestinese trafugata. Date ad Hamas il tempo necessario e il suo messaggio balistico sarà portato in ogni angolo della Palestina rubata.

Israele è alla disperata ricerca di una exit strategy. Oggi ho saputo che il Ministro della Difesa Barak ha chiesto un cessate il fuoco di una settimana per ragioni umanitarie. Vi prego, non restate a bocca aperta, il noto sterminatore di massa non ha cambiato pelle tutto d’un tratto. Essendo un generale veterano, Barak capisce molto bene che i suoi soldati a terra hanno bisogno di una pausa e ne hanno bisogno adesso. Essendo radunati tutti insieme in poche zone devastate e senza riparo, sono adesso esposti ai cecchini e al fuoco dei mortai di Hamas. Negli ultimi giorni tra le forze israeliane si è registrato un numero crescente di perdite. Il tentativo di portare la battaglia nei quartieri di Gaza si è scontrato con una resistenza durissima. L’esercito israeliano si è impantanato ancora una volta.

Se questo non bastasse, tra pochi giorni Obama si insedierà alla Casa Bianca e gli israeliani non sono del tutto convinti che il nuovo presidente americano continuerà a sostenere ciecamente la loro strategia omicida. Il Ministro della Difesa Barak capisce che la sua finestra di opportunità potrebbe essere sul punto di chiudersi. Capisce che i soldati della IDF potrebbero doversi spingere dentro le periferie di Gaza senza raggiungere nessuno degli obiettivi militari della guerra. Barak ha bisogno di qualche giorno di cessate il fuoco per creare una nuova realtà sul terreno. Ovviamente preferisce nascondersi dietro il pretesto umanitario. E’ molto più semplice che ammettere che la IDF, ancora una volta, è stata colta impreparata. Gli aiutanti di Olmert, comunque, sono stati abbastanza stupidi da ammettere la menzogna. Pare che uno di loro stamattina abbia attaccato Barak dicendo che “Hamas osserva la scena e ascolta le voci, questi commenti sono un colpo in canna per Hamas e i suoi leader”.

Per come stanno le cose, i soldati della IDF sono ora allo sbando dentro Gaza. Non fraintendetemi, sono ancora in grado di spargere morte e compiere carneficine, ma non possono vincere questa guerra. Le Forze Aeree Israeliane hanno esaurito i bersagli “militari” una settimana fa e l’artiglieria si trova probabilmente di fronte alla stessa situazione. Dalle notizie che arrivano risulta evidente che non appena i soldati israeliani escono dai veicoli corazzati e dai carri armati Merkava si ritrovano alla mercè di Hamas. Ho letto oggi su Ynet che alcuni soldati della IDF hanno dichiarato: “Non riusciamo a vedere il nemico”, “veniamo colpiti senza sapere da chi e come”.

Per come stanno le cose, Hamas sta diventando un simbolo dell’ostinazione eroica. I suoi combattenti a terra lottano quasi a mani nude contro la più micidiale tecnologia americana. Allo stesso modo, la leadership politica di Hamas è riuscita a proporsi come chiave di ogni possibile soluzione dell’attuale conflitto. La speranza che Hamas sarebbe stato rovesciato o che ne sarebbe uscito screditato si è rivelata essere solo l’ennesimo sogno orgasmico degli ebrei. Hamas sta diventando ora un’entità politica largamente accettata dalla comunità internazionale. E’ visto come l’ingrediente primario di ogni possibile risoluzione. Israele, dall’altro lato, è ora visto per ciò che è realmente, uno Stato assassino e criminale dedito a crimini di genocidio della peggior specie.

Tuttavia c’è un’altra realtà che dobbiamo tenere in mente. La devastazione che Israele si sta lasciando dietro a Gaza è orribile. Ha raso al suolo interi quartieri, ha colpito col fosforo bianco zone densamente popolate. Come se non bastasse, le tonnellate di bombe bunker buster che Israele ha continuato a usare notte e giorno hanno danneggiato le fondamenta di ogni edificio di Gaza e viene da chiedersi se le case di Gaza rimaste in piedi saranno ancora sicure per viverci. I rappresentanti dell’Unione Europea hanno sollevato oggi la questione, chiedendosi chi pagherà per la ricostruzione delle città, dei campi e dei villaggi che sono andati distrutti.

In un mondo ispirato a principi etici ideali, Israele dovrebbe lasciare che gli abitanti di Gaza tornassero alla loro terra. Ma Israele e l’etica sono come rette parallele. In qualche modo non s’incontrano mai. Per quanto sia chiaro che i palestinesi torneranno alla loro terra, non sarà Israele a dare il benvenuto all’inevitabile ritorno dei palestinesi.
Qualcuno dovrà ricostruire Gaza e l’unico nome che viene in mente è quello di Hamas, partito democraticamente eletto. Un così grande progetto, se gestito da Hamas, sarà la giusta risposta alla guerra criminale di Israele e ai suoi obiettivi di sterminio.

di Gilad Atzmon -

Menti consumati dall’odio

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L’organizzazione ebraica «Breaking the silence» (Rompere il silenzio) ha diffuso un opuscolo di cento pagine che contiene interviste a decine di soldati di Tsahal impiegati ad Hebron, la città palestinese di Gaza dove però fra 80 mila palestinesi pretendono di abitare 700 coloni ebraici, che i soldati difendono.

L’agenzia ebraica Ynet.news ha ripreso quattro di queste interviste (1).

Le mani tagliate col filo di ferro

Soldato: «C’era uno matto davvero nella mia unità, gli piaceva torturare. Una volta ha provocato l’amputazione delle mani di un uomo».

Intervistatore: «Cosa è successo?».

Soldato: «Insomma, c’era quell’arabo... il soldato gli ruba una scatola di tabacco. L’arabo si mette a gridare: ‘Ladri, ladri, vi ho visto’. Si avvicina al soldato, e noi lo spingiamo per allontanarlo. Non sapevamo del furto. ‘Il soldato comincia a pestarlo, e tutti noi anche... finisce che l’arabo è stato pestato parecchio. ‘Poi il soldato ha preso un filo di ferro - era molto incazzato - ha afferrato l’arabo e ha cominciato a stringerlielo attorno...».

Intervistatore: «alle mani?».

Soldato: «Già.... gliel’ha stretto molto forte. Te lo giuro, abbiamo cercato di fermarlo. ‘No, non lo lascio andare. Ha alzato le mani contro di me, lo punisco’. E dài a girare, dài a stringere… dopo, quando abbiamo cercato di liberarlo, non ci siamo riusciti, gli aveva fatto proprio un canale nella mano. Era blu. E il tipo gridava: ‘Non sento più la mano’. Abbiamo anche tentato di scavare (tra la carne e il filo metallico) con un coltello, ma non siamo riusciti… Gli abbiamo detto di andare all’ospedale. Niente da fare, non riuscivamo a tagliare il filo. Gli hanno amputato la mano».

Ladri

Soldato: «Abbiamo fatto un bel po’ di ruberie….Una volta siamo entrati in una casa di Hebron, gente ricca. Abbiamo trovato in una scrivania una quantità di dollari. Pazzesco. Il capitano dice ai due secondi in grado dell’unità: bene, ci dividiamo questi soldi. Se li sono spartiti. Ne hanno lasciato un po’, e a me hanno detto: «Se parli, torniamo e ti sgozziamo».

Intervistatore: «Era consueto, il furto?».

Soldato: «Un po’ di saccheggio era normale... Backgammon (sic), sigarette, tutto... Quello che ci piaceva lo prendevamo. Altri ragazzi prendevano regali per le loro ragazze dalle botteghe».

Pestaggi

Soldato: «Eravamo di pattuglia, e vediamo un tipo in un taxi che sembrava nascondere qualcosa. Fermiamo la macchina... C’era appena stato un incidente, un soldato accoltellato o qualcosa del genere».
«Troviamo un coltello... Chiediamo al tizio: «Perchè il coltello?», e lui dice: «E’ per mia madre, per tagliare la verdura». Noi diciamo: «Cosa sei, un idiota? Scherzi? Stai mentendo?». Ci ha fatto proprio incazzare. Lo abbiamo afferrato e l’abbiamo colpito, non in faccia, nelle costole».

«Il resto della pattuglia vede il pestaggio, e ci salta dentro... Tutti a picchiarlo, a picchiarlo di brutto, sul serio. Con bastoni sulla testa. E uno poi comincia a strangolarlo, con le due mani. Aveva 17 o 18 anni e comincia a gridare “Mama, Baba”. Quello continua a strangolarlo, stava diventando blu e perdeva coscienza. Di colpo gli altri ragazzi si rendono conto di quel che succede e cominciano a tirare indietro il soldato. Ma lui non voleva lasciare la presa. Non lasciava, e urlava: «Ci volevi ammazzare, vuoi ammazzarci, volevi pugnalarmi eh? Figlio di puttana, pugnalarmi volevi».
«Era come matto, lo abbiamo tirato indietro per le gambe e la vita. Tutto il suo corpo era sollevato, e noi tiravamo... ma
(il soldato) s’era attaccato all’uomo come un pitbull. Finalmente l’abbiamo staccato».

Soffocamenti

Soldato: «Facevamo ogni genere di esperimento per vedere chi faceva la più bella spaccata a Abu Sneina. Li mettevamo faccia al muro, come per perquisirli, e ordinavamo loro di allargare le gambe. Allarga! Allarga! Allarga! Era la gara per vedere chi allargava di più. Oppure controllavamo chi tratteneva il respiro più a lungo».

Intervistatore: «Come lo controllavate?».

Soldato: «Soffocandoli. Uno di noi faceva finta di perquisirli, ma di colpo urlava qualcosa come se quelli avessero parlato e cominciava a soffocarli... a bloccargli le vie aeree, bisogna premere il pomo d’Adamo. Non è piacevole. Guardi l’orologio mentre lo fai, finoa che quello sviene. Chi ci mette più tempo a svenire, vince».

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L’organizzazione Breaking the Silence dice di aver pubblicato queste interviste per «suscitare un pubblico dibattito sul prezzo morale pagato dalla società israeliana nel suo complesso», per far vedere cosa diventano «giovani soldati obbligati a prendere il controllo di una popolazione civile». Ed è un continuo «degrado morale», e «la società israeliana ha il dovere di ascoltare i soldati e assumersi la responsabilità di ciò che viene fatto in suo nome».

Il testo integrale delle testimonianze può essere letto nel sito dell’organizzazione, www.shovrimshtika.org

Uno dei soldati dice: «Tutti noi sentivamo di fare qualcosa di sbagliato. Almeno, i miei amici sentivano di fare una cosa sbagliata». Ma nessuna resipiscenza tardiva minaccia i «coloni» giudaici di Hebron, che si sono messi lì a Gaza per rivendicare ad Israele le tombe dei Patriarchi, che sorgono lì e sono un luogo di preghiera anche per i musulmani.

Da questo insediamento veniva Baruch Goldstein, che nel ’94 irruppe nella Tombe ammazzando col suo mitragliatore 29 palestinesi e ferendone 150. Goldstein era americano e armato, come tutti i «coloni» di questo avamposto sacro, che è abitato da estremisti seguaci del rabbino Kahane e del partito razzista-religioso Kach. Infatti i coloni hanno sepolto Goldstein (che fu ucciso mentre compiva il massacro) nel loro cimitero che chiamano Kahane Memorial Park.

La lapide sulla tomba dice: «A san Baruch Goldstein, che ha dato la sua vita per il popolo ebraico, la Torà e la nazione di Israele». Parecchi rabbini confermarono che la strage compiuta da Goldsetin era una «mitzvah», un’opera meritevole di fronte a Dio.

Mantenuti dalla diaspora, questi coloni non hanno bisogno di lavorare. Passano il tempo ad angariare i palestinesi a cui hanno rubato i campi, a tirare pietre e ad aggredire gli scolari palestinesi che passano nelle vicinanze per andare a scuola, a sparare sui passanti e ad ubriacarsi. Ebrei ma americani, si sentono come coloni del Far West in territorio Sioux, ma con l’aggiunta «religiosa».

Sono costantemente armati di mitra e pistole, portano con orgoglio la kippà e lunghe barbe da «profeti». Caratteristici gli sguardi carichi d’odio con cui ti squadrano, se non sei ebreo, e gli insulti di cui ti coprono se sei giornalista o fotoreporter.
Le loro donne, in parrucca o foulard ebraico, insultano le donne palestinesi, e quando possono le picchiano. Sotto la protezione costante del glorioso Tsahal.

L’ultima impresa di questi pii ebrei riguarda Hammad Nidar Khadatbh, un ragazzo palestinese di 15 anni, che il 15 aprile era uscito di casa per raccogliere cetrioli, purtroppo nelle vicinanze dell’insediamento illegale (ma protetto) di Al-Hamra. La sera non era tornato, e la famiglia è uscita a cercarlo per ogni dove. Nulla. Il mattino dopo, il padre e i fratelli di Hammad ripartono alla sua ricerca, e lo trovano in una zona dove l’avevano già cercato la sera prima. Evidentemente era stato buttato lì nella notte.

Il corpo del ragazzo era nudo, gonfio, e torturato. La faccia gli era stata spaccata con pietre, il collo rotto, un dito gli era stato troncato. Sul torso aveva numerosi buchi, apparentemente praticati con un oggetto aguzzo e tondo, come una penna. Il corpo è stato portato ad un perito, per l'autopsia, nel settore israeliano di Gerusalemme. I parenti sono convinti che anche quello scempio sul loro figlio sia una delle opere sante dei coloni religiosi.

«Dio della pace,
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio».
Dalla preghiera del Santo Padre a Ground Zero.

Maurizio Blondet

I carnefici di regimi spiegano...



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Angelo Panebianco sul Corriere di domenica: «Fra le molte asimmetrie del conflitto c’è anche quella rappresentata dal diverso valore attribuito dai contendenti alla vita umana. Per gli uomini di Hamas, come per Hezbollah in Libano, la vita (anche quella degli appartenenti al proprio popolo) vale talmente poco che essi non hanno alcun problema a usare i civili, compresi i bambini e le donne, come scudi umani. Per gli israeliani, le cose stanno differentemente. Cercano di limitare il più possibile le ingiurie alla popolazione civile...».

Quando menzogne così disonorevoli, sputi sulle vittime, vengono scritte sui giornali autorevoli da autorevoli commentatori, chi ha un po’ di esperienza storica sa che qualcosa è successo.

Gli vengono a mente i precedenti: per mezzo secolo, finchè il comunismo sovietico ebbe il favore della intellettualità ebraica, questo tipo di menzogne di sapore inequivocabile – aperte violazioni della verità evidente – erano pane quotidiano sui giornali non solo comunisti, ma progressisti e delle borghesie illuminate d’Europa.

Nel 1932-33, mentre Lazar Moiseyevich Kaganovich, numero 2 del Partito, procedeva alla requisione forzata dei grani in Ucraina, con fucilazioni dei contadini e provocando la morte per fame di 7 milioni di esseri umani, non era raro trovare articoli dove si gettava la colpa sui «kulaki», come «sabotatori» che «sottraevano il grano all’ammasso». Fior di scrittori tornavano dall’URSS magnificando, in articoli estasiati, la felicità e l’abbondanza che il sistema sovietico aveva regalato ai russi.

L’assoluta maggioranza degli intellettuali, non solo comunisti, insorgeva se qualche (rara) voce si alzava a rivelare che in URSS vigeva il Terrore poliziesco e milioni di esseri umani innocenti stavano scomparendo nel vasto arcipelago Gulag, gestito dal capo supremo della repressione, Genrich Yagoda, e da 500 mila ebrei comunisti che avevano trovato un ben pagato lavoro nella Ghepeù, poi NKVD, poi KGB: erano tutte «calunnie» contro lo «Stato dei lavoratori» che aveva «liberato il proletariato»; per adesso in un solo Paese, ma gli intellettuali aperti e progressisti auspicavano che il paradiso sovietico arrivasse al più presto a liberare anche noi.

Solo dopo la denuncia ufficiale di Kruscev lo stesso Corriere osò ammettere i «crimini di Stalin». I crimini di Lazar Moiseyevich Kaganovich non sono mai stati evocati, anche se è stato pari grado di Stalin, l’autore non solo dell’holodmor, del genocidio ucraino, ma della eradicazione del cristianesimo in Russia.

Solo il 26 settembre 1995 il New York Times ha rievocato il commissario Kaganovich mentre, in piedi fra le macerie della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, la principale delle chiese che fece distruggere, esclamava ebbro di stupro: «Abbiamo umiliato la Madre Russia; le abbiamo strappato la gonna».

Kaganovich, figlio di ciabattino ebreo, è morto nel 1991 nel suo letto, mai molestato, con la ricca pensione dell’alto funzionario sovietico.

Solo nel 2003 Simon Sebag Montefiore ha rievocato il sadidsmo massacratore di Yagoda, il capo supremo dei Gulag; e di come, dopo aver fatto trucidare Zinov’ev e Kamenev, avesse fatto recuperare i proiettili dal loro cranio per conservarli, puliti e incastonati su piedistalli, insieme alla sua ricca collezione di 3900 foto e 11 film pornografici, 165 pipe e portasigarette ornate di immagini oscene, falli di gomma e montagne di biancheria intima femminile.

Ma nel 1935, quando Yagoda era all’apice del potere, lo scrittore ebreo francese Romain Rolland , premio Nobel, scrisse un inno in lode ed esaltazione del mostro.

Ecco, qualcosa del genere succede adesso. Con Angelo Panebianco e suoi compari nei panni dei Rolland, degli Aragon e dei Sartre, o dei Moravia & C. La sola differenza è che chi diceva la verità allora, era bollato come reazionario e fascista, ridotto allo stato di non-persona; oggi, come anti-semita e criminalizzato. Ma il clima è lo stesso, lo stesso il «sapore» della difesa dello stesso potere, con la stessa impronta.

Solo così si spiega che un Panebianco possa scrivere frasi come: «Richard Falk, il relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, rappresentante dell’Human Right Council alle Nazioni Unite, sta usando la sua carica e la sponsorizzazione dell’ONU per fare propaganda pro-Hamas e anti-israeliana». (ebreo americano, docente di diritto internazionale a Princeton, Falk è stato respinto alla frontiera da Israele perchè non fosse testimone della verità).

Questo tipo di frasi, per uno della mia età, suona molto «sovietico» . Vuol dire che simili frasi sono state, diciamo, autorizzate.

Quindi solo a futura memoria, non certo per convincere Panebianco (che è ben pagato per fare quello che fa) traduco qui alcune citazioni di capo sionisti famosi, che ci dicono quanto valore essi diano alla vita umana, non solo dei goym, ma anche dei loro ebrei.

David Ben Gurion, durante la guerra: «Se io sapessi che è possibile salvare tutti i figli (ebrei) di Germania trasferendoli in Inghilterra, e solo metà di loro trasferendoli nella terra di Israele, sceglierei la seconda possibilità; perchè di fronte a noi non abbiamo solo il numero di questi figli, ma il progetto storico del popolo di Israele» (Shabtai Teveth, «Ben Gurion», 1988,).

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba» (David Ben-Gurion, maggio 1948, to the General Staff. Da «Ben-Gurion, A Biography», di y Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978).

«Dobbiamo espellere arabi e prendere i loro posti» –(David Ben Gurion, 1937, «Ben Gurion and the Palestine Arabs» Shabtai Teveth, Oxford University Press, 1985).

«Non esiste qualcosa come un popolo palestinese. Non è che siamo venuti, li abbiamo buttati fuori e abbiamo preso il loro paese. Essi non esistevano» (Golda Meir,dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969).

«Come possiamo restituire I territor occupati? Non c’è nessuno a cui restituirli» ( Golda Meir, marzo, 1969).

«...Uscimmo fuori, e Ben Gurion ci accompagnò sulla porta. Allon ripetè la sua domanda: cosa si deve fare con la popolazione palestinese? Ben Gurion scosse la mano con un gesto che diceva: cacciarli fuori». (Yitzhak Rabin,è un passo censurato delle memorie di Rabin, rivelato dal New York Times, 23 ottobrer 1979)

«Saranno create, nel corso dei 10 o 20 anni prossimi, condizioni tali da attrarre la naturale e volontaria emigrazione dei rifugiati da Gaza e dalla Cisgiordania verso la Giordania. Per ottenere questo dobbiamo accordarci con re Hussein e non con Yasser Arafat». (Yitzhak Rabin, citato dn David Shipler sul New York Times, 04/04/1983)

«I palestinesi sono bestie con due zampe» (Menachem Begin,primo ministro di Israele 1977-83, davanti alla Knesset, citato da Amnon Kapeliouk, "Begin and the Beasts", New Statesman, June 25, 1982.)

«La partizione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta... Gerusalenne fu e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel sarà restaurato per il popolo d’Israele; tutto e per sempre» (Menachem Begin, il giorno dopo il voto all’Onu per la partizione della Palestina).

«I palestinesi saranno schiacciati come cavallette... le teste spaccate contro le rocce e i muri» ( Yitzhak Shamir, primo ministro in carica, in un discorso ai «coloni» ebraici, New York Times 1 aprile, 1988).

«Israele doveva sfruttare la repressione delle dimostrazioni in Cina (nei giorni di Tienanmen, ndr.) quando l’attenzione del mondo era concentrata su quel paese, per procedere alle espulsioni di massa degli arabi dei territori (occupati)» (Benyamin Netanyahu, all’epoca vice-ministro degli esteri, già primo ministro, davanti agli studenti della t Bar Ilan University; citazione tratta dal giornale isrealiano Hotam, 24 novembre 1989).

«I palestinesi sono come coccodrilli, più carne gli dai e più ne vogliono» (Ehud Barak, primo ministro all’epoca, 28 agosto 2000. Riportato dal Jerusalem Post 30 agosto 2000).

«Se pensassimo che anzichè 200 morti palestinesi, 2 mila morti ponessero fine alla guerriglia in un colpo solo, useremmo molto più forza…» (Ehud Barak, primo ministro, citato dalla Associated Press, 16 novembre 2000).

«Mi sarei arruolato in una organizzazione terroristica»: (risposta di - Ehud Barak a Gideon Levy, il noto giornalista di Ha'aretz che gli aveva domandato cosa avrebbe fatto se fosse nato palestinese)

«C’è un abisso tra noi (ebrei) e i nostri nemici: non solo in capacità ma in moralità, cultura, decenza di vita e coscienza. Sono i nostri vicini, ma è come se non appartenessero al nostro continente, al nostro mondo, ma a una diversa galassia» (Moshe Katsav, presidente di Israele, al Jerusalem Post, 10 maggio 2001. Katsav ha poi dovuto dimettersi per molestie sessuali alle sue segretarie).

«Noi dichiariamo apertamente che gli arabi non hanno alcun diritto di abitare anche in un centimetro di Eretz Israel... Capiscono solo la forza. Noi useremo la forza senza limiti finchè i palestinesi non vengano strisciando a noi» (Rafael Eitan, capo dello stato maggiore di Tsahal, citato da Gad Becker in «Yedioth Ahronot», 13 aprile 1983).

«E’ dovere dei leader israeliani spiegare all’opinione pubblica, con chiarezza e coraggio, alcuni fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo è: non c’è sionismo, colonizzazione o stato ebraico senza l’espulsione degli arabi e la confisca delle loro terre» (Ariel Sharon, allora ministro degli esteri, ad un discorso tenuto davanti ai militanti del partito di estrema destra Tsomet – Agence France Presse, 15 novembre 1998).

«Ciascuno deve darsi una mossa, correre e arraffare quante più alture possibile per espandere gli insediamenti (ebraici), perchè tutto ciò che prendiamo adesso rimarrà nostro... Tutto ciò che non arraffiamo andrà a loro» (Ariel Sharon, stesso discorso di cui sopra).

«Israele ha il diritto di processare altri, ma nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato di Israele» (Sharon, primo ministro, 25 marzo 2001, BBC Online).

Queste citazioni sono sufficienti a capire qual è lo scopo delle incursioni in corso, e qual è lo scopo di Israele in generale: la pulizia etnica e l’espulsione forzata, a forza di massacri, dei palestinesi dalla «terra santa».

Negli anni ’30, si sarebbero potute estrarre identiche affermazioni (a favore del «socialismo mondiale») dai discorsi di Kaganovic, di Yagoda, di Trotsky-Bronstein; ciò non avrebbe indotto i Panebianco dell’epoca a un ripensamento.

A quell’epoca, gli ebrei erano per il socialismo, e dunque la menzogna più plateale era autorizzata; oggi che sono per il sionismo armato, è autorizzata la menzogna sionista.

Quando Panebianco esalta il superiore «valore della vita» umana che gli ebrei nutrirebbero rispetto ad Hamas, non fa che riecheggiare i discorsi della propaganda ebraica.

Per esempio la replica del rabbino Levi Brackman a Sarah Roy, una docente di Harvard che sul Christian Science Monitor si è chiesta angosciata di fronte ai bombardamenti spietati: «Abbiamo ancora la tradizione etica ebraica? La promessa di santità, così centrale alla nostra esistenza, è oggi oltre la nostra capacità di perseguirla?».

Risponde rabbi Brackman (1): «Sarah Roy scrive che essere ebrei significa ‘testimoniare, sollevarsi davanti all’ingiustizia e rifiutare di tacere. Significa compassione, tolleranza, e soccorso. In assenza di questi imperativi, cessiamo di essere ebrei’. Ma una più profonda lettura dell’ebraismo mostra che sì, gli ebrei sono un popolo definito dalla loro capacità di compassione e tolleranza; ma ci sono momenti in cui ci è vietato di agire secondo questi sentimenti perchè tali azioni sarebbero distruttive. E’ importante sentire compassione per i residenti di Gaza, ma questo sentimento di preoccupazione e simpatia non deve esere confuso con la chiarezza etica e morale. Al contrario, decidere di non montare una difesa contro terroristi omicidi per compassione, non è solo immorale, è anti-ebraico, idiota e profondamente irresponsabile».

Bel discorso, no? Ma anche rabbi Beckman non è l’autore di questo civile ragionamento. Ecco l’originale:

«…Dobbiamo essere onesti, decenti, leali e membri camerateschi verso la nostra stirpe e nessun altro.... Non dobbiamo mai essere duri e spietati quando non è necessario, questo è chiaro. Noi tedeschi, che siamo il solo popolo del mondo che ha un atteggiamento morale verso gli animali, dobbiamo avere un atteggiamento morale anche verso questi animali umani. Ma è un delitto contro il nostro sangue preoccuparsi di loro, se questo causa problemi ai nostri figli e nipoti. Quando qualcuno viene da me e mi dice, “Non posso scavare la trincea anticarro usando donne e bambini, è inumano, li espone alla morte’, io rispondo: ‘Tu sei un assassino del tuo stesso sangue, perchè se la trincea anticarro non è scavata, moriranno soldati tedeschi, e sono figli di madri tedesche, sono il nostro sangue”».

Chi parla? Heinrich Himmler, nel celebre discorso di Posen (Poznan) agli alti ufficiali SS (SS-Gruppenfueher) pronunciato il 4 ottobre 1943 (2).

Si è detto che tutti coloro che in Germania non si opposero al Reich, e magari ne celebrarono le lodi, erano «volonterosi carnefici di Hitler».

Oggi, sul Corriere vantano la superiore moralità ebraica altrettanti volontari carnefici; poichè solo la deplorazione e l’indignazione pubblica, sui media, potrebbe frenare il massacro degli inermi, il pubblico applauso corale dei media occidentali, al contrario, incoreaggia nuove e peggiori imprese SS (soldati sionisti).

E poichè la lode corale va all’attuale ministro della difesa Ehud Barak, converrà ricordare che «Barak» non è il suo vero nome, è un nome di battaglia: significa «Fulmine». In tedesco, Blitz.

Maurizio Blondet

La dittatura della statistica e la cybernetica

La cybernetica, la statistica e il potere sono dei sistemi strettamente connessi, il cui connubio ha dato vita in questo secolo ai crimini più terribili compiuti dall’umanità. Lo stesso piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici, fu realizzato grazie alla perfetta alleanza tra il Terzo Reicht e la società di elettronica IBM, che ha offerto una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. Quanto solo sperimentato dal regime nazista di Hitler, viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dalla Russia, che utilizzando la guerra al terrorismo, hanno introdotto la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse.



La rete è divenuta ormai un grande contenitore di informazioni e dati, in cui è possibile trovare tutto niente. Sembra ormai un grande accumulo di merce e rifiuti indifferenziato, dove accanto ai blog dei rivoluzionari part-time, vi sono media, partiti, centri di raccolta di petizioni e firme, catene di Sant’Antonio, comunicati inutili come inutili sono le organizzazioni che le emettono nel tentativo di sensibilizzare le masse. Oramai la disinformazione è di casa, un oceano difficile da contrastare su ogni fronte, nonostante l'impegno di molti ad evidenziare le grande anomalie del sistema. I forum e i gruppi di discussione sono i centri di traffico telematico più affollati, ed è lì che si scatenano "i rossi e i neri", personaggi inutili e frustrati, gli utenti sintetici e i fomentatori. L’Italia, in particolare, conosce tanti rivoluzionari, dagli sconosciuti ai più noti del grande schermo, che hanno organizzato comizi e grandi spettacoli di piazza, hanno raccolto firme telematiche da consegnare al Primo Ministro, per poi rendersi conto che non rimane altro che la Svizzera come "rifugio dalla censura", o dal Fisco. Tutto serve a riempire le pagine della rete, dagli appelli di pace e alle minacce terroristiche emanati dalla propria casa comodamente seduti, dai video di propaganda della rabbia alle riviste di hobbisti: tutto nasce e muore all’interno di questa grande scatola che è il web. Giorno dopo giorno tutti noi contribuiamo a tale grande progetto per creare la massa sintetica, i setteraristi, gli utili idioti che servono a fare movimenti di popolo quando è necessario. Mentre Google o You Tube si arricchiscono, la frustrazione e la rabbia gonfia ancora di più questo popolo della rete, i rivoluzionari del web. Saranno proprio loro a pagare il più alto prezzo della digitalizzazione della informazione, perché saranno i primi ad essere eliminati dalla censura diretta.

Come abbiamo avuto modo di spiegare, la nuova guerra è quella cybernetica, la quale provoca già vittime e vincitori. Il Mossad ora combatte con i propri nemici virtualmente, denunciando l’attacco dei siti israeliani da parte di hackers iraniani; allo stesso modo serbi ed albanesi si scambiano accuse violando i siti delle rispettive istituzioni, distruggendo archivi e web-site di partiti. Tutto questo giro di vite e di personaggi è direttamente strumentale alla produzione di statistiche e di analisi, fonte di potere e di ricchezza per quelle entità che monitorano i server e il traffico della rete. La realtà in cui viviamo è un continuo altalenarsi di dati statistici che mostrano come le società stanno evolvendo o arretrando sulla scala della disumanizzazione e del controllo. Un ragazzo morto mette sotto-sopra uno Stato come la Grecia; a Gaza muoiono 1000 persone sotto i colpi dei raid israeliani: 1 vittima o 1000 morti sono pur sempre una statistica, che è alla base delle nostre leggi e della stessa giustizia.

La cybernetica, la statistica e il potere sono dei sistemi strettamente connessi, il cui connubio hanno dato vita in questo secolo ai crimini più terribili compiuti dall’umanità. Lo stesso piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici, fu realizzato grazie alla perfetta alleanza tra il Terzo Reicht e la società di elettronica IBM, che ha offerto una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. La IBM ha infatti contribuito con le sue tecnologie all'individuazione e la catalogazione della popolazione ebrea in Europa, negli anni compresi tra il 1933 e il 1940. Naturalmente in quegli anni non esistevano gli elaboratori (gli attuali computer) ma esisteva la tecnologia "punch card" dell' Hollerith svstems della IBM (nella foto, manifesto della Hollerith) , che non era nient’altro che un sistema cibernetico che attribuiva un numero di serie ad ogni individuo mediante dei codici: le macchine IBM, affittate a costi elevatissimi, hanno creato miliardi di matrici (schede perforate). Grazie ad esse, Hitler è riuscito ad "automatizzare" la ricerca del popolo ebreo, analizzando registri anagrafici, censimenti e banche di dati di tutti i Paesi europei, con una velocità e precisione a dir poco impressionante, che gli storici non sono mai riusciti a spiegare. La tecnologia IBM ha consentito anche l’organizzazione del trasporto ferroviario e dei campi di concentramento all’estero, mentre forniva assistenza, manutenzione e personale in maniera esclusiva. Inoltre la IBM con sede a Berlino ha conservato i duplicati di molti libri di codici, come qualsiasi IBM service bureau, che oggi conserva i dati di backup di server e computer ( Fonte: IBM and The Holocaust di Edwin Black).
La tecnologia IBM e le matrici di identificazione


Quanto solo sperimentato dal regime nazista di Hitler, viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti e dall’Unione Europea, che utilizzando la guerra al terrorismo, hanno introdotto la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse. Quel numero tatuato sul braccio degli ebrei, che ancora oggi viene nascosto come vergogna o paura per i crimini subiti, ci è stato già attribuito dalla biometria, che si ripropone come progetto per la mappatura della popolazione mondiale. Tutto questo è stato realizzato grazie ad Al Qaeda, in nome e per conto della democrazia. Delle entità che non conosciamo si sono appropriate dei dati statistici dei Paesi, violando la sovranità dei popoli e degli speculatori che li utilizzano per propri interessi.
Ogni nostra scelta viene in qualche modo anticipata dall’analisi su grandi numeri della massa di dati che hanno a disposizione. È come giocare una partita di scacchi dove i giocatori conoscono in anticipo le mosse e non è possibile cambiare le regole, pena l’eliminazione dalla gara. Allora, signori della democrazia che viene dal Web, cosa significa per Obama il Ministero della Cibernetica? È la nuova guerra della rete, una guerra invisibile. Tuttavia le masse non capiranno mai cosa stia accadendo attorno a loro, perché sono surrogate dal terrore, indotte a pensare delle cose contro la loro stessa volontà, credendo di vivere in una democrazia, di avere dei diritti. In realtà è solo un concetto astratto. Gli stessi politici che ottengono dai cittadini un mandato a governare sono condizionati da un ricatto eterno. Questo è il nostro fallimento, sul quale si ripropongono come dei rivoluzionari i nuovi leader della cibernetica, che non sono altro che copie contraffatte di un sistema che non esiste più. L'Umanità deve fermarsi e riflettere sui propri errori, rispolverare le carte che uomini di scienza hanno regalato al mondo, e che gli uomini stessi hanno nascosto: gli eserciti dovranno capire che combattono guerre sbagliate contro un nemico sbagliato.

by etleboro