02 agosto 2008

Lodo Alfano: la monarchia incostituzionale


Dopo la cancellazione dell’art. 11 a favore degli USA, la mortificazione della laicità nazionale alle esigenze della casta papale e la “sovranità del cittadino” ridotta ad una barzelletta, ecco la pedata parlamentare alla pur nominale “uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. E non solo perché, grazie al lodo Alfano, le più alte cariche dello Stato possono governare e legiferare quali che siano gli eventuali crimini di cui siano responsabili e dei quali risponderebbero a fine mandato salvo imboscamento estero prima dello scadere dell’immunità – impunità.


Da sempre penso che nessuno Stato di diritto possa legalizzare ciò che è naturalmente illegittimo: ciò è avvenuto –e non solo con il suddetto “lodo senza lode” a dispetto dell’etimologia – a comprova che lo Stato di diritto non esiste. Ciò avviene in un Paese dove, in nome della legalità, si combatte la criminalità prodotta dal sistema e dove pertanto è difficile distinguere in termini scientifici ciò che è veramente lecito da ciò che non lo è.


L’unica cosa certa è che l’Italia non rinuncia alla nomea di “patria del diritto” e che si dice, nonostante tutto, uno Stato di diritto ovvero che il gioco delle parole rimane l’unica certezza demagogico-liturgica di una caricatura giuridica indefinibile.


Non occorre drammatizzare o soltanto colorire: basta leggere la realtà quale è effettivamente per avere motivi sufficienti di strapparsi i capelli per disperazione politica. Anche se ciò non serve a nulla. Si è sollevato un polverone di scandalo per le parole di Bossi irriverenti per l’inno nazionale e per la bandiera, ma si tratta di quisquilie – per dirla come avrebbe fatto Toto – se ci si inchina davanti al Custode della Costituzione che ne promulga la fine con la disinvoltura di un burocrate che pronuncia la pena di morte di un innocente.


Del resto, niente di meglio ci si poteva aspettare da un uomo che da molto tempo ormai ha tradito sé stesso abbandonandosi alla recita di buone parole alla stregua di un cappellano che benedice le armi o di un papa, che pronuncia un’omelia pasquale o che, salito in “cathedra”, pronuncia la propria infallibilità. Sono le stesse buone parole pronunciate davanti all’Altare della Patria o rivolte alle Forze Armate o dell’Ordine.


Sono le stesse esortazioni di un Napoletano per i buoni rapporti fra Maggioranza ed Opposizione, avendo Costui accettato per naturale tutto il borghesume di sempre, vissuto di parassitismo ma con un pensierino “caritatevole” (leggi: ipocrita) alla povertà e che, a Mosca, ha raccomandato al patriarca ortodosso di stabilire rapporti di fraterna intesa con il papa cattolico! Più efficiente di così! Che cosa ci si poteva aspettare da un Presidente così buono?


Fuori metafora… Stato di diritto non è semplicemente quello basato su leggi scritte, come si è voluto far credere – ai tonti e ai disinformati - subito dopo la cessazione della monarchia assoluta perché, se così fosse, tutte le leggi sarebbero buone e sarebbe valida la ricetta di “legalità uguale a giustizia e a non criminalità”, come ci vogliono far credere i donchisciotti dell’Antimafia. La scienza sociale, così tanto trascurata, non è poi equiparabile alla formula del “due più due fanno quattro”. Lo Stato di diritto vero non è ancora esistito, almeno in Italia, perché esso è solo quello in cui leggi sono le effettive norme di attuazione dei diritti naturali, per esempio del diritto alla vita sin dal momento in cui si nasce. In Italia, infanti e adulti possono morire di fame!


L‘immunità parlamentare è appartenuta ad uno Stato, il cui Parlamento aveva recepito privilegi già appartenuti al monaca assoluto. Si trattava quindi di uno Stato, immediata filiazione dell’autocrazia e base per una democrazia ancora di là da venire. Il lodo Alfano, panegirico medioevale di un vassallo destinato ad un principe, ci riporta indietro di decenni per realizzare una “dittatura democratica” sui generis, in cui, appunto, la prima funzione della legge è quella di tutelare il capo. Il quale, infatti, ha apertamente ringraziato i suoi collaboratori di averlo liberato dalle persecuzioni (sic!) e di fatto un Presidente, che non ha fatto onore alla propria funzione.


Ancora una sola battuta: lo stesso lodo prevede tolleranza zero per chi “guida” un mezzo di locomozione sotto l’ebbrezza dell’alcol o della droga (il che è una cosa buona), mentre prevede tolleranza totale per chi “guida” lo Stato sotto l’ebbrezza dell’impunità e del potere (il che è quanto abbiamo detto)! Se la matematica non è un’opinione!


Come gli Stati Uniti finanziano organi di stampa in tutto il mondo



Le campagne interne di propaganda, come "il fiasco dei guru del Pentagono", risultano esposte al pubblico scherno. I grandi mezzi di comunicazione hanno fatto largo uso di alti ufficiali per scrivere "analisi" sul conflitto in Iraq. Poi però si è scoperto che avevano legami con i "contrattisti" del Pentagono medesimo con l'interesse nella prosecuzione della guerra.

Sotto il radar fermenta anche un altro scandalo giornalistico: il governo USA finanzia i mezzi di comunicazione e i giornalisti stranieri. Settori governativi come il dipartimento di stato, quello della difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo Internazionale (US Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore di radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto per la Pace degli Stati Uniti (US Institute for Peace, USIP) finanziano lo "sviluppo del giornalismo" in almeno 70 paesi.

La rivista In These Times ha scoperto che questi programmi mantengono sotto di loro centinaia di organizzazioni non governative straniere (ONG), giornalisti, politici, associazioni giornalistiche e facoltà accademiche di giornalismo. La dimensione dei finanziamenti può estendersi da alcune migliaia a milioni di dollari.

"Il tema che stiamo insegnando è la meccanica del giornalismo, scritto, televisivo o radiofonico", spiega Paul Koscak, portavoce dell'USAID. "Come creare una storia, come scrivere in modo bilanciato. . . , tutto quel genere di cose che ci si aspetterebbe da un vero professionista della stampa".

Alcune persone, specialmente fuori dagli USA, hanno un punto di vista differente.

"Pensiamo che la vera intenzione occulta di questi programmi di sviluppo dei mezzi di comunicazione siano gli obiettivi della politica estera (Statunitense)", argomenta un alto funzionario venezuelano che preferisce rimanere anonimo. "Quando l'obiettivo è cambiare un regime, questi programmi si sono rivelati strumenti per destabilizzare i Governi che gli Stati Uniti non appoggiano".

Isabel McDonald, direttrice delle comunicazioni della Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) (Imparzialità e Trasparenza nell'Informazione), un osservatorio senza fini di lucro dei mezzi stampa con sede a New York, alza anche lei critiche. "Questo è un sistema, che a dispetto della sua facciata di adesione alle norme di obiettività, spesso attenta contro la vera democrazia" -dice- "appoggiando il dissenso soffocante e senza discriminare sulle informazioni false che risultano utili alle strategie di politica estera degli Stati Uniti".

Mostrami il bollettino. . .

Risulta difficile misurare le dimensioni e l'estensione dei risultati dello sviluppo di questi "mezzi indipendenti" perchè esistono programmi simili mascherati dietro vari obiettivi. Alcune agenzie considerano che lo "sviluppo dei mezzi di informazione" appartiene al proprio campo d'azione, mentre altri li classificano come "diplomazia pubblica" oppure "operazioni psicologiche". Di modo che risulta difficile stimare la quantità di denaro destinata a tali programmi.

Nel dicembre 2007, il Centro internazionale per l'aiuto ai mezzi di comunicazione (Center for International Media Assistance , CIMA), una divisione del Dipartimento di Stato finanziata dal NED, riporta che l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari in attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato ha speso una stima di 15 milioni per questi programmi, il budget del NED per tali programmi è di ulteriori 11 milioni di dollari e il piccolo Istituto per la Pace degli USA (USIP), con sede a Washington, può aver contribuito con ulteriori 1. 4 milioni, secondo l'inchiesta, che non prende in considerazione anche i finanziamenti del Dipartimento della Difesa né quelli della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è il maggiore "azionista" dei fondi per lo sviluppo dei mezzi informativi in tutto il mondo, avendo destinato almeno 82 milioni di dollari nel 2006, senza includere il denaro del Pentagono e della CIA o delle ambasciate nei paesi recettori. Per complicare il quadro, molte ONG straniere e giornalisti ricevono ulteriori fondi da altre fonti governative statunitensi. Alcuni ricevono soldi da vari subcontrattisti USA e "organizzazioni internazionali indipendenti senza fini di lucro", mentre altri direttamente dall'ambasciata nordamericana del proprio paese.

Tre giornalisti stranieri che hanno ricevuto tali fondi per lo sviluppo dei media da parte degli Stati Uniti rivelano a In These Times che questi "regali" non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale e negano di praticare l'auto-censura. Nessuno però ammetterebbe ciò in tale inchiesta.

Gustavo Guzman, ex giornalista e ora ambasciatore per la Bolivia negli USA, ha detto: "Un giornalista che si rispetti non accetterebbe mai codesti ossequi, senza essere considerato poco meno di un mercenario".

Una storia contorta

Il finanziamento del governo statunitense ai mezzi di comunicazione ha una lunga storia. Alla metà degli anni 70, due inchieste del Congresso poi sfociate nel Watergate, la commissione Church e Pike, del senatore George Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-NY), svelarono le attività segrete degli USA in altri paesi. I due comitati confermarono che, oltre ai giornalisti sovvenzionati dalla CIA, stranieri e statunitensi, il governo di Washington finanziava anche la stampa, radio e televisione dei paesi stranieri, attitudine alla quale partecipavano anche i sovietici.

Ad esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista dell'epoca tra il 1953 e il 1990, e' stata smascherata come chiara operazione "covert" [sotto copertura, ndt] della CIA. Egualmente ai giorni nostri, organizzazioni dal nome benevolo, tipo il Congresso per la Libertà di Cultura, sono in realtà altre facciate della CIA.

Le investigazioni del Congresso hanno stabilito che i finanzamenti clandestini del governo USA ai mezzi di comunicazione stranieri svolgono sovente un ruolo rilevante nella politica estera, ma in nessun luogo come nel Cile al principio degli anni 70.

"Le principali operazioni di propaganda della CIA, nel giornale di opposizione El Mercurio, probabilmente contribuirono il piu' direttamente possibile al golpe sanguinoso contro il governo di Salvador Allende e alla democrazia in Cile", secondo quanto riferisce Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, istituto di investigazione non governativo indipendente.

In These Times ha chiesto alla "Agenzia" se finanzia ancora i giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano risponde: "La CIA, normalmente, non nega né conferma questa classe di affermazioni".

Nemici del Dipartimento di Stato?

Il 19 Agosto del 2002, l'ambasciata americana a Caracas, Venezuela, inviò il seguente messaggio a Washington:

"Speriamo che la partecipazione del Sr. Lacayo come Grant IV sia riflessa direttamente nel suo rapporto con gli affari politici e internazionali, poichè così facendo migliora la sua carriera, migliorare i nostri legami con lui significherebbe guadagnare un amico potenzialmente importante per quanto riguarda la situazione editoriale". [nde: Il nome del Sr. Lacayo è fittizio per proteggere la vera identità].

Il Dipartimento di Stato ha scelto un giornalista venezuelano per visitare gli USA sotto un progetto conosciuto come Grant IV, un programma culturale di scambio iniziato nel 1961. L'anno scorso, il medesimo dipartimento ha invitato (e fatto arrivare) 467 giornalisti negli Stati Uniti, con un costo approssimativo vicino ai 10 milioni di dollari, secondo un funzionario dello Stato che preferisce rimanere nell'anonimato.

MacDonald, di FAIR, ha detto che "le visite servono per costruire lacci fra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni a condizione che. . . . siano estremamente acritici con la politica estera statunitense e degli interessi 'corporativi' che serve".

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media tramite i suoi vari uffici, incluso il Bureau of Educational and Cultural Affairs (BECA), il Bureau of Intelligence and Research (INR) e il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor (DRL), così come direttamente dalle sue succursali e ambasciate in tutto il mondo. Sovvenziona anche giornalisti stranieri mediante un'altra sezione chiamata Office of Public Diplomacy and Public Affaire (OPDPA). La cosa più importante è che generalmente il dipartimento di stato decide che altre agenzie, tipo la USAID e la NED, devono investire fondi nello sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non risponde alle richieste di informazione da parte di In These Times su questo tipo di fondi, però lo studio del CIMA 2007 dimostra, per esempio, che solamente DRL ha ricevuto nel 2006 quasi 12 milioni di dollari per lo sviluppo del giornalismo).

Il caso della Bolivia rivela come gli Stati Uniti hanno finanziato, e finanziano tuttora, lo sviluppo dei mezzi informativi di un paese. Secondo il sito web del DRL (Bureau of Democracy, Human Rigths and Labor), il suddetto ufficio ha patrocinato nel 2006 in Bolivia 15 stage sulla libertà di stampa ed espressione. "I giornalisti del paese e gli studenti di giornalismo hanno discusso di etica professionale, le buone pratiche di diffusione delle notizie e il ruolo dei media in una democrazia", afferma tale sito. "La diffusione di questi programmi ha coperto aree remote in tutto il paese, tramite 200 stazioni radio".

Sempre nel 2006, la Bolivia ha eletto Evo Morales, primo presidente indigeno del paese, il quale già si era confrontato all'opposizione degli USA e dei mezzi di comunicazione alla sua presa di potere. Inoltre, insieme ai membri del suo partito, afferma che il governo statunitense è coinvolto direttamente con il movimento secessionista delle provincie dell'est boliviano, ricche di gas, e denunciano che questo appoggio ha implicato riunioni per l'arruolamento dei mass-media. Tale dichiarazione proviene da Alex Contreras, portavoce presidenziale. Koscak, di USAID, ha ovviamente negato tutto.

Questo e' il BBG

Nel 1999 il "Broadcasting Board of Governors (BBG)" si converte in un'agenzia federale indipendente. Fino al 2006 riceveva finanziamenti per 650 milioni di dollari, stime CIMA, con approssimativamente 1.5 milioni destinati allo sviluppo dei media e addestramento di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenia, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a "Voice of America", il BBG operava anche in altre stazioni radio e tv. La stazione "Alhurra" (con sede a Springfield, in Virginia), è "una rete commerciale televisiva satellitare in arabo per il Vicino Oriente, dedicata sopratutto a notiziari". Secondo il sito web di Alhurra, "il libero" in arabo, è descritta dal Washingtin Post come il più grande sforzo economico degli Stati Uniti per smuovere l'opinione pubblica tramite l'etere, dalla creazione della "Voz de America" nel 1942.

BBG finanzia anche: Radio Sawa (per la gioventù araba, con presenza in Egitto, Golfo Persico, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (per l'Iran) e Radio Asia Libera (con programmazione regionale per l'Asia). Il BBG sovvenziona così anche Radio e Tv Martí, con una media di 39 milioni di dollari nell'anno fiscale 2008, secondo la "Foreign Operations Congressional Budget Justification".

La Banda del Pentagono

Il Dipartimento della Difesa (DoD) si è rifiutato di parlare con In These Times a proposito dei programmi di svilluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Perth, pubblicato dal The New York Times l'11 dicembre del 2005, "i militari fanno largo uso di radio e giornali (in Iraq e Afganistan) però non rivelano le loro radici statunitensi".

Il compito di sviluppare i media in Iraq "e' stato affidato al DoD, i cui contrattisti importanti avevano scarsa o nessuna esperienza rilevante", stando a un resoconto dell'USIP del ottobre 2007.

Uno studio 2007 del Centro di studi Globali in Comunicazione della Scuola Annenberg per le Comunicazioni, Università della Pennsylvania, rivela che Science Applications International Corp. (SAIC), contrattista di lunga data del DoD, ricevette un contratto iniziale di 80 milioni per un anno con lo scopo di rendere "indipendente" il sistema di radiodiffusione governativo, con uno stile simile alla BBC, con l'ovvio scopo di contrastare l'influenza di Al Jazeera nella regione.

Le supervisioni SAIC sono un ufficio del DoD specializzato in operazioni di guerra psicologica, che molti credono abbia contribuito a far ritenere agli iracheni che la "Iraq Media Network (IMN)" era semplicemente un'appendice della "Coalition Provisional Authority", dice il rapporto dell'USIP. Il funzionamento del SAIC in Iraq e' stato considerato costoso, non professionale e fallito in quanto incapace di dotare di obbiettività e indipendenza l'IMN. Infatti alla fine SAIC ha perso il contratto a favore di un'altra compagnia, la Harris Corp. .

SAIC non e' l'unico fornitore di media del Pentagono che ha fallito miseramente. Peter Eisler, in un articolo del 30 aprile in USA Today, assicura che il sito web iracheno di notizie Mawtani.com è un altro mezzo informativo finanziato da parte del Pentagono.

USAID: "Gente all'Americana"

Il presidente J. F. Kennedy creò l'Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) nel novembre 1961 con lo scopo di gestire aiuti umanitari e la crescita economica in tutto il mondo. Ma, mentre l'USAID si affanna a promuovere la trasparenza nelle relazioni con gli altri paesi, è molto poco trasparente con se stessa. Questo è particolarmente vero per quello che riguarda i programmi per lo sviluppo dei mezzi informativi.

"In un dato numero di paesi, includendo Venezuela e Bolivia, l'USAID agisce più come un'agenzia implicata in azioni sotto copertura, come la CIA, che come un'agenzia di aiuto e sviluppo", dice Mark Weisbrot, economista del "Center for Economic and Policy research" (CEPR), un "think Tank" di Washington.

Di fatto, mentre gli investigatori hanno potuto ottenere i bilanci generali dei programmi globali di USAID tramite il "Freedom of Information Act" (FIA), così come quei paesi o regioni dove scorre questo fiume di denaro, i nomi delle organizzazioni straniere che ricevono questi fondi rimangono un segreto di stato, come nel caso della CIA.

Nei rari casi dove si conosce il nome delle organizzazioni riceventi e si richiede informazioni al riguardo, la USAID risponde che non può "negare o confermare l'esistenza di precedenti", usando lo stesso linguaggio della CIA. (Nota dell'Autore: nel 2006 ho perso un processo giudiziario contro USAID, nel tentativo di identificare le organizzazioni che finanzia all'estero).

USAID finanza tre importanti operazioni di sviluppo: la "International Research & Exchange Board (IREX), la rete "Internews Network" e la "Search for Common Ground", che e' finanziata principalmente da privati. Per complicare ancor di piu' la situazione, queste tre operazioni hanno anche ricevuto finanziamenti statali come la "Middle East Partneship Initiative (MEPI) del "Bureau of Intelligence and Research" e dal "Bureau of Democracy, Human Rights and Labor".

Stando ai suoi bollettini, IREX e' un'organizzazione internazionale senza fini di lucro che "lavora con soci locali per migliorare la professionalità e la sostenibilita' economica a lungo termine di radio, televisioni e media in internet". La dichiarazione impositiva "990" dell'IREX indica nel 2006 che le sue attivita' con i media includono "piccole borse di studio concesse oltre 100 giornalisti e organizzazioni, addestramento per centinaia di giornalisti e imprese di telecomunicazioni e stampa", con una capacita' operativa che include almeno 400 impiegati che smistano consulenze e spediscono programmi in almeno 50 paesi.

La rete Internews Network, comunemente nota come "Internews", riceve solo metà dei fondi della IREX, ma e' piu' conosciuta. Fondata nel 1982, gran parte dei suoi fondi provengono da USAID, anche se riceve contemporaneamente fondi dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews e' una delle maggiori operazioni nello sviluppo dei media indipendenti, finanziando decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti e facolta' accademiche di giornalismo in dozzine di paesi nel mondo.

Le operazioni di Internews sono state cancellate in paesi come la Bielorussia, Russia e Uzbekistan, dove e' stata accusata di minare i governi locali e promuovere l'agenda degli Stati Uniti. In un discorso a Washington nel maggio 2003, Andrew Natsios, ex amministratore delegato di USAID, ha descritto i contrattisti privati finanziati dalla Agenzia come "un braccio del governo USA".

L'altro maggior ricettore di fondi USAID per lo sviluppo, Search for Common Ground, riceve più denaro dal settore privato che da parte del governo USA, in maggioranza per casi di "soluzione di conflitti", secondo lo studio del CIMA.

Cuba e Iran sono due obiettivi importanti della USAID, per lo sviluppo e assistenza dei mezzi d'informazione. Il budget USAID per la "liberta' dei media e la liberta' di informazione", durante la "transizione" di Cuba sotto la "commission for Assistance to a Free Cuba II (CAFC II), totalizza ben 14 milioni di dollari. Questo rappresenta un incremento di 10.5 milioni rispetto alla quantita' assegnata nel 2006. In Iran la USAID ha stanziato almeno 25 milioni nell'anno fiscale 2008. Forma parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari destinato a quella che la USAID chiama "diplomazia trasformativa" in quel paese.

Finanziando "democrazia" stile USA

"Molto di quello che facciamo oggi segretamente la CIA lo ha fatto per 25 anni", dice Allen Weinstein, uno dei fondatori del "National Endowment for Democracy", in un articolo pubblicato nel 1991 dal The washington Post.

Fondato nei primi anni ottanta, il NED, "e' governato da una giunta direttiva indipendente e non di partito". Il proposito è appoggiare organizzazioni favorevoli alla democrazia nel mondo. Nonostante, storicamente, la propria agenda sia impostata sulla politica estera degli Sati Uniti.

"Quando si accantona la retorica sulla democrazia, il NED e' uno strumento specializzato per penetrare sotto il livello di origine popolare della societa' civile di altri paesi", per arrivare agli obiettivi della politica estera statunitense, scrive il giornalista dell'Università di Santa Barbara in California, William Robinson nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson viaggio' a Nicaragua alla fine degli anni 80 e osservo' come il lavoro del NED con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli USA, debilitava l'influenza sandinista durante le elezioni del 1990.

Il NED si e' attirato l'attenzione pubblica anche in Venezuela, quando si scoprì che finanziava il movimento Anti-Chavez. Nel suo libro, Il codice Chavez, l'avvocato venezuelo-statunitense Eva Golinger segnala che i beneficiari del NED (e dell'USAID) furono implicati nel tentativo di golpe conto il presidente venezuelano Hugo Chavez del 2002, e nello stesso modo con la conduzione generale dello "sciopero dei lavoratori" contro la nazionalizzazione dell'industria petrolifera. La Golinger osserva che il NED finanziava la "Sumate", una ONG venezuelana presumibilmente destinata a promuovere l'esercizio del libero diritto politico dei cittadini, che orchestrò il fallito referendum revocatorio del mandato contro Chavez nel 2004.

Dipendenza e obbligazione

Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo e' un principio basilare non solo negli Stati Uniti ma anche nell'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Il finanziamento del governo nordamericano a qualsiasi organismo di stampa altera le relazioni cliente-donante al punto di impedirne la sua classificazione come mezzo indipendente di informazione.

"Tutte le donazioni USA di materiale, siano computers o registratori, influenzano il lavoro dei giornalisti", afferma Contreras, giornalista boliviano, perchè "creano dipendenza e un obbligo verso l'agenda occulta degli Stati Uniti".

Foto accanto al titolo: Libanesi di Beirut guardano Alhurra, una rete televisiva in lingua araba finanziata dagli Stati Uniti. In arabo Alhurra signifca "il libero".

Titolo originale: "Cómo EEUU financia órganos de prensa de todo mundo para comprar influencia mediática "

Fonte: http: //www.voltairenet.org/

Il WTO è fallito




La marcia trionfale della globalizzazione si era già fermata. Almeno da due anni, l'idea che l'economia mondiale fosse inevitabilmente destinata ad integrarsi sempre più, con benefici a cascata per tutti, aveva perso vigore e capacità di convinzione. Ma, adesso, lo scenario che rischia di aprirsi è quello della ritirata. Il fallimento, ieri, a Ginevra, del disperato tentativo di rianimare la trattativa commerciale globale, avviata a Doha nel 2001 e rimasta bloccata in sette anni di impasse ha un impatto, prima ancora che economico, psicologico: si esaurisce l'attitudine a vedere, nell'apertura dei mercati, prima i vantaggi che gli svantaggi e la globalizzazione non appare più irreversibile. D'altra parte, è già successo: un secolo fa, quando si spense la prima ondata di mondializzazione dell'economia.

Il punto specifico su cui, dopo 24 ore di negoziato quasi ininterrotto, è naufragato questo ultimo capitolo del Doha Round, è la protezione dei piccoli contadini indiani (e cinesi). Nuova Delhi, con il sostegno di Pechino, reclamava la possibilità di aumentare i propri dazi agricoli, nel caso di un aumento anomalo delle importazioni, che togliesse troppo spazio alle centinaia di milioni (in Cina i piccoli contadini sono 800 milioni) di produttori nazionali. La bozza di accordo stabiliva la soglia di anomalia ad un aumento del 40% delle importazioni. L'India controproponeva il 10%, una soglia troppo bassa, secondo gli americani, in grado di innescare troppo facilmente una chiusura protezionistica. Nessuno pensava che l'ambizioso tentativo di aprire ulteriormente l'intero mercato agricolo e industriale mondiale potesse arenarsi su questo scoglio. La crisi del cibo che ha squassato negli ultimi mesi soprattutto i paesi emergenti ha sicuramente acuito la sensibilità dei governi ai problemi della produzione agricola, ma un compromesso sembrava a portata di mano: nell'ultimo tentativo di accordo non c'era nessuna cifra a segnare il grilletto che poteva far scattare l'aumento dei dazi, lasciato ad una decisione caso per caso.




In realtà, il negoziato è fallito, come era già avvenuto nei tentativi precedenti, per l'accumularsi dei veti incrociati. Cina e India non digerivano che gli Usa, dove oggi i sussidi ai produttori agricoli, soprattutto di cotone e zucchero, valgono 7 miliardi di dollari, si riservassero la possibilità di arrivare fino a raddoppiarli. Gli agricoltori europei reclamavano una protezione più decisa dei propri marchi geografici, per proteggere la propria produzione di qualità dalle incursioni dello champagne americano o del prosciutto di Parma cinese. Soprattutto, in termini generali, non ha funzionato l'abituale scambio agricoltura-industria.

Quando il Doha Round è partito, sette anni fa, l'idea generale era di concedere l'apertura dei mercati occidentali alle importazioni agricole dei paesi emergenti, in cambio dell'apertura dei loro mercati ai prodotti industriali (e, in prospettiva, a banche e assicurazioni) dell'Occidente. Ma, in sette anni, il panorama mondiale è stato rivoluzionato. La Cina è diventata il maggior esportatore mondiale e il cuore dell'industria manifatturiera globale si è spostato nei paesi emergenti: in Cina, in India, in Brasile.

Nell'ottica del Doha Round, tuttavia, questi paesi mantenevano le protezioni da paese in via di sviluppo. Nel caso dell'auto, per esempio, l'Europa avrebbe dimezzato dal 10 al 4,5% il proprio dazio sull'import di auto da paesi, come Cina e India, che, in questi mesi stanno conducendo una politica commerciale assai aggressiva sui mercati occidentali.

Contemporaneamente, la Cina avrebbe abbassato i suoi dazi solo dal 25 al 18% e il Brasile dal 35 al 22%. Mantenendo la possibilità di esentare interi settori industriali dal taglio delle tariffe. Troppo poco, perché, come era avvenuto nei precedenti round commerciali, le lobby industriali occidentali premessero sui governi perché accettassero concessioni in materia di agricoltura.

In termini puramente economici, in realtà, il fallimento di Ginevra ha un impatto relativamente modesto. Anche se alcuni paesi potevano ricavarne benefici sostanziali (l'Italia aveva calcolato un aumento delle proprie esportazioni per 500 milioni di euro l'anno), a livello generale il Doha Round spostava poco. Lo stesso Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio, aveva calcolato che un accordo avrebbe comportato un risparmio di 125 miliardi di dollari l'anno in dazi non pagati. L'effetto avrebbe fatto aumentare il prodotto mondiale di 50-70 miliardi di dollari, non più dello 0,1% del Pil globale. Come mai così poco? Perché, in realtà, negli anni scorsi paesi ricchi e paesi emergenti hanno già drasticamente tagliato i propri dazi: oggi alla dogana si paga, in media, nel mondo, il 7%. Cioè, già meno di quanto si doveva concordare a Ginevra.

Per questo, il fallimento del negoziato ha un valore più psicologico che economico. La trattativa del Doha Round riguardava, infatti, nella maggior parte dei casi, la tariffa massima applicabile, non sempre (vedi l'auto), ma spesso superiore a quella oggi applicata. Un accordo, dunque, serviva ad impedire che, in futuro, questi dazi venissero di colpo moltiplicati, rispetto ai livelli attuali.

Il collasso di questo tentativo è un segno dei tempi. La globalizzazione ha già subito, in questi mesi, una serie di duri colpi. La crisi dei subprime ha rivelato la fragilità di mercati, in mano ad una finanza internazionale senza regole. La crisi del cibo ha mostrato quanto, a livello nazionale, possa essere pericoloso affidarsi alle forniture dall'estero per il proprio fabbisogno alimentare. L'impatto della corsa del petrolio sul prezzo dei trasporti sta mettendo in dubbio la razionalità delle scelte di delocalizzazione industriale. Ora, la battuta d'arresto riguarda la liberalizzazione del commercio che, della globalizzazione, è stata in questi anni la struttura portante e il maggior successo. Almeno in teoria, il fallimento di Ginevra non esclude, in realtà, che le trattative possano riprendere, anche nei prossimi mesi. Tuttavia, diplomatici e osservatori - con l'occhio soprattutto al prossimo cambio della guardia a Washington - sono per lo più convinti che la pausa sarà lunga e che il negoziato dovrà, forse, ripartire da zero. Gli economisti, comunque, non ritengono che questo stop possa colpire il livello del commercio mondiale. Troppo radicato, ormai, il decentramento globale delle catene di fornitori (la cosiddetta "fabbrica mondiale") e troppo radicate, anche, le abitudini e le attese di produttori e consumatori per pensare ad una svolta. Senza l'ombrello del Doha Round, tuttavia, il commercio mondiale punterebbe più sulla creazione di blocchi regionali, come la Unione europea, il Nafta americano e un eventuale aggregazione asiatica, frammentando il processo di globalizzazione: questo non garantirebbe regole uguali per tutti e, alla lunga, potrebbe pesare sullo sviluppo mondiale.

Nell'immediato, il fallimento di Ginevra ha, piuttosto, conseguenze anche politiche. Intacca la credibilità di una organizzazione internazionale. Ridimensiona l'entrata in scena di una grande potenza. Colpisce il tentativo ambizioso di dare una voce unica ad un gruppo di paesi, divisi da interessi contrastanti. L'organizzazione è il Wto, sempre meno in grado di presentarsi come una trasparente stanza di compensazione delle strategie economiche mondiali.

La grande potenza è la Cina, che partecipava, per la prima volta direttamente, al negoziato commerciale globale e che ne esce con un nulla di fatto. Il gruppo di paesi è l'Unione europea: il Wto è l'unica sede in cui il rappresentante della Commissione di Bruxelles parla e tratta a nome di tutti i paesi membri. Un successo avrebbe rafforzato la spinta ad una gestione sovranazionale della politica europea.

di Maurizio Ricci



02 agosto 2008

Lodo Alfano: la monarchia incostituzionale


Dopo la cancellazione dell’art. 11 a favore degli USA, la mortificazione della laicità nazionale alle esigenze della casta papale e la “sovranità del cittadino” ridotta ad una barzelletta, ecco la pedata parlamentare alla pur nominale “uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. E non solo perché, grazie al lodo Alfano, le più alte cariche dello Stato possono governare e legiferare quali che siano gli eventuali crimini di cui siano responsabili e dei quali risponderebbero a fine mandato salvo imboscamento estero prima dello scadere dell’immunità – impunità.


Da sempre penso che nessuno Stato di diritto possa legalizzare ciò che è naturalmente illegittimo: ciò è avvenuto –e non solo con il suddetto “lodo senza lode” a dispetto dell’etimologia – a comprova che lo Stato di diritto non esiste. Ciò avviene in un Paese dove, in nome della legalità, si combatte la criminalità prodotta dal sistema e dove pertanto è difficile distinguere in termini scientifici ciò che è veramente lecito da ciò che non lo è.


L’unica cosa certa è che l’Italia non rinuncia alla nomea di “patria del diritto” e che si dice, nonostante tutto, uno Stato di diritto ovvero che il gioco delle parole rimane l’unica certezza demagogico-liturgica di una caricatura giuridica indefinibile.


Non occorre drammatizzare o soltanto colorire: basta leggere la realtà quale è effettivamente per avere motivi sufficienti di strapparsi i capelli per disperazione politica. Anche se ciò non serve a nulla. Si è sollevato un polverone di scandalo per le parole di Bossi irriverenti per l’inno nazionale e per la bandiera, ma si tratta di quisquilie – per dirla come avrebbe fatto Toto – se ci si inchina davanti al Custode della Costituzione che ne promulga la fine con la disinvoltura di un burocrate che pronuncia la pena di morte di un innocente.


Del resto, niente di meglio ci si poteva aspettare da un uomo che da molto tempo ormai ha tradito sé stesso abbandonandosi alla recita di buone parole alla stregua di un cappellano che benedice le armi o di un papa, che pronuncia un’omelia pasquale o che, salito in “cathedra”, pronuncia la propria infallibilità. Sono le stesse buone parole pronunciate davanti all’Altare della Patria o rivolte alle Forze Armate o dell’Ordine.


Sono le stesse esortazioni di un Napoletano per i buoni rapporti fra Maggioranza ed Opposizione, avendo Costui accettato per naturale tutto il borghesume di sempre, vissuto di parassitismo ma con un pensierino “caritatevole” (leggi: ipocrita) alla povertà e che, a Mosca, ha raccomandato al patriarca ortodosso di stabilire rapporti di fraterna intesa con il papa cattolico! Più efficiente di così! Che cosa ci si poteva aspettare da un Presidente così buono?


Fuori metafora… Stato di diritto non è semplicemente quello basato su leggi scritte, come si è voluto far credere – ai tonti e ai disinformati - subito dopo la cessazione della monarchia assoluta perché, se così fosse, tutte le leggi sarebbero buone e sarebbe valida la ricetta di “legalità uguale a giustizia e a non criminalità”, come ci vogliono far credere i donchisciotti dell’Antimafia. La scienza sociale, così tanto trascurata, non è poi equiparabile alla formula del “due più due fanno quattro”. Lo Stato di diritto vero non è ancora esistito, almeno in Italia, perché esso è solo quello in cui leggi sono le effettive norme di attuazione dei diritti naturali, per esempio del diritto alla vita sin dal momento in cui si nasce. In Italia, infanti e adulti possono morire di fame!


L‘immunità parlamentare è appartenuta ad uno Stato, il cui Parlamento aveva recepito privilegi già appartenuti al monaca assoluto. Si trattava quindi di uno Stato, immediata filiazione dell’autocrazia e base per una democrazia ancora di là da venire. Il lodo Alfano, panegirico medioevale di un vassallo destinato ad un principe, ci riporta indietro di decenni per realizzare una “dittatura democratica” sui generis, in cui, appunto, la prima funzione della legge è quella di tutelare il capo. Il quale, infatti, ha apertamente ringraziato i suoi collaboratori di averlo liberato dalle persecuzioni (sic!) e di fatto un Presidente, che non ha fatto onore alla propria funzione.


Ancora una sola battuta: lo stesso lodo prevede tolleranza zero per chi “guida” un mezzo di locomozione sotto l’ebbrezza dell’alcol o della droga (il che è una cosa buona), mentre prevede tolleranza totale per chi “guida” lo Stato sotto l’ebbrezza dell’impunità e del potere (il che è quanto abbiamo detto)! Se la matematica non è un’opinione!


Come gli Stati Uniti finanziano organi di stampa in tutto il mondo



Le campagne interne di propaganda, come "il fiasco dei guru del Pentagono", risultano esposte al pubblico scherno. I grandi mezzi di comunicazione hanno fatto largo uso di alti ufficiali per scrivere "analisi" sul conflitto in Iraq. Poi però si è scoperto che avevano legami con i "contrattisti" del Pentagono medesimo con l'interesse nella prosecuzione della guerra.

Sotto il radar fermenta anche un altro scandalo giornalistico: il governo USA finanzia i mezzi di comunicazione e i giornalisti stranieri. Settori governativi come il dipartimento di stato, quello della difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo Internazionale (US Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore di radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto per la Pace degli Stati Uniti (US Institute for Peace, USIP) finanziano lo "sviluppo del giornalismo" in almeno 70 paesi.

La rivista In These Times ha scoperto che questi programmi mantengono sotto di loro centinaia di organizzazioni non governative straniere (ONG), giornalisti, politici, associazioni giornalistiche e facoltà accademiche di giornalismo. La dimensione dei finanziamenti può estendersi da alcune migliaia a milioni di dollari.

"Il tema che stiamo insegnando è la meccanica del giornalismo, scritto, televisivo o radiofonico", spiega Paul Koscak, portavoce dell'USAID. "Come creare una storia, come scrivere in modo bilanciato. . . , tutto quel genere di cose che ci si aspetterebbe da un vero professionista della stampa".

Alcune persone, specialmente fuori dagli USA, hanno un punto di vista differente.

"Pensiamo che la vera intenzione occulta di questi programmi di sviluppo dei mezzi di comunicazione siano gli obiettivi della politica estera (Statunitense)", argomenta un alto funzionario venezuelano che preferisce rimanere anonimo. "Quando l'obiettivo è cambiare un regime, questi programmi si sono rivelati strumenti per destabilizzare i Governi che gli Stati Uniti non appoggiano".

Isabel McDonald, direttrice delle comunicazioni della Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) (Imparzialità e Trasparenza nell'Informazione), un osservatorio senza fini di lucro dei mezzi stampa con sede a New York, alza anche lei critiche. "Questo è un sistema, che a dispetto della sua facciata di adesione alle norme di obiettività, spesso attenta contro la vera democrazia" -dice- "appoggiando il dissenso soffocante e senza discriminare sulle informazioni false che risultano utili alle strategie di politica estera degli Stati Uniti".

Mostrami il bollettino. . .

Risulta difficile misurare le dimensioni e l'estensione dei risultati dello sviluppo di questi "mezzi indipendenti" perchè esistono programmi simili mascherati dietro vari obiettivi. Alcune agenzie considerano che lo "sviluppo dei mezzi di informazione" appartiene al proprio campo d'azione, mentre altri li classificano come "diplomazia pubblica" oppure "operazioni psicologiche". Di modo che risulta difficile stimare la quantità di denaro destinata a tali programmi.

Nel dicembre 2007, il Centro internazionale per l'aiuto ai mezzi di comunicazione (Center for International Media Assistance , CIMA), una divisione del Dipartimento di Stato finanziata dal NED, riporta che l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari in attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato ha speso una stima di 15 milioni per questi programmi, il budget del NED per tali programmi è di ulteriori 11 milioni di dollari e il piccolo Istituto per la Pace degli USA (USIP), con sede a Washington, può aver contribuito con ulteriori 1. 4 milioni, secondo l'inchiesta, che non prende in considerazione anche i finanziamenti del Dipartimento della Difesa né quelli della CIA.

Il governo degli Stati Uniti è il maggiore "azionista" dei fondi per lo sviluppo dei mezzi informativi in tutto il mondo, avendo destinato almeno 82 milioni di dollari nel 2006, senza includere il denaro del Pentagono e della CIA o delle ambasciate nei paesi recettori. Per complicare il quadro, molte ONG straniere e giornalisti ricevono ulteriori fondi da altre fonti governative statunitensi. Alcuni ricevono soldi da vari subcontrattisti USA e "organizzazioni internazionali indipendenti senza fini di lucro", mentre altri direttamente dall'ambasciata nordamericana del proprio paese.

Tre giornalisti stranieri che hanno ricevuto tali fondi per lo sviluppo dei media da parte degli Stati Uniti rivelano a In These Times che questi "regali" non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale e negano di praticare l'auto-censura. Nessuno però ammetterebbe ciò in tale inchiesta.

Gustavo Guzman, ex giornalista e ora ambasciatore per la Bolivia negli USA, ha detto: "Un giornalista che si rispetti non accetterebbe mai codesti ossequi, senza essere considerato poco meno di un mercenario".

Una storia contorta

Il finanziamento del governo statunitense ai mezzi di comunicazione ha una lunga storia. Alla metà degli anni 70, due inchieste del Congresso poi sfociate nel Watergate, la commissione Church e Pike, del senatore George Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-NY), svelarono le attività segrete degli USA in altri paesi. I due comitati confermarono che, oltre ai giornalisti sovvenzionati dalla CIA, stranieri e statunitensi, il governo di Washington finanziava anche la stampa, radio e televisione dei paesi stranieri, attitudine alla quale partecipavano anche i sovietici.

Ad esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista dell'epoca tra il 1953 e il 1990, e' stata smascherata come chiara operazione "covert" [sotto copertura, ndt] della CIA. Egualmente ai giorni nostri, organizzazioni dal nome benevolo, tipo il Congresso per la Libertà di Cultura, sono in realtà altre facciate della CIA.

Le investigazioni del Congresso hanno stabilito che i finanzamenti clandestini del governo USA ai mezzi di comunicazione stranieri svolgono sovente un ruolo rilevante nella politica estera, ma in nessun luogo come nel Cile al principio degli anni 70.

"Le principali operazioni di propaganda della CIA, nel giornale di opposizione El Mercurio, probabilmente contribuirono il piu' direttamente possibile al golpe sanguinoso contro il governo di Salvador Allende e alla democrazia in Cile", secondo quanto riferisce Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, istituto di investigazione non governativo indipendente.

In These Times ha chiesto alla "Agenzia" se finanzia ancora i giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano risponde: "La CIA, normalmente, non nega né conferma questa classe di affermazioni".

Nemici del Dipartimento di Stato?

Il 19 Agosto del 2002, l'ambasciata americana a Caracas, Venezuela, inviò il seguente messaggio a Washington:

"Speriamo che la partecipazione del Sr. Lacayo come Grant IV sia riflessa direttamente nel suo rapporto con gli affari politici e internazionali, poichè così facendo migliora la sua carriera, migliorare i nostri legami con lui significherebbe guadagnare un amico potenzialmente importante per quanto riguarda la situazione editoriale". [nde: Il nome del Sr. Lacayo è fittizio per proteggere la vera identità].

Il Dipartimento di Stato ha scelto un giornalista venezuelano per visitare gli USA sotto un progetto conosciuto come Grant IV, un programma culturale di scambio iniziato nel 1961. L'anno scorso, il medesimo dipartimento ha invitato (e fatto arrivare) 467 giornalisti negli Stati Uniti, con un costo approssimativo vicino ai 10 milioni di dollari, secondo un funzionario dello Stato che preferisce rimanere nell'anonimato.

MacDonald, di FAIR, ha detto che "le visite servono per costruire lacci fra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni a condizione che. . . . siano estremamente acritici con la politica estera statunitense e degli interessi 'corporativi' che serve".

Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media tramite i suoi vari uffici, incluso il Bureau of Educational and Cultural Affairs (BECA), il Bureau of Intelligence and Research (INR) e il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor (DRL), così come direttamente dalle sue succursali e ambasciate in tutto il mondo. Sovvenziona anche giornalisti stranieri mediante un'altra sezione chiamata Office of Public Diplomacy and Public Affaire (OPDPA). La cosa più importante è che generalmente il dipartimento di stato decide che altre agenzie, tipo la USAID e la NED, devono investire fondi nello sviluppo dei media.

(Il Dipartimento di Stato non risponde alle richieste di informazione da parte di In These Times su questo tipo di fondi, però lo studio del CIMA 2007 dimostra, per esempio, che solamente DRL ha ricevuto nel 2006 quasi 12 milioni di dollari per lo sviluppo del giornalismo).

Il caso della Bolivia rivela come gli Stati Uniti hanno finanziato, e finanziano tuttora, lo sviluppo dei mezzi informativi di un paese. Secondo il sito web del DRL (Bureau of Democracy, Human Rigths and Labor), il suddetto ufficio ha patrocinato nel 2006 in Bolivia 15 stage sulla libertà di stampa ed espressione. "I giornalisti del paese e gli studenti di giornalismo hanno discusso di etica professionale, le buone pratiche di diffusione delle notizie e il ruolo dei media in una democrazia", afferma tale sito. "La diffusione di questi programmi ha coperto aree remote in tutto il paese, tramite 200 stazioni radio".

Sempre nel 2006, la Bolivia ha eletto Evo Morales, primo presidente indigeno del paese, il quale già si era confrontato all'opposizione degli USA e dei mezzi di comunicazione alla sua presa di potere. Inoltre, insieme ai membri del suo partito, afferma che il governo statunitense è coinvolto direttamente con il movimento secessionista delle provincie dell'est boliviano, ricche di gas, e denunciano che questo appoggio ha implicato riunioni per l'arruolamento dei mass-media. Tale dichiarazione proviene da Alex Contreras, portavoce presidenziale. Koscak, di USAID, ha ovviamente negato tutto.

Questo e' il BBG

Nel 1999 il "Broadcasting Board of Governors (BBG)" si converte in un'agenzia federale indipendente. Fino al 2006 riceveva finanziamenti per 650 milioni di dollari, stime CIMA, con approssimativamente 1.5 milioni destinati allo sviluppo dei media e addestramento di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenia, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

Oltre a "Voice of America", il BBG operava anche in altre stazioni radio e tv. La stazione "Alhurra" (con sede a Springfield, in Virginia), è "una rete commerciale televisiva satellitare in arabo per il Vicino Oriente, dedicata sopratutto a notiziari". Secondo il sito web di Alhurra, "il libero" in arabo, è descritta dal Washingtin Post come il più grande sforzo economico degli Stati Uniti per smuovere l'opinione pubblica tramite l'etere, dalla creazione della "Voz de America" nel 1942.

BBG finanzia anche: Radio Sawa (per la gioventù araba, con presenza in Egitto, Golfo Persico, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (per l'Iran) e Radio Asia Libera (con programmazione regionale per l'Asia). Il BBG sovvenziona così anche Radio e Tv Martí, con una media di 39 milioni di dollari nell'anno fiscale 2008, secondo la "Foreign Operations Congressional Budget Justification".

La Banda del Pentagono

Il Dipartimento della Difesa (DoD) si è rifiutato di parlare con In These Times a proposito dei programmi di svilluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Perth, pubblicato dal The New York Times l'11 dicembre del 2005, "i militari fanno largo uso di radio e giornali (in Iraq e Afganistan) però non rivelano le loro radici statunitensi".

Il compito di sviluppare i media in Iraq "e' stato affidato al DoD, i cui contrattisti importanti avevano scarsa o nessuna esperienza rilevante", stando a un resoconto dell'USIP del ottobre 2007.

Uno studio 2007 del Centro di studi Globali in Comunicazione della Scuola Annenberg per le Comunicazioni, Università della Pennsylvania, rivela che Science Applications International Corp. (SAIC), contrattista di lunga data del DoD, ricevette un contratto iniziale di 80 milioni per un anno con lo scopo di rendere "indipendente" il sistema di radiodiffusione governativo, con uno stile simile alla BBC, con l'ovvio scopo di contrastare l'influenza di Al Jazeera nella regione.

Le supervisioni SAIC sono un ufficio del DoD specializzato in operazioni di guerra psicologica, che molti credono abbia contribuito a far ritenere agli iracheni che la "Iraq Media Network (IMN)" era semplicemente un'appendice della "Coalition Provisional Authority", dice il rapporto dell'USIP. Il funzionamento del SAIC in Iraq e' stato considerato costoso, non professionale e fallito in quanto incapace di dotare di obbiettività e indipendenza l'IMN. Infatti alla fine SAIC ha perso il contratto a favore di un'altra compagnia, la Harris Corp. .

SAIC non e' l'unico fornitore di media del Pentagono che ha fallito miseramente. Peter Eisler, in un articolo del 30 aprile in USA Today, assicura che il sito web iracheno di notizie Mawtani.com è un altro mezzo informativo finanziato da parte del Pentagono.

USAID: "Gente all'Americana"

Il presidente J. F. Kennedy creò l'Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) nel novembre 1961 con lo scopo di gestire aiuti umanitari e la crescita economica in tutto il mondo. Ma, mentre l'USAID si affanna a promuovere la trasparenza nelle relazioni con gli altri paesi, è molto poco trasparente con se stessa. Questo è particolarmente vero per quello che riguarda i programmi per lo sviluppo dei mezzi informativi.

"In un dato numero di paesi, includendo Venezuela e Bolivia, l'USAID agisce più come un'agenzia implicata in azioni sotto copertura, come la CIA, che come un'agenzia di aiuto e sviluppo", dice Mark Weisbrot, economista del "Center for Economic and Policy research" (CEPR), un "think Tank" di Washington.

Di fatto, mentre gli investigatori hanno potuto ottenere i bilanci generali dei programmi globali di USAID tramite il "Freedom of Information Act" (FIA), così come quei paesi o regioni dove scorre questo fiume di denaro, i nomi delle organizzazioni straniere che ricevono questi fondi rimangono un segreto di stato, come nel caso della CIA.

Nei rari casi dove si conosce il nome delle organizzazioni riceventi e si richiede informazioni al riguardo, la USAID risponde che non può "negare o confermare l'esistenza di precedenti", usando lo stesso linguaggio della CIA. (Nota dell'Autore: nel 2006 ho perso un processo giudiziario contro USAID, nel tentativo di identificare le organizzazioni che finanzia all'estero).

USAID finanza tre importanti operazioni di sviluppo: la "International Research & Exchange Board (IREX), la rete "Internews Network" e la "Search for Common Ground", che e' finanziata principalmente da privati. Per complicare ancor di piu' la situazione, queste tre operazioni hanno anche ricevuto finanziamenti statali come la "Middle East Partneship Initiative (MEPI) del "Bureau of Intelligence and Research" e dal "Bureau of Democracy, Human Rights and Labor".

Stando ai suoi bollettini, IREX e' un'organizzazione internazionale senza fini di lucro che "lavora con soci locali per migliorare la professionalità e la sostenibilita' economica a lungo termine di radio, televisioni e media in internet". La dichiarazione impositiva "990" dell'IREX indica nel 2006 che le sue attivita' con i media includono "piccole borse di studio concesse oltre 100 giornalisti e organizzazioni, addestramento per centinaia di giornalisti e imprese di telecomunicazioni e stampa", con una capacita' operativa che include almeno 400 impiegati che smistano consulenze e spediscono programmi in almeno 50 paesi.

La rete Internews Network, comunemente nota come "Internews", riceve solo metà dei fondi della IREX, ma e' piu' conosciuta. Fondata nel 1982, gran parte dei suoi fondi provengono da USAID, anche se riceve contemporaneamente fondi dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews e' una delle maggiori operazioni nello sviluppo dei media indipendenti, finanziando decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti e facolta' accademiche di giornalismo in dozzine di paesi nel mondo.

Le operazioni di Internews sono state cancellate in paesi come la Bielorussia, Russia e Uzbekistan, dove e' stata accusata di minare i governi locali e promuovere l'agenda degli Stati Uniti. In un discorso a Washington nel maggio 2003, Andrew Natsios, ex amministratore delegato di USAID, ha descritto i contrattisti privati finanziati dalla Agenzia come "un braccio del governo USA".

L'altro maggior ricettore di fondi USAID per lo sviluppo, Search for Common Ground, riceve più denaro dal settore privato che da parte del governo USA, in maggioranza per casi di "soluzione di conflitti", secondo lo studio del CIMA.

Cuba e Iran sono due obiettivi importanti della USAID, per lo sviluppo e assistenza dei mezzi d'informazione. Il budget USAID per la "liberta' dei media e la liberta' di informazione", durante la "transizione" di Cuba sotto la "commission for Assistance to a Free Cuba II (CAFC II), totalizza ben 14 milioni di dollari. Questo rappresenta un incremento di 10.5 milioni rispetto alla quantita' assegnata nel 2006. In Iran la USAID ha stanziato almeno 25 milioni nell'anno fiscale 2008. Forma parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari destinato a quella che la USAID chiama "diplomazia trasformativa" in quel paese.

Finanziando "democrazia" stile USA

"Molto di quello che facciamo oggi segretamente la CIA lo ha fatto per 25 anni", dice Allen Weinstein, uno dei fondatori del "National Endowment for Democracy", in un articolo pubblicato nel 1991 dal The washington Post.

Fondato nei primi anni ottanta, il NED, "e' governato da una giunta direttiva indipendente e non di partito". Il proposito è appoggiare organizzazioni favorevoli alla democrazia nel mondo. Nonostante, storicamente, la propria agenda sia impostata sulla politica estera degli Sati Uniti.

"Quando si accantona la retorica sulla democrazia, il NED e' uno strumento specializzato per penetrare sotto il livello di origine popolare della societa' civile di altri paesi", per arrivare agli obiettivi della politica estera statunitense, scrive il giornalista dell'Università di Santa Barbara in California, William Robinson nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson viaggio' a Nicaragua alla fine degli anni 80 e osservo' come il lavoro del NED con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli USA, debilitava l'influenza sandinista durante le elezioni del 1990.

Il NED si e' attirato l'attenzione pubblica anche in Venezuela, quando si scoprì che finanziava il movimento Anti-Chavez. Nel suo libro, Il codice Chavez, l'avvocato venezuelo-statunitense Eva Golinger segnala che i beneficiari del NED (e dell'USAID) furono implicati nel tentativo di golpe conto il presidente venezuelano Hugo Chavez del 2002, e nello stesso modo con la conduzione generale dello "sciopero dei lavoratori" contro la nazionalizzazione dell'industria petrolifera. La Golinger osserva che il NED finanziava la "Sumate", una ONG venezuelana presumibilmente destinata a promuovere l'esercizio del libero diritto politico dei cittadini, che orchestrò il fallito referendum revocatorio del mandato contro Chavez nel 2004.

Dipendenza e obbligazione

Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo e' un principio basilare non solo negli Stati Uniti ma anche nell'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Il finanziamento del governo nordamericano a qualsiasi organismo di stampa altera le relazioni cliente-donante al punto di impedirne la sua classificazione come mezzo indipendente di informazione.

"Tutte le donazioni USA di materiale, siano computers o registratori, influenzano il lavoro dei giornalisti", afferma Contreras, giornalista boliviano, perchè "creano dipendenza e un obbligo verso l'agenda occulta degli Stati Uniti".

Foto accanto al titolo: Libanesi di Beirut guardano Alhurra, una rete televisiva in lingua araba finanziata dagli Stati Uniti. In arabo Alhurra signifca "il libero".

Titolo originale: "Cómo EEUU financia órganos de prensa de todo mundo para comprar influencia mediática "

Fonte: http: //www.voltairenet.org/

Il WTO è fallito




La marcia trionfale della globalizzazione si era già fermata. Almeno da due anni, l'idea che l'economia mondiale fosse inevitabilmente destinata ad integrarsi sempre più, con benefici a cascata per tutti, aveva perso vigore e capacità di convinzione. Ma, adesso, lo scenario che rischia di aprirsi è quello della ritirata. Il fallimento, ieri, a Ginevra, del disperato tentativo di rianimare la trattativa commerciale globale, avviata a Doha nel 2001 e rimasta bloccata in sette anni di impasse ha un impatto, prima ancora che economico, psicologico: si esaurisce l'attitudine a vedere, nell'apertura dei mercati, prima i vantaggi che gli svantaggi e la globalizzazione non appare più irreversibile. D'altra parte, è già successo: un secolo fa, quando si spense la prima ondata di mondializzazione dell'economia.

Il punto specifico su cui, dopo 24 ore di negoziato quasi ininterrotto, è naufragato questo ultimo capitolo del Doha Round, è la protezione dei piccoli contadini indiani (e cinesi). Nuova Delhi, con il sostegno di Pechino, reclamava la possibilità di aumentare i propri dazi agricoli, nel caso di un aumento anomalo delle importazioni, che togliesse troppo spazio alle centinaia di milioni (in Cina i piccoli contadini sono 800 milioni) di produttori nazionali. La bozza di accordo stabiliva la soglia di anomalia ad un aumento del 40% delle importazioni. L'India controproponeva il 10%, una soglia troppo bassa, secondo gli americani, in grado di innescare troppo facilmente una chiusura protezionistica. Nessuno pensava che l'ambizioso tentativo di aprire ulteriormente l'intero mercato agricolo e industriale mondiale potesse arenarsi su questo scoglio. La crisi del cibo che ha squassato negli ultimi mesi soprattutto i paesi emergenti ha sicuramente acuito la sensibilità dei governi ai problemi della produzione agricola, ma un compromesso sembrava a portata di mano: nell'ultimo tentativo di accordo non c'era nessuna cifra a segnare il grilletto che poteva far scattare l'aumento dei dazi, lasciato ad una decisione caso per caso.




In realtà, il negoziato è fallito, come era già avvenuto nei tentativi precedenti, per l'accumularsi dei veti incrociati. Cina e India non digerivano che gli Usa, dove oggi i sussidi ai produttori agricoli, soprattutto di cotone e zucchero, valgono 7 miliardi di dollari, si riservassero la possibilità di arrivare fino a raddoppiarli. Gli agricoltori europei reclamavano una protezione più decisa dei propri marchi geografici, per proteggere la propria produzione di qualità dalle incursioni dello champagne americano o del prosciutto di Parma cinese. Soprattutto, in termini generali, non ha funzionato l'abituale scambio agricoltura-industria.

Quando il Doha Round è partito, sette anni fa, l'idea generale era di concedere l'apertura dei mercati occidentali alle importazioni agricole dei paesi emergenti, in cambio dell'apertura dei loro mercati ai prodotti industriali (e, in prospettiva, a banche e assicurazioni) dell'Occidente. Ma, in sette anni, il panorama mondiale è stato rivoluzionato. La Cina è diventata il maggior esportatore mondiale e il cuore dell'industria manifatturiera globale si è spostato nei paesi emergenti: in Cina, in India, in Brasile.

Nell'ottica del Doha Round, tuttavia, questi paesi mantenevano le protezioni da paese in via di sviluppo. Nel caso dell'auto, per esempio, l'Europa avrebbe dimezzato dal 10 al 4,5% il proprio dazio sull'import di auto da paesi, come Cina e India, che, in questi mesi stanno conducendo una politica commerciale assai aggressiva sui mercati occidentali.

Contemporaneamente, la Cina avrebbe abbassato i suoi dazi solo dal 25 al 18% e il Brasile dal 35 al 22%. Mantenendo la possibilità di esentare interi settori industriali dal taglio delle tariffe. Troppo poco, perché, come era avvenuto nei precedenti round commerciali, le lobby industriali occidentali premessero sui governi perché accettassero concessioni in materia di agricoltura.

In termini puramente economici, in realtà, il fallimento di Ginevra ha un impatto relativamente modesto. Anche se alcuni paesi potevano ricavarne benefici sostanziali (l'Italia aveva calcolato un aumento delle proprie esportazioni per 500 milioni di euro l'anno), a livello generale il Doha Round spostava poco. Lo stesso Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio, aveva calcolato che un accordo avrebbe comportato un risparmio di 125 miliardi di dollari l'anno in dazi non pagati. L'effetto avrebbe fatto aumentare il prodotto mondiale di 50-70 miliardi di dollari, non più dello 0,1% del Pil globale. Come mai così poco? Perché, in realtà, negli anni scorsi paesi ricchi e paesi emergenti hanno già drasticamente tagliato i propri dazi: oggi alla dogana si paga, in media, nel mondo, il 7%. Cioè, già meno di quanto si doveva concordare a Ginevra.

Per questo, il fallimento del negoziato ha un valore più psicologico che economico. La trattativa del Doha Round riguardava, infatti, nella maggior parte dei casi, la tariffa massima applicabile, non sempre (vedi l'auto), ma spesso superiore a quella oggi applicata. Un accordo, dunque, serviva ad impedire che, in futuro, questi dazi venissero di colpo moltiplicati, rispetto ai livelli attuali.

Il collasso di questo tentativo è un segno dei tempi. La globalizzazione ha già subito, in questi mesi, una serie di duri colpi. La crisi dei subprime ha rivelato la fragilità di mercati, in mano ad una finanza internazionale senza regole. La crisi del cibo ha mostrato quanto, a livello nazionale, possa essere pericoloso affidarsi alle forniture dall'estero per il proprio fabbisogno alimentare. L'impatto della corsa del petrolio sul prezzo dei trasporti sta mettendo in dubbio la razionalità delle scelte di delocalizzazione industriale. Ora, la battuta d'arresto riguarda la liberalizzazione del commercio che, della globalizzazione, è stata in questi anni la struttura portante e il maggior successo. Almeno in teoria, il fallimento di Ginevra non esclude, in realtà, che le trattative possano riprendere, anche nei prossimi mesi. Tuttavia, diplomatici e osservatori - con l'occhio soprattutto al prossimo cambio della guardia a Washington - sono per lo più convinti che la pausa sarà lunga e che il negoziato dovrà, forse, ripartire da zero. Gli economisti, comunque, non ritengono che questo stop possa colpire il livello del commercio mondiale. Troppo radicato, ormai, il decentramento globale delle catene di fornitori (la cosiddetta "fabbrica mondiale") e troppo radicate, anche, le abitudini e le attese di produttori e consumatori per pensare ad una svolta. Senza l'ombrello del Doha Round, tuttavia, il commercio mondiale punterebbe più sulla creazione di blocchi regionali, come la Unione europea, il Nafta americano e un eventuale aggregazione asiatica, frammentando il processo di globalizzazione: questo non garantirebbe regole uguali per tutti e, alla lunga, potrebbe pesare sullo sviluppo mondiale.

Nell'immediato, il fallimento di Ginevra ha, piuttosto, conseguenze anche politiche. Intacca la credibilità di una organizzazione internazionale. Ridimensiona l'entrata in scena di una grande potenza. Colpisce il tentativo ambizioso di dare una voce unica ad un gruppo di paesi, divisi da interessi contrastanti. L'organizzazione è il Wto, sempre meno in grado di presentarsi come una trasparente stanza di compensazione delle strategie economiche mondiali.

La grande potenza è la Cina, che partecipava, per la prima volta direttamente, al negoziato commerciale globale e che ne esce con un nulla di fatto. Il gruppo di paesi è l'Unione europea: il Wto è l'unica sede in cui il rappresentante della Commissione di Bruxelles parla e tratta a nome di tutti i paesi membri. Un successo avrebbe rafforzato la spinta ad una gestione sovranazionale della politica europea.

di Maurizio Ricci