01 febbraio 2009

Il profumo della libertà

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Mentre i media nazionali si occupano del caso Napolitano, qualcuno comincia a denunciare con nomi e cognomi. Il popolo non dimentica. Deve far finta di niente ma, non può dimenticare. Il sacrificio di alcune persone non deve essere vano. La Storia è ancora fresca, e attuale. Il fratello di una persona morta per fare il suo dovere, si ribella e urla in piazza il suo dolore. Ma qualcuno, se non in rete, può raccogliere le sue parole? Il canone Rai in mano ai manipolatori dell'informazione, che peccato!

"Grazie a tutti.
Ringrazio soprattutto quei tanti ragazzi, quelle tante persone che ho incontrato oggi qui e che vengono da tutte le parti d'Italia. Sono quei ragazzi che incontro quando vado in giro per l'Italia a gridare la mia rabbia e a cercare di suscitare nella gente quella indignazione che ritengo che tutti dovrebbero avere nel vedere il baratro nel quale stanno facendo precipitare il nostro Paese.
Vedete, ieri Sonia Alfano mi ha telefonato e mi ha detto: “dobbiamo proiettare un video nel quale si vedranno delle immagini crude, delle immagini della strage di Paolo”.
Mi ha chiesto se poteva farlo, se sarei stato in qualche maniera colpito, sconvolto. Quelle immagini non mi sconvolgono affatto, vorrei che venissero proiettate ogni giorno in televisione, perché la gente si rendesse conto di quello che è stato fatto. Si rendesse conto di qual è il sangue sul quale si fonda questa disgraziata Seconda Repubblica, che capisse che è fondata sul sangue di quei morti. Vedere quelle immagini non mi sconvolge. Una cosa mi sconvolge: vedere le immagini di quelle stragi dopo aver visto quelle due persone che prima parlavano di Dell'Utri, delle bombe che metteva Mangano, e ridevano.
Ridevano, ghignavano rispetto a quelle cose: questo mi sconvolge.
Come Arancia Meccanica

Vorrei che quelle due persone venissero messe in una cella come mettevano quegli assassini di Arancia Meccanica, aprirgli gli occhi e costringerli a vedere, vedere, vedere, vedere in continuazione quelle stragi. Ecco quello che vorrei.
Io ho visto oggi quelle stragi e mi sono ricordato di una cosa che mi ha detto Gioacchino Genchi, che è arrivato sul luogo della strage due ore dopo il fatto. Io ci misi cinque ore a sapere che mio fratello era morto perché la televisione dava notizie contraddittorie: forse è stato ferito un giudice, forse sono stati feriti uomini della scorta. Fu mia mamma che, cinque ore dopo, mi telefonò dall'ospedale e mi disse: “tuo fratello è morto”.
C'era qualcuno, però, che si chiamava Contrada che lo seppe ottanta secondi dopo che mio fratello era stato ucciso e io vorrei, io chiedo, io grido: voglio che queste cose vadano a finire nelle aule di giustizia!
Che ci siano processi per queste complicità che ci sono state all'interno dello Stato!
L'avete sentito di cosa parlavano Berlusconi e Dell'Utri: ecco perché vogliono impedire le intercettazioni, perché quelle cose non possiamo, non dobbiamo sentirle.
Non dobbiamo sentirle se no ci rendiamo conto di quella che è la classe politica che ci governa, ci rendiamo conto di chi oggi ha occupato le istituzioni.Il più grande vilipendio alle istituzioni è che queste persone indegne di occupare quei posti occupino le istituzioni. Questo è il vilipendio alle Istituzioni e allo Stato.
E' il fatto che una persona che è stata chiamata “Alfa”, in un processo che non è potuto andare avanti perché è stato bloccato, come tutti gli altri processi che riguardano i mandanti occulti e esterni, possa occupare un posto così alto all'interno delle nostre Istituzioni.
Genchi arrivò in quella piazza due ore dopo la strage, mi ha raccontato che aveva conosciuto Emanuela Loi un mese prima perché faceva da piantone alla Barbera.
Era una ragazza che non era stata addestrata per fare il piantone, per fare la scorta a un giudice in alto pericolo di vita come Paolo Borsellino. Eppure quel giorno era lì a difendere con il suo corpo, e nient'altro che con quello, Paolo Borsellino. Questi sono gli eroi, non quelli di cui parlano Berlusconi e Dell'Utri, dicendo che Vittorio Mangano è un eroe.
Eroi in fila per andare a morire

Gli eroi sono questi ragazzi che il giorno dopo la morte di Falcone, ce n'erano cento tra poliziotti e Carabinieri, si misero in fila dietro la porta di Paolo per chiedergli di far parte della sua scorta.
Se erano messi in fila per andare a morire, perché Paolo sapeva che sarebbe morto. Quei ragazzi, mettendosi in fila dietro la porta di Paolo, sapevano che sarebbero morti anche loro.
Gioacchino Genchi mi raccontò che due ore dopo la strage, arrivando in via D'Amelio vide i pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall'intonaco del numero 19 di via D'Amelio.La riconobbe perché c'erano dei capelli biondi insieme a quei pezzi.
I pezzi di quella ragazza vennero messi in una bara, vennero riconosciuti perché era l'unica donna che faceva parte della scorta, vennero mandati a Cagliari.Sapete cosa venne fatto? Quello che chiamiamo Stato ha mandato ai genitori di Emanuela Loi la fattura del trasporto di una bara quasi vuota da Palermo a Cagliari. Questo è il nostro Stato. Questo è lo Stato che ha contribuito ad ammazzare Paolo Borsellino e io vi racconto queste cose non per farvi commuovere, non per farvi piangere. Non è il tempo di piangere.
E' il tempo di reagire, di lottare, è il tempo di resistenza! Il tempo di opporsi a questo governo che sta togliendo il futuro ai nostri ragazzi, che ci sta consegnando un Paese senza futuro. E la colpa è nostra che abbiamo permesso che tutto questo succedesse.
Quando Cossiga dice - dopo la manifestazione degli universitari che hanno capito che in Italia si sta cercando di distruggere l'istruzione perché l'istruzione può portare alla resistenza, anche durante il fascismo le scuole erano centri di resistenza e i ragazzi l'hanno capito - e Cossiga cosa ha detto? Ha detto che bisogna mettere infiltrati in mezzo a quei ragazzi perché rompano vetrine, perché vengano distrutte macchine perché le ambulanze sovrastino le altre sirene. Si augura addirittura che venga uccisa qualche donna, qualche bambino perché si possano manganellare quei ragazzi.
Dobbiamo essere noi a metterci davanti a loro, siamo noi che ci meritiamo quelle manganellate per avere permesso che il nostro Paese diventasse quello che è diventato. Un Paese che non è degno di stare nel mondo civile, siamo peggio della Colombia.
Genchi è arrivato in via D'Amelio due ore dopo la strage, ripeto, si è guardato intorno e ha visto un castello. Ha capito che non poteva essere che da quel posto fu azionato il telecomando che ha provocato la strage.
Genchi allora è andato in quel castello, ha cercato di identificare le persone che c'erano dentro, mediante le sue tecniche. Ha capito che da quel castello partirono delle telefonate che raggiungevano cellulari di mafiosi. Perché Genchi ha quelle capacità, le sue conoscenze tecniche sono enormi, egli è in grado, dagli incroci dei tabulati telefonici e non dalle intercettazioni, di riuscire a inchiodare i responsabili di quella strage.
Ecco perché si sta cercando di uccidere Genchi, ecco perché così come hanno ucciso i magistrati si cerca di uccidere anche Genchi. Questo è il vero motivo: per togliere un'altra arma a quello che è la parte sana di Stato che è rimasta.
Cercano di uccidere Genchi, hanno ucciso dei magistrati. Io ieri ho sentito un magistrato – uno di questi uccisi senza bisogno di tritolo – che mi ha detto: “avrei preferito essere ucciso col tritolo piuttosto che così, giorno per giorno, come stanno facendo”. I magistrati oggi, chi ancora cerca di combattere la criminalità organizzata, non viene più ucciso con il tritolo, viene ucciso in maniera tale che la gente non se ne accorga neanche, non reagisca.
Quel fresco profumo di libertà

Le stragi del 1992 portarono a quella reazione dell'opinione pubblica, a quello che mi ero illuso di riconoscere come quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo. Quel profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e fin della complicità. Quel puzzo che oggi ci sta sommergendo. Il puzzo dal quale oggi non possiamo stare lontani perché sta permeando tutto il nostro Stato, tutta la nostra vita politica, tutte le nostre istituzioni.
Io, dopo la morte di Paolo, arrivai a dire che se Dio aveva voluto che Paolo morisse perché il nostro Paese potesse cambiare allora avrei ringraziato Dio di averlo fatto morire. Questo era il sogno di Paolo, Paolo sarebbe stato felice di sapere che era morto per questo.Oggi, guardate il baratro nel quale siamo precipitati: io ringrazio Dio che Paolo sia morto, che non venga ucciso come stanno uccidendo De Magistris, Apicella, Clementina Forleo. Io ringrazio Iddio che Paolo non venga ucciso in questa maniera. Che messaggi ci arrivano dalla magistratura? Il presidente dell'Anm dice: “abbiamo dimostrato che la magistratura possiede gli anticorpi per reagire”. E' una vergogna che un magistrato possa dire queste parole! La magistratura ha dimostrato, semmai, di avere al suo interno quelle cellule cancerogene che la stanno distruggendo, e così come hanno vissuto e pervaso tutte le istituzioni, la classe politica. La magistratura, nei suoi organi superiori, ha dimostrato di essere corrotta al suo interno.
Ormai il cancro sta entrando in metastasi anche negli organi di governo della magistratura.
Mancino mente

Non è difficile, se pensiamo che a vice presidente del Csm, quello che dovrebbe essere l'organo di autogoverno della magistratura, c'è una persona indegna, indegna!, come Mancino! Una persona che mente! Mente spudoratamente dicendo di non avere incontrato Paolo Borsellino il primo luglio del 1992, quando sicuramente a Paolo Borsellino venne prospettata quella ignobile, scellerata trattativa tra lo Stato e la criminalità organizzata per cui Paolo Borsellino è stato ucciso. Perché Paolo non può aver fatto che mettersi di traverso rispetto a questa trattativa, questo venire a patti con la criminalità che combatteva, con chi poco più di un mese prima aveva ucciso quello che era veramente suo fratello, Giovanni Falcone. Paolo non può che essere rimasto così sdegnato da opporsi a questa trattativa e a quel punto andava eliminato, e in fretta.
Tant'è vero che il telecomando della strage di via D'Amelio fu premuto. Queste cose non sono potute arrivare al dibattimento perché tutti i processi sono stati bloccati.
Genchi ha dimostrato che quel telecomando era nel castello Utveggio, dove c'era un centro del Sisde, i servizi segreti italiani, è da lì che è arrivato il comando che ha provocato la strage.
Ecco perché Genchi deve essere ucciso anche lui. Hanno ucciso Paolo Borsellino, hanno ucciso Giovanni Falcone e adesso uccidono anche Genchi, De Magistris, tutti i giudici che cercano di arrivare alla verità.
Così qualunque giudice che arriva a toccare i fili scoperti muore, non si può arrivare a quel punto perché oggi gli equilibri che reggono questa seconda repubblica sono basati sui ricatti incrociati che si fondando sull'agenda rossa.
Un'agenda rossa sottratta dalla macchina ancora in fiamme di Paolo Borsellino, in cui queste trattative, queste rivelazioni che in quei giorni gli stavano facendo pentiti come Gaspare Mutolo, come Leonardo Messina erano sicuramente annotate. Quell'agenda doveva sparire, è questo uno dei motivi della strage. Quell'agenda doveva sparire, su quell'agenda io credo che si basano buona parte dei ricatti incrociati su cui si fonda questa seconda repubblica.
E allora Mancino non può venirmi a dire che non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino! Non può soprattutto adoperare quel linguaggio indegno che adopera. Dice: “Io non posso ricordare se fra gli altri giudici c'era anche Paolo Borsellino, che non conoscevo fisicamente”. Ma Mancino non hai visto chi era quel giudice vestito con la sua toga che trasportava la bara di Falcone? Non l'hai visto? Non ti interessavano quelle immagini? Eri ministro dell'interno e non ti interessava che cosa stava succedendo in Italia in quei giorni?
Non ti interessava, a fronte di quell'agenda che ho mostrato e nella quale c'è scritto: “ore 19.30 Mancino” scritto di pugno autografo da Paolo? Lui ha mostrato un calendarietto in cui non c'era scritto niente, l'ha mostrato semplicemente e c'erano tre frasi con gli incontri della settimana.
E' questo quello che fanno i nostri ministri, oltre che cercare di accordarsi con la criminalità organizzata. E' per questo che è stato ucciso mio fratello: perché mio fratello si è messo di traverso rispetto a questa trattativa, per questo doveva essere ucciso. Io chiedo, e non smetterò di chiederlo finché avrò vita, che sia fatta giustizia, che vengano cacciati dalle istituzioni quelle persone che sono complici di quello che è successo. Non che venga data l'impunità a chi dovrebbe essere sottoposto a processi e invece non può essere neanche indagato, intercettato, non si può fare nulla.
Dobbiamo subire, stanno adottando la tecnica della frana, per cui ci hanno infilato in un'acqua che a poco a poco si riscalda e la gente non si accorge il punto a cui arriviamo.
Attenzione! Attenti! Stiamo precipitando nel baratro e da questo baratro dobbiamo uscire perché lo dobbiamo ai nostri morti. Lo dobbiamo a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, a Emanuela Loi, a questi che veramente sono eroi. Dobbiamo riappropriarci del nostro Paese, questo Paese è nostro, lo Stato siamo noi! Non queste persone che indegnamente occupano le istituzioni.
Vi lascio con tre parole che un altro dei giudici che hanno tentato di uccidere ha detto, ed è quello che dobbiamo fare, l'unica cosa che ci resta da fare prima di cadere in un regime dal quale non ci potremo più districare: resistenza! Resistenza! Resistenza!"
Salvatore Borsellino

L’invasione israeliana ed i giacimenti di gas al largo di Gaza

’invasione militare della striscia di Gaza da parte delle Forze israeliane ha una relazione diretta con il controllo e con la proprietà di strategici giacimenti di gas al largo.

Questa è una guerra di conquista. Scoperti nel 2000, vi sono estesi giacimenti di gas al largo delle coste di Gaza.
British Gas (BG Group) ed il suo partner, Consolidated Contractors International Company (CCC), con sede ad Atene e di proprietà delle famiglie libanesi Sabbagh e Koury, ottennero i diritti di esplorazione per il gas e per il petrolio grazie ad un accordo di durata venticinquennale firmato nel novembre 1999 con l’Autorità Palestinese.

I diritti sui giacimenti di gas al largo spettano rispettivamente a British Gas (per il 60 percento); alla Consolidated Contractors (CCC) (per il 30 percento); ed al Fondo d’Investimento dell’Autorità palestinese (Investment Fund of the Palestinian Authority) (per il 10 percento) (Haaretz, 21 Ottobre 2007).

l’Accordo tra British Gas, Consolidated Contractors International Company e l’Autorità Palestinese prevede anche lo sviluppo dei giacimenti e la costruzione di un gasdotto (Middle East Economic Digest, 5 gennaio 2001).

La licenza della British Gas copre l’intera area marina prospiciente le coste di Gaza, contigua a diversi impianti di gas al largo di Israele (Vedi mappa sotto). E’ necessario precisare che il 60% dei giacimenti di gas lungo la linea costiera Gaza – Israele appartengono alla Palestina.

Il Gruppo British Gas ha scavato due pozzi nel 2000: Gaza Marine-1 e Gaza Marine-2. Le riserve sono stimate da British Gas nell’ordine di 1.400 miliardi di piedi cubi, valutati approssimativamente quattro miliardi di dollari. Questi sono i dati resi pubblici da British Gas. La dimensione delle riserve di gas palestinesi potrebbe essere di molto superiore.

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A chi appartengono i giacimenti di gas

La questione della sovranità sui giacimenti di gas di Gaza è cruciale. Da un punto di vista legale, i giacimenti di gas appartengono alla Palestina.

La morte di Yasser Arafat, la vittoria di Hamas e la decadenza dell’Autorità Palestinese hanno consentito ad Israele di stabilire un controllo di fatto sui giacimenti di gas al largo di Gaza.

British Gas (BG Group) ha intrattenuto relazioni con il governo di Tel Aviv. In cambio, il governo di Hamas è stato scavalcato in relazione ai diritti di esplorazione e di sviluppo dei giacimenti di gas.

L’elezione del Primo Ministro Ariel Sharon nel 2001 ha rappresentato un punto di svolta. La sovranità palestinese sui giacimenti di gas al largo è stata contestata innanzi alla Corte Suprema Israeliana. Sharon ha affermato inequivocabilmente che "Israele non comprerà gas dalla Palestina", con ciò lasciando intendere che i giacimenti di gas al largo di Gaza appartengono ad Israele.

Nel 2003, Ariel Sharon ha opposto il veto ad un accordo iniziale, che avrebbe consentito a British Gas di rifornire Israele con gas naturale proveniente dai pozzi al largo di Gaza (The Independent, August 19, 2003).

La vittoria di Hamas alle elezioni del 2006 ha contribuito alla decadenza dell’Autorità Palestinese, che restò confinata in Cisgiordania, sotto il regime di Mahmoud Abbas.

Nel 2006, British Gas "era prossima a firmare un accordo per trasportare il gas verso l’Egitto" (Times, 23 maggio 2007). Stando alle cronache, il Primo Ministro britannico Tony Blair intervenne per conto di Israele con l’obiettivo di deviare l’accordo con l’Egitto.

L’anno seguente, nel maggio 2007, il governo israeliano ha approvato la proposta del Primo Ministro Ehud Olmert "di comprare gas dall’Autorità Palestinese". Il contratto proposto era del valore di quattro miliardi di dollari, con profitti dell’ordine di due miliardi di dollari, di cui un miliardo sarebbe stato destinato ai Palestinesi.

Tuttavia Tel Aviv non aveva alcuna intenzione di spartire i ricavi con la Palestina. Un team di negoziatori israeliani è stato costituito appositamente dal governo israeliano per ottenere un accordo con il British Gas Group, scavalcando sia il governo di Hamas che l’Autorità palestinese:

"Le Autorità di difesa israeliane vogliono che i palestinesi vengano pagati in beni e servizi ed insistono che nessun denaro vada al Governo controllato da Hamas" (Id., enfasi aggiunta).

L’obiettivo era essenzialmente quello di invalidare il contratto firmato nel 1999 tra il British Gas Group e l’Autorità Palestinese sotto Yasser Arafat.

Secondo la proposta di accordo del 2007 con British Gas, il gas palestinese proveniente dai pozzi al largo di Gaza avrebbe dovuto essere incanalato in un gasdotto sottomarino verso il porto israeliano di Ashkelon, così trasferendo il controllo sulla vendita di gas naturale ad Israele.

L’accordo fallì. I negoziati furono sospesi:

"Il Dirigente del Mossad Meir Dagan si oppose alla transazione per motivi di sicurezza, in quanto i proventi avrebbero finanziato il terrorismo". (Intervento alla Knesset del deputato Gilad Erdan, su "l’intenzione del vice Primo Ministro Ehud Olmert di acquistare gas dai Palestinesi allorquando il pagamento gioverà ad Hamas," 1° marzo 2006, riportato in Lt. Gen. (ret.) Moshe Yaalon, L’eventuale acquisto di British Gas dalle acque costiere di Gaza minaccia la sicurezza nazionale di Israele? Jerusalem Center for Public Affairs, Ottobre 2007).

L’intenzione di Israele era di escludere la possibilità che le royalties fossero corrisposte ai Palestinesi. Nel dicembre 2007, il British Gas Group si ritirò dai negoziati con Israele e nel gennaio 2008 chiuse il suo ufficio in Israele (cfr. il sito web BG).

Il piano d’invasione sul tavolo da disegno

Il piano d’invasione della striscia di Gaza con l’ "Operazione Piombo Fuso" è stato messo in moto nel giugno 2008, stando a fonti militari israeliane:

"Fonti nell’establishment della difesa riferiscono che il Ministro della Difesa Ehud Barak ha dato istruzioni alle Forze di Difesa israeliane di prepararsi per l’operazione oltre sei mesi fa [a giugno od anche prima di giugno], anche se Israele stava iniziando a negoziare un accordo di cessate il fuoco con Hamas" (Barak Ravid, Operation "Cast Lead": Israeli Air Force strike followed months of planning , Haaretz, December 27, 2008).

Nel corso dello stesso mese, le Autorità israeliane hanno contattato British Gas, con l’obiettivo di riprendere negoziati decisivi concernenti l’acquisto del gas naturale di Gaza:

"Sia il Ministro delle Finanze, direttore generale Yarom Ariav, che il Ministro delle Infrastrutture Nazionali, direttore generale Hezi Kugler, sono d’accordo per informare British Gas del desiderio di Israele di riprendere i colloqui. Le fonti hanno aggiunto che British Gas non ha ancora risposto ufficialmente alla richiesta di Israele, ma che gli Amministratori della Società probabilmente verranno in Israele tra alcune settimane, per intrattenere dei colloqui con esponenti del governo" (Globes online – Israel's Business Arena, June 23, 2008).

La decisione di accelerare i negoziati con British Gas (BG Group) coincise, cronologicamente, con la pianificazione dell’invasione di Gaza, iniziata a giugno. Sembrerebbe che Israele fosse ansiosa di arrivare ad un accordo con British Gas Group prima dell’invasione, che era già ad un punto avanzato di pianificazione.

Inoltre, questi negoziati con British Gas erano condotti dal governo di Ehud Olmert con la consapevolezza che un’invasione militare era in corso di pianificazione. In tutta verosimiglianza, il governo israeliano stava anche contemplando una nuova sistemazione politico – territoriale "post guerra" per la Striscia di Gaza.

In effetti, negoziati tra British Gas ed esponenti israeliani erano in corso nell’ottobre 2008, due – tre mesi prima dell’inizio dei bombardamenti, il 27 dicembre.

Nel novembre 2008, il Ministro delle Finanze ed il Ministro delle Infrastrutture Nazionali israeliani incaricarono la Società Elettrica Israeliana (Israel Electric Corporation, I.E.C.) di avviare delle trattative con British Gas, in relazione all’acquisto di gas naturale dalla concessione di B.G. al largo delle coste di Gaza (Globes, November 13, 2008).

"Il Ministro delle Finanze, direttore generale Yarom Ariav, ed il Ministro delle Infrastrutture Nazionali, direttore generale Hezi Kugler, di recente hanno scritto all’amministratore delegato della Società Elettrica Israeliana, Amos Lasker, informandolo della decisione del governo di autorizzare la prosecuzione delle trattative, in linea con la proposta – quadro approvata di recente. Il Consiglio d’amministrazione della Società Elettrica Israeliana, capeggiato dal Presidente Moti Friedman, ha approvato i principi della proposta – quadro alcune settimane fa. I colloqui con British Gas Group inizieranno non appena il Consiglio approverà l’esenzione da un capitolato" (Globes, 13 novembre 2008).

Gaza e la geopolitica dell’energia

L’occupazione militare di Gaza è finalizzata a trasferire la sovranità sui giacimenti di gas ad Israele, in violazione del diritto internazionale.

Che cosa ci possiamo aspettare nella scia dell’invasione?
Qual’è l’intenzione di Israele riguardo ai giacimenti di gas naturale della Palestina?
Una nuova sistemazione territoriale, con lo stazionamento di truppe israeliane e/o di "peacekeeping"?
La militarizzazione dell’intera costa di Gaza, strategica per Israele?
La definitiva confisca dei giacimenti di gas palestinesi e la dichiarazione unilaterale di sovranità israeliana sulle aree marittime di Gaza?

Se questo dovesse accadere, i giacimenti di gas di Gaza verrebbero integrati nelle installazioni al largo di Israele, che sono contigue a quelle della Striscia di Gaza (vedere Mappa 1 sopra).

Queste varie installazioni al largo sono anche collegate al corridoio di trasporto di energia israeliano, che si estende dal porto di Eilat, terminale di un oleodotto sul Mar Rosso, al porto di Ashkelon, terminale di una conduttura, e verso nord ad Haifa, collegandosi infine con il porto turco di Ceyhan, attraverso una progettata conduttura turco – israeliana.
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Ceyhan è il terminale dell’oleodotto trans-caspio Baku – Tbilisi – Ceyhan. "Ciò che è prefigurato è di collegare l’oleodotto B.T.C. all’oledotto trans-israeliano Eilat-Ashkelon, noto anche come Israeli tipline" (Vedi Michel Chossudovsky, The War on Lebanon and the Battle for Oil , Global Research, July 23, 2006).

Michel Chossudovsky

Gattopardi, padroni della crisi

il20gattopardo1_jpg1Nel "Gattopardo" il nipote garibaldino così si rivolge allo zio, barone siciliano fedele ai Borboni, per convincerlo a schierarsi con i piemontesi: "Perché non cambi nulla bisogna che cambi davvero tutto". A questo fa pensare l'incontro di politici ed economisti europei, presenti tra gli altri Merkel, Blair, Tremonti, Sarkozy, dal quale è emersa una critica radicale al capitalismo finanziario e speculativo crollato nello scorso autunno. Cos'è il tutto che deve cambiare? La follia speculativa e il ruolo predominante della casta dei manager, il dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale, del sistema bancario su quello delle imprese industriali. Cos'è però che deve restare? La sostanza della globalizzazione liberista, cioè la distruzione dello stato sociale ove c'era, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, la concorrenza salariale al ribasso, la precarietà e la flessibilità spinte all'estremo. Non una parola finora, tra tante critiche e autocritiche dei governanti, è stata rivolta alle condizioni del lavoro. La flessibilità è sempre la via maestra dello sviluppo e il salario resta sempre il nemico del sistema: guai a dire semplicemente "più salario". Anche quando si parla di una maggiore giustizia sociale, al massimo si pensa a un po' di esenzioni fiscali, e qualche elargizione per i disoccupati e i più poveri. La riduzione degli orari di lavoro, per contenere i licenziamenti, deve avvenire riducendo i salari e nessuno, ma proprio nessuno, pensa di mettere in discussione i contratti precari in quanto tali. Il rappresentante italiano nella Banca Europea, Bini Smaghi (successore di Padoa Schioppa, evidentemente il doppio cognome è indispensabile per accedere a quegli incarichi), ha proposto di finanziare le indennità per i disoccupati con l'aumento dell'età pensionabile. L'obiezione che sarebbe più sensato far andare prima in pensione e assumere così più disoccupati, invece che produrne ancora di più con l'allungamento del tempo di lavoro, è considerata ideologica. E a proposito di pensioni, è ideologico dubitare che non sia più vera la favola dei fondi. Quella secondo la quale ciò che manca nella pensione pubblica, può essere sostituito dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci che avverrebbe con i fondi pensionistici privati. Ma se Borse e mercati crollano, come faranno i fondi a mantenere le loro promesse? Non lo faranno, ed infatti ai lavoratori della General Motors, in cambio dei possibili aiuti di stato, viene chiesto di rinunciare a gran parte della pensione aziendale, per ridurre il costo del lavoro.
Qui sta il punto. Le critiche al capitalismo liberista si fermano sulla soglia dei rapporti di lavoro, dei salari, delle condizioni e della dignità concreta dei lavoratori. Ai quali anzi vengono richiesti nuovi sacrifici, questa volta non in nome di promesse di guadagni magici, ma secondo la più antica favola di Menenio Agrippa. E chi non ci sta, chi prova a collegare la sua condizione di sfruttamento con il capitalismo in crisi, è un nemico da stroncare ed allontanare e le lacrime di coccodrillo degli imprenditori coprono una prepotente crescita dell'autoritarismo aziendale. Si licenziano i precari dalla sera alla mattina. Si licenziano delegati, come alla Maserati, si impongono continui peggioramenti delle condizioni di lavoro, si distribuiscono provvedimenti disciplinari e minacce continue. Cresce in ogni luogo di lavoro la paura, che galleggia ancor di più nel brodo della dilagante cassa integrazione, che aggiunge dramma sociale al degrado. Le ragioni della dignità del lavoro sono calpestate e coloro che le sollevano sono considerati e trattati come nemici dell'azienda e dell'economia. Alla fine avremo un capitalismo più regolato nei piani alti e ancor più feroce e ingiusto in quelli bassi.
Qual è il ruolo assegnato al sindacato in tutto questo? In Italia ne abbiamo avuto un primo saggio nella vicenda Alitalia. Chi ha firmato, il sindacalismo confederale, non ha contato nulla, è stato messo all'angolo in un ruolo ridicolo e impotente. Chi non ha firmato è stato posto alla gogna riservata ai nemici della nazione. Del resto le parole sono sempre chiare. Oggi al sindacato non si chiede più soltanto collaborazione, ma complicità. Il maxiaccordo sul sistema contrattuale, rispetto al quale destra e sinistra, Confindustria e grandi giornali, premono per l'adesione della Cgil, dovrebbe sanzionare tutto questo. Si dovrebbe finalmente abbandonare le rigidità del contratto nazionale e accettare flessibilità e sfruttamento, azienda per azienda, territorio per territorio, nel nome della comune lotta per la produttività. I lavoratori perderebbero definitivamente il diritto a rivendicare aumenti salariali "a prescindere", come ha detto il segretario della Cisl, e potrebbero solo sperare di guadagnare di più lavorando di più. E il sindacato, complice di tutto questo, ne verrebbe premiato con l'accesso a fondi, Enti, ruoli economici, ai quali il capitalismo riformato promette di lasciare spazio.
Se vogliamo che qualcosa cambi davvero nel sistema economico e sociale, bisogna allora prima di tutto impedire, anzi rovesciare, la soluzione gattopardesca. Bisogna ripartire dai salari, dalle condizioni di lavoro, dagli orari, dalla salute e dai diritti. Bisogna costruire un nuovo antagonismo sindacale e sociale che rifiuti le compatibilità che servono a salvare la sostanza profonda del sistema che ci ha portato alla crisi. Solo dalla rottura di questo disegno possono partire un'altra politica economica e un diverso sviluppo fondato sulla giustizia e l'uguaglianza.
di Giorgio Cremaschi

01 febbraio 2009

Il profumo della libertà

salvatore-borsellino-studenti12_100988

Mentre i media nazionali si occupano del caso Napolitano, qualcuno comincia a denunciare con nomi e cognomi. Il popolo non dimentica. Deve far finta di niente ma, non può dimenticare. Il sacrificio di alcune persone non deve essere vano. La Storia è ancora fresca, e attuale. Il fratello di una persona morta per fare il suo dovere, si ribella e urla in piazza il suo dolore. Ma qualcuno, se non in rete, può raccogliere le sue parole? Il canone Rai in mano ai manipolatori dell'informazione, che peccato!

"Grazie a tutti.
Ringrazio soprattutto quei tanti ragazzi, quelle tante persone che ho incontrato oggi qui e che vengono da tutte le parti d'Italia. Sono quei ragazzi che incontro quando vado in giro per l'Italia a gridare la mia rabbia e a cercare di suscitare nella gente quella indignazione che ritengo che tutti dovrebbero avere nel vedere il baratro nel quale stanno facendo precipitare il nostro Paese.
Vedete, ieri Sonia Alfano mi ha telefonato e mi ha detto: “dobbiamo proiettare un video nel quale si vedranno delle immagini crude, delle immagini della strage di Paolo”.
Mi ha chiesto se poteva farlo, se sarei stato in qualche maniera colpito, sconvolto. Quelle immagini non mi sconvolgono affatto, vorrei che venissero proiettate ogni giorno in televisione, perché la gente si rendesse conto di quello che è stato fatto. Si rendesse conto di qual è il sangue sul quale si fonda questa disgraziata Seconda Repubblica, che capisse che è fondata sul sangue di quei morti. Vedere quelle immagini non mi sconvolge. Una cosa mi sconvolge: vedere le immagini di quelle stragi dopo aver visto quelle due persone che prima parlavano di Dell'Utri, delle bombe che metteva Mangano, e ridevano.
Ridevano, ghignavano rispetto a quelle cose: questo mi sconvolge.
Come Arancia Meccanica

Vorrei che quelle due persone venissero messe in una cella come mettevano quegli assassini di Arancia Meccanica, aprirgli gli occhi e costringerli a vedere, vedere, vedere, vedere in continuazione quelle stragi. Ecco quello che vorrei.
Io ho visto oggi quelle stragi e mi sono ricordato di una cosa che mi ha detto Gioacchino Genchi, che è arrivato sul luogo della strage due ore dopo il fatto. Io ci misi cinque ore a sapere che mio fratello era morto perché la televisione dava notizie contraddittorie: forse è stato ferito un giudice, forse sono stati feriti uomini della scorta. Fu mia mamma che, cinque ore dopo, mi telefonò dall'ospedale e mi disse: “tuo fratello è morto”.
C'era qualcuno, però, che si chiamava Contrada che lo seppe ottanta secondi dopo che mio fratello era stato ucciso e io vorrei, io chiedo, io grido: voglio che queste cose vadano a finire nelle aule di giustizia!
Che ci siano processi per queste complicità che ci sono state all'interno dello Stato!
L'avete sentito di cosa parlavano Berlusconi e Dell'Utri: ecco perché vogliono impedire le intercettazioni, perché quelle cose non possiamo, non dobbiamo sentirle.
Non dobbiamo sentirle se no ci rendiamo conto di quella che è la classe politica che ci governa, ci rendiamo conto di chi oggi ha occupato le istituzioni.Il più grande vilipendio alle istituzioni è che queste persone indegne di occupare quei posti occupino le istituzioni. Questo è il vilipendio alle Istituzioni e allo Stato.
E' il fatto che una persona che è stata chiamata “Alfa”, in un processo che non è potuto andare avanti perché è stato bloccato, come tutti gli altri processi che riguardano i mandanti occulti e esterni, possa occupare un posto così alto all'interno delle nostre Istituzioni.
Genchi arrivò in quella piazza due ore dopo la strage, mi ha raccontato che aveva conosciuto Emanuela Loi un mese prima perché faceva da piantone alla Barbera.
Era una ragazza che non era stata addestrata per fare il piantone, per fare la scorta a un giudice in alto pericolo di vita come Paolo Borsellino. Eppure quel giorno era lì a difendere con il suo corpo, e nient'altro che con quello, Paolo Borsellino. Questi sono gli eroi, non quelli di cui parlano Berlusconi e Dell'Utri, dicendo che Vittorio Mangano è un eroe.
Eroi in fila per andare a morire

Gli eroi sono questi ragazzi che il giorno dopo la morte di Falcone, ce n'erano cento tra poliziotti e Carabinieri, si misero in fila dietro la porta di Paolo per chiedergli di far parte della sua scorta.
Se erano messi in fila per andare a morire, perché Paolo sapeva che sarebbe morto. Quei ragazzi, mettendosi in fila dietro la porta di Paolo, sapevano che sarebbero morti anche loro.
Gioacchino Genchi mi raccontò che due ore dopo la strage, arrivando in via D'Amelio vide i pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall'intonaco del numero 19 di via D'Amelio.La riconobbe perché c'erano dei capelli biondi insieme a quei pezzi.
I pezzi di quella ragazza vennero messi in una bara, vennero riconosciuti perché era l'unica donna che faceva parte della scorta, vennero mandati a Cagliari.Sapete cosa venne fatto? Quello che chiamiamo Stato ha mandato ai genitori di Emanuela Loi la fattura del trasporto di una bara quasi vuota da Palermo a Cagliari. Questo è il nostro Stato. Questo è lo Stato che ha contribuito ad ammazzare Paolo Borsellino e io vi racconto queste cose non per farvi commuovere, non per farvi piangere. Non è il tempo di piangere.
E' il tempo di reagire, di lottare, è il tempo di resistenza! Il tempo di opporsi a questo governo che sta togliendo il futuro ai nostri ragazzi, che ci sta consegnando un Paese senza futuro. E la colpa è nostra che abbiamo permesso che tutto questo succedesse.
Quando Cossiga dice - dopo la manifestazione degli universitari che hanno capito che in Italia si sta cercando di distruggere l'istruzione perché l'istruzione può portare alla resistenza, anche durante il fascismo le scuole erano centri di resistenza e i ragazzi l'hanno capito - e Cossiga cosa ha detto? Ha detto che bisogna mettere infiltrati in mezzo a quei ragazzi perché rompano vetrine, perché vengano distrutte macchine perché le ambulanze sovrastino le altre sirene. Si augura addirittura che venga uccisa qualche donna, qualche bambino perché si possano manganellare quei ragazzi.
Dobbiamo essere noi a metterci davanti a loro, siamo noi che ci meritiamo quelle manganellate per avere permesso che il nostro Paese diventasse quello che è diventato. Un Paese che non è degno di stare nel mondo civile, siamo peggio della Colombia.
Genchi è arrivato in via D'Amelio due ore dopo la strage, ripeto, si è guardato intorno e ha visto un castello. Ha capito che non poteva essere che da quel posto fu azionato il telecomando che ha provocato la strage.
Genchi allora è andato in quel castello, ha cercato di identificare le persone che c'erano dentro, mediante le sue tecniche. Ha capito che da quel castello partirono delle telefonate che raggiungevano cellulari di mafiosi. Perché Genchi ha quelle capacità, le sue conoscenze tecniche sono enormi, egli è in grado, dagli incroci dei tabulati telefonici e non dalle intercettazioni, di riuscire a inchiodare i responsabili di quella strage.
Ecco perché si sta cercando di uccidere Genchi, ecco perché così come hanno ucciso i magistrati si cerca di uccidere anche Genchi. Questo è il vero motivo: per togliere un'altra arma a quello che è la parte sana di Stato che è rimasta.
Cercano di uccidere Genchi, hanno ucciso dei magistrati. Io ieri ho sentito un magistrato – uno di questi uccisi senza bisogno di tritolo – che mi ha detto: “avrei preferito essere ucciso col tritolo piuttosto che così, giorno per giorno, come stanno facendo”. I magistrati oggi, chi ancora cerca di combattere la criminalità organizzata, non viene più ucciso con il tritolo, viene ucciso in maniera tale che la gente non se ne accorga neanche, non reagisca.
Quel fresco profumo di libertà

Le stragi del 1992 portarono a quella reazione dell'opinione pubblica, a quello che mi ero illuso di riconoscere come quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo. Quel profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e fin della complicità. Quel puzzo che oggi ci sta sommergendo. Il puzzo dal quale oggi non possiamo stare lontani perché sta permeando tutto il nostro Stato, tutta la nostra vita politica, tutte le nostre istituzioni.
Io, dopo la morte di Paolo, arrivai a dire che se Dio aveva voluto che Paolo morisse perché il nostro Paese potesse cambiare allora avrei ringraziato Dio di averlo fatto morire. Questo era il sogno di Paolo, Paolo sarebbe stato felice di sapere che era morto per questo.Oggi, guardate il baratro nel quale siamo precipitati: io ringrazio Dio che Paolo sia morto, che non venga ucciso come stanno uccidendo De Magistris, Apicella, Clementina Forleo. Io ringrazio Iddio che Paolo non venga ucciso in questa maniera. Che messaggi ci arrivano dalla magistratura? Il presidente dell'Anm dice: “abbiamo dimostrato che la magistratura possiede gli anticorpi per reagire”. E' una vergogna che un magistrato possa dire queste parole! La magistratura ha dimostrato, semmai, di avere al suo interno quelle cellule cancerogene che la stanno distruggendo, e così come hanno vissuto e pervaso tutte le istituzioni, la classe politica. La magistratura, nei suoi organi superiori, ha dimostrato di essere corrotta al suo interno.
Ormai il cancro sta entrando in metastasi anche negli organi di governo della magistratura.
Mancino mente

Non è difficile, se pensiamo che a vice presidente del Csm, quello che dovrebbe essere l'organo di autogoverno della magistratura, c'è una persona indegna, indegna!, come Mancino! Una persona che mente! Mente spudoratamente dicendo di non avere incontrato Paolo Borsellino il primo luglio del 1992, quando sicuramente a Paolo Borsellino venne prospettata quella ignobile, scellerata trattativa tra lo Stato e la criminalità organizzata per cui Paolo Borsellino è stato ucciso. Perché Paolo non può aver fatto che mettersi di traverso rispetto a questa trattativa, questo venire a patti con la criminalità che combatteva, con chi poco più di un mese prima aveva ucciso quello che era veramente suo fratello, Giovanni Falcone. Paolo non può che essere rimasto così sdegnato da opporsi a questa trattativa e a quel punto andava eliminato, e in fretta.
Tant'è vero che il telecomando della strage di via D'Amelio fu premuto. Queste cose non sono potute arrivare al dibattimento perché tutti i processi sono stati bloccati.
Genchi ha dimostrato che quel telecomando era nel castello Utveggio, dove c'era un centro del Sisde, i servizi segreti italiani, è da lì che è arrivato il comando che ha provocato la strage.
Ecco perché Genchi deve essere ucciso anche lui. Hanno ucciso Paolo Borsellino, hanno ucciso Giovanni Falcone e adesso uccidono anche Genchi, De Magistris, tutti i giudici che cercano di arrivare alla verità.
Così qualunque giudice che arriva a toccare i fili scoperti muore, non si può arrivare a quel punto perché oggi gli equilibri che reggono questa seconda repubblica sono basati sui ricatti incrociati che si fondando sull'agenda rossa.
Un'agenda rossa sottratta dalla macchina ancora in fiamme di Paolo Borsellino, in cui queste trattative, queste rivelazioni che in quei giorni gli stavano facendo pentiti come Gaspare Mutolo, come Leonardo Messina erano sicuramente annotate. Quell'agenda doveva sparire, è questo uno dei motivi della strage. Quell'agenda doveva sparire, su quell'agenda io credo che si basano buona parte dei ricatti incrociati su cui si fonda questa seconda repubblica.
E allora Mancino non può venirmi a dire che non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino! Non può soprattutto adoperare quel linguaggio indegno che adopera. Dice: “Io non posso ricordare se fra gli altri giudici c'era anche Paolo Borsellino, che non conoscevo fisicamente”. Ma Mancino non hai visto chi era quel giudice vestito con la sua toga che trasportava la bara di Falcone? Non l'hai visto? Non ti interessavano quelle immagini? Eri ministro dell'interno e non ti interessava che cosa stava succedendo in Italia in quei giorni?
Non ti interessava, a fronte di quell'agenda che ho mostrato e nella quale c'è scritto: “ore 19.30 Mancino” scritto di pugno autografo da Paolo? Lui ha mostrato un calendarietto in cui non c'era scritto niente, l'ha mostrato semplicemente e c'erano tre frasi con gli incontri della settimana.
E' questo quello che fanno i nostri ministri, oltre che cercare di accordarsi con la criminalità organizzata. E' per questo che è stato ucciso mio fratello: perché mio fratello si è messo di traverso rispetto a questa trattativa, per questo doveva essere ucciso. Io chiedo, e non smetterò di chiederlo finché avrò vita, che sia fatta giustizia, che vengano cacciati dalle istituzioni quelle persone che sono complici di quello che è successo. Non che venga data l'impunità a chi dovrebbe essere sottoposto a processi e invece non può essere neanche indagato, intercettato, non si può fare nulla.
Dobbiamo subire, stanno adottando la tecnica della frana, per cui ci hanno infilato in un'acqua che a poco a poco si riscalda e la gente non si accorge il punto a cui arriviamo.
Attenzione! Attenti! Stiamo precipitando nel baratro e da questo baratro dobbiamo uscire perché lo dobbiamo ai nostri morti. Lo dobbiamo a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, a Emanuela Loi, a questi che veramente sono eroi. Dobbiamo riappropriarci del nostro Paese, questo Paese è nostro, lo Stato siamo noi! Non queste persone che indegnamente occupano le istituzioni.
Vi lascio con tre parole che un altro dei giudici che hanno tentato di uccidere ha detto, ed è quello che dobbiamo fare, l'unica cosa che ci resta da fare prima di cadere in un regime dal quale non ci potremo più districare: resistenza! Resistenza! Resistenza!"
Salvatore Borsellino

L’invasione israeliana ed i giacimenti di gas al largo di Gaza

’invasione militare della striscia di Gaza da parte delle Forze israeliane ha una relazione diretta con il controllo e con la proprietà di strategici giacimenti di gas al largo.

Questa è una guerra di conquista. Scoperti nel 2000, vi sono estesi giacimenti di gas al largo delle coste di Gaza.
British Gas (BG Group) ed il suo partner, Consolidated Contractors International Company (CCC), con sede ad Atene e di proprietà delle famiglie libanesi Sabbagh e Koury, ottennero i diritti di esplorazione per il gas e per il petrolio grazie ad un accordo di durata venticinquennale firmato nel novembre 1999 con l’Autorità Palestinese.

I diritti sui giacimenti di gas al largo spettano rispettivamente a British Gas (per il 60 percento); alla Consolidated Contractors (CCC) (per il 30 percento); ed al Fondo d’Investimento dell’Autorità palestinese (Investment Fund of the Palestinian Authority) (per il 10 percento) (Haaretz, 21 Ottobre 2007).

l’Accordo tra British Gas, Consolidated Contractors International Company e l’Autorità Palestinese prevede anche lo sviluppo dei giacimenti e la costruzione di un gasdotto (Middle East Economic Digest, 5 gennaio 2001).

La licenza della British Gas copre l’intera area marina prospiciente le coste di Gaza, contigua a diversi impianti di gas al largo di Israele (Vedi mappa sotto). E’ necessario precisare che il 60% dei giacimenti di gas lungo la linea costiera Gaza – Israele appartengono alla Palestina.

Il Gruppo British Gas ha scavato due pozzi nel 2000: Gaza Marine-1 e Gaza Marine-2. Le riserve sono stimate da British Gas nell’ordine di 1.400 miliardi di piedi cubi, valutati approssimativamente quattro miliardi di dollari. Questi sono i dati resi pubblici da British Gas. La dimensione delle riserve di gas palestinesi potrebbe essere di molto superiore.

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A chi appartengono i giacimenti di gas

La questione della sovranità sui giacimenti di gas di Gaza è cruciale. Da un punto di vista legale, i giacimenti di gas appartengono alla Palestina.

La morte di Yasser Arafat, la vittoria di Hamas e la decadenza dell’Autorità Palestinese hanno consentito ad Israele di stabilire un controllo di fatto sui giacimenti di gas al largo di Gaza.

British Gas (BG Group) ha intrattenuto relazioni con il governo di Tel Aviv. In cambio, il governo di Hamas è stato scavalcato in relazione ai diritti di esplorazione e di sviluppo dei giacimenti di gas.

L’elezione del Primo Ministro Ariel Sharon nel 2001 ha rappresentato un punto di svolta. La sovranità palestinese sui giacimenti di gas al largo è stata contestata innanzi alla Corte Suprema Israeliana. Sharon ha affermato inequivocabilmente che "Israele non comprerà gas dalla Palestina", con ciò lasciando intendere che i giacimenti di gas al largo di Gaza appartengono ad Israele.

Nel 2003, Ariel Sharon ha opposto il veto ad un accordo iniziale, che avrebbe consentito a British Gas di rifornire Israele con gas naturale proveniente dai pozzi al largo di Gaza (The Independent, August 19, 2003).

La vittoria di Hamas alle elezioni del 2006 ha contribuito alla decadenza dell’Autorità Palestinese, che restò confinata in Cisgiordania, sotto il regime di Mahmoud Abbas.

Nel 2006, British Gas "era prossima a firmare un accordo per trasportare il gas verso l’Egitto" (Times, 23 maggio 2007). Stando alle cronache, il Primo Ministro britannico Tony Blair intervenne per conto di Israele con l’obiettivo di deviare l’accordo con l’Egitto.

L’anno seguente, nel maggio 2007, il governo israeliano ha approvato la proposta del Primo Ministro Ehud Olmert "di comprare gas dall’Autorità Palestinese". Il contratto proposto era del valore di quattro miliardi di dollari, con profitti dell’ordine di due miliardi di dollari, di cui un miliardo sarebbe stato destinato ai Palestinesi.

Tuttavia Tel Aviv non aveva alcuna intenzione di spartire i ricavi con la Palestina. Un team di negoziatori israeliani è stato costituito appositamente dal governo israeliano per ottenere un accordo con il British Gas Group, scavalcando sia il governo di Hamas che l’Autorità palestinese:

"Le Autorità di difesa israeliane vogliono che i palestinesi vengano pagati in beni e servizi ed insistono che nessun denaro vada al Governo controllato da Hamas" (Id., enfasi aggiunta).

L’obiettivo era essenzialmente quello di invalidare il contratto firmato nel 1999 tra il British Gas Group e l’Autorità Palestinese sotto Yasser Arafat.

Secondo la proposta di accordo del 2007 con British Gas, il gas palestinese proveniente dai pozzi al largo di Gaza avrebbe dovuto essere incanalato in un gasdotto sottomarino verso il porto israeliano di Ashkelon, così trasferendo il controllo sulla vendita di gas naturale ad Israele.

L’accordo fallì. I negoziati furono sospesi:

"Il Dirigente del Mossad Meir Dagan si oppose alla transazione per motivi di sicurezza, in quanto i proventi avrebbero finanziato il terrorismo". (Intervento alla Knesset del deputato Gilad Erdan, su "l’intenzione del vice Primo Ministro Ehud Olmert di acquistare gas dai Palestinesi allorquando il pagamento gioverà ad Hamas," 1° marzo 2006, riportato in Lt. Gen. (ret.) Moshe Yaalon, L’eventuale acquisto di British Gas dalle acque costiere di Gaza minaccia la sicurezza nazionale di Israele? Jerusalem Center for Public Affairs, Ottobre 2007).

L’intenzione di Israele era di escludere la possibilità che le royalties fossero corrisposte ai Palestinesi. Nel dicembre 2007, il British Gas Group si ritirò dai negoziati con Israele e nel gennaio 2008 chiuse il suo ufficio in Israele (cfr. il sito web BG).

Il piano d’invasione sul tavolo da disegno

Il piano d’invasione della striscia di Gaza con l’ "Operazione Piombo Fuso" è stato messo in moto nel giugno 2008, stando a fonti militari israeliane:

"Fonti nell’establishment della difesa riferiscono che il Ministro della Difesa Ehud Barak ha dato istruzioni alle Forze di Difesa israeliane di prepararsi per l’operazione oltre sei mesi fa [a giugno od anche prima di giugno], anche se Israele stava iniziando a negoziare un accordo di cessate il fuoco con Hamas" (Barak Ravid, Operation "Cast Lead": Israeli Air Force strike followed months of planning , Haaretz, December 27, 2008).

Nel corso dello stesso mese, le Autorità israeliane hanno contattato British Gas, con l’obiettivo di riprendere negoziati decisivi concernenti l’acquisto del gas naturale di Gaza:

"Sia il Ministro delle Finanze, direttore generale Yarom Ariav, che il Ministro delle Infrastrutture Nazionali, direttore generale Hezi Kugler, sono d’accordo per informare British Gas del desiderio di Israele di riprendere i colloqui. Le fonti hanno aggiunto che British Gas non ha ancora risposto ufficialmente alla richiesta di Israele, ma che gli Amministratori della Società probabilmente verranno in Israele tra alcune settimane, per intrattenere dei colloqui con esponenti del governo" (Globes online – Israel's Business Arena, June 23, 2008).

La decisione di accelerare i negoziati con British Gas (BG Group) coincise, cronologicamente, con la pianificazione dell’invasione di Gaza, iniziata a giugno. Sembrerebbe che Israele fosse ansiosa di arrivare ad un accordo con British Gas Group prima dell’invasione, che era già ad un punto avanzato di pianificazione.

Inoltre, questi negoziati con British Gas erano condotti dal governo di Ehud Olmert con la consapevolezza che un’invasione militare era in corso di pianificazione. In tutta verosimiglianza, il governo israeliano stava anche contemplando una nuova sistemazione politico – territoriale "post guerra" per la Striscia di Gaza.

In effetti, negoziati tra British Gas ed esponenti israeliani erano in corso nell’ottobre 2008, due – tre mesi prima dell’inizio dei bombardamenti, il 27 dicembre.

Nel novembre 2008, il Ministro delle Finanze ed il Ministro delle Infrastrutture Nazionali israeliani incaricarono la Società Elettrica Israeliana (Israel Electric Corporation, I.E.C.) di avviare delle trattative con British Gas, in relazione all’acquisto di gas naturale dalla concessione di B.G. al largo delle coste di Gaza (Globes, November 13, 2008).

"Il Ministro delle Finanze, direttore generale Yarom Ariav, ed il Ministro delle Infrastrutture Nazionali, direttore generale Hezi Kugler, di recente hanno scritto all’amministratore delegato della Società Elettrica Israeliana, Amos Lasker, informandolo della decisione del governo di autorizzare la prosecuzione delle trattative, in linea con la proposta – quadro approvata di recente. Il Consiglio d’amministrazione della Società Elettrica Israeliana, capeggiato dal Presidente Moti Friedman, ha approvato i principi della proposta – quadro alcune settimane fa. I colloqui con British Gas Group inizieranno non appena il Consiglio approverà l’esenzione da un capitolato" (Globes, 13 novembre 2008).

Gaza e la geopolitica dell’energia

L’occupazione militare di Gaza è finalizzata a trasferire la sovranità sui giacimenti di gas ad Israele, in violazione del diritto internazionale.

Che cosa ci possiamo aspettare nella scia dell’invasione?
Qual’è l’intenzione di Israele riguardo ai giacimenti di gas naturale della Palestina?
Una nuova sistemazione territoriale, con lo stazionamento di truppe israeliane e/o di "peacekeeping"?
La militarizzazione dell’intera costa di Gaza, strategica per Israele?
La definitiva confisca dei giacimenti di gas palestinesi e la dichiarazione unilaterale di sovranità israeliana sulle aree marittime di Gaza?

Se questo dovesse accadere, i giacimenti di gas di Gaza verrebbero integrati nelle installazioni al largo di Israele, che sono contigue a quelle della Striscia di Gaza (vedere Mappa 1 sopra).

Queste varie installazioni al largo sono anche collegate al corridoio di trasporto di energia israeliano, che si estende dal porto di Eilat, terminale di un oleodotto sul Mar Rosso, al porto di Ashkelon, terminale di una conduttura, e verso nord ad Haifa, collegandosi infine con il porto turco di Ceyhan, attraverso una progettata conduttura turco – israeliana.
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Ceyhan è il terminale dell’oleodotto trans-caspio Baku – Tbilisi – Ceyhan. "Ciò che è prefigurato è di collegare l’oleodotto B.T.C. all’oledotto trans-israeliano Eilat-Ashkelon, noto anche come Israeli tipline" (Vedi Michel Chossudovsky, The War on Lebanon and the Battle for Oil , Global Research, July 23, 2006).

Michel Chossudovsky

Gattopardi, padroni della crisi

il20gattopardo1_jpg1Nel "Gattopardo" il nipote garibaldino così si rivolge allo zio, barone siciliano fedele ai Borboni, per convincerlo a schierarsi con i piemontesi: "Perché non cambi nulla bisogna che cambi davvero tutto". A questo fa pensare l'incontro di politici ed economisti europei, presenti tra gli altri Merkel, Blair, Tremonti, Sarkozy, dal quale è emersa una critica radicale al capitalismo finanziario e speculativo crollato nello scorso autunno. Cos'è il tutto che deve cambiare? La follia speculativa e il ruolo predominante della casta dei manager, il dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale, del sistema bancario su quello delle imprese industriali. Cos'è però che deve restare? La sostanza della globalizzazione liberista, cioè la distruzione dello stato sociale ove c'era, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, la concorrenza salariale al ribasso, la precarietà e la flessibilità spinte all'estremo. Non una parola finora, tra tante critiche e autocritiche dei governanti, è stata rivolta alle condizioni del lavoro. La flessibilità è sempre la via maestra dello sviluppo e il salario resta sempre il nemico del sistema: guai a dire semplicemente "più salario". Anche quando si parla di una maggiore giustizia sociale, al massimo si pensa a un po' di esenzioni fiscali, e qualche elargizione per i disoccupati e i più poveri. La riduzione degli orari di lavoro, per contenere i licenziamenti, deve avvenire riducendo i salari e nessuno, ma proprio nessuno, pensa di mettere in discussione i contratti precari in quanto tali. Il rappresentante italiano nella Banca Europea, Bini Smaghi (successore di Padoa Schioppa, evidentemente il doppio cognome è indispensabile per accedere a quegli incarichi), ha proposto di finanziare le indennità per i disoccupati con l'aumento dell'età pensionabile. L'obiezione che sarebbe più sensato far andare prima in pensione e assumere così più disoccupati, invece che produrne ancora di più con l'allungamento del tempo di lavoro, è considerata ideologica. E a proposito di pensioni, è ideologico dubitare che non sia più vera la favola dei fondi. Quella secondo la quale ciò che manca nella pensione pubblica, può essere sostituito dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci che avverrebbe con i fondi pensionistici privati. Ma se Borse e mercati crollano, come faranno i fondi a mantenere le loro promesse? Non lo faranno, ed infatti ai lavoratori della General Motors, in cambio dei possibili aiuti di stato, viene chiesto di rinunciare a gran parte della pensione aziendale, per ridurre il costo del lavoro.
Qui sta il punto. Le critiche al capitalismo liberista si fermano sulla soglia dei rapporti di lavoro, dei salari, delle condizioni e della dignità concreta dei lavoratori. Ai quali anzi vengono richiesti nuovi sacrifici, questa volta non in nome di promesse di guadagni magici, ma secondo la più antica favola di Menenio Agrippa. E chi non ci sta, chi prova a collegare la sua condizione di sfruttamento con il capitalismo in crisi, è un nemico da stroncare ed allontanare e le lacrime di coccodrillo degli imprenditori coprono una prepotente crescita dell'autoritarismo aziendale. Si licenziano i precari dalla sera alla mattina. Si licenziano delegati, come alla Maserati, si impongono continui peggioramenti delle condizioni di lavoro, si distribuiscono provvedimenti disciplinari e minacce continue. Cresce in ogni luogo di lavoro la paura, che galleggia ancor di più nel brodo della dilagante cassa integrazione, che aggiunge dramma sociale al degrado. Le ragioni della dignità del lavoro sono calpestate e coloro che le sollevano sono considerati e trattati come nemici dell'azienda e dell'economia. Alla fine avremo un capitalismo più regolato nei piani alti e ancor più feroce e ingiusto in quelli bassi.
Qual è il ruolo assegnato al sindacato in tutto questo? In Italia ne abbiamo avuto un primo saggio nella vicenda Alitalia. Chi ha firmato, il sindacalismo confederale, non ha contato nulla, è stato messo all'angolo in un ruolo ridicolo e impotente. Chi non ha firmato è stato posto alla gogna riservata ai nemici della nazione. Del resto le parole sono sempre chiare. Oggi al sindacato non si chiede più soltanto collaborazione, ma complicità. Il maxiaccordo sul sistema contrattuale, rispetto al quale destra e sinistra, Confindustria e grandi giornali, premono per l'adesione della Cgil, dovrebbe sanzionare tutto questo. Si dovrebbe finalmente abbandonare le rigidità del contratto nazionale e accettare flessibilità e sfruttamento, azienda per azienda, territorio per territorio, nel nome della comune lotta per la produttività. I lavoratori perderebbero definitivamente il diritto a rivendicare aumenti salariali "a prescindere", come ha detto il segretario della Cisl, e potrebbero solo sperare di guadagnare di più lavorando di più. E il sindacato, complice di tutto questo, ne verrebbe premiato con l'accesso a fondi, Enti, ruoli economici, ai quali il capitalismo riformato promette di lasciare spazio.
Se vogliamo che qualcosa cambi davvero nel sistema economico e sociale, bisogna allora prima di tutto impedire, anzi rovesciare, la soluzione gattopardesca. Bisogna ripartire dai salari, dalle condizioni di lavoro, dagli orari, dalla salute e dai diritti. Bisogna costruire un nuovo antagonismo sindacale e sociale che rifiuti le compatibilità che servono a salvare la sostanza profonda del sistema che ci ha portato alla crisi. Solo dalla rottura di questo disegno possono partire un'altra politica economica e un diverso sviluppo fondato sulla giustizia e l'uguaglianza.
di Giorgio Cremaschi