05 dicembre 2009

Seminare il pessimismo per dominare le masse

In questi giorni sto scrivendo parecchio di politica perche’ stanno iniziando a nascere i germogli di eventi molto violenti. Come capita in queste situazioni, tutti quelli che hanno un avversario si illudono che la violenza colpira’ principalmente l’avversario, e non si rendono conto del limite intrinseco dei potenti.

Nessun potente, infatti, sa distinguere tra un proprio simile ed un proprio strumento.

LA situazione politica italiana odierna e’ frutto di una strategia fin troppo visibile, che consiste nel rendere il popolo docile ed incapace di produrre progetti positivi di cambiamento. Lo si fa seminando il pessimismo. Non ci vuole molto: con la scusa dell’opposizione, la classe politica inizia a propagandare ogni difetto del sistema, ogni suo malfunzionamento, ogni suo piccolo o grande fallimento. Li amplifica, cosicche’ il piccolo fallimento locale venga percepito come un fallimento del sistema intero. Un pessimismo su scala sistemica.

Mediante questo bombardamento , la popolazione si convince lentamente di essere in una gabbia dalla quale non puo’ uscire. Si convince lentamente di essere intrinsecamente predestinata al fallimento. Una volta convinti interiormente di essere condannati al fallimento, essi accettano come alternativa solo qualcosa che non possa fallire: cio’ che non c’e’.

Cosi’, quei pochi che ancora lottano , lo fanno per delle utopie, per dei principi irrealizzabili, sostenendo qualcosa che non c’e'; sia una tecnologia alternativa per lo smaltimento dei rifiuti, sia un’idea di moralizzazione che non appartiene a questo mondo. Il pessimismo indotto dai media prosegue in questa direzione fino ad un punto di non ritorno.

Quello in cui la nazione perde il potere di pensare bene di se’ stessa nel suo complesso.

Dico che e’ un punto di non ritorno perche’ in questo momento collassa la societa’: gli individui pensano ognuno tutto il male possibile degli altri, e si convincono lentamente che , viste le infime caratteristiche di ogni loro condizionale (o della maggioranza), le cose non cambieranno mai. Lo stesso capita ai pochi gruppi organizzati locali: essi vivono nella convinzione che la condanna di tutti sia la stessa esistenza di ogni altro gruppo. In questo momento la nazione ha perso il potere di pensare bene di se’ stessa. La societa’ a quel punto collassa, e gli individui diventano atomi in agitazione senza relazioni con gli altri, e non solo: spesso impegnati nella via della solitudine, al solo scopo di evitare le relazioni con gli altri.

IN questo stato il popolo non accetta alcun progetto positivo come tale, perche’ ritiene che ci sia qualcosa di inevitabilmente fallimentare, che condannerebbe anche questo progetto al fallimento. Preferisce cosi’ lottare contro coloro che ritiene responsabili di tale pessimistica condanna al fallimento, ma non troppo, perche’ il pessimismo infuso dai media fa si’ che nessuno creda troppo nemmeno in questa vittoria. Tutti i progetti positivi cessano , e con essi la possibilita’ politica di proporli, annegati nel pessimismo diffuso dai mass media.

Quando la nazione perde il potere di pensare bene di se’ stessa nel suo complesso, cioe’ quando il singolo gruppo perde la capacita’ di ritenere positivo anche il contributo altrui, la propaganda ha terminato il suo lavoro; perche’ ha ottenuto un popolo che si ritiene condannato a fallire, ed e’ disposto (quando ancora decide di lottare) a lottare solo contro qualcun altro, di un altro pezzo di nazione.

In questo momento la casta al potere ha raggiunto il massimo della sua incontrastata potenza, perche’ il popolo essendo condannato dal pessimismo a non fidarsi di alcun progetto positivo non riuscira’ ad unirsi per spodestarla.

Paradossalmente, si e’ condannata a morte proprio in quel momento.

Il pessimismo che deriva dalla convinzione di essere condannati al fallimento, la rabbia di chi crede di vivere in una gabbia dalla quale non puo’ uscire, produce inazione. L’inazione porta gli individui alla poverta’ : laddove un immigrato vede il bengodi riesce a migliorare la propria condizione, milioni di cittadini del posto, ormai intrisi dell’inazione che viene dal pessimismo, scivolano verso la poverta’.

Il pessimismo e la poverta’ hanno una sola risultante: la violenza.

Non ho bisogno di dati laddove basta la logica(1), e so che in questo momento in italia masse di giovani si consegnano al pessimismo ed all’inazione, convinti che non ci sia modo alcuno di cambiare alcunche’, e per questo diventano sempre piu’ violenti. Il numero di atti di violenza tra giovani e’ destinato ad aumentare, e siccome questi giovani diventeranno adulti, anche il numero di atti violenti degli adulti e’ destinato ad aumentare, allo stesso ritmo della poverta’ (anche se non necessariamente tra le stesse persone) .

Il secondo sottoprodotto di pessimismo e poverta’ e’ il mito.

Quando l’essere umano pensa che al mondo non ci sia possibilita’ di cambiare nulla, inizia a rifugiarsi fuori dal mondo stesso. Ed inizia a partorire, in astratto, l’idea fissa della specie umana: il salvatore. Il salvatore e’ un essere mitologico , che puo’ essere un leader religioso o meno , che non essendo parte di questo mondo (almeno in parte, essendo un mito) sembra sfuggire alla condanna al fallimento cui i seguaci credono di essere inevitabilmente condannati.

Il mitico leader e’ un uomo, e spesso e’ un semplice dittatore con una buona propaganda (diventa un religioso se decide di usare la religione come strumento di governo) , e viene da un’area marginalissima,e poco visibile, della nazione. Quando dico poco visibile non intendo dire necessariamente “nascosta”, perche’ niente e’ piu’ nascosto di quello che non vogliamo guardare, come per esempio la poverta’.

Il leader prende la forma di mito (e per fare questo deve impedire ai media di avvicinarsi troppo a lui, in modo da controllare l’informazione su di se’ alla sorgente) mediante una propaganda che non lo dipinge come essere superiore, ma parla come se avesse carisma.

Il carisma e’ la capacita’ di rinunciare al proprio volto per indossare la maschera di qualche altissimo ente. Non importa, a questo punto, se l’ente sia davvero altissimo: una propaganda che indossa il suo volto al posto del proprio lo rende tale. Se qualcuno e’ disposto a perdere il proprio volto per indossare quello di X, allora questo X e’ davvero grande.(2)

Questo uomo-mito deve agire in un modo molto semplice.

Per prima cosa, occorre che i mass media abbiano un volto orribile. Occorre che il livello dello scontro mediatico diventi cosi’ infimo e orrendo da costringere la stampa a considerare i vantaggi di parlare con un altro volto. Quello dell’uomo-mito.

E’ quello che sta accadendo: la stampa e i mass media stanno cadendo sempre piu’ in basso, perdendo continuamente credibilita’. Da giornalisti sono diventati paparazzi, e stanno per diventare semplici guardoni. Quando tutti disprezzeranno abbastanza la stampa, la stampa avra’ bisogno di un volto nuovo. Il nostro uomo-mito gli prestera’ il proprio, e questo sara’ carisma.

Una volta creato il mito, si spezza il senso del pessimismo: il pessimismo condanna tutta la nazione al fallimento, e’ vero. Ma non tocca il mito, che essendo superiore ed astratto non subisce la stessa condanna. Cosi’, una popolazione e’ stata educata al pessimismo e crede di non poter produrre niente di buono da se’, per cui si affida al mito, che essendo mito non subisce la stessa maledizione.

Abbiamo dato all’uomo-mito una schiera di fanatici incorruttibili, perche’ essi non credendo ai propri simili non accetteranno alcun progetto venga da loro , e ritenendo l’uomo-mito al di sopra di questa regola, accetteranno come tale soltanto il suo progetto. Inoltre, parliamo di una massa disperata , disperata perche’ pensa di non aver via di scampo al fallimento per via del pessimismo che gli abbiamo indotto, e contemporaneamente portata a credere che il mito, non obbedendo a questa legge ed essendo unico, sia un’occasione imperdibile ed unica. Ed essendo unica, va difesa ad ogni costo.

Con tutta la violenza della quale una massa simile e’ capace.

Il processo e’ in atto, e siamo quasi agli atti finali. Compaiono diversi uomini che si propongono come “miti”, cioe’ come persone “esterne” a quel mondo che e’ ritenuto condannato al fallimento. Sono i movimenti “di protesta”, quelli “anti-sistema”. Hanno iniziato lentamente, prima Bossi , poi Di Pietro, e Grillo, e cosi’ via.

Tutti questi falliscono per una semplice ragione: la lentezza dei loro movimenti e’ tale che le masse hanno il tempo di osservare i leader. Di sapere tutto di loro. Di riconoscerli come uno dei loro. Una volta che l’uomo-mito e’ spogliato del mito, diventa solo un uomo, e allora le masse si allontanano da lui perche’ nel loro pessimismo lo ritengono egualmente condannato al fallimento sistemico.

Finche’ non arriva un uomo-mito particolare: quello privo di inibizioni verso la violenza. La lentezza che permette alle masse (ed agli avversari) di mostrare l’umanita’ dell’ uomo-mito e’ quella della politica. Grazie a questa lentezza le persone possono percepire l’umanita’ del loro mito, vederlo invecchiare, la stessa lentezza della politica fa sembrare che l’uomo mito abbia le mani legate. I media possono investigare su di lui e mostrarne l’umanita’, che nel pessimismo generale e’ sinonimo di condanna.

Questo non vale per chi usi la violenza, perche’ la violenza e’ veloce. L’uomo-mito senza inibizioni verso la violenza , oggi, deve solo aspettare che la societa’ diventi ancora piu’ violenta per via del pessimismo che la pervade , e manifestarsi in maniera veloce. Deve aspettare che ci sia una gioventu’ ancora piu’ violenta della nostra (ci siamo quasi) e poi avra’ i suoi fanatici.

Se riesce (ovviamente con la violenza) a tenere lontane le telecamere dei mass media (basta ammazzare di botte uno-due giornalisti, alla fine) e ad agire con una certa velocita’ contro la politica, diciamo a produrre un grosso evento violento e traumatico entro un anno di attivita’ politica (anche un evento “fasullo”, come la marcia su Roma, puo’ bastare) , e l’evento politico appare appoggiato dal “popolo”, la violenza dilaga.

E nel pessimismo , nel mutismo e nella rassegnazione che la classe dirigente riteneva sufficienti a fermare una sommossa, nasce la peggiore delle sommosse, ovvero la furia di un popolo fanatico e violento.

Non vi illudete, perche’ il momento e’ vicino.

Il prossimo leader “anti-sistema” non fara’ piu’ politica. Non fara’ nemmeno anti-politica.

Si limitera’ ad uccidere.

E’ solo questione di tempo, il tempo necessario a sviluppare una gioventu’ sempre piu’ violenta ed accecata dal pessimismo. E no, non potete farci nulla, perche’ non avete capito nulla di politica.

L’unica situazione stabile, in politica, e’ il cambiamento. Quando si dice che tutto debba cambiare perche’ nulla cambi si dice proprio questo. Ma non significa che il cambiamento sia una delle vie per preservare l’esistente.

Significa che e’ l’ UNICA via. Mentre voi avete pensato che, seminando il pessimismo, si sarebbe ottenuta una stabilita’ senza cambiamento.

Presto vedrete arrivare un uomo. La stampa, gia’ sfigurata, iniziera’ a parlare a nome suo pur di indossare un volto migliore. Una schiera di violenti al suo servizio mettera’ a tacere ogni altra stampa terrorizzando i giornalisti mediante la violenza e la brutalita’(3). Si proporra’ come moralizzatore , e una stampa ormai immorale avra’ agio di schierarsi a suo favore. Poiche’ si proporra’ come moralizzatore, dovra’ giudicare. E per questo non tollerera’ alcuna altra classe di giudici. Preti e magistrati saranno i primi bersagli della violenza dei suoi seguaci. Rifiutera’ le interviste. I suoi seguaci saranno violentissimi e crudeli. Prima che la politica riesca , nei suoi tempi, a rallentarlo, abbattera’ il governo in carica.

E i suoi seguaci, furenti, ammazzeranno con estrema facilita’ e con un divertito senso di futilita’. Anche quella stampa che ha parlato col suo viso, anche e specialmente quelli che hanno creduto di poter cavalcare la tigre.

E’ solo questione di tempo, il tempo che la violentissima gioventu’ che si vede in giro cresca di numero e di eta’.Poi, l’uomo-mito arrivera’ con tutta la violenza delle sue schiere di fanatici.

Leggete un libro di storia e lo vedrete: arriva SEMPRE.

(1) Non sto dicendo che la logica possa sempre sostituire i dati. Sto dicendo che a volte possa farlo. In quel caso, non servono dati.

(2) In realta’, molto spesso il volto di questo qualcuno e’ cosi’ orribile che qualsiasi scambio gli risulta conveniente. La stampa e’ destinata a peggiorare fino al momento in cui avra’ bisogno di un nuovo volto per nascondere il proprio.

(3) Il giornalista non teme la forza ne’ il pericolo. Teme pero’ la brutalita’. La brutalita’ e’ il segreto per terrorizzare i giornalisti.

di Uriel

04 dicembre 2009

I bonds sequestrati a Chiasso: clamorosi sviluppi




Vi ricordate la vicenda dei 138 miliardi di dollari di Bonds USA sequestrati a Giugno dalla Guardia di finanza di Chiasso? Siamo stati tra i primi a parlarne, ed anche diffusamente. Da un nostro post è perfino scaturita una interrogazione parlamentare al Ministro Tremonti, rimasta per ora senza risposta.

Se vi ricordate vi erano due fonti che erano apparse, fin dall'inizio, bene informate; Asia News, diretta da padre Cervellera e il blog di un losco individuo, ">Hal Turner, un suprematista bianco titolare anche di una web-radio e non nuovo ad indiscrezioni clamorose, da insider, sulla tenuta del sistema finanziario americano.

Negli ultimi mesi, dopo un caso apparentemente analogo di sequestro, verificatosi all'aeroporto di Malpensa con i bond prontamente (e semplicisticamente, come vedremo) riconosciuti come falsi, era stata messa la sordina a tutta la vicenda.

Silenzio e buio totali.

Anzi, da parte americana avevano fatto qualcosa di più che mettere la sordina al misterioso Hal Turner: l'avevano arrestato, con accuse alquanto capziose, tanto che lo stesso Hal in questo accorato appello, risalente al giorno dell'arresto, avanzava l'ipotesi che fosse tutto un pretesto e che volessero fermarlo per le sue rivelazioni sul dollaro e sui bonds di Chiasso. (si ascolti dal minuto 7.49).

Farneticazioni di un fanatico?

Mica tanto.

Nei mesi successivi, tramite il blog di famiglia era riuscito a raccogliere poche misere decine di dollari di donazioni per la sua liberazione, ma improvvisamente, circa due mesi fa, è riuscito a trovare 500.000 dollari (in bonds !!) per il suo rilascio su cauzione (con lo strano diveto di usare internet o qualunqe altro mezzo di comunicazione). Da dove siano arrivati non è difficile capirlo. Si tratta di un bell'aiutino dalla stessa FBI, di cui in effetti era, provatamente, un informatore. Il motivo è presto detto: il suo diretto superiore è nel frattempo diventato il Governatore del New Jersey ed aver finanziato con cifre intorno ai 100.000 dollari/anno un tipo come Hal è in effetti il primo serio scandalo politico in cui è coinvolto.

Ricapitolo: Esplode lo scandalo dei bonds di Chiasso anche sui media americani, uno strano soggetto, sicuramente ben informato e/o con ottime entrature ad alto livello, pubblica riservatissime foto dei bonds e dei passaporti dei due giapponesi fermati ( e rilasciati!!) dalla nostra guardia di finanza, foto che potevano essere a disposizione solo dell'US Secret Service, incaricato dell'indagine, e viene immediatamente arrestato con accuse del tutto capziose. In seguito, grazie alle indagini, si scopre che il tipo è un informatore storico della FBI, con ottime entrature in strani circoli antisemiti e suprematisti, oltre che con notevoli accessi a fonti superiservate, tra cui l'attuale governatore del New Jersey.

Nel tentativo di tacitarlo lo si rilascia su cauzione, con l'espresso e pubblico, stranissimo, vincolo al silenzio, ma "purtroppo" la cosa è ormai scappata di mano e va ingigantendosi di ora in ora.

E l'altra beninformata fonte, Asia News?

Beh, a quanto pare si è deciso di usare i grossi calibri, da questo lato, un segno che si vuole dare autorevolezza al lavoro svolto sottotraccia, attingendo a fonti chiaramente ben informate.

E' infatti intervenuto, con un articolo ricco di informazioni, L'Avvenire, il quotidiano cattolico per eccellenza, insieme al cattedratico "L'Osservatore Romano".

Si parla di "intrigo mondiale" e giustamente.

Nonostante le buone premesse, nell'articolo si ricostruisce, a partire da buone informazioni, una storiella che non sta in piedi nemmeno con le stampelle.

Sarebbero, i Bonds, dei "falsi autentici", ovvero VERI bonds, fraudolentemente realizzati da funzionari infedeli della Federal Reserve o del Governo Americano. Questo per cercare, in qualche disperato modo, di trovare una spiegazione al fatto, ormai evidente, che NON SI TRATTA DI FALSI.

Giova qui ricordare che, da un lato l'Italia ha un DISPERATO BISOGNO dei 38 miliardi di euro di penale che potrebbe legittimamente esigere sui bonds sequestrati e dall'altro, anche prendendo per buona la stiracchiatissima ipotesi formulata, pare evidente che vi sia in circolazione una ENORME quantità di denaro e/o titoli "autentici", stampati senza controllo (poco importa se da funzionari "deviati" o scrupolosi), circolanti per vie traverse e segrete, in cambio di servigi altrettanto trasversali e misteriosi ed in barba a qualunque garanzia.

Uh, ma guarda. E pensare che c'e' chi insiste a ritenere che tenere segreto il totale del circolante in dollari, come fa la Federal da qualche anno, non sia poi cosi importante.

A me invece pare che tutto si leghi, ma non voglio ripetermi ancora. Quel che avevo da scrivere, anche senza le ultime novità, che danno maggior forza alle mie convinzioni in merito, l'ho scritto qui.

di Pietro Cambi

03 dicembre 2009

La Morgan Stanley teme la crisi del debito nel Regno Unito per il 2010




L’Inghilterra rischia di diventare la prima nazione del G10 a rischiare la fuga dei capitali e una crisi sul debito nei prossimi mesi, secondo una nota di Morgan Stanley.

La banca d’investimento ha dichiarato che sussiste il rischio che il mix tossico di problemi inglesi arriveranno al capolinea presto, il prossimo anno, attivato dalla paura che Westminster potrebbe dimostrarsi incapace di restaurare credibilità fiscale.

“I crescenti timori di un parlamento senza una maggioranza stabile probabilmente peseranno sia sulla valuta sia sui rendimenti dei Gilt (titoli del debito), dal momento che sarà in un certo senso un salto nel buio, ed aumenterà la probabilità che alcune delle agenzie di rating toglieranno lo status di AAA al Regno Unito”, si legge nel report scritto dalla banca d’investimento europea, di Roman Carr, Teun Draaisma e Graham Secker



“in una situazione estrema, una crisi fiscale potrebbe portare ad una fuga dei capitali interni, grave debolezza del Pound e una svendita di buoni del tesoro inglesi. La Banca d’Inghilterra potrebbe sentirsi costretta ad alzare i tassi per sostenere la fiducia nella politica monetaria e stabilizzare la moneta, minacciando la fragile ripresa economica”, hanno dichiarato.

Morgan Stanley ha dichiarato che questi eventi a catena potrebbero alzare i rendimenti del Gilt a 10 anni di 150 punti base.

Questo farebbe alzare il costo dei prestiti ben oltre il 5% - il livello che ora affronta la Grecia, e ben più alto dei costi di Italia, Messico e Brasile (NDFC: l’affezionato lettore avrà tristemente notato l’accostamento del nostro paese ad altri che percepiamo come lontani).

I migliori titoli di debito di aziende come BP, GSK, o Tesco, potrebbero portare un rischio premium inferiore al debito sovrano inglese – semplicemente impensabile in passato.

Una impennata dei rendimenti dei bond potrebbero complicare molto l’obiettivo di finanziare il deficit di budget, che è atteso per essere il peggiore di tutto il gruppo OSCE l’anno prossimo, al 13.3% del PIL.

Per un certo tempo gli investitori sono stati preoccupati, in privato, del fatto che la Banca d’Inghilterra avrebbe dovuto alzare i tassi prima di essere pronta a farlo – rischiando una recessione a W , ed una incipiente spirale di pagamento del debito – ma questa è la prima volta che una principale società di investimenti solleva un warning così forte.

Nessuna nazione del G10 ha visto la sua abilità di fornire uno stimolo di emergenza severamente limitato da forze esterne dall’inizio della crisi del credito.

Non è chiaro come i mercati potrebbero rispondere se iniziassero a mettere in discussione l’efficacia del potere statale (NDFC: vogliamo tirare a indovinare?)

Morgan Stanley dichiara che la sterlina potrebbe cadere di un altro 10% in termini di potere d’acquisto. Questo completerebbe il più aspro declino del Pound dai tempi della rivoluzione industriale, superiore al calo del 30% dopo che l’Inghilterra uscì dal Gold Standard nelle cataclismiche circostanze del 1931.

Le azioni inglesi performerebbero ragionevolmente bene.

Un buon 65% dei guadagni delle aziende della borsa inglese vengono dall’estero, quindi godrebbero di vantaggi della caduta della moneta.

Anche se il report “Tempi più duri nel 2010” non è collegato alla debacle di Dubai , ci ricorda che le nazioni hanno a malapena comprato tempo durante la crisi per rivolgersi agli stimoli fiscali e travasare le perdite private sui libri contabili pubblici.

I salvataggi – per quanto necessari – non hanno risolto il problema sottostante del debito. Hanno accumulato un secondo insieme di problemi, degradagando il debito sovrano in buona parte del mondo.

Morgan Stanley ha dichiarato che il travaglio inglese è una delle tre “sorprese” attese per il 2010.

Le altre due sono

* Rimbalzo del dollaro
* Forti performance delle azioni delle compagnie farmaceutiche (NDFC: “...!”)

David Buik, di BGC Partners, ha dichiarato che l’Inghilterra è particolarmente fuori forma perchè i ritorni fiscali sono soggetti ad una forte leva sul ciclo economico globale: i servizi finanziari hanno fornito il 27% dei ritorni in fase di boom, ma ora sono crollati.

Gli inglesi hanno mancato di mettere da parte denaro negli anni delle vacche grasse per bilanciare questo ciclo fiscale giunto al momento della verità. Hanno avuto un deficit del 3% del PIL al massimo del boom, mentre le nazioni prudenti come la Finlandia e perfino la Spagna avevano un surplus di più del 2%.

“Dobbiamo alzare l’IVA al 20% e fare tagli seriamente drammatici nei servizi che vanno oltre tutto cio’ di cui stanno parlando Alistair Darling o David Cameron. Nessuno sembra avere il coraggio di fronteggiare questo” , ha dichiarato Buik.

Il report coincide con le notizie che l’Inghilterra è ora ufficialmente la sola nazione del G20 ad essere ancora in recessione. Il Canada ha riportato che la sua economia è cresciuta dello 0,1% nel terzo trimestre. L’inghilterra, per contro, si è contratta dello 0,3%, secondo le più recenti stime.
di Ambrose Evans-Pritchard

02 dicembre 2009

Wto: l'unica certezza è che il modello (perdente) non si cambia

La fine della WTO, tante volte decretata, quante respinta e negata. E così le Ministeriali si continuano a fare, senza troppa passione e con sempre meno pubblicità, ma sempre con il pericolo che qualche infausta decisione passi sopra la testa delle popolazioni aggravandone di più la già pesante situazione.

Su quest'ultima in anticipo ci si è affrettati a dire che non si sarebbe negoziato nulla, ma poi invece nella conferenza stampa d'apertura hanno dichiarato di volere una conclusione "rapida e di successo" per il ciclo di negoziati "dello sviluppo" lanciato dalla Wto nel 2001 a Doha, ma anche che il contenuto di sviluppo si è annacquato nei testi in discussione, e che ad esso è appeso, però, il risultato finale delle trattative.

Sono giunti a Ginevra oltre 2.700 delegati, di cui solo 139 su 153 membri dell'organizzazione, 350 giornalisti e circa 500 rappresentanti della società civile, e dopo la giornata di sabato dedicata ad una manifestazione antiWTO con anche alcuni dei protagonisti della "Battaglia di Seattle", che si è snodata per la città con tanto di trattori, ed imbarcazioni dei pescatori trasportate su dei carri - ma purtroppo anche preceduta da un po' di bande giovanili più casseurs forse che veri black bloc, che hanno fatto razzia di vetrine ed auto parcheggiate - domenica invece e' stata utilizzata dai ministri al commercio di Brasile, Argentina, Sudafrica, e alcuni tra gli Stati emergenti più influenti del G20, che in ambito Wto guidano il raggruppamento del G33, per "posizionarsi" rispetto a Europa e Stati Uniti in vista dell'apertura.

I Paesi in via di sviluppo affermano infatti di voler tenere in vita questo ciclo di negoziati e volerlo concludere presto e con successo, specificando però che per successo intendono che lo vogliono amico dello sviluppo. La Wto, ha il peccato originale di essere nato come club dei Paesi ricchi che negli anni è anche molto cambiato, il Doha round infatti è stato lanciato per aiutare i paesi poveri a migliorare le proprie condizioni attraverso un commercio più libero, ma il processo è lungo e resta ancora tanta strada da fare nel negoziato perché questo proposito diventi realtà.

Sembrerebbe esserci un accordo chiuso all'80% secondo lo stesso segretario generale Pascal Lamy, ma rimangono grandi differenze, su come esattamente i membri taglieranno le proprie tariffe sui prodotti agricoli e industriali, elimineranno i sussidi in agricoltura e apriranno il mercato dei servizi.
Il gruppo dei G20 in ambito Wto, coordinato dal Brasile, sostiene la necessità di una maggiore apertura dei mercati agricoli a Nord ma anche a Sud, e ha lanciato in direzione della ministeriale un documento nel quale ha affermato che l'agricoltura deve essere tema centrale in ogni accordo per via di come i sussidi dei Paesi ricchi stanno schiacciando i più poveri fuori dal mercato.

Un altro comunicato dei G33, gruppo coordinato dall'Indonesia che combatte per assicurare che i Paesi più poveri siano protetti in qualche modo dagli effetti più destabilizzanti dell'apertura dei mercati, hanno chiarito però in un proprio documento che ogni accordo debba proteggere i mezzi di sussistenza dei piccoli produttori soprattutto agricoli. Ma il negoziatore statunitense al commercio Ron Kirk, prima della partenza per Ginevra, ha chiarito che il suo Paese si sente impegnato, insieme ad altri, a giocare un ruolo di leadership nella Wto per spingere le esportazioni americane e far crescere il numero dei posti di lavoro ben pagati che gli americani vogliono e di cui hanno bisogno.

Un posizionamento chiaro che da solo getta un'ombra di grande incertezza sulla ministeriale che si apre in questi momenti.
Questo è pure un vertice diverso da tutti gli altri perché arriva in piena crisi economica, finanziaria, sociale ed ambientale, ma mentre nelle riunioni di G8 e G20 i leaders globali fanno a gara per mettere faccia e firme sotto proposte di ri-regolazione di borse e mercati finanziari, qui non si presentano e quasi alla chetichella tentano di chiudere un nuovo pacchetto di liberalizzazioni che ha perso tutti i suoi contenuti di riequilibrio Nord-Sud, che rischia di rafforzare il predominio di pochi interessi forti, a Nord come a Sud, alle spese dei diritti di tutti gli altri.

La Wto si è arenata da anni nell'esame di 17 diversi trattati, un pugno dei quali si occupa davvero di barriere doganali, tariffe e protezionismo, mentre la maggior parte cerca di limitare la capacità degli Stati di sostenere le produzioni "pulite" e i piccoli e medi produttori agricoli e manifatturieri, di vietare la costruzione di fondi nazionali di stimolo alla ripresa, che aiutino le imprese e i lavoratori del proprio Paese, di fissare parametri di gestione dei servizi pubblici perché siano prevalentemente in mano ai privati senza che i Parlamenti nazionali possano dire niente al riguardo.

L'ultima crisi economico finanziaria ha dimostrato l'insostenibilità di un sistema dove la finanza ed i capitali si sganciano dall'economia reale, dove persino il cibo diventa oggetto di speculazione finanziaria condannando alla fame oltre un miliardo di persone e questa crisi complessa ha dimostrato come i fallimenti del mercato siano alla base dei peggiori squilibri del pianeta, e come le ricette per curare questi disastri non possano essere le stesse proposte e riproposte da quasi trent'anni.

La soluzione alle attuali crisi alimentare, produttiva e climatica richiede un profondo e radicale spostamento da un'agricoltura e un modello energetico, industriale, produttivo, di distribuzione ed orientato all'esportazione, verso un'economia attenta ai bisogni del territorio, a Nord come a Sud. Non è più il momento di stare a guardare, è a rischio la stabilità e la sopravvivenza di intere comunità per gli anni a venire.

di Maurizio Gubbiotti

01 dicembre 2009

Il banchiere espiatorio




Stiamo vivendo il passaggio decisivo della crisi sistemica globale in cui il feticcio del PIL - ancora oggi asse portante di tutte le mistificazioni sul prodigioso “sviluppo”, la “crescita”, il “benessere” illimitati - tende a diventare sempre di più DIL per gran parte delle società umane. Assumendo l’acronimo in questione il significato di Disagio Interno Lordo e in futuro - se peggioreranno ancora le cose, come del resto è probabile - di Disperazione Interna Lorda. Le serie di dati economici, che scorrono come un fiume quotidianamente sotto i nostri occhi, pur nella loro contraddittorietà – sospese come sono fra rimbalzi, recuperi finanziari, chiusure aziendali e cadute ulteriori del prodotto – palesano lo spettro del declino della produzione e dei consumi, che non sarà l’unico problema epocale delle sole economie occidentali un tempo trionfanti.



In questo passaggio epocale assistiamo a un vero e proprio scontro fra irrealtà e realtà. Dove l’irrealtà è ben simboleggiata da una dimensione finanziaria “partita in orbita” intorno al globo terracqueo. Mentre la realtà è fatta di chiusure aziendali e dal downsizing, ovvero da licenziamenti a raffica. Ma soprattutto: la contrapposizione di fondo è tra la stabilità e la flessibilità; fra l’ordine e l’anarchia; fra la perduta solidità rappresentata da un mondo “burocratico” e da un tempo lineare, e l’evanescenza indotta da questo modello di capitalismo, con le sue pericolose discontinuità. In questa fase - di cui nessuno sa prevedere la durata perché “Ignota è l’architettura del domani” - la complessità che caratterizza il modo di produzione capitalistico dominante è tale che nessuno riesce compiutamente a definirlo ed indagarlo, sviluppando un’adeguata visione d’insieme.

Esistono tante definizioni di quel capitalismo contemporaneo che “viviamo sulla nostra pelle”. Ciascuna delle quali riesce forse a mettere in evidenza uno o due aspetti, pur rilevanti e caratterizzanti su vari piani – culturale ed ideologico, economico, sociologico, persino geopolitico – senza però riuscire a cogliere la totalità. Capitalismo neofeudale “senza classi” (questa è la definizione data dal filosofo Costanzo Preve); passaggio capitalistico dalla fase monocentrica “americana” a quella policentrica (Gianfranco La Grassa); capitalismo flessibile ( Richard Sennett); capitalismo parassitario ( Zygmunt Bauman); capitalismo totalitario (Marino Badiale e Massimo Bontempelli); e capitalismo assoluto. Queste definizioni rappresentano solo alcuni esempi di quanto affermo. Ma la stessa globalizzazione che costituisce la linfa vitale del modo di produzione dominante può essere intesa in molti modi: economico, culturale, salariale, e via dicendo.

Quello che è certo è che la prima fase della globalizzazione - iniziata in buona sostanza negli anni Ottanta del Novecento; consolidatasi progressivamente nei “ruggenti anni Novanta” (secondo una definizione dell’economista Stiglitz); e non ancora conclusa, ma già in via di esaurimento, come ci dimostra la persistenza della prima crisi del mondo globalizzato - è dominata da quello che potremmo, con una buona approssimazione, definire “modello capitalistico anglo-americano dell’economia dei servizi”. Un modello in cui i servizi finanziari hanno avuto la massima espansione e l’hanno fatta da padrone, “autonomizzandosi” rispetto all’economia reale e sopravanzandola di alcune lunghezze, ben oltre le sue capacità di assorbimento e sopportazione. Cosa che è accaduta a detrimento delle strutture produttive dei paesi “sviluppati”, provocando due effetti. Primo: una falcidia di posti di lavoro stabili soprattutto nelle produzioni a bassa intensità di capitale (e basso contenuto tecnologico); posti che sono stati solo in parte sostituiti da precari sottopagati. Secondo: trasferimenti significativi di know-how ai paesi detti emergenti, indotti dalla caduta delle barriere doganali e dal conseguente nomadismo planetario del capitale.

L’espansione finanziaria ha dato l’impressione alla massima potenza mondiale - ovvero gli Stati Uniti - di poter vivere per un tempo lungo, indefinito, al di sopra dei propri mezzi finanziando illimitatamente il debito. Mentre i “fondamentali” dell’economia, le produzioni tradizionali e le officine lasciavano il posto a produzione sempre più massiccia di carta e cartaccia: la paccottiglia del tipo CDS (Credit Default Swap) e CDO (Collateralized Debt Obligation). Come se la moltiplicazione della ricchezza di natura finanziaria fosse una riproposizione - in chiave storica e su un piano di immanenza del miracolo biblico - della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Nel frattempo la bassa produzione si affidava ai cosiddetti Paesi “emergenti”, realizzando il massimo della flessibilità dei lavoratori e sfruttando nuovi territori fino ad allora sotto-utilizzati o vergini, in un’assurda e suicida (in primo luogo per l’Occidente a guida americana) divisione internazionale del lavoro.

Anche per tali motivi, quelli che potremmo definire “i gruppi di comando elitistici” hanno avuto mano completamente libera nel reperimento di risorse sui mercati finanziari, e l’hanno fatto nel segno dell’assenza di limiti che connota il capitalismo in questa fase. Non ha torto Bauman – che nel saggio “Capitalismo parassitario” (pubblicato in Italia da Laterza) rievoca lo spettro di Rosa Luxemburg, l’autrice de “L’accumulazione del capitale”, che sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere (e prosperare) senza le economie non capitalistiche - si diceva: non ha torto Bauman, quando mette in evidenza come il monstre che ci domina è nella sostanza nient’altro che un grande parassita, in costante ricerca di “terre vergini” da sfruttare fino all’esaurimento. O meglio di organismi ospitanti in cui si insedia per “nutrirsi” e riprodursi portandoli alla morte.

In realtà, i banchieri e i finanzieri fin dagli inizi dell’era globale hanno interpretato la completa assenza di limiti che connota il capitalismo contemporaneo come l’illimitata possibilità di accrescere una ricchezza apparentemente illusoria e smaterializzata. Con lo scopo immediato di una crescente “creazione del valore a favore dell’azionista”. E con il fine ultimo di mettere le mani su beni assai concreti: fabbriche, proprietà immobiliari, l’intero prodotto sociale. Le conseguenze del loro agire sui mercati ricordano molto l’effetto che io chiamo dello “sciame di cavallette”.

Le cavallette, divise in grandi sciami, si avventano affamate su campi e coltivi, predandoli fino all’esaurimento delle risorse, per poi spostarsi altrove rapidamente, come nubi minacciose nel cielo, e calare fameliche su altri campi e altri coltivi. I fertili coltivi - prima dello scoppio della crisi - erano rappresentati dai mercati dei crediti al consumo (rate e carte di credito) e dei mutui di seconda scelta (ovvero quelli concessi a persone che avevano scarse possibilità di pagarli, perchè avevano stipendi bassi e lavori instabili; mutui noti ai più come subprime). Mutui e crediti che sono stati allegramente cartolarizzati, per poi fare il “tranching”, tagliandoli a fette; e infine venduti, intascando le commissioni come prodotti in gran parte sopraffini, per niente adulterati e spesso degni addirittura del massimo dei voti in termini di affidabilità, cioè di una tripla “A”. Anche se poi si è scoperto che erano carta straccia.

Perfino inutile precisare che gli altri campi e gl’altri coltivi, predati dalle “cavallette” globaliste, sono gli essenziali mercati del petrolio e dell’energia, in cui il 95% dei futures trattati in questi ultimi anni non hanno avuto funzioni di copertura, a fronte di transazioni reali, ma bensì funzioni squisitamente speculative. Ed altri campi ed altri coltivi ancora erano i più decisivi prodotti agricoli e alimentari, dando così un significativo contributo alle esplosioni dei prezzi (inflazione da profitti), ma soprattutto alla malnutrizione e alla fame autentica di quasi un terzo dell’umanità. Ecco di cosa si è occupata - fra l’altro - la nuova “classe di servizio” del top globalista per creare valore in misura crescente, se non esponenziale, a vantaggio dei “Signori della mondializzazione”, in particolar modo a beneficio di quella Strategic Global class occidentale, che era intenta a “rastrellare” risorse ovunque e a qualsiasi costo sociale e ambientale.

Ma la difesa dei perversi meccanismi di questo capitalismo non è cessata neppure con la crisi. Anzi si è intensificata fino al delirio, con l’intensificarsi della caduta di tutti i suoi indicatori, dal PIL planetario a quello dei volumi del commercio mondiale.

Un temporaneo rimbalzo finanziario - per esempio: una ripresa dei guadagni speculativi o una crescita del PIL americano, dopo quattro trimestri negativi consecutivi e l’espulsione di milioni di lavoratori dal processo produttivo, con parte del “ceto medio” che perde la casa e va a vivere in roulotte - viene oggi venduta dalla propaganda del nuovo clero sistemico-mediatico come “l’uscita dalla crisi”, l’auspicato ritorno ad una “normalità” decisamente abnorme. Una “normalità” fondata su instabilità e cambiamento discontinuo ma irreversibile; sul fallimento esistenziale per moltissimi; sulla concentrazione di risorse in mani elitistiche; sul pieno controllo del “capitale umano” e del “capitale naturale”; e su di un gigantesco disegno omologante di riorganizzazione ideologico-culturale, venduto propagandisticamente come “morte delle ideologie”.

Questo processo si è sviluppato nel passaggio dalla routine alla flessibilità (come ha osservato Richard Sennett); dal mondo solido alla vita liquida (Zygmunt Bauman); dal capitalismo dialettico al capitalismo speculativo in senso hegeliano (Costanzo Preve). E non solo. A mio avviso: questo processo si è sviluppato anche nel passaggio dall’ordine sociale fondato sulla tripartizione “Borghesia-ceti medi figli del welfare novecentesco-Proletariato” alla dicotomia “Global class-Pauper class” che tenderà in futuro a cristallizzarsi in un nuovo ordine dagli aspetti quasi castali.

In questo quadro inquietante - di autentica “rimozione” di tutte le certezze e dei punti fermi esistenti nelle precedenti fasi capitalistiche - va inquadrato il problema dei finanzieri, dei manager della “industria del credito” e dei banchieri che hanno sbagliato, scatenando la prima crisi globale di origine chiaramente sistemica. In altra sede mi sono divertito a proporre l’amaramente ironico paragone fra i banchieri-manager che hanno sbagliato e i “compagni che sbagliano” nella stagione italiana del lungo sessantotto, della P38, del terrorismo e della clandestinità. Ma questo perché la pubblicistica del neoliberismo imperante ha spesso invocato - a discolpa del sistema - le responsabilità individuali di singoli soggetti, che mal avrebbero colto le splendide ed emancipative opportunità offerte dal libero mercato globale. Un esempio su tutti: il vituperato e incarcerato Bernie Madoff.

Perchè accusare i banchieri che sbagliano? Ovvio. Per nascondere agli occhi delle neoplebi e dei “ceti medi” occidentali, soggetti alla flessibilizzazione e alla ri-plebeizzazione, la natura squisitamente sistemica della crisi, come dovrebbe essere ormai evidente a chi non si limita ad osservare la superficie dei fenomeni. Le colpe, però, devono - e non può essere diversamente - essere fatte risalire direttamente al modello (di sviluppo) economico adottato e alle sue logiche interne. Un modello in cui i mercati finanziari non erano ospiti o estranei. I mercati finanziari avevano e hanno un ruolo chiave. Che era (e rimane) quello di moltiplicare – con annessa proliferazione di prodotti sempre più rischiosi e truffaldini – la “rendita” prodotta dall’impiego del capitale e nel contempo riuscire a gestire il rischio (che avrebbe dovuto essere sopportato, in primo luogo, dalla cosiddetta impresa del credito) facendovi fronte in modo efficiente.

Da un punto di vista mecroeconomico, sappiamo che fin dall’affermazione delle teorie monetariste di Milton Friedman e in contesti non uguali all’attuale, si è ampiamente utilizzata la leva monetaria, abbandonando quella fiscale per giungere ad una rilevante defiscalizzazione del capitale, ma anche al fine di sostenere ed espandere la domanda, e possiamo notare come l’ormai epocale trasferimento di ricchezza dal Lavoro al Capitale ha creato insufficienze crescenti della domanda nei paesi “ricchi”, che in parte significativa la esprimono, con esiti decisamente recessivi. Dal lato micro, invece, si può fare direttamente riferimento ai modelli di business adottati in campo finanziario dalle “imprese” che trattano il credito – fra le quali le grandi banche commerciali anglo-americane, ben rappresentate nella vicenda dalla Leheman Brothers – in un contesto di privatizzazione, esteso a tutto l’occidente e sulla scorta della “tradizione” anglosassone, dei sistemi bancari e creditizi, per sottrarli definitivamente ad interferenze “esterne” non gradite e al controllo pubblico, rispondendo in toto ai desideri (e alle imposizioni) del top globalista.

La tensione verso una sempre maggiore “creazione di valore” nel breve e la necessità di liberarsi dai rischi crescenti che ciò implicava - CDO e CDS sono, in tal senso, prodotti “simbolo” dell’epoca e della realizzazione pratica del paradigma neoliberista - si diceva: questa tensione verso il massimo dei profitti possibile nel più breve tempo possibile oltre a spingere alla speculazione su ogni cosa nella ricerca inesausta di nuove “terre vergini” da sfruttare – nel caso sub-prime la povertà, la necessità di avere una casa, anche se si è ridotti con pochi mezzi e scarse prospettive, il disagio sociale diffuso, eccetera – ha imposto di scaricare i crescenti rischi “sul mercato”, innescando una micidiale “catena di Sant’Antonio”. Che aveva un unico obiettivo: incassare le commissioni subito e liberarsi quanto prima del “pacco esplosivo”, che poi però in diverse occasioni - (s)fortuanatamente - è tornato al mittente. Cioè a quei banchieri e a quei finanzieri che speravano di essersene liberati.

Per dirla con le parole di Alberto Berrini, tratte dall’ottimo libro “Come si esce dalla crisi”: “Il modello di business (appena descritto, Nda) è stato definito Originate to Distribute (OTD; faccio un prestito e cedo il rischio) rispetto al precedente Originate to Hold (faccio un prestito e tengo il rischio)”. Se ci si addentra nei meandri della vicenda sub-prime - che è stato unanimemente riconosciuto come l’innesco che ha fatto esplodere la crisi - si comprende come l’origine della stessa non può essere che sistemica e non certo individuale. Per la semplice ragione che i suoi presupposti derivano direttamente dalle logiche del capitalismo contemporaneo e dai modelli adottati dalle imprese creditizie, compresi i grandi “incentivi” concessi agli stessi banchieri-manager, in una perversa “meritocrazia”, in realtà completamente priva di riscontri nella realtà economica.

In conclusione. L’espressione banchieri che hanno sbagliato è quindi destituita di ogni fondamento ed è una fola diffusa dalla propaganda sistemica per fuorviare l’opinione pubblica. I banchieri non hanno sbagliato e ne sono consapevoli. Si sono limitati, in un contesto “sfidante” - dominato dalla tensione al cambiamento e dalla flessibilità - a aderire alle logiche di questo brutto modello di capitalismo. E anzi si può dire che ne abbiano saputo cogliere la sostanza.

Come degli autentici “animal spirits” liberati dal capitalismo finanziario, questi soggetti hanno semplicemente assicurato al top globalista e a loro stessi enormi guadagni (di rapina) nel breve termine, unico orizzonte temporale possibile quando si naviga nel procelloso mare della globalizzazione. I banchieri-manager sono stati - e sono tuttora, - i generali e i quadri di eserciti mercenari, predatori, senza divise e disciplina di campo – in una curiosa e ardita similitudine con le estenuanti guerre europee di religione e nazionali degli ottanta anni, che si sono concluse, nel 1648, con la pace di Westfalia – incaricati della lotta per il reperimento delle risorse nella mal frequentata dimensione finanziaria. Infatti, la profondità e la gravità dei dissesti finanziari che hanno provocato una concreta crisi economica planetaria altro non sono che indicatori dell’intensità, e della “violenza”, raggiunte dallo scontro fra i gruppi di vertice della classe globale, i quali sono da tempo saldamente insediati nei gangli vitali della riproduzione strategica della totalità sociale, e quindi anche nei centri del potere finanziario.

L’aspetto drammatico della questione è che le conseguenze di queste lotte elitistiche, e dell’agire di tali soggetti, non restano confinate in una dimensione “superiore” a quella del nostro quotidiano, ma le avvertiamo anche noi, nella vita di tutti i giorni, negli ambienti di lavoro, in supermercati e negozi, nei rapporti interpersonali occasionali o consolidati, fin dentro le stesse mura domestiche.

Eugenio Orso

26 novembre 2009

Daniel Estulin sulla sua inchiesta sul Club Bilderberg

club bilderberg
La copertina
Il libro, pubblicato fino ad oggi in Spagna, Portogallo, Bulgaria, Brasile, Olanda, Giappone, Usa, arriva anche in Italia: contiene foto degli incontri e vari documenti tra cui alcune lettere di invito alla riunione e liste dei partecipanti. E dal libro sarà realizzato anche un film a Hollywood: la Halcyon Company infatti, proprietaria dei diritti cinematografici della saga di Terminator, ha comprato i diritti del libro di Daniel Estulin e ha in programma di realizzare un film da 120milioni di dollari.

La riunione del Gruppo di quest'anno si è svolta in Grecia dal 14 al 17 maggio: il nostro paese era rappresentato da Tommaso Padoa-Schioppa, Mario Draghi, Romano Prodi, Franco Bernabè, John Elkann. E l'autore dell'inchiesta Daniel Estulin, in Italia per presentare l'ultima versione del suo libro, sceglie Affaritaliani.it per svelare i retroscena degli incontri del Club.

Nel suo libro ha scritto che l'obiettivo della riunione 2009 del Club è stato quello di trasformare l'Unione Europea in un governo multinazionale. Pensa che questo sarà davverò realizzato?
"E' stato approvato il trattato di Lisbona. Esiste di fatto una dittatura europea di un gruppo di persone le cui decisioni non sono appellabili da nessuno".

daniel estulin
Daniel Estulin


Esistono degli obiettivi del Club che sono stati realizzati nel corso degli anni?
"Si, esistono. Per esempio la guerra in Iraq, progettata a maggio del 2002 per febbraio-marzo del 2003; il prezzo del petrolio, salito da 20 a 100 dollari al barile dal 2002 al 2007 e ancora da 100 a 150 dollari al barile dal 2005 a metà 2008. Oppure l'implosione dei prezzi delle case nel 2006 o la guerra in Kosovo nel 1996".

Come è cambiata la funzione del Club nel corso degli anni?

"Dalla caduta del Comunismo il Club Bilderberg ha incluso personalità provenienti dai paesi del Patto di Varsavia mentre prima il Gruppo si basava sull'alleanza della Nato".


Le riunioni del Gruppo hanno una connotazione politica? Se si, a destra o a sinistra? Ed è cambiata nel corso degli anni?

"Il gruppo è formato da personalità che hanno una visione globale e di conseguenza imperialista, come se fossero costruttori di un impero. Un impero costruito alle spese delle varie repubbliche nazionali. Non ci sono connotazioni politiche, né di destra né di sinistra: è applicato il concetto di sinarchia internazionale (un ipotetico governo occulto planetario, o "governo ombra", che gestisce invisibilmente le trame della politica e dell'economia mondiale e che decide i destini dell'umanità, ndr)".

Quali sono i paesi che hanno maggiore influenza all'interno del Club?

"Ovviamente gli Stati Uniti: un terzo dei delegati proviene infatti da questo paese. A parte gli Usa, anche la Gran Bretagna e la Germania sono ben rappresentati. L'Italia ha una forte rappresentanza attraverso le antiche famiglie italiane, come gli Agnelli che sono oggi rappresentati da John Elkann".

Secondo lei qual è il ruolo dell'Italia nel Club? E' cambiato nel corso degli anni?

"L'Italia è l'epicentro del potere del Club attraverso la nobiltà veneziana. La regina di Inghilterra, il membro più influente del Gruppo, appartiene infatti per discendenza ai Marchesi d'Este di Venezia".

C'è qualcosa che avrebbe voluto scrivere nel libro e non ha fatto?

"Se si riferisce alla censura, no non c'è: ho scritto tutto quello che volevo nell'edizione inglese del libro. La versione italiana è la diretta traduzione di quella inglese. In Spagna invece il mio editore, Planeta, mi ha vietato di menzionare i reali di Spagna e il loro ruolo all'interno del Club. Sono stato lasciato invece più libero di parlare di altre cose. Ho seguito queste indicazioni anche se quando il libro è uscito ho pubblicamente criticato il ruolo della famiglia reale spagnola nel Club".

25 novembre 2009

L'impotenza del potere



Fin da quando Hobbes ha immaginato lo Stato come un mostro onnipotente, il Leviatano, il potere centrale di ogni Paese è stato considerato capace di risolvere tutti i problemi vecchi e nuovi della condizione umana. A prescindere dal grado di democrazia esistente, lo Stato è sempre intervenuto nell'economia, ha sempre deciso della guerra e della pace, dell'istruzione, della salute e di tanti altri aspetti della vita dei propri cittadini. Anzi, proprio questa onnipresenza dello Stato ha fatto nascere reazioni liberatorie, opposizioni più o meno violente all'invasione nella esistenza della persona. Ma il potere dello Stato non è onnipotente, non solo perché singoli individui criminali o associazioni di individui praticano sistematicamente la violazione delle leggi, ma anche per l'esistenza dei cosiddetti poteri occulti, che costringono lo Stato a fare delle scelte che favoriscono interessi provati di individui o di particolari categorie sociali.
Anche prescindendo dalla bontà o dall'intelligenza dei governanti e delle enormi macchine che li aiutano a prendere le decisioni, la volontà dello Stato, e addirittura quella delle comunità internazionali, è obbligata a fermarsi per l'eccessiva complessità dei problemi.
Alcuni esempi recenti confermano l'impotenza a decidere della comunità internazionale. Il vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, organizzato dalla FAO a Roma dal 16 al 18 novembre di quest'anno, si è concluso con un nulla di deciso per "la mancanza di impegni concreti dai Paesi ricchi, che si assumono responsabilità e promettono risorse che non arriveranno mai". Oltretutto, al vertice erano assenti i potenti del G8, che, pur essendo consapevoli del problema della fame nel mondo, non possono fare di più, non solo per la impossibilità di risolvere la situazione. Infatti, il miliardo di affamati è il risultato del fenomeno inarrestabile della crescita della popolazione umana, attualmente di 7 miliardi di individui, che, secondo previsioni scientifiche, "entro il 2030 causerà una crisi globale".
Durante il vertice di Roma, il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, in previsione del vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici, ha dichiarato: "non può esserci sicurezza ambientale senza sicurezza alimentare". I problemi difficilmente risolvibili si intrecciano e si aggravano vicendevolmente, rendendo sempre più impotente la comunità internazionale a risolverli. Infatti, Obama, nel suo viaggio in Cina, per risolvere i gravi problemi del rapporto Cina-USA, ha anticipato, insieme al leader cinese "un ridimensionamento della Conferenza sul Clima che si apre tra tre settimane a Copenhagen". Nonostante le reazioni furiose di alcuni membri della Comunità Europea, i due principali inquinatori del mondo, Cina e USA, hanno preannunciato di non voler ridurre drasticamente le loro emissioni. In realtà, i due colossi industriali non possono rinunciare all'uso del carbone per la produzione dell'energia elettrica; infatti le centrali a carbone in USA e in Cina rappresentano dal 50 all'80% del totale. La Cina non ha petrolio e gli USA giacciono sul più vasto giacimento di carbone del mondo. Ma anche l'Europa ha dimostrato recentemente l'incapacità di saper esprimere la propria potenza politica nei confronti dei colossi americano e cinese; infatti, nell'elezione dei propri supremi rappresentanti nel congresso internazionale, l'Europa non ha potuto esprimere che due figure scialbe, e quindi di scarso peso politico. In questo caso, l'impotenza del potere è racchiusa nella sua stessa natura: l'unione forzata di nazioni con interessi contrastanti spinge al compromesso e alle scelte di basso profilo. Questo è il limite generale del potere organizzato nelle attuali forme della democrazia parlamentare.
di Romolo Gobbi

24 novembre 2009

Senza ideali molta ruberia


Francesco Alberoni scriveva giorni fa (il 20 ottobre) che «Persi gli ideali a cosa si rivolge la spinta umana? Solo al potere e al denaro». Sì: ma è utile approfondire. In primo luogo, non dobbiamo confondere ideali con ideologie. Sono cose diverse e anche nemiche. Intesi come obiettivi di valore gli ideali acquistano centralità, nella politica, con l’Illuminismo, non prima. La parola «ideologia» viene poi coniata da Destutt de Tracy nel 1796, e dunque in sul finire dell’Illuminismo, per dire «scienza delle idee»; un significato letterale che non ha attecchito e che è stato stravolto dal marxismo, per il quale l’ideologia diventa killeraggio, e cioè un pensiero che non-è-più-pensato, un ex pensiero dogmatico e fanatizzato che appunto ammazza il pensiero e le idee.

Una seconda precisazione verte sul rapporto tra ideali e democrazia. Che è un rapporto strettissimo ma soltanto moderno, recente. Aristotele distingueva tra governo dell’uno, dei pochi e dei molti, e poi tra il governare nell’interesse proprio o nell’interesse comune. E per Aristotele la democrazia era il governo dei molti, o dei poveri, nel proprio interesse, e quindi un cattivo governo. Ma, attenzione, l’interesse comune che caratterizzava i buoni regimi non era, per lui, posto da ideali e tantomeno dall’ideale della libertà individuale del cittadino. Hobbes lo precisava lapidariamente: «Ateniesi e Romani erano liberi, e cioè le loro città erano libere».

La grossa differenza è che il mondo antico su su fino al Rinascimento non si proiettava verso il futuro ma si poneva come un aumento, una crescita, delle origini. Alla stessa stregua non era «giovanilista»: l’autorità, la auctoritas, spettava alla saggezza degli anziani. Questa visione del mondo venne rovesciata dal Romanticismo «scoprendo la storia» come una dinamica innovativa che porterà man mano a configurare la democrazia liberale come l’ottimo governo sospinto e realizzato dai suoi ideali. Il retroterra di questo sviluppo era che per la prima volta nella storia gli «esclusi» dalla politica venivano effettivamente inclusi dal suffragio universale. Ma se questa inclusione «perde gli ideali», e con essa il senso del «dovere etico», allora il buon governo democratico va alla deriva.

Si è detto che la politica è la guerra con altri mezzi. Oramai sarei più incline a dire che la politica è il ladrocinio, la pappatoria, con altri mezzi. Omnia Romae cum pretio, tutto a Roma si può comprare, scriveva Giovenale. Invece oggi? Ci stupiamo che anche la sinistra venga travolta in questa frana. Ma perché? Le sue credenziali intellettuali risalgono all’immediato dopoguerra, a quando il Pci ereditò il grosso della cultura idealistica (Crociana o Gentiliana che fosse) che allora dominava in Italia. Marx «rovesciò» la filosofia idealistica di Hegel. Un secolo dopo i nostri idealisti rovesciarono, a loro volta, Croce e Gentile e si ritrovarono, senza alcuno sforzo, marxisti. Ma il Pci del Migliore era, di suo, spietato cinismo di potere nei vertici, e un partito di ideologia (non di ideale) nel suo apparato. E una volta usciti di scena gli idealisti marxisti, a loro sono subentrati, come nucleo dirigente del Pci, gli addestrati alle Frattocchie; addestrati, appunto, al killeraggio ideologico, e per ciò stesso largamente incapaci di ripensarsi e di pensare ex novo. Il che lascia il Pd (oggi di Bersani) come un gruppo di potere— con nobili eccezioni, si intende — altrettanto cinico e baro dei gruppi di potere al potere.

di Giovanni Sartori

22 novembre 2009

Il futuro delle banche


Se un commentatore dovesse procedere ad una sintesi estrema su quanto è stato fatto dopo la crisi finanziaria del 2008, al fine di prevenire il ripetersi di simili eventi, probabilmente scriverebbe: nulla. Durante questo periodo si è riunito il G8, varie volte il G20, fiumi di parole sono state riversate dai media, inchiostro a profusione: nulla. Tutti hanno la loro medicina, tutti sono favorevoli ad una "immediata" revisione delle regole sulla finanza mondiale. Tutti vogliono cambiare tutto. Di fatto il niente.
E questo non è un fatto circoscritto all'Italia, o ad un'altra nazione europea, o agli Stati Uniti, o ad altri paesi. Il virus della passività è presente in ogni angolo del mondo a qualsiasi latitudine e longitudine. Si dice che il problema è globale e che occorre una risposta globale. Ma se non esiste uno stato globale, qualche stato dovrà pur alzare la testa dalla sabbia e iniziare a fare. Sul serio.
Credo che questa apparente ignavia, che si vuole far passare per "complessità del problema", in realtà possa essere usata come il corretto misuratore della potenza che la finanza è in grado di esercitare. Non è da dietrologi, o da amanti della cospirazione, affermare che oggi la finanza rende succube l'economia e la società. Quello che doveva e dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale le attività economiche potevano essere facilitate nel loro svolgersi ed evolversi si è trasformato nel loro dominatore. Da mezzo a fine. Da controllato a controllore. Questa è la finanza oggi. Un sistema che non conferisce valore aggiunto alla produzione di ricchezza, invece ne determina una redistribuzione a livello sociale che risulta indipendente dal contributo fornito dai singoli lavoratori. Chi guadagna in questa kermesse è lo speculatore, che dispone di capitale finanziario e di competenze finanziarie tali da permettergli di lucrare senza produrre. In tal modo, spesso, oltre che defraudare del giusto guadagno chi effettivamente ha prodotto, la finanza distrugge ricchezza nel momento in cui, vittima della sua stessa avidità e delle sue incoerenze, determina situazioni di crisi che tutti ben conosciamo.
Al centro di questo discorso è il sistema bancario. Durante gli anni '90, nel mondo industrializzato si è proceduto ad una gigantesca deregolamentazione a causa della quale le banche hanno modificato radicalmente il loro modo di essere e di operare.
Ma torniamo indietro di qualche anno per capire meglio quello che è successo.
Dopo la crisi del '29, anch'essa nata da un eccesso di debiti e dalla euforia di Borsa, era stato compreso che le banche, nel sistema capitalistico, non potevano essere lasciate libere di fare ciò che volevano perché erano troppo importanti e condizionavano la stabilità dell'intera economia. Un loro eventuale tracollo avrebbe comportato un effetto domino su famiglie e aziende tale da far regredire di decenni l'economia del paese colpito. Compresa la lezione, tutti i paesi industrializzati hanno elaborato normative stringenti con il dichiarato scopo di evitare il ripetersi di tali catastrofi.
Negli Stati Uniti veniva approvata la legge bancaria Steagall Glass che prevedeva la netta separazione tra banche commerciali e banche d'affari. In Italia la legge elaborata da Donato Menichella nel 1936 oltre a stabilire una analoga separazione, poneva dei limiti altrettanto stretti tra attività bancarie a breve e quella a medio lungo termine. In Italia alle banche commerciali era proibito detenere quote di partecipazione (ancora meno di controllo) nelle aziende non bancarie, era proibito qualunque attività di trading su titoli e valute. Le uniche operazioni consentite erano quelle effettuate per conto della clientela.
Nel 1993 venne approvato il decreto legislativo nr. 385 che ha rivoluzionato l'intima struttura del sistema bancario: dalla regolamentazione stringente si passava alla "banca universale" che disponeva di enormi margini di azione. Questa cambiamento ha coinciso (e qui un po' di dietrologia non guasterebbe) con la stagione delle privatizzazioni. In altre parole, fin tanto che le banche erano pubbliche, erano regolamentate ed erano scarsamente redditizie. Con la deregolamentazione e le privatizzazioni, le banche sono divenute delle autentiche galline dalle uova d'oro a vantaggio dei privati che ne avevano assunto il controllo.
Negli ultimi anni in particolare, le banche (italiane ed estere) hanno inanellato continui record di redditività. Il ROE (la redditività sul capitale investito) di alcune di queste ha superato il 20% annuo, il doppio o il triplo della redditività conseguita dalle attività manifatturiere o altre non bancarie. Un vero bengodi, interrotto almeno per qualche tempo dalla crisi finanziaria del 2008. Ma già in questi ultimi mesi le banche hanno ricominciato a macinare utili e a riprendere le vecchie abitudini. Il vizio di fare speculazione è riemerso ancora più forte di prima. Negli Stati Uniti le prime 25 banche, che dispongono complessivamente di attivi per 7.600 miliardi di dollari, hanno assunto rischi in derivati pari a 203.000 miliardi di dollari. Circa 30.000 miliardi in più rispetto alla stagione pre crisi. In altri termini per ogni dollaro di attivo di bilancio le banche hanno fatto scommesse per 26 dollari. Ancora più preoccupante è la tendenza seguita dagli istituti di credito: operare sempre più nelle attività speculative e più lucrose (fin quando va bene) a detrimento delle operazioni di credito. Con inevitabili conseguenze negative sulle aziende e l'intera economia reale.
Alla luce di quanto accaduto nell'ultimo anno, alcune personalità di spicco della finanza internazionale hanno invocato profonde ed effettive modifiche del quadro normativo inerenti la struttura e l'operatività del sistema bancario. Paul Volcker (ex governatore della Federal Reserve), Mervin King (attuale governatore della Banca d'Inghilterra) chiedono il ritorno alla separazione tra banche commerciali e banche d'investimento. George Soros è favorevole a maggiori controlli e vincoli verso le grandi banche, quelle per intenderci che "non possono fallire".
Malgrado il carisma e la stima goduta a livello internazionale dai proponenti vi è stato un fuoco di sbarramento contro inutili e "antistoriche" leggi superate dall'evoluzione dei mercati. Ecco alcune delle obiezioni opposte. La separazione tra attività di credito (vera attività della banca) e quelle di trading e d'investimento, definita sprezzantemente "spezzatino", determinerebbe una minore "efficienza" dei mercati. Un maggiore controllo da parte degli enti preposti limiterebbe la libertà d'impresa. La cosa che lascia allibiti è la spudorata semplicità con la quale vengono ammessi e difesi macroscopici errori commessi negli anni che hanno preceduto la crisi finanziaria del 2008 da banche e banchieri. In sintesi intellettuali, economisti, giornalisti con singolari capacità sofistiche vogliono far credere al cittadino che "cose di questo genere" possono capitare. Che sono degli incidenti di percorso dei quali si deve approfittare per mettere a punto il sistema. Credo che i milioni di lavoratori che hanno perso il proprio lavoro abbiano idee abbastanza diverse da questo capzioso ottimismo di facciata.
Ogni persona di buon senso dispone della risposta. Perché poi, in realtà, le cose sono molto più semplici di quello che si vuol far ritenere.
Vediamo di riflettere su di esse in modo ordinato.
Prima di tutto le banche non possono essere "grandissime". Ciò per un motivo strettamente economico: la dimensione va a scapito della concorrenza (vera).
La banca deve fare la banca. In altre parole basta con operazioni speculative; il trading su valute e titoli non deve rientrare nell'attività propria di una banca. A questo riguardo una maggiore attenzione alla tassazione degli scambi (solo quelli con finalità speculativa e non altri di matrice commerciale) potrebbe aiutare a smorzare il clima da "sala corse" che si è aperto nel corso degli ultimi anni.
La banca, riacquisendo la sua funzione specialistica, dovrebbe essere estranea anche alle attività di bancassicurazione e gestione del risparmio (fondi comuni di investimento e prodotti affini). Tali attività dovrebbero essere svolte da altri operatori, distinti dalla banca, non solo sotto il profilo giuridico ma anche organizzativo. In altre parole se il risparmiatore vuole porre i suoi soldi in un conto corrente, libretto a risparmio, certificato di deposito, pronti contro termine, obbligazione bancaria si rivolgerà alla banca. Ugualmente se intenderà investire i suoi risparmi in titoli (azionari, obbligazionari, ecc.) avvalendosi del servizio di mediazione dell'istituto di credito. Qualora volesse concedere un mandato a gestire le proprie risorse a operatori qualificati (fondi comuni di investimento e simili) ricorrerà alla rete di promotori che operano in tutti i paesi industrializzati.
Obama come Tremonti (solo per citarne alcuni) sanno che solo attraverso profonde e incisive riforme finanziarie si può assicurare un futuro all'economia mondiale e dare speranze ai cittadini.
Ma il duello è impari perché la politica è divenuta un soggetto "controllato" che non è in grado di rompere l'accerchiamento.
Al momento si sentono parole vuote, impegni stonati, dove gli attori della politica affrontano parzialmente e riduttivamente i problemi connessi alla finanza con frasi che tendono ad essere di effetto ma senza alcuna utilità. Si pensi a quanto si è parlato dei bonus ai banchieri o della stessa legge "Tobin Tax" che potrebbe avere una sua effettiva valenza solo in un contesto di riforma complessiva.
Intanto ai cittadini si consiglia di scegliere con prudenza, orientandosi verso prodotti semplici e chiari e fidandosi solo di persone che per anni hanno dimostrato di meritare la loro stima.
Marco Da Buscareta

21 novembre 2009

La gestione privata dell’acqua pubblica è legge

privatizzazione acqua
Il decreto legge che privatizza l'acqua, dopo aver incassato la fiducia al Senato, passa anche alla Camera e a votare in aula c'era anche Berlusconi
Il decreto legge che privatizza l'acqua, dopo aver incassato la fiducia al Senato, passa anche alla Camera con 302 sì e 263 no, in aula a votare, e a dimostrare quanto il governo tenga a questo decreto, anche Silvio Berlusconi.

Nato per rispondere a quelli che vengono definiti obblighi comunitari, nel decreto è stato infilato di tutto e di più tra cui anche l'articolo 15 che tratta la privatizzazione dell'acqua e che per questa segna una data precisa: il 31 Dicembre 2011. Il countdown è quindi cominciato, entro quella data tutte le società di gestione del servizio idrico "in House" le cosiddette "municipalizzate" dovranno trasformarsi in società a capitale misto pubblico-privato (in cui il privato abbia almeno il 40% delle azioni) oppure totalmente private.

L'approvazione del provvedimento ha suscitato le proteste dell'opposizione (l'Idv ha alzato cartelli di protesta) e del Forum dei Movimenti per l'Acqua, i cui rappresentanti si sono incatenati alle transenne antistanti Montecitorio recitando lo slogan: "Se voti la privatizzazione dell'acqua non lo fai in mio nome".

Così mentre le proteste contro una scelta più che discutibile - visto il valore intrinseco del bene acqua - si fanno sempre più consistenti al punto che già si parla di referendum abrogativo, l'onorevole Ronchi, da cui prende il nome il decreto stesso, nega tutto: "L'acqua è un bene pubblico e il decreto non ne prevede la privatizzazione. Nel provvedimento” - ha aggiunto Ronchi – “viene rafforzata la concezione che l'acqua è un bene pubblico, indispensabile. Si vogliono combattere i monopoli, le distorsioni, le inefficienze con l'obiettivo di garantire ai cittadini una qualità migliore e prezzi minori".

E' la solita storia, dai un servizio pubblico che funziona male in mano al privato e il privato lo farà funzionare bene, ma non solo, visto che di privati ce ne saranno tanti anche i prezzi scenderanno in nome della concorrenza. Peccato che la realtà abbia già dimostrato più volte come questa bella storia sia in realtà una favola valida solo per le lezioni di economia del primo anno di università, o forse neanche più per quelle.

La realtà, sia delle esperienze italiane di AcquaLatina che di quelle internazionali e più estreme di Cochabamba, ma non solo, insegnano che la privatizzazione del servizio idrico porta ad aumenti di prezzo stimabili tra il 30 e 40% senza apprezzabili e corrispondenti miglioramenti del servizio. Ma non basta, anche la moderna Parigi dopo oltre vent'anni è tornata all'acqua pubblica a dimostrazione che pubblico ed efficienza non sono per forza un ossimoro.

Si spiegano così le accuse di chi dice che con questo provvedimento il governo stia facendo un regalo ai privati, cosa che tra l'altro pare già rivelarsi realtà visto che solo ieri Acque Potabili e Mediterranea Acque (due leader del settore privato dell'acqua pubblica....ecco l'ossimoro!) hanno registrato un vero e proprio aumento record del valore delle proprie azioni .

Lo stato quindi si arrende e alza bandiera bianca. Su 100 litri d'acqua 40 vengono sprecati nel sistema idrico italiano. Le ragioni sono molte e non tutte di semplice soluzione, di certo c'è che qualche risultato soprattutto in Puglia dove gli sprechi sono diminuiti del 38% si stava ottenendo. Ora però, con decreto Ronchi, si riparte da zero e si demanda la soluzione di uno dei problemi storici del paese ad un privato che dovrebbe spendere (per migliore il servizio)per guadagnare e che probabilmente, invece, farà spendere di più noi, per guadagnare lui. Ma questo come si diceva è il libero mercato.

di Andrea Boretti

11 novembre 2009

Informazione fazio-sa


Il modus operandi dell'autorità in relazione alla cosiddetta pandemia è emblematico. Il vice-ministro delle malattie, Strazio, ed i suoi portavoce alternano, nei loro discorsi, blandizie e dichiarazioni spaventose. Chi non ha ancora compreso la vera natura del potere è frastornato ed è incline a ritenere che le istituzioni stiano dimostrando inefficienza, riandando con la mente alle celebri pagine dei Promessi sposi, in cui Manzoni stigmatizza con amara ironia l'insipienza del governo milanese di fronte all'epidemia di peste, prima pervicacemente negata, poi ridimensionata, poi obliquamente ammessa con l'ambigua dicitura di "febbri pestilenziali".

La situazione attuale è molto diversa. Il potere sta usando tutte le strategie più raffinate per conseguire i suoi scopi criminali: sfoltire la popolazione e ridurre in servaggio i sopravvissuti, senza che i cittadini si accorgano del baratro verso cui essi, spesso volontariamente, si stanno dirigendo. Non sorprendano le affermazioni all'apparenza contraddittorie sul fantomatico virus A/H1N1. Bisogna evitare che i sudditi siano presi dal timor panico che causerebbe un collasso del sistema, ma occorre pure instillare senza tregua una sottile inquietudine. Questa incertezza deve tenere sulla corda l'opinione pubblica, spingendola ad accettare i vaccini, anzi ad esigerli. E' una forma di istigazione al suicidio, ma abilmente camuffata.

Si assiste ad una politica del bastone (il virus è aggressivo e potrebbe mutare) e della carota (il numero dei morti causati da questa forma influenzale è inferiore a quello provocato dall'influenza stagionale). Non è schizofrenia del potere, ma scaltro dosaggio di un veleno che viene inoculato in vittime che vengono prima cloroformizzate.

Basterebbe osservare il volto del demoniaco Strazio per capire quale scellerato progetto stiano perseguendo le élites: qui Manzoni viene a taglio, con la descrizione del vecchio mal vissuto, con la sua "canizie vituperosa". Il cipiglio di Strazio, gli occhi luciferini, la voce dall'inflessione suadente, ma arrugginita sono lì a testimoniare propositi innominabili. Né si può sottacere del cinismo che colui non riesce in nessun modo a dissimulare, allorquando cita i morti "fatti" dall'inesistente pandemia. L'uso del crudo e statistico verbo "fare" tradisce più che l'indifferenza, il compiacimento per i letali risultati conseguiti, con la gente che inconsapevolmente si getta nelle grinfie dei suoi aguzzini... e costui è un medico!

Decenni di televisione e di propaganda hanno trasformato gli uomini in pecore di un gregge atterrito e docile. Le reazioni appunto sono gregarie: l'informazione indipendente ha apppena incrinato l'ottusa e cieca fiducia nel potere. Basterebbe riflettere per un istante: per quale misterioso motivo uno stato che scortica i cittadini con i tributi più esosi, che considera i giovani come carne da cannone, gli anziani come pesi inutili, uno stato che deliberatamente avvelena l'ambiente, il cibo, l'acqua, uno stato che massacra nelle carceri detenuti inermi e spesso innocenti, dovrebbe ex abrupto diventare tanto sollecito da distribuire gratuitamente dosi di vaccino ad ognuno di noi? E' possibile che non si fiuti l'inganno?

Hanno scelto dei bersagli precisi: bambini, adolescenti, infermi ed anziani. Costoro possono essere falcidiati. La strage degli innocenti è condicio sine qua non per perpetuare il controllo mentale e della percezione che sarà suggellato forse nel 2012, anno dell'instaurazione del superstato mondiale.

Qualche anno fa, grazie ad un lapsus freudiano, l'attuale ministro delle casse vuote, Tremostri, intervistato da un giornalista sui problemi di bilancio che attanagliano il sistema previdenziale, rispose con diabolico candore: "Tanto prima o poi i pensionati morranno". E' questa la totale insensibilità dei "politici" che considerano la vita umana alla stregua di un fastidioso ciottolo sul sentiero. Come si può credere che costoro siano interessati a preservare la nazione dall'epidemia? Nonostante ciò, quanto più l’incubo diviene angosciante, tanto più si rafforza nel popolino la visione di uno stato-padre-madre, severo ma amorevole, nel cui seno trovare rifugio.

Vero è che questo deplorevole cinismo non di rado alligna tra la gentucola che, invece di combattere e delegittimare le élites sataniste, invoca "un'igiene del mondo" che colpisca gli sventurati al fine di risolvere il "problema" dell'incremento demografico. Non sarà poi così irrazionale la storia, qualora dovesse agire di conseguenza, estirpando il loglio.

E' dunque assurdo, paradossale che le istituzioni si prodighino tanto per salvare e proteggere: questa sarebbe la vera incoerenza di un sistema che, invece, sa quel che vuole e come ottenerlo, benché la massa istupidita stenti, per ora, ad orientarsi.

E' la medesima massa che, con lucida cecità, intravede la meta finale: il mattatoio.

09 novembre 2009

Benvenuti nel 2025






Scrutando nella sua sfera di cristallo analitica in una relazione intitolata Global Trends 2025, ha predetto che la preminenza globale dell’America scomparirà gradualmente nei prossimi 15 anni -- in congiunzione con l’emergenza di nuove potenze globali, specialmente la Cina e l’India, nota Michael T. Klare.

La preminenza dell’America scompare quindici anni in anticipo

Un memo per la CIA: potreste non essere pronti per il viaggio nel tempo, ma eccovi comunque nel 2025! Le vostre stanze potrebbero essere un po’ piccole, la vostra abilità di esigere alloggi migliori potrebbe essersi volatilizzata, e i comfort potrebbero non essere di vostro gradimento, ma dovete farci l’abitudine. Da adesso in poi sarà la vostra realtà.



Okay, adesso arriviamo alla versione seria di quanto sopradetto: nel novembre del 2008 il National Intelligence Council, un affiliato della Central Intelligence Agency ha pubblicato la più recente di una serie di pubblicazioni futuristiche mirate a guidare la nuova amministrazione Obama. Scrutando nella sua sfera di cristallo analitica in una relazione intitolata Global Trends 2025, ha predetto che la preminenza globale dell’America scomparirà gradualmente nei prossimi 15 anni -- in congiunzione con l’emergenza di nuove potenze globali, specialmente la Cina e l’India, nota Michael T. Klare. La relazione ha esaminato le molte sfaccettature del futuro ambiente strategico, ma la sua conclusione più sbalorditiva e che fa notizia, riguardava la proiezione nel lungo termine dell’erosione del predominio dell’America e dell’emergenza di nuovi competitori globali. “Sebbene gli Stati Uniti rimarranno probabilmente il singolo attore più potente [nel 2025]”, afferma definitivamente, la “forza relativa del paese -- anche nella sfera militare -- sarà in declino e il potere degli USA sarà più ridotto”.

Quello, certo, era allora, questo -- circa 11 mesi nel futuro -- è il presente e come le cose sono cambiate. Le predizioni futuristiche dovranno solo adeguarsi alle realtà estremamente mutevoli del presente momento. Seppure fosse stata pubblicata dopo l’inizio del crollo economico globale, la relazione è stata scritta prima che la crisi raggiungesse le sue massime dimensioni ed ha dunque enfatizzato che il declino del potere americano sarebbe stato graduale, estendendolo sull’orizzonte dei 15 anni della valutazione. Ma la crisi economica e gli eventi ad essa connessi hanno sovvertito radicalmente quella tempistica. A seguito di enormi perdite economiche subite dagli Stati Uniti durante lo scorso anno e dello strabiliante recupero economico della Cina, lo spostamento del potere globale previsto dalla relazione è stato accelerato. A tutti gli effetti, il 2025 è già qui.

Molte delle generali predizioni fatte via dicendo nella relazione Global Trends 2025 sono in effetti, già superate. Il Brasile, la Russia, l’India e la Cina -- complessivamente conosciuti come i paesi BRIC -- hanno già ruoli ben più assertivi negli affari economici globali, mentre la relazione aveva previsto che sarebbe successo forse tra una decina d’anni circa. Al tempo stesso, il ruolo dominante globale un tempo monopolizzato dagli Stati Uniti con l’aiuto dei maggiori poteri industriali dell’Occidente -- conosciuti collettivamente come il Gruppo dei 7 (G-7) -- è già sfumato con notevole rapidità. Paesi che un tempo facevano riferimento agli Stati Uniti per la guida sulle maggiori questioni internazionali ignorano il parere di Washington e stanno creando al contrario le proprie reti di politica autonome. Gli Stati Uniti stanno diventando sempre meno inclini all’uso delle proprie forze militari all’estero mentre i poteri rivali aumentano le loro capacità e gli attori non-statali fanno affidamento sui mezzi di attacco “asimmetrici” per superare il vantaggio degli USA nella potenza di fuoco.

Nessuno sembra ammetterlo -- ancora -- ma diciamocelo chiaro e tondo: in meno di un anno del periodo di 15 anni [previsto] di Global Trends 2025, i giorni dell’indiscusso predominio globale dell’America sono giunti al termine. Ci potranno volere una, due (o tre) decadi prima che gli storici potranno guardarsi indietro e dire con sicurezza, “quello è stato il momento in cui gli Stati Uniti hanno smesso di essere il potere predominante del pianeta e sono stati costretti a comportarsi come ogni altro grande giocatore in un mondo fatto di molti grandi poteri in competizione tra loro”. Le indicazioni di questa grande transizione, tuttavia, sono lì solo per chi le vuole vedere.

Sei tappe sulla strada per diventare una nazione ordinaria

Ecco il mio elenco dei sei recenti sviluppi che indicano che stiamo entrando nel “2025” oggi. Tutti e sei erano sui giornali nelle ultime settimane, anche se non erano tutte raccolte sulla stessa pagina. Rappresentano (insieme ad altri eventi affini) uno schema: la forma, in effetti, di una nuova era che si sta formando. 1. Al summit globale sull’economia di Pittsburg del 24 e 25 settembre scorsi, i leader dei maggiori poteri industriali, i G-7 (G-8 comprendendo la Russia) hanno concordato di dare la responsabilità per la sorveglianza dell’economia mondiale al gruppo più ampio ed inclusivo dei G-20, aggiungendo la Cina, l’India, il Brasile, la Turchia ed altre nazioni in via di sviluppo. E se sono stati espressi dei dubbi sulla capacità di un tale gruppo più ampio di esercitare la leadership globale effettiva, non c’è dubbio che la mossa in sé ha segnalato uno spostamento del luogo del potere economico mondiale dall’Occidente all’Est e al Sud globale -- e con tale spostamento è stato registrato un declino sismico del predominio economico dell’America.

Jeffrey Sachs della Columbia University ha scritto sul Financial Times che “il vero significato dei G-20 non consiste nel passaggio della staffetta da parte dei G-7/G-8, ma da parte del G-1, gli Stati Uniti”. “Persino durante i 33 anni del forum economico dei G-7, gli USA prendevano le decisioni economiche importanti”. Sachs ha inoltre notato che il declino della leadership americana nel corso delle ultime decadi è stato oscurato dal crollo dell’Unione Sovietica e da un’iniziale vantaggio dell’America nella tecnologia dell’informazione, ma è impossibile ora non constatare lo spostamento del potere economico dagli Stati Uniti alla Cina e ad altre potenze economiche nascenti.

2. Stando alle notizie, i rivali economici dell’America starebbero conducendo riunioni segrete (e non poi così segrete) per esplorare un ruolo diminuito per il dollaro americano -- che sta rapidamente perdendo il suo valore -- nel commercio internazionale. Fino ad ora l’uso del dollaro come mezzo internazionale di scambio ha dato agli Stati Uniti un notevole vantaggio economico: possono semplicemente stampare dollari per adempiere ai propri obblighi internazionali mentre le altre nazioni devono convertire le proprie valute in dollari, sovente con grossi costi aggiuntivi. Tuttavia adesso molti dei maggiori paesi commerciali -- tra cui la Cina, la Russia, il Giappone, il Brasile e i paesi petroliferi del Golfo Persico -- stanno considerando l’uso dell’euro, o di un “canestro” di valute come nuovo mezzo di scambio. Se tale piano venisse adottato accelererebbe la caduta precipitosa del valore del dollaro ed eroderebbe ulteriormente l’influenza americana negli affari economici internazionali.

Una discussione simile avrebbe avuto luogo, secondo quanto riportato, l’estate scorsa durante un summit dei paesi del BRIC. Appena un concetto fino ad un anno fa, quando l’idea stessa del BRIC è stata architettata da un capo economista della Goldman Sachs, il consorzio BRIC è diventato realtà in carne ed ossa il giugno scorso quando i leader dei quattro paesi hanno tenuto un convegno inaugurale a Yekaterinburg, in Russia.

Il fatto stesso che Brasile, Russia, India e Cina abbiano scelto di incontrarsi come gruppo è stato considerato significativo, dato che possiedono insieme circa il 43% della popolazione mondiale e si stima che rappresenteranno il 33% del prodotto interno lordo mondiale entro il 2030 -- circa quanto gli Stati Uniti e l’Europa occidentale in quel periodo. Seppure i leader del BRIC abbiano deciso di non formare un corpo permanente come i G-7 per il momento, hanno concordato di coordinare gli sforzi per sviluppare alternative al dollaro e riformare il Fondo Monetario Internazionale in modo tale da dare più voce in capitolo ai paesi non occidentali.

3. Sul fronte diplomatico, Washington è stata respinta sia dalla Russia che dalla Cina nel suo sforzo di garantire sostegno per accrescere la pressione internazionale sull’Iran affinché cessi il suo programma di arricchimento nucleare. Un mese dopo che il presidente Obama ha cancellato i piani di dispiegare un sistema di missili antiballistici nell’Europa dell’est, un’evidente offerta per assicurarsi l’appoggio della Russia per la linea dura nei confronti di Tehran, i massimi capi russi stanno chiaramente indicando di non avere alcuna intenzione di approvare forti nuove sanzioni sull’Iran. “Le minacce, le sanzioni e le minacce di pressioni nella situazione attuale, ne siamo convinti, sarebbero controproducenti” ha dichiarato il ministro degli esteri russo Sergey V. Lavrov, a seguito di un incontro con il segretario di stato americano Hillary Clinton tenutosi a Mosca lo scorso 13 ottobre. Il giorno seguente, il primo ministro russo Vladimir Putin ha detto che la minaccia di sanzioni era “prematura”. Dati i rischi politici che ha corso Obama cancellando il programma missilistico -- una mossa ampiamente condannata dai repubblicani a Washington -- lo sbrigativo rifiuto all’appello americano per la cooperazione sulla questione dell’arricchimento dell’Iran può solo essere interpretato come un ulteriore segno dell’indebolimento dell’influenza americana.

4. Si può inferire esattamente lo stesso da un incontro ad alto livello tenutosi a Beijing lo scorso 15 ottobre tra il primo ministro cinese Wen Jiabao e il primo vice presidente dell’Iran Mohammed Reza Rahimi. “La relazione sino-iraniana ha testimoniato un rapido sviluppo, dato che i leader dei due paesi hanno avuto frequenti scambi, e la collaborazione per il commercio e per l’energia si è allargata ed approfondita”, ha detto Wen Jiabao nella Grande Sala del Popolo. In un momento in cui gli Stati Uniti sono impegnati in un vigoroso sforzo diplomatico per persuadere, insieme ad altri paesi, la Cina e la Russia a ridurre i loro legami commerciali con l’Iran come un preludio a sanzioni più dure, la dichiarazione della Cina può essere solo considerata come un palese rifiuto di Washington.

5. Dal punto di vista di Washington, gli sforzi per assicurare il sostegno internazionale per la guerra in Afghanistan sono stati anche accolti con una risposta marcatamente deludente. In quello che può essere solo considerato un triviale e riluttante voto di sostegno per lo sforzo bellico guidato dagli USA, il primo ministro britannico Gordon Brown ha annunciato lo scorso 14 ottobre che la Gran Bretagna aggiungerà altre truppe al contingente britannico in Afghanistan -- ma non più di 500, e solo se anche le altre nazioni europee aumenteranno il loro coinvolgimento militare, cosa che indubbiamente sa di essere molto improbabile. Finora questo piccolo contingente provvisorio rappresenta la somma totale delle truppe aggiuntive che l’amministrazione di Obama è riuscita a strappare agli alleati europei dell’America, nonostante il sostenuto sforzo diplomatico per rafforzare le forze combinate della NATO in Afghanistan. In altre parole, persino l’alleato europeo dell’America più leale ed ossequioso non pare più disposto a portare il fardello di ciò che è ampiamente considerato come l’ennesima costosa e debilitante avventura militare americana nel grande Medio Oriente.

6. Infine, in una mossa di straordinaria importanza simbolica, il comitato olimpico internazionale (COI) ha scartato Chicago (oltre che Madrid e Tokyo) scegliendo Rio de Janeiro per ospitare le Olimpiadi estive del 2016, la prima volta che una nazione sudamericana viene prescelta per questo onore. Finché la votazione non ha avuto luogo Chicago era considerata una forte candidata, specialmente da quando Barack Obama, precedentemente residente a Chicago, è comparso a Copenhagen per fare pressioni sul comitato. Ciononostante, in uno sviluppo che ha scioccato il mondo intero, Chicago non solo ha perso, ma è stata la prima città ad essere eliminata durante proprio la prima votazione.

“Il Brasile è passato da paese di seconda classe a paese di prima classe, ed oggi abbiamo iniziato a ricevere il rispetto che meritiamo” ha detto il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante i festeggiamenti per la vittoria a Copenhagen dopo la votazione. “Potrei morire in questo istante e ne sarebbe già valsa la pena”. In pochi l’hanno detto, ma nel corso del processo per la decisione sulle olimpiadi, gli USA sono stati sommariamente e palesemente surclassati in un attimo da unico superpotere a mero partecipante, un momento simbolico su un pianeta che entra in una nuova era.

Essere un paese ordinario

Questi sono solo alcuni esempi dei recenti sviluppi che indicano, all’autore, che i giorni del predominio globale dell’America sono già giunti al termine, con anni di anticipo rispetto alle aspettative della comunità dell’ intelligence americana. È sempre più chiaro che gli altri poteri -- persino i nostri più vicini alleati -- stanno perseguendo in misura sempre maggiore politiche estere indipendenti, senza tener conto di quali pressioni possa cercare di fare Washington.

Certo, niente di tutto questo significa che per ancora un po’ di tempo a venire gli USA non manterranno la più grande economia mondiale e, in termini di pura distruttività, la più potente forza militare.
Tuttavia, non vi è dubbio che l’ambiente strategico in cui i leader americani devono prendere le decisioni critiche, quando si tratta di interessi nazionali vitali, è cambiato radicalmente dall’inizio della crisi economica globale.

Ancor più importante, il presidente Obama e i suoi esperti consiglieri stanno, così sembra, iniziando con riluttanza a modificare la politica estera americana con in mente questa nuova realtà globale. Questo appare evidente, ad esempio, nella decisione dell’amministrazione di rivisitare la strategia americana sull’Afghanistan.

Dopotutto era solo marzo quando il presidente abbracciava una nuova strategia orientata sulla controinsurrezione in Afghanistan, che coinvolgeva l’aumento dei soldati americani sul territorio e l’impegno di sforzi protratti per conquistare i cuori e le menti dei villaggi afgani dove i Talebani avevano riguadagnato terreno. È stato su questa base che ha licenziato il comandante in carica delle forze americane in Afghanistan, generale David D. McKiernan, sostituendolo con il generale Stanley A. McChrystal, considerato un più vigoroso fautore della controinsurrezione. Tuttavia quando McChrystal ha presentato ad Obama il conto per l’attuazione di questa strategia -- da 40 000 a 80 000 truppe in più (oltre le circa 20 000 extra truppe solo recentemente impegnate nel conflitto) -- in molti nel ristretto circolo del presidente si sono evidentemente sbiancati.

Non solo un così grande schieramento costerà centinaia di bilioni di dollari al Ministero del Tesoro americano, che può a stento permetterselo, ma gli sforzi a cui saranno sottoposti i corpi dell’esercito e della marina saranno molto probabilmente al limite della sopportabilità, dopo anni di viaggi multipli e di stress in Irak. Questo prezzo sarebbe certo più tollerabile se gli alleati dell’America si facessero maggiormente carico dell’onere, ma sono sempre meno pronti a farlo.

Senza dubbio, i leader della Russia e della Cina non sono del tutto scontenti di vedere gli Stati Uniti esaurire le proprie risorse economiche e militari in Afghanistan. In questi frangenti, non ci sorprende che il vice presidente Joe Biden, insieme ad altri, chieda una svolta nella politica americana, rinunciando all’approccio della controinsurrezione ed optando invece per una strategia meno costosa “antiterroristica”, finalizzata in parte a schiacciare Al Quaeda nel Pakistan -- utilizzando aeromobili radiocomandati e forze speciali, piuttosto che un gran numero di truppe americane (e lasciando relativamente invariati i livelli delle truppe in Afghanistan).

È troppo presto per prevedere come si svolgerà la revisione del presidente della strategia americana in Afghanistan, ma il fatto stesso che non abbia accettato immediatamente il piano McChrystal e che abbia lasciato a Biden così tanto spazio per perorare la sua causa, suggerisce che potrebbe finire col riconoscere la follia dell’espansione delle imprese militari americane all’estero in un momento in cui la sua egemonia globale sta calando.

Si avverte la cautela di Obama in altre sue mosse recenti. Sebbene continui ad insistere che l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran sia inammissibile e che l’uso della forza per prevenirlo rimane un’opzione, si è chiaramente mosso in modo da minimizzare la possibilità che tale opzione -- che sarebbe inoltre intralciata dai recalcitranti “alleati”-- sarà mai impiegata.

Il risvolto della medaglia è che ha dato nuova linfa alla diplomazia americana, cercando rapporti migliori con Mosca ed approvando i contatti diplomatici rinnovati con quelli che in precedenza erano stati paria come il Burma, il Sudan, e la Siria. Anche questo riflette la realtà del nostro mondo che cambia: che l’atteggiamento di bullismo, “io sono meglio di te” adottato dall’amministrazione Bush nei confronti di questi ed altri paesi per quasi otto anni ha ottenuto ben poco. Pensiamola come una tacita conferma che l’America adesso sta discendendo dal suo status di “unico superpotere” globale fino allo status di ordinario paese. Questo, dopotutto, è quello che fanno i paesi ordinari; coinvolgono gli altri paesi nel discorso diplomatico, che gli piaccia o meno il loro attuale governo.

Allora, benvenuti nel mondo del 2025. Non assomiglia al mondo del nostro passato recente, quando gli Stati Uniti sovrastavano tutte le altre nazioni, e non si armonizza bene con le fantasie di potere globale di Washington dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Ma è la realtà.

Per molti Americani la perdita di tale egemonia può essere fonte di disagio, o persino di disperazione. D’altra parte, non dimentichiamoci i vantaggi di essere un paese ordinario come ogni altro: nessuno si aspetta che il Canada, la Francia o l’Italia mandino altre 40 000 truppe in Afghanistan, in aggiunta alle 68 000 che sono già lì e alle 120 000 ancora in Irak. E nessuno pretende neanche che questi paesi spendano $925 bilioni di dollari dei contribuenti per farlo -- l'attuale stima del costo di entrambi i conflitti secondo il National Priorities Project.

Rimane il quesito: per quanto tempo ancora Washington penserà che gli Americani possono permettersi di finanziare un ruolo globale che prevede il presidio di gran parte del pianeta e di combattere guerre lontane nel nome della sicurezza mondiale, quando l’economia americana sta perdendo così tanto terreno a vantaggio dei suoi competitori? Questo è il dilemma che dovranno affrontare il presidente Obama e i suoi consiglieri nel mondo alterato del 2025.

Michael T. Klare è professore di studi per la pace e per la sicurezza mondiale presso l’Hampshire College, ed è l’autore di Rising Powers, Shrinking Planet: The New Geopolitics of Energy (Owl Books). Il suo precedente libro “Blood and Oil” è disponibile in versione film documentario dalla Media Education Foundation, al sito Bloodandoilmovie.com.

Fonte: www.middle-east-online.com

05 dicembre 2009

Seminare il pessimismo per dominare le masse

In questi giorni sto scrivendo parecchio di politica perche’ stanno iniziando a nascere i germogli di eventi molto violenti. Come capita in queste situazioni, tutti quelli che hanno un avversario si illudono che la violenza colpira’ principalmente l’avversario, e non si rendono conto del limite intrinseco dei potenti.

Nessun potente, infatti, sa distinguere tra un proprio simile ed un proprio strumento.

LA situazione politica italiana odierna e’ frutto di una strategia fin troppo visibile, che consiste nel rendere il popolo docile ed incapace di produrre progetti positivi di cambiamento. Lo si fa seminando il pessimismo. Non ci vuole molto: con la scusa dell’opposizione, la classe politica inizia a propagandare ogni difetto del sistema, ogni suo malfunzionamento, ogni suo piccolo o grande fallimento. Li amplifica, cosicche’ il piccolo fallimento locale venga percepito come un fallimento del sistema intero. Un pessimismo su scala sistemica.

Mediante questo bombardamento , la popolazione si convince lentamente di essere in una gabbia dalla quale non puo’ uscire. Si convince lentamente di essere intrinsecamente predestinata al fallimento. Una volta convinti interiormente di essere condannati al fallimento, essi accettano come alternativa solo qualcosa che non possa fallire: cio’ che non c’e’.

Cosi’, quei pochi che ancora lottano , lo fanno per delle utopie, per dei principi irrealizzabili, sostenendo qualcosa che non c’e'; sia una tecnologia alternativa per lo smaltimento dei rifiuti, sia un’idea di moralizzazione che non appartiene a questo mondo. Il pessimismo indotto dai media prosegue in questa direzione fino ad un punto di non ritorno.

Quello in cui la nazione perde il potere di pensare bene di se’ stessa nel suo complesso.

Dico che e’ un punto di non ritorno perche’ in questo momento collassa la societa’: gli individui pensano ognuno tutto il male possibile degli altri, e si convincono lentamente che , viste le infime caratteristiche di ogni loro condizionale (o della maggioranza), le cose non cambieranno mai. Lo stesso capita ai pochi gruppi organizzati locali: essi vivono nella convinzione che la condanna di tutti sia la stessa esistenza di ogni altro gruppo. In questo momento la nazione ha perso il potere di pensare bene di se’ stessa. La societa’ a quel punto collassa, e gli individui diventano atomi in agitazione senza relazioni con gli altri, e non solo: spesso impegnati nella via della solitudine, al solo scopo di evitare le relazioni con gli altri.

IN questo stato il popolo non accetta alcun progetto positivo come tale, perche’ ritiene che ci sia qualcosa di inevitabilmente fallimentare, che condannerebbe anche questo progetto al fallimento. Preferisce cosi’ lottare contro coloro che ritiene responsabili di tale pessimistica condanna al fallimento, ma non troppo, perche’ il pessimismo infuso dai media fa si’ che nessuno creda troppo nemmeno in questa vittoria. Tutti i progetti positivi cessano , e con essi la possibilita’ politica di proporli, annegati nel pessimismo diffuso dai mass media.

Quando la nazione perde il potere di pensare bene di se’ stessa nel suo complesso, cioe’ quando il singolo gruppo perde la capacita’ di ritenere positivo anche il contributo altrui, la propaganda ha terminato il suo lavoro; perche’ ha ottenuto un popolo che si ritiene condannato a fallire, ed e’ disposto (quando ancora decide di lottare) a lottare solo contro qualcun altro, di un altro pezzo di nazione.

In questo momento la casta al potere ha raggiunto il massimo della sua incontrastata potenza, perche’ il popolo essendo condannato dal pessimismo a non fidarsi di alcun progetto positivo non riuscira’ ad unirsi per spodestarla.

Paradossalmente, si e’ condannata a morte proprio in quel momento.

Il pessimismo che deriva dalla convinzione di essere condannati al fallimento, la rabbia di chi crede di vivere in una gabbia dalla quale non puo’ uscire, produce inazione. L’inazione porta gli individui alla poverta’ : laddove un immigrato vede il bengodi riesce a migliorare la propria condizione, milioni di cittadini del posto, ormai intrisi dell’inazione che viene dal pessimismo, scivolano verso la poverta’.

Il pessimismo e la poverta’ hanno una sola risultante: la violenza.

Non ho bisogno di dati laddove basta la logica(1), e so che in questo momento in italia masse di giovani si consegnano al pessimismo ed all’inazione, convinti che non ci sia modo alcuno di cambiare alcunche’, e per questo diventano sempre piu’ violenti. Il numero di atti di violenza tra giovani e’ destinato ad aumentare, e siccome questi giovani diventeranno adulti, anche il numero di atti violenti degli adulti e’ destinato ad aumentare, allo stesso ritmo della poverta’ (anche se non necessariamente tra le stesse persone) .

Il secondo sottoprodotto di pessimismo e poverta’ e’ il mito.

Quando l’essere umano pensa che al mondo non ci sia possibilita’ di cambiare nulla, inizia a rifugiarsi fuori dal mondo stesso. Ed inizia a partorire, in astratto, l’idea fissa della specie umana: il salvatore. Il salvatore e’ un essere mitologico , che puo’ essere un leader religioso o meno , che non essendo parte di questo mondo (almeno in parte, essendo un mito) sembra sfuggire alla condanna al fallimento cui i seguaci credono di essere inevitabilmente condannati.

Il mitico leader e’ un uomo, e spesso e’ un semplice dittatore con una buona propaganda (diventa un religioso se decide di usare la religione come strumento di governo) , e viene da un’area marginalissima,e poco visibile, della nazione. Quando dico poco visibile non intendo dire necessariamente “nascosta”, perche’ niente e’ piu’ nascosto di quello che non vogliamo guardare, come per esempio la poverta’.

Il leader prende la forma di mito (e per fare questo deve impedire ai media di avvicinarsi troppo a lui, in modo da controllare l’informazione su di se’ alla sorgente) mediante una propaganda che non lo dipinge come essere superiore, ma parla come se avesse carisma.

Il carisma e’ la capacita’ di rinunciare al proprio volto per indossare la maschera di qualche altissimo ente. Non importa, a questo punto, se l’ente sia davvero altissimo: una propaganda che indossa il suo volto al posto del proprio lo rende tale. Se qualcuno e’ disposto a perdere il proprio volto per indossare quello di X, allora questo X e’ davvero grande.(2)

Questo uomo-mito deve agire in un modo molto semplice.

Per prima cosa, occorre che i mass media abbiano un volto orribile. Occorre che il livello dello scontro mediatico diventi cosi’ infimo e orrendo da costringere la stampa a considerare i vantaggi di parlare con un altro volto. Quello dell’uomo-mito.

E’ quello che sta accadendo: la stampa e i mass media stanno cadendo sempre piu’ in basso, perdendo continuamente credibilita’. Da giornalisti sono diventati paparazzi, e stanno per diventare semplici guardoni. Quando tutti disprezzeranno abbastanza la stampa, la stampa avra’ bisogno di un volto nuovo. Il nostro uomo-mito gli prestera’ il proprio, e questo sara’ carisma.

Una volta creato il mito, si spezza il senso del pessimismo: il pessimismo condanna tutta la nazione al fallimento, e’ vero. Ma non tocca il mito, che essendo superiore ed astratto non subisce la stessa condanna. Cosi’, una popolazione e’ stata educata al pessimismo e crede di non poter produrre niente di buono da se’, per cui si affida al mito, che essendo mito non subisce la stessa maledizione.

Abbiamo dato all’uomo-mito una schiera di fanatici incorruttibili, perche’ essi non credendo ai propri simili non accetteranno alcun progetto venga da loro , e ritenendo l’uomo-mito al di sopra di questa regola, accetteranno come tale soltanto il suo progetto. Inoltre, parliamo di una massa disperata , disperata perche’ pensa di non aver via di scampo al fallimento per via del pessimismo che gli abbiamo indotto, e contemporaneamente portata a credere che il mito, non obbedendo a questa legge ed essendo unico, sia un’occasione imperdibile ed unica. Ed essendo unica, va difesa ad ogni costo.

Con tutta la violenza della quale una massa simile e’ capace.

Il processo e’ in atto, e siamo quasi agli atti finali. Compaiono diversi uomini che si propongono come “miti”, cioe’ come persone “esterne” a quel mondo che e’ ritenuto condannato al fallimento. Sono i movimenti “di protesta”, quelli “anti-sistema”. Hanno iniziato lentamente, prima Bossi , poi Di Pietro, e Grillo, e cosi’ via.

Tutti questi falliscono per una semplice ragione: la lentezza dei loro movimenti e’ tale che le masse hanno il tempo di osservare i leader. Di sapere tutto di loro. Di riconoscerli come uno dei loro. Una volta che l’uomo-mito e’ spogliato del mito, diventa solo un uomo, e allora le masse si allontanano da lui perche’ nel loro pessimismo lo ritengono egualmente condannato al fallimento sistemico.

Finche’ non arriva un uomo-mito particolare: quello privo di inibizioni verso la violenza. La lentezza che permette alle masse (ed agli avversari) di mostrare l’umanita’ dell’ uomo-mito e’ quella della politica. Grazie a questa lentezza le persone possono percepire l’umanita’ del loro mito, vederlo invecchiare, la stessa lentezza della politica fa sembrare che l’uomo mito abbia le mani legate. I media possono investigare su di lui e mostrarne l’umanita’, che nel pessimismo generale e’ sinonimo di condanna.

Questo non vale per chi usi la violenza, perche’ la violenza e’ veloce. L’uomo-mito senza inibizioni verso la violenza , oggi, deve solo aspettare che la societa’ diventi ancora piu’ violenta per via del pessimismo che la pervade , e manifestarsi in maniera veloce. Deve aspettare che ci sia una gioventu’ ancora piu’ violenta della nostra (ci siamo quasi) e poi avra’ i suoi fanatici.

Se riesce (ovviamente con la violenza) a tenere lontane le telecamere dei mass media (basta ammazzare di botte uno-due giornalisti, alla fine) e ad agire con una certa velocita’ contro la politica, diciamo a produrre un grosso evento violento e traumatico entro un anno di attivita’ politica (anche un evento “fasullo”, come la marcia su Roma, puo’ bastare) , e l’evento politico appare appoggiato dal “popolo”, la violenza dilaga.

E nel pessimismo , nel mutismo e nella rassegnazione che la classe dirigente riteneva sufficienti a fermare una sommossa, nasce la peggiore delle sommosse, ovvero la furia di un popolo fanatico e violento.

Non vi illudete, perche’ il momento e’ vicino.

Il prossimo leader “anti-sistema” non fara’ piu’ politica. Non fara’ nemmeno anti-politica.

Si limitera’ ad uccidere.

E’ solo questione di tempo, il tempo necessario a sviluppare una gioventu’ sempre piu’ violenta ed accecata dal pessimismo. E no, non potete farci nulla, perche’ non avete capito nulla di politica.

L’unica situazione stabile, in politica, e’ il cambiamento. Quando si dice che tutto debba cambiare perche’ nulla cambi si dice proprio questo. Ma non significa che il cambiamento sia una delle vie per preservare l’esistente.

Significa che e’ l’ UNICA via. Mentre voi avete pensato che, seminando il pessimismo, si sarebbe ottenuta una stabilita’ senza cambiamento.

Presto vedrete arrivare un uomo. La stampa, gia’ sfigurata, iniziera’ a parlare a nome suo pur di indossare un volto migliore. Una schiera di violenti al suo servizio mettera’ a tacere ogni altra stampa terrorizzando i giornalisti mediante la violenza e la brutalita’(3). Si proporra’ come moralizzatore , e una stampa ormai immorale avra’ agio di schierarsi a suo favore. Poiche’ si proporra’ come moralizzatore, dovra’ giudicare. E per questo non tollerera’ alcuna altra classe di giudici. Preti e magistrati saranno i primi bersagli della violenza dei suoi seguaci. Rifiutera’ le interviste. I suoi seguaci saranno violentissimi e crudeli. Prima che la politica riesca , nei suoi tempi, a rallentarlo, abbattera’ il governo in carica.

E i suoi seguaci, furenti, ammazzeranno con estrema facilita’ e con un divertito senso di futilita’. Anche quella stampa che ha parlato col suo viso, anche e specialmente quelli che hanno creduto di poter cavalcare la tigre.

E’ solo questione di tempo, il tempo che la violentissima gioventu’ che si vede in giro cresca di numero e di eta’.Poi, l’uomo-mito arrivera’ con tutta la violenza delle sue schiere di fanatici.

Leggete un libro di storia e lo vedrete: arriva SEMPRE.

(1) Non sto dicendo che la logica possa sempre sostituire i dati. Sto dicendo che a volte possa farlo. In quel caso, non servono dati.

(2) In realta’, molto spesso il volto di questo qualcuno e’ cosi’ orribile che qualsiasi scambio gli risulta conveniente. La stampa e’ destinata a peggiorare fino al momento in cui avra’ bisogno di un nuovo volto per nascondere il proprio.

(3) Il giornalista non teme la forza ne’ il pericolo. Teme pero’ la brutalita’. La brutalita’ e’ il segreto per terrorizzare i giornalisti.

di Uriel

04 dicembre 2009

I bonds sequestrati a Chiasso: clamorosi sviluppi




Vi ricordate la vicenda dei 138 miliardi di dollari di Bonds USA sequestrati a Giugno dalla Guardia di finanza di Chiasso? Siamo stati tra i primi a parlarne, ed anche diffusamente. Da un nostro post è perfino scaturita una interrogazione parlamentare al Ministro Tremonti, rimasta per ora senza risposta.

Se vi ricordate vi erano due fonti che erano apparse, fin dall'inizio, bene informate; Asia News, diretta da padre Cervellera e il blog di un losco individuo, ">Hal Turner, un suprematista bianco titolare anche di una web-radio e non nuovo ad indiscrezioni clamorose, da insider, sulla tenuta del sistema finanziario americano.

Negli ultimi mesi, dopo un caso apparentemente analogo di sequestro, verificatosi all'aeroporto di Malpensa con i bond prontamente (e semplicisticamente, come vedremo) riconosciuti come falsi, era stata messa la sordina a tutta la vicenda.

Silenzio e buio totali.

Anzi, da parte americana avevano fatto qualcosa di più che mettere la sordina al misterioso Hal Turner: l'avevano arrestato, con accuse alquanto capziose, tanto che lo stesso Hal in questo accorato appello, risalente al giorno dell'arresto, avanzava l'ipotesi che fosse tutto un pretesto e che volessero fermarlo per le sue rivelazioni sul dollaro e sui bonds di Chiasso. (si ascolti dal minuto 7.49).

Farneticazioni di un fanatico?

Mica tanto.

Nei mesi successivi, tramite il blog di famiglia era riuscito a raccogliere poche misere decine di dollari di donazioni per la sua liberazione, ma improvvisamente, circa due mesi fa, è riuscito a trovare 500.000 dollari (in bonds !!) per il suo rilascio su cauzione (con lo strano diveto di usare internet o qualunqe altro mezzo di comunicazione). Da dove siano arrivati non è difficile capirlo. Si tratta di un bell'aiutino dalla stessa FBI, di cui in effetti era, provatamente, un informatore. Il motivo è presto detto: il suo diretto superiore è nel frattempo diventato il Governatore del New Jersey ed aver finanziato con cifre intorno ai 100.000 dollari/anno un tipo come Hal è in effetti il primo serio scandalo politico in cui è coinvolto.

Ricapitolo: Esplode lo scandalo dei bonds di Chiasso anche sui media americani, uno strano soggetto, sicuramente ben informato e/o con ottime entrature ad alto livello, pubblica riservatissime foto dei bonds e dei passaporti dei due giapponesi fermati ( e rilasciati!!) dalla nostra guardia di finanza, foto che potevano essere a disposizione solo dell'US Secret Service, incaricato dell'indagine, e viene immediatamente arrestato con accuse del tutto capziose. In seguito, grazie alle indagini, si scopre che il tipo è un informatore storico della FBI, con ottime entrature in strani circoli antisemiti e suprematisti, oltre che con notevoli accessi a fonti superiservate, tra cui l'attuale governatore del New Jersey.

Nel tentativo di tacitarlo lo si rilascia su cauzione, con l'espresso e pubblico, stranissimo, vincolo al silenzio, ma "purtroppo" la cosa è ormai scappata di mano e va ingigantendosi di ora in ora.

E l'altra beninformata fonte, Asia News?

Beh, a quanto pare si è deciso di usare i grossi calibri, da questo lato, un segno che si vuole dare autorevolezza al lavoro svolto sottotraccia, attingendo a fonti chiaramente ben informate.

E' infatti intervenuto, con un articolo ricco di informazioni, L'Avvenire, il quotidiano cattolico per eccellenza, insieme al cattedratico "L'Osservatore Romano".

Si parla di "intrigo mondiale" e giustamente.

Nonostante le buone premesse, nell'articolo si ricostruisce, a partire da buone informazioni, una storiella che non sta in piedi nemmeno con le stampelle.

Sarebbero, i Bonds, dei "falsi autentici", ovvero VERI bonds, fraudolentemente realizzati da funzionari infedeli della Federal Reserve o del Governo Americano. Questo per cercare, in qualche disperato modo, di trovare una spiegazione al fatto, ormai evidente, che NON SI TRATTA DI FALSI.

Giova qui ricordare che, da un lato l'Italia ha un DISPERATO BISOGNO dei 38 miliardi di euro di penale che potrebbe legittimamente esigere sui bonds sequestrati e dall'altro, anche prendendo per buona la stiracchiatissima ipotesi formulata, pare evidente che vi sia in circolazione una ENORME quantità di denaro e/o titoli "autentici", stampati senza controllo (poco importa se da funzionari "deviati" o scrupolosi), circolanti per vie traverse e segrete, in cambio di servigi altrettanto trasversali e misteriosi ed in barba a qualunque garanzia.

Uh, ma guarda. E pensare che c'e' chi insiste a ritenere che tenere segreto il totale del circolante in dollari, come fa la Federal da qualche anno, non sia poi cosi importante.

A me invece pare che tutto si leghi, ma non voglio ripetermi ancora. Quel che avevo da scrivere, anche senza le ultime novità, che danno maggior forza alle mie convinzioni in merito, l'ho scritto qui.

di Pietro Cambi

03 dicembre 2009

La Morgan Stanley teme la crisi del debito nel Regno Unito per il 2010




L’Inghilterra rischia di diventare la prima nazione del G10 a rischiare la fuga dei capitali e una crisi sul debito nei prossimi mesi, secondo una nota di Morgan Stanley.

La banca d’investimento ha dichiarato che sussiste il rischio che il mix tossico di problemi inglesi arriveranno al capolinea presto, il prossimo anno, attivato dalla paura che Westminster potrebbe dimostrarsi incapace di restaurare credibilità fiscale.

“I crescenti timori di un parlamento senza una maggioranza stabile probabilmente peseranno sia sulla valuta sia sui rendimenti dei Gilt (titoli del debito), dal momento che sarà in un certo senso un salto nel buio, ed aumenterà la probabilità che alcune delle agenzie di rating toglieranno lo status di AAA al Regno Unito”, si legge nel report scritto dalla banca d’investimento europea, di Roman Carr, Teun Draaisma e Graham Secker



“in una situazione estrema, una crisi fiscale potrebbe portare ad una fuga dei capitali interni, grave debolezza del Pound e una svendita di buoni del tesoro inglesi. La Banca d’Inghilterra potrebbe sentirsi costretta ad alzare i tassi per sostenere la fiducia nella politica monetaria e stabilizzare la moneta, minacciando la fragile ripresa economica”, hanno dichiarato.

Morgan Stanley ha dichiarato che questi eventi a catena potrebbero alzare i rendimenti del Gilt a 10 anni di 150 punti base.

Questo farebbe alzare il costo dei prestiti ben oltre il 5% - il livello che ora affronta la Grecia, e ben più alto dei costi di Italia, Messico e Brasile (NDFC: l’affezionato lettore avrà tristemente notato l’accostamento del nostro paese ad altri che percepiamo come lontani).

I migliori titoli di debito di aziende come BP, GSK, o Tesco, potrebbero portare un rischio premium inferiore al debito sovrano inglese – semplicemente impensabile in passato.

Una impennata dei rendimenti dei bond potrebbero complicare molto l’obiettivo di finanziare il deficit di budget, che è atteso per essere il peggiore di tutto il gruppo OSCE l’anno prossimo, al 13.3% del PIL.

Per un certo tempo gli investitori sono stati preoccupati, in privato, del fatto che la Banca d’Inghilterra avrebbe dovuto alzare i tassi prima di essere pronta a farlo – rischiando una recessione a W , ed una incipiente spirale di pagamento del debito – ma questa è la prima volta che una principale società di investimenti solleva un warning così forte.

Nessuna nazione del G10 ha visto la sua abilità di fornire uno stimolo di emergenza severamente limitato da forze esterne dall’inizio della crisi del credito.

Non è chiaro come i mercati potrebbero rispondere se iniziassero a mettere in discussione l’efficacia del potere statale (NDFC: vogliamo tirare a indovinare?)

Morgan Stanley dichiara che la sterlina potrebbe cadere di un altro 10% in termini di potere d’acquisto. Questo completerebbe il più aspro declino del Pound dai tempi della rivoluzione industriale, superiore al calo del 30% dopo che l’Inghilterra uscì dal Gold Standard nelle cataclismiche circostanze del 1931.

Le azioni inglesi performerebbero ragionevolmente bene.

Un buon 65% dei guadagni delle aziende della borsa inglese vengono dall’estero, quindi godrebbero di vantaggi della caduta della moneta.

Anche se il report “Tempi più duri nel 2010” non è collegato alla debacle di Dubai , ci ricorda che le nazioni hanno a malapena comprato tempo durante la crisi per rivolgersi agli stimoli fiscali e travasare le perdite private sui libri contabili pubblici.

I salvataggi – per quanto necessari – non hanno risolto il problema sottostante del debito. Hanno accumulato un secondo insieme di problemi, degradagando il debito sovrano in buona parte del mondo.

Morgan Stanley ha dichiarato che il travaglio inglese è una delle tre “sorprese” attese per il 2010.

Le altre due sono

* Rimbalzo del dollaro
* Forti performance delle azioni delle compagnie farmaceutiche (NDFC: “...!”)

David Buik, di BGC Partners, ha dichiarato che l’Inghilterra è particolarmente fuori forma perchè i ritorni fiscali sono soggetti ad una forte leva sul ciclo economico globale: i servizi finanziari hanno fornito il 27% dei ritorni in fase di boom, ma ora sono crollati.

Gli inglesi hanno mancato di mettere da parte denaro negli anni delle vacche grasse per bilanciare questo ciclo fiscale giunto al momento della verità. Hanno avuto un deficit del 3% del PIL al massimo del boom, mentre le nazioni prudenti come la Finlandia e perfino la Spagna avevano un surplus di più del 2%.

“Dobbiamo alzare l’IVA al 20% e fare tagli seriamente drammatici nei servizi che vanno oltre tutto cio’ di cui stanno parlando Alistair Darling o David Cameron. Nessuno sembra avere il coraggio di fronteggiare questo” , ha dichiarato Buik.

Il report coincide con le notizie che l’Inghilterra è ora ufficialmente la sola nazione del G20 ad essere ancora in recessione. Il Canada ha riportato che la sua economia è cresciuta dello 0,1% nel terzo trimestre. L’inghilterra, per contro, si è contratta dello 0,3%, secondo le più recenti stime.
di Ambrose Evans-Pritchard

02 dicembre 2009

Wto: l'unica certezza è che il modello (perdente) non si cambia

La fine della WTO, tante volte decretata, quante respinta e negata. E così le Ministeriali si continuano a fare, senza troppa passione e con sempre meno pubblicità, ma sempre con il pericolo che qualche infausta decisione passi sopra la testa delle popolazioni aggravandone di più la già pesante situazione.

Su quest'ultima in anticipo ci si è affrettati a dire che non si sarebbe negoziato nulla, ma poi invece nella conferenza stampa d'apertura hanno dichiarato di volere una conclusione "rapida e di successo" per il ciclo di negoziati "dello sviluppo" lanciato dalla Wto nel 2001 a Doha, ma anche che il contenuto di sviluppo si è annacquato nei testi in discussione, e che ad esso è appeso, però, il risultato finale delle trattative.

Sono giunti a Ginevra oltre 2.700 delegati, di cui solo 139 su 153 membri dell'organizzazione, 350 giornalisti e circa 500 rappresentanti della società civile, e dopo la giornata di sabato dedicata ad una manifestazione antiWTO con anche alcuni dei protagonisti della "Battaglia di Seattle", che si è snodata per la città con tanto di trattori, ed imbarcazioni dei pescatori trasportate su dei carri - ma purtroppo anche preceduta da un po' di bande giovanili più casseurs forse che veri black bloc, che hanno fatto razzia di vetrine ed auto parcheggiate - domenica invece e' stata utilizzata dai ministri al commercio di Brasile, Argentina, Sudafrica, e alcuni tra gli Stati emergenti più influenti del G20, che in ambito Wto guidano il raggruppamento del G33, per "posizionarsi" rispetto a Europa e Stati Uniti in vista dell'apertura.

I Paesi in via di sviluppo affermano infatti di voler tenere in vita questo ciclo di negoziati e volerlo concludere presto e con successo, specificando però che per successo intendono che lo vogliono amico dello sviluppo. La Wto, ha il peccato originale di essere nato come club dei Paesi ricchi che negli anni è anche molto cambiato, il Doha round infatti è stato lanciato per aiutare i paesi poveri a migliorare le proprie condizioni attraverso un commercio più libero, ma il processo è lungo e resta ancora tanta strada da fare nel negoziato perché questo proposito diventi realtà.

Sembrerebbe esserci un accordo chiuso all'80% secondo lo stesso segretario generale Pascal Lamy, ma rimangono grandi differenze, su come esattamente i membri taglieranno le proprie tariffe sui prodotti agricoli e industriali, elimineranno i sussidi in agricoltura e apriranno il mercato dei servizi.
Il gruppo dei G20 in ambito Wto, coordinato dal Brasile, sostiene la necessità di una maggiore apertura dei mercati agricoli a Nord ma anche a Sud, e ha lanciato in direzione della ministeriale un documento nel quale ha affermato che l'agricoltura deve essere tema centrale in ogni accordo per via di come i sussidi dei Paesi ricchi stanno schiacciando i più poveri fuori dal mercato.

Un altro comunicato dei G33, gruppo coordinato dall'Indonesia che combatte per assicurare che i Paesi più poveri siano protetti in qualche modo dagli effetti più destabilizzanti dell'apertura dei mercati, hanno chiarito però in un proprio documento che ogni accordo debba proteggere i mezzi di sussistenza dei piccoli produttori soprattutto agricoli. Ma il negoziatore statunitense al commercio Ron Kirk, prima della partenza per Ginevra, ha chiarito che il suo Paese si sente impegnato, insieme ad altri, a giocare un ruolo di leadership nella Wto per spingere le esportazioni americane e far crescere il numero dei posti di lavoro ben pagati che gli americani vogliono e di cui hanno bisogno.

Un posizionamento chiaro che da solo getta un'ombra di grande incertezza sulla ministeriale che si apre in questi momenti.
Questo è pure un vertice diverso da tutti gli altri perché arriva in piena crisi economica, finanziaria, sociale ed ambientale, ma mentre nelle riunioni di G8 e G20 i leaders globali fanno a gara per mettere faccia e firme sotto proposte di ri-regolazione di borse e mercati finanziari, qui non si presentano e quasi alla chetichella tentano di chiudere un nuovo pacchetto di liberalizzazioni che ha perso tutti i suoi contenuti di riequilibrio Nord-Sud, che rischia di rafforzare il predominio di pochi interessi forti, a Nord come a Sud, alle spese dei diritti di tutti gli altri.

La Wto si è arenata da anni nell'esame di 17 diversi trattati, un pugno dei quali si occupa davvero di barriere doganali, tariffe e protezionismo, mentre la maggior parte cerca di limitare la capacità degli Stati di sostenere le produzioni "pulite" e i piccoli e medi produttori agricoli e manifatturieri, di vietare la costruzione di fondi nazionali di stimolo alla ripresa, che aiutino le imprese e i lavoratori del proprio Paese, di fissare parametri di gestione dei servizi pubblici perché siano prevalentemente in mano ai privati senza che i Parlamenti nazionali possano dire niente al riguardo.

L'ultima crisi economico finanziaria ha dimostrato l'insostenibilità di un sistema dove la finanza ed i capitali si sganciano dall'economia reale, dove persino il cibo diventa oggetto di speculazione finanziaria condannando alla fame oltre un miliardo di persone e questa crisi complessa ha dimostrato come i fallimenti del mercato siano alla base dei peggiori squilibri del pianeta, e come le ricette per curare questi disastri non possano essere le stesse proposte e riproposte da quasi trent'anni.

La soluzione alle attuali crisi alimentare, produttiva e climatica richiede un profondo e radicale spostamento da un'agricoltura e un modello energetico, industriale, produttivo, di distribuzione ed orientato all'esportazione, verso un'economia attenta ai bisogni del territorio, a Nord come a Sud. Non è più il momento di stare a guardare, è a rischio la stabilità e la sopravvivenza di intere comunità per gli anni a venire.

di Maurizio Gubbiotti

01 dicembre 2009

Il banchiere espiatorio




Stiamo vivendo il passaggio decisivo della crisi sistemica globale in cui il feticcio del PIL - ancora oggi asse portante di tutte le mistificazioni sul prodigioso “sviluppo”, la “crescita”, il “benessere” illimitati - tende a diventare sempre di più DIL per gran parte delle società umane. Assumendo l’acronimo in questione il significato di Disagio Interno Lordo e in futuro - se peggioreranno ancora le cose, come del resto è probabile - di Disperazione Interna Lorda. Le serie di dati economici, che scorrono come un fiume quotidianamente sotto i nostri occhi, pur nella loro contraddittorietà – sospese come sono fra rimbalzi, recuperi finanziari, chiusure aziendali e cadute ulteriori del prodotto – palesano lo spettro del declino della produzione e dei consumi, che non sarà l’unico problema epocale delle sole economie occidentali un tempo trionfanti.



In questo passaggio epocale assistiamo a un vero e proprio scontro fra irrealtà e realtà. Dove l’irrealtà è ben simboleggiata da una dimensione finanziaria “partita in orbita” intorno al globo terracqueo. Mentre la realtà è fatta di chiusure aziendali e dal downsizing, ovvero da licenziamenti a raffica. Ma soprattutto: la contrapposizione di fondo è tra la stabilità e la flessibilità; fra l’ordine e l’anarchia; fra la perduta solidità rappresentata da un mondo “burocratico” e da un tempo lineare, e l’evanescenza indotta da questo modello di capitalismo, con le sue pericolose discontinuità. In questa fase - di cui nessuno sa prevedere la durata perché “Ignota è l’architettura del domani” - la complessità che caratterizza il modo di produzione capitalistico dominante è tale che nessuno riesce compiutamente a definirlo ed indagarlo, sviluppando un’adeguata visione d’insieme.

Esistono tante definizioni di quel capitalismo contemporaneo che “viviamo sulla nostra pelle”. Ciascuna delle quali riesce forse a mettere in evidenza uno o due aspetti, pur rilevanti e caratterizzanti su vari piani – culturale ed ideologico, economico, sociologico, persino geopolitico – senza però riuscire a cogliere la totalità. Capitalismo neofeudale “senza classi” (questa è la definizione data dal filosofo Costanzo Preve); passaggio capitalistico dalla fase monocentrica “americana” a quella policentrica (Gianfranco La Grassa); capitalismo flessibile ( Richard Sennett); capitalismo parassitario ( Zygmunt Bauman); capitalismo totalitario (Marino Badiale e Massimo Bontempelli); e capitalismo assoluto. Queste definizioni rappresentano solo alcuni esempi di quanto affermo. Ma la stessa globalizzazione che costituisce la linfa vitale del modo di produzione dominante può essere intesa in molti modi: economico, culturale, salariale, e via dicendo.

Quello che è certo è che la prima fase della globalizzazione - iniziata in buona sostanza negli anni Ottanta del Novecento; consolidatasi progressivamente nei “ruggenti anni Novanta” (secondo una definizione dell’economista Stiglitz); e non ancora conclusa, ma già in via di esaurimento, come ci dimostra la persistenza della prima crisi del mondo globalizzato - è dominata da quello che potremmo, con una buona approssimazione, definire “modello capitalistico anglo-americano dell’economia dei servizi”. Un modello in cui i servizi finanziari hanno avuto la massima espansione e l’hanno fatta da padrone, “autonomizzandosi” rispetto all’economia reale e sopravanzandola di alcune lunghezze, ben oltre le sue capacità di assorbimento e sopportazione. Cosa che è accaduta a detrimento delle strutture produttive dei paesi “sviluppati”, provocando due effetti. Primo: una falcidia di posti di lavoro stabili soprattutto nelle produzioni a bassa intensità di capitale (e basso contenuto tecnologico); posti che sono stati solo in parte sostituiti da precari sottopagati. Secondo: trasferimenti significativi di know-how ai paesi detti emergenti, indotti dalla caduta delle barriere doganali e dal conseguente nomadismo planetario del capitale.

L’espansione finanziaria ha dato l’impressione alla massima potenza mondiale - ovvero gli Stati Uniti - di poter vivere per un tempo lungo, indefinito, al di sopra dei propri mezzi finanziando illimitatamente il debito. Mentre i “fondamentali” dell’economia, le produzioni tradizionali e le officine lasciavano il posto a produzione sempre più massiccia di carta e cartaccia: la paccottiglia del tipo CDS (Credit Default Swap) e CDO (Collateralized Debt Obligation). Come se la moltiplicazione della ricchezza di natura finanziaria fosse una riproposizione - in chiave storica e su un piano di immanenza del miracolo biblico - della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Nel frattempo la bassa produzione si affidava ai cosiddetti Paesi “emergenti”, realizzando il massimo della flessibilità dei lavoratori e sfruttando nuovi territori fino ad allora sotto-utilizzati o vergini, in un’assurda e suicida (in primo luogo per l’Occidente a guida americana) divisione internazionale del lavoro.

Anche per tali motivi, quelli che potremmo definire “i gruppi di comando elitistici” hanno avuto mano completamente libera nel reperimento di risorse sui mercati finanziari, e l’hanno fatto nel segno dell’assenza di limiti che connota il capitalismo in questa fase. Non ha torto Bauman – che nel saggio “Capitalismo parassitario” (pubblicato in Italia da Laterza) rievoca lo spettro di Rosa Luxemburg, l’autrice de “L’accumulazione del capitale”, che sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere (e prosperare) senza le economie non capitalistiche - si diceva: non ha torto Bauman, quando mette in evidenza come il monstre che ci domina è nella sostanza nient’altro che un grande parassita, in costante ricerca di “terre vergini” da sfruttare fino all’esaurimento. O meglio di organismi ospitanti in cui si insedia per “nutrirsi” e riprodursi portandoli alla morte.

In realtà, i banchieri e i finanzieri fin dagli inizi dell’era globale hanno interpretato la completa assenza di limiti che connota il capitalismo contemporaneo come l’illimitata possibilità di accrescere una ricchezza apparentemente illusoria e smaterializzata. Con lo scopo immediato di una crescente “creazione del valore a favore dell’azionista”. E con il fine ultimo di mettere le mani su beni assai concreti: fabbriche, proprietà immobiliari, l’intero prodotto sociale. Le conseguenze del loro agire sui mercati ricordano molto l’effetto che io chiamo dello “sciame di cavallette”.

Le cavallette, divise in grandi sciami, si avventano affamate su campi e coltivi, predandoli fino all’esaurimento delle risorse, per poi spostarsi altrove rapidamente, come nubi minacciose nel cielo, e calare fameliche su altri campi e altri coltivi. I fertili coltivi - prima dello scoppio della crisi - erano rappresentati dai mercati dei crediti al consumo (rate e carte di credito) e dei mutui di seconda scelta (ovvero quelli concessi a persone che avevano scarse possibilità di pagarli, perchè avevano stipendi bassi e lavori instabili; mutui noti ai più come subprime). Mutui e crediti che sono stati allegramente cartolarizzati, per poi fare il “tranching”, tagliandoli a fette; e infine venduti, intascando le commissioni come prodotti in gran parte sopraffini, per niente adulterati e spesso degni addirittura del massimo dei voti in termini di affidabilità, cioè di una tripla “A”. Anche se poi si è scoperto che erano carta straccia.

Perfino inutile precisare che gli altri campi e gl’altri coltivi, predati dalle “cavallette” globaliste, sono gli essenziali mercati del petrolio e dell’energia, in cui il 95% dei futures trattati in questi ultimi anni non hanno avuto funzioni di copertura, a fronte di transazioni reali, ma bensì funzioni squisitamente speculative. Ed altri campi ed altri coltivi ancora erano i più decisivi prodotti agricoli e alimentari, dando così un significativo contributo alle esplosioni dei prezzi (inflazione da profitti), ma soprattutto alla malnutrizione e alla fame autentica di quasi un terzo dell’umanità. Ecco di cosa si è occupata - fra l’altro - la nuova “classe di servizio” del top globalista per creare valore in misura crescente, se non esponenziale, a vantaggio dei “Signori della mondializzazione”, in particolar modo a beneficio di quella Strategic Global class occidentale, che era intenta a “rastrellare” risorse ovunque e a qualsiasi costo sociale e ambientale.

Ma la difesa dei perversi meccanismi di questo capitalismo non è cessata neppure con la crisi. Anzi si è intensificata fino al delirio, con l’intensificarsi della caduta di tutti i suoi indicatori, dal PIL planetario a quello dei volumi del commercio mondiale.

Un temporaneo rimbalzo finanziario - per esempio: una ripresa dei guadagni speculativi o una crescita del PIL americano, dopo quattro trimestri negativi consecutivi e l’espulsione di milioni di lavoratori dal processo produttivo, con parte del “ceto medio” che perde la casa e va a vivere in roulotte - viene oggi venduta dalla propaganda del nuovo clero sistemico-mediatico come “l’uscita dalla crisi”, l’auspicato ritorno ad una “normalità” decisamente abnorme. Una “normalità” fondata su instabilità e cambiamento discontinuo ma irreversibile; sul fallimento esistenziale per moltissimi; sulla concentrazione di risorse in mani elitistiche; sul pieno controllo del “capitale umano” e del “capitale naturale”; e su di un gigantesco disegno omologante di riorganizzazione ideologico-culturale, venduto propagandisticamente come “morte delle ideologie”.

Questo processo si è sviluppato nel passaggio dalla routine alla flessibilità (come ha osservato Richard Sennett); dal mondo solido alla vita liquida (Zygmunt Bauman); dal capitalismo dialettico al capitalismo speculativo in senso hegeliano (Costanzo Preve). E non solo. A mio avviso: questo processo si è sviluppato anche nel passaggio dall’ordine sociale fondato sulla tripartizione “Borghesia-ceti medi figli del welfare novecentesco-Proletariato” alla dicotomia “Global class-Pauper class” che tenderà in futuro a cristallizzarsi in un nuovo ordine dagli aspetti quasi castali.

In questo quadro inquietante - di autentica “rimozione” di tutte le certezze e dei punti fermi esistenti nelle precedenti fasi capitalistiche - va inquadrato il problema dei finanzieri, dei manager della “industria del credito” e dei banchieri che hanno sbagliato, scatenando la prima crisi globale di origine chiaramente sistemica. In altra sede mi sono divertito a proporre l’amaramente ironico paragone fra i banchieri-manager che hanno sbagliato e i “compagni che sbagliano” nella stagione italiana del lungo sessantotto, della P38, del terrorismo e della clandestinità. Ma questo perché la pubblicistica del neoliberismo imperante ha spesso invocato - a discolpa del sistema - le responsabilità individuali di singoli soggetti, che mal avrebbero colto le splendide ed emancipative opportunità offerte dal libero mercato globale. Un esempio su tutti: il vituperato e incarcerato Bernie Madoff.

Perchè accusare i banchieri che sbagliano? Ovvio. Per nascondere agli occhi delle neoplebi e dei “ceti medi” occidentali, soggetti alla flessibilizzazione e alla ri-plebeizzazione, la natura squisitamente sistemica della crisi, come dovrebbe essere ormai evidente a chi non si limita ad osservare la superficie dei fenomeni. Le colpe, però, devono - e non può essere diversamente - essere fatte risalire direttamente al modello (di sviluppo) economico adottato e alle sue logiche interne. Un modello in cui i mercati finanziari non erano ospiti o estranei. I mercati finanziari avevano e hanno un ruolo chiave. Che era (e rimane) quello di moltiplicare – con annessa proliferazione di prodotti sempre più rischiosi e truffaldini – la “rendita” prodotta dall’impiego del capitale e nel contempo riuscire a gestire il rischio (che avrebbe dovuto essere sopportato, in primo luogo, dalla cosiddetta impresa del credito) facendovi fronte in modo efficiente.

Da un punto di vista mecroeconomico, sappiamo che fin dall’affermazione delle teorie monetariste di Milton Friedman e in contesti non uguali all’attuale, si è ampiamente utilizzata la leva monetaria, abbandonando quella fiscale per giungere ad una rilevante defiscalizzazione del capitale, ma anche al fine di sostenere ed espandere la domanda, e possiamo notare come l’ormai epocale trasferimento di ricchezza dal Lavoro al Capitale ha creato insufficienze crescenti della domanda nei paesi “ricchi”, che in parte significativa la esprimono, con esiti decisamente recessivi. Dal lato micro, invece, si può fare direttamente riferimento ai modelli di business adottati in campo finanziario dalle “imprese” che trattano il credito – fra le quali le grandi banche commerciali anglo-americane, ben rappresentate nella vicenda dalla Leheman Brothers – in un contesto di privatizzazione, esteso a tutto l’occidente e sulla scorta della “tradizione” anglosassone, dei sistemi bancari e creditizi, per sottrarli definitivamente ad interferenze “esterne” non gradite e al controllo pubblico, rispondendo in toto ai desideri (e alle imposizioni) del top globalista.

La tensione verso una sempre maggiore “creazione di valore” nel breve e la necessità di liberarsi dai rischi crescenti che ciò implicava - CDO e CDS sono, in tal senso, prodotti “simbolo” dell’epoca e della realizzazione pratica del paradigma neoliberista - si diceva: questa tensione verso il massimo dei profitti possibile nel più breve tempo possibile oltre a spingere alla speculazione su ogni cosa nella ricerca inesausta di nuove “terre vergini” da sfruttare – nel caso sub-prime la povertà, la necessità di avere una casa, anche se si è ridotti con pochi mezzi e scarse prospettive, il disagio sociale diffuso, eccetera – ha imposto di scaricare i crescenti rischi “sul mercato”, innescando una micidiale “catena di Sant’Antonio”. Che aveva un unico obiettivo: incassare le commissioni subito e liberarsi quanto prima del “pacco esplosivo”, che poi però in diverse occasioni - (s)fortuanatamente - è tornato al mittente. Cioè a quei banchieri e a quei finanzieri che speravano di essersene liberati.

Per dirla con le parole di Alberto Berrini, tratte dall’ottimo libro “Come si esce dalla crisi”: “Il modello di business (appena descritto, Nda) è stato definito Originate to Distribute (OTD; faccio un prestito e cedo il rischio) rispetto al precedente Originate to Hold (faccio un prestito e tengo il rischio)”. Se ci si addentra nei meandri della vicenda sub-prime - che è stato unanimemente riconosciuto come l’innesco che ha fatto esplodere la crisi - si comprende come l’origine della stessa non può essere che sistemica e non certo individuale. Per la semplice ragione che i suoi presupposti derivano direttamente dalle logiche del capitalismo contemporaneo e dai modelli adottati dalle imprese creditizie, compresi i grandi “incentivi” concessi agli stessi banchieri-manager, in una perversa “meritocrazia”, in realtà completamente priva di riscontri nella realtà economica.

In conclusione. L’espressione banchieri che hanno sbagliato è quindi destituita di ogni fondamento ed è una fola diffusa dalla propaganda sistemica per fuorviare l’opinione pubblica. I banchieri non hanno sbagliato e ne sono consapevoli. Si sono limitati, in un contesto “sfidante” - dominato dalla tensione al cambiamento e dalla flessibilità - a aderire alle logiche di questo brutto modello di capitalismo. E anzi si può dire che ne abbiano saputo cogliere la sostanza.

Come degli autentici “animal spirits” liberati dal capitalismo finanziario, questi soggetti hanno semplicemente assicurato al top globalista e a loro stessi enormi guadagni (di rapina) nel breve termine, unico orizzonte temporale possibile quando si naviga nel procelloso mare della globalizzazione. I banchieri-manager sono stati - e sono tuttora, - i generali e i quadri di eserciti mercenari, predatori, senza divise e disciplina di campo – in una curiosa e ardita similitudine con le estenuanti guerre europee di religione e nazionali degli ottanta anni, che si sono concluse, nel 1648, con la pace di Westfalia – incaricati della lotta per il reperimento delle risorse nella mal frequentata dimensione finanziaria. Infatti, la profondità e la gravità dei dissesti finanziari che hanno provocato una concreta crisi economica planetaria altro non sono che indicatori dell’intensità, e della “violenza”, raggiunte dallo scontro fra i gruppi di vertice della classe globale, i quali sono da tempo saldamente insediati nei gangli vitali della riproduzione strategica della totalità sociale, e quindi anche nei centri del potere finanziario.

L’aspetto drammatico della questione è che le conseguenze di queste lotte elitistiche, e dell’agire di tali soggetti, non restano confinate in una dimensione “superiore” a quella del nostro quotidiano, ma le avvertiamo anche noi, nella vita di tutti i giorni, negli ambienti di lavoro, in supermercati e negozi, nei rapporti interpersonali occasionali o consolidati, fin dentro le stesse mura domestiche.

Eugenio Orso

26 novembre 2009

Daniel Estulin sulla sua inchiesta sul Club Bilderberg

club bilderberg
La copertina
Il libro, pubblicato fino ad oggi in Spagna, Portogallo, Bulgaria, Brasile, Olanda, Giappone, Usa, arriva anche in Italia: contiene foto degli incontri e vari documenti tra cui alcune lettere di invito alla riunione e liste dei partecipanti. E dal libro sarà realizzato anche un film a Hollywood: la Halcyon Company infatti, proprietaria dei diritti cinematografici della saga di Terminator, ha comprato i diritti del libro di Daniel Estulin e ha in programma di realizzare un film da 120milioni di dollari.

La riunione del Gruppo di quest'anno si è svolta in Grecia dal 14 al 17 maggio: il nostro paese era rappresentato da Tommaso Padoa-Schioppa, Mario Draghi, Romano Prodi, Franco Bernabè, John Elkann. E l'autore dell'inchiesta Daniel Estulin, in Italia per presentare l'ultima versione del suo libro, sceglie Affaritaliani.it per svelare i retroscena degli incontri del Club.

Nel suo libro ha scritto che l'obiettivo della riunione 2009 del Club è stato quello di trasformare l'Unione Europea in un governo multinazionale. Pensa che questo sarà davverò realizzato?
"E' stato approvato il trattato di Lisbona. Esiste di fatto una dittatura europea di un gruppo di persone le cui decisioni non sono appellabili da nessuno".

daniel estulin
Daniel Estulin


Esistono degli obiettivi del Club che sono stati realizzati nel corso degli anni?
"Si, esistono. Per esempio la guerra in Iraq, progettata a maggio del 2002 per febbraio-marzo del 2003; il prezzo del petrolio, salito da 20 a 100 dollari al barile dal 2002 al 2007 e ancora da 100 a 150 dollari al barile dal 2005 a metà 2008. Oppure l'implosione dei prezzi delle case nel 2006 o la guerra in Kosovo nel 1996".

Come è cambiata la funzione del Club nel corso degli anni?

"Dalla caduta del Comunismo il Club Bilderberg ha incluso personalità provenienti dai paesi del Patto di Varsavia mentre prima il Gruppo si basava sull'alleanza della Nato".


Le riunioni del Gruppo hanno una connotazione politica? Se si, a destra o a sinistra? Ed è cambiata nel corso degli anni?

"Il gruppo è formato da personalità che hanno una visione globale e di conseguenza imperialista, come se fossero costruttori di un impero. Un impero costruito alle spese delle varie repubbliche nazionali. Non ci sono connotazioni politiche, né di destra né di sinistra: è applicato il concetto di sinarchia internazionale (un ipotetico governo occulto planetario, o "governo ombra", che gestisce invisibilmente le trame della politica e dell'economia mondiale e che decide i destini dell'umanità, ndr)".

Quali sono i paesi che hanno maggiore influenza all'interno del Club?

"Ovviamente gli Stati Uniti: un terzo dei delegati proviene infatti da questo paese. A parte gli Usa, anche la Gran Bretagna e la Germania sono ben rappresentati. L'Italia ha una forte rappresentanza attraverso le antiche famiglie italiane, come gli Agnelli che sono oggi rappresentati da John Elkann".

Secondo lei qual è il ruolo dell'Italia nel Club? E' cambiato nel corso degli anni?

"L'Italia è l'epicentro del potere del Club attraverso la nobiltà veneziana. La regina di Inghilterra, il membro più influente del Gruppo, appartiene infatti per discendenza ai Marchesi d'Este di Venezia".

C'è qualcosa che avrebbe voluto scrivere nel libro e non ha fatto?

"Se si riferisce alla censura, no non c'è: ho scritto tutto quello che volevo nell'edizione inglese del libro. La versione italiana è la diretta traduzione di quella inglese. In Spagna invece il mio editore, Planeta, mi ha vietato di menzionare i reali di Spagna e il loro ruolo all'interno del Club. Sono stato lasciato invece più libero di parlare di altre cose. Ho seguito queste indicazioni anche se quando il libro è uscito ho pubblicamente criticato il ruolo della famiglia reale spagnola nel Club".

25 novembre 2009

L'impotenza del potere



Fin da quando Hobbes ha immaginato lo Stato come un mostro onnipotente, il Leviatano, il potere centrale di ogni Paese è stato considerato capace di risolvere tutti i problemi vecchi e nuovi della condizione umana. A prescindere dal grado di democrazia esistente, lo Stato è sempre intervenuto nell'economia, ha sempre deciso della guerra e della pace, dell'istruzione, della salute e di tanti altri aspetti della vita dei propri cittadini. Anzi, proprio questa onnipresenza dello Stato ha fatto nascere reazioni liberatorie, opposizioni più o meno violente all'invasione nella esistenza della persona. Ma il potere dello Stato non è onnipotente, non solo perché singoli individui criminali o associazioni di individui praticano sistematicamente la violazione delle leggi, ma anche per l'esistenza dei cosiddetti poteri occulti, che costringono lo Stato a fare delle scelte che favoriscono interessi provati di individui o di particolari categorie sociali.
Anche prescindendo dalla bontà o dall'intelligenza dei governanti e delle enormi macchine che li aiutano a prendere le decisioni, la volontà dello Stato, e addirittura quella delle comunità internazionali, è obbligata a fermarsi per l'eccessiva complessità dei problemi.
Alcuni esempi recenti confermano l'impotenza a decidere della comunità internazionale. Il vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, organizzato dalla FAO a Roma dal 16 al 18 novembre di quest'anno, si è concluso con un nulla di deciso per "la mancanza di impegni concreti dai Paesi ricchi, che si assumono responsabilità e promettono risorse che non arriveranno mai". Oltretutto, al vertice erano assenti i potenti del G8, che, pur essendo consapevoli del problema della fame nel mondo, non possono fare di più, non solo per la impossibilità di risolvere la situazione. Infatti, il miliardo di affamati è il risultato del fenomeno inarrestabile della crescita della popolazione umana, attualmente di 7 miliardi di individui, che, secondo previsioni scientifiche, "entro il 2030 causerà una crisi globale".
Durante il vertice di Roma, il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, in previsione del vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici, ha dichiarato: "non può esserci sicurezza ambientale senza sicurezza alimentare". I problemi difficilmente risolvibili si intrecciano e si aggravano vicendevolmente, rendendo sempre più impotente la comunità internazionale a risolverli. Infatti, Obama, nel suo viaggio in Cina, per risolvere i gravi problemi del rapporto Cina-USA, ha anticipato, insieme al leader cinese "un ridimensionamento della Conferenza sul Clima che si apre tra tre settimane a Copenhagen". Nonostante le reazioni furiose di alcuni membri della Comunità Europea, i due principali inquinatori del mondo, Cina e USA, hanno preannunciato di non voler ridurre drasticamente le loro emissioni. In realtà, i due colossi industriali non possono rinunciare all'uso del carbone per la produzione dell'energia elettrica; infatti le centrali a carbone in USA e in Cina rappresentano dal 50 all'80% del totale. La Cina non ha petrolio e gli USA giacciono sul più vasto giacimento di carbone del mondo. Ma anche l'Europa ha dimostrato recentemente l'incapacità di saper esprimere la propria potenza politica nei confronti dei colossi americano e cinese; infatti, nell'elezione dei propri supremi rappresentanti nel congresso internazionale, l'Europa non ha potuto esprimere che due figure scialbe, e quindi di scarso peso politico. In questo caso, l'impotenza del potere è racchiusa nella sua stessa natura: l'unione forzata di nazioni con interessi contrastanti spinge al compromesso e alle scelte di basso profilo. Questo è il limite generale del potere organizzato nelle attuali forme della democrazia parlamentare.
di Romolo Gobbi

24 novembre 2009

Senza ideali molta ruberia


Francesco Alberoni scriveva giorni fa (il 20 ottobre) che «Persi gli ideali a cosa si rivolge la spinta umana? Solo al potere e al denaro». Sì: ma è utile approfondire. In primo luogo, non dobbiamo confondere ideali con ideologie. Sono cose diverse e anche nemiche. Intesi come obiettivi di valore gli ideali acquistano centralità, nella politica, con l’Illuminismo, non prima. La parola «ideologia» viene poi coniata da Destutt de Tracy nel 1796, e dunque in sul finire dell’Illuminismo, per dire «scienza delle idee»; un significato letterale che non ha attecchito e che è stato stravolto dal marxismo, per il quale l’ideologia diventa killeraggio, e cioè un pensiero che non-è-più-pensato, un ex pensiero dogmatico e fanatizzato che appunto ammazza il pensiero e le idee.

Una seconda precisazione verte sul rapporto tra ideali e democrazia. Che è un rapporto strettissimo ma soltanto moderno, recente. Aristotele distingueva tra governo dell’uno, dei pochi e dei molti, e poi tra il governare nell’interesse proprio o nell’interesse comune. E per Aristotele la democrazia era il governo dei molti, o dei poveri, nel proprio interesse, e quindi un cattivo governo. Ma, attenzione, l’interesse comune che caratterizzava i buoni regimi non era, per lui, posto da ideali e tantomeno dall’ideale della libertà individuale del cittadino. Hobbes lo precisava lapidariamente: «Ateniesi e Romani erano liberi, e cioè le loro città erano libere».

La grossa differenza è che il mondo antico su su fino al Rinascimento non si proiettava verso il futuro ma si poneva come un aumento, una crescita, delle origini. Alla stessa stregua non era «giovanilista»: l’autorità, la auctoritas, spettava alla saggezza degli anziani. Questa visione del mondo venne rovesciata dal Romanticismo «scoprendo la storia» come una dinamica innovativa che porterà man mano a configurare la democrazia liberale come l’ottimo governo sospinto e realizzato dai suoi ideali. Il retroterra di questo sviluppo era che per la prima volta nella storia gli «esclusi» dalla politica venivano effettivamente inclusi dal suffragio universale. Ma se questa inclusione «perde gli ideali», e con essa il senso del «dovere etico», allora il buon governo democratico va alla deriva.

Si è detto che la politica è la guerra con altri mezzi. Oramai sarei più incline a dire che la politica è il ladrocinio, la pappatoria, con altri mezzi. Omnia Romae cum pretio, tutto a Roma si può comprare, scriveva Giovenale. Invece oggi? Ci stupiamo che anche la sinistra venga travolta in questa frana. Ma perché? Le sue credenziali intellettuali risalgono all’immediato dopoguerra, a quando il Pci ereditò il grosso della cultura idealistica (Crociana o Gentiliana che fosse) che allora dominava in Italia. Marx «rovesciò» la filosofia idealistica di Hegel. Un secolo dopo i nostri idealisti rovesciarono, a loro volta, Croce e Gentile e si ritrovarono, senza alcuno sforzo, marxisti. Ma il Pci del Migliore era, di suo, spietato cinismo di potere nei vertici, e un partito di ideologia (non di ideale) nel suo apparato. E una volta usciti di scena gli idealisti marxisti, a loro sono subentrati, come nucleo dirigente del Pci, gli addestrati alle Frattocchie; addestrati, appunto, al killeraggio ideologico, e per ciò stesso largamente incapaci di ripensarsi e di pensare ex novo. Il che lascia il Pd (oggi di Bersani) come un gruppo di potere— con nobili eccezioni, si intende — altrettanto cinico e baro dei gruppi di potere al potere.

di Giovanni Sartori

22 novembre 2009

Il futuro delle banche


Se un commentatore dovesse procedere ad una sintesi estrema su quanto è stato fatto dopo la crisi finanziaria del 2008, al fine di prevenire il ripetersi di simili eventi, probabilmente scriverebbe: nulla. Durante questo periodo si è riunito il G8, varie volte il G20, fiumi di parole sono state riversate dai media, inchiostro a profusione: nulla. Tutti hanno la loro medicina, tutti sono favorevoli ad una "immediata" revisione delle regole sulla finanza mondiale. Tutti vogliono cambiare tutto. Di fatto il niente.
E questo non è un fatto circoscritto all'Italia, o ad un'altra nazione europea, o agli Stati Uniti, o ad altri paesi. Il virus della passività è presente in ogni angolo del mondo a qualsiasi latitudine e longitudine. Si dice che il problema è globale e che occorre una risposta globale. Ma se non esiste uno stato globale, qualche stato dovrà pur alzare la testa dalla sabbia e iniziare a fare. Sul serio.
Credo che questa apparente ignavia, che si vuole far passare per "complessità del problema", in realtà possa essere usata come il corretto misuratore della potenza che la finanza è in grado di esercitare. Non è da dietrologi, o da amanti della cospirazione, affermare che oggi la finanza rende succube l'economia e la società. Quello che doveva e dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale le attività economiche potevano essere facilitate nel loro svolgersi ed evolversi si è trasformato nel loro dominatore. Da mezzo a fine. Da controllato a controllore. Questa è la finanza oggi. Un sistema che non conferisce valore aggiunto alla produzione di ricchezza, invece ne determina una redistribuzione a livello sociale che risulta indipendente dal contributo fornito dai singoli lavoratori. Chi guadagna in questa kermesse è lo speculatore, che dispone di capitale finanziario e di competenze finanziarie tali da permettergli di lucrare senza produrre. In tal modo, spesso, oltre che defraudare del giusto guadagno chi effettivamente ha prodotto, la finanza distrugge ricchezza nel momento in cui, vittima della sua stessa avidità e delle sue incoerenze, determina situazioni di crisi che tutti ben conosciamo.
Al centro di questo discorso è il sistema bancario. Durante gli anni '90, nel mondo industrializzato si è proceduto ad una gigantesca deregolamentazione a causa della quale le banche hanno modificato radicalmente il loro modo di essere e di operare.
Ma torniamo indietro di qualche anno per capire meglio quello che è successo.
Dopo la crisi del '29, anch'essa nata da un eccesso di debiti e dalla euforia di Borsa, era stato compreso che le banche, nel sistema capitalistico, non potevano essere lasciate libere di fare ciò che volevano perché erano troppo importanti e condizionavano la stabilità dell'intera economia. Un loro eventuale tracollo avrebbe comportato un effetto domino su famiglie e aziende tale da far regredire di decenni l'economia del paese colpito. Compresa la lezione, tutti i paesi industrializzati hanno elaborato normative stringenti con il dichiarato scopo di evitare il ripetersi di tali catastrofi.
Negli Stati Uniti veniva approvata la legge bancaria Steagall Glass che prevedeva la netta separazione tra banche commerciali e banche d'affari. In Italia la legge elaborata da Donato Menichella nel 1936 oltre a stabilire una analoga separazione, poneva dei limiti altrettanto stretti tra attività bancarie a breve e quella a medio lungo termine. In Italia alle banche commerciali era proibito detenere quote di partecipazione (ancora meno di controllo) nelle aziende non bancarie, era proibito qualunque attività di trading su titoli e valute. Le uniche operazioni consentite erano quelle effettuate per conto della clientela.
Nel 1993 venne approvato il decreto legislativo nr. 385 che ha rivoluzionato l'intima struttura del sistema bancario: dalla regolamentazione stringente si passava alla "banca universale" che disponeva di enormi margini di azione. Questa cambiamento ha coinciso (e qui un po' di dietrologia non guasterebbe) con la stagione delle privatizzazioni. In altre parole, fin tanto che le banche erano pubbliche, erano regolamentate ed erano scarsamente redditizie. Con la deregolamentazione e le privatizzazioni, le banche sono divenute delle autentiche galline dalle uova d'oro a vantaggio dei privati che ne avevano assunto il controllo.
Negli ultimi anni in particolare, le banche (italiane ed estere) hanno inanellato continui record di redditività. Il ROE (la redditività sul capitale investito) di alcune di queste ha superato il 20% annuo, il doppio o il triplo della redditività conseguita dalle attività manifatturiere o altre non bancarie. Un vero bengodi, interrotto almeno per qualche tempo dalla crisi finanziaria del 2008. Ma già in questi ultimi mesi le banche hanno ricominciato a macinare utili e a riprendere le vecchie abitudini. Il vizio di fare speculazione è riemerso ancora più forte di prima. Negli Stati Uniti le prime 25 banche, che dispongono complessivamente di attivi per 7.600 miliardi di dollari, hanno assunto rischi in derivati pari a 203.000 miliardi di dollari. Circa 30.000 miliardi in più rispetto alla stagione pre crisi. In altri termini per ogni dollaro di attivo di bilancio le banche hanno fatto scommesse per 26 dollari. Ancora più preoccupante è la tendenza seguita dagli istituti di credito: operare sempre più nelle attività speculative e più lucrose (fin quando va bene) a detrimento delle operazioni di credito. Con inevitabili conseguenze negative sulle aziende e l'intera economia reale.
Alla luce di quanto accaduto nell'ultimo anno, alcune personalità di spicco della finanza internazionale hanno invocato profonde ed effettive modifiche del quadro normativo inerenti la struttura e l'operatività del sistema bancario. Paul Volcker (ex governatore della Federal Reserve), Mervin King (attuale governatore della Banca d'Inghilterra) chiedono il ritorno alla separazione tra banche commerciali e banche d'investimento. George Soros è favorevole a maggiori controlli e vincoli verso le grandi banche, quelle per intenderci che "non possono fallire".
Malgrado il carisma e la stima goduta a livello internazionale dai proponenti vi è stato un fuoco di sbarramento contro inutili e "antistoriche" leggi superate dall'evoluzione dei mercati. Ecco alcune delle obiezioni opposte. La separazione tra attività di credito (vera attività della banca) e quelle di trading e d'investimento, definita sprezzantemente "spezzatino", determinerebbe una minore "efficienza" dei mercati. Un maggiore controllo da parte degli enti preposti limiterebbe la libertà d'impresa. La cosa che lascia allibiti è la spudorata semplicità con la quale vengono ammessi e difesi macroscopici errori commessi negli anni che hanno preceduto la crisi finanziaria del 2008 da banche e banchieri. In sintesi intellettuali, economisti, giornalisti con singolari capacità sofistiche vogliono far credere al cittadino che "cose di questo genere" possono capitare. Che sono degli incidenti di percorso dei quali si deve approfittare per mettere a punto il sistema. Credo che i milioni di lavoratori che hanno perso il proprio lavoro abbiano idee abbastanza diverse da questo capzioso ottimismo di facciata.
Ogni persona di buon senso dispone della risposta. Perché poi, in realtà, le cose sono molto più semplici di quello che si vuol far ritenere.
Vediamo di riflettere su di esse in modo ordinato.
Prima di tutto le banche non possono essere "grandissime". Ciò per un motivo strettamente economico: la dimensione va a scapito della concorrenza (vera).
La banca deve fare la banca. In altre parole basta con operazioni speculative; il trading su valute e titoli non deve rientrare nell'attività propria di una banca. A questo riguardo una maggiore attenzione alla tassazione degli scambi (solo quelli con finalità speculativa e non altri di matrice commerciale) potrebbe aiutare a smorzare il clima da "sala corse" che si è aperto nel corso degli ultimi anni.
La banca, riacquisendo la sua funzione specialistica, dovrebbe essere estranea anche alle attività di bancassicurazione e gestione del risparmio (fondi comuni di investimento e prodotti affini). Tali attività dovrebbero essere svolte da altri operatori, distinti dalla banca, non solo sotto il profilo giuridico ma anche organizzativo. In altre parole se il risparmiatore vuole porre i suoi soldi in un conto corrente, libretto a risparmio, certificato di deposito, pronti contro termine, obbligazione bancaria si rivolgerà alla banca. Ugualmente se intenderà investire i suoi risparmi in titoli (azionari, obbligazionari, ecc.) avvalendosi del servizio di mediazione dell'istituto di credito. Qualora volesse concedere un mandato a gestire le proprie risorse a operatori qualificati (fondi comuni di investimento e simili) ricorrerà alla rete di promotori che operano in tutti i paesi industrializzati.
Obama come Tremonti (solo per citarne alcuni) sanno che solo attraverso profonde e incisive riforme finanziarie si può assicurare un futuro all'economia mondiale e dare speranze ai cittadini.
Ma il duello è impari perché la politica è divenuta un soggetto "controllato" che non è in grado di rompere l'accerchiamento.
Al momento si sentono parole vuote, impegni stonati, dove gli attori della politica affrontano parzialmente e riduttivamente i problemi connessi alla finanza con frasi che tendono ad essere di effetto ma senza alcuna utilità. Si pensi a quanto si è parlato dei bonus ai banchieri o della stessa legge "Tobin Tax" che potrebbe avere una sua effettiva valenza solo in un contesto di riforma complessiva.
Intanto ai cittadini si consiglia di scegliere con prudenza, orientandosi verso prodotti semplici e chiari e fidandosi solo di persone che per anni hanno dimostrato di meritare la loro stima.
Marco Da Buscareta

21 novembre 2009

La gestione privata dell’acqua pubblica è legge

privatizzazione acqua
Il decreto legge che privatizza l'acqua, dopo aver incassato la fiducia al Senato, passa anche alla Camera e a votare in aula c'era anche Berlusconi
Il decreto legge che privatizza l'acqua, dopo aver incassato la fiducia al Senato, passa anche alla Camera con 302 sì e 263 no, in aula a votare, e a dimostrare quanto il governo tenga a questo decreto, anche Silvio Berlusconi.

Nato per rispondere a quelli che vengono definiti obblighi comunitari, nel decreto è stato infilato di tutto e di più tra cui anche l'articolo 15 che tratta la privatizzazione dell'acqua e che per questa segna una data precisa: il 31 Dicembre 2011. Il countdown è quindi cominciato, entro quella data tutte le società di gestione del servizio idrico "in House" le cosiddette "municipalizzate" dovranno trasformarsi in società a capitale misto pubblico-privato (in cui il privato abbia almeno il 40% delle azioni) oppure totalmente private.

L'approvazione del provvedimento ha suscitato le proteste dell'opposizione (l'Idv ha alzato cartelli di protesta) e del Forum dei Movimenti per l'Acqua, i cui rappresentanti si sono incatenati alle transenne antistanti Montecitorio recitando lo slogan: "Se voti la privatizzazione dell'acqua non lo fai in mio nome".

Così mentre le proteste contro una scelta più che discutibile - visto il valore intrinseco del bene acqua - si fanno sempre più consistenti al punto che già si parla di referendum abrogativo, l'onorevole Ronchi, da cui prende il nome il decreto stesso, nega tutto: "L'acqua è un bene pubblico e il decreto non ne prevede la privatizzazione. Nel provvedimento” - ha aggiunto Ronchi – “viene rafforzata la concezione che l'acqua è un bene pubblico, indispensabile. Si vogliono combattere i monopoli, le distorsioni, le inefficienze con l'obiettivo di garantire ai cittadini una qualità migliore e prezzi minori".

E' la solita storia, dai un servizio pubblico che funziona male in mano al privato e il privato lo farà funzionare bene, ma non solo, visto che di privati ce ne saranno tanti anche i prezzi scenderanno in nome della concorrenza. Peccato che la realtà abbia già dimostrato più volte come questa bella storia sia in realtà una favola valida solo per le lezioni di economia del primo anno di università, o forse neanche più per quelle.

La realtà, sia delle esperienze italiane di AcquaLatina che di quelle internazionali e più estreme di Cochabamba, ma non solo, insegnano che la privatizzazione del servizio idrico porta ad aumenti di prezzo stimabili tra il 30 e 40% senza apprezzabili e corrispondenti miglioramenti del servizio. Ma non basta, anche la moderna Parigi dopo oltre vent'anni è tornata all'acqua pubblica a dimostrazione che pubblico ed efficienza non sono per forza un ossimoro.

Si spiegano così le accuse di chi dice che con questo provvedimento il governo stia facendo un regalo ai privati, cosa che tra l'altro pare già rivelarsi realtà visto che solo ieri Acque Potabili e Mediterranea Acque (due leader del settore privato dell'acqua pubblica....ecco l'ossimoro!) hanno registrato un vero e proprio aumento record del valore delle proprie azioni .

Lo stato quindi si arrende e alza bandiera bianca. Su 100 litri d'acqua 40 vengono sprecati nel sistema idrico italiano. Le ragioni sono molte e non tutte di semplice soluzione, di certo c'è che qualche risultato soprattutto in Puglia dove gli sprechi sono diminuiti del 38% si stava ottenendo. Ora però, con decreto Ronchi, si riparte da zero e si demanda la soluzione di uno dei problemi storici del paese ad un privato che dovrebbe spendere (per migliore il servizio)per guadagnare e che probabilmente, invece, farà spendere di più noi, per guadagnare lui. Ma questo come si diceva è il libero mercato.

di Andrea Boretti

11 novembre 2009

Informazione fazio-sa


Il modus operandi dell'autorità in relazione alla cosiddetta pandemia è emblematico. Il vice-ministro delle malattie, Strazio, ed i suoi portavoce alternano, nei loro discorsi, blandizie e dichiarazioni spaventose. Chi non ha ancora compreso la vera natura del potere è frastornato ed è incline a ritenere che le istituzioni stiano dimostrando inefficienza, riandando con la mente alle celebri pagine dei Promessi sposi, in cui Manzoni stigmatizza con amara ironia l'insipienza del governo milanese di fronte all'epidemia di peste, prima pervicacemente negata, poi ridimensionata, poi obliquamente ammessa con l'ambigua dicitura di "febbri pestilenziali".

La situazione attuale è molto diversa. Il potere sta usando tutte le strategie più raffinate per conseguire i suoi scopi criminali: sfoltire la popolazione e ridurre in servaggio i sopravvissuti, senza che i cittadini si accorgano del baratro verso cui essi, spesso volontariamente, si stanno dirigendo. Non sorprendano le affermazioni all'apparenza contraddittorie sul fantomatico virus A/H1N1. Bisogna evitare che i sudditi siano presi dal timor panico che causerebbe un collasso del sistema, ma occorre pure instillare senza tregua una sottile inquietudine. Questa incertezza deve tenere sulla corda l'opinione pubblica, spingendola ad accettare i vaccini, anzi ad esigerli. E' una forma di istigazione al suicidio, ma abilmente camuffata.

Si assiste ad una politica del bastone (il virus è aggressivo e potrebbe mutare) e della carota (il numero dei morti causati da questa forma influenzale è inferiore a quello provocato dall'influenza stagionale). Non è schizofrenia del potere, ma scaltro dosaggio di un veleno che viene inoculato in vittime che vengono prima cloroformizzate.

Basterebbe osservare il volto del demoniaco Strazio per capire quale scellerato progetto stiano perseguendo le élites: qui Manzoni viene a taglio, con la descrizione del vecchio mal vissuto, con la sua "canizie vituperosa". Il cipiglio di Strazio, gli occhi luciferini, la voce dall'inflessione suadente, ma arrugginita sono lì a testimoniare propositi innominabili. Né si può sottacere del cinismo che colui non riesce in nessun modo a dissimulare, allorquando cita i morti "fatti" dall'inesistente pandemia. L'uso del crudo e statistico verbo "fare" tradisce più che l'indifferenza, il compiacimento per i letali risultati conseguiti, con la gente che inconsapevolmente si getta nelle grinfie dei suoi aguzzini... e costui è un medico!

Decenni di televisione e di propaganda hanno trasformato gli uomini in pecore di un gregge atterrito e docile. Le reazioni appunto sono gregarie: l'informazione indipendente ha apppena incrinato l'ottusa e cieca fiducia nel potere. Basterebbe riflettere per un istante: per quale misterioso motivo uno stato che scortica i cittadini con i tributi più esosi, che considera i giovani come carne da cannone, gli anziani come pesi inutili, uno stato che deliberatamente avvelena l'ambiente, il cibo, l'acqua, uno stato che massacra nelle carceri detenuti inermi e spesso innocenti, dovrebbe ex abrupto diventare tanto sollecito da distribuire gratuitamente dosi di vaccino ad ognuno di noi? E' possibile che non si fiuti l'inganno?

Hanno scelto dei bersagli precisi: bambini, adolescenti, infermi ed anziani. Costoro possono essere falcidiati. La strage degli innocenti è condicio sine qua non per perpetuare il controllo mentale e della percezione che sarà suggellato forse nel 2012, anno dell'instaurazione del superstato mondiale.

Qualche anno fa, grazie ad un lapsus freudiano, l'attuale ministro delle casse vuote, Tremostri, intervistato da un giornalista sui problemi di bilancio che attanagliano il sistema previdenziale, rispose con diabolico candore: "Tanto prima o poi i pensionati morranno". E' questa la totale insensibilità dei "politici" che considerano la vita umana alla stregua di un fastidioso ciottolo sul sentiero. Come si può credere che costoro siano interessati a preservare la nazione dall'epidemia? Nonostante ciò, quanto più l’incubo diviene angosciante, tanto più si rafforza nel popolino la visione di uno stato-padre-madre, severo ma amorevole, nel cui seno trovare rifugio.

Vero è che questo deplorevole cinismo non di rado alligna tra la gentucola che, invece di combattere e delegittimare le élites sataniste, invoca "un'igiene del mondo" che colpisca gli sventurati al fine di risolvere il "problema" dell'incremento demografico. Non sarà poi così irrazionale la storia, qualora dovesse agire di conseguenza, estirpando il loglio.

E' dunque assurdo, paradossale che le istituzioni si prodighino tanto per salvare e proteggere: questa sarebbe la vera incoerenza di un sistema che, invece, sa quel che vuole e come ottenerlo, benché la massa istupidita stenti, per ora, ad orientarsi.

E' la medesima massa che, con lucida cecità, intravede la meta finale: il mattatoio.

09 novembre 2009

Benvenuti nel 2025






Scrutando nella sua sfera di cristallo analitica in una relazione intitolata Global Trends 2025, ha predetto che la preminenza globale dell’America scomparirà gradualmente nei prossimi 15 anni -- in congiunzione con l’emergenza di nuove potenze globali, specialmente la Cina e l’India, nota Michael T. Klare.

La preminenza dell’America scompare quindici anni in anticipo

Un memo per la CIA: potreste non essere pronti per il viaggio nel tempo, ma eccovi comunque nel 2025! Le vostre stanze potrebbero essere un po’ piccole, la vostra abilità di esigere alloggi migliori potrebbe essersi volatilizzata, e i comfort potrebbero non essere di vostro gradimento, ma dovete farci l’abitudine. Da adesso in poi sarà la vostra realtà.



Okay, adesso arriviamo alla versione seria di quanto sopradetto: nel novembre del 2008 il National Intelligence Council, un affiliato della Central Intelligence Agency ha pubblicato la più recente di una serie di pubblicazioni futuristiche mirate a guidare la nuova amministrazione Obama. Scrutando nella sua sfera di cristallo analitica in una relazione intitolata Global Trends 2025, ha predetto che la preminenza globale dell’America scomparirà gradualmente nei prossimi 15 anni -- in congiunzione con l’emergenza di nuove potenze globali, specialmente la Cina e l’India, nota Michael T. Klare. La relazione ha esaminato le molte sfaccettature del futuro ambiente strategico, ma la sua conclusione più sbalorditiva e che fa notizia, riguardava la proiezione nel lungo termine dell’erosione del predominio dell’America e dell’emergenza di nuovi competitori globali. “Sebbene gli Stati Uniti rimarranno probabilmente il singolo attore più potente [nel 2025]”, afferma definitivamente, la “forza relativa del paese -- anche nella sfera militare -- sarà in declino e il potere degli USA sarà più ridotto”.

Quello, certo, era allora, questo -- circa 11 mesi nel futuro -- è il presente e come le cose sono cambiate. Le predizioni futuristiche dovranno solo adeguarsi alle realtà estremamente mutevoli del presente momento. Seppure fosse stata pubblicata dopo l’inizio del crollo economico globale, la relazione è stata scritta prima che la crisi raggiungesse le sue massime dimensioni ed ha dunque enfatizzato che il declino del potere americano sarebbe stato graduale, estendendolo sull’orizzonte dei 15 anni della valutazione. Ma la crisi economica e gli eventi ad essa connessi hanno sovvertito radicalmente quella tempistica. A seguito di enormi perdite economiche subite dagli Stati Uniti durante lo scorso anno e dello strabiliante recupero economico della Cina, lo spostamento del potere globale previsto dalla relazione è stato accelerato. A tutti gli effetti, il 2025 è già qui.

Molte delle generali predizioni fatte via dicendo nella relazione Global Trends 2025 sono in effetti, già superate. Il Brasile, la Russia, l’India e la Cina -- complessivamente conosciuti come i paesi BRIC -- hanno già ruoli ben più assertivi negli affari economici globali, mentre la relazione aveva previsto che sarebbe successo forse tra una decina d’anni circa. Al tempo stesso, il ruolo dominante globale un tempo monopolizzato dagli Stati Uniti con l’aiuto dei maggiori poteri industriali dell’Occidente -- conosciuti collettivamente come il Gruppo dei 7 (G-7) -- è già sfumato con notevole rapidità. Paesi che un tempo facevano riferimento agli Stati Uniti per la guida sulle maggiori questioni internazionali ignorano il parere di Washington e stanno creando al contrario le proprie reti di politica autonome. Gli Stati Uniti stanno diventando sempre meno inclini all’uso delle proprie forze militari all’estero mentre i poteri rivali aumentano le loro capacità e gli attori non-statali fanno affidamento sui mezzi di attacco “asimmetrici” per superare il vantaggio degli USA nella potenza di fuoco.

Nessuno sembra ammetterlo -- ancora -- ma diciamocelo chiaro e tondo: in meno di un anno del periodo di 15 anni [previsto] di Global Trends 2025, i giorni dell’indiscusso predominio globale dell’America sono giunti al termine. Ci potranno volere una, due (o tre) decadi prima che gli storici potranno guardarsi indietro e dire con sicurezza, “quello è stato il momento in cui gli Stati Uniti hanno smesso di essere il potere predominante del pianeta e sono stati costretti a comportarsi come ogni altro grande giocatore in un mondo fatto di molti grandi poteri in competizione tra loro”. Le indicazioni di questa grande transizione, tuttavia, sono lì solo per chi le vuole vedere.

Sei tappe sulla strada per diventare una nazione ordinaria

Ecco il mio elenco dei sei recenti sviluppi che indicano che stiamo entrando nel “2025” oggi. Tutti e sei erano sui giornali nelle ultime settimane, anche se non erano tutte raccolte sulla stessa pagina. Rappresentano (insieme ad altri eventi affini) uno schema: la forma, in effetti, di una nuova era che si sta formando. 1. Al summit globale sull’economia di Pittsburg del 24 e 25 settembre scorsi, i leader dei maggiori poteri industriali, i G-7 (G-8 comprendendo la Russia) hanno concordato di dare la responsabilità per la sorveglianza dell’economia mondiale al gruppo più ampio ed inclusivo dei G-20, aggiungendo la Cina, l’India, il Brasile, la Turchia ed altre nazioni in via di sviluppo. E se sono stati espressi dei dubbi sulla capacità di un tale gruppo più ampio di esercitare la leadership globale effettiva, non c’è dubbio che la mossa in sé ha segnalato uno spostamento del luogo del potere economico mondiale dall’Occidente all’Est e al Sud globale -- e con tale spostamento è stato registrato un declino sismico del predominio economico dell’America.

Jeffrey Sachs della Columbia University ha scritto sul Financial Times che “il vero significato dei G-20 non consiste nel passaggio della staffetta da parte dei G-7/G-8, ma da parte del G-1, gli Stati Uniti”. “Persino durante i 33 anni del forum economico dei G-7, gli USA prendevano le decisioni economiche importanti”. Sachs ha inoltre notato che il declino della leadership americana nel corso delle ultime decadi è stato oscurato dal crollo dell’Unione Sovietica e da un’iniziale vantaggio dell’America nella tecnologia dell’informazione, ma è impossibile ora non constatare lo spostamento del potere economico dagli Stati Uniti alla Cina e ad altre potenze economiche nascenti.

2. Stando alle notizie, i rivali economici dell’America starebbero conducendo riunioni segrete (e non poi così segrete) per esplorare un ruolo diminuito per il dollaro americano -- che sta rapidamente perdendo il suo valore -- nel commercio internazionale. Fino ad ora l’uso del dollaro come mezzo internazionale di scambio ha dato agli Stati Uniti un notevole vantaggio economico: possono semplicemente stampare dollari per adempiere ai propri obblighi internazionali mentre le altre nazioni devono convertire le proprie valute in dollari, sovente con grossi costi aggiuntivi. Tuttavia adesso molti dei maggiori paesi commerciali -- tra cui la Cina, la Russia, il Giappone, il Brasile e i paesi petroliferi del Golfo Persico -- stanno considerando l’uso dell’euro, o di un “canestro” di valute come nuovo mezzo di scambio. Se tale piano venisse adottato accelererebbe la caduta precipitosa del valore del dollaro ed eroderebbe ulteriormente l’influenza americana negli affari economici internazionali.

Una discussione simile avrebbe avuto luogo, secondo quanto riportato, l’estate scorsa durante un summit dei paesi del BRIC. Appena un concetto fino ad un anno fa, quando l’idea stessa del BRIC è stata architettata da un capo economista della Goldman Sachs, il consorzio BRIC è diventato realtà in carne ed ossa il giugno scorso quando i leader dei quattro paesi hanno tenuto un convegno inaugurale a Yekaterinburg, in Russia.

Il fatto stesso che Brasile, Russia, India e Cina abbiano scelto di incontrarsi come gruppo è stato considerato significativo, dato che possiedono insieme circa il 43% della popolazione mondiale e si stima che rappresenteranno il 33% del prodotto interno lordo mondiale entro il 2030 -- circa quanto gli Stati Uniti e l’Europa occidentale in quel periodo. Seppure i leader del BRIC abbiano deciso di non formare un corpo permanente come i G-7 per il momento, hanno concordato di coordinare gli sforzi per sviluppare alternative al dollaro e riformare il Fondo Monetario Internazionale in modo tale da dare più voce in capitolo ai paesi non occidentali.

3. Sul fronte diplomatico, Washington è stata respinta sia dalla Russia che dalla Cina nel suo sforzo di garantire sostegno per accrescere la pressione internazionale sull’Iran affinché cessi il suo programma di arricchimento nucleare. Un mese dopo che il presidente Obama ha cancellato i piani di dispiegare un sistema di missili antiballistici nell’Europa dell’est, un’evidente offerta per assicurarsi l’appoggio della Russia per la linea dura nei confronti di Tehran, i massimi capi russi stanno chiaramente indicando di non avere alcuna intenzione di approvare forti nuove sanzioni sull’Iran. “Le minacce, le sanzioni e le minacce di pressioni nella situazione attuale, ne siamo convinti, sarebbero controproducenti” ha dichiarato il ministro degli esteri russo Sergey V. Lavrov, a seguito di un incontro con il segretario di stato americano Hillary Clinton tenutosi a Mosca lo scorso 13 ottobre. Il giorno seguente, il primo ministro russo Vladimir Putin ha detto che la minaccia di sanzioni era “prematura”. Dati i rischi politici che ha corso Obama cancellando il programma missilistico -- una mossa ampiamente condannata dai repubblicani a Washington -- lo sbrigativo rifiuto all’appello americano per la cooperazione sulla questione dell’arricchimento dell’Iran può solo essere interpretato come un ulteriore segno dell’indebolimento dell’influenza americana.

4. Si può inferire esattamente lo stesso da un incontro ad alto livello tenutosi a Beijing lo scorso 15 ottobre tra il primo ministro cinese Wen Jiabao e il primo vice presidente dell’Iran Mohammed Reza Rahimi. “La relazione sino-iraniana ha testimoniato un rapido sviluppo, dato che i leader dei due paesi hanno avuto frequenti scambi, e la collaborazione per il commercio e per l’energia si è allargata ed approfondita”, ha detto Wen Jiabao nella Grande Sala del Popolo. In un momento in cui gli Stati Uniti sono impegnati in un vigoroso sforzo diplomatico per persuadere, insieme ad altri paesi, la Cina e la Russia a ridurre i loro legami commerciali con l’Iran come un preludio a sanzioni più dure, la dichiarazione della Cina può essere solo considerata come un palese rifiuto di Washington.

5. Dal punto di vista di Washington, gli sforzi per assicurare il sostegno internazionale per la guerra in Afghanistan sono stati anche accolti con una risposta marcatamente deludente. In quello che può essere solo considerato un triviale e riluttante voto di sostegno per lo sforzo bellico guidato dagli USA, il primo ministro britannico Gordon Brown ha annunciato lo scorso 14 ottobre che la Gran Bretagna aggiungerà altre truppe al contingente britannico in Afghanistan -- ma non più di 500, e solo se anche le altre nazioni europee aumenteranno il loro coinvolgimento militare, cosa che indubbiamente sa di essere molto improbabile. Finora questo piccolo contingente provvisorio rappresenta la somma totale delle truppe aggiuntive che l’amministrazione di Obama è riuscita a strappare agli alleati europei dell’America, nonostante il sostenuto sforzo diplomatico per rafforzare le forze combinate della NATO in Afghanistan. In altre parole, persino l’alleato europeo dell’America più leale ed ossequioso non pare più disposto a portare il fardello di ciò che è ampiamente considerato come l’ennesima costosa e debilitante avventura militare americana nel grande Medio Oriente.

6. Infine, in una mossa di straordinaria importanza simbolica, il comitato olimpico internazionale (COI) ha scartato Chicago (oltre che Madrid e Tokyo) scegliendo Rio de Janeiro per ospitare le Olimpiadi estive del 2016, la prima volta che una nazione sudamericana viene prescelta per questo onore. Finché la votazione non ha avuto luogo Chicago era considerata una forte candidata, specialmente da quando Barack Obama, precedentemente residente a Chicago, è comparso a Copenhagen per fare pressioni sul comitato. Ciononostante, in uno sviluppo che ha scioccato il mondo intero, Chicago non solo ha perso, ma è stata la prima città ad essere eliminata durante proprio la prima votazione.

“Il Brasile è passato da paese di seconda classe a paese di prima classe, ed oggi abbiamo iniziato a ricevere il rispetto che meritiamo” ha detto il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante i festeggiamenti per la vittoria a Copenhagen dopo la votazione. “Potrei morire in questo istante e ne sarebbe già valsa la pena”. In pochi l’hanno detto, ma nel corso del processo per la decisione sulle olimpiadi, gli USA sono stati sommariamente e palesemente surclassati in un attimo da unico superpotere a mero partecipante, un momento simbolico su un pianeta che entra in una nuova era.

Essere un paese ordinario

Questi sono solo alcuni esempi dei recenti sviluppi che indicano, all’autore, che i giorni del predominio globale dell’America sono già giunti al termine, con anni di anticipo rispetto alle aspettative della comunità dell’ intelligence americana. È sempre più chiaro che gli altri poteri -- persino i nostri più vicini alleati -- stanno perseguendo in misura sempre maggiore politiche estere indipendenti, senza tener conto di quali pressioni possa cercare di fare Washington.

Certo, niente di tutto questo significa che per ancora un po’ di tempo a venire gli USA non manterranno la più grande economia mondiale e, in termini di pura distruttività, la più potente forza militare.
Tuttavia, non vi è dubbio che l’ambiente strategico in cui i leader americani devono prendere le decisioni critiche, quando si tratta di interessi nazionali vitali, è cambiato radicalmente dall’inizio della crisi economica globale.

Ancor più importante, il presidente Obama e i suoi esperti consiglieri stanno, così sembra, iniziando con riluttanza a modificare la politica estera americana con in mente questa nuova realtà globale. Questo appare evidente, ad esempio, nella decisione dell’amministrazione di rivisitare la strategia americana sull’Afghanistan.

Dopotutto era solo marzo quando il presidente abbracciava una nuova strategia orientata sulla controinsurrezione in Afghanistan, che coinvolgeva l’aumento dei soldati americani sul territorio e l’impegno di sforzi protratti per conquistare i cuori e le menti dei villaggi afgani dove i Talebani avevano riguadagnato terreno. È stato su questa base che ha licenziato il comandante in carica delle forze americane in Afghanistan, generale David D. McKiernan, sostituendolo con il generale Stanley A. McChrystal, considerato un più vigoroso fautore della controinsurrezione. Tuttavia quando McChrystal ha presentato ad Obama il conto per l’attuazione di questa strategia -- da 40 000 a 80 000 truppe in più (oltre le circa 20 000 extra truppe solo recentemente impegnate nel conflitto) -- in molti nel ristretto circolo del presidente si sono evidentemente sbiancati.

Non solo un così grande schieramento costerà centinaia di bilioni di dollari al Ministero del Tesoro americano, che può a stento permetterselo, ma gli sforzi a cui saranno sottoposti i corpi dell’esercito e della marina saranno molto probabilmente al limite della sopportabilità, dopo anni di viaggi multipli e di stress in Irak. Questo prezzo sarebbe certo più tollerabile se gli alleati dell’America si facessero maggiormente carico dell’onere, ma sono sempre meno pronti a farlo.

Senza dubbio, i leader della Russia e della Cina non sono del tutto scontenti di vedere gli Stati Uniti esaurire le proprie risorse economiche e militari in Afghanistan. In questi frangenti, non ci sorprende che il vice presidente Joe Biden, insieme ad altri, chieda una svolta nella politica americana, rinunciando all’approccio della controinsurrezione ed optando invece per una strategia meno costosa “antiterroristica”, finalizzata in parte a schiacciare Al Quaeda nel Pakistan -- utilizzando aeromobili radiocomandati e forze speciali, piuttosto che un gran numero di truppe americane (e lasciando relativamente invariati i livelli delle truppe in Afghanistan).

È troppo presto per prevedere come si svolgerà la revisione del presidente della strategia americana in Afghanistan, ma il fatto stesso che non abbia accettato immediatamente il piano McChrystal e che abbia lasciato a Biden così tanto spazio per perorare la sua causa, suggerisce che potrebbe finire col riconoscere la follia dell’espansione delle imprese militari americane all’estero in un momento in cui la sua egemonia globale sta calando.

Si avverte la cautela di Obama in altre sue mosse recenti. Sebbene continui ad insistere che l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran sia inammissibile e che l’uso della forza per prevenirlo rimane un’opzione, si è chiaramente mosso in modo da minimizzare la possibilità che tale opzione -- che sarebbe inoltre intralciata dai recalcitranti “alleati”-- sarà mai impiegata.

Il risvolto della medaglia è che ha dato nuova linfa alla diplomazia americana, cercando rapporti migliori con Mosca ed approvando i contatti diplomatici rinnovati con quelli che in precedenza erano stati paria come il Burma, il Sudan, e la Siria. Anche questo riflette la realtà del nostro mondo che cambia: che l’atteggiamento di bullismo, “io sono meglio di te” adottato dall’amministrazione Bush nei confronti di questi ed altri paesi per quasi otto anni ha ottenuto ben poco. Pensiamola come una tacita conferma che l’America adesso sta discendendo dal suo status di “unico superpotere” globale fino allo status di ordinario paese. Questo, dopotutto, è quello che fanno i paesi ordinari; coinvolgono gli altri paesi nel discorso diplomatico, che gli piaccia o meno il loro attuale governo.

Allora, benvenuti nel mondo del 2025. Non assomiglia al mondo del nostro passato recente, quando gli Stati Uniti sovrastavano tutte le altre nazioni, e non si armonizza bene con le fantasie di potere globale di Washington dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Ma è la realtà.

Per molti Americani la perdita di tale egemonia può essere fonte di disagio, o persino di disperazione. D’altra parte, non dimentichiamoci i vantaggi di essere un paese ordinario come ogni altro: nessuno si aspetta che il Canada, la Francia o l’Italia mandino altre 40 000 truppe in Afghanistan, in aggiunta alle 68 000 che sono già lì e alle 120 000 ancora in Irak. E nessuno pretende neanche che questi paesi spendano $925 bilioni di dollari dei contribuenti per farlo -- l'attuale stima del costo di entrambi i conflitti secondo il National Priorities Project.

Rimane il quesito: per quanto tempo ancora Washington penserà che gli Americani possono permettersi di finanziare un ruolo globale che prevede il presidio di gran parte del pianeta e di combattere guerre lontane nel nome della sicurezza mondiale, quando l’economia americana sta perdendo così tanto terreno a vantaggio dei suoi competitori? Questo è il dilemma che dovranno affrontare il presidente Obama e i suoi consiglieri nel mondo alterato del 2025.

Michael T. Klare è professore di studi per la pace e per la sicurezza mondiale presso l’Hampshire College, ed è l’autore di Rising Powers, Shrinking Planet: The New Geopolitics of Energy (Owl Books). Il suo precedente libro “Blood and Oil” è disponibile in versione film documentario dalla Media Education Foundation, al sito Bloodandoilmovie.com.

Fonte: www.middle-east-online.com