13 ottobre 2011

Uova contro la sede di Moody’s. Ci vuole altro…





Uova contro la sede di Moody’s. E così, dopo aver passato mesi a guardare dalle nostre poltroncine rosse i vari malcontenti scoppiati in realtà vicine alla nostra (vedi Grecia, o Portogallo), l’onda della protesta ci suona al campanello di casa, come se fosse una programmazione a timer ben orchestrata e progettata. Gli studenti, mossi da una rabbia indotta, si scagliano contro il simbolo di un malessere, evitando ancora una volta il confronto con l’essenza del malessere stesso.

Da qualche tempo Moody’s, così come Standard&Poor’s e Fitch, nomi fino a pochi mesi fa pressoché sconosciuti ai non-addetti ai lavori, sono entrati prepotentemente nelle prime pagine di tutti i quotidiani, dominando conversazioni da bar e decisioni finanziarie, quasi come se tutto si fosse appiattito ad un unico livello. Tutta apparenza, ovviamente. In pochi sanno, ad esempio, che Moody’s tiene sotto controllo la situazione economica italiana da venticinque anni. In pochi sanno, ad esempio, che il primo declassamento italiano avvenne nel 1991.

Gli effetti della crisi globale hanno però portato alla ribalta queste “agenzie di rating”, che giudicano i bilanci e l’affidabilità dei paesi in base ad una scala di valori. Tre sono i livelli di declassamento dell’Italia, tre sono le agenzie che monitorano (non si sa perché, non si sa per volere di chi), soprattutto in questo periodo di recessione, la situazione dei debitori nei confronti dei rispettivi (o unici) creditori. Chiaro è chi deve pagare per saldare, nebulosa invece l’illustrazione di chi deve ricevere.

Altra domanda, che dovrebbe essere di dominio pubblico e che dovrebbe anteporsi al lancio furioso di uova contro una vetrina, è l’utilità effettiva di questa valutazione. Per intenderci: a chi serve conoscere la mappatura dei livelli di classificazione? Chi si basa su questi parametri? Ovviamente, gli investitori. Chi mastica finanza, chi investe in titoli di Stato, viene orientato nel valutare possibili rischi e possibili flussi del mercato. Tutto per capire se un paese, una banca, un’azienda o un bond è in grado di ripagare i sottoscrittori. Spiegazione sommaria ma doverosa, onde evitare che si pensi che questi parametri (valutati grazie a laboriosi algoritmi) ci siano davvero necessari per poter analizzare la situazione della realtà quotidiana.

Tornando alla movimentata mattinata milanese e alla cecità della protesta di chi poco capisce e ancor meno si interroga, è quasi automatico spostare il mirino del discorso e dell’analisi sugli organi di stampa. Il fatto che Silvio Berlusconi abbia colpevolizzato i mass-media imputandogli di demonizzare la situazione, ha contribuito ad alimentare ulteriore confusione. Le parole del Presidente del Consiglio sono ovviamente volte a tutelare una baracca (la sua) piuttosto traballante, ma non è affatto escluso che il concetto da raccogliere sul fondo delle sue parole abbia la sua sacrosanta verità. Chi ha deciso di accendere i riflettori sulle tre sorelle del giudizio economico ha in qualche modo influenzato non solo l’informazione, ma la reazione, e dunque la scenografia e la sceneggiatura nel suo complesso.

Pensare di accendere il fuoco della rivoluzione occupando Wall Street o lanciando uova contro la sede di un’agenzia di rating fa parte del più atavico cliché reazionario. In questo circo, colorato ma allo stesso tempo decadente, chi contesta un sistema è guidato e controllato dal sistema stesso, che sceglie, come se fosse un gran burattinaio, canali e modi di alimentare la (presunta) protesta. Protesta che altro non è all’infuori di una reazione prevedibile e prevista, oltre che assolutamente inefficace. Chi di voi ricorda “L’Onda”, quella de “la Crisi noi non la paghiamo”, finita ben presto nel minestrone della sinistra politica, fino a chiudersi in una bolla di sapone tesa ad esplodere con il relativo contenuto.

Se poi si analizza con attenzione il caso italiano, si capisce come il trionfo della reticenza “anni ‘70” imperversi ancora in lungo ed in largo. L’errore non è rifarsi a quella generazione. L’errore è scimmiottare gesti e ritualità, senza contestualizzare un processo in un contesto storico molto più saturo e completamente differente. Una rivoluzione dovrebbe nascere dal quotidiano, dallo sconquasso delle coscienze nel loro intimo. Una rivoluzione dovrebbe nascere da una conoscenza approfondita della realtà e del nemico da combattere. Il lancio delle uova a Milano è soltanto qualcosa di estremamente futile ed effimero, che non ha i crismi della rivoluzione, e neanche quelli della rivolta.

Diceva Max Stirner, nel suo L’Unico e la Sua Proprietà: «La rivoluzione mira ad un’organizzazione nuova; la ribellione ci porta a non lasciarci più organizzare, ma ad organizzarci da soli come vogliamo, e non ripone fulgide speranze nelle “istituzioni” … Se il mio scopo non è rovesciare un ordine costituito ma innalzarmi al di sopra di esso, il mio proposito e le mie azioni non sono politici e sociali, ma egoistici. La rivoluzione ci comanda di creare istituzioni nuove; la ribellione ci domanda di sollevarci o innalzarci».

Da qui dunque si può intuire quanto gli episodi di indignazione non appartengano alla categoria della rivoluzione, tantomeno a quella della rivolta. Non c’è nessuna domanda di innalzamento, o di sollevazione. Non c’è nulla. Tutto scorre e va avanti: i moti si barcamenano mordendosi la coda, tra sogni di rivoluzione e scimmiottamenti di rivolta, mentre le uova vengono spazzate via da una spruzzata di sgrassatore e da un colpo di spugna.

di Nicola Mente

10 ottobre 2011

Verso l’abisso, con Goldman-Draghi alla guida


Da ormai 18 mesi il governo greco, su ingiunzione dei banchieri creditori, tronca i salari, licenzia, aumenta la tasse e riduce le pensioni. Spaventosi sacrifici che dovrebbero servire a pagare i debiti.

Risultato: «Il debito pubblico era pari al 119% del PIL quando tutto è cominciato, ora è al 150% e secondo il Fondo Monetario sarà lanno prossimo al 189%», ha detto George Katrounglas, docente di Diritto Costituzionale, al network Russia Today: «In soli due anni la Grecia ha sacrificato il suo popolo ed ha ottenuto solo la recessione economica; non solo non si riduce il debito, ma esso cresce ad una velocità allarmante».

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L’economista Kiriakos Tobras: «Ciò che subiamo oggi in Grecia è unoccupazione. Loccupazione internazionale da parte del crimine organizzato della finanza globale. È una nuova forma di guerra». Frattanto, gli europei che contano ritardano gli 8 miliardi di euro promessi alla Grecia, e senza i quali lo Stato ellenico non potrà pagare gli stipendi del mese: s’intrende, altri prestiti, su cui dovrà pagare altri interessi.

Quanto deve la Grecia alle banche? Almeno 450 miliardi di euro. Le banche e gli speculatori hanno prestato una simile cifra ad un Paese di 11 milioni di abitanti con un’economia debole; ma non vogliono subire le conseguenze del loro investimento platealmente sbagliato, sicchè la Grecia non deve esser lasciata fallire.

«Come pensare che la Grecia possa rimborsare 450 miliardi? Siamo seri» dice Tobras. Del resto, se gli speculatori hanno prestato questa immensità ad un Paese così piccolo, è perchè contavano su una qualche implicita garanzia che l’Europa tutta stendeva sul debito ellenico. In parole più chiare: se Atene non ce la fa a darci gli interessi, ci penserà sicuramente l’Europa. L’investimento è dunque sicuro, e in più assai lucroso, perchè noi finanzieri esigiamo dai greci interessi altissimi, come se sicuro non fosse.

Gli europei che contano, Parigi, Berlino, su indicazione delle loro banche, da una parte lesinano gli aiuti alla Grecia, dall’altro le vietano di fallire. A dire il vero, Angela Merkel sembra disposta ad accettare una ristrutturazione del debito greco pari al 50% (il che significa accollare metà delle perdite ai banchieri); ma Sarkozy, ossia le sue banche che lo guidano e sono piene di titoli ateniesi, non accetta che una riduzione del 21%. È la percentuale di perdita su cui si è accordato, nel luglio scorso, un ente chiamato International Finance Institute (IIF), che altro non è che il cartello delle banche creditrici di Atene: il suo presidente (e direttore esecutivo di Deutsche Bank), in contrasto plateale col suo governo, ha intimato minaccioso di «non riaprire quel vaso di Pandora», ossia di non mettere in discussione il 21%. Le banche fanno fronte comune al di là delle frontiere, i politici no. (La Grèce est l’agneau sacrificiel de la zone euro)

Nemmeno Parigi, Berlino e la BCE, in attesa di trovare una soluzione per l’insolubile, permettono alla Grecia di fallire. Il motivo è che, appena Atene fa default, il panico e la fuga degli investitori dai titoli di Stato dubbi farà fallire l’Italia prima, e la Spagna poi (Irlanda e Portogallo già non riescono a indebitarsi sui mercati per oltre un anno, a causa dei tassi d’interesse che sono esplosi).

Da qui a luglio 2012, il bisogno di prestiti dell’Italia sarà di 300 miliardi di euro, della Spagna di 80 miliardi. Da un momento all’altro, non potranno più prendere a prestito sui mercati finanziari perchè questi esigeranno tassi d’interesse troppo elevati, e più probabilmente non troveranno più compratori del debito, a qualunque prezzo. A questo punto, a comprare i nostri BOT dovrà essere il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF), che ha fondi notoriamente insufficienti per il titanico debito italiano, tanto più se dovrà accollarsi debito spagnolo, titoli greci, portoghesi, irlandesi.

Le proposte di trucchi per aumentare l’ammontare dell’EFSF, magari aumentandoli a 2 mila miliardi con la leva miracolosa della vendita di CDO (Collateralized Debt Obligation) va catalogato come umorismo nero: i CDO, che significica «obbligazioni con debito come collaterale», sono gli strumenti della finanza creativa che in USA hanno provocato il crack dei subprime (quei titoli, distribuiti a destra e a manca, avevano come collaterale i mutui). Oltretutto, c’è chi sommessamente obietta a questa abitudine di curare il debito con altro debito. Stessa cosa vale per gli Eurobond: allo stato dei fatti, mescolando il debito pubblico dei forti e degli insolventi, essi provocherebbero solo il degrado del rating della Germania e della Francia, e dunque minerebbero la loro stessa possibilità di finanziarsi.

Del resto, il colpo fatale può venire da più vicino, almeno per Parigi. La banca-assicuratrice franco-belga Dexia è di fatto insolvente, e toccherà agli Stati salvarla. Sarà uno sforzo bello da vedere: Dexia ha accumulato esposizioni pari al 200% del PIL belga, cosa che i politici comprati dai banchieri non hanno vietato.

Dexia minaccia d’essere l’innesco dell’effetto domino nella UE. Magra consolazione, ciò dimostra che l’anello debole della catena del debito sono le banche, e non – come ripetono i media e i politici (pappagalli dei banchieri) i debiti di Stato. Se mai, dimostra come i governi si siano messi al servizio degli interessi privati finanziari abusando delle finanze pubbliche. Ora, a settembre, le Banche Centrali occidentali (BCE, Banca d’Inghilterra e Banca Svizzera, più la Federal Reserve) hanno deciso di far di più: mettono a disposizione delle banche private «tutta la liquidità necessaria per un periodo superiore a tre mesi».

Pensate per un momento se la BCE assicurasse «tutta la liquidità di cui hanno bisogno» alle imprese e alle famiglie in difficoltà, o magari alla Grecia; pensate che sogno. Ma allora banche, economisti bocconiani, grandi giornali e liberisti sciolti e a pacchetti strillerebbero: «Questo è intervento pubblico nelleconomia! Sacrilegio! Leconomia deve essere lasciata alla mano invisibile del mercato!». Il tabù viene infranto solo a favore delle banche. Tanto per far capire chi comanda la giostra.

C’è qualcosa di orribile che vedono arrivare nel quarto trimestre del 2011. Qualcosa che il centro d’analisi GEAB chiama «La fusione implosiva degli attivi finanziari mondiali».

Il fatto – paradossale – è che le banche stesse non riescono più a indebitarsi. Esse infatti operano prendendo a prestito: dai risparmiatori privati che mettono in deposito salari e risparmi, dai depositi delle grandi imprese, dalle altre banche sul mercato interbancario, dai money market funds americani in dollari (che a loro volta prendono a prestito dalla Federal Reserve). Ora, tutte queste fonti sono diventate avare: i privati in crisi depositano meno o ritirano, grandi imprese ancor più (la Siemens ha ritirato 500 milioni dalla Societé Generale) il mercato interbancario è ai minimi perchè le banche non si fidano a prestarsi a vicenda, i money market funds americani sono chiusi (per gli europei) dall’estate.

Dunque, le banche private si finanziano essenzialmente presso le Banche Centrali: da prestatori di ultima istanza, queste sono diventate prestatori di prima istanza. Il fatto è che la Banca Centrale Europea, BCE, già spende per la sua politica di acquisti massiccia (sui mercati secondari) dei titoli italiani, spagnoli, greci, portoghesi, irlandesi. Lo scopo è sempre quello di salvare le banche private, che fino al 2010 si sono riempite di titoli degli Stati oggi a rischio.

Lo sforzo ha qualcosa di ridicolo e di patetico, come tappare i buchi di una diga con le dita: quante dita occorrono? Ricordiamo che nel maggio 2010 l’Europa ha deciso di salvare la Grecia perchè i suoi problemi non si estendessero a Portogallo e Irlanda. Nell’agosto 2010, ha cominciato a salvare Portogallo e Irlanda, e fornito un salvataggio aggiuntivo alla Grecia. Dall’inizio del 2011, la BCE ha cominciato a comprare titoli pubblici italiani e spagnoli, più portoghesi, greci, irlandesi, perchè il problema non contagiasse l’Italia. Adesso, si salva Dexia e le banche di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda... poi si tratterà di salvare il mondo (le banche USA pare siano esposte per 645 miliardi di dollari con il rischio-Europa). Ovviamente, senza fermare il contagio, perchè ogni volta i salvataggi e le cifre sono stati insufficienti. E in questo sforzo, anche le economie forti come la Germania diventano deboli, e il loro rating si avvicina al degrado.

Il tutto, per non giungere alla conclusione logica e inevitabile: che troppo, decisamente troppo debito è stato generato. Al di là della sua rifusione. Si può dire che l’Europa delle burocrazie, e dei governicchi, è cascata nella trappola che s’è fabbricata da sè.

Nella UE, la BCE (ancor meno le Banche Centrali degli Stati, la cui costosa inutilità salta all’occhio) ha il divieto – ideologico – di prestare fondi ai poteri pubblici. Questi devono dunque finanziarsi presso le banche e i mercati finanziari mondiali. Si suppone dunque che il sistema bancario privato sia in grado di finanziare da solo, e senza sostegno pubblico, i bisogni di credito di amministrazioni statali, di imprese e di famiglie.

Questo divieto, beninteso, è stato ordinato e voluto dai banchieri, vogliosi di prelevare interessi da tutto e tutti, totalitariamente. Ci hanno guadagnato in profitti astronomici, finchè sono durati il boom, l’euforia, e le bolle. Oggi, il sistema bancario privato non vuole nè sa più far credito: risultato, la riduzione stessa della moneta, perchè la moneta ex nihilo, oggi, è creata privatamente indebitando gli altri. La prospettiva è la deflazione e grande depressione stile anni ‘30.

È la dimostrazione nei fatti che, in momenti di crisi, è lo Stato a dover fornire moneta secondo i bisogni e le potenzialità insoddisfatte nell’economia. Ma ciò è appunto vietato dalla UE, e dal regolamento della BCE che non può prestare direttamente agli Stati. Quanto agli Stati, non possono svalutare per esportare di più, avendo adottato l’euro con le sue proibizioni. Il solo vantaggio dell’euro – la possibilità delle economie deboli e degli Stati spreconi di finanziari a tassi d’interesse bassi, tedeschi – è ormai perduto. Restano solo gli svantaggi. La camicia di forza. Di cui la Grecia è la prima vittima sacrificale, ma non l’ultima.

C’è chi sta liberandosene. È il caso di Cipro, ovviamente colpita nelle sue banche dalla crisi greca. Ma invece che aderire alle austerità feroci richieste dalla triplice alleanza bancaria (BCE, FMI, Commissione europea) come condizione per salvarla, Cipro sta trattando con la Russia un prestito di 2 miliardi di euro. Per questo motivo i media non parlano mai del caso cipriota...

È importante dire che questa crisi è una ricaduta: la crisi del 2007-2008 avrebbe dovuto portare a normative di regolamentazione prudenziale severa, a misure che impedissero alle istituzioni finanziarie, banche, assicurazioni ed hedge funds, di continuare a nuocere. Riconoscere che parte dei debiti che le istituzioni private detengono dagli Stati sono illegittimi. Ancor oggi si dovrebbero sequestrare i beni dei grandi azionisti finanziari, espellerli dalle banche che hanno tanto irresponsabilmente governato, perchè contribuiscano coi loro patrimoni al risanamento del sistema creditizio.

Quello di Dexia è un caso di scuola: era già stata salvata nel 2008. Inoltre, spiega il sito Dedefensa,

«i suoi dirigenti e consiglieri damministrazione hanno ereditato un risparmio storico, quello destinato alle collettività locali. Migliaia di collettività contavano su questi fondi per finanziare investimenti utili e senza rischi particolari. Ma queste persone hanno utilizzato questi fondi per speculazioni ad alto rischio per rendersi più grandi e più ricche, sprecando in vane speculazioni, spesso per super-profitti personali, le riserve di imprese e di Comuni, e mettendo sulla strada decine di migliaia di salariati che loro lavoravano bene».

La richiesta è di trascinare in tribunale questi dirigenti.

Speranza vana. Ora alla testa della BCE c’è Mario Draghi. Non solo è stato dirigente di Goldman Sachs per l’Europa, ma per di più era in quella poltrona proprio nei mesi in cui Goldman Sachs aiutava il governicchio ellenico a truccare i libri contabili (lui dice che non ne sapeva nulla).

Il sistema bancario si è premunito: con Draghi a vegliare, non saranno chiamati in tribunale a rispondere dei loro atti – altrimenti, lo stesso Draghi dovrebbe essere trascinato in giudizio, per quella faccenduola dei trucchi greci. Non solo Draghi è lì ad assicurare che gli Stati paghino i loro debiti e gli interessi sempre più alti, e che compensino le banche senza metterle in riga, ma a completare lo sforzo di mettere la BCE sotto le stesse tutele che governano Londra e Washington; e pure con qualche giustificazione razionale, perchè ora serve davvero che la BCE faccia quello che fa la Federal Reserve, creare liquidità a iosa.

È interessante notare come, in questo caos sull’orlo dell’abisso, i poteri forti e occulti continuino freddamente – anzi profittando della crisi – a perseguire i loro progetti oligarchici, mondialisti, manipolando i politici a questo fine.

Uno è l’Europa senza-patrie delineata negli anni ‘50 da Jean Monnet (il fiduciario delle banche americane che distribuivano il Piano Marshall). Si dice e si ripete che da questa crisi si uscirà con «più Europa» e meno sovranità nazionali. Quando Angela Merkel grida che l’Europa deve varare dei «diritti dintervento capaci di dichiarare nulli e non avvenuti» i bilanci di Paesi che non rispetterebbero le norme di austerità imposte dalla UE, quello che in realtà chiede è un inaudito diritto d’ingerenza negli affari interni di uno Stato-membro, da parte di un’entità senza volto e senza voto che è l’eurocrazia. È un’Europa Federale, gli Stati Uniti d’Europa, che sono qui invocati.

Non a caso il nostro Bersani del PD s’è affrettato a proclamare: «Se arriveremo al Governo, noi vogliamo essere alla testa di una disponibilità a cessioni di sovranità su base democratica verso una dimensione europea».

La coalizione di sinistra che Bersani bene o male guida, è famigerata per non sapersi dare un candidato premier, e per invocare un papa straniero (Montezemolo, Mario Monti, qualunque tecnocrate non-eletto) da mettere a capo del suo governo anti-berlusconiano. Ora, apprendiamo che Bersani va più in là: venite a governarci, papi stranieri, dalla tecnocrazia europea, come aveva promesso Monnet. Vi cediamo quel che resta della nostra sovranità, perchè non ci venga la tentazione di ripudiare il debito. Il che ci andrebbe anche bene se – subito dopo aver dichiarato in tal modo la propria inutilità – questa classe politica togliesse il disturbo, rinunciasse a farsi pagare per governare e legiferare secondo i desideri del potere bancario transnazionale. Ma restano al servizio di lor signori, e si fanno pagare da noi. (Bersani, Pd deve proiettarsi in dimensione europea)

Perchè sia chiaro, il progetto europeista che ci viene e sempre più ci verrà propagandato per uscire dalla crisi, e magari con la scusa che questo ci renderà più forti e autonomi dai poteri forti americani, è invece complementare al grande progetto mondialista.

È quel progetto che David Rockefeller espose in breve nella riunione del Bilderberg del 1991.
Anzitutto, ringraziò la libera stampa pagata:

«Siamo grati», esordì, «al Washington Post, al New York Times, a Time Magazine e alle altre grandi pubblicazioni i cui direttori sono stati presenti alle nostre riunioni e hanno rispettato la promessa di discrezione per quasi 40 anni. Sarebbe stato impossibile per noi sviluppare il nostro piano per il mondo se fosse stato messo sotto le luci dellattenzione pubblica in questi anni. Ma oggi il mondo è più sofisticato e disposto a marciare verso un governo mondiale. La sovranità sovrannazionale di una elite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile alla auto-determinazione nazionale praticata nei secoli passsati.

Preferibile, ossia migliore e più razionale? Proprio l’abisso a cui ci hanno portato le elites transnazionali e i banchieri darebbe l’opportunità a veri politici nazionali di dichiarare che, invece, il governo dei banchieri e delle loro ideologie è infinitamente peggiore, folle, iniquo, nemico del genere umano e apportatore di miseria, di un governo politico che risponda ai suoi cittadini. I giornali e gli altri media, se fossero liberi, farebbero i conti dello spreco e dell’inefficienza che il dominio della finanza e del mercato ha portato nel sistema capitalista: secondo Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, i soldi sprecati per salvare le banche ammontano almeno a 500 miliardi di euro dal 2008 ad oggi, «ma se si tiene conto delle garanzie si arriva a un trilione di euro». Secondo GEAB, la cifra a livello globale è ancora più colossale: 10 mila miliardi di dollari e 15 mila miliardi di «attivi fantasma» sarebbero andati in fumo.

Cifre – dovrebbero notare politici e giornali – che sono state sprecate, al contrario della ideologicamente proclamata capacità dei «mercati» di «allocare al meglio i capitali». Sono miliardi e miliardi che non hanno potuto andare in infrastrutture, in scuole ed università d’eccellenza; cifre sottratte alle aziende in cerca di fidi, alle famiglie, ai sistemi di previdenza sociale. Cifre che mancano all’economia reale, agli esseri umani che lavorano, e mandate in fumo.

Eccolo, il governo dei banchieri che Draghi presiederà per l’Europa: il contrario dell’efficienza, persino dell’efficienza capitalistica. Senza più Stati, senza sovranità dei popoli, l’inefficienza diverrà suprema, inimmaginabile, come dimostra la crisi in corso, peggiore di quella del 1929 proprio perchè non c’è più potere politico a contrastarla.

Aveva ragione Thomas Jefferson, quando disse a John Taylor:

«Sinceramente, sono convinto che le potenze bancarie siano più pericolose che eserciti in campo, e che il principio di spendere denaro che sarà pagato dai posteri sotto il nome di finanziamento, non è altro che una truffa sul futuro su vasta scala».

Era nel 1816. Altri politici, altre sovranità.
di M. Blondet

Non è più il tempo delle parole




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Non è più il tempo delle parole. È venuto quello della violenza. Non intendo, naturalmente, la violenza terroristica. Del terrorismo ne abbiamo avuto abbastanza, in Italia, negli anni Settanta e nei primi Ottanta, un terrorismo favorito dall'inerzia e a volte dalla complicità, soprattutto di una parte del Partito socialista, della classe dirigente che non fece nulla per combatterlo finché uccideva gli Mtaj stracci, agenti di custodia, vigili urbani, operai, baristi, e si svegliò solo dopo il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro quando si rese conto che anche i propri esponenti, e non solo cittadini comuni, potevano esserne colpiti. Oltretutto quel terrorismo cavalcava un'ideologia morente, il marxismo-leninismo, che si sarebbe dissolto di lì a pochi anni col crollo dell'Unione Sovietica. In ogni caso il terrorismo, oltre a rafforzare le classi dirigenti che dice di voler combattere, non è moralmente accettabile se non quando si rivolge contro truppe straniere che occupano il territorio nazionale, come avviene in Afghanistan e come fu quello della resistenza italiana peraltro ininfluente, a differenza di quella afgana, dal punto di vista militare.
La violenza di cui parlo qui è quella di massa, non armata ma disposta a lasciare sul terreno qualche morto, com'è stata quella tunisina che nel giro di due soli giorni ha spazzato via il dittatore Ben Alì.
La violenza di massa, di popolo, è giustificata, anzi resa necessaria, da tre elementi. Il primo è generale. Gli altri due riguardano precisamente l'Italia.
1) La democrazia rappresentativa, come credo di aver dimostrato in "Sudditi. Manifesto contro la democrazia", non è la democrazia, ma un sistema di oligarchie, politiche ed economiche, che schiacciano il singolo, colui che conserva quel tanto di rispetto di sé, dal rifiutare gli umilianti infeudamenti a una di queste mafie, e che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata.
2) Nelle altre democrazie occidentali questa sostanza di fondo viene mascherata con un rispetto delle forme della democrazia. Non è molto, ma è perlomeno qualcosa perché, come diceva La Rochefoucauld, "l'ipocrisia è il prezzo che il vizio paga alla virtù". In Italia sono saltate anche le forme della democrazia. Si accetta, come cosa naturale, che delinquenti, criminali, troie siano i nostri cosiddetti rappresentanti. E la nostra libertà si riduce a scegliere, ogni cinque anni, da quale delinquente o puttana preferiamo essere comandati. Che questa classe dirigente, di maggioranza ma anche di opposizione, non faccia più nemmeno finta di occuparsi del bene collettivo ma pensi solo ad autoperpetuarsi lo si è visto con chiarezza in questa crisi economica. È stato tutto un azzuffarsi per scaricarsi l'un l'altro responsabilità che sono, sia pur in misura diversa, di tutti e per ritagliarsi ulteriori microfettine o macrofettone di potere.
Mentre agli italiani, anche e soprattutto a quelli che hanno lavorato onestamente tutta una vita, si chiedevano altri sacrifici, costoro si tenevano ben stretti i propri privilegi. Noi, per questa classe di parassiti profumatamente pagati per non fare assolutamente nulla, come i nobili dell'ancien régime, non siamo che asini al basto, pecore da tosare.
1) Poi c'è il fenomeno Berlusconi. Un presidente del Consiglio che definisce il Paese che ha governato per dieci anni "un Paese di merda" non lo si era ancora mai visto, sotto nessuna latitudine. Ci aspettavamo quindi un sussulto, un soprassalto di dignità da parte degli italiani. Non per un malinteso senso di orgoglio nazionale, ma perché, quell'espressione offende tutti noi, uomini e donne, singolarmente presi, dandoci dei "pezzi di merda". Ci aspettavamo quindi che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inconcludente sciopero alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoní, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall'energumeno, per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l'esercito privato da cui, come un signorotto feudale, si fa proteggere, per dargli il fatto suo. Invece la cosa, di una gravità inaudita, è passata come se nulla fosse. Anzi sul sito del Corriere della Sera Pierluigi Battista ha difeso Berlusconi affermando che dire che "l'Italia è un Paese di merda" non è reato.
Che c'entra? Non tutte le cose che hanno rilevanza politica sono reati. Se un premier dicesse "da oggi tutti gli stipendi sono dimezzati" nemme-
no questo sarebbe un reato, ma non per ciò i cittadini perderebbero il diritto di difendersi. Fino a quando tollereremo che questo mitomane schizoide, questa faccia di bronzo, questa faccia di palta, questa faccia
di merda, questo corruttore di magistrati, (nessuno crederà, sul serio, che Prevìti abbia pagato in proprio il giudice Metta per "aggiustare" il Lodo Mondadori a favor di Fininvest), corruttore di testimoni (Mills), corruttore della Guardia di Finanza, concussore della polizia (caso Ruby), creatore dí colossali "fondi neri", campione dell'evasione e dell'"elusione", ci insulti impunemente e altrettanto impunemente violi quelle leggi che noi cittadini siamo chiamati invece a rispettare?
Ma, in fondo, Berlusconi è utile. Perché, con la sua arroganza, con la mancanza di qualsiasi prudenza, smaschera la sostanza della democrazia, di qualsiasi democrazia: impunità per i membri delle oligarchie dominanti, "in galera subito e buttare via le chiavi" per i reati da strada che son quelli commessi dai povericristí.
La solita, vecchia, cara, schifosa giustizia di classe.
Le democrazie rappresentative vanno quindi abbattute. E non è affatto necessario, come le oligarchie dominanti vogliono far credere per poter continuare a ruminare in tranquillità i propri privilegi, che siano seguite da dittature. Sí può pensare a sistemi comunitari, a una sorta dì feudalesimo senza feudatari, o ad altro. Comunque cominciamo a liberarci di questo sistema. Ciò che verrà dopo si vedrà. Quello che non è più possibile tollerare è continuare a star seduti, come se nulla fosse, su una truffa che dura da due secoli.

di Massimo Fini


13 ottobre 2011

Uova contro la sede di Moody’s. Ci vuole altro…





Uova contro la sede di Moody’s. E così, dopo aver passato mesi a guardare dalle nostre poltroncine rosse i vari malcontenti scoppiati in realtà vicine alla nostra (vedi Grecia, o Portogallo), l’onda della protesta ci suona al campanello di casa, come se fosse una programmazione a timer ben orchestrata e progettata. Gli studenti, mossi da una rabbia indotta, si scagliano contro il simbolo di un malessere, evitando ancora una volta il confronto con l’essenza del malessere stesso.

Da qualche tempo Moody’s, così come Standard&Poor’s e Fitch, nomi fino a pochi mesi fa pressoché sconosciuti ai non-addetti ai lavori, sono entrati prepotentemente nelle prime pagine di tutti i quotidiani, dominando conversazioni da bar e decisioni finanziarie, quasi come se tutto si fosse appiattito ad un unico livello. Tutta apparenza, ovviamente. In pochi sanno, ad esempio, che Moody’s tiene sotto controllo la situazione economica italiana da venticinque anni. In pochi sanno, ad esempio, che il primo declassamento italiano avvenne nel 1991.

Gli effetti della crisi globale hanno però portato alla ribalta queste “agenzie di rating”, che giudicano i bilanci e l’affidabilità dei paesi in base ad una scala di valori. Tre sono i livelli di declassamento dell’Italia, tre sono le agenzie che monitorano (non si sa perché, non si sa per volere di chi), soprattutto in questo periodo di recessione, la situazione dei debitori nei confronti dei rispettivi (o unici) creditori. Chiaro è chi deve pagare per saldare, nebulosa invece l’illustrazione di chi deve ricevere.

Altra domanda, che dovrebbe essere di dominio pubblico e che dovrebbe anteporsi al lancio furioso di uova contro una vetrina, è l’utilità effettiva di questa valutazione. Per intenderci: a chi serve conoscere la mappatura dei livelli di classificazione? Chi si basa su questi parametri? Ovviamente, gli investitori. Chi mastica finanza, chi investe in titoli di Stato, viene orientato nel valutare possibili rischi e possibili flussi del mercato. Tutto per capire se un paese, una banca, un’azienda o un bond è in grado di ripagare i sottoscrittori. Spiegazione sommaria ma doverosa, onde evitare che si pensi che questi parametri (valutati grazie a laboriosi algoritmi) ci siano davvero necessari per poter analizzare la situazione della realtà quotidiana.

Tornando alla movimentata mattinata milanese e alla cecità della protesta di chi poco capisce e ancor meno si interroga, è quasi automatico spostare il mirino del discorso e dell’analisi sugli organi di stampa. Il fatto che Silvio Berlusconi abbia colpevolizzato i mass-media imputandogli di demonizzare la situazione, ha contribuito ad alimentare ulteriore confusione. Le parole del Presidente del Consiglio sono ovviamente volte a tutelare una baracca (la sua) piuttosto traballante, ma non è affatto escluso che il concetto da raccogliere sul fondo delle sue parole abbia la sua sacrosanta verità. Chi ha deciso di accendere i riflettori sulle tre sorelle del giudizio economico ha in qualche modo influenzato non solo l’informazione, ma la reazione, e dunque la scenografia e la sceneggiatura nel suo complesso.

Pensare di accendere il fuoco della rivoluzione occupando Wall Street o lanciando uova contro la sede di un’agenzia di rating fa parte del più atavico cliché reazionario. In questo circo, colorato ma allo stesso tempo decadente, chi contesta un sistema è guidato e controllato dal sistema stesso, che sceglie, come se fosse un gran burattinaio, canali e modi di alimentare la (presunta) protesta. Protesta che altro non è all’infuori di una reazione prevedibile e prevista, oltre che assolutamente inefficace. Chi di voi ricorda “L’Onda”, quella de “la Crisi noi non la paghiamo”, finita ben presto nel minestrone della sinistra politica, fino a chiudersi in una bolla di sapone tesa ad esplodere con il relativo contenuto.

Se poi si analizza con attenzione il caso italiano, si capisce come il trionfo della reticenza “anni ‘70” imperversi ancora in lungo ed in largo. L’errore non è rifarsi a quella generazione. L’errore è scimmiottare gesti e ritualità, senza contestualizzare un processo in un contesto storico molto più saturo e completamente differente. Una rivoluzione dovrebbe nascere dal quotidiano, dallo sconquasso delle coscienze nel loro intimo. Una rivoluzione dovrebbe nascere da una conoscenza approfondita della realtà e del nemico da combattere. Il lancio delle uova a Milano è soltanto qualcosa di estremamente futile ed effimero, che non ha i crismi della rivoluzione, e neanche quelli della rivolta.

Diceva Max Stirner, nel suo L’Unico e la Sua Proprietà: «La rivoluzione mira ad un’organizzazione nuova; la ribellione ci porta a non lasciarci più organizzare, ma ad organizzarci da soli come vogliamo, e non ripone fulgide speranze nelle “istituzioni” … Se il mio scopo non è rovesciare un ordine costituito ma innalzarmi al di sopra di esso, il mio proposito e le mie azioni non sono politici e sociali, ma egoistici. La rivoluzione ci comanda di creare istituzioni nuove; la ribellione ci domanda di sollevarci o innalzarci».

Da qui dunque si può intuire quanto gli episodi di indignazione non appartengano alla categoria della rivoluzione, tantomeno a quella della rivolta. Non c’è nessuna domanda di innalzamento, o di sollevazione. Non c’è nulla. Tutto scorre e va avanti: i moti si barcamenano mordendosi la coda, tra sogni di rivoluzione e scimmiottamenti di rivolta, mentre le uova vengono spazzate via da una spruzzata di sgrassatore e da un colpo di spugna.

di Nicola Mente

10 ottobre 2011

Verso l’abisso, con Goldman-Draghi alla guida


Da ormai 18 mesi il governo greco, su ingiunzione dei banchieri creditori, tronca i salari, licenzia, aumenta la tasse e riduce le pensioni. Spaventosi sacrifici che dovrebbero servire a pagare i debiti.

Risultato: «Il debito pubblico era pari al 119% del PIL quando tutto è cominciato, ora è al 150% e secondo il Fondo Monetario sarà lanno prossimo al 189%», ha detto George Katrounglas, docente di Diritto Costituzionale, al network Russia Today: «In soli due anni la Grecia ha sacrificato il suo popolo ed ha ottenuto solo la recessione economica; non solo non si riduce il debito, ma esso cresce ad una velocità allarmante».

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L’economista Kiriakos Tobras: «Ciò che subiamo oggi in Grecia è unoccupazione. Loccupazione internazionale da parte del crimine organizzato della finanza globale. È una nuova forma di guerra». Frattanto, gli europei che contano ritardano gli 8 miliardi di euro promessi alla Grecia, e senza i quali lo Stato ellenico non potrà pagare gli stipendi del mese: s’intrende, altri prestiti, su cui dovrà pagare altri interessi.

Quanto deve la Grecia alle banche? Almeno 450 miliardi di euro. Le banche e gli speculatori hanno prestato una simile cifra ad un Paese di 11 milioni di abitanti con un’economia debole; ma non vogliono subire le conseguenze del loro investimento platealmente sbagliato, sicchè la Grecia non deve esser lasciata fallire.

«Come pensare che la Grecia possa rimborsare 450 miliardi? Siamo seri» dice Tobras. Del resto, se gli speculatori hanno prestato questa immensità ad un Paese così piccolo, è perchè contavano su una qualche implicita garanzia che l’Europa tutta stendeva sul debito ellenico. In parole più chiare: se Atene non ce la fa a darci gli interessi, ci penserà sicuramente l’Europa. L’investimento è dunque sicuro, e in più assai lucroso, perchè noi finanzieri esigiamo dai greci interessi altissimi, come se sicuro non fosse.

Gli europei che contano, Parigi, Berlino, su indicazione delle loro banche, da una parte lesinano gli aiuti alla Grecia, dall’altro le vietano di fallire. A dire il vero, Angela Merkel sembra disposta ad accettare una ristrutturazione del debito greco pari al 50% (il che significa accollare metà delle perdite ai banchieri); ma Sarkozy, ossia le sue banche che lo guidano e sono piene di titoli ateniesi, non accetta che una riduzione del 21%. È la percentuale di perdita su cui si è accordato, nel luglio scorso, un ente chiamato International Finance Institute (IIF), che altro non è che il cartello delle banche creditrici di Atene: il suo presidente (e direttore esecutivo di Deutsche Bank), in contrasto plateale col suo governo, ha intimato minaccioso di «non riaprire quel vaso di Pandora», ossia di non mettere in discussione il 21%. Le banche fanno fronte comune al di là delle frontiere, i politici no. (La Grèce est l’agneau sacrificiel de la zone euro)

Nemmeno Parigi, Berlino e la BCE, in attesa di trovare una soluzione per l’insolubile, permettono alla Grecia di fallire. Il motivo è che, appena Atene fa default, il panico e la fuga degli investitori dai titoli di Stato dubbi farà fallire l’Italia prima, e la Spagna poi (Irlanda e Portogallo già non riescono a indebitarsi sui mercati per oltre un anno, a causa dei tassi d’interesse che sono esplosi).

Da qui a luglio 2012, il bisogno di prestiti dell’Italia sarà di 300 miliardi di euro, della Spagna di 80 miliardi. Da un momento all’altro, non potranno più prendere a prestito sui mercati finanziari perchè questi esigeranno tassi d’interesse troppo elevati, e più probabilmente non troveranno più compratori del debito, a qualunque prezzo. A questo punto, a comprare i nostri BOT dovrà essere il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF), che ha fondi notoriamente insufficienti per il titanico debito italiano, tanto più se dovrà accollarsi debito spagnolo, titoli greci, portoghesi, irlandesi.

Le proposte di trucchi per aumentare l’ammontare dell’EFSF, magari aumentandoli a 2 mila miliardi con la leva miracolosa della vendita di CDO (Collateralized Debt Obligation) va catalogato come umorismo nero: i CDO, che significica «obbligazioni con debito come collaterale», sono gli strumenti della finanza creativa che in USA hanno provocato il crack dei subprime (quei titoli, distribuiti a destra e a manca, avevano come collaterale i mutui). Oltretutto, c’è chi sommessamente obietta a questa abitudine di curare il debito con altro debito. Stessa cosa vale per gli Eurobond: allo stato dei fatti, mescolando il debito pubblico dei forti e degli insolventi, essi provocherebbero solo il degrado del rating della Germania e della Francia, e dunque minerebbero la loro stessa possibilità di finanziarsi.

Del resto, il colpo fatale può venire da più vicino, almeno per Parigi. La banca-assicuratrice franco-belga Dexia è di fatto insolvente, e toccherà agli Stati salvarla. Sarà uno sforzo bello da vedere: Dexia ha accumulato esposizioni pari al 200% del PIL belga, cosa che i politici comprati dai banchieri non hanno vietato.

Dexia minaccia d’essere l’innesco dell’effetto domino nella UE. Magra consolazione, ciò dimostra che l’anello debole della catena del debito sono le banche, e non – come ripetono i media e i politici (pappagalli dei banchieri) i debiti di Stato. Se mai, dimostra come i governi si siano messi al servizio degli interessi privati finanziari abusando delle finanze pubbliche. Ora, a settembre, le Banche Centrali occidentali (BCE, Banca d’Inghilterra e Banca Svizzera, più la Federal Reserve) hanno deciso di far di più: mettono a disposizione delle banche private «tutta la liquidità necessaria per un periodo superiore a tre mesi».

Pensate per un momento se la BCE assicurasse «tutta la liquidità di cui hanno bisogno» alle imprese e alle famiglie in difficoltà, o magari alla Grecia; pensate che sogno. Ma allora banche, economisti bocconiani, grandi giornali e liberisti sciolti e a pacchetti strillerebbero: «Questo è intervento pubblico nelleconomia! Sacrilegio! Leconomia deve essere lasciata alla mano invisibile del mercato!». Il tabù viene infranto solo a favore delle banche. Tanto per far capire chi comanda la giostra.

C’è qualcosa di orribile che vedono arrivare nel quarto trimestre del 2011. Qualcosa che il centro d’analisi GEAB chiama «La fusione implosiva degli attivi finanziari mondiali».

Il fatto – paradossale – è che le banche stesse non riescono più a indebitarsi. Esse infatti operano prendendo a prestito: dai risparmiatori privati che mettono in deposito salari e risparmi, dai depositi delle grandi imprese, dalle altre banche sul mercato interbancario, dai money market funds americani in dollari (che a loro volta prendono a prestito dalla Federal Reserve). Ora, tutte queste fonti sono diventate avare: i privati in crisi depositano meno o ritirano, grandi imprese ancor più (la Siemens ha ritirato 500 milioni dalla Societé Generale) il mercato interbancario è ai minimi perchè le banche non si fidano a prestarsi a vicenda, i money market funds americani sono chiusi (per gli europei) dall’estate.

Dunque, le banche private si finanziano essenzialmente presso le Banche Centrali: da prestatori di ultima istanza, queste sono diventate prestatori di prima istanza. Il fatto è che la Banca Centrale Europea, BCE, già spende per la sua politica di acquisti massiccia (sui mercati secondari) dei titoli italiani, spagnoli, greci, portoghesi, irlandesi. Lo scopo è sempre quello di salvare le banche private, che fino al 2010 si sono riempite di titoli degli Stati oggi a rischio.

Lo sforzo ha qualcosa di ridicolo e di patetico, come tappare i buchi di una diga con le dita: quante dita occorrono? Ricordiamo che nel maggio 2010 l’Europa ha deciso di salvare la Grecia perchè i suoi problemi non si estendessero a Portogallo e Irlanda. Nell’agosto 2010, ha cominciato a salvare Portogallo e Irlanda, e fornito un salvataggio aggiuntivo alla Grecia. Dall’inizio del 2011, la BCE ha cominciato a comprare titoli pubblici italiani e spagnoli, più portoghesi, greci, irlandesi, perchè il problema non contagiasse l’Italia. Adesso, si salva Dexia e le banche di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda... poi si tratterà di salvare il mondo (le banche USA pare siano esposte per 645 miliardi di dollari con il rischio-Europa). Ovviamente, senza fermare il contagio, perchè ogni volta i salvataggi e le cifre sono stati insufficienti. E in questo sforzo, anche le economie forti come la Germania diventano deboli, e il loro rating si avvicina al degrado.

Il tutto, per non giungere alla conclusione logica e inevitabile: che troppo, decisamente troppo debito è stato generato. Al di là della sua rifusione. Si può dire che l’Europa delle burocrazie, e dei governicchi, è cascata nella trappola che s’è fabbricata da sè.

Nella UE, la BCE (ancor meno le Banche Centrali degli Stati, la cui costosa inutilità salta all’occhio) ha il divieto – ideologico – di prestare fondi ai poteri pubblici. Questi devono dunque finanziarsi presso le banche e i mercati finanziari mondiali. Si suppone dunque che il sistema bancario privato sia in grado di finanziare da solo, e senza sostegno pubblico, i bisogni di credito di amministrazioni statali, di imprese e di famiglie.

Questo divieto, beninteso, è stato ordinato e voluto dai banchieri, vogliosi di prelevare interessi da tutto e tutti, totalitariamente. Ci hanno guadagnato in profitti astronomici, finchè sono durati il boom, l’euforia, e le bolle. Oggi, il sistema bancario privato non vuole nè sa più far credito: risultato, la riduzione stessa della moneta, perchè la moneta ex nihilo, oggi, è creata privatamente indebitando gli altri. La prospettiva è la deflazione e grande depressione stile anni ‘30.

È la dimostrazione nei fatti che, in momenti di crisi, è lo Stato a dover fornire moneta secondo i bisogni e le potenzialità insoddisfatte nell’economia. Ma ciò è appunto vietato dalla UE, e dal regolamento della BCE che non può prestare direttamente agli Stati. Quanto agli Stati, non possono svalutare per esportare di più, avendo adottato l’euro con le sue proibizioni. Il solo vantaggio dell’euro – la possibilità delle economie deboli e degli Stati spreconi di finanziari a tassi d’interesse bassi, tedeschi – è ormai perduto. Restano solo gli svantaggi. La camicia di forza. Di cui la Grecia è la prima vittima sacrificale, ma non l’ultima.

C’è chi sta liberandosene. È il caso di Cipro, ovviamente colpita nelle sue banche dalla crisi greca. Ma invece che aderire alle austerità feroci richieste dalla triplice alleanza bancaria (BCE, FMI, Commissione europea) come condizione per salvarla, Cipro sta trattando con la Russia un prestito di 2 miliardi di euro. Per questo motivo i media non parlano mai del caso cipriota...

È importante dire che questa crisi è una ricaduta: la crisi del 2007-2008 avrebbe dovuto portare a normative di regolamentazione prudenziale severa, a misure che impedissero alle istituzioni finanziarie, banche, assicurazioni ed hedge funds, di continuare a nuocere. Riconoscere che parte dei debiti che le istituzioni private detengono dagli Stati sono illegittimi. Ancor oggi si dovrebbero sequestrare i beni dei grandi azionisti finanziari, espellerli dalle banche che hanno tanto irresponsabilmente governato, perchè contribuiscano coi loro patrimoni al risanamento del sistema creditizio.

Quello di Dexia è un caso di scuola: era già stata salvata nel 2008. Inoltre, spiega il sito Dedefensa,

«i suoi dirigenti e consiglieri damministrazione hanno ereditato un risparmio storico, quello destinato alle collettività locali. Migliaia di collettività contavano su questi fondi per finanziare investimenti utili e senza rischi particolari. Ma queste persone hanno utilizzato questi fondi per speculazioni ad alto rischio per rendersi più grandi e più ricche, sprecando in vane speculazioni, spesso per super-profitti personali, le riserve di imprese e di Comuni, e mettendo sulla strada decine di migliaia di salariati che loro lavoravano bene».

La richiesta è di trascinare in tribunale questi dirigenti.

Speranza vana. Ora alla testa della BCE c’è Mario Draghi. Non solo è stato dirigente di Goldman Sachs per l’Europa, ma per di più era in quella poltrona proprio nei mesi in cui Goldman Sachs aiutava il governicchio ellenico a truccare i libri contabili (lui dice che non ne sapeva nulla).

Il sistema bancario si è premunito: con Draghi a vegliare, non saranno chiamati in tribunale a rispondere dei loro atti – altrimenti, lo stesso Draghi dovrebbe essere trascinato in giudizio, per quella faccenduola dei trucchi greci. Non solo Draghi è lì ad assicurare che gli Stati paghino i loro debiti e gli interessi sempre più alti, e che compensino le banche senza metterle in riga, ma a completare lo sforzo di mettere la BCE sotto le stesse tutele che governano Londra e Washington; e pure con qualche giustificazione razionale, perchè ora serve davvero che la BCE faccia quello che fa la Federal Reserve, creare liquidità a iosa.

È interessante notare come, in questo caos sull’orlo dell’abisso, i poteri forti e occulti continuino freddamente – anzi profittando della crisi – a perseguire i loro progetti oligarchici, mondialisti, manipolando i politici a questo fine.

Uno è l’Europa senza-patrie delineata negli anni ‘50 da Jean Monnet (il fiduciario delle banche americane che distribuivano il Piano Marshall). Si dice e si ripete che da questa crisi si uscirà con «più Europa» e meno sovranità nazionali. Quando Angela Merkel grida che l’Europa deve varare dei «diritti dintervento capaci di dichiarare nulli e non avvenuti» i bilanci di Paesi che non rispetterebbero le norme di austerità imposte dalla UE, quello che in realtà chiede è un inaudito diritto d’ingerenza negli affari interni di uno Stato-membro, da parte di un’entità senza volto e senza voto che è l’eurocrazia. È un’Europa Federale, gli Stati Uniti d’Europa, che sono qui invocati.

Non a caso il nostro Bersani del PD s’è affrettato a proclamare: «Se arriveremo al Governo, noi vogliamo essere alla testa di una disponibilità a cessioni di sovranità su base democratica verso una dimensione europea».

La coalizione di sinistra che Bersani bene o male guida, è famigerata per non sapersi dare un candidato premier, e per invocare un papa straniero (Montezemolo, Mario Monti, qualunque tecnocrate non-eletto) da mettere a capo del suo governo anti-berlusconiano. Ora, apprendiamo che Bersani va più in là: venite a governarci, papi stranieri, dalla tecnocrazia europea, come aveva promesso Monnet. Vi cediamo quel che resta della nostra sovranità, perchè non ci venga la tentazione di ripudiare il debito. Il che ci andrebbe anche bene se – subito dopo aver dichiarato in tal modo la propria inutilità – questa classe politica togliesse il disturbo, rinunciasse a farsi pagare per governare e legiferare secondo i desideri del potere bancario transnazionale. Ma restano al servizio di lor signori, e si fanno pagare da noi. (Bersani, Pd deve proiettarsi in dimensione europea)

Perchè sia chiaro, il progetto europeista che ci viene e sempre più ci verrà propagandato per uscire dalla crisi, e magari con la scusa che questo ci renderà più forti e autonomi dai poteri forti americani, è invece complementare al grande progetto mondialista.

È quel progetto che David Rockefeller espose in breve nella riunione del Bilderberg del 1991.
Anzitutto, ringraziò la libera stampa pagata:

«Siamo grati», esordì, «al Washington Post, al New York Times, a Time Magazine e alle altre grandi pubblicazioni i cui direttori sono stati presenti alle nostre riunioni e hanno rispettato la promessa di discrezione per quasi 40 anni. Sarebbe stato impossibile per noi sviluppare il nostro piano per il mondo se fosse stato messo sotto le luci dellattenzione pubblica in questi anni. Ma oggi il mondo è più sofisticato e disposto a marciare verso un governo mondiale. La sovranità sovrannazionale di una elite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile alla auto-determinazione nazionale praticata nei secoli passsati.

Preferibile, ossia migliore e più razionale? Proprio l’abisso a cui ci hanno portato le elites transnazionali e i banchieri darebbe l’opportunità a veri politici nazionali di dichiarare che, invece, il governo dei banchieri e delle loro ideologie è infinitamente peggiore, folle, iniquo, nemico del genere umano e apportatore di miseria, di un governo politico che risponda ai suoi cittadini. I giornali e gli altri media, se fossero liberi, farebbero i conti dello spreco e dell’inefficienza che il dominio della finanza e del mercato ha portato nel sistema capitalista: secondo Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, i soldi sprecati per salvare le banche ammontano almeno a 500 miliardi di euro dal 2008 ad oggi, «ma se si tiene conto delle garanzie si arriva a un trilione di euro». Secondo GEAB, la cifra a livello globale è ancora più colossale: 10 mila miliardi di dollari e 15 mila miliardi di «attivi fantasma» sarebbero andati in fumo.

Cifre – dovrebbero notare politici e giornali – che sono state sprecate, al contrario della ideologicamente proclamata capacità dei «mercati» di «allocare al meglio i capitali». Sono miliardi e miliardi che non hanno potuto andare in infrastrutture, in scuole ed università d’eccellenza; cifre sottratte alle aziende in cerca di fidi, alle famiglie, ai sistemi di previdenza sociale. Cifre che mancano all’economia reale, agli esseri umani che lavorano, e mandate in fumo.

Eccolo, il governo dei banchieri che Draghi presiederà per l’Europa: il contrario dell’efficienza, persino dell’efficienza capitalistica. Senza più Stati, senza sovranità dei popoli, l’inefficienza diverrà suprema, inimmaginabile, come dimostra la crisi in corso, peggiore di quella del 1929 proprio perchè non c’è più potere politico a contrastarla.

Aveva ragione Thomas Jefferson, quando disse a John Taylor:

«Sinceramente, sono convinto che le potenze bancarie siano più pericolose che eserciti in campo, e che il principio di spendere denaro che sarà pagato dai posteri sotto il nome di finanziamento, non è altro che una truffa sul futuro su vasta scala».

Era nel 1816. Altri politici, altre sovranità.
di M. Blondet

Non è più il tempo delle parole




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Non è più il tempo delle parole. È venuto quello della violenza. Non intendo, naturalmente, la violenza terroristica. Del terrorismo ne abbiamo avuto abbastanza, in Italia, negli anni Settanta e nei primi Ottanta, un terrorismo favorito dall'inerzia e a volte dalla complicità, soprattutto di una parte del Partito socialista, della classe dirigente che non fece nulla per combatterlo finché uccideva gli Mtaj stracci, agenti di custodia, vigili urbani, operai, baristi, e si svegliò solo dopo il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro quando si rese conto che anche i propri esponenti, e non solo cittadini comuni, potevano esserne colpiti. Oltretutto quel terrorismo cavalcava un'ideologia morente, il marxismo-leninismo, che si sarebbe dissolto di lì a pochi anni col crollo dell'Unione Sovietica. In ogni caso il terrorismo, oltre a rafforzare le classi dirigenti che dice di voler combattere, non è moralmente accettabile se non quando si rivolge contro truppe straniere che occupano il territorio nazionale, come avviene in Afghanistan e come fu quello della resistenza italiana peraltro ininfluente, a differenza di quella afgana, dal punto di vista militare.
La violenza di cui parlo qui è quella di massa, non armata ma disposta a lasciare sul terreno qualche morto, com'è stata quella tunisina che nel giro di due soli giorni ha spazzato via il dittatore Ben Alì.
La violenza di massa, di popolo, è giustificata, anzi resa necessaria, da tre elementi. Il primo è generale. Gli altri due riguardano precisamente l'Italia.
1) La democrazia rappresentativa, come credo di aver dimostrato in "Sudditi. Manifesto contro la democrazia", non è la democrazia, ma un sistema di oligarchie, politiche ed economiche, che schiacciano il singolo, colui che conserva quel tanto di rispetto di sé, dal rifiutare gli umilianti infeudamenti a una di queste mafie, e che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata.
2) Nelle altre democrazie occidentali questa sostanza di fondo viene mascherata con un rispetto delle forme della democrazia. Non è molto, ma è perlomeno qualcosa perché, come diceva La Rochefoucauld, "l'ipocrisia è il prezzo che il vizio paga alla virtù". In Italia sono saltate anche le forme della democrazia. Si accetta, come cosa naturale, che delinquenti, criminali, troie siano i nostri cosiddetti rappresentanti. E la nostra libertà si riduce a scegliere, ogni cinque anni, da quale delinquente o puttana preferiamo essere comandati. Che questa classe dirigente, di maggioranza ma anche di opposizione, non faccia più nemmeno finta di occuparsi del bene collettivo ma pensi solo ad autoperpetuarsi lo si è visto con chiarezza in questa crisi economica. È stato tutto un azzuffarsi per scaricarsi l'un l'altro responsabilità che sono, sia pur in misura diversa, di tutti e per ritagliarsi ulteriori microfettine o macrofettone di potere.
Mentre agli italiani, anche e soprattutto a quelli che hanno lavorato onestamente tutta una vita, si chiedevano altri sacrifici, costoro si tenevano ben stretti i propri privilegi. Noi, per questa classe di parassiti profumatamente pagati per non fare assolutamente nulla, come i nobili dell'ancien régime, non siamo che asini al basto, pecore da tosare.
1) Poi c'è il fenomeno Berlusconi. Un presidente del Consiglio che definisce il Paese che ha governato per dieci anni "un Paese di merda" non lo si era ancora mai visto, sotto nessuna latitudine. Ci aspettavamo quindi un sussulto, un soprassalto di dignità da parte degli italiani. Non per un malinteso senso di orgoglio nazionale, ma perché, quell'espressione offende tutti noi, uomini e donne, singolarmente presi, dandoci dei "pezzi di merda". Ci aspettavamo quindi che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inconcludente sciopero alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoní, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall'energumeno, per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l'esercito privato da cui, come un signorotto feudale, si fa proteggere, per dargli il fatto suo. Invece la cosa, di una gravità inaudita, è passata come se nulla fosse. Anzi sul sito del Corriere della Sera Pierluigi Battista ha difeso Berlusconi affermando che dire che "l'Italia è un Paese di merda" non è reato.
Che c'entra? Non tutte le cose che hanno rilevanza politica sono reati. Se un premier dicesse "da oggi tutti gli stipendi sono dimezzati" nemme-
no questo sarebbe un reato, ma non per ciò i cittadini perderebbero il diritto di difendersi. Fino a quando tollereremo che questo mitomane schizoide, questa faccia di bronzo, questa faccia di palta, questa faccia
di merda, questo corruttore di magistrati, (nessuno crederà, sul serio, che Prevìti abbia pagato in proprio il giudice Metta per "aggiustare" il Lodo Mondadori a favor di Fininvest), corruttore di testimoni (Mills), corruttore della Guardia di Finanza, concussore della polizia (caso Ruby), creatore dí colossali "fondi neri", campione dell'evasione e dell'"elusione", ci insulti impunemente e altrettanto impunemente violi quelle leggi che noi cittadini siamo chiamati invece a rispettare?
Ma, in fondo, Berlusconi è utile. Perché, con la sua arroganza, con la mancanza di qualsiasi prudenza, smaschera la sostanza della democrazia, di qualsiasi democrazia: impunità per i membri delle oligarchie dominanti, "in galera subito e buttare via le chiavi" per i reati da strada che son quelli commessi dai povericristí.
La solita, vecchia, cara, schifosa giustizia di classe.
Le democrazie rappresentative vanno quindi abbattute. E non è affatto necessario, come le oligarchie dominanti vogliono far credere per poter continuare a ruminare in tranquillità i propri privilegi, che siano seguite da dittature. Sí può pensare a sistemi comunitari, a una sorta dì feudalesimo senza feudatari, o ad altro. Comunque cominciamo a liberarci di questo sistema. Ciò che verrà dopo si vedrà. Quello che non è più possibile tollerare è continuare a star seduti, come se nulla fosse, su una truffa che dura da due secoli.

di Massimo Fini