14 aprile 2012

Il Politico e i “Mercati”





Il Politico e i “Mercati”
Scrive Massimo Riva che «non c’è bisogno di rifarsi ai recenti allarmi della Corte dei conti per sapere che, togliendo ancora più soldi dalle tasche dei contribuenti, si deprime la crescita». (1) E si potrebbe aggiungere che non c’è bisogno di essere economisti per capire che far cadere la domanda interna per evitare il tracollo finanziario non può che danneggiare gravemente l’economia del nostro Paese – notoriamente fondata sulle Pmi e su quelle (poche) grandi imprese strategiche (pubbliche) che non sono state “liquidate” negli anni Novanta. Di conseguenza, afferma Riva che le misure approvate dal governo Monti nei mesi scorsi, sotto la pressione cogente degli attacchi speculativi sui titoli del Tesoro, fanno correre al nostro Paese il rischio di precipitare in una spirale perversa, di avvitarsi sempre più velocemente verso il basso. Ma, sebbene questa affermazione sia indubbiamente corretta e condivisibile, si deve pure rilevare che Massimo Riva, secondo cui una volta «salvata l’Italia, è bene che Mario Monti si occupi di salvare gli italiani», non prende affatto in considerazione che l’interesse dei “mercati” possa essere assai diverso da quello degli italiani (ovvero da quello della stragrande maggioranza del popolo italiano).
Al riguardo, è opportuno ricordare che il sociologo Luciano Gallino ha messo chiaramente in luce come sia del tutto inutile cercare di risolvere la crisi economica senza riformare il sistema finanziario. (2) Difatti, secondo Gallino, la crisi dei bilanci pubblici è in realtà la crisi dei bilanci delle banche, manifestatasi appieno nel 2007-2008. Eppure, nota Gallino, i gruppi finanziari «salvati dallo Stato a suon di trilioni di dollari e di euro spesi o impegnati (più di 15 in Usa, almeno 3 nella Ue) sono ora, in termini di attivi in bilancio, grandi il doppio». Insomma, nulla è cambiato in questi ultimi anni e lo tsunami finanziario adesso minaccia di travolgere l’economia dei Paesi dell’Eurozona – e si badi che anche al collasso finanziario del 1929 seguì, pochi anni dopo, il crollo dell’economia reale, la “Grande Depressione”, che l’America non superò grazie al New Deal (che invece fu un mezzo fallimento, tanto che negli Usa, se la spesa pubblica civile crebbe dai circa 10 miliardi di dollari del 1929 ai 17,2 del 1939, nello stesso arco di tempo il Pil calò da 104,4 a 91,1 miliardi di dollari e la disoccupazione aumentò dal 3,2% al 17,2%), bensì perché al termine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti erano diventati, dal punto di vista economico, i padroni del mondo.
Del resto, l’analisi di Gallino è confermata dal fatto che nel dicembre scorso la Bce ha immesso nel sistema bancario quasi 500 miliardi di euro, ad un tasso di interesse dell’1%, affinché le banche potessero acquistare nuovi titoli di Stato ad alta redditività, e non al fine di aiutare le famiglie in difficoltà e promuovere, come si potrebbe credere, le attività produttive e gli investimenti in settori chiave del sistema economico dell’Eurozona. Scopo di questa generosa iniezione era, infatti, quello di «perpetuare il meccanismo della speculazione finanziaria che ha generato per anni la parte più consistente dei guadagni delle banche nell’ultimo decennio e che è stata poi, con le sue gigantesche perdite, le cui dimensioni non sono ancora mai state quantificate, la vera origine della crisi». (3)

D’altronde, dovrebbe essere ovvio – anche se la maggior parte dei cosiddetti “analisti” pare non rendersene pienamente conto – che i “mercati” agiscono anche secondo determinate “tendenze geostrategiche”, di cui non necessariamente sono del tutto consapevoli perfino i principali attori geopolitici. Si dovrebbe allora prendere atto che il terremoto finanziario che fa vacillare l’Occidente si origina da complessi processi storici che vedono emergere nuovi “soggetti” sullo scacchiere internazionale (Brics, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Unione Eurasiatica). Si è in presenza cioè di “tensioni di struttura” che fanno pure comprendere perché una potenza (geo)economica come la Germania tenda a rafforzare le sue relazioni commerciali con i Paesi dell’Est (Russia, Cina e India, in particolare), nonostante che la Germania non abbia (per ora) manifestato l’intenzione di preferire una strategia geopolitica basata su una autentica (e, a nostro giudizio, necessaria) Neue Ostpolitik.(4)
In quest’ottica, comunque, si dovrebbero interpretare anche le vicende della nostra Penisola, per quanto non sia un compito facile. Ovvero, si dovrebbe tener conto, pur dando per scontata l’incapacità dei vari governi Berlusconi (sul cui americanismo nessuno ha mai avuto dubbi), che gli accordi con la Russia (South Stream) e con la Giamahiria (un giro d’affari, secondo alcuni, di circa duecento miliardi di euro) erano un chiaro indice di quale doveva – e dovrebbe – essere l’ “orientamento geopolitico” dell’economia italiana, al di là di ogni altra (pur essenziale) considerazione, posto che si ritenga fondamentale l’interesse degli italiani, anziché quello dei “mercati”. Non a caso, questi ultimi, dopo l’aggressione contro la Libia (aggressione che Berlusconi in un primo momento sembrava voler condannare, anche se poi, con il crescere della pressione “interna” e soprattutto “esterna”, il “nostro condottiero” cedeva su tutta la linea, buttando a mare il Trattato di Bengasi e con esso pure ogni parvenza di autonomia del Bel Paese), hanno preteso che alla guida dell’Italia vi fosse un “loro uomo” e che Difesa ed Esteri fossero saldamente sotto il controllo di Washington, onde evitare il ripetersi di altri “giri di valzer” e che certe “posizioni” potessero essere sfruttate da “giocatori” assai più abili dello gnomo (in senso politico, sia chiaro) di Arcore.
Se però è palese che “mercati” e centri di potere atlantisti agiscano sulla base delle medesime logiche di potere, sì da configurarsi come due facce di un’unica medaglia, sarebbe pure indispensabile che la politica del nostro Paese (e ovviamente quella dell’Europa continentale) non fosse in contraddizione con i “movimenti tettonici” che stanno mutando il volto geopolitico del pianeta, mentre si sa che i “mercati” spingono in ben altra direzione. Perciò, non sorprende che si sia venuta a creare una situazione internazionale in cui ai suddetti “movimenti tettonici” si sommano le esigenze di un sistema finanziario, che per sopravvivere deve sia imporre l’ideologia delle merce in tutti gli strati sociali e in tutti i mondi vitali – dato che il Welfare europeo sarebbe morto, come Mario Draghi, un altro “condottiero italiano” al servizio dello straniero d’oltreoceano, ha esplicitamente dichiarato (lasciando intendere per quale Europa gli italiani si devono sacrificare) -, sia favorire quella “geopolitica del caos” che articola la volontà di potenza atlantista e che è a fondamento della stessa prepotenza dei “mercati”.
Il che, naturalmente, significa che mancano (ancora?) le condizioni geopolitiche per attuare quella radicale riforma del sistema finanziario (che in definitiva consisterebbe nell’imporre ai “mercati” la logica e la volontà di un “Politico sovrano”), senza la quale, come giustamente sostiene Gallino, la crisi dell’economia reale è destinata a continuare, se non addirittura a peggiorare. E tuttavia, nulla è più lontano dalla realtà che l’immagine di un unico centro di potere “politico-finanziario” in grado di dominare l’intero Occidente, dacché il capitalismo, pur nelle sue molteplici e complesse configurazioni, si caratterizza proprio per lo scontro tra gli stessi gruppi (sub)dominanti. Il “sistema” cioè non può non essere strutturato anche da “contraddizioni interne”, che derivano dalla lotta politica, riguardo alla distribuzione delle quote di potere e di ricchezza, tra i diversi membri dei gruppi(sub)dominanti. Una lotta che si combatte in Europa anche (ma indubbiamente non solo) “a colpi di spread”, ma senza che vi sia più il “paracadute” dell’anticomunismo. Sicché, anche se nulla garantisce all’Italia, o meglio agli italiani di venire salvati dagli “alleati” – i quali, nel migliore dei casi, fanno dipendere la salvezza degli italiani da quella dei “mercati” – è logico che una prolungata e forte contrazione della nostra economia non possa non preoccupare i “mercati”, considerando anche le notevoli dimensioni del nostro debito pubblico.
Si spiega dunque perché sia terminata la luna di miele tra il nostro “Commissario tecnico” e i grandi quotidiani angloamericani, come il Wall Street Journal e il Financial Times, che adesso nutrono parecchi dubbi per quanto concerne la manovra “salva Italia”, al punto che il Wall Street Journal non esita a ritenerla controproducente: «Le misure di austerity in Italia stanno bloccando l’attività nella terza principale economia dell’eurozona, secondo quanto appare dai dati economici più recenti che dimostrano come queste misure sono controproducenti [dato che] i recenti aumenti delle tasse stanno aiutando l’Italia a tagliare il suo deficit, ma al contempo stanno spingendo l’attività economica a contrarsi ancora più velocemente». (5)
In sostanza, se da un lato, difficilmente vi può essere crescita economica, dato che si devono pagare (e in buona parte a investitori stranieri) alti tassi d’interesse su un debito pubblico nettamente superiore al Pil, dall’altro, difficilmente si possono pagare tali interessi, senza crescita economica. E più aumenta lo spread più si aggravano le condizioni economiche del nostro Paese. Una “aporia” (anche nel senso letterale del termine ossia ”vicolo cieco”) che non consente di farsi illusioni, anche perché la vulnerabilità finanziaria è conseguenza di una vulnerabilità strategica a cui nessuno può seriamente credere si possa porre rimedio con la flessibilità del lavoro e le privatizzazioni di alcuni servizi. Inoltre, i “mercati” non possono non tirare la corda, rischiando perfino che si spezzi, vuoi per evitare di pagare il prezzo del divario tra economia reale e sistema finanziario (tanto è vero che «mentre il valore dell’intero prodotto mondiale nel 2010 è stato di circa 70.000 miliardi di dollari, la “sola” speculazione finanziaria sui titoli derivati fuori dai circuiti controllati, escludendo quindi il valore dei mercati borsistici internazionali e del mercato dei cambi, è valutata nel 2011 da Der Spiegel in ben 708.000 miliardi di dollari!»), (6) vuoi per costringere l’Eurozona a “farsi carico” della crisi di un “sistema” tuttora imperniato sull’egemonia del dollaro – ovverosia su quella funzione politica “mistificata” dell’Economico che è il tratto costitutivo dell’Occidente.
“Crisi” allora, in primo luogo, non finanziaria, ma politica e strategica quella che attanaglia l’Occidente e in specie l’Eurozona, sebbene il nostro Paese “sconti” pure un europeismo superficiale e “ingenuo”, che ha portato a giustificare la svendita di gran parte del nostro patrimonio strategico, nella convinzione che una volta “entrati in Europa” non ci sarebbero stati più italiani ma “unicamente” europei. Una scelta politica che si potrebbe definire “euroamericana”, piuttosto che europeista, e che non si può non ritenere assai poco “lungimirante”, se gli italiani, orfani da almeno due decenni di una classe dirigente degna di questo nome, hanno ormai ben poche possibilità di impedire che l’Italia divenga terra di conquista per potentati stranieri. Se poi in ciò qualcuno vedesse il concreto superamento del nazionalismo, anche ammesso e non concesso che fosse in buonafede, evidentemente confonderebbe il nazionalismo con il diritto di un Paese a non essere colonizzato, né da altri Paesi né dai “mercati”.
Per questa ragione, a nostro avviso, non solo l’Italia ma l’Europa dovrebbe riconoscere che i “mercati”, lungi dall’essere neutrali, sono “veicolo” di interessi (geo)strategici e (geo)economici, che sono opposti a (più che diversi da) quelli di gran parte degli europei. Vale a dire che ci si dovrebbe porre il problema di “salvare” non i “mercati”, ma i popoli europei. Un problema però che l’attuale classe politica europea non vuole porsi, avendo già scelto da tempo di lasciare proprio ai “mercati” il compito di “decidere”. Rebus sic stantibus, non ci vuole molto a capire che è la stessa l’Europa a trovarsi in un “vicolo cieco”, per aver creduto di poter aggirare gli ostacoli della geopolitica. E adesso che quest’ultima bussa alla porta del Vecchio Continente, si deve temere il peggio per gli europei, se non per l’Unione Europea. Nondimeno, è anche vero che i “mercati” non sono affatto in grado di risolvere la crisi del “sistema”, mentre il Politico può “decidere” di cambiare le regole del gioco, benché non occorra dire che sia assai improbabile che ciò si verifichi. Eppure, prima o poi, i nodi verranno il pettine. Ma se di questo si può essere certi, allora può darsi pure che non tutto il male venga per nuocere.

di Fabio Falchi 


NOTE:

1) M. Riva, Così ci si avvita: verso il baratro, http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-ci-si-avvita-verso-il-baratro/2177258.
2) Vedi L. Gallino, Tutto inutile senza la riforma della finanza, http://temi.repubblica.it/micromega-online/tutto-inutile-senza-la-riforma-della-finanza/.
3) G. Colonna, Il Natale delle banche, http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41703.
4) Vedi G. Friedman, The State of the World: Germany’s Strategy, http://www.stratfor.com/weekly/state-world-germanys-strategy, e la nostra analisi di questo articolo di Friedman, La strategia della Germania , http://www.eurasia-rivista.org/la-strategia-della-germania/14511/.
5) Wall Street Journal: “L’austerity in Italia è una minaccia per l’economia dell’Eurozona” http://www.repubblica.it/economia/2012/04/04/news/wall_street_journal_l_austerity_in_italia_blocca_l_economia_dell_eurozona-32729610/ .

13 aprile 2012

Il collasso della Lega fa crollare definitivamente la credibilità della forma-partito






Con le dimissioni di Umberto Bossi da segretario della Lega finisce un'epoca. E una speranza. La Lega è un prodotto del più grande sconvolgimento avvenuto in Europa nel dopoguerra, il tracollo dell'Unione Sovietica, che portò alla fine di un Impero, alla liberazione dei 'Paesi satelliti', delle repubbliche baltiche, alla riunificazione della Germania, alla disgregazione della Jugoslavia. Più modestamente in Italia molti elettori che per decenni avevano votato, turandosi il naso, per la Dc, il Psi, il pentapartito, scomparso il pericolo comunista, rivolsero la loro attenzione a questo movimento strano e nuovo, nel linguaggio, nei contenuti, nei programmi e nella dichiarata intenzione di dare battaglia alla partitocrazia, alle sue pratiche clientelari e lottizzatrici, alla sua corruzione di sistema. Contro la Lega i partiti, le Tv, i giornali ( tutti, perchè tutti erano compromessi con la Prima Repubblica) organizzarono un fuoco di sbarramento quale non si era visto nemmeno all'epoca delle Brigate Rosse. Ma il movimento di Bossi riuscì a resistere. Dopo vent'anni di consociativismo era nata finalmente una forza di opposizione. Ciò permise alla Magistratura di avviare le inchieste sull'endemica corruzione dei partiti. Crollava così la Prima Repubblica. Ma alle elezioni del 1994 si assistette a un fatto strabiliante. Bossi aveva scosso l'albero ma i frutti li aveva colti Berlusconi, il principale sodale economico di colui che era ritenuto l'emblema stesso della corruzione della Prima Repubblica, Bettino Craxi. Fiutato il pericolo Bossi nel 1995, col suo più bel discorso tenuto in Parlamento, fece cadere, dopo solo un anno, il primo governo Berlusconi. E si mise con le sinistre. Ma in breve queste lo regalarono di nuovo a Berlusconi, per insipienza (La sola cosa intelligente che D'Alema ha detto in vita sua è: “La Lega è una costola della sinistra”. Bossi è sempre stato un uomo di sinistra, lui stesso me lo confessò, una notte, davanti alla solita pizza). L'alleanza duratura con Berlusconi fu l'inizio della fine della Lega. Perse tutti i suoi connotati fondanti. Era un movimento che puntava sull'identità e si alleava con uno che viveva nell'etere. Era un movimento localista e quindi, in sé, antiglobalizzazione e si alleava con un globalizzatore assatanato. Era un movimento antiamericano e si alleava con uno più americano degli americani. Le sue fortune erano andate di pari passo con le inchieste giudiziarie e dovette allinearsi con la devastante compagna di delegittimazione della Magistratura condotta da Berlusconi e dai suoi.
Berlusconi è stato il primo assassino di Bossi. Il resto l'ha fatto il sistema dei partiti. La melanconica parabola della Lega dimostra che non si può entrare in questo sistema senza assumerne i connotati. La prima Lega era partita lancia in resta contro la lottizzazione, soprattutto in Rai, e ha finito per lottizzare come tutti. Aveva fatto della lotta alla corruzione la sua bandiera e si è corrotta.
Adesso la meschina soddisfazione dei partiti e dei loro reggicoda (“ Vedete, anche la Lega è come tutti gli altri, è come noi”) è del tipo di quella del marito che, per far dispetto alla moglie, si taglia i coglioni. Il collasso della Lega fa crollare definitivamente la credibilità della forma-partito, già ai minimi termini, e mette anche in serio dubbio la validità della stessa democrazia, almeno così come si è realizzata in Italia.
Infine due parole su Bossi. Considero Umberto Bossi l'unico, vero, uomo politico comparso sulla scena negli ultimi vent'anni, il solo animato da un'autentica, disinteressata, passione che ha finito per pagare con la salute. E in quest'ora della sua fine politica voglio dirgli, con rispetto, con ammirazione e con affetto: grazie Umberto.
di Massimo Fini 

Nel segreto di Piazza Fontana c'è anche il Mossad: vecchi e nuovi scenari



UN LIBRO INCHIESTA APRE NUOVI
E ALLO STESSO TEMPO "VECCHI" SCENARI


Chi ha voluto e fatto la strage di Piazza Fontana? Dopo quasi mezzo secolo di inchieste giudiziarie fallimentari, Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli (1) – alla cui decennaleinchiesta giornalistica ha attinto Marco Tullio Giordana per il film proiettato in queste settimane in tutte le

Il caso OAS: clicca sull'immagine per leggere l'originale
principali sale cinematografiche italiane – offre un nuovo scenario, già emerso nell’inverno 1969-70, presto dimenticato e oggi messo a disposizione dei lettori pronti a leggere le 687 pagine del volume. Uno scenario molto utile a rispondere all’interrogativo, e la cui parte tecnica può essere così riassunta: non una, ma due furono le borse depositate sotto il tavolo della Banca Nazionale dell’Agricoltura, la prima per volontà “anarchica” (virgolette necessarie, perché dietro l’A cerchiata c’erano altri e opposti soggetti) a basso potenziale, destinata ad esplodere a sportelli bancari chiusi, e finalizzata dunque all’ennesimo attentato dimostrativo di quei mesi. La seconda per decisione “fascista” (di nuovo, virgolette necessarie, per consimile ma non analogo motivo) con finalità stragiste, di una potenza tale da fare un buco nel pavimento e di compiere la strage che fu. Strage assolutamente pianificata e voluta, perché l’esplosione era stata predisposta in orario di apertura della filiale, con la sala piena di gente, in tempo utile solo per permettere a chi aveva piazzato l’ordigno di allontanarsi senza pericolo.
Questo è lo scenario tecnico: ma al di là della manovalanza, chi ha pianificato e voluto la strage? Chi sono i mandanti?
Cominciamo dall’input che mi ha spinto a leggere Cucchiarelli. Prima vedo il film e ascolto una dichiarazione e una frase: la dichiarazione disegna uno scenario politico ben più ampio della coppia operativa anarchici-fascisti, vi si parla di NATO e di settori dei Servizi segreti. La frase detta non ricordo da chi, recita che il timer della bombaera di modello analogo a quelli usati in Israele.
Leggo poi, uno o due giorni dopo, due articoli sul film, su Repubblica e su il Giornale: in entrambi si riduce la doppia pista alla solita coppia antitetica-convergente anarco-fascista: la novità dell’inchiesta avrebbe riguardato insomma solo l’aspetto tecnico dei due ordigni, non la matrice ultima dell’attentato del 12 dicembre, il retroterra internazionale. Ma uno dei due giornalisti, Mario Cervi, ammette onestamente di aver letto solo il riassunto del libro di Cucchiarelli. Un riassunto che, volutamente o no, era nei fatti la “traduzione” censoria della verità vera del film, e probabilmente del libro. Come stanno veramente le cose?
Dunque compro, apro e leggo il Segreto di Piazza Fontana: a pagina 40, una scheda su Ordine Nuovo ricorda i legami di questo gruppo fascista scioltosi alla vigilia della strage del 12 dicembre, con l’agenzia portoghese Aginter Press di Guerin Serac e con l’OAS, di cui il gruppo copia la struttura “a nido d’ape”.
A pagina 270 si parla di un incontro a casa Pinelli – personaggio limpido in tutta la vicenda, come il commissario Calabresi – di “anarchici” quali Sottosanti (il sosia di Valpreda) e tra gli altri, Gianfranco Bertoli. Due figure ben diverse da Pino Pinelli, il primo fascista, il secondo così descritto da Cucchiarelli: “Bertoli era un anarchico particolare, in realtà manipolato da Ordine Nuovo. Gli anarchici Umberto Del Grande, Aldo Bonomi e Amedeo Bertolo nel 1971 volevano farlo fuggire in Svizzera e poi a Londra, ma sarà il Mossad a farlo rifugiare in Israele. Dietro gli ordinovisti del Veneto, infatti, spuntail servizio israeliano, che poi farà rientrare Bertoli in tempo per essere agganciato dai fascisti e arruolato per fare una strage ‘anarchico-individualista’: nel maggio 1973, un anno esatto dopo la morte del commissario ‘che avevaucciso Pinelli’, sarà Bertoli a eseguire la strage finto-anarchica alla Questura di Milano”.
A pagina 423 c’è la risposta dell’ordinovista Carlo Maria Maggi al suo camerata Carlo Digilio,che gli aveva chiesto “conto della strage”. “Digilio si sentì rispondere che non ci dovevano essere critiche: ‘I fatti del 12 dicembre erano solo la conclusione di quella che era stata la nostra strategia maturata nel corso di anni e c’era una mente organizzativa al di sopra della nostra che aveva voluto questa strategia’ ”.
A pagina 470, è riportato un giudizio dell’ordinovista Vincenzo Vinciguerra, che, con riferimento agli scenari anche internazionali dell’epoca, “invita a considerare un preciso triangolo: Grecia-Italia-Israele. Perché ‘il golpe di Atene (è Vinciguerra a parlare, ndr) e quello tentato a Roma possono essere interpretati non solo in chiave anticomunista ma anche pro-Israele …”.
Apagina 640 c’è la testimonianza di “Mister X” che “oggi è un tranquillo signore, ma ne 1969 era un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva”, incontrato più volte negli ultimi anni” dall’autore del libro. “Non dobbiamo dimenticare il ruolo dei servizi segreti israeliani. Tedeschi, il Direttore de il Borghese, aveva contatti oc l’Irgun. Giravano dei soldi. L’Irgun era di casa a il Borghese. A Roma finanziava il Soccorso tricolore. Ufficialmente erano soldi che provenivano da sottoscrizioni personali, ma non era così …”.
Ci fermiamo qui. Quanto accennato onestamente dal film, e quanto citato onestamente da Cucchiarelli, è un classico che si ritrova in ogni tappa della strategia della tensione degli anni Settanta, e che anzi ha un precedente significativo nell’attentato a Mattei. L’ultima battaglia di Mattei fu –come carte cantano – contro Israele: verità quasi banale, se si pensa alla strategia dell’ENI di collaborazione attiva con i paesi produttori di petrolio del Medio Oriente (tutti arabi, a parte l’Iran: non invece Israele, comunque privo di petrolio) comprese le sue punte più antisioniste e radicali come l’Egitto di Nasser e l’FLN algerino (2).
Ma continuiamo con lastrategia della tensione: interferenze e presenze israeliane erano già emerse nell’attentato di Bertoli del 1973, nel caso Argo 16 indagato dal giudice Mastelloni, nell’attentato di Bologna (dichiarazioni di Carlos), in quello di Ustica (il quinto scenario di Gatti, e forse l’inchiesta di Purgatori), e soprattutto nel caso Moro, come esternato ripetutamente – con decine e decine di articoli su tutta la stampa italiana – nel 1999 dall’allora Presidente della Commissioni antistragi Giovanni Pellegrino, prima che il parlamentare venisse messo a tacere dal fuoco incrociato di Galli della Loggiae Ferrara. Ora c’è anche la nuova lettura dell’attentato del 12 dicembre, la “grande madre” di tutte le stragi e vittime successive.Notizie di una pista Mossad erano già circolate all’epoca in Europa: ma Cucchiarelli fa di più, elenca fatti, propone fonti attendibili, riporta dichiarazioni precise e convergenti sulla presenza del servizio israeliano nella trama stragista.
Tutto questo poteva essere scoperto molto tempo fa. Perché allora il silenzio, perché un silenzio così lungo? In prima battuta la risposta è semplice: per la destra prendersela con gli anarchici è un gioco da ragazzi; per la sinistra, additare i fascisti è altrettanto semplice e proficuo. Nessuna delle due componenti – meno gli spesso ingenui anarchici, più i loro nemici-amici – facevano effettivamente paura. Sono i poteri forti che facevano e fanno paura: in particolare Israele il cui nome è, per i timorati e gli intimoriti, come quello di Dio. Anzi più di quello di Dio, perché non lo si può nominare non solo “invano” ma neanche a ragione e argomentatamente. Pena la doppia accusa di antisemitismo e di complottismo.
Oltre questa banale considerazione c’è poi un discorso più articolato, che Cucchiarelli affronta a fine libro: i giornalisti, i politici e i magistrati sono i principali responsabili dell’omertà diffusa su questo tabù storico, fattispecie particolare del più generale fenomeno dell’occultamento della storia (3).
Per quel che riguarda i giornalisti, bisogna dire che anche il libro di Cucchiarelli – dentro una struttura come già detto onesta, che nulla ha a che vedere con l’ingenuità semplicistica di certe analisi o il ciarpame di certi libri costruiti appositamente per depistare – induce, in alcuni suoi giudizi di sintesi, a qualche perplessità: laddove ad esempio disegnando le due cordate della strategia nascosta dietro la strage da lui individuate (p. 423) – la prima “ispirata a De Gaulle, puntava alla proclamazione dello stato d’emergenza, all’unione delle forze anticomuniste e a profonde revisioni costituzionali”, la seconda “prettamente fascista, guardava alla Grecia, ai carri armati nelle strade, al golpe militare”- dopo averne elencato i referenti nazionali (da un lato MSI, PSDI, e piccole parti del PSI e della DC; dall’altra ancora alcuni settori DC, Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo) riduce lo “scenario internazionale in cui gli avvenimenti italiani si inserivano” a una “Operazione Chaos promossa dagli USA a partire dal 1966-67”. E Israele?
In effetti l’affermazione è riduttiva, e non solo perché l’anticomunismo di De Gaulle non impediva la sua opzione per una “Europa dall’Atlantico agli Urali”, ma anche perché essa confligge con le stesse unità di notizia sul ruolo israeliano che l’autore fedelmente riferisce in altre pagine del suo lavoro, unità di notizia che nel giudizio di sintesi dovrebbero essere incluse in una delle due (o tutte e due le) cordate citate.
Le perplessità d’altro canto potrebbero richiamare una carenza di conoscenza e diffusione non dico delle specifiche analisi, ma delle ipotesi circolate su altri attentati e attività eversive extranazionali dell’epoca, ipotesi che vanno esattamente nella stessa direzione “revisionista” del lavoro di Cucchiarelli.
Due esempi al proposito: il primo è il dato di fatto che già negli anni Cinquanta e Sessanta gli Stati Uniti erano caratterizzati da quel fenomenodi cui all’analisi recente di Walt e Meisheimer sulla lobby pro israeliana (4): a chi dunque apparteneva veramente, dentro l’Amministrazione e il Congresso, la strategia-operazione del Chaos? Eisenhower aveva bloccato Israele durante la guerra di Suez, costringendo lo Stato ebraico e i suoi alleati anglofrancesi a fare marcia indietro. Nello stesso periodo, anno 1957,il sottosegretario agli esteri italiani Folchi aveva ammonito Mattei a non attaccare pubblicamente lo Stato ebraico per i danni subiti dai pozzi italo-egiziani durante la guerra di Suez, perché una simile sortita avrebbe danneggiato anche i rapporti dell’Italia con gli Stati Uniti, dove Israele – scriveva Folchi - era protetto anche materialmente da “circoli finanziari e politici” presenti nel Congresso (5).
Anche Kennedy, peraltro sensibile alla questione del “signoraggio” – vale a dire dello strapotere della grande finanza (anche) sionista sull’economia e sul mondo politico USA -aveva cercato di arginare Israele su un terreno assai sensibile per Tel Aviv: il presidente USA era in rapporti non ostili ma di dialogo con Nasser, l’Hitler arabo dell’epoca secondo la propaganda sionista, eaveva chiesto all’allora premier Levi Eshkol di poter ispezionare la neonata centrale nucleare di Dimona.Pochi mesi dopo sarebbe stato assassinato. Non è casuale allora la terza ipotesi tra quella (farsesca) del comunista Oswald e quella dei soliti “petrolieri”. Il Mossad, appunto (6). Morto Kennedy, sarebbe diventato presidente il filoisraeliano Johnson,favorevole tra l’altro alla guerra contro il Vietnam: siamo appunto al “1966-67” gli anni dell’ “operazione chaos” ricordati da Cucchiarelli.
Questo per quel che riguarda gli USA. Il secondo esempio riguarda l’OAS, citata ne Il Segreto di Piazza Fontana tra l’altro nella scheda su Ordine Nuovo, il gruppo neofascista a a valle manipolatore del losco “anarco-kibbutzista” Bertoli e di Valpreda, e a monte, in buoni rapporti col Mossad e lo Stato d’Israele. Ora, è poco noto ma è certo che anche l’OAS era in ultima analisi legata a Israele e alla causa sionista: l’FLN algerino era in guerra non solo con l’esercito occupante, ma anche con la comunità ebraica della colonia francese, antiindependentista, e che appunto – come riferito tra gli altri dal Corriere della Sera del 1962 – era schierata con Parigi e – vedi stampa ebraica italiana dello stesso periodo (7) – era difesa da Israele. Il capo dell’OAS, Jacques Soustelle, si sarebbe rivelato dopo la fine della guerra d’Algeria un filoisraeliano convinto (8) .

Ora, se non si assumono questi ed altri dati, se non li si ripescano nella memoria perduta e occultata della storia dell’OAS, si perdono alcune coincidenze e il quadro d’assieme che potrebbero altrimenti condurre alla “centralità” istraeliana o israelo-americana della strage di Piazza Fontana. La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo – grande capolavoro, ma venato da un certo “buonismo” terzomondista che celava di fatto lo scontro tra FLN e ebrei algerini – non aiuta in questo senso. Come sempre, fare emergere dentro la verità storica generale, quella specifica dell’eventuale ruolo dello Stato ebraico e delle sue specifiche strategie di sopravvivenza-difesa, è operazione difficile.
Ma, ripeto, si legga l’OAS come organicamente coerente alla strategia antiaraba israeliana, e allora tutto quadra ancor di più dei tasselli messi assieme da Cucchiarelli, che peraltro riporta nel libro – come già detto - il commento di Vincenzo Vinciguerra su una valenza anche proisraeliana, e non solo anticomunista, del golpe dei colonnelli in Grecia. E ricorda ancora - l’ordinovista di Udine che ebbe a tacere Carlo Digilio sul “perché” la strage - come il nemico di Kissinger Moro era anche lui nel mirino del terrorismo israelo-neofascista dei primi anni Settanta, fin dai tempi dell’attentato alla Questura di Milano del 73.
Certo, a questo punto potrebbe sembrare assurdo che Israele usi e sostenga sia i neonazisti di Ordine Nuovo sia le BR comuniste di Moretti, o che un servizio segreto come il Mossad abbia potuto lasciare traccia di sé con la storia dei timers usati in Israele.
Ma entrambe le perplessità sfumano di fronte a due connesse considerazioni: la prima è che quel che è sempre interessato allo Stato ebraico – come dimostra tutta la sua storia – è il caos tra le “nazioni gentili” e nelle “nazioni gentili” da sottomettere ai suoi disegni; la seconda la prendo da Eric Salerno, Mossad base Italia: "E' consuetudine del Mossad lasciare un'ombra di mistero intorno a tutte le operazioni che gli vengono attribuite. Non conferma né smentisce” (9).
Questo per quel che riguarda i giornalisti. Quanto alle altre due categorie coinvolte nel processo omertoso di occultamento della verità storica, Cucchiarelli cita una frase di Pasolini: “L’inchiesta sul golpe (Tamburino, Vitalone …) l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, o vari processi contro i delitti nei-fascisti … Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? E’ spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’è il problema dlela magistratura e delle sue scelte politiche. Ma mentre contro tutti gli uomini politici tutti noi ( …) abbiamo il coraggio di parlare, perché in fondo gfli uomini politici sono cinici,. Disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conosvcono un sia pur grossolano fair play, a proposito dei magistrati tutti stanno zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura”.
Cucchiarelli ha quasi completamente ragione a citare questo passo: quasi perché in effetti proprio la strategia della tensione dimostra come spesso quella che appare come la verità vera da sostituire alle tesi ufficiali, è a sua volta complessa e ostacolo per raggiungere uno scenario veramente esaustivo, comprensivo delle proiezioni o origini internazionali della strage di turno. Non è sempre responsabilità dei neofascisti.
Ha comunque del tutto ragione per quel che riguarda i magistrati: quante inchieste su oscuri o intuibili intrecci tra sigle estremiste di destra e di sinistra e Israele o il sionismo, sono state portate a termine dai magistrati italiani? Piazza Fontana, Bertoli, Argo 16, Piazza Bologna, Moro, Ustica, a cui aggiungere forse Piazza della Loggia e Mattei … Nessuna. I politici farebbero bene a parlare, parlare, parlare, come a tratti facevano ai tempi di Tangentopoli (persino Mancino fece un accenno alla “lobby ebraica”, poi venne criticato duramente dalla comunità romana e finì per partorire l’ambigua legge che porta il suo nome), e come ha fatto in Inghilterra Tony Blair, quando ha confessato candidamente, a occupazione britannica conclusa, che l’adesione di Londra alla guerra contro Saddam era stata co-decisa assieme a ufficiali israeliani. Incredibile per un discendente del glorioso Impero britannico! (10)
I magistrati dovrebbero riflettere sulla loro contraddizione: se sia coerente il coraggio di ribellarsi al Parlamento sovrano, depositario per norma costituzionale e per elezione del popolo sovrano, del potere legislativo che solo ad esso compete, con la subalternità di fatto nei confronti di chi arrogantemente tratta l’Italia come una sua colonia, quei Poteri occulti più o meno “forti” che spetta appunto alla autorità giudiziaria smascherare e punire. Ci vorrebbe uno sforzo comune o convergente, di cui però non si vedono adesso segnali: è augurabile che i frutti della decennale ricerca di Cucchiarelli abbiano un seguito in questo senso.

di Claudio Moffa  
 
NOTE
1) Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, Ponte delle Grazie, Firenze, 2012
2) Cfr. i documenti nel saggio Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé: l’ombra di Israele sul “caso Mattei”, in AA.VV, Enrico Mattei. Il coraggio e la storia, a cura di Claudio Moffa, Roma 2007.
3) www.claudiomoffa.it, “L’occultamento della storia”, 25 luglio 2011.
4) John Mearsheimer and Stephen Walt, La Israel Lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano 2007.
5) Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé, cit.
6) Michael Collins Piper, Final judgment: The missing link in the JFK assassination conspiracy, (Paperback).In rete (http://www.metaforum.it/archivio/2009/showthread920d.html?t=6178) si trova notizia anche di una intervista a Mordechay Vanunu citata da Aaron Klein nel WorldNetDaily.com del 25 luglio 2004. Vi si leggeche “il giornale Al-Hayat, che ha sede a Londra, ha pubblicato ieri (il 24-7, n.d.t.) un'intervista, dichiarando che e' la prima rilasciata da Vanunu, e nella quale il fisico israeliano afferma che secondo "certe indicazioni vicine", Kennedy e' stato assassinato a seguito della "pressione che aveva esercitato sul capo del governo israeliano, David Ben-Gurion, per fare luce sul reattore nucleare di Dimona." "Noi non sappiamo quale irresponsabile Primo Ministro israeliano assumera' l'incarico e decidera' di fare uso delle armi nucleari nelle battaglie con gli altri stati Arabi confinanti," cosi' viene riportato quello che Vanunu ha detto. "Quanto e' gia' stato rivelato sulle armi di cui Israelee' in possesso puo' distruggere la regione e uccidere milioni di persone."
7) “La dolorosa situazione degli Ebrei algerini”, in Israel, settimanale ebraico, anno XLVII, 27, 25 gennaio 1962, p. 1. Vi si cita la corrispondenza di Egisto Corradi sul Corriere della Sera del 18 gennaio precedente. Brani e commenti nel mio “Il caso Mattei e il conflitto arabo-israeliano”,Eurasia, 4, 2007, pp. 255-269
8) Jacques Soustelle, antifascista collaboratore di De Gaulle durante la Resistenza, ruppe col generale sulla questione algerina - era contrario all’abbandono della colonia - aderendo all’OAS nel 1960. In esilio nel 1962, tornò in Francia nel 1968. Espresse le sue posizioni su Israele nel suo La longue marche d’Israel, 1968. Fu presidente dell’Associazione Francia-Israele.
9) Eric Salerno, Mossad, base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste , Il Saggiatore, Milano 2010 p. 162.
10) www.claudiomoffa.it, 25 febbraio 2010, Tony Blair, l’ascari di Israele

14 aprile 2012

Il Politico e i “Mercati”





Il Politico e i “Mercati”
Scrive Massimo Riva che «non c’è bisogno di rifarsi ai recenti allarmi della Corte dei conti per sapere che, togliendo ancora più soldi dalle tasche dei contribuenti, si deprime la crescita». (1) E si potrebbe aggiungere che non c’è bisogno di essere economisti per capire che far cadere la domanda interna per evitare il tracollo finanziario non può che danneggiare gravemente l’economia del nostro Paese – notoriamente fondata sulle Pmi e su quelle (poche) grandi imprese strategiche (pubbliche) che non sono state “liquidate” negli anni Novanta. Di conseguenza, afferma Riva che le misure approvate dal governo Monti nei mesi scorsi, sotto la pressione cogente degli attacchi speculativi sui titoli del Tesoro, fanno correre al nostro Paese il rischio di precipitare in una spirale perversa, di avvitarsi sempre più velocemente verso il basso. Ma, sebbene questa affermazione sia indubbiamente corretta e condivisibile, si deve pure rilevare che Massimo Riva, secondo cui una volta «salvata l’Italia, è bene che Mario Monti si occupi di salvare gli italiani», non prende affatto in considerazione che l’interesse dei “mercati” possa essere assai diverso da quello degli italiani (ovvero da quello della stragrande maggioranza del popolo italiano).
Al riguardo, è opportuno ricordare che il sociologo Luciano Gallino ha messo chiaramente in luce come sia del tutto inutile cercare di risolvere la crisi economica senza riformare il sistema finanziario. (2) Difatti, secondo Gallino, la crisi dei bilanci pubblici è in realtà la crisi dei bilanci delle banche, manifestatasi appieno nel 2007-2008. Eppure, nota Gallino, i gruppi finanziari «salvati dallo Stato a suon di trilioni di dollari e di euro spesi o impegnati (più di 15 in Usa, almeno 3 nella Ue) sono ora, in termini di attivi in bilancio, grandi il doppio». Insomma, nulla è cambiato in questi ultimi anni e lo tsunami finanziario adesso minaccia di travolgere l’economia dei Paesi dell’Eurozona – e si badi che anche al collasso finanziario del 1929 seguì, pochi anni dopo, il crollo dell’economia reale, la “Grande Depressione”, che l’America non superò grazie al New Deal (che invece fu un mezzo fallimento, tanto che negli Usa, se la spesa pubblica civile crebbe dai circa 10 miliardi di dollari del 1929 ai 17,2 del 1939, nello stesso arco di tempo il Pil calò da 104,4 a 91,1 miliardi di dollari e la disoccupazione aumentò dal 3,2% al 17,2%), bensì perché al termine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti erano diventati, dal punto di vista economico, i padroni del mondo.
Del resto, l’analisi di Gallino è confermata dal fatto che nel dicembre scorso la Bce ha immesso nel sistema bancario quasi 500 miliardi di euro, ad un tasso di interesse dell’1%, affinché le banche potessero acquistare nuovi titoli di Stato ad alta redditività, e non al fine di aiutare le famiglie in difficoltà e promuovere, come si potrebbe credere, le attività produttive e gli investimenti in settori chiave del sistema economico dell’Eurozona. Scopo di questa generosa iniezione era, infatti, quello di «perpetuare il meccanismo della speculazione finanziaria che ha generato per anni la parte più consistente dei guadagni delle banche nell’ultimo decennio e che è stata poi, con le sue gigantesche perdite, le cui dimensioni non sono ancora mai state quantificate, la vera origine della crisi». (3)

D’altronde, dovrebbe essere ovvio – anche se la maggior parte dei cosiddetti “analisti” pare non rendersene pienamente conto – che i “mercati” agiscono anche secondo determinate “tendenze geostrategiche”, di cui non necessariamente sono del tutto consapevoli perfino i principali attori geopolitici. Si dovrebbe allora prendere atto che il terremoto finanziario che fa vacillare l’Occidente si origina da complessi processi storici che vedono emergere nuovi “soggetti” sullo scacchiere internazionale (Brics, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Unione Eurasiatica). Si è in presenza cioè di “tensioni di struttura” che fanno pure comprendere perché una potenza (geo)economica come la Germania tenda a rafforzare le sue relazioni commerciali con i Paesi dell’Est (Russia, Cina e India, in particolare), nonostante che la Germania non abbia (per ora) manifestato l’intenzione di preferire una strategia geopolitica basata su una autentica (e, a nostro giudizio, necessaria) Neue Ostpolitik.(4)
In quest’ottica, comunque, si dovrebbero interpretare anche le vicende della nostra Penisola, per quanto non sia un compito facile. Ovvero, si dovrebbe tener conto, pur dando per scontata l’incapacità dei vari governi Berlusconi (sul cui americanismo nessuno ha mai avuto dubbi), che gli accordi con la Russia (South Stream) e con la Giamahiria (un giro d’affari, secondo alcuni, di circa duecento miliardi di euro) erano un chiaro indice di quale doveva – e dovrebbe – essere l’ “orientamento geopolitico” dell’economia italiana, al di là di ogni altra (pur essenziale) considerazione, posto che si ritenga fondamentale l’interesse degli italiani, anziché quello dei “mercati”. Non a caso, questi ultimi, dopo l’aggressione contro la Libia (aggressione che Berlusconi in un primo momento sembrava voler condannare, anche se poi, con il crescere della pressione “interna” e soprattutto “esterna”, il “nostro condottiero” cedeva su tutta la linea, buttando a mare il Trattato di Bengasi e con esso pure ogni parvenza di autonomia del Bel Paese), hanno preteso che alla guida dell’Italia vi fosse un “loro uomo” e che Difesa ed Esteri fossero saldamente sotto il controllo di Washington, onde evitare il ripetersi di altri “giri di valzer” e che certe “posizioni” potessero essere sfruttate da “giocatori” assai più abili dello gnomo (in senso politico, sia chiaro) di Arcore.
Se però è palese che “mercati” e centri di potere atlantisti agiscano sulla base delle medesime logiche di potere, sì da configurarsi come due facce di un’unica medaglia, sarebbe pure indispensabile che la politica del nostro Paese (e ovviamente quella dell’Europa continentale) non fosse in contraddizione con i “movimenti tettonici” che stanno mutando il volto geopolitico del pianeta, mentre si sa che i “mercati” spingono in ben altra direzione. Perciò, non sorprende che si sia venuta a creare una situazione internazionale in cui ai suddetti “movimenti tettonici” si sommano le esigenze di un sistema finanziario, che per sopravvivere deve sia imporre l’ideologia delle merce in tutti gli strati sociali e in tutti i mondi vitali – dato che il Welfare europeo sarebbe morto, come Mario Draghi, un altro “condottiero italiano” al servizio dello straniero d’oltreoceano, ha esplicitamente dichiarato (lasciando intendere per quale Europa gli italiani si devono sacrificare) -, sia favorire quella “geopolitica del caos” che articola la volontà di potenza atlantista e che è a fondamento della stessa prepotenza dei “mercati”.
Il che, naturalmente, significa che mancano (ancora?) le condizioni geopolitiche per attuare quella radicale riforma del sistema finanziario (che in definitiva consisterebbe nell’imporre ai “mercati” la logica e la volontà di un “Politico sovrano”), senza la quale, come giustamente sostiene Gallino, la crisi dell’economia reale è destinata a continuare, se non addirittura a peggiorare. E tuttavia, nulla è più lontano dalla realtà che l’immagine di un unico centro di potere “politico-finanziario” in grado di dominare l’intero Occidente, dacché il capitalismo, pur nelle sue molteplici e complesse configurazioni, si caratterizza proprio per lo scontro tra gli stessi gruppi (sub)dominanti. Il “sistema” cioè non può non essere strutturato anche da “contraddizioni interne”, che derivano dalla lotta politica, riguardo alla distribuzione delle quote di potere e di ricchezza, tra i diversi membri dei gruppi(sub)dominanti. Una lotta che si combatte in Europa anche (ma indubbiamente non solo) “a colpi di spread”, ma senza che vi sia più il “paracadute” dell’anticomunismo. Sicché, anche se nulla garantisce all’Italia, o meglio agli italiani di venire salvati dagli “alleati” – i quali, nel migliore dei casi, fanno dipendere la salvezza degli italiani da quella dei “mercati” – è logico che una prolungata e forte contrazione della nostra economia non possa non preoccupare i “mercati”, considerando anche le notevoli dimensioni del nostro debito pubblico.
Si spiega dunque perché sia terminata la luna di miele tra il nostro “Commissario tecnico” e i grandi quotidiani angloamericani, come il Wall Street Journal e il Financial Times, che adesso nutrono parecchi dubbi per quanto concerne la manovra “salva Italia”, al punto che il Wall Street Journal non esita a ritenerla controproducente: «Le misure di austerity in Italia stanno bloccando l’attività nella terza principale economia dell’eurozona, secondo quanto appare dai dati economici più recenti che dimostrano come queste misure sono controproducenti [dato che] i recenti aumenti delle tasse stanno aiutando l’Italia a tagliare il suo deficit, ma al contempo stanno spingendo l’attività economica a contrarsi ancora più velocemente». (5)
In sostanza, se da un lato, difficilmente vi può essere crescita economica, dato che si devono pagare (e in buona parte a investitori stranieri) alti tassi d’interesse su un debito pubblico nettamente superiore al Pil, dall’altro, difficilmente si possono pagare tali interessi, senza crescita economica. E più aumenta lo spread più si aggravano le condizioni economiche del nostro Paese. Una “aporia” (anche nel senso letterale del termine ossia ”vicolo cieco”) che non consente di farsi illusioni, anche perché la vulnerabilità finanziaria è conseguenza di una vulnerabilità strategica a cui nessuno può seriamente credere si possa porre rimedio con la flessibilità del lavoro e le privatizzazioni di alcuni servizi. Inoltre, i “mercati” non possono non tirare la corda, rischiando perfino che si spezzi, vuoi per evitare di pagare il prezzo del divario tra economia reale e sistema finanziario (tanto è vero che «mentre il valore dell’intero prodotto mondiale nel 2010 è stato di circa 70.000 miliardi di dollari, la “sola” speculazione finanziaria sui titoli derivati fuori dai circuiti controllati, escludendo quindi il valore dei mercati borsistici internazionali e del mercato dei cambi, è valutata nel 2011 da Der Spiegel in ben 708.000 miliardi di dollari!»), (6) vuoi per costringere l’Eurozona a “farsi carico” della crisi di un “sistema” tuttora imperniato sull’egemonia del dollaro – ovverosia su quella funzione politica “mistificata” dell’Economico che è il tratto costitutivo dell’Occidente.
“Crisi” allora, in primo luogo, non finanziaria, ma politica e strategica quella che attanaglia l’Occidente e in specie l’Eurozona, sebbene il nostro Paese “sconti” pure un europeismo superficiale e “ingenuo”, che ha portato a giustificare la svendita di gran parte del nostro patrimonio strategico, nella convinzione che una volta “entrati in Europa” non ci sarebbero stati più italiani ma “unicamente” europei. Una scelta politica che si potrebbe definire “euroamericana”, piuttosto che europeista, e che non si può non ritenere assai poco “lungimirante”, se gli italiani, orfani da almeno due decenni di una classe dirigente degna di questo nome, hanno ormai ben poche possibilità di impedire che l’Italia divenga terra di conquista per potentati stranieri. Se poi in ciò qualcuno vedesse il concreto superamento del nazionalismo, anche ammesso e non concesso che fosse in buonafede, evidentemente confonderebbe il nazionalismo con il diritto di un Paese a non essere colonizzato, né da altri Paesi né dai “mercati”.
Per questa ragione, a nostro avviso, non solo l’Italia ma l’Europa dovrebbe riconoscere che i “mercati”, lungi dall’essere neutrali, sono “veicolo” di interessi (geo)strategici e (geo)economici, che sono opposti a (più che diversi da) quelli di gran parte degli europei. Vale a dire che ci si dovrebbe porre il problema di “salvare” non i “mercati”, ma i popoli europei. Un problema però che l’attuale classe politica europea non vuole porsi, avendo già scelto da tempo di lasciare proprio ai “mercati” il compito di “decidere”. Rebus sic stantibus, non ci vuole molto a capire che è la stessa l’Europa a trovarsi in un “vicolo cieco”, per aver creduto di poter aggirare gli ostacoli della geopolitica. E adesso che quest’ultima bussa alla porta del Vecchio Continente, si deve temere il peggio per gli europei, se non per l’Unione Europea. Nondimeno, è anche vero che i “mercati” non sono affatto in grado di risolvere la crisi del “sistema”, mentre il Politico può “decidere” di cambiare le regole del gioco, benché non occorra dire che sia assai improbabile che ciò si verifichi. Eppure, prima o poi, i nodi verranno il pettine. Ma se di questo si può essere certi, allora può darsi pure che non tutto il male venga per nuocere.

di Fabio Falchi 


NOTE:

1) M. Riva, Così ci si avvita: verso il baratro, http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-ci-si-avvita-verso-il-baratro/2177258.
2) Vedi L. Gallino, Tutto inutile senza la riforma della finanza, http://temi.repubblica.it/micromega-online/tutto-inutile-senza-la-riforma-della-finanza/.
3) G. Colonna, Il Natale delle banche, http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41703.
4) Vedi G. Friedman, The State of the World: Germany’s Strategy, http://www.stratfor.com/weekly/state-world-germanys-strategy, e la nostra analisi di questo articolo di Friedman, La strategia della Germania , http://www.eurasia-rivista.org/la-strategia-della-germania/14511/.
5) Wall Street Journal: “L’austerity in Italia è una minaccia per l’economia dell’Eurozona” http://www.repubblica.it/economia/2012/04/04/news/wall_street_journal_l_austerity_in_italia_blocca_l_economia_dell_eurozona-32729610/ .

13 aprile 2012

Il collasso della Lega fa crollare definitivamente la credibilità della forma-partito






Con le dimissioni di Umberto Bossi da segretario della Lega finisce un'epoca. E una speranza. La Lega è un prodotto del più grande sconvolgimento avvenuto in Europa nel dopoguerra, il tracollo dell'Unione Sovietica, che portò alla fine di un Impero, alla liberazione dei 'Paesi satelliti', delle repubbliche baltiche, alla riunificazione della Germania, alla disgregazione della Jugoslavia. Più modestamente in Italia molti elettori che per decenni avevano votato, turandosi il naso, per la Dc, il Psi, il pentapartito, scomparso il pericolo comunista, rivolsero la loro attenzione a questo movimento strano e nuovo, nel linguaggio, nei contenuti, nei programmi e nella dichiarata intenzione di dare battaglia alla partitocrazia, alle sue pratiche clientelari e lottizzatrici, alla sua corruzione di sistema. Contro la Lega i partiti, le Tv, i giornali ( tutti, perchè tutti erano compromessi con la Prima Repubblica) organizzarono un fuoco di sbarramento quale non si era visto nemmeno all'epoca delle Brigate Rosse. Ma il movimento di Bossi riuscì a resistere. Dopo vent'anni di consociativismo era nata finalmente una forza di opposizione. Ciò permise alla Magistratura di avviare le inchieste sull'endemica corruzione dei partiti. Crollava così la Prima Repubblica. Ma alle elezioni del 1994 si assistette a un fatto strabiliante. Bossi aveva scosso l'albero ma i frutti li aveva colti Berlusconi, il principale sodale economico di colui che era ritenuto l'emblema stesso della corruzione della Prima Repubblica, Bettino Craxi. Fiutato il pericolo Bossi nel 1995, col suo più bel discorso tenuto in Parlamento, fece cadere, dopo solo un anno, il primo governo Berlusconi. E si mise con le sinistre. Ma in breve queste lo regalarono di nuovo a Berlusconi, per insipienza (La sola cosa intelligente che D'Alema ha detto in vita sua è: “La Lega è una costola della sinistra”. Bossi è sempre stato un uomo di sinistra, lui stesso me lo confessò, una notte, davanti alla solita pizza). L'alleanza duratura con Berlusconi fu l'inizio della fine della Lega. Perse tutti i suoi connotati fondanti. Era un movimento che puntava sull'identità e si alleava con uno che viveva nell'etere. Era un movimento localista e quindi, in sé, antiglobalizzazione e si alleava con un globalizzatore assatanato. Era un movimento antiamericano e si alleava con uno più americano degli americani. Le sue fortune erano andate di pari passo con le inchieste giudiziarie e dovette allinearsi con la devastante compagna di delegittimazione della Magistratura condotta da Berlusconi e dai suoi.
Berlusconi è stato il primo assassino di Bossi. Il resto l'ha fatto il sistema dei partiti. La melanconica parabola della Lega dimostra che non si può entrare in questo sistema senza assumerne i connotati. La prima Lega era partita lancia in resta contro la lottizzazione, soprattutto in Rai, e ha finito per lottizzare come tutti. Aveva fatto della lotta alla corruzione la sua bandiera e si è corrotta.
Adesso la meschina soddisfazione dei partiti e dei loro reggicoda (“ Vedete, anche la Lega è come tutti gli altri, è come noi”) è del tipo di quella del marito che, per far dispetto alla moglie, si taglia i coglioni. Il collasso della Lega fa crollare definitivamente la credibilità della forma-partito, già ai minimi termini, e mette anche in serio dubbio la validità della stessa democrazia, almeno così come si è realizzata in Italia.
Infine due parole su Bossi. Considero Umberto Bossi l'unico, vero, uomo politico comparso sulla scena negli ultimi vent'anni, il solo animato da un'autentica, disinteressata, passione che ha finito per pagare con la salute. E in quest'ora della sua fine politica voglio dirgli, con rispetto, con ammirazione e con affetto: grazie Umberto.
di Massimo Fini 

Nel segreto di Piazza Fontana c'è anche il Mossad: vecchi e nuovi scenari



UN LIBRO INCHIESTA APRE NUOVI
E ALLO STESSO TEMPO "VECCHI" SCENARI


Chi ha voluto e fatto la strage di Piazza Fontana? Dopo quasi mezzo secolo di inchieste giudiziarie fallimentari, Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli (1) – alla cui decennaleinchiesta giornalistica ha attinto Marco Tullio Giordana per il film proiettato in queste settimane in tutte le

Il caso OAS: clicca sull'immagine per leggere l'originale
principali sale cinematografiche italiane – offre un nuovo scenario, già emerso nell’inverno 1969-70, presto dimenticato e oggi messo a disposizione dei lettori pronti a leggere le 687 pagine del volume. Uno scenario molto utile a rispondere all’interrogativo, e la cui parte tecnica può essere così riassunta: non una, ma due furono le borse depositate sotto il tavolo della Banca Nazionale dell’Agricoltura, la prima per volontà “anarchica” (virgolette necessarie, perché dietro l’A cerchiata c’erano altri e opposti soggetti) a basso potenziale, destinata ad esplodere a sportelli bancari chiusi, e finalizzata dunque all’ennesimo attentato dimostrativo di quei mesi. La seconda per decisione “fascista” (di nuovo, virgolette necessarie, per consimile ma non analogo motivo) con finalità stragiste, di una potenza tale da fare un buco nel pavimento e di compiere la strage che fu. Strage assolutamente pianificata e voluta, perché l’esplosione era stata predisposta in orario di apertura della filiale, con la sala piena di gente, in tempo utile solo per permettere a chi aveva piazzato l’ordigno di allontanarsi senza pericolo.
Questo è lo scenario tecnico: ma al di là della manovalanza, chi ha pianificato e voluto la strage? Chi sono i mandanti?
Cominciamo dall’input che mi ha spinto a leggere Cucchiarelli. Prima vedo il film e ascolto una dichiarazione e una frase: la dichiarazione disegna uno scenario politico ben più ampio della coppia operativa anarchici-fascisti, vi si parla di NATO e di settori dei Servizi segreti. La frase detta non ricordo da chi, recita che il timer della bombaera di modello analogo a quelli usati in Israele.
Leggo poi, uno o due giorni dopo, due articoli sul film, su Repubblica e su il Giornale: in entrambi si riduce la doppia pista alla solita coppia antitetica-convergente anarco-fascista: la novità dell’inchiesta avrebbe riguardato insomma solo l’aspetto tecnico dei due ordigni, non la matrice ultima dell’attentato del 12 dicembre, il retroterra internazionale. Ma uno dei due giornalisti, Mario Cervi, ammette onestamente di aver letto solo il riassunto del libro di Cucchiarelli. Un riassunto che, volutamente o no, era nei fatti la “traduzione” censoria della verità vera del film, e probabilmente del libro. Come stanno veramente le cose?
Dunque compro, apro e leggo il Segreto di Piazza Fontana: a pagina 40, una scheda su Ordine Nuovo ricorda i legami di questo gruppo fascista scioltosi alla vigilia della strage del 12 dicembre, con l’agenzia portoghese Aginter Press di Guerin Serac e con l’OAS, di cui il gruppo copia la struttura “a nido d’ape”.
A pagina 270 si parla di un incontro a casa Pinelli – personaggio limpido in tutta la vicenda, come il commissario Calabresi – di “anarchici” quali Sottosanti (il sosia di Valpreda) e tra gli altri, Gianfranco Bertoli. Due figure ben diverse da Pino Pinelli, il primo fascista, il secondo così descritto da Cucchiarelli: “Bertoli era un anarchico particolare, in realtà manipolato da Ordine Nuovo. Gli anarchici Umberto Del Grande, Aldo Bonomi e Amedeo Bertolo nel 1971 volevano farlo fuggire in Svizzera e poi a Londra, ma sarà il Mossad a farlo rifugiare in Israele. Dietro gli ordinovisti del Veneto, infatti, spuntail servizio israeliano, che poi farà rientrare Bertoli in tempo per essere agganciato dai fascisti e arruolato per fare una strage ‘anarchico-individualista’: nel maggio 1973, un anno esatto dopo la morte del commissario ‘che avevaucciso Pinelli’, sarà Bertoli a eseguire la strage finto-anarchica alla Questura di Milano”.
A pagina 423 c’è la risposta dell’ordinovista Carlo Maria Maggi al suo camerata Carlo Digilio,che gli aveva chiesto “conto della strage”. “Digilio si sentì rispondere che non ci dovevano essere critiche: ‘I fatti del 12 dicembre erano solo la conclusione di quella che era stata la nostra strategia maturata nel corso di anni e c’era una mente organizzativa al di sopra della nostra che aveva voluto questa strategia’ ”.
A pagina 470, è riportato un giudizio dell’ordinovista Vincenzo Vinciguerra, che, con riferimento agli scenari anche internazionali dell’epoca, “invita a considerare un preciso triangolo: Grecia-Italia-Israele. Perché ‘il golpe di Atene (è Vinciguerra a parlare, ndr) e quello tentato a Roma possono essere interpretati non solo in chiave anticomunista ma anche pro-Israele …”.
Apagina 640 c’è la testimonianza di “Mister X” che “oggi è un tranquillo signore, ma ne 1969 era un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva”, incontrato più volte negli ultimi anni” dall’autore del libro. “Non dobbiamo dimenticare il ruolo dei servizi segreti israeliani. Tedeschi, il Direttore de il Borghese, aveva contatti oc l’Irgun. Giravano dei soldi. L’Irgun era di casa a il Borghese. A Roma finanziava il Soccorso tricolore. Ufficialmente erano soldi che provenivano da sottoscrizioni personali, ma non era così …”.
Ci fermiamo qui. Quanto accennato onestamente dal film, e quanto citato onestamente da Cucchiarelli, è un classico che si ritrova in ogni tappa della strategia della tensione degli anni Settanta, e che anzi ha un precedente significativo nell’attentato a Mattei. L’ultima battaglia di Mattei fu –come carte cantano – contro Israele: verità quasi banale, se si pensa alla strategia dell’ENI di collaborazione attiva con i paesi produttori di petrolio del Medio Oriente (tutti arabi, a parte l’Iran: non invece Israele, comunque privo di petrolio) comprese le sue punte più antisioniste e radicali come l’Egitto di Nasser e l’FLN algerino (2).
Ma continuiamo con lastrategia della tensione: interferenze e presenze israeliane erano già emerse nell’attentato di Bertoli del 1973, nel caso Argo 16 indagato dal giudice Mastelloni, nell’attentato di Bologna (dichiarazioni di Carlos), in quello di Ustica (il quinto scenario di Gatti, e forse l’inchiesta di Purgatori), e soprattutto nel caso Moro, come esternato ripetutamente – con decine e decine di articoli su tutta la stampa italiana – nel 1999 dall’allora Presidente della Commissioni antistragi Giovanni Pellegrino, prima che il parlamentare venisse messo a tacere dal fuoco incrociato di Galli della Loggiae Ferrara. Ora c’è anche la nuova lettura dell’attentato del 12 dicembre, la “grande madre” di tutte le stragi e vittime successive.Notizie di una pista Mossad erano già circolate all’epoca in Europa: ma Cucchiarelli fa di più, elenca fatti, propone fonti attendibili, riporta dichiarazioni precise e convergenti sulla presenza del servizio israeliano nella trama stragista.
Tutto questo poteva essere scoperto molto tempo fa. Perché allora il silenzio, perché un silenzio così lungo? In prima battuta la risposta è semplice: per la destra prendersela con gli anarchici è un gioco da ragazzi; per la sinistra, additare i fascisti è altrettanto semplice e proficuo. Nessuna delle due componenti – meno gli spesso ingenui anarchici, più i loro nemici-amici – facevano effettivamente paura. Sono i poteri forti che facevano e fanno paura: in particolare Israele il cui nome è, per i timorati e gli intimoriti, come quello di Dio. Anzi più di quello di Dio, perché non lo si può nominare non solo “invano” ma neanche a ragione e argomentatamente. Pena la doppia accusa di antisemitismo e di complottismo.
Oltre questa banale considerazione c’è poi un discorso più articolato, che Cucchiarelli affronta a fine libro: i giornalisti, i politici e i magistrati sono i principali responsabili dell’omertà diffusa su questo tabù storico, fattispecie particolare del più generale fenomeno dell’occultamento della storia (3).
Per quel che riguarda i giornalisti, bisogna dire che anche il libro di Cucchiarelli – dentro una struttura come già detto onesta, che nulla ha a che vedere con l’ingenuità semplicistica di certe analisi o il ciarpame di certi libri costruiti appositamente per depistare – induce, in alcuni suoi giudizi di sintesi, a qualche perplessità: laddove ad esempio disegnando le due cordate della strategia nascosta dietro la strage da lui individuate (p. 423) – la prima “ispirata a De Gaulle, puntava alla proclamazione dello stato d’emergenza, all’unione delle forze anticomuniste e a profonde revisioni costituzionali”, la seconda “prettamente fascista, guardava alla Grecia, ai carri armati nelle strade, al golpe militare”- dopo averne elencato i referenti nazionali (da un lato MSI, PSDI, e piccole parti del PSI e della DC; dall’altra ancora alcuni settori DC, Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo) riduce lo “scenario internazionale in cui gli avvenimenti italiani si inserivano” a una “Operazione Chaos promossa dagli USA a partire dal 1966-67”. E Israele?
In effetti l’affermazione è riduttiva, e non solo perché l’anticomunismo di De Gaulle non impediva la sua opzione per una “Europa dall’Atlantico agli Urali”, ma anche perché essa confligge con le stesse unità di notizia sul ruolo israeliano che l’autore fedelmente riferisce in altre pagine del suo lavoro, unità di notizia che nel giudizio di sintesi dovrebbero essere incluse in una delle due (o tutte e due le) cordate citate.
Le perplessità d’altro canto potrebbero richiamare una carenza di conoscenza e diffusione non dico delle specifiche analisi, ma delle ipotesi circolate su altri attentati e attività eversive extranazionali dell’epoca, ipotesi che vanno esattamente nella stessa direzione “revisionista” del lavoro di Cucchiarelli.
Due esempi al proposito: il primo è il dato di fatto che già negli anni Cinquanta e Sessanta gli Stati Uniti erano caratterizzati da quel fenomenodi cui all’analisi recente di Walt e Meisheimer sulla lobby pro israeliana (4): a chi dunque apparteneva veramente, dentro l’Amministrazione e il Congresso, la strategia-operazione del Chaos? Eisenhower aveva bloccato Israele durante la guerra di Suez, costringendo lo Stato ebraico e i suoi alleati anglofrancesi a fare marcia indietro. Nello stesso periodo, anno 1957,il sottosegretario agli esteri italiani Folchi aveva ammonito Mattei a non attaccare pubblicamente lo Stato ebraico per i danni subiti dai pozzi italo-egiziani durante la guerra di Suez, perché una simile sortita avrebbe danneggiato anche i rapporti dell’Italia con gli Stati Uniti, dove Israele – scriveva Folchi - era protetto anche materialmente da “circoli finanziari e politici” presenti nel Congresso (5).
Anche Kennedy, peraltro sensibile alla questione del “signoraggio” – vale a dire dello strapotere della grande finanza (anche) sionista sull’economia e sul mondo politico USA -aveva cercato di arginare Israele su un terreno assai sensibile per Tel Aviv: il presidente USA era in rapporti non ostili ma di dialogo con Nasser, l’Hitler arabo dell’epoca secondo la propaganda sionista, eaveva chiesto all’allora premier Levi Eshkol di poter ispezionare la neonata centrale nucleare di Dimona.Pochi mesi dopo sarebbe stato assassinato. Non è casuale allora la terza ipotesi tra quella (farsesca) del comunista Oswald e quella dei soliti “petrolieri”. Il Mossad, appunto (6). Morto Kennedy, sarebbe diventato presidente il filoisraeliano Johnson,favorevole tra l’altro alla guerra contro il Vietnam: siamo appunto al “1966-67” gli anni dell’ “operazione chaos” ricordati da Cucchiarelli.
Questo per quel che riguarda gli USA. Il secondo esempio riguarda l’OAS, citata ne Il Segreto di Piazza Fontana tra l’altro nella scheda su Ordine Nuovo, il gruppo neofascista a a valle manipolatore del losco “anarco-kibbutzista” Bertoli e di Valpreda, e a monte, in buoni rapporti col Mossad e lo Stato d’Israele. Ora, è poco noto ma è certo che anche l’OAS era in ultima analisi legata a Israele e alla causa sionista: l’FLN algerino era in guerra non solo con l’esercito occupante, ma anche con la comunità ebraica della colonia francese, antiindependentista, e che appunto – come riferito tra gli altri dal Corriere della Sera del 1962 – era schierata con Parigi e – vedi stampa ebraica italiana dello stesso periodo (7) – era difesa da Israele. Il capo dell’OAS, Jacques Soustelle, si sarebbe rivelato dopo la fine della guerra d’Algeria un filoisraeliano convinto (8) .

Ora, se non si assumono questi ed altri dati, se non li si ripescano nella memoria perduta e occultata della storia dell’OAS, si perdono alcune coincidenze e il quadro d’assieme che potrebbero altrimenti condurre alla “centralità” istraeliana o israelo-americana della strage di Piazza Fontana. La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo – grande capolavoro, ma venato da un certo “buonismo” terzomondista che celava di fatto lo scontro tra FLN e ebrei algerini – non aiuta in questo senso. Come sempre, fare emergere dentro la verità storica generale, quella specifica dell’eventuale ruolo dello Stato ebraico e delle sue specifiche strategie di sopravvivenza-difesa, è operazione difficile.
Ma, ripeto, si legga l’OAS come organicamente coerente alla strategia antiaraba israeliana, e allora tutto quadra ancor di più dei tasselli messi assieme da Cucchiarelli, che peraltro riporta nel libro – come già detto - il commento di Vincenzo Vinciguerra su una valenza anche proisraeliana, e non solo anticomunista, del golpe dei colonnelli in Grecia. E ricorda ancora - l’ordinovista di Udine che ebbe a tacere Carlo Digilio sul “perché” la strage - come il nemico di Kissinger Moro era anche lui nel mirino del terrorismo israelo-neofascista dei primi anni Settanta, fin dai tempi dell’attentato alla Questura di Milano del 73.
Certo, a questo punto potrebbe sembrare assurdo che Israele usi e sostenga sia i neonazisti di Ordine Nuovo sia le BR comuniste di Moretti, o che un servizio segreto come il Mossad abbia potuto lasciare traccia di sé con la storia dei timers usati in Israele.
Ma entrambe le perplessità sfumano di fronte a due connesse considerazioni: la prima è che quel che è sempre interessato allo Stato ebraico – come dimostra tutta la sua storia – è il caos tra le “nazioni gentili” e nelle “nazioni gentili” da sottomettere ai suoi disegni; la seconda la prendo da Eric Salerno, Mossad base Italia: "E' consuetudine del Mossad lasciare un'ombra di mistero intorno a tutte le operazioni che gli vengono attribuite. Non conferma né smentisce” (9).
Questo per quel che riguarda i giornalisti. Quanto alle altre due categorie coinvolte nel processo omertoso di occultamento della verità storica, Cucchiarelli cita una frase di Pasolini: “L’inchiesta sul golpe (Tamburino, Vitalone …) l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, o vari processi contro i delitti nei-fascisti … Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? E’ spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’è il problema dlela magistratura e delle sue scelte politiche. Ma mentre contro tutti gli uomini politici tutti noi ( …) abbiamo il coraggio di parlare, perché in fondo gfli uomini politici sono cinici,. Disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conosvcono un sia pur grossolano fair play, a proposito dei magistrati tutti stanno zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura”.
Cucchiarelli ha quasi completamente ragione a citare questo passo: quasi perché in effetti proprio la strategia della tensione dimostra come spesso quella che appare come la verità vera da sostituire alle tesi ufficiali, è a sua volta complessa e ostacolo per raggiungere uno scenario veramente esaustivo, comprensivo delle proiezioni o origini internazionali della strage di turno. Non è sempre responsabilità dei neofascisti.
Ha comunque del tutto ragione per quel che riguarda i magistrati: quante inchieste su oscuri o intuibili intrecci tra sigle estremiste di destra e di sinistra e Israele o il sionismo, sono state portate a termine dai magistrati italiani? Piazza Fontana, Bertoli, Argo 16, Piazza Bologna, Moro, Ustica, a cui aggiungere forse Piazza della Loggia e Mattei … Nessuna. I politici farebbero bene a parlare, parlare, parlare, come a tratti facevano ai tempi di Tangentopoli (persino Mancino fece un accenno alla “lobby ebraica”, poi venne criticato duramente dalla comunità romana e finì per partorire l’ambigua legge che porta il suo nome), e come ha fatto in Inghilterra Tony Blair, quando ha confessato candidamente, a occupazione britannica conclusa, che l’adesione di Londra alla guerra contro Saddam era stata co-decisa assieme a ufficiali israeliani. Incredibile per un discendente del glorioso Impero britannico! (10)
I magistrati dovrebbero riflettere sulla loro contraddizione: se sia coerente il coraggio di ribellarsi al Parlamento sovrano, depositario per norma costituzionale e per elezione del popolo sovrano, del potere legislativo che solo ad esso compete, con la subalternità di fatto nei confronti di chi arrogantemente tratta l’Italia come una sua colonia, quei Poteri occulti più o meno “forti” che spetta appunto alla autorità giudiziaria smascherare e punire. Ci vorrebbe uno sforzo comune o convergente, di cui però non si vedono adesso segnali: è augurabile che i frutti della decennale ricerca di Cucchiarelli abbiano un seguito in questo senso.

di Claudio Moffa  
 
NOTE
1) Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, Ponte delle Grazie, Firenze, 2012
2) Cfr. i documenti nel saggio Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé: l’ombra di Israele sul “caso Mattei”, in AA.VV, Enrico Mattei. Il coraggio e la storia, a cura di Claudio Moffa, Roma 2007.
3) www.claudiomoffa.it, “L’occultamento della storia”, 25 luglio 2011.
4) John Mearsheimer and Stephen Walt, La Israel Lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano 2007.
5) Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé, cit.
6) Michael Collins Piper, Final judgment: The missing link in the JFK assassination conspiracy, (Paperback).In rete (http://www.metaforum.it/archivio/2009/showthread920d.html?t=6178) si trova notizia anche di una intervista a Mordechay Vanunu citata da Aaron Klein nel WorldNetDaily.com del 25 luglio 2004. Vi si leggeche “il giornale Al-Hayat, che ha sede a Londra, ha pubblicato ieri (il 24-7, n.d.t.) un'intervista, dichiarando che e' la prima rilasciata da Vanunu, e nella quale il fisico israeliano afferma che secondo "certe indicazioni vicine", Kennedy e' stato assassinato a seguito della "pressione che aveva esercitato sul capo del governo israeliano, David Ben-Gurion, per fare luce sul reattore nucleare di Dimona." "Noi non sappiamo quale irresponsabile Primo Ministro israeliano assumera' l'incarico e decidera' di fare uso delle armi nucleari nelle battaglie con gli altri stati Arabi confinanti," cosi' viene riportato quello che Vanunu ha detto. "Quanto e' gia' stato rivelato sulle armi di cui Israelee' in possesso puo' distruggere la regione e uccidere milioni di persone."
7) “La dolorosa situazione degli Ebrei algerini”, in Israel, settimanale ebraico, anno XLVII, 27, 25 gennaio 1962, p. 1. Vi si cita la corrispondenza di Egisto Corradi sul Corriere della Sera del 18 gennaio precedente. Brani e commenti nel mio “Il caso Mattei e il conflitto arabo-israeliano”,Eurasia, 4, 2007, pp. 255-269
8) Jacques Soustelle, antifascista collaboratore di De Gaulle durante la Resistenza, ruppe col generale sulla questione algerina - era contrario all’abbandono della colonia - aderendo all’OAS nel 1960. In esilio nel 1962, tornò in Francia nel 1968. Espresse le sue posizioni su Israele nel suo La longue marche d’Israel, 1968. Fu presidente dell’Associazione Francia-Israele.
9) Eric Salerno, Mossad, base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste , Il Saggiatore, Milano 2010 p. 162.
10) www.claudiomoffa.it, 25 febbraio 2010, Tony Blair, l’ascari di Israele