20 settembre 2013

Gli Stati Uniti giocano a monopoli, la Russia a scacchi




Gli Americani guardano ai vari pezzi del patrimonio immobiliare geopolitico come oggetti distinti l’uno dall’altro, mentre i Russi seguono l’interazione di tutte le loro sfere di interesse nel mondo. 

La Siria non è di alcun interesse strategico per la Russia e per altri. E’ un rottame di paese, con un economia irrimediabilmente compromessa, senza energia, acqua o cibo sufficienti da poter sostenere una fattibilità economica a lungo termine. 

Il miscuglio etnico lasciato dai cartografi britannici e francesi dopo la prima guerra mondiale, ha inevitabilmente prodotto, in seguito, una guerra di reciproco sterminio, che poteva avere come unico risultato il forte calo demografico e la spartizione territoriale sul modello iugoslavo. 



La sola importanza che ha la Siria risiede nella minaccia che la sua crisi possa debordare nelle aree limitrofe di maggiore importanza strategica. 

Vivaio di movimenti jihad, la Siria rischia di diventare terreno di addestramento di una nuova generazione di terroristi, lo stesso ruolo che ebbe l’Afghanistan negli anni ’90 e 2000.

Banco di prova per l’utilizzo di armi di distruzione di massa, la Siria rappresenta un laboratorio diplomatico, per verificare, con minimo rischio per le parti in causa, la risposta dei poteri mondiali ad atroci azioni criminali. 

E’ inoltre un’incubatrice di movimenti nazionali: esempio, la nuova libertà di azione conquistata dai due milioni di curdi nel paese rappresenta uno strumento di destabilizzazione per la Turchia e di altri paesi che hanno al loro interno minoranze curde. Inoltre, come fosse un ponte di comando per le guerre confessionali tra sunniti e sciiti, la Siria potrebbe diventare il trampolino di lancio per conflitti più estesi che potrebbero riguardare l’Iraq ed altri paesi dell’area. 

Io non so cosa cerchi Putin in Siria. A questo punto penso che il Presidente della Russia non lo sappia neanche lui. Un bravo giocatore di scacchi che si mette contro un avversario a lui inferiore, creerebbe delle complicazione senza un immediato obiettivo strategico, per provocare sbandamenti dell’altra parte e trarne vantaggi opportunistici. 

Ci sono molte cose che Putin vuole. Ma più di tutte, ce n’e’ una grossa a cui ambisce, e cioè ripristinare il ruolo di superpotenza della Russia. Ed il ruolo diplomatico della Russia in Siria apre la porta a diverse opzioni per il raggiungimento di questo scopo. 

Come maggioer produttore mondiale di energia, la Russia vuole accrescere il suo potere contrattuale verso l’Europa Occidentale, della quale è anche il maggior fornitore. 

Vuole influenzare il mercato del gas naturale prodotto da Israele e altri paesi del Mediterraneo orientale. 

Vuole che altri paesi produttori di energia diventino suoi dipendenti per quanto riguarda la sicurezza delle loro esportazioni. Vuole accrescere il suo ruolo di fornitore di attrezzature militari per sfidare gli F-35 e gli F-22 Americani specialmente con il suo nuovo caccia Sukhoi T-50. 

Vuole carta bianca nel controllo del terrorismo tra le minoranze musulmane nel Caucaso. 

E vuole mantenere la sua posizione d’influenza con la vicina Asia Centrale.

Alcuni commentatori americani si sono mostrati sorpresi e in alcuni casi sconvolti dalla pretesa della Russia di ergersi ad arbitro della crisi siriana. In effetti, il ruolo sempre più influente della Russia nell’area era già chiaro al momento in cui il Capo dell’Intelligence Saudita, il Principe Bandar, era volato a Mosca durante la prima settimana di Agosto per incontrare Putin. 

I Russi e i Sauditi hanno poi annunciato che avrebbero collaborato per stabilizzare il nuovo governo militare in Egitto, al contrario dell’amministrazione Obama. 
La Russia si è poi offerta di vendere all’Egitto qualsiasi arma che gli U.S.A. non gli avrebbe venduto, e l’Arabia Saudita si è offerta di pagarla.

E’ stata una vera rivoluzione diplomatica (1) senza precedenti. Non solo i Russi sono tornati in Egitto dopo 40 anni, dopo essere stati da lì cacciati durante la seconda guerra mondiale; ma ci sono tornati con un’alleanza tattica insieme all’Arabia Saudita, fino ad allora nemico storico nell’area.

L’Arabia Saudita ha un urgente bisogno di dare stabilità all’Egitto e di sopprimere i Fratelli Musulmani, che la monarchia saudita vede come un rischio alla sua legittimazione. 

Il sostegno Saudita all’esercito egiziano contro i Fratelli non deve sorprendere. Quello che invece sorprende è che i Sauditi abbiano sentito il bisogno di coinvolgere i Russi.

Benché ci siano delle ovvie ragioni di collaborazione tra Sauditi e Russi, ad esempio il controllo degli jihad all’interno dell’opposizione siriana, non si riescono ancora a capire tutte le implicazioni del loro riavvicinamento.

I Sauditi hanno fatto circolare la notizia che gli era stato chiesto dai Russi di comprare armi russe per un valore di $15 miliardi in cambio dell’aiuto con Assad. Voci di questo tipo non andrebbero prese alla lettera. Potrebbero essere fuorvianti. Ma fuorvianti verso cosa? 

La scacchiera di Putin comprende tutto il pianeta. Comprende cose come la sicurezza delle esportazioni di energia dal Golfo Persico, la trasmissione di petrolio e gas attraverso l’Asia Centrale; il mercato delle esportazioni di armi russe; contrattazioni energetiche tra Russia e Cina, ora in corso; la vulnerabilità delle forniture energetiche europee; e la stabilità interna di paesi limitrofi, compresa la Turchia, l’Iraq e l’Iran.

Per gli analisti americani, la gran parte di questa scacchiera potrebbe essere pure sul lato oscuro della luna. Noi vediamo solo quello che i russi ci permettono di vedere. 

Ad esempio, Mosca è stata la prima a offrire alla Siria un sistema di difesa aereo (S-300), ma poi ritirò l’offerta. Nei primi giorni di Agosto l’Arabia Saudita fece sapere che era pronta ad acquistare le armi russe del valore di 15 miliardi di dollari in cambio di supporto in Siria. E’ in corso quindi una trattativa di qualche tipo, ma non abbiamo alcuna idea di quanti e quali “bastoni e carote” essa comporti.

Quello che possiamo certamente desumere è che la Russia ha ora una maggiore influenza negli avvenimenti in Medio Oriente, compresa la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, cosa che ha sempre avuto fino dalla Guerra dello Yom Kippur del 1973. Per il momento, è negli interessi della Russia mantenere questo suo ruolo interlocutorio e far accrescere, nel frattempo, le sue varie opzioni strategiche. La Russia, in effetti, si è liberata del fardello dell’incertezza, scaricandolo addosso al resto del mondo, in particolare su quelle grandi economie che dipendono fortemente dalle esportazioni di energia dal Golfo Persico.

Evidentemente il Presidente Obama considera questa sistemazione favorevole per la sua “agenda”. Il Presidente non alcun interesse a promuovere ulteriormente nel mondo le posizioni strategiche dell’America; il suo scopo potrebbe forse essere quello di diminuirlo, come ha accusato Norman Podhoretz (2) la settimana scorsa sul Wall Street Journal, e come io stesso anticipai cinque anni fa (3). Obama è concentrato sulla sua agenda interna. 

Da questo punto di vista, scaricarsi la responsabilità del caos siriano è un esercizio semplice e senza alcun rischio. L’avversione degli americani per gli interventi militari esterni è talmente forte che accetterebbero qualsiasi cosa pur di ridurre la responsabilità statunitense all’estero. Anche se l’élite del Partito Democratico è internazionalista-liberale, l’elettorato di Obama non ha alcun interesse alla Siria.

Date le circostanze, i commenti pubblici sulla politica estera sono invece un esercizio altamente frustrante. Poichè l’America è una democrazia, e un importante impegno di risorse richiede un minimo di consenso pubblico, e finchè l’America ha dominato il campo, la diplomazia è stata piuttosto trasparente. Gruppi di studio, accademici e mezzi d’informazione fungevano da casse di risonanza per qualsiasi iniziativa importante, in modo che le decisioni cruciali fossero prese, almeno in parte, con il consenso del pubblico. Questo non accadrà sulla scacchiera di Vladimir Putin. La Russia perseguirà una serie di obbiettivi strategici, ma noi, occidentali, non sapremo quali fino a cose fatte, se mai lo sapremo davvero. 

Complicazioni potrebbero giungere dalla risposta degli altri “giocatori” possibili, in particolare, la Cina, ma anche il Giappone. L’auto-riduzione da parte dell’America della propria posizione strategica consente alla Russia di poter scegliere tra più opzioni, non solo una. Al contrario, la Russia può veder crescere la sua posizione e i suoi obiettivi strategici tra cui scegliere liberamente. E Putin, seduto, in silenzio, su un lato della scacchiera, farà andare l’orologio per la mossa del suo avversario. 

Putin, agendo in questo modo, ha prevenuto una simile strategia da parte dell’Occidente. Fyodor Lukanov (4) ha scritto in Marzo scorso sul sito Al Monitor: 

Dal punto di vista della leadership russa, la guerra in Iraq sembra essere stata l’inizio di un’accelerata distruzione della stabilità regionale e globale, un attacco agli ultimi principi di un ordine mondiale sostenibile. Tutto quello che è accaduto da allora - compreso il simpatizzare con gli Islamisti durante la Primavera Araba, le politiche statunitensi in Libia e quelle attuali in Siria – sono la prova della follia strategica che si è impossessata dell’ultima superpotenza rimasta.

La persistenza della Russia nel problema siriano è il prodotto di questa percezione. Il punto non è la simpatia per il dittatore siriano, tantomeno gli interessi commerciali e neanche le basi navali a Tartus.

Mosca è certa che se il continuo crollo dei regimi autoritari secolari avviene perchè l’America e l’Occidente sostengono la “democrazia”, si arriverà a un punto di tale destabilizzazione che tutti ne verranno compromessi, Russia compresa. Per la Russia è quindi necessario resistere, soprattutto in un momento in cui l’Occidente e gli Stati Uniti sono colti da dubbi crescenti.


E’ tipico dei Russi pensare che gli Americani pensano nel modo in cui agiscono, valutando ogni mossa nella misura in cui questa possa influenzare la loro posizione generale sulla scacchiera. La nozione che è l’incompetenza, più che la cospirazione, che spiega la maggior parte delle azioni americane è piuttosto estranea al pensiero russo. Qualsiasi cosa stia pensando il leader russo, in ogni caso, se la terrà per se stesso.

Dopo dodici anni di articoli di politica estera in quest’area, non ho davvero altro da dire. L’Amministrazione Obama ha consegnato l’iniziativa strategica nelle mani di paesi in cui le politiche vengono portate avanti notoriamente dietro un muro di opacità. Mi vengono in mente le parole di Robert Frost:

E per le brutte notizie, 
della destituzione di Belshazzar,
Perché mai correre a dirlo a Belshazzar 
se presto lo saprà lui stesso?


O una vecchia scenetta del primo Robin Williams che impersonava Jimmy Carter in un suo discorso alla nazione nell’imminenza della Terza Guerra Mondiale: “E’ tutto, buona notte, ora ve la vedete voi”.


di David P Goldman

Spengler è trasmesso da David P Goldman, Ricercatore Emerito al Centro di Ricerche Politiche di Londra, e Membro Associato del Forum sul Medio Oriente. Il suo libro: Come muoiono le civiltà (e perchè anche l’Islam sta morendo) è stato pubblicato da Regnery Press nel Settembre del 2011. Un suo volume di saggi su cultura, religione ed economia, Non è la fine del mondo, è solo la tua fine, è stato pubblicato nello stesso periodo da Van Praag Press.

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/World/WOR-01-160913.html
16.09.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

18 settembre 2013

Il dollaro e la crisi siriana







254627L’iniziativa di Mosca di trasferire le armi chimiche siriane sotto controllo internazionale, ha influenzato positivamente gli Stati Uniti, che prevedevano di lanciare un’aggressione contro la Siria. Nel frattempo, il successo diplomatico porterà solo a una pace temporanea in Medio Oriente, poiché Washington, in ultima analisi, non metterà da parte i suoi piani ostili. Da un lato, l’opinione pubblica è fortemente contraria ai piani d’intervento degli USA, ed è un fattore che conta. Questo è ciò che dovrebbe essere preso in considerazione: a) secondo i sondaggi, oltre il 70 per cento degli statunitensi sono contro i piani d’attacco di Obama. b) L’opinione pubblica mondiale vede l’iniziativa della Russia come una via d’uscita dalla pericolosa situazione di stallo. È sbalorditivo come gli USA giochino con il fuoco in una regione chiamata la “polveriera” del mondo. Non dimentichiamo che Ban Ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite, ha fatto una dichiarazione ufficiale a sostegno della proposta della Russia.
D’altra parte, gli Stati Uniti conservano ancora l’inesorabile desiderio di lanciare un attacco. Ma è una strada sconnessa con molti ostacoli. Com’è noto, l’attacco chimico del 21 agosto nella periferia di Damasco, non è stato perpetrato dall’esercito regolare siriano, ma piuttosto dai suoi nemici. Ci sono stati altri casi in cui le armi chimiche furono utilizzate dalle bande armate. Questo è ciò che la relazione di 100 pagine della Russia sull’attacco chimico a Khan al-Assal, vicino Aleppo, dice. L’attacco avvenne il 19 marzo, nella parte settentrionale del Paese. La relazione è stata presentata alle Nazioni Unite. A maggio, l’inquirente dell’ONU Carla Del Ponte aveva detto che c’erano forti sospetti che i ribelli siriani avessero usato gas nervino sarin. Ci sono ragioni per credere che gli attacchi possano essere ripetuti. Le provocazioni perseguono lo stesso obiettivo, forniscono a Stati Uniti, Francia e agli altri Stati della coalizione anti-Siria, che possiedono enormi arsenali chimici, una giustificazione per avanzare le richieste per un ulteriore disarmo unilaterale di Damasco, minacciando un attacco con il pretesto della “lotta al terrorismo”. Ma le armi chimiche non sono l’unico deterrente della Siria contro un intervento.
Per esempio, le forze per le operazioni speciali siriane sono pronte ad essere utilizzate negli Stati Uniti, il risultato può andare al di là di ogni più inverosimile aspettativa. Secondo il Ministero della Difesa della Siria, centinaia di soldati per le operazioni speciali dell’esercito siriano, sono attualmente situati nel territorio degli Stati Uniti. Tutti i combattenti sono raggruppati in unità di 3-7 elementi impiegati dalle forze speciali siriane “al-Qassam”, e sottoposti a un addestramento completo. Sono abilitati ad effettuare operazioni di sabotaggio negli Stati Uniti. Gli obiettivi potenziali che possono essere danneggiati comprendono ferrovie, centrali elettriche, acquedotti, terminali petroliferi e del gas, e obiettivi militari, per lo più basi aeree e navali. Una fonte ha detto che la leadership siriana ha scelto questa strategia, basandosi sulle esperienze delle guerre in Jugoslavia, Iraq e Libia, dove l’aggressione si rifletté nella posizione difensiva di questi Paesi, destinata al fallimento. Le forze speciali siriane hanno una ricca esperienza, avendo affinato le loro capacità nelle guerre contro Israele, e nelle azioni di combattimento che si svolgono in Libano e in Siria. I soldati non devono andare negli Stati Uniti, per causargli gravi danni. La collaborazione con squadre per operazioni speciali iraniane, farà aumentare immensamente l’efficacia delle operazioni in dimensioni, numeri e perdite economiche. Tali forze possono colpire gli interessi statunitensi in Israele, Turchia, Arabia Saudita, ecc.
L’Arabia Saudita è uno dei guerrafondai più attivi. Non senza ragione è preoccupata dalla prospettiva dei disordini sciiti, diventati imminenti di recente. Gli sciiti costituiscono il 15 per cento della popolazione, ma nutrono forti sentimenti filo-iraniani (con il sostegno di altri sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione in Iraq, Bahrein e delle grandi comunità sciite in Libano). La maggior parte degli sciiti sauditi si concentra a Qasa, sulle rive del Golfo Persico, dove si trova il maggiore giacimento di petrolio del Paese. L’Egitto è anch’esso una sorta di deterrente. Si sta preparando al braccio di ferro tra il governo e gli islamisti supportati da Ankara. Un intervento contro la Siria potrebbe provocare la guerra civile in Egitto, bloccando il traffico di petroliere nel canale di Suez. Per circumnavigare l’Africa occorrono oltre due settimane. La rotta della Russia settentrionale è il percorso più breve che colleghi i principali poli economici del pianeta (Europa occidentale, Nord America e Sud-Est asiatico), ma non è ancora pronto ad affrontare un compito di questa portata. Nel caso in cui l’attacco contro la Siria venga effettuato, sorgeranno problemi anche per i prezzi del petrolio, che inesorabilmente saliranno, e il dollaro non sarà più la valuta di riserva mondiale: nella prima metà del 2013 Iran, Australia e cinque dei dieci leader economici mondiali, tra cui Cina, Giappone, India e Russia, hanno deciso di abbandonare l’uso del dollaro per le transazioni commerciali internazionali. Mosca, il più grande esportatore di petrolio, e Pechino, il primo importatore mondiale di petrolio, sono pronte a rimuovere il dollaro come valuta di scambio del petrolio, in qualsiasi momento. Ciò costituisce una grave minaccia per gli Stati Uniti d’America. Perciò l’intenzione di intervenire contro la Siria appare un tentativo per rimandare il crollo della valuta statunitense. Non è un caso che l’aggravamento della situazione in Siria coincida con il rinvio del dibattito sul default negli Stati Uniti, da febbraio a questo autunno. Non è la democrazia in Siria che suscita grande preoccupazione a Washington, ma piuttosto il tetto del debito, il problema che può trasformare gli Stati Uniti in uno “stato fallito”…

di Nikolaj Malishevskij 
La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

17 settembre 2013

Craxi e i comici silenzi-dissensi di Giuliano Amato

  


Questa 'stroncatura', a suo modo preveggente, di Giuliano Amato è stata scritta nel gennaio del 2007 sul mensile 'Giudizio Universale'.

La prima volta che vidi Giuliano Amato fu a un dibattito televisivo agli inizi degli anni Ottanta. Accesi la Tv proprio mentre diceva: «Io parlo uno splendido italiano». Poichè eravamo ancora molto lontani dall'era delle volgarità berlusconiane mi colpi' la prosopopea di questo professorino allora totalmente sconosciuto ai più e ai meno perchè, benchè ordinario dal 1975 di Diritto costituzionale comparato alla Sapienza, non aveva pubblicato nulla, com'è ormai usanza dei nostri docenti universitari, da Panebianco a Della Loggia. Questa alta considerazione di sé la si ritrova in una recente minibiografia autorizzata dove Amato si fa descrivere cosi': «Uomo politico, noto per la sua leggendaria intelligenza e raro acume nell'esaminare gli eventi». In realtà è uno straordinario specialista di surfing politico. Parte come «psiuppino», cioè all'estrema sinistra, al di là dello stesso Pci, ma quando il Psi riformista comincia la sua scalata al potere entra nelle sue file e, nel 1983, si fa eleggere deputato. Prima è oppositore di Craxi ma allorchè il segretario del Psi, divenuto premier, gli offre il posto di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ne diventa uno dei più fedeli 'consigliori'. Quando il Psi, sotto le mazzate di Mani pulite, crolla, non si schiera con Craxi ma nemmeno contro. Semplicemente diserta e si rifugia nella villa di Ansedonia a giocare a tennis con Giuseppe Tamburrano, e a curare gli 'amati studi' dove continua a non produrre assolutamente nulla. Dopo una lucrosa parentesi come presidente dell'Antitrust sarà pronto per diventare uno dei più eccellenti e potenti riciclati della Seconda Repubblica, essendo stato uno dei disastrosi protagonisti della Prima.
E' uno Svicolone nato, come il pavido leone di un famoso cartoon. Ma più che a un leone, per quanto imbelle, somiglia a un'anguilla. I suoi ragionamenti sono cosi' sottili, ma cosi' sottili da essere prudentemente impalpabili e quasi invisibili. Esilaranti sono i suoi rapporti col lider màximo del Psi come lui stesso li ha raccontati in un'intervista, a Craxi morto. Quando Amato era d'accordo col Capo esprimeva il suo incondizionato assenso, quando non lo era restava muto. Ha chiosato Rino Formica, un altro socialista che ha pero' avuto la decenza di ritirarsi a vita privata: «Quel passaggio sul silenzio-dissenso è assolutamente strepitoso...Se Amato era d'accordo esprimeva liberamente il suo consenso. Se invece affiorava un'increspatura, non dico un dissenso, ma anche una piccola perplessità, un dubbio, un trasalimento, Amato che faceva? Non si agitava, non parlava, si esprimeva in silenzio. Ma non un silenzio qualunque. No, un silenzio operoso. E Craxi capiva: se Giuliano sta zitto vuol dire che dissente. Metafisica pura».
Come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Craxi (1983-1987) e come ministro del Tesoro dal 1987 al 1989 nei governi Goria e De Mita, Giuliano Amato è stato protagonista in prima persona del sacco delle casse dello Stato perpetrato negli anni Ottanta, che ci ha regalato quasi due milioni di miliardi di debito pubblico in vecchie lire che ancora ci pesano sul groppone e per i quali l'Unione europea continua a strigliarci chiedendoci sempre nuovi sacrifici. Ma è sempre lo stesso Amato, lui même, divenuto nel 1992 premier, perchè Craxi è azzoppato dalle inchieste giudiziarie, che, per rattoppare in qualche modo la bancarotta che ha contribuito a creare, si introduce nottetempo, come un ladro che risalga da una fogna, nelle banche per prelevare i quattrini dai conti correnti dei cittadini, fatto inaudito nella storia di uno Stato di diritto. Il suo «raro acume nell'esaminare gli eventi» non gli servirà per percepire cio' che individui dotati di una intelligenza meno «leggendaria» hanno già capito da un pezzo, e cioè che la Prima Repubblica è sull'orlo di un crollo da cui lo stesso Amato, almeno per il momento, sarà travolto.
Molto disinvolto con i quattrini altrui, Giuliano Amato è attentissimo ai suoi. Guido Gerosa mi ha raccontato che durante le temperie di Tangentopoli Craxi invio' Amato a Milano per mettere un po' d'ordine fra i compagni. Il 'Dottor Sottile' invito' a cena i parlamentari lombardi, fra cui Gerosa, nel solito lussosissimo e costosissimo ristorante che i socialisti frequentavano all'epoca della 'Milano da bere', tanto pagava il partito, cioè il contribuente con i soldi che il Psi, insieme agli altri, gli taglieggiava. Ma alla fine di questa cena, fra la costernazione generale, annuncio': «Si fa alla romana». Le casse del Psi, saccheggiate da Craxi & co., erano vuote. Sarebbe quindi toccato al proconsole Amato pagare di tasca sua. E non era cosa.
di Massimo Fini 

20 settembre 2013

Gli Stati Uniti giocano a monopoli, la Russia a scacchi




Gli Americani guardano ai vari pezzi del patrimonio immobiliare geopolitico come oggetti distinti l’uno dall’altro, mentre i Russi seguono l’interazione di tutte le loro sfere di interesse nel mondo. 

La Siria non è di alcun interesse strategico per la Russia e per altri. E’ un rottame di paese, con un economia irrimediabilmente compromessa, senza energia, acqua o cibo sufficienti da poter sostenere una fattibilità economica a lungo termine. 

Il miscuglio etnico lasciato dai cartografi britannici e francesi dopo la prima guerra mondiale, ha inevitabilmente prodotto, in seguito, una guerra di reciproco sterminio, che poteva avere come unico risultato il forte calo demografico e la spartizione territoriale sul modello iugoslavo. 



La sola importanza che ha la Siria risiede nella minaccia che la sua crisi possa debordare nelle aree limitrofe di maggiore importanza strategica. 

Vivaio di movimenti jihad, la Siria rischia di diventare terreno di addestramento di una nuova generazione di terroristi, lo stesso ruolo che ebbe l’Afghanistan negli anni ’90 e 2000.

Banco di prova per l’utilizzo di armi di distruzione di massa, la Siria rappresenta un laboratorio diplomatico, per verificare, con minimo rischio per le parti in causa, la risposta dei poteri mondiali ad atroci azioni criminali. 

E’ inoltre un’incubatrice di movimenti nazionali: esempio, la nuova libertà di azione conquistata dai due milioni di curdi nel paese rappresenta uno strumento di destabilizzazione per la Turchia e di altri paesi che hanno al loro interno minoranze curde. Inoltre, come fosse un ponte di comando per le guerre confessionali tra sunniti e sciiti, la Siria potrebbe diventare il trampolino di lancio per conflitti più estesi che potrebbero riguardare l’Iraq ed altri paesi dell’area. 

Io non so cosa cerchi Putin in Siria. A questo punto penso che il Presidente della Russia non lo sappia neanche lui. Un bravo giocatore di scacchi che si mette contro un avversario a lui inferiore, creerebbe delle complicazione senza un immediato obiettivo strategico, per provocare sbandamenti dell’altra parte e trarne vantaggi opportunistici. 

Ci sono molte cose che Putin vuole. Ma più di tutte, ce n’e’ una grossa a cui ambisce, e cioè ripristinare il ruolo di superpotenza della Russia. Ed il ruolo diplomatico della Russia in Siria apre la porta a diverse opzioni per il raggiungimento di questo scopo. 

Come maggioer produttore mondiale di energia, la Russia vuole accrescere il suo potere contrattuale verso l’Europa Occidentale, della quale è anche il maggior fornitore. 

Vuole influenzare il mercato del gas naturale prodotto da Israele e altri paesi del Mediterraneo orientale. 

Vuole che altri paesi produttori di energia diventino suoi dipendenti per quanto riguarda la sicurezza delle loro esportazioni. Vuole accrescere il suo ruolo di fornitore di attrezzature militari per sfidare gli F-35 e gli F-22 Americani specialmente con il suo nuovo caccia Sukhoi T-50. 

Vuole carta bianca nel controllo del terrorismo tra le minoranze musulmane nel Caucaso. 

E vuole mantenere la sua posizione d’influenza con la vicina Asia Centrale.

Alcuni commentatori americani si sono mostrati sorpresi e in alcuni casi sconvolti dalla pretesa della Russia di ergersi ad arbitro della crisi siriana. In effetti, il ruolo sempre più influente della Russia nell’area era già chiaro al momento in cui il Capo dell’Intelligence Saudita, il Principe Bandar, era volato a Mosca durante la prima settimana di Agosto per incontrare Putin. 

I Russi e i Sauditi hanno poi annunciato che avrebbero collaborato per stabilizzare il nuovo governo militare in Egitto, al contrario dell’amministrazione Obama. 
La Russia si è poi offerta di vendere all’Egitto qualsiasi arma che gli U.S.A. non gli avrebbe venduto, e l’Arabia Saudita si è offerta di pagarla.

E’ stata una vera rivoluzione diplomatica (1) senza precedenti. Non solo i Russi sono tornati in Egitto dopo 40 anni, dopo essere stati da lì cacciati durante la seconda guerra mondiale; ma ci sono tornati con un’alleanza tattica insieme all’Arabia Saudita, fino ad allora nemico storico nell’area.

L’Arabia Saudita ha un urgente bisogno di dare stabilità all’Egitto e di sopprimere i Fratelli Musulmani, che la monarchia saudita vede come un rischio alla sua legittimazione. 

Il sostegno Saudita all’esercito egiziano contro i Fratelli non deve sorprendere. Quello che invece sorprende è che i Sauditi abbiano sentito il bisogno di coinvolgere i Russi.

Benché ci siano delle ovvie ragioni di collaborazione tra Sauditi e Russi, ad esempio il controllo degli jihad all’interno dell’opposizione siriana, non si riescono ancora a capire tutte le implicazioni del loro riavvicinamento.

I Sauditi hanno fatto circolare la notizia che gli era stato chiesto dai Russi di comprare armi russe per un valore di $15 miliardi in cambio dell’aiuto con Assad. Voci di questo tipo non andrebbero prese alla lettera. Potrebbero essere fuorvianti. Ma fuorvianti verso cosa? 

La scacchiera di Putin comprende tutto il pianeta. Comprende cose come la sicurezza delle esportazioni di energia dal Golfo Persico, la trasmissione di petrolio e gas attraverso l’Asia Centrale; il mercato delle esportazioni di armi russe; contrattazioni energetiche tra Russia e Cina, ora in corso; la vulnerabilità delle forniture energetiche europee; e la stabilità interna di paesi limitrofi, compresa la Turchia, l’Iraq e l’Iran.

Per gli analisti americani, la gran parte di questa scacchiera potrebbe essere pure sul lato oscuro della luna. Noi vediamo solo quello che i russi ci permettono di vedere. 

Ad esempio, Mosca è stata la prima a offrire alla Siria un sistema di difesa aereo (S-300), ma poi ritirò l’offerta. Nei primi giorni di Agosto l’Arabia Saudita fece sapere che era pronta ad acquistare le armi russe del valore di 15 miliardi di dollari in cambio di supporto in Siria. E’ in corso quindi una trattativa di qualche tipo, ma non abbiamo alcuna idea di quanti e quali “bastoni e carote” essa comporti.

Quello che possiamo certamente desumere è che la Russia ha ora una maggiore influenza negli avvenimenti in Medio Oriente, compresa la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, cosa che ha sempre avuto fino dalla Guerra dello Yom Kippur del 1973. Per il momento, è negli interessi della Russia mantenere questo suo ruolo interlocutorio e far accrescere, nel frattempo, le sue varie opzioni strategiche. La Russia, in effetti, si è liberata del fardello dell’incertezza, scaricandolo addosso al resto del mondo, in particolare su quelle grandi economie che dipendono fortemente dalle esportazioni di energia dal Golfo Persico.

Evidentemente il Presidente Obama considera questa sistemazione favorevole per la sua “agenda”. Il Presidente non alcun interesse a promuovere ulteriormente nel mondo le posizioni strategiche dell’America; il suo scopo potrebbe forse essere quello di diminuirlo, come ha accusato Norman Podhoretz (2) la settimana scorsa sul Wall Street Journal, e come io stesso anticipai cinque anni fa (3). Obama è concentrato sulla sua agenda interna. 

Da questo punto di vista, scaricarsi la responsabilità del caos siriano è un esercizio semplice e senza alcun rischio. L’avversione degli americani per gli interventi militari esterni è talmente forte che accetterebbero qualsiasi cosa pur di ridurre la responsabilità statunitense all’estero. Anche se l’élite del Partito Democratico è internazionalista-liberale, l’elettorato di Obama non ha alcun interesse alla Siria.

Date le circostanze, i commenti pubblici sulla politica estera sono invece un esercizio altamente frustrante. Poichè l’America è una democrazia, e un importante impegno di risorse richiede un minimo di consenso pubblico, e finchè l’America ha dominato il campo, la diplomazia è stata piuttosto trasparente. Gruppi di studio, accademici e mezzi d’informazione fungevano da casse di risonanza per qualsiasi iniziativa importante, in modo che le decisioni cruciali fossero prese, almeno in parte, con il consenso del pubblico. Questo non accadrà sulla scacchiera di Vladimir Putin. La Russia perseguirà una serie di obbiettivi strategici, ma noi, occidentali, non sapremo quali fino a cose fatte, se mai lo sapremo davvero. 

Complicazioni potrebbero giungere dalla risposta degli altri “giocatori” possibili, in particolare, la Cina, ma anche il Giappone. L’auto-riduzione da parte dell’America della propria posizione strategica consente alla Russia di poter scegliere tra più opzioni, non solo una. Al contrario, la Russia può veder crescere la sua posizione e i suoi obiettivi strategici tra cui scegliere liberamente. E Putin, seduto, in silenzio, su un lato della scacchiera, farà andare l’orologio per la mossa del suo avversario. 

Putin, agendo in questo modo, ha prevenuto una simile strategia da parte dell’Occidente. Fyodor Lukanov (4) ha scritto in Marzo scorso sul sito Al Monitor: 

Dal punto di vista della leadership russa, la guerra in Iraq sembra essere stata l’inizio di un’accelerata distruzione della stabilità regionale e globale, un attacco agli ultimi principi di un ordine mondiale sostenibile. Tutto quello che è accaduto da allora - compreso il simpatizzare con gli Islamisti durante la Primavera Araba, le politiche statunitensi in Libia e quelle attuali in Siria – sono la prova della follia strategica che si è impossessata dell’ultima superpotenza rimasta.

La persistenza della Russia nel problema siriano è il prodotto di questa percezione. Il punto non è la simpatia per il dittatore siriano, tantomeno gli interessi commerciali e neanche le basi navali a Tartus.

Mosca è certa che se il continuo crollo dei regimi autoritari secolari avviene perchè l’America e l’Occidente sostengono la “democrazia”, si arriverà a un punto di tale destabilizzazione che tutti ne verranno compromessi, Russia compresa. Per la Russia è quindi necessario resistere, soprattutto in un momento in cui l’Occidente e gli Stati Uniti sono colti da dubbi crescenti.


E’ tipico dei Russi pensare che gli Americani pensano nel modo in cui agiscono, valutando ogni mossa nella misura in cui questa possa influenzare la loro posizione generale sulla scacchiera. La nozione che è l’incompetenza, più che la cospirazione, che spiega la maggior parte delle azioni americane è piuttosto estranea al pensiero russo. Qualsiasi cosa stia pensando il leader russo, in ogni caso, se la terrà per se stesso.

Dopo dodici anni di articoli di politica estera in quest’area, non ho davvero altro da dire. L’Amministrazione Obama ha consegnato l’iniziativa strategica nelle mani di paesi in cui le politiche vengono portate avanti notoriamente dietro un muro di opacità. Mi vengono in mente le parole di Robert Frost:

E per le brutte notizie, 
della destituzione di Belshazzar,
Perché mai correre a dirlo a Belshazzar 
se presto lo saprà lui stesso?


O una vecchia scenetta del primo Robin Williams che impersonava Jimmy Carter in un suo discorso alla nazione nell’imminenza della Terza Guerra Mondiale: “E’ tutto, buona notte, ora ve la vedete voi”.


di David P Goldman

Spengler è trasmesso da David P Goldman, Ricercatore Emerito al Centro di Ricerche Politiche di Londra, e Membro Associato del Forum sul Medio Oriente. Il suo libro: Come muoiono le civiltà (e perchè anche l’Islam sta morendo) è stato pubblicato da Regnery Press nel Settembre del 2011. Un suo volume di saggi su cultura, religione ed economia, Non è la fine del mondo, è solo la tua fine, è stato pubblicato nello stesso periodo da Van Praag Press.

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/World/WOR-01-160913.html
16.09.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

18 settembre 2013

Il dollaro e la crisi siriana







254627L’iniziativa di Mosca di trasferire le armi chimiche siriane sotto controllo internazionale, ha influenzato positivamente gli Stati Uniti, che prevedevano di lanciare un’aggressione contro la Siria. Nel frattempo, il successo diplomatico porterà solo a una pace temporanea in Medio Oriente, poiché Washington, in ultima analisi, non metterà da parte i suoi piani ostili. Da un lato, l’opinione pubblica è fortemente contraria ai piani d’intervento degli USA, ed è un fattore che conta. Questo è ciò che dovrebbe essere preso in considerazione: a) secondo i sondaggi, oltre il 70 per cento degli statunitensi sono contro i piani d’attacco di Obama. b) L’opinione pubblica mondiale vede l’iniziativa della Russia come una via d’uscita dalla pericolosa situazione di stallo. È sbalorditivo come gli USA giochino con il fuoco in una regione chiamata la “polveriera” del mondo. Non dimentichiamo che Ban Ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite, ha fatto una dichiarazione ufficiale a sostegno della proposta della Russia.
D’altra parte, gli Stati Uniti conservano ancora l’inesorabile desiderio di lanciare un attacco. Ma è una strada sconnessa con molti ostacoli. Com’è noto, l’attacco chimico del 21 agosto nella periferia di Damasco, non è stato perpetrato dall’esercito regolare siriano, ma piuttosto dai suoi nemici. Ci sono stati altri casi in cui le armi chimiche furono utilizzate dalle bande armate. Questo è ciò che la relazione di 100 pagine della Russia sull’attacco chimico a Khan al-Assal, vicino Aleppo, dice. L’attacco avvenne il 19 marzo, nella parte settentrionale del Paese. La relazione è stata presentata alle Nazioni Unite. A maggio, l’inquirente dell’ONU Carla Del Ponte aveva detto che c’erano forti sospetti che i ribelli siriani avessero usato gas nervino sarin. Ci sono ragioni per credere che gli attacchi possano essere ripetuti. Le provocazioni perseguono lo stesso obiettivo, forniscono a Stati Uniti, Francia e agli altri Stati della coalizione anti-Siria, che possiedono enormi arsenali chimici, una giustificazione per avanzare le richieste per un ulteriore disarmo unilaterale di Damasco, minacciando un attacco con il pretesto della “lotta al terrorismo”. Ma le armi chimiche non sono l’unico deterrente della Siria contro un intervento.
Per esempio, le forze per le operazioni speciali siriane sono pronte ad essere utilizzate negli Stati Uniti, il risultato può andare al di là di ogni più inverosimile aspettativa. Secondo il Ministero della Difesa della Siria, centinaia di soldati per le operazioni speciali dell’esercito siriano, sono attualmente situati nel territorio degli Stati Uniti. Tutti i combattenti sono raggruppati in unità di 3-7 elementi impiegati dalle forze speciali siriane “al-Qassam”, e sottoposti a un addestramento completo. Sono abilitati ad effettuare operazioni di sabotaggio negli Stati Uniti. Gli obiettivi potenziali che possono essere danneggiati comprendono ferrovie, centrali elettriche, acquedotti, terminali petroliferi e del gas, e obiettivi militari, per lo più basi aeree e navali. Una fonte ha detto che la leadership siriana ha scelto questa strategia, basandosi sulle esperienze delle guerre in Jugoslavia, Iraq e Libia, dove l’aggressione si rifletté nella posizione difensiva di questi Paesi, destinata al fallimento. Le forze speciali siriane hanno una ricca esperienza, avendo affinato le loro capacità nelle guerre contro Israele, e nelle azioni di combattimento che si svolgono in Libano e in Siria. I soldati non devono andare negli Stati Uniti, per causargli gravi danni. La collaborazione con squadre per operazioni speciali iraniane, farà aumentare immensamente l’efficacia delle operazioni in dimensioni, numeri e perdite economiche. Tali forze possono colpire gli interessi statunitensi in Israele, Turchia, Arabia Saudita, ecc.
L’Arabia Saudita è uno dei guerrafondai più attivi. Non senza ragione è preoccupata dalla prospettiva dei disordini sciiti, diventati imminenti di recente. Gli sciiti costituiscono il 15 per cento della popolazione, ma nutrono forti sentimenti filo-iraniani (con il sostegno di altri sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione in Iraq, Bahrein e delle grandi comunità sciite in Libano). La maggior parte degli sciiti sauditi si concentra a Qasa, sulle rive del Golfo Persico, dove si trova il maggiore giacimento di petrolio del Paese. L’Egitto è anch’esso una sorta di deterrente. Si sta preparando al braccio di ferro tra il governo e gli islamisti supportati da Ankara. Un intervento contro la Siria potrebbe provocare la guerra civile in Egitto, bloccando il traffico di petroliere nel canale di Suez. Per circumnavigare l’Africa occorrono oltre due settimane. La rotta della Russia settentrionale è il percorso più breve che colleghi i principali poli economici del pianeta (Europa occidentale, Nord America e Sud-Est asiatico), ma non è ancora pronto ad affrontare un compito di questa portata. Nel caso in cui l’attacco contro la Siria venga effettuato, sorgeranno problemi anche per i prezzi del petrolio, che inesorabilmente saliranno, e il dollaro non sarà più la valuta di riserva mondiale: nella prima metà del 2013 Iran, Australia e cinque dei dieci leader economici mondiali, tra cui Cina, Giappone, India e Russia, hanno deciso di abbandonare l’uso del dollaro per le transazioni commerciali internazionali. Mosca, il più grande esportatore di petrolio, e Pechino, il primo importatore mondiale di petrolio, sono pronte a rimuovere il dollaro come valuta di scambio del petrolio, in qualsiasi momento. Ciò costituisce una grave minaccia per gli Stati Uniti d’America. Perciò l’intenzione di intervenire contro la Siria appare un tentativo per rimandare il crollo della valuta statunitense. Non è un caso che l’aggravamento della situazione in Siria coincida con il rinvio del dibattito sul default negli Stati Uniti, da febbraio a questo autunno. Non è la democrazia in Siria che suscita grande preoccupazione a Washington, ma piuttosto il tetto del debito, il problema che può trasformare gli Stati Uniti in uno “stato fallito”…

di Nikolaj Malishevskij 
La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

17 settembre 2013

Craxi e i comici silenzi-dissensi di Giuliano Amato

  


Questa 'stroncatura', a suo modo preveggente, di Giuliano Amato è stata scritta nel gennaio del 2007 sul mensile 'Giudizio Universale'.

La prima volta che vidi Giuliano Amato fu a un dibattito televisivo agli inizi degli anni Ottanta. Accesi la Tv proprio mentre diceva: «Io parlo uno splendido italiano». Poichè eravamo ancora molto lontani dall'era delle volgarità berlusconiane mi colpi' la prosopopea di questo professorino allora totalmente sconosciuto ai più e ai meno perchè, benchè ordinario dal 1975 di Diritto costituzionale comparato alla Sapienza, non aveva pubblicato nulla, com'è ormai usanza dei nostri docenti universitari, da Panebianco a Della Loggia. Questa alta considerazione di sé la si ritrova in una recente minibiografia autorizzata dove Amato si fa descrivere cosi': «Uomo politico, noto per la sua leggendaria intelligenza e raro acume nell'esaminare gli eventi». In realtà è uno straordinario specialista di surfing politico. Parte come «psiuppino», cioè all'estrema sinistra, al di là dello stesso Pci, ma quando il Psi riformista comincia la sua scalata al potere entra nelle sue file e, nel 1983, si fa eleggere deputato. Prima è oppositore di Craxi ma allorchè il segretario del Psi, divenuto premier, gli offre il posto di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ne diventa uno dei più fedeli 'consigliori'. Quando il Psi, sotto le mazzate di Mani pulite, crolla, non si schiera con Craxi ma nemmeno contro. Semplicemente diserta e si rifugia nella villa di Ansedonia a giocare a tennis con Giuseppe Tamburrano, e a curare gli 'amati studi' dove continua a non produrre assolutamente nulla. Dopo una lucrosa parentesi come presidente dell'Antitrust sarà pronto per diventare uno dei più eccellenti e potenti riciclati della Seconda Repubblica, essendo stato uno dei disastrosi protagonisti della Prima.
E' uno Svicolone nato, come il pavido leone di un famoso cartoon. Ma più che a un leone, per quanto imbelle, somiglia a un'anguilla. I suoi ragionamenti sono cosi' sottili, ma cosi' sottili da essere prudentemente impalpabili e quasi invisibili. Esilaranti sono i suoi rapporti col lider màximo del Psi come lui stesso li ha raccontati in un'intervista, a Craxi morto. Quando Amato era d'accordo col Capo esprimeva il suo incondizionato assenso, quando non lo era restava muto. Ha chiosato Rino Formica, un altro socialista che ha pero' avuto la decenza di ritirarsi a vita privata: «Quel passaggio sul silenzio-dissenso è assolutamente strepitoso...Se Amato era d'accordo esprimeva liberamente il suo consenso. Se invece affiorava un'increspatura, non dico un dissenso, ma anche una piccola perplessità, un dubbio, un trasalimento, Amato che faceva? Non si agitava, non parlava, si esprimeva in silenzio. Ma non un silenzio qualunque. No, un silenzio operoso. E Craxi capiva: se Giuliano sta zitto vuol dire che dissente. Metafisica pura».
Come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Craxi (1983-1987) e come ministro del Tesoro dal 1987 al 1989 nei governi Goria e De Mita, Giuliano Amato è stato protagonista in prima persona del sacco delle casse dello Stato perpetrato negli anni Ottanta, che ci ha regalato quasi due milioni di miliardi di debito pubblico in vecchie lire che ancora ci pesano sul groppone e per i quali l'Unione europea continua a strigliarci chiedendoci sempre nuovi sacrifici. Ma è sempre lo stesso Amato, lui même, divenuto nel 1992 premier, perchè Craxi è azzoppato dalle inchieste giudiziarie, che, per rattoppare in qualche modo la bancarotta che ha contribuito a creare, si introduce nottetempo, come un ladro che risalga da una fogna, nelle banche per prelevare i quattrini dai conti correnti dei cittadini, fatto inaudito nella storia di uno Stato di diritto. Il suo «raro acume nell'esaminare gli eventi» non gli servirà per percepire cio' che individui dotati di una intelligenza meno «leggendaria» hanno già capito da un pezzo, e cioè che la Prima Repubblica è sull'orlo di un crollo da cui lo stesso Amato, almeno per il momento, sarà travolto.
Molto disinvolto con i quattrini altrui, Giuliano Amato è attentissimo ai suoi. Guido Gerosa mi ha raccontato che durante le temperie di Tangentopoli Craxi invio' Amato a Milano per mettere un po' d'ordine fra i compagni. Il 'Dottor Sottile' invito' a cena i parlamentari lombardi, fra cui Gerosa, nel solito lussosissimo e costosissimo ristorante che i socialisti frequentavano all'epoca della 'Milano da bere', tanto pagava il partito, cioè il contribuente con i soldi che il Psi, insieme agli altri, gli taglieggiava. Ma alla fine di questa cena, fra la costernazione generale, annuncio': «Si fa alla romana». Le casse del Psi, saccheggiate da Craxi & co., erano vuote. Sarebbe quindi toccato al proconsole Amato pagare di tasca sua. E non era cosa.
di Massimo Fini