12 dicembre 2010

Frane e alluvioni, ecco l’Italia senza difese

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Legambiente e Protezione civile presentano il nuovo rapporto sulla sicurezza del territorio. Oltre 3,5 milioni di persone vivono in aree pericolose. Poche risorse per la prevenzione.
Moderni argini dei fiumi realizzati non per la messa in sicurezza del territorio ma come alibi per continuare a costruire. Addirittura nei casi più gravi, le opere idrauliche previste restano sulla carta, a differenza dei nuovi quartieri che invece vengono costruiti immediatamente. «È il caso di Crotone - denuncia Simone Andreotti, responsabile protezione civile di Legambiente - perché questa rischiosa urbanizzazione continua tuttora. Non è una scomoda eredità del passato». È la fotografia scattata dal rapporto “Ecosistema rischio 2010”, realizzato da Legambiente e dal dipartimento della Protezione civile, che è stato presentato ieri a Roma. «L’Italia si scopre sempre più fragile», spiega il dossier, soprattutto a causa del «troppo cemento lungo i corsi d’acqua così come a ridosso di versanti franosi».

Tanto che nell’82 per cento dei Comuni ci sono abitazioni costruite in aree a rischio frane o alluvioni, nel 54 per cento frabbricati industriali e nel 19 per cento strutture pubbliche sensibili come scuole e ospedali. Numeri che portano a ritenere che in Italia oltre 3 milioni e 500mila persone siano quotidiamente esposte al pericolo di frane o alluvioni. Del tutto insufficiente l’azione di prevenzione svolta dal governo e dagli enti locali. «Realizziamo questo rapporto da otto anni - continua il responsabile Protezione civile di Legambiente - è purtroppo il quadro continua ad essere desolante». Perché nonostante i fondi stanziati dal governo, il 18 novembre il Cipe ha approvato interventi per 177 milioni che arrivano dopo «il frequente ripetersi di precipitazioni con carattere alluvionale, come quelle più recenti che hanno sconvolto prima la Liguria e la Toscana, poi il Veneto e a Calabria e infine la Campania».

Briciole rispetto ai circa 650 milioni di euro, stanziati nell’ultimo anno dallo Stato per far funzionare la macchina dei soccorsi durante le emergenze idrogeologiche: da Giampilieri (ottobre 2009) fino al Veneto e alla provincia di Salerno (novembre scorso). Tanto che il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, è arrivata ai ferri corti con il titolare dell’Economia Tremonti, proprio sulla richiesta di prevedere nella Legge di stabilità un fondo speciale di 500 milioni per far i Parchi nazionali ma soprattutto per far fronte alla prevenzione del dissesto idrogeologico che gli ambientalisti ritengono «la vera grande opera di cui avrebbe bisogno l’Italia». Peggio che andare di notte, riguardo agli interventi degli enti locali: «Il 78 per cento delle amministrazioni è in ritardo nella prevenzione - denuncia il rapporto - e il 43 per cento dei Comuni non fa praticamente nulla per prevenire i danni da frane a alluvioni».

A conti fatti «sono appena il 22 per cento i Comuni che intervengono nella mitigazione del rischio in modo positivo». Anche nella prevenzione del rischio idrogeologico c’è un’Italia a due velocità: «Perché - conclude Andreotti di Legambiente - se il Veneto ha il 45 per cento dei Comuni che svolgono un lavoro di mitigazione del rischio, valore comunque insufficiente, al Sud si scende al 7 per cento della Sicilia. Cifre veramente difficili». Nella classifica stilata da “Ecosistema rischio” soltanto un Comune raggiunge la classe di merito “ottimo”: è Senigallia, nelle Marche, dove «a seguito di interventi di delocalizzazione, non sono presenti abitazioni o industrie in aree a rischio idrogeologico e viene realizzata un’ordinaria attività di manutenzione delle sponde e di informazione della popolazione».

In totale «solo il 6 per cento dei Comuni ha intrapreso attività di delocalizzazione di abitazioni in aree a rischio, appena il 3 per cento di insediamenti a fabbricati industriali». La maglia nera va a sette Comuni che ottengono addirittura “zero”: Bolognetta e Ravanusa (Sicilia), Coriano (Emilia Romagna), San Roberto e Fiumara (Calabria), Paupisi e Raviscanina (Campania), dove «è presente una pesante urbanizzazione delle zone esposte a pericolo frane e alluvioni e non sono state svolte attività di mitigazione, né dal punto di vista della manutenzione del territorio, né dall’attivazione di un corretto sistema comunale di protezione civile».

di Alessandro De Pascale

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12 dicembre 2010

Frane e alluvioni, ecco l’Italia senza difese

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Legambiente e Protezione civile presentano il nuovo rapporto sulla sicurezza del territorio. Oltre 3,5 milioni di persone vivono in aree pericolose. Poche risorse per la prevenzione.
Moderni argini dei fiumi realizzati non per la messa in sicurezza del territorio ma come alibi per continuare a costruire. Addirittura nei casi più gravi, le opere idrauliche previste restano sulla carta, a differenza dei nuovi quartieri che invece vengono costruiti immediatamente. «È il caso di Crotone - denuncia Simone Andreotti, responsabile protezione civile di Legambiente - perché questa rischiosa urbanizzazione continua tuttora. Non è una scomoda eredità del passato». È la fotografia scattata dal rapporto “Ecosistema rischio 2010”, realizzato da Legambiente e dal dipartimento della Protezione civile, che è stato presentato ieri a Roma. «L’Italia si scopre sempre più fragile», spiega il dossier, soprattutto a causa del «troppo cemento lungo i corsi d’acqua così come a ridosso di versanti franosi».

Tanto che nell’82 per cento dei Comuni ci sono abitazioni costruite in aree a rischio frane o alluvioni, nel 54 per cento frabbricati industriali e nel 19 per cento strutture pubbliche sensibili come scuole e ospedali. Numeri che portano a ritenere che in Italia oltre 3 milioni e 500mila persone siano quotidiamente esposte al pericolo di frane o alluvioni. Del tutto insufficiente l’azione di prevenzione svolta dal governo e dagli enti locali. «Realizziamo questo rapporto da otto anni - continua il responsabile Protezione civile di Legambiente - è purtroppo il quadro continua ad essere desolante». Perché nonostante i fondi stanziati dal governo, il 18 novembre il Cipe ha approvato interventi per 177 milioni che arrivano dopo «il frequente ripetersi di precipitazioni con carattere alluvionale, come quelle più recenti che hanno sconvolto prima la Liguria e la Toscana, poi il Veneto e a Calabria e infine la Campania».

Briciole rispetto ai circa 650 milioni di euro, stanziati nell’ultimo anno dallo Stato per far funzionare la macchina dei soccorsi durante le emergenze idrogeologiche: da Giampilieri (ottobre 2009) fino al Veneto e alla provincia di Salerno (novembre scorso). Tanto che il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, è arrivata ai ferri corti con il titolare dell’Economia Tremonti, proprio sulla richiesta di prevedere nella Legge di stabilità un fondo speciale di 500 milioni per far i Parchi nazionali ma soprattutto per far fronte alla prevenzione del dissesto idrogeologico che gli ambientalisti ritengono «la vera grande opera di cui avrebbe bisogno l’Italia». Peggio che andare di notte, riguardo agli interventi degli enti locali: «Il 78 per cento delle amministrazioni è in ritardo nella prevenzione - denuncia il rapporto - e il 43 per cento dei Comuni non fa praticamente nulla per prevenire i danni da frane a alluvioni».

A conti fatti «sono appena il 22 per cento i Comuni che intervengono nella mitigazione del rischio in modo positivo». Anche nella prevenzione del rischio idrogeologico c’è un’Italia a due velocità: «Perché - conclude Andreotti di Legambiente - se il Veneto ha il 45 per cento dei Comuni che svolgono un lavoro di mitigazione del rischio, valore comunque insufficiente, al Sud si scende al 7 per cento della Sicilia. Cifre veramente difficili». Nella classifica stilata da “Ecosistema rischio” soltanto un Comune raggiunge la classe di merito “ottimo”: è Senigallia, nelle Marche, dove «a seguito di interventi di delocalizzazione, non sono presenti abitazioni o industrie in aree a rischio idrogeologico e viene realizzata un’ordinaria attività di manutenzione delle sponde e di informazione della popolazione».

In totale «solo il 6 per cento dei Comuni ha intrapreso attività di delocalizzazione di abitazioni in aree a rischio, appena il 3 per cento di insediamenti a fabbricati industriali». La maglia nera va a sette Comuni che ottengono addirittura “zero”: Bolognetta e Ravanusa (Sicilia), Coriano (Emilia Romagna), San Roberto e Fiumara (Calabria), Paupisi e Raviscanina (Campania), dove «è presente una pesante urbanizzazione delle zone esposte a pericolo frane e alluvioni e non sono state svolte attività di mitigazione, né dal punto di vista della manutenzione del territorio, né dall’attivazione di un corretto sistema comunale di protezione civile».

di Alessandro De Pascale

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