20 maggio 2010

Presi per il PIL



La crisi finanziaria sta accartocciando le nostre economie. Esportazioni in caduta libera, licenziamenti selvaggi, investimenti in picchiata, sfratti esecutivi per milioni di famiglie e deficit pubblici impazziti (che pompano verso l’alto il debito pubblico) sono solo alcuni degli effetti disastrosi dell’attuale crisi economica mondiale.

Sebbene l’attenzione dei media sia tutta concentrata sulla strada molto accidentata che dovrebbe portarci al “risanamento”, le montagne russe dell’economia mondiale hanno finalmente innescato un dibattito che mette in discussione la sostenibilità del nostro attuale modello di sviluppo fondato sulla crescita economica infinita. Tale critica non è soltanto basata sull’instabilità endemica delle dinamiche di mercato (di cui ormai vediamo gli effetti in tutti i settori), ma anche e soprattutto sull’impatto che questo modello economico ha sulle risorse limitate del pianeta e sul nostro benessere reale. Ma la nostra qualità della vita migliora davvero quando l’economia cresce del 2 o 3%? Possiamo davvero sacrificare il nostro ecosistema (con l’inevitabile conseguenza di distruggere noi stessi) per mantenere intatto un modello caratterizzato da squilibri e contraddizioni?

Per la prima volta da quando è stato inventato negli anni ‘40, il prodotto interno lordo (PIL) - ovvero l’icona popolare della crescita economica - è sotto accusa da parte di organismi internazionali e studiosi. Non sono più soltanto ONG come Sbilanciamoci, New Economics Foundation o il Movimento per la Decrescita Felice a sferrare l’attacco, ma anche tradizionali bastioni di ispirazione liberale. Persino l’Economist, un difensore del libero mercato, recentemente ha ospitato un dibattito sull’utilità del PIL concludendo che “si tratta di un pessimo indicatore per la misurazione del benessere” (http://www.economist.com/debate/days/view/503#mod_module). Anche l’OCSE, un altro colosso del tradizionalismo economico, ha cominciato a gettare dubbi sul dogma della crescita economica. Sul sito web dell’organizzazione intergovernativa, che raccoglie le economie più “sviluppate” del pianeta, si legge: “Per una buona parte del ventesimo secolo si è dato per scontato che la crescita economica fosse sinonimo di progresso, cioè, che un aumento del PIL significasse una vita migliore per tutti. Ma ora il mondo comincia a riconoscere che non è così semplice. Nonostante livelli sostenuti di crescita economica, non siamo più soddisfatti della nostra vita (e tanto meno più felici) di cinquant’anni fa” (http://www.oecd.org/pages/0,3417,en_40033426_40033828_1_1_1_1_1,00.html).

Questo dibattito ha cominciato (finalmente) a fare breccia nell’arena politica europea. Nel novembre 2007, l’Unione europea ha promosso una conferenza dal titolo ‘Al di là del PIL’ e, due anni più tardi, la Commissione ha emesso una direttiva su “Oltre il PIL: misurare il progresso in un mondo in cambiamento”, dove si sostiene che il PIL è stato scorrettamente utilizzato come un indicatore “generale dello sviluppo sociale e del progresso”, ma siccome non misura la sostenibilità ambientale e l’inclusione sociale, “occorre tenere conto di questi limiti quando se ne fa uso nelle analisi o nei dibattiti politici”. Secondo la Commissione Ue “il PIL non può costituire la chiave di lettura di tutte le questioni oggetto di dibattito pubblico”.

Alla fine dell’anno scorso, la Commissione sul progresso sociale creata dal presidente francese Nicholas Sarkozy e guidata dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen ha sottolineato con forza l’inadeguatezza del PIL come misura del benessere sociale. Nel rapporto finale, la Commissione ricorda che il “PIL è una mera misura della produttività di un mercato, sebbene sia stata utilizzata come una misura di benessere economico. Questo ha comportato una confusione enorme nell’analisi di come vivono davvero le persone ed ha portato all’adozione di politiche sbagliate” (http://www.policyinnovations.org/ideas/innovations/data/000144/_res/id=sa_File1/economicperformancecommissionreport.pdf).

Pochi giorni fa, il New York Times ha pubblicato sul suo magazine un lungo articolo dal titolo “L’ascesa e la caduta del PIL”, in cui si passano in rassegna i progetti di revisione dei sistemi statistici nazionali per introdurre misure correttive o sostitutive del prodotto interno lordo (http://www.nytimes.com/2010/05/16/magazine/16GDP-t.html?th&emc=th).

Questi sviluppi recenti traggono la loro origine da una branca importante della ricerca economica che ha ormai dimostrato come la qualità della vita e il progresso sociale siano indipendenti dalla crescita economica. In molti casi, proprio i paesi che vantano una crescita economica sostenuta sono quelli in cui il benessere dei cittadini è più a rischio. Eppure, immancabilmente a ogni tornata elettorale, i nostri politici continuano a riempirsi la bocca di promesse su come far crescere il paese. La crescita economica è parte integrante dei programmi di tutti i partiti politici e, nei dibattiti televisivi, non c’è candidato che faccia un discorso alternativo: un discorso informato sui fatti, in grado almeno di recepire il dibattito in corso a livello globale. Per quanto tempo ancora continueremo a farci prendere per il PIL?

di Lorenzo Fioramonti

Lorenzo Fioramonti è visiting professor all’Università di Heidelberg (Germania) e capo ricercatore della società di consulenza Beyond Development-Dopo lo Sviluppo Srl (http://www.be-dev.com/). Una versione sintetica di quest’ articolo è stata pubblicata sull’edizione internazionale del New York Times il 12 Maggio 2010 (http://www.nytimes.com/2010/05/12/opinion/12iht-edlet.html?scp=1&sq=fioramonti&st=cse).


Quando la burocrazia si mangia la politica



Un’altro presunto scandalo ha scosso i palazzi della politica romana. Alla provincia di Roma una ventina di consiglieri provinciali sarebbero sotto inchiesta per un affare di rimborsi gonfiati. Poiché presso l’ente provincia non è prevista l’indennità di carica (che esiste invece per i parlamentari e i consiglieri regionali), si è pensato a una forma di rimborso per la mancata attività (i cosiddetti giustificativi). Ovvero, chi fa il consigliere provinciale riceve un rimborso pari al reddito percepito nella attività lavorativa, diciamo così, “da borghese”. Se nella vita lavorativa guadagna mille euro al mese, gliene rimborsano mille, se ne guadagna seimila gliene rimborsano seimila. La magistratura romana sta accertando i presunti illeciti nelle dichiarazioni dei consiglieri provinciali. Si tratterebbe di assunzioni fittizie, di cifre gonfiate, richieste alla provincia da parte di alcuni consiglieri. Gli interessati comunque smentiscono, dichiarandosi innocenti.
Il fatto potrebbe scandalizzare l’opinione pubblica. Anche se resta lecito chiedersi per quale motivo un signore che fa politica dovrebbe lasciare il proprio lavoro, diventare consigliere provinciale (attività che, se fatta bene, presume un certo impegno) e qui lavorare gratis, se gratis non muove la coda nemmeno il cane. Se il sistema dei rimborsi non va bene, ne andrebbe previsto uno alla luce del giorno, rapportato al lavoro effettivamente svolto e uguale per tutti, proprio come per i parlamentari e i consiglieri regionali. Si può ragionare sulle cifre, che qualcuno giudica eccessive, ma qualcosa bisogna pur dare a chi si impegna al servizio del bene pubblico, altrimenti si alimentano il qualunquismo nell’opinione pubblica e la corruzione degli eletti ovvero la loro sottoposizione alle varie (io ti faccio eleggere e tu in cambio sostieni i miei interessi).
Sul sito della provincia di Roma è possibile comunque leggere l’anagrafe patrimoniale dei consiglieri: si va da un minimo di 16 mila a un massimo di 114 mila euro l’anno di costo complessivo, per un totale di meno di due milioni di euro per il 2009. I consiglieri provinciali sono attualmente 45, con la legge Calderoli dovrebbero diminuire del 20 per cento, già alle prossime elezioni. Sul medesimo sito è possibile leggere il costo di ciascuno dei 73 dirigenti dell’ente. Si va da un minimo di 94 mila sino ad un massimo di 193 mila euro lordi annui da loro percepiti. La struttura burocratica è divisa in quattordici dipartimenti, a loro volta organizzati in 40 servizi, divisi tra le varie competenze (servizi sociali, scuola, governo del territorio, ecc., ecc., ecc.), in tre uffici extradipartimentali (polizia provinciale, protezione civile, avvocatura provinciale) e diversi altri uffici. Ci sono inoltre 17 società partecipate, a vario titolo, dalla provincia. La provincia di Roma ha un bilancio che vede entrate complessive di 678 milioni di euro (2009). La spesa corrente è di circa 480 milioni. La spesa corrente “disponibile” (che serve per pagare gli interessi sull’indebitamento, i costi per la provincia capitale e sopratutto i costi per il personale) ammonta a 204 milioni. Quindi, ricapitolando, 2 milioni costano i consiglieri e oltre 200 milioni costa la macchina burocratica. Il rapporto è di uno a cento. Così per la spesa per gli investimenti (scuole, viabilità, mobilità, sport, restauri, patrimonio, tutela ambientale e altro) rimangono, alla fine, poco più di 148 milioni.
In questo modo scopriamo che la provincia è sopratutto una macchina che funziona per alimentare se stessa e la propria burocrazia. Da un presunto scandalo per rimborsi fittizi (dove è giusto che la magistratura faccia tutta la luce e colpisca esemplarmente eventuali illeciti) si passa così a numeri che la dicono lunga sul livello e sui limiti della spesa della provincia di Roma. La colpa non è certo di Nicola Zingaretti (l’attuale presidente, che anzi ha registrato nel 2009 un avanzo di gestione di 72 milioni, ridotto i costi degli interessi passivi dell’8 per cento e del personale per un milione), né dei dirigenti o dipendenti attuali che hanno vinto un regolare concorso, ma di un sistema che per anni ha alimentato la grande costosissima macchina della burocrazia che finisce per limitare, a causa del suo costo, anche tutte le scelte che la politica dovrebbe fare.

di L.Q. Cincinnato

19 maggio 2010

In Europa al tempo della crisi














Vorrei tornare brevemente sull’analisi proposta dal Leap circa la quale mi sono già espresso con un epigrafico commento domenica scorsa. Ovviamente rincalzo quanto sostenuto in quella sede laddove esistono molteplici segnali, anche economici, che danno torto ai ricercatori francesi, quanto meno troppo arditi nel parlare di una sorta di “colpo di stato” messo in atto a Bruxelles e finalizzato alla fortificazione degli interessi geoeconomici dei 26 Stati membri verso mercati impazziti che portano ancora impresso a fuoco il marchio della bestia dominante “angloamericana”.
Se quest’ultimo aspetto appare incontrovertibile (e siamo stati tra i primi a far presente che non esiste una neutralità degli stessi ma che al contrario le regole del libero scambio sembrano agire apposta per far crescere la preminenza Usa) non lo è altrettanto il dato delle conseguenze politiche che scaturiranno da siffatte scelte. Sarebbe davvero troppo bello poter far discendere da azioni di protezione finanziaria, nondimeno molto dubbie, il disaccoppiamento che ci permetterà di sbarazzarci dell’influenza dei vecchi padroni.
Che dalle spesse catene con le quali gli statunitensi hanno avvolto l’Europa, da più di un cinquantennio, ci si possa divincolare attuando una riforma economica - la quale, peraltro, ha oggi i contorni di una mera presa di tempo di fronte ad un terremoto sistemico non compreso a fondo nelle sue causae causantes - deve apparire una bizzarria soprattutto a chi ha un quadro più o meno preciso della presenza delle basi americane in tutto il continente, nonché un'idea del condizionamento politico esercitato da Washington sui singoli governi europei.
La conformazione unipolare del mondo uscito dalla guerra fredda, ribattezzato dagli intellettuali Usa, et pour cause, il New American Century, è durata relativamente poco ed oggi non regge più in faccia alla Storia. Tuttavia, in questo processo di riconfigurazione geopolitica mondiale l’Europa non è ben collocata ed, anzi, sembra l’unica area geografica e politica ancora incapace di schierarsi e di imboccare una propria via atta a recuperare un peso internazionale adeguato alle sue potenzialità.
Ritenere che si possa agganciare il treno dell’epoca storica basandosi su scelte di bilancio e finanziarie lascia quanto meno interdetti. Vorrei anche rammentare che fino a qualche giorno fa, uno dei più importanti banchieri centrali americani, Paul Volcker, riferendosi alla crisi greca e all’indisponibilità della Germania ad attuare un piano di soccorso, più solidaristico di quanto sia stato fatto, parlava di inevitabile disintegrazione dell’euro. Lo seguiva il Presidente francese Sarkozy, il quale, di fronte ai tentennamenti tedeschi, minacciava di abbandonare la moneta unica prima della sua disintegrazione per assenza di decisioni coraggiose. Inoltre, le borse, dopo aver accolto positivamente la notizia del piano da 750 mld di euro, sono tornate a traballare pericolosamente facendo registrare indici negativi sulle principali piazze europee, spandendo dubbi sull’efficacia stessa degli interventi programmati. Pare, infatti, che i 750 mld stanziati da BCE e FMI siano virtuali e non reali come quelli versati da Paulson alle banche americane in fallimento nel 2008. Chissà dove hanno rintracciato i ricercatori del Leap questa “ricostituzione di nuovi equilibri globali” favorevoli ad Eurolandia.
Ma più di tutto deve farci riflettere il ruolo giocato da Obama in questa vicenda. Il presidente Usa ha continuamente interferito sulle azioni dell’eurogruppo, come riporta Federico Rampini su Repubblica del 15 maggio. Telefonate alla Merkel, a Zapatero, e poi pressioni sulla Grecia e su altri esecutivi continentali per reclamare piani di austerità che non applica in casa sua. Il risanamento dei conti sta diventando il feticcio che ci costringerà a pagare i guasti e il servilismo dei nostri governanti. Che qualche spesa sia da calmierare non lo mette in dubbio nessuno, tuttavia bisogna avere il coraggio di allargare i cordoni della borsa per stimolare la crescita nei settori di punta e in quelli in grado di aggredire i mercati esteri, dove sono proprio gli americani ad eccellere Qualsiasi piano d’azione in questo senso giustificherà i sacrifici che ci verranno chiesti, altrimenti si tratterà della solita tosatura contro i popoli europei a vantaggio di un ordine internazionale dannoso per i loro interessi e per la loro libertà.
di Gianni Petrosillo

18 maggio 2010

Solo palliativi contro la speculazione


L’Unione europea continua ad agire come soggetto passivo per contrastare gli effetti della speculazione proveniente dal mondo finanziario statunitense e britannico e che come obiettivo primario, nemmeno troppo nascosto, ha l’euro e il suo ruolo di moneta di scambio nelle transazioni internazionali. Le misure triennali di aiuto alla Grecia per 120 miliardi di euro concordate con il Fondo monetario internazionale e la creazione di un fondo di 750 miliardi di euro per sostenere l’euro, non sono altro che dei palliativi che non vanno al cuore del problema.
Non ha senso infatti prestare soldi alla Grecia, quindi indebitarla ulteriormente, per permetterle di pagare altri debiti. Come non ha senso l’impegno preso dalla Banca centrale europea e delle altre banche centrali dei Paesi europei di comprare i titoli degli altri Paesi in difficoltà a causa delle manovre degli speculatori che cercano di fare calare il prezzo di mercato dei Bot e allo stesso tempo far schizzare alle stelle i rendimenti. Questo tipo di interventi non fanno altro che arricchire gli speculatori che potranno così contare su qualcuno che gli compra in tempo reale i Bot che stanno vendendo.
A nessuno dei tecnocrati che siedono alla Commissione di Bruxelles o alla Bce come Jean Claude Trichet (nella foto), né tanto meno ai capi di governo della UE, viene in mente che la soluzione molto più ovvia è semplicemente quella di eliminare la speculazione in base al principio che non si può andare sul mercato con operazioni di compravendita di titoli se non si possiedono i soldi necessari. Oggi dobbiamo invece assistere impotenti all’azione di speculatori come Soros e Paulson che, utilizzando appena 1 dollaro sono in grado di mobilitarne 100 puntando sulla variazione del valore di un titolo nel brevissimo periodo, un giorno o addirittura meno. Lo stesso può avvenire per il valore di un prodotto come il petrolio per il quale l’attività di compravendita dei futures, soltanto una volta su dieci, a dire tanto, comporta il trasferimento reale del bene nelle mani di chi compra.
Ma eliminare la speculazione non è facile sia perché essa ha la sua principale base operativa negli Stati Uniti dove è Wall Street a dettare la danza, sia perché il primo protettore degli speculatori è lo stesso Barack Obama che da criminali come Soros e Paulson o da banche come la Goldman Sachs, che ha truffato i propri clienti, ha ricevuto sostanziosi finanziamenti per la campagna elettorale delle presidenziali e che di conseguenza ha deciso di trasformarsi nel loro maggiordomo. E’ quindi del tutto illusorio aspettarsi che l’Unione europea si muova e faccia pressioni su Obama per una normativa che blocchi l’attività degli speculatori. La speculazione è infatti parte integrante del sistema economico e finanziario basato sull’idea di una crescita infinita. E’ una manifestazione di quel Libero Mercato che nessun presidente ha intenzione di toccare anche se comporta una razzia dei beni dei cittadini da parte dei gangster di Wall Street e dei loro degni colleghi della City londinese. Oltretutto, i predecessori di Obama che avevano provato a mettere paletti al mondo della finanza (come Lincoln, Garfield, McKinley e Kennedy) sono stati velocemente uccisi e sostituiti. Non ci sarà quindi nessun accordo tra Europa, Gran Bretagna e Usa per bloccare gli speculatori. Ci saranno soltanto ad ottobre alcune misure dettate dalla Commissione europea per regolamentare le vendite allo scoperto e i cosiddetti “credit default swaps”. Regole sulle quali sta lavorando un apposito gruppo di studio. Il commissario europeo al mercato interno Michel Barnier ha ammesso la sua impotenza: “Prima devo capire come funzionano esattamente (sic) e poi interverremo. Il nostro obiettivo è quello di avere una registrazione obbligatoria e una trasparenza totale”. Soluzione che arriverà un po’ in ritardo visto che la maggioranza delle operazioni avvengono per via telematica e con meccanismi di vendita e di acquisto che si attivano in maniera automatica.
di Filippo Ghira

Capire perchè l'unione monetaria europea ci sta distruggendo





Ecco cosa è successo. A distanza di 8 anni dal fatidico 1 gennaio 2002 - quando l’Euro divenne definitivamente la moneta comune a 16 nazioni in Europa - i mercati finanziari (leggi il Tribunale Internazionale degli Investitori e Speculatori) hanno finalmente compreso che i Paesi d’Europa non sono più sovrani, specialmente nell’emissione della loro moneta. Dunque i mercati hanno dato un’occhiata ai grandi debiti dei 16 Stati della zona Euro e hanno concluso che per noi ripagarli è un vero problema. Da qui il loro panico, e la conseguente crisi di cui tutti i giornali parlano, che oggi colpisce la Grecia ma domani colpirà tutti gli altri, Germania inclusa. E ciò perché è una crisi strutturale, non di un paio di Paesi.

Vi chiederete: perché ripagare i nostri debiti è diventato un problema così allarmante? Non eravamo indebitati anche prima dell’Euro? Oggi noi Stati della zona Euro stiamo USANDO l’Euro, non ne siamo più i proprietari. Una volta noi italiani possedevano la lira, i francesi i franchi e i tedeschi i marchi ecc. Non siamo cioè più sovrani nell’uso della nostra moneta. L’Euro è a tutti gli effetti una moneta senza Stato, è una moneta ‘mercenaria’ che tutti i sedici USANO. Fra usare una moneta e possederla la differenza è enorme. Perché oggi ogni Paese dell’Euro deve, PRIMA DI SPENDERE per la cittadinanza, fare una di due cose: 1) prendere in prestito l’Euro, 2) TASSARE i propri cittadini per racimolarlo.

Spiegazione di 1) Prendere in prestito l’Euro: letteralmente dobbiamo andarlo a trovare, proprio come fa un padre di famiglia che prima di pagare le spese di casa deve trovare i soldi da qualche parte (lavoro, prestiti). Oggi, si badi bene, un Paese come l’Italia o la Francia deve bussare alle porte di creditori privati per farsi PRESTARE gli Euro PRIMA di poterli spendere per la comunità (vendiamo titoli di Stato sui mercati di capitali dove dobbiamo competere e pagare tassi decisi dai privati). Il nostro Tesoro e la nostra Banca Centrale non possono più emettere moneta in autonomia. Ecco perché oggi i nostri debiti sono un vero problema.

Al contrario, prima dell’avvento dell’Euro, noi eravamo Paesi sovrani nella moneta (lira, franchi, marchi…), e i nostri governi potevano spendere senza il bisogno di trovare il denaro in anticipo. Letteralmente se lo inventavano, come fanno oggi gli USA o la Gran Bretagna per esempio. Magari spendevano troppo, è possibile (caso Italia), ma con la propria moneta sovrana avevano tutti i mezzi per rimediare. Certamente si indebitavano, eccome, ma era un debito che contraevano DOPO AVER SPESO, non prima ancora di spendere come accade con l’Euro oggi, e soprattutto lo potevano ripagare semplicemente inventandosi il denaro necessario (suona incredibile ma è esattamente così), come fanno oggi gli USA o il Giappone. Avevano cioè il potere sovrano di gestire la propria moneta e di conseguenza i propri debiti in autonomia, e questo rassicurava i mercati finanziari che non andavano nel panico sul debito nazionale di allora come invece è accaduto oggi con la Grecia (e domani con tutti i sedici Paesi dell’Euro).

E infatti, nonostante USA o Giappone siano indebitati fino al collo, nonostante l’Inghilterra sia messa forse peggio della Grecia in quanto a debiti, i mercati non sono nel panico per loro. Il motivo, lo ripeto, è che USA, Giappone o Inghilterra hanno moneta sovrana, cioè possono spendere senza doversi PRIMA indebitare, e possono ripagare i loro debiti inventandosi moneta, cose che noi 16 non possiamo fare più. Considerate inoltre che un ‘caso greco’ non si verificò mai, per esempio, con l’Italia spendacciona, indebitata, inflazionistica ma con moneta sovrana degli anni ’60 e ‘70. Al contrario, quell’Italia era assai prospera, e la sua ricchezza di allora ancora oggi ci nutre.
Ecco cosa sta accadendo. Di chi è la colpa? Dell’inganno dell’Euro voluto a tavolino dai grandi burocrati europei (Prodi, Ciampi e centrosinistra in Italia) per l’esclusivo interesse del Tribunale Internazionale degli Investitori e Speculatori (e degli USA naturalmente), i quali oggi (ma già da prima) ci saccheggiano imponendoci misure di tagli a tutto ciò che è pubblico per comprarselo domani a due soldi. Possono farlo perché oggi noi, per i motivi sopraccitati, siamo indebitati veramente, e siamo ricattabili. Non per nulla alla Commissione Europea trovano pianta stabile 229 lobbisti del Tribunale Internazionale degli Investitori e Speculatori, in un rapporto di 4 a 1 rispetto a chi perora la causa dei cittadini.

p.s. Sapete chi ha voluto l’Italia nell’unione monetaria? La confindustria tedesca, che ha voluto inchiodare la nostra industria nella moneta unica così che ci fosse impossibile in futuro svalutare la lira per renderci competitivi contro il marco e vendere più di loro. Capito? Prodi non è scemo, è un criminale. Altro che caso Anemone.
di Paolo Barnard

17 maggio 2010

La crisi infinita



Dall’imponenza del fondo messo a disposizione della Bce, pari a 750 miliardi di euro, nei confronti dei paesi europei in crisi, sembrerebbe che Obama abbia trovato un certo accordo con la leader tedesca Merkel, quale rappresentante del paese europeo più sviluppato.
Una certificazione di solvibilità concessa dal buon Obama secondo le regole imposte dell’onnipresente Fmi (reale strumento finanziario al servizio di ogni geostrategia Usa), da mettere nel conto di un maggiore indebitamento e da far pesare sul groppone dei cittadini dell’Europa, così da protrarre (ma per quanto?) l’unità monetaria (europea) ed essere certi che la spremitura finanziaria americana possa continuare; gli stessi accordi di Maastricht (‘92) vanno viepiù stringendo la corda intorno alle ridotte industrie nazionali trasformate sempre più in pozzi finanziari per i bisogni del paese dominante.
A onore della memoria, con “Mani pulite”(’92) si dette il via libera all’attacco speculativo della “Lira”; una prima esercitazione sul campo fatta dalle solite (note) banche d’affari americane con il soccorso provvidenziale dei “salvatori della patria” (Ciampi e Amato), che bruciarono, inutilmente (così si disse poi), una cifra colossale e spropositata delle riserve valutarie della Banca d’Italia, nel vano tentativo di mantenere la parità della Lira con le monete più forti. E finanche una prova di forza più generale degli accordi di Maastricht (’93) ideati dalle servizievoli menti dei governanti europei, allo scopo di rendere più facile un lavoro di riposizionamento della strategia geopolitica Usa, dopo la dissoluzione dell'antagonista Urss, al di là dei margini del defunto mondo bipolare della “Guerra Fredda”.
Dietro le euforie delle borse, facendo seguito dell’assemblaggio del Fondo europeo messo a disposizione dalla Bce per riempire le falle già si intravedono i nuovi attacchi speculativi delle stesse banche d’affari (Usa) che fanno il bello o il cattivo tempo: speculazioni al rialzo o al ribasso, fate voi. Anche se l'eccitazione per i rialzi-ribassi cederà presto il posto della disperazione.
In tutto questo bailamme si dimentica la ricaduta,della carta straccia finanziaria sull’economia reale. Anzitutto, il piano proposto per uscire dalla crisi è costituito dagli acquisti della Bce di titoli di Stato emessi dai paesi “sotto attacco”. Tali capitali finanziari messi a disposizione dei paesi europei andranno a sommarsi alla massa enorme di liquidità che già il governo americano di Obama (di due anni fa) dovette affrontare con iniezioni sul mercato monetario, di migliaia di miliardi di dollari,in “debiti sovrani”, così chiamati, e non a caso, dallo Stato Sovrano Usa. Inoltre, l’uscita dalla crisi prevede che i debiti sovrani siano riassorbiti gradualmente, in un periodo di circa 3-5 anni, con ovvi risvolti di crescente inflazione man mano che la massa monetaria sarà assorbita dall’economia reale.
E nel contempo, altrettanto ovvia sarà l’idea che la speculazione finanziaria non si fermerà; anzi che le Banche d’affari Usa concentreranno maggiormente la loro attenzione sulla massa monetaria e finanziaria, che verrà rilasciata di volta in volta dalla Bce, nei confronti dei paesi europei maggiormente presi dalla crisi, annullando così gli effetti degli aiuti finanziari, per rimettere in carreggiata sistemi economici sempre più emarginati, con l’incubo di una ripresa appunto dell’inflazione (europea) sempre più tendente ad una “stagflazione” (inflazione + recessione).
E non finisce qui, perché eventuali governi della sinistra non potranno più aumentare la spesa pubblica, così come quelli della destra non potranno abbassare le tasse (i rispettivi cavalli di battaglia), e per entrambi avanzerà il timore di sfondare il deficit programmato. L’elaborazione di politiche nazionali serie ed indipendenti diventeranno sempre pallidi ricordi. Creare ricchezza non significa produrre carta o moneta stampata, con misure tampone soltanto provvisorie; si può far ripartire l’economia, quella vera cioè reale, non certamente con un Fondo finanziario gestito da una Europa composta da stati non sovrani e non in grado cioè di indirizzare selettivamente i finanziamenti secondo le proprie priorità nazionali, per la salvaguardia fondamentale della competizione e dello sviluppo delle proprie industrie.
Da qui si deve ripartire per una riflessione che non confonda l’apparenza con la realtà e/o sappia discernere “il gran dall’oglio”; del resto, se si fa il confronto tra la lunga e dolorosa storia del passato e quella presente qualche dubbio rimane in sospeso: la storia insegna ancora qualcosa o dobbiamo sempre ripercorrerla nello stesso drammatico modo?

di Gianni Duchini

Uscire dalla gabbia








Quando siamo nella fine di un ciclo economico grande come questo, è veramente difficile rimanere saldi e centrati. Ogni parametro salta, ogni certezza svanisce e tutto sembra crollare intorno a noi.
La politica si sta disintegrando e non parliamo solo di quella italiana, l’economia si sgretola mentre la religione che avrebbe dovuto darci solidità, conforto e speranza, vacilla sotto i colpi imponenti delle debolezze umane.

Ogni cosa è diventata la caricatura di se stessa e tutto viene a galla senza filtri mostrandosi per quello che forse è sempre stato, ma che era nascosto da un velo che oggi è scomparso repentinamente e in modo traumatico. Possiamo dire che alla fine di un ciclo come questo, tutto viene portato alla superficie per essere analizzato, trasformato e lasciato andare per essere ricostruito.
Un ciclo che è partito alla fine dell’ottocento e che oggi sta esalando gli ultimi respiri per lasciare spazio al nuovo che verrà, ma solo dopo che il vecchio si sarà esaurito.

Questa, lo abbiamo detto moltissime volte, non è una crisi come le tante altre che periodicamente hanno accompagnato la nostra esistenza, è una crisi sistemicache cambierà completamente il mondo così come noi oggi lo conosciamo. Lo sappiamo, sono parole forti, ma questa è la realtà dei fatti e non possiamo che prenderne atto e cercare insieme di affrontare nel migliore dei modi questo momento di metamorfosi collettiva. Tra l’altro, ma la cosa certamente non consola, questo è uno dei tanti stravolgimenti avvenuti nel tempo, la differenza è che oggi coinvolge tutto il mondo e non una città o una nazione come accadeva in passato!

Il disorientamento che deriva dalla perdita di ogni riferimento conosciuto è normale, ogni cosa diventa difficile da interpretare e le azioni che funzionavano nel passato oggi non danno più gli stessi risultati perché non sono più in armonia con il momento. Allora è facile che prenda un senso di panico e di sbandamento, ci si può abbandonare a pensieri neri sul futuro o addirittura non farcela ad affrontare la durezza di questo periodo.
La cosa non facile da capire è che siamo immersi in una grande illusione dove regnano scarsità, sofferenza e sopraffazione. Il matrix creato ad arte per mantenere le persone in un continuo stato di prostrazione e schiavitù di cui la pubblicità dell’Ikea offre una attenta rappresentazione.

Le sbarre di questa prigione sono immateriali costruite sull’inganno del debito legato alla creazione di moneta che condiziona nel lungo periodo qualsiasi nostra azione e che porta sempre ed inesorabilmente al crollo del sistema per essere ricostruito diverso, ma con le stesse regole dell’altro. Un piccolo elemento, il debito, che ci porta nell’inferno della scarsità artificiale e ci inchioda a comportamenti innaturali, l’homo homini lupus di Hobbes.
Tra un crollo ed una ricostruzione abbiamo però una opportunità unica data dalla finestra temporale che si sta aprendo e che va dal crollo del vecchio carcere alla costruzione del nuovo penitenziario. In questa finestra noi, consapevoli di cosa sta accadendo, possiamo spiegare a chi è disorientato cosa sta succedendo e insieme procedere alla costruzione di un modello completamente nuovo che possa aiutare in questo difficile passaggio collettivo e ci eviti di tornare al chiuso di una nuova cella.

Ovviamente non potendo gestire le leve del potere, dobbiamo riversare le nostre energie creative nella ricostruzione delle nostre economie locali, sostenendo le imprese strategiche per il territorio e creando circuiti virtuosi che creino ricchezza e cultura nuova. Sembrerà strano, ma questo ha una potenza di trasformazione incredibile e permette alle persone di collaborare e aiutarsi reciprocamente infondendo una visione totalmente diversa e positiva.
Una delle risorse maggiori del sistema che impedisce di uscire dalla nostra cella è proprio il senso di solitudine che aumenta nei periodi in cui tutto intorno inizia a crollare. Il collaborare insieme e ricostruire le comunità locali, porta a indirizzare tutte le energie nel costruire invece che alimentare la distruzione, che come vediamo va da sola e non ha bisogno certo del nostro aiuto. Si costruisce in questo modo una rete di salvataggio e si creano le basi per un nuovo sistema più equo e basato sulla solidarietà reciproca. Se poi si mettono in rete queste esperienze il risultato viene amplificato esponenzialmente. L’unione e l’aiuto reciproco sconfigge la solitudine e fa uscire dalla cella.

Naturalmente c’è un modo per fare tutto questo per cui servono professionalità che si mettano al servizio del nuovo incondizionatamente e senza aspettative di ritorno immediato. Questo per fortuna sta accadendo con il mondo di Arcipelago SCEC che sta lavorando da anni alla ricostruzione delle comunità locali, economiche e sociali, ormai in 11 regioni. In molti territori può contare, in alcuni comuni e province, anche dell’aiuto prezioso di quella politica ancora sana e del sostegno di enti, associazioni e scuole. A Crotone ad esempio, una delle province più disastrate d'Italia e considerate “profondo sud” dai rapporti economici, stiamo attuando un progetto che vede in prima fila le scuole professionali dove abbiamo svolto un programma di formazione per la costruzione di un sistema di produzione, trasformazione e distribuzione delle produzioni locali, a partire proprio dall’agricoltura, che permetterà di dar vita, speriamo prestissimo, ad un Emporio gestito da alunni appena diplomati sotto il nostro coordinamento, dove si trasformeranno e si venderanno solo prodotti locali in un ambito di creazione di cultura, collaborazione e nuovo modo di fare impresa dando così nuovo vigore alle produzioni locali che trovano il primo sbocco proprio nella comunità locale.

Se Crotone è in prima fila, segue a ruota la zona di Cerveteri (Roma) dove il comune ha deliberato il supporto al progetto di Arcipelago SCEC e ci sono i corso ottimi contatti con gli altri comuni limitrofi per dare vita ad un piano di sviluppo territoriale intercomunale. La stessa cosa sta avvenendo in Toscana dove la collaborazione con il comune di Capannori, all’avanguardia per la raccolta differenziata e le energie rinnovabili, sta dando ottimi frutti e salendo più su in Emilia dove ci sono già contatti con vari comuni, uno di questi è il comune di Monteveglio (Bo) il primo comune in Transizionee in Abruzzo con il comune di Pescara, che anche lui ha deliberato il supporto ai progetti di Arcipelago.

Senza contare che la Solidarietà ChE Cammina, lo SCEC, sta mobilitando centinaia di attivisti che quotidianamente lavorano alla costruzione di un modello nuovo di vita in comune. Il concetto è che se risani la piccola cellula, in questo caso l’economia locale, si risana anche il grande organismo di cui questa cellula fa parte. Non si può sapere dove questa strada ci porterà, ma sappiamo che dove le persone iniziano a lavorare insieme si crea quella giusta dose di ottimismo e solidarietà che permette di superare i momenti bui che sono appena iniziati.

di Pierluigi Paoletti

15 maggio 2010

Attacco al Comune di Camigliano: "Lasciate i rifiuti o rischiate il commissariamento"


comuni virtuosi
I Comuni Virtuosi sono Comuni i cui primi cittadini intendono il loro incarico come servizio ai cittadini e alla comunità, con risultati molto evidenti
I Comuni Virtuosi - chi segue la nostra testata ne ha sentito parlare spesso - sono quelli i cui primi cittadini intendono il loro incarico come servizio ai cittadini e alla comunità, con risultati molto evidenti.

Questo spaventa chi invece ha della politica un'idea opposta. La politica come opportunità di ottenere vantaggi personali, la politica delle poltrone, del potere, del controllo del consenso. Questa politica comincia ad avere paura dell'esempio dei Comuni virtuosi e lo dimostra quanto sta accadendo al Comune virtuoso di Camigliano (CE) guidato dal sindaco Vincenzo Cenname.

Camigliano è un comune con il 65% di raccolta differenziata, è un comune che fa il compostaggio domestico e ha abbassato la tassa rifiuti ai cittadini oltre ad inserire i pannolini lavabili negli asili nido e a recuperare gli oli esausti.

Ma non basta. Camigliano ha smesso di erodere il proprio territorio, di cementificarlo e ha anche messo lampade a basso consumo nel cimitero. Piccole ma grandi cose - soprattutto se fatte in Provincia di Caserta dove camorra e politica governano spesso insieme - tutte volte a migliorare la vita dei cittadini nel rispetto dell'ambiente in cui si è scelto di vivere.

Ecco, in una situazione come questa, succede che il prefetto di Caserta Ezio Monaco diffidi il sindaco Cenname affinché trasmetta alla società provinciale che gestisce la raccolta rifiuti gli archivi di Tarsu e Tia, pena il commissariamento e lo scioglimento del consiglio comunale.

La "gestione" dei rifiuti è da sempre una delle chiavi di potere e di guadagno della camorra, non stupisce quindi che la gestione autonoma ed efficiente del sindaco di Camigliano disturbi qualche potente. Cenname, ovviamente, difende la propria scelta: "Ha garantito il raggiungimento di notevoli percentuali di rifiuti differenziati. Un risultato eccellente, nonostante le mille difficoltà di portare fuori regione, e quindi con costi notevoli, la frazione umida dei rifiuti” - ma nonostante questo, continua il sindaco - "E' ormai da 4 anni che la tarsu non subisce aumenti e per di più tutte le spettanze sono state liquidate senza che siano stati accumulati debiti".

Una gestione economica ed efficiente quindi, come ha anche certificato il Tar della Campania che ha avvallato la scelta indipendentista del Comune respingendo il ricorso della provincia. Cosa che però, evidentemente, non ha fermato il prefetto dall'inviare quella raccomandata che suona più che altro come una minaccia. "Qualora la politica - ha scritto Cenname in risposta al prefetto - dovesse essere esautorata di quel poco potere decisionale che ha circa l'implementazione di servizi come la raccolta differenziata, allora non avrà più senso l'esistenza di alcun organo politico comunale e per questo, considerato che la politica non costituisce affatto un mestiere, sono pronto a consegnare il mio mandato amministrativo".

Speriamo che questo non accada, speriamo che Cenname resista e vinca la sua battaglia. Il solo fatto che accadano queste cose e che nessuno, non un giornale, non una televisione, ne parli, ci fa pensare - come scrive Marco Boschini - che stiamo vincendo, che hanno paura, che cominciano a reagire scompostamente dimostrando così tutta la loro debolezza e falsità e che alla lunga cittadini sempre più consapevoli faranno scelte che cambieranno davvero le cose, come hanno fatto gli abitanti dei comuni virtuosi.

di Andrea Boretti

14 maggio 2010

I supercomputer provocano il "crash automatico della borsa"
















Le screditate “agenzie di valutazione del credito” - rappresentate dalla triade dell’oligopolio anglosassone Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch – hanno assestato in modo selettivo un colpo devastante alla Grecia e all’euro (senza sfiorare gli Stati Uniti né la Gran Bretagna, tecnicamente in una situazione peggiore), e questo ha accelerato la seconda ondata di caos finanziario globale.

L’afflitto cancelliere tedesco Angela Merkel, che pecca di ingenuità infinita e affronta una elezione cruciale nel Nord Reno-Westfalia, ha fustigato il “perfido (sic) mercato” sregolato delle banche, degli hedge funds (fondi di copertura di rischio), gli speculatori e le agenzie di valutazione di credito (Bloomberg, 6/5/10).

Con la ovvia eccezione dell’arcipelago britannico, nell’Europa continentale sono piovute critiche contro la sbilanciata prestazione della triade anglosassone delle “agenzie di valutazione di credito”, che godono di un potere inusuale che urge addomesticare.

Michael Mackenzie, del The Financial Times ( 7/5/10) commenta che l’istantaneo crollo del pomeriggio del giovedì 6 maggio nelle borse degli Stati Uniti per il valore di un miliardo di dollari – equivalente al Pil del Messico-, e che ha avuto conseguenze sul mondo intero, rimane “tuttora un mistero (sic)”.

Varie versioni si susseguono: dal “pollice” di un operatore di borsa che ha sbagliato tasto nel fare il suo ordine di compravendita, passando per “l’effetto greco”, fino all’eventualità di un “sabotaggio” ipotizzato da Obama (Sam Youngman, The Hill, 7/5/10).

A quale hacker cinese, russo, nordcoreano o iraniano pretendono attribuire la colpa dei guasti inerenti lo sregolato modello neoliberista?

A giudizio di Michael Mackenzie l’improvvisa caduta che si è avviata nell”Indice S&P 500” è stata esacerbata dai supercomputer che “servono per vincolare i mercati e il cui panico si è diffuso ai mercati delle divise e dei buoni”.

Contro tutte le leggi suppostamente immutabili del “libero (sic) mercato”, i “quattro grandi luoghi” delle quotazioni delle azioni di borsa degli Stati uniti – NYSE Euronext, Nasdaq, BATS e Direct Edge- hanno cancellato le loro operazioni durante 20 minuti.

Negli Stati Uniti “cadono i sistemi”, come continuamente accade, in modo più primitivo, nelle elezioni presidenziali in Messico.

Il crack della borsa di New York del 1987 era stato attribuito a “programmi” che avevano esacerbato le cadute improvvise.

Le quotazioni finite irrimediabilmente al suolo si sono trasformate in sostanza essendo state superate dagli scambi di borsa di “alta frequenza” dei supercomputer, che usano algoritmi specializzati (“algos”) e che si realizzano simultaneamente in altre piazze annesse alle sedi conosciute.

Per i fondamentalisti del neoliberismo il “commercio algoritmico” (gli “algos”) attraverso i supercomputer ha reso più “efficienti (sic)” e più “liquidi” i mercati grazie al progresso tecnologico.

Lo stesso errore degli algoritmi dei supercomputer era capitato tre anni fa nella borsa di New York NYSE con le operazioni di Crédit Suisse.

Questi algoritmi sono “programmi di software” che “decidono quando, come e dove negoziare certi strumenti finanziari senza il bisogno di alcun intervento umano” (“Il fantasma nelle macchine”, The Financial Times, 17/2/10).

Oggi i “mercati” praticamente automatizzati sono dominati dai “mercanti di alta frequenza” (intorno al 60% di tutte le operazioni), che sfruttano la congiunzione tecnologica e l’ultravelocità che sorpassa gli astanti, per non parlare degli scommettitori, nell’acquisto di affari in alcuni microsecondi. Uff!

Parallelamente, esiste una tecnologia separata che scrutina le notizie per dare agli algoritmi la sua “direzionalità” (il suo senso).

Jeremy Grant analizza i conseguimenti del “commercio algoritmico” di alta frequenza che ha perturbato ( e scombussolato, come è avvenuto l’infausto giovedì) gli scambi borsistici (The Financial Times, 7/5/10): “oggi i mercati borsistici sono diretti in modo schiacciante da algoritmi matematici programmati per entrare ed uscire dai mercati quasi alla velocità della luce, nella frenetica ricerca di affari che risultino in facili guadagni”.

A giudizio di Jeremy Grant, il “commercio algoritmico” serve “gli interessi dei mercanti a breve termine, che usano la più recente magia computazionale”.

Oggi più della metà degli affari di borsa negli Stati Uniti “coinvolge l’uso del commercio algoritmico” dato che le quotazioni non si realizzano unicamente nelle conosciute borse di New York e Nasdaq bensì “in altre piattaforme pletoriche (sic)”, che includono “zone oscure (sic)” – dark pools – e “sistemi operati dagli stessi mercanti”. Ora “meno del 35 per cento delle quotazioni si realizza nella borsa di New York” (NYSE, sigla in inglese), poiché “esistono sistemi che sono riusciti a fare transazioni in soli 16 microsecondi.

Si tratta di borse di valori tecnologiche senza umani o disumanizzate?

L’impressionante verità è che “la maggioranza delle azioni cambiano di proprietario nei centri con dati vasti”. Uno dei centri di dati, construito da NYSE Euronext a Basildon (Gran Bretagna) – “proprietario” della borsa di New York -, misura l’equivalente di tre campi di calcio.

Nonostante la sconcertante “rivoluzione tecnologica”, Jeremy Grant questiona “ gli esistenti sistemi di gestione di rischio per prevenire algoritmi fallaci”.

A quanto pare, il giovedì pomeriggio quei sistemi operati da macchine sono stati sul punto di portare il mondo ad una catastrofe borsistica.

Rimane assodato che la tecnologia guidata dai supercomputer ha trasformato il modo in cui si gestiscono i “mercati” che si trovano nelle mani di poche entità finanziarie globali, di per sè oligopolistiche, che dispongono dei nuovi strumenti di navigazione borsistica che hanno messo fuori gioco gli “investitori ordinari” ( leggasi: praticamente tutto il mondo, con l’eccezione della banca israelo-anglosassone).

Le catastrofi tanto deliberate quanto tecniche della sregolata globalizzazione finanziaria obbligano al ripensamento del dominio e gestione del denaro mondiale, così come de “l’arbitraggio” delle sue screditate “agenzie di valutazione del credito”, dalla plutocrazia della banca israelo-anglosassone che ha portato il suo controllo a livelli intollerabili per tutti gli abitanti del pianeta.

Oggi la vera liberazione del genere umano è anzitutto finanziaria.

Un primo passo per i paesi colpiti – ovvero la stragrande maggioranza meno tre, come è rimasto assodato dopo la deliberata balcanizzazione e vulcanizzazione dell’eurozona – consiste nello stabilire sistemi propri di emissione di moneta (che includano la puntellatura con materie prime strategiche) e di gestione del credito, con autonomia regolatoria nazionale (non trasnazionale), e nell’uscita il prima possibile – prima di rimanere passivamente annichiliti – dal perverso gioco finanziario delle piazze delle borse di New York e Londra (in realtà, dei suoi supercomputer e dei suoi “algos” controllati dalla banca israelo-anglosassone). Questa è la maggiore sfida che l’umanità affronta oggi.

di Alfredo Jalife-Rahme

Fonte: http://www.jornada.unam.mx/

13 maggio 2010

Un piano di 750 miliardi per difendere l’euro

L’Europa e il Fondo monetario internazionale si sono accordati per un piano di 750 miliardi di aiuti per “salvare l’euro dalla speculazione”. Ben 250 miliardi verranno dal Fmi mentre gli altri 500 dai Paesi europei. Di questi, 60 miliardi verranno stanziati dalla Commissione europea e gli altri 440 saranno costituiti da prestiti e garanzie fornite dai Paesi membri del sistema dell’euro. I ministri delle Finanze dei 27 Paesi membri, recita un comunicato, “hanno deciso un pacchetto comprensivo di misure per preservare la stabilità finanziaria in Europa, compreso un meccanismo di stabilizzazione finanziaria”.
La concessione di fondi ai Paesi che dovessero averne bisogno sarà associata a “condizioni rigorose” e con un sistema che è molto simile a quello stabilito per la Grecia. Mentre la Banca centrale europea e la Bundesbank si sono dette pronte ad acquistare titoli di Stato dei Paesi in difficoltà.
Trovare un accordo è stato molto faticoso sia perché si metterà in campo una cifra di risorse imponente sia per l’impegno che tutto questo comporterà in termini squisitamente finanziari ma anche politici. Basti pensare che il piano di aiuti triennali di 110 miliardi a favore della Grecia, da parte della UE e del FMI, con un impegno tedesco di oltre 22 miliardi, è costato al Cancelliere tedesco Angela Merkel (nella foto) la sconfitta nelle elezioni regionali nel Nord Reno-Westfalia. In una fase di crisi come questa, nella quale i governi e gli organismi finanziari internazionali invitano a fare sacrifici e a stringere la cinghia, nessun cittadino è infatti disposto a vedersi oberato di nuovi impegni, peraltro originati dai buchi di bilancio degli altri Paesi. Con tanti saluti alla solidarietà europea.
Nonostante la risposta più che positiva delle Borse, quello che comunque appare assurdo è che i governi europei si pongano l’obiettivo di porre in essere misure per vanificare gli effetti della speculazione e nessuno di essi vada al cuore del problema. Nessuno quindi che si ponga di eliminare la speculazione finanziaria in quanto tale sia in Europa che sugli altri mercati, ad incominciare da quello statunitense. Nessuno che si ponga il problema che è necessario stabilire regole internazionali che impongano che non si possono investire i soldi che non si hanno, che è poi il principio base della speculazione. Nessuno che chieda a Barack Hussein Obama, il maggiordomo dell’Alta Finanza Usa, di impedire ai gangster di Wall Street di agire indisturbati. Se l’euro è sotto pressione è perché criminali del calibro di George Soros e John Paulson, o i dirigenti di banche tipo la Goldman Sachs, possono continuare a raccogliere denaro virtuale sui mercati, cioè soldi che non possiedono, e poi puntarlo contro i titoli di Stato greci e domani su quelli italiani, per guadagnarci sul breve termine e per affossare il sistema dell’euro sul lungo termine.
L’altro assurdo è che la speculazione venga da un Paese, come gli Stati Uniti, che da decenni vive alle spalle degli altri Paesi in conseguenza del suo enorme deficit commerciale e dell’altrettanto enorme debito pubblico. Due peculiarità che fanno sì che il dollaro non sia altro che carta straccia. Da parte sua, Obama si è limitato ad incoraggiare per telefono la Merkel ad adottare azioni decise in difesa della stabilità finanziaria dell'Europa, perché si è reso conto che un'azione speculativa a largo spettro contro l'euro, organizzata dai suoi padroni, avrebbe rischiato di avere effetti dirompenti sulle esportazioni degli stessi Stati Uniti. La realtà è quindi che l’Europa è impotente nei confronti degli speculatori, dal ministro svedese Anders Borg definiti “sciacalli”, e che le uniche misure che è in grado di varare sono quelle di contenimento e di difesa. Siamo in grado di difendere l’euro dagli speculatori, ha garantito la Merkel. Ma non di impedirgli di speculare.

Londra va per conto suo
Un altro aspetto che è emerso dalla riunione dell’Ecofin di Bruxelles è stato il no di Londra al piano di difesa dell’euro. Un no che era prevedibile non fosse altro che la Gran Bretagna non fa parte dell’euro e continua ad essere tenacemente attaccata alla sterlina. Ma soprattutto perché la Gran Bretagna ha svolto un ruolo determinante nel fare scoppiare la crisi finanziaria a cavallo tra il 2007 e il 2008. La finanza britannica ha infatti una forte impronta speculativa ed è proprio sullo sviluppo della finanza che i governi laburisti di Blair e Brown hanno impostato la loro politica economica negli ultimi 15 anni e che ha comportato un enorme piano di aiuti per salvare le banche che avevano massicciamente speculato. Proporzionalmente, forse più delle stesse banche americane. Una politica economica che ha comportato una non indifferente deindustrializzazione del Paese e che ora la Gran Bretagna sta pagando pesantemente con una crisi economica devastante, con il disavanzo pubblico ad oltre il 12%, con una disoccupazione di massa e una povertà crescente e con il valore della sterlina in caduta libera.

Nuove regole in arrivo
Resta in ogni caso la realtà di un Europa che di fatto è nata intorno ad un progetto di mercato unico e con un disegno politico messo in secondo piano e al servizio di quello. E’ da questa impostazione di partenza, nella quale i governi e la politica hanno accettato di essere sovrastrutture dell’economia e della finanza, che nasce l’impotenza nei riguardi della speculazione con l’adozione di misure che sono palliativi perché non vanno alla radice del problema, Adesso le prossime tappe saranno l’adozione da parte dei Paesi più a rischio, come Spagna e Portogallo, di misure di contenimento della spesa pubblica con tutto ciò che questo comporterà in settori come le pensioni e l’assistenza sanitaria. Poi il prossimo 21 maggio ci sarà la prima riunione del comitato per la riforma del Patto di stabilità. Da parte sua, il presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso, ha affermato che, dopo le decisioni prese domenica notte, ogni tentativo della speculazione di indebolire la stabilità delle economie dell'euro è destinato a fallire. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri, Franco Frattini che ha affermato che dopo aver spento l'incendio che rischiava di propagarsi a tutta la casa comune europea, si deve riflettere sulle regole che governano l’economia e la finanza, e rivedere i meccanismi di allerta sugli squilibri in atto e il peso e il ruolo delle agenzie di rating.

S&P promuove il piano
Giudizi positivi, e questo dovrebbe essere preoccupante, sono arrivati proprio da una agenzia di rating Usa, come Standard&Poor’s, che ha sottolineato che il piano europeo di sostegno all’euro, rappresenta una soluzione positiva sul lungo periodo perché fornisce un sistema di difesa e di protezione sul lungo periodo nei confronti dei Paesi più vulnerabili al rischio contagio. Si tratta di un piano di grande portata, ha detto un dirigenti di S&P. Per alcune settimane, ha sostenuto, l'Europa è stata severamente criticata dai mercati per i ritardi nel fornire risposte e così il piano avrebbe approvato ha recepito queste perplessità. Dubbi che in realtà erano quelli delle stesse società di rating che stavano di fatto facendo il gioco degli speculatori declassando l’affidabilità dei titoli del debito pubblico di diversi Stati, come l’Italia, e di conseguenza affossando la stabilità dell’euro. Per S&P, in ogni caso non ci sarebbe alcuna ragione per temere che qualche Paese europeo sia obbligato a lasciare il sistema dell’euro.

12 maggio 2010

I pirati della borsa



I mercati finanziari nei giorni scorsi hanno segnato forti ribassi assaltati dagli speculatori. Parliamoci chiaro, gli speculatori sono quelli che, avviato il ribasso - cioè dato l’arrembaggio alla nave dei risparmiatori spaventati, che vendono per paura - comprano quando i prezzi delle azioni sono molto più bassi. I ribassisti sono signori che, assistiti dagli strumenti finanziari, vendono azioni pur non possedendole. In un secondo momento comprano, quindi, le azioni che non avevano e hanno già venduto. Ma non sono i soli alla ricerca di facili guadagni. Il fatto stesso che ci sia qualcuno che vende perché impaurito, significa che anche questi era alla ricerca di rendimenti più alti, ma più rischiosi, altrimenti avrebbe tenuto le azioni in attesa dei dividendi (i cosiddetti cassettisti), o avrebbe acquistato Bot o Cct o avrebbe tenuto i soldi in banca, che sono investimenti assai più sicuri. La borsa, si sa, ha dei “cicli” in cui i listini scendono e salgono. Non pensiate che chi guadagna in queste situazioni siano degli anonimi investitori, spesso sono le stesse banche. Basta guardare i bilanci dell’ultimo anno delle banche per vedere che una delle voci più consistenti dei ricavi è quella relativa al trading mobiliare, cioè ai guadagni fatti comprando e vendendo azioni e titoli. Questa volta l’allarme ha colpito i mercati per il caso Grecia. Altre volte gli allarmi, i cosiddetti warning, sono stati più seri (11 settembre; mutui subprime), altre volte meno seri o addirittura immotivati. Tra i bassi di ieri e gli alti di oggi, il caso Grecia sarà dimenticato e i listini saranno ancora come si dice bullish, cioè in salita. I ribassisti si faranno rialzisti, perché devono portare all’incasso i loro “investimenti”. La borsa è ormai un fenomeno mondiale. Mentre fino a qualche tempo fa i mercati seguivano Wall Street, ora tutti influenzano tutti. Per assurdo, l’anomalia del mercato borsistico sta proprio nel fatto che registra non il reale valore delle aziende, ma il valore di mercato, cioè quanto si è disposti a pagare una azione (una piccola quota di una azienda) in un determinato momento. Si potrebbe, come propone l’ex ministro e ex presidente Consob, Luigi Spaventa, su Repubblica bloccare la strada ai ribassisti-speculatori, consentendo agli stati di intervenire sul mercato e acquistare titoli nel momento in cui gli speculatori attaccano, vanificando le loro previsioni al ribasso e infliggendogli delle perdite. E’ una strada percorribile, che presuppone la presenza di una montagna di euro, se consideriamo che, ad esempio, il valore degli scambi azionari di Milano di venerdi 7 maggio è stato di 6,6 miliardi e che la speculazione potrebbe ripetersi su più giorni. Per ora gli stati europei hanno reagito ponendo a difesa dei propri titoli e della moneta unica 500 miliardi, più 250 del Fondo monetario internazionale. Queste misure che pure hanno messo al riparo i listini dalle speculazioni sui titoli di stato non basteranno a fermare le speculazioni del mercato borsistico. Per fare questo è necessario introdurre una serie di restrizioni e premi per chi opera sui listini. Restrizioni e limitazioni nell’uso degli strumenti finanziari e che contrastino l’abuso della leva finanziaria - investire senza avere il denaro - per chi opera in borsa. Si possono vietare le vendite al ribasso per chi non possiede azioni. Lo si è già sperimentato sul listino milanese per qualche mese dopo la crisi finanziaria mondiale del 2009. L’obiezione è che alcuni investitori non entrerebbero sui mercati che avessero troppe limitazioni. Basterebbe prendere regole comuni, che valgano a Piazza affari, come a Hong Kong, come a Wall Street e i mercati sarebbero più lenti, ma più armonici, nelle loro crescite o ribassi. Chi l’ha detto che l’orso non possa salire le montagne, seppur lentamente? Le politiche fiscali dovrebbero poi incentivare gli investimenti duraturi. La borsa nasce come strumento per le imprese di raccolta del risparmio privato a prezzi più convenienti rispetto al credito concesso dalle banche. Negli ultimi anni si è trasformato in un modo per gonfiare il valore delle azioni prima del collocamento (le cosiddetta Ipo, initial public offering), tanto che il 90 per cento delle aziende valgono oggi meno che al momento della quotazione. Analizzando poi la capitalizzazione delle aziende quotate a Piazza affari vediamo che queste valgono circa il 30 per cento del Pil. Il 35 per cento del valore di capitalizzazione è dato dalle aziende ex statali o municipalizzate dell’energia e dei servizi di pubblica utilità (Eni, Enel, Acea, ecc.), aziende che si fanno un po’ di concorrenza tra loro, senza esagerare, ma le cui tariffe sono regolamentate. Un terzo del valore lo danno banche e assicurazioni, ma i premi e i tassi attivi e passivi riservati agli imprenditori e ai risparmiatori dai diversi sportelli si somigliano molto, senza parlare di cartelli, sembra un mercato con poca concorrenza. Meno di un terzo è dato dal valore delle piccole, medie e grandi imprese che si confrontano, per mezzo dei loro prodotti, con il mercato italiano ed estero. Se è vero che il mercato ha sempre ragione, un mercato finanziario mondiale regolamentato da paletti precisi dovrebbe averne ancora di più. E’ necessario tornare, quindi, allo spirito costitutivo dei mercati borsistici, raccogliere capitali per lo sviluppo e tenere fuori la speculazione, con misure che premino veramente chi tiene i propri soldi investiti in una azione per un periodo duraturo (5,7,10 anni), esentandolo (considerato che finanzia l’economia reale), dalle imposte sui dividendi e sui capital gains. Certamente gli Stati sono più forti e più ricchi degli speculatori, che pure vedono una ricchezza concentrata in poche mani, e se vogliono possono tenere a bada le speculazioni. Non si vedrebbe più la gente che vende perché impaurita, come quando una nave veniva assaltata dai corsari e prima di scappare sulle scialuppe cercava di portare via più oro possibile, lasciando comunque qualcosa in cabina per la fretta di mettere in salvo la pelle, a guadagno dei pirati.
di Alessandro L. Salvaneschi

Uomini, mezzi uomini e...corruzione



A Porta a porta l'onorevole Nania, ex An, cercando di giustificare Scajola ha spiegato, poiché non era credibile che il ministro non si fosse reso conto che 600 mila euro per un appartamento di 180 metri quadri in una delle zone più suggestive di Roma era un prezzo totalmente fuori mercato, che è usuale che una persona comune quando si trova a trattare un affare con un uomo del potere sia naturalmente portata a fargli condizioni di favore senza che ciò comporti necessariamente una contropartita. Mio padre, Benso Fini, che nel dopoguerra ha diretto per 13 anni Il Corriere Lombardo, il primo quotidiano del pomeriggio italiano, allora assai importante, e che respingeva qualsiasi regalia, anche modesta, eccettuati i libri, mi ha insegnato che non si accettano favori immotivati. E questo mi ha evitato di cacciarmi in alcuni guai.

Nel 1979 lavoravo per il Nuovo Europeo di Mario Pirani e stavo trafficando per avere un'intervista da Toni Negri, in carcere da un mese. Oggi è semplice: ci si accorda con un parlamentare che entra in prigione e poi riferisce al giornalista. Allora le cose erano più complicate. Dopo estenuanti trattative riuscii a far arrivare a Negri le mie domande scritte e ad avere le sue risposte. Quando ebbi in mano tutto andai da Pirani, nel suo ufficio romano. Lui, che stava preparando il nuovo giornale, fu naturalmente molto contento: sarebbe stata la copertina del primo numero del "suo" Europeo. Nell'ufficio c'era anche l'Amministratore delegato Bruno Tassan Din che, preso dall'euforia, mi propose: «Venga con noi a Milano, sul nostro jet privato». «La ringrazio» risposi «ma ho già un biglietto Alitalia». «C'è anche Di Bella» disse Tassan Din per invogliarmi (era il direttore del Corriere). «Ragione in più per non venirci» replicai io, scherzando. Tassan Din parve molto seccato. Mezz'ora dopo Pirani mi richiamò nel suo ufficio: «Perché ha trattato così l'Amministratore delegato?». «Mio padre mi ha insegnato che non si accettano favori immotivati». Due anni dopo Tassan Din e Di Bella furono pescati nella P2. Se io fossi salito su quell'aereo i due avrebbero fatto probabilmente delle avances e io, magari non capendo subito bene, avrei potuto farmi trascinare in situazioni poco chiare e compromesso una volta mi sarei compromesso per sempre. In queste cose vale quello che vale per le ragazze: se si lasciano mettere una mano sul ginocchio si arriva alla hause. I politici si fanno mettere le mani su tutte e due le ginocchia. E questo mi stupisce un poco. Sono già dei miracolati, gente che non ha fatto un'ora di lavoro vero in vita sua, che non sa far nulla e sono potenti, ricchi e famosi.

Potrebbero accontentarsi. Invece non ne hanno mai basta. Anche quando non prendono direttamente tangenti si fanno dare affitti a equo canone, pagare mezzi appartamenti, regalare anche la carta igienica. Scajola, per scagionarsi, ha detto che avrebbe dovuto essere un cretino per dare 80 assegni circolari davanti a dei testimoni. Ma c'è anche un'altra ipotesi: il senso di impunità che dà il potere, la convinzione che non si pagherà mai dazio. Lo abbiamo già visto in Tangentopoli. Pillitteri non si faceva consegnare sulla sua scrivania i quattrini, malamente avvolti in carta di giornale? E perché mai la classe dirigente di oggi dovrebbe essere diversa, quando sono quindici anni che non si fa che delegittimare la Magistratura e si è inzeppato il Codice penale, soprattutto per i reati finanziari, quelli di "lorsignori", di leggi talmente "garantiste" che arrivare a una sentenza definitiva è quasi impossibile? Amintore Fanfani, che da vero uomo di potere non ambiva al denaro, abitava all'ottavo piano di un normalissimo condominio in via Platone, non in un appartamento davanti al Colosseo. Ma Fanfani, oltre a essere stato un notevole docente universitario, aveva statura (politica) di statista. Questi son solo degli ometti.

Massimo Fini

11 maggio 2010

Problema Greco, affare europeo

Non bisognava essere dei veggenti per indovinare che le draconiane "misure di austerità" imposte dal governo greco in cambio del prestito elargito dalla Ue e dal Fmi avrebbero causato imponenti proteste, con il rischio di violenze più o meno diffuse. E' noto che, ad Atene, la battaglia politica è sempre molto "vivace" e le organizzazioni sindacali piuttosto combattive. Il sangue che è già scorso è stato, probabilmente, causato da quelle frange di estrema sinistra, che in Grecia si riuniscono per lo più sotto le bandiere anarchiche, la cui presenza non va sopravvalutata. Si tratta di poche migliaia di persone che nella capitale stazionano nel quartiere di Exarchia, dove vivono in scalcagnate comunità all'interno di case occupate. Pur essendo un mito per gli "antagonisti" di tutta Europa, dal punto di vista politico questi gruppi radicali, anche se sono in grado di produrre danni, contano poco.
Sarebbe diverso se una parte della popolazione più indebolita dai piani governativi abbandonasse le forme pacifiche di contestazione. Nel giudicare le mosse del premier Papandreou, gli europei dovranno dunque tenere conto della sua esigenza di mantenere la pace sociale nella nazione. Le misure decise sono così pesanti che avrebbero provocato una reazione non solo nell'esuberante Grecia, ma in qualsiasi altro Paese europeo. Per rientrare dal debito fuori controllo, sono previsti il blocco degli stipendi dei lavoratori pubblici fino al 2014, l'abolizione di tredicesima e di quattordicesima per gli impiegati statali che guadagnano oltre 3.000 euri al mese, la cancellazioni di bonus che sono parte rilevante dello stipendio, l'aumento di altri due punti dell'Iva, con un incremento del 10% delle tasse su benzine, sigarette e alcolici, l'innalzamento dell'età pensionabile.
Va detto che quelle che sono state definite le cicale greche non se la passavano poi così bene nemmeno prima. I salari sono già bassi: quello minimo è pari al 60% dei corrispettivi olandese, belga, francese e al 50% dell'irlandese. La divisione della ricchezza, poi, è maggiormente sperequata rispetto agli altri Paesi dell'Eurozona. Il sistema economico greco ha molte colpe per l'attuale crisi. Il settore pubblico è ipertrofico ed inefficiente, essendo stato gonfiato con massicce assunzioni di carattere clientelare, l'evasione fiscale è immensa -perfino per un Paese come il nostro dove, al momento del conto, la domanda rituale è "con o senza fattura?"- la corruzione è ampiamente diffusa a tutti i livelli. Per l'economia greca, però, l'entrata nell'euro, tanto desiderata e poi raggiunta nel 2001, non è stato probabilmente un grande affare. Pur essendo i suoi prodotti poco competitivi, Atene non può più attuare svalutazioni competitive della moneta al fine di abbassare i prezzi delle sue merci, ma per rimettere in ordine i conti ha a disposizione solo lo strumento, doloroso, dei tagli e dell'innalzamento delle tasse.
Sono state comunque le esitazioni dell'Unione Europea ad aggravare la crisi, incoraggiando la speculazione finanziaria. La cancelliera Merkel, in particolare, ha a lungo tentennato, dando l'impressione di volere abbandonare la Grecia al proprio destino. Se è vero che la Germania non può essere il bancomat dei Paesi in difficoltà, bisogna però aggiungere che sono i tedeschi ad avere maggiormente guadagnato dall'entrata in vigore dell'euro, pur avendo abbandonato l'amato marco, vero e proprio simbolo identitario della nazione nel dopoguerra. Grazie alla parità monetaria, l'industria tedesca, infatti, ha potuto inondare con i suoi prodotti di alta qualità soprattutto i Paesi più deboli dell'area euro.
Giova inoltre ricordare che una parte consistente del debito greco è detenuto, oltre che da quelle francesi, dalle banche tedesche che, in caso di default, si potrebbero trovare nella condizione di chiedere sussidi governativi. Gli aiuti ad Atene sono dei prestiti al gravoso tasso del 5% che, se rimborsati, produrranno cospicui profitti per i Paesi che li hanno concessi i quali si indebitano a tassi minori. Si calcola che la stessa Germania guadagnerebbe, solo con la prima tranche di prestiti, 622 milioni di euri, la Francia 465 milioni e l'Italia 356 milioni. Comunque, la crisi greca, più di ogni altra cosa, ci ha mostrato che la solidarietà europea è un concetto aleatorio. Le settimane passate nell'incertezza, i toni "nazionalistici", con i quali i vari governi hanno voluto far mostra di difendere i risparmi dei propri cittadini, hanno evidenziato quanto l'Europa sia debole anche rispetto a quella moneta comune che riteneva il suo capolavoro e il suo gioiello.
Finalmente, la Merkel, mercoledì scorso, in un discorso al parlamento, che la stampa tedesca ha giudicato storico, ha dato l'impressione di assumersi le responsabilità che competono a un Paese così importante. Dopo avere dichiarato che "è in gioco il futuro dell'Europa e della Germania in Europa", la cancelliera ha aggiunto perentoriamente che "l'Europa oggi guarda alla Germania. Senza di noi o contro di noi non si può prendere alcuna decisione". Sembrerebbe la prima rivendicazione del ruolo di guida di Berlino in Europa, dopo decenni in cui la Germania ha messo ogni impegno per diluire la sua forza economica in un europeismo consensuale, negando di volere primeggiare anche politicamente. Ferma da tempo in stazione la locomotiva franco-tedesca, non sarebbe una brutta notizia che la sola Germania si decidesse a fare da traino per l'integrazione europea, abbandonando scrupoli e paure suscitati dal suo passato.
Sarebbe davvero eccessivo, però, trarre da un discorso parlamentare conclusioni politiche certe. L'Europa attuale, anche dal punto di vista economico, ha bisogno di rilevanti riforme che metteranno in luce se c'è davvero chi ambisce a fare da sprone agli altri. Oggi, si capisce che è stato sbagliato dotare della stessa moneta Paesi con divari economici troppo marcati. Probabilmente, si pensava di valersi ancora una volta del metodo funzionalista, compiendo un passo importante sul piano economico, nella convinzione che la coesione sociale scaturitane favorisse il rafforzamento delle istituzioni politiche. E' vero che l'integrazione continentale è nata con la Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ceca), ma adesso ci si è spinti a un punto in cui l'iniziativa politica deve precedere ogni altra istanza.
Anche nel governo dell'economia, senza una politica fiscale comune e senza un coordinamento delle finanze dei vari Paesi, l'euro rappresenterà più una gabbia che un'opportunità, lasciando i Paesi più deboli nelle grinfie degli avvoltoi alla Soros. In fin dei conti, mentre l'Europa trema per la crisi della Grecia che rappresenta solo lo 0,3% del pil mondiale, gli Usa non sembrano avere le stesse difficoltà per la quasi bancarotta della ben più sostanziosa (economicamente) California. Vale a dire che, senza la politica e senza un governo responsabile, le potenze economiche sono solo tigri di carta.
di Roberto Zavaglia

10 maggio 2010

Crisi Greca o bancarotta dell'Euro?


Perché la Grecia ha fatto bancarotta?

Perché è un paese indebitato con il Fmi, la Banca centrale mondiale e con tutti gli altri paesi a cui ha venduto i propri titoli di stato.

A cosa servono i titoli di stato?

A far entrare denaro liquido nelle casse di uno stato, in cambio della promessa agli acquirenti di ricevere oltre al capitale prestato una percentuale di interessi.

E perché allora la Grecia non emette nuovi titoli di stato e non ripiana con le nuove entrate il suo disavanzo?

Perché non essendo più in grado di restituire capitali ed interessi a chi ha già acquistato i suoi titoli, una nuova asta andrebbe deserta.

E perché non è più in grado di restituire capitali ed interessi ai suoi creditori?

Perché è un paese indebitato. E sarà pur vero che per pagare e per morire c’è sempre tempo… Ma quel tempo prima o poi arriva…

E qual è la soluzione?

Restituire a agli stati nazionali la sovranità monetaria. Ma siccome dubito molto che da questo orecchio le consorterie finanziarie ci sentano, ricorreranno al metodo di sempre: farle un nuovo prestito, oppure comprare i suoi titoli anche se si sa in partenza che non è in grado di restituire il credito.

Ma così non se ne esce…

E chi ha detto che chi ha provocato tutto questo ne vuole uscire? Scopo dell’Alta Finanza non è quello di rientrare di un prestito ma impadronirsi dei popoli e degli stati, espropriarli della propria sovranità e governare, di paese in paese asservito, il mondo intero…

Ma l’euro non era la moneta forte che avrebbe dovuto garantire ai paesi membri la stabilità finanziaria e l’esercizio virtuoso delle economie nazionali?

E dove lo hai letto?

Non l’ho letto, l’ho sentito dire.

Ecco, appunto. Invece di stare al sentito dire, faresti bene a leggere il famoso Trattato di Maastricht. E se non hai tempo per leggerlo tutto, concentrati almeno sull’articolo 107: «Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal presente trattato e dallo Statuto del SEBC, né la BCE né una Banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai Governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i Governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti».

Ovvero?

I Governi dei paesi membri della moneta unica europea NON possono interferire con le decisioni della Banca centrale europea. Spetta a lei e solo a lei decidere la politica economica degli stati nazionali. Ti ricordi quando monsieur Trichet decideva di alzare i tassi d’interesse bancari per contenere l’inflazione?

Ma se l’inflazione era ridotta ai minimi storici…

Vero. Ma se tu hai una merce e la vuoi vendere non cerchi di ricavarne il massimo profitto?

Beh, sì… ma che c’entra?

Che merce vendono i banchieri?

Il denaro…

…e quindi se te lo vendono ad un costo (= tasso d’interesse) più alto ci guadagnano di più, o no?

Capito. Ma dopo la grande crisi di due anni fa, con il fallimento della Lehman in America, il tasso d’inflazione s’era abbassato ancora di più. Mi sembra di ricordare che in America si prestava addirittura a zero interesse e in Europa ad appena l’1% e, sempre se non ricordo male, l’inflazione era addirittura scesa…

Il che dimostra due cose: la prima, che non è vero che alzare il tasso d’interesse dei prestiti bancari serve a contenere l’inflazione…

E la seconda?

Che dai banchieri non verrà mai alcun rimedio e meno che mai la salvezza dai misfatti che loro stessi compiono… Ti sei mai chiesto perché la Gran Bretagna non è voluta entrare nell’Unione Monetaria Europea?

No. Perché?

Perché con la moneta unica e, soprattutto con il disposto dell’articolo 107 del Trattato di Maastricht, insieme alla sovranità economica gli stati perdevano la possibilità, in casi di crisi come quello della Grecia, di ricorrere ad un espediente semplice semplice per salvare la propria economia…

E sarebbe?

La svalutazione della moneta nazionale.

Cioè?

Eh! ma non sai proprio niente di economia… Ma non te l’hanno insegnata a scuola?

No. A scuola, almeno fino alle medie superiori, non si insegna economia…

E ti sei mai chiesto perché non si insegna una materia così importante, soprattutto oggi?

???

Perché se hai un minimo di cognizione sulla materia, col cazzo che vai in banca e ti fai concedere come optional del tuo conto corrente bancario, il così detto scoperto: quel gruzzoletto che sta lì ad aspettare che tu lo tocchi per metterti al collo un cappio che finirà per strozzarti con interessi come manco il peggior strozzino si sognerebbe di poter fare… Ma ritorniamo alla svalutazione…

Ecco, sì…

Con la svalutazione della propria moneta, uno stato favorisce l’esportazione e la vendita dei propri prodotti all’estero, rende più costosi gli acquisti di merce estere dei propri cittadini con tutto quel che ne consegue in termini di ripresa della produttività e del consumo interno. Così La Gran Bretagna si salvò dalla crisi del 1929. E quando le hanno chiesto di entrare nell’euro se ne è ricordata. Ha detto: “No, grazie”. Così come ha risposto picche alla richiesta di concorrere al salvataggio della Grecia.

E allora perché la Bce non svaluta l’euro per salvare la Grecia?

Perché esiste una moneta unica europea ma non esiste gli Stati Uniti d’Europa, né sul piano politico né su quello economico. Per cui, la Grecia se ne avvantaggerebbe, ma a rimetterci sarebbero stati come la Francia e la Germania che hanno tutto l’interesse a conservare l’attuale cambio di valuta con il dollaro che, al momento, è per loro ancora vantaggioso.

E, quindi, chi pagherà la crisi?

E chi vuoi che la paghi? Per il momento i cittadini greci che vedranno stipendi e pensioni decurtate, le fabbriche chiudere, i disoccupati crescere e i banchieri arricchirsi come sempre… Oggi loro, ma avanti c’è posto…

Tu, quindi, pensi che la crisi contagerà gli altri paesi della zona euro, fino al ritorno alle monete nazionali?

No, perché andrebbe in crisi l’intero sistema finanziario dell’Occidente e lo stesso sistema capitalista. Prima o poi accadrà ma finché potranno cercheranno di salvare il salvabile, mangiandosi uno stato alla volta… Come è accaduto anni fa con l’Argentina…

di Miro Renzaglia

09 maggio 2010

C'é una guerra in corso, è combattuta con armi finanziarie

http://www.progressonline.it/allegati_articoli/1642_fotogrande1_paradisi_fiscali.jpg

Non so se lo avete notato, ma c'e' una guerra in corso. Essa non e' combattuta con armi convenzionali, ma con armi finanziarie. Nonostante ufficialmente USA e UK siano "alleati" militari, dal loro territorio stanno partendo attacchi devastanti a diverse nazioni europee, assalti che, se andiamo a misurare il danno che producono, sono ostili e distruttivi quanto un'azione militare. L'impatto del piano attuale , sul piano economico e' perfettamente equivalente alla nuclearizzazione di Atene.
Si', avete capito bene: se al posto di questa speculazione si fosse lanciata un'atomica su Atene , il danno economico sarebbe stato lo stesso. (1)Poiche' l'attacco parte da USA e UK, ancora non capisco per quale ragione i greci insistano nel rimanere nella NATO, per dire. Per quale motivo si dovrebbe considerare "alleata" o "amica" una nazione dalla quale partono attacchi distruttivi quanto un bombardamento nucleare?

In mezzo a questa guerra, sappiamo gia' quali saranno i prossimi bersagli di queste aggressioni con armi non convenzionali. Moody's ci ha appena avvisati che tra i prossimi bersagli ci saremo anche noi. Signori, siamo in guerra.

E' un modello di guerra non convenzionale, senza aerei e senza bombe. Gli attacchi stanno partendo dai paesi che consideriamo "alleati": molto buffamente la Grecia e' rimasta in ginocchio per via di attacchi partiti da Londra e New York, mentre tutto il mondo si preoccupa di difendere la Grecia da una ipotetica bomba atomica iraniana. La quale, per inciso, causerebbe gli stessi danni degli attacchi in corso oggi.

Siamo in guerra. E' semplicemente una forma di guerra moderna, che usa strumenti enormemente distruttivi al posto di cannoni e aerei e fucili. Ma non e' niente di diverso da una guerra. E i nemici si chiamano USA e UK, ovvero i territori da cui partono questi attacchi. Non e' nemmeno lontanamente pensabile che attacchi di questa portata distruttiva possano partire sennza il benestare dei loro governi. E no, non me ne frega un cazzo del fatto che i loro governi ritengano di non dover intervenire in tema di finanza: se dal tuo territorio partono missili e tu non ritieni di intervenire in tema di missilistica, non cambia una sega: dal tuo territorio partono missili punto e basta.

A mio avviso, questa situazione da sola dovrebbe mettere in dubbio la nostra appartenenza alla NATO e inficiare i rapporti diplomatici con USA e UK: la tua merdosa divisione d'assalto finanziario "Moody" ha iniziato a tirare salve di artiglieria su di me? Bene, non chiamarmi "amico" ne' "alleato", da oggi siamo nemici, punto e basta. E i nemici non sono alleati.

Stabilito che, chiamiamola guerra o meno, siamo entrati in una situazione di conflitto dalla quale potremmo uscire peggio che nella seconda guerra mondiale, il problema adesso e' di individuare i traditori.

Che cosa farebbe comodo al nemico, proprio in questo momento? Farebbe comodo che il governo italiano cada. E' ovvio. Questo e' proprio ed esattamente il momento nel quale la caduta del governo italiano potrebbe causare, nonostante tutto, il crollo del debito pubblico. Ma senza un vero ministro delle finanze a resistere, il risultato sarebbe quello greco. Vi piace?

Dunque , siamo in guerra.
Il rischio e' di subire un attacco come quello che ha subito la Grecia. Ovviamente, ci saranno delle quinte colonne e ci saranno dei traditori, degli infiltrati e delle spie, come in ogni guerra. Che cosa sta facendo, oggi, la quinta colonna del nemico? Sta minando il governo, nel tentativo di indebolirlo proprio nel momento nel quale il paese rischia moltissimo.

Forse non avete capito quale sia la posta in palio. Forse pensate che il vostro sia un lavoro "sicuro" perche' siete statali. Davvero? Beh, sappiate che una delle prime misure prese in grecia e' quella di ridurre gli stipendi agli statali. Pensate che la vostra pensione sia garantita? Beh, una delle prime misure in grecia e' quella di ridurre le pensioni. Pensate che i vostri beni siano al sicuro? Beh, una delle prime misure greche e' quella di imporre nuove tasse sui beni. Pensate che i vostri titoli siano al sicuro? Beh, le misure contengono tasse anche sui depositi bancari e sui titoli, e sul risparmio.

Questo e' l'effetto di una caduta del governo italiano, se avverra' adesso. E la divisione "Moody's" ha appena aperto il fuoco contro il nostro paese. Non possiamo permetterci, mai e per nessuna ragione, che il governo cada.

Perche' se cade, il default sara' pilotato da altri, i quali "altri" vogliono ridurci in briciole. Il nemico ha gia' chiarito le sue intenzioni: guadagnare speculando sul debito pubblico, in un momento di estrema crisi, provocandone il crollo. In Italia il crollo porterebbe in miseria, ad occhio e croce, 20 milioni di persone che oggi si considerano "normali". Avete capito bene: uno su tre diventera' povero. Perdera' il lavoro, la casa, non sapra' dove vivere e cosa mangiare. Pensate che non possa succedere? Non proprio a voi? Cambierete idea.

Questa e' la guerra in corso. La guerra che ci hanno dichiarato UK e USA, per mezzo delle loro milizie finanziarie.

Non appena la guerra e' scoppiata, e l'attacco ha chiarito i suoi bersagli, le quinte colonne del nemico si sono messe in azione. Potra' anche essere una coincidenza che Fini si sia messo a mettere in crisi il governo proprio in questo momento. Sara' una coincidenza che la Repubblica abbia iniziato con le sue "inchieste" contro Scajola ed altri proprio adesso. Sono tutte coincidenze. Matteotti, del resto, e' morto per una di queste coincidenze: capiti per caso sulla strada di Muti e puf, che sfiga.

Personalmente, non credo nelle coincidenze. Non in questo momento. Durante una guerra, il problema non e' "se sei paranoico", ma "se sei ABBASTANZA paranoico". E questa e' una guerra. Una guerra che parte da nazioni che nei fatti sono ostili e a parole si dichiarano "alleate" e "amiche": UK e USA.

Dunque, abbiamo un problema di traditori. Non mi interessa quali siano le miserabili spinte che li portino ad agire. Ogni traditore e' sempre spinto da qualche bassa motivazione, che magari a lui sembrera' nobile. Durante la seconda guerra mondiale, ci fu un complotto di nobili nazisti inglesi che volevano l'inghilterra alleata dei nazisti , con la fine della guerra. Sapete cosa dicevano? Dicevano "non e' tradimento desiderare che la propria nazione esca da una guerra". Non suona nobile?

Il traditore sventola sempre qualche nobile bandiera. Ha sempre degli intenti apparentemente nobili. Ma i risultati della sua azione sono la sconfitta e la distruzione.Non importa se il nemico li paghi, cioe' se siano esplicitamente al servizio dei nemici o se ne facciano il gioco senza ricevere nulla in cambio. Non e' questo il punto.

Il punto e' che il rischio e' sotto gli occhi di tutti: i nostri nemici americani e inglesi si apprestano ad iniziare un attacco con armi non convenzionali di tipo finanziario, il quale potenzialmente ha la stessa capacita' distruttiva di un bombardamento nucleare. In questa situazione, il governo NON DEVE cadere. Perche' se cade, perdiamo la guerra. E se perdiamo la guerra, loro vincono. E se vincono, sara' un disastro per tutti. TUTTI. Nessuno puo' essere certo di salvarsi. Ne' gli statali, ne' i pensionati, ne' i sindacalisti. Nessuno e' al sicuro.

La miseria sara' per tutti. Miseria nera.

Oggi, chi complotta contro il governo e' un TRADITORE. Non perche' il governo e' buono o cattivo. Non perche' piace o non piace. Non perche' sia onesto o meno. Perche' CI SERVE disperatamente un governo stabile durante questa crisi.

Sicuramente si potra' contestare che sia una guerra o meno. Se non vi piace il termine "guerra", potete usare "crisi" o qualsiasi altro termine vi piaccia. Ma il problema e' che una caduta del governo in questo momento avrebbe conseguenze catastrofiche per il paese. Che vi piaccia o meno, ADESSO serve un governo, e servira' fino a quando non ci sara' la fine di questo attacco.

Vedere i cani da penna di Repubblica che, in una situazione di guerra finanziaria , si affannano a far cadere il governo, rischiando di condannare il paese al default , e' un insulto a qualsiasi cosa possa essere responsabilita' civile verso il paese.

Repubblica, e tutti coloro che si stanno affannando per far cadere il governo, e' una semplice torma di cani senza controllo alcuno, dei quali frega nulla della propria nazione e della sua popolazione, la quale torma di cani agisce in preda ad un qualche riflesso pavloviano ereditato dal passato all' Unita' di alcuni di quei giornalisti e dei direttori.

Essi non si preoccupano del casino che rischiano di provocare. Non si preoccupano minimamente del fatto che sotto una simile tempesta finanziaria, la caduta del governo causerebbe un immediato declassamento e il default incontrollato. E se ne fregano dei milioni di nuovi poveri (tanto darebbero la colpa a BErlusconi e via, a loro l'odio riempie il piatto) , e di tutte le conseguenze.L'importante e' attaccare il governo della propria nazione nel momento in cui c'e' un disperato bisogno di istituzioni stabili.

Traditori.

Mi spiace, le merde umane come voi si fucilano sparando alle spalle per disprezzo, perche' non meritate l'onore di guardare in faccia i soldati di un plotone di esecuzione. Siete solo degli sciacalli, divorati dall'odio, che puntano ad una preda senza preoccuparsi della situazione, accecati dai peggiori istinti umani.

Che vi piaccia o meno, se cadra' il governo (con il default inevitabile) le conseguenze saranno analoghe ma peggiori, di quelle che vediamo in Grecia. Forse voi vi illudete che tutti si dimenticheranno di voi , e che bastera' dire "Colpa di Berlusconi". Certo, figlioli, ai seguaci della setta di strangolatori che chiamate partito forse bastera'.

Ma c'e' un'altra mezza italia che non vi crede, e che vedra' il governo crollare (insieme al paese) per colpa vostra. Loro verranno a cercare voi e non si dimenticheranno chi ha dato fuoco alle polveri.

Ci sara' sempre qualcuno con la memoria lunga a ricordarlo alla gente, chi ha scherzato col fuoco dentro una polveriera. Ci sara' sempre qualcuno che si ricordera' chi ha destabilizzato il paese, cari Fini e Colombo, facendo il gioco del NEMICO, proprio mentre bisognava fare quadrato e resistere.

E quando, nel bel mezzo della fame che verra', qualcuno puntera' il dito su di voi, sara' difficile tenere a bada il linciaggio. E' sempre difficile, quando c'e' fame. BAsta puntare il dito e gridare "e' stato lui!".

E qualcuno che lo ricordera' c'e'. Almeno uno. E si', puntero' il dito. E gridero' piu' forte possibile.

Perche' se cade il governo e andiamo al casino, siete stati voi.

Miserabili traditori del vostro paese e del vostro popolo.

Non mi interessa che cosa abbia fatto o meno Scajola.Potete anche avere ottime ragioni per fumare dentro un cavolo di arsenale, tranne una: c'e' rischio di saltare in aria.

C'e' RISCHIO DI SALTARE IN ARIA. Lo capite questo? Lo capite che ci sono miliardi di euro "in canna" degli speculatori per far salire i CDS? E lo capite che se ci prendiamo di mezzo, se mostriamo ora una minima crepa, le agenzie di rating (altra divisione d'assalto dei governi nemici) prenderanno la scusa per declassare il debito?

Non accetto che qualcuno critichi i MIEI toni: si sta rischiando uno dei peggiori disastri dopo la campagna di Russia, e solo perche' Repubblica e Fini ritengono che far cadere il governo adesso sarebbe fico.

Ci sara' da ridere a contare i vostri inserzionisti, dopo il default. No, perche' io lo spazio per un pollaio ce l'ho, idioti. Voi, no: vi servono proprio gli inserzionisti per vivere. E no, chiedete ai vostri colleghi greci, come vanno gli affari.

Affonderete insieme al paese che avete sabotato. Voi, e i coglioni che vi vengono appresso.
di Uriel


(1) Moltiplicate il GDP procapite greco per il numero di abitanti di Atene, e scoprirete che i 120 miliardi di euro di fatto sono il GDP di Atene. Un'atomica sulla capitale avrebbe causato lo stesso danno. Sarebbe stata piu' cruenta, ma nessuna guerra ha lo scopo di essere cruenta, quindi l'obiezione e' irrilevante.

20 maggio 2010

Presi per il PIL



La crisi finanziaria sta accartocciando le nostre economie. Esportazioni in caduta libera, licenziamenti selvaggi, investimenti in picchiata, sfratti esecutivi per milioni di famiglie e deficit pubblici impazziti (che pompano verso l’alto il debito pubblico) sono solo alcuni degli effetti disastrosi dell’attuale crisi economica mondiale.

Sebbene l’attenzione dei media sia tutta concentrata sulla strada molto accidentata che dovrebbe portarci al “risanamento”, le montagne russe dell’economia mondiale hanno finalmente innescato un dibattito che mette in discussione la sostenibilità del nostro attuale modello di sviluppo fondato sulla crescita economica infinita. Tale critica non è soltanto basata sull’instabilità endemica delle dinamiche di mercato (di cui ormai vediamo gli effetti in tutti i settori), ma anche e soprattutto sull’impatto che questo modello economico ha sulle risorse limitate del pianeta e sul nostro benessere reale. Ma la nostra qualità della vita migliora davvero quando l’economia cresce del 2 o 3%? Possiamo davvero sacrificare il nostro ecosistema (con l’inevitabile conseguenza di distruggere noi stessi) per mantenere intatto un modello caratterizzato da squilibri e contraddizioni?

Per la prima volta da quando è stato inventato negli anni ‘40, il prodotto interno lordo (PIL) - ovvero l’icona popolare della crescita economica - è sotto accusa da parte di organismi internazionali e studiosi. Non sono più soltanto ONG come Sbilanciamoci, New Economics Foundation o il Movimento per la Decrescita Felice a sferrare l’attacco, ma anche tradizionali bastioni di ispirazione liberale. Persino l’Economist, un difensore del libero mercato, recentemente ha ospitato un dibattito sull’utilità del PIL concludendo che “si tratta di un pessimo indicatore per la misurazione del benessere” (http://www.economist.com/debate/days/view/503#mod_module). Anche l’OCSE, un altro colosso del tradizionalismo economico, ha cominciato a gettare dubbi sul dogma della crescita economica. Sul sito web dell’organizzazione intergovernativa, che raccoglie le economie più “sviluppate” del pianeta, si legge: “Per una buona parte del ventesimo secolo si è dato per scontato che la crescita economica fosse sinonimo di progresso, cioè, che un aumento del PIL significasse una vita migliore per tutti. Ma ora il mondo comincia a riconoscere che non è così semplice. Nonostante livelli sostenuti di crescita economica, non siamo più soddisfatti della nostra vita (e tanto meno più felici) di cinquant’anni fa” (http://www.oecd.org/pages/0,3417,en_40033426_40033828_1_1_1_1_1,00.html).

Questo dibattito ha cominciato (finalmente) a fare breccia nell’arena politica europea. Nel novembre 2007, l’Unione europea ha promosso una conferenza dal titolo ‘Al di là del PIL’ e, due anni più tardi, la Commissione ha emesso una direttiva su “Oltre il PIL: misurare il progresso in un mondo in cambiamento”, dove si sostiene che il PIL è stato scorrettamente utilizzato come un indicatore “generale dello sviluppo sociale e del progresso”, ma siccome non misura la sostenibilità ambientale e l’inclusione sociale, “occorre tenere conto di questi limiti quando se ne fa uso nelle analisi o nei dibattiti politici”. Secondo la Commissione Ue “il PIL non può costituire la chiave di lettura di tutte le questioni oggetto di dibattito pubblico”.

Alla fine dell’anno scorso, la Commissione sul progresso sociale creata dal presidente francese Nicholas Sarkozy e guidata dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen ha sottolineato con forza l’inadeguatezza del PIL come misura del benessere sociale. Nel rapporto finale, la Commissione ricorda che il “PIL è una mera misura della produttività di un mercato, sebbene sia stata utilizzata come una misura di benessere economico. Questo ha comportato una confusione enorme nell’analisi di come vivono davvero le persone ed ha portato all’adozione di politiche sbagliate” (http://www.policyinnovations.org/ideas/innovations/data/000144/_res/id=sa_File1/economicperformancecommissionreport.pdf).

Pochi giorni fa, il New York Times ha pubblicato sul suo magazine un lungo articolo dal titolo “L’ascesa e la caduta del PIL”, in cui si passano in rassegna i progetti di revisione dei sistemi statistici nazionali per introdurre misure correttive o sostitutive del prodotto interno lordo (http://www.nytimes.com/2010/05/16/magazine/16GDP-t.html?th&emc=th).

Questi sviluppi recenti traggono la loro origine da una branca importante della ricerca economica che ha ormai dimostrato come la qualità della vita e il progresso sociale siano indipendenti dalla crescita economica. In molti casi, proprio i paesi che vantano una crescita economica sostenuta sono quelli in cui il benessere dei cittadini è più a rischio. Eppure, immancabilmente a ogni tornata elettorale, i nostri politici continuano a riempirsi la bocca di promesse su come far crescere il paese. La crescita economica è parte integrante dei programmi di tutti i partiti politici e, nei dibattiti televisivi, non c’è candidato che faccia un discorso alternativo: un discorso informato sui fatti, in grado almeno di recepire il dibattito in corso a livello globale. Per quanto tempo ancora continueremo a farci prendere per il PIL?

di Lorenzo Fioramonti

Lorenzo Fioramonti è visiting professor all’Università di Heidelberg (Germania) e capo ricercatore della società di consulenza Beyond Development-Dopo lo Sviluppo Srl (http://www.be-dev.com/). Una versione sintetica di quest’ articolo è stata pubblicata sull’edizione internazionale del New York Times il 12 Maggio 2010 (http://www.nytimes.com/2010/05/12/opinion/12iht-edlet.html?scp=1&sq=fioramonti&st=cse).


Quando la burocrazia si mangia la politica



Un’altro presunto scandalo ha scosso i palazzi della politica romana. Alla provincia di Roma una ventina di consiglieri provinciali sarebbero sotto inchiesta per un affare di rimborsi gonfiati. Poiché presso l’ente provincia non è prevista l’indennità di carica (che esiste invece per i parlamentari e i consiglieri regionali), si è pensato a una forma di rimborso per la mancata attività (i cosiddetti giustificativi). Ovvero, chi fa il consigliere provinciale riceve un rimborso pari al reddito percepito nella attività lavorativa, diciamo così, “da borghese”. Se nella vita lavorativa guadagna mille euro al mese, gliene rimborsano mille, se ne guadagna seimila gliene rimborsano seimila. La magistratura romana sta accertando i presunti illeciti nelle dichiarazioni dei consiglieri provinciali. Si tratterebbe di assunzioni fittizie, di cifre gonfiate, richieste alla provincia da parte di alcuni consiglieri. Gli interessati comunque smentiscono, dichiarandosi innocenti.
Il fatto potrebbe scandalizzare l’opinione pubblica. Anche se resta lecito chiedersi per quale motivo un signore che fa politica dovrebbe lasciare il proprio lavoro, diventare consigliere provinciale (attività che, se fatta bene, presume un certo impegno) e qui lavorare gratis, se gratis non muove la coda nemmeno il cane. Se il sistema dei rimborsi non va bene, ne andrebbe previsto uno alla luce del giorno, rapportato al lavoro effettivamente svolto e uguale per tutti, proprio come per i parlamentari e i consiglieri regionali. Si può ragionare sulle cifre, che qualcuno giudica eccessive, ma qualcosa bisogna pur dare a chi si impegna al servizio del bene pubblico, altrimenti si alimentano il qualunquismo nell’opinione pubblica e la corruzione degli eletti ovvero la loro sottoposizione alle varie (io ti faccio eleggere e tu in cambio sostieni i miei interessi).
Sul sito della provincia di Roma è possibile comunque leggere l’anagrafe patrimoniale dei consiglieri: si va da un minimo di 16 mila a un massimo di 114 mila euro l’anno di costo complessivo, per un totale di meno di due milioni di euro per il 2009. I consiglieri provinciali sono attualmente 45, con la legge Calderoli dovrebbero diminuire del 20 per cento, già alle prossime elezioni. Sul medesimo sito è possibile leggere il costo di ciascuno dei 73 dirigenti dell’ente. Si va da un minimo di 94 mila sino ad un massimo di 193 mila euro lordi annui da loro percepiti. La struttura burocratica è divisa in quattordici dipartimenti, a loro volta organizzati in 40 servizi, divisi tra le varie competenze (servizi sociali, scuola, governo del territorio, ecc., ecc., ecc.), in tre uffici extradipartimentali (polizia provinciale, protezione civile, avvocatura provinciale) e diversi altri uffici. Ci sono inoltre 17 società partecipate, a vario titolo, dalla provincia. La provincia di Roma ha un bilancio che vede entrate complessive di 678 milioni di euro (2009). La spesa corrente è di circa 480 milioni. La spesa corrente “disponibile” (che serve per pagare gli interessi sull’indebitamento, i costi per la provincia capitale e sopratutto i costi per il personale) ammonta a 204 milioni. Quindi, ricapitolando, 2 milioni costano i consiglieri e oltre 200 milioni costa la macchina burocratica. Il rapporto è di uno a cento. Così per la spesa per gli investimenti (scuole, viabilità, mobilità, sport, restauri, patrimonio, tutela ambientale e altro) rimangono, alla fine, poco più di 148 milioni.
In questo modo scopriamo che la provincia è sopratutto una macchina che funziona per alimentare se stessa e la propria burocrazia. Da un presunto scandalo per rimborsi fittizi (dove è giusto che la magistratura faccia tutta la luce e colpisca esemplarmente eventuali illeciti) si passa così a numeri che la dicono lunga sul livello e sui limiti della spesa della provincia di Roma. La colpa non è certo di Nicola Zingaretti (l’attuale presidente, che anzi ha registrato nel 2009 un avanzo di gestione di 72 milioni, ridotto i costi degli interessi passivi dell’8 per cento e del personale per un milione), né dei dirigenti o dipendenti attuali che hanno vinto un regolare concorso, ma di un sistema che per anni ha alimentato la grande costosissima macchina della burocrazia che finisce per limitare, a causa del suo costo, anche tutte le scelte che la politica dovrebbe fare.

di L.Q. Cincinnato

19 maggio 2010

In Europa al tempo della crisi














Vorrei tornare brevemente sull’analisi proposta dal Leap circa la quale mi sono già espresso con un epigrafico commento domenica scorsa. Ovviamente rincalzo quanto sostenuto in quella sede laddove esistono molteplici segnali, anche economici, che danno torto ai ricercatori francesi, quanto meno troppo arditi nel parlare di una sorta di “colpo di stato” messo in atto a Bruxelles e finalizzato alla fortificazione degli interessi geoeconomici dei 26 Stati membri verso mercati impazziti che portano ancora impresso a fuoco il marchio della bestia dominante “angloamericana”.
Se quest’ultimo aspetto appare incontrovertibile (e siamo stati tra i primi a far presente che non esiste una neutralità degli stessi ma che al contrario le regole del libero scambio sembrano agire apposta per far crescere la preminenza Usa) non lo è altrettanto il dato delle conseguenze politiche che scaturiranno da siffatte scelte. Sarebbe davvero troppo bello poter far discendere da azioni di protezione finanziaria, nondimeno molto dubbie, il disaccoppiamento che ci permetterà di sbarazzarci dell’influenza dei vecchi padroni.
Che dalle spesse catene con le quali gli statunitensi hanno avvolto l’Europa, da più di un cinquantennio, ci si possa divincolare attuando una riforma economica - la quale, peraltro, ha oggi i contorni di una mera presa di tempo di fronte ad un terremoto sistemico non compreso a fondo nelle sue causae causantes - deve apparire una bizzarria soprattutto a chi ha un quadro più o meno preciso della presenza delle basi americane in tutto il continente, nonché un'idea del condizionamento politico esercitato da Washington sui singoli governi europei.
La conformazione unipolare del mondo uscito dalla guerra fredda, ribattezzato dagli intellettuali Usa, et pour cause, il New American Century, è durata relativamente poco ed oggi non regge più in faccia alla Storia. Tuttavia, in questo processo di riconfigurazione geopolitica mondiale l’Europa non è ben collocata ed, anzi, sembra l’unica area geografica e politica ancora incapace di schierarsi e di imboccare una propria via atta a recuperare un peso internazionale adeguato alle sue potenzialità.
Ritenere che si possa agganciare il treno dell’epoca storica basandosi su scelte di bilancio e finanziarie lascia quanto meno interdetti. Vorrei anche rammentare che fino a qualche giorno fa, uno dei più importanti banchieri centrali americani, Paul Volcker, riferendosi alla crisi greca e all’indisponibilità della Germania ad attuare un piano di soccorso, più solidaristico di quanto sia stato fatto, parlava di inevitabile disintegrazione dell’euro. Lo seguiva il Presidente francese Sarkozy, il quale, di fronte ai tentennamenti tedeschi, minacciava di abbandonare la moneta unica prima della sua disintegrazione per assenza di decisioni coraggiose. Inoltre, le borse, dopo aver accolto positivamente la notizia del piano da 750 mld di euro, sono tornate a traballare pericolosamente facendo registrare indici negativi sulle principali piazze europee, spandendo dubbi sull’efficacia stessa degli interventi programmati. Pare, infatti, che i 750 mld stanziati da BCE e FMI siano virtuali e non reali come quelli versati da Paulson alle banche americane in fallimento nel 2008. Chissà dove hanno rintracciato i ricercatori del Leap questa “ricostituzione di nuovi equilibri globali” favorevoli ad Eurolandia.
Ma più di tutto deve farci riflettere il ruolo giocato da Obama in questa vicenda. Il presidente Usa ha continuamente interferito sulle azioni dell’eurogruppo, come riporta Federico Rampini su Repubblica del 15 maggio. Telefonate alla Merkel, a Zapatero, e poi pressioni sulla Grecia e su altri esecutivi continentali per reclamare piani di austerità che non applica in casa sua. Il risanamento dei conti sta diventando il feticcio che ci costringerà a pagare i guasti e il servilismo dei nostri governanti. Che qualche spesa sia da calmierare non lo mette in dubbio nessuno, tuttavia bisogna avere il coraggio di allargare i cordoni della borsa per stimolare la crescita nei settori di punta e in quelli in grado di aggredire i mercati esteri, dove sono proprio gli americani ad eccellere Qualsiasi piano d’azione in questo senso giustificherà i sacrifici che ci verranno chiesti, altrimenti si tratterà della solita tosatura contro i popoli europei a vantaggio di un ordine internazionale dannoso per i loro interessi e per la loro libertà.
di Gianni Petrosillo

18 maggio 2010

Solo palliativi contro la speculazione


L’Unione europea continua ad agire come soggetto passivo per contrastare gli effetti della speculazione proveniente dal mondo finanziario statunitense e britannico e che come obiettivo primario, nemmeno troppo nascosto, ha l’euro e il suo ruolo di moneta di scambio nelle transazioni internazionali. Le misure triennali di aiuto alla Grecia per 120 miliardi di euro concordate con il Fondo monetario internazionale e la creazione di un fondo di 750 miliardi di euro per sostenere l’euro, non sono altro che dei palliativi che non vanno al cuore del problema.
Non ha senso infatti prestare soldi alla Grecia, quindi indebitarla ulteriormente, per permetterle di pagare altri debiti. Come non ha senso l’impegno preso dalla Banca centrale europea e delle altre banche centrali dei Paesi europei di comprare i titoli degli altri Paesi in difficoltà a causa delle manovre degli speculatori che cercano di fare calare il prezzo di mercato dei Bot e allo stesso tempo far schizzare alle stelle i rendimenti. Questo tipo di interventi non fanno altro che arricchire gli speculatori che potranno così contare su qualcuno che gli compra in tempo reale i Bot che stanno vendendo.
A nessuno dei tecnocrati che siedono alla Commissione di Bruxelles o alla Bce come Jean Claude Trichet (nella foto), né tanto meno ai capi di governo della UE, viene in mente che la soluzione molto più ovvia è semplicemente quella di eliminare la speculazione in base al principio che non si può andare sul mercato con operazioni di compravendita di titoli se non si possiedono i soldi necessari. Oggi dobbiamo invece assistere impotenti all’azione di speculatori come Soros e Paulson che, utilizzando appena 1 dollaro sono in grado di mobilitarne 100 puntando sulla variazione del valore di un titolo nel brevissimo periodo, un giorno o addirittura meno. Lo stesso può avvenire per il valore di un prodotto come il petrolio per il quale l’attività di compravendita dei futures, soltanto una volta su dieci, a dire tanto, comporta il trasferimento reale del bene nelle mani di chi compra.
Ma eliminare la speculazione non è facile sia perché essa ha la sua principale base operativa negli Stati Uniti dove è Wall Street a dettare la danza, sia perché il primo protettore degli speculatori è lo stesso Barack Obama che da criminali come Soros e Paulson o da banche come la Goldman Sachs, che ha truffato i propri clienti, ha ricevuto sostanziosi finanziamenti per la campagna elettorale delle presidenziali e che di conseguenza ha deciso di trasformarsi nel loro maggiordomo. E’ quindi del tutto illusorio aspettarsi che l’Unione europea si muova e faccia pressioni su Obama per una normativa che blocchi l’attività degli speculatori. La speculazione è infatti parte integrante del sistema economico e finanziario basato sull’idea di una crescita infinita. E’ una manifestazione di quel Libero Mercato che nessun presidente ha intenzione di toccare anche se comporta una razzia dei beni dei cittadini da parte dei gangster di Wall Street e dei loro degni colleghi della City londinese. Oltretutto, i predecessori di Obama che avevano provato a mettere paletti al mondo della finanza (come Lincoln, Garfield, McKinley e Kennedy) sono stati velocemente uccisi e sostituiti. Non ci sarà quindi nessun accordo tra Europa, Gran Bretagna e Usa per bloccare gli speculatori. Ci saranno soltanto ad ottobre alcune misure dettate dalla Commissione europea per regolamentare le vendite allo scoperto e i cosiddetti “credit default swaps”. Regole sulle quali sta lavorando un apposito gruppo di studio. Il commissario europeo al mercato interno Michel Barnier ha ammesso la sua impotenza: “Prima devo capire come funzionano esattamente (sic) e poi interverremo. Il nostro obiettivo è quello di avere una registrazione obbligatoria e una trasparenza totale”. Soluzione che arriverà un po’ in ritardo visto che la maggioranza delle operazioni avvengono per via telematica e con meccanismi di vendita e di acquisto che si attivano in maniera automatica.
di Filippo Ghira

Capire perchè l'unione monetaria europea ci sta distruggendo





Ecco cosa è successo. A distanza di 8 anni dal fatidico 1 gennaio 2002 - quando l’Euro divenne definitivamente la moneta comune a 16 nazioni in Europa - i mercati finanziari (leggi il Tribunale Internazionale degli Investitori e Speculatori) hanno finalmente compreso che i Paesi d’Europa non sono più sovrani, specialmente nell’emissione della loro moneta. Dunque i mercati hanno dato un’occhiata ai grandi debiti dei 16 Stati della zona Euro e hanno concluso che per noi ripagarli è un vero problema. Da qui il loro panico, e la conseguente crisi di cui tutti i giornali parlano, che oggi colpisce la Grecia ma domani colpirà tutti gli altri, Germania inclusa. E ciò perché è una crisi strutturale, non di un paio di Paesi.

Vi chiederete: perché ripagare i nostri debiti è diventato un problema così allarmante? Non eravamo indebitati anche prima dell’Euro? Oggi noi Stati della zona Euro stiamo USANDO l’Euro, non ne siamo più i proprietari. Una volta noi italiani possedevano la lira, i francesi i franchi e i tedeschi i marchi ecc. Non siamo cioè più sovrani nell’uso della nostra moneta. L’Euro è a tutti gli effetti una moneta senza Stato, è una moneta ‘mercenaria’ che tutti i sedici USANO. Fra usare una moneta e possederla la differenza è enorme. Perché oggi ogni Paese dell’Euro deve, PRIMA DI SPENDERE per la cittadinanza, fare una di due cose: 1) prendere in prestito l’Euro, 2) TASSARE i propri cittadini per racimolarlo.

Spiegazione di 1) Prendere in prestito l’Euro: letteralmente dobbiamo andarlo a trovare, proprio come fa un padre di famiglia che prima di pagare le spese di casa deve trovare i soldi da qualche parte (lavoro, prestiti). Oggi, si badi bene, un Paese come l’Italia o la Francia deve bussare alle porte di creditori privati per farsi PRESTARE gli Euro PRIMA di poterli spendere per la comunità (vendiamo titoli di Stato sui mercati di capitali dove dobbiamo competere e pagare tassi decisi dai privati). Il nostro Tesoro e la nostra Banca Centrale non possono più emettere moneta in autonomia. Ecco perché oggi i nostri debiti sono un vero problema.

Al contrario, prima dell’avvento dell’Euro, noi eravamo Paesi sovrani nella moneta (lira, franchi, marchi…), e i nostri governi potevano spendere senza il bisogno di trovare il denaro in anticipo. Letteralmente se lo inventavano, come fanno oggi gli USA o la Gran Bretagna per esempio. Magari spendevano troppo, è possibile (caso Italia), ma con la propria moneta sovrana avevano tutti i mezzi per rimediare. Certamente si indebitavano, eccome, ma era un debito che contraevano DOPO AVER SPESO, non prima ancora di spendere come accade con l’Euro oggi, e soprattutto lo potevano ripagare semplicemente inventandosi il denaro necessario (suona incredibile ma è esattamente così), come fanno oggi gli USA o il Giappone. Avevano cioè il potere sovrano di gestire la propria moneta e di conseguenza i propri debiti in autonomia, e questo rassicurava i mercati finanziari che non andavano nel panico sul debito nazionale di allora come invece è accaduto oggi con la Grecia (e domani con tutti i sedici Paesi dell’Euro).

E infatti, nonostante USA o Giappone siano indebitati fino al collo, nonostante l’Inghilterra sia messa forse peggio della Grecia in quanto a debiti, i mercati non sono nel panico per loro. Il motivo, lo ripeto, è che USA, Giappone o Inghilterra hanno moneta sovrana, cioè possono spendere senza doversi PRIMA indebitare, e possono ripagare i loro debiti inventandosi moneta, cose che noi 16 non possiamo fare più. Considerate inoltre che un ‘caso greco’ non si verificò mai, per esempio, con l’Italia spendacciona, indebitata, inflazionistica ma con moneta sovrana degli anni ’60 e ‘70. Al contrario, quell’Italia era assai prospera, e la sua ricchezza di allora ancora oggi ci nutre.
Ecco cosa sta accadendo. Di chi è la colpa? Dell’inganno dell’Euro voluto a tavolino dai grandi burocrati europei (Prodi, Ciampi e centrosinistra in Italia) per l’esclusivo interesse del Tribunale Internazionale degli Investitori e Speculatori (e degli USA naturalmente), i quali oggi (ma già da prima) ci saccheggiano imponendoci misure di tagli a tutto ciò che è pubblico per comprarselo domani a due soldi. Possono farlo perché oggi noi, per i motivi sopraccitati, siamo indebitati veramente, e siamo ricattabili. Non per nulla alla Commissione Europea trovano pianta stabile 229 lobbisti del Tribunale Internazionale degli Investitori e Speculatori, in un rapporto di 4 a 1 rispetto a chi perora la causa dei cittadini.

p.s. Sapete chi ha voluto l’Italia nell’unione monetaria? La confindustria tedesca, che ha voluto inchiodare la nostra industria nella moneta unica così che ci fosse impossibile in futuro svalutare la lira per renderci competitivi contro il marco e vendere più di loro. Capito? Prodi non è scemo, è un criminale. Altro che caso Anemone.
di Paolo Barnard

17 maggio 2010

La crisi infinita



Dall’imponenza del fondo messo a disposizione della Bce, pari a 750 miliardi di euro, nei confronti dei paesi europei in crisi, sembrerebbe che Obama abbia trovato un certo accordo con la leader tedesca Merkel, quale rappresentante del paese europeo più sviluppato.
Una certificazione di solvibilità concessa dal buon Obama secondo le regole imposte dell’onnipresente Fmi (reale strumento finanziario al servizio di ogni geostrategia Usa), da mettere nel conto di un maggiore indebitamento e da far pesare sul groppone dei cittadini dell’Europa, così da protrarre (ma per quanto?) l’unità monetaria (europea) ed essere certi che la spremitura finanziaria americana possa continuare; gli stessi accordi di Maastricht (‘92) vanno viepiù stringendo la corda intorno alle ridotte industrie nazionali trasformate sempre più in pozzi finanziari per i bisogni del paese dominante.
A onore della memoria, con “Mani pulite”(’92) si dette il via libera all’attacco speculativo della “Lira”; una prima esercitazione sul campo fatta dalle solite (note) banche d’affari americane con il soccorso provvidenziale dei “salvatori della patria” (Ciampi e Amato), che bruciarono, inutilmente (così si disse poi), una cifra colossale e spropositata delle riserve valutarie della Banca d’Italia, nel vano tentativo di mantenere la parità della Lira con le monete più forti. E finanche una prova di forza più generale degli accordi di Maastricht (’93) ideati dalle servizievoli menti dei governanti europei, allo scopo di rendere più facile un lavoro di riposizionamento della strategia geopolitica Usa, dopo la dissoluzione dell'antagonista Urss, al di là dei margini del defunto mondo bipolare della “Guerra Fredda”.
Dietro le euforie delle borse, facendo seguito dell’assemblaggio del Fondo europeo messo a disposizione dalla Bce per riempire le falle già si intravedono i nuovi attacchi speculativi delle stesse banche d’affari (Usa) che fanno il bello o il cattivo tempo: speculazioni al rialzo o al ribasso, fate voi. Anche se l'eccitazione per i rialzi-ribassi cederà presto il posto della disperazione.
In tutto questo bailamme si dimentica la ricaduta,della carta straccia finanziaria sull’economia reale. Anzitutto, il piano proposto per uscire dalla crisi è costituito dagli acquisti della Bce di titoli di Stato emessi dai paesi “sotto attacco”. Tali capitali finanziari messi a disposizione dei paesi europei andranno a sommarsi alla massa enorme di liquidità che già il governo americano di Obama (di due anni fa) dovette affrontare con iniezioni sul mercato monetario, di migliaia di miliardi di dollari,in “debiti sovrani”, così chiamati, e non a caso, dallo Stato Sovrano Usa. Inoltre, l’uscita dalla crisi prevede che i debiti sovrani siano riassorbiti gradualmente, in un periodo di circa 3-5 anni, con ovvi risvolti di crescente inflazione man mano che la massa monetaria sarà assorbita dall’economia reale.
E nel contempo, altrettanto ovvia sarà l’idea che la speculazione finanziaria non si fermerà; anzi che le Banche d’affari Usa concentreranno maggiormente la loro attenzione sulla massa monetaria e finanziaria, che verrà rilasciata di volta in volta dalla Bce, nei confronti dei paesi europei maggiormente presi dalla crisi, annullando così gli effetti degli aiuti finanziari, per rimettere in carreggiata sistemi economici sempre più emarginati, con l’incubo di una ripresa appunto dell’inflazione (europea) sempre più tendente ad una “stagflazione” (inflazione + recessione).
E non finisce qui, perché eventuali governi della sinistra non potranno più aumentare la spesa pubblica, così come quelli della destra non potranno abbassare le tasse (i rispettivi cavalli di battaglia), e per entrambi avanzerà il timore di sfondare il deficit programmato. L’elaborazione di politiche nazionali serie ed indipendenti diventeranno sempre pallidi ricordi. Creare ricchezza non significa produrre carta o moneta stampata, con misure tampone soltanto provvisorie; si può far ripartire l’economia, quella vera cioè reale, non certamente con un Fondo finanziario gestito da una Europa composta da stati non sovrani e non in grado cioè di indirizzare selettivamente i finanziamenti secondo le proprie priorità nazionali, per la salvaguardia fondamentale della competizione e dello sviluppo delle proprie industrie.
Da qui si deve ripartire per una riflessione che non confonda l’apparenza con la realtà e/o sappia discernere “il gran dall’oglio”; del resto, se si fa il confronto tra la lunga e dolorosa storia del passato e quella presente qualche dubbio rimane in sospeso: la storia insegna ancora qualcosa o dobbiamo sempre ripercorrerla nello stesso drammatico modo?

di Gianni Duchini

Uscire dalla gabbia








Quando siamo nella fine di un ciclo economico grande come questo, è veramente difficile rimanere saldi e centrati. Ogni parametro salta, ogni certezza svanisce e tutto sembra crollare intorno a noi.
La politica si sta disintegrando e non parliamo solo di quella italiana, l’economia si sgretola mentre la religione che avrebbe dovuto darci solidità, conforto e speranza, vacilla sotto i colpi imponenti delle debolezze umane.

Ogni cosa è diventata la caricatura di se stessa e tutto viene a galla senza filtri mostrandosi per quello che forse è sempre stato, ma che era nascosto da un velo che oggi è scomparso repentinamente e in modo traumatico. Possiamo dire che alla fine di un ciclo come questo, tutto viene portato alla superficie per essere analizzato, trasformato e lasciato andare per essere ricostruito.
Un ciclo che è partito alla fine dell’ottocento e che oggi sta esalando gli ultimi respiri per lasciare spazio al nuovo che verrà, ma solo dopo che il vecchio si sarà esaurito.

Questa, lo abbiamo detto moltissime volte, non è una crisi come le tante altre che periodicamente hanno accompagnato la nostra esistenza, è una crisi sistemicache cambierà completamente il mondo così come noi oggi lo conosciamo. Lo sappiamo, sono parole forti, ma questa è la realtà dei fatti e non possiamo che prenderne atto e cercare insieme di affrontare nel migliore dei modi questo momento di metamorfosi collettiva. Tra l’altro, ma la cosa certamente non consola, questo è uno dei tanti stravolgimenti avvenuti nel tempo, la differenza è che oggi coinvolge tutto il mondo e non una città o una nazione come accadeva in passato!

Il disorientamento che deriva dalla perdita di ogni riferimento conosciuto è normale, ogni cosa diventa difficile da interpretare e le azioni che funzionavano nel passato oggi non danno più gli stessi risultati perché non sono più in armonia con il momento. Allora è facile che prenda un senso di panico e di sbandamento, ci si può abbandonare a pensieri neri sul futuro o addirittura non farcela ad affrontare la durezza di questo periodo.
La cosa non facile da capire è che siamo immersi in una grande illusione dove regnano scarsità, sofferenza e sopraffazione. Il matrix creato ad arte per mantenere le persone in un continuo stato di prostrazione e schiavitù di cui la pubblicità dell’Ikea offre una attenta rappresentazione.

Le sbarre di questa prigione sono immateriali costruite sull’inganno del debito legato alla creazione di moneta che condiziona nel lungo periodo qualsiasi nostra azione e che porta sempre ed inesorabilmente al crollo del sistema per essere ricostruito diverso, ma con le stesse regole dell’altro. Un piccolo elemento, il debito, che ci porta nell’inferno della scarsità artificiale e ci inchioda a comportamenti innaturali, l’homo homini lupus di Hobbes.
Tra un crollo ed una ricostruzione abbiamo però una opportunità unica data dalla finestra temporale che si sta aprendo e che va dal crollo del vecchio carcere alla costruzione del nuovo penitenziario. In questa finestra noi, consapevoli di cosa sta accadendo, possiamo spiegare a chi è disorientato cosa sta succedendo e insieme procedere alla costruzione di un modello completamente nuovo che possa aiutare in questo difficile passaggio collettivo e ci eviti di tornare al chiuso di una nuova cella.

Ovviamente non potendo gestire le leve del potere, dobbiamo riversare le nostre energie creative nella ricostruzione delle nostre economie locali, sostenendo le imprese strategiche per il territorio e creando circuiti virtuosi che creino ricchezza e cultura nuova. Sembrerà strano, ma questo ha una potenza di trasformazione incredibile e permette alle persone di collaborare e aiutarsi reciprocamente infondendo una visione totalmente diversa e positiva.
Una delle risorse maggiori del sistema che impedisce di uscire dalla nostra cella è proprio il senso di solitudine che aumenta nei periodi in cui tutto intorno inizia a crollare. Il collaborare insieme e ricostruire le comunità locali, porta a indirizzare tutte le energie nel costruire invece che alimentare la distruzione, che come vediamo va da sola e non ha bisogno certo del nostro aiuto. Si costruisce in questo modo una rete di salvataggio e si creano le basi per un nuovo sistema più equo e basato sulla solidarietà reciproca. Se poi si mettono in rete queste esperienze il risultato viene amplificato esponenzialmente. L’unione e l’aiuto reciproco sconfigge la solitudine e fa uscire dalla cella.

Naturalmente c’è un modo per fare tutto questo per cui servono professionalità che si mettano al servizio del nuovo incondizionatamente e senza aspettative di ritorno immediato. Questo per fortuna sta accadendo con il mondo di Arcipelago SCEC che sta lavorando da anni alla ricostruzione delle comunità locali, economiche e sociali, ormai in 11 regioni. In molti territori può contare, in alcuni comuni e province, anche dell’aiuto prezioso di quella politica ancora sana e del sostegno di enti, associazioni e scuole. A Crotone ad esempio, una delle province più disastrate d'Italia e considerate “profondo sud” dai rapporti economici, stiamo attuando un progetto che vede in prima fila le scuole professionali dove abbiamo svolto un programma di formazione per la costruzione di un sistema di produzione, trasformazione e distribuzione delle produzioni locali, a partire proprio dall’agricoltura, che permetterà di dar vita, speriamo prestissimo, ad un Emporio gestito da alunni appena diplomati sotto il nostro coordinamento, dove si trasformeranno e si venderanno solo prodotti locali in un ambito di creazione di cultura, collaborazione e nuovo modo di fare impresa dando così nuovo vigore alle produzioni locali che trovano il primo sbocco proprio nella comunità locale.

Se Crotone è in prima fila, segue a ruota la zona di Cerveteri (Roma) dove il comune ha deliberato il supporto al progetto di Arcipelago SCEC e ci sono i corso ottimi contatti con gli altri comuni limitrofi per dare vita ad un piano di sviluppo territoriale intercomunale. La stessa cosa sta avvenendo in Toscana dove la collaborazione con il comune di Capannori, all’avanguardia per la raccolta differenziata e le energie rinnovabili, sta dando ottimi frutti e salendo più su in Emilia dove ci sono già contatti con vari comuni, uno di questi è il comune di Monteveglio (Bo) il primo comune in Transizionee in Abruzzo con il comune di Pescara, che anche lui ha deliberato il supporto ai progetti di Arcipelago.

Senza contare che la Solidarietà ChE Cammina, lo SCEC, sta mobilitando centinaia di attivisti che quotidianamente lavorano alla costruzione di un modello nuovo di vita in comune. Il concetto è che se risani la piccola cellula, in questo caso l’economia locale, si risana anche il grande organismo di cui questa cellula fa parte. Non si può sapere dove questa strada ci porterà, ma sappiamo che dove le persone iniziano a lavorare insieme si crea quella giusta dose di ottimismo e solidarietà che permette di superare i momenti bui che sono appena iniziati.

di Pierluigi Paoletti

15 maggio 2010

Attacco al Comune di Camigliano: "Lasciate i rifiuti o rischiate il commissariamento"


comuni virtuosi
I Comuni Virtuosi sono Comuni i cui primi cittadini intendono il loro incarico come servizio ai cittadini e alla comunità, con risultati molto evidenti
I Comuni Virtuosi - chi segue la nostra testata ne ha sentito parlare spesso - sono quelli i cui primi cittadini intendono il loro incarico come servizio ai cittadini e alla comunità, con risultati molto evidenti.

Questo spaventa chi invece ha della politica un'idea opposta. La politica come opportunità di ottenere vantaggi personali, la politica delle poltrone, del potere, del controllo del consenso. Questa politica comincia ad avere paura dell'esempio dei Comuni virtuosi e lo dimostra quanto sta accadendo al Comune virtuoso di Camigliano (CE) guidato dal sindaco Vincenzo Cenname.

Camigliano è un comune con il 65% di raccolta differenziata, è un comune che fa il compostaggio domestico e ha abbassato la tassa rifiuti ai cittadini oltre ad inserire i pannolini lavabili negli asili nido e a recuperare gli oli esausti.

Ma non basta. Camigliano ha smesso di erodere il proprio territorio, di cementificarlo e ha anche messo lampade a basso consumo nel cimitero. Piccole ma grandi cose - soprattutto se fatte in Provincia di Caserta dove camorra e politica governano spesso insieme - tutte volte a migliorare la vita dei cittadini nel rispetto dell'ambiente in cui si è scelto di vivere.

Ecco, in una situazione come questa, succede che il prefetto di Caserta Ezio Monaco diffidi il sindaco Cenname affinché trasmetta alla società provinciale che gestisce la raccolta rifiuti gli archivi di Tarsu e Tia, pena il commissariamento e lo scioglimento del consiglio comunale.

La "gestione" dei rifiuti è da sempre una delle chiavi di potere e di guadagno della camorra, non stupisce quindi che la gestione autonoma ed efficiente del sindaco di Camigliano disturbi qualche potente. Cenname, ovviamente, difende la propria scelta: "Ha garantito il raggiungimento di notevoli percentuali di rifiuti differenziati. Un risultato eccellente, nonostante le mille difficoltà di portare fuori regione, e quindi con costi notevoli, la frazione umida dei rifiuti” - ma nonostante questo, continua il sindaco - "E' ormai da 4 anni che la tarsu non subisce aumenti e per di più tutte le spettanze sono state liquidate senza che siano stati accumulati debiti".

Una gestione economica ed efficiente quindi, come ha anche certificato il Tar della Campania che ha avvallato la scelta indipendentista del Comune respingendo il ricorso della provincia. Cosa che però, evidentemente, non ha fermato il prefetto dall'inviare quella raccomandata che suona più che altro come una minaccia. "Qualora la politica - ha scritto Cenname in risposta al prefetto - dovesse essere esautorata di quel poco potere decisionale che ha circa l'implementazione di servizi come la raccolta differenziata, allora non avrà più senso l'esistenza di alcun organo politico comunale e per questo, considerato che la politica non costituisce affatto un mestiere, sono pronto a consegnare il mio mandato amministrativo".

Speriamo che questo non accada, speriamo che Cenname resista e vinca la sua battaglia. Il solo fatto che accadano queste cose e che nessuno, non un giornale, non una televisione, ne parli, ci fa pensare - come scrive Marco Boschini - che stiamo vincendo, che hanno paura, che cominciano a reagire scompostamente dimostrando così tutta la loro debolezza e falsità e che alla lunga cittadini sempre più consapevoli faranno scelte che cambieranno davvero le cose, come hanno fatto gli abitanti dei comuni virtuosi.

di Andrea Boretti

14 maggio 2010

I supercomputer provocano il "crash automatico della borsa"
















Le screditate “agenzie di valutazione del credito” - rappresentate dalla triade dell’oligopolio anglosassone Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch – hanno assestato in modo selettivo un colpo devastante alla Grecia e all’euro (senza sfiorare gli Stati Uniti né la Gran Bretagna, tecnicamente in una situazione peggiore), e questo ha accelerato la seconda ondata di caos finanziario globale.

L’afflitto cancelliere tedesco Angela Merkel, che pecca di ingenuità infinita e affronta una elezione cruciale nel Nord Reno-Westfalia, ha fustigato il “perfido (sic) mercato” sregolato delle banche, degli hedge funds (fondi di copertura di rischio), gli speculatori e le agenzie di valutazione di credito (Bloomberg, 6/5/10).

Con la ovvia eccezione dell’arcipelago britannico, nell’Europa continentale sono piovute critiche contro la sbilanciata prestazione della triade anglosassone delle “agenzie di valutazione di credito”, che godono di un potere inusuale che urge addomesticare.

Michael Mackenzie, del The Financial Times ( 7/5/10) commenta che l’istantaneo crollo del pomeriggio del giovedì 6 maggio nelle borse degli Stati Uniti per il valore di un miliardo di dollari – equivalente al Pil del Messico-, e che ha avuto conseguenze sul mondo intero, rimane “tuttora un mistero (sic)”.

Varie versioni si susseguono: dal “pollice” di un operatore di borsa che ha sbagliato tasto nel fare il suo ordine di compravendita, passando per “l’effetto greco”, fino all’eventualità di un “sabotaggio” ipotizzato da Obama (Sam Youngman, The Hill, 7/5/10).

A quale hacker cinese, russo, nordcoreano o iraniano pretendono attribuire la colpa dei guasti inerenti lo sregolato modello neoliberista?

A giudizio di Michael Mackenzie l’improvvisa caduta che si è avviata nell”Indice S&P 500” è stata esacerbata dai supercomputer che “servono per vincolare i mercati e il cui panico si è diffuso ai mercati delle divise e dei buoni”.

Contro tutte le leggi suppostamente immutabili del “libero (sic) mercato”, i “quattro grandi luoghi” delle quotazioni delle azioni di borsa degli Stati uniti – NYSE Euronext, Nasdaq, BATS e Direct Edge- hanno cancellato le loro operazioni durante 20 minuti.

Negli Stati Uniti “cadono i sistemi”, come continuamente accade, in modo più primitivo, nelle elezioni presidenziali in Messico.

Il crack della borsa di New York del 1987 era stato attribuito a “programmi” che avevano esacerbato le cadute improvvise.

Le quotazioni finite irrimediabilmente al suolo si sono trasformate in sostanza essendo state superate dagli scambi di borsa di “alta frequenza” dei supercomputer, che usano algoritmi specializzati (“algos”) e che si realizzano simultaneamente in altre piazze annesse alle sedi conosciute.

Per i fondamentalisti del neoliberismo il “commercio algoritmico” (gli “algos”) attraverso i supercomputer ha reso più “efficienti (sic)” e più “liquidi” i mercati grazie al progresso tecnologico.

Lo stesso errore degli algoritmi dei supercomputer era capitato tre anni fa nella borsa di New York NYSE con le operazioni di Crédit Suisse.

Questi algoritmi sono “programmi di software” che “decidono quando, come e dove negoziare certi strumenti finanziari senza il bisogno di alcun intervento umano” (“Il fantasma nelle macchine”, The Financial Times, 17/2/10).

Oggi i “mercati” praticamente automatizzati sono dominati dai “mercanti di alta frequenza” (intorno al 60% di tutte le operazioni), che sfruttano la congiunzione tecnologica e l’ultravelocità che sorpassa gli astanti, per non parlare degli scommettitori, nell’acquisto di affari in alcuni microsecondi. Uff!

Parallelamente, esiste una tecnologia separata che scrutina le notizie per dare agli algoritmi la sua “direzionalità” (il suo senso).

Jeremy Grant analizza i conseguimenti del “commercio algoritmico” di alta frequenza che ha perturbato ( e scombussolato, come è avvenuto l’infausto giovedì) gli scambi borsistici (The Financial Times, 7/5/10): “oggi i mercati borsistici sono diretti in modo schiacciante da algoritmi matematici programmati per entrare ed uscire dai mercati quasi alla velocità della luce, nella frenetica ricerca di affari che risultino in facili guadagni”.

A giudizio di Jeremy Grant, il “commercio algoritmico” serve “gli interessi dei mercanti a breve termine, che usano la più recente magia computazionale”.

Oggi più della metà degli affari di borsa negli Stati Uniti “coinvolge l’uso del commercio algoritmico” dato che le quotazioni non si realizzano unicamente nelle conosciute borse di New York e Nasdaq bensì “in altre piattaforme pletoriche (sic)”, che includono “zone oscure (sic)” – dark pools – e “sistemi operati dagli stessi mercanti”. Ora “meno del 35 per cento delle quotazioni si realizza nella borsa di New York” (NYSE, sigla in inglese), poiché “esistono sistemi che sono riusciti a fare transazioni in soli 16 microsecondi.

Si tratta di borse di valori tecnologiche senza umani o disumanizzate?

L’impressionante verità è che “la maggioranza delle azioni cambiano di proprietario nei centri con dati vasti”. Uno dei centri di dati, construito da NYSE Euronext a Basildon (Gran Bretagna) – “proprietario” della borsa di New York -, misura l’equivalente di tre campi di calcio.

Nonostante la sconcertante “rivoluzione tecnologica”, Jeremy Grant questiona “ gli esistenti sistemi di gestione di rischio per prevenire algoritmi fallaci”.

A quanto pare, il giovedì pomeriggio quei sistemi operati da macchine sono stati sul punto di portare il mondo ad una catastrofe borsistica.

Rimane assodato che la tecnologia guidata dai supercomputer ha trasformato il modo in cui si gestiscono i “mercati” che si trovano nelle mani di poche entità finanziarie globali, di per sè oligopolistiche, che dispongono dei nuovi strumenti di navigazione borsistica che hanno messo fuori gioco gli “investitori ordinari” ( leggasi: praticamente tutto il mondo, con l’eccezione della banca israelo-anglosassone).

Le catastrofi tanto deliberate quanto tecniche della sregolata globalizzazione finanziaria obbligano al ripensamento del dominio e gestione del denaro mondiale, così come de “l’arbitraggio” delle sue screditate “agenzie di valutazione del credito”, dalla plutocrazia della banca israelo-anglosassone che ha portato il suo controllo a livelli intollerabili per tutti gli abitanti del pianeta.

Oggi la vera liberazione del genere umano è anzitutto finanziaria.

Un primo passo per i paesi colpiti – ovvero la stragrande maggioranza meno tre, come è rimasto assodato dopo la deliberata balcanizzazione e vulcanizzazione dell’eurozona – consiste nello stabilire sistemi propri di emissione di moneta (che includano la puntellatura con materie prime strategiche) e di gestione del credito, con autonomia regolatoria nazionale (non trasnazionale), e nell’uscita il prima possibile – prima di rimanere passivamente annichiliti – dal perverso gioco finanziario delle piazze delle borse di New York e Londra (in realtà, dei suoi supercomputer e dei suoi “algos” controllati dalla banca israelo-anglosassone). Questa è la maggiore sfida che l’umanità affronta oggi.

di Alfredo Jalife-Rahme

Fonte: http://www.jornada.unam.mx/

13 maggio 2010

Un piano di 750 miliardi per difendere l’euro

L’Europa e il Fondo monetario internazionale si sono accordati per un piano di 750 miliardi di aiuti per “salvare l’euro dalla speculazione”. Ben 250 miliardi verranno dal Fmi mentre gli altri 500 dai Paesi europei. Di questi, 60 miliardi verranno stanziati dalla Commissione europea e gli altri 440 saranno costituiti da prestiti e garanzie fornite dai Paesi membri del sistema dell’euro. I ministri delle Finanze dei 27 Paesi membri, recita un comunicato, “hanno deciso un pacchetto comprensivo di misure per preservare la stabilità finanziaria in Europa, compreso un meccanismo di stabilizzazione finanziaria”.
La concessione di fondi ai Paesi che dovessero averne bisogno sarà associata a “condizioni rigorose” e con un sistema che è molto simile a quello stabilito per la Grecia. Mentre la Banca centrale europea e la Bundesbank si sono dette pronte ad acquistare titoli di Stato dei Paesi in difficoltà.
Trovare un accordo è stato molto faticoso sia perché si metterà in campo una cifra di risorse imponente sia per l’impegno che tutto questo comporterà in termini squisitamente finanziari ma anche politici. Basti pensare che il piano di aiuti triennali di 110 miliardi a favore della Grecia, da parte della UE e del FMI, con un impegno tedesco di oltre 22 miliardi, è costato al Cancelliere tedesco Angela Merkel (nella foto) la sconfitta nelle elezioni regionali nel Nord Reno-Westfalia. In una fase di crisi come questa, nella quale i governi e gli organismi finanziari internazionali invitano a fare sacrifici e a stringere la cinghia, nessun cittadino è infatti disposto a vedersi oberato di nuovi impegni, peraltro originati dai buchi di bilancio degli altri Paesi. Con tanti saluti alla solidarietà europea.
Nonostante la risposta più che positiva delle Borse, quello che comunque appare assurdo è che i governi europei si pongano l’obiettivo di porre in essere misure per vanificare gli effetti della speculazione e nessuno di essi vada al cuore del problema. Nessuno quindi che si ponga di eliminare la speculazione finanziaria in quanto tale sia in Europa che sugli altri mercati, ad incominciare da quello statunitense. Nessuno che si ponga il problema che è necessario stabilire regole internazionali che impongano che non si possono investire i soldi che non si hanno, che è poi il principio base della speculazione. Nessuno che chieda a Barack Hussein Obama, il maggiordomo dell’Alta Finanza Usa, di impedire ai gangster di Wall Street di agire indisturbati. Se l’euro è sotto pressione è perché criminali del calibro di George Soros e John Paulson, o i dirigenti di banche tipo la Goldman Sachs, possono continuare a raccogliere denaro virtuale sui mercati, cioè soldi che non possiedono, e poi puntarlo contro i titoli di Stato greci e domani su quelli italiani, per guadagnarci sul breve termine e per affossare il sistema dell’euro sul lungo termine.
L’altro assurdo è che la speculazione venga da un Paese, come gli Stati Uniti, che da decenni vive alle spalle degli altri Paesi in conseguenza del suo enorme deficit commerciale e dell’altrettanto enorme debito pubblico. Due peculiarità che fanno sì che il dollaro non sia altro che carta straccia. Da parte sua, Obama si è limitato ad incoraggiare per telefono la Merkel ad adottare azioni decise in difesa della stabilità finanziaria dell'Europa, perché si è reso conto che un'azione speculativa a largo spettro contro l'euro, organizzata dai suoi padroni, avrebbe rischiato di avere effetti dirompenti sulle esportazioni degli stessi Stati Uniti. La realtà è quindi che l’Europa è impotente nei confronti degli speculatori, dal ministro svedese Anders Borg definiti “sciacalli”, e che le uniche misure che è in grado di varare sono quelle di contenimento e di difesa. Siamo in grado di difendere l’euro dagli speculatori, ha garantito la Merkel. Ma non di impedirgli di speculare.

Londra va per conto suo
Un altro aspetto che è emerso dalla riunione dell’Ecofin di Bruxelles è stato il no di Londra al piano di difesa dell’euro. Un no che era prevedibile non fosse altro che la Gran Bretagna non fa parte dell’euro e continua ad essere tenacemente attaccata alla sterlina. Ma soprattutto perché la Gran Bretagna ha svolto un ruolo determinante nel fare scoppiare la crisi finanziaria a cavallo tra il 2007 e il 2008. La finanza britannica ha infatti una forte impronta speculativa ed è proprio sullo sviluppo della finanza che i governi laburisti di Blair e Brown hanno impostato la loro politica economica negli ultimi 15 anni e che ha comportato un enorme piano di aiuti per salvare le banche che avevano massicciamente speculato. Proporzionalmente, forse più delle stesse banche americane. Una politica economica che ha comportato una non indifferente deindustrializzazione del Paese e che ora la Gran Bretagna sta pagando pesantemente con una crisi economica devastante, con il disavanzo pubblico ad oltre il 12%, con una disoccupazione di massa e una povertà crescente e con il valore della sterlina in caduta libera.

Nuove regole in arrivo
Resta in ogni caso la realtà di un Europa che di fatto è nata intorno ad un progetto di mercato unico e con un disegno politico messo in secondo piano e al servizio di quello. E’ da questa impostazione di partenza, nella quale i governi e la politica hanno accettato di essere sovrastrutture dell’economia e della finanza, che nasce l’impotenza nei riguardi della speculazione con l’adozione di misure che sono palliativi perché non vanno alla radice del problema, Adesso le prossime tappe saranno l’adozione da parte dei Paesi più a rischio, come Spagna e Portogallo, di misure di contenimento della spesa pubblica con tutto ciò che questo comporterà in settori come le pensioni e l’assistenza sanitaria. Poi il prossimo 21 maggio ci sarà la prima riunione del comitato per la riforma del Patto di stabilità. Da parte sua, il presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso, ha affermato che, dopo le decisioni prese domenica notte, ogni tentativo della speculazione di indebolire la stabilità delle economie dell'euro è destinato a fallire. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri, Franco Frattini che ha affermato che dopo aver spento l'incendio che rischiava di propagarsi a tutta la casa comune europea, si deve riflettere sulle regole che governano l’economia e la finanza, e rivedere i meccanismi di allerta sugli squilibri in atto e il peso e il ruolo delle agenzie di rating.

S&P promuove il piano
Giudizi positivi, e questo dovrebbe essere preoccupante, sono arrivati proprio da una agenzia di rating Usa, come Standard&Poor’s, che ha sottolineato che il piano europeo di sostegno all’euro, rappresenta una soluzione positiva sul lungo periodo perché fornisce un sistema di difesa e di protezione sul lungo periodo nei confronti dei Paesi più vulnerabili al rischio contagio. Si tratta di un piano di grande portata, ha detto un dirigenti di S&P. Per alcune settimane, ha sostenuto, l'Europa è stata severamente criticata dai mercati per i ritardi nel fornire risposte e così il piano avrebbe approvato ha recepito queste perplessità. Dubbi che in realtà erano quelli delle stesse società di rating che stavano di fatto facendo il gioco degli speculatori declassando l’affidabilità dei titoli del debito pubblico di diversi Stati, come l’Italia, e di conseguenza affossando la stabilità dell’euro. Per S&P, in ogni caso non ci sarebbe alcuna ragione per temere che qualche Paese europeo sia obbligato a lasciare il sistema dell’euro.

12 maggio 2010

I pirati della borsa



I mercati finanziari nei giorni scorsi hanno segnato forti ribassi assaltati dagli speculatori. Parliamoci chiaro, gli speculatori sono quelli che, avviato il ribasso - cioè dato l’arrembaggio alla nave dei risparmiatori spaventati, che vendono per paura - comprano quando i prezzi delle azioni sono molto più bassi. I ribassisti sono signori che, assistiti dagli strumenti finanziari, vendono azioni pur non possedendole. In un secondo momento comprano, quindi, le azioni che non avevano e hanno già venduto. Ma non sono i soli alla ricerca di facili guadagni. Il fatto stesso che ci sia qualcuno che vende perché impaurito, significa che anche questi era alla ricerca di rendimenti più alti, ma più rischiosi, altrimenti avrebbe tenuto le azioni in attesa dei dividendi (i cosiddetti cassettisti), o avrebbe acquistato Bot o Cct o avrebbe tenuto i soldi in banca, che sono investimenti assai più sicuri. La borsa, si sa, ha dei “cicli” in cui i listini scendono e salgono. Non pensiate che chi guadagna in queste situazioni siano degli anonimi investitori, spesso sono le stesse banche. Basta guardare i bilanci dell’ultimo anno delle banche per vedere che una delle voci più consistenti dei ricavi è quella relativa al trading mobiliare, cioè ai guadagni fatti comprando e vendendo azioni e titoli. Questa volta l’allarme ha colpito i mercati per il caso Grecia. Altre volte gli allarmi, i cosiddetti warning, sono stati più seri (11 settembre; mutui subprime), altre volte meno seri o addirittura immotivati. Tra i bassi di ieri e gli alti di oggi, il caso Grecia sarà dimenticato e i listini saranno ancora come si dice bullish, cioè in salita. I ribassisti si faranno rialzisti, perché devono portare all’incasso i loro “investimenti”. La borsa è ormai un fenomeno mondiale. Mentre fino a qualche tempo fa i mercati seguivano Wall Street, ora tutti influenzano tutti. Per assurdo, l’anomalia del mercato borsistico sta proprio nel fatto che registra non il reale valore delle aziende, ma il valore di mercato, cioè quanto si è disposti a pagare una azione (una piccola quota di una azienda) in un determinato momento. Si potrebbe, come propone l’ex ministro e ex presidente Consob, Luigi Spaventa, su Repubblica bloccare la strada ai ribassisti-speculatori, consentendo agli stati di intervenire sul mercato e acquistare titoli nel momento in cui gli speculatori attaccano, vanificando le loro previsioni al ribasso e infliggendogli delle perdite. E’ una strada percorribile, che presuppone la presenza di una montagna di euro, se consideriamo che, ad esempio, il valore degli scambi azionari di Milano di venerdi 7 maggio è stato di 6,6 miliardi e che la speculazione potrebbe ripetersi su più giorni. Per ora gli stati europei hanno reagito ponendo a difesa dei propri titoli e della moneta unica 500 miliardi, più 250 del Fondo monetario internazionale. Queste misure che pure hanno messo al riparo i listini dalle speculazioni sui titoli di stato non basteranno a fermare le speculazioni del mercato borsistico. Per fare questo è necessario introdurre una serie di restrizioni e premi per chi opera sui listini. Restrizioni e limitazioni nell’uso degli strumenti finanziari e che contrastino l’abuso della leva finanziaria - investire senza avere il denaro - per chi opera in borsa. Si possono vietare le vendite al ribasso per chi non possiede azioni. Lo si è già sperimentato sul listino milanese per qualche mese dopo la crisi finanziaria mondiale del 2009. L’obiezione è che alcuni investitori non entrerebbero sui mercati che avessero troppe limitazioni. Basterebbe prendere regole comuni, che valgano a Piazza affari, come a Hong Kong, come a Wall Street e i mercati sarebbero più lenti, ma più armonici, nelle loro crescite o ribassi. Chi l’ha detto che l’orso non possa salire le montagne, seppur lentamente? Le politiche fiscali dovrebbero poi incentivare gli investimenti duraturi. La borsa nasce come strumento per le imprese di raccolta del risparmio privato a prezzi più convenienti rispetto al credito concesso dalle banche. Negli ultimi anni si è trasformato in un modo per gonfiare il valore delle azioni prima del collocamento (le cosiddetta Ipo, initial public offering), tanto che il 90 per cento delle aziende valgono oggi meno che al momento della quotazione. Analizzando poi la capitalizzazione delle aziende quotate a Piazza affari vediamo che queste valgono circa il 30 per cento del Pil. Il 35 per cento del valore di capitalizzazione è dato dalle aziende ex statali o municipalizzate dell’energia e dei servizi di pubblica utilità (Eni, Enel, Acea, ecc.), aziende che si fanno un po’ di concorrenza tra loro, senza esagerare, ma le cui tariffe sono regolamentate. Un terzo del valore lo danno banche e assicurazioni, ma i premi e i tassi attivi e passivi riservati agli imprenditori e ai risparmiatori dai diversi sportelli si somigliano molto, senza parlare di cartelli, sembra un mercato con poca concorrenza. Meno di un terzo è dato dal valore delle piccole, medie e grandi imprese che si confrontano, per mezzo dei loro prodotti, con il mercato italiano ed estero. Se è vero che il mercato ha sempre ragione, un mercato finanziario mondiale regolamentato da paletti precisi dovrebbe averne ancora di più. E’ necessario tornare, quindi, allo spirito costitutivo dei mercati borsistici, raccogliere capitali per lo sviluppo e tenere fuori la speculazione, con misure che premino veramente chi tiene i propri soldi investiti in una azione per un periodo duraturo (5,7,10 anni), esentandolo (considerato che finanzia l’economia reale), dalle imposte sui dividendi e sui capital gains. Certamente gli Stati sono più forti e più ricchi degli speculatori, che pure vedono una ricchezza concentrata in poche mani, e se vogliono possono tenere a bada le speculazioni. Non si vedrebbe più la gente che vende perché impaurita, come quando una nave veniva assaltata dai corsari e prima di scappare sulle scialuppe cercava di portare via più oro possibile, lasciando comunque qualcosa in cabina per la fretta di mettere in salvo la pelle, a guadagno dei pirati.
di Alessandro L. Salvaneschi

Uomini, mezzi uomini e...corruzione



A Porta a porta l'onorevole Nania, ex An, cercando di giustificare Scajola ha spiegato, poiché non era credibile che il ministro non si fosse reso conto che 600 mila euro per un appartamento di 180 metri quadri in una delle zone più suggestive di Roma era un prezzo totalmente fuori mercato, che è usuale che una persona comune quando si trova a trattare un affare con un uomo del potere sia naturalmente portata a fargli condizioni di favore senza che ciò comporti necessariamente una contropartita. Mio padre, Benso Fini, che nel dopoguerra ha diretto per 13 anni Il Corriere Lombardo, il primo quotidiano del pomeriggio italiano, allora assai importante, e che respingeva qualsiasi regalia, anche modesta, eccettuati i libri, mi ha insegnato che non si accettano favori immotivati. E questo mi ha evitato di cacciarmi in alcuni guai.

Nel 1979 lavoravo per il Nuovo Europeo di Mario Pirani e stavo trafficando per avere un'intervista da Toni Negri, in carcere da un mese. Oggi è semplice: ci si accorda con un parlamentare che entra in prigione e poi riferisce al giornalista. Allora le cose erano più complicate. Dopo estenuanti trattative riuscii a far arrivare a Negri le mie domande scritte e ad avere le sue risposte. Quando ebbi in mano tutto andai da Pirani, nel suo ufficio romano. Lui, che stava preparando il nuovo giornale, fu naturalmente molto contento: sarebbe stata la copertina del primo numero del "suo" Europeo. Nell'ufficio c'era anche l'Amministratore delegato Bruno Tassan Din che, preso dall'euforia, mi propose: «Venga con noi a Milano, sul nostro jet privato». «La ringrazio» risposi «ma ho già un biglietto Alitalia». «C'è anche Di Bella» disse Tassan Din per invogliarmi (era il direttore del Corriere). «Ragione in più per non venirci» replicai io, scherzando. Tassan Din parve molto seccato. Mezz'ora dopo Pirani mi richiamò nel suo ufficio: «Perché ha trattato così l'Amministratore delegato?». «Mio padre mi ha insegnato che non si accettano favori immotivati». Due anni dopo Tassan Din e Di Bella furono pescati nella P2. Se io fossi salito su quell'aereo i due avrebbero fatto probabilmente delle avances e io, magari non capendo subito bene, avrei potuto farmi trascinare in situazioni poco chiare e compromesso una volta mi sarei compromesso per sempre. In queste cose vale quello che vale per le ragazze: se si lasciano mettere una mano sul ginocchio si arriva alla hause. I politici si fanno mettere le mani su tutte e due le ginocchia. E questo mi stupisce un poco. Sono già dei miracolati, gente che non ha fatto un'ora di lavoro vero in vita sua, che non sa far nulla e sono potenti, ricchi e famosi.

Potrebbero accontentarsi. Invece non ne hanno mai basta. Anche quando non prendono direttamente tangenti si fanno dare affitti a equo canone, pagare mezzi appartamenti, regalare anche la carta igienica. Scajola, per scagionarsi, ha detto che avrebbe dovuto essere un cretino per dare 80 assegni circolari davanti a dei testimoni. Ma c'è anche un'altra ipotesi: il senso di impunità che dà il potere, la convinzione che non si pagherà mai dazio. Lo abbiamo già visto in Tangentopoli. Pillitteri non si faceva consegnare sulla sua scrivania i quattrini, malamente avvolti in carta di giornale? E perché mai la classe dirigente di oggi dovrebbe essere diversa, quando sono quindici anni che non si fa che delegittimare la Magistratura e si è inzeppato il Codice penale, soprattutto per i reati finanziari, quelli di "lorsignori", di leggi talmente "garantiste" che arrivare a una sentenza definitiva è quasi impossibile? Amintore Fanfani, che da vero uomo di potere non ambiva al denaro, abitava all'ottavo piano di un normalissimo condominio in via Platone, non in un appartamento davanti al Colosseo. Ma Fanfani, oltre a essere stato un notevole docente universitario, aveva statura (politica) di statista. Questi son solo degli ometti.

Massimo Fini

11 maggio 2010

Problema Greco, affare europeo

Non bisognava essere dei veggenti per indovinare che le draconiane "misure di austerità" imposte dal governo greco in cambio del prestito elargito dalla Ue e dal Fmi avrebbero causato imponenti proteste, con il rischio di violenze più o meno diffuse. E' noto che, ad Atene, la battaglia politica è sempre molto "vivace" e le organizzazioni sindacali piuttosto combattive. Il sangue che è già scorso è stato, probabilmente, causato da quelle frange di estrema sinistra, che in Grecia si riuniscono per lo più sotto le bandiere anarchiche, la cui presenza non va sopravvalutata. Si tratta di poche migliaia di persone che nella capitale stazionano nel quartiere di Exarchia, dove vivono in scalcagnate comunità all'interno di case occupate. Pur essendo un mito per gli "antagonisti" di tutta Europa, dal punto di vista politico questi gruppi radicali, anche se sono in grado di produrre danni, contano poco.
Sarebbe diverso se una parte della popolazione più indebolita dai piani governativi abbandonasse le forme pacifiche di contestazione. Nel giudicare le mosse del premier Papandreou, gli europei dovranno dunque tenere conto della sua esigenza di mantenere la pace sociale nella nazione. Le misure decise sono così pesanti che avrebbero provocato una reazione non solo nell'esuberante Grecia, ma in qualsiasi altro Paese europeo. Per rientrare dal debito fuori controllo, sono previsti il blocco degli stipendi dei lavoratori pubblici fino al 2014, l'abolizione di tredicesima e di quattordicesima per gli impiegati statali che guadagnano oltre 3.000 euri al mese, la cancellazioni di bonus che sono parte rilevante dello stipendio, l'aumento di altri due punti dell'Iva, con un incremento del 10% delle tasse su benzine, sigarette e alcolici, l'innalzamento dell'età pensionabile.
Va detto che quelle che sono state definite le cicale greche non se la passavano poi così bene nemmeno prima. I salari sono già bassi: quello minimo è pari al 60% dei corrispettivi olandese, belga, francese e al 50% dell'irlandese. La divisione della ricchezza, poi, è maggiormente sperequata rispetto agli altri Paesi dell'Eurozona. Il sistema economico greco ha molte colpe per l'attuale crisi. Il settore pubblico è ipertrofico ed inefficiente, essendo stato gonfiato con massicce assunzioni di carattere clientelare, l'evasione fiscale è immensa -perfino per un Paese come il nostro dove, al momento del conto, la domanda rituale è "con o senza fattura?"- la corruzione è ampiamente diffusa a tutti i livelli. Per l'economia greca, però, l'entrata nell'euro, tanto desiderata e poi raggiunta nel 2001, non è stato probabilmente un grande affare. Pur essendo i suoi prodotti poco competitivi, Atene non può più attuare svalutazioni competitive della moneta al fine di abbassare i prezzi delle sue merci, ma per rimettere in ordine i conti ha a disposizione solo lo strumento, doloroso, dei tagli e dell'innalzamento delle tasse.
Sono state comunque le esitazioni dell'Unione Europea ad aggravare la crisi, incoraggiando la speculazione finanziaria. La cancelliera Merkel, in particolare, ha a lungo tentennato, dando l'impressione di volere abbandonare la Grecia al proprio destino. Se è vero che la Germania non può essere il bancomat dei Paesi in difficoltà, bisogna però aggiungere che sono i tedeschi ad avere maggiormente guadagnato dall'entrata in vigore dell'euro, pur avendo abbandonato l'amato marco, vero e proprio simbolo identitario della nazione nel dopoguerra. Grazie alla parità monetaria, l'industria tedesca, infatti, ha potuto inondare con i suoi prodotti di alta qualità soprattutto i Paesi più deboli dell'area euro.
Giova inoltre ricordare che una parte consistente del debito greco è detenuto, oltre che da quelle francesi, dalle banche tedesche che, in caso di default, si potrebbero trovare nella condizione di chiedere sussidi governativi. Gli aiuti ad Atene sono dei prestiti al gravoso tasso del 5% che, se rimborsati, produrranno cospicui profitti per i Paesi che li hanno concessi i quali si indebitano a tassi minori. Si calcola che la stessa Germania guadagnerebbe, solo con la prima tranche di prestiti, 622 milioni di euri, la Francia 465 milioni e l'Italia 356 milioni. Comunque, la crisi greca, più di ogni altra cosa, ci ha mostrato che la solidarietà europea è un concetto aleatorio. Le settimane passate nell'incertezza, i toni "nazionalistici", con i quali i vari governi hanno voluto far mostra di difendere i risparmi dei propri cittadini, hanno evidenziato quanto l'Europa sia debole anche rispetto a quella moneta comune che riteneva il suo capolavoro e il suo gioiello.
Finalmente, la Merkel, mercoledì scorso, in un discorso al parlamento, che la stampa tedesca ha giudicato storico, ha dato l'impressione di assumersi le responsabilità che competono a un Paese così importante. Dopo avere dichiarato che "è in gioco il futuro dell'Europa e della Germania in Europa", la cancelliera ha aggiunto perentoriamente che "l'Europa oggi guarda alla Germania. Senza di noi o contro di noi non si può prendere alcuna decisione". Sembrerebbe la prima rivendicazione del ruolo di guida di Berlino in Europa, dopo decenni in cui la Germania ha messo ogni impegno per diluire la sua forza economica in un europeismo consensuale, negando di volere primeggiare anche politicamente. Ferma da tempo in stazione la locomotiva franco-tedesca, non sarebbe una brutta notizia che la sola Germania si decidesse a fare da traino per l'integrazione europea, abbandonando scrupoli e paure suscitati dal suo passato.
Sarebbe davvero eccessivo, però, trarre da un discorso parlamentare conclusioni politiche certe. L'Europa attuale, anche dal punto di vista economico, ha bisogno di rilevanti riforme che metteranno in luce se c'è davvero chi ambisce a fare da sprone agli altri. Oggi, si capisce che è stato sbagliato dotare della stessa moneta Paesi con divari economici troppo marcati. Probabilmente, si pensava di valersi ancora una volta del metodo funzionalista, compiendo un passo importante sul piano economico, nella convinzione che la coesione sociale scaturitane favorisse il rafforzamento delle istituzioni politiche. E' vero che l'integrazione continentale è nata con la Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ceca), ma adesso ci si è spinti a un punto in cui l'iniziativa politica deve precedere ogni altra istanza.
Anche nel governo dell'economia, senza una politica fiscale comune e senza un coordinamento delle finanze dei vari Paesi, l'euro rappresenterà più una gabbia che un'opportunità, lasciando i Paesi più deboli nelle grinfie degli avvoltoi alla Soros. In fin dei conti, mentre l'Europa trema per la crisi della Grecia che rappresenta solo lo 0,3% del pil mondiale, gli Usa non sembrano avere le stesse difficoltà per la quasi bancarotta della ben più sostanziosa (economicamente) California. Vale a dire che, senza la politica e senza un governo responsabile, le potenze economiche sono solo tigri di carta.
di Roberto Zavaglia

10 maggio 2010

Crisi Greca o bancarotta dell'Euro?


Perché la Grecia ha fatto bancarotta?

Perché è un paese indebitato con il Fmi, la Banca centrale mondiale e con tutti gli altri paesi a cui ha venduto i propri titoli di stato.

A cosa servono i titoli di stato?

A far entrare denaro liquido nelle casse di uno stato, in cambio della promessa agli acquirenti di ricevere oltre al capitale prestato una percentuale di interessi.

E perché allora la Grecia non emette nuovi titoli di stato e non ripiana con le nuove entrate il suo disavanzo?

Perché non essendo più in grado di restituire capitali ed interessi a chi ha già acquistato i suoi titoli, una nuova asta andrebbe deserta.

E perché non è più in grado di restituire capitali ed interessi ai suoi creditori?

Perché è un paese indebitato. E sarà pur vero che per pagare e per morire c’è sempre tempo… Ma quel tempo prima o poi arriva…

E qual è la soluzione?

Restituire a agli stati nazionali la sovranità monetaria. Ma siccome dubito molto che da questo orecchio le consorterie finanziarie ci sentano, ricorreranno al metodo di sempre: farle un nuovo prestito, oppure comprare i suoi titoli anche se si sa in partenza che non è in grado di restituire il credito.

Ma così non se ne esce…

E chi ha detto che chi ha provocato tutto questo ne vuole uscire? Scopo dell’Alta Finanza non è quello di rientrare di un prestito ma impadronirsi dei popoli e degli stati, espropriarli della propria sovranità e governare, di paese in paese asservito, il mondo intero…

Ma l’euro non era la moneta forte che avrebbe dovuto garantire ai paesi membri la stabilità finanziaria e l’esercizio virtuoso delle economie nazionali?

E dove lo hai letto?

Non l’ho letto, l’ho sentito dire.

Ecco, appunto. Invece di stare al sentito dire, faresti bene a leggere il famoso Trattato di Maastricht. E se non hai tempo per leggerlo tutto, concentrati almeno sull’articolo 107: «Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal presente trattato e dallo Statuto del SEBC, né la BCE né una Banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai Governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i Governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti».

Ovvero?

I Governi dei paesi membri della moneta unica europea NON possono interferire con le decisioni della Banca centrale europea. Spetta a lei e solo a lei decidere la politica economica degli stati nazionali. Ti ricordi quando monsieur Trichet decideva di alzare i tassi d’interesse bancari per contenere l’inflazione?

Ma se l’inflazione era ridotta ai minimi storici…

Vero. Ma se tu hai una merce e la vuoi vendere non cerchi di ricavarne il massimo profitto?

Beh, sì… ma che c’entra?

Che merce vendono i banchieri?

Il denaro…

…e quindi se te lo vendono ad un costo (= tasso d’interesse) più alto ci guadagnano di più, o no?

Capito. Ma dopo la grande crisi di due anni fa, con il fallimento della Lehman in America, il tasso d’inflazione s’era abbassato ancora di più. Mi sembra di ricordare che in America si prestava addirittura a zero interesse e in Europa ad appena l’1% e, sempre se non ricordo male, l’inflazione era addirittura scesa…

Il che dimostra due cose: la prima, che non è vero che alzare il tasso d’interesse dei prestiti bancari serve a contenere l’inflazione…

E la seconda?

Che dai banchieri non verrà mai alcun rimedio e meno che mai la salvezza dai misfatti che loro stessi compiono… Ti sei mai chiesto perché la Gran Bretagna non è voluta entrare nell’Unione Monetaria Europea?

No. Perché?

Perché con la moneta unica e, soprattutto con il disposto dell’articolo 107 del Trattato di Maastricht, insieme alla sovranità economica gli stati perdevano la possibilità, in casi di crisi come quello della Grecia, di ricorrere ad un espediente semplice semplice per salvare la propria economia…

E sarebbe?

La svalutazione della moneta nazionale.

Cioè?

Eh! ma non sai proprio niente di economia… Ma non te l’hanno insegnata a scuola?

No. A scuola, almeno fino alle medie superiori, non si insegna economia…

E ti sei mai chiesto perché non si insegna una materia così importante, soprattutto oggi?

???

Perché se hai un minimo di cognizione sulla materia, col cazzo che vai in banca e ti fai concedere come optional del tuo conto corrente bancario, il così detto scoperto: quel gruzzoletto che sta lì ad aspettare che tu lo tocchi per metterti al collo un cappio che finirà per strozzarti con interessi come manco il peggior strozzino si sognerebbe di poter fare… Ma ritorniamo alla svalutazione…

Ecco, sì…

Con la svalutazione della propria moneta, uno stato favorisce l’esportazione e la vendita dei propri prodotti all’estero, rende più costosi gli acquisti di merce estere dei propri cittadini con tutto quel che ne consegue in termini di ripresa della produttività e del consumo interno. Così La Gran Bretagna si salvò dalla crisi del 1929. E quando le hanno chiesto di entrare nell’euro se ne è ricordata. Ha detto: “No, grazie”. Così come ha risposto picche alla richiesta di concorrere al salvataggio della Grecia.

E allora perché la Bce non svaluta l’euro per salvare la Grecia?

Perché esiste una moneta unica europea ma non esiste gli Stati Uniti d’Europa, né sul piano politico né su quello economico. Per cui, la Grecia se ne avvantaggerebbe, ma a rimetterci sarebbero stati come la Francia e la Germania che hanno tutto l’interesse a conservare l’attuale cambio di valuta con il dollaro che, al momento, è per loro ancora vantaggioso.

E, quindi, chi pagherà la crisi?

E chi vuoi che la paghi? Per il momento i cittadini greci che vedranno stipendi e pensioni decurtate, le fabbriche chiudere, i disoccupati crescere e i banchieri arricchirsi come sempre… Oggi loro, ma avanti c’è posto…

Tu, quindi, pensi che la crisi contagerà gli altri paesi della zona euro, fino al ritorno alle monete nazionali?

No, perché andrebbe in crisi l’intero sistema finanziario dell’Occidente e lo stesso sistema capitalista. Prima o poi accadrà ma finché potranno cercheranno di salvare il salvabile, mangiandosi uno stato alla volta… Come è accaduto anni fa con l’Argentina…

di Miro Renzaglia

09 maggio 2010

C'é una guerra in corso, è combattuta con armi finanziarie

http://www.progressonline.it/allegati_articoli/1642_fotogrande1_paradisi_fiscali.jpg

Non so se lo avete notato, ma c'e' una guerra in corso. Essa non e' combattuta con armi convenzionali, ma con armi finanziarie. Nonostante ufficialmente USA e UK siano "alleati" militari, dal loro territorio stanno partendo attacchi devastanti a diverse nazioni europee, assalti che, se andiamo a misurare il danno che producono, sono ostili e distruttivi quanto un'azione militare. L'impatto del piano attuale , sul piano economico e' perfettamente equivalente alla nuclearizzazione di Atene.
Si', avete capito bene: se al posto di questa speculazione si fosse lanciata un'atomica su Atene , il danno economico sarebbe stato lo stesso. (1)Poiche' l'attacco parte da USA e UK, ancora non capisco per quale ragione i greci insistano nel rimanere nella NATO, per dire. Per quale motivo si dovrebbe considerare "alleata" o "amica" una nazione dalla quale partono attacchi distruttivi quanto un bombardamento nucleare?

In mezzo a questa guerra, sappiamo gia' quali saranno i prossimi bersagli di queste aggressioni con armi non convenzionali. Moody's ci ha appena avvisati che tra i prossimi bersagli ci saremo anche noi. Signori, siamo in guerra.

E' un modello di guerra non convenzionale, senza aerei e senza bombe. Gli attacchi stanno partendo dai paesi che consideriamo "alleati": molto buffamente la Grecia e' rimasta in ginocchio per via di attacchi partiti da Londra e New York, mentre tutto il mondo si preoccupa di difendere la Grecia da una ipotetica bomba atomica iraniana. La quale, per inciso, causerebbe gli stessi danni degli attacchi in corso oggi.

Siamo in guerra. E' semplicemente una forma di guerra moderna, che usa strumenti enormemente distruttivi al posto di cannoni e aerei e fucili. Ma non e' niente di diverso da una guerra. E i nemici si chiamano USA e UK, ovvero i territori da cui partono questi attacchi. Non e' nemmeno lontanamente pensabile che attacchi di questa portata distruttiva possano partire sennza il benestare dei loro governi. E no, non me ne frega un cazzo del fatto che i loro governi ritengano di non dover intervenire in tema di finanza: se dal tuo territorio partono missili e tu non ritieni di intervenire in tema di missilistica, non cambia una sega: dal tuo territorio partono missili punto e basta.

A mio avviso, questa situazione da sola dovrebbe mettere in dubbio la nostra appartenenza alla NATO e inficiare i rapporti diplomatici con USA e UK: la tua merdosa divisione d'assalto finanziario "Moody" ha iniziato a tirare salve di artiglieria su di me? Bene, non chiamarmi "amico" ne' "alleato", da oggi siamo nemici, punto e basta. E i nemici non sono alleati.

Stabilito che, chiamiamola guerra o meno, siamo entrati in una situazione di conflitto dalla quale potremmo uscire peggio che nella seconda guerra mondiale, il problema adesso e' di individuare i traditori.

Che cosa farebbe comodo al nemico, proprio in questo momento? Farebbe comodo che il governo italiano cada. E' ovvio. Questo e' proprio ed esattamente il momento nel quale la caduta del governo italiano potrebbe causare, nonostante tutto, il crollo del debito pubblico. Ma senza un vero ministro delle finanze a resistere, il risultato sarebbe quello greco. Vi piace?

Dunque , siamo in guerra.
Il rischio e' di subire un attacco come quello che ha subito la Grecia. Ovviamente, ci saranno delle quinte colonne e ci saranno dei traditori, degli infiltrati e delle spie, come in ogni guerra. Che cosa sta facendo, oggi, la quinta colonna del nemico? Sta minando il governo, nel tentativo di indebolirlo proprio nel momento nel quale il paese rischia moltissimo.

Forse non avete capito quale sia la posta in palio. Forse pensate che il vostro sia un lavoro "sicuro" perche' siete statali. Davvero? Beh, sappiate che una delle prime misure prese in grecia e' quella di ridurre gli stipendi agli statali. Pensate che la vostra pensione sia garantita? Beh, una delle prime misure in grecia e' quella di ridurre le pensioni. Pensate che i vostri beni siano al sicuro? Beh, una delle prime misure greche e' quella di imporre nuove tasse sui beni. Pensate che i vostri titoli siano al sicuro? Beh, le misure contengono tasse anche sui depositi bancari e sui titoli, e sul risparmio.

Questo e' l'effetto di una caduta del governo italiano, se avverra' adesso. E la divisione "Moody's" ha appena aperto il fuoco contro il nostro paese. Non possiamo permetterci, mai e per nessuna ragione, che il governo cada.

Perche' se cade, il default sara' pilotato da altri, i quali "altri" vogliono ridurci in briciole. Il nemico ha gia' chiarito le sue intenzioni: guadagnare speculando sul debito pubblico, in un momento di estrema crisi, provocandone il crollo. In Italia il crollo porterebbe in miseria, ad occhio e croce, 20 milioni di persone che oggi si considerano "normali". Avete capito bene: uno su tre diventera' povero. Perdera' il lavoro, la casa, non sapra' dove vivere e cosa mangiare. Pensate che non possa succedere? Non proprio a voi? Cambierete idea.

Questa e' la guerra in corso. La guerra che ci hanno dichiarato UK e USA, per mezzo delle loro milizie finanziarie.

Non appena la guerra e' scoppiata, e l'attacco ha chiarito i suoi bersagli, le quinte colonne del nemico si sono messe in azione. Potra' anche essere una coincidenza che Fini si sia messo a mettere in crisi il governo proprio in questo momento. Sara' una coincidenza che la Repubblica abbia iniziato con le sue "inchieste" contro Scajola ed altri proprio adesso. Sono tutte coincidenze. Matteotti, del resto, e' morto per una di queste coincidenze: capiti per caso sulla strada di Muti e puf, che sfiga.

Personalmente, non credo nelle coincidenze. Non in questo momento. Durante una guerra, il problema non e' "se sei paranoico", ma "se sei ABBASTANZA paranoico". E questa e' una guerra. Una guerra che parte da nazioni che nei fatti sono ostili e a parole si dichiarano "alleate" e "amiche": UK e USA.

Dunque, abbiamo un problema di traditori. Non mi interessa quali siano le miserabili spinte che li portino ad agire. Ogni traditore e' sempre spinto da qualche bassa motivazione, che magari a lui sembrera' nobile. Durante la seconda guerra mondiale, ci fu un complotto di nobili nazisti inglesi che volevano l'inghilterra alleata dei nazisti , con la fine della guerra. Sapete cosa dicevano? Dicevano "non e' tradimento desiderare che la propria nazione esca da una guerra". Non suona nobile?

Il traditore sventola sempre qualche nobile bandiera. Ha sempre degli intenti apparentemente nobili. Ma i risultati della sua azione sono la sconfitta e la distruzione.Non importa se il nemico li paghi, cioe' se siano esplicitamente al servizio dei nemici o se ne facciano il gioco senza ricevere nulla in cambio. Non e' questo il punto.

Il punto e' che il rischio e' sotto gli occhi di tutti: i nostri nemici americani e inglesi si apprestano ad iniziare un attacco con armi non convenzionali di tipo finanziario, il quale potenzialmente ha la stessa capacita' distruttiva di un bombardamento nucleare. In questa situazione, il governo NON DEVE cadere. Perche' se cade, perdiamo la guerra. E se perdiamo la guerra, loro vincono. E se vincono, sara' un disastro per tutti. TUTTI. Nessuno puo' essere certo di salvarsi. Ne' gli statali, ne' i pensionati, ne' i sindacalisti. Nessuno e' al sicuro.

La miseria sara' per tutti. Miseria nera.

Oggi, chi complotta contro il governo e' un TRADITORE. Non perche' il governo e' buono o cattivo. Non perche' piace o non piace. Non perche' sia onesto o meno. Perche' CI SERVE disperatamente un governo stabile durante questa crisi.

Sicuramente si potra' contestare che sia una guerra o meno. Se non vi piace il termine "guerra", potete usare "crisi" o qualsiasi altro termine vi piaccia. Ma il problema e' che una caduta del governo in questo momento avrebbe conseguenze catastrofiche per il paese. Che vi piaccia o meno, ADESSO serve un governo, e servira' fino a quando non ci sara' la fine di questo attacco.

Vedere i cani da penna di Repubblica che, in una situazione di guerra finanziaria , si affannano a far cadere il governo, rischiando di condannare il paese al default , e' un insulto a qualsiasi cosa possa essere responsabilita' civile verso il paese.

Repubblica, e tutti coloro che si stanno affannando per far cadere il governo, e' una semplice torma di cani senza controllo alcuno, dei quali frega nulla della propria nazione e della sua popolazione, la quale torma di cani agisce in preda ad un qualche riflesso pavloviano ereditato dal passato all' Unita' di alcuni di quei giornalisti e dei direttori.

Essi non si preoccupano del casino che rischiano di provocare. Non si preoccupano minimamente del fatto che sotto una simile tempesta finanziaria, la caduta del governo causerebbe un immediato declassamento e il default incontrollato. E se ne fregano dei milioni di nuovi poveri (tanto darebbero la colpa a BErlusconi e via, a loro l'odio riempie il piatto) , e di tutte le conseguenze.L'importante e' attaccare il governo della propria nazione nel momento in cui c'e' un disperato bisogno di istituzioni stabili.

Traditori.

Mi spiace, le merde umane come voi si fucilano sparando alle spalle per disprezzo, perche' non meritate l'onore di guardare in faccia i soldati di un plotone di esecuzione. Siete solo degli sciacalli, divorati dall'odio, che puntano ad una preda senza preoccuparsi della situazione, accecati dai peggiori istinti umani.

Che vi piaccia o meno, se cadra' il governo (con il default inevitabile) le conseguenze saranno analoghe ma peggiori, di quelle che vediamo in Grecia. Forse voi vi illudete che tutti si dimenticheranno di voi , e che bastera' dire "Colpa di Berlusconi". Certo, figlioli, ai seguaci della setta di strangolatori che chiamate partito forse bastera'.

Ma c'e' un'altra mezza italia che non vi crede, e che vedra' il governo crollare (insieme al paese) per colpa vostra. Loro verranno a cercare voi e non si dimenticheranno chi ha dato fuoco alle polveri.

Ci sara' sempre qualcuno con la memoria lunga a ricordarlo alla gente, chi ha scherzato col fuoco dentro una polveriera. Ci sara' sempre qualcuno che si ricordera' chi ha destabilizzato il paese, cari Fini e Colombo, facendo il gioco del NEMICO, proprio mentre bisognava fare quadrato e resistere.

E quando, nel bel mezzo della fame che verra', qualcuno puntera' il dito su di voi, sara' difficile tenere a bada il linciaggio. E' sempre difficile, quando c'e' fame. BAsta puntare il dito e gridare "e' stato lui!".

E qualcuno che lo ricordera' c'e'. Almeno uno. E si', puntero' il dito. E gridero' piu' forte possibile.

Perche' se cade il governo e andiamo al casino, siete stati voi.

Miserabili traditori del vostro paese e del vostro popolo.

Non mi interessa che cosa abbia fatto o meno Scajola.Potete anche avere ottime ragioni per fumare dentro un cavolo di arsenale, tranne una: c'e' rischio di saltare in aria.

C'e' RISCHIO DI SALTARE IN ARIA. Lo capite questo? Lo capite che ci sono miliardi di euro "in canna" degli speculatori per far salire i CDS? E lo capite che se ci prendiamo di mezzo, se mostriamo ora una minima crepa, le agenzie di rating (altra divisione d'assalto dei governi nemici) prenderanno la scusa per declassare il debito?

Non accetto che qualcuno critichi i MIEI toni: si sta rischiando uno dei peggiori disastri dopo la campagna di Russia, e solo perche' Repubblica e Fini ritengono che far cadere il governo adesso sarebbe fico.

Ci sara' da ridere a contare i vostri inserzionisti, dopo il default. No, perche' io lo spazio per un pollaio ce l'ho, idioti. Voi, no: vi servono proprio gli inserzionisti per vivere. E no, chiedete ai vostri colleghi greci, come vanno gli affari.

Affonderete insieme al paese che avete sabotato. Voi, e i coglioni che vi vengono appresso.
di Uriel


(1) Moltiplicate il GDP procapite greco per il numero di abitanti di Atene, e scoprirete che i 120 miliardi di euro di fatto sono il GDP di Atene. Un'atomica sulla capitale avrebbe causato lo stesso danno. Sarebbe stata piu' cruenta, ma nessuna guerra ha lo scopo di essere cruenta, quindi l'obiezione e' irrilevante.