15 giugno 2010

Perché Russia e Cina hanno votato le sanzioni all’Iran

Perché Russia e Cina hanno votato le sanzioni all’Iràn

1. Mercoledì 9 giugno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha imposto nuove sanzioni all’Iràn per il suo programma nucleare. Molti analisti sono rimasti sorpresi dal voto favorevole di Russia e Cina alle sanzioni, sebbene si tratti della quarta tornata di misure prese contro l’Iràn, e tutte avallate da Mosca e Pechino. A stupire è stato soprattutto che tali sanzioni facessero seguito ad un accordo concluso da Tehrān con la Turchia e il Brasile, per evitare l’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano senza privare il paese persiano della tecnologia atomica. In realtà, proprio quest’accordo ha costituito una delle principali motivazioni per cui Russia e Cina hanno accolto le nuove sanzioni.

2. L’accordo turco-iraniano mediato dal presidente brasiliano Lula prevede che nel corso dell’anno l’Iràn consegni 1200 kg d’uranio a basso arricchimento (ossia composto per meno del 20% dall’isotopo 235U, che può essere sottoposto a fissione nucleare; nel caso iraniano parliamo di uranio al 3,5%) alla Turchia, ricevendone in cambio 120 kg di combustibile nucleare arricchito al 19,5%; tale combustibile sarebbe destinato al Centro di Ricerca Nucleare di Tehrān, che lavora alla sviluppo d’isotopi a scopo medico. Dall’isotopo 235U, infatti, si può estrarre il molibdeno-99, da cui si ottiene il tecnezio-99m, usato nell’85% dei procedimenti diagnostici di medicina nucleare. Attualmente il 95% della produzione mondiale di molibdeno-99 avviene in sei reattori dislocati rispettivamente in Canada, Belgio, Olanda, Francia, Germania e Sudafrica, i quali utilizzano uranio-235 fornito prevalentemente dagli USA. Gli Stati Uniti d’America, col 4,5% della popolazione mondiale, impiegano il 40% della produzione globale di molibdeno-99, mentre l’Iràn, dove si trovano l’1% degli abitanti della Terra, ne impiega lo 0,25% della produzione totale. Fino al 2007 l’Iràn importava tutto il molibdeno-99 di cui abbisogna: da allora riesce a produrlo autonomamente, ma solo grazie a scorte di combustibile nucleare che risalgono ai primi anni ‘90 (fornite dall’Argentina) e che sono destinate ad esaurirsi nel giro di qualche mese. Gl’Iraniani si sono dichiarati disposti ad acquistare sul mercato internazionale nuovo LEU al 19,5%, ma hanno finora incontrato il veto degli USA, che pretendono in cambio una rinuncia completa al programma nazionale d’arricchimento dell’uranio (che pure è un diritto garantito dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, di cui la Repubblica Islamica è una firmataria). Rimangono perciò poche alternative: una rinuncia iraniana a produrre isotopi medici, tornando ad acquistarli dall’estero (l’opzione più gradita a Washington, ma giudicata inaccettabile da Tehrān); l’arricchimento dell’uranio al 19,5% da parte dell’Iràn (l’eventualità temuta dagli Atlantici, e non ancora tecnicamente sperimentata dai persiani); lo scambio di LEU al 3,5% con combustibile al 19,5%, proprio come previsto dal recente accordo con la Turchia (la soluzione di compromesso che, in teoria, dovrebbe accontentare tutti).

Val la pena notare che: i 1200 kg d’uranio a basso arricchimento (LEU secondo l’acronimo inglese) che l’Iràn consegnerebbe alla Turchia costituiscono più della metà delle sue scorte totali d’uranio; il LEU iraniano raggiunge al momento il 3,5% d’arricchimento, ancora ben lontano dalla soglia del 20% oltre il quale si realizza l’uranio ad alto arricchimento (HEU); per realizzare armi atomiche minimamente efficienti servono grosse quantità di uranio altamente arricchito (anche 90%).

3. L’accordo Turchia-Brasile-Iràn ricalca una precedente bozza negoziale proposta proprio dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dell’ONU ed avallata dalle grandi potenze, USA compresi. Tale bozza d’accordo prevedeva che l’Iràn consegnasse i 1200 kg di LEU alla Russia: quest’ultima li avrebbe arricchiti al 19,5% e girati alla Francia, la quale li avrebbe incorporati in combustibile nucleare e consegnati all’Iràn. L’accordo era stato accettato con riserva da Tehrān: gl’Iraniani volevano infatti che lo scambio avvenisse simultaneamente e sul territorio iraniano, mentre le grandi potenze pretendevano che lo scambio fosse sequenziale (prima l’uranio iraniano alla Russia, e solo dopo il completamento del processo d’arricchimento il combustibile francese all’Iràn). La diffidenza iraniana derivava da precisi trascorsi negativi avuti con Parigi e Mosca.

Negli anni ‘70 l’Iràn investì circa 1 miliardo di dollari in Eurodif, un consorzio basato in Francia per l’arricchimento dell’uranio. Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, Parigi non solo si è rifiutata di consegnare l’uranio arricchito a Tehrān, ma per giunta si è tenuta i soldi pagati dagl’Iraniani. Con la Russia è successo qualcosa di simile. Nel dicembre 2005 fu siglato un contratto per la fornitura di missili terra-aria S-300 dalla Russia all’Iràn, ma da allora Mosca ha sempre addotto generiche e poco credibili scuse pur di non onorare l’impegno preso. Da qui il comprensibile timore dell’Iràn che, una volta consegnate le proprie scorte di LEU a Russia e Francia, questi due paesi possano rimangiarsi la parola data e non dare la contropartita pattuita.

Grazie alla mediazione di Lula da Silva, si è raggiunto l’accordo che in linea teorica permetterebbe di superare quest’ostacolo: agl’inaffidabili Russi e Francesi si sostituirebbero i Turchi, che godono della fiducia iraniana.

4. L’accordo a tre Iràn-Turchia-Brasile ha subito suscitato una reazione di difesa nel “concerto” delle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, ossia quelle dotate di seggio permanente e diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU: USA, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina. Questi cinque paesi hanno fin dall’inizio preso in mano la gestione del dossier nucleare iraniano, ammettendo al proprio fianco la sola Germania (il cosiddetto sistema “5+1”). L’iniziativa di Brasile e Turchia è stata immediatamente percepita come un’intrusione di nuove potenze emergenti nell’egemonia diplomatica delle potenze tradizionali. Non a caso, al Consiglio di Sicurezza i “cinque grandi” hanno fatto causa comune, votando all’unisono per sanzioni contro l’Iràn, trovando la scontata opposizione di Brasile e Turchia e l’astensione del piccolo Libano, conteso tra la sfera d’influenza siro-iraniana e quella saudita-nordamericana. La spaccatura dei “cinque grandi” in due fronti (gli Atlantici da una parte, Cina e Russia dall’altra) si è momentaneamente ricomposta per ribadire la propria posizione privilegiata nel panorama diplomatico internazionale. Non a caso Lula e Erdoğan hanno criticato la deliberazione del Consiglio di Sicurezza affermando che ne indebolisce l’autorità. Lo strapotere diplomatico dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale appare ormai anacronistico, ma le nuove grandi potenze emergenti (non solo Brasile e Turchia, ma anche Germania, India e Giappone) non sono ancora abbastanza solide ed unite per abbatterne l’egemonia. Tuttavia, pure i “cinque grandi” da anni lavorano ad una riforma del Consiglio di Sicurezza, palese segnale che loro stessi si sono accorti di come la sistemazione attuale sia insostenibile sul lungo periodo.

5. La Russia, che fino a pochi mesi fa appariva la principale protettrice dell’Iràn, aveva delle motivazioni aggiuntive per votare la nuova tornata di sanzioni. La prima è affermare il proprio ruolo di potenza mediatrice nel Vicino Oriente.

Durante la Guerra Fredda il Vicino Oriente era quella che i geopolitici moderni definiscono una shatterbelt, ossia un teatro regionale in cui le rivalità interne coinvolgono i competitori globali. Nello scontro tra paesi arabi e paesi non arabi (Israele, Turchia e Iràn) s’inserirono le due potenze mondiali, l’URSS coi primi e gli USA coi secondi. La posizione regionale di Mosca, che dovette essere costruita ex novo negli anni ‘50 e ‘60 (prima il Vicino Oriente era un condominio franco-anglosassone), s’indebolì tuttavia molto presto col passaggio dell’Egitto e di altri paesi arabi nel campo atlantico. Il crollo dell’URSS ha portato negli anni ‘90 ad una completa esclusione dei Russi dalla regione, tant’è vero che per oltre un decennio Washington è stata arbitra indiscussa degli equilibri locali.

Negli ultimi anni, tuttavia, il prestigio statunitense nel Vicino Oriente è stato minato da tre fattori: l’eccessiva accondiscendenza verso Israele, che non conferisce credibilità alcuna al preteso ruolo di “mediatore”; la maldestra decisione strategica di liquidare l’Iràq baathista aprendo la via all’influenza iraniana, che ha preoccupato i paesi arabi del Golfo; le difficoltà militari incontrate nel paese mesopotamico.

Il Cremlino cerca d’avvantaggiarsi delle difficoltà di Washington, ma non si sente pronto ad avviare un nuovo bipolarismo regionale, facendosi tutore d’una delle due fazioni che si vanno configurando nel Vicino Oriente (da un lato Iràn, Siria ed alcuni movimenti palestinesi, libanesi ed iracheni; dall’altro Israele ed i restanti paesi arabi, spalleggiati dagli USA). I Russi si sono perciò limitati a dare una discreta assistenza alla Siria e all’Iràn per ristabilire un maggiore equilibrio delle forze in campo, e quindi cercare d’inserirsi come potenza mediatrice neutrale. Ciò richiede però due cose: Mosca non deve apparire troppo schierata (e perciò accondiscendere di tanto in tanto alle richieste d’Israele); nessun’altra potenza deve cercare d’inserirsi nel medesimo ruolo equilibratore. Quest’ultimo fattore crea qualche incomprensione tra Mosca e Ankara, pur in un quadro di marcata distensione ed avvicinamento. Anche la Turchia, infatti, nel momento in cui sostiene Iràn e Siria cerca anche di porsi come protettrice dei paesi arabi, in un’ottica definita spesso “neo-ottomana”. Di fatto, Ankara vorrebbe diventare il polo regionale, che unisca tutti i paesi del Vicino Oriente sulla base dell’esclusione d’uno solo: Israele. Potrebbe trattarsi solo d’un caso, ma lo sgarbo russo alla Turchia rappresentato dalle sanzioni all’Iràn segue di poche settimane il più sanguinoso oltraggio sionista alla dirigenza anatolica, ossia l’attacco alla Freedom Flotilla.

Mosca deve fare attenzione a non discendere lungo una china pericolosa. L’amicizia turca è fondamentale per la geostrategia russa, perché il paese anatolico può, potenzialmente, minarne l’influenza nei Balcani, nel Mar Nero, nel Caucaso e nell’Asia Centrale, ed anche in Europa se si pone come fulcro energetico alternativo. Al contrario, collaborando con esso Mosca può più facilmente proiettarsi nel Vicino Oriente. Fortunatamente per i Russi, al momento non ci sono segnali che indichino nulla più d’una contingente incomprensione coi Turchi, in un quadro di crescente amicizia e collaborazione.

6. D’altro canto, in Russia c’è sempre stato un acceso dibattito sulle relazioni da instaurare con l’Iràn. Mentre alcuni settori vorrebbero stringere una vera e propria alleanza in funzione anti-statunitense, altri – che per ora hanno il sopravvento – si mostrano più cauti. Per costoro la situazione attuale, di contrasto latente ma non bellico tra l’Iràn e il Patto Atlantico, è la più proficua per la Russia. E non solo perché permette ai Russi di concludere eccellenti contratti col paese persiano sfruttandone il semi-isolamento.

L’Iràn possiede le seconde maggiori riserve di gas naturali al mondo, seconde solo a quelle della Russia. Tuttavia, consuma quasi tutta la produzione per soddisfare il proprio fabbisogno interno, sicché è appena il ventinovesimo esportatore mondiale. Potenzialmente, un Iràn dotato di energia nucleare e non più ai ferri corti con gli Atlantici potrebbe cominciare ad esportare ingenti quantità di gas naturale in Europa, magari tramite il Nabucco (che parte da Erzurum, non molto distante dal confine iraniano), e quindi porsi come competitore della stessa Russia. Ma finché i rapporti tra queste due entità si mantengono tesi, Mosca non rischia nulla, e può invece cercare di convincere l’Iràn a vendere il gas all’India e quest’ultima ad acquistarlo, lasciando così intatta la leva energetica che la Russia possiede nei confronti dell’Europa.

7. Proprio l’energia è uno dei capisaldi della nuova politica estera russa. Mosca vuole mantenere ed anzi rinsaldare il proprio ruolo di perno energetico mondiale, o quanto meno eurasiatico. In tale scenario rientrano proprio gli accordi di cooperazione nucleare con l’India, la Turchia e l’Iràn. Come già riferito, l’accordo mediato da Lula non faceva altro che sostituire la Turchia alla Russia nel medesimo ruolo di fornitore del combustibile nucleare all’Iràn. Mosca non ha gradito e si è messa di traverso, facendo così capire chiaramente che qualsiasi accordo futuro dovrà coinvolgerla in prima persona.

8. Del resto, tra Russia e Iràn non è la fine della relazione. Il loro rapporto di collaborazione proseguirà, anche se – almeno nei prossimi mesi – con maggiore freddezza. I Russi promettono di aprire la centrale di Bushehr in agosto. Col voto favorevole alle sanzioni e col rifiuto di ammettere l’Iràn all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno voluto chiarire a Tehrān di non accettare ruoli da comprimari, ma di voler condurre le danze essi stessi. Mosca vorrebbe instaurare con l’Iràn un rapporto “ineguale”, com’è quello con la Siria: da un lato il tutore, dall’altro il protetto. È comprensibile, ma i Russi non dovrebbero mai dimenticare che l’Iràn è una vera e propria potenza regionale emergente, di ben altra pasta rispetto alla Siria. Le relazioni con Tehrān andranno modulate su basi differenti, oppure finiranno con l’essere conflittuali, a tutto vantaggio di Washington che prenderebbe due piccioni con una fava, mettendo una contro l’altra due potenze rivali.

9. Va infine tenuto conto della probabilità di un “voto di scambio”. Il Cremlino avrà chiesto qualche contropartita alla Casa Bianca in cambio del proprio assenso alle sanzioni, e la più plausibile è un rallentamento del programma di scudo anti-missili balistici portato avanti dagli USA. Evidentemente Mosca non si sente ancora pronta ad ingaggiare una nuova corsa agli armamenti con Washington, e perciò cerca di rimandarla il più possibile con ogni mezzo.

10. La Cina, dal canto suo, aveva molte meno ragioni per avallare la nuova tornata di sanzioni, e proprio per tale motivo è stata l’ultima ad accettarle e, secondo alcune voci, molto più della Russia avrebbe lavorato per ammorbidirle. Probabilmente, Pechino ha voluto evitare l’isolamento e continuare a muoversi in accordo con Mosca sul dossier iraniano: rimanendo sola contro tutti la propria capacità contrattuale nella questione si sarebbe alquanto indebolita.

11. Pechino e Mosca hanno modellato le sanzioni di modo da non compromettere i propri interessi economici in Iràn. Gli USA ed alcuni paesi europei faranno il resto, varando sanzioni unilaterali aggiuntive. In tal modo, il peso economico di Cina e Russia in Iràn andrà rafforzandosi ulteriormente nei prossimi mesi, a maggiore detrimento di quel che resta degli operatori europei.

12. In definitiva, l’assenso russo e cinese alle nuove sanzioni contro l’Iràn s’inserisce nel complesso ed intricato quadro delle interazioni tra le grandi potenze, un gioco diplomatico che prevede ambiguità ed apparenti voltafaccia, soprattutto da parte di quei paesi non abbastanza forti da mostrarsi intransigenti su ogni questione, di grande o piccolo conto (una possibilità oggi appannaggio solo degli USA). Tuttavia, lo scenario di medio e lungo termine non è destinato a mutare. Russia e Cina operano per scalzare l’influenza statunitense anche dal Vicino Oriente, e l’accordo con gli Atlantici verrà meno già nelle prossime settimane, quando questi ultimi cercheranno di varare sanzioni unilaterali che colpiscano anche quelle compagnie di paesi terzi che fanno affari con Tehrān. Perciò Russia e Cina continueranno ad essere per l’Iràn, se non gli amici più sinceri, di sicuro quelli più utili e potenti.


di Daniele Scalea

America, dove il denaro conta più della vita


america tassa successione
"Morirei piuttosto che farmi spillare soldi dal fisco!". Quello che sembra lo sfogo sarcastico di qualche evasore fiscale rischia di diventare l’agghiacciante realtà nella Terra delle opportunità
"Morirei piuttosto che farmi spillare soldi dal fisco!". Quello che sembra lo sfogo sarcastico di qualche evasore fiscale rischia di diventare l’agghiacciante realtà nella Terra delle opportunità. Nonostante i tentativi di abolirla risalenti al 2001, infatti, negli Stati Uniti esiste ancora una pesante tassa di successione, che prevede un’aliquota del 45% applicata al patrimonio dei ricchi che lasciano questo mondo – la soglia di imponibile sotto la quale scatta l’esenzione è di 2,6 milioni di euro –, che obbliga gli eredi a corrispondere allo Stato quasi metà del patrimonio che si apprestano a ricevere. Oggetto di aspri scontri in Congresso fin dall’amministrazione Clinton, la tassa ha resistito fino all’insediamento di Obama, il quale ha dichiarato di voler porre fine alla manovra avviata da Bush per abolirla.

C’è però un piccolo inconveniente: sembra che per un motivo non meglio precisato, il Congresso di Washington si sia “scordato” di votare la proroga per il 2010 e che in attesa del 2011, quando si potrà riportare in vigore la tassa a un’aliquota maggiorata (55%), si sia creata una specie di finestra di esenzione fiscale che permette agli ereditieri dei più ricchi (e anziani) americani di ricevere le fortune dei padri senza sganciare un solo dollaro allo Stato.

Perché questo accada deve però realizzarsi un evento non di poco conto: il riccone deve tirare le cuoia entro il 31 dicembre 2010. Questo grazie a una dimenticanza che, considerando i tempi che corrono, appare più che mai sospetta. Il gettito netto garantito da questa tassa ammonta infatti a 23 miliardi di dollari e pare molto strano che i parlamentari americani abbiano rinunciato a tale somma – vitale per un paese che ha un deficit di 1200 miliardi – solo perché hanno controllato male la propria agenda. Che sia stato invece una specie di gentile omaggio che Obama abbia voluto fare ai ricchi e potenti contribuenti americani…?

Al di là delle considerazioni politiche e del tono quasi scherzoso con cui si descrive la situazione, ci sono da fare alcune considerazioni di ordine ben più alto che testimoniano la gravità della condizione culturale e spirituale dell’uomo moderno e occidentale. Il punto da cui sono partiti giornalisti e osservatori per commentare il fatto è stata la morte di Dan Duncan, ricco imprenditore texano del settore del gas naturale, che è deceduto a marzo lasciando una fortuna ammontante a 9 miliardi di dollari di cui, in virtù del buco legislativo citato prima, neanche un dollaro è andato all’erario.

anziani duncan morte tassa successione america
Più di un giornalista ha avanzato il sospetto che la morte del facoltoso settantasettenne sia stata in qualche modo calcolata per evitare di cedere al fisco
Più di un giornalista ha avanzato il sospetto che la morte del facoltoso settantasettenne sia stata in qualche modo calcolata per evitare di cedere al fisco, contro cui Duncan ha lottato tutta la vita a suon di iniziative benefiche tax free e finanziamenti a enti di volontariato che davano diritto a consistenti agevolazioni fiscali. Allargando l’obiettivo, molti hanno pensato che i numerosi ricchi e vecchi americani, diversi dei quali tenuti in vita da macchinari e respiratori artificiali, abbiano fatto un serio pensiero all’opportunità di togliersi la vita per risparmiare sulle tasse. Senza contare che il sistema sanitario americano, di fatto privatizzato, è uno dei più cari del mondo.

Senza voler entrare nel campo dell’eutanasia, troppo spinoso e soggettivo per poterne discutere in un articoletto di attualità, si ritiene comunque gravissimo il fatto che molti abbiano anche solo pensato a dare un prezzo alla vita. Anch’essa quindi, bene supremo e intangibile, viene contabilizzata nella società occidentale, materialista e utilitarista, il cui obiettivo è quello di massimizzare costantemente i guadagni e minimizzare le perdite.

Del disprezzo della vita altrui ce n’eravamo accorti tutti da tempo: le inutili guerre, i crimini umanitari, i cibi tossici, i disastri ambientali ci fanno capire ogni giorno come per questa gente la vita del prossimo abbia un valore pari a zero. Ma, pur in questo scenario sconcertante, pensavamo magari che il loro egoismo li tenesse attaccati quantomeno alla propria di vita. Invece non è così: pur di godere di un’esenzione fiscale, pur di mantenere intatto un patrimonio che – per chi crede nell’aldilà – dove stanno andando loro non servirà a un bel niente, sono disposti a valutare addirittura la possibilità di togliersi la vita, volontariamente e con una tempistica calcolata con precisione.

Sarà banale, ma davanti a situazioni come questa viene proprio da chiedersi: ma dove stiamo andando…?

di Francesco Bevilacqua

14 giugno 2010

Berlino verso la stangata sui ricchi. L'Italia non la prevede

Siamo anche uno dei pochissimi Paesi a non colpire le rendite di tipo finanziario


L´euroausterity non è fatta solo di tagli alla spesa pubblica e sacrifici per gli statali, ma arriva anche l´aumento delle tasse. Per ora solo l´Italia sembra smarcarsi dalla nuova tendenza continentale, che attraversa trasversalmente destra e sinistra, e che per recuperare risorse e per dare il senso dell´equità alle manovre di bilancio, non esita a ritoccare le aliquote per i redditi alti, ad elevare il prelievo su rendite finanziarie, stock option e superstipendi. A rompere il tabu anche il governo di centrodestra tedesco di Angela Merkel: proprio ieri il ministro delle Finanze Schaeuble non ha escluso un aumento dell´aliquota Irpef più alta oggi ferma al 42%. Gordon Brown, prima di cedere il passo al conservatore Cameron, nei mesi scorsi aveva già provveduto ad introdurre una nuova aliquota massima del 50% oltre le 150 mila sterline di reddito e il nuovo governo non sembra intenzionato a fare retromarcia. I due leader socialisti di Spagna e Portogallo, Zapatero e Socrates, hanno già applicato o stanno per varare nuove aliquote sui redditi alti. Sarkozy, in Francia, ha dovuto annunciare un prelievo straordinario sui più ricchi. Solo in Italia l´aliquota sopra i 75 mila euro resta inchiodata al 43%.
In un periodo in cui la finanza è nel mirino per il ruolo avuto nella recente crisi internazionale, le grandi banche e i manager dagli stipendi d´oro non potevano rimanere fuori. La Francia e il Regno Unito hanno annunciato tasse straordinarie sulle banche, il Portogallo ha già varato un´imposta del 2,5% sugli utili degli istituti di credito. La Germania ha tassato le società energetiche: anche in questo caso il nostro paese, spiegando che il nostro sistema bancario non ha avuto bisogno di aiuti durante il crac del 2007-2009, ha evitato nuove addizionali sul credito.
Quanto alle remunerazioni speciali di banchieri e uomini della finanza, l´Italia - come dimostra un rapporto dello Studio Maisto di Milano - ha agito: nella manovra è stata introdotta una addizionale del 10% su bonus e stock options che superino di tre volte lo stipendio base ma che molti giudicano un´arma destinata a colpire solo una manciata di manager. Più dura la mano della Francia (che ha varato un´imposta straordinaria del 50% per i bonus oltre il tetto di 27.500 euro), del Regno Unito (che ha deciso un tassa del 50% oltre 25 mila sterline per i dirigenti di banche) e della Germania (che ha imposto un tetto ai compensi manager di banche salvate dallo Stato).
Mentre in Italia ancora si discute se uniformare al 20% le tasse su titoli di Stato e rendite finanziarie, in Europa i governi sull´onda della crisi si sono già mossi: in Spagna è stato varato un aumento dell´aliquota sui redditi da capitale dal 18 al 19-21%. In Portogallo è stata introdotta una tassa del 20% sulle plusvalenze azionarie, e una stretta è in atto in Inghilterra. Mentre in Francia si è preferito adottare una ritenuta alla fonte del 50% per chi si stabilisce nei paradisi fiscali.
Infine i redditi dei pubblici funzionari. In Italia i funzionari dello Stato sono stati sottoposti ad un prelievo del 5-10% oltre i 90 mila euro di stipendio annui. In Spagna, in Portogallo e Francia sono state introdotte misure simili. Forse non è finita qui e i tempi della Thatcher oggi sembrano preistoria.
di Roberto Pietrini -

13 giugno 2010

L’agenda 2010 del Bilderberg



bilderbergIl Bilderberg è il club più esclusivo del mondo, a cui partecipano grandi leader politici e dell’economia americani ed europei. Quel che caratterizza questo club è l’assoluta segretezza. Esistono altri consessi di potenti, come il Forum di Davos; ma nessuno di questi agisce nel riserbo totale e a nessuno dei partecipanti è imposto di non svelare nulla degli argomenti discussi durante i lavori.

Al Bilderberg invece vige la regola del silenzio assoluto: non solo non si può riferire niente, ma non si può nemmeno ammettere di farne parte.

Da qualche anno,però, le liste dei partecipanti escono grazie a qualche talpa. Se volete sapere chi c’era al vertice che si è appena svolto in Spagna potete cliccare qui. Troverete l’élite mondiali e molti nomi italiani importanti:

- Franco Bernabé,amministratore delegato Telecom Italia, ex presidente Eni

- Fulvio Conti, numero uno dell’Enel

- John Elkann, presidente della Fiat

- Mario Monti, presidente della Bocconi ed commissario Ue

- Tommaso Padoa Schioppa, ex ministro del Tesoro

- Gianfelice Rocca, presidente di Techint

- Paolo Scaroni, Ceo dell’Eni

Secondo i cospirazionisti il Bilderberg è il vero governo del mondo, composto di due organismi, lo Steering Commitee, formato da 33 persone, e l’assemblea plenaria.

Io penso invece che il Bilderberg sia il luogo dove le élite vengono selezionate e dove vengono trasmesse idee e programmi. Questa mia impressione è rafforzata dalla citazione più importante che ho trovato in questi giorni, sul Guardian, l’unico quotidiano di rilevanza internazionale che ha tentato di seguire il vertice.Impresa difficile, perché il summit era protetto da un dispositivo di sicrezza impressionante.

Come riferisce l’inviato Charlie Skelton , l’ex segretario della Nato, Willy Claes, membro del Bilderberg negli anni Novanta, si è scoperto, forse involontariamente. Parlando a una radio belga pochi giorni fa ha dichiarato che “ogni partecipante riceve un documento e si ritiene che i membri lo usino per determinare le politiche nelle rispettive aree di influenza”.

Ovvero: il Bilderberg stabilisce un’agenda e impartisce direttive ai suoi membri. Un segretario generale della Nato mi sembra una fonte credibile e l’ammissione è inquietante. Sorgono alcuni dubbi:

Quali indicazioni contiene il report distribuito quest’anno?

I membri sono obbligati ad applicarne le direttive o si tratta soltanto di un auspicio?

E’ emersa una linea comune al vertice in Spagna?

A chi viene dato il documento oltre ai presenti?

Sono domande doverose per un giornalista, tanto più se riguardano personaggi importanti, come i numeri uno delle principali società italiane e il presidente della Banca d’Italia, Mario Draghi, da tempo membro del Bilderberg (anche se, a quanto pare, in Spagna era assente). Ma credo che nessuno risponderà e che nessuno dei giornalisti membri del club (della Washington Post, del Financial Times, dell’Economist, del New York Times), violerà le consegne.

Eppure l’opinione pubblica dovrebbe sapere. O sbaglio?

AGGIORNAMENTO In queste ore è emersa una novità importante. Il Bilderberg ha aperto un sito ufficiale. E’ minimalista, fatto in grande economia (hanno chiaramente adottato un template gratuito) e dice di fatto pochissimo. Probabilmente sono stati spaventati dal fatto che il Guardian si sia occupato per due anni di fila di loro e tentano di apparire meno chiusi e misteriosi.

Al contempo ho scoperto un altro dettaglio importante: la lista degli invitati non è esaustiva. A molti membri è consentito di non apparire in alcun modo, nemmeno nei documenti interni. Arrivano, partecipano ma della loro presenza non rimane traccia. Ad esempio, secondo fonti credibili nel 2008 sia Hillary Clinton che Barack Obama parteciparono al summit che si svolse a Chantily, in Virginia; ma negli elenchi i loro nomi non appare. Così è molto probabile che molti altri personaggi abbiano partecipato al vertice in Spagna. Secondo liste informali ci sarebbero stati anche Mario Draghi, Domenico Siniscalco e Romano Prodi o comunque sarebbero stati invitati.

di Marcello Foa -

Il vero volto della casta dei padroni




Un altro segno della crisi della sinistra è il libro di Filippo Astone "Il partito dei padroni" (Longanesi, 383 pg., 17,60 euro).
Un giornalista in forza al Mondo, il settimanale della Rcs, il giornale del salotto buono; una casa editrice che non sta nella tradizione della sinistra culturale italiana anche se oggi è un tassello di quel gruppo Mauri Spagnol che rappresenta l'outsider principale contro Mondadori e Rizzoli. Eppure il libro costituisce un'analisi impietosa, di quelle che la sinistra non riesce a fare, di quello che è oggi la classe padronale italiana, dei suoi equilibri politici interni e dei suoi comportamenti in diretta sul campo, a volte al limite del voltastomaco. Come il caso che Astone sceglie di mettere in apertura del libro per presentare "la faccia truce dei padroni" quella della Umbria Olii, distrutta da un incendio nel quale persero la vita cinque operai, bruciati vivi. Giorgio Del Papa, amministratore delegato e principale azionista dell'azienda, ha citato le famiglie degli operai morti chiedendo un risarcimento di 35 milioni di euro perché l'incendio sarebbe stato provocato dalla noncuranza di quei poveri lavoratori. Un'infamia oltre che un'ingiustizia, hanno risposto le famiglie, che si sono rivolte anche al Capo dello Stato (cosa ha risposto?) e che piene di rabbia e di dolore sono costrette a sostenere un vero e proprio processo giudiziario.

La faccia truce

Faccia truce o vero volto? A fronte di un caso come questo, il libro mette in evidenza come invece Condindustria, il partito dei padroni, cerchi invece di presentarsi con un volto moderno, riformatore, in cerca di una stabilizzazione del paese e di un clima politico meno rissoso. Il volto "cool" di Luca Cordero di Montezemolo, cresciuto in casa Fiat, uomo dalle mille poltrone e dalle ambizioni politiche soffocate a fatica, leader dell'associazione imprenditoriale e poi, dopo la successione di Emma Margegaglia, presidente di una Fondazione, Italia Futura, con la quale provare a tessere una strategia politica. Oppure il volto più ruspante e pragmatico dell'imprenditrice mantovana che a differenza dell'ex presidente Fiat, ha dislocato la Confindustria decisamente dalla parte del governo Berlusconi in cambio di favori, piccoli privilegi, vere e proprie prebende (anche per la propria famiglia, come dimostra il caso dei lavori alla Maddalena per il G8).
Se il caso della Umbria Olii è certamente il più estremo, è anche vero che dietro il volto suadente e moralizzatore, si nasconde un incessante lavorìo per ottenere risultati concreti da questo o quel governo. E dal governo Berlusconi Confindustria di risultati ne ha ottenuti non pochi come Astone scrive: la privatizzazione dei servizi pubblici locali con una possibile «grande abbuffata» da circa 100 miliardi di euro; la promessa del nucleare, con un giro di affari che supera i 30 miliardi; la riforma della scuola con gli incentivi agli istituti tecnici, il rilancio dei professionali, e un'università che viene di fatto consegnata ai privati; e poi tutti i tipi di incentivi, la detassazazione degli utili, il fondo di credito per le piccole imprese e altro ancora. Certo, ci sono le delusioni, la riduzione delle tasse che non arriva, grandi opere infrastrutturali che non decollano ma sostanzialmente il programma di governo segue pedissequamente quello di Confindustria. Perché, il punto è questo, il "partito dei padroni" si muove come un vero partito, ha una struttura di oltre 4 mila dipendenti per rappresentare 142 mila imprese, e ha un suo programma politico che resta piuttosto immutato nel tempo, presidente dopo presidente.

Il programma dei padroni

Un programma politico che si riassume in un'ideologia da «far west" in cui l'impresa deve essere liberata da "lacci e lacciuoli", libera nei suoi affari e nel suo profitto, messa al centro della vita politica e sociale. I quattro punti fondamentali di questo programma sono così definiti: «Privatizzare qualunque cosa tranne (per ora) l'aria; abbassare drasticamente le imposte e pertanto la spesa pubblica; riformare radicalmente la contrattazione e il diritto al lavoro per ottenere la massima flessibilità e minori costi; adoperarsi per attuare le riforme indispensabili a un paese moderno» cioè burocrazia più efficiente, infrastrutture, incentivi a ricerca e sviluppo. Questo programma non cambia mai e le richieste ai governi di turno sono sempre le stesse. E, se guardiamo agli ultimi venti anni, ci accorgiamo che questo programma è stato pazientemente applicato con certosina precisione (anche se questo non basta ancora al "partito dei padroni") sia dai governi Berlusconi che da quelli del centrosinistra.
Ma siccome non basta mai, la Confindustria si esercita con foga e determinazione nel "j'accuse" contro la politica, i suoi ritardi, i suoi riti, i suoi costi, additati come responsabili non secondari - i responsabili principali sono sempre i sindacati - dell'impasse italiana. Solo che quando si guarda in casa padronale ci si accorge - e questo il libro di Astone lo permette benissimo - che quei costi, quei ritardi, quelle alchimie sono esaltati all'ennesima potenza. Confindustria gestisce un bilancio complessivo - compresi i bilanci delle Unioni provinciali e regionali - di oltre 500 milioni di euro ma nessuno ne sa nulla (mentre per i bilanci dei sindacati viene chiesta, giustamente, la massima trasparenza); le sue regole interne, per l'elezione del Presidente, della Giunta, del Direttivo, delle svariate strutture che si controllano a vicenda, sono degni «del Partito comunista cinese». La lotta per il controllo delle Unioni provinciali, delle Commissioni nazionali e della Presidenza è senza esclusione di colpi. Al suo interno vivono correnti, cordate - ancora poco noto il "Salotto buono 2" che lega Cordero di Montezemolo, Della Valle, Luigi Abete, Vittorio Merloni - gli sgomitamenti delle ex aziende di Stato oggi colossi energetici come Eni e Enel. In prima fila nella lotta contro le "caste", Confindustria è un fior di casta, con i suoi mandarini e i suoi nepotismi, i costi eccessivi ma soprattutto i danni sociali che le sue scelte politiche provocano.

La casta confindustriale

Messe di fila, nel capitolo titolato "La casta di lorsignori", le principali gesta confindustriali smentiscono platealmente quell'ideologia a base di meritocrazia e modernità, di flessibilità e crescita economica che pure professano. Anzi, descrivono «una foresta pietrificata» che ha grandi responsabilità nell'edificazione del "caso italiano". Il modo con cui Tronchetti Provera ha spennato gli azionisti Pirelli e poi quelli Telecom; il modo con cui Geronzi è stato portato alla presidenza di Generali senza essersi mai occupato di Assicurazioni in vita sua; il gioco delle scatole cinesi che permette a John Elkann di decidere i destini della Fiat possedendone direttamente solo il 6%; gli stipendi e le stock options che intascano i proprietari-manager delle imprese anche quando producono perdite favolose e senza alcun principio meritocratico; il caso Alitalia, Fastweb, senza dimenticare Parmalat e Cirio. Una carrellata che permette a Astone di concludere il libro con questa considerazione: «All'inizio ci siamo chiesti se, e in quale misura, i protagonisti del capitalismo nostrano abbiano corresponsabilità nella deriva italiana. A partire da una domanda: ma Marco Tronchetti Provera, Emma Marcegaglia, Luca Cordero di Montezemolo sono poi così diversi da Antonio Bassolino, Rossa Russo Jervolino e Mara Carfagna? Alla fine del viaggio la risposta è no». Le similitudini posso essere ampliate ma la sostanza è quella: una classe dirigente dedita a bacchettare tutto e tutti, a dispensare consigli all'universo mondo, si è arricchita grazie a quello Stato che vuole abbattere e grazie a sacrifici enormi di lavoratori e lavoratrici. Eppure è ancora lì, intoccabile, impunita che si erge a grande moralizzatrice, foraggiata e sostenuta dal cuore dell'ideologia berlusconiana che vuole l'imprenditoria come modello sociale di riferimento contro la politica parassitaria. Un modello che ha plasmato la società italiana e che costituisce oggi forse il vero lascito degli ultimi venti anni

12 giugno 2010

Bavaglio e oscurantismo per una stampa in caduta libera





Legge-bavaglio sulle intercettazioni: avanti così, verso l’oscurantismo. Ma siamo proprio sicuri che oscurare le notizie sia un male in sé? In altre parole: essere informati sempre e comunque, è un valore? La nostra risposta, amareggiata poiché una decente informazione su questo giornale presumiamo di fornirla, è no.

Gli scandali, infatti, non fanno più scandalo. Secondo l’ultima versione della mannaia Pdl sui segreti telefonici, «mai le intercettazioni saranno pubblicabili (nemmeno per riassunto) fino al processo, anche se ormai depositate e non più coperte da segreto, anche se penalmente rilevanti e su fatti non privati ma di interesse pubblico», come ha scritto ieri nel suo fondo in prima pagina sul Corriere l’ottimo cronista Luigi Ferrarella. I giornali che violeranno questo divieto saranno spellati vivi da multe di 309 mila euro a notizia, obbligando l’editore a vigilare sul lavoro dei giornalisti affinché non commettano il reato di lesa pubblicazione. Siamo quindi alla censura preventiva di Stato ma senza dirette misure di polizia, bensì tramite lo strumento, più morbido e viscido perché relegato al rapporto fra proprietà e redazioni, del Minculpop interno alle testate.

L’ennesimo colpo di piccone ad un diritto fondamentale della liberal-democrazia, la libertà d’informazione tutelato dall’articolo 21 della Costituzione. L’indignazione, ormai quotidiana per la stretta autoritaria del regimetto di Berlusconi, monta e sale, ancora una volta. Ma è un moto di rifiuto che essendo diventato routine, si fa assuefazione, speculare e contraria all’indifferenza con cui la maggior parte degli italiani accoglie queste news. L’industria dell’angoscia e del divertimento, il bastone e la carota con cui i media teleguidati dalla pubblicità lobotomizzano il cittadino-consumatore, trova il suo corrispettivo polemico nell’industria dell’indignazione e della mobilitazione permanente. La prima fa credere che esistano da una parte solo eventi luttuosi o irrazionali (cronaca nera, calamità naturali, crisi considerate come fatti inevitabili) e dall’altra spettacoli per distrarsi e farsela passare (i reality show, il gossip, i pettegolezzi, le “curiosità”); la seconda controbatte con requisitorie contro il potere politico ed economico ma a senso unico, parziali, viziate dall’ottica ristretta per cui in una democrazia occidentale basta rovesciare i mascalzoni al governo e tutto rifiorisce, come per magia, come se il problema non sia il sistema di vita che ci vede tutti sulla stessa barca.

Sia ben chiaro: al primo modello, stile Studio Aperto, è preferibile il secondo, tipo Fatto Quotidiano, quanto meno perché quest’ultimo poggia su una moralità (benché acquattata sul contingente e nello specifico sull’antiberlusconismo eretto a metafisica). Ma entrambe sono facce della stessa medaglia, la fabbrica del nonsenso: si va da uno stordimento per ignoranza e manipolazione ad un automatismo da incazzati in servizio permanente effettivo, che la sanno sempre molto lunga ma in realtà sono dipendenti dalle malefatte altrui, e ne costituiscono, magari inconsapevolmente, il complemento e perciò il completamento. Gli uni si scontrano contro gli altri ma, psicanaliticamente, ne sono l’ombra, ripudiata e al tempo stesso cercata, desiderata, indispensabile. Ecco perché, dai e dai, la notizia del giorno, che sia pure frutto dell’intercettazione di turno, smuove le coscienze già smosse e lascia in un beato menefreghismo gli indifferenti abituali. Il bavaglio alla stampa è un’ignominia, d’accordo. Tuttavia, crediamo di poter affermare a ragion veduta che con la stampa che ci ritroviamo non è una gran perdita. La china su cui stiamo scendendo a passi da giganti ridurrà sempre più ampie parti dell’opinione pubblica alla disinformazione come fatto compiuto. Chi si batterà per contrastarla sarà condannato all’invisibilità e alla carboneria. Ma ricordiamoci che le più grandi rivoluzioni della Storia non si sono fatte stando ai primi posti della classifica di Freedom House. Si sono imposte, a prezzo di sacrifici e di sangue, con il prorompere della necessità di un popolo di abbattere i propri tiranni. E più la tirannia stringe il cappio, più cresce la necessità della ribellione. Più ci imbavagliano, più aumenta il bisogno vitale di respirare. Avanti così dunque: più ci umiliano, e prima verrà il giorno della ghigliottina.
di Alessio Mannino -



Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

11 giugno 2010

La letale chiusura mentale di Israele


Il crollo della reputazione di Israele dopo il brutale attacco alla flottiglia di Gaza probabilmente non influenzerà i leader del Paese.

Ai vertici dei sistemi militare e politico di Israele vi sono due uomini, Ehud Barak e Benjamin Nethanyahu, responsabili dell’attacco alla flottiglia di Gaza che ha scioccato il mondo, ma che sembra essere salutato come un mero atto di autodifesa da parte del pubblico israeliano.

Sebbene provengano dalla sinistra (il Ministro della Difesa Barak dal Partito Laborista) e dalla destra (il Premier Nethanyahu dal Partito Likkud) della politica israeliana, la loro considerazione di Gaza in generale e quella della flottiglia in particolare è permeata dallo stesso background storico e dalla stessa visione del mondo.

Nella foto: Benjamin Nethanyahu (sull'aereo) e Ehud Barak (dietro) durante una visita ufficiale a una base dell'aeronautica israeliana.

Una volta, Ehud Barak era l’Ufficiale di Comando di Benjamin Nethanyahu nell’equivalente israeliano delle SAS [Servizio Aereo Speciale dell’Esercito inglese, ndt]. Più precisamente, servirono in un’unità simile a quella che comandò l’assalto alla nave Turca la scorsa settimana. Questa percezione della realtà nella Striscia di Gaza è condivisa da altri membri eminenti dell’élite militare e politica israeliana ed è ampiamente sostenuta dall’elettorato domestico ebraico.

È un modo facile di affrontare la realtà. Hamas, anche se è l’unico governo nel mondo arabo ad essere stato eletto democraticamente, deve essere eliminato, sia come forza politica che militare. E questo non solo perché continua la sua lotta contro l’occupazione israeliana degli ultimi 40 anni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lanciando missili primitivi su Israele – il più delle volte come rappresaglia ad un omicidio da parte di Israele di qualche suo attivista nei territori occupati. Ma principalmente è dovuto alla sua opposizione politica al tipo di “pace” che Israele vuole imporre ai palestinesi.

La pace forzata non è negoziabile per l’élite israeliana, ed offre ai palestinesi un controllo ed una sovranità limitati nella Striscia di Gaza ed in alcune zone della Cisgiordania. Si chiede ai palestinesi di smettere di lottare per la liberazione e l’auto-determinazione in cambio della costituzione di tre piccoli bantustan [territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano all'epoca dell'apartheid, ndt] sotto lo stretto controllo e la supervisione di Israele.

Quindi, il pensiero israeliano generale è che Hamas è un ostacolo formidabile per l’imposizione di una tale pace. Perciò la strategia dichiarata è chiara: affamare e costringere alla sottomissione i 1.5 milioni di palestinesi che vivono nel posto a più alta densità del mondo.

Si supponeva che l’assedio imposto nel 2006 spingesse gli abitanti di Gaza a sostituire l’attuale governo palestinese con uno che accettasse gli ordini di Israele – o che almeno prendesse parte all’inattiva autorità palestinese della Cisgiordania. Nel frattempo, Hamas ha catturato un soldato israeliano, Gilad Shalit, ed allora l’assedio si è intensificato. E ciò include un embargo delle merci più elementari, senza le quali la sopravvivenza risulta difficile ad un essere umano. Per mancanza di cibo e medicine, per mancanza di cemento e petrolio, la gente di Gaza vive in condizioni che le istituzioni internazionali e le agenzie hanno descritto come catastrofiche e criminali.

Come nel caso della flottiglia, ci sono strade alternative per rilasciare il soldato prigioniero, come scambiarlo con i migliaia di prigionieri politici detenuti da Israele. Molti di loro sono bambini, e parecchi sono detenuti senza processo. Gli israeliani sono andati a rilento nelle negoziazioni di tale scambio, che probabilmente non produrranno risultati nell’immediato futuro.

Ma Barak e Netanyahu, e chi gli sta attorno, sanno fin troppo bene che l’assedio di Gaza non provocherà nessun cambiamento nella posizione di Hamas e bisognerebbe dare retta al premier David Cameron, il quale, durante le Prime Minister’s Questions [convenzione del Parlamento britannico per la quale nelle sedute della Camera dei Comuni del mercoledì il premier spende mezz’ora di tempo per rispondere alle domande dei membri del parlamento, ndt] della scorsa settimana, ha osservato che la politica israeliana di fatto rinforza, più che indebolire, la stretta di Hamas su Gaza. Ma questa strategia, nonostante il suo scopo dichiarato, non è intenzionata ad avere successo, o almeno a Gerusalemme nessuno si preoccupa se continua ad essere inutile e futile.

Si sarebbe potuto pensare che il crollo della reputazione di Israele a livello internazionale avrebbe indotto un nuovo modo di pensare nei suoi leader. Ma le reazioni all’attacco della flottiglia negli ultimi giorni hanno chiaramente indicato che non c’è speranza per nessun tipo di cambiamento notevole nelle posizioni ufficiali. Un saldo impegno nel continuare l’assedio, nonchè un benvenuto da eroi ai soldati che hanno assaltato la nave nel Mediterraneo, dimostrano che la politica rimarrà la stessa a lungo.

La cosa non sorprende. Il governo Barak-Nethanyahu-Avigdor Lieberman non conosce nessun’altro modo di far fronte alla realtà in Palestina ed Israele. L’uso della forza bruta per imporre la propria volontà, oltre ad una febbrile macchina di propaganda che la descrive come autodifesa, mentre demonizza la popolazione di Gaza mezza morta di fame e considera terroristi coloro che la vogliono aiutare, è l’unico andamento possibile per questi politici. Le terribili conseguenze di morte e sofferenza di questa determinazione non li riguarda, e tanto meno li riguarda la condanna internazionale.

La vera srategia, diversa da quella dichiarata, è di continuare con questo stato di cose. Finche la comunità internazionale sarà compiaciuta, il mondo arabo impotente e Gaza controllata, Israele potrà ancora avere un’economia propserosa ed un elettorato che considera una vita dominata dall’esercito, il continuo conflitto e l’oppressione dei palestinesi come l’unica realtà di vita passata, presente e futura in Israele. Il Vice Presidente degli USA Joe Biden è stato recentemente umiliato da parte degli israeliani dal recente annuncio della costruzione di 1.600 nuove unità abitative nel conteso distretto di Ramat Shlomo a Gerusalemme, lo stesso giorno in cui era arrivato per arrestare la politica di insediamento. Ma il suo sostegno incondizionato alle ultime azioni israeliane permette ai leader ed al loro elettorato di sentirsi rivendicati.

Sarebbe sbagliato, comunque, ritenere che il sostegno dell’America ed una debole risposta dell’Europa alle politiche criminali di Israele come quelle portata avanti a Gaza siano le ragioni principali per il continuo assedio e lo strangolamento di Gaza. Quello che risulta più difficile è spiegare ai lettori di tutto il mondo quanto queste percezioni e questi comportamenti siano profondamente radicati nella psiche e nella mentalità di Israele. Ed è davvero difficile comprendere quanto diametricalmente opposti siano le comuni reazioni a certi avvenimenti, per esempio in Inghilterra, rispetto alle emozioni che innescano nella società ebraico-israelita.

Le reazioni internazionali sono basate sulla premessa che ulteriori ed imminenti concessioni ai palestinesi ed un continuo dialogo con l’élite politica israeliana produrrano una nuova realtà della questione. In occidente il pensiero ufficiale è che una soluzione davvero ragionevole ed accessibile è proprio dietro l’angolo se tutte le parti fanno un ultimo sforzo: la costituzione di un doppio stato.

Nulla è più lontano dalla realtà di questo scenario ottimistico. L’unica versione di questa soluzione che Israele considera accettabile è l’unica che sia la remissiva autorità palestinese che la più assertiva Hamas a Gaza non potrebbero mai accettare. Si sta offrendo di imprigionare i palestinesi in delle enclave senza stato in cambio della fine della loro lotta.

Quindi prima che si discuta su una soluzione alternativa – un singolo stato democratico per tutti, che io sostengo – o si esplori una più plausibile costituzione di un doppio stato, bisogna fondamentalmente trasformare la mentalità ufficiale e pubblica di Israele, poichè costituisce la principale barriera per una riconciliazione pacifica nella terra divisa a metà tra Israele e Palestina.

Il Professor Ilan Pappé dirige il Centro Europeo per gli Studi Palestinesi presso l’Università di Exter ed è l’autore di “The Ethnic Cleansing of Palestine” [“La Pulizia Etnica della Palestina”, ndt]

10 giugno 2010

Universi paralleli: Israele ammazza, sanzioni all’Iran

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Se la cosa non fosse tragica, penserei di essere al cospetto di una pièce di Ionesco, o di essere scivolata in un universo parallelo in cui i rapporti di causa/effetto non esistono: lunedì 31 maggio Israele compie un atto di pirateria assaltando un naviglio turco in acque internazionali, con tanto di morti ammazzati, e mercoledì 9 giugno l’ONU vara lestamente un pacchetto di sanzioni tostissime… contro l’Iran.
Intanto montano l’indignazione e lo sgomento per l’uccisione (pare) di un bambino di sette anni da parte dei talebani, che l’accusavano di essere una spia. Naturalmente è una cosa orribile. L’opinione pubblica fu molto scossa anche dal massacro di My Lai, in Vietnam, nel 1968: i bambini uccisi erano vietnamiti, e gli adulti in divisa che li uccisero erano statunitensi. L’orrore fu grande anche per quel che avvenne in Salvador tra gli anni Settanta e Ottanta: bambini salvadoregni fatti a pezzi coi machete da militari ugualmente salvadoregni (e anche honduregni, tutti al soldo degli USA).
Bizzarramente, invece, non colgo segnali di esecrazione-sdegno-condanna et similia per i bambini palestinesi pressoché quotidianamente cecchinati dai tiratori scelti dell’IDF — le forze armate israeliane. E la cosa mi dà da pensare. Pensateci un po’ anche voi (ché se dovessi spiegarvi proprio tutto mi sentirei in grave imbarazzo, e non ci fareste una bella figura). So che non mi deluderete.

di Alessandra Colla

USA-Israele: l’attacco al convoglio di aiuti a Gaza rivela al mondo il vero “asse del male”

USA-Israele: l’attacco al convoglio di aiuti a Gaza rivela al   mondo il vero “asse del male”

L’ultima nave del convoglio di aiuti internazionali, la ‘Rachel Corrie’, non ha reso noto quando prevede di raggiungere Gaza, destinazione al momento in programma per metà mattina di Sabato, secondo i media locali.

La nave che trasporta 1.000 tonnellate di aiuti umanitari per la Striscia di Gaza assediata, ore prima è stata intercettata dalle forze navali israeliane a circa 50 chilometri al largo delle coste del Mediterraneo, in acque internazionali. I commando israeliani hanno evidentemente oscurato le comunicazioni via satellite a bordo della Rachel Corrie, in una ripetizione delle azioni analoghe adottate con le altre sei navi della Free Gaza flottiglia, il 31 maggio. Si presume che la nave irlandese Rachel Corrie sia, ora, in stato di detenzione in Israele.

Questa seconda violazione delle leggi internazionali da parte dello stato israeliano, con atti di pirateria, aggressione armata e rapimento di cittadini stranieri, avviene solo qualche giorno dopo il feroce attacco contro il convoglio precedente, guidato dalla nave turca Mavi Marmara, durante il quale almeno nove civili sono stati uccisi e decine feriti, mostrando chiaramente che lo stato israeliano si ritiene al di sopra di ogni controllo legale o morale. Si tratta di una autonoma auto-giustificazione della macchina militare, che fabbrica qualsiasi pretesto per le sue azioni, non importa quanto queste azioni siano depravate. Il governo degli Stati Uniti di Barack Obama, si inserisce nella stessa categoria penale, dato il suo finanziando allo stato israeliano, con 3 miliardi dollari ogni anno, e il rifiuto statunitense nel sanzionare Israele per la sua ultima aggressione internazionale, o per il suo disumano blocco illegale triennale di Gaza, e dati anche le aggressioni internazionali in corso, e i crimini contro l’umanità, di Washington in almeno tre altri territori d’oltremare: Iraq, Afghanistan e Pakistan.

Le conseguenze delle azioni recenti di Israele, dimostrano chiaramente che la comunità internazionale si trova, ora, di fronte alla minaccia mortale rappresentata da questo asse USA-Israele; un asse in permanente stato di guerra contro il mondo:

Le testimonianze degli operatori umanitari, rilasciate dopo giorni di reclusione, sono nettamente in contrasto con la posizione ufficiale israeliana, che sostiene che le sue forze armate hanno agito pesantemente per legittima difesa. Gli operatori umanitari corroborano le prime immagini satellitari che mostrano che le forze israeliane hanno aperto il fuoco sulla flottiglia, prima e durante l’abbordaggio di queste navi. Gli esami autoptici turchi sui nove morti, affermano che sono stati uccisi con fino a 30 colpi a bruciapelo.

I risultati dei patologi turchi, hanno anche dimostrato che un 60enne, Bilgen Ibrahim, è stato colpito quattro volte nelle tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena. Fulkan Dogan, 19enne, è stato colpito cinque volte, in faccia, nella parte posteriore della testa, due volte alla gamba e una volta alla schiena, da una distanza di meno di 45 centimetri“, riferisce Press TV. [1] Eppure, tale uso eccessivo di forza letale contro i civili, continua ad essere giustificata dai leader del governo israeliano e, tacitamente, da Washington.

Poche ore prima l’intercettazione della ‘Rachel Corrie’, il ministro degli esteri di Israele, Avigdor Lieberman, ha dichiarato: “fermeremo la nave, e anche qualsiasi altra nave che cercherà di danneggiare la sovranità israeliana.” Notare l’affermazione ridicola che una nave con aiuti umanitari, verificato a livello internazionale, “danneggia la sovranità israeliana“. Tale mentalità, è evidentemente al di là di ogni dialogo razionale o supplica.

La stessa mentalità distorta si rivela anche dalle notizie di stampa secondo cui, a uno dei commando israeliani coinvolti nel raid sulla Mavi Marmara, identificato solo come “sergente S“, è stata concessa una medaglia al valore per la sua solitaria uccisione di sei civili.

Questa molteplice violazione delle leggi internazionali, da parte di Israele, viene perversamente giustificata dai leader israeliani, con il sostegno degli Stati Uniti, dimostra che il mondo ha di fronte, difatti, una sfida imminente e virulenta, alla pace. Questo asse USA-Israele deve essere affrontato dalla comunità internazionale, e deve rendere conto sul piano legale. Il problema è che l’attuale quadro internazionale, sotto le Nazioni Unite, non è chiaramente all’altezza del compito. La quarantena e la disattivazione della macchina da guerra Israele-USA richiederà un nuovo quadro internazionale, forse guidato dai membri in crescita del Movimento dei Paesi Non Allineati, come ad esempio il Brasile, la Turchia e la Malaysia. Una cosa è certa dalla massiccia esplosione di rabbia e di sdegno pubblico in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti e l’Europa, a una tale iniziativa, sarebbe di fondamentale importanza il sostegno popolare.

di Cunningham Finian

09 giugno 2010

La "finanza creativa" dei nostri partiti

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Vuoi vedere che i soldi pubblici se li sono già spesi? Eccolo, il dubbio che ti coglie davanti alla scelta dei partiti (tutti, di destra e di sinistra, governativi e di opposizione, bianchi, rossi e verdi padani salvo flebili eccezioni radicali...) di immergersi in un silenzio totale di fronte a una domanda. Quella che si stanno ripetendo, frementi di indignazione, alcuni milioni di cittadini: se la crisi è così «drammatica» da obbligare il governo a bloccare gli stipendi agli statali fin dalla prossima busta paga possibile, come mai il Palazzo si prende il lusso di non tagliare immediatamente i rimborsi elettorali ai partiti, che per primi dovrebbero dare l’esempio?
La Spagna di Zapatero (quella Spagna su cui tanti abbozzano oggi sorrisetti ironici...) ha 575 parlamentari, circa metà degli italiani, e un costo dei Palazzi e dei partiti infinitamente più basso di quello dei nostri, eppure già nel 2008, quando fu chiaro che la crisi sarebbe stata pesante, decise di dare un taglio netto e immediato al finanziamento pubblico, da 136 a 119 milioni di euro: il 13%. Da noi no. Non solo il calcolo di un euro di rimborso a elettore per le «politiche» al Senato si continuerà a fare contando il numero degli elettori della Camera, che sono ovviamente molti di più. Non solo il taglio non sarà del 50% come aveva inizialmente fatto intendere Tremonti ma solo del 10% (ammesso che non scenda ancora...) ma la prima sforbiciata arriverà come è noto alle prossime politiche del 2013, la seconda alle prossime
europee del 2014, la terza alle prossime regionali del 2014. Quando un maestro, a causa dell’inflazione, avrà già subito un taglio (i calcoli sono di Tuttoscuola diretto da Giovanni Vinciguerra) fino al 15% dello stipendio contro uno del 5% per chi, dallo stesso Stato, riceve 20 mila euro al mese.
Perché? La risposta, che spiegherebbe l’imbarazzata scelta unanime di adottare la tattica del pesce in barile (zitti, allineati e coperti), sarebbe nel fatto che un po’ tutti i partiti, una volta passata la legge che distribuiva i denari, si sarebbero precipitati in banca: «Noi dobbiamo avere, da qui alle prossime elezioni, tot denari: ce li anticipate subito e poi vi rivalete sulle pubbliche casse?». Morale: se venissero bloccati oggi, immediatamente, quei rimborsi, i partiti dovrebbero restituire soldi che hanno speso prima ancora di averli. E questo anche certi partiti che, mentre l’imitavano sottobanco, criticavano Tremonti per le cartolarizzazioni e altri interventi di finanza «creativa».
Non bastasse, c’è chi si è spinto a spiegare anonimamente la scelta di non dare un taglio radicale ai contributi con parole che mai e poi mai saranno dette pubblicamente: se la riduzione fosse troppo robusta, alcuni partiti, presi con l’acqua alla gola e incapaci di ridurre le spese, potrebbero tornare alle cattive abitudini di un tempo... Mica male, come spiegazione...
di Gian Antonio Stella

Sionismo come psicopatia




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Israele deve fare la guerra a qualcuno almeno ogni 2 anni. Ma l’ansia, l’angoscia paranoica su sfondo di delirio messianico resta, perchè la situazione psicotica è senza uscita e sale periodicamente. Poichè qui si cerca di mantenere la ragione, ci sia consentito dare onore ai cittadini turchi: hanno difeso la loro nave con la loro bandiera. La prossima volta dovrebbero portarsi dietro anche del prozac.

Sulle TV gira e rigira il video, preso dai commandos israeliani attraverso i visori notturni, che mostra le teste di cuoio bastonate da alcuni passeggeri, uno anche buttato giù dal ponte superiore. Naturalmente, è la prova che basta ai Feltri e ai Furio Colombo: «Altro che pacifisti», «Gli israeliani hanno fatto bene a sparare», «si sono dovuti difendere», e via delirando. Feltri, 2 giugno: «Così i ‘pacifisti’ linciavano i soldati». S’è preso la medaglia di InformazioneScorreggia del noto Pezzana, passato dal Fuori al dentro (il manicomio).

La violazione gravissima del diritto internazionale non viene più menzionata: ormai è «autodifesa». Giustamente, un sito russo propone: provate a pensare che fosse avvenuto il contrario. Che un commando iraniano si fosse calato dagli elicotteri su una nave mercantile israeliana, e fosse stato accolto così. I titoli sarebbero stati: «Civili israeliani difendono eroicamente il suolo patrio, a mani nude contro un commando nemico, sfidando la morte certa». Già, perchè una nave è un pezzo del suolo della patria di cui innalza la bandiera. Ci sarebbero state medaglie d’oro ai sopravvissuti e alle memoria dei morti, funerali di Stato, condoglianze dei governi europei, condanna senz’appello degli aggressori e del loro regime, anzi missili su Teheran. L’indignazione per la violazione armata di una nave-passeggeri israliana in acque internazionali sarebbe alle stelle. «Hanno fatto bene a bastonare», scriverebbe Vittorio Feltri.

Invece, mostrano le armi degli «amici dei terroristi»: Le biglie, le fionde. Le asce: che fanno parte dell’attrezzatura presente su ogni nave (c’è almeno un’ascia in ogni scialuppa di salvataggio, proprio quelle con la testa tinta di rosso). Dicono di aver trovato delle pistole, e nemmeno questo è strano: un’arma o due sono sempre in dotazione del comandante.

Nell’ipotesi rovesciata, questi oggetti sarebbero mostrati come la commovente prova dell’eroismo dei civili: invece di arrendersi a torme di teste di cuoio di Ahamdinejad calatesi dagli elicotteri armati, dotati di mitragliette e giubbotti antiproiettili, hanno tentato una disperata difesa con quel che avevano sottomano.

Poichè qui si cerca di mantenere la ragione, ci sia consentito dare onore ai cittadini turchi bastonatori, visto che le vittime della strage ebraica sono per lo più turche: hanno difeso la loro nave con la loro bandiera. Il che dà una piccola idea di cosa siano i turchi come combattenti; gli inglesi lo sanno dal tempo in cui ebbero a che fare con gli irriducibili, baffuti difensori di Gallipoli (no, non la Gallipoli di D’Alema) a baionetta inastata nel 1915. I soldati israeliani, e i loro comandi, dovrebbero prenderne nota, se mai gli venisse l’idea di fare una delle loro guerre alla Turchia.

Ma non gli verrà. Mentre i nostri sionisti da redazione, da bar e da blog sono tutti con l’elmetto in testa ed esultano per la strage, i commenti israeliani hanno tutt’altro tono: fioccano gli «idioti, idioti, idioti» al loro governo, si chiedono le dimissioni del più idiota di tutti, il ministro della Difesa Ehud Barak, si piange e ci si arrabbia per il «fallimento della nostra intelligence» un tempo così astuta, si ulula perchè «ci siamo mostrati deboli, vulnerabili», al punto che – è il motivo dominante – «abbiamo perso ancora una volta la nostra deterrenza».

«Ancora una volta», perchè già persero la loro deterrenza nel 2006, quando col pretesto di una scaramuccia di frontiera lanciarono un attacco totale, lungamente preparato, contro Hezbollah, sicuri di una facile vittoria, e si trovarono invece nei guai grossi: un nemico imprevedibilmente determinato e militarmente capace e disciplinato inferì loro un sorprendente numero di morti, la distruzione di una quantità dei loro amati tank invulnerabili Merkava, provocò scompiglio e confusione, organizzò tranelli in cui i generali sionisti caddero come pere cotte. In compenso, spianarono totalmente dall’aria l’intero Libano.

«I combattenti Hezbollah hanno attaccato obbiettivi militari, mentre gli israeliani fin dal primo giorno hanno ammazzato civili e colpito le infrastrutture del Libano», disse Nasrallah, il capo di Hezbollah. Anche allora, fu un fallimento, tanto che i generali furono messi sotto inchiesta dalla commissione Winogradow.

Il dubbio di aver intaccato la propria deterrenza divenne parossistico, una sindrome d’angoscia. E’ stato per calmare la sidrome d’angoscia che gli israeliani, in fondo, hanno scatenato l’immane massacro di Piombo Fuso nel 2008: si sono scelti un bersaglio facile, gli affamati di Gaza, metà dei quali sotto i 15 anni, che sapevano disarmati e debilitati dall’inedia; e per non correre rischi misero in linea tutta l’artiglieria pesante, le bombe al fosforo bianco, l’uranio impoverito, le bombe al tungsteno che provocano cancrene e mutilazioni. Ammazzarono bambini e mamme con la bandiera bianca, incenerirono ambulanze e ospedali, distrussero panetterie e magazzini di alimenti dell’ONU: moltiplicarono i crimini di guerra e le atrocità, violarono tutte le convenzioni, per calmare l’angoscia di non essere abbastanza temuti. E sono riusciti a far dimenticare la strage censurando come «antisemiti» tutti i media che davano le notizie dell’orrore, e anche il rapporto Goldstone.

Anche allora, il successo non li convinse del tutto. L’ansia rimase. Come ripete giustamente la Nirenstein, da allora «l’antisemitismo cresce in Europa» a livelli spaventosi, anzi «si è saldata l’alleanza tra neri e rossi», tra gruppi di destra e di sinistra, unitisi ai «terroristi islamici» per «demonizzare lo Stato ebraico», minacciato (si capisce) nella sua stessa esistenza.

Fateci caso. Fuoco sul Libano, 2006. Fuoco su Gaza, 2008. E adesso, strage sulle navi della pace, 2010. Ogni due anni – non contiamo qui il bombardamento aereo di una fantomatica installazione atomica siriana, nè le violazioni continue dello spazio aereo libanese, fatte negli intervalli giusto per calmare i nervi – Israele deve colpire qualche vicino, fare la guerra a qualcuno.

Non può farne a meno. Regolarmente, ogni due anni, l’ansia giunge allo spasimo, e bisogna sfogarla sparando, versando sangue, seminando macerie fumanti: altrimenti il sionista non si sente sicuro e tranquillo.

Molti anni fa, il celebre psichiatra professor Cassano, in un’intervista, mi spiegò che l’ansia parossistica, intollerabile – l’angoscia – accompagna «sempre» le malattie mentali gravi. Il paranoico, lo schizofrenico, lo psicotico in genere, hanno come sintomo concorrente del loro stato, l’angoscia. E’ l’angoscia che ossessiona le loro notti, che li fa fumare come ciminiere, che fa loro cercare l’oblio nell’alcol. E’ l’angoscia che spinge gli psicotici a «fughe» compulsive da casa o dal manicomio, incapaci di star fermi; salgono su treni e raggiungono qualche città lontana, sconosciuta, dove sono sconosciuti – non a caso in certi Paesi più civili, i malati mentali vengono forniti di un pass gratuito per le ferrovie, che al controllore avvertito dà notizia dello stato di quel passeggero.

L’angoscia è un sintomo onnipresente dello stato psicotico, mi spiegò Cassano, perchè il malato sente oscuramente che la sua mente è fuori dal suo controllo. E tuttavia – fatto curioso – proprio i malati mentali più gravi sono quelli che negano la loro malattia. Mentre il nevrotico e persino il depresso se ne rendono conto, e chiedono aiuto, lo schizofrenico e il paranoico vivono nella convinzione che loro sono perfettamente sani; sono gli altri – quelli che gli consigliano il ricovero – ad essere pazzi, o in combutta con una vasta misteriosa cospirazione ai loro danni.

Gli psicotici si ritengono sani; per loro, è il mondo attorno a loro ad essere gravemente alterato, e ne hanno le prove. Lo schizofrenico pensa: come fanno gli altri a non accorgersi come me che il mondo è diventato viola, che le sedie hanno intenzioni maligne, e che il sole non sorge più? Eppure è così evidente! Il paranoico: il Vaticano ci sta uccidendo con le onde-radio: le sento nella mia testa. Mia moglie dice che non le sente: è chiaro che è già stata irretita dal Vaticano, fa parte della congiura. E lo psichiatra? Peggio ancora: lui è uno dei capi della congiura universale, un complice che la sa più lunga.

Paranoici e schizofrenici diventano sospettosi, sfuggono agli altri e specialmente ai curanti, e ai familiari. Pensano deliranti: non è colpa loro, le onde li hanno completamente asserviti; però sono pericolosi, perchè cercano di imprigionarmi. Sono costretto ad uccidere mia moglie. Aspetto che si addormenti, e poi con il coltello di cucina...

A me pare che questa sintomatologia sia diventata sempre più palese in Israele, e negli israeliani di complemento. Sospettosità paranoica: il mondo è pieno di antisemiti, c’è una congiura universale per eliminare lo Stato d’Israele; si vuol ripetere l’olocausto, siamo ancora lì davanti alle camere a gas; bisogna continuamente vegliare, smascherare l’antisemita che si nasconde nel vicino, nell’amico.

Anzi, proprio l’amico che ti implora di tornare in te, quello è il peggiore: un agente del Vaticano, di Pio XII, un nazista rosso-nero in combutta coi verdi islamici. Guardate quell’Obama: si finge nostro servo, si profonde in dichiarazioni filosemite, ci regala 3 miliardi e mezzo di dollari come Bush, però è un islamico mascherato: di nome fa Hussein… E quel Goldstone? E quel Finkelstein? E questo Uri Avneri, questo Gilad Atzmon? Dio scampi! Sono ebrei, ed è proprio questo che ci rende ancora più sospettosi: il Nemico ormai si è infiltrato anche fra noi, ormai ci circonda da ogni parte; Pio XII li teleguida con le onde. Noi siamo deboli, vulnerabili; cosa possiamo fare per difenderci, se tutto il mondo è contro di noi? Dobbiamo usare tutta la nostra forza, tutte le nostre bombe. Non ne abbiamo mai abbastanza, di bombe. Se necessario (come dice Van Creveld), prima che loro ci eliminino, trascineremo il mondo giù con noi nell’abisso nucleare.

E naturalmente, come sintomo concomitante, l’angoscia che sale periodicamente, fino al parossismo. Lo psicotico reagisce con la fuga in treno o ammazzando la moglie e aggredendo gli infermieri; l’israeliano, scatenando una guerra qualunque contro un vicino qualunque. Tanto, lo sa e ne è sicuro, non c’è un vicino innocuo, tutti vogliono la sua morte, il suo olocausto. Guardate la Turchia, per esempio: amica amica, ma adesso s’è tolta la maschera.

E ad ogni guerra, l’angoscia non si placa che per poco. Subito il sionista constata che «il successo tattico» c’è stato, ma s’è rovesciato in «fallimento strategico» e in una sconfitta politica. Il mondo non ci accetta, non ci riconosce il rispetto assoluto dovuto a noi vincitori assoluti, e così la nostra vittoria è sempre dimezzata, insoddisfacente. Naturalmente, è colpa del mondo, che sta coi terroristi islamici. Con Ahmadinejad, con Hitler, con Ratzinger.

Ma il fatto è che la nostra deterrenza non è assicurata una volta per tutte: i nostri capi non avevano ben chiaro lo scopo strategico dell’azione, ed hanno fallito. Bisogna mettere al governo altri generali più capaci, che ci portino alla vittoria. Bisogna far tacere i media che ci insultano, bisogna smascherare ancor più falsi amici. Vegliare; non è permesso dormire... ah, l’insonnia che uccide! La mia testa! E’ Pio XII, il Papa nazista, con le onde.

La situazione psicotica è infatti senza uscita. La deterrenza totale non viene mai raggiunta da chi vive nella malattia mentale. Lo scopo strategico fallisce perchè non c’è stato alcuno scopo strategico nell’aggressione alle navi pacifiste, ma solo uno scatto paranoico, una risposta psicotica d’impulso alla vulnerabilità delirante percepita, senza calcolo previo delle conseguenze.

Questa ansia per la deterrenza ha poi un fondamento inconfessato, ma condiviso dagli israeliani di casa e da quelli di complemento: siccome l’era messianica deve essere un’era di vittoria e di affermazione assoluta, dove tutti i goym saranno nostri servi docili e silenti, e su loro avremo il totale dominio, il fatto che il «successo tattico» si sia trasformato anche questa volta in «fallimento strategico» e d’immagine, potrebbe voler dire che l’era messianica non è ancora arrivata, e che forse noi non siamo il Messia. Perchè il Messia – come sanciscono tutti i rabbini – non può perdere, e nemmeno ha bisogno di trattare e di negoziare, di cedere qualcosa. Il Messia è per definizione il Vittorioso, quello che regge i popoli con «verga di ferro».

Che angoscia, a questo solo pensiero! No, presto: una guerra nuova, attacchiamo l’Iran, rassicuriamoci mostrando la nostra onnipotenza militare, facciamoci temere una volta per tutte! Siamo o no il Messia?

Insomma: sindrome d’angoscia paranoica su sfondo di delirio religioso-messianico di persecuzione.

Pensateci: non è questa la descrizione psicologica di Fiamma Nirenstein? Di Angelo Pezzana, di Furio Colombo, di Ferrara?

Inutile dir loro che sì, i loro soldati hanno fatto un’altra volta una figura schifosa, per due ragionevoli motivi: uno, che l’abitudine ad angariare delle casalinghe ai posti di blocco con Gaza, a sparare su bambini che lanciano sassi, o a sradicare oliveti di contadini inoffensivi in Cisgiordania, non prepara i soldati ad un vera guerra, anzi nemmeno ad un pestaggio di cittadini turchi incazzati.
Si sono abituati alla comodità, e la guerra è bella ma – lo dice il proverbio – scomoda.

Il secondo motivo è: l’esercito israeliano ha troppo imparato, ed è troppo attrezzato, dal Pentagono americano, che non riesce a produrre altro che un esercito di m…, di paurosi che sparano per paura a passanti iracheni, e sterminano feste matrimoniali afghane coi droni, e in dieci anni d’occupazione violentissima e superiorità schiacciante aria-terra-mare non riescono a soggiogare guerriglieri veri, tradizionali, ancorchè senza aviazione, e senza i fondi colossali del Pentagono.

Inutile, perchè ci chiamerebbero ancora un volta antisemiti. Il sionista non va convinto con la ragione, eppure è pericoloso, perchè ha 200 bombe atomiche, e perchè il suo delirio è contagioso, ha infettato già anche Feltri...

Se il sionismo è una sindrome psicotica, suggerirei – in attesa che si pronuncino i luminari della psichiatria – di combatterlo col Prozac. E magari col Serenase, o col Litio, che dicono far miracoli nei casi più disperati.
di M. Blondet

1000


Giunti al quarto anno, al millesimo articolo su questo blog dovrei essere contento ma, non è così.
Una amarezza spirituale difficile da colmare. Uno spazio nel web pensato per riflettere idee e pensieri nascosti o dimenticati è diventato un diario di soprusi diventati a loro volta legali, da, governi lontani dai bisogni reali dei cittadini e dei popoli. Non era questa la mission, ma adesso questa è la realtà. Vorrei chiudere con una massima :
"Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa , costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta"
(Buckminster Fuller).
Cambiamola insieme, dammi un punto (d'appoggio) di riferimento che ti (solleverò) modificherò il mondo.

08 giugno 2010

L'indegno baraccone

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L’intervento telefonico a Ballarò dell'onnipresente Silvio Berlusconi (nel pomeriggio aveva partecipato al ricevimento del Quirinale per la Festa della Repubblica democratica con quell'"allegra spensieratezza" – così riferiscono le cronache – che certamente si conviene a un presidente del Consiglio di un Paese in crisi), il quale dopo aver dichiarato che “non è accettabile sentire in una Tv di Stato certe menzogne!”, ha buttato giù la cornetta, con la signorilità che sempre lo contraddistingue, ha suscitato il solito canaio. Floris si è preso la parte dell'eroe perché ha replicato che “è inaccettabile in una tv che si inizi un dialogo, ma poi si insulti e si butti giù il telefono” e ha avuto l'approvazione del presidente della Rai Paolo Garimberti. In risposta Paolo Romani, viceministro Pdl con delega alle Comunicazioni, ha stilato una sorta di "lista di proscrizione" in cui ha infilato una serie di conduttori e di trasmissioni di sinistra. Sono insorti i consiglieri di Amministrazione di centrosinistra Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten mentre Garimberti difendeva "l'autonomia della Rai".

Sono tutte questioni di lana caprina: non esiste alcuna "autonomia della Rai". Da sempre la Rai, Ente di Stato, e quindi di tutti i cittadini, è occupata arbitrariamente e illegittimamente dai partiti, cioè da delle associazioni private cui la Costituzione dedica un solo articolo, il 49, che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere... a determinare la politica nazionale”. Una funzione, come si vede, che non c'entra niente con la Rai-Tv, né in alcuna legge ordinaria sta scritto che i partiti abbiano diritto di impossessarsene. Invece così è, come tutti sanno. Antonio Marano, il direttore di RaiDue, è un leghista, Minzolini un berlusconiano doc, Vespa da quindici anni è sdraiato come una sogliola ai piedi del presidente del Consiglio, Santoro appartiene a una delle cricche del Pd, RaiTre è appaltata alla sinistra, il Consiglio di amministrazione, Garimberti compreso, è diviso fra esponenti del centrodestra e del centrosinistra.

Inoltre, come mi ha spiegato Daniele Luttazzi (l'unica, vera vittima dell'"Editto bulgaro", escluso "in saeculam saeculorum" dalla Tv pubblica nonostante a teatro faccia 6000 spettatori a sera) in Rai esistono delle subcricche che fanno comunque capo a qualche padrino politico. La Rai è spartita secondo il più rigoroso manuale Cencelli che cambia le sue geometrie a seconda di chi è al governo in quel momento, ma non la sostanza delle cose. Come se ne esce? Finché l'Italia resta questa non se ne esce. Dovrebbero essere i partiti a spazzar via dalla Rai i partiti.

È come chiedere a un vampiro di succhiare il proprio sangue. I partiti, che hanno trasformato la democrazia italiana in un sistema di oligarchie e di aristocrazie mascherate, diciamo pure: di mafie, sono i padroni del Paese. Oltre e al di là della Rai hanno occupato tutte le Istituzioni dello Stato, presidenza della Repubblica, presidenza del Consiglio, governo, le amministrazioni regionali, provinciali, comunali, parte del Csm, le aziende parastatali, le Spa comunali, gli ospedali, le Asl, le banche, gli ex Iacp, gli enti culturali, le aziende di soggiorno, le terme, i porti, gli acquedotti, i teatri, i conservatori, le mostre e anche vaste fette delle professioni. Il "sistema Mastella" e i recenti scandali ci dicono che in Italia non si può fare nemmeno il chirurgo o l'architetto senza baciare la babuccia del boss di turno o di zona. Siamo tornati alla vergogna della "tessera del pane" di fascista memoria. Solo un evento traumatico, come fu allora la guerra e oggi un'acutissima crisi economica, potrebbe spingere gli imbelli italiani, pecore da tosare, asini al basto, a ribellarsi e a buttare all'aria l'indegno baraccone paludato da democrazia e mandare i responsabili a zappare la terra. Possibilmente per seppellirvicisi.

di Massimo Fini

07 giugno 2010

Spiro Latsis e l'Impero britannico esteso


Una grossa fetta dei 145 miliardi di euro di soldi dei contribuenti promessi dall'UE alla Grecia andrà alle banche di proprietà del miliardario greco Spiro Latsis (il greco più ricco al mondo), rampollo di una delle più grosse famiglie di armatori e proprietari di banche.

A quanto risulta, le banche che appartengono alla holding di Latsis, la European Financial Group EFG SA, detengono 12 miliardi di euro di BOT greci. Alla fine dell'anno scorso il gruppo ha spostato la sede ufficiale dalla Svizzera al Lussemburgo, un paese dell'Eurozona. Con questa mossa, la EFG Eurobank, la filiale greca che possiede i 12 miliardi di titoli dello stato greco, è stata riclassificata diventando una banca "greca", dunque idonea a beneficiare dei fondi UE e della Banca Centrale Europea. Il caso è stato denunciato nel magazine politico del primo canale della televisione tedesca, ARD, il 21 maggio. L'esposizione totale del gruppo di Latsis è però ben maggiore dei 12 miliardi denunciati da ARD. Una fonte alla Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea ha confermato che le banche del gruppo EFG detengono oltre 60 miliardi di Euro di debito greco (sia pubblico che privato) dal settembre 2009, il che significa che questa cifra potrebbe essere più alta nel frattempo.

A rendere ancor più fosco lo scandalo, è stato rivelato che Jose Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, ha trascorso svariate vacanze con la sua famiglia sullo yacht di Latsis, l'Alexandros. Lo staff di Barroso nega ogni conflitto di interessi, ma il Presidente della Commissione UE ha esercitato fortissime pressioni sulla Germania affinché concedesse gli aiuti.

Mentre i media definiscono questo uno scandalo "greco", in realtà esso è uno scandalo dell'Impero britannico, in quanto l'impero finanziario e navale dei Latsis fa parte dell'Impero britannico esteso. Un altro ospite regolare sullo yacht Alexandros è il principe Carlo. Non sorprende, in quanto suo padre, il principe Filippo d'Edimburgo, è un membro della famiglia reale greca, messa al trono nel XIX secolo dall'Impero britannico. Filippo è cugino del deposto re di Grecia, Costantino, che ora vive a Londra ed è il padrino del nipote di Filippo, il principe William. Una volta deposto, e quando gli furono negati i soldi dei contribuenti greci, Costantino, in cambio di poco lavoro, ricevette un generoso salario dalla famiglia Latsis.

John Latsis, padre di Spiro Latsis, era vicino alla famiglia reale saudita ed ha costruito alcune delle raffinerie di petrolio del paese ed altri progetti edili, mentre si occupava delle spedizioni del petrolio saudita. Ha fatto una fortuna grazie allo spot market del petrolio creato dall'oligarchia anglo-olandese. Suo figlio, Spiro, ha studiato alla London School of Economics nello stesso periodo in cui era iscritto anche l'attuale Primo ministro greco George Papandreou.

Stando ad un articolo della stampa finanziaria, il "boss dietro l'impero finanziario dei Latsis" è il banchiere svizzero Jean Pierre Cuoni che, tra il 1990 ed il 1994, è stato amministratore delegato della Coutts and Co. Private and Commercial Banking, la stessa Coutts che per generazioni funse da banca privata della famiglia reale britannica. Nel 1969 fu acquisita dalla banca commerciale britannica NatWest, assorbita a sua volta dalla Royal Bank of Scotland. Nel 1995 Cuoni, insieme ad altri tre dirigenti della Coutts, decise di creare una nuova banca specificamente modellata sul vecchio modello di banca privata per rispondere alle esigenze di tutti i "clienti ultra ricchi" e chiese aiuto a Spiro. Fu deciso di usare la Banque des Dépots di Latsis a Ginevra, insieme alla filiale svizzera della Royal Bank of Scotland, appartenente al Gruppo Inter-Alpha, per costituire lo European Financial Group.

Il gruppo include il braccio bancario privato costituito dalla EFG International di Zurigo, con un capitale di 90 miliardi di franchi svizzeri, la EFG Eurobank Egasias SA di Atene, e la EFG Bank European Financial Group SA di Ginevra. I tre sottogruppi vengono gestiti dal quartier generale al Lussemburgo denominato European Financial Group EFG SA.

by (MoviSol)

06 giugno 2010

La Germania potrebbe uscire dall'Euro "dalla sera alla mattina"



Diversi notiziari e bollettini finanziari tedeschi riportano le forti dichiarazioni di Ansgar Belke, direttore di ricerca nell'Istituto tedesco per la Ricerca Economica (DIW - Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung): in perfetto accordo con i tempi, l'economista ha valutato che "legalmente, un'uscita volontaria dall'unione monetaria è possibile". Belke è entrato nei dettagli dicendo che "in primo luogo, il marco tedesco dovrebbe essere reintrodotto come unità di conto, con un cambio fisso [rispetto all'euro] per circa un anno. Durante tale periodo, l'euro rimarrebbe la moneta ufficiale mentre verrebbero stampate e coniate [rispettivamente] nuove banconote e monete, destinate a circolare [legalmente] l'anno successivo. Tutte le monete e le banconote in euro sarebbero quindi abolite e l'euro diventerebbe a sua volta una unità di conto. Nell'ultima fase, il cambio valutario tra le due monete sarebbe sospeso, e il marco tedesco ritornerebbe nuovamente indipendente".

Benché Belke ci stia spiegando come si potrebbe, a suo avviso, abbandonare l'euro, non è favorevole a queste misure.

Alfonso Tuor, economista e vicedirettore de Il Corriere del Ticino, già in colloquio con MoviSol sulle frequenze di Radio Padania, si è spinto oltre. In un'intervista per l'EIR, ha sostenuto che "l'uscita della Germania dall'euro deve avvenire dalla sera alla mattina. Non si può fare in un anno; deve essere fatto dalla sera alla mattina, o in un fine settimana. L'annuncio deve essere dato a sorpresa, per esempio dicendo: 'Avete tempo 30 giorni per convertire i vostri euro in marchi tedeschi, e decidere se volete che il vostro debito sia denominato in marchi o in euro'... Deve essere fatto come Nixon fece con l'oro".

La questione del changeover fisico tra le monete è irrilevante, per Tour. "Il denaro circolante è davvero poco. Le masse monetarie sono principalmente elettroniche". Il cambio tecnico tra banconote "è un gioco da ragazzi", da potersi fare successivamente.

Tuor è convinto che la Germania uscirà dall'unione monetaria nel giro di 2-3 mesi, "o anche in un mese". Infatti, nel sistema finanziario "sta venendo giù tutto". Ha poi aggiunto: "Non vedo chi possa intervenire" per fermare questo processo. Il crollo dei mercati azionari sta dando altri effetti, nello svalutare i collaterali delle banche. È una reazione a catena.

"Sono convinto che la partecipazione della Germania nel pacchetto di salvataggio sia il prezzo pagato da quella nazione per uscire dall'euro", ha concluso. In altre parole, presto la Germania dirà: abbiamo già dato, ma ora è finita. Torniamo al marco.

by (MoviSol)

15 giugno 2010

Perché Russia e Cina hanno votato le sanzioni all’Iran

Perché Russia e Cina hanno votato le sanzioni all’Iràn

1. Mercoledì 9 giugno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha imposto nuove sanzioni all’Iràn per il suo programma nucleare. Molti analisti sono rimasti sorpresi dal voto favorevole di Russia e Cina alle sanzioni, sebbene si tratti della quarta tornata di misure prese contro l’Iràn, e tutte avallate da Mosca e Pechino. A stupire è stato soprattutto che tali sanzioni facessero seguito ad un accordo concluso da Tehrān con la Turchia e il Brasile, per evitare l’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano senza privare il paese persiano della tecnologia atomica. In realtà, proprio quest’accordo ha costituito una delle principali motivazioni per cui Russia e Cina hanno accolto le nuove sanzioni.

2. L’accordo turco-iraniano mediato dal presidente brasiliano Lula prevede che nel corso dell’anno l’Iràn consegni 1200 kg d’uranio a basso arricchimento (ossia composto per meno del 20% dall’isotopo 235U, che può essere sottoposto a fissione nucleare; nel caso iraniano parliamo di uranio al 3,5%) alla Turchia, ricevendone in cambio 120 kg di combustibile nucleare arricchito al 19,5%; tale combustibile sarebbe destinato al Centro di Ricerca Nucleare di Tehrān, che lavora alla sviluppo d’isotopi a scopo medico. Dall’isotopo 235U, infatti, si può estrarre il molibdeno-99, da cui si ottiene il tecnezio-99m, usato nell’85% dei procedimenti diagnostici di medicina nucleare. Attualmente il 95% della produzione mondiale di molibdeno-99 avviene in sei reattori dislocati rispettivamente in Canada, Belgio, Olanda, Francia, Germania e Sudafrica, i quali utilizzano uranio-235 fornito prevalentemente dagli USA. Gli Stati Uniti d’America, col 4,5% della popolazione mondiale, impiegano il 40% della produzione globale di molibdeno-99, mentre l’Iràn, dove si trovano l’1% degli abitanti della Terra, ne impiega lo 0,25% della produzione totale. Fino al 2007 l’Iràn importava tutto il molibdeno-99 di cui abbisogna: da allora riesce a produrlo autonomamente, ma solo grazie a scorte di combustibile nucleare che risalgono ai primi anni ‘90 (fornite dall’Argentina) e che sono destinate ad esaurirsi nel giro di qualche mese. Gl’Iraniani si sono dichiarati disposti ad acquistare sul mercato internazionale nuovo LEU al 19,5%, ma hanno finora incontrato il veto degli USA, che pretendono in cambio una rinuncia completa al programma nazionale d’arricchimento dell’uranio (che pure è un diritto garantito dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, di cui la Repubblica Islamica è una firmataria). Rimangono perciò poche alternative: una rinuncia iraniana a produrre isotopi medici, tornando ad acquistarli dall’estero (l’opzione più gradita a Washington, ma giudicata inaccettabile da Tehrān); l’arricchimento dell’uranio al 19,5% da parte dell’Iràn (l’eventualità temuta dagli Atlantici, e non ancora tecnicamente sperimentata dai persiani); lo scambio di LEU al 3,5% con combustibile al 19,5%, proprio come previsto dal recente accordo con la Turchia (la soluzione di compromesso che, in teoria, dovrebbe accontentare tutti).

Val la pena notare che: i 1200 kg d’uranio a basso arricchimento (LEU secondo l’acronimo inglese) che l’Iràn consegnerebbe alla Turchia costituiscono più della metà delle sue scorte totali d’uranio; il LEU iraniano raggiunge al momento il 3,5% d’arricchimento, ancora ben lontano dalla soglia del 20% oltre il quale si realizza l’uranio ad alto arricchimento (HEU); per realizzare armi atomiche minimamente efficienti servono grosse quantità di uranio altamente arricchito (anche 90%).

3. L’accordo Turchia-Brasile-Iràn ricalca una precedente bozza negoziale proposta proprio dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dell’ONU ed avallata dalle grandi potenze, USA compresi. Tale bozza d’accordo prevedeva che l’Iràn consegnasse i 1200 kg di LEU alla Russia: quest’ultima li avrebbe arricchiti al 19,5% e girati alla Francia, la quale li avrebbe incorporati in combustibile nucleare e consegnati all’Iràn. L’accordo era stato accettato con riserva da Tehrān: gl’Iraniani volevano infatti che lo scambio avvenisse simultaneamente e sul territorio iraniano, mentre le grandi potenze pretendevano che lo scambio fosse sequenziale (prima l’uranio iraniano alla Russia, e solo dopo il completamento del processo d’arricchimento il combustibile francese all’Iràn). La diffidenza iraniana derivava da precisi trascorsi negativi avuti con Parigi e Mosca.

Negli anni ‘70 l’Iràn investì circa 1 miliardo di dollari in Eurodif, un consorzio basato in Francia per l’arricchimento dell’uranio. Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, Parigi non solo si è rifiutata di consegnare l’uranio arricchito a Tehrān, ma per giunta si è tenuta i soldi pagati dagl’Iraniani. Con la Russia è successo qualcosa di simile. Nel dicembre 2005 fu siglato un contratto per la fornitura di missili terra-aria S-300 dalla Russia all’Iràn, ma da allora Mosca ha sempre addotto generiche e poco credibili scuse pur di non onorare l’impegno preso. Da qui il comprensibile timore dell’Iràn che, una volta consegnate le proprie scorte di LEU a Russia e Francia, questi due paesi possano rimangiarsi la parola data e non dare la contropartita pattuita.

Grazie alla mediazione di Lula da Silva, si è raggiunto l’accordo che in linea teorica permetterebbe di superare quest’ostacolo: agl’inaffidabili Russi e Francesi si sostituirebbero i Turchi, che godono della fiducia iraniana.

4. L’accordo a tre Iràn-Turchia-Brasile ha subito suscitato una reazione di difesa nel “concerto” delle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, ossia quelle dotate di seggio permanente e diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU: USA, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina. Questi cinque paesi hanno fin dall’inizio preso in mano la gestione del dossier nucleare iraniano, ammettendo al proprio fianco la sola Germania (il cosiddetto sistema “5+1”). L’iniziativa di Brasile e Turchia è stata immediatamente percepita come un’intrusione di nuove potenze emergenti nell’egemonia diplomatica delle potenze tradizionali. Non a caso, al Consiglio di Sicurezza i “cinque grandi” hanno fatto causa comune, votando all’unisono per sanzioni contro l’Iràn, trovando la scontata opposizione di Brasile e Turchia e l’astensione del piccolo Libano, conteso tra la sfera d’influenza siro-iraniana e quella saudita-nordamericana. La spaccatura dei “cinque grandi” in due fronti (gli Atlantici da una parte, Cina e Russia dall’altra) si è momentaneamente ricomposta per ribadire la propria posizione privilegiata nel panorama diplomatico internazionale. Non a caso Lula e Erdoğan hanno criticato la deliberazione del Consiglio di Sicurezza affermando che ne indebolisce l’autorità. Lo strapotere diplomatico dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale appare ormai anacronistico, ma le nuove grandi potenze emergenti (non solo Brasile e Turchia, ma anche Germania, India e Giappone) non sono ancora abbastanza solide ed unite per abbatterne l’egemonia. Tuttavia, pure i “cinque grandi” da anni lavorano ad una riforma del Consiglio di Sicurezza, palese segnale che loro stessi si sono accorti di come la sistemazione attuale sia insostenibile sul lungo periodo.

5. La Russia, che fino a pochi mesi fa appariva la principale protettrice dell’Iràn, aveva delle motivazioni aggiuntive per votare la nuova tornata di sanzioni. La prima è affermare il proprio ruolo di potenza mediatrice nel Vicino Oriente.

Durante la Guerra Fredda il Vicino Oriente era quella che i geopolitici moderni definiscono una shatterbelt, ossia un teatro regionale in cui le rivalità interne coinvolgono i competitori globali. Nello scontro tra paesi arabi e paesi non arabi (Israele, Turchia e Iràn) s’inserirono le due potenze mondiali, l’URSS coi primi e gli USA coi secondi. La posizione regionale di Mosca, che dovette essere costruita ex novo negli anni ‘50 e ‘60 (prima il Vicino Oriente era un condominio franco-anglosassone), s’indebolì tuttavia molto presto col passaggio dell’Egitto e di altri paesi arabi nel campo atlantico. Il crollo dell’URSS ha portato negli anni ‘90 ad una completa esclusione dei Russi dalla regione, tant’è vero che per oltre un decennio Washington è stata arbitra indiscussa degli equilibri locali.

Negli ultimi anni, tuttavia, il prestigio statunitense nel Vicino Oriente è stato minato da tre fattori: l’eccessiva accondiscendenza verso Israele, che non conferisce credibilità alcuna al preteso ruolo di “mediatore”; la maldestra decisione strategica di liquidare l’Iràq baathista aprendo la via all’influenza iraniana, che ha preoccupato i paesi arabi del Golfo; le difficoltà militari incontrate nel paese mesopotamico.

Il Cremlino cerca d’avvantaggiarsi delle difficoltà di Washington, ma non si sente pronto ad avviare un nuovo bipolarismo regionale, facendosi tutore d’una delle due fazioni che si vanno configurando nel Vicino Oriente (da un lato Iràn, Siria ed alcuni movimenti palestinesi, libanesi ed iracheni; dall’altro Israele ed i restanti paesi arabi, spalleggiati dagli USA). I Russi si sono perciò limitati a dare una discreta assistenza alla Siria e all’Iràn per ristabilire un maggiore equilibrio delle forze in campo, e quindi cercare d’inserirsi come potenza mediatrice neutrale. Ciò richiede però due cose: Mosca non deve apparire troppo schierata (e perciò accondiscendere di tanto in tanto alle richieste d’Israele); nessun’altra potenza deve cercare d’inserirsi nel medesimo ruolo equilibratore. Quest’ultimo fattore crea qualche incomprensione tra Mosca e Ankara, pur in un quadro di marcata distensione ed avvicinamento. Anche la Turchia, infatti, nel momento in cui sostiene Iràn e Siria cerca anche di porsi come protettrice dei paesi arabi, in un’ottica definita spesso “neo-ottomana”. Di fatto, Ankara vorrebbe diventare il polo regionale, che unisca tutti i paesi del Vicino Oriente sulla base dell’esclusione d’uno solo: Israele. Potrebbe trattarsi solo d’un caso, ma lo sgarbo russo alla Turchia rappresentato dalle sanzioni all’Iràn segue di poche settimane il più sanguinoso oltraggio sionista alla dirigenza anatolica, ossia l’attacco alla Freedom Flotilla.

Mosca deve fare attenzione a non discendere lungo una china pericolosa. L’amicizia turca è fondamentale per la geostrategia russa, perché il paese anatolico può, potenzialmente, minarne l’influenza nei Balcani, nel Mar Nero, nel Caucaso e nell’Asia Centrale, ed anche in Europa se si pone come fulcro energetico alternativo. Al contrario, collaborando con esso Mosca può più facilmente proiettarsi nel Vicino Oriente. Fortunatamente per i Russi, al momento non ci sono segnali che indichino nulla più d’una contingente incomprensione coi Turchi, in un quadro di crescente amicizia e collaborazione.

6. D’altro canto, in Russia c’è sempre stato un acceso dibattito sulle relazioni da instaurare con l’Iràn. Mentre alcuni settori vorrebbero stringere una vera e propria alleanza in funzione anti-statunitense, altri – che per ora hanno il sopravvento – si mostrano più cauti. Per costoro la situazione attuale, di contrasto latente ma non bellico tra l’Iràn e il Patto Atlantico, è la più proficua per la Russia. E non solo perché permette ai Russi di concludere eccellenti contratti col paese persiano sfruttandone il semi-isolamento.

L’Iràn possiede le seconde maggiori riserve di gas naturali al mondo, seconde solo a quelle della Russia. Tuttavia, consuma quasi tutta la produzione per soddisfare il proprio fabbisogno interno, sicché è appena il ventinovesimo esportatore mondiale. Potenzialmente, un Iràn dotato di energia nucleare e non più ai ferri corti con gli Atlantici potrebbe cominciare ad esportare ingenti quantità di gas naturale in Europa, magari tramite il Nabucco (che parte da Erzurum, non molto distante dal confine iraniano), e quindi porsi come competitore della stessa Russia. Ma finché i rapporti tra queste due entità si mantengono tesi, Mosca non rischia nulla, e può invece cercare di convincere l’Iràn a vendere il gas all’India e quest’ultima ad acquistarlo, lasciando così intatta la leva energetica che la Russia possiede nei confronti dell’Europa.

7. Proprio l’energia è uno dei capisaldi della nuova politica estera russa. Mosca vuole mantenere ed anzi rinsaldare il proprio ruolo di perno energetico mondiale, o quanto meno eurasiatico. In tale scenario rientrano proprio gli accordi di cooperazione nucleare con l’India, la Turchia e l’Iràn. Come già riferito, l’accordo mediato da Lula non faceva altro che sostituire la Turchia alla Russia nel medesimo ruolo di fornitore del combustibile nucleare all’Iràn. Mosca non ha gradito e si è messa di traverso, facendo così capire chiaramente che qualsiasi accordo futuro dovrà coinvolgerla in prima persona.

8. Del resto, tra Russia e Iràn non è la fine della relazione. Il loro rapporto di collaborazione proseguirà, anche se – almeno nei prossimi mesi – con maggiore freddezza. I Russi promettono di aprire la centrale di Bushehr in agosto. Col voto favorevole alle sanzioni e col rifiuto di ammettere l’Iràn all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno voluto chiarire a Tehrān di non accettare ruoli da comprimari, ma di voler condurre le danze essi stessi. Mosca vorrebbe instaurare con l’Iràn un rapporto “ineguale”, com’è quello con la Siria: da un lato il tutore, dall’altro il protetto. È comprensibile, ma i Russi non dovrebbero mai dimenticare che l’Iràn è una vera e propria potenza regionale emergente, di ben altra pasta rispetto alla Siria. Le relazioni con Tehrān andranno modulate su basi differenti, oppure finiranno con l’essere conflittuali, a tutto vantaggio di Washington che prenderebbe due piccioni con una fava, mettendo una contro l’altra due potenze rivali.

9. Va infine tenuto conto della probabilità di un “voto di scambio”. Il Cremlino avrà chiesto qualche contropartita alla Casa Bianca in cambio del proprio assenso alle sanzioni, e la più plausibile è un rallentamento del programma di scudo anti-missili balistici portato avanti dagli USA. Evidentemente Mosca non si sente ancora pronta ad ingaggiare una nuova corsa agli armamenti con Washington, e perciò cerca di rimandarla il più possibile con ogni mezzo.

10. La Cina, dal canto suo, aveva molte meno ragioni per avallare la nuova tornata di sanzioni, e proprio per tale motivo è stata l’ultima ad accettarle e, secondo alcune voci, molto più della Russia avrebbe lavorato per ammorbidirle. Probabilmente, Pechino ha voluto evitare l’isolamento e continuare a muoversi in accordo con Mosca sul dossier iraniano: rimanendo sola contro tutti la propria capacità contrattuale nella questione si sarebbe alquanto indebolita.

11. Pechino e Mosca hanno modellato le sanzioni di modo da non compromettere i propri interessi economici in Iràn. Gli USA ed alcuni paesi europei faranno il resto, varando sanzioni unilaterali aggiuntive. In tal modo, il peso economico di Cina e Russia in Iràn andrà rafforzandosi ulteriormente nei prossimi mesi, a maggiore detrimento di quel che resta degli operatori europei.

12. In definitiva, l’assenso russo e cinese alle nuove sanzioni contro l’Iràn s’inserisce nel complesso ed intricato quadro delle interazioni tra le grandi potenze, un gioco diplomatico che prevede ambiguità ed apparenti voltafaccia, soprattutto da parte di quei paesi non abbastanza forti da mostrarsi intransigenti su ogni questione, di grande o piccolo conto (una possibilità oggi appannaggio solo degli USA). Tuttavia, lo scenario di medio e lungo termine non è destinato a mutare. Russia e Cina operano per scalzare l’influenza statunitense anche dal Vicino Oriente, e l’accordo con gli Atlantici verrà meno già nelle prossime settimane, quando questi ultimi cercheranno di varare sanzioni unilaterali che colpiscano anche quelle compagnie di paesi terzi che fanno affari con Tehrān. Perciò Russia e Cina continueranno ad essere per l’Iràn, se non gli amici più sinceri, di sicuro quelli più utili e potenti.


di Daniele Scalea

America, dove il denaro conta più della vita


america tassa successione
"Morirei piuttosto che farmi spillare soldi dal fisco!". Quello che sembra lo sfogo sarcastico di qualche evasore fiscale rischia di diventare l’agghiacciante realtà nella Terra delle opportunità
"Morirei piuttosto che farmi spillare soldi dal fisco!". Quello che sembra lo sfogo sarcastico di qualche evasore fiscale rischia di diventare l’agghiacciante realtà nella Terra delle opportunità. Nonostante i tentativi di abolirla risalenti al 2001, infatti, negli Stati Uniti esiste ancora una pesante tassa di successione, che prevede un’aliquota del 45% applicata al patrimonio dei ricchi che lasciano questo mondo – la soglia di imponibile sotto la quale scatta l’esenzione è di 2,6 milioni di euro –, che obbliga gli eredi a corrispondere allo Stato quasi metà del patrimonio che si apprestano a ricevere. Oggetto di aspri scontri in Congresso fin dall’amministrazione Clinton, la tassa ha resistito fino all’insediamento di Obama, il quale ha dichiarato di voler porre fine alla manovra avviata da Bush per abolirla.

C’è però un piccolo inconveniente: sembra che per un motivo non meglio precisato, il Congresso di Washington si sia “scordato” di votare la proroga per il 2010 e che in attesa del 2011, quando si potrà riportare in vigore la tassa a un’aliquota maggiorata (55%), si sia creata una specie di finestra di esenzione fiscale che permette agli ereditieri dei più ricchi (e anziani) americani di ricevere le fortune dei padri senza sganciare un solo dollaro allo Stato.

Perché questo accada deve però realizzarsi un evento non di poco conto: il riccone deve tirare le cuoia entro il 31 dicembre 2010. Questo grazie a una dimenticanza che, considerando i tempi che corrono, appare più che mai sospetta. Il gettito netto garantito da questa tassa ammonta infatti a 23 miliardi di dollari e pare molto strano che i parlamentari americani abbiano rinunciato a tale somma – vitale per un paese che ha un deficit di 1200 miliardi – solo perché hanno controllato male la propria agenda. Che sia stato invece una specie di gentile omaggio che Obama abbia voluto fare ai ricchi e potenti contribuenti americani…?

Al di là delle considerazioni politiche e del tono quasi scherzoso con cui si descrive la situazione, ci sono da fare alcune considerazioni di ordine ben più alto che testimoniano la gravità della condizione culturale e spirituale dell’uomo moderno e occidentale. Il punto da cui sono partiti giornalisti e osservatori per commentare il fatto è stata la morte di Dan Duncan, ricco imprenditore texano del settore del gas naturale, che è deceduto a marzo lasciando una fortuna ammontante a 9 miliardi di dollari di cui, in virtù del buco legislativo citato prima, neanche un dollaro è andato all’erario.

anziani duncan morte tassa successione america
Più di un giornalista ha avanzato il sospetto che la morte del facoltoso settantasettenne sia stata in qualche modo calcolata per evitare di cedere al fisco
Più di un giornalista ha avanzato il sospetto che la morte del facoltoso settantasettenne sia stata in qualche modo calcolata per evitare di cedere al fisco, contro cui Duncan ha lottato tutta la vita a suon di iniziative benefiche tax free e finanziamenti a enti di volontariato che davano diritto a consistenti agevolazioni fiscali. Allargando l’obiettivo, molti hanno pensato che i numerosi ricchi e vecchi americani, diversi dei quali tenuti in vita da macchinari e respiratori artificiali, abbiano fatto un serio pensiero all’opportunità di togliersi la vita per risparmiare sulle tasse. Senza contare che il sistema sanitario americano, di fatto privatizzato, è uno dei più cari del mondo.

Senza voler entrare nel campo dell’eutanasia, troppo spinoso e soggettivo per poterne discutere in un articoletto di attualità, si ritiene comunque gravissimo il fatto che molti abbiano anche solo pensato a dare un prezzo alla vita. Anch’essa quindi, bene supremo e intangibile, viene contabilizzata nella società occidentale, materialista e utilitarista, il cui obiettivo è quello di massimizzare costantemente i guadagni e minimizzare le perdite.

Del disprezzo della vita altrui ce n’eravamo accorti tutti da tempo: le inutili guerre, i crimini umanitari, i cibi tossici, i disastri ambientali ci fanno capire ogni giorno come per questa gente la vita del prossimo abbia un valore pari a zero. Ma, pur in questo scenario sconcertante, pensavamo magari che il loro egoismo li tenesse attaccati quantomeno alla propria di vita. Invece non è così: pur di godere di un’esenzione fiscale, pur di mantenere intatto un patrimonio che – per chi crede nell’aldilà – dove stanno andando loro non servirà a un bel niente, sono disposti a valutare addirittura la possibilità di togliersi la vita, volontariamente e con una tempistica calcolata con precisione.

Sarà banale, ma davanti a situazioni come questa viene proprio da chiedersi: ma dove stiamo andando…?

di Francesco Bevilacqua

14 giugno 2010

Berlino verso la stangata sui ricchi. L'Italia non la prevede

Siamo anche uno dei pochissimi Paesi a non colpire le rendite di tipo finanziario


L´euroausterity non è fatta solo di tagli alla spesa pubblica e sacrifici per gli statali, ma arriva anche l´aumento delle tasse. Per ora solo l´Italia sembra smarcarsi dalla nuova tendenza continentale, che attraversa trasversalmente destra e sinistra, e che per recuperare risorse e per dare il senso dell´equità alle manovre di bilancio, non esita a ritoccare le aliquote per i redditi alti, ad elevare il prelievo su rendite finanziarie, stock option e superstipendi. A rompere il tabu anche il governo di centrodestra tedesco di Angela Merkel: proprio ieri il ministro delle Finanze Schaeuble non ha escluso un aumento dell´aliquota Irpef più alta oggi ferma al 42%. Gordon Brown, prima di cedere il passo al conservatore Cameron, nei mesi scorsi aveva già provveduto ad introdurre una nuova aliquota massima del 50% oltre le 150 mila sterline di reddito e il nuovo governo non sembra intenzionato a fare retromarcia. I due leader socialisti di Spagna e Portogallo, Zapatero e Socrates, hanno già applicato o stanno per varare nuove aliquote sui redditi alti. Sarkozy, in Francia, ha dovuto annunciare un prelievo straordinario sui più ricchi. Solo in Italia l´aliquota sopra i 75 mila euro resta inchiodata al 43%.
In un periodo in cui la finanza è nel mirino per il ruolo avuto nella recente crisi internazionale, le grandi banche e i manager dagli stipendi d´oro non potevano rimanere fuori. La Francia e il Regno Unito hanno annunciato tasse straordinarie sulle banche, il Portogallo ha già varato un´imposta del 2,5% sugli utili degli istituti di credito. La Germania ha tassato le società energetiche: anche in questo caso il nostro paese, spiegando che il nostro sistema bancario non ha avuto bisogno di aiuti durante il crac del 2007-2009, ha evitato nuove addizionali sul credito.
Quanto alle remunerazioni speciali di banchieri e uomini della finanza, l´Italia - come dimostra un rapporto dello Studio Maisto di Milano - ha agito: nella manovra è stata introdotta una addizionale del 10% su bonus e stock options che superino di tre volte lo stipendio base ma che molti giudicano un´arma destinata a colpire solo una manciata di manager. Più dura la mano della Francia (che ha varato un´imposta straordinaria del 50% per i bonus oltre il tetto di 27.500 euro), del Regno Unito (che ha deciso un tassa del 50% oltre 25 mila sterline per i dirigenti di banche) e della Germania (che ha imposto un tetto ai compensi manager di banche salvate dallo Stato).
Mentre in Italia ancora si discute se uniformare al 20% le tasse su titoli di Stato e rendite finanziarie, in Europa i governi sull´onda della crisi si sono già mossi: in Spagna è stato varato un aumento dell´aliquota sui redditi da capitale dal 18 al 19-21%. In Portogallo è stata introdotta una tassa del 20% sulle plusvalenze azionarie, e una stretta è in atto in Inghilterra. Mentre in Francia si è preferito adottare una ritenuta alla fonte del 50% per chi si stabilisce nei paradisi fiscali.
Infine i redditi dei pubblici funzionari. In Italia i funzionari dello Stato sono stati sottoposti ad un prelievo del 5-10% oltre i 90 mila euro di stipendio annui. In Spagna, in Portogallo e Francia sono state introdotte misure simili. Forse non è finita qui e i tempi della Thatcher oggi sembrano preistoria.
di Roberto Pietrini -

13 giugno 2010

L’agenda 2010 del Bilderberg



bilderbergIl Bilderberg è il club più esclusivo del mondo, a cui partecipano grandi leader politici e dell’economia americani ed europei. Quel che caratterizza questo club è l’assoluta segretezza. Esistono altri consessi di potenti, come il Forum di Davos; ma nessuno di questi agisce nel riserbo totale e a nessuno dei partecipanti è imposto di non svelare nulla degli argomenti discussi durante i lavori.

Al Bilderberg invece vige la regola del silenzio assoluto: non solo non si può riferire niente, ma non si può nemmeno ammettere di farne parte.

Da qualche anno,però, le liste dei partecipanti escono grazie a qualche talpa. Se volete sapere chi c’era al vertice che si è appena svolto in Spagna potete cliccare qui. Troverete l’élite mondiali e molti nomi italiani importanti:

- Franco Bernabé,amministratore delegato Telecom Italia, ex presidente Eni

- Fulvio Conti, numero uno dell’Enel

- John Elkann, presidente della Fiat

- Mario Monti, presidente della Bocconi ed commissario Ue

- Tommaso Padoa Schioppa, ex ministro del Tesoro

- Gianfelice Rocca, presidente di Techint

- Paolo Scaroni, Ceo dell’Eni

Secondo i cospirazionisti il Bilderberg è il vero governo del mondo, composto di due organismi, lo Steering Commitee, formato da 33 persone, e l’assemblea plenaria.

Io penso invece che il Bilderberg sia il luogo dove le élite vengono selezionate e dove vengono trasmesse idee e programmi. Questa mia impressione è rafforzata dalla citazione più importante che ho trovato in questi giorni, sul Guardian, l’unico quotidiano di rilevanza internazionale che ha tentato di seguire il vertice.Impresa difficile, perché il summit era protetto da un dispositivo di sicrezza impressionante.

Come riferisce l’inviato Charlie Skelton , l’ex segretario della Nato, Willy Claes, membro del Bilderberg negli anni Novanta, si è scoperto, forse involontariamente. Parlando a una radio belga pochi giorni fa ha dichiarato che “ogni partecipante riceve un documento e si ritiene che i membri lo usino per determinare le politiche nelle rispettive aree di influenza”.

Ovvero: il Bilderberg stabilisce un’agenda e impartisce direttive ai suoi membri. Un segretario generale della Nato mi sembra una fonte credibile e l’ammissione è inquietante. Sorgono alcuni dubbi:

Quali indicazioni contiene il report distribuito quest’anno?

I membri sono obbligati ad applicarne le direttive o si tratta soltanto di un auspicio?

E’ emersa una linea comune al vertice in Spagna?

A chi viene dato il documento oltre ai presenti?

Sono domande doverose per un giornalista, tanto più se riguardano personaggi importanti, come i numeri uno delle principali società italiane e il presidente della Banca d’Italia, Mario Draghi, da tempo membro del Bilderberg (anche se, a quanto pare, in Spagna era assente). Ma credo che nessuno risponderà e che nessuno dei giornalisti membri del club (della Washington Post, del Financial Times, dell’Economist, del New York Times), violerà le consegne.

Eppure l’opinione pubblica dovrebbe sapere. O sbaglio?

AGGIORNAMENTO In queste ore è emersa una novità importante. Il Bilderberg ha aperto un sito ufficiale. E’ minimalista, fatto in grande economia (hanno chiaramente adottato un template gratuito) e dice di fatto pochissimo. Probabilmente sono stati spaventati dal fatto che il Guardian si sia occupato per due anni di fila di loro e tentano di apparire meno chiusi e misteriosi.

Al contempo ho scoperto un altro dettaglio importante: la lista degli invitati non è esaustiva. A molti membri è consentito di non apparire in alcun modo, nemmeno nei documenti interni. Arrivano, partecipano ma della loro presenza non rimane traccia. Ad esempio, secondo fonti credibili nel 2008 sia Hillary Clinton che Barack Obama parteciparono al summit che si svolse a Chantily, in Virginia; ma negli elenchi i loro nomi non appare. Così è molto probabile che molti altri personaggi abbiano partecipato al vertice in Spagna. Secondo liste informali ci sarebbero stati anche Mario Draghi, Domenico Siniscalco e Romano Prodi o comunque sarebbero stati invitati.

di Marcello Foa -

Il vero volto della casta dei padroni




Un altro segno della crisi della sinistra è il libro di Filippo Astone "Il partito dei padroni" (Longanesi, 383 pg., 17,60 euro).
Un giornalista in forza al Mondo, il settimanale della Rcs, il giornale del salotto buono; una casa editrice che non sta nella tradizione della sinistra culturale italiana anche se oggi è un tassello di quel gruppo Mauri Spagnol che rappresenta l'outsider principale contro Mondadori e Rizzoli. Eppure il libro costituisce un'analisi impietosa, di quelle che la sinistra non riesce a fare, di quello che è oggi la classe padronale italiana, dei suoi equilibri politici interni e dei suoi comportamenti in diretta sul campo, a volte al limite del voltastomaco. Come il caso che Astone sceglie di mettere in apertura del libro per presentare "la faccia truce dei padroni" quella della Umbria Olii, distrutta da un incendio nel quale persero la vita cinque operai, bruciati vivi. Giorgio Del Papa, amministratore delegato e principale azionista dell'azienda, ha citato le famiglie degli operai morti chiedendo un risarcimento di 35 milioni di euro perché l'incendio sarebbe stato provocato dalla noncuranza di quei poveri lavoratori. Un'infamia oltre che un'ingiustizia, hanno risposto le famiglie, che si sono rivolte anche al Capo dello Stato (cosa ha risposto?) e che piene di rabbia e di dolore sono costrette a sostenere un vero e proprio processo giudiziario.

La faccia truce

Faccia truce o vero volto? A fronte di un caso come questo, il libro mette in evidenza come invece Condindustria, il partito dei padroni, cerchi invece di presentarsi con un volto moderno, riformatore, in cerca di una stabilizzazione del paese e di un clima politico meno rissoso. Il volto "cool" di Luca Cordero di Montezemolo, cresciuto in casa Fiat, uomo dalle mille poltrone e dalle ambizioni politiche soffocate a fatica, leader dell'associazione imprenditoriale e poi, dopo la successione di Emma Margegaglia, presidente di una Fondazione, Italia Futura, con la quale provare a tessere una strategia politica. Oppure il volto più ruspante e pragmatico dell'imprenditrice mantovana che a differenza dell'ex presidente Fiat, ha dislocato la Confindustria decisamente dalla parte del governo Berlusconi in cambio di favori, piccoli privilegi, vere e proprie prebende (anche per la propria famiglia, come dimostra il caso dei lavori alla Maddalena per il G8).
Se il caso della Umbria Olii è certamente il più estremo, è anche vero che dietro il volto suadente e moralizzatore, si nasconde un incessante lavorìo per ottenere risultati concreti da questo o quel governo. E dal governo Berlusconi Confindustria di risultati ne ha ottenuti non pochi come Astone scrive: la privatizzazione dei servizi pubblici locali con una possibile «grande abbuffata» da circa 100 miliardi di euro; la promessa del nucleare, con un giro di affari che supera i 30 miliardi; la riforma della scuola con gli incentivi agli istituti tecnici, il rilancio dei professionali, e un'università che viene di fatto consegnata ai privati; e poi tutti i tipi di incentivi, la detassazazione degli utili, il fondo di credito per le piccole imprese e altro ancora. Certo, ci sono le delusioni, la riduzione delle tasse che non arriva, grandi opere infrastrutturali che non decollano ma sostanzialmente il programma di governo segue pedissequamente quello di Confindustria. Perché, il punto è questo, il "partito dei padroni" si muove come un vero partito, ha una struttura di oltre 4 mila dipendenti per rappresentare 142 mila imprese, e ha un suo programma politico che resta piuttosto immutato nel tempo, presidente dopo presidente.

Il programma dei padroni

Un programma politico che si riassume in un'ideologia da «far west" in cui l'impresa deve essere liberata da "lacci e lacciuoli", libera nei suoi affari e nel suo profitto, messa al centro della vita politica e sociale. I quattro punti fondamentali di questo programma sono così definiti: «Privatizzare qualunque cosa tranne (per ora) l'aria; abbassare drasticamente le imposte e pertanto la spesa pubblica; riformare radicalmente la contrattazione e il diritto al lavoro per ottenere la massima flessibilità e minori costi; adoperarsi per attuare le riforme indispensabili a un paese moderno» cioè burocrazia più efficiente, infrastrutture, incentivi a ricerca e sviluppo. Questo programma non cambia mai e le richieste ai governi di turno sono sempre le stesse. E, se guardiamo agli ultimi venti anni, ci accorgiamo che questo programma è stato pazientemente applicato con certosina precisione (anche se questo non basta ancora al "partito dei padroni") sia dai governi Berlusconi che da quelli del centrosinistra.
Ma siccome non basta mai, la Confindustria si esercita con foga e determinazione nel "j'accuse" contro la politica, i suoi ritardi, i suoi riti, i suoi costi, additati come responsabili non secondari - i responsabili principali sono sempre i sindacati - dell'impasse italiana. Solo che quando si guarda in casa padronale ci si accorge - e questo il libro di Astone lo permette benissimo - che quei costi, quei ritardi, quelle alchimie sono esaltati all'ennesima potenza. Confindustria gestisce un bilancio complessivo - compresi i bilanci delle Unioni provinciali e regionali - di oltre 500 milioni di euro ma nessuno ne sa nulla (mentre per i bilanci dei sindacati viene chiesta, giustamente, la massima trasparenza); le sue regole interne, per l'elezione del Presidente, della Giunta, del Direttivo, delle svariate strutture che si controllano a vicenda, sono degni «del Partito comunista cinese». La lotta per il controllo delle Unioni provinciali, delle Commissioni nazionali e della Presidenza è senza esclusione di colpi. Al suo interno vivono correnti, cordate - ancora poco noto il "Salotto buono 2" che lega Cordero di Montezemolo, Della Valle, Luigi Abete, Vittorio Merloni - gli sgomitamenti delle ex aziende di Stato oggi colossi energetici come Eni e Enel. In prima fila nella lotta contro le "caste", Confindustria è un fior di casta, con i suoi mandarini e i suoi nepotismi, i costi eccessivi ma soprattutto i danni sociali che le sue scelte politiche provocano.

La casta confindustriale

Messe di fila, nel capitolo titolato "La casta di lorsignori", le principali gesta confindustriali smentiscono platealmente quell'ideologia a base di meritocrazia e modernità, di flessibilità e crescita economica che pure professano. Anzi, descrivono «una foresta pietrificata» che ha grandi responsabilità nell'edificazione del "caso italiano". Il modo con cui Tronchetti Provera ha spennato gli azionisti Pirelli e poi quelli Telecom; il modo con cui Geronzi è stato portato alla presidenza di Generali senza essersi mai occupato di Assicurazioni in vita sua; il gioco delle scatole cinesi che permette a John Elkann di decidere i destini della Fiat possedendone direttamente solo il 6%; gli stipendi e le stock options che intascano i proprietari-manager delle imprese anche quando producono perdite favolose e senza alcun principio meritocratico; il caso Alitalia, Fastweb, senza dimenticare Parmalat e Cirio. Una carrellata che permette a Astone di concludere il libro con questa considerazione: «All'inizio ci siamo chiesti se, e in quale misura, i protagonisti del capitalismo nostrano abbiano corresponsabilità nella deriva italiana. A partire da una domanda: ma Marco Tronchetti Provera, Emma Marcegaglia, Luca Cordero di Montezemolo sono poi così diversi da Antonio Bassolino, Rossa Russo Jervolino e Mara Carfagna? Alla fine del viaggio la risposta è no». Le similitudini posso essere ampliate ma la sostanza è quella: una classe dirigente dedita a bacchettare tutto e tutti, a dispensare consigli all'universo mondo, si è arricchita grazie a quello Stato che vuole abbattere e grazie a sacrifici enormi di lavoratori e lavoratrici. Eppure è ancora lì, intoccabile, impunita che si erge a grande moralizzatrice, foraggiata e sostenuta dal cuore dell'ideologia berlusconiana che vuole l'imprenditoria come modello sociale di riferimento contro la politica parassitaria. Un modello che ha plasmato la società italiana e che costituisce oggi forse il vero lascito degli ultimi venti anni

12 giugno 2010

Bavaglio e oscurantismo per una stampa in caduta libera





Legge-bavaglio sulle intercettazioni: avanti così, verso l’oscurantismo. Ma siamo proprio sicuri che oscurare le notizie sia un male in sé? In altre parole: essere informati sempre e comunque, è un valore? La nostra risposta, amareggiata poiché una decente informazione su questo giornale presumiamo di fornirla, è no.

Gli scandali, infatti, non fanno più scandalo. Secondo l’ultima versione della mannaia Pdl sui segreti telefonici, «mai le intercettazioni saranno pubblicabili (nemmeno per riassunto) fino al processo, anche se ormai depositate e non più coperte da segreto, anche se penalmente rilevanti e su fatti non privati ma di interesse pubblico», come ha scritto ieri nel suo fondo in prima pagina sul Corriere l’ottimo cronista Luigi Ferrarella. I giornali che violeranno questo divieto saranno spellati vivi da multe di 309 mila euro a notizia, obbligando l’editore a vigilare sul lavoro dei giornalisti affinché non commettano il reato di lesa pubblicazione. Siamo quindi alla censura preventiva di Stato ma senza dirette misure di polizia, bensì tramite lo strumento, più morbido e viscido perché relegato al rapporto fra proprietà e redazioni, del Minculpop interno alle testate.

L’ennesimo colpo di piccone ad un diritto fondamentale della liberal-democrazia, la libertà d’informazione tutelato dall’articolo 21 della Costituzione. L’indignazione, ormai quotidiana per la stretta autoritaria del regimetto di Berlusconi, monta e sale, ancora una volta. Ma è un moto di rifiuto che essendo diventato routine, si fa assuefazione, speculare e contraria all’indifferenza con cui la maggior parte degli italiani accoglie queste news. L’industria dell’angoscia e del divertimento, il bastone e la carota con cui i media teleguidati dalla pubblicità lobotomizzano il cittadino-consumatore, trova il suo corrispettivo polemico nell’industria dell’indignazione e della mobilitazione permanente. La prima fa credere che esistano da una parte solo eventi luttuosi o irrazionali (cronaca nera, calamità naturali, crisi considerate come fatti inevitabili) e dall’altra spettacoli per distrarsi e farsela passare (i reality show, il gossip, i pettegolezzi, le “curiosità”); la seconda controbatte con requisitorie contro il potere politico ed economico ma a senso unico, parziali, viziate dall’ottica ristretta per cui in una democrazia occidentale basta rovesciare i mascalzoni al governo e tutto rifiorisce, come per magia, come se il problema non sia il sistema di vita che ci vede tutti sulla stessa barca.

Sia ben chiaro: al primo modello, stile Studio Aperto, è preferibile il secondo, tipo Fatto Quotidiano, quanto meno perché quest’ultimo poggia su una moralità (benché acquattata sul contingente e nello specifico sull’antiberlusconismo eretto a metafisica). Ma entrambe sono facce della stessa medaglia, la fabbrica del nonsenso: si va da uno stordimento per ignoranza e manipolazione ad un automatismo da incazzati in servizio permanente effettivo, che la sanno sempre molto lunga ma in realtà sono dipendenti dalle malefatte altrui, e ne costituiscono, magari inconsapevolmente, il complemento e perciò il completamento. Gli uni si scontrano contro gli altri ma, psicanaliticamente, ne sono l’ombra, ripudiata e al tempo stesso cercata, desiderata, indispensabile. Ecco perché, dai e dai, la notizia del giorno, che sia pure frutto dell’intercettazione di turno, smuove le coscienze già smosse e lascia in un beato menefreghismo gli indifferenti abituali. Il bavaglio alla stampa è un’ignominia, d’accordo. Tuttavia, crediamo di poter affermare a ragion veduta che con la stampa che ci ritroviamo non è una gran perdita. La china su cui stiamo scendendo a passi da giganti ridurrà sempre più ampie parti dell’opinione pubblica alla disinformazione come fatto compiuto. Chi si batterà per contrastarla sarà condannato all’invisibilità e alla carboneria. Ma ricordiamoci che le più grandi rivoluzioni della Storia non si sono fatte stando ai primi posti della classifica di Freedom House. Si sono imposte, a prezzo di sacrifici e di sangue, con il prorompere della necessità di un popolo di abbattere i propri tiranni. E più la tirannia stringe il cappio, più cresce la necessità della ribellione. Più ci imbavagliano, più aumenta il bisogno vitale di respirare. Avanti così dunque: più ci umiliano, e prima verrà il giorno della ghigliottina.
di Alessio Mannino -



Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

11 giugno 2010

La letale chiusura mentale di Israele


Il crollo della reputazione di Israele dopo il brutale attacco alla flottiglia di Gaza probabilmente non influenzerà i leader del Paese.

Ai vertici dei sistemi militare e politico di Israele vi sono due uomini, Ehud Barak e Benjamin Nethanyahu, responsabili dell’attacco alla flottiglia di Gaza che ha scioccato il mondo, ma che sembra essere salutato come un mero atto di autodifesa da parte del pubblico israeliano.

Sebbene provengano dalla sinistra (il Ministro della Difesa Barak dal Partito Laborista) e dalla destra (il Premier Nethanyahu dal Partito Likkud) della politica israeliana, la loro considerazione di Gaza in generale e quella della flottiglia in particolare è permeata dallo stesso background storico e dalla stessa visione del mondo.

Nella foto: Benjamin Nethanyahu (sull'aereo) e Ehud Barak (dietro) durante una visita ufficiale a una base dell'aeronautica israeliana.

Una volta, Ehud Barak era l’Ufficiale di Comando di Benjamin Nethanyahu nell’equivalente israeliano delle SAS [Servizio Aereo Speciale dell’Esercito inglese, ndt]. Più precisamente, servirono in un’unità simile a quella che comandò l’assalto alla nave Turca la scorsa settimana. Questa percezione della realtà nella Striscia di Gaza è condivisa da altri membri eminenti dell’élite militare e politica israeliana ed è ampiamente sostenuta dall’elettorato domestico ebraico.

È un modo facile di affrontare la realtà. Hamas, anche se è l’unico governo nel mondo arabo ad essere stato eletto democraticamente, deve essere eliminato, sia come forza politica che militare. E questo non solo perché continua la sua lotta contro l’occupazione israeliana degli ultimi 40 anni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lanciando missili primitivi su Israele – il più delle volte come rappresaglia ad un omicidio da parte di Israele di qualche suo attivista nei territori occupati. Ma principalmente è dovuto alla sua opposizione politica al tipo di “pace” che Israele vuole imporre ai palestinesi.

La pace forzata non è negoziabile per l’élite israeliana, ed offre ai palestinesi un controllo ed una sovranità limitati nella Striscia di Gaza ed in alcune zone della Cisgiordania. Si chiede ai palestinesi di smettere di lottare per la liberazione e l’auto-determinazione in cambio della costituzione di tre piccoli bantustan [territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano all'epoca dell'apartheid, ndt] sotto lo stretto controllo e la supervisione di Israele.

Quindi, il pensiero israeliano generale è che Hamas è un ostacolo formidabile per l’imposizione di una tale pace. Perciò la strategia dichiarata è chiara: affamare e costringere alla sottomissione i 1.5 milioni di palestinesi che vivono nel posto a più alta densità del mondo.

Si supponeva che l’assedio imposto nel 2006 spingesse gli abitanti di Gaza a sostituire l’attuale governo palestinese con uno che accettasse gli ordini di Israele – o che almeno prendesse parte all’inattiva autorità palestinese della Cisgiordania. Nel frattempo, Hamas ha catturato un soldato israeliano, Gilad Shalit, ed allora l’assedio si è intensificato. E ciò include un embargo delle merci più elementari, senza le quali la sopravvivenza risulta difficile ad un essere umano. Per mancanza di cibo e medicine, per mancanza di cemento e petrolio, la gente di Gaza vive in condizioni che le istituzioni internazionali e le agenzie hanno descritto come catastrofiche e criminali.

Come nel caso della flottiglia, ci sono strade alternative per rilasciare il soldato prigioniero, come scambiarlo con i migliaia di prigionieri politici detenuti da Israele. Molti di loro sono bambini, e parecchi sono detenuti senza processo. Gli israeliani sono andati a rilento nelle negoziazioni di tale scambio, che probabilmente non produrranno risultati nell’immediato futuro.

Ma Barak e Netanyahu, e chi gli sta attorno, sanno fin troppo bene che l’assedio di Gaza non provocherà nessun cambiamento nella posizione di Hamas e bisognerebbe dare retta al premier David Cameron, il quale, durante le Prime Minister’s Questions [convenzione del Parlamento britannico per la quale nelle sedute della Camera dei Comuni del mercoledì il premier spende mezz’ora di tempo per rispondere alle domande dei membri del parlamento, ndt] della scorsa settimana, ha osservato che la politica israeliana di fatto rinforza, più che indebolire, la stretta di Hamas su Gaza. Ma questa strategia, nonostante il suo scopo dichiarato, non è intenzionata ad avere successo, o almeno a Gerusalemme nessuno si preoccupa se continua ad essere inutile e futile.

Si sarebbe potuto pensare che il crollo della reputazione di Israele a livello internazionale avrebbe indotto un nuovo modo di pensare nei suoi leader. Ma le reazioni all’attacco della flottiglia negli ultimi giorni hanno chiaramente indicato che non c’è speranza per nessun tipo di cambiamento notevole nelle posizioni ufficiali. Un saldo impegno nel continuare l’assedio, nonchè un benvenuto da eroi ai soldati che hanno assaltato la nave nel Mediterraneo, dimostrano che la politica rimarrà la stessa a lungo.

La cosa non sorprende. Il governo Barak-Nethanyahu-Avigdor Lieberman non conosce nessun’altro modo di far fronte alla realtà in Palestina ed Israele. L’uso della forza bruta per imporre la propria volontà, oltre ad una febbrile macchina di propaganda che la descrive come autodifesa, mentre demonizza la popolazione di Gaza mezza morta di fame e considera terroristi coloro che la vogliono aiutare, è l’unico andamento possibile per questi politici. Le terribili conseguenze di morte e sofferenza di questa determinazione non li riguarda, e tanto meno li riguarda la condanna internazionale.

La vera srategia, diversa da quella dichiarata, è di continuare con questo stato di cose. Finche la comunità internazionale sarà compiaciuta, il mondo arabo impotente e Gaza controllata, Israele potrà ancora avere un’economia propserosa ed un elettorato che considera una vita dominata dall’esercito, il continuo conflitto e l’oppressione dei palestinesi come l’unica realtà di vita passata, presente e futura in Israele. Il Vice Presidente degli USA Joe Biden è stato recentemente umiliato da parte degli israeliani dal recente annuncio della costruzione di 1.600 nuove unità abitative nel conteso distretto di Ramat Shlomo a Gerusalemme, lo stesso giorno in cui era arrivato per arrestare la politica di insediamento. Ma il suo sostegno incondizionato alle ultime azioni israeliane permette ai leader ed al loro elettorato di sentirsi rivendicati.

Sarebbe sbagliato, comunque, ritenere che il sostegno dell’America ed una debole risposta dell’Europa alle politiche criminali di Israele come quelle portata avanti a Gaza siano le ragioni principali per il continuo assedio e lo strangolamento di Gaza. Quello che risulta più difficile è spiegare ai lettori di tutto il mondo quanto queste percezioni e questi comportamenti siano profondamente radicati nella psiche e nella mentalità di Israele. Ed è davvero difficile comprendere quanto diametricalmente opposti siano le comuni reazioni a certi avvenimenti, per esempio in Inghilterra, rispetto alle emozioni che innescano nella società ebraico-israelita.

Le reazioni internazionali sono basate sulla premessa che ulteriori ed imminenti concessioni ai palestinesi ed un continuo dialogo con l’élite politica israeliana produrrano una nuova realtà della questione. In occidente il pensiero ufficiale è che una soluzione davvero ragionevole ed accessibile è proprio dietro l’angolo se tutte le parti fanno un ultimo sforzo: la costituzione di un doppio stato.

Nulla è più lontano dalla realtà di questo scenario ottimistico. L’unica versione di questa soluzione che Israele considera accettabile è l’unica che sia la remissiva autorità palestinese che la più assertiva Hamas a Gaza non potrebbero mai accettare. Si sta offrendo di imprigionare i palestinesi in delle enclave senza stato in cambio della fine della loro lotta.

Quindi prima che si discuta su una soluzione alternativa – un singolo stato democratico per tutti, che io sostengo – o si esplori una più plausibile costituzione di un doppio stato, bisogna fondamentalmente trasformare la mentalità ufficiale e pubblica di Israele, poichè costituisce la principale barriera per una riconciliazione pacifica nella terra divisa a metà tra Israele e Palestina.

Il Professor Ilan Pappé dirige il Centro Europeo per gli Studi Palestinesi presso l’Università di Exter ed è l’autore di “The Ethnic Cleansing of Palestine” [“La Pulizia Etnica della Palestina”, ndt]

10 giugno 2010

Universi paralleli: Israele ammazza, sanzioni all’Iran

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Se la cosa non fosse tragica, penserei di essere al cospetto di una pièce di Ionesco, o di essere scivolata in un universo parallelo in cui i rapporti di causa/effetto non esistono: lunedì 31 maggio Israele compie un atto di pirateria assaltando un naviglio turco in acque internazionali, con tanto di morti ammazzati, e mercoledì 9 giugno l’ONU vara lestamente un pacchetto di sanzioni tostissime… contro l’Iran.
Intanto montano l’indignazione e lo sgomento per l’uccisione (pare) di un bambino di sette anni da parte dei talebani, che l’accusavano di essere una spia. Naturalmente è una cosa orribile. L’opinione pubblica fu molto scossa anche dal massacro di My Lai, in Vietnam, nel 1968: i bambini uccisi erano vietnamiti, e gli adulti in divisa che li uccisero erano statunitensi. L’orrore fu grande anche per quel che avvenne in Salvador tra gli anni Settanta e Ottanta: bambini salvadoregni fatti a pezzi coi machete da militari ugualmente salvadoregni (e anche honduregni, tutti al soldo degli USA).
Bizzarramente, invece, non colgo segnali di esecrazione-sdegno-condanna et similia per i bambini palestinesi pressoché quotidianamente cecchinati dai tiratori scelti dell’IDF — le forze armate israeliane. E la cosa mi dà da pensare. Pensateci un po’ anche voi (ché se dovessi spiegarvi proprio tutto mi sentirei in grave imbarazzo, e non ci fareste una bella figura). So che non mi deluderete.

di Alessandra Colla

USA-Israele: l’attacco al convoglio di aiuti a Gaza rivela al mondo il vero “asse del male”

USA-Israele: l’attacco al convoglio di aiuti a Gaza rivela al   mondo il vero “asse del male”

L’ultima nave del convoglio di aiuti internazionali, la ‘Rachel Corrie’, non ha reso noto quando prevede di raggiungere Gaza, destinazione al momento in programma per metà mattina di Sabato, secondo i media locali.

La nave che trasporta 1.000 tonnellate di aiuti umanitari per la Striscia di Gaza assediata, ore prima è stata intercettata dalle forze navali israeliane a circa 50 chilometri al largo delle coste del Mediterraneo, in acque internazionali. I commando israeliani hanno evidentemente oscurato le comunicazioni via satellite a bordo della Rachel Corrie, in una ripetizione delle azioni analoghe adottate con le altre sei navi della Free Gaza flottiglia, il 31 maggio. Si presume che la nave irlandese Rachel Corrie sia, ora, in stato di detenzione in Israele.

Questa seconda violazione delle leggi internazionali da parte dello stato israeliano, con atti di pirateria, aggressione armata e rapimento di cittadini stranieri, avviene solo qualche giorno dopo il feroce attacco contro il convoglio precedente, guidato dalla nave turca Mavi Marmara, durante il quale almeno nove civili sono stati uccisi e decine feriti, mostrando chiaramente che lo stato israeliano si ritiene al di sopra di ogni controllo legale o morale. Si tratta di una autonoma auto-giustificazione della macchina militare, che fabbrica qualsiasi pretesto per le sue azioni, non importa quanto queste azioni siano depravate. Il governo degli Stati Uniti di Barack Obama, si inserisce nella stessa categoria penale, dato il suo finanziando allo stato israeliano, con 3 miliardi dollari ogni anno, e il rifiuto statunitense nel sanzionare Israele per la sua ultima aggressione internazionale, o per il suo disumano blocco illegale triennale di Gaza, e dati anche le aggressioni internazionali in corso, e i crimini contro l’umanità, di Washington in almeno tre altri territori d’oltremare: Iraq, Afghanistan e Pakistan.

Le conseguenze delle azioni recenti di Israele, dimostrano chiaramente che la comunità internazionale si trova, ora, di fronte alla minaccia mortale rappresentata da questo asse USA-Israele; un asse in permanente stato di guerra contro il mondo:

Le testimonianze degli operatori umanitari, rilasciate dopo giorni di reclusione, sono nettamente in contrasto con la posizione ufficiale israeliana, che sostiene che le sue forze armate hanno agito pesantemente per legittima difesa. Gli operatori umanitari corroborano le prime immagini satellitari che mostrano che le forze israeliane hanno aperto il fuoco sulla flottiglia, prima e durante l’abbordaggio di queste navi. Gli esami autoptici turchi sui nove morti, affermano che sono stati uccisi con fino a 30 colpi a bruciapelo.

I risultati dei patologi turchi, hanno anche dimostrato che un 60enne, Bilgen Ibrahim, è stato colpito quattro volte nelle tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena. Fulkan Dogan, 19enne, è stato colpito cinque volte, in faccia, nella parte posteriore della testa, due volte alla gamba e una volta alla schiena, da una distanza di meno di 45 centimetri“, riferisce Press TV. [1] Eppure, tale uso eccessivo di forza letale contro i civili, continua ad essere giustificata dai leader del governo israeliano e, tacitamente, da Washington.

Poche ore prima l’intercettazione della ‘Rachel Corrie’, il ministro degli esteri di Israele, Avigdor Lieberman, ha dichiarato: “fermeremo la nave, e anche qualsiasi altra nave che cercherà di danneggiare la sovranità israeliana.” Notare l’affermazione ridicola che una nave con aiuti umanitari, verificato a livello internazionale, “danneggia la sovranità israeliana“. Tale mentalità, è evidentemente al di là di ogni dialogo razionale o supplica.

La stessa mentalità distorta si rivela anche dalle notizie di stampa secondo cui, a uno dei commando israeliani coinvolti nel raid sulla Mavi Marmara, identificato solo come “sergente S“, è stata concessa una medaglia al valore per la sua solitaria uccisione di sei civili.

Questa molteplice violazione delle leggi internazionali, da parte di Israele, viene perversamente giustificata dai leader israeliani, con il sostegno degli Stati Uniti, dimostra che il mondo ha di fronte, difatti, una sfida imminente e virulenta, alla pace. Questo asse USA-Israele deve essere affrontato dalla comunità internazionale, e deve rendere conto sul piano legale. Il problema è che l’attuale quadro internazionale, sotto le Nazioni Unite, non è chiaramente all’altezza del compito. La quarantena e la disattivazione della macchina da guerra Israele-USA richiederà un nuovo quadro internazionale, forse guidato dai membri in crescita del Movimento dei Paesi Non Allineati, come ad esempio il Brasile, la Turchia e la Malaysia. Una cosa è certa dalla massiccia esplosione di rabbia e di sdegno pubblico in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti e l’Europa, a una tale iniziativa, sarebbe di fondamentale importanza il sostegno popolare.

di Cunningham Finian

09 giugno 2010

La "finanza creativa" dei nostri partiti

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Vuoi vedere che i soldi pubblici se li sono già spesi? Eccolo, il dubbio che ti coglie davanti alla scelta dei partiti (tutti, di destra e di sinistra, governativi e di opposizione, bianchi, rossi e verdi padani salvo flebili eccezioni radicali...) di immergersi in un silenzio totale di fronte a una domanda. Quella che si stanno ripetendo, frementi di indignazione, alcuni milioni di cittadini: se la crisi è così «drammatica» da obbligare il governo a bloccare gli stipendi agli statali fin dalla prossima busta paga possibile, come mai il Palazzo si prende il lusso di non tagliare immediatamente i rimborsi elettorali ai partiti, che per primi dovrebbero dare l’esempio?
La Spagna di Zapatero (quella Spagna su cui tanti abbozzano oggi sorrisetti ironici...) ha 575 parlamentari, circa metà degli italiani, e un costo dei Palazzi e dei partiti infinitamente più basso di quello dei nostri, eppure già nel 2008, quando fu chiaro che la crisi sarebbe stata pesante, decise di dare un taglio netto e immediato al finanziamento pubblico, da 136 a 119 milioni di euro: il 13%. Da noi no. Non solo il calcolo di un euro di rimborso a elettore per le «politiche» al Senato si continuerà a fare contando il numero degli elettori della Camera, che sono ovviamente molti di più. Non solo il taglio non sarà del 50% come aveva inizialmente fatto intendere Tremonti ma solo del 10% (ammesso che non scenda ancora...) ma la prima sforbiciata arriverà come è noto alle prossime politiche del 2013, la seconda alle prossime
europee del 2014, la terza alle prossime regionali del 2014. Quando un maestro, a causa dell’inflazione, avrà già subito un taglio (i calcoli sono di Tuttoscuola diretto da Giovanni Vinciguerra) fino al 15% dello stipendio contro uno del 5% per chi, dallo stesso Stato, riceve 20 mila euro al mese.
Perché? La risposta, che spiegherebbe l’imbarazzata scelta unanime di adottare la tattica del pesce in barile (zitti, allineati e coperti), sarebbe nel fatto che un po’ tutti i partiti, una volta passata la legge che distribuiva i denari, si sarebbero precipitati in banca: «Noi dobbiamo avere, da qui alle prossime elezioni, tot denari: ce li anticipate subito e poi vi rivalete sulle pubbliche casse?». Morale: se venissero bloccati oggi, immediatamente, quei rimborsi, i partiti dovrebbero restituire soldi che hanno speso prima ancora di averli. E questo anche certi partiti che, mentre l’imitavano sottobanco, criticavano Tremonti per le cartolarizzazioni e altri interventi di finanza «creativa».
Non bastasse, c’è chi si è spinto a spiegare anonimamente la scelta di non dare un taglio radicale ai contributi con parole che mai e poi mai saranno dette pubblicamente: se la riduzione fosse troppo robusta, alcuni partiti, presi con l’acqua alla gola e incapaci di ridurre le spese, potrebbero tornare alle cattive abitudini di un tempo... Mica male, come spiegazione...
di Gian Antonio Stella

Sionismo come psicopatia




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Israele deve fare la guerra a qualcuno almeno ogni 2 anni. Ma l’ansia, l’angoscia paranoica su sfondo di delirio messianico resta, perchè la situazione psicotica è senza uscita e sale periodicamente. Poichè qui si cerca di mantenere la ragione, ci sia consentito dare onore ai cittadini turchi: hanno difeso la loro nave con la loro bandiera. La prossima volta dovrebbero portarsi dietro anche del prozac.

Sulle TV gira e rigira il video, preso dai commandos israeliani attraverso i visori notturni, che mostra le teste di cuoio bastonate da alcuni passeggeri, uno anche buttato giù dal ponte superiore. Naturalmente, è la prova che basta ai Feltri e ai Furio Colombo: «Altro che pacifisti», «Gli israeliani hanno fatto bene a sparare», «si sono dovuti difendere», e via delirando. Feltri, 2 giugno: «Così i ‘pacifisti’ linciavano i soldati». S’è preso la medaglia di InformazioneScorreggia del noto Pezzana, passato dal Fuori al dentro (il manicomio).

La violazione gravissima del diritto internazionale non viene più menzionata: ormai è «autodifesa». Giustamente, un sito russo propone: provate a pensare che fosse avvenuto il contrario. Che un commando iraniano si fosse calato dagli elicotteri su una nave mercantile israeliana, e fosse stato accolto così. I titoli sarebbero stati: «Civili israeliani difendono eroicamente il suolo patrio, a mani nude contro un commando nemico, sfidando la morte certa». Già, perchè una nave è un pezzo del suolo della patria di cui innalza la bandiera. Ci sarebbero state medaglie d’oro ai sopravvissuti e alle memoria dei morti, funerali di Stato, condoglianze dei governi europei, condanna senz’appello degli aggressori e del loro regime, anzi missili su Teheran. L’indignazione per la violazione armata di una nave-passeggeri israliana in acque internazionali sarebbe alle stelle. «Hanno fatto bene a bastonare», scriverebbe Vittorio Feltri.

Invece, mostrano le armi degli «amici dei terroristi»: Le biglie, le fionde. Le asce: che fanno parte dell’attrezzatura presente su ogni nave (c’è almeno un’ascia in ogni scialuppa di salvataggio, proprio quelle con la testa tinta di rosso). Dicono di aver trovato delle pistole, e nemmeno questo è strano: un’arma o due sono sempre in dotazione del comandante.

Nell’ipotesi rovesciata, questi oggetti sarebbero mostrati come la commovente prova dell’eroismo dei civili: invece di arrendersi a torme di teste di cuoio di Ahamdinejad calatesi dagli elicotteri armati, dotati di mitragliette e giubbotti antiproiettili, hanno tentato una disperata difesa con quel che avevano sottomano.

Poichè qui si cerca di mantenere la ragione, ci sia consentito dare onore ai cittadini turchi bastonatori, visto che le vittime della strage ebraica sono per lo più turche: hanno difeso la loro nave con la loro bandiera. Il che dà una piccola idea di cosa siano i turchi come combattenti; gli inglesi lo sanno dal tempo in cui ebbero a che fare con gli irriducibili, baffuti difensori di Gallipoli (no, non la Gallipoli di D’Alema) a baionetta inastata nel 1915. I soldati israeliani, e i loro comandi, dovrebbero prenderne nota, se mai gli venisse l’idea di fare una delle loro guerre alla Turchia.

Ma non gli verrà. Mentre i nostri sionisti da redazione, da bar e da blog sono tutti con l’elmetto in testa ed esultano per la strage, i commenti israeliani hanno tutt’altro tono: fioccano gli «idioti, idioti, idioti» al loro governo, si chiedono le dimissioni del più idiota di tutti, il ministro della Difesa Ehud Barak, si piange e ci si arrabbia per il «fallimento della nostra intelligence» un tempo così astuta, si ulula perchè «ci siamo mostrati deboli, vulnerabili», al punto che – è il motivo dominante – «abbiamo perso ancora una volta la nostra deterrenza».

«Ancora una volta», perchè già persero la loro deterrenza nel 2006, quando col pretesto di una scaramuccia di frontiera lanciarono un attacco totale, lungamente preparato, contro Hezbollah, sicuri di una facile vittoria, e si trovarono invece nei guai grossi: un nemico imprevedibilmente determinato e militarmente capace e disciplinato inferì loro un sorprendente numero di morti, la distruzione di una quantità dei loro amati tank invulnerabili Merkava, provocò scompiglio e confusione, organizzò tranelli in cui i generali sionisti caddero come pere cotte. In compenso, spianarono totalmente dall’aria l’intero Libano.

«I combattenti Hezbollah hanno attaccato obbiettivi militari, mentre gli israeliani fin dal primo giorno hanno ammazzato civili e colpito le infrastrutture del Libano», disse Nasrallah, il capo di Hezbollah. Anche allora, fu un fallimento, tanto che i generali furono messi sotto inchiesta dalla commissione Winogradow.

Il dubbio di aver intaccato la propria deterrenza divenne parossistico, una sindrome d’angoscia. E’ stato per calmare la sidrome d’angoscia che gli israeliani, in fondo, hanno scatenato l’immane massacro di Piombo Fuso nel 2008: si sono scelti un bersaglio facile, gli affamati di Gaza, metà dei quali sotto i 15 anni, che sapevano disarmati e debilitati dall’inedia; e per non correre rischi misero in linea tutta l’artiglieria pesante, le bombe al fosforo bianco, l’uranio impoverito, le bombe al tungsteno che provocano cancrene e mutilazioni. Ammazzarono bambini e mamme con la bandiera bianca, incenerirono ambulanze e ospedali, distrussero panetterie e magazzini di alimenti dell’ONU: moltiplicarono i crimini di guerra e le atrocità, violarono tutte le convenzioni, per calmare l’angoscia di non essere abbastanza temuti. E sono riusciti a far dimenticare la strage censurando come «antisemiti» tutti i media che davano le notizie dell’orrore, e anche il rapporto Goldstone.

Anche allora, il successo non li convinse del tutto. L’ansia rimase. Come ripete giustamente la Nirenstein, da allora «l’antisemitismo cresce in Europa» a livelli spaventosi, anzi «si è saldata l’alleanza tra neri e rossi», tra gruppi di destra e di sinistra, unitisi ai «terroristi islamici» per «demonizzare lo Stato ebraico», minacciato (si capisce) nella sua stessa esistenza.

Fateci caso. Fuoco sul Libano, 2006. Fuoco su Gaza, 2008. E adesso, strage sulle navi della pace, 2010. Ogni due anni – non contiamo qui il bombardamento aereo di una fantomatica installazione atomica siriana, nè le violazioni continue dello spazio aereo libanese, fatte negli intervalli giusto per calmare i nervi – Israele deve colpire qualche vicino, fare la guerra a qualcuno.

Non può farne a meno. Regolarmente, ogni due anni, l’ansia giunge allo spasimo, e bisogna sfogarla sparando, versando sangue, seminando macerie fumanti: altrimenti il sionista non si sente sicuro e tranquillo.

Molti anni fa, il celebre psichiatra professor Cassano, in un’intervista, mi spiegò che l’ansia parossistica, intollerabile – l’angoscia – accompagna «sempre» le malattie mentali gravi. Il paranoico, lo schizofrenico, lo psicotico in genere, hanno come sintomo concorrente del loro stato, l’angoscia. E’ l’angoscia che ossessiona le loro notti, che li fa fumare come ciminiere, che fa loro cercare l’oblio nell’alcol. E’ l’angoscia che spinge gli psicotici a «fughe» compulsive da casa o dal manicomio, incapaci di star fermi; salgono su treni e raggiungono qualche città lontana, sconosciuta, dove sono sconosciuti – non a caso in certi Paesi più civili, i malati mentali vengono forniti di un pass gratuito per le ferrovie, che al controllore avvertito dà notizia dello stato di quel passeggero.

L’angoscia è un sintomo onnipresente dello stato psicotico, mi spiegò Cassano, perchè il malato sente oscuramente che la sua mente è fuori dal suo controllo. E tuttavia – fatto curioso – proprio i malati mentali più gravi sono quelli che negano la loro malattia. Mentre il nevrotico e persino il depresso se ne rendono conto, e chiedono aiuto, lo schizofrenico e il paranoico vivono nella convinzione che loro sono perfettamente sani; sono gli altri – quelli che gli consigliano il ricovero – ad essere pazzi, o in combutta con una vasta misteriosa cospirazione ai loro danni.

Gli psicotici si ritengono sani; per loro, è il mondo attorno a loro ad essere gravemente alterato, e ne hanno le prove. Lo schizofrenico pensa: come fanno gli altri a non accorgersi come me che il mondo è diventato viola, che le sedie hanno intenzioni maligne, e che il sole non sorge più? Eppure è così evidente! Il paranoico: il Vaticano ci sta uccidendo con le onde-radio: le sento nella mia testa. Mia moglie dice che non le sente: è chiaro che è già stata irretita dal Vaticano, fa parte della congiura. E lo psichiatra? Peggio ancora: lui è uno dei capi della congiura universale, un complice che la sa più lunga.

Paranoici e schizofrenici diventano sospettosi, sfuggono agli altri e specialmente ai curanti, e ai familiari. Pensano deliranti: non è colpa loro, le onde li hanno completamente asserviti; però sono pericolosi, perchè cercano di imprigionarmi. Sono costretto ad uccidere mia moglie. Aspetto che si addormenti, e poi con il coltello di cucina...

A me pare che questa sintomatologia sia diventata sempre più palese in Israele, e negli israeliani di complemento. Sospettosità paranoica: il mondo è pieno di antisemiti, c’è una congiura universale per eliminare lo Stato d’Israele; si vuol ripetere l’olocausto, siamo ancora lì davanti alle camere a gas; bisogna continuamente vegliare, smascherare l’antisemita che si nasconde nel vicino, nell’amico.

Anzi, proprio l’amico che ti implora di tornare in te, quello è il peggiore: un agente del Vaticano, di Pio XII, un nazista rosso-nero in combutta coi verdi islamici. Guardate quell’Obama: si finge nostro servo, si profonde in dichiarazioni filosemite, ci regala 3 miliardi e mezzo di dollari come Bush, però è un islamico mascherato: di nome fa Hussein… E quel Goldstone? E quel Finkelstein? E questo Uri Avneri, questo Gilad Atzmon? Dio scampi! Sono ebrei, ed è proprio questo che ci rende ancora più sospettosi: il Nemico ormai si è infiltrato anche fra noi, ormai ci circonda da ogni parte; Pio XII li teleguida con le onde. Noi siamo deboli, vulnerabili; cosa possiamo fare per difenderci, se tutto il mondo è contro di noi? Dobbiamo usare tutta la nostra forza, tutte le nostre bombe. Non ne abbiamo mai abbastanza, di bombe. Se necessario (come dice Van Creveld), prima che loro ci eliminino, trascineremo il mondo giù con noi nell’abisso nucleare.

E naturalmente, come sintomo concomitante, l’angoscia che sale periodicamente, fino al parossismo. Lo psicotico reagisce con la fuga in treno o ammazzando la moglie e aggredendo gli infermieri; l’israeliano, scatenando una guerra qualunque contro un vicino qualunque. Tanto, lo sa e ne è sicuro, non c’è un vicino innocuo, tutti vogliono la sua morte, il suo olocausto. Guardate la Turchia, per esempio: amica amica, ma adesso s’è tolta la maschera.

E ad ogni guerra, l’angoscia non si placa che per poco. Subito il sionista constata che «il successo tattico» c’è stato, ma s’è rovesciato in «fallimento strategico» e in una sconfitta politica. Il mondo non ci accetta, non ci riconosce il rispetto assoluto dovuto a noi vincitori assoluti, e così la nostra vittoria è sempre dimezzata, insoddisfacente. Naturalmente, è colpa del mondo, che sta coi terroristi islamici. Con Ahmadinejad, con Hitler, con Ratzinger.

Ma il fatto è che la nostra deterrenza non è assicurata una volta per tutte: i nostri capi non avevano ben chiaro lo scopo strategico dell’azione, ed hanno fallito. Bisogna mettere al governo altri generali più capaci, che ci portino alla vittoria. Bisogna far tacere i media che ci insultano, bisogna smascherare ancor più falsi amici. Vegliare; non è permesso dormire... ah, l’insonnia che uccide! La mia testa! E’ Pio XII, il Papa nazista, con le onde.

La situazione psicotica è infatti senza uscita. La deterrenza totale non viene mai raggiunta da chi vive nella malattia mentale. Lo scopo strategico fallisce perchè non c’è stato alcuno scopo strategico nell’aggressione alle navi pacifiste, ma solo uno scatto paranoico, una risposta psicotica d’impulso alla vulnerabilità delirante percepita, senza calcolo previo delle conseguenze.

Questa ansia per la deterrenza ha poi un fondamento inconfessato, ma condiviso dagli israeliani di casa e da quelli di complemento: siccome l’era messianica deve essere un’era di vittoria e di affermazione assoluta, dove tutti i goym saranno nostri servi docili e silenti, e su loro avremo il totale dominio, il fatto che il «successo tattico» si sia trasformato anche questa volta in «fallimento strategico» e d’immagine, potrebbe voler dire che l’era messianica non è ancora arrivata, e che forse noi non siamo il Messia. Perchè il Messia – come sanciscono tutti i rabbini – non può perdere, e nemmeno ha bisogno di trattare e di negoziare, di cedere qualcosa. Il Messia è per definizione il Vittorioso, quello che regge i popoli con «verga di ferro».

Che angoscia, a questo solo pensiero! No, presto: una guerra nuova, attacchiamo l’Iran, rassicuriamoci mostrando la nostra onnipotenza militare, facciamoci temere una volta per tutte! Siamo o no il Messia?

Insomma: sindrome d’angoscia paranoica su sfondo di delirio religioso-messianico di persecuzione.

Pensateci: non è questa la descrizione psicologica di Fiamma Nirenstein? Di Angelo Pezzana, di Furio Colombo, di Ferrara?

Inutile dir loro che sì, i loro soldati hanno fatto un’altra volta una figura schifosa, per due ragionevoli motivi: uno, che l’abitudine ad angariare delle casalinghe ai posti di blocco con Gaza, a sparare su bambini che lanciano sassi, o a sradicare oliveti di contadini inoffensivi in Cisgiordania, non prepara i soldati ad un vera guerra, anzi nemmeno ad un pestaggio di cittadini turchi incazzati.
Si sono abituati alla comodità, e la guerra è bella ma – lo dice il proverbio – scomoda.

Il secondo motivo è: l’esercito israeliano ha troppo imparato, ed è troppo attrezzato, dal Pentagono americano, che non riesce a produrre altro che un esercito di m…, di paurosi che sparano per paura a passanti iracheni, e sterminano feste matrimoniali afghane coi droni, e in dieci anni d’occupazione violentissima e superiorità schiacciante aria-terra-mare non riescono a soggiogare guerriglieri veri, tradizionali, ancorchè senza aviazione, e senza i fondi colossali del Pentagono.

Inutile, perchè ci chiamerebbero ancora un volta antisemiti. Il sionista non va convinto con la ragione, eppure è pericoloso, perchè ha 200 bombe atomiche, e perchè il suo delirio è contagioso, ha infettato già anche Feltri...

Se il sionismo è una sindrome psicotica, suggerirei – in attesa che si pronuncino i luminari della psichiatria – di combatterlo col Prozac. E magari col Serenase, o col Litio, che dicono far miracoli nei casi più disperati.
di M. Blondet

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Giunti al quarto anno, al millesimo articolo su questo blog dovrei essere contento ma, non è così.
Una amarezza spirituale difficile da colmare. Uno spazio nel web pensato per riflettere idee e pensieri nascosti o dimenticati è diventato un diario di soprusi diventati a loro volta legali, da, governi lontani dai bisogni reali dei cittadini e dei popoli. Non era questa la mission, ma adesso questa è la realtà. Vorrei chiudere con una massima :
"Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa , costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta"
(Buckminster Fuller).
Cambiamola insieme, dammi un punto (d'appoggio) di riferimento che ti (solleverò) modificherò il mondo.

08 giugno 2010

L'indegno baraccone

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L’intervento telefonico a Ballarò dell'onnipresente Silvio Berlusconi (nel pomeriggio aveva partecipato al ricevimento del Quirinale per la Festa della Repubblica democratica con quell'"allegra spensieratezza" – così riferiscono le cronache – che certamente si conviene a un presidente del Consiglio di un Paese in crisi), il quale dopo aver dichiarato che “non è accettabile sentire in una Tv di Stato certe menzogne!”, ha buttato giù la cornetta, con la signorilità che sempre lo contraddistingue, ha suscitato il solito canaio. Floris si è preso la parte dell'eroe perché ha replicato che “è inaccettabile in una tv che si inizi un dialogo, ma poi si insulti e si butti giù il telefono” e ha avuto l'approvazione del presidente della Rai Paolo Garimberti. In risposta Paolo Romani, viceministro Pdl con delega alle Comunicazioni, ha stilato una sorta di "lista di proscrizione" in cui ha infilato una serie di conduttori e di trasmissioni di sinistra. Sono insorti i consiglieri di Amministrazione di centrosinistra Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten mentre Garimberti difendeva "l'autonomia della Rai".

Sono tutte questioni di lana caprina: non esiste alcuna "autonomia della Rai". Da sempre la Rai, Ente di Stato, e quindi di tutti i cittadini, è occupata arbitrariamente e illegittimamente dai partiti, cioè da delle associazioni private cui la Costituzione dedica un solo articolo, il 49, che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere... a determinare la politica nazionale”. Una funzione, come si vede, che non c'entra niente con la Rai-Tv, né in alcuna legge ordinaria sta scritto che i partiti abbiano diritto di impossessarsene. Invece così è, come tutti sanno. Antonio Marano, il direttore di RaiDue, è un leghista, Minzolini un berlusconiano doc, Vespa da quindici anni è sdraiato come una sogliola ai piedi del presidente del Consiglio, Santoro appartiene a una delle cricche del Pd, RaiTre è appaltata alla sinistra, il Consiglio di amministrazione, Garimberti compreso, è diviso fra esponenti del centrodestra e del centrosinistra.

Inoltre, come mi ha spiegato Daniele Luttazzi (l'unica, vera vittima dell'"Editto bulgaro", escluso "in saeculam saeculorum" dalla Tv pubblica nonostante a teatro faccia 6000 spettatori a sera) in Rai esistono delle subcricche che fanno comunque capo a qualche padrino politico. La Rai è spartita secondo il più rigoroso manuale Cencelli che cambia le sue geometrie a seconda di chi è al governo in quel momento, ma non la sostanza delle cose. Come se ne esce? Finché l'Italia resta questa non se ne esce. Dovrebbero essere i partiti a spazzar via dalla Rai i partiti.

È come chiedere a un vampiro di succhiare il proprio sangue. I partiti, che hanno trasformato la democrazia italiana in un sistema di oligarchie e di aristocrazie mascherate, diciamo pure: di mafie, sono i padroni del Paese. Oltre e al di là della Rai hanno occupato tutte le Istituzioni dello Stato, presidenza della Repubblica, presidenza del Consiglio, governo, le amministrazioni regionali, provinciali, comunali, parte del Csm, le aziende parastatali, le Spa comunali, gli ospedali, le Asl, le banche, gli ex Iacp, gli enti culturali, le aziende di soggiorno, le terme, i porti, gli acquedotti, i teatri, i conservatori, le mostre e anche vaste fette delle professioni. Il "sistema Mastella" e i recenti scandali ci dicono che in Italia non si può fare nemmeno il chirurgo o l'architetto senza baciare la babuccia del boss di turno o di zona. Siamo tornati alla vergogna della "tessera del pane" di fascista memoria. Solo un evento traumatico, come fu allora la guerra e oggi un'acutissima crisi economica, potrebbe spingere gli imbelli italiani, pecore da tosare, asini al basto, a ribellarsi e a buttare all'aria l'indegno baraccone paludato da democrazia e mandare i responsabili a zappare la terra. Possibilmente per seppellirvicisi.

di Massimo Fini

07 giugno 2010

Spiro Latsis e l'Impero britannico esteso


Una grossa fetta dei 145 miliardi di euro di soldi dei contribuenti promessi dall'UE alla Grecia andrà alle banche di proprietà del miliardario greco Spiro Latsis (il greco più ricco al mondo), rampollo di una delle più grosse famiglie di armatori e proprietari di banche.

A quanto risulta, le banche che appartengono alla holding di Latsis, la European Financial Group EFG SA, detengono 12 miliardi di euro di BOT greci. Alla fine dell'anno scorso il gruppo ha spostato la sede ufficiale dalla Svizzera al Lussemburgo, un paese dell'Eurozona. Con questa mossa, la EFG Eurobank, la filiale greca che possiede i 12 miliardi di titoli dello stato greco, è stata riclassificata diventando una banca "greca", dunque idonea a beneficiare dei fondi UE e della Banca Centrale Europea. Il caso è stato denunciato nel magazine politico del primo canale della televisione tedesca, ARD, il 21 maggio. L'esposizione totale del gruppo di Latsis è però ben maggiore dei 12 miliardi denunciati da ARD. Una fonte alla Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea ha confermato che le banche del gruppo EFG detengono oltre 60 miliardi di Euro di debito greco (sia pubblico che privato) dal settembre 2009, il che significa che questa cifra potrebbe essere più alta nel frattempo.

A rendere ancor più fosco lo scandalo, è stato rivelato che Jose Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, ha trascorso svariate vacanze con la sua famiglia sullo yacht di Latsis, l'Alexandros. Lo staff di Barroso nega ogni conflitto di interessi, ma il Presidente della Commissione UE ha esercitato fortissime pressioni sulla Germania affinché concedesse gli aiuti.

Mentre i media definiscono questo uno scandalo "greco", in realtà esso è uno scandalo dell'Impero britannico, in quanto l'impero finanziario e navale dei Latsis fa parte dell'Impero britannico esteso. Un altro ospite regolare sullo yacht Alexandros è il principe Carlo. Non sorprende, in quanto suo padre, il principe Filippo d'Edimburgo, è un membro della famiglia reale greca, messa al trono nel XIX secolo dall'Impero britannico. Filippo è cugino del deposto re di Grecia, Costantino, che ora vive a Londra ed è il padrino del nipote di Filippo, il principe William. Una volta deposto, e quando gli furono negati i soldi dei contribuenti greci, Costantino, in cambio di poco lavoro, ricevette un generoso salario dalla famiglia Latsis.

John Latsis, padre di Spiro Latsis, era vicino alla famiglia reale saudita ed ha costruito alcune delle raffinerie di petrolio del paese ed altri progetti edili, mentre si occupava delle spedizioni del petrolio saudita. Ha fatto una fortuna grazie allo spot market del petrolio creato dall'oligarchia anglo-olandese. Suo figlio, Spiro, ha studiato alla London School of Economics nello stesso periodo in cui era iscritto anche l'attuale Primo ministro greco George Papandreou.

Stando ad un articolo della stampa finanziaria, il "boss dietro l'impero finanziario dei Latsis" è il banchiere svizzero Jean Pierre Cuoni che, tra il 1990 ed il 1994, è stato amministratore delegato della Coutts and Co. Private and Commercial Banking, la stessa Coutts che per generazioni funse da banca privata della famiglia reale britannica. Nel 1969 fu acquisita dalla banca commerciale britannica NatWest, assorbita a sua volta dalla Royal Bank of Scotland. Nel 1995 Cuoni, insieme ad altri tre dirigenti della Coutts, decise di creare una nuova banca specificamente modellata sul vecchio modello di banca privata per rispondere alle esigenze di tutti i "clienti ultra ricchi" e chiese aiuto a Spiro. Fu deciso di usare la Banque des Dépots di Latsis a Ginevra, insieme alla filiale svizzera della Royal Bank of Scotland, appartenente al Gruppo Inter-Alpha, per costituire lo European Financial Group.

Il gruppo include il braccio bancario privato costituito dalla EFG International di Zurigo, con un capitale di 90 miliardi di franchi svizzeri, la EFG Eurobank Egasias SA di Atene, e la EFG Bank European Financial Group SA di Ginevra. I tre sottogruppi vengono gestiti dal quartier generale al Lussemburgo denominato European Financial Group EFG SA.

by (MoviSol)

06 giugno 2010

La Germania potrebbe uscire dall'Euro "dalla sera alla mattina"



Diversi notiziari e bollettini finanziari tedeschi riportano le forti dichiarazioni di Ansgar Belke, direttore di ricerca nell'Istituto tedesco per la Ricerca Economica (DIW - Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung): in perfetto accordo con i tempi, l'economista ha valutato che "legalmente, un'uscita volontaria dall'unione monetaria è possibile". Belke è entrato nei dettagli dicendo che "in primo luogo, il marco tedesco dovrebbe essere reintrodotto come unità di conto, con un cambio fisso [rispetto all'euro] per circa un anno. Durante tale periodo, l'euro rimarrebbe la moneta ufficiale mentre verrebbero stampate e coniate [rispettivamente] nuove banconote e monete, destinate a circolare [legalmente] l'anno successivo. Tutte le monete e le banconote in euro sarebbero quindi abolite e l'euro diventerebbe a sua volta una unità di conto. Nell'ultima fase, il cambio valutario tra le due monete sarebbe sospeso, e il marco tedesco ritornerebbe nuovamente indipendente".

Benché Belke ci stia spiegando come si potrebbe, a suo avviso, abbandonare l'euro, non è favorevole a queste misure.

Alfonso Tuor, economista e vicedirettore de Il Corriere del Ticino, già in colloquio con MoviSol sulle frequenze di Radio Padania, si è spinto oltre. In un'intervista per l'EIR, ha sostenuto che "l'uscita della Germania dall'euro deve avvenire dalla sera alla mattina. Non si può fare in un anno; deve essere fatto dalla sera alla mattina, o in un fine settimana. L'annuncio deve essere dato a sorpresa, per esempio dicendo: 'Avete tempo 30 giorni per convertire i vostri euro in marchi tedeschi, e decidere se volete che il vostro debito sia denominato in marchi o in euro'... Deve essere fatto come Nixon fece con l'oro".

La questione del changeover fisico tra le monete è irrilevante, per Tour. "Il denaro circolante è davvero poco. Le masse monetarie sono principalmente elettroniche". Il cambio tecnico tra banconote "è un gioco da ragazzi", da potersi fare successivamente.

Tuor è convinto che la Germania uscirà dall'unione monetaria nel giro di 2-3 mesi, "o anche in un mese". Infatti, nel sistema finanziario "sta venendo giù tutto". Ha poi aggiunto: "Non vedo chi possa intervenire" per fermare questo processo. Il crollo dei mercati azionari sta dando altri effetti, nello svalutare i collaterali delle banche. È una reazione a catena.

"Sono convinto che la partecipazione della Germania nel pacchetto di salvataggio sia il prezzo pagato da quella nazione per uscire dall'euro", ha concluso. In altre parole, presto la Germania dirà: abbiamo già dato, ma ora è finita. Torniamo al marco.

by (MoviSol)