Strategie per minare e indebolire la Cina come potenza globale emergente Gli Stati uniti hanno sviluppato una strategia dettagliata, complessa e ramificata per minare l'ascesa della Cina a potenza globale. La strategia include mosse economiche, politiche e militari studiate per indebolire la crescita dinamica cinese e contenere la sua espansione all'estero. Strategie economiche Washington, appoggiata dalla stampa finanziaria più autorevole, così come dai principali economisti ed "esperti", sostenne che occorreva intervenire nelle politiche economiche interne cinesi con misure pensate per smembrare il suo modello di crescita dinamica. La richiesta più diffusa è che la Cina sopravvaluti la sua valuta in modo da corrodere i suoi margini di competitività e indebolire le industrie impegnate nell'esportazione dinamica [28]. Nel passato, tra il 2000 e il 2008, la Cina ha rivalutto il suo tasso di scambio del 20%, riuscendo comunque a duplicare le proprie esportazioni verso gli Stati Uniti [29]. Ci sono riusciti aumentando la produttività, diminuendo i tassi di profitto e migliorando i controlli di qualità. Inoltre, il problema dei bilanci negativi per gli affari statunitensi è un problema cronico e mondiale - gli USA hanno bilanci negativi con oltre 90 paesi, inclusi Giappone e Unione Europea [30]. La coalizione anti-cinese, guidata dal complesso Washington - Wall Street, ha continuato a fare dure pressioni su Pechino affinché deregolamentassi il proprio settore finanziario per facilitare la scalata dei mercati finanziari cinesi, invocando violazioni di "scambi ed investimenti". La Casa Bianca vede nel potente settore finanziario l'unica leva attraverso la quale conquistare le vette di comando dell'economia cinese, attraverso fusioni ed acquisizioni. Questa campagna ha perso forza durante le crisi del periodo 2008 - 2010, indotta dall'attività speculativa di Wall Street. Il sistema finanziario cinese ne è stato a mala pena colpito, grazie alla sua struttura di regolamentazione pubblica e grazie ai vincoli sull'ingresso delle banche statunitensi. Washington ha imposto misure protezioniste, contrarie alle regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, sotto forma di tariffe sulle esportazioni cinesi di acciaio e abbigliamento, e il Congresso ha minacciato una tassa del 40% su tutte le esportazioni cinesi negli Stati Uniti - un invito ad una "guerra d'affari". Gli Stati Uniti hanno bloccato svariati investimenti cinesi a larga scala, nonché l'acquisto di compagnie petrolifere, società tecologiche e altre imprese. In opposizione a questo, la Cina ha permesso alle multinazionali statunitensi di investire decine di miliardi di dollari e di subappaltare in vari settori dell'economia cinese. La Cina, come potenza mondiale emergente, è sicura del fatto che la propria economia dinamica può arginare le corporazioni statunitensi nella loro crescita, mentre gli Stati Uniti, di fronte al deterioramento della propria posizione, si preoccupano per qualunque accelerazione della "scalata cinese", una preoccupazione generata dalla fragilità economica, nascosta e camuffata da una retorica di "minaccia alla sicurezza". Washington ha incoraggiato gli investitori oltreoceano e i fondi di investimento a sovranità cinese a creare un collegamento con le società finanziarie statunitensi impegnate in attività speculative, sperando così di rafforzare l'afflusso di capitali negli Stati Uniti e di creare una "cultura della speculazione" in Cina, per indebolire la produzione di capitale nell'apparato di pianificazione statale. La Casa Bianca ha intensificato le sue minacce di rappresaglia economica in modo da minare ed escludere le esportazioni cinesi, oltre ad assicurare concessioni che compromettano la legittimità politica interna dei suoi governanti, se e quando dovessero accettare i dettami di Washington. I leader politici cinesi che dovessero concedere agli Stati Uniti la possibilità di decidere le politiche economiche interne provocherebbero pesanti opposizioni da parte degli uomini d'affari e dei lavoratori, che sono prevenuti nei confronti di quelle politiche. Una volta compromessi e indeboliti, messi di fronte ad un'opinione pubblica indiammata, i leader cinesi affronterebbero le pressioni interne ed esterne - mettendo a serio rischio la stabilità della Cina. Washington ha dato vita ed orchestrato una campagna sui media internazionali, mobilitando il Fondo Monetario internazionale e l'Unione Europea per indebolire il modello industriale cinese, accusando la sua ascesa come potenza mondiale del proprio declino. Dai principali cronisti della stampa finanziaria "seria" alla sensazionale stampa scandalistica a grande tiratura, dai leader politici del Congresso ai funzionari anziani dell'esecutivo, ai proprietari di aziende manifatturiere non competitive e sindacalisti burocrati di un movimento laburista moribondo, è stata allestita una campagna per "affrontare" la Cina con una schiera di crimini e peccati che si estendende dalla competizione scorretta, salari bassi, sussidi statali, fino alla qualità scadente e alla scarsa sicurezza dei prodotti. Gli accademici, gli economisti, i consulenti, gli esperti finanziari statunitensi e inglesi profondamente radicati nell'impero hanno incoraggiato le proprie controparti cinesi, così come gli investitori e i politici stranieri, a diffondere politiche in linea con le richieste della Casa Bianca. Lo scopo era di facilitare l'ingresso statunitense e di limitare l'espansione cinese verso l'estero. Ogni giorno gli "esperti" statunitensi scroprivano nuover ragioni per invocare una "crisi imminente" in Cina: l'economia sta rallentando, o crescendo troppo in fretta; una "bolla" è pronta ad esplodere nel campo immobiliare [31]; le banche sono sovraccaricate da debiti, ponendo il sistema finanziario a rischio di collasso; l'inflazione sta crescendo senza controllo; gli investimenti oltreoceano stanno seguendo percorsi coloniali; l'economia è sbilanciata, troppo legata all'esportazione e non al consumo interno; la competitività delle esportazioni è uno dei fattori principali di squilibrio negli affari globali; i rapporti con la crescite economica asiatica minacciano la sicurezza nazionale cinese, ecc... Queste e molte altre argomentazioni, presentate come serie analisi economiche sul Financial Times, il Wall Street Journal e il New York Times, sono studiate per incolpare la Cina delle debolezze e del declino della competitività economica statunitense nel mondo. Lo scopo è quello di influenzare ed esercitare pressioni sui neoliberali cinesi "malleabili" o "accomodanti" affinché cambino le loro politiche. Cosa altrettanto importante, queste "critiche" sono pensate per unificare l'élite degli affari, della politica e militare, oltre a giustificare azioni aggressive nei confronti della Cina. Il problema di base con le analisi di questi esperti è che sono stati confutati dalla continua crescita dinamica della Cina, dalla sua abilità a gestire e regolare i prestiti finanziari per prevenire l'esplosione della bolla, dall'accoglienza sempre migliore da parte segli ospiti africani verso nuovi accordi di investimento, grazie a prestiti relativamente generosi e progetti per infrastrutture affiancati ad investimenti nel settore estrattivo [32]. Più di recente Washington ha convinto India e Brasile ad unirsi al coro di accuse alla Cina per scorrettezze negli affari, una delle alleanze piè pericolose che si stiano formando. Offensiva politica Il declino delle potenze imperialiste affermate, come gli Stati Uniti di oggi, ha un repertorio di automatismi pensati per screditare, sedurre, isolare e contenere le potenze mondiali emergenti come la Cina, mettendole sulla difensiva. Uno degli stratagemmi politici che dura da più tempo è la campagna di propaganda americana per i diritti umani, con cui sottolinea le violazioni perpetrate dalla cine, ignorando i propri attacchi e minimizzando le azioni dei propri alleati, come quelle dello stato di Israele. Screditando la politica interna cinese, il Dipartimento di Stato spera di gonfiare artificialmente l'autorità morale degli Stati Uniti e di spostare l'attenzione dalle proprie violazioni ai diritti umani, a lungo termine e su larga scala, costruendo una coalizione anti-Cina. Mentre la propaganda sui diritti umani viene usata come arma per combattere l'avanzata economica cinese, Washington cerca la cooperazione della Cina nel tentativo di rallentare il proprio declino. I diplomatici statunitensi insistono nel voler "trattare la Cina alla pari", riconoscendola come "potenza mondiale" che deve "assumersi le proprie responsabilità" [33]. Dietro a questa retorica dipomatica c'è lo sforzo di costringere la Cina ad una politica di collaborazione e di sostegno alle strategie statunitensi come socio giovane, alle spese degli interessi economici cinesi. Ad esempio, se da un lato la Cina ha investito miliardi di dollari in joint venture con l'Iran e ha sviluppato relazioni d'affari in crescita, Washington pretende il supporto cinese per sanzioni che indeboliscano e degradino l'Iran per aumentare il potere militare statunitense nel Golfo [34]. In altre parole, la Cina dovrebbe rinunciare all'espansione del proprio proprio mercato per condividere la "responsabilità" nel controllo del mondo, cosa in cui gli Stati Uniti primeggiano. Allo stesso modo, sintetizzando il significato delle richieste avanzate dalla Casa Bianca di "assunzione di responsabilità" per "ribilanciare l'economia mondiale", questo si riduce ad imporre a Pechino una riduzione della propria crescita dinamica, in modo da permettere agli Stati Uniti di ottenere vantaggi negli affari e di ridurre ("ribilanciare") il proprio deficit. Alternando gesti simbolici e positivi, come il riferirsi a Stati Uniti e Cina come il G2, le due potenze mondiali determinanti, la Casa Bianca ha di fatto incoraggiato un "fronte unito" con l'Unione Europea contro le presunte manovre cinesi di "protezionismo", "manipolazione della valuta" e altre norme economiche "ingiuste" [35]. Agli incontri internazionali come la recente conferenza tenutasi a Copenhagen sul riscaldamento globale, l'incontro sul GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, ovvero l'accordo generale su tariffe e scambi, ndt), in cui si è discussa la liberalizzazione degli scambi, e l'incontro delle Nazioni Unite sull'Iran, Washington ha tentato di demonizzare la Cina indicandola come il principale ostacolo alla buona riuscita degli accordi globali, allontanando l'attenzione dalle azioni cinesi, quali la conformità agli standard sul clima, con cui si posiziona ben al di sopra degli Stati Uniti [36], l'opposizione al protezionismo e la ricerca di negoziazioni con l'Iran. Nel tempo, questa offensiva imperialista ha provocato una risposta aggressiva da parte della Cina, che ha raggiunto una maggiore fiducia nelle proprie capacità di gestione del potere. Strategie per contrastare le potenze imperialiste affermate Una delle risposte più formidabili ed efficaci di una potenza economica emergente verso gli sforzi fatti da potenze imperialiste affermate per bloccare la sua avanzata è... di continuare a crescere ad un tasso raddoppiato o triplicato rispetto alla decrescita del suo avversario. Nulla mette alla prova la propaganda di "crisi" emanata dagli esperti statunitensi quanto, ad esempio, la notizia che nel primo trimestre del 2010 la Cina ha avuto una crescita del 12%, sei volte quanto previsto per gli Stati Uniti [37]. La politica cinese nei confronti degli attacchi e delle minacce statunitensi è stata soprattutto reattiva e difensiva, anziché aggressiva, specialmente durante la prima decade dell'avanzata verso la condizione di potenza globale. La Cina ha sostenuto che il proprio tasso di scambio fosse un "affare interno" e ha risposto alle richieste statunitensi, rivalutando la propria valuta (2006 - 2008) del 20%. Più tardi la Cina ha specificato che il trambusto relativo alla valuta aveva poco a che fare con il deficit di scambi degli Stati Uniti, evidenziando come questo fosse legato alla debolezza strutturale dell'economia statunitense, ovvero ai pochi risparmi, la bassa creazione di capitale e la perdita di competitività. Inizialmente la Cina ha protestato soltanto per quanto riguarda gli attacchi ai diritti umani, negando le proprie colpe o sostenendo che riguardassero affari interni. A partire dal 2010, comunque, la Cina ha iniziato a muoversi in maniera più aggressiva, pubblicando il proprio inventario di violazioni ai diritti umani perpetrate dagli Stati Uniti [38]. Quando Washington ha protestato per le violazioni ai danni dei separatisti Tibetani e Uiguri, la Cina ha rimproverato l'interferenza americana negli affari interni cinesi e ha minacciato di compiere rappresaglie, cosa che ha spinto Washington a fermare la propria crociata. Pechino ha incoraggiato le multinazionali statunitensi ad investire in Cina e ad esportare i prodotti negli Stati Uniti. Vista la crescita complessiva cinese, l'ingresso delle corporazioni non ha aumentato il potere americano, ma piuttosto ha fornito alla Cina una lobby a Washington che si è opposta alle misure protezioniste. La Cina ha fatto poco per vincolare l'espansione oltreoceano degli Stati Uniti, (dal momento che Washington ha un'eccellente attività di autodistruzione) e si è invece preoccupata di rafforzare la propria strategia su base economica di aumento degli investimenti, prendendo in prestito la tecnologia e arricchendo le proprie industrie di alta tecnologia. La Cina, nonostante le pressioni ricevute da Washington, si è rifiutata di appoggiare la sua campagna di sanzioni nei confronti dell'Iran e ha deciso di creare legami commerciali con l'Afghanistan, laddove l'occupazione militare statunitense costa miliardi di dollari e allontana gran parte degli afghani, inclusi i suoi investitori [39]. La Cina ha rifiutato di dare il proprio supporto alla strategia militare di Obama, volta a rafforzare l'impero. Se da un lato, quindi, partecipa agli incontri e alle conferenze bilaterali, dall'altro la strategia cinese è di non fare concessioni che possano mettere a rischio i suoi mercati oltreoceano, senza mettere direttamente a confronto le missioni militari promosse da Obama. Cosa ancor più singolare, in Asia i paesi in maggior crescita hanno ignorato gli avvertimenti americani circa la "minaccia alla sicurezza" rappresentata dalla Cina e hanno espanso i loro affari e legami economici con il loro vicino. Col tempo l'Asia sta rimpiazzando gli Stati Uniti come il partner d'affari di Pechino con la crescita più rapida. Più di recente, nell'aprile 2010, l'India ha espresso preoccupazione sull'iniquità dei propri scambi con la Cina ed ha intrapreso negoziazioni per aumentare le proprie esportazioni. Nell'insieme, la strategia imperialista statunitense, volta ad arginare il proprio declino e bloccare la crescita della Cina come potenza mondiale, ha fallito. I politici e i detrattori finanziari della Casa Bianca hanno ignorato le importanti fondamenta su cui è costruito l'impero cinese e la sua capacità di rimediare agli squilibri interni per sostenere l'espansione dinamica. Le colonne portanti del potere globale La Cina, come era capitato ad altre potenze globali emergenti, ha tentato - in questo caso con successo e senza l'utilizzo della forza - di porre le basi per un'impero economico sostenibile. La strategia include una complessa miscela di misure adottate dentro e fuori dai confini: 1. Gli investimenti oltroceano, per assicurarsi risorse strategiche, specialmente energia, metalli e cibo [40]. 2. Gli investimenti interni di alto livello, per incrementare la capacità manifatturiera, introducendo tecnologia avanzata per migliorare il valore aggiunto e smorzare la propria dipendenza dall'importazione di componenti. Elevati investimenti sono percepiti come necessari per sostenere la competitività nelle esportazioni. 3. Le consistenti spinte a migliorare l'istruzione della forza lavoro, al fine di ottenere la supremazia industriale - con maggior rilievo ad ingegneri, scienziati e manager industriali rispetto a speculatori, banchieri e avvocati. Ad ogni modo, gli sforzi della Cina per promuovere la propria forza lavoro non otterranno successi a meno che non vengano riconosciuti ed integrati quei 200 - 300 milioni di lavoratori emigranti i cui figli sono attualmente esclusi dall'istruzione avanzata nelle principali città del paese [41]. 4. Gli investimenti multi miliardari nelle infrastrutture, includendo dozzine di nuovi aeroporti, autostrade ad alto scorrimento e corsi d'acqua a creare collegamenti tra le regioni costiere e l'interno del paese, aumentando la crescita dinamica delle industrie. Tra i risultati, una minore migrazione ai centri di manifattura costieri, che in alcuni casi ha comportato scarsità di lavoro, ma che poi ha anche permesso un aumento significativo dei salari e minori squilibri geografici nello sviluppo dei poli vecchi e nuovi. 5. Mentre il lavoro professionalizzato comincia a prendere il posto di quello non professionalizzato, e mentre la crescita dinamica scala le vette della produzione ad alto valore aggiunto, altrettanto fanno i salari medi e la consapevolezza sociale, consentendo di diminuire la pressione sociale dovuta alle disuguaglianze tra classi. 6. Come risultato delle pressioni sociali, evidenziate in oltre 100.000 proteste locali, scioperi e dimostrazioni all'anno, il governo si è mosso cercando di diminuire le tensioni di classe, e lo ha fatto in parte con investimenti in assistenza sociale e altre spese di natura sociale. La Cina si sta spostando dall'acquisto di buoni del Tesoro statunitensi agli investimenti in sussidi per la sanità e l'istruzione pubblica nelle aree rurali. Riportando lo Stato nello sviluppo sociale, anziché affidarsi al mercato, che ha dimostrato la propria inefficienza, la Cina sta migliorando e ammodernando i processi di produzione nei lavori rurali. Riassumendo, le colonne portanti della spinta dinamica cinese a diventare una potenza globale risiedono nel ribilanciamento dell'economia, nel miglioramento della propria base produttiva, nell'espansione del mercato interno, nel perseguire la crescita e la stabilità sociale e nel massimizzare l'accesso agli articoli essenziali alla produzione. La versione cinese del "ribilanciamento" dell'economia: nuove contraddizioni Il ribilanciamento cinese dell'economia interna è stato accompagnato da una trasformazione delle rapporti economici con gli Stati Uniti. Visto l'atteggiamento apertamente ostile adottato dai leader del Congresso e vista la condizione stagnante del mercato americano, la Cina ha aumentato i propri affari ed investimenti con l'Asia, in modo da diminuire la propria idpendenza dal mercato statunitense e con essa il rischio di dover affrontare la morsa protezionista [42]. Sebbene la Cina sia ancora un "creditore" per gli Stati Uniti, sta spostando i propri investimenti in affari più produttivi (e lucrativi). Non tutte le speculazioni cinesi oltreoceano sono state un successo, si vedano ad esempio alcuni uomini d'affari "istruiti in occidente", che hanno perso svariati miliardi di dollari investendo nel gruppo Blackstone o simili. Il "ribilanciamento della crescita" cinese ottenuto attraverso il rafforzamento delle fondamenta per successive espansioni, deve affrontare rischi maggiori provenienti dall'interno che non dall'esterno. Entro i confini cinesi, svariati cambiamenti nella struttura sociale possono mettere in pericolo la stabilità del sistema, così come è successo per altre potenze affermate. La spinta verso un'espansione oltreoceano ha dato vita ad una parte della nuova classe dirigente pubblico-privato che ignora la necessità di sviluppare un mercato interno, specialmente per quello che riguarda gli investimenti nello sviluppo sociale. In secondo luogo, l'intera classe dirigente e l'élite al governo, se da un lato appoggiano formalmente il bisogno di migliorare le condizioni di lavoro, costruendo una rete di sicurezza sociale nelle aree rurali ed estendendo il diritto alla salute e all'istruzione agli emigranti, dall'altro si rifiutano di aumentare le proprie tasse, si oppongono a qualunque politica di redistribuzione e difendono i propri privilegi di famiglia creando le condizioni affinché si intensifichino le tensioni e i conflitti di classe. Altrettanto deleterio per il futuro delle fondamenta dell'espensione cinese è l'emergere di una classe di speculatori particolarmente influente, soprattutto nel campo immobiliare, bancario e in quell'élite politica locale che favorisce le bolle economiche, che a loro volta minacciano l'intero sistema finanziario [43]. Mentre il regime, nonostante il controllo sulla politica monetaria e sul sistema finanziaro, adotta strategie per "sgonfiare" la bolla, non fa nulla dal punto di vista strutturale che possa insidiare questo settore o la classe dirigente. Inoltre, la speculazione nell'ambito immobiliare aumenta il costo delle case oltre le possibilità di gran parte dei lavoratori, e allo stesso tempo i prezzi gonfiati delle terre permettono l'espropriazione arbitraria dei proprietari da ufficiali locali e regionali legati agli speculatori edilizi, alimentando agitazioni di massa e in alcuni casi violente proteste. La crescita delle importazioni, degli speculatori finanziari e di coloro che diventano miliardari grazie ad investimenti immobiliari potrebbe garantire un'apertura per il settore principale dell'impero statunitense: la classe dirigente finanziaria, immobiliare e delle assicurazioni. Fino ad ora le ripetute crisi ed instabilità indotte da questi settori nei periodi 1990 - 2001, 2000 - 2002, 2007 - 2010, hanno messo in pericolo la loro abilità di infiltrarsi nell'economia cinese. Vista la continua crescita della Cina, particolarmente evidente oggi, con un +9% nel 2009 e un +12% nel 2010, mentre gli USA rantolavano attorno ad una crescita zero, chi ha di più da perdere se e quando Washington deciderà di innescare una guerra commerciale? Confronto esterno sulla riorganizzazione interna: con gli USA ? Gli Stati Uniti ha contratto debiti con almeno 91 paesi oltre alla Cina, a dimostrazione del fatto che il problema risiede nella struttura dell'economia statunitense. Qualunque misura punitiva per limitare le esportazioni cinesi negli USA non farebbero altro che aumentare i debiti con altri esportatori concorrenti. Una diminuzione delle importazioni statunitensi dalla Cina non risulterebbero in un aumento della manifattura americana, a causa della natura sottocapitalizzata di quest'ultima, direttamente legata alla posizione dominante del capitale finanziario nel trovare e nel ridistrubuire i risparmi. Inoltre, "terzi" paesi potrebbero ri-esportare prodotti fabbricati in Cina, mettendo gli Stati Uniti nella non invidiabile posizione di dover ingaggiare una guerra commerciale con chiunque oppure ammettere il fatto che un'economia basata sulla finanza, al giorno d'oggi, non è competitiva. La decisione della Cina di trasferire sempre di più il proprio surplus dagli acquisti in buoni del Tesoro statunitense in investimenti più produttivi, come ad esempio lo sviluppo del proprio "hinterland" o speculazioni strategiche oltreoceano in materie prime e nel settore energetico, potrebbero forzare il Ministro del Tesoro americano ad aumentare i tassi d'interesse per impedire una massiccia fuga dal dollaro. Tassi d'interessi in aumento potrebbero giovare ai commercianti, ma potrebbero anche affievolire qualunque possibilità di recupero o addirittura far affondare il paese di nuovo nella depressione. Nulla indebolisce un impero globale più del fatto di fover rimpatriare gli investimenti oltreoceano e vincolare i prestiti stranieri al sostentamento di un'economia interna in continuo riassetto. Il perseguimento delle politiche protezioniste avrebbe un impatto maggiormente negativo sulle multinazionali americane in Cina, poiché la maggior parte dei loro prodotti viene esportata nel mercato statunitense: Washington si darebbe la zappa sui piedi. Non solo, una guerra commerciale potrebbe espandersi ed influenzare negativamente il mercato automobilistico degli Stati Uniti. General Motors e Ford fanno molti più affari in Cina che negli USA, dove stanno andando pesantemente in rosso [44]. Una guerra commerciale da parte degli Stati Uniti avrebbe un impatto inizialmente negativo sulla Cina, fino a che questa non riuscisse a rimettersi in sella, traendo vantaggio dai potenziali 400 milioni di consumatori nelle regioni più interne del paese. Non solo, gli economisti cinesi stanno rapidamente diversificando gli scambi con l'Asia, l'America Latina, l'Africa, il Medio Oriente, la Russia, e anche con l'Unione Europea. Il protezionismo potrebbe creare qualche posto di lavoro negli Stati Uniti in alcuni settori manifatturieri non competitivi, ma costerebbe molti più posti di lavoro nel settore commerciale (Wal Mart), che dipende dagli articoli a basso prezzo per i consumatori con scarse possibilità economiche. La retorica commerciale bellicosa sul Campidoglio e sulle politiche di contrasto diretto adottate dalla Casa Bianca è un atteggiamento pericoloso, pensato per deviare l'attenzione dalle debolezze profonde e strutturali delle basi su cui è fondato l'impero. Il settore finanziario pesantemente arroccato e l'altrettanto dominante metafisica militare, che impartisce ordini alla politica estera, hanno portato gli Stati Uniti lungo il ripido pendio delle crisi economoche croniche, delle costose guerre senza fine, delle disuguaglianze di classe ed etico-raziali sempre più profonde, così come del declino degli standard di vita. Nel nuovo ordine mondiale competitivo multi-polare, gli USA non riescono a seguire con successo la tattica di ostacolare una potenza imperialista emergente bloccandole l'accesso a risorse strategiche attraverso boicottaggi coloniali. La Casa Bianca non riesce a fermare la Cina con i suoi investimenti lucrativi e gli accordi commericali nemmeno nei paesi sotto occupazione americana, come l'Iraq e l'Afghanistan. Per quanto riguarda i paesi sotto la sfera d'influenza americana, come il Taiwan, la Corea del Sud e il Giappone, il tasso di crescita degli scambi e degli investimenti con la Cina supera già di gran lunga quelli statunitensi. Tanto meno si può sperare da un assedio militare unilaterale, quindi gli Stati Uniti sembrano destinati a non poter contenere l'avanzata cinese come protagonista dell'economia mondiale, come potenza imperialista di recente affermazione. La principale debolezza della Cina è al suo interno, nelle radicate divisioni di classe e nello sfruttamento di alcuni ceti, che l'attuale elite politica, profondamente legata da vincoli economici e familiari, potrà migliorare ma non eliminare [45]. Per ora la Cina è stata in grado di espandersi a livello globale attraverso una forma di "imperialismo sociale", distribuendo una parte delle ricchezze prodotte all'estero ad un ceto medio urbano in crescita e a manager, professionisti, speculatori immobiliari e membri dei partiti regionali. Al contrario, le conquiste militari oltreoceano degli Stati Uniti sono state costose e senza alcun ritorno economico, ma anzi, con danni a lungo termine all'economia civile, sia nelle sue manifestazioni interne che in quelle esterne. L'Iraq e l'Afghanistan non contribuiscono all'erario se si confronta con quanto è stato depredato dall'Inghilterra in India, Sud Africa e Rhodesia (Zimbabwe). In un mondo sempre più basato sui rapporti commerciali, le guerre coloniali non hanno futuro economico. Immensi budget militari e centinaia di basi, alleanze con stati neo-coloniali sono gli ultimi strumenti con i quali è possibile competere in un mercato globale. Questa è la ragione per cui gli Stati Uniti sono un impero in declino e la Cina, con il suo approccio di tipo commerciale, è un impero emergente con una "nuova modalità" (sui generis). Transizione da impero a repubblica? Di fronte all'evidente declino economico statunitense, la classe dirigente può ammettere che questo impero non è sostenibile? Gli Stati Uniti potrebbero aumentare le proprie esportazioni in Cina e la propria quota di scambi mondiali per bilanciare i conti solo se decidessero di portare avanti profondi cambiamenti politici ed economici. Nulla all'infuori di una rivoluzione politica ed economica può ribaltare il declino degli Stati Uniti. La cosa fondamentale √® dare un nuovo assetto all'economia statunitense, passando da basi finanziarie ad altre industriali, ma un cambiamento di questa portata richiede un maggior benessere sociale, anzichè un potere arroccato tra Wall Street e Washington [46]. Quello che passa per l'attuale settore manifatturiero americano non dimostra alcuna spinta per un cambiamento così¨ storico. Al momento gli industriali hanno permesso l'acquisito quote o addirittura il rilevamento da parte di istituzioni finanziarie: hanno perso la loro caratteristica distintica come settore produttivo. Anche assumendo che ci sia un cambiamento politico verso una nuova industrializzazione degli Stati Uniti, l'indistria dovrebbe abbassare i propri profitti, aumentare gli investimenti in ricerca applicata e sviluppo, e migliorare in modo significativo la qualità dei propri prodotti per diventare competitiva nei mercati interni ed esteri. Occorrerebbe ricollocare enormi somme ora impegnate in guerre, "marketing" e speculazioni, dedicandole a servizi sociali, quali piani di unificazione nazionale della sanità, ingegneria di alto livello e formazione professionale industriale avanzata, solo in questo modo si potrebbe aumentare l'efficienza e la competitività del mercato interno. Il trasferimento di un bilione di dollari in spese militari per guerre coloniali potrebbe facilmente finanziare settori dell'economia come la produzione di beni di qualità per il consumo locale ed oltreoceano, includendo la riduzione di componenti tossiche nelle merci e nelle materie prime, oltre alle sorgenti energetiche dannose per l'ambiente. Ricollocando il denaro speso nelle basi militari si potrebbe aumentarne l'afflusso e ridurne il deflusso all'estero. Ponendo fine ai legami politici e ai sussidi plurimiliardari agli stati militarizzati come Israele e abolendo le sanzioni sui principali mercati economici, come quello dell'Iran, si potrebbe diminuire lo sperpero di soldi dalle casse degli Stati Uniti e aumentarne l'ingresso, oltre alle opportunità per il settore produttivo da un capo all'altro del mondo musulmano, che conta circa 1.5 miliardi di persone. Concentrando gli investimenti interni ed oltreoceano sui mercati in crescita dell'energia pulita e della tecnologia si creerebbero nuovi posti di lavoro e si abbasserebbero i costi di vita, migliorandone peraltro gli standard. Tasse di confisca per milionari/miliardari, specialmente per l'intera elite di Wall Street, e limiti superiori di tasso su tutte le entrate oltre il milione di dollari potrebbero finanziare la sicurezza sociale e un sistema sanitario pubblico su base nazionale, che ridurrebbe le spese sia all'industria che allo stato. Il passaggio da impero a repubblica richiede un totale riassetto del potere sociale, e una vasta ristrutturazione dell'economia. Solo allora gli Stati Uniti sarebbero in grado di competere economicamente con la Cina. Un cambiamento da potenza imperialista militare, corrosa da un'elite politica corrotta e vincolata ad un'√©lite economica parassita e speculatrice, ad una repubblica produttiva con un'economia equilibrata e competitiva richiede cambiamenti politici fondamentali e una rivoluzione ideologica profonda. Per innescare questo riassetto politico ed economico occorre una nuova configurazione dello stato che persegua investimenti pubblici creando industrie competitive, che intensifichi il mercato interno ed aumenti i servizi sociali. Per espandere i mercati esteri, Washington deve dare un taglio ai boicottaggi e al servilismo militare verso Israele, tanto propagandato dalla quinta colonna pro-isreliana radicata nelle più importanti istituzioni finanziarie e politiche, che hanno il pieno controllo dell'assemblea legislativa [47]. Porre fine alla costruzione di un impero su basi militari permetterebbe di dare il via ai finanziamenti pubblici per innovazioni tecnologiche civili; eliminando le restrizioni sulle vendite di articoli tecnologici all'estero si potrebbe ridurre il deficit di scambi, migliorando la produzione locale e i livelli di competitività. Per un'accelerazione maggiore è necessario un confronto faccia a faccia tra gli ideologi del capitale finanziario e un rifiuto deciso di qualunque loro sforzo nel dirottare l'attenzione dal loro ruolo nella distruzione dell'America. La campagna di "biasimo" per la Cina, per ciò che in realtà è stato causato da squilibri strutturali interni agli USA, deve essere affrontato prima che ci porti ad una nuova, costosa ed autodistruttiva guerra commerciale, se non peggio. Gli "squilibri" interni della Cina sono profondi e diffusi, pillarse col tempo possono indebolire le basi dell'espansione verso l'esterno. Le disuguaglianze di classe, lo sviluppo regional non uniforme, la corruzione della sanit√† pubblica e privata e i trattamenti discriminatori nei confronti degli emigranti, trattati come cittadini di serie B (un sistema di cittadinanza a due facce) saranno risolti internamente nonappena le divisioni socio-economiche si trasformeranno in lotta di classe. Cambiamenti radicali del sistema sanitario privatizzato in un sistema pubblico e nazionale sono essenziali, ma tali cambiamenti richiedono la ripresa della lotta di classe contro interessi acquisiti, sia statali che privati [48]. Conclusioni Come già successo nel passato, una potenza imperialista che deve affrontare profondi squilibri interni, perdita di competitività nel mercato e un'eccessiva dipendenza dalle attività finanziarie va in cerca di retribuzioni politiche, alleanze militari e restrizioni commerciali che possano rallentare il proprio crollo [49]. La propaganda, che fa leva su sentimenti sciovinisti utilizzando come capro espiatorio uno stato imperialista emergente e modellando le alleanze militari per "circondare" la Cina, non hanno avuto alcun impatto. Non hanno fermato i paesi geograficamente vicini alla Cina dal rafforzare i legami economici. Non c'è alcuna speranza che questo dato cambi nell'immediato futuro. La Cina continuerà a crescere con tassi a due cirfe. L'impero statunitense continuerà ad essere impantanato in una condizione di torpore cronico, nelle sue guerre senza fine, farà sempre più affidamento sulle potenzialità della sovversione politica, promuovendo i regimi separatisti che - prevedibilmente - collasseranno o verranno abbattuti. Gli Stati Uniti, a differenza delle potenze coloniali affermate del passato, non possono negare alla Cina l'accesso alle materie prime, come si è visto nel caso del Giappone. Viviamo in un mondo post-coloniale, dove la maggior parte dei regimi fa affari e investe denaro con chiunque paghi i prezzi di mercato. La Cina, a differenza del Giappone, dipende dalla salvaguardia dei mercati attraverso la competitività economica - potere di mercato - non dalla conquista militare. A differenza del Giappone, ha una forza lavoro consistente; non ha bisogno di conquistare e sfruttare lavoratori di paesi stranieri La costruzione dell'impero cinese, basata sull'economia, è in sintonia con i tempi moderni, guidata da un'elite libera di creare legami senza rendere conto a nessuno, mentre gli Stati Uniti sono afflitti dagli speculatori finanziari, che hanno corroso ed eroso l'economia, devastanto i complessi industriali e trasformando case abbandonate in enormi parcheggi. Se è vero che l'elite imperialista statunitense è in perdita e quindi non è in grado di contenere l'ascesa cinese a potenza mondiale, √® altrettanto vero che anche la classe lavoratrice americana è in perdita e non può quindi sostenere il passaggio da impero militare a repubblica produttiva. La caduta economica e le elite politice e sociali hanno depoliticizzato il malcontento; le crisi economiche sistemiche sono state trasformate in malattie individuali e private. A lungo termine, qualcosa dovrà rompersi; il militarismo e il potere sionista salasseranno e isoleranno gli Stati Uniti, che si troveranno a dover reagire con violenza... Più tempo passerà, più sarà violenta la rinascita della repubblica. Gli imperi non si spengono pacificamente, nè tantomeno le elite finanziarie, immerse in una condizione di straordinario benessere e potere, abbandoneranno le loro posizioni di privilegio senza opporre resistenza. Solo il tempo ci dirò quanto resisterà il popolo americano all'espropriazione delle case, allo schiavismo dei datori di lavoro, alla colonizzazione della quinta colonna e al declino interno di un impero costruito su basi militari. FINE di James Petras Fonte: www.globalresearch.ca |
07 settembre 2010
L'ASCESA E IL DECLINO DEI POTERI ECONOMICI: IL CONFLITTO CINA-USA SI INASPRISCE
06 settembre 2010
UNA COMPONENTE ESSENZIALE DEL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO MONDIALE
Due giorni fa, il giornale tailandese THE NATION, pubblicato in inglese e considerato generalmente un organo di propaganda della DEA (Drug Enforcement Administration) in Tailandia, ha pubblicato un articolo sulla lotta in corso per la conquista del potere politico in Birmania, lotta che vede ancora una volta vede come favoriti.....i monaci birmani. L'articolo consisteva di tre paragrafi e citava tra le sue fonti i servizi di spionaggio statunitensi e alcuni membri del Dipartimento di Stato nordamericano. Cosa accomunano Afganistan, Birmania, i documenti “segreti di WikiLeaks” e Hamid Gul, il generale rimosso dal suo incarico ed ex capo dei servizi sergreti pachistani (ISI)? La droga. Negli anni '80, il generale Gul era il coordinatore della guerra combattuta dai guerrieri mujahadeen contro le truppe sovietiche. La guerra, per inciso, veniva finanziata dalla CIA attraverso il traffico di droga. Nei documenti pubblicati da Wikileaks, Gul viene descritto come collaboratore dei Talebani e di Al-Qaeda, oltre che come coordinatore degli attacchi suicidi organizzati dalla NATO in Afganistan. Per quale motivo i documenti di Wikileaks, supposti segreti, si soffermano sulla figura di un vecchio generale di 74 anni? Gul, nel giugno del 2010, commise un “errore” imperdonabile quando durante una intervista concessa ad un giornalista locale tirò fuori il ruolo dell'esercito americano nella vendita di eroina afgana attraverso la sua base top secret Manas, nel Kyrgyzstan. Il ruolo dell'esercito americano nel traffico internazionale di stupefacenti è in realtà ampiamente documentato, dalla guerra in Vietnam (guerra in realtà combattuta tra società segrete per il controllo delle vie della droga, nonostante i libri di “storia” raccontino una realtà differente), passando per l'America Latina e per il Medio Oriente. Con l'economia mondiale al limite della disintegrazione, la droga si è trasformata in quel componente imprescindibile per sostenere qualcosa che è oramai insostenibile. Gul è un personaggio scomodo a Washington, non solo per i suoi commenti sul traffico di droga, ma anche per le sue dichiarazioni del 26 settembre 2001 sul ruolo di Mossad negli attentati dell 11 settembre (9-11). Per screditare Gul e l'attuale regime Pachistano, unico paese mussulmano munito di armi nucleari, i “Signori delle Ombre” hanno utilizzato WikiLeaks come flagello per dirigere i loro attacchi verso Gul. Già due settimane fa commentai sulla mia pagina di Facebook come, a mio avviso, WikiLeaks venisse manovrato in segreto dal governo americano. Il modus operandi di questa manipolazione è riconoscibile. Per aumentarne la credibilità, viene pubblicato un video (appositamente filtrato) dell'esercito americano ritratto durante un attacco da brividi portato contro dei giornalisti indifesi. La reazione del governo americano non tarda quindi ad arrivare – dapprima cingendosi della bandiera americana chiedendo vendetta per il tentativo di debilitare il paese e la sua “lotta contro il male” (i simboli sono fondamentali in tutte le operazioni segrete); quindi sferrando una feroce critica verso i responsabili; all'indignazione del popolo (ovvia e prevedibile, le persone comuni si indignano davanti a questo genere di filmato) il governo e l'esercito rispondono avviando un'inchiesta sull'accaduto... il popolo viene soddisfatto (l'inchiesta dimostrerebbe la democraticità del sistema e il potere dei mezzi di informazione liberi ed indipendenti). Con le ultime pubblicazioni di oltre 90,000 documenti sulla guerra in Afganistan. Il fondatore di WikiLeaks, un misterioso australiano di 29 anni, senza passato ne presente, si converte nel “faro della democrazia” in modo non dissimile da Hashim Thaci, leader degenere della repubblica criminale del Kosovo. Il documento più indicativo sul vero ruolo di WikiLeaks e sui suoi reali rapporti con il governo americano è quello relativo alla supposta ammissione da parte dell'esercito americano che Osama bin Laden sia ancora vivo, notizia che alimenterebbe in modo conveniente la Guerra Contro il Terrore. Il fatto che bin Laden sia effettivamente morto il 21 Dicembre 2001, cosa nota a tutti i servizi di spionaggio mondiali, non viene dato a sapere. E visto che la massa ignorante non vuole rendersene conto... conviene proseguire con il mito di bin Laden. Tornando al discorso iniziale, stiamo vivendo dei grandi cambiamenti geopolitici. L'economia mondiale è praticamente in ginocchio, i grandi potenti non danno risposte credibili, la Comunità Europea si sta disintegrando sotto i nostri occhi, ciascuno dei suoi paesi membri si chiude nei suoi interessi. Le dinamiche globali diventano sempre più imprevedibili e difficili da comprendere, soprattutto se ci si affida ai mezzi di informazione di massa. L'articolo che segue, riguardante la Birmania, fu pubblicato dal sottoscritto circa tre anni fa su un media statunitense. Vale la pena ripubblicarlo per la rilevanza che assume alla luce di ciò che accade in questo periodo. ![]() La lotta in essere per conquistare il potere politico in Birmania, che vede avvantaggiati i monaci birmani, è finita sulle copertine di tutti i mezzi di comunicazione del mondo. Nel suo discorso all'assemblea delle Nazionio Unite, Bush aveva denunciato quello della Birmania come un “feroce regime” (insieme a quelli di Bielorussia, Cuba, Iran, Siria, Corea del Nord e Zimbabwe). Il messaggio che ne è venuto fuori dai media occidentali, pilotati dal governo statunitense, è che le manifestazioni in corso in Birmania siano “a difesa della democrazia” e contro la tirannia politica. Questo punto di vista rappresenta senza ombra di dubbio una forma istituzionalizzata di disinformazione. Di fatto, all'origine delle proteste si nasconde il rincaro nei prezzi di “pane e acqua” (n.d.t. per “pane e acqua” si intende beni di prima necessità). Come spiega Il New York Times nella sua edizione del 24 Settembre, le proteste iniziarono il 19 Agosto come risposta al brusco e improvviso incremento dei prezzi della benzina (che aumentarono di circa il 500%) che diedero origine ad una impennata dei prezzi di tutti gli altri beni, oltre che ovviamente dei costi di trasporto. Le proteste sono guidate dagli studenti e dai monaci, i quali hanno denunciato il governo di volere “impoverire” la popolazione. Il linguaggio delle denunce dei manifestanti non fa assolutamente riferimento a termini come libertà e democrazia, spesso citati dai mezzi corporativi statunitensi, ma semplicemente alla crisi dei prezzi. Il “problema” principale di Washington con il governo Birmano non è tanto legato al “feroce regime” o all'”asse del male”. Gli alleati degli Stati Uniti come Arabia Saudita, Etiopia e l'Irak di Saddam Hussein degli anni 80 sono/furono regimi altrettanto sanguinosi, che però goderono del pieno appoggio americano e della copertura diplomatica di cui necessitavano. Il vero “problema” della Birmania sta nel fatto che i suoi mercati, le sue terre e le sue risorse naturali non sono al momento sotto il diretto controllo degli interessi corporativi e finanziari dell'occidente. Non c'è dubbio che il leader attuale del paese, il Generale Than Shwe, mezzo analfabeta oltre che efferato dittatore, debba essere giudicato per crimini contro l'umanità da qualche legittimo e competente Tribunale Internazionale di Giustizia. Non c'è dubbio inoltre che, dietro le denunce americane legate alla presenza di un “feroce regime” si nasconda, in realtà, una motivazione molto più oscura: il traffico di stupefacenti. Combattere e sradicare il fenomeno della droga è dannoso per il mondo finanziario. Secondo l'Ufficio dell'Onu per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, il triangolo d'oro (costituito da Birmania, Laos e Tailandia) ha perso il suo ruolo di principale produttore mondiale di oppio, contribuendo oggi con meno del 5% al totale di oppio immesso sul mercato, un calo significativo rispetto al picco del 70% di tre decenni fa. Per contro, la mezzaluna d'oro e l'Afganistan, al momento controllate dalle forze della NATO con i relativi alleati, si ritrovano con il ruolo di leader assoluti nella produzione e distribuzione di oppio, con quantità molto superiori a Colombia e triangolo d'oro. L'Afganistan, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, produce il 92% dell'oppio circolante Il valore totale delle esportazioni di oppio afgano, secondo l'ONU, si calcola in 3000 milioni di dollari, equivalente alla metà del PIL del paese. Inoltre il 12% della popolazione afgana, che ammonta a 23 milioni di abitanti, si dedica esclusivamente alla coltivazione dell'oppio. La maggior parte della droga prodotta in Afganistan è destinata a Gran Bretagna, Italia e Spagna, sempre secondo fonti ONU. Con le “forze di pace” della NATO che tengono sotto controllo il paese e, in modo meno evidente, il traffico di droga che lo sostiene, è davvero possibile continuare a credere alla favola che si sta combattendo una vera lotta contro questa piaga? Se la NATO volesse veramente fermare i signori della guerra, potrebbe farlo in poche ore. D'altro canto l'ONU, piuttosto che combattere il governo della Birmania, lo appoggia nella lotta locale contro la droga, in particolare nella zona dello Shan, epicentro delle coltivazioni di oppio. Cosa si nasconde all'obra di posizioni così diverse? Lo sradicamento della droga dal triangolo d'oro causerebbe una evoluzione geostrategica che va contro gli interessi delle principali banche occidentali, dei loro governi e dell corporazioni internazionali i cui sistemi finanziari e politici dipendono dal flusso di miliardi che viene generato dal traffico di droga. I funzionari dell'ONU sostengono che l'unico modo di farla finita con la droga consiste nell'eliminare le coltivazioni di papaveri, fatto questo che andrebbe contro i grandi interessi dei governi occidentali e delle istituzioni finanziarie di tutto il mondo. Il denaro proveniente dal traffico di droga è divenuto parte strutturale delle economie occidentali. Ogni anno il ricavato derivante dal commercio di stupefacenti si colloca intorno ai settecentomila milioni di dollari, esentasse. Questa cifra è stata fornita dall'agenzia governativa statunitense incaricata di seguire i flussi di denaro a livello globale. Settecentomila milioni di dollari sono troppi soldi per essere tenuti nascosti sotto un materasso. Serve molta esperienza e soprattutto capacità per per poter trasferire fondi di tale entità senza farsi notare. L'ignoranza, specialmente quando le transazioni sono così ingenti, non è una posizione credibile. Eppure, in cinquant'anni di riciclaggio di denaro sporco, sono poche le persone al corrente di una verità tanto scomoda. Perchè? Di fatto, il denaro proveniente dal traffico di droga è diventato parte sostanziale del sistema bancario e finanziario mondiale, in quanto fornisce la liquidità necessaria a finanziare i “costi minimi mensili” delle manovre speculative di Stati Uniti e Gran Bretagna. L'effetto moltiplicatore (quantificabile in circa sei volte il capitale di origine “illegale”) prodotto dal riciclaggio di settecento mila milioni di dollari darebbe come risultato una somma equivalente a circa venti miliardi di dollari, tutti derivanti unicamente dal trafficoo di stupefacenti. Il valore delle azioni delle aziende quatate a Wall Street è legato alle prospettive di guadagno annuali di ogni singola azienda e le si possono pensare come “frazioni” di proprietà dell'azienda e ne rappresentano il valore più equo. L'effetto moltiplicatore cui le azioni sono soggette in borsa può a volte raggiungere un fattore 30, gli analisti finanziari hanno infatti creduto per lungo tempo che un rapporto “sano” tra prezzo e guadagno per un qualunque tipo di azione debba essere 15 o al più di 30 a 1. In questo modo, se si prende questa cifra come un rapporto esclusivamente matematico, aggiungendo un solo dollaro alla complessiva capitalizzazione in borsa di una azienda, questo produrrà come risultato un valore aggiunto, sul mercato borsistico, di trenta dollari. Cosa significa tutto questo nel mondo reale? Per le banche mondiali avere un guadagno netto supplementare di dieci milioni di dollari, la liquidità derivante dal commercio di stupefacenti, equivale a profitti in borsa che possono arrivare fino a trecento milioni di dollari. Senz'altro, prima di far risultare queste somme all'interno dei bilanci , è necessario ripulirle attraverso ogni tipo di operazione illecita. I guadagni provenienti dal lucroso commercio di stupefacenti sono illeciti, cosa che tendono a scordare tutti coloro che cercano di analizzare le dinamiche del mercato della droga. Prima di poter essere utilizzato, questo denaro va prima nascosto e poi ripulito. Al giorno d'oggi il denaro si sposta con tale velocità che, a meno di non controllare la totalità dei sistemi informatici coinvolti, risulta impossibile da tracciare. Già questo basterebbe a spiegare l'assoluta attrattiva del business del traffico di droga, che viene diretto, controllato e salvaguardato da personaggi dotati di grande potere, spesso in collaborazione con le istituzioni finanziarie e bancarie operanti su entrambi i lati dell'Atlantico; funzionari di vari governi e di importanti corporazioni i cui titoli sono oggetto di scambio sulle più importanti borse mondiali. Si aggiunga che queste grandi corporazioni possono guadagnare una quantità straordinaria di denaro sporco semplicemente facendoselo prestare tanto da singoli individui quanto da intere nazioni dedite al traffico di droga come la Colombia, per poi restituirlo, ripulito, a tassi di interesse bassissimi, e ottenendone comunque grossi benefici. Quando si fa un prestito di cento mila milioni di dollari a un interesse del 5 per cento ad una enorme corporazione, il denaro che se ne ricava diventa effettivo e lecito. Il commercio di stupefacenti ha acquisito potere in quanto sostiene gli investimenti delle più grandi corporazioni mondiali. Wall Street non può permettersi di rinunciare ai magnati della droga. Il Congresso non può permettersi di rinunciare ai magnati della droga. I presidenti, per finanziare le loro campagne elettorali, non possono permettersi di rinunciare ai magnati della droga. Perchè? Perchè l'economia mondiale, controllata da un piccolo uno per cento, non può permettersi il rischio che la concorrenza (sia negli affari che nella politica) si impossessi del denaro destinato alla droga. E per ogni milione di dollari scambiato in una compravendita di azioni, il capitale in possesso di quell'uno per cento che controlla Wall Street aumenta di venti o trenta volte. La politica è direttamente coinvolta in questo meccanismo e la sua possibilità di intervento è subordinata agli appoggi che la sostiene e che, finanziandola, la mantiene al potere. Questa complicità di interessi è una parte essenziale dell'economia mondiale e rappresenta il combustibile che fa girare le ruote del capitalismo. Coloro che si sono uniti alle critiche contro il governo totalitario della Birmania, dovrebbero capire che le loro iniziative stanno contribuendo a portare avanti l'agenda occulta dell' ”Uomo dietro le quinte” che maneggia i fili del potere. Daniel Estulin |
05 settembre 2010
Se le borse sono euforiche perchè i capi di Goldman vendono tutto?
stiamo assistendo ad anni che rappresentano una sfida senza precedenti per gli investitori. I grandi player, semplicemente, stanno fuggendo dal mercato. Ci sono seri problemi che arrivano dal settore della rinegoziazione dei mutui Usa e l'area euro resta una seria e costante preoccupazione. La Germania non ha la minima intenzione di salvare un'altra nazione europea, la Merkel ha già usato una larga parte di capitale politico per salvare la Grecia e il mercato ellenico dei bonds e questo semplicemente per tutelare il sistema bancario francese e tedesco da ulteriori, gravi perdite.
Ci sono quattro o cinque nazioni con grossi problemi strutturali che non dovrebbero nemmeno essere nell'euro. D'altronde, devo ancora vederlo un politico che si spara alla tempia in ossequio dell'austerity. I greci non hanno alternativa se non quella di tagliare, gli altri come la Spagna non stanno affatto facendo a sufficienza: io sono per la scuola austriaca, non accetto alternative keynesiane.
Dovrebbe dirlo alla Fed e al premio Nobel, Paul Krugman, che lunedì scorso ha chiesto a chiare lettere una nuova politica di stimolo fiscale. Per De Noronha la vera preoccupazione a breve sta nel settore bancario, tanto che sta shortando i titoli di cinque grandi istituti: Ubs, Barclays, Unione de banche, Bbva e - udite udite - Intesa Sanpaolo. Il perché è presto detto:
I recenti stress tests mi hanno fatto sbellicare dal ridere. Sotto stress, infatti, i regolatori hanno messo soltanto ciò che le banche ci hanno detto, non ho visto nessuno testare qualcun'altro finché non si è arrivati al punto di non ritorno. Quando guardo alle ratio del Capital Tier 1, vedo cose poste a loro sostegno che non possono essere utilizzate nel corso di una crisi. Il vero Capital 1 ratio di alcune delle maggiori banche è soltanto l'1,7 per cento e per questo motivo sto shortando cinque grandi banche europee. Ho la certezza che la maggioranza degli istituti restino eccessivamente esposti alla leva.
Quindi, avevamo ragione quando definivamo "ridicoli" gli stress test Ue?
I regolatori hanno utilizzato il 6 per cento come soglia per definire il minimo di capital ratio ma quel 6 per cento include assets non cash come tax assets differenziati. Se invece utilizzo solo book equity tangibili quel 6 per cento diventa molto vicino al 2 per cento, un qualcosa che impone una leverage ratio di cinquanta volte. Una situazione poco gestibile nell'attuale situazione economica.
E in tal senso un grosso test per la tenuta dell'eurozona e il suo settore bancario, arriva proprio questo mese di settembre, durante il quale le principali banche irlandesi dovranno ripagare oltre 25 miliardi di debito: i volumi molto bassi delle contrattazioni parlano la lingua di un'attesa carica tanto di speranza quanto di preoccupazione. Insomma, basterà il mercato dei bonds per finanziarsi o sarà necessario ritentare la strada del mercato, fino ad oggi prosciugata da volatilità e mancanza di fiducia?
La crisi del debito di maggio e giugno, d'altronde, ha portato con sé un aumento dei costi per i paesi che vogliono ottenere denaro e anche di quelli del prestito bancario. Il problema è che le preoccupazioni crescenti sulla stato di salute dell'economia irlandese (36 aziende su 100 sono sull'orlo del fallimento, dati riportati dall'Irish Examiner), con tanto di downgrade da parte di Standard&Poor's, hanno fatto schizzare lo spread dei rendimenti tra bond irlandesi e bund tedeschi, situazione che vede quindi le banche costrette a pagare un prezzo maggiore per rifinanziare il loro debito.
«Ora che il mercato obbligazionario sta ripartendo dopo la pausa estiva, c'è grande preoccupazione riguardo la necessità reale per le banche irlandesi e spagnole di emettere durante il mese di settembre e soprattutto riguardo al fatto che quando questo soggetti si presenteranno sul mercato, non è chiaro quale prezzo dovranno pagare», ha dichiarato al Financial Times, Chandra Rajan di Barclays Capital, secondo cui «come tutte le altre banche, anche questi istituti saranno costrette a estendere le scadenze del loro debito ma non si sa quanta estensione sono in grado di gestire».
Per Robert Crossley, analista sui tassi a Citigroup, lo spread che l'Irlanda si trova a pagare potrebbe ulteriormente allargarsi e potrebbe innescare un effetto domino su altri soggetti:
Il potenziale e immediato pericolo è rappresentato dal fatto che le notizie si autoalimentano e noi già intravediamo una nuova spirale sull'Europa periferica. E un ampliamento dello spread, nelle condizioni attuali, potrebbe distribuirsi nei paesi a rischio molto facilmente. Molte banche hanno tratto vantaggio dalla forte domanda e dai bassi costi dei prestiti per vendere bonds negli Stati Uniti ma i banchieri stessi dicono che questa opzione era praticabile solo per le istituzioni più grandi.
Insomma, i giorni che ci dividono dal secondo anniversario del crollo di Lehman Brothers si prospettano tesi. E pericolosamente decisivi. Anche perché, da Oltreoceano, arrivano segnali ulteriormente preoccupanti per la ripresa globale. Come anticipato martedì, il pieno recovery dell'economia americano potrebbe richiedere una decina di anni, stando all'analisi di Carmen M. Reinhart, economista alla Maryland University e storica delle crisi economiche, che ha reso nota la sua tesi nel corso dell'annuale simposio di economia di Jackson Hole, organizzato dalla Fed di Kansas City e che ha visto riuniti 110 tra banchieri centrali e studiosi.
Allen Sinai, co-fondatore dell'azienda di consulenza Decision Economics e decano dell'incontro nel Wyoming, si è definito
preoccupato oggi come non mai per il futuro dell'economia americana. La sfida infatti è unica nel suo genere: bassa crescita in ulteriore diminuzione, tasso di disoccupazione allarmante, un deficit iperbolico e un debito sovrano che ci rende una delle nazioni più fiscalmente irresponsabili del mondo.
In occasione del simposio, Carmen M. Reinhart ha preparato uno studio dal titolo "This time is different: otto secoli di follia finanziaria" nel quale ha esaminato quindici severe crisi finanziarie dalla Seconda Guerra mondiale in poi, oltre alle contrazioni economiche che hanno seguito il crash del 1929, lo shock petrolifero del 1973 e l'esplosione della bolla subprime del 2007. Da questo studio si evince che la decade successiva ad ogni singola crisi ha visto tassi di crescita significativamente bassi e livelli di disoccupazione molto alti.
I prezzi degli immobili hanno avuto bisogno di anno per tornare a livelli di normalità e mediamente ci sono voluti sette anni per cittadini e aziende per ridurre il loro debito e recuperare nei bilanci. Quasi scientificamente, le crisi sono anticipate da un decennio di espansione del credito e del prestito e seguite da periodi di rintracciamento più o meno della stessa durata.
Eventi largamente destabilizzanti come quelli analizzati nel mio studio, producono evidentemente cambiamenti nelle prestazioni degli indicatori macroeconomici chiave sul lungo termine, un periodo che si prolungo molto dalla fine del picco della crisi stessa». Per la Reinhart «il rischio maggiore che stiamo correndo è quello di un'errata percezione che potrebbe essere molto costoso se compiuta dalle autorità fiscale che sovrastimano le prospettive di entrata e dai banchieri centrali che tentano di riportare l'occupazione a un livello irrealisticamente alto».
Le sfide davanti a noi, quindi, sono decisamente epocali. E il margine di errore, questa volta, è davvero ristretto.
P.S. Ieri le Borse hanno festeggiato con rialzi euforici l'inaspettato aumento dell'indice ISM dell'attività manifatturiera Usa,salito al 56,3 punti in agosto dopo il calo nel mese di luglio che aveva fatto parlare di crescita rallentata e rischio di "double-dip". Il livello che potrebbe far scattare i crolli borsistici è a 50 punti, livello che molti analisti e gestori di fondi vedono probabile per ottobre, massimo novembre. In compenso, mentre i trader brindavano, gli insiders - ovvero i grandi investitori - confermavano i timori per crollo a breve: è di oltre 100 milioni di dollari di controvalore, infatti, il numero di azioni vendute dai manager di grandi aziende di Wall Street, 64 dei quali solo dei tre dirigenti principali di Goldman Sachs. Investimenti personali, non per clienti: quelli possono anche andare a schiantarsi contro il muro dei mercati. Chi vede le cose dall'interno, vende e scappa.
di Mauro Bottarelli
04 settembre 2010
Attenzione: allarme economico
E’ da tempo che avverto i lettori sul vicino crollo dell’Economia Statunitense. Il timore di una recessione a doppio picco era già alto dopo l’avvertimento sulla lentezza della crescita dell’economia da parte della Federal Reserve: mancanza di spesa da parte del consumatore bassi profitti delle imprese a Wall Street. E questo avvertimento non tiene neanche conto delle preoccupazioni su una crisi del debito europeo, debito che è sempre più grande, o di un rallentamento dell'economia cinese.
Alcuni indicatori supplementari che avvertono che le cose andranno molto in salita e molto velocemente:
1-L’indice della Federal Reserve di Philadelphia sulla manifatturiera è appena crollato, un 7,7%!. Questo non è solo indicativo di un rallentamento nella crescita della produzione. Per la prima volta in più di un anno, la produzione delle fabbriche negli USA si sta riducendo!
2-Il denaro del governo sta finendo e non ci saranno più “stimoli” per continuare ad iniettarli nell’economia. Nel frattempo, le città e gli stati della nazione stanno navigando in numeri rossi, le città e stati in tutto il paese stanno nuotando in rosso, tanto che per pareggiare i conti stanno chiudendo molte scuole, stazioni dei pompieri e intere divisioni della polizia (caserme NDT). Non è il miglior modoper porre fine alla crisi.
Inoltre, la maggior parte degli economisti sono altrettanto attoniti. Non avevano neanche idea che il numero di disoccupati avrebbe battuto tutti i record in questo momento del “recupero”.
Un esempio: Due settimane fa, tra i 42 economisti interpellati da Bloomerberg, neanche uno solo aveva predetto un grande aumento di richieste degli assegni per la disoccupazione. Ed è che l’aumento avuto la settimana scorsa in termini reali è stata apocalittica: le richieste di tali assegni sono saliti a 500.000, i peggiori numeri in nove mesi.
Per dirlo in un altro modo, oltre ai milioni di disoccupati che ancora non hanno trovato lavoro-anche un anno e più dopo il gran crollo dell’economia- un’ondata completamente nuova di lavoratori licenziati stanno adesso inondando gli uffici di collocamento del governo.
Consigli pratici
In primo luogo, se si hanno soldi, spostare la maggior parte del denaro in luoghi sicuri, in particolare nel breve termine e contanti.
In secondo luogo, non pensare che qualunque banca è sicura o che il governo aiuterà un numero indefinito di banche. Fare affari strettamente con le banche che abbiano le risorse liquide per sopravvivere in tempi difficili, anche senza l’aiuto del governo.
Collasso bancario
Se c’è un settore del mercato di valori che odora di morte, è il settore finanziario. Le azioni bancarie semplicemente non rialzano la testa. Prendi l’indice delle banche KWB(BKX), di 24 delle principali banche degli Stati Uniti. Sono affondate in aprile e maggio e non sono riuscite a recuperare da allora. Di fatto, settimana scorsa, è caduto a nuovi minimi.
Mercati dei bond
Per coloro che desiderino ascoltare, il mercato dei bond sta trasmettendo un messaggio economico importante. Ad esempio, la resa dei buoni del Tesoro a 10 anni è diminuito drasticamente da inizio aprile. Di fatto i rendimenti a 10 anni sono così bassi come a dicembre del 2008, durante il periodo più profondo della grave crisi economica e finanziaria. Questa caduta pronunciata dei rendimenti sta inviando un messaggio terrificante: è l’anticipazione di un’economia in libera caduta.
Crollo del settore immobiliare negli USA
La vendita delle case di seconda mano negli USA è appena stata colpita dal peggior crollo nella storia di mesi, il 27,2%, in quanto l'inventario di case invendute è così grande e la pressione al ribasso sui prezzi delle case così forte che sta provocando uno “sciopero” da parte di compratori in tutto il paese.
Il settore immobiliare è castigato dal cattivo umore dei consumatori statunitensi e degli investitori. L’accesso ad una casa, inoltre, è tagliato dalla scarsità di credito più cronica che si sia mai vista nella nostra vita. Lo stesso succederà con la maggior parte delle aziende nazionali che erano quotate nella borsa negli USA.
Un altro dei fattori che giocano un ruolo importante nel crollo immobiliare e della maggior parte delle aziende degli USA è l’aumento del tasso di disoccupazione. Conclusioni: Il denaro degli investitori di Wall Street è in serio pericolo.
Per i lettori statunitensi:
Disfattevi delle vostre proprietà immobiliari e vendete le azioni delle aziende nordamericane nella Borsa.
di Daniel Estulin
Fonte: www.danielestulin.com
03 settembre 2010
Nessun complottismo ma sul Club Bilderberg serve chiarezza

Questa è la storia di un piccolo, significativo equivoco. Riguarda un’associazione di cui la maggior parte dei lettori non conosce nemmeno l’esistenza: il Bilderberg Group. Sul Corriere della Sera di ieri, Alberto Melloni, recensendo il bel libro di Andrea Tornielli e Paolo Rodari Attacco a Ratzinger (Piemme), mi ha accusato di aver sostenuto tesi complottiste ovvero che la campagna mediatica contro il Papa sia stata orchestrata dal Bilderberg Group.
L’accusa è ingiustificata e fuorviante. Per ragioni che non riesco nemmeno ad immaginare, Melloni ha estrapolato una mia citazione, pubblicata nel saggio di Tornielli e Rodari, senza contestualizzarla e omettendo altre citazioni, più significative. Ad esempio quella in cui, sostengo che è impossibile valutare le tesi sul Bilderberg in quanto «mancano studi credibili su questo misterioso gruppo». L’ho scritto e lo ribadisco: non credo all’esistenza di un Grande Fratello.
Ma non posso non osservare che non appena si affronta l’argomento del Bilderberg scattano dei meccanismi quasi pavloviani. Da un lato c’è chi si esalta nella persuasione di aver scoperto il governo occulto del mondo; d’altro canto c’è chi si indigna e alza muri preventivi, talvolta senza nemmeno sapere cosa sia davvero il Bilderberg e nella presunzione che le élite politiche, finanziarie ed economiche siano composte solo da persone integerrime, disinteressate, esemplari nella difesa delle istituzioni.
La realtà è molto complessa. La globalizzazione provoca la continua erosione della sovranità degli Stati e di istituzioni antiche come la Chiesa cattolica. In quale misura questi fenomeni sono indotti e in quale provocati? Non lo sappiamo. Negli anni Novanta due studiosi cinesi pubblicarono un saggio, Guerra senza limiti, segnalato dal generale Fabio Mini, in cui spiegavano l’importanza cruciale delle «guerre asimmetriche» ovvero del terrorismo, della pirateria sul web e dell’arte di influenzare i media. Chi vuol fare buon giornalismo deve conoscere lo spin, ovvero le tecniche di comunicazione capaci di condizionare non un giornale, ma l’insieme dei mezzi di informazione. Nel saggio Gli stregoni della notizia (Guerini editore, 2006), sostengo la tesi che i giornalisti non sono preparati per capire e neutralizzare lo spin. Per questo Tornielli e Rodari mi hanno interpellato. Una penna autorevole come Nick Davies del Guardian, nel suo Flat Earth news, sostiene la stessa tesi.
Né Davies, né io condividiamo le tesi cospirazioniste. Ma non possiamo nemmeno chiudere gli occhi. Ricordate il Millenium bug? E l’influenza suina? E l’aviaria? False notizie (tra tante altre) che hanno condizionato il mondo, pur essendo montate ad arte. Chi le ha orchestrate? Ancora oggi non lo sappiamo. Ma interrogarsi è doveroso.
Lo stesso approccio dovrebbe valere per il Bilderberg, un club fondato nel 1954 dalla famiglia Rockefeller e che riunisce una volta all’anno alte personalità americane ed europee del mondo della politica, dell’economia e della finanza per analizzare la situazione internazionale. Nulla di anomalo, altre organizzazioni fanno altrettanto. Ma il Bilderberg ha una particolarità: opera nel segreto assoluto. Per cinquant’anni non si è saputo nemmeno che esistesse. Solo di recente ha aperto un sito, anodino peraltro. Non si conoscono le sue finalità, i suoi membri, curiosamente, non vantano l’appartenenza nei curriculum vitae. E quando il Club si riunisce in seduta plenaria i giornalisti che tentano di avvicinarsi vengono cacciati brutalmente.
Sia chiaro: l’ipotesi che sia il vero centro del potere mondiale non regge. È improbabile che circa 150 leader decidano le sorti del pianeta vedendosi una volta all’anno. Ma nell’era della comunicazione non si può nemmeno credere che ministri, banchieri centrali, finanzieri, grandi manager, opinon leader si riuniscano per bere il tè assieme.
È verosimile che il Bilderberg serva soprattutto a creare una rete di contatti tra chi promuove e ha interesse nella globalizzazione. Ma la riservatezza maniacale alimenta il sospetto. E il mistero. Che in democrazia è malsano. È davvero così scandaloso, in un’ottica autenticamente liberale, chiedere di saperne di più?
di Marcello Foa
I servizi segreti israeliani infiltrati in tutto il governo libanese
WMR ha appreso dalle sue fonti d’intelligence libanese, che il governo libanese sta arrivando a capire che la penetrazione dell’intelligence israeliana di tutti i gruppi politici del paese, è peggiore di quanto inizialmente creduto.
Il Mossad d’Israele, una volta soddisfatta di penetrare le parti cristiana e drusa del paese, ha ora ben completamente infiltrato, ai massimi livelli, i partiti sunniti e sciiti. Recentemente, il Libano ha accusato il generale a riposo Fayez Karam, un alto membro del Movimento Libero Patriottico del generale a riposo Michel Aoun, alleato di Hezbollah, di spionaggio per conto del Mossad.
Tra i partiti politici penetrati dai servizi segreti israeliani, vi è il Movimento per il Futuro del Primo Ministro Saad Hariri, figlio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, assassinato da un’autobomba a Beirut nel 2005. Il tribunale speciale delle Nazioni Unite per il Libano (STL), avrebbe previsto di accusare assai presto dell’assassinio, l’Hezbollah libanese. Tuttavia, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha annunciato di recente che il gruppo ha avuto la prova video dei droni israeliani, che mostra la Israeli Defense Force monitorare Hariri prima del suo assassinio.
Il procuratore capo del STL, Daniel Bellemare del Canada, ha richiesto le prove di Hezbollah. Tuttavia, WMR ha appreso che Bellemare è sospettato dai servizi segreti libanesi di avere stretti contatti con gli agenti precedente sia della CIA che Mossad. WMR ha precedentemente riferito che Bellemare è sospettato di avere consentito e introdotto prove contro Hezbollah sull’assassinio di Hariri, manipolando intercettazioni delle chiamate al cellulare che imputano la “pistola fumante” a Hezbollah. Si teme che Bellemare potrebbe dare le prova di Hezbollah al Mossad, affinché gli israeliani determinino l’origine della fuga dei video classificati.
Il Mossad avrebbe anche preso di mira il successore del leader politico sciita libanese Nabih Berri, attuale speaker del parlamento libanese. L’operazione del Mossad è sostenuta attivamente, da dietro le quinte, dall’Arabia Saudita, un paese che sta rapidamente diventando un sempre più segreto “di Pulcinella” alleato d’Israele in Medio Oriente.
Secondo fonti del WMR in Libano, una rete di Israele e degli Stati Uniti, che può contare sul sostegno delle Nazioni Unite, dopo la prevista incriminazione di Hezbollah per l’assassinio di Hariri, è una rete sunnita nella valle della Bekaa, in Libano. Incluso un membro della stessa famiglia di Ziad al-Jarrah, uno dei presunti dirottatori del volo United 93 dell’11 settembre 2001.
L’intelligence libanese ha collegato Ziad al-Jarrah, che opera dalla Valle della Bekaa, a una rete Salafita supportata dai sauditi, che include affiliati di “al-Qaida” che sarebbero utilizzati per inseguire gli sciiti in tutto il Libano, a seguito delle accuse di Bellemare contro Hezbollah. L’intelligence libanese ha scoperto che i membri di questa stessa rete Salafita/al-Qaida, supportata dal Mossad, anche per obiettivo ti principali leader sciiti in Iraq. WMR ha appreso che Ziad al-Jarrah è stato utilizzato dal Mossad, dalla CIA e dall’intelligence saudita come una “Patsy” del complotto 9/11, così come simili “zimbelli” sono utilizzati in Iraq e altrove, per aiutare a mantenere il mito di “al-Qaida” e di Usama bin Ladin vivo.
La stessa rete salafita/al-Qaida in Libano, mentre era ancora in fase embrionale, è stata utilizzata dal Mossad e dalla CIA per spiare i gruppi palestinesi in Libano, negli anni ‘80 e ’90, così come la Siria, durante la sua occupazione del Libano.
La rete di spionaggio israeliana si estende anche alla Siria. Secondo fonti libanesi, l’ex vice presidente siriano Abdel Halim Khaddam, che ha accusato il presidente siriano Bashar al Assad di aver ordinato l’assassinio di Rafik Harir, è tatticamente sostenuto da Israele e Stati Uniti. Khaddam, che dirige dall’esilio il Fronte di Salvezza Nazionale (NSF), sta cercando di rovesciare Assad. La NSF riceve non solo il sostegno dell’intelligence di Israele e degli Stati Uniti, ma anche dai servizi segreti francesi e tedeschi. La NSF ha sedi a Bruxelles, Berlino, Parigi e Washington DC, ed è sospettato di lavorare dietro le quinte con Bellemare per accusare Hezbollah dell’assassinio di Hariri. Tuttavia, i tentativi precedenti di accusare Assad e i generali libanesi filo-siriani dell’attentato, sono falliti a causa della mancanza di una qualsiasi prova credibile.
Wayne Madsen è un giornalista investigativo, autore e redattore di Washington DC. Ha scritto per diversi giornali e blog rinomati.
di Wayne Madsen
Fonte: Global Research, 25 agosto 2010 – Opinion Maker
http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=20759
02 settembre 2010
Negli Stati Uniti il lobbismo dell’industria petrolifera sta massacrando la green economy
Oltre 200 milioni di dollari: è la cifra stanziata dall’apparato industriale americano per proteggere i propri interessi e contrastare le ambizioni degli ambientalisti
Nell’anno del peggior disastro ecologico della storia americana i lobbisti Usa hanno saputo incidere come non mai nella politica nazionale mobilitando attivisti e fondi per un ammontare da record. Lo rivela in questi giorni il Center for Responsive Politics (Crp), un ente di ricerca indipendente di Washington che da quasi trent’anni analizza l’operato delle lobby nella politica statunitense. Un attivismo, quello condotto dall’industria del petrolio e del gas naturale, capace di proteggere il settore da qualsiasi progetto di riforma ma anche – e non è una conseguenza da poco – di vanificare gli sforzi tutt’altro che modesti profusi dai gruppi ambientalisti.Dal gennaio 2009 ad oggi, gli attivisti e i fautori della green economy hanno mobilitato 500 lobbisti sborsando qualcosa come 33 milioni di dollari. Cifre significative, certo, ma non abbastanza consistenti da contrastare efficacemente l’opera dei rivali. Già, perché nello stesso periodo l’apparato industriale gas-petrolio ha ingaggiato 874 operatori e di milioni, tanto per andare sul sicuro, ne ha tirati fuori quasi 250. Uno sforzo da record sul quale la crisi finanziaria non ha inciso minimamente.
Per i lobbisti “fossili”, quest’ultimo annus mirabilis costituisce il punto d’arrivo di una strategia consolidata che da tempo rimpingua le casse dei politici più influenti a colpi di contributi elettorali. Un sistema ampiamente collaudato di cui hanno beneficiato soprattutto i repubblicani. Secondo i dati di Crp, infatti, sono ben nove gli esponenti conservatori nella Top ten dei contributi “oil-gas” dell’ultimo ventennio. L’ex candidato presidenziale John McCain svetta nella graduatoria con oltre 2,7 milioni di dollari incassati dal 1989 ad oggi. La senatrice della Lousiania Mary Landrieu, ottava in classifica generale e prima tra gli esponenti democratici, ha dovuto accontentarsi, si fa per dire, di 828 mila biglietti verdi.
In un sistema che accetta e incoraggia le attività di lobbying purché condotte in condizioni di trasparenza, gli ambientalisti non sono certo stati a guardare (il democratico Mark Udall, principale beneficiario del fronte green, ha intascato mezzo milione di dollari negli ultimi due decenni), ma il confronto con la mobilitazione nemica si è mantenuto impietoso. E i risultati sono venuti di conseguenza. Quando Obama e i suoi hanno messo in agenda la celebre proposta di legge sui limiti alle emissioni, gli ambientalisti hanno sborsato la cifra record di 22,4 milioni, cinque in meno di quelli messi in campo sul fronte opposto dalla sola ExxonMobil. L’armata degli oppositori, nel frattempo, ha fatto piovere su Washington un maxi finanziamento da 175 milioni tanto per chiarire, una volta per tutte, chi comandasse davvero. E così l’emendamento ambientalista promosso dalla fidata coppia John Kerry/Joe Lieberman si è incagliato in Senato.
Non tutti gli esponenti politici, è bene ricordarlo, si sono adeguati al trend e negli ultimi tempi non sono mancate le crisi di coscienza. Almeno dodici parlamentari, ha sottolineato il Crp, rifiutano tuttora qualsiasi contributo dalla lobby gas/petrolio e qualcuno, come il deputato texano Charles González e la candidata repubblicana al Senato Carly Fiorina, ha promesso di rifiutare in futuro qualsiasi contributo dalla famigerata Bp. Ma nella sostanza la macchina da guerra dei lobbisti può continuare ad operare con efficacia proteggendo i propri interessi e minando quelli della controparte. L’Associazione Americana per l’Energia Eolica (AWEA) ha denunciato in questi giorni il “sabotaggio” di decine di progetti da parte del ministero della Difesa e della Federal Aviation Administration. La capacità energetica delle installazioni eoliche Usa, ha affermato l’Awea, si è ridotta del 71% rispetto al 2008.
di Matteo Cavallito
01 settembre 2010
C'è qualcosa che puzza in Wikileaks

Fin dalla pubblicazione del drammatico filmato militare in cui si vede un elicottero americano in Iraq che spara addosso ad un giornalista disarmato, Wikileaks ha acquisito notorietà e credibilità mondiale, presentandosi come un sito coraggioso che rende pubblico materiale riservato fornito dalle “talpe” presenti all’interno di vari governi. Il suo ultimo “scoop” è stata la pubblicazione di migliaia di pagine di presunti documenti segreti relativi agli infiltrati USA nei gruppi talebani in Afghanistan e ai loro legami con noti personaggi vicini agli ambienti dell’ISI, il servizio segreto militare del Pakistan. Alcuni elementi, però, fanno pensare che ben lungi dall’essere un’autentica fuga di notizie riservate, l’operazione sia stata in realtà un atto di calcolata disinformazione a favore dei servizi segreti americani e forse anche di quelli israeliani e indiani, nonché una copertura per il ruolo svolto dagli USA e dall’Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.
Da quando i documenti afghani sono stati pubblicati qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha conferito credibilità alla fuga di notizie, affermando che rivelazioni ulteriori rappresenterebbero un pericolo per la sicurezza nazionale americana. Eppure, ciò che è contenuto nei documenti fornisce ben poche rivelazioni che abbiano qualche rilievo. Il personaggio citato con più frequenza, il generale (oggi in ritiro) Hamid Gul, ex capo dell’ISI, il servizio segreto militare del Pakistan, è l’uomo che negli anni ’80 fu coordinatore in Afghanistan della guerriglia mujaheddin finanziata dalla CIA contro il regime sovietico. Nei recenti documenti pubblicati da Wikileaks, Gul è accusato di essersi regolarmente incontrato con i capi di Al Qaeda e dei Talebani e di avere orchestrato attacchi suicidi contro le forze NATO in Afghanistan.
I documenti filtrati sostengono anche che Osama Bin Laden, la cui morte era stata data per certa da Benazir Bhutto in un’intervista alla BBC, sarebbe invece ancora vivo, mantenendo così profittevolmente in vita un mito utile alla Guerra al Terrore dell’amministrazione Obama, in un momento in cui molti cittadini americani si erano dimenticati del pretesto originario con cui l’amministrazione Bush aveva invaso l’Afghanistan, quello di perseguire l’autore degli attacchi dell’11/9.
Demonizzazione del Pakistan?
Il presentare oggi Gul come un collegamento chiave con i Talebani dell’Afghanistan si inserisce in un più ampio e recente progetto, elaborato da Stati Uniti e Inghilterra, con cui si cerca di demonizzare l’attuale regime pakistano attribuendogli un ruolo di primo piano nei problemi in Afghanistan. Questa demonizzazione favorisce nettamente la posizione dell’India, recente alleato degli Stati Uniti. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano che possieda armi nucleari. E’ noto che alle forze di difesa israeliane e al Mossad piacerebbe molto poter modificare questa situazione. La campagna di discredito ordita tramite Wikileaks contro un personaggio politicamente esplicito come Gul potrebbe essere parte di questo progetto geopolitico.
Il londinese Financial Times afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 file segreti statunitensi in cui si insinua che i servizi segreti pakistani avrebbero appoggiato i militanti afghani contro le forze della NATO. Gul ha dichiarato alla stampa che gli Stati Uniti hanno ormai perso la guerra in Afghanistan e che la pubblicazione di quei documenti servirà all’amministrazione Obama per scaricare su altri la colpa, insinuando che la responsabilità sia tutta del Pakistan. Gul ha detto ai giornali: “Io sono il capro espiatorio preferito per gli americani. Non riescono proprio a concepire che gli afghani possano vincere una guerra da soli. Eppure sarebbe una vergogna intollerabile che un vecchio generale 74enne, ormai in pensione, manovrando i mujaheddin in Afghanistan, fosse stato la causa della sconfitta dell’America”.
Nei documenti afghani pubblicati da Wikileaks è da notare il modo in cui i riflettori vengono puntati contro il 74enne Gul. Come ho scritto in un precedente articolo (Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno) Gul è stato assai esplicito sul ruolo dell’esercito statunitense nel contrabbandare eroina afghana fuori dal paese, sfruttando la base aerea di massima sicurezza di Manas, in Kyrgyzstan.
Allo stesso modo, in un’intervista alla United Press International del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11/9, Gul, in risposta alla domanda su chi avesse organizzato l’11/9, aveva risposto: “Il Mossad e i suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari all’anno per le loro 11 agenzie di intelligence. Cioè 400 miliardi di dollari ogni 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice di essere stata colta di sorpresa. Io non ci credo. 10 minuti dopo che la seconda torre del World Trade Center era stata colpita, la CNN già diceva che era stato Osama bin Laden. Si trattava di un pezzo di disinformazione preorganizzato dai veri autori del crimine...”.
Ovviamente Gul non è molto amato a Washington. Egli sostiene che le sue richieste di visti d’ingresso per l’Inghilterra e gli Stati Uniti sono state respinte a più riprese. Trasformare Gul in un arcinemico farebbe assai comodo a certa gente di Washington.
Chi è Julian Assange?
Il fondatore e sedicente “Editor-in-chief” di Wikileaks, Julian Assange, è un misterioso 29enne australiano del quale si sa poco. E’ improvvisamente diventato un personaggio pubblico di primo piano offrendosi di trattare con la Casa Bianca riguardo alle fughe d’informazioni. In seguito agli ultimi scoop, Assange ha detto a Der Spiegel – una delle tre testate con cui condivide il materiale delle sue ultime rivelazioni – che i documenti da lui portati alla luce “cambiano la nostra prospettiva non solo sulla guerra in Afghanistan, ma su tutte le guerre moderne”. Nella stessa intervista ha dichiarato: “Mi piace schiacciare i bastardi”. wikileaks, fondata da Assange nel 2006, non ha una sede stabile e lo stesso Assange afferma: “In questi giorni vivo negli aeroporti”.
Eppure, un più attento esame delle posizioni di Assange su uno degli argomenti più controversi degli ultimi decenni, le forze che stanno dietro agli attentati dell’11 settembre contro il Pentagono e il World Trade Center, rivela che egli è curiosamente dalla parte dell’establishment. Quando il Belfast Telegraph lo ha intervistato lo scorso 19 luglio, egli ha dichiarato: “Ogni volta che uomini di potere definiscono piani in segreto, essi stanno attuando un complotto. Quindi ci sono complotti ovunque. Ma ci sono anche teorie complottiste pazzoidi. E’ meglio non confondere le due cose...”.
E sull’11/9?
“Sono sempre infastidito dal fatto che la gente si faccia distrarre da falsi complotti come quello sull’11 settembre, quando tutt’intorno a loro noi forniamo prove di complotti reali, volti a scatenare guerre o frodi finanziaria di massa”. E sulla Conferenza del Bilderberg? “E’ solo vagamente complottarda, in senso di rete relazionale. Noi abbiamo pubblicato gli appunti dei loro incontri”.
Queste dichiarazioni, provenienti da una persona che ha costruito la propria reputazione sull’avversione all’establishment, sono più che considerevoli. Prima di tutto, come migliaia di fisici, ingegneri, militari professionisti e piloti di linea hanno testimoniato, l’idea che 19 arabi senza quasi nessun allenamento e armati solo di taglierini possano dirottare quattro aerei di linea ed eseguire manovre quasi impossibili contro le Torri Gemelle e il Pentagono nell’arco di soli 93 minuti, senza che nessun velivolo militare del NORAD li intercetti, è qualcosa che sfida ogni credibilità. Chi abbia davvero compiuto questi attacchi così professionali è questione che dovrebbe essere affrontata da una genuina e non faziosa commissione d’inchiesta internazionale.
Al signor Assange, che nega ostinatamente ogni sinistra cospirazione sull’11/9, si potrebbe rammentare la dichiarazione resa alla BBC dall’ex senatore americano Bob Graham, che guidò la Commissione Senatoriale degli Stati Uniti sull’Intelligence durante l’inchiesta congiunta sull’11 settembre. Graham disse alla BBC: “Posso affermare che sull’11 settembre ci sono troppi segreti, che ci sono informazioni non rese disponibili al pubblico, per le quali esistono risposte specifiche, tangibili e verosimili e che questa reticenza ha eroso la fiducia dell’opinione pubblica nel proprio governo per ciò che attiene alla sua sicurezza”.
Narratore della BBC: “Il senatore Graham scoprì che questa copertura arrivava fino al cuore dell’amministrazione”.
Bob Graham: “Chiamai la Casa Bianca e parlai con la signora Rice. Le dissi: “Senta, ci avevano detto che avremmo collaborato a quest’inchiesta”. Lei disse che ci avrebbe pensato lei, ma poi non successe nulla”.
Naturalmente, l’amministrazione Bush riuscì a sfruttare gli attacchi dell’11 settembre per lanciare la sua Guerra al Terrorismo in Afghanistan e poi in Iraq, un punto su cui Assange convenientemente sorvola.
Da parte sua, il generale Gul afferma che l’intelligence americano ha orchestrato le rivelazioni di Wikileaks sull’Afghanistan per trovare un capro espiatorio, cioè Gul, a cui attribuire la colpa.
Similmente, come se avesse afferrato il suggerimento, il Primo Ministro britannico David Cameron, durante una visita di stato in India, ha alluso al presunto ruolo del Pakistan nell’appoggiare i talebani in Afghanistan, garantendo così ulteriore credibilità alla versione fornita da Wikileaks.
Ma la vera storia di Wikileaks non è ancora stata raccontata con chiarezza.
di F. William Engdahl
dal sito www.vheadline.com
traduzione di Gianluca Freda07 settembre 2010
L'ASCESA E IL DECLINO DEI POTERI ECONOMICI: IL CONFLITTO CINA-USA SI INASPRISCE
Strategie per minare e indebolire la Cina come potenza globale emergente Gli Stati uniti hanno sviluppato una strategia dettagliata, complessa e ramificata per minare l'ascesa della Cina a potenza globale. La strategia include mosse economiche, politiche e militari studiate per indebolire la crescita dinamica cinese e contenere la sua espansione all'estero. Strategie economiche Washington, appoggiata dalla stampa finanziaria più autorevole, così come dai principali economisti ed "esperti", sostenne che occorreva intervenire nelle politiche economiche interne cinesi con misure pensate per smembrare il suo modello di crescita dinamica. La richiesta più diffusa è che la Cina sopravvaluti la sua valuta in modo da corrodere i suoi margini di competitività e indebolire le industrie impegnate nell'esportazione dinamica [28]. Nel passato, tra il 2000 e il 2008, la Cina ha rivalutto il suo tasso di scambio del 20%, riuscendo comunque a duplicare le proprie esportazioni verso gli Stati Uniti [29]. Ci sono riusciti aumentando la produttività, diminuendo i tassi di profitto e migliorando i controlli di qualità. Inoltre, il problema dei bilanci negativi per gli affari statunitensi è un problema cronico e mondiale - gli USA hanno bilanci negativi con oltre 90 paesi, inclusi Giappone e Unione Europea [30]. La coalizione anti-cinese, guidata dal complesso Washington - Wall Street, ha continuato a fare dure pressioni su Pechino affinché deregolamentassi il proprio settore finanziario per facilitare la scalata dei mercati finanziari cinesi, invocando violazioni di "scambi ed investimenti". La Casa Bianca vede nel potente settore finanziario l'unica leva attraverso la quale conquistare le vette di comando dell'economia cinese, attraverso fusioni ed acquisizioni. Questa campagna ha perso forza durante le crisi del periodo 2008 - 2010, indotta dall'attività speculativa di Wall Street. Il sistema finanziario cinese ne è stato a mala pena colpito, grazie alla sua struttura di regolamentazione pubblica e grazie ai vincoli sull'ingresso delle banche statunitensi. Washington ha imposto misure protezioniste, contrarie alle regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, sotto forma di tariffe sulle esportazioni cinesi di acciaio e abbigliamento, e il Congresso ha minacciato una tassa del 40% su tutte le esportazioni cinesi negli Stati Uniti - un invito ad una "guerra d'affari". Gli Stati Uniti hanno bloccato svariati investimenti cinesi a larga scala, nonché l'acquisto di compagnie petrolifere, società tecologiche e altre imprese. In opposizione a questo, la Cina ha permesso alle multinazionali statunitensi di investire decine di miliardi di dollari e di subappaltare in vari settori dell'economia cinese. La Cina, come potenza mondiale emergente, è sicura del fatto che la propria economia dinamica può arginare le corporazioni statunitensi nella loro crescita, mentre gli Stati Uniti, di fronte al deterioramento della propria posizione, si preoccupano per qualunque accelerazione della "scalata cinese", una preoccupazione generata dalla fragilità economica, nascosta e camuffata da una retorica di "minaccia alla sicurezza". Washington ha incoraggiato gli investitori oltreoceano e i fondi di investimento a sovranità cinese a creare un collegamento con le società finanziarie statunitensi impegnate in attività speculative, sperando così di rafforzare l'afflusso di capitali negli Stati Uniti e di creare una "cultura della speculazione" in Cina, per indebolire la produzione di capitale nell'apparato di pianificazione statale. La Casa Bianca ha intensificato le sue minacce di rappresaglia economica in modo da minare ed escludere le esportazioni cinesi, oltre ad assicurare concessioni che compromettano la legittimità politica interna dei suoi governanti, se e quando dovessero accettare i dettami di Washington. I leader politici cinesi che dovessero concedere agli Stati Uniti la possibilità di decidere le politiche economiche interne provocherebbero pesanti opposizioni da parte degli uomini d'affari e dei lavoratori, che sono prevenuti nei confronti di quelle politiche. Una volta compromessi e indeboliti, messi di fronte ad un'opinione pubblica indiammata, i leader cinesi affronterebbero le pressioni interne ed esterne - mettendo a serio rischio la stabilità della Cina. Washington ha dato vita ed orchestrato una campagna sui media internazionali, mobilitando il Fondo Monetario internazionale e l'Unione Europea per indebolire il modello industriale cinese, accusando la sua ascesa come potenza mondiale del proprio declino. Dai principali cronisti della stampa finanziaria "seria" alla sensazionale stampa scandalistica a grande tiratura, dai leader politici del Congresso ai funzionari anziani dell'esecutivo, ai proprietari di aziende manifatturiere non competitive e sindacalisti burocrati di un movimento laburista moribondo, è stata allestita una campagna per "affrontare" la Cina con una schiera di crimini e peccati che si estendende dalla competizione scorretta, salari bassi, sussidi statali, fino alla qualità scadente e alla scarsa sicurezza dei prodotti. Gli accademici, gli economisti, i consulenti, gli esperti finanziari statunitensi e inglesi profondamente radicati nell'impero hanno incoraggiato le proprie controparti cinesi, così come gli investitori e i politici stranieri, a diffondere politiche in linea con le richieste della Casa Bianca. Lo scopo era di facilitare l'ingresso statunitense e di limitare l'espansione cinese verso l'estero. Ogni giorno gli "esperti" statunitensi scroprivano nuover ragioni per invocare una "crisi imminente" in Cina: l'economia sta rallentando, o crescendo troppo in fretta; una "bolla" è pronta ad esplodere nel campo immobiliare [31]; le banche sono sovraccaricate da debiti, ponendo il sistema finanziario a rischio di collasso; l'inflazione sta crescendo senza controllo; gli investimenti oltreoceano stanno seguendo percorsi coloniali; l'economia è sbilanciata, troppo legata all'esportazione e non al consumo interno; la competitività delle esportazioni è uno dei fattori principali di squilibrio negli affari globali; i rapporti con la crescite economica asiatica minacciano la sicurezza nazionale cinese, ecc... Queste e molte altre argomentazioni, presentate come serie analisi economiche sul Financial Times, il Wall Street Journal e il New York Times, sono studiate per incolpare la Cina delle debolezze e del declino della competitività economica statunitense nel mondo. Lo scopo è quello di influenzare ed esercitare pressioni sui neoliberali cinesi "malleabili" o "accomodanti" affinché cambino le loro politiche. Cosa altrettanto importante, queste "critiche" sono pensate per unificare l'élite degli affari, della politica e militare, oltre a giustificare azioni aggressive nei confronti della Cina. Il problema di base con le analisi di questi esperti è che sono stati confutati dalla continua crescita dinamica della Cina, dalla sua abilità a gestire e regolare i prestiti finanziari per prevenire l'esplosione della bolla, dall'accoglienza sempre migliore da parte segli ospiti africani verso nuovi accordi di investimento, grazie a prestiti relativamente generosi e progetti per infrastrutture affiancati ad investimenti nel settore estrattivo [32]. Più di recente Washington ha convinto India e Brasile ad unirsi al coro di accuse alla Cina per scorrettezze negli affari, una delle alleanze piè pericolose che si stiano formando. Offensiva politica Il declino delle potenze imperialiste affermate, come gli Stati Uniti di oggi, ha un repertorio di automatismi pensati per screditare, sedurre, isolare e contenere le potenze mondiali emergenti come la Cina, mettendole sulla difensiva. Uno degli stratagemmi politici che dura da più tempo è la campagna di propaganda americana per i diritti umani, con cui sottolinea le violazioni perpetrate dalla cine, ignorando i propri attacchi e minimizzando le azioni dei propri alleati, come quelle dello stato di Israele. Screditando la politica interna cinese, il Dipartimento di Stato spera di gonfiare artificialmente l'autorità morale degli Stati Uniti e di spostare l'attenzione dalle proprie violazioni ai diritti umani, a lungo termine e su larga scala, costruendo una coalizione anti-Cina. Mentre la propaganda sui diritti umani viene usata come arma per combattere l'avanzata economica cinese, Washington cerca la cooperazione della Cina nel tentativo di rallentare il proprio declino. I diplomatici statunitensi insistono nel voler "trattare la Cina alla pari", riconoscendola come "potenza mondiale" che deve "assumersi le proprie responsabilità" [33]. Dietro a questa retorica dipomatica c'è lo sforzo di costringere la Cina ad una politica di collaborazione e di sostegno alle strategie statunitensi come socio giovane, alle spese degli interessi economici cinesi. Ad esempio, se da un lato la Cina ha investito miliardi di dollari in joint venture con l'Iran e ha sviluppato relazioni d'affari in crescita, Washington pretende il supporto cinese per sanzioni che indeboliscano e degradino l'Iran per aumentare il potere militare statunitense nel Golfo [34]. In altre parole, la Cina dovrebbe rinunciare all'espansione del proprio proprio mercato per condividere la "responsabilità" nel controllo del mondo, cosa in cui gli Stati Uniti primeggiano. Allo stesso modo, sintetizzando il significato delle richieste avanzate dalla Casa Bianca di "assunzione di responsabilità" per "ribilanciare l'economia mondiale", questo si riduce ad imporre a Pechino una riduzione della propria crescita dinamica, in modo da permettere agli Stati Uniti di ottenere vantaggi negli affari e di ridurre ("ribilanciare") il proprio deficit. Alternando gesti simbolici e positivi, come il riferirsi a Stati Uniti e Cina come il G2, le due potenze mondiali determinanti, la Casa Bianca ha di fatto incoraggiato un "fronte unito" con l'Unione Europea contro le presunte manovre cinesi di "protezionismo", "manipolazione della valuta" e altre norme economiche "ingiuste" [35]. Agli incontri internazionali come la recente conferenza tenutasi a Copenhagen sul riscaldamento globale, l'incontro sul GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, ovvero l'accordo generale su tariffe e scambi, ndt), in cui si è discussa la liberalizzazione degli scambi, e l'incontro delle Nazioni Unite sull'Iran, Washington ha tentato di demonizzare la Cina indicandola come il principale ostacolo alla buona riuscita degli accordi globali, allontanando l'attenzione dalle azioni cinesi, quali la conformità agli standard sul clima, con cui si posiziona ben al di sopra degli Stati Uniti [36], l'opposizione al protezionismo e la ricerca di negoziazioni con l'Iran. Nel tempo, questa offensiva imperialista ha provocato una risposta aggressiva da parte della Cina, che ha raggiunto una maggiore fiducia nelle proprie capacità di gestione del potere. Strategie per contrastare le potenze imperialiste affermate Una delle risposte più formidabili ed efficaci di una potenza economica emergente verso gli sforzi fatti da potenze imperialiste affermate per bloccare la sua avanzata è... di continuare a crescere ad un tasso raddoppiato o triplicato rispetto alla decrescita del suo avversario. Nulla mette alla prova la propaganda di "crisi" emanata dagli esperti statunitensi quanto, ad esempio, la notizia che nel primo trimestre del 2010 la Cina ha avuto una crescita del 12%, sei volte quanto previsto per gli Stati Uniti [37]. La politica cinese nei confronti degli attacchi e delle minacce statunitensi è stata soprattutto reattiva e difensiva, anziché aggressiva, specialmente durante la prima decade dell'avanzata verso la condizione di potenza globale. La Cina ha sostenuto che il proprio tasso di scambio fosse un "affare interno" e ha risposto alle richieste statunitensi, rivalutando la propria valuta (2006 - 2008) del 20%. Più tardi la Cina ha specificato che il trambusto relativo alla valuta aveva poco a che fare con il deficit di scambi degli Stati Uniti, evidenziando come questo fosse legato alla debolezza strutturale dell'economia statunitense, ovvero ai pochi risparmi, la bassa creazione di capitale e la perdita di competitività. Inizialmente la Cina ha protestato soltanto per quanto riguarda gli attacchi ai diritti umani, negando le proprie colpe o sostenendo che riguardassero affari interni. A partire dal 2010, comunque, la Cina ha iniziato a muoversi in maniera più aggressiva, pubblicando il proprio inventario di violazioni ai diritti umani perpetrate dagli Stati Uniti [38]. Quando Washington ha protestato per le violazioni ai danni dei separatisti Tibetani e Uiguri, la Cina ha rimproverato l'interferenza americana negli affari interni cinesi e ha minacciato di compiere rappresaglie, cosa che ha spinto Washington a fermare la propria crociata. Pechino ha incoraggiato le multinazionali statunitensi ad investire in Cina e ad esportare i prodotti negli Stati Uniti. Vista la crescita complessiva cinese, l'ingresso delle corporazioni non ha aumentato il potere americano, ma piuttosto ha fornito alla Cina una lobby a Washington che si è opposta alle misure protezioniste. La Cina ha fatto poco per vincolare l'espansione oltreoceano degli Stati Uniti, (dal momento che Washington ha un'eccellente attività di autodistruzione) e si è invece preoccupata di rafforzare la propria strategia su base economica di aumento degli investimenti, prendendo in prestito la tecnologia e arricchendo le proprie industrie di alta tecnologia. La Cina, nonostante le pressioni ricevute da Washington, si è rifiutata di appoggiare la sua campagna di sanzioni nei confronti dell'Iran e ha deciso di creare legami commerciali con l'Afghanistan, laddove l'occupazione militare statunitense costa miliardi di dollari e allontana gran parte degli afghani, inclusi i suoi investitori [39]. La Cina ha rifiutato di dare il proprio supporto alla strategia militare di Obama, volta a rafforzare l'impero. Se da un lato, quindi, partecipa agli incontri e alle conferenze bilaterali, dall'altro la strategia cinese è di non fare concessioni che possano mettere a rischio i suoi mercati oltreoceano, senza mettere direttamente a confronto le missioni militari promosse da Obama. Cosa ancor più singolare, in Asia i paesi in maggior crescita hanno ignorato gli avvertimenti americani circa la "minaccia alla sicurezza" rappresentata dalla Cina e hanno espanso i loro affari e legami economici con il loro vicino. Col tempo l'Asia sta rimpiazzando gli Stati Uniti come il partner d'affari di Pechino con la crescita più rapida. Più di recente, nell'aprile 2010, l'India ha espresso preoccupazione sull'iniquità dei propri scambi con la Cina ed ha intrapreso negoziazioni per aumentare le proprie esportazioni. Nell'insieme, la strategia imperialista statunitense, volta ad arginare il proprio declino e bloccare la crescita della Cina come potenza mondiale, ha fallito. I politici e i detrattori finanziari della Casa Bianca hanno ignorato le importanti fondamenta su cui è costruito l'impero cinese e la sua capacità di rimediare agli squilibri interni per sostenere l'espansione dinamica. Le colonne portanti del potere globale La Cina, come era capitato ad altre potenze globali emergenti, ha tentato - in questo caso con successo e senza l'utilizzo della forza - di porre le basi per un'impero economico sostenibile. La strategia include una complessa miscela di misure adottate dentro e fuori dai confini: 1. Gli investimenti oltroceano, per assicurarsi risorse strategiche, specialmente energia, metalli e cibo [40]. 2. Gli investimenti interni di alto livello, per incrementare la capacità manifatturiera, introducendo tecnologia avanzata per migliorare il valore aggiunto e smorzare la propria dipendenza dall'importazione di componenti. Elevati investimenti sono percepiti come necessari per sostenere la competitività nelle esportazioni. 3. Le consistenti spinte a migliorare l'istruzione della forza lavoro, al fine di ottenere la supremazia industriale - con maggior rilievo ad ingegneri, scienziati e manager industriali rispetto a speculatori, banchieri e avvocati. Ad ogni modo, gli sforzi della Cina per promuovere la propria forza lavoro non otterranno successi a meno che non vengano riconosciuti ed integrati quei 200 - 300 milioni di lavoratori emigranti i cui figli sono attualmente esclusi dall'istruzione avanzata nelle principali città del paese [41]. 4. Gli investimenti multi miliardari nelle infrastrutture, includendo dozzine di nuovi aeroporti, autostrade ad alto scorrimento e corsi d'acqua a creare collegamenti tra le regioni costiere e l'interno del paese, aumentando la crescita dinamica delle industrie. Tra i risultati, una minore migrazione ai centri di manifattura costieri, che in alcuni casi ha comportato scarsità di lavoro, ma che poi ha anche permesso un aumento significativo dei salari e minori squilibri geografici nello sviluppo dei poli vecchi e nuovi. 5. Mentre il lavoro professionalizzato comincia a prendere il posto di quello non professionalizzato, e mentre la crescita dinamica scala le vette della produzione ad alto valore aggiunto, altrettanto fanno i salari medi e la consapevolezza sociale, consentendo di diminuire la pressione sociale dovuta alle disuguaglianze tra classi. 6. Come risultato delle pressioni sociali, evidenziate in oltre 100.000 proteste locali, scioperi e dimostrazioni all'anno, il governo si è mosso cercando di diminuire le tensioni di classe, e lo ha fatto in parte con investimenti in assistenza sociale e altre spese di natura sociale. La Cina si sta spostando dall'acquisto di buoni del Tesoro statunitensi agli investimenti in sussidi per la sanità e l'istruzione pubblica nelle aree rurali. Riportando lo Stato nello sviluppo sociale, anziché affidarsi al mercato, che ha dimostrato la propria inefficienza, la Cina sta migliorando e ammodernando i processi di produzione nei lavori rurali. Riassumendo, le colonne portanti della spinta dinamica cinese a diventare una potenza globale risiedono nel ribilanciamento dell'economia, nel miglioramento della propria base produttiva, nell'espansione del mercato interno, nel perseguire la crescita e la stabilità sociale e nel massimizzare l'accesso agli articoli essenziali alla produzione. La versione cinese del "ribilanciamento" dell'economia: nuove contraddizioni Il ribilanciamento cinese dell'economia interna è stato accompagnato da una trasformazione delle rapporti economici con gli Stati Uniti. Visto l'atteggiamento apertamente ostile adottato dai leader del Congresso e vista la condizione stagnante del mercato americano, la Cina ha aumentato i propri affari ed investimenti con l'Asia, in modo da diminuire la propria idpendenza dal mercato statunitense e con essa il rischio di dover affrontare la morsa protezionista [42]. Sebbene la Cina sia ancora un "creditore" per gli Stati Uniti, sta spostando i propri investimenti in affari più produttivi (e lucrativi). Non tutte le speculazioni cinesi oltreoceano sono state un successo, si vedano ad esempio alcuni uomini d'affari "istruiti in occidente", che hanno perso svariati miliardi di dollari investendo nel gruppo Blackstone o simili. Il "ribilanciamento della crescita" cinese ottenuto attraverso il rafforzamento delle fondamenta per successive espansioni, deve affrontare rischi maggiori provenienti dall'interno che non dall'esterno. Entro i confini cinesi, svariati cambiamenti nella struttura sociale possono mettere in pericolo la stabilità del sistema, così come è successo per altre potenze affermate. La spinta verso un'espansione oltreoceano ha dato vita ad una parte della nuova classe dirigente pubblico-privato che ignora la necessità di sviluppare un mercato interno, specialmente per quello che riguarda gli investimenti nello sviluppo sociale. In secondo luogo, l'intera classe dirigente e l'élite al governo, se da un lato appoggiano formalmente il bisogno di migliorare le condizioni di lavoro, costruendo una rete di sicurezza sociale nelle aree rurali ed estendendo il diritto alla salute e all'istruzione agli emigranti, dall'altro si rifiutano di aumentare le proprie tasse, si oppongono a qualunque politica di redistribuzione e difendono i propri privilegi di famiglia creando le condizioni affinché si intensifichino le tensioni e i conflitti di classe. Altrettanto deleterio per il futuro delle fondamenta dell'espensione cinese è l'emergere di una classe di speculatori particolarmente influente, soprattutto nel campo immobiliare, bancario e in quell'élite politica locale che favorisce le bolle economiche, che a loro volta minacciano l'intero sistema finanziario [43]. Mentre il regime, nonostante il controllo sulla politica monetaria e sul sistema finanziaro, adotta strategie per "sgonfiare" la bolla, non fa nulla dal punto di vista strutturale che possa insidiare questo settore o la classe dirigente. Inoltre, la speculazione nell'ambito immobiliare aumenta il costo delle case oltre le possibilità di gran parte dei lavoratori, e allo stesso tempo i prezzi gonfiati delle terre permettono l'espropriazione arbitraria dei proprietari da ufficiali locali e regionali legati agli speculatori edilizi, alimentando agitazioni di massa e in alcuni casi violente proteste. La crescita delle importazioni, degli speculatori finanziari e di coloro che diventano miliardari grazie ad investimenti immobiliari potrebbe garantire un'apertura per il settore principale dell'impero statunitense: la classe dirigente finanziaria, immobiliare e delle assicurazioni. Fino ad ora le ripetute crisi ed instabilità indotte da questi settori nei periodi 1990 - 2001, 2000 - 2002, 2007 - 2010, hanno messo in pericolo la loro abilità di infiltrarsi nell'economia cinese. Vista la continua crescita della Cina, particolarmente evidente oggi, con un +9% nel 2009 e un +12% nel 2010, mentre gli USA rantolavano attorno ad una crescita zero, chi ha di più da perdere se e quando Washington deciderà di innescare una guerra commerciale? Confronto esterno sulla riorganizzazione interna: con gli USA ? Gli Stati Uniti ha contratto debiti con almeno 91 paesi oltre alla Cina, a dimostrazione del fatto che il problema risiede nella struttura dell'economia statunitense. Qualunque misura punitiva per limitare le esportazioni cinesi negli USA non farebbero altro che aumentare i debiti con altri esportatori concorrenti. Una diminuzione delle importazioni statunitensi dalla Cina non risulterebbero in un aumento della manifattura americana, a causa della natura sottocapitalizzata di quest'ultima, direttamente legata alla posizione dominante del capitale finanziario nel trovare e nel ridistrubuire i risparmi. Inoltre, "terzi" paesi potrebbero ri-esportare prodotti fabbricati in Cina, mettendo gli Stati Uniti nella non invidiabile posizione di dover ingaggiare una guerra commerciale con chiunque oppure ammettere il fatto che un'economia basata sulla finanza, al giorno d'oggi, non è competitiva. La decisione della Cina di trasferire sempre di più il proprio surplus dagli acquisti in buoni del Tesoro statunitense in investimenti più produttivi, come ad esempio lo sviluppo del proprio "hinterland" o speculazioni strategiche oltreoceano in materie prime e nel settore energetico, potrebbero forzare il Ministro del Tesoro americano ad aumentare i tassi d'interesse per impedire una massiccia fuga dal dollaro. Tassi d'interessi in aumento potrebbero giovare ai commercianti, ma potrebbero anche affievolire qualunque possibilità di recupero o addirittura far affondare il paese di nuovo nella depressione. Nulla indebolisce un impero globale più del fatto di fover rimpatriare gli investimenti oltreoceano e vincolare i prestiti stranieri al sostentamento di un'economia interna in continuo riassetto. Il perseguimento delle politiche protezioniste avrebbe un impatto maggiormente negativo sulle multinazionali americane in Cina, poiché la maggior parte dei loro prodotti viene esportata nel mercato statunitense: Washington si darebbe la zappa sui piedi. Non solo, una guerra commerciale potrebbe espandersi ed influenzare negativamente il mercato automobilistico degli Stati Uniti. General Motors e Ford fanno molti più affari in Cina che negli USA, dove stanno andando pesantemente in rosso [44]. Una guerra commerciale da parte degli Stati Uniti avrebbe un impatto inizialmente negativo sulla Cina, fino a che questa non riuscisse a rimettersi in sella, traendo vantaggio dai potenziali 400 milioni di consumatori nelle regioni più interne del paese. Non solo, gli economisti cinesi stanno rapidamente diversificando gli scambi con l'Asia, l'America Latina, l'Africa, il Medio Oriente, la Russia, e anche con l'Unione Europea. Il protezionismo potrebbe creare qualche posto di lavoro negli Stati Uniti in alcuni settori manifatturieri non competitivi, ma costerebbe molti più posti di lavoro nel settore commerciale (Wal Mart), che dipende dagli articoli a basso prezzo per i consumatori con scarse possibilità economiche. La retorica commerciale bellicosa sul Campidoglio e sulle politiche di contrasto diretto adottate dalla Casa Bianca è un atteggiamento pericoloso, pensato per deviare l'attenzione dalle debolezze profonde e strutturali delle basi su cui è fondato l'impero. Il settore finanziario pesantemente arroccato e l'altrettanto dominante metafisica militare, che impartisce ordini alla politica estera, hanno portato gli Stati Uniti lungo il ripido pendio delle crisi economoche croniche, delle costose guerre senza fine, delle disuguaglianze di classe ed etico-raziali sempre più profonde, così come del declino degli standard di vita. Nel nuovo ordine mondiale competitivo multi-polare, gli USA non riescono a seguire con successo la tattica di ostacolare una potenza imperialista emergente bloccandole l'accesso a risorse strategiche attraverso boicottaggi coloniali. La Casa Bianca non riesce a fermare la Cina con i suoi investimenti lucrativi e gli accordi commericali nemmeno nei paesi sotto occupazione americana, come l'Iraq e l'Afghanistan. Per quanto riguarda i paesi sotto la sfera d'influenza americana, come il Taiwan, la Corea del Sud e il Giappone, il tasso di crescita degli scambi e degli investimenti con la Cina supera già di gran lunga quelli statunitensi. Tanto meno si può sperare da un assedio militare unilaterale, quindi gli Stati Uniti sembrano destinati a non poter contenere l'avanzata cinese come protagonista dell'economia mondiale, come potenza imperialista di recente affermazione. La principale debolezza della Cina è al suo interno, nelle radicate divisioni di classe e nello sfruttamento di alcuni ceti, che l'attuale elite politica, profondamente legata da vincoli economici e familiari, potrà migliorare ma non eliminare [45]. Per ora la Cina è stata in grado di espandersi a livello globale attraverso una forma di "imperialismo sociale", distribuendo una parte delle ricchezze prodotte all'estero ad un ceto medio urbano in crescita e a manager, professionisti, speculatori immobiliari e membri dei partiti regionali. Al contrario, le conquiste militari oltreoceano degli Stati Uniti sono state costose e senza alcun ritorno economico, ma anzi, con danni a lungo termine all'economia civile, sia nelle sue manifestazioni interne che in quelle esterne. L'Iraq e l'Afghanistan non contribuiscono all'erario se si confronta con quanto è stato depredato dall'Inghilterra in India, Sud Africa e Rhodesia (Zimbabwe). In un mondo sempre più basato sui rapporti commerciali, le guerre coloniali non hanno futuro economico. Immensi budget militari e centinaia di basi, alleanze con stati neo-coloniali sono gli ultimi strumenti con i quali è possibile competere in un mercato globale. Questa è la ragione per cui gli Stati Uniti sono un impero in declino e la Cina, con il suo approccio di tipo commerciale, è un impero emergente con una "nuova modalità" (sui generis). Transizione da impero a repubblica? Di fronte all'evidente declino economico statunitense, la classe dirigente può ammettere che questo impero non è sostenibile? Gli Stati Uniti potrebbero aumentare le proprie esportazioni in Cina e la propria quota di scambi mondiali per bilanciare i conti solo se decidessero di portare avanti profondi cambiamenti politici ed economici. Nulla all'infuori di una rivoluzione politica ed economica può ribaltare il declino degli Stati Uniti. La cosa fondamentale √® dare un nuovo assetto all'economia statunitense, passando da basi finanziarie ad altre industriali, ma un cambiamento di questa portata richiede un maggior benessere sociale, anzichè un potere arroccato tra Wall Street e Washington [46]. Quello che passa per l'attuale settore manifatturiero americano non dimostra alcuna spinta per un cambiamento così¨ storico. Al momento gli industriali hanno permesso l'acquisito quote o addirittura il rilevamento da parte di istituzioni finanziarie: hanno perso la loro caratteristica distintica come settore produttivo. Anche assumendo che ci sia un cambiamento politico verso una nuova industrializzazione degli Stati Uniti, l'indistria dovrebbe abbassare i propri profitti, aumentare gli investimenti in ricerca applicata e sviluppo, e migliorare in modo significativo la qualità dei propri prodotti per diventare competitiva nei mercati interni ed esteri. Occorrerebbe ricollocare enormi somme ora impegnate in guerre, "marketing" e speculazioni, dedicandole a servizi sociali, quali piani di unificazione nazionale della sanità, ingegneria di alto livello e formazione professionale industriale avanzata, solo in questo modo si potrebbe aumentare l'efficienza e la competitività del mercato interno. Il trasferimento di un bilione di dollari in spese militari per guerre coloniali potrebbe facilmente finanziare settori dell'economia come la produzione di beni di qualità per il consumo locale ed oltreoceano, includendo la riduzione di componenti tossiche nelle merci e nelle materie prime, oltre alle sorgenti energetiche dannose per l'ambiente. Ricollocando il denaro speso nelle basi militari si potrebbe aumentarne l'afflusso e ridurne il deflusso all'estero. Ponendo fine ai legami politici e ai sussidi plurimiliardari agli stati militarizzati come Israele e abolendo le sanzioni sui principali mercati economici, come quello dell'Iran, si potrebbe diminuire lo sperpero di soldi dalle casse degli Stati Uniti e aumentarne l'ingresso, oltre alle opportunità per il settore produttivo da un capo all'altro del mondo musulmano, che conta circa 1.5 miliardi di persone. Concentrando gli investimenti interni ed oltreoceano sui mercati in crescita dell'energia pulita e della tecnologia si creerebbero nuovi posti di lavoro e si abbasserebbero i costi di vita, migliorandone peraltro gli standard. Tasse di confisca per milionari/miliardari, specialmente per l'intera elite di Wall Street, e limiti superiori di tasso su tutte le entrate oltre il milione di dollari potrebbero finanziare la sicurezza sociale e un sistema sanitario pubblico su base nazionale, che ridurrebbe le spese sia all'industria che allo stato. Il passaggio da impero a repubblica richiede un totale riassetto del potere sociale, e una vasta ristrutturazione dell'economia. Solo allora gli Stati Uniti sarebbero in grado di competere economicamente con la Cina. Un cambiamento da potenza imperialista militare, corrosa da un'elite politica corrotta e vincolata ad un'√©lite economica parassita e speculatrice, ad una repubblica produttiva con un'economia equilibrata e competitiva richiede cambiamenti politici fondamentali e una rivoluzione ideologica profonda. Per innescare questo riassetto politico ed economico occorre una nuova configurazione dello stato che persegua investimenti pubblici creando industrie competitive, che intensifichi il mercato interno ed aumenti i servizi sociali. Per espandere i mercati esteri, Washington deve dare un taglio ai boicottaggi e al servilismo militare verso Israele, tanto propagandato dalla quinta colonna pro-isreliana radicata nelle più importanti istituzioni finanziarie e politiche, che hanno il pieno controllo dell'assemblea legislativa [47]. Porre fine alla costruzione di un impero su basi militari permetterebbe di dare il via ai finanziamenti pubblici per innovazioni tecnologiche civili; eliminando le restrizioni sulle vendite di articoli tecnologici all'estero si potrebbe ridurre il deficit di scambi, migliorando la produzione locale e i livelli di competitività. Per un'accelerazione maggiore è necessario un confronto faccia a faccia tra gli ideologi del capitale finanziario e un rifiuto deciso di qualunque loro sforzo nel dirottare l'attenzione dal loro ruolo nella distruzione dell'America. La campagna di "biasimo" per la Cina, per ciò che in realtà è stato causato da squilibri strutturali interni agli USA, deve essere affrontato prima che ci porti ad una nuova, costosa ed autodistruttiva guerra commerciale, se non peggio. Gli "squilibri" interni della Cina sono profondi e diffusi, pillarse col tempo possono indebolire le basi dell'espansione verso l'esterno. Le disuguaglianze di classe, lo sviluppo regional non uniforme, la corruzione della sanit√† pubblica e privata e i trattamenti discriminatori nei confronti degli emigranti, trattati come cittadini di serie B (un sistema di cittadinanza a due facce) saranno risolti internamente nonappena le divisioni socio-economiche si trasformeranno in lotta di classe. Cambiamenti radicali del sistema sanitario privatizzato in un sistema pubblico e nazionale sono essenziali, ma tali cambiamenti richiedono la ripresa della lotta di classe contro interessi acquisiti, sia statali che privati [48]. Conclusioni Come già successo nel passato, una potenza imperialista che deve affrontare profondi squilibri interni, perdita di competitività nel mercato e un'eccessiva dipendenza dalle attività finanziarie va in cerca di retribuzioni politiche, alleanze militari e restrizioni commerciali che possano rallentare il proprio crollo [49]. La propaganda, che fa leva su sentimenti sciovinisti utilizzando come capro espiatorio uno stato imperialista emergente e modellando le alleanze militari per "circondare" la Cina, non hanno avuto alcun impatto. Non hanno fermato i paesi geograficamente vicini alla Cina dal rafforzare i legami economici. Non c'è alcuna speranza che questo dato cambi nell'immediato futuro. La Cina continuerà a crescere con tassi a due cirfe. L'impero statunitense continuerà ad essere impantanato in una condizione di torpore cronico, nelle sue guerre senza fine, farà sempre più affidamento sulle potenzialità della sovversione politica, promuovendo i regimi separatisti che - prevedibilmente - collasseranno o verranno abbattuti. Gli Stati Uniti, a differenza delle potenze coloniali affermate del passato, non possono negare alla Cina l'accesso alle materie prime, come si è visto nel caso del Giappone. Viviamo in un mondo post-coloniale, dove la maggior parte dei regimi fa affari e investe denaro con chiunque paghi i prezzi di mercato. La Cina, a differenza del Giappone, dipende dalla salvaguardia dei mercati attraverso la competitività economica - potere di mercato - non dalla conquista militare. A differenza del Giappone, ha una forza lavoro consistente; non ha bisogno di conquistare e sfruttare lavoratori di paesi stranieri La costruzione dell'impero cinese, basata sull'economia, è in sintonia con i tempi moderni, guidata da un'elite libera di creare legami senza rendere conto a nessuno, mentre gli Stati Uniti sono afflitti dagli speculatori finanziari, che hanno corroso ed eroso l'economia, devastanto i complessi industriali e trasformando case abbandonate in enormi parcheggi. Se è vero che l'elite imperialista statunitense è in perdita e quindi non è in grado di contenere l'ascesa cinese a potenza mondiale, √® altrettanto vero che anche la classe lavoratrice americana è in perdita e non può quindi sostenere il passaggio da impero militare a repubblica produttiva. La caduta economica e le elite politice e sociali hanno depoliticizzato il malcontento; le crisi economiche sistemiche sono state trasformate in malattie individuali e private. A lungo termine, qualcosa dovrà rompersi; il militarismo e il potere sionista salasseranno e isoleranno gli Stati Uniti, che si troveranno a dover reagire con violenza... Più tempo passerà, più sarà violenta la rinascita della repubblica. Gli imperi non si spengono pacificamente, nè tantomeno le elite finanziarie, immerse in una condizione di straordinario benessere e potere, abbandoneranno le loro posizioni di privilegio senza opporre resistenza. Solo il tempo ci dirò quanto resisterà il popolo americano all'espropriazione delle case, allo schiavismo dei datori di lavoro, alla colonizzazione della quinta colonna e al declino interno di un impero costruito su basi militari. FINE di James Petras Fonte: www.globalresearch.ca |
06 settembre 2010
UNA COMPONENTE ESSENZIALE DEL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO MONDIALE
Due giorni fa, il giornale tailandese THE NATION, pubblicato in inglese e considerato generalmente un organo di propaganda della DEA (Drug Enforcement Administration) in Tailandia, ha pubblicato un articolo sulla lotta in corso per la conquista del potere politico in Birmania, lotta che vede ancora una volta vede come favoriti.....i monaci birmani. L'articolo consisteva di tre paragrafi e citava tra le sue fonti i servizi di spionaggio statunitensi e alcuni membri del Dipartimento di Stato nordamericano. Cosa accomunano Afganistan, Birmania, i documenti “segreti di WikiLeaks” e Hamid Gul, il generale rimosso dal suo incarico ed ex capo dei servizi sergreti pachistani (ISI)? La droga. Negli anni '80, il generale Gul era il coordinatore della guerra combattuta dai guerrieri mujahadeen contro le truppe sovietiche. La guerra, per inciso, veniva finanziata dalla CIA attraverso il traffico di droga. Nei documenti pubblicati da Wikileaks, Gul viene descritto come collaboratore dei Talebani e di Al-Qaeda, oltre che come coordinatore degli attacchi suicidi organizzati dalla NATO in Afganistan. Per quale motivo i documenti di Wikileaks, supposti segreti, si soffermano sulla figura di un vecchio generale di 74 anni? Gul, nel giugno del 2010, commise un “errore” imperdonabile quando durante una intervista concessa ad un giornalista locale tirò fuori il ruolo dell'esercito americano nella vendita di eroina afgana attraverso la sua base top secret Manas, nel Kyrgyzstan. Il ruolo dell'esercito americano nel traffico internazionale di stupefacenti è in realtà ampiamente documentato, dalla guerra in Vietnam (guerra in realtà combattuta tra società segrete per il controllo delle vie della droga, nonostante i libri di “storia” raccontino una realtà differente), passando per l'America Latina e per il Medio Oriente. Con l'economia mondiale al limite della disintegrazione, la droga si è trasformata in quel componente imprescindibile per sostenere qualcosa che è oramai insostenibile. Gul è un personaggio scomodo a Washington, non solo per i suoi commenti sul traffico di droga, ma anche per le sue dichiarazioni del 26 settembre 2001 sul ruolo di Mossad negli attentati dell 11 settembre (9-11). Per screditare Gul e l'attuale regime Pachistano, unico paese mussulmano munito di armi nucleari, i “Signori delle Ombre” hanno utilizzato WikiLeaks come flagello per dirigere i loro attacchi verso Gul. Già due settimane fa commentai sulla mia pagina di Facebook come, a mio avviso, WikiLeaks venisse manovrato in segreto dal governo americano. Il modus operandi di questa manipolazione è riconoscibile. Per aumentarne la credibilità, viene pubblicato un video (appositamente filtrato) dell'esercito americano ritratto durante un attacco da brividi portato contro dei giornalisti indifesi. La reazione del governo americano non tarda quindi ad arrivare – dapprima cingendosi della bandiera americana chiedendo vendetta per il tentativo di debilitare il paese e la sua “lotta contro il male” (i simboli sono fondamentali in tutte le operazioni segrete); quindi sferrando una feroce critica verso i responsabili; all'indignazione del popolo (ovvia e prevedibile, le persone comuni si indignano davanti a questo genere di filmato) il governo e l'esercito rispondono avviando un'inchiesta sull'accaduto... il popolo viene soddisfatto (l'inchiesta dimostrerebbe la democraticità del sistema e il potere dei mezzi di informazione liberi ed indipendenti). Con le ultime pubblicazioni di oltre 90,000 documenti sulla guerra in Afganistan. Il fondatore di WikiLeaks, un misterioso australiano di 29 anni, senza passato ne presente, si converte nel “faro della democrazia” in modo non dissimile da Hashim Thaci, leader degenere della repubblica criminale del Kosovo. Il documento più indicativo sul vero ruolo di WikiLeaks e sui suoi reali rapporti con il governo americano è quello relativo alla supposta ammissione da parte dell'esercito americano che Osama bin Laden sia ancora vivo, notizia che alimenterebbe in modo conveniente la Guerra Contro il Terrore. Il fatto che bin Laden sia effettivamente morto il 21 Dicembre 2001, cosa nota a tutti i servizi di spionaggio mondiali, non viene dato a sapere. E visto che la massa ignorante non vuole rendersene conto... conviene proseguire con il mito di bin Laden. Tornando al discorso iniziale, stiamo vivendo dei grandi cambiamenti geopolitici. L'economia mondiale è praticamente in ginocchio, i grandi potenti non danno risposte credibili, la Comunità Europea si sta disintegrando sotto i nostri occhi, ciascuno dei suoi paesi membri si chiude nei suoi interessi. Le dinamiche globali diventano sempre più imprevedibili e difficili da comprendere, soprattutto se ci si affida ai mezzi di informazione di massa. L'articolo che segue, riguardante la Birmania, fu pubblicato dal sottoscritto circa tre anni fa su un media statunitense. Vale la pena ripubblicarlo per la rilevanza che assume alla luce di ciò che accade in questo periodo. ![]() La lotta in essere per conquistare il potere politico in Birmania, che vede avvantaggiati i monaci birmani, è finita sulle copertine di tutti i mezzi di comunicazione del mondo. Nel suo discorso all'assemblea delle Nazionio Unite, Bush aveva denunciato quello della Birmania come un “feroce regime” (insieme a quelli di Bielorussia, Cuba, Iran, Siria, Corea del Nord e Zimbabwe). Il messaggio che ne è venuto fuori dai media occidentali, pilotati dal governo statunitense, è che le manifestazioni in corso in Birmania siano “a difesa della democrazia” e contro la tirannia politica. Questo punto di vista rappresenta senza ombra di dubbio una forma istituzionalizzata di disinformazione. Di fatto, all'origine delle proteste si nasconde il rincaro nei prezzi di “pane e acqua” (n.d.t. per “pane e acqua” si intende beni di prima necessità). Come spiega Il New York Times nella sua edizione del 24 Settembre, le proteste iniziarono il 19 Agosto come risposta al brusco e improvviso incremento dei prezzi della benzina (che aumentarono di circa il 500%) che diedero origine ad una impennata dei prezzi di tutti gli altri beni, oltre che ovviamente dei costi di trasporto. Le proteste sono guidate dagli studenti e dai monaci, i quali hanno denunciato il governo di volere “impoverire” la popolazione. Il linguaggio delle denunce dei manifestanti non fa assolutamente riferimento a termini come libertà e democrazia, spesso citati dai mezzi corporativi statunitensi, ma semplicemente alla crisi dei prezzi. Il “problema” principale di Washington con il governo Birmano non è tanto legato al “feroce regime” o all'”asse del male”. Gli alleati degli Stati Uniti come Arabia Saudita, Etiopia e l'Irak di Saddam Hussein degli anni 80 sono/furono regimi altrettanto sanguinosi, che però goderono del pieno appoggio americano e della copertura diplomatica di cui necessitavano. Il vero “problema” della Birmania sta nel fatto che i suoi mercati, le sue terre e le sue risorse naturali non sono al momento sotto il diretto controllo degli interessi corporativi e finanziari dell'occidente. Non c'è dubbio che il leader attuale del paese, il Generale Than Shwe, mezzo analfabeta oltre che efferato dittatore, debba essere giudicato per crimini contro l'umanità da qualche legittimo e competente Tribunale Internazionale di Giustizia. Non c'è dubbio inoltre che, dietro le denunce americane legate alla presenza di un “feroce regime” si nasconda, in realtà, una motivazione molto più oscura: il traffico di stupefacenti. Combattere e sradicare il fenomeno della droga è dannoso per il mondo finanziario. Secondo l'Ufficio dell'Onu per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, il triangolo d'oro (costituito da Birmania, Laos e Tailandia) ha perso il suo ruolo di principale produttore mondiale di oppio, contribuendo oggi con meno del 5% al totale di oppio immesso sul mercato, un calo significativo rispetto al picco del 70% di tre decenni fa. Per contro, la mezzaluna d'oro e l'Afganistan, al momento controllate dalle forze della NATO con i relativi alleati, si ritrovano con il ruolo di leader assoluti nella produzione e distribuzione di oppio, con quantità molto superiori a Colombia e triangolo d'oro. L'Afganistan, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, produce il 92% dell'oppio circolante Il valore totale delle esportazioni di oppio afgano, secondo l'ONU, si calcola in 3000 milioni di dollari, equivalente alla metà del PIL del paese. Inoltre il 12% della popolazione afgana, che ammonta a 23 milioni di abitanti, si dedica esclusivamente alla coltivazione dell'oppio. La maggior parte della droga prodotta in Afganistan è destinata a Gran Bretagna, Italia e Spagna, sempre secondo fonti ONU. Con le “forze di pace” della NATO che tengono sotto controllo il paese e, in modo meno evidente, il traffico di droga che lo sostiene, è davvero possibile continuare a credere alla favola che si sta combattendo una vera lotta contro questa piaga? Se la NATO volesse veramente fermare i signori della guerra, potrebbe farlo in poche ore. D'altro canto l'ONU, piuttosto che combattere il governo della Birmania, lo appoggia nella lotta locale contro la droga, in particolare nella zona dello Shan, epicentro delle coltivazioni di oppio. Cosa si nasconde all'obra di posizioni così diverse? Lo sradicamento della droga dal triangolo d'oro causerebbe una evoluzione geostrategica che va contro gli interessi delle principali banche occidentali, dei loro governi e dell corporazioni internazionali i cui sistemi finanziari e politici dipendono dal flusso di miliardi che viene generato dal traffico di droga. I funzionari dell'ONU sostengono che l'unico modo di farla finita con la droga consiste nell'eliminare le coltivazioni di papaveri, fatto questo che andrebbe contro i grandi interessi dei governi occidentali e delle istituzioni finanziarie di tutto il mondo. Il denaro proveniente dal traffico di droga è divenuto parte strutturale delle economie occidentali. Ogni anno il ricavato derivante dal commercio di stupefacenti si colloca intorno ai settecentomila milioni di dollari, esentasse. Questa cifra è stata fornita dall'agenzia governativa statunitense incaricata di seguire i flussi di denaro a livello globale. Settecentomila milioni di dollari sono troppi soldi per essere tenuti nascosti sotto un materasso. Serve molta esperienza e soprattutto capacità per per poter trasferire fondi di tale entità senza farsi notare. L'ignoranza, specialmente quando le transazioni sono così ingenti, non è una posizione credibile. Eppure, in cinquant'anni di riciclaggio di denaro sporco, sono poche le persone al corrente di una verità tanto scomoda. Perchè? Di fatto, il denaro proveniente dal traffico di droga è diventato parte sostanziale del sistema bancario e finanziario mondiale, in quanto fornisce la liquidità necessaria a finanziare i “costi minimi mensili” delle manovre speculative di Stati Uniti e Gran Bretagna. L'effetto moltiplicatore (quantificabile in circa sei volte il capitale di origine “illegale”) prodotto dal riciclaggio di settecento mila milioni di dollari darebbe come risultato una somma equivalente a circa venti miliardi di dollari, tutti derivanti unicamente dal trafficoo di stupefacenti. Il valore delle azioni delle aziende quatate a Wall Street è legato alle prospettive di guadagno annuali di ogni singola azienda e le si possono pensare come “frazioni” di proprietà dell'azienda e ne rappresentano il valore più equo. L'effetto moltiplicatore cui le azioni sono soggette in borsa può a volte raggiungere un fattore 30, gli analisti finanziari hanno infatti creduto per lungo tempo che un rapporto “sano” tra prezzo e guadagno per un qualunque tipo di azione debba essere 15 o al più di 30 a 1. In questo modo, se si prende questa cifra come un rapporto esclusivamente matematico, aggiungendo un solo dollaro alla complessiva capitalizzazione in borsa di una azienda, questo produrrà come risultato un valore aggiunto, sul mercato borsistico, di trenta dollari. Cosa significa tutto questo nel mondo reale? Per le banche mondiali avere un guadagno netto supplementare di dieci milioni di dollari, la liquidità derivante dal commercio di stupefacenti, equivale a profitti in borsa che possono arrivare fino a trecento milioni di dollari. Senz'altro, prima di far risultare queste somme all'interno dei bilanci , è necessario ripulirle attraverso ogni tipo di operazione illecita. I guadagni provenienti dal lucroso commercio di stupefacenti sono illeciti, cosa che tendono a scordare tutti coloro che cercano di analizzare le dinamiche del mercato della droga. Prima di poter essere utilizzato, questo denaro va prima nascosto e poi ripulito. Al giorno d'oggi il denaro si sposta con tale velocità che, a meno di non controllare la totalità dei sistemi informatici coinvolti, risulta impossibile da tracciare. Già questo basterebbe a spiegare l'assoluta attrattiva del business del traffico di droga, che viene diretto, controllato e salvaguardato da personaggi dotati di grande potere, spesso in collaborazione con le istituzioni finanziarie e bancarie operanti su entrambi i lati dell'Atlantico; funzionari di vari governi e di importanti corporazioni i cui titoli sono oggetto di scambio sulle più importanti borse mondiali. Si aggiunga che queste grandi corporazioni possono guadagnare una quantità straordinaria di denaro sporco semplicemente facendoselo prestare tanto da singoli individui quanto da intere nazioni dedite al traffico di droga come la Colombia, per poi restituirlo, ripulito, a tassi di interesse bassissimi, e ottenendone comunque grossi benefici. Quando si fa un prestito di cento mila milioni di dollari a un interesse del 5 per cento ad una enorme corporazione, il denaro che se ne ricava diventa effettivo e lecito. Il commercio di stupefacenti ha acquisito potere in quanto sostiene gli investimenti delle più grandi corporazioni mondiali. Wall Street non può permettersi di rinunciare ai magnati della droga. Il Congresso non può permettersi di rinunciare ai magnati della droga. I presidenti, per finanziare le loro campagne elettorali, non possono permettersi di rinunciare ai magnati della droga. Perchè? Perchè l'economia mondiale, controllata da un piccolo uno per cento, non può permettersi il rischio che la concorrenza (sia negli affari che nella politica) si impossessi del denaro destinato alla droga. E per ogni milione di dollari scambiato in una compravendita di azioni, il capitale in possesso di quell'uno per cento che controlla Wall Street aumenta di venti o trenta volte. La politica è direttamente coinvolta in questo meccanismo e la sua possibilità di intervento è subordinata agli appoggi che la sostiene e che, finanziandola, la mantiene al potere. Questa complicità di interessi è una parte essenziale dell'economia mondiale e rappresenta il combustibile che fa girare le ruote del capitalismo. Coloro che si sono uniti alle critiche contro il governo totalitario della Birmania, dovrebbero capire che le loro iniziative stanno contribuendo a portare avanti l'agenda occulta dell' ”Uomo dietro le quinte” che maneggia i fili del potere. Daniel Estulin |
05 settembre 2010
Se le borse sono euforiche perchè i capi di Goldman vendono tutto?
stiamo assistendo ad anni che rappresentano una sfida senza precedenti per gli investitori. I grandi player, semplicemente, stanno fuggendo dal mercato. Ci sono seri problemi che arrivano dal settore della rinegoziazione dei mutui Usa e l'area euro resta una seria e costante preoccupazione. La Germania non ha la minima intenzione di salvare un'altra nazione europea, la Merkel ha già usato una larga parte di capitale politico per salvare la Grecia e il mercato ellenico dei bonds e questo semplicemente per tutelare il sistema bancario francese e tedesco da ulteriori, gravi perdite.
Ci sono quattro o cinque nazioni con grossi problemi strutturali che non dovrebbero nemmeno essere nell'euro. D'altronde, devo ancora vederlo un politico che si spara alla tempia in ossequio dell'austerity. I greci non hanno alternativa se non quella di tagliare, gli altri come la Spagna non stanno affatto facendo a sufficienza: io sono per la scuola austriaca, non accetto alternative keynesiane.
Dovrebbe dirlo alla Fed e al premio Nobel, Paul Krugman, che lunedì scorso ha chiesto a chiare lettere una nuova politica di stimolo fiscale. Per De Noronha la vera preoccupazione a breve sta nel settore bancario, tanto che sta shortando i titoli di cinque grandi istituti: Ubs, Barclays, Unione de banche, Bbva e - udite udite - Intesa Sanpaolo. Il perché è presto detto:
I recenti stress tests mi hanno fatto sbellicare dal ridere. Sotto stress, infatti, i regolatori hanno messo soltanto ciò che le banche ci hanno detto, non ho visto nessuno testare qualcun'altro finché non si è arrivati al punto di non ritorno. Quando guardo alle ratio del Capital Tier 1, vedo cose poste a loro sostegno che non possono essere utilizzate nel corso di una crisi. Il vero Capital 1 ratio di alcune delle maggiori banche è soltanto l'1,7 per cento e per questo motivo sto shortando cinque grandi banche europee. Ho la certezza che la maggioranza degli istituti restino eccessivamente esposti alla leva.
Quindi, avevamo ragione quando definivamo "ridicoli" gli stress test Ue?
I regolatori hanno utilizzato il 6 per cento come soglia per definire il minimo di capital ratio ma quel 6 per cento include assets non cash come tax assets differenziati. Se invece utilizzo solo book equity tangibili quel 6 per cento diventa molto vicino al 2 per cento, un qualcosa che impone una leverage ratio di cinquanta volte. Una situazione poco gestibile nell'attuale situazione economica.
E in tal senso un grosso test per la tenuta dell'eurozona e il suo settore bancario, arriva proprio questo mese di settembre, durante il quale le principali banche irlandesi dovranno ripagare oltre 25 miliardi di debito: i volumi molto bassi delle contrattazioni parlano la lingua di un'attesa carica tanto di speranza quanto di preoccupazione. Insomma, basterà il mercato dei bonds per finanziarsi o sarà necessario ritentare la strada del mercato, fino ad oggi prosciugata da volatilità e mancanza di fiducia?
La crisi del debito di maggio e giugno, d'altronde, ha portato con sé un aumento dei costi per i paesi che vogliono ottenere denaro e anche di quelli del prestito bancario. Il problema è che le preoccupazioni crescenti sulla stato di salute dell'economia irlandese (36 aziende su 100 sono sull'orlo del fallimento, dati riportati dall'Irish Examiner), con tanto di downgrade da parte di Standard&Poor's, hanno fatto schizzare lo spread dei rendimenti tra bond irlandesi e bund tedeschi, situazione che vede quindi le banche costrette a pagare un prezzo maggiore per rifinanziare il loro debito.
«Ora che il mercato obbligazionario sta ripartendo dopo la pausa estiva, c'è grande preoccupazione riguardo la necessità reale per le banche irlandesi e spagnole di emettere durante il mese di settembre e soprattutto riguardo al fatto che quando questo soggetti si presenteranno sul mercato, non è chiaro quale prezzo dovranno pagare», ha dichiarato al Financial Times, Chandra Rajan di Barclays Capital, secondo cui «come tutte le altre banche, anche questi istituti saranno costrette a estendere le scadenze del loro debito ma non si sa quanta estensione sono in grado di gestire».
Per Robert Crossley, analista sui tassi a Citigroup, lo spread che l'Irlanda si trova a pagare potrebbe ulteriormente allargarsi e potrebbe innescare un effetto domino su altri soggetti:
Il potenziale e immediato pericolo è rappresentato dal fatto che le notizie si autoalimentano e noi già intravediamo una nuova spirale sull'Europa periferica. E un ampliamento dello spread, nelle condizioni attuali, potrebbe distribuirsi nei paesi a rischio molto facilmente. Molte banche hanno tratto vantaggio dalla forte domanda e dai bassi costi dei prestiti per vendere bonds negli Stati Uniti ma i banchieri stessi dicono che questa opzione era praticabile solo per le istituzioni più grandi.
Insomma, i giorni che ci dividono dal secondo anniversario del crollo di Lehman Brothers si prospettano tesi. E pericolosamente decisivi. Anche perché, da Oltreoceano, arrivano segnali ulteriormente preoccupanti per la ripresa globale. Come anticipato martedì, il pieno recovery dell'economia americano potrebbe richiedere una decina di anni, stando all'analisi di Carmen M. Reinhart, economista alla Maryland University e storica delle crisi economiche, che ha reso nota la sua tesi nel corso dell'annuale simposio di economia di Jackson Hole, organizzato dalla Fed di Kansas City e che ha visto riuniti 110 tra banchieri centrali e studiosi.
Allen Sinai, co-fondatore dell'azienda di consulenza Decision Economics e decano dell'incontro nel Wyoming, si è definito
preoccupato oggi come non mai per il futuro dell'economia americana. La sfida infatti è unica nel suo genere: bassa crescita in ulteriore diminuzione, tasso di disoccupazione allarmante, un deficit iperbolico e un debito sovrano che ci rende una delle nazioni più fiscalmente irresponsabili del mondo.
In occasione del simposio, Carmen M. Reinhart ha preparato uno studio dal titolo "This time is different: otto secoli di follia finanziaria" nel quale ha esaminato quindici severe crisi finanziarie dalla Seconda Guerra mondiale in poi, oltre alle contrazioni economiche che hanno seguito il crash del 1929, lo shock petrolifero del 1973 e l'esplosione della bolla subprime del 2007. Da questo studio si evince che la decade successiva ad ogni singola crisi ha visto tassi di crescita significativamente bassi e livelli di disoccupazione molto alti.
I prezzi degli immobili hanno avuto bisogno di anno per tornare a livelli di normalità e mediamente ci sono voluti sette anni per cittadini e aziende per ridurre il loro debito e recuperare nei bilanci. Quasi scientificamente, le crisi sono anticipate da un decennio di espansione del credito e del prestito e seguite da periodi di rintracciamento più o meno della stessa durata.
Eventi largamente destabilizzanti come quelli analizzati nel mio studio, producono evidentemente cambiamenti nelle prestazioni degli indicatori macroeconomici chiave sul lungo termine, un periodo che si prolungo molto dalla fine del picco della crisi stessa». Per la Reinhart «il rischio maggiore che stiamo correndo è quello di un'errata percezione che potrebbe essere molto costoso se compiuta dalle autorità fiscale che sovrastimano le prospettive di entrata e dai banchieri centrali che tentano di riportare l'occupazione a un livello irrealisticamente alto».
Le sfide davanti a noi, quindi, sono decisamente epocali. E il margine di errore, questa volta, è davvero ristretto.
P.S. Ieri le Borse hanno festeggiato con rialzi euforici l'inaspettato aumento dell'indice ISM dell'attività manifatturiera Usa,salito al 56,3 punti in agosto dopo il calo nel mese di luglio che aveva fatto parlare di crescita rallentata e rischio di "double-dip". Il livello che potrebbe far scattare i crolli borsistici è a 50 punti, livello che molti analisti e gestori di fondi vedono probabile per ottobre, massimo novembre. In compenso, mentre i trader brindavano, gli insiders - ovvero i grandi investitori - confermavano i timori per crollo a breve: è di oltre 100 milioni di dollari di controvalore, infatti, il numero di azioni vendute dai manager di grandi aziende di Wall Street, 64 dei quali solo dei tre dirigenti principali di Goldman Sachs. Investimenti personali, non per clienti: quelli possono anche andare a schiantarsi contro il muro dei mercati. Chi vede le cose dall'interno, vende e scappa.
di Mauro Bottarelli
04 settembre 2010
Attenzione: allarme economico
E’ da tempo che avverto i lettori sul vicino crollo dell’Economia Statunitense. Il timore di una recessione a doppio picco era già alto dopo l’avvertimento sulla lentezza della crescita dell’economia da parte della Federal Reserve: mancanza di spesa da parte del consumatore bassi profitti delle imprese a Wall Street. E questo avvertimento non tiene neanche conto delle preoccupazioni su una crisi del debito europeo, debito che è sempre più grande, o di un rallentamento dell'economia cinese.
Alcuni indicatori supplementari che avvertono che le cose andranno molto in salita e molto velocemente:
1-L’indice della Federal Reserve di Philadelphia sulla manifatturiera è appena crollato, un 7,7%!. Questo non è solo indicativo di un rallentamento nella crescita della produzione. Per la prima volta in più di un anno, la produzione delle fabbriche negli USA si sta riducendo!
2-Il denaro del governo sta finendo e non ci saranno più “stimoli” per continuare ad iniettarli nell’economia. Nel frattempo, le città e gli stati della nazione stanno navigando in numeri rossi, le città e stati in tutto il paese stanno nuotando in rosso, tanto che per pareggiare i conti stanno chiudendo molte scuole, stazioni dei pompieri e intere divisioni della polizia (caserme NDT). Non è il miglior modoper porre fine alla crisi.
Inoltre, la maggior parte degli economisti sono altrettanto attoniti. Non avevano neanche idea che il numero di disoccupati avrebbe battuto tutti i record in questo momento del “recupero”.
Un esempio: Due settimane fa, tra i 42 economisti interpellati da Bloomerberg, neanche uno solo aveva predetto un grande aumento di richieste degli assegni per la disoccupazione. Ed è che l’aumento avuto la settimana scorsa in termini reali è stata apocalittica: le richieste di tali assegni sono saliti a 500.000, i peggiori numeri in nove mesi.
Per dirlo in un altro modo, oltre ai milioni di disoccupati che ancora non hanno trovato lavoro-anche un anno e più dopo il gran crollo dell’economia- un’ondata completamente nuova di lavoratori licenziati stanno adesso inondando gli uffici di collocamento del governo.
Consigli pratici
In primo luogo, se si hanno soldi, spostare la maggior parte del denaro in luoghi sicuri, in particolare nel breve termine e contanti.
In secondo luogo, non pensare che qualunque banca è sicura o che il governo aiuterà un numero indefinito di banche. Fare affari strettamente con le banche che abbiano le risorse liquide per sopravvivere in tempi difficili, anche senza l’aiuto del governo.
Collasso bancario
Se c’è un settore del mercato di valori che odora di morte, è il settore finanziario. Le azioni bancarie semplicemente non rialzano la testa. Prendi l’indice delle banche KWB(BKX), di 24 delle principali banche degli Stati Uniti. Sono affondate in aprile e maggio e non sono riuscite a recuperare da allora. Di fatto, settimana scorsa, è caduto a nuovi minimi.
Mercati dei bond
Per coloro che desiderino ascoltare, il mercato dei bond sta trasmettendo un messaggio economico importante. Ad esempio, la resa dei buoni del Tesoro a 10 anni è diminuito drasticamente da inizio aprile. Di fatto i rendimenti a 10 anni sono così bassi come a dicembre del 2008, durante il periodo più profondo della grave crisi economica e finanziaria. Questa caduta pronunciata dei rendimenti sta inviando un messaggio terrificante: è l’anticipazione di un’economia in libera caduta.
Crollo del settore immobiliare negli USA
La vendita delle case di seconda mano negli USA è appena stata colpita dal peggior crollo nella storia di mesi, il 27,2%, in quanto l'inventario di case invendute è così grande e la pressione al ribasso sui prezzi delle case così forte che sta provocando uno “sciopero” da parte di compratori in tutto il paese.
Il settore immobiliare è castigato dal cattivo umore dei consumatori statunitensi e degli investitori. L’accesso ad una casa, inoltre, è tagliato dalla scarsità di credito più cronica che si sia mai vista nella nostra vita. Lo stesso succederà con la maggior parte delle aziende nazionali che erano quotate nella borsa negli USA.
Un altro dei fattori che giocano un ruolo importante nel crollo immobiliare e della maggior parte delle aziende degli USA è l’aumento del tasso di disoccupazione. Conclusioni: Il denaro degli investitori di Wall Street è in serio pericolo.
Per i lettori statunitensi:
Disfattevi delle vostre proprietà immobiliari e vendete le azioni delle aziende nordamericane nella Borsa.
di Daniel Estulin
Fonte: www.danielestulin.com
03 settembre 2010
Nessun complottismo ma sul Club Bilderberg serve chiarezza

Questa è la storia di un piccolo, significativo equivoco. Riguarda un’associazione di cui la maggior parte dei lettori non conosce nemmeno l’esistenza: il Bilderberg Group. Sul Corriere della Sera di ieri, Alberto Melloni, recensendo il bel libro di Andrea Tornielli e Paolo Rodari Attacco a Ratzinger (Piemme), mi ha accusato di aver sostenuto tesi complottiste ovvero che la campagna mediatica contro il Papa sia stata orchestrata dal Bilderberg Group.
L’accusa è ingiustificata e fuorviante. Per ragioni che non riesco nemmeno ad immaginare, Melloni ha estrapolato una mia citazione, pubblicata nel saggio di Tornielli e Rodari, senza contestualizzarla e omettendo altre citazioni, più significative. Ad esempio quella in cui, sostengo che è impossibile valutare le tesi sul Bilderberg in quanto «mancano studi credibili su questo misterioso gruppo». L’ho scritto e lo ribadisco: non credo all’esistenza di un Grande Fratello.
Ma non posso non osservare che non appena si affronta l’argomento del Bilderberg scattano dei meccanismi quasi pavloviani. Da un lato c’è chi si esalta nella persuasione di aver scoperto il governo occulto del mondo; d’altro canto c’è chi si indigna e alza muri preventivi, talvolta senza nemmeno sapere cosa sia davvero il Bilderberg e nella presunzione che le élite politiche, finanziarie ed economiche siano composte solo da persone integerrime, disinteressate, esemplari nella difesa delle istituzioni.
La realtà è molto complessa. La globalizzazione provoca la continua erosione della sovranità degli Stati e di istituzioni antiche come la Chiesa cattolica. In quale misura questi fenomeni sono indotti e in quale provocati? Non lo sappiamo. Negli anni Novanta due studiosi cinesi pubblicarono un saggio, Guerra senza limiti, segnalato dal generale Fabio Mini, in cui spiegavano l’importanza cruciale delle «guerre asimmetriche» ovvero del terrorismo, della pirateria sul web e dell’arte di influenzare i media. Chi vuol fare buon giornalismo deve conoscere lo spin, ovvero le tecniche di comunicazione capaci di condizionare non un giornale, ma l’insieme dei mezzi di informazione. Nel saggio Gli stregoni della notizia (Guerini editore, 2006), sostengo la tesi che i giornalisti non sono preparati per capire e neutralizzare lo spin. Per questo Tornielli e Rodari mi hanno interpellato. Una penna autorevole come Nick Davies del Guardian, nel suo Flat Earth news, sostiene la stessa tesi.
Né Davies, né io condividiamo le tesi cospirazioniste. Ma non possiamo nemmeno chiudere gli occhi. Ricordate il Millenium bug? E l’influenza suina? E l’aviaria? False notizie (tra tante altre) che hanno condizionato il mondo, pur essendo montate ad arte. Chi le ha orchestrate? Ancora oggi non lo sappiamo. Ma interrogarsi è doveroso.
Lo stesso approccio dovrebbe valere per il Bilderberg, un club fondato nel 1954 dalla famiglia Rockefeller e che riunisce una volta all’anno alte personalità americane ed europee del mondo della politica, dell’economia e della finanza per analizzare la situazione internazionale. Nulla di anomalo, altre organizzazioni fanno altrettanto. Ma il Bilderberg ha una particolarità: opera nel segreto assoluto. Per cinquant’anni non si è saputo nemmeno che esistesse. Solo di recente ha aperto un sito, anodino peraltro. Non si conoscono le sue finalità, i suoi membri, curiosamente, non vantano l’appartenenza nei curriculum vitae. E quando il Club si riunisce in seduta plenaria i giornalisti che tentano di avvicinarsi vengono cacciati brutalmente.
Sia chiaro: l’ipotesi che sia il vero centro del potere mondiale non regge. È improbabile che circa 150 leader decidano le sorti del pianeta vedendosi una volta all’anno. Ma nell’era della comunicazione non si può nemmeno credere che ministri, banchieri centrali, finanzieri, grandi manager, opinon leader si riuniscano per bere il tè assieme.
È verosimile che il Bilderberg serva soprattutto a creare una rete di contatti tra chi promuove e ha interesse nella globalizzazione. Ma la riservatezza maniacale alimenta il sospetto. E il mistero. Che in democrazia è malsano. È davvero così scandaloso, in un’ottica autenticamente liberale, chiedere di saperne di più?
di Marcello Foa
I servizi segreti israeliani infiltrati in tutto il governo libanese
WMR ha appreso dalle sue fonti d’intelligence libanese, che il governo libanese sta arrivando a capire che la penetrazione dell’intelligence israeliana di tutti i gruppi politici del paese, è peggiore di quanto inizialmente creduto.
Il Mossad d’Israele, una volta soddisfatta di penetrare le parti cristiana e drusa del paese, ha ora ben completamente infiltrato, ai massimi livelli, i partiti sunniti e sciiti. Recentemente, il Libano ha accusato il generale a riposo Fayez Karam, un alto membro del Movimento Libero Patriottico del generale a riposo Michel Aoun, alleato di Hezbollah, di spionaggio per conto del Mossad.
Tra i partiti politici penetrati dai servizi segreti israeliani, vi è il Movimento per il Futuro del Primo Ministro Saad Hariri, figlio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, assassinato da un’autobomba a Beirut nel 2005. Il tribunale speciale delle Nazioni Unite per il Libano (STL), avrebbe previsto di accusare assai presto dell’assassinio, l’Hezbollah libanese. Tuttavia, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha annunciato di recente che il gruppo ha avuto la prova video dei droni israeliani, che mostra la Israeli Defense Force monitorare Hariri prima del suo assassinio.
Il procuratore capo del STL, Daniel Bellemare del Canada, ha richiesto le prove di Hezbollah. Tuttavia, WMR ha appreso che Bellemare è sospettato dai servizi segreti libanesi di avere stretti contatti con gli agenti precedente sia della CIA che Mossad. WMR ha precedentemente riferito che Bellemare è sospettato di avere consentito e introdotto prove contro Hezbollah sull’assassinio di Hariri, manipolando intercettazioni delle chiamate al cellulare che imputano la “pistola fumante” a Hezbollah. Si teme che Bellemare potrebbe dare le prova di Hezbollah al Mossad, affinché gli israeliani determinino l’origine della fuga dei video classificati.
Il Mossad avrebbe anche preso di mira il successore del leader politico sciita libanese Nabih Berri, attuale speaker del parlamento libanese. L’operazione del Mossad è sostenuta attivamente, da dietro le quinte, dall’Arabia Saudita, un paese che sta rapidamente diventando un sempre più segreto “di Pulcinella” alleato d’Israele in Medio Oriente.
Secondo fonti del WMR in Libano, una rete di Israele e degli Stati Uniti, che può contare sul sostegno delle Nazioni Unite, dopo la prevista incriminazione di Hezbollah per l’assassinio di Hariri, è una rete sunnita nella valle della Bekaa, in Libano. Incluso un membro della stessa famiglia di Ziad al-Jarrah, uno dei presunti dirottatori del volo United 93 dell’11 settembre 2001.
L’intelligence libanese ha collegato Ziad al-Jarrah, che opera dalla Valle della Bekaa, a una rete Salafita supportata dai sauditi, che include affiliati di “al-Qaida” che sarebbero utilizzati per inseguire gli sciiti in tutto il Libano, a seguito delle accuse di Bellemare contro Hezbollah. L’intelligence libanese ha scoperto che i membri di questa stessa rete Salafita/al-Qaida, supportata dal Mossad, anche per obiettivo ti principali leader sciiti in Iraq. WMR ha appreso che Ziad al-Jarrah è stato utilizzato dal Mossad, dalla CIA e dall’intelligence saudita come una “Patsy” del complotto 9/11, così come simili “zimbelli” sono utilizzati in Iraq e altrove, per aiutare a mantenere il mito di “al-Qaida” e di Usama bin Ladin vivo.
La stessa rete salafita/al-Qaida in Libano, mentre era ancora in fase embrionale, è stata utilizzata dal Mossad e dalla CIA per spiare i gruppi palestinesi in Libano, negli anni ‘80 e ’90, così come la Siria, durante la sua occupazione del Libano.
La rete di spionaggio israeliana si estende anche alla Siria. Secondo fonti libanesi, l’ex vice presidente siriano Abdel Halim Khaddam, che ha accusato il presidente siriano Bashar al Assad di aver ordinato l’assassinio di Rafik Harir, è tatticamente sostenuto da Israele e Stati Uniti. Khaddam, che dirige dall’esilio il Fronte di Salvezza Nazionale (NSF), sta cercando di rovesciare Assad. La NSF riceve non solo il sostegno dell’intelligence di Israele e degli Stati Uniti, ma anche dai servizi segreti francesi e tedeschi. La NSF ha sedi a Bruxelles, Berlino, Parigi e Washington DC, ed è sospettato di lavorare dietro le quinte con Bellemare per accusare Hezbollah dell’assassinio di Hariri. Tuttavia, i tentativi precedenti di accusare Assad e i generali libanesi filo-siriani dell’attentato, sono falliti a causa della mancanza di una qualsiasi prova credibile.
Wayne Madsen è un giornalista investigativo, autore e redattore di Washington DC. Ha scritto per diversi giornali e blog rinomati.
di Wayne Madsen
Fonte: Global Research, 25 agosto 2010 – Opinion Maker
http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=20759
02 settembre 2010
Negli Stati Uniti il lobbismo dell’industria petrolifera sta massacrando la green economy
Oltre 200 milioni di dollari: è la cifra stanziata dall’apparato industriale americano per proteggere i propri interessi e contrastare le ambizioni degli ambientalisti
Nell’anno del peggior disastro ecologico della storia americana i lobbisti Usa hanno saputo incidere come non mai nella politica nazionale mobilitando attivisti e fondi per un ammontare da record. Lo rivela in questi giorni il Center for Responsive Politics (Crp), un ente di ricerca indipendente di Washington che da quasi trent’anni analizza l’operato delle lobby nella politica statunitense. Un attivismo, quello condotto dall’industria del petrolio e del gas naturale, capace di proteggere il settore da qualsiasi progetto di riforma ma anche – e non è una conseguenza da poco – di vanificare gli sforzi tutt’altro che modesti profusi dai gruppi ambientalisti.Dal gennaio 2009 ad oggi, gli attivisti e i fautori della green economy hanno mobilitato 500 lobbisti sborsando qualcosa come 33 milioni di dollari. Cifre significative, certo, ma non abbastanza consistenti da contrastare efficacemente l’opera dei rivali. Già, perché nello stesso periodo l’apparato industriale gas-petrolio ha ingaggiato 874 operatori e di milioni, tanto per andare sul sicuro, ne ha tirati fuori quasi 250. Uno sforzo da record sul quale la crisi finanziaria non ha inciso minimamente.
Per i lobbisti “fossili”, quest’ultimo annus mirabilis costituisce il punto d’arrivo di una strategia consolidata che da tempo rimpingua le casse dei politici più influenti a colpi di contributi elettorali. Un sistema ampiamente collaudato di cui hanno beneficiato soprattutto i repubblicani. Secondo i dati di Crp, infatti, sono ben nove gli esponenti conservatori nella Top ten dei contributi “oil-gas” dell’ultimo ventennio. L’ex candidato presidenziale John McCain svetta nella graduatoria con oltre 2,7 milioni di dollari incassati dal 1989 ad oggi. La senatrice della Lousiania Mary Landrieu, ottava in classifica generale e prima tra gli esponenti democratici, ha dovuto accontentarsi, si fa per dire, di 828 mila biglietti verdi.
In un sistema che accetta e incoraggia le attività di lobbying purché condotte in condizioni di trasparenza, gli ambientalisti non sono certo stati a guardare (il democratico Mark Udall, principale beneficiario del fronte green, ha intascato mezzo milione di dollari negli ultimi due decenni), ma il confronto con la mobilitazione nemica si è mantenuto impietoso. E i risultati sono venuti di conseguenza. Quando Obama e i suoi hanno messo in agenda la celebre proposta di legge sui limiti alle emissioni, gli ambientalisti hanno sborsato la cifra record di 22,4 milioni, cinque in meno di quelli messi in campo sul fronte opposto dalla sola ExxonMobil. L’armata degli oppositori, nel frattempo, ha fatto piovere su Washington un maxi finanziamento da 175 milioni tanto per chiarire, una volta per tutte, chi comandasse davvero. E così l’emendamento ambientalista promosso dalla fidata coppia John Kerry/Joe Lieberman si è incagliato in Senato.
Non tutti gli esponenti politici, è bene ricordarlo, si sono adeguati al trend e negli ultimi tempi non sono mancate le crisi di coscienza. Almeno dodici parlamentari, ha sottolineato il Crp, rifiutano tuttora qualsiasi contributo dalla lobby gas/petrolio e qualcuno, come il deputato texano Charles González e la candidata repubblicana al Senato Carly Fiorina, ha promesso di rifiutare in futuro qualsiasi contributo dalla famigerata Bp. Ma nella sostanza la macchina da guerra dei lobbisti può continuare ad operare con efficacia proteggendo i propri interessi e minando quelli della controparte. L’Associazione Americana per l’Energia Eolica (AWEA) ha denunciato in questi giorni il “sabotaggio” di decine di progetti da parte del ministero della Difesa e della Federal Aviation Administration. La capacità energetica delle installazioni eoliche Usa, ha affermato l’Awea, si è ridotta del 71% rispetto al 2008.
di Matteo Cavallito
01 settembre 2010
C'è qualcosa che puzza in Wikileaks

Fin dalla pubblicazione del drammatico filmato militare in cui si vede un elicottero americano in Iraq che spara addosso ad un giornalista disarmato, Wikileaks ha acquisito notorietà e credibilità mondiale, presentandosi come un sito coraggioso che rende pubblico materiale riservato fornito dalle “talpe” presenti all’interno di vari governi. Il suo ultimo “scoop” è stata la pubblicazione di migliaia di pagine di presunti documenti segreti relativi agli infiltrati USA nei gruppi talebani in Afghanistan e ai loro legami con noti personaggi vicini agli ambienti dell’ISI, il servizio segreto militare del Pakistan. Alcuni elementi, però, fanno pensare che ben lungi dall’essere un’autentica fuga di notizie riservate, l’operazione sia stata in realtà un atto di calcolata disinformazione a favore dei servizi segreti americani e forse anche di quelli israeliani e indiani, nonché una copertura per il ruolo svolto dagli USA e dall’Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.
Da quando i documenti afghani sono stati pubblicati qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha conferito credibilità alla fuga di notizie, affermando che rivelazioni ulteriori rappresenterebbero un pericolo per la sicurezza nazionale americana. Eppure, ciò che è contenuto nei documenti fornisce ben poche rivelazioni che abbiano qualche rilievo. Il personaggio citato con più frequenza, il generale (oggi in ritiro) Hamid Gul, ex capo dell’ISI, il servizio segreto militare del Pakistan, è l’uomo che negli anni ’80 fu coordinatore in Afghanistan della guerriglia mujaheddin finanziata dalla CIA contro il regime sovietico. Nei recenti documenti pubblicati da Wikileaks, Gul è accusato di essersi regolarmente incontrato con i capi di Al Qaeda e dei Talebani e di avere orchestrato attacchi suicidi contro le forze NATO in Afghanistan.
I documenti filtrati sostengono anche che Osama Bin Laden, la cui morte era stata data per certa da Benazir Bhutto in un’intervista alla BBC, sarebbe invece ancora vivo, mantenendo così profittevolmente in vita un mito utile alla Guerra al Terrore dell’amministrazione Obama, in un momento in cui molti cittadini americani si erano dimenticati del pretesto originario con cui l’amministrazione Bush aveva invaso l’Afghanistan, quello di perseguire l’autore degli attacchi dell’11/9.
Demonizzazione del Pakistan?
Il presentare oggi Gul come un collegamento chiave con i Talebani dell’Afghanistan si inserisce in un più ampio e recente progetto, elaborato da Stati Uniti e Inghilterra, con cui si cerca di demonizzare l’attuale regime pakistano attribuendogli un ruolo di primo piano nei problemi in Afghanistan. Questa demonizzazione favorisce nettamente la posizione dell’India, recente alleato degli Stati Uniti. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano che possieda armi nucleari. E’ noto che alle forze di difesa israeliane e al Mossad piacerebbe molto poter modificare questa situazione. La campagna di discredito ordita tramite Wikileaks contro un personaggio politicamente esplicito come Gul potrebbe essere parte di questo progetto geopolitico.
Il londinese Financial Times afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 file segreti statunitensi in cui si insinua che i servizi segreti pakistani avrebbero appoggiato i militanti afghani contro le forze della NATO. Gul ha dichiarato alla stampa che gli Stati Uniti hanno ormai perso la guerra in Afghanistan e che la pubblicazione di quei documenti servirà all’amministrazione Obama per scaricare su altri la colpa, insinuando che la responsabilità sia tutta del Pakistan. Gul ha detto ai giornali: “Io sono il capro espiatorio preferito per gli americani. Non riescono proprio a concepire che gli afghani possano vincere una guerra da soli. Eppure sarebbe una vergogna intollerabile che un vecchio generale 74enne, ormai in pensione, manovrando i mujaheddin in Afghanistan, fosse stato la causa della sconfitta dell’America”.
Nei documenti afghani pubblicati da Wikileaks è da notare il modo in cui i riflettori vengono puntati contro il 74enne Gul. Come ho scritto in un precedente articolo (Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno) Gul è stato assai esplicito sul ruolo dell’esercito statunitense nel contrabbandare eroina afghana fuori dal paese, sfruttando la base aerea di massima sicurezza di Manas, in Kyrgyzstan.
Allo stesso modo, in un’intervista alla United Press International del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11/9, Gul, in risposta alla domanda su chi avesse organizzato l’11/9, aveva risposto: “Il Mossad e i suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari all’anno per le loro 11 agenzie di intelligence. Cioè 400 miliardi di dollari ogni 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice di essere stata colta di sorpresa. Io non ci credo. 10 minuti dopo che la seconda torre del World Trade Center era stata colpita, la CNN già diceva che era stato Osama bin Laden. Si trattava di un pezzo di disinformazione preorganizzato dai veri autori del crimine...”.
Ovviamente Gul non è molto amato a Washington. Egli sostiene che le sue richieste di visti d’ingresso per l’Inghilterra e gli Stati Uniti sono state respinte a più riprese. Trasformare Gul in un arcinemico farebbe assai comodo a certa gente di Washington.
Chi è Julian Assange?
Il fondatore e sedicente “Editor-in-chief” di Wikileaks, Julian Assange, è un misterioso 29enne australiano del quale si sa poco. E’ improvvisamente diventato un personaggio pubblico di primo piano offrendosi di trattare con la Casa Bianca riguardo alle fughe d’informazioni. In seguito agli ultimi scoop, Assange ha detto a Der Spiegel – una delle tre testate con cui condivide il materiale delle sue ultime rivelazioni – che i documenti da lui portati alla luce “cambiano la nostra prospettiva non solo sulla guerra in Afghanistan, ma su tutte le guerre moderne”. Nella stessa intervista ha dichiarato: “Mi piace schiacciare i bastardi”. wikileaks, fondata da Assange nel 2006, non ha una sede stabile e lo stesso Assange afferma: “In questi giorni vivo negli aeroporti”.
Eppure, un più attento esame delle posizioni di Assange su uno degli argomenti più controversi degli ultimi decenni, le forze che stanno dietro agli attentati dell’11 settembre contro il Pentagono e il World Trade Center, rivela che egli è curiosamente dalla parte dell’establishment. Quando il Belfast Telegraph lo ha intervistato lo scorso 19 luglio, egli ha dichiarato: “Ogni volta che uomini di potere definiscono piani in segreto, essi stanno attuando un complotto. Quindi ci sono complotti ovunque. Ma ci sono anche teorie complottiste pazzoidi. E’ meglio non confondere le due cose...”.
E sull’11/9?
“Sono sempre infastidito dal fatto che la gente si faccia distrarre da falsi complotti come quello sull’11 settembre, quando tutt’intorno a loro noi forniamo prove di complotti reali, volti a scatenare guerre o frodi finanziaria di massa”. E sulla Conferenza del Bilderberg? “E’ solo vagamente complottarda, in senso di rete relazionale. Noi abbiamo pubblicato gli appunti dei loro incontri”.
Queste dichiarazioni, provenienti da una persona che ha costruito la propria reputazione sull’avversione all’establishment, sono più che considerevoli. Prima di tutto, come migliaia di fisici, ingegneri, militari professionisti e piloti di linea hanno testimoniato, l’idea che 19 arabi senza quasi nessun allenamento e armati solo di taglierini possano dirottare quattro aerei di linea ed eseguire manovre quasi impossibili contro le Torri Gemelle e il Pentagono nell’arco di soli 93 minuti, senza che nessun velivolo militare del NORAD li intercetti, è qualcosa che sfida ogni credibilità. Chi abbia davvero compiuto questi attacchi così professionali è questione che dovrebbe essere affrontata da una genuina e non faziosa commissione d’inchiesta internazionale.
Al signor Assange, che nega ostinatamente ogni sinistra cospirazione sull’11/9, si potrebbe rammentare la dichiarazione resa alla BBC dall’ex senatore americano Bob Graham, che guidò la Commissione Senatoriale degli Stati Uniti sull’Intelligence durante l’inchiesta congiunta sull’11 settembre. Graham disse alla BBC: “Posso affermare che sull’11 settembre ci sono troppi segreti, che ci sono informazioni non rese disponibili al pubblico, per le quali esistono risposte specifiche, tangibili e verosimili e che questa reticenza ha eroso la fiducia dell’opinione pubblica nel proprio governo per ciò che attiene alla sua sicurezza”.
Narratore della BBC: “Il senatore Graham scoprì che questa copertura arrivava fino al cuore dell’amministrazione”.
Bob Graham: “Chiamai la Casa Bianca e parlai con la signora Rice. Le dissi: “Senta, ci avevano detto che avremmo collaborato a quest’inchiesta”. Lei disse che ci avrebbe pensato lei, ma poi non successe nulla”.
Naturalmente, l’amministrazione Bush riuscì a sfruttare gli attacchi dell’11 settembre per lanciare la sua Guerra al Terrorismo in Afghanistan e poi in Iraq, un punto su cui Assange convenientemente sorvola.
Da parte sua, il generale Gul afferma che l’intelligence americano ha orchestrato le rivelazioni di Wikileaks sull’Afghanistan per trovare un capro espiatorio, cioè Gul, a cui attribuire la colpa.
Similmente, come se avesse afferrato il suggerimento, il Primo Ministro britannico David Cameron, durante una visita di stato in India, ha alluso al presunto ruolo del Pakistan nell’appoggiare i talebani in Afghanistan, garantendo così ulteriore credibilità alla versione fornita da Wikileaks.
Ma la vera storia di Wikileaks non è ancora stata raccontata con chiarezza.
di F. William Engdahl
dal sito www.vheadline.com
traduzione di Gianluca Freda
