13 ottobre 2010

Acqua in bottiglia? No, grazie.

L'acqua potabile che esce dal rubinetto di casa è sottoposta a controlli costanti e in molti casi si rivela di qualità superiore rispetto a quella in bottiglia. Ciononostante il 'belpaese' continua ad essere il maggior produttore al mondo di acqua in bottiglia, e gli italiani i suoi maggiori consumatori, con una spesa annua per famiglia che si aggira attorno ai 300 euro.


acqua rubinetto
Si calcola che una famiglia media italiana spenda circa 300 euro l'anno in acqua minerale. Un quarto di questa cifra sarebbe sufficiente a realizzare tutti i lavori di riparazione e ammodernamento di cui necessita la rete idrica

Ci sono storie che a raccontarle quasi non ci si crede. Sentite questa. È la storia di un paese ricchissimo d'acqua, uno dei più ricchi al mondo. Ci sono fiumi e torrenti, laghi e ghiacciai, falde sotterranee immense che gettano fuori zampilli di acqua cristallina. Questo paese, pensate un po', è stato anche il primo in cui si costruirono acquedotti monumentali che dai monti portavano l'acqua nelle piazze delle città.

Da anni l'acqua arriva nelle case dei cittadini. Qui, la qualità dell'acqua potabile è ottima, ed il suo prezzo, data la grande disponibilità, piuttosto modesto. Ecco, stenterete a crederci, ma questo paese è il più grande consumatore mondiale di acqua in bottiglia. Proprio così, il 98 per cento dei suoi abitanti – quasi tutti insomma – compra abitualmente acqua in bottiglia.

Quest'acqua viene prelevata alla sorgente da imprese private che, nonostante si stiano appropriando di un bene pubblico – le acque sotterranee sono demaniali – non pagano canoni di imbottigliamento, o ne pagano di irrisori. Dopodiché rivendono a prezzi altissimi ai cittadini quella stessa acqua che apparterrebbe loro di diritto.

Il paese in cui è ambientata questa storia è ovviamente l'Italia. Il perché di questo consumo smisurato è presto detto. Si riassume in qualche cifra ed una parola. Le cifre sono i 3,5 miliardi di euro di giro d'affari annuo, le oltre 300 marche, i circa 400 milioni investiti ogni anno in pubblicità. La parola, neanche a dirlo, è proprio quest'ultima: pubblicità.

C'è un bel video che spiega chiaramente come funziona il meccanismo pubblicitario applicato al mercato dell'acqua minerale.

Si tratta di un mercato che ruota attorno ad un bisogno indotto, nel quale la domanda deve sempre essere tenuta alta attraverso una opera pubblicitaria incessante e martellante. Come ebbe a dichiarare un ex-presidente della Perrier, una società produttrice di acqua del gruppo Nestlè, "tutto quello che si deve fare è portare l'acqua in superficie e poi venderla ad un prezzo maggiore del vino, del latte o anche del petrolio".

La pubblicità fa leva sulla sfera più istintiva e irrazionale della mente umana, dunque è difficile da contrastare con un ragionamento razionale. Ci proveremo comunque, sfatando alcuni miti e luoghi comuni e smascherando qualche inganno.

acqua in bottiglia
L'Italia è il maggior produttore d'acqua in bottiglia e noi i maggiori consumatori

Partiamo con la qualità dell'acqua, un argomento sul quale le pubblicità delle acque in bottiglia insistono molto. L'ultimo rapporto di Legambiente, realizzato in collaborazione con Federutility (la federazione delle aziende di servizi pubblici locali che operano nel settore idrico), testimonia come l'acqua che esce dai rubinetti italiani sia molto più controllata, e di qualità spesso superiore, rispetto all'acqua in bottiglia. Secondo i dati del marzo 2010 sono 250mila le analisi effettuate in un anno sull'acqua potabile nella città di Roma, altrettante in Puglia e 350mila in Provincia di Milano.

Inoltre alle acque minerali è consentito di contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio, in quantità superiori a quelle permesse per l'acqua potabile. Mentre non è permesso all'acqua potabile di avere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, la maggior parte delle acque minerali contengono 40/50µg/l di arsenico e non hanno neppure l'obbligo di dichiararlo sulle etichette.

E che dire poi dell'inquinamento? L'acqua del rubinetto non produce nessun tipo di rifiuto ed è, per così dire, a chilometro zero. Quella in bottiglia? Si calcola che per la sola produzione siano necessari 350mila tonnellate di pet (polietilene tereftalato) all'anno, il che significa 665 mila tonnellate di petrolio e l'emissione di gas serra di circa 910 mila tonnellate di Co2 equivalente. Senza contare la fase del trasporto, che in più dell'80 per cento dei casi avviene su gomma, e dello smaltimento, che vede la raccolta differenziata delle bottiglie attestarsi attorno ad un terzo del totale, mentre i restanti due terzi finiscono negli inceneritori.

E arriviamo all'aspetto più clamoroso: il prezzo. Il costo di un litro di acqua minerale in bottiglia supera fra le duecento e le mille volte quello di un litro di acqua potabile. Sarebbe come se fossimo disposti a pagare 10mila euro un piatto di pasta al ristorante, 3mila un panino, 2mila un chilo di patate. Probabilmente prenderemmo per pazzo chi tentasse di venderci una manciata di zucchine per qualche migliaia di euro; eppure continuiamo a comprare l'acqua in bottiglia.

Si calcola che una famiglia media italiana spenda circa 300 euro l'anno in acqua minerale. Un quarto di questa cifra sarebbe sufficiente a realizzare tutti i lavori di riparazione e ammodernamento di cui necessita la rete idrica italiana.

di Andrea Degl'Innocenti

12 ottobre 2010

Terzigno: un esempio da seguire



Terzigno è un comune di 16.000 abitanti, situato alle pendici del Vesuvio. Un comune che da alcune settimane sta facendo i conti con la militarizzazione costante del proprio territorio, messa in atto da centinaia di agenti in tenuta anti sommossa. Quasi ogni notte i cittadini, trattati come facinorosi e delinquenti, vengono a contatto con le forze dell'ordine, nel tentativo d'impedire l'ingresso dei camion carichi di spazzatura maleodorante, ricevendo in cambio una "congrua" razione di manganellate.
I cittadini di Terzigno hanno ormai preso l'abitudine di scendere in strada, preferendo dedicarsi all'impegno civile anzichè restare in panciolle davanti alla TV, perchè vogliono opporsi con tutte le proprie forze all'apertura di una seconda discarica all'interno del territorio in cui vivono che è parte integrante del Parco Nazionale del Vesuvio.
Se l'idea balzana consistente nel costruire una discarica all'interno di un Parco Nazionale non fosse già di per sè stessa azione dissennata in grado di giustificare la reazione di qualsiasi cittadino in grado d'intendere e volere, qualora non ancora lobotomizzato da schermi barbaglianti di fesserie e fesserie barbaglianti di progresso, si potrebbe anche aggiungere che a causa delle discariche in paese si respira ormai un lezzo marcescente, la frutta cresce con mutazioni degne di un film dell'orrore e nei vigneti neppure gli uccelli si azzardano ad "assaggiare" l'uva.

La scorsa notte centinaia di cittadini di Terzigno, fra un blocco stradale e una scarica di manganellate, hanno organizzato una protesta tanto pacifica quanto incisiva, consistente nel bruciare all'interno dei bidoni usati per riscaldarsi le proprie tessere elettorali....
Partendo dai camion che sversano la munnezza e passando attraverso le forze dell'ordine abituate ad "accarezzarli" ogni sera, sono in pratica risaliti ai mandanti da cui derivano i loro problemi, realizzando come l'unica azione sensata consista nello smettere (con un pò di sforzo disintossicarsi si può) di dare deleghe in bianco ad omuncoli e parassiti abituati ad amministrare la cosa pubblica nell'interesse privato.
Il gesto naturalmente ha avuto un carattere dimostrativo, volto ad evidenziare lo stato di esasperazione in cui versa la popolazione, ma la strada scelta è senza dubbio quella giusta.
Basta deleghe in bianco a faccendieri politici che avvelenano la gente con discariche, inceneritori, centrali a carbone e scorie nucleari.
Basta deleghe in bianco a politicanti cementificatori che distruggono le montagne per scavare megatunnel attraverso i quali far passare il nulla.
Basta deleghe in bianco a guerrafondai inebetiti che mandano i nostri soldati combattere le guerre americane e usano la commozione derivante dalle vittime per ottenere il viatico all'uso di nuove bombe e nuove armi di sterminio.
Basta deleghe in bianco ad una classe politica che ottiene consensi sulla base di programmi generalisti privi di senso compiuto e alla logica del "meno peggio" ed usa quello stesso consenso per parlare ed agire contro gli interessi dei cittadini taliani ma nel nome degli italiani tutti.

Un esempio, quello dei cittadini di Terzigno, da seguire da parte di tutti coloro che in questo disgraziato paese vedono il proprio diritto ad esistere e vivere in un modo dignitoso, calpestato proprio da parte di chi ingenuamente hanno delegato a rappresentarli. Ammesso che delegare abbia in senso, nessuna delega in bianco potrà mai nutrire l'ambizione di possederlo.
di Marco Cedolin

11 ottobre 2010

Il cerchio sovrastrutturale

Ho lasciato il messaggio che segue sul blog del vice direttore de Il Giornale Nicola Porro (ed egli non lo ha cassato quindi ritengo di non essere uscito fuori tema):” Mi scusi Porro, ma come? Arpisella le dice che dietro Fini ci sono quelli che c’erano dietro la D’Addario e a lei nemmeno la curiosità viene?
Anzi, liquida in fretta il suo interlocutore senza capire meglio di cosa stesse parlando. Ma che ca.zo! Dietro la D’Addario c’erano servizi segreti stranieri e dietro Fini ci sono “ambienti americani”... E voi che sprecate il tempo dietro la casa monegasca. Va bene, l’abbiamo capito che Fini si fa i cazzi suoi ed è pure peggio degli altri ma agli italiani la verità vera la volete raccontare? Questo è coraggio! Dire che siamo assediati e circondati da nemici e traditori e che nemici e traditori non sono Putin e Gheddafi ma i nostri alleati occidentali. Fate un’opera buona per una volta e non comportatevi come i botoli rumorosi di cui parlava Schopenhauer quando faceva riferimento ai giornalisti, questi operai pagati alla giornata…Volete fare casino? E fatelo ma almeno per una causa superiore…”
Oggi, sul quotidiano della famiglia Berlusconi, Gabriele Villa, riprendendo le parole di Arpisella portavoce della Marcegaglia, rilancia questa questione del cerchio sovrastrutturale (in realtà un fatto di forze materiali soverchianti che si raddoppiano sul palcoscenico politico ufficiale dove agiscono, almeno in Italia, finti partiti e ricole istituzioni completamente depotenziate) che decide le cose sulla testa di tutti e contro gli interessi del Paese. Bene, ancora una volta l'articolista si fa delle domande non peregrine ma evita accuratamente di dare quelle risposte che sono, tuttavia, nella mente di ognuno di noi. Se fossimo una nazione libera ed indipendente concentreremmo (da destra e da sinistra) le energie per spezzare questa situazione di subordinazione nei confronti di poteri ed ambienti stranieri che vogliono neutralizzare lo Stato per perpetuare la loro dominanza. Ed invece niente, si accenna a qualcosa ma senza squarciare quel velo di menzogne e di ipocrisia che da troppo tempo copre la verità. Ciò accade perché buona parte l'establishment nostrano è connivente con quel sistema di forze esterne mentre chi non lo è non ha la vitalità necessaria per opporre resistenza. Il risultato di questa situazione è un'impotenza generale che mortifica pesantemente il paese e lo spinge sempre di più sull'orlo del baratro. Siamo nella merda, se non ve ne foste accorti...

di Gabriele Villa (fonte il Giornale)
Cos'è il "cerchio sovrastrutturale che va oltre Berlusconi" di cui Arpisella parla al telefono? Per il portavoce il caso D'Addario sarebbe stato architettato da una sorte di "Spectre"
Abbiamo un cerchio alla testa, noi de «il Giornale». Anzi di più, abbiamo un «cerchio sovrastrutturale» sopra le nostre teste. Ne sentiamo il peso da qualche giorno, lo percepiamo. Sappiamo oramai con certezza, dopo le parole criptiche ma preoccupanti e preoccupate, pronunciate da Rinaldo Arpisella, l'uomo di fiducia di Emma Marcegaglia, nell'oramai famosa conversazione telefonica con Nicola Porro, che questo cerchio aleggia nell'aria. Ma dobbiamo, purtroppo, prendere atto che, almeno per il momento, questa strana, inquietante presenza, resta per noi, «relegati in via Negri, a Milano» (sempre per continuare a citare Il Grande Informato), come qualcosa di simile a un Unidentified Flying Object, un Ufo cioè. Che, ci crediate o no, sta girando e rigirando, attorno a un'Italia ignara, compiendo un'orbita particolarmente strana che, sempre parole di Arpisella, passa da Fini alla D'Addario, a Casini, attraversando praterie sconfinate, laghi, boschi, mari e monti ma anche, immaginiamo, piccole, medie e grandi industrie. Come si fa dunque a rimanere insensibili a questo grido di dolore? Come possiamo non farci delle domande o, meglio, non farle agli informati uomini (e donne) di Confindustria, per trovare risposte che possano rasserenare il nostro spirito e le nostre menti e consentirci di lavorare con più tranquillità nel nostro eremo di via Gaetano Negri a Milano? Ecco dunque la prima di queste nostre, crediamo più che lecite, domande:

1)Che cos'è questo misterioso «cerchio sovrastrutturale»? Chi ne fa parte e quali sono i suoi obbiettivi?
Dice Arpisella a Porro nel colloquio telefonico intercettato: «...Ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa...». E ancora: «...Ma tu non sai che c... c'è altro in giro, ti parlo da amico cioè...è un'ottica corta cioè.. è allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me...». La frase dell'uomo di fiducia della presidente di Confidustria somiglia a un messaggio in codice. Che come tale va necessariamente e urgentemente decodificato, soprattutto perché fa intuire che il «cerchio» potrebbe essere una sorta di organizzazione gerarchica clandestina, una struttura parallela che, in qualche modo, controlla tutte le leve del potere in Italia. Sarebbe interessante conoscere i nomi degli adepti che costituiscono gli anelli di questo cerchio e come questi personaggi si muovano all'interno dei palazzi e delle stanze dove si manifesta, invece, l'ufficialità del potere, quello che è noto a tutti.
2)Chi è o chi sono i misteriosi registi dell'operazione D'Addario?
«Ci sono quelli che c'erano dietro la D'Addario, dai su!». Rinaldo Arpisella sembra sicuro di sapere con esattezza chi siano i mandanti della vicenda D'Addario, la escort gettata nelle braccia del premier, con tanto di registratore nella borsetta. Sarebbe interessante conoscere che cosa sanno in Confindustria di questa vicenda.
3)Chi c'è dietro la svolta anti berlusconiana di Fini?
Arpisella: «Dai, secondo te chi c'è dietro Fini?». Porro: «Chi c'è dietro Fini, tu lo sai? Io no». Anche su questa delicatissima questione i vertici dell'imprenditoria italiana danno l'impressione di sapere esattamente come siano andate le cose e perché il presidente della Camera abbia cambiato radicalmente il suo atteggiamento nei riguardi del premier, arrivando addirittura a fondare un partito. C'è da dedurre che in Confindustria sappiano anche quale assicurazioni sulla futura carriera politica abbia ricevuto il manipolo dei seguaci di Fini e da chi le abbia ricevute.
4)Perché secondo la Confindustria le decisioni più importanti vengono prese all'insaputa dei politici?
«No, no fermati un attimo non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere, capire che non esiste solamente la politica Fini, la politica Casini...». Anche in questo caso le parole dell'uomo di fiducia della Marcegaglia danno la netta sensazione che i giochi della politica italiana si facciano lontano dalla politica e dai politici italiani. In altre stanze, in altri luoghi. Perché non dirlo cortesemente anche a noi, perché non spiegarci dove si «fa» veramente la politica italiana, giusto per darci la possibilità di intervistare le persone appropriate d'ora in poi.
5)Chi fa parte di questa nuova e inquietante Spectre che governerebbe l'Italia?
«...Il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre...». E qui siamo all'apoteosi, alla Madre di tutte le inquietanti rivelazioni che Arpisella a mezza bocca fa o vorrebbe fare a Porro. È evidente che l'Italia deve fare i conti con una sorta di Spectre, acronimo come ben sa 007, di Supremo Progetto Esecutivo per il Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni ed Estorsioni. Diteci dunque chi è il capo (che nella Spectre del cinema è noto come Numero 1) di questa Spectre nostrana e diteci anche, tra un planning e un report, signore e signori della Confindustria, chi sono gli altri affiliati di questa organizzazione cioè i Numero 2, 3, 4. E dove si riuniscono. Dentro vulcani, o su isole deserte o nelle sale Bingo?
Siamo sicuri che risponderete a tutte le nostre domande. Ma senza dare un colpo al Cerchio e uno alla botte, per favore.
di Gianni Petrosillo

La cambiale, il titolo non voluto dall’usura bancaria


La cambiale, l’amata e odiata vecchia farfalla, titolo finanziario considerato vetusto, impiegata a volte dai cravattari di borgata come garanzia sul rientro del capitale, è ormai raramente utilizzata come normale mezzo di pagamento commerciale.
Stranamente lo strumento base su cui si fonda il concetto di titolo di credito, banconote ed assegni compresi, è stato quasi completamente abbandonato, nonostante abbia aiutato nel recente passato a rimettere in piedi l’economia dell’Italia devastata dalla guerra. La cambiale, il titolo derivato dalla famosa “lettera di cambio”, pare sia stata inventata nel Celeste Impero più di mille anni fa, e nel medioevo sia stata importata in Europa dai mercanti.
Praticamente, attraverso un ordine scritto e sottoscritto ove è indicata la data di scadenza, il luogo del pagamento ed il debitore, si “cartolarizza” un credito certo derivato da un qualunque contratto, rendendolo liquido ed impiegandolo direttamente per pagare un proprio debito senza l’impiego del denaro. Il beneficiario possessore del titolo potrà a sua volta utilizzarlo per pagare ciò che deve ad un terzo.
Il Regio Decreto 1669 del 1933, conosciuto meglio come “Legge Cambiale”, ancora in vigore, ha riordinato le norme di questi titoli di credito, imponendo anche la tassa del 12 per 1000 sull’importo esposto. La normale cambiale, chiamata anche “cambiale tratta” o anche semplicemente “tratta”, è lo strumento finanziario direttamente derivato dalla lettera di cambio, emessa dal creditore, traente, a fronte di un credito certo di un debitore, trattario, il quale, se accetta l’impegno sul titolo sottoscrivendolo, diviene accettante. Nel vaglia cambiario invece, comunemente chiamato “cambiale”, il traente ed il trattario sono unificati nella figura dell’emittente, risultando colui che chiama se stesso al pagamento. Quando è battuta la tratta, nell’ordine esposto compare la parola “pagherete”, mentre invece è indicato con “pagherò”. È possibile garantire il credito della cambiale con avalli, pegni e, come avviene di rado con una particolare procedura, anche con ipoteca immobiliare. La cambiale può essere emessa anche “non all’ordine”, assumendo la forma di cessione di credito.
Il titolo non onorato deve essere depositato presso un pubblico ufficiale di zona appositamente incaricato, che effettuerà le dovute ricerche ed in mancanza di pagamento lo restituirà al beneficiario congiuntamente all’atto contro il trattario, l’accettante o l’emittente detto “protesto”: gli estremi dei protesti contro l’accettante e contro l’emittente saranno riportati sul pubblico “bollettino dei protesti”. È possibile dispensare il debitore dal protesto apponendo sul davanti del titolo la clausola “senza spese”, ma, nel caso di cambiale insoluta, questa manterrà la forza di titolo esecutivo. Qualche anno fa, a fronte del dilagare del numero dei protestati, alcune norme in materia sono state alleggerite.
Con la Legge 43 del 1994 è stato istituito un titolo denominato “cambiale finanziaria”, emessa in serie solo da soggetti autorizzati recanti notevoli garanzie, nel taglio minimo di 100 milioni di lire (euro 51.645,69), da utilizzarsi principalmente per la dilazione di grosse transazioni naturalmente precluse alla stragrande maggioranza di imprese e privati.
Come mai allora questo strumento di credito semplice, e per certi versi dovutamente garantito, sta andando in disuso? È l’impresa o il privato che non ne hanno più bisogno, oppure toglie ai professionisti dell’usura una grossa fetta di mercato?
La cambiale non può non essere resa intrasferibile per concetto, dato che è nata proprio per la movimentazione del credito, e non può essere inchiodata per legge ad un solo passaggio come è stato fatto di recente per il normale assegno bancario, quel particolare titolo cambiario nel quale il pagamento a vista della somma è ordinato incondizionatamente, poiché coperto da una provvista depositata anticipatamente dal traente su un conto presso uno stabilimento della banca trattaria.
È evidente che con un mezzo come l’assegno, sicuramente più comodo, non è possibile operare senza istituti di credito, e non è possibile usufruire direttamente delle proprie spettanze se non quando queste siano maturate. Salvo che non si venga tentati di ricorrere all’ombrello della fideiussione bancaria, solitamente accordata con fuori il sole e tolta alla prima pioggerellina. Con la cambiale invece la banca non è un obbligo ma una scelta, e chi possiede la forza o la volontà di farne a meno, sicuramente risparmia nei movimenti. Difatti nel caso di girata ad un creditore si eliminano completamente gli oneri finanziari, si riducono le esposizioni e si mantiene la possibilità di operare anche se già protestati. Inoltre, a differenza degli assegni in cui il trattario è la banca, per ridurre i disguidi nei pagamenti delle cambiali, l’ufficiale incaricato, prima di elevare il protesto, deve eseguire le ricerche e tentare di incassare la somma presso i debitori, accertandosi in mancanza delle cause di insolvenza. È questa libertà ed affidabilità che infastidisce gli strozzini legalizzati. Meno passaggi, significano meno fidi, meno taglieggio e meno controllo sulla produzione e sul commercio.
Nel tempo, per scoraggiare gli indecisi, costoro hanno adottato la soluzione di moltiplicare le spese per l’incasso delle cambiali, di aumentare i giorni precedenti alla scadenza per la loro presentazione, di allungare i tempi per l’accredito della somma incassata o per la restituzione materiale di quelle respinte, sempre corredate da vergognose addizionali di spesa sul protesto. Per non parlare del fatto che chi utilizza questo titolo viene considerato come un parvenu senza garanzie e con clienti scadenti. In pratica si è fatto di tutto, qualche volta facendo elevare anche ingiusti protesti, per inculcare nell’immaginario collettivo che non bisogna operare con le cambiali.
Non si può non notare che l’unica novità di una legge concepita 80 anni fa per un’Italia in larga parte agricola, è stata quella di introdurre una cambiale seriale il cui pezzo minimo corrisponde grossomodo al valore di un piccolo appartamento.
Ma cosa ha fatto l’attuale classe politica per garantire e migliorare l’utilizzo della cambiale. Nulla, anzi, nel tempo ha favorito la riduzione della sua applicazione. Basti pensare, tanto per fare un esempio, che questi titoli sono lavorabili anche attraverso il canale postale, ma i potentati bancari hanno imposto dei termini all’allora ente pubblico rendendo estremamente difficoltosa la procedura d’incasso. Oggi non è possibile lavorare le cambiali direttamente sul conto corrente postale o con il libretto di risparmio, ma bisogna avviarle, singolarmente e nel misero termine di 10/15 giorni prima della scadenza, solo attraverso la separata e complicata procedura di riscossione, neppure esposta sui listini, sconosciuta alla maggior parte degli impiegati postali, limitante l’importo a qualche migliaio di euro. Per contro, gli incassi postali risultano più veloci ed economici di quelli bancari. Attenzione: “Sono state le associazioni bancarie che hanno stabilito come doveva comportarsi un comparto dello Stato, non l’opposto. Pazzesco!”
Sarebbe stato semplice, invece, con una legge a tutela del credito aziendale (stiamo parlando di eresie e di fantapolitica), impostare una cambiale ad uso esclusivamente commerciale, sia tratta che vaglia, protestabile o senza spese, con emissione e trasferibilità riservata a tutte le aziende di produzione, vendita e somministrazione di beni e servizi non finanziari, impostabile esclusivamente per crediti netti esclusi da spese ed interessi, con scadenza minima di tre mesi, compilabile su un modello indicante la tipologia aziendale, il nome, la residenza e il domicilio, la data di costituzione, e tutti i codici di riferimento di ogni soggetto interveniente, sia esso trattario, traente, emittente o giratario. La trasferibilità dovrà permettersi esclusivamente con girata pro-solvenda o con cessione pro-soluta, e l’incasso dovrà essere permesso per qualsiasi importo anche dai servizi di riscossione. Per completare la cambiale si potrà indicare del credito, oltre all’importo, tutti i riferimenti contabili, e del soggetto debitore alcune notizie sull’affidabilità come il monte titoli emessi ed i protesti risultanti alla verifica. Pubblici ufficiali incaricati potranno autenticare le sottoscrizioni e, pure in fase successiva all’emissione del titolo, certificare le notizie inserite. Nel caso il titolo non abbia i requisiti di cambiale commerciale, ma mantenga quelli del modello ordinario, non sarà annullata, ma subirà solo un automatico declassamento alla certificazione o alla presentazione. Onde non causare danni maggiori del previsto e altri disguidi, dovrà esserci un unico ufficio protesti di zona, predisposto per il deposito della provvista, totale o parziale, con cui garantire anticipatamente il pagamento dei titoli emessi. Il bollettino dei protesti di questi titoli dovrà essere consultabile esclusivamente da operatori commerciali. Il recupero del credito insoluto esposto su questa cambiale dovrà essere garantito nel più breve termine giudiziale in esenzione di spesa.
Solo completandole nella tipologia, garantendo maggiormente i soggetti a cui vengono trasferite, si potrà veramente ritornare ad operare con le “farfalle”, per il buon funzionamento di ogni azienda, e per dispetto di chi sfrutta il lavoro di queste ultime da decenni. Ieri, chi vendeva il denaro era considerato un essere immondo, oggi condiziona la vita di tutti. La sottomissione totale delle genti sta continuando. Lentamente ma inesorabilmente.
di Pierluigi Pagliughi

10 ottobre 2010

Tele-comando

http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT6ey9yviqvcDBYWRIkMIVGrHR4jpwrSuQ2mZhyb-6JYT1H2so&t=1&usg=__5GS18j9UuhytI1NeCTgIjKO3PaQ=


L’Italia è un paese pieno di problemi che rischia di finire stritolato nella morsa della pesante fase economica e politica. Giriamo in un vortice di preoccupazioni e di inquietudini dal quale non siamo in grado di uscire e ci facciamo prendere dalla spossatezza, dal panico, dalla sfiducia.
Oppure, ancor peggio, siamo indotti alla distrazione e all’accaloramento su aspetti inessenziali che finiscono coll’aggravare la situazione sospingendoci ancora più a fondo. La crisi economica internazionale, la mancanza di iniziativa politica, l’assenza di progettualità economica, l’incapacità di gestire i rapporti internazionali, la disoccupazione, la rabbia, precarietà e spappolamento sociale ecc. ecc. Pensate, come me, che siano queste le grandi difficoltà dell’Italia? Se è così pensate male e sarete costretti a ricredervi perché secondo Repubblica, giornale oracolare e infallibile fondato da barbapapà Scalfari, ed oggi in mano a “telenonscriventerifilatallostato” De Benedetti i nostri drammi sono di tutt’altro tenore. Ancora qualche giorno fa il quotidiano della tessera n.1 del Pd riproponeva, con una delle sue penne più importanti (Massimo Giannini), la solita tiritera sull’Italia ridotta ad una tycoonlandia soggiogata da un cavaliere nero col vizio di importunare le fatine e le veline.
In questa valle di lacrime, dove piove sventura come grandine dura, la vera disgrazia viaggia nell’aria ed è perciò stesso eterea ed evanescente come l’ eccitazione di queste cassandre della carta stampata. Nell’ex Belpaese governa sua Emittenza e questo genera intermittenza nella democrazia. Viviamo nella dittatura trash-televisiva di Mediaset che spadroneggia dal tubo catodico e dal parlamento con un palinsesto totalitario di tipo populistico e monotematico. Non c’è scampo nemmeno sul satellite, i berlusconidi, mutanti blu ipnopedizzati dalla TV, sono dappertutto ed armati di telecomando blandiscono le coscienze per risucchiare la massa grigia dei nostri cervelli. Costoro hanno occupato persino il digitale terrestre oscurando lo Sky dal quale gli dei stavano calando in nostro soccorso lo squalo Murdoch, come un tempo fu il serpente per i gracchianti abitanti dello stagno di Fedro. Il travicello nell’occhio ciclopico dei perbenisti si mimetizza meglio di qualsiasi pagliuzza altrui. Satrapi, insomma, sono sempre gli altri, cioè quelli che ti impediscono di realizzare il tuo sogno integrale di comandare e di fare le stesse cose che fanno loro ma con diverso vantaggio personale. E’ una brutta soap a puntate che abbiamo già visto. Lo zapping governativo, da uno schieramento all’altro, da un gruppo di potere a quello contrario, non ha portato alcuna novità e vantaggio al Paese da quasi vent’anni. Da parte nostra, speriamo sempre di vedere sullo schermo quel teleromanzo dove a piangere sono i ricchi e non la povera gente, ma siccome nessuno di questi registi dell'orrore assetati di sangue lo metterà in onda dovremo girarlo da noi in presa diretta nella vita reale.


di Gianni Petrosillo

09 ottobre 2010

Slot machine, una voragine di nero: 88 miliardi in nero.

Lunedì alla Corte dei conti l'udienza sull'evasione fiscale. Secondo i giudici il danno errariale è enorme. Nel mirino nell'indagine anche i rapporti con politica e mafia
Ottantotto miliardi di euro. L’equivalente di quattro manovre finanziarie. Il grande scandalo delle slot machine arriva alla svolta. Lunedì alla Corte dei Conti comincia l’udienza decisiva. Entro sessanta giorni il giudice stabilirà se nelle casse dello Stato dovranno rientrare 88 miliardi o pochi spiccioli. O addirittura nulla. In ballo la mega penale che, secondo la Procura della Corte dei Conti, le società concessionarie delle slot dovrebbero allo Stato per non aver rispettato le condizioni delle concessioni.

Il condizionale è d’obbligo. Non solo perché la Corte deve ancora decidere. Il punto è un altro: intorno al mondo dei giochi ruotano interessi immensi e non sempre confessabili. Quelli delle società concessionarie, ma anche dei partiti che sui giochi hanno scommesso molto. E poi, convitato di pietra, c’è la criminalità organizzata che vede nelle macchinette una nuova miniera d’oro. La grandezza della somma è inversamente proporzionale alla pubblicità che la vicenda ha avuto. È il 2005 quando il Gat (Gruppo Antifrodi Tecnologiche) della Finanza comincia a occuparsi della storia. Decine di migliaia di slot machine non sono collegate alla rete che registra le giocate. Addirittura in un locale di Riposto (Catania) risultano depositate 26.858 slot in 50 metri quadrati. È solo l’inizio. Quando gli agenti tentano una stima della penale non credono ai loro occhi: si sfiorano i novanta miliardi.

Intanto una commissione di esperti guidata dall’allora sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi (Pd), e dal generale delle Finanza Castore Palmerini produce un documento: una bomba che però non esplode. In troppi sono interessati a disinnescarla. È soltanto grazie all’opinione pubblica, alle inchieste giornalistiche, se il lavoro della Commissione, del Gat e di alcuni magistrati coraggiosi della Corte dei Conti non finisce sotto silenzio. Le slot sono una miniera per tanti. E le conclusioni dei pm sono un terremoto per un settore senza controlli. La Procura inizialmente parla di penali per 31 miliardi e 390 milioni per il concessionario Atlantis World. A seguire Cogetech con 9 miliardi e 394 milioni, Snai con 8 miliardi e 176 milioni, Lottomatica con 7 miliardi e 690 milioni, Hbg con 7 miliardi e 82 milioni, Cirsa con 7 miliardi e 51 milioni, Codere con 6 miliardi e 853 milioni, Sisal con 4 miliardi e 459 milioni, Gmatica con 3 miliardi e 167 milioni e infine Gamenet con 2 miliardi e 873 milioni. In totale, 88 miliardi.

Emergono i contatti di alcune società con la politica. A cominciare da quella che fu An, proprio con i finiani. Amedeo Laboccetta, ex plenipotenziario di Fini a Napoli era amministratore di Atlantis Italia (oggi è in Parlamento, vicino a Berlusconi e giura di non avere più niente a che fare con le slot). Già, proprio la Atlantis di cui ha parlato nei giorni scorsi Il Fatto. La Atlantis World Nv, con base alle Antille olandesi, è controllata da una lunga catena di off-shore e trust che sarebbe riferibile a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato a sette anni e mezzo per associazione a delinquere. Ma nell’universo dell’Atlantis si trovano altri nomi: come James Walfenzao che compare anche nelle società off-shore dell’appartamento di Montecarlo. Come ha ricordato Il Secolo XIX, a occuparsi degli affari di Atlantis in Italia ci sarebbe stato anche Giancarlo Lanna, già commissario napoletano di An scelto dal ministro Adolfo Urso come presidente della Simest – finanziaria a controllo pubblico – e oggi è approdato a FareFuturo.

Ds e Lega a suo tempo si erano buttati, senza fortuna, nel Bingo, mentre An aveva puntato sulle slot. Non è un caso che la delega per i giochi nei governi berlusconiani sia andata a uomini di An. Una delle poltrone chiave dei Monopoli dello Stato era andata a Gabriella Alemanno, sorella del sindaco di Roma. Così, mentre la Procura della Corte dei Conti conduceva in solitudine l’inchiesta, i Monopoli guidati all’epoca da Giorgio Tino non esigevano le penali. I pm hanno chiesto 1,3 miliardi di danni a Tino, nel frattempo nominato vicepresidente di Equitalia Gerit.

Intanto lo Stato rinegoziava le convenzioni stabilendo nuove penali irrisorie. Dagli atti parlamentari dell’audizione di Tino emergono le posizioni degli onorevoli. Gianfranco Conte (Forza Italia) disse: “Chi è esperto del settore si è accorto della stupidità della Commissione (gli esperti che denunciarono lo scandalo, ndr). Romano Prodi, sommerso da migliaia di mail, promise: “Non ci sarà un colpo di spugna”. Silvio Berlusconi ha sempre taciuto.

Nel frattempo, il Consiglio di Stato in un parere dei giorni scorsi accenna a una “rimodulazione” delle penali. Bisognerebbe tenere conto delle nuove concessioni che sono infinitamente più indulgenti delle precedenti per la gioia dei privati. E poi ci sarebbe il rischio di mettere in ginocchio un settore economico. Insomma, da 88 miliardi si scenderebbe a un millesimo. Ma davvero i concessionari che hanno incassato 15 miliardi nei primi 6 mesi del 2010 non possono pagare la penale?

Un membro della Commissione che sollevò il velo sullo scandalo slot commenta amaro: “Un cittadino che non rispetta un contratto deve pagare la penale. Altro che “rimodulazione”, gli vanno a pignorare la tv”.
Lunedì sarà il momento della verità. Le concessionarie presenteranno istanze di nullità, di rinvio. Ma la Procura non farà un passo indietro: chiederà oltre 80 miliardi di euro.
di ferruccio Sansa

08 ottobre 2010

Renatino della magliana


Il sepolcro del famigerato Enrico De Pedis detto "Renatino"

Molti hanno capito che la Chiesa cattolica non è quella perla di spiritualità e moralità che si vorrebbe far credere. Diversi inquirenti sono certi che proprio le autorità vaticane si sono talvolta macchiate di delitti orribili.

Uno dei casi in cui il Vaticano avrebbe avuto forti responsabilità nei delitti commessi, che ha suscitato molto scalpore, è quello della cosiddetta “banda della Magliana”.
Lo stesso capo della banda della Magliana, il famigerato Enrico De Pedis, detto “Renatino”, colpevole di numerosi crimini, ucciso nel 1990, è stato sepolto nella cripta della basilica Sant’Apollinare, una delle chiese più importanti di Roma, accanto a celebri papi.

Perché un criminale riposa in una Chiesa?

O meglio: se la Chiesa cattolica celebra i criminali come fossero eroi o persone ammirevoli, allora quale messaggio essa davvero propugna?

I criminali di solito vengono sepolti in segreto e in luoghi in cui non molte persone andranno a visitarli, eppure il capo della banda della Magliana, una banda ferocissima considerata la più potente organizzazione criminale che sia stata mai creata a Roma, è stato sepolto nella prestigiosa cripta.

Non sono pochi gli inquirenti che vedono nella banda della Magliana la mano delle autorità vaticane che, raramente commettono direttamente i loro crimini.
Inizialmente Renatino fu tumulato al Verano, ma il 24 aprile 1990, in segreto, fu sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare. Il fatto venne alla luce soltanto sette anni dopo, quando il quotidiano Il Messaggero del 9 luglio 1997 dette la notizia in un articolo della giornalista Antonella Stocco.
Ovviamente, si sollevarono molte proteste e perplessità, e qualcuno cercò di indagare per capire questa inopportuna “riverenza” concessa al feroce assassino.

Dopo la pubblicazione dell’articolo del Messaggero, non soltanto le autorità vaticane non dettero alcuna spiegazione plausibile, ma vietarono al pubblico di salire i gradini che portano alla cripta, e chiesero il silenzio sulla vicenda.

E silenzio vi fu, fino al luglio 2005, quando la trasmissione di Rai 3 “Chi l’ha visto?” trattò il caso di Emanuela Orlandi (figlia di un dipendente del Vaticano), e dovette collegare il caso della tomba di Renatino (considerato l’organizzatore del sequestro di Emanuela) al sequestro della ragazza, avvenuto a Roma il 22 giugno 1983.

A “Chi l’ha visto?” giunse una telefonata anonima in cui si diceva: “Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso andate a vedere chi è sepolto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinale Poletti, all’epoca.”

A quel punto i giornalisti della trasmissione dovettero riprendere il discorso su quella tomba così “regale” riservata ad un incallito criminale.
Lo staff della trasmissione ricevette anche gesti intimidatori e minacce anonime, che chiedevano: “Lasciate in pace Renatino.”

Ma i tentativi di bloccare la vicenda non andarono a frutto, e la giornalista Raffaella Notariale, in un suo servizio, rese pubblici i documenti originali e le foto del sarcofago sistemato nel sotterraneo della Basilica di Sant’Apollinare, che è in territorio Vaticano. Per tutta risposta le autorità vaticane non soltanto non chiarirono affatto la vicenda ma il 3 ottobre del 2005 si ebbe un comunicato ufficiale del Vicariato che diceva: “Gli attuali responsabili del Vicariato pur comprendendo che tale sepoltura
possa suscitare notevoli perplessità devono precisare di essere venuti a conoscenza di essa soltanto dopo la morte del Cardinale Ugo Poletti che la autorizzò e di non possedere altre informazioni in merito al di là dell’autorizzazione stessa e di un attestato di Mons. Piero Vergari, allora rettore della Basilica di Sant’Apollinare, già resi pubblici dai mezzi di informazione. Non si ritiene d’altronde di dover procedere all’estumulazione in quanto l’autorizzazione concessa dal Cardinale Vicario oltre che per il rispetto che si deve comunque ad ogni defunto. Appare infine infondato qualsiasi collegamento tra la scomparsa di Emanuela Orlandi che ha avuto luogo il 22 giugno 1983 e la sepoltura di Enrico de Pedis in Sant’Apollinare, avvenuta oltre 6 anni dopo. Questo Vicariato, comunque, per parte sua non si oppone ad ulteriori accertamenti in merito.”

Si scoprì che, non soltanto Renatino aveva avuto un luogo prestigioso per il suo “eterno riposo”, ma anche che le autorità vaticane considerano questo personaggio molto positivamente, chiamandolo addirittura “benefattore”. Il 6 marzo 1990, un mese dopo la morte di Renatino, il rettore della basilica, mons. Piero Vergari, in una lettera, parlò del criminale come di un grande benefattore: “Si attesta che il signor Enrico De Pedis nato in Roma – Trastevere il 15/05/1954 e deceduto in Roma il 2/2/1990, è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica ed ha aiutato concretamente a tante iniziative di bene che sono state patrocinate in questi ultimi tempi, sia di carattere religioso che sociale. Ha dato particolari contributi per aiutare i giovani, interessandosi in particolare per la loro formazione cristiana e umana”.

Quattro giorni dopo la dichiarazione del Vergari, l’allora Vicario generale della diocesi di Roma e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), il cardinale Ugo Poletti, rilasciò il nulla osta alla sepoltura di Renatino.

I più attenti alle vicende della banda della Magliana, sostengono che Renatino abbia elargito parecchio denaro alla Chiesa, ma i suoi “favori” non si limitarono a questo.
Qualcuno più avvezzo alla conoscenza della vera Storia del cattolicesimo forse non si meraviglierebbe molto del fatto che un pluriomicida venga trattato con onore in ambiti cattolici, in fondo, non sono certo pochi i papi e i cardinali che si sono macchiati di gravissimi crimini, e ad oggi occorre ricordare che la Chiesa Cattolica è complice in diversi delitti, ad esempio, controlla le maggiori banche che basano i loro profitti sulle guerre e sul riciclo di denaro sporco.

Secondo gli inquirenti, la banda della Magliana non avrebbe agito soltanto per attuare diverse azioni criminose (traffico di droga, sequestri escommesse ippiche), ma anche per effettuare altre “operazioni”, per diversi motivi utili alle autorità Vaticane: rapimento di Emanuela Orlandi, attentato a Roberto Rosone, omicidio di Carmine Pecorella, omicidio di Roberto Calvi, depistaggi nell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna, ecc.

Maurizio Abbatino, uno dei pentiti della banda della Magliana, ha confessato che furono Renatino e i suoi complici a sequestrare Emanuela Orlandi, su ordine di alcuni esponenti del Vaticano. Anche la superteste Sabrina Minardi ha accusato Renatino del rapimento e dell’omicidio di Emanuela Orlandi su commissione del cardinale Paul Marcinkus, che
all’epoca era presidente dello IOR. Un altro pentito della banda della Magliana, Antonio Mancini, ha dichiarato alla procura di Roma che “Il sequestro di Emanuela Orlandi avvenne nel quadro di problemi finanziari con il Vaticano”. Connivenza e reticenza emerge da parte di prelati e politici di area cattolica sulla inquietante vicenda. Così Giulio Andreotti rispose a chi gli chiedeva cosa pensava della sepoltura di un criminale in una cripta vaticana: “Il boss nella cripta? Spostarlo non sarebbe rispettoso”.(1)

Il senatore a vita, ha dichiarato in un’intervista: “Credo che il cardinale vicario potesse non sapere chi era davvero De Pedis… Io non l’ho conosciuto, ma cosa importava a uno come De Pedis di essere sepolto in basilica?”.(2)

Purtroppo non sono pochi i casi di incalliti criminali diventati nel tempo personaggi “buoni” e rispettabili, consideriamo, ad esempio Garibaldi (3) o un personaggio come Pietro Badoglio, che ha avuto funerali di Stato pur essendo responsabile della morte di centinaia di migliaia di etiopi e libici.

Sono tanti i casi di cerimonie religiose che hanno omaggiato criminali e mafiosi.

I prelati non hanno mai negato la celebrazione dei sacramenti anche in casi in cui i soggetti erano mafiosi incalliti che avevano commesso parecchi omicidi. Ad esempio, quando la lussuosa bara del mafioso Nicolò Nick Rizzuto jr. entrò nella Chiesa di Notre Dame a Montreal, si ebbe un lungo applauso di ammirazione e il sacerdote dall’altare disse in italiano “fate largo al nostro Nick”.

Da questi fatti emerge che i sistemi di potere, quali sono l’attuale Stato e la Chiesa cattolica, spesso non omaggiano persone davvero meritevoli, ma semplicemente chi ha operato a loro vantaggio.

Qualcuno ha cercato di far credere che la banda della Magliana fosse soltanto opera di un gruppuscolo di delinquenti di periferia, ma ciò appare del tutto improbabile se si pensa che questa banda riusciva a portare avanti molteplici traffici: eroina, cocaina, sequestri, prostituzione, ecc., anche in collegamento con la mafia e la massoneria. Qualcuno disse che la banda fu “aiutata a progredire”, e protetta persino da elementi dei servizi segreti, come del resto è avvenuto in diversi casi relativi a crimini commessi da
reti massoniche e mafiose. In sostanza, la banda diventò molto forte grazie all’appoggio di personaggi potenti, che la utilizzarono per propri interessi.

Come per molti crimini mafiosi, anche nel caso dei crimini commessi dalla banda della Magliana, vi furono depistagli e vari tentativi di ostacolare la verità. Per le protezioni di cui godevano, i criminali si sentivano molto sicuri e dicevano “Roma è nelle nostre mani”.

Disse Libero Mancuso: “La struttura illegale denominata ‘banda della Magliana’, una struttura che non può essere semplicemente definita criminale, pena la sottovalutazione della sua funzione di cerniera con settori della eversione armata, dei servizi segreti, della politica, del Vaticano, delle banche… La storia della banda della Magliana evidenzia un ulteriore segmento della storia della prima Repubblica. Una storia letta dal
versante delle bande criminali che l’hanno attraversata condizionandone il divenire. Una storia drammatica, che non deve essere ignorata; storia autentica del nostro Paese, che dobbiamo conoscere proprio per non doverla rivivere”.

La banda della Magliana fu creata da Renatino intorno alla seconda metà degli anni Settanta, e fino ai primi anni Novanta commise crimini di vario genere. Il soprannome di “Renatino” dato ad Enrico de Pedis deriverebbe dal nome di un altro criminale altrettanto noto, Renato Vallanzasca. Quest’ultimo agiva nel milanese e veniva chiamato il “bel René” per il fascino che avrebbe esercitato sulle donne, caratteristica comune a De Pedis.

La banda di Renatino nasce come organizzazione criminale dedita al traffico della droga e ai sequestri di persona, e prende il nome dal quartiere in cui vivevano gran parte dei suoi componenti. Nel giro di poco tempo diventò una vera e propria holding politico-criminale, avendo stretti rapporti con importanti personaggi del Vaticano, della politica, della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta. Oltre ai traffici illeciti, la banda si occupava anche di crimini voluti da importanti personaggi che la sostenevano, come omicidi mirati, stragi e giro di escort di lusso. L’appoggio dei personaggi appartenenti al gruppo di potere italiano e vaticano era necessario sia per entrare nel giro dei traffici illegali, sia per il riciclaggio del denaro sporco.

La banda della Magliana non può dunque essere considerata una comune banda a delinquere, per i suoi stretti legami con ambienti di potere. Il pentito Rolando Battistini raccontò: “Nell’ambiente sapevamo, lo si diceva tra pochi intimi, che c’erano avvocati, magistrati e uomini importanti a fare da traìt d’union tra ambienti politici e la Banda della Magliana”.

Addirittura, ci sarebbero stati personaggi incaricati di “formare” i futuri banditi. Il massone Fabio De Felice organizzò una vera e propria “scuola”, con “corsi di formazione” che si svolgevano in una villa del reatino.

Gli inquirenti collegarono alla banda parecchi fatti avvenuti negli anni Settanta-Ottanta, come il caso dell’arsenale custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità, il caso Calvi, Moro, Pecorelli, Mattarella, Cirillo, e la strage di Bologna.

I criminali della banda della Magliana volevano fare la bella vita, e sentirsi forti e invincibili. Volevano anche sentirsi di appartenere alle alte sfere sociali. Racconta Sabrina Minardi: “Mi ricordo che una volta Renato portava sempre delle grosse borse di soldi a casa. Sa, le borse di Vuitton, quelle con la cerniera sopra. Mi dava tanta di quella cocaina, per contare i soldi dovevo fare tutti i mazzetti e mi ricordo che contò un miliardo e il giorno dopo lo portammo su a Marcinkus… Una volta mi ha dato una borsa piena di soldi, saranno stati più di cento milioni, e mi ha detto: vai e spendili tutti. Mi trattava come una principessa e mi diceva di stare attenta perché i poliziotti avrebbero potuto seguire me e arrivare a lui. E così è stato”.

I banditi riuscirono ad arricchirsi notevolmente. Renatino creò una notevole attività economica, che comprendeva ristoranti, imprese edili, negozi, ecc. La sua uccisione sarebbe dovuta ad una questione di soldi, ovvero di pagamenti non fatti a compari carcerati.

Roma è in buona parte posseduta dal Vaticano, e sono innumerevoli gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici. Già nel 1977 venne fatta un’inchiesta da cui emergeva che circa 1/4 degli immobili della capitale era in mano al Vaticano. Queste ricchezze, come tutti sanno, permettono alle autorità cattoliche di avere potere e di “ricompensare” i politici e altri personaggi che operano a loro favore. E’ risaputo che lo Stato italiano ha pagato ben 20 milioni di euro all’Acea per le bollette insolute del Vaticano
e che continua a concedere alla Santa Sede territori edificabili nella capitale per la costruzione di nuove chiese. Dal 1990 ne siano state realizzate parecchie, e in gran parte con fondi pubblici.

I boss del Vaticano si tengono ben stretto il potere che hanno a Roma (e non solo), e negli ultimi decenni nessun politico italiano di primo piano ha mai sollevato la questione del saccheggio che il Vaticano fa delle casse dello Stato, anche in termini di privilegi fiscali. Tutti temono gli alti prelati cattolici, che parlano di pace e amore ma guadagnano sulla guerra e sugli affari mafiosi. Detto questo, forse non è poi tanto sorprendente che “glorifichino” criminali e lestofanti.

Attraverso la banda della Magliana, gli alti prelati si sarebbero occupati anche di prostitute d’alto bordo, le cosiddette “escort” da “offrire” ad amici altolocati in visita a Roma e d’intorni. Nel 1989, la magistratura fece mettere sotto controllo alcuni telefoni intestati a società i cui amministratori erano prestanome dei boss della Magliana. Dalle registrazioni emerse un’organizzazione che si occupava di fornire
prostitute slave e minorenni, le più richieste dagli “amici altolocati”. Del giro di prostitute si occupava anche l’allora amante di Renatino, Sabrina Minardi. Dalle intercettazioni emergeva un vasto giro di prostituzione con clientela di alto rango. Per gli inquirenti, la povera Emanuela fu vittima di un adescatore “professionista” che operava per questa rete. Che non si trattasse di un comune rapimento a scopo estorsivo gli inquirenti lo capirono da subito: non furono mai fornite prove dell’esistenza in vita
dell’ostaggio dai presunti “sequestratori”, e apparvero soltanto le fotocopie dei documenti che la ragazza aveva con sé al momento della sparizione.
Per gli inquirenti si trattò di un depistaggio, per impedire che le indagini arrivassero a scoprire gli “affari” criminali della banda.

La basilica dove si trova Renatino fa parte dello stesso edificio in cui si trovava la scuola di musica di Emanuela, proprio il luogo dove Renatino avrebbe prelevato Emanuela. La BMW che servì a trasportare Emanuela, dal racconto della Minardi, era stata di Flavio Carboni, imprenditore indagato e assolto nel processo sulla morte di Roberto Calvi, e in quel periodo era di proprietà di uno dei componenti della banda della Magliana. A collegare la scomparsa di Emanuela con i fatti relativi a Roberto Calvi fu anche il figlio del banchiere, che sostenne che vi fossero legami fra le vicende del Banco Ambrosiano e la scomparsa della giovane.

Per molti anni sono stati fatti diversi depistagli, come quello dei “lupi grigi”, e invece la verità sarebbe stata assai più semplice ma molto inquietante, scoprendo un giro di prostituzione di minorenni adescate da elementi criminali che avevano il sostegno di mafia e vaticano. Con Emanuela qualcosa andò storto, e la povera ragazza fu uccisa.
Dalla testimonianza della Mainardi, emerge che Emanuela sarebbe stata rapita per volere di Monsignor Marcinkus. La ragazza fu poi segregata e drogata, successivamente sarebbe “morta per errore” e il suo cadavere è stato dato a persone che sapevano come disfarsi di un cadavere rendendo impossibile il ritrovamento. C’è chi pensa che proprio per questo “merito” di rendere misterioso e impunibile questo orrendo crimine, sia stato premiato Renatino con la sepoltura nella basilica. Di certo le reticenze e i depistaggi sono stati molti. Lo stesso Vincenzo Parisi, all’epoca numero due del Sisde, in un rapporto sul caso di Emanuela parlava di ostilità manifestata dagli alti prelati. Raul Bonarelli, numero due della sicurezza vaticana, fu indagato per depistaggio. Chiamato a presentarsi in Procura, l’agente avrebbe avuto dalle autorità vaticane l’ordine di non rivelare nulla
di ciò che accadde in Vaticano dopo la scomparsa di Emanuela.

In un’intercettazione telefonica del 12 ottobre 1983, Bonarelli parla con un interlocutore che lui chiama «Capo». Capo: «Pronto!..». Bonarelli: «Dica…». Capo: «Che sai di Orlandi? Niente!…Noi non sappiamo niente!…Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!…Del fatto che è venuto fuori di competenza…dell’ordine italiano». Bonarelli: «Ah, cosa devo dire?». Capo: «Ebbè, eh… Che ne sappiamo noi? Se tu dici: ‘Io non ho mai indagato’…Non dirlo che è andato alla Segreteria di Stato». Bonarelli: «No, no… Noi io all’interno non devo dire niente. Niente». Capo: «All’esterno però… che è stata la magistratura vaticana…se ne interessa la magistratura vaticana…tra di loro questo qua…Niente dici, quello che sai te niente!». Bonarelli: «Cioè se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono…». Capo: «Eh, sapranno, perchè che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua». Bonarelli: «Eh va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?». Capo: «Poi vieni».

Evidentemente, sul caso di Emanuela, le autorità vaticane fecero fare un’inchiesta riservata, che è stata consegnata alla Segreteria di Stato, e la Vigilanza vaticana non era autorizzata a comunicare nulla agli investigatori italiani. Questa segretezza non può non insospettire.

Se davvero la soluzione a questo giallo sta nella tomba di Renatino non è dato saperlo per il momento, perché il Vaticano non ha autorizzato la riesumazione del cadavere del bandito.

Quello che è certo è che ad un feroce criminale è stato dato il privilegio di una sepoltura degna dei più grandi della storia. In fondo, non si può certo dire che anche altri personaggi considerati “grandi della Storia” non siano stati anch’essi soltanto sporchi criminali.

di Antonella Randazzo

07 ottobre 2010

In sedici anni ottantadue nuovi partiti

http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcS4pbCHE9T5kjsjWWVMJNv9YK1WfNmupPFExZZ7_TDBjwyyZC0&t=1&usg=__ujRGb8ks1E_Hf669D_Ldd2ussTo=
Il Movimento sociale italiano di Gianfranco Fini, insieme con pochi altri, riuscì a sporgersi dalla prima repubblica e a mettere il naso nella seconda. Nel Parlamento nato nel 1994, dopo il referendum di Mario Segni e l'avvento del bipolarismo, c'erano anche i rimasugli del Psi, la Rete di Leoluca Orlando, la lista Pannella, naturalmente la Lega Nord, i Verdi allora guidati da Carlo Ripa di Meana. Ma forse il Msi fu l'ultimo partito della prima repubblica e Futuro e libertà, sempre di Gianfranco Fini, è certamente l'ultimo della seconda. Ma quest'altro record è destinato a essere battuto presto: quando nascerà l'ottantatreesimo partito? Se si contano (con qualche difficoltà e qualche margine di errore) soltanto i partiti che dal 1994 a oggi hanno avuto rappresentanza alla Camera dei deputati o al Senato (per aver ottenuto seggi alle elezioni o per essersi costituiti in gruppo o in sigla nel corso della legislatura), Futuro e libertà è infatti la formazione numero ottantadue.
La prolificità della democrazia italiana non è una qualità delle ultime due legislature, rissose, di frequenti compravendite, di prezzi alle stelle. Già in quel 1994 c'erano movimenti semi-marginali, venuti fuori dallo sbriciolamento di Mani pulite, come i Cristiano sociali nei quali si faceva le ossa Dario Franceschini, come Alleanza democratica di Willer Bordon, come il Patto Segni del suddetto Mario. E c'erano partitozzi di solido reducismo come quello Popolare di Mino Martinazzoli, o come il Centro cristiano democratico di Pierferdinando Casini. Ma siccome un po' si giocava sporco, o di riflesso, le camere ebbero due ulteriori Leghe, quella d'Azione meridionale e quella Alpina lombarda. Nell'anno e mezzo di premierato di Lamberto Dini, dopo il ribaltone, si cominciò timidamente a rimettere le carte in tavolo, a ricostituire identità, recinti sicuri: spuntò il Cdu (di ispirazione tedesca, come si vede) di Rocco Buttiglione, la Lega italiana federalista di bossiani delusi, la Federazione laburisti di Vaido Spini, altro passo di disgregazione socialista. Nella breve e recente storia dell'associazionismo parlamentare, il fermento dei superstiti e dei discendenti del Psi potrebbe occupare libri interi, separazione fra socialisti di destra e di sinistra, fusioni fra i socialisti demichelisiani e socialisti bobocraxiani, tentativi di ricomposizione di Enrico Boselli.
È stata persino più complicata la diaspora democristiana, con Casini, Buttiglione e Martinazzoli di cui si è detto, con l'Udr di Francesco Cossiga fondata nel 1998 per favorire la salita a Palazzo Chigi del primo (e ultimo) ex comunista, Massimo D'Alema, e da cui derivò l'Udeur di Clemente Mastella. Ma qua e là, oggi dimenticati, sono saltati fuori i Comitati Prodi, la Democrazia europea di Sergio D'Antoni, l'Italia di mezzo di Marco Follini, la Rosa Bianca di Savino Pezzotta e Bruno Tabacci, la incommensurabile sequela di Dc, l'ultima delle quali residente nelle mani di Gianfranco Rotondi, e di certo la Margherita di Francesco Rutelli, che nel frattempo è già entrato e uscito dal Pd per battezzare l'Api.
Naturalmente il conteggio che conduce alla vetta di ottantadue contempla il caso dei radicali, che una volta si chiamano lista Pannella, poi lista Bonino-Pannella, poi Rosa nel Pugno, ma sempre loro sono. Contempla alcune evoluzioni naturali tipo Pds-Ds-Pd. O tipo Msi-An-PdlFli. O tipo la fusione Ccd-Cdu che ha portato all'Udc. Ma non dimentica la sorte dei partiti storici, quelli del Pentapartito, come il Pli e Pri, che sprofondano, riemergono, cambiano nome, si scindono in gruppuscoli che durano qualche mese. Chi andasse a vedere troverebbe i liberali accasarsi nei partiti più strambi, ovviamente in Forza Italia, ma pure con Ad di Bordon, con Rinnovamento italiano di Lamberto Dini successivamente evoluto, appunto, nei liberaldemocratici, e poi con Segni, con Casini, e infine di nuovo col proprio nome brandito da Paolo Guzzanti. I repubblicani possono essere regionalisti popolari, europei, democratici con Antonio Maccanico, lamalfiani o sbarbatiani. Qualcuno, di certo, si sarà dimenticato della lista Magris costituita nel 1994 da Claudio Magris, che conquistò un seggio, il suo.
Ma chi ricorda gli Ecologisti democratici? Chi ricorda l'Unione democratica per i consumatori? L'Alleanza autonomista e progressista? Il Cantiere (Libertà e giustizia per l'Ulivo)? Il Movimento territorio lombardo? I Socialisti per la costituente? Una frotta di rivendicazioni morali, ideologiche, territoriali, dalle più nobili alle più speciose. E guarda caso la massima natalità si ebbe al Senato nella scorsa legislatura, quando il povero Romano Prodi aveva da elemosinare il sostegno del Movimento politico dei cittadini o del Partito democratico meridionale. A proposito del Movimento politi co dei cittadini, questo Movimento prima si chiamava Officina comunista e ora Per il bene comune; vive da una scissione del Partito dei comunisti italiani che a sua volta vive da una scissione di Rifondazione comunista che a sua volta visse per scissione dal Pds quando il Pds visse per trasformazione del Pci. Si capirà che se ci si fosse applicati a tutto il fermento extraparlamentare, non se ne sarebbe usciti interi. Eppure, per restare in area ex Pci, c'è il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, i Comunisti-sinistra popolare di Marco Rizzo, naturalmente la Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola, e almeno un'altra dozzina, Comunisti marxisti-leninisti (due partiti identici), Comunisti per la questione morale, una tal Piattaforma comunista, in una proliferazione che è di destra, di sinistra e di centro, e quindi Io Sud, Noi Sud. Forza Roma. Forza Lazio...
di Mattia Feltri

Pearl Harbor e 11 settembre: due catastrofi provvidenziali


E’ notizia di questi giorni che il presidente iraniano Ahmadinejad, parlando alle Nazioni Unite, abbia, e non per la prima volta, accusato gli Stati Uniti di essersi “procurati da soli” il disastro dell’11 settembre. Immediata, sdegnata uscita dall’aula dei rappresentanti statunitensi ed europei.
Eppure... eppure non è certamente stato il presidente iraniano il primo ad insinuare tale grave, orribile dubbio: sull’argomento lo scrittore statunitense D. R. Griffin ha scritto un interessantissimo libro che evidenzia le numerose, inoppugnabili incongruenze della tragedia.
Vediamone alcune: innanzitutto la non intercettazione, da parte dell’aviazione militare americana, dei velivoli di linea dirottati: se un volo commerciale non rispetta il piano di volo, scatta immediato l’allarme, ma non basta: il personale di bordo dell’American Airlines 11 tramite radio di bordo era riuscito ad avvertire che era in atto un dirottamento così come erano riusciti a segnalarlo, tramite cellulare, alcuni passeggeri dell’United Airlines 93: come mai la migliore aviazione militare del mondo non è intervenuta?
Ma andiamo avanti: lo schianto degli aerei contro le torri non è simultaneo e, ancora, i tempi tecnici per l’intervento dell’aviazione militare c’erano: ormai lo sapevano anche le pietre che nei cieli americani erano in volo aerei dirottati.
Sul fatto che strutture come le torri gemelle non potessero venir giù come castelli di carte anche se colpite da aeromobili si è ampiamente dibattuto ma, attenzione: alle 10,05 crolla la torre sud e alle 10,28 la torre nord... e allora, come si spiega che alle 17, 20 crolla il World Trade Center 7, non colpito dagli aerei?
Si dice che un quarto aereo abbia colpito il Pentagono ma, a parte i danni veramente esigui e non certamente paragonabili al crollo delle torri, non è stato trovato alcun relitto d’aereo nei pressi dell’edificio, non soltanto ma il segretario alla Difesa Rumsfeld in un’intervista del 12 ottobre 2001 si lasciò sfuggire una frase riguardo al “missile usato dai terroristi per colpire il Pentagono”...
In realtà, le incongruenze, anzi le vere e proprie assurdità nell’intera vicenda sono moltissime e fanno il paio, si può dire, con la fola delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein, mai trovate. E’ un fatto, però, che le due cose, 11 settembre e armi di distruzione di massa in mano agli iracheni, costituirono il pretesto per l’invasione dell’Iraq.
A questo punto, viene in mente un altro pretesto... pardon, un altro episodio, assai più lontano nel tempo e nello spazio, verificatosi alle Hawaii nel dicembre 1941 e precisamente a Pearl Harbor.
All’epoca, l’America riforniva il Giappone di petrolio e minerale di ferro ma, dopo l’invasione da parte dell’Impero del Sol Levante di Manciuria e Indocina, gli Stati Uniti, affiancati naturalmente dall’Inghilterra, imposero ai nipponici uno strettissimo embargo (similmente a quanto avvenne in Europa con l’Italia, sempre per la questione coloniale); al riguardo, una semplice considerazione o domanda, che dir si voglia e non è una domanda retorica, vorremmo veramente che qualcuno ci desse chiarimenti in merito: come mai nessuno, né gli Usa né altre potenze all’epoca, alzò mai un dito né disse mai una parola contro la politica coloniale inglese, francese, olandese... una risposta, prego.
Il Giappone tentò in tutti i modi di evitare il confronto con l’America: nell’ottobre ‘41 il principe Konoye propose al presidente Roosvelt un incontro ad Honolulu, presenti anche i responsabili dell’esercito e della marina nipponici ma tale proposta venne rifiutata: è impensabile, a questo punto, che il governo americano potesse nutrire dubbi sull’inevitabilità o quanto meno la possibilità di un conflitto. Occorre inoltre aggiungere che l’attacco a Pearl Harbor non era affatto dato per scontato ma subordinato all’esito delle trattative nippo-americane; nonostante la consegna assoluta dell’ammiraglio Yamamoto al silenzio radio, tale consegna non fu rispettata appieno e messaggi radio nipponici furono captati dagli americani che avevano già decrittato da oltre un anno i cifrari giapponesi; nonostante la rotta più lunga adottata da Yamamoto per evitare di essere avvistati, segnali dell’avvicinamento della flotta giapponese furono captati dagli americani e inspiegabilmente ignorati, nonostante tutte le avvisaglie di possibili ostilità; è assolutamente inconcepibile, alla luce del semplice buonsenso, che una squadra navale come quella agli ordini dell’ammiraglio Yamamoto potesse avvicinarsi a una base come Pearl Harbor senza essere in qualche modo avvistata.
E dunque? Gli americani non avevano alcuna voglia di farsi trascinare nuovamente in una guerra in Europa, il ricordo del Primo Conflitto Mondiale con i suoi massacri era ancora troppo presente nella coscienza popolare e forse, in fin dei conti, Nazismo e Fascismo non costituivano una grande preoccupazione per gli statunitensi, anzi: il Duce non era affatto malvisto in America... ma il Giappone faceva parte del Tripartito e se avesse attaccato gli Stati Uniti, meglio ancora se proditoriamente, sarebbe stato giocoforza dichiarare guerra a Italia e Germania.
Non vogliamo andare oltre, abbiamo già dato sufficienti spunti di riflessione: Roosvelt voleva entrare in guerra, perchè temeva che una vittoria dell’Asse in Europa unita all’espansionismo nipponico avrebbero potuto pregiudicare più o meno gravemente gli interessi dell’America o addirittura una entrata in guerra successiva e magari in condizioni di inferiorità.
Pearl Harbor e 11 settembre: due “catastrofi” alla fine rivelatesi provvidenziali, per l’America, forse troppo, forse in modo sospetto e a chi obietta che tali accadimenti sono costati migliaia di vittime innocenti non possiamo che controbattere che il rischio di versare sangue innocente non ha mai fermato la belva umana, in nessuna epoca.
E’ notizia di questi giorni che il presidente iraniano Ahmadinejad, parlando alle Nazioni Unite, abbia, e non per la prima volta, accusato gli Stati Uniti di essersi “procurati da soli” il disastro dell’11 settembre. Immediata, sdegnata uscita dall’aula dei rappresentanti statunitensi ed europei.
Eppure... eppure non è certamente stato il presidente iraniano il primo ad insinuare tale grave, orribile dubbio: sull’argomento lo scrittore statunitense D. R. Griffin ha scritto un interessantissimo libro che evidenzia le numerose, inoppugnabili incongruenze della tragedia.
Vediamone alcune: innanzitutto la non intercettazione, da parte dell’aviazione militare americana, dei velivoli di linea dirottati: se un volo commerciale non rispetta il piano di volo, scatta immediato l’allarme, ma non basta: il personale di bordo dell’American Airlines 11 tramite radio di bordo era riuscito ad avvertire che era in atto un dirottamento così come erano riusciti a segnalarlo, tramite cellulare, alcuni passeggeri dell’United Airlines 93: come mai la migliore aviazione militare del mondo non è intervenuta?
Ma andiamo avanti: lo schianto degli aerei contro le torri non è simultaneo e, ancora, i tempi tecnici per l’intervento dell’aviazione militare c’erano: ormai lo sapevano anche le pietre che nei cieli americani erano in volo aerei dirottati.
Sul fatto che strutture come le torri gemelle non potessero venir giù come castelli di carte anche se colpite da aeromobili si è ampiamente dibattuto ma, attenzione: alle 10,05 crolla la torre sud e alle 10,28 la torre nord... e allora, come si spiega che alle 17, 20 crolla il World Trade Center 7, non colpito dagli aerei?
Si dice che un quarto aereo abbia colpito il Pentagono ma, a parte i danni veramente esigui e non certamente paragonabili al crollo delle torri, non è stato trovato alcun relitto d’aereo nei pressi dell’edificio, non soltanto ma il segretario alla Difesa Rumsfeld in un’intervista del 12 ottobre 2001 si lasciò sfuggire una frase riguardo al “missile usato dai terroristi per colpire il Pentagono”...
In realtà, le incongruenze, anzi le vere e proprie assurdità nell’intera vicenda sono moltissime e fanno il paio, si può dire, con la fola delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein, mai trovate. E’ un fatto, però, che le due cose, 11 settembre e armi di distruzione di massa in mano agli iracheni, costituirono il pretesto per l’invasione dell’Iraq.
A questo punto, viene in mente un altro pretesto... pardon, un altro episodio, assai più lontano nel tempo e nello spazio, verificatosi alle Hawaii nel dicembre 1941 e precisamente a Pearl Harbor.
All’epoca, l’America riforniva il Giappone di petrolio e minerale di ferro ma, dopo l’invasione da parte dell’Impero del Sol Levante di Manciuria e Indocina, gli Stati Uniti, affiancati naturalmente dall’Inghilterra, imposero ai nipponici uno strettissimo embargo (similmente a quanto avvenne in Europa con l’Italia, sempre per la questione coloniale); al riguardo, una semplice considerazione o domanda, che dir si voglia e non è una domanda retorica, vorremmo veramente che qualcuno ci desse chiarimenti in merito: come mai nessuno, né gli Usa né altre potenze all’epoca, alzò mai un dito né disse mai una parola contro la politica coloniale inglese, francese, olandese... una risposta, prego.
Il Giappone tentò in tutti i modi di evitare il confronto con l’America: nell’ottobre ‘41 il principe Konoye propose al presidente Roosvelt un incontro ad Honolulu, presenti anche i responsabili dell’esercito e della marina nipponici ma tale proposta venne rifiutata: è impensabile, a questo punto, che il governo americano potesse nutrire dubbi sull’inevitabilità o quanto meno la possibilità di un conflitto. Occorre inoltre aggiungere che l’attacco a Pearl Harbor non era affatto dato per scontato ma subordinato all’esito delle trattative nippo-americane; nonostante la consegna assoluta dell’ammiraglio Yamamoto al silenzio radio, tale consegna non fu rispettata appieno e messaggi radio nipponici furono captati dagli americani che avevano già decrittato da oltre un anno i cifrari giapponesi; nonostante la rotta più lunga adottata da Yamamoto per evitare di essere avvistati, segnali dell’avvicinamento della flotta giapponese furono captati dagli americani e inspiegabilmente ignorati, nonostante tutte le avvisaglie di possibili ostilità; è assolutamente inconcepibile, alla luce del semplice buonsenso, che una squadra navale come quella agli ordini dell’ammiraglio Yamamoto potesse avvicinarsi a una base come Pearl Harbor senza essere in qualche modo avvistata.
E dunque? Gli americani non avevano alcuna voglia di farsi trascinare nuovamente in una guerra in Europa, il ricordo del Primo Conflitto Mondiale con i suoi massacri era ancora troppo presente nella coscienza popolare e forse, in fin dei conti, Nazismo e Fascismo non costituivano una grande preoccupazione per gli statunitensi, anzi: il Duce non era affatto malvisto in America... ma il Giappone faceva parte del Tripartito e se avesse attaccato gli Stati Uniti, meglio ancora se proditoriamente, sarebbe stato giocoforza dichiarare guerra a Italia e Germania.
Non vogliamo andare oltre, abbiamo già dato sufficienti spunti di riflessione: Roosvelt voleva entrare in guerra, perchè temeva che una vittoria dell’Asse in Europa unita all’espansionismo nipponico avrebbero potuto pregiudicare più o meno gravemente gli interessi dell’America o addirittura una entrata in guerra successiva e magari in condizioni di inferiorità.
Pearl Harbor e 11 settembre: due “catastrofi” alla fine rivelatesi provvidenziali, per l’America, forse troppo, forse in modo sospetto e a chi obietta che tali accadimenti sono costati migliaia di vittime innocenti non possiamo che controbattere che il rischio di versare sangue innocente non ha mai fermato la belva umana, in nessuna epoca.

di Leonardo Incorvai

06 ottobre 2010

E un pirata inventò il capitalismo


http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ1P6L_8Uq4NKQPVnyPT_N-3cbwUZ-qawAdFzTZm5rnfelu2qM&t=1&usg=__CQ4HwjWMs4nhvQyk3xH-uZdznB8=


Il comportamento razionale dei filibustieri prefigura quello delle imprese


I marinai di un mercantile viaggiano tranquilli sulle onde. Una nave da duecento tonnellate appare all’orizzonte. Vista a distanza sembra inoffensiva. Batte bandiera inglese. Quando si fa più vicino, il naviglio rivela, però, tratti sinistri: è anch’esso un mercantile, ma alquanto modificato. Invece dei soliti sei cannoni, ne ha più di venti... La scena che Peter Leeson ci invita a contemplare in questo suo The Invisible Hook, ovvero alla lettera «l’uncino invisibile», che tratta dell’Economia secondo i pirati, è la minaccia di un arrembaggio: la nave misteriosa trasporta una ciurma di canaglie, comandate da un qualche Capitan Uncino. Gli ultimi dubbi verranno presto dissolti, perché i capi pirata amano personalizzare le loro insegne, variando lo schema di quella che è nota come la Bandiera della Morte, ovvero la Jolie Rouge (in seguito Jolly Roger), il drappo rosso — e poi nero — che reca teschio e ossa. Che cosa farà il comandante del mercantile alla vista di quello spauracchio dei mari? Magari si limiterà a seguire l’esortazione del Capitan Uncino della versione musicale di Edoardo Bennato: «Meglio che questa volta si arrenda». Ma cosa lo ha indotto a desistere da qualsiasi autodifesa?

Il fatto è che — almeno nella stragrande maggioranza — quei predoni del mare godevano fama non solo di essere spietati con chi non cedeva subito le armi, ma anche di essere fedeli alla parola data: chi si arrende avrà salva la vita, anche se perderà la roba. Uno scambio abbastanza equo per tutti coloro che si trovavano sospesi «tra il Diavolo e il profondo mare azzurro»: da una parte quelli che avevano tentato la sorte sulle onde; dall’altra i pirati stessi, che sfidavano la morte affrontando tempeste, abbordaggi, o magari l’implacabile «giustizia» di chi viveva sotto la legge.
Questo il paradosso dei pirati pacifisti. Come scrive Leeson: «La Jolly Roger finiva per salvare la vita ai marinai delle navi da carico. Segnalando l’identità dei pirati e i potenziali obiettivi preveniva una battaglia sanguinosa che avrebbe inutilmente ferito o ucciso non solo dei pirati ma anche degli innocenti marinai. Paradossalmente, dunque, l’effetto del lugubre simbolismo del teschio era simile a quello di una colomba che tiene nel becco un ramoscello d’ulivo!». I pirati erano capaci di beffarsi delle potenze del mondo intero e di elaborare insieme strumenti semiotici di mediazione piuttosto sofisticati — e tutto allo scopo di minimizzare i costi e massimizzare i profitti delle loro... imprese. Qui valeva la legge dell’Uncino Invisibile, degno correlato piratesco della Mano Invisibile di Adam Smith. La ricerca dell’utile personale di ciascun cittadino finiva per produrre la ricchezza della nazione; allo stesso modo, l’egoismo di ciascun pirata era funzionale all’economia di quello «Stato in miniatura» rappresentato dalla nave di questi predatori del mare.
Come scrive Leeson, i pirati erano sì dei «fuorilegge assoluti», ma non per questo erano incapaci di forme articolate di autogoverno. La loro massimizzazione del «piacere» richiedeva appunto «potere e libertà», e tutto questo era garantito da una «democrazia anarchica» che permetteva di affrontare con successo la grande questione che sottende l’origine dello Stato moderno. Per dirla con Baruch Spinoza: com’è possibile che ogni individuo ceda alla struttura pubblica una porzione della propria libertà e nello stesso tempo eviti «che la sua coscienza soggiaccia assolutamente all’altrui diritto»? La risposta è: definendo un sistema di controlli e contrappesi che garantisca che qualsiasi struttura statuale, «lungi dal convertire in bestie gli uomini dotati di ragione o farne degli automi», consenta invece «che la loro mente e il loro corpo possano con sicurezza esercitare le loro funzioni. Il vero fine dello Stato è la libertà».
È singolare, nota Leeson, che tutto ciò venisse realizzato con più di un secolo di anticipo rispetto al sistema di checks and balances escogitato dai padri fondatori di quell’«esperimento democratico» grazie a cui tredici colonie del Nordamerica divennero il nucleo degli Stati Uniti. Prima che contro la Corona e il Parlamento d’Inghilterra insorgessero i «risoluti ribelli», già si erano ammutinati non pochi marinai delle navi di sua maestà, per non dire delle piratesche «canaglie di tutto il mondo» che rifiutavano di chinare il capo di fronte a qualsiasi autorità. Il vero esperimento democratico è stato il loro — e le società aperte di cui oggi l’Occidente va tanto orgoglioso non hanno fatto che imparare da quei «mostri».
Non è perché fossero istintivamente miti o portati alla democrazia che i pirati finirono con lo scegliere la politica dell’intimidazione nei confronti del nemico esterno e quella del buon governo al proprio interno. Credo che ci possa aiutare a mettere in luce i tratti più salienti dell’Uncino Invisibile un modello elaborato da Elliot Sober in un contesto diverso (il dibattito sulla selezione darwiniana): in breve, biglie di diverso colore vengono filtrate da un crivello, i cui fori — che immaginiamo tutti uguali — bloccano quelle di dimensione superiore al diametro dell’apertura. Supponiamo inoltre che le biglie così piccole da non essere fermate dai buchi siano tutte colorate di rosso; possiamo concludere che il crivello seleziona solo biglie di quel colore. Ma quel tratto è tipicamente contingente: che il rosso si stabilizzi come carattere distintivo delle biglie «sopravvissute» è una mera conseguenza del meccanismo sottostante che discrimina le biglie per dimensione e del fatto «accidentale» che tutte le biglie abbastanza piccole sono di quel colore. Dunque, non è perché sono rosse che le biglie passano attraverso quel crivello; piuttosto, il fatto che sono rosse è un segno che esse erano adatte a superare l’ostacolo. Analogamente, possiamo dire che i nostri pirati erano «buoni» solo perché la loro bontà è stata selezionata come «tratto contingente» dalla logica economica che coordinava le loro pratiche.
Nel caso del crivello di Sober è facile individuare il meccanismo sottostante (se il diametro della biglia è maggiore di quello del foro, questa non passa). Nel caso dei pirati la ragione nascosta di tutto il processo è appunto l’Uncino Invisibile: la pirateria tra Seicento e Settecento aveva favorito l’evoluzione di quei tratti «buoni» perché questi erano i caratteri più vantaggiosi. Dunque, non solo l’analogia bensì anche la differenza con il crivello di Sober è istruttiva: le biglie ben poco fanno per modificare il crivello; le scelte dei pirati, invece, riescono a rimodellare il sistema di contromisure adottate dalle marine delle varie nazioni, nominalmente o realmente in guerra contro di loro. È un po’ come se il tingere di rosso alcune biglie ne riducesse la dimensione rendendole più «agili e snelle», in modo da eludere le maglie del crivello! I pirati sanno scegliere i colori, ed è grazie al rosso o al nero della Jolly Roger che riescono a piegare ai loro scopi le maglie di qualsiasi crivello venga loro opposto dal commercio «legale». Ma sanno anche che la mossa è rischiosa, perché li segnala come fuorilegge. Non diversamente, è rischioso per i pavoni possedere code sgargianti o per gli alci avere grandi palchi di corna per sedurre le femmine. Nello spirito darwiniano ciò funziona, anche se quegli animali rischiano maggiormente di apparire come possibili vittime dei predatori; quando riescono nei loro intenti, però, sono loro i «predatori» nella gara degli amori. E così sono i pirati, che il loro vessillo segnala inequivocabilmente come nemici di tutte le bandiere, ma che — quando il colpo va a segno — consente loro di ottenere quella «felicità» di cui vanno in cerca, e magari senza troppo spargimento di sangue.

di Giulio Giorello

05 ottobre 2010

La truffa in atto: quantitative easing

Le Banche sono insolventi. Fed (e BCE) giocano a "tre carte". E la illusione regge. Per ora.

Niente paura. Questi termini in lingua inglese - forse è meglio dire lingua economica - indicano un processo messo in atto dalla Fed (e dalla Bce) che non è complesso da capire. Come spesso accade, si tratta di terminologia in grado di suscitare appeal e suggerire meccanismi complessi (in modo da tenere distanti, e apposta, i non addetti ai lavori) ma si tratta in realtà di una cosa banalissima. E, dal nostro punto di vista, non solo in grado di far capire la situazione disastrosa dell'economia nel suo complesso, ma di anche di far comprendere a dovere la natura intrinsecamente fraudolenta delle due istituzioni che applicano tale processo.

Perché ne parliamo? Perché è argomento fondamentale da conoscere, per capire realmente cosa sta accadendo e di conseguenza potersi fare una opinione sulla natura della crisi in corso. E sul futuro.

Insomma la funzione che dovrebbe svolgere qualsiasi attore dell'informazione. Se non ne avete sentito parlare sino a ora, se nessuno ve lo ha spiegato, oppure se qualcuno ne ha fatto cenno senza spiegarne il significato, le cose sono due: o non siete attenti a ciò che accade (poco probabile, visto che siete lettori di questo giornale) oppure i media non hanno svolto il proprio compito (volutamente o meno... scegliete voi).

Il concetto si chiarisce davvero in poche righe: con i termini Quantitative Easing (letteralmente: alleggerimento quantitativo) si intende l'acquisto, da parte della Fed, di una parte ingente dei titoli tossici presenti nelle Banche statunitensi (fenomeno presente anche in Europa da parte della BCE). È fondamentale capire come avviene il meccanismo, perché avviene, a quali risultati ha portato fino a ora e - ecco il punto - a quali porterà la prossima volta che verrà applicata (perché ve ne è uno strenuo bisogno). Per il sistema intero e per ogni singolo cittadino.

Il meccanismo avviene in questi termini: la Fed crea denaro e lo dà alle Banche comperando asset tossici al valore nominale o contabile - e non reale: visto che è spazzatura - in modo che queste possano scaricare, in modo sistematico, le perdite, e possano rientrare nei requisiti di riserva (deposito di riserva frazionaria).

Questa soluzione (soluzione si fa per dire...) è avvenuta 18 mesi addietro, quando la caduta di Lehman Brothers e AIG ha aperto il tappo sulla reale situazione: le Banche - praticamente tutte e in tutto il mondo - erano talmente cariche di titoli tossici, ovvero spazzatura, da essere insolventi. Fallite. Impossibilitate a ripagare i propri debiti.

Fu l'oggetto della riunione storica in cui la Fed decise di creare 1000 miliardi di Dollari e di darli alle Banche, perché troppo grandi per farle fallire.

I risultati ai quali si è giunti attraverso il Quantitative Easing sono di due tipi, e hanno una terza conseguenza.

Il primo risultato è quasi nullo: le Banche - e il mondo intero - sono ancora piene di titoli tossici, negli Stati Uniti chiudono al ritmo di diverse al giorno (già centinaia, al momento) non sono riuscite a capitalizzare e per quanto attiene al secondo risultato c'è il fatto che la Fed, per fare l'operazione, ha creato dal nulla - letteralmente: creato dal nulla, con sistemi elettronici o altri mezzi - una quantità abnorme di denaro: ciò comporta la perdita di credibilità del Dollaro (se viene creato dal nulla varrà nulla, no?) dei titoli di stato statunitensi (oltre alla creazione dei debiti di ogni singolo cittadino Usa) e della stabilità economica del mondo (che ci coinvolge tutti). Sintesi: un disastro. Un vero e proprio crimine contro l'umanità. Perpetrato per "non far fallire le Banche", che invece proprio il fallimento avrebbero meritato.

A conferma di ciò, ecco la terza conseguenza, non si è verificato quello che la Fed sperava, ovvero che le Banche iniziassero e fare le Banche e offrissero credito a chi ne aveva bisogno (per far ripartire investimenti ed economia). Ciò non è avvenuto (e infatti non c'è stata iperinflazione perché, letteralmente, non c'è denaro in giro): le Banche sono talmente in deficit, hanno talmente poca liquidità (sono di fatto insolventi) hanno ancora una quantità così abnorme di asset tossici in cassa, tanto che non possono prestare denaro ad alcuno. In altre parole: hanno drenato ciò che la Fed e i cittadini americani gli hanno dato, e in cambio non hanno fatto nulla, se non - e il che è peggio - continuare a fare né più né meno ciò che hanno sempre fatto e che ha portato alla crisi. Ovvero usura, e affari e speculazioni sulla pelle dei cittadini. Tra le altre cose, e il cerchio si chiude, parte della liquidità offerta dalla Fed alle Banche, è stata utilizzata dalle stesse per acquistare dei Buoni del Tesoro Usa (obbligate a farlo?). Il circolo, come si capisce, è vizioso, oltre che capzioso: la Fed stampa denaro dal nulla e lo dà alle Banche per non farle fallire, e queste lo danno allo Stato (comprando i Buoni) per non farlo fallire. Il classico gioco delle tre carte.

Il denaro (si fa per dire) è ritornato alla Fed sotto forma di riserva: i titoli tossici delle Banche sono state considerate dalla Fed come "riserve in eccesso" (figuriamoci!) e l'illusione è sembrata reale.

La cosa è di stretta attualità perché la Fed, a brevissimo (novembre) dovrà scegliere se fare o meno (lo farà, of course) una operazione del genere bis. Un Quantitative Easing 2. Questa volta, per giunta, in modo molto più massiccio rispetto alla prima volta. Si parla, per l'esattezza, di un cifra attorno al trilione di dollari. Qualcosa di molto vicino al fantastiliardo di dollari che leggevamo sui fumetti di Paperon dei Paperoni. Fumetti, appunto.

Naturale, visto che la prima mossa era sbagliata in partenza e non ha, ovviamente, portato ad alcun risultato concreto (se non evitare il panico e salvare alcune Banche).

Ma il punto è: evitare il panico, cioè evitare che i correntisti si precipitassero agli sportelli per prelevare quanto è loro e dunque mandare in insolvenza immediata le Banche, è stata davvero la mossa migliore? Soprattutto considerando i danni immediati e soprattutto prossimi che l'operazione comporterà?

Che credibilità potrà avere, dalle nostre parti, una operazione analoga della BCE? Chi pagherà, direttamente, per questa mole di denaro creata dal nulla per salvare le Banche?

Naturalmente né la Fed (che si appresta a fare il Quantitative Easing 2) né le Banche possono dichiarare la cosa per la quale è - ovvero che la prima è piena di titoli che non valgono nulla e che le seconde sono insolventi - altrimenti scoppierebbe il caos agli sportelli bancari.

Cosa che avverrà, o prima, o poi, naturalmente: il gioco di prestigio, l'illusione, quanto potrà durare?

Valerio Lo Monaco



03 ottobre 2010

L'illusionismo politico e il collasso morale della Nazione


http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSZ1cBnyU-lP9ylErArOeqJMJG_SfNAsm60cnV59IUmZS03Us4&t=1&usg=__CEtc2DaoFZHgLnc-ZqngcNqZI2c=

C'è qualcosa di patologico nell'attenzione con cui da oltre due mesi si sta seguendo l'affaire monegasco: vera o falsa che sia, la vicenda è drammaticamente irrilevante rispetto allo stato di salute della Nazione.

Il triste spettacolo di questo scontro tra bande, scontro alimentato costantemente da scoop, smentite e contro-smentite, altro non è che un diversivo con cui si distrae l'attenzione dell'opinione pubblica (o di quel che ne rimane) dai problemi, ormai quasi irrisolvibili, che strangolano la società italiana, un abile esercizio di illusionismo politico con cui si cerca di accreditare la falsa idea che uno dei contendenti sia meglio (o meno peggio) dell'altro.

Con stimoli artificiali (ultimo quello della battuta di Bossi sul significato di S.P.Q.R.) si creano falsi impulsi di reazione sociale distogliendo l'attenzione dalle autentiche vergogne nazionali.

Che la vendita dell'appartamento di Montecarlo sia stato un affare per il venditore o configuri una regalia all'acquirente è questione di ben poco spessore di fronte alla condotta di una classe politica che tratta la cosa pubblica come un bene di sua esclusiva pertinenza e che cerca di consolidare le sue posizioni con una gestione clientelare del potere, anziché perseguire gli interessi della nazione.

Quello che dovrebbe indignare è il fatto che in Italia alligna e regna una classe politica (di destra, centrodestra, centro, centrosinistra e sinistra) che ha portato al collasso morale la società; alligna e regna un ceto politico che premia accoliti e famigli con consulenze e/o con stipendi di centinaia di migliaia di euro all'anno o con impieghi in società a partecipazione pubblica, mentre una generazione di precari non riesce a sbarcare il lunario e si vede preclusa la possibilità di una vita dignitosa.

Dovrebbe indignare il fatto che gli apparati di partito collochino i propri uomini di fiducia, spesso con doppi o tripli incarichi, in ruoli dirigenziali presso aziende, dipartimenti, società a partecipazione pubblica, mentre una moltitudine di giovani altamente qualificati è costretta ad emigrare oltreoceano per trovare un impiego che le è precluso dal sua non essere engagè.

Dovrebbe indignare, in alcuni casi, la vendita di case a prezzo agevolato (di proprietà di enti), acquistate da amici e conoscenti di politici, che, avvertiti per tempo, hanno potuto acquistarle “improvvisandosi inquilini” solo qualche mese prima della vendita, mentre giovani coppie senza santi in paradiso devono incatenarsi ad un mutuo trentennale per comprare una casa con vista tangenziale.

Dovrebbero indignare gli appalti frazionati in lotti di importo sotto soglia (cioè frazionati in modo da evitare il ricorso a gare di evidenza pubblica) per poter assegnare lavori e servizi ad imprese amiche.

Dovrebbe indignarci il fatto che questa classe politica ci sta togliendo la possibilità di pensare positivamente il futuro.

Insomma: dovremmo indignarci per quello che la classe politica fa quotidianamente e dovremmo agire di conseguenza, mandandoli tutti a lavorare -ma da precari- prima che sia troppo tardi.

Altro che Montecarlo.

Lorenzo Borrè

13 ottobre 2010

Acqua in bottiglia? No, grazie.

L'acqua potabile che esce dal rubinetto di casa è sottoposta a controlli costanti e in molti casi si rivela di qualità superiore rispetto a quella in bottiglia. Ciononostante il 'belpaese' continua ad essere il maggior produttore al mondo di acqua in bottiglia, e gli italiani i suoi maggiori consumatori, con una spesa annua per famiglia che si aggira attorno ai 300 euro.


acqua rubinetto
Si calcola che una famiglia media italiana spenda circa 300 euro l'anno in acqua minerale. Un quarto di questa cifra sarebbe sufficiente a realizzare tutti i lavori di riparazione e ammodernamento di cui necessita la rete idrica

Ci sono storie che a raccontarle quasi non ci si crede. Sentite questa. È la storia di un paese ricchissimo d'acqua, uno dei più ricchi al mondo. Ci sono fiumi e torrenti, laghi e ghiacciai, falde sotterranee immense che gettano fuori zampilli di acqua cristallina. Questo paese, pensate un po', è stato anche il primo in cui si costruirono acquedotti monumentali che dai monti portavano l'acqua nelle piazze delle città.

Da anni l'acqua arriva nelle case dei cittadini. Qui, la qualità dell'acqua potabile è ottima, ed il suo prezzo, data la grande disponibilità, piuttosto modesto. Ecco, stenterete a crederci, ma questo paese è il più grande consumatore mondiale di acqua in bottiglia. Proprio così, il 98 per cento dei suoi abitanti – quasi tutti insomma – compra abitualmente acqua in bottiglia.

Quest'acqua viene prelevata alla sorgente da imprese private che, nonostante si stiano appropriando di un bene pubblico – le acque sotterranee sono demaniali – non pagano canoni di imbottigliamento, o ne pagano di irrisori. Dopodiché rivendono a prezzi altissimi ai cittadini quella stessa acqua che apparterrebbe loro di diritto.

Il paese in cui è ambientata questa storia è ovviamente l'Italia. Il perché di questo consumo smisurato è presto detto. Si riassume in qualche cifra ed una parola. Le cifre sono i 3,5 miliardi di euro di giro d'affari annuo, le oltre 300 marche, i circa 400 milioni investiti ogni anno in pubblicità. La parola, neanche a dirlo, è proprio quest'ultima: pubblicità.

C'è un bel video che spiega chiaramente come funziona il meccanismo pubblicitario applicato al mercato dell'acqua minerale.

Si tratta di un mercato che ruota attorno ad un bisogno indotto, nel quale la domanda deve sempre essere tenuta alta attraverso una opera pubblicitaria incessante e martellante. Come ebbe a dichiarare un ex-presidente della Perrier, una società produttrice di acqua del gruppo Nestlè, "tutto quello che si deve fare è portare l'acqua in superficie e poi venderla ad un prezzo maggiore del vino, del latte o anche del petrolio".

La pubblicità fa leva sulla sfera più istintiva e irrazionale della mente umana, dunque è difficile da contrastare con un ragionamento razionale. Ci proveremo comunque, sfatando alcuni miti e luoghi comuni e smascherando qualche inganno.

acqua in bottiglia
L'Italia è il maggior produttore d'acqua in bottiglia e noi i maggiori consumatori

Partiamo con la qualità dell'acqua, un argomento sul quale le pubblicità delle acque in bottiglia insistono molto. L'ultimo rapporto di Legambiente, realizzato in collaborazione con Federutility (la federazione delle aziende di servizi pubblici locali che operano nel settore idrico), testimonia come l'acqua che esce dai rubinetti italiani sia molto più controllata, e di qualità spesso superiore, rispetto all'acqua in bottiglia. Secondo i dati del marzo 2010 sono 250mila le analisi effettuate in un anno sull'acqua potabile nella città di Roma, altrettante in Puglia e 350mila in Provincia di Milano.

Inoltre alle acque minerali è consentito di contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio, in quantità superiori a quelle permesse per l'acqua potabile. Mentre non è permesso all'acqua potabile di avere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, la maggior parte delle acque minerali contengono 40/50µg/l di arsenico e non hanno neppure l'obbligo di dichiararlo sulle etichette.

E che dire poi dell'inquinamento? L'acqua del rubinetto non produce nessun tipo di rifiuto ed è, per così dire, a chilometro zero. Quella in bottiglia? Si calcola che per la sola produzione siano necessari 350mila tonnellate di pet (polietilene tereftalato) all'anno, il che significa 665 mila tonnellate di petrolio e l'emissione di gas serra di circa 910 mila tonnellate di Co2 equivalente. Senza contare la fase del trasporto, che in più dell'80 per cento dei casi avviene su gomma, e dello smaltimento, che vede la raccolta differenziata delle bottiglie attestarsi attorno ad un terzo del totale, mentre i restanti due terzi finiscono negli inceneritori.

E arriviamo all'aspetto più clamoroso: il prezzo. Il costo di un litro di acqua minerale in bottiglia supera fra le duecento e le mille volte quello di un litro di acqua potabile. Sarebbe come se fossimo disposti a pagare 10mila euro un piatto di pasta al ristorante, 3mila un panino, 2mila un chilo di patate. Probabilmente prenderemmo per pazzo chi tentasse di venderci una manciata di zucchine per qualche migliaia di euro; eppure continuiamo a comprare l'acqua in bottiglia.

Si calcola che una famiglia media italiana spenda circa 300 euro l'anno in acqua minerale. Un quarto di questa cifra sarebbe sufficiente a realizzare tutti i lavori di riparazione e ammodernamento di cui necessita la rete idrica italiana.

di Andrea Degl'Innocenti

12 ottobre 2010

Terzigno: un esempio da seguire



Terzigno è un comune di 16.000 abitanti, situato alle pendici del Vesuvio. Un comune che da alcune settimane sta facendo i conti con la militarizzazione costante del proprio territorio, messa in atto da centinaia di agenti in tenuta anti sommossa. Quasi ogni notte i cittadini, trattati come facinorosi e delinquenti, vengono a contatto con le forze dell'ordine, nel tentativo d'impedire l'ingresso dei camion carichi di spazzatura maleodorante, ricevendo in cambio una "congrua" razione di manganellate.
I cittadini di Terzigno hanno ormai preso l'abitudine di scendere in strada, preferendo dedicarsi all'impegno civile anzichè restare in panciolle davanti alla TV, perchè vogliono opporsi con tutte le proprie forze all'apertura di una seconda discarica all'interno del territorio in cui vivono che è parte integrante del Parco Nazionale del Vesuvio.
Se l'idea balzana consistente nel costruire una discarica all'interno di un Parco Nazionale non fosse già di per sè stessa azione dissennata in grado di giustificare la reazione di qualsiasi cittadino in grado d'intendere e volere, qualora non ancora lobotomizzato da schermi barbaglianti di fesserie e fesserie barbaglianti di progresso, si potrebbe anche aggiungere che a causa delle discariche in paese si respira ormai un lezzo marcescente, la frutta cresce con mutazioni degne di un film dell'orrore e nei vigneti neppure gli uccelli si azzardano ad "assaggiare" l'uva.

La scorsa notte centinaia di cittadini di Terzigno, fra un blocco stradale e una scarica di manganellate, hanno organizzato una protesta tanto pacifica quanto incisiva, consistente nel bruciare all'interno dei bidoni usati per riscaldarsi le proprie tessere elettorali....
Partendo dai camion che sversano la munnezza e passando attraverso le forze dell'ordine abituate ad "accarezzarli" ogni sera, sono in pratica risaliti ai mandanti da cui derivano i loro problemi, realizzando come l'unica azione sensata consista nello smettere (con un pò di sforzo disintossicarsi si può) di dare deleghe in bianco ad omuncoli e parassiti abituati ad amministrare la cosa pubblica nell'interesse privato.
Il gesto naturalmente ha avuto un carattere dimostrativo, volto ad evidenziare lo stato di esasperazione in cui versa la popolazione, ma la strada scelta è senza dubbio quella giusta.
Basta deleghe in bianco a faccendieri politici che avvelenano la gente con discariche, inceneritori, centrali a carbone e scorie nucleari.
Basta deleghe in bianco a politicanti cementificatori che distruggono le montagne per scavare megatunnel attraverso i quali far passare il nulla.
Basta deleghe in bianco a guerrafondai inebetiti che mandano i nostri soldati combattere le guerre americane e usano la commozione derivante dalle vittime per ottenere il viatico all'uso di nuove bombe e nuove armi di sterminio.
Basta deleghe in bianco ad una classe politica che ottiene consensi sulla base di programmi generalisti privi di senso compiuto e alla logica del "meno peggio" ed usa quello stesso consenso per parlare ed agire contro gli interessi dei cittadini taliani ma nel nome degli italiani tutti.

Un esempio, quello dei cittadini di Terzigno, da seguire da parte di tutti coloro che in questo disgraziato paese vedono il proprio diritto ad esistere e vivere in un modo dignitoso, calpestato proprio da parte di chi ingenuamente hanno delegato a rappresentarli. Ammesso che delegare abbia in senso, nessuna delega in bianco potrà mai nutrire l'ambizione di possederlo.
di Marco Cedolin

11 ottobre 2010

Il cerchio sovrastrutturale

Ho lasciato il messaggio che segue sul blog del vice direttore de Il Giornale Nicola Porro (ed egli non lo ha cassato quindi ritengo di non essere uscito fuori tema):” Mi scusi Porro, ma come? Arpisella le dice che dietro Fini ci sono quelli che c’erano dietro la D’Addario e a lei nemmeno la curiosità viene?
Anzi, liquida in fretta il suo interlocutore senza capire meglio di cosa stesse parlando. Ma che ca.zo! Dietro la D’Addario c’erano servizi segreti stranieri e dietro Fini ci sono “ambienti americani”... E voi che sprecate il tempo dietro la casa monegasca. Va bene, l’abbiamo capito che Fini si fa i cazzi suoi ed è pure peggio degli altri ma agli italiani la verità vera la volete raccontare? Questo è coraggio! Dire che siamo assediati e circondati da nemici e traditori e che nemici e traditori non sono Putin e Gheddafi ma i nostri alleati occidentali. Fate un’opera buona per una volta e non comportatevi come i botoli rumorosi di cui parlava Schopenhauer quando faceva riferimento ai giornalisti, questi operai pagati alla giornata…Volete fare casino? E fatelo ma almeno per una causa superiore…”
Oggi, sul quotidiano della famiglia Berlusconi, Gabriele Villa, riprendendo le parole di Arpisella portavoce della Marcegaglia, rilancia questa questione del cerchio sovrastrutturale (in realtà un fatto di forze materiali soverchianti che si raddoppiano sul palcoscenico politico ufficiale dove agiscono, almeno in Italia, finti partiti e ricole istituzioni completamente depotenziate) che decide le cose sulla testa di tutti e contro gli interessi del Paese. Bene, ancora una volta l'articolista si fa delle domande non peregrine ma evita accuratamente di dare quelle risposte che sono, tuttavia, nella mente di ognuno di noi. Se fossimo una nazione libera ed indipendente concentreremmo (da destra e da sinistra) le energie per spezzare questa situazione di subordinazione nei confronti di poteri ed ambienti stranieri che vogliono neutralizzare lo Stato per perpetuare la loro dominanza. Ed invece niente, si accenna a qualcosa ma senza squarciare quel velo di menzogne e di ipocrisia che da troppo tempo copre la verità. Ciò accade perché buona parte l'establishment nostrano è connivente con quel sistema di forze esterne mentre chi non lo è non ha la vitalità necessaria per opporre resistenza. Il risultato di questa situazione è un'impotenza generale che mortifica pesantemente il paese e lo spinge sempre di più sull'orlo del baratro. Siamo nella merda, se non ve ne foste accorti...

di Gabriele Villa (fonte il Giornale)
Cos'è il "cerchio sovrastrutturale che va oltre Berlusconi" di cui Arpisella parla al telefono? Per il portavoce il caso D'Addario sarebbe stato architettato da una sorte di "Spectre"
Abbiamo un cerchio alla testa, noi de «il Giornale». Anzi di più, abbiamo un «cerchio sovrastrutturale» sopra le nostre teste. Ne sentiamo il peso da qualche giorno, lo percepiamo. Sappiamo oramai con certezza, dopo le parole criptiche ma preoccupanti e preoccupate, pronunciate da Rinaldo Arpisella, l'uomo di fiducia di Emma Marcegaglia, nell'oramai famosa conversazione telefonica con Nicola Porro, che questo cerchio aleggia nell'aria. Ma dobbiamo, purtroppo, prendere atto che, almeno per il momento, questa strana, inquietante presenza, resta per noi, «relegati in via Negri, a Milano» (sempre per continuare a citare Il Grande Informato), come qualcosa di simile a un Unidentified Flying Object, un Ufo cioè. Che, ci crediate o no, sta girando e rigirando, attorno a un'Italia ignara, compiendo un'orbita particolarmente strana che, sempre parole di Arpisella, passa da Fini alla D'Addario, a Casini, attraversando praterie sconfinate, laghi, boschi, mari e monti ma anche, immaginiamo, piccole, medie e grandi industrie. Come si fa dunque a rimanere insensibili a questo grido di dolore? Come possiamo non farci delle domande o, meglio, non farle agli informati uomini (e donne) di Confindustria, per trovare risposte che possano rasserenare il nostro spirito e le nostre menti e consentirci di lavorare con più tranquillità nel nostro eremo di via Gaetano Negri a Milano? Ecco dunque la prima di queste nostre, crediamo più che lecite, domande:

1)Che cos'è questo misterioso «cerchio sovrastrutturale»? Chi ne fa parte e quali sono i suoi obbiettivi?
Dice Arpisella a Porro nel colloquio telefonico intercettato: «...Ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa...». E ancora: «...Ma tu non sai che c... c'è altro in giro, ti parlo da amico cioè...è un'ottica corta cioè.. è allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me...». La frase dell'uomo di fiducia della presidente di Confidustria somiglia a un messaggio in codice. Che come tale va necessariamente e urgentemente decodificato, soprattutto perché fa intuire che il «cerchio» potrebbe essere una sorta di organizzazione gerarchica clandestina, una struttura parallela che, in qualche modo, controlla tutte le leve del potere in Italia. Sarebbe interessante conoscere i nomi degli adepti che costituiscono gli anelli di questo cerchio e come questi personaggi si muovano all'interno dei palazzi e delle stanze dove si manifesta, invece, l'ufficialità del potere, quello che è noto a tutti.
2)Chi è o chi sono i misteriosi registi dell'operazione D'Addario?
«Ci sono quelli che c'erano dietro la D'Addario, dai su!». Rinaldo Arpisella sembra sicuro di sapere con esattezza chi siano i mandanti della vicenda D'Addario, la escort gettata nelle braccia del premier, con tanto di registratore nella borsetta. Sarebbe interessante conoscere che cosa sanno in Confindustria di questa vicenda.
3)Chi c'è dietro la svolta anti berlusconiana di Fini?
Arpisella: «Dai, secondo te chi c'è dietro Fini?». Porro: «Chi c'è dietro Fini, tu lo sai? Io no». Anche su questa delicatissima questione i vertici dell'imprenditoria italiana danno l'impressione di sapere esattamente come siano andate le cose e perché il presidente della Camera abbia cambiato radicalmente il suo atteggiamento nei riguardi del premier, arrivando addirittura a fondare un partito. C'è da dedurre che in Confindustria sappiano anche quale assicurazioni sulla futura carriera politica abbia ricevuto il manipolo dei seguaci di Fini e da chi le abbia ricevute.
4)Perché secondo la Confindustria le decisioni più importanti vengono prese all'insaputa dei politici?
«No, no fermati un attimo non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere, capire che non esiste solamente la politica Fini, la politica Casini...». Anche in questo caso le parole dell'uomo di fiducia della Marcegaglia danno la netta sensazione che i giochi della politica italiana si facciano lontano dalla politica e dai politici italiani. In altre stanze, in altri luoghi. Perché non dirlo cortesemente anche a noi, perché non spiegarci dove si «fa» veramente la politica italiana, giusto per darci la possibilità di intervistare le persone appropriate d'ora in poi.
5)Chi fa parte di questa nuova e inquietante Spectre che governerebbe l'Italia?
«...Il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre...». E qui siamo all'apoteosi, alla Madre di tutte le inquietanti rivelazioni che Arpisella a mezza bocca fa o vorrebbe fare a Porro. È evidente che l'Italia deve fare i conti con una sorta di Spectre, acronimo come ben sa 007, di Supremo Progetto Esecutivo per il Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni ed Estorsioni. Diteci dunque chi è il capo (che nella Spectre del cinema è noto come Numero 1) di questa Spectre nostrana e diteci anche, tra un planning e un report, signore e signori della Confindustria, chi sono gli altri affiliati di questa organizzazione cioè i Numero 2, 3, 4. E dove si riuniscono. Dentro vulcani, o su isole deserte o nelle sale Bingo?
Siamo sicuri che risponderete a tutte le nostre domande. Ma senza dare un colpo al Cerchio e uno alla botte, per favore.
di Gianni Petrosillo

La cambiale, il titolo non voluto dall’usura bancaria


La cambiale, l’amata e odiata vecchia farfalla, titolo finanziario considerato vetusto, impiegata a volte dai cravattari di borgata come garanzia sul rientro del capitale, è ormai raramente utilizzata come normale mezzo di pagamento commerciale.
Stranamente lo strumento base su cui si fonda il concetto di titolo di credito, banconote ed assegni compresi, è stato quasi completamente abbandonato, nonostante abbia aiutato nel recente passato a rimettere in piedi l’economia dell’Italia devastata dalla guerra. La cambiale, il titolo derivato dalla famosa “lettera di cambio”, pare sia stata inventata nel Celeste Impero più di mille anni fa, e nel medioevo sia stata importata in Europa dai mercanti.
Praticamente, attraverso un ordine scritto e sottoscritto ove è indicata la data di scadenza, il luogo del pagamento ed il debitore, si “cartolarizza” un credito certo derivato da un qualunque contratto, rendendolo liquido ed impiegandolo direttamente per pagare un proprio debito senza l’impiego del denaro. Il beneficiario possessore del titolo potrà a sua volta utilizzarlo per pagare ciò che deve ad un terzo.
Il Regio Decreto 1669 del 1933, conosciuto meglio come “Legge Cambiale”, ancora in vigore, ha riordinato le norme di questi titoli di credito, imponendo anche la tassa del 12 per 1000 sull’importo esposto. La normale cambiale, chiamata anche “cambiale tratta” o anche semplicemente “tratta”, è lo strumento finanziario direttamente derivato dalla lettera di cambio, emessa dal creditore, traente, a fronte di un credito certo di un debitore, trattario, il quale, se accetta l’impegno sul titolo sottoscrivendolo, diviene accettante. Nel vaglia cambiario invece, comunemente chiamato “cambiale”, il traente ed il trattario sono unificati nella figura dell’emittente, risultando colui che chiama se stesso al pagamento. Quando è battuta la tratta, nell’ordine esposto compare la parola “pagherete”, mentre invece è indicato con “pagherò”. È possibile garantire il credito della cambiale con avalli, pegni e, come avviene di rado con una particolare procedura, anche con ipoteca immobiliare. La cambiale può essere emessa anche “non all’ordine”, assumendo la forma di cessione di credito.
Il titolo non onorato deve essere depositato presso un pubblico ufficiale di zona appositamente incaricato, che effettuerà le dovute ricerche ed in mancanza di pagamento lo restituirà al beneficiario congiuntamente all’atto contro il trattario, l’accettante o l’emittente detto “protesto”: gli estremi dei protesti contro l’accettante e contro l’emittente saranno riportati sul pubblico “bollettino dei protesti”. È possibile dispensare il debitore dal protesto apponendo sul davanti del titolo la clausola “senza spese”, ma, nel caso di cambiale insoluta, questa manterrà la forza di titolo esecutivo. Qualche anno fa, a fronte del dilagare del numero dei protestati, alcune norme in materia sono state alleggerite.
Con la Legge 43 del 1994 è stato istituito un titolo denominato “cambiale finanziaria”, emessa in serie solo da soggetti autorizzati recanti notevoli garanzie, nel taglio minimo di 100 milioni di lire (euro 51.645,69), da utilizzarsi principalmente per la dilazione di grosse transazioni naturalmente precluse alla stragrande maggioranza di imprese e privati.
Come mai allora questo strumento di credito semplice, e per certi versi dovutamente garantito, sta andando in disuso? È l’impresa o il privato che non ne hanno più bisogno, oppure toglie ai professionisti dell’usura una grossa fetta di mercato?
La cambiale non può non essere resa intrasferibile per concetto, dato che è nata proprio per la movimentazione del credito, e non può essere inchiodata per legge ad un solo passaggio come è stato fatto di recente per il normale assegno bancario, quel particolare titolo cambiario nel quale il pagamento a vista della somma è ordinato incondizionatamente, poiché coperto da una provvista depositata anticipatamente dal traente su un conto presso uno stabilimento della banca trattaria.
È evidente che con un mezzo come l’assegno, sicuramente più comodo, non è possibile operare senza istituti di credito, e non è possibile usufruire direttamente delle proprie spettanze se non quando queste siano maturate. Salvo che non si venga tentati di ricorrere all’ombrello della fideiussione bancaria, solitamente accordata con fuori il sole e tolta alla prima pioggerellina. Con la cambiale invece la banca non è un obbligo ma una scelta, e chi possiede la forza o la volontà di farne a meno, sicuramente risparmia nei movimenti. Difatti nel caso di girata ad un creditore si eliminano completamente gli oneri finanziari, si riducono le esposizioni e si mantiene la possibilità di operare anche se già protestati. Inoltre, a differenza degli assegni in cui il trattario è la banca, per ridurre i disguidi nei pagamenti delle cambiali, l’ufficiale incaricato, prima di elevare il protesto, deve eseguire le ricerche e tentare di incassare la somma presso i debitori, accertandosi in mancanza delle cause di insolvenza. È questa libertà ed affidabilità che infastidisce gli strozzini legalizzati. Meno passaggi, significano meno fidi, meno taglieggio e meno controllo sulla produzione e sul commercio.
Nel tempo, per scoraggiare gli indecisi, costoro hanno adottato la soluzione di moltiplicare le spese per l’incasso delle cambiali, di aumentare i giorni precedenti alla scadenza per la loro presentazione, di allungare i tempi per l’accredito della somma incassata o per la restituzione materiale di quelle respinte, sempre corredate da vergognose addizionali di spesa sul protesto. Per non parlare del fatto che chi utilizza questo titolo viene considerato come un parvenu senza garanzie e con clienti scadenti. In pratica si è fatto di tutto, qualche volta facendo elevare anche ingiusti protesti, per inculcare nell’immaginario collettivo che non bisogna operare con le cambiali.
Non si può non notare che l’unica novità di una legge concepita 80 anni fa per un’Italia in larga parte agricola, è stata quella di introdurre una cambiale seriale il cui pezzo minimo corrisponde grossomodo al valore di un piccolo appartamento.
Ma cosa ha fatto l’attuale classe politica per garantire e migliorare l’utilizzo della cambiale. Nulla, anzi, nel tempo ha favorito la riduzione della sua applicazione. Basti pensare, tanto per fare un esempio, che questi titoli sono lavorabili anche attraverso il canale postale, ma i potentati bancari hanno imposto dei termini all’allora ente pubblico rendendo estremamente difficoltosa la procedura d’incasso. Oggi non è possibile lavorare le cambiali direttamente sul conto corrente postale o con il libretto di risparmio, ma bisogna avviarle, singolarmente e nel misero termine di 10/15 giorni prima della scadenza, solo attraverso la separata e complicata procedura di riscossione, neppure esposta sui listini, sconosciuta alla maggior parte degli impiegati postali, limitante l’importo a qualche migliaio di euro. Per contro, gli incassi postali risultano più veloci ed economici di quelli bancari. Attenzione: “Sono state le associazioni bancarie che hanno stabilito come doveva comportarsi un comparto dello Stato, non l’opposto. Pazzesco!”
Sarebbe stato semplice, invece, con una legge a tutela del credito aziendale (stiamo parlando di eresie e di fantapolitica), impostare una cambiale ad uso esclusivamente commerciale, sia tratta che vaglia, protestabile o senza spese, con emissione e trasferibilità riservata a tutte le aziende di produzione, vendita e somministrazione di beni e servizi non finanziari, impostabile esclusivamente per crediti netti esclusi da spese ed interessi, con scadenza minima di tre mesi, compilabile su un modello indicante la tipologia aziendale, il nome, la residenza e il domicilio, la data di costituzione, e tutti i codici di riferimento di ogni soggetto interveniente, sia esso trattario, traente, emittente o giratario. La trasferibilità dovrà permettersi esclusivamente con girata pro-solvenda o con cessione pro-soluta, e l’incasso dovrà essere permesso per qualsiasi importo anche dai servizi di riscossione. Per completare la cambiale si potrà indicare del credito, oltre all’importo, tutti i riferimenti contabili, e del soggetto debitore alcune notizie sull’affidabilità come il monte titoli emessi ed i protesti risultanti alla verifica. Pubblici ufficiali incaricati potranno autenticare le sottoscrizioni e, pure in fase successiva all’emissione del titolo, certificare le notizie inserite. Nel caso il titolo non abbia i requisiti di cambiale commerciale, ma mantenga quelli del modello ordinario, non sarà annullata, ma subirà solo un automatico declassamento alla certificazione o alla presentazione. Onde non causare danni maggiori del previsto e altri disguidi, dovrà esserci un unico ufficio protesti di zona, predisposto per il deposito della provvista, totale o parziale, con cui garantire anticipatamente il pagamento dei titoli emessi. Il bollettino dei protesti di questi titoli dovrà essere consultabile esclusivamente da operatori commerciali. Il recupero del credito insoluto esposto su questa cambiale dovrà essere garantito nel più breve termine giudiziale in esenzione di spesa.
Solo completandole nella tipologia, garantendo maggiormente i soggetti a cui vengono trasferite, si potrà veramente ritornare ad operare con le “farfalle”, per il buon funzionamento di ogni azienda, e per dispetto di chi sfrutta il lavoro di queste ultime da decenni. Ieri, chi vendeva il denaro era considerato un essere immondo, oggi condiziona la vita di tutti. La sottomissione totale delle genti sta continuando. Lentamente ma inesorabilmente.
di Pierluigi Pagliughi

10 ottobre 2010

Tele-comando

http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT6ey9yviqvcDBYWRIkMIVGrHR4jpwrSuQ2mZhyb-6JYT1H2so&t=1&usg=__5GS18j9UuhytI1NeCTgIjKO3PaQ=


L’Italia è un paese pieno di problemi che rischia di finire stritolato nella morsa della pesante fase economica e politica. Giriamo in un vortice di preoccupazioni e di inquietudini dal quale non siamo in grado di uscire e ci facciamo prendere dalla spossatezza, dal panico, dalla sfiducia.
Oppure, ancor peggio, siamo indotti alla distrazione e all’accaloramento su aspetti inessenziali che finiscono coll’aggravare la situazione sospingendoci ancora più a fondo. La crisi economica internazionale, la mancanza di iniziativa politica, l’assenza di progettualità economica, l’incapacità di gestire i rapporti internazionali, la disoccupazione, la rabbia, precarietà e spappolamento sociale ecc. ecc. Pensate, come me, che siano queste le grandi difficoltà dell’Italia? Se è così pensate male e sarete costretti a ricredervi perché secondo Repubblica, giornale oracolare e infallibile fondato da barbapapà Scalfari, ed oggi in mano a “telenonscriventerifilatallostato” De Benedetti i nostri drammi sono di tutt’altro tenore. Ancora qualche giorno fa il quotidiano della tessera n.1 del Pd riproponeva, con una delle sue penne più importanti (Massimo Giannini), la solita tiritera sull’Italia ridotta ad una tycoonlandia soggiogata da un cavaliere nero col vizio di importunare le fatine e le veline.
In questa valle di lacrime, dove piove sventura come grandine dura, la vera disgrazia viaggia nell’aria ed è perciò stesso eterea ed evanescente come l’ eccitazione di queste cassandre della carta stampata. Nell’ex Belpaese governa sua Emittenza e questo genera intermittenza nella democrazia. Viviamo nella dittatura trash-televisiva di Mediaset che spadroneggia dal tubo catodico e dal parlamento con un palinsesto totalitario di tipo populistico e monotematico. Non c’è scampo nemmeno sul satellite, i berlusconidi, mutanti blu ipnopedizzati dalla TV, sono dappertutto ed armati di telecomando blandiscono le coscienze per risucchiare la massa grigia dei nostri cervelli. Costoro hanno occupato persino il digitale terrestre oscurando lo Sky dal quale gli dei stavano calando in nostro soccorso lo squalo Murdoch, come un tempo fu il serpente per i gracchianti abitanti dello stagno di Fedro. Il travicello nell’occhio ciclopico dei perbenisti si mimetizza meglio di qualsiasi pagliuzza altrui. Satrapi, insomma, sono sempre gli altri, cioè quelli che ti impediscono di realizzare il tuo sogno integrale di comandare e di fare le stesse cose che fanno loro ma con diverso vantaggio personale. E’ una brutta soap a puntate che abbiamo già visto. Lo zapping governativo, da uno schieramento all’altro, da un gruppo di potere a quello contrario, non ha portato alcuna novità e vantaggio al Paese da quasi vent’anni. Da parte nostra, speriamo sempre di vedere sullo schermo quel teleromanzo dove a piangere sono i ricchi e non la povera gente, ma siccome nessuno di questi registi dell'orrore assetati di sangue lo metterà in onda dovremo girarlo da noi in presa diretta nella vita reale.


di Gianni Petrosillo

09 ottobre 2010

Slot machine, una voragine di nero: 88 miliardi in nero.

Lunedì alla Corte dei conti l'udienza sull'evasione fiscale. Secondo i giudici il danno errariale è enorme. Nel mirino nell'indagine anche i rapporti con politica e mafia
Ottantotto miliardi di euro. L’equivalente di quattro manovre finanziarie. Il grande scandalo delle slot machine arriva alla svolta. Lunedì alla Corte dei Conti comincia l’udienza decisiva. Entro sessanta giorni il giudice stabilirà se nelle casse dello Stato dovranno rientrare 88 miliardi o pochi spiccioli. O addirittura nulla. In ballo la mega penale che, secondo la Procura della Corte dei Conti, le società concessionarie delle slot dovrebbero allo Stato per non aver rispettato le condizioni delle concessioni.

Il condizionale è d’obbligo. Non solo perché la Corte deve ancora decidere. Il punto è un altro: intorno al mondo dei giochi ruotano interessi immensi e non sempre confessabili. Quelli delle società concessionarie, ma anche dei partiti che sui giochi hanno scommesso molto. E poi, convitato di pietra, c’è la criminalità organizzata che vede nelle macchinette una nuova miniera d’oro. La grandezza della somma è inversamente proporzionale alla pubblicità che la vicenda ha avuto. È il 2005 quando il Gat (Gruppo Antifrodi Tecnologiche) della Finanza comincia a occuparsi della storia. Decine di migliaia di slot machine non sono collegate alla rete che registra le giocate. Addirittura in un locale di Riposto (Catania) risultano depositate 26.858 slot in 50 metri quadrati. È solo l’inizio. Quando gli agenti tentano una stima della penale non credono ai loro occhi: si sfiorano i novanta miliardi.

Intanto una commissione di esperti guidata dall’allora sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi (Pd), e dal generale delle Finanza Castore Palmerini produce un documento: una bomba che però non esplode. In troppi sono interessati a disinnescarla. È soltanto grazie all’opinione pubblica, alle inchieste giornalistiche, se il lavoro della Commissione, del Gat e di alcuni magistrati coraggiosi della Corte dei Conti non finisce sotto silenzio. Le slot sono una miniera per tanti. E le conclusioni dei pm sono un terremoto per un settore senza controlli. La Procura inizialmente parla di penali per 31 miliardi e 390 milioni per il concessionario Atlantis World. A seguire Cogetech con 9 miliardi e 394 milioni, Snai con 8 miliardi e 176 milioni, Lottomatica con 7 miliardi e 690 milioni, Hbg con 7 miliardi e 82 milioni, Cirsa con 7 miliardi e 51 milioni, Codere con 6 miliardi e 853 milioni, Sisal con 4 miliardi e 459 milioni, Gmatica con 3 miliardi e 167 milioni e infine Gamenet con 2 miliardi e 873 milioni. In totale, 88 miliardi.

Emergono i contatti di alcune società con la politica. A cominciare da quella che fu An, proprio con i finiani. Amedeo Laboccetta, ex plenipotenziario di Fini a Napoli era amministratore di Atlantis Italia (oggi è in Parlamento, vicino a Berlusconi e giura di non avere più niente a che fare con le slot). Già, proprio la Atlantis di cui ha parlato nei giorni scorsi Il Fatto. La Atlantis World Nv, con base alle Antille olandesi, è controllata da una lunga catena di off-shore e trust che sarebbe riferibile a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato a sette anni e mezzo per associazione a delinquere. Ma nell’universo dell’Atlantis si trovano altri nomi: come James Walfenzao che compare anche nelle società off-shore dell’appartamento di Montecarlo. Come ha ricordato Il Secolo XIX, a occuparsi degli affari di Atlantis in Italia ci sarebbe stato anche Giancarlo Lanna, già commissario napoletano di An scelto dal ministro Adolfo Urso come presidente della Simest – finanziaria a controllo pubblico – e oggi è approdato a FareFuturo.

Ds e Lega a suo tempo si erano buttati, senza fortuna, nel Bingo, mentre An aveva puntato sulle slot. Non è un caso che la delega per i giochi nei governi berlusconiani sia andata a uomini di An. Una delle poltrone chiave dei Monopoli dello Stato era andata a Gabriella Alemanno, sorella del sindaco di Roma. Così, mentre la Procura della Corte dei Conti conduceva in solitudine l’inchiesta, i Monopoli guidati all’epoca da Giorgio Tino non esigevano le penali. I pm hanno chiesto 1,3 miliardi di danni a Tino, nel frattempo nominato vicepresidente di Equitalia Gerit.

Intanto lo Stato rinegoziava le convenzioni stabilendo nuove penali irrisorie. Dagli atti parlamentari dell’audizione di Tino emergono le posizioni degli onorevoli. Gianfranco Conte (Forza Italia) disse: “Chi è esperto del settore si è accorto della stupidità della Commissione (gli esperti che denunciarono lo scandalo, ndr). Romano Prodi, sommerso da migliaia di mail, promise: “Non ci sarà un colpo di spugna”. Silvio Berlusconi ha sempre taciuto.

Nel frattempo, il Consiglio di Stato in un parere dei giorni scorsi accenna a una “rimodulazione” delle penali. Bisognerebbe tenere conto delle nuove concessioni che sono infinitamente più indulgenti delle precedenti per la gioia dei privati. E poi ci sarebbe il rischio di mettere in ginocchio un settore economico. Insomma, da 88 miliardi si scenderebbe a un millesimo. Ma davvero i concessionari che hanno incassato 15 miliardi nei primi 6 mesi del 2010 non possono pagare la penale?

Un membro della Commissione che sollevò il velo sullo scandalo slot commenta amaro: “Un cittadino che non rispetta un contratto deve pagare la penale. Altro che “rimodulazione”, gli vanno a pignorare la tv”.
Lunedì sarà il momento della verità. Le concessionarie presenteranno istanze di nullità, di rinvio. Ma la Procura non farà un passo indietro: chiederà oltre 80 miliardi di euro.
di ferruccio Sansa

08 ottobre 2010

Renatino della magliana


Il sepolcro del famigerato Enrico De Pedis detto "Renatino"

Molti hanno capito che la Chiesa cattolica non è quella perla di spiritualità e moralità che si vorrebbe far credere. Diversi inquirenti sono certi che proprio le autorità vaticane si sono talvolta macchiate di delitti orribili.

Uno dei casi in cui il Vaticano avrebbe avuto forti responsabilità nei delitti commessi, che ha suscitato molto scalpore, è quello della cosiddetta “banda della Magliana”.
Lo stesso capo della banda della Magliana, il famigerato Enrico De Pedis, detto “Renatino”, colpevole di numerosi crimini, ucciso nel 1990, è stato sepolto nella cripta della basilica Sant’Apollinare, una delle chiese più importanti di Roma, accanto a celebri papi.

Perché un criminale riposa in una Chiesa?

O meglio: se la Chiesa cattolica celebra i criminali come fossero eroi o persone ammirevoli, allora quale messaggio essa davvero propugna?

I criminali di solito vengono sepolti in segreto e in luoghi in cui non molte persone andranno a visitarli, eppure il capo della banda della Magliana, una banda ferocissima considerata la più potente organizzazione criminale che sia stata mai creata a Roma, è stato sepolto nella prestigiosa cripta.

Non sono pochi gli inquirenti che vedono nella banda della Magliana la mano delle autorità vaticane che, raramente commettono direttamente i loro crimini.
Inizialmente Renatino fu tumulato al Verano, ma il 24 aprile 1990, in segreto, fu sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare. Il fatto venne alla luce soltanto sette anni dopo, quando il quotidiano Il Messaggero del 9 luglio 1997 dette la notizia in un articolo della giornalista Antonella Stocco.
Ovviamente, si sollevarono molte proteste e perplessità, e qualcuno cercò di indagare per capire questa inopportuna “riverenza” concessa al feroce assassino.

Dopo la pubblicazione dell’articolo del Messaggero, non soltanto le autorità vaticane non dettero alcuna spiegazione plausibile, ma vietarono al pubblico di salire i gradini che portano alla cripta, e chiesero il silenzio sulla vicenda.

E silenzio vi fu, fino al luglio 2005, quando la trasmissione di Rai 3 “Chi l’ha visto?” trattò il caso di Emanuela Orlandi (figlia di un dipendente del Vaticano), e dovette collegare il caso della tomba di Renatino (considerato l’organizzatore del sequestro di Emanuela) al sequestro della ragazza, avvenuto a Roma il 22 giugno 1983.

A “Chi l’ha visto?” giunse una telefonata anonima in cui si diceva: “Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso andate a vedere chi è sepolto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinale Poletti, all’epoca.”

A quel punto i giornalisti della trasmissione dovettero riprendere il discorso su quella tomba così “regale” riservata ad un incallito criminale.
Lo staff della trasmissione ricevette anche gesti intimidatori e minacce anonime, che chiedevano: “Lasciate in pace Renatino.”

Ma i tentativi di bloccare la vicenda non andarono a frutto, e la giornalista Raffaella Notariale, in un suo servizio, rese pubblici i documenti originali e le foto del sarcofago sistemato nel sotterraneo della Basilica di Sant’Apollinare, che è in territorio Vaticano. Per tutta risposta le autorità vaticane non soltanto non chiarirono affatto la vicenda ma il 3 ottobre del 2005 si ebbe un comunicato ufficiale del Vicariato che diceva: “Gli attuali responsabili del Vicariato pur comprendendo che tale sepoltura
possa suscitare notevoli perplessità devono precisare di essere venuti a conoscenza di essa soltanto dopo la morte del Cardinale Ugo Poletti che la autorizzò e di non possedere altre informazioni in merito al di là dell’autorizzazione stessa e di un attestato di Mons. Piero Vergari, allora rettore della Basilica di Sant’Apollinare, già resi pubblici dai mezzi di informazione. Non si ritiene d’altronde di dover procedere all’estumulazione in quanto l’autorizzazione concessa dal Cardinale Vicario oltre che per il rispetto che si deve comunque ad ogni defunto. Appare infine infondato qualsiasi collegamento tra la scomparsa di Emanuela Orlandi che ha avuto luogo il 22 giugno 1983 e la sepoltura di Enrico de Pedis in Sant’Apollinare, avvenuta oltre 6 anni dopo. Questo Vicariato, comunque, per parte sua non si oppone ad ulteriori accertamenti in merito.”

Si scoprì che, non soltanto Renatino aveva avuto un luogo prestigioso per il suo “eterno riposo”, ma anche che le autorità vaticane considerano questo personaggio molto positivamente, chiamandolo addirittura “benefattore”. Il 6 marzo 1990, un mese dopo la morte di Renatino, il rettore della basilica, mons. Piero Vergari, in una lettera, parlò del criminale come di un grande benefattore: “Si attesta che il signor Enrico De Pedis nato in Roma – Trastevere il 15/05/1954 e deceduto in Roma il 2/2/1990, è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica ed ha aiutato concretamente a tante iniziative di bene che sono state patrocinate in questi ultimi tempi, sia di carattere religioso che sociale. Ha dato particolari contributi per aiutare i giovani, interessandosi in particolare per la loro formazione cristiana e umana”.

Quattro giorni dopo la dichiarazione del Vergari, l’allora Vicario generale della diocesi di Roma e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), il cardinale Ugo Poletti, rilasciò il nulla osta alla sepoltura di Renatino.

I più attenti alle vicende della banda della Magliana, sostengono che Renatino abbia elargito parecchio denaro alla Chiesa, ma i suoi “favori” non si limitarono a questo.
Qualcuno più avvezzo alla conoscenza della vera Storia del cattolicesimo forse non si meraviglierebbe molto del fatto che un pluriomicida venga trattato con onore in ambiti cattolici, in fondo, non sono certo pochi i papi e i cardinali che si sono macchiati di gravissimi crimini, e ad oggi occorre ricordare che la Chiesa Cattolica è complice in diversi delitti, ad esempio, controlla le maggiori banche che basano i loro profitti sulle guerre e sul riciclo di denaro sporco.

Secondo gli inquirenti, la banda della Magliana non avrebbe agito soltanto per attuare diverse azioni criminose (traffico di droga, sequestri escommesse ippiche), ma anche per effettuare altre “operazioni”, per diversi motivi utili alle autorità Vaticane: rapimento di Emanuela Orlandi, attentato a Roberto Rosone, omicidio di Carmine Pecorella, omicidio di Roberto Calvi, depistaggi nell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna, ecc.

Maurizio Abbatino, uno dei pentiti della banda della Magliana, ha confessato che furono Renatino e i suoi complici a sequestrare Emanuela Orlandi, su ordine di alcuni esponenti del Vaticano. Anche la superteste Sabrina Minardi ha accusato Renatino del rapimento e dell’omicidio di Emanuela Orlandi su commissione del cardinale Paul Marcinkus, che
all’epoca era presidente dello IOR. Un altro pentito della banda della Magliana, Antonio Mancini, ha dichiarato alla procura di Roma che “Il sequestro di Emanuela Orlandi avvenne nel quadro di problemi finanziari con il Vaticano”. Connivenza e reticenza emerge da parte di prelati e politici di area cattolica sulla inquietante vicenda. Così Giulio Andreotti rispose a chi gli chiedeva cosa pensava della sepoltura di un criminale in una cripta vaticana: “Il boss nella cripta? Spostarlo non sarebbe rispettoso”.(1)

Il senatore a vita, ha dichiarato in un’intervista: “Credo che il cardinale vicario potesse non sapere chi era davvero De Pedis… Io non l’ho conosciuto, ma cosa importava a uno come De Pedis di essere sepolto in basilica?”.(2)

Purtroppo non sono pochi i casi di incalliti criminali diventati nel tempo personaggi “buoni” e rispettabili, consideriamo, ad esempio Garibaldi (3) o un personaggio come Pietro Badoglio, che ha avuto funerali di Stato pur essendo responsabile della morte di centinaia di migliaia di etiopi e libici.

Sono tanti i casi di cerimonie religiose che hanno omaggiato criminali e mafiosi.

I prelati non hanno mai negato la celebrazione dei sacramenti anche in casi in cui i soggetti erano mafiosi incalliti che avevano commesso parecchi omicidi. Ad esempio, quando la lussuosa bara del mafioso Nicolò Nick Rizzuto jr. entrò nella Chiesa di Notre Dame a Montreal, si ebbe un lungo applauso di ammirazione e il sacerdote dall’altare disse in italiano “fate largo al nostro Nick”.

Da questi fatti emerge che i sistemi di potere, quali sono l’attuale Stato e la Chiesa cattolica, spesso non omaggiano persone davvero meritevoli, ma semplicemente chi ha operato a loro vantaggio.

Qualcuno ha cercato di far credere che la banda della Magliana fosse soltanto opera di un gruppuscolo di delinquenti di periferia, ma ciò appare del tutto improbabile se si pensa che questa banda riusciva a portare avanti molteplici traffici: eroina, cocaina, sequestri, prostituzione, ecc., anche in collegamento con la mafia e la massoneria. Qualcuno disse che la banda fu “aiutata a progredire”, e protetta persino da elementi dei servizi segreti, come del resto è avvenuto in diversi casi relativi a crimini commessi da
reti massoniche e mafiose. In sostanza, la banda diventò molto forte grazie all’appoggio di personaggi potenti, che la utilizzarono per propri interessi.

Come per molti crimini mafiosi, anche nel caso dei crimini commessi dalla banda della Magliana, vi furono depistagli e vari tentativi di ostacolare la verità. Per le protezioni di cui godevano, i criminali si sentivano molto sicuri e dicevano “Roma è nelle nostre mani”.

Disse Libero Mancuso: “La struttura illegale denominata ‘banda della Magliana’, una struttura che non può essere semplicemente definita criminale, pena la sottovalutazione della sua funzione di cerniera con settori della eversione armata, dei servizi segreti, della politica, del Vaticano, delle banche… La storia della banda della Magliana evidenzia un ulteriore segmento della storia della prima Repubblica. Una storia letta dal
versante delle bande criminali che l’hanno attraversata condizionandone il divenire. Una storia drammatica, che non deve essere ignorata; storia autentica del nostro Paese, che dobbiamo conoscere proprio per non doverla rivivere”.

La banda della Magliana fu creata da Renatino intorno alla seconda metà degli anni Settanta, e fino ai primi anni Novanta commise crimini di vario genere. Il soprannome di “Renatino” dato ad Enrico de Pedis deriverebbe dal nome di un altro criminale altrettanto noto, Renato Vallanzasca. Quest’ultimo agiva nel milanese e veniva chiamato il “bel René” per il fascino che avrebbe esercitato sulle donne, caratteristica comune a De Pedis.

La banda di Renatino nasce come organizzazione criminale dedita al traffico della droga e ai sequestri di persona, e prende il nome dal quartiere in cui vivevano gran parte dei suoi componenti. Nel giro di poco tempo diventò una vera e propria holding politico-criminale, avendo stretti rapporti con importanti personaggi del Vaticano, della politica, della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta. Oltre ai traffici illeciti, la banda si occupava anche di crimini voluti da importanti personaggi che la sostenevano, come omicidi mirati, stragi e giro di escort di lusso. L’appoggio dei personaggi appartenenti al gruppo di potere italiano e vaticano era necessario sia per entrare nel giro dei traffici illegali, sia per il riciclaggio del denaro sporco.

La banda della Magliana non può dunque essere considerata una comune banda a delinquere, per i suoi stretti legami con ambienti di potere. Il pentito Rolando Battistini raccontò: “Nell’ambiente sapevamo, lo si diceva tra pochi intimi, che c’erano avvocati, magistrati e uomini importanti a fare da traìt d’union tra ambienti politici e la Banda della Magliana”.

Addirittura, ci sarebbero stati personaggi incaricati di “formare” i futuri banditi. Il massone Fabio De Felice organizzò una vera e propria “scuola”, con “corsi di formazione” che si svolgevano in una villa del reatino.

Gli inquirenti collegarono alla banda parecchi fatti avvenuti negli anni Settanta-Ottanta, come il caso dell’arsenale custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità, il caso Calvi, Moro, Pecorelli, Mattarella, Cirillo, e la strage di Bologna.

I criminali della banda della Magliana volevano fare la bella vita, e sentirsi forti e invincibili. Volevano anche sentirsi di appartenere alle alte sfere sociali. Racconta Sabrina Minardi: “Mi ricordo che una volta Renato portava sempre delle grosse borse di soldi a casa. Sa, le borse di Vuitton, quelle con la cerniera sopra. Mi dava tanta di quella cocaina, per contare i soldi dovevo fare tutti i mazzetti e mi ricordo che contò un miliardo e il giorno dopo lo portammo su a Marcinkus… Una volta mi ha dato una borsa piena di soldi, saranno stati più di cento milioni, e mi ha detto: vai e spendili tutti. Mi trattava come una principessa e mi diceva di stare attenta perché i poliziotti avrebbero potuto seguire me e arrivare a lui. E così è stato”.

I banditi riuscirono ad arricchirsi notevolmente. Renatino creò una notevole attività economica, che comprendeva ristoranti, imprese edili, negozi, ecc. La sua uccisione sarebbe dovuta ad una questione di soldi, ovvero di pagamenti non fatti a compari carcerati.

Roma è in buona parte posseduta dal Vaticano, e sono innumerevoli gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici. Già nel 1977 venne fatta un’inchiesta da cui emergeva che circa 1/4 degli immobili della capitale era in mano al Vaticano. Queste ricchezze, come tutti sanno, permettono alle autorità cattoliche di avere potere e di “ricompensare” i politici e altri personaggi che operano a loro favore. E’ risaputo che lo Stato italiano ha pagato ben 20 milioni di euro all’Acea per le bollette insolute del Vaticano
e che continua a concedere alla Santa Sede territori edificabili nella capitale per la costruzione di nuove chiese. Dal 1990 ne siano state realizzate parecchie, e in gran parte con fondi pubblici.

I boss del Vaticano si tengono ben stretto il potere che hanno a Roma (e non solo), e negli ultimi decenni nessun politico italiano di primo piano ha mai sollevato la questione del saccheggio che il Vaticano fa delle casse dello Stato, anche in termini di privilegi fiscali. Tutti temono gli alti prelati cattolici, che parlano di pace e amore ma guadagnano sulla guerra e sugli affari mafiosi. Detto questo, forse non è poi tanto sorprendente che “glorifichino” criminali e lestofanti.

Attraverso la banda della Magliana, gli alti prelati si sarebbero occupati anche di prostitute d’alto bordo, le cosiddette “escort” da “offrire” ad amici altolocati in visita a Roma e d’intorni. Nel 1989, la magistratura fece mettere sotto controllo alcuni telefoni intestati a società i cui amministratori erano prestanome dei boss della Magliana. Dalle registrazioni emerse un’organizzazione che si occupava di fornire
prostitute slave e minorenni, le più richieste dagli “amici altolocati”. Del giro di prostitute si occupava anche l’allora amante di Renatino, Sabrina Minardi. Dalle intercettazioni emergeva un vasto giro di prostituzione con clientela di alto rango. Per gli inquirenti, la povera Emanuela fu vittima di un adescatore “professionista” che operava per questa rete. Che non si trattasse di un comune rapimento a scopo estorsivo gli inquirenti lo capirono da subito: non furono mai fornite prove dell’esistenza in vita
dell’ostaggio dai presunti “sequestratori”, e apparvero soltanto le fotocopie dei documenti che la ragazza aveva con sé al momento della sparizione.
Per gli inquirenti si trattò di un depistaggio, per impedire che le indagini arrivassero a scoprire gli “affari” criminali della banda.

La basilica dove si trova Renatino fa parte dello stesso edificio in cui si trovava la scuola di musica di Emanuela, proprio il luogo dove Renatino avrebbe prelevato Emanuela. La BMW che servì a trasportare Emanuela, dal racconto della Minardi, era stata di Flavio Carboni, imprenditore indagato e assolto nel processo sulla morte di Roberto Calvi, e in quel periodo era di proprietà di uno dei componenti della banda della Magliana. A collegare la scomparsa di Emanuela con i fatti relativi a Roberto Calvi fu anche il figlio del banchiere, che sostenne che vi fossero legami fra le vicende del Banco Ambrosiano e la scomparsa della giovane.

Per molti anni sono stati fatti diversi depistagli, come quello dei “lupi grigi”, e invece la verità sarebbe stata assai più semplice ma molto inquietante, scoprendo un giro di prostituzione di minorenni adescate da elementi criminali che avevano il sostegno di mafia e vaticano. Con Emanuela qualcosa andò storto, e la povera ragazza fu uccisa.
Dalla testimonianza della Mainardi, emerge che Emanuela sarebbe stata rapita per volere di Monsignor Marcinkus. La ragazza fu poi segregata e drogata, successivamente sarebbe “morta per errore” e il suo cadavere è stato dato a persone che sapevano come disfarsi di un cadavere rendendo impossibile il ritrovamento. C’è chi pensa che proprio per questo “merito” di rendere misterioso e impunibile questo orrendo crimine, sia stato premiato Renatino con la sepoltura nella basilica. Di certo le reticenze e i depistaggi sono stati molti. Lo stesso Vincenzo Parisi, all’epoca numero due del Sisde, in un rapporto sul caso di Emanuela parlava di ostilità manifestata dagli alti prelati. Raul Bonarelli, numero due della sicurezza vaticana, fu indagato per depistaggio. Chiamato a presentarsi in Procura, l’agente avrebbe avuto dalle autorità vaticane l’ordine di non rivelare nulla
di ciò che accadde in Vaticano dopo la scomparsa di Emanuela.

In un’intercettazione telefonica del 12 ottobre 1983, Bonarelli parla con un interlocutore che lui chiama «Capo». Capo: «Pronto!..». Bonarelli: «Dica…». Capo: «Che sai di Orlandi? Niente!…Noi non sappiamo niente!…Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!…Del fatto che è venuto fuori di competenza…dell’ordine italiano». Bonarelli: «Ah, cosa devo dire?». Capo: «Ebbè, eh… Che ne sappiamo noi? Se tu dici: ‘Io non ho mai indagato’…Non dirlo che è andato alla Segreteria di Stato». Bonarelli: «No, no… Noi io all’interno non devo dire niente. Niente». Capo: «All’esterno però… che è stata la magistratura vaticana…se ne interessa la magistratura vaticana…tra di loro questo qua…Niente dici, quello che sai te niente!». Bonarelli: «Cioè se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono…». Capo: «Eh, sapranno, perchè che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua». Bonarelli: «Eh va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?». Capo: «Poi vieni».

Evidentemente, sul caso di Emanuela, le autorità vaticane fecero fare un’inchiesta riservata, che è stata consegnata alla Segreteria di Stato, e la Vigilanza vaticana non era autorizzata a comunicare nulla agli investigatori italiani. Questa segretezza non può non insospettire.

Se davvero la soluzione a questo giallo sta nella tomba di Renatino non è dato saperlo per il momento, perché il Vaticano non ha autorizzato la riesumazione del cadavere del bandito.

Quello che è certo è che ad un feroce criminale è stato dato il privilegio di una sepoltura degna dei più grandi della storia. In fondo, non si può certo dire che anche altri personaggi considerati “grandi della Storia” non siano stati anch’essi soltanto sporchi criminali.

di Antonella Randazzo

07 ottobre 2010

In sedici anni ottantadue nuovi partiti

http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcS4pbCHE9T5kjsjWWVMJNv9YK1WfNmupPFExZZ7_TDBjwyyZC0&t=1&usg=__ujRGb8ks1E_Hf669D_Ldd2ussTo=
Il Movimento sociale italiano di Gianfranco Fini, insieme con pochi altri, riuscì a sporgersi dalla prima repubblica e a mettere il naso nella seconda. Nel Parlamento nato nel 1994, dopo il referendum di Mario Segni e l'avvento del bipolarismo, c'erano anche i rimasugli del Psi, la Rete di Leoluca Orlando, la lista Pannella, naturalmente la Lega Nord, i Verdi allora guidati da Carlo Ripa di Meana. Ma forse il Msi fu l'ultimo partito della prima repubblica e Futuro e libertà, sempre di Gianfranco Fini, è certamente l'ultimo della seconda. Ma quest'altro record è destinato a essere battuto presto: quando nascerà l'ottantatreesimo partito? Se si contano (con qualche difficoltà e qualche margine di errore) soltanto i partiti che dal 1994 a oggi hanno avuto rappresentanza alla Camera dei deputati o al Senato (per aver ottenuto seggi alle elezioni o per essersi costituiti in gruppo o in sigla nel corso della legislatura), Futuro e libertà è infatti la formazione numero ottantadue.
La prolificità della democrazia italiana non è una qualità delle ultime due legislature, rissose, di frequenti compravendite, di prezzi alle stelle. Già in quel 1994 c'erano movimenti semi-marginali, venuti fuori dallo sbriciolamento di Mani pulite, come i Cristiano sociali nei quali si faceva le ossa Dario Franceschini, come Alleanza democratica di Willer Bordon, come il Patto Segni del suddetto Mario. E c'erano partitozzi di solido reducismo come quello Popolare di Mino Martinazzoli, o come il Centro cristiano democratico di Pierferdinando Casini. Ma siccome un po' si giocava sporco, o di riflesso, le camere ebbero due ulteriori Leghe, quella d'Azione meridionale e quella Alpina lombarda. Nell'anno e mezzo di premierato di Lamberto Dini, dopo il ribaltone, si cominciò timidamente a rimettere le carte in tavolo, a ricostituire identità, recinti sicuri: spuntò il Cdu (di ispirazione tedesca, come si vede) di Rocco Buttiglione, la Lega italiana federalista di bossiani delusi, la Federazione laburisti di Vaido Spini, altro passo di disgregazione socialista. Nella breve e recente storia dell'associazionismo parlamentare, il fermento dei superstiti e dei discendenti del Psi potrebbe occupare libri interi, separazione fra socialisti di destra e di sinistra, fusioni fra i socialisti demichelisiani e socialisti bobocraxiani, tentativi di ricomposizione di Enrico Boselli.
È stata persino più complicata la diaspora democristiana, con Casini, Buttiglione e Martinazzoli di cui si è detto, con l'Udr di Francesco Cossiga fondata nel 1998 per favorire la salita a Palazzo Chigi del primo (e ultimo) ex comunista, Massimo D'Alema, e da cui derivò l'Udeur di Clemente Mastella. Ma qua e là, oggi dimenticati, sono saltati fuori i Comitati Prodi, la Democrazia europea di Sergio D'Antoni, l'Italia di mezzo di Marco Follini, la Rosa Bianca di Savino Pezzotta e Bruno Tabacci, la incommensurabile sequela di Dc, l'ultima delle quali residente nelle mani di Gianfranco Rotondi, e di certo la Margherita di Francesco Rutelli, che nel frattempo è già entrato e uscito dal Pd per battezzare l'Api.
Naturalmente il conteggio che conduce alla vetta di ottantadue contempla il caso dei radicali, che una volta si chiamano lista Pannella, poi lista Bonino-Pannella, poi Rosa nel Pugno, ma sempre loro sono. Contempla alcune evoluzioni naturali tipo Pds-Ds-Pd. O tipo Msi-An-PdlFli. O tipo la fusione Ccd-Cdu che ha portato all'Udc. Ma non dimentica la sorte dei partiti storici, quelli del Pentapartito, come il Pli e Pri, che sprofondano, riemergono, cambiano nome, si scindono in gruppuscoli che durano qualche mese. Chi andasse a vedere troverebbe i liberali accasarsi nei partiti più strambi, ovviamente in Forza Italia, ma pure con Ad di Bordon, con Rinnovamento italiano di Lamberto Dini successivamente evoluto, appunto, nei liberaldemocratici, e poi con Segni, con Casini, e infine di nuovo col proprio nome brandito da Paolo Guzzanti. I repubblicani possono essere regionalisti popolari, europei, democratici con Antonio Maccanico, lamalfiani o sbarbatiani. Qualcuno, di certo, si sarà dimenticato della lista Magris costituita nel 1994 da Claudio Magris, che conquistò un seggio, il suo.
Ma chi ricorda gli Ecologisti democratici? Chi ricorda l'Unione democratica per i consumatori? L'Alleanza autonomista e progressista? Il Cantiere (Libertà e giustizia per l'Ulivo)? Il Movimento territorio lombardo? I Socialisti per la costituente? Una frotta di rivendicazioni morali, ideologiche, territoriali, dalle più nobili alle più speciose. E guarda caso la massima natalità si ebbe al Senato nella scorsa legislatura, quando il povero Romano Prodi aveva da elemosinare il sostegno del Movimento politico dei cittadini o del Partito democratico meridionale. A proposito del Movimento politi co dei cittadini, questo Movimento prima si chiamava Officina comunista e ora Per il bene comune; vive da una scissione del Partito dei comunisti italiani che a sua volta vive da una scissione di Rifondazione comunista che a sua volta visse per scissione dal Pds quando il Pds visse per trasformazione del Pci. Si capirà che se ci si fosse applicati a tutto il fermento extraparlamentare, non se ne sarebbe usciti interi. Eppure, per restare in area ex Pci, c'è il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, i Comunisti-sinistra popolare di Marco Rizzo, naturalmente la Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola, e almeno un'altra dozzina, Comunisti marxisti-leninisti (due partiti identici), Comunisti per la questione morale, una tal Piattaforma comunista, in una proliferazione che è di destra, di sinistra e di centro, e quindi Io Sud, Noi Sud. Forza Roma. Forza Lazio...
di Mattia Feltri

Pearl Harbor e 11 settembre: due catastrofi provvidenziali


E’ notizia di questi giorni che il presidente iraniano Ahmadinejad, parlando alle Nazioni Unite, abbia, e non per la prima volta, accusato gli Stati Uniti di essersi “procurati da soli” il disastro dell’11 settembre. Immediata, sdegnata uscita dall’aula dei rappresentanti statunitensi ed europei.
Eppure... eppure non è certamente stato il presidente iraniano il primo ad insinuare tale grave, orribile dubbio: sull’argomento lo scrittore statunitense D. R. Griffin ha scritto un interessantissimo libro che evidenzia le numerose, inoppugnabili incongruenze della tragedia.
Vediamone alcune: innanzitutto la non intercettazione, da parte dell’aviazione militare americana, dei velivoli di linea dirottati: se un volo commerciale non rispetta il piano di volo, scatta immediato l’allarme, ma non basta: il personale di bordo dell’American Airlines 11 tramite radio di bordo era riuscito ad avvertire che era in atto un dirottamento così come erano riusciti a segnalarlo, tramite cellulare, alcuni passeggeri dell’United Airlines 93: come mai la migliore aviazione militare del mondo non è intervenuta?
Ma andiamo avanti: lo schianto degli aerei contro le torri non è simultaneo e, ancora, i tempi tecnici per l’intervento dell’aviazione militare c’erano: ormai lo sapevano anche le pietre che nei cieli americani erano in volo aerei dirottati.
Sul fatto che strutture come le torri gemelle non potessero venir giù come castelli di carte anche se colpite da aeromobili si è ampiamente dibattuto ma, attenzione: alle 10,05 crolla la torre sud e alle 10,28 la torre nord... e allora, come si spiega che alle 17, 20 crolla il World Trade Center 7, non colpito dagli aerei?
Si dice che un quarto aereo abbia colpito il Pentagono ma, a parte i danni veramente esigui e non certamente paragonabili al crollo delle torri, non è stato trovato alcun relitto d’aereo nei pressi dell’edificio, non soltanto ma il segretario alla Difesa Rumsfeld in un’intervista del 12 ottobre 2001 si lasciò sfuggire una frase riguardo al “missile usato dai terroristi per colpire il Pentagono”...
In realtà, le incongruenze, anzi le vere e proprie assurdità nell’intera vicenda sono moltissime e fanno il paio, si può dire, con la fola delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein, mai trovate. E’ un fatto, però, che le due cose, 11 settembre e armi di distruzione di massa in mano agli iracheni, costituirono il pretesto per l’invasione dell’Iraq.
A questo punto, viene in mente un altro pretesto... pardon, un altro episodio, assai più lontano nel tempo e nello spazio, verificatosi alle Hawaii nel dicembre 1941 e precisamente a Pearl Harbor.
All’epoca, l’America riforniva il Giappone di petrolio e minerale di ferro ma, dopo l’invasione da parte dell’Impero del Sol Levante di Manciuria e Indocina, gli Stati Uniti, affiancati naturalmente dall’Inghilterra, imposero ai nipponici uno strettissimo embargo (similmente a quanto avvenne in Europa con l’Italia, sempre per la questione coloniale); al riguardo, una semplice considerazione o domanda, che dir si voglia e non è una domanda retorica, vorremmo veramente che qualcuno ci desse chiarimenti in merito: come mai nessuno, né gli Usa né altre potenze all’epoca, alzò mai un dito né disse mai una parola contro la politica coloniale inglese, francese, olandese... una risposta, prego.
Il Giappone tentò in tutti i modi di evitare il confronto con l’America: nell’ottobre ‘41 il principe Konoye propose al presidente Roosvelt un incontro ad Honolulu, presenti anche i responsabili dell’esercito e della marina nipponici ma tale proposta venne rifiutata: è impensabile, a questo punto, che il governo americano potesse nutrire dubbi sull’inevitabilità o quanto meno la possibilità di un conflitto. Occorre inoltre aggiungere che l’attacco a Pearl Harbor non era affatto dato per scontato ma subordinato all’esito delle trattative nippo-americane; nonostante la consegna assoluta dell’ammiraglio Yamamoto al silenzio radio, tale consegna non fu rispettata appieno e messaggi radio nipponici furono captati dagli americani che avevano già decrittato da oltre un anno i cifrari giapponesi; nonostante la rotta più lunga adottata da Yamamoto per evitare di essere avvistati, segnali dell’avvicinamento della flotta giapponese furono captati dagli americani e inspiegabilmente ignorati, nonostante tutte le avvisaglie di possibili ostilità; è assolutamente inconcepibile, alla luce del semplice buonsenso, che una squadra navale come quella agli ordini dell’ammiraglio Yamamoto potesse avvicinarsi a una base come Pearl Harbor senza essere in qualche modo avvistata.
E dunque? Gli americani non avevano alcuna voglia di farsi trascinare nuovamente in una guerra in Europa, il ricordo del Primo Conflitto Mondiale con i suoi massacri era ancora troppo presente nella coscienza popolare e forse, in fin dei conti, Nazismo e Fascismo non costituivano una grande preoccupazione per gli statunitensi, anzi: il Duce non era affatto malvisto in America... ma il Giappone faceva parte del Tripartito e se avesse attaccato gli Stati Uniti, meglio ancora se proditoriamente, sarebbe stato giocoforza dichiarare guerra a Italia e Germania.
Non vogliamo andare oltre, abbiamo già dato sufficienti spunti di riflessione: Roosvelt voleva entrare in guerra, perchè temeva che una vittoria dell’Asse in Europa unita all’espansionismo nipponico avrebbero potuto pregiudicare più o meno gravemente gli interessi dell’America o addirittura una entrata in guerra successiva e magari in condizioni di inferiorità.
Pearl Harbor e 11 settembre: due “catastrofi” alla fine rivelatesi provvidenziali, per l’America, forse troppo, forse in modo sospetto e a chi obietta che tali accadimenti sono costati migliaia di vittime innocenti non possiamo che controbattere che il rischio di versare sangue innocente non ha mai fermato la belva umana, in nessuna epoca.
E’ notizia di questi giorni che il presidente iraniano Ahmadinejad, parlando alle Nazioni Unite, abbia, e non per la prima volta, accusato gli Stati Uniti di essersi “procurati da soli” il disastro dell’11 settembre. Immediata, sdegnata uscita dall’aula dei rappresentanti statunitensi ed europei.
Eppure... eppure non è certamente stato il presidente iraniano il primo ad insinuare tale grave, orribile dubbio: sull’argomento lo scrittore statunitense D. R. Griffin ha scritto un interessantissimo libro che evidenzia le numerose, inoppugnabili incongruenze della tragedia.
Vediamone alcune: innanzitutto la non intercettazione, da parte dell’aviazione militare americana, dei velivoli di linea dirottati: se un volo commerciale non rispetta il piano di volo, scatta immediato l’allarme, ma non basta: il personale di bordo dell’American Airlines 11 tramite radio di bordo era riuscito ad avvertire che era in atto un dirottamento così come erano riusciti a segnalarlo, tramite cellulare, alcuni passeggeri dell’United Airlines 93: come mai la migliore aviazione militare del mondo non è intervenuta?
Ma andiamo avanti: lo schianto degli aerei contro le torri non è simultaneo e, ancora, i tempi tecnici per l’intervento dell’aviazione militare c’erano: ormai lo sapevano anche le pietre che nei cieli americani erano in volo aerei dirottati.
Sul fatto che strutture come le torri gemelle non potessero venir giù come castelli di carte anche se colpite da aeromobili si è ampiamente dibattuto ma, attenzione: alle 10,05 crolla la torre sud e alle 10,28 la torre nord... e allora, come si spiega che alle 17, 20 crolla il World Trade Center 7, non colpito dagli aerei?
Si dice che un quarto aereo abbia colpito il Pentagono ma, a parte i danni veramente esigui e non certamente paragonabili al crollo delle torri, non è stato trovato alcun relitto d’aereo nei pressi dell’edificio, non soltanto ma il segretario alla Difesa Rumsfeld in un’intervista del 12 ottobre 2001 si lasciò sfuggire una frase riguardo al “missile usato dai terroristi per colpire il Pentagono”...
In realtà, le incongruenze, anzi le vere e proprie assurdità nell’intera vicenda sono moltissime e fanno il paio, si può dire, con la fola delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein, mai trovate. E’ un fatto, però, che le due cose, 11 settembre e armi di distruzione di massa in mano agli iracheni, costituirono il pretesto per l’invasione dell’Iraq.
A questo punto, viene in mente un altro pretesto... pardon, un altro episodio, assai più lontano nel tempo e nello spazio, verificatosi alle Hawaii nel dicembre 1941 e precisamente a Pearl Harbor.
All’epoca, l’America riforniva il Giappone di petrolio e minerale di ferro ma, dopo l’invasione da parte dell’Impero del Sol Levante di Manciuria e Indocina, gli Stati Uniti, affiancati naturalmente dall’Inghilterra, imposero ai nipponici uno strettissimo embargo (similmente a quanto avvenne in Europa con l’Italia, sempre per la questione coloniale); al riguardo, una semplice considerazione o domanda, che dir si voglia e non è una domanda retorica, vorremmo veramente che qualcuno ci desse chiarimenti in merito: come mai nessuno, né gli Usa né altre potenze all’epoca, alzò mai un dito né disse mai una parola contro la politica coloniale inglese, francese, olandese... una risposta, prego.
Il Giappone tentò in tutti i modi di evitare il confronto con l’America: nell’ottobre ‘41 il principe Konoye propose al presidente Roosvelt un incontro ad Honolulu, presenti anche i responsabili dell’esercito e della marina nipponici ma tale proposta venne rifiutata: è impensabile, a questo punto, che il governo americano potesse nutrire dubbi sull’inevitabilità o quanto meno la possibilità di un conflitto. Occorre inoltre aggiungere che l’attacco a Pearl Harbor non era affatto dato per scontato ma subordinato all’esito delle trattative nippo-americane; nonostante la consegna assoluta dell’ammiraglio Yamamoto al silenzio radio, tale consegna non fu rispettata appieno e messaggi radio nipponici furono captati dagli americani che avevano già decrittato da oltre un anno i cifrari giapponesi; nonostante la rotta più lunga adottata da Yamamoto per evitare di essere avvistati, segnali dell’avvicinamento della flotta giapponese furono captati dagli americani e inspiegabilmente ignorati, nonostante tutte le avvisaglie di possibili ostilità; è assolutamente inconcepibile, alla luce del semplice buonsenso, che una squadra navale come quella agli ordini dell’ammiraglio Yamamoto potesse avvicinarsi a una base come Pearl Harbor senza essere in qualche modo avvistata.
E dunque? Gli americani non avevano alcuna voglia di farsi trascinare nuovamente in una guerra in Europa, il ricordo del Primo Conflitto Mondiale con i suoi massacri era ancora troppo presente nella coscienza popolare e forse, in fin dei conti, Nazismo e Fascismo non costituivano una grande preoccupazione per gli statunitensi, anzi: il Duce non era affatto malvisto in America... ma il Giappone faceva parte del Tripartito e se avesse attaccato gli Stati Uniti, meglio ancora se proditoriamente, sarebbe stato giocoforza dichiarare guerra a Italia e Germania.
Non vogliamo andare oltre, abbiamo già dato sufficienti spunti di riflessione: Roosvelt voleva entrare in guerra, perchè temeva che una vittoria dell’Asse in Europa unita all’espansionismo nipponico avrebbero potuto pregiudicare più o meno gravemente gli interessi dell’America o addirittura una entrata in guerra successiva e magari in condizioni di inferiorità.
Pearl Harbor e 11 settembre: due “catastrofi” alla fine rivelatesi provvidenziali, per l’America, forse troppo, forse in modo sospetto e a chi obietta che tali accadimenti sono costati migliaia di vittime innocenti non possiamo che controbattere che il rischio di versare sangue innocente non ha mai fermato la belva umana, in nessuna epoca.

di Leonardo Incorvai

06 ottobre 2010

E un pirata inventò il capitalismo


http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ1P6L_8Uq4NKQPVnyPT_N-3cbwUZ-qawAdFzTZm5rnfelu2qM&t=1&usg=__CQ4HwjWMs4nhvQyk3xH-uZdznB8=


Il comportamento razionale dei filibustieri prefigura quello delle imprese


I marinai di un mercantile viaggiano tranquilli sulle onde. Una nave da duecento tonnellate appare all’orizzonte. Vista a distanza sembra inoffensiva. Batte bandiera inglese. Quando si fa più vicino, il naviglio rivela, però, tratti sinistri: è anch’esso un mercantile, ma alquanto modificato. Invece dei soliti sei cannoni, ne ha più di venti... La scena che Peter Leeson ci invita a contemplare in questo suo The Invisible Hook, ovvero alla lettera «l’uncino invisibile», che tratta dell’Economia secondo i pirati, è la minaccia di un arrembaggio: la nave misteriosa trasporta una ciurma di canaglie, comandate da un qualche Capitan Uncino. Gli ultimi dubbi verranno presto dissolti, perché i capi pirata amano personalizzare le loro insegne, variando lo schema di quella che è nota come la Bandiera della Morte, ovvero la Jolie Rouge (in seguito Jolly Roger), il drappo rosso — e poi nero — che reca teschio e ossa. Che cosa farà il comandante del mercantile alla vista di quello spauracchio dei mari? Magari si limiterà a seguire l’esortazione del Capitan Uncino della versione musicale di Edoardo Bennato: «Meglio che questa volta si arrenda». Ma cosa lo ha indotto a desistere da qualsiasi autodifesa?

Il fatto è che — almeno nella stragrande maggioranza — quei predoni del mare godevano fama non solo di essere spietati con chi non cedeva subito le armi, ma anche di essere fedeli alla parola data: chi si arrende avrà salva la vita, anche se perderà la roba. Uno scambio abbastanza equo per tutti coloro che si trovavano sospesi «tra il Diavolo e il profondo mare azzurro»: da una parte quelli che avevano tentato la sorte sulle onde; dall’altra i pirati stessi, che sfidavano la morte affrontando tempeste, abbordaggi, o magari l’implacabile «giustizia» di chi viveva sotto la legge.
Questo il paradosso dei pirati pacifisti. Come scrive Leeson: «La Jolly Roger finiva per salvare la vita ai marinai delle navi da carico. Segnalando l’identità dei pirati e i potenziali obiettivi preveniva una battaglia sanguinosa che avrebbe inutilmente ferito o ucciso non solo dei pirati ma anche degli innocenti marinai. Paradossalmente, dunque, l’effetto del lugubre simbolismo del teschio era simile a quello di una colomba che tiene nel becco un ramoscello d’ulivo!». I pirati erano capaci di beffarsi delle potenze del mondo intero e di elaborare insieme strumenti semiotici di mediazione piuttosto sofisticati — e tutto allo scopo di minimizzare i costi e massimizzare i profitti delle loro... imprese. Qui valeva la legge dell’Uncino Invisibile, degno correlato piratesco della Mano Invisibile di Adam Smith. La ricerca dell’utile personale di ciascun cittadino finiva per produrre la ricchezza della nazione; allo stesso modo, l’egoismo di ciascun pirata era funzionale all’economia di quello «Stato in miniatura» rappresentato dalla nave di questi predatori del mare.
Come scrive Leeson, i pirati erano sì dei «fuorilegge assoluti», ma non per questo erano incapaci di forme articolate di autogoverno. La loro massimizzazione del «piacere» richiedeva appunto «potere e libertà», e tutto questo era garantito da una «democrazia anarchica» che permetteva di affrontare con successo la grande questione che sottende l’origine dello Stato moderno. Per dirla con Baruch Spinoza: com’è possibile che ogni individuo ceda alla struttura pubblica una porzione della propria libertà e nello stesso tempo eviti «che la sua coscienza soggiaccia assolutamente all’altrui diritto»? La risposta è: definendo un sistema di controlli e contrappesi che garantisca che qualsiasi struttura statuale, «lungi dal convertire in bestie gli uomini dotati di ragione o farne degli automi», consenta invece «che la loro mente e il loro corpo possano con sicurezza esercitare le loro funzioni. Il vero fine dello Stato è la libertà».
È singolare, nota Leeson, che tutto ciò venisse realizzato con più di un secolo di anticipo rispetto al sistema di checks and balances escogitato dai padri fondatori di quell’«esperimento democratico» grazie a cui tredici colonie del Nordamerica divennero il nucleo degli Stati Uniti. Prima che contro la Corona e il Parlamento d’Inghilterra insorgessero i «risoluti ribelli», già si erano ammutinati non pochi marinai delle navi di sua maestà, per non dire delle piratesche «canaglie di tutto il mondo» che rifiutavano di chinare il capo di fronte a qualsiasi autorità. Il vero esperimento democratico è stato il loro — e le società aperte di cui oggi l’Occidente va tanto orgoglioso non hanno fatto che imparare da quei «mostri».
Non è perché fossero istintivamente miti o portati alla democrazia che i pirati finirono con lo scegliere la politica dell’intimidazione nei confronti del nemico esterno e quella del buon governo al proprio interno. Credo che ci possa aiutare a mettere in luce i tratti più salienti dell’Uncino Invisibile un modello elaborato da Elliot Sober in un contesto diverso (il dibattito sulla selezione darwiniana): in breve, biglie di diverso colore vengono filtrate da un crivello, i cui fori — che immaginiamo tutti uguali — bloccano quelle di dimensione superiore al diametro dell’apertura. Supponiamo inoltre che le biglie così piccole da non essere fermate dai buchi siano tutte colorate di rosso; possiamo concludere che il crivello seleziona solo biglie di quel colore. Ma quel tratto è tipicamente contingente: che il rosso si stabilizzi come carattere distintivo delle biglie «sopravvissute» è una mera conseguenza del meccanismo sottostante che discrimina le biglie per dimensione e del fatto «accidentale» che tutte le biglie abbastanza piccole sono di quel colore. Dunque, non è perché sono rosse che le biglie passano attraverso quel crivello; piuttosto, il fatto che sono rosse è un segno che esse erano adatte a superare l’ostacolo. Analogamente, possiamo dire che i nostri pirati erano «buoni» solo perché la loro bontà è stata selezionata come «tratto contingente» dalla logica economica che coordinava le loro pratiche.
Nel caso del crivello di Sober è facile individuare il meccanismo sottostante (se il diametro della biglia è maggiore di quello del foro, questa non passa). Nel caso dei pirati la ragione nascosta di tutto il processo è appunto l’Uncino Invisibile: la pirateria tra Seicento e Settecento aveva favorito l’evoluzione di quei tratti «buoni» perché questi erano i caratteri più vantaggiosi. Dunque, non solo l’analogia bensì anche la differenza con il crivello di Sober è istruttiva: le biglie ben poco fanno per modificare il crivello; le scelte dei pirati, invece, riescono a rimodellare il sistema di contromisure adottate dalle marine delle varie nazioni, nominalmente o realmente in guerra contro di loro. È un po’ come se il tingere di rosso alcune biglie ne riducesse la dimensione rendendole più «agili e snelle», in modo da eludere le maglie del crivello! I pirati sanno scegliere i colori, ed è grazie al rosso o al nero della Jolly Roger che riescono a piegare ai loro scopi le maglie di qualsiasi crivello venga loro opposto dal commercio «legale». Ma sanno anche che la mossa è rischiosa, perché li segnala come fuorilegge. Non diversamente, è rischioso per i pavoni possedere code sgargianti o per gli alci avere grandi palchi di corna per sedurre le femmine. Nello spirito darwiniano ciò funziona, anche se quegli animali rischiano maggiormente di apparire come possibili vittime dei predatori; quando riescono nei loro intenti, però, sono loro i «predatori» nella gara degli amori. E così sono i pirati, che il loro vessillo segnala inequivocabilmente come nemici di tutte le bandiere, ma che — quando il colpo va a segno — consente loro di ottenere quella «felicità» di cui vanno in cerca, e magari senza troppo spargimento di sangue.

di Giulio Giorello

05 ottobre 2010

La truffa in atto: quantitative easing

Le Banche sono insolventi. Fed (e BCE) giocano a "tre carte". E la illusione regge. Per ora.

Niente paura. Questi termini in lingua inglese - forse è meglio dire lingua economica - indicano un processo messo in atto dalla Fed (e dalla Bce) che non è complesso da capire. Come spesso accade, si tratta di terminologia in grado di suscitare appeal e suggerire meccanismi complessi (in modo da tenere distanti, e apposta, i non addetti ai lavori) ma si tratta in realtà di una cosa banalissima. E, dal nostro punto di vista, non solo in grado di far capire la situazione disastrosa dell'economia nel suo complesso, ma di anche di far comprendere a dovere la natura intrinsecamente fraudolenta delle due istituzioni che applicano tale processo.

Perché ne parliamo? Perché è argomento fondamentale da conoscere, per capire realmente cosa sta accadendo e di conseguenza potersi fare una opinione sulla natura della crisi in corso. E sul futuro.

Insomma la funzione che dovrebbe svolgere qualsiasi attore dell'informazione. Se non ne avete sentito parlare sino a ora, se nessuno ve lo ha spiegato, oppure se qualcuno ne ha fatto cenno senza spiegarne il significato, le cose sono due: o non siete attenti a ciò che accade (poco probabile, visto che siete lettori di questo giornale) oppure i media non hanno svolto il proprio compito (volutamente o meno... scegliete voi).

Il concetto si chiarisce davvero in poche righe: con i termini Quantitative Easing (letteralmente: alleggerimento quantitativo) si intende l'acquisto, da parte della Fed, di una parte ingente dei titoli tossici presenti nelle Banche statunitensi (fenomeno presente anche in Europa da parte della BCE). È fondamentale capire come avviene il meccanismo, perché avviene, a quali risultati ha portato fino a ora e - ecco il punto - a quali porterà la prossima volta che verrà applicata (perché ve ne è uno strenuo bisogno). Per il sistema intero e per ogni singolo cittadino.

Il meccanismo avviene in questi termini: la Fed crea denaro e lo dà alle Banche comperando asset tossici al valore nominale o contabile - e non reale: visto che è spazzatura - in modo che queste possano scaricare, in modo sistematico, le perdite, e possano rientrare nei requisiti di riserva (deposito di riserva frazionaria).

Questa soluzione (soluzione si fa per dire...) è avvenuta 18 mesi addietro, quando la caduta di Lehman Brothers e AIG ha aperto il tappo sulla reale situazione: le Banche - praticamente tutte e in tutto il mondo - erano talmente cariche di titoli tossici, ovvero spazzatura, da essere insolventi. Fallite. Impossibilitate a ripagare i propri debiti.

Fu l'oggetto della riunione storica in cui la Fed decise di creare 1000 miliardi di Dollari e di darli alle Banche, perché troppo grandi per farle fallire.

I risultati ai quali si è giunti attraverso il Quantitative Easing sono di due tipi, e hanno una terza conseguenza.

Il primo risultato è quasi nullo: le Banche - e il mondo intero - sono ancora piene di titoli tossici, negli Stati Uniti chiudono al ritmo di diverse al giorno (già centinaia, al momento) non sono riuscite a capitalizzare e per quanto attiene al secondo risultato c'è il fatto che la Fed, per fare l'operazione, ha creato dal nulla - letteralmente: creato dal nulla, con sistemi elettronici o altri mezzi - una quantità abnorme di denaro: ciò comporta la perdita di credibilità del Dollaro (se viene creato dal nulla varrà nulla, no?) dei titoli di stato statunitensi (oltre alla creazione dei debiti di ogni singolo cittadino Usa) e della stabilità economica del mondo (che ci coinvolge tutti). Sintesi: un disastro. Un vero e proprio crimine contro l'umanità. Perpetrato per "non far fallire le Banche", che invece proprio il fallimento avrebbero meritato.

A conferma di ciò, ecco la terza conseguenza, non si è verificato quello che la Fed sperava, ovvero che le Banche iniziassero e fare le Banche e offrissero credito a chi ne aveva bisogno (per far ripartire investimenti ed economia). Ciò non è avvenuto (e infatti non c'è stata iperinflazione perché, letteralmente, non c'è denaro in giro): le Banche sono talmente in deficit, hanno talmente poca liquidità (sono di fatto insolventi) hanno ancora una quantità così abnorme di asset tossici in cassa, tanto che non possono prestare denaro ad alcuno. In altre parole: hanno drenato ciò che la Fed e i cittadini americani gli hanno dato, e in cambio non hanno fatto nulla, se non - e il che è peggio - continuare a fare né più né meno ciò che hanno sempre fatto e che ha portato alla crisi. Ovvero usura, e affari e speculazioni sulla pelle dei cittadini. Tra le altre cose, e il cerchio si chiude, parte della liquidità offerta dalla Fed alle Banche, è stata utilizzata dalle stesse per acquistare dei Buoni del Tesoro Usa (obbligate a farlo?). Il circolo, come si capisce, è vizioso, oltre che capzioso: la Fed stampa denaro dal nulla e lo dà alle Banche per non farle fallire, e queste lo danno allo Stato (comprando i Buoni) per non farlo fallire. Il classico gioco delle tre carte.

Il denaro (si fa per dire) è ritornato alla Fed sotto forma di riserva: i titoli tossici delle Banche sono state considerate dalla Fed come "riserve in eccesso" (figuriamoci!) e l'illusione è sembrata reale.

La cosa è di stretta attualità perché la Fed, a brevissimo (novembre) dovrà scegliere se fare o meno (lo farà, of course) una operazione del genere bis. Un Quantitative Easing 2. Questa volta, per giunta, in modo molto più massiccio rispetto alla prima volta. Si parla, per l'esattezza, di un cifra attorno al trilione di dollari. Qualcosa di molto vicino al fantastiliardo di dollari che leggevamo sui fumetti di Paperon dei Paperoni. Fumetti, appunto.

Naturale, visto che la prima mossa era sbagliata in partenza e non ha, ovviamente, portato ad alcun risultato concreto (se non evitare il panico e salvare alcune Banche).

Ma il punto è: evitare il panico, cioè evitare che i correntisti si precipitassero agli sportelli per prelevare quanto è loro e dunque mandare in insolvenza immediata le Banche, è stata davvero la mossa migliore? Soprattutto considerando i danni immediati e soprattutto prossimi che l'operazione comporterà?

Che credibilità potrà avere, dalle nostre parti, una operazione analoga della BCE? Chi pagherà, direttamente, per questa mole di denaro creata dal nulla per salvare le Banche?

Naturalmente né la Fed (che si appresta a fare il Quantitative Easing 2) né le Banche possono dichiarare la cosa per la quale è - ovvero che la prima è piena di titoli che non valgono nulla e che le seconde sono insolventi - altrimenti scoppierebbe il caos agli sportelli bancari.

Cosa che avverrà, o prima, o poi, naturalmente: il gioco di prestigio, l'illusione, quanto potrà durare?

Valerio Lo Monaco



03 ottobre 2010

L'illusionismo politico e il collasso morale della Nazione


http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSZ1cBnyU-lP9ylErArOeqJMJG_SfNAsm60cnV59IUmZS03Us4&t=1&usg=__CEtc2DaoFZHgLnc-ZqngcNqZI2c=

C'è qualcosa di patologico nell'attenzione con cui da oltre due mesi si sta seguendo l'affaire monegasco: vera o falsa che sia, la vicenda è drammaticamente irrilevante rispetto allo stato di salute della Nazione.

Il triste spettacolo di questo scontro tra bande, scontro alimentato costantemente da scoop, smentite e contro-smentite, altro non è che un diversivo con cui si distrae l'attenzione dell'opinione pubblica (o di quel che ne rimane) dai problemi, ormai quasi irrisolvibili, che strangolano la società italiana, un abile esercizio di illusionismo politico con cui si cerca di accreditare la falsa idea che uno dei contendenti sia meglio (o meno peggio) dell'altro.

Con stimoli artificiali (ultimo quello della battuta di Bossi sul significato di S.P.Q.R.) si creano falsi impulsi di reazione sociale distogliendo l'attenzione dalle autentiche vergogne nazionali.

Che la vendita dell'appartamento di Montecarlo sia stato un affare per il venditore o configuri una regalia all'acquirente è questione di ben poco spessore di fronte alla condotta di una classe politica che tratta la cosa pubblica come un bene di sua esclusiva pertinenza e che cerca di consolidare le sue posizioni con una gestione clientelare del potere, anziché perseguire gli interessi della nazione.

Quello che dovrebbe indignare è il fatto che in Italia alligna e regna una classe politica (di destra, centrodestra, centro, centrosinistra e sinistra) che ha portato al collasso morale la società; alligna e regna un ceto politico che premia accoliti e famigli con consulenze e/o con stipendi di centinaia di migliaia di euro all'anno o con impieghi in società a partecipazione pubblica, mentre una generazione di precari non riesce a sbarcare il lunario e si vede preclusa la possibilità di una vita dignitosa.

Dovrebbe indignare il fatto che gli apparati di partito collochino i propri uomini di fiducia, spesso con doppi o tripli incarichi, in ruoli dirigenziali presso aziende, dipartimenti, società a partecipazione pubblica, mentre una moltitudine di giovani altamente qualificati è costretta ad emigrare oltreoceano per trovare un impiego che le è precluso dal sua non essere engagè.

Dovrebbe indignare, in alcuni casi, la vendita di case a prezzo agevolato (di proprietà di enti), acquistate da amici e conoscenti di politici, che, avvertiti per tempo, hanno potuto acquistarle “improvvisandosi inquilini” solo qualche mese prima della vendita, mentre giovani coppie senza santi in paradiso devono incatenarsi ad un mutuo trentennale per comprare una casa con vista tangenziale.

Dovrebbero indignare gli appalti frazionati in lotti di importo sotto soglia (cioè frazionati in modo da evitare il ricorso a gare di evidenza pubblica) per poter assegnare lavori e servizi ad imprese amiche.

Dovrebbe indignarci il fatto che questa classe politica ci sta togliendo la possibilità di pensare positivamente il futuro.

Insomma: dovremmo indignarci per quello che la classe politica fa quotidianamente e dovremmo agire di conseguenza, mandandoli tutti a lavorare -ma da precari- prima che sia troppo tardi.

Altro che Montecarlo.

Lorenzo Borrè