09 marzo 2011

Papi-girl? Ci vorrebbero madri vere


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Aveva ragione Francesco Borgonovo quando, qualche settimana fa in un suo articolo su Libero, da noi ripreso e commentato QUI, affermava con inveterata e fervida fede, che la rivoluzione berlusconiana aveva prodotto l’uomo nuovo: quello che pretende di arricchirsi e di giudicare con scrupoloso soggettivismo quali tasse sono giuste da pagare e quali, invece, no. Ma, pur avendo la ragione che gli dà la cronaca, era in difetto di riferimenti. Perché limitarsi all’uomo? Anche la donna berlusconiana brilla di quel radioso avvenire che irraggia all’Olgettina le papi-girls in attesa trepida della chiamata alle armi di Arcore, Palazzo Grazioli, Villa Certosa, Castel di Tor Crescenzo ed eventuali e varie altre zone limitrofe e collegate. E che dire della famiglia? Oh! quel sacro vincolo cementato un tempo dal sangue e dagli affetti, non ha subito forse una radicale trasformazione? La mamma che alla figlia prostrata per una sei giorni festosa con il Priapo di Brianza («non ti puoi immaginare in che condizioni sono guarda (…) sono in condizioni pietose, pietose proprio») chiede, ancor prima di consigliarle di «riposare», quant’è stato il corrispettivo ricevuto per i sudati allori, tirando alla risposta («seimila euro») un sospiro di soddisfazione, non è forse l’indice di una trasmutazione antropologica avvenuta anche nel nido familiare? E il fidanzato di un’altra descamisada (no, dico, il fidanzato: uno che un tempo se solo ti cadevano gli occhi sulla sua donna te li cavava, gli occhi, e te li metteva pure in mano in segno di elemosina), che rimprovera la fidanzata per non essersi fatta dare «i vestiti» (i vestiti?) perché, si giustificava la meschina: «comunque…non faccio niente con lui» subendo il rimbrotto dell’amato: «Eh, ma sei scema? Ma anche se fai o non fai, fatti dare!»; un fidanzato del genere – dicevo – non è forse un’altra spia lampante della rivoluzione compiuta nel diciassettennio (portasse sfiga?) berlusconiano?

Il problema vero è sempre lo stesso: questa epocale corruzione dell’anima di persone e istituzioni (familiari e no) a cui quotidianamente assistiamo nella politica, nella società, nel costume di questo disgraziato Paese, non è affatto una rivoluzione, una liberazione dei costumi, come pretendono i suoi esegeti, ma un degenerativo recupero di modelli che si volevano superati. E’ il ciclico riproporsi di restaurazioni reazionarie alle spinte prodotte da movimenti autenticamente libertari, come quello femminista per esempio. Una patacca, insomma. Né più né meno delle altre fulgenti innovazioni prodotte dal genio di Arcore.

Per questo, pur apprezzando l’articolo di Francesco Merlo apparso ieri suRepubblica, e che denuncia il malaffare in corso d’opera con un articolo chiaro fin dal titolo: “L’avvento delle mamme-maitresse. Così finisce la sacra famiglia italiana”, ne contestiamo la premessa: «Novità storica sono le mamme istigatrici e complici. Non le lupe di Arcore, ma queste mamme-maitresse che investono e lucrano sul sesso delle figlie, mamme che rompono la gabbia, all’apparenza inespugnabile, dell’identità italiana, della mamma chioccia, del “son tutte belle le mamme del mondo”, della sacra famiglia, vetrina dei valori della tradizione: il matrimonio possibilmente d’amore, la maternità, la dignità. Mi faceva sorridere mia madre quando a mia sorella che si truccava gli occhi diceva: “Che cosa sono tutti questi buttanesimi”?». Infatti, nemmeno un tale malaffare è una “novità storica”, tanto meno una “liberazione dei costumi” come pretenderebbero i rivoluzionari (?) del “meno-male-che-silvio-c’è”. E’, invece, una gravissima ricaduta nel basso impero.

Le mamme-maitresse (ma anche i padri-maitresse) sono sempre esistite. La cessione della figlia al potente di turno per ottenere vantaggi economici e/o politici è fatto che data dalla notte dei tempi. Ma senza spingerci troppo indietro, basta restare a due racconti del Novecento molto realisti.

Il primo ci viene da La pelle di Curzio Malaparte. Il romanzo, come noto, narra le vicende del protagonista che accompagna le truppe alleate nella guerra di “liberazione” (?) dell’Italia nell’epilogo della Seconda guerra mondiale dove, una Napoli sopravvissuta alla «guerra per non morire», degenera nella misera della lotta per sopravvivere. In una Forcella apocalittica: «Donne livide, sfatte, dalle labbra dipinte, dalle smunte gote incrostate di belletto, orribili e pietose, sostavano all’angolo dei vicoli offrendo ai passanti la loro miserabile mercanzia: ragazzi e bambine di otto, di dieci anni, che i soldati marocchini, indiani, algerini, malgasci, palpavano sollevando loro la veste o infilando la mano fra bottoni e calzoncini. Le donne gridavano: “Two dollars the boys, three dollars the girls!».

Era un popolo di vinti, quello, che cercava di sopravvivere prostituendo i suoi figli. Un popolo di vinti cade sempre, in un modo o nell’altro, nella prostituzione. Non va assolto per questo: non va giustificato. Non lo fa Curzio Malaparte nel girone infernale che narra nel romanzo. Semmai ne ha compassione, ma è un’altra cosa. Non lo faremo nemmeno noi. Potremmo semmai disquisire sul grado di miseria diverso fra le due realtà narrate: quella dell’Italia vinta oggi e quella di allora. Ma la sottolineatura forte va messa sotto al fatto che a prostituirsi sono sempre gli sconfitti, ieri come oggi.

Niente di nuovo sotto il sole, quindi? Sembra di no, nemmeno a dar retta alla vulgata che sia il potere mediatico a indurre modelli comportamentali come quelli che stiamo osservando. Nel 1951, con il film Bellissima, Luchino Visconti racconta qualcosa di analogo all’odierno squittire di aspiranti veline. La protagonista, Maddalena Cecconi (Anna Magnani), viene attratta dalle luci della ribalta. Ma non per sé, per la figlia Maria (Tina Apicella) una bambina di otto anni. E’ disposta a tutto. Persino a concedere le sue grazie pur di garantire alla piccola il successo. Lo farà, infatti, immolandosi sessualmente alla causa sotto ricatto del perfido traffichino di illusioni Alberto Annovazzi (Walter Chiari). Ma almeno lei, la mamma, avrà un sussulto di orgoglio quando si renderà conto che la bambina è alla mercé di distruttori di anime. Ci sarebbe piaciuto leggere, fra le tante intercettazioni che inondano le pagine dei giornali di queste nostre cronache odierne, di una Maddalena Cecconi accorsa a riprendersi la figlia. Purtroppo, di una tale impresa contro la morsa pestifera non si rinviene traccia.

La peste è, appunto, la metafora che Curzio Malaparte usa per descrivere l’elemento corruttore delle anime degli sconfitti: «Ed ecco che, per effetto di quella schifosa peste, che per prima cosa corrompeva il senso dell’onore e della dignità femminile, la più spaventosa prostituzione aveva portato la vergogna in ogni tugurio e in ogni palazzo. Ma perché dire vergogna? Tanta era l’iniqua forza del contagio, che prostituirsi era divenuto un atto degno di lode, quasi una prova di amor di patria, e tutti, uomini e donne, lungi dall’arrossirne, parevano gloriarsi della propria e della universale abiezione». La metafora resta valida.

di Miro Renzaglia

08 marzo 2011

Forze speciali statunitensi sbarcano in Libia, dove addestrano i ribelli anti-Gheddafi




Navi da guerra USA sono entrate nel Mar Mediterraneo. Gheddafi: migliaia Libici di moriranno se gli Stati Uniti o la NATO invaderanno la Libia
Adrian Novac HotNews.ro 2 Marzo 2011


Commandos inglesi a Bengasi – Agerpres

Forze Speciali dell’Esercito USA sono sbarcati in Libia, per addestrare i ribelli che combattono contro il regime di Muammar Gheddafi, afferma il Pakistan Observer. Secondo i rapporti, sul posto si trovano anche “consiglieri militari” inglesi e francesi, che hanno il compito di stabilire le basi di addestramento nelle regioni orientali del paese, controllato dai sostenitori dell’opposizione. Le due navi d’assalto statunitensi, USS Ponce e USS Kearsarge sono arrivate nel Mediterraneo, secondo una dichiarazione resa da un ufficiale statunitense in condizione di anonimato. Gli Stati Uniti non hanno specificato se la portaerei USS Enterprise, che si trova nel Mar Rosso, sarà inviata anch’essa nel Mediterraneo, ha detto Reuters Mercoledì. Un’altra nave da guerra statunitense, il cacciatorpediniere USS Barry, ha già attraversato il Canale di Suez Lunedi, e sarà nel sud-ovest del Mediterraneo.
L’amministrazione Obama ha detto che sta valutando tutte le opzioni per affrontare la crisi in Libia, anche se il Pentagono è alle prese con gli attuali costi delle guerre in Afghanistan e in Iraq.
Secondo le informazioni fornite da un diplomatico libico che si trovava in zona, le forze speciali delle tre potenze occidentali sono sbarcati in Cirenaica, e oggi hanno stabilito basi e centri di addestramento “per rafforzare le truppe ribelli che in diverse regioni si oppongono ai soldati di Gheddafi“. Un funzionario libico, che non ha voluto essere identificato, ha detto che i soldati statunitensi e britannici arrivarono nell’area il 23 e 24 febbraio, trasportati da navi da guerra e da piccole imbarcazioni appartenenti alla Marina USA e francese, presso Bengasi e Tobruk. Diverse informazioni indicano che le forze speciali occidentali avviano attualmente gli sforzi per “neutralizzare” l’aviazione libica, al fine di limitare il potere del regime di Gheddafi.
Nel frattempo, i leader militari statunitensi preparano una lista di opzioni da proporre al presidente Barack Obama, e svolgono anche le discussioni con i loro omologhi europei, ma la probabilità di un intervento militare rimane incerta. “Credo che le opzioni vanno da una dimostrazione di forza al coinvolgimento in qualcosa di più grande,” ha detto un funzionario Usa, aggiungendo che “il presidente Obama non ha adottato alcuna decisione sull’uso dei militari“. In seguito, la Casa Bianca ha inviato i vascelli trasferiti al fine di sostenere un eventuale aiuto umanitario, ma ha sottolineato che “non esclude una qualsiasi altra opzione“, un linguaggio diplomatico che segnala che l’azione militare è una possibilità.
Venerdì scorso, 40 influenti personalità neo-conservatrici USA hanno inviato una lettera a Obama, chiedendogli di preparare un “decreto” per una operazione militare per la rimozione di Gheddafi. Inoltre, tre navi da guerra indiane, tra cui la nave d’assalto INS Jalashwa, si sta dirigendo verso le acque vicino la Libia.

Truppe fedeli a Gheddafi hanno attaccato due città nelle mani dei ribelli, riuscendo a prenderne il controllo
I ribelli libici ha assunto di nuovo, incredibilmente, il controllo della città orientale di Marsa Brega (dove c’è un importante terminale petrolifero), dopo che le forze fedeli al colonnello Muammar Gheddafi hanno annunciato di aver bombardato la città e preso il controllo dalle mani degli insorti, la mattina, secondo Reuters. “Molto probabilmente chiederemo aiuti provenienti dall’estero, abbiamo bisogno di attacchi aerei in punti strategici, per rimuovere Muammar Gheddafi dal potere“, ha detto alla Reuters Gheriani Mustafa, un portavoce per i gruppi di insorti. “Hanno cercato di riprendersi Brega questa mattina, ma non ci sono riusciti. La città è tornata nelle mani dei rivoluzionari“, ha aggiunto.
Le truppe fedeli a Gheddafi hanno lanciato un attacco alla città di Ajdabiyah (che si trova nell’est del paese, a 500 km da Tripoli), che ospita anche delle installazioni petrolifere importanti, e sono riusciti a prenderne il controllo, afferma SkyNews.

Muammar Gheddafi: migliaia di Libici moriranno se gli Stati Uniti o la NATO invaderanno la Libia
Il leader di Tripoli, Muammar Gheddafi ha detto Mercoledì che il mondo non capisce il sistema libico che mette il potere “nelle mani del popolo“, riferiva la Reuters citando una trasmissione della televisione di Stato. La folla in sala ha applaudito Gheddafi. L’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Susan Rice, ha detto Martedì in reazione alla intervista rilasciata il giorno prima da Gheddafi, che il leader libico delira e non è in grado di guidare il paese. Secondo la Rice, Gheddafi che ride alle domande, mentre lui “macella la sua stessa gente” mostra che è disconnesso dalla realtà.

Ecco alcune delle dichiarazioni rilasciate Mercoledì da Muammar Gheddafi:
Metto le dita negli occhi di coloro che dubitano che la Libia è gestita da qualcuno che non sia il suo popolo
La Libia è un sistema di democrazia diretta
Muammar Gheddafi non è il presidente, non può d dimettersi, non ha un parlamento che può esser sciolto, non ho cariche da cui dimettermi
La Libia è un sistema del popolo e nessuno può resistere al potere del popolo
Il popolo è libero di scegliere l’autorità che ritengono più adatta
Non vi è alcuna protesta in Oriente
Le cellule di Al Qaida hanno attaccato le forze di sicurezza e hanno rubato le loro armi
Come è cominciato tutto? Minuscole cellule di Al-Qaida sotto copertura
Sono pronto ad andare ad un dibattito con una di questi di al Qaida, uno di loro … ma nessuno è venuto a discutere… non hanno chiesto nulla
Diffondere le notizie sulla Libia nel mondo delle stazioni e dalle agenzie che hanno corrispondenti in Libia
Sfido a trovare che dei pacifici dimostranti sono stati uccisi
Negli USA, in Francia e altrove, se le persone attaccano negozi e cercando di rubare delle armi, gli sparano
Chiedere all’ONU e alla NATO di organizzare rapidamente comitati per sapere quante persone sono state uccise
Come possono le Nazioni Unite prendere decisioni basate su informazioni false al 100%?
Vedo una cospirazione per il controllo del petrolio e la terra della Libia
Vogliono farci diventare ancora una volta schiavi degli italiani? Non lo accetteremo mai
In Libia inizieremo una sanguinosa guerra, migliaia di libici moriranno se Stati Uniti o la NATO invaderanno la Libia

Gheddafi: “O io o al-Qaida”
Tol Press 6 marzo, 2011
Il colonnello Gheddafi incontra gli inviati di JDD. (Bernard Bisson/JDD)




In esclusiva mondiale, il capo di stato libico ha ricevuto Sabato, due inviati speciali di JDD nel suo quartier generale a Tripoli. Ecco alcuni estratti da questa intervista eccezionale pubblicata Domenica su JDD.

La minaccia terroristica
“Quando ci fu confusione in Tunisia ed Egitto (…) Al-Qaida ha incaricato le sue cellule dormienti in Libia di emergere (…) I ragazzi non sapevano di al-Qaida o dell’ideologia di questa organizzazione. Ma i membri di queste cellule gli hanno dato pillole allucinogene. (…) Oggi, questi giovani si sono assuefatti a queste pillole e pensano che le armi sono una sorta di fuochi d’artificio.”
“Sono veramente sorpreso che non si capisca che questa è una lotta contro il terrorismo (…) I nostri servizi di intelligence stanno cooperando. Vi abbiamo aiutato molto in questi ultimi anni! Allora, perché quando siamo noi in battaglia contro il terrorismo qui, in Libia, nessuno ci ricambia l’aiuto!”
“Ci sarà un Jihad islamico di fronte a voi, nel Mediterraneo, (…) le persone di bin Laden imporranno le taglia su terra e su mare. Torneremo ai tempi del Barbarossa, dei pirati, degli ottomani che impongono le taglie alle navi. Questa sarà veramente una crisi globale e un disastro per tutti.”

Il ruolo della Francia nella crisi
“Vorrei che una squadra d’indagine delle Nazioni Unite o dell’Unione africana venga qui in Libia. Consentiremo alla Commissione di andare sul campo senza alcun ostacolo.”
“La Francia ha grandi interessi in Libia. Abbiamo lavorato con il signor Sarkozy, abbiamo lavorato insieme su diversi casi, cause diverse. La Francia sarebbe stata la prima a inviare una commissione d’inchiesta. Spero che cambierà il suo atteggiamento verso di noi. (…) Che la Francia assuma rapidamente la guida dell’inchiesta, bloccando la risoluzione ONU al Consiglio di Sicurezza, e faccia fermare l’intervento straniero nella regione di Bengasi.”

Nessuna crisi del regime
“Da noi, il potere è del popolo. Non abbiamo nessun presidente che si dimetta, né un parlamento che si sciolga, né elezioni contraffatte, non una Costituzione da modificare. Noi non abbiamo rivendicazioni di giustizia sociale, perché qui è il popolo a decidere. Io non ho alcun potere, come invece Ben Ali e Hosni Mubarak.”
“Il regime qui in Libia, va bene. E’ stabile. Voglio essere ben capito: se minacciano, se destabilizzano, si avrà la confusione, bin Laden, i gruppuscoli armati. Questo è ciò che accadrà. Avrete immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. E non ci sarà nessuno a fermarli. Agitate lo spettro della minaccia islamica…”

La violenza
“Non ho mai sparato sul mio popolo! E voi non credereste che il regime algerino in anni di lotta all’estremismo islamico, non abbia fatto uso della forza! E non credereste che il bombardamento israeliano di Gaza e le vittime civili siano causati dai gruppi armati che ci sono? E in Afghanistan o in Iraq, non sapete che i militari degli Stati Uniti fanno regolarmente delle vittime civili? E la NATO in Afghanistan non ha mai sparato contro i civili? Qui, in Libia, non abbiamo sparato a nessuno.”

Fortuna personale
“Ho sfidato tutti a dimostrare che ho un solo dinaro mio! Questo blocco dei beni è una pirateria in più imposta al denaro dello Stato libico. Vogliono rubare i soldi dallo stato libico e mentono e dicono che sono i soldi della Guida! Ancora una volta, c’è l’inchiesta per dimostrare a chi appartiene il denaro. Io sono tranquillo. Non ho che questa tenda.”



Si osservi questa foto, conferma le affermazioni dell’articolo del sito romeno:
Gli uomini qui ripresi caricano una cassa di munizioni speciali, si tratta di proiettili da 106mm per dei cannoni senza rinculo anti-carro M40A1 di fabbricazione statunitense. Tale arma non è in dotazione alle forze armate libiche; inoltre la scritta HESH-T, ovvero Proiettile ad Alto Esplosivo a Testata Dirompente – Tracciante, dimostra che i proiettili sono di fabbricazione inglese, poiché questo tipo di proiettili sono chiamati così solo nel Regno Unito, mentre nel resto del mondo vengono denominati HEP-T (Proiettile ad Alto Esplosivo al Plastico – Tracciante). Inoltre l’esplosivo HESH-T/HEP-T è impiegato solo dai paesi membri della NATO, Israele, India e Svezia. Non possono che avere origine esterna alla Libia, non sono stati prelevati dagli arsenali delle forze armate libiche.
di Alessandro Lattanzio

07 marzo 2011

Così la Spagna a rischio default è diventata un paradiso fiscale


Secondo El País la filiale spagnola di ExxonMobil, la più grande corporation del Pianeta, non paga un solo centesimo di tasse. Ed è solo un esempio tra i tanti. Mentre i cittadini sostengono le manovre post crisi le multinazionali evadono legalmente il fisco. Due anni fa il Guardian aveva denunciato il fisco creativo delle corporation britanniche

Lieve sforzo di immaginazione. Provate a pensare per un attimo di essere cittadini spagnoli. Per anni vi hanno convinto che l’economia andava bene, che la crescita era sostenibile e che tutto sarebbe filato perfettamente liscio per moltissimo tempo ancora. Siete stati caldamente invitati a indebitarvi per consumare di più e già che c’eravate avete scelto di dare retta a quelle banche che erano disposte a concedervi un mutuo a fronte di garanzie pressoché nulle. Avevate un lavoro e una casa di proprietà, il sole splendeva e le vostre squadre di calcio (le più indebitate dell’area euro, ma ancora non lo sapevate) giocavano il miglior fútbol del Continente. Poi un giorno tutto è andato a rotoli. Avete perso la casa (ora in mano alle banche ma con un valore reale magari dimezzato), il lavoro (che manca ormai al 20,3% della popolazione attiva) e ovviamente il credito facile. Come se non bastasse avete anche scoperto che la maggior parte delle vostre tasse non servirà a finanziare i servizi sociali che dovrebbero esservi garantiti andando, al contrario, a sostenere le politiche anti default messe in atto dal governo.

Ora, come reagireste se vi dicessero che il soggetto privato spagnolo che ha guadagnato più di chiunque altro negli ultimi due anni non ha pagato e non pagherà un centesimo di tasse e che, piccolo particolare, tutto ciò avviene in modo perfettamente legale?

La risposta non è nota ma in questi giorni forse qualcuno proverà a trovarla. Visto che tutto questo, incredibile ma vero, è realmente accaduto. La denuncia l’ha presentata El País, il più diffuso e prestigioso quotidiano di Spagna. ExxonMobil Spain, filiale madrilena della più grande corporation del Pianeta (383 miliardi di dollari di ricavi annuali), ha accumulato negli ultimi due anni 9.907 milioni di euro di profitto lordo. Ed altrettanti di profitto netto. Tradotto: ha versato esattamente zero euro di tasse. Ma la storia non si conclude qui. Perché, a quanto pare, per una serie di complicate ragioni, nel corso del 2009 la filiale iberica della multinazionale Usa sarebbe riuscita nell’impresa di registrare un imponibile negativo di un milione e mezzo. In altri termini, il fisco spagnolo le deve ancora dei soldi. E non manca ovviamente l’aspetto comico: sapete quante persone lavorano per Exxon Spain? Una. Che scuce alla compagnia appena 44 mila euro all’anno.

Sembra folle eppure, come si diceva, è tutto logico quanto legale. Colpa di un regime fiscale favorevole capace di trascinare in Spagna le multinazionali di mezzo mondo ma anche di trasformare il Paese in vero e proprio paradiso fiscale. Il principio della legge è chiaro: impedire che una corporation paghi le tasse contemporaneamente sia sui profitti della casa madre sia su quelli della filiale. E poco importa che la struttura proprietaria distribuisca le società della catena nei paradisi veri e propri, magari appena dietro casa.

Un esempio su tutti: nel 2009 la ExxonMobil Luxembourg, che ovviamente ha sede nel Granducato, ha versato alla sua azionista ExxonMobil Spain un dividendo di 3,65 miliardi. Grazie alla normativa contro la doppia tassazione tale cifra non è stata sottoposta al prelievo. La stessa holding spagnola ha successivamente girato due tranches di 2,26 e 1,38 miliardi rispettivamente alla casa madre statunitense ottenendo a rigor di legge la completa esenzione fiscale. Quello di Exxon, ricorda El País, non è certo un esempio isolato. Multinazionali come Google (che ha holding sparse tra l’Olanda, l’Irlanda e il resto del mondo che le permettono di subire negli Usa un’imposizione reale del 2,4%) ma anche Vodafone, Hewlett Packard, American Express e General Mills si avvalgono delle medesime strategie contabili. Pare inoltre che Facebook che stia tuttora studiando una soluzione simile.

L’ingiustizia ai danni dei contribuenti spagnoli non è diversa da quella che si accanisce da anni sui taxpayers britannici. Un’inchiesta condotta due anni fa dal Guardian rivelò ad esempio che il colosso delle bevande Diageo aveva trasferito la proprietà di celebri marchi miliardari come Johnnie Walker, J&B e Gilbey’s gin a una propria filiale olandese ottenendo, de facto, una pressoché totale esenzione fiscale con un ammontare delle imposte pagate pari ad appena 43 milioni di sterline a fronte di profitti annuali di circa 2 miliardi. La pressione fiscale effettiva “patita” dall’azienda, in altre parole, era stata del 2%.

Esempi analoghi erano regolarmente forniti da altri giganti come Glaxo, Astra e Shell e non stupiva che, secondo i dati dell’agenzia delle entrate del Regno Unito, nel 2006 quasi i due terzi delle 700 principali compagnie britanniche avessero pagato imposte inferiori ai 10 milioni di sterline e che il 30% non avesse sborsato nemmeno un penny. A raggiungere la vetta della finanza creativa era stata però la major del settore pubblicitario WPP Group. Attraverso un’impressionante serie di operazioni contabili, regolarmente bloccate e altrettanto regolarmente sostituite da contromosse ancor più spericolate, la compagnia riuscì a versare nelle casse dell’erario meno di 5 milioni di sterline in sei anni. Nel 2008 non pagò di fatto alcuna tassa in Gran Bretagna.
di Matteo Cavallito

L’immunità: un pasticcio bipartisan






Ennesima contraddizione del Pd. Da un lato promuove l’inutile raccolta di firme per cacciare Berlusconi. Dall’altro sottoscrive una proposta di legge per reintrodurre il vecchio articolo 68 della Costituzione. In una versione ancora più favorevole ai parlamentari inquisiti


Chi può arrivare a pensare di garantire l’impunità non solo al plurinquisito capo del governo, ma all’intera casta parlamentare? Ma il Partito Democratico, naturalmente. La sedicente opposizione raccoglie dieci milioni di firme (gulp!) contro l’odiato Berlusconi, e a Roma presenta una proposta di legge assieme al Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare. Anzi, precisiamo: confezionandone una aggiornata ai tempi, estrema, l’ultima frontiera del privilegio. In cui, cioè, non si torna allo scudo voluto dai padri costituenti onde evitare il fumus persecutionis, ma si cancella la possibilità di indagare a prescindere, salvando coloro che dovrebbero essere chiamati col loro nome: delinquenti comuni. Ancorché eletti dal popolo.

La pensata porta la firma bipartisan di Franca Chiaromonte (Pd) e Luigi Compagna (Pdl), appoggiati dai democratici Sircana e Morando e dall’Udc D’Alia. Prevede che al termine delle indagini, per rinviare a giudizio un parlamentare, il giudice dovrebbe chiedere il permesso alla Camera di appartenenza, che avrebbe 90 giorni per bloccare il processo. Per qualsiasi tipo di reato contestato, senza eccezioni. Nella vecchia immunità modificata nel 1993 sull’onda di Tangentopoli, invece, le Camere potevano negare l’autorizzazione a procedere solo in casi eccezionali, là dove non ci fosse notizia di reato e l’ostilità del magistrato inquirente fosse acclarata (il “fumus persecutionis”, appunto). Nel 1948 quando venne promulgata la Carta costituzionale, infatti, si veniva da vent’anni di fascismo e l’urgenza unanimemente sentita era quella di mettere al riparo la politica da eventuali attacchi giudiziari che volessero colpire l’espressione, magari troppo forte e al limite del lecito, delle opinioni. Ripeto: opinioni, ossia tutto ciò che aveva a che fare con l’attività politica legata alla funzione di deputato o senatore. Non intendevano certo, i padri costituenti oggi fin troppo citati, assicurare un colpo di spugna preventivo per i crimini.

Nel momento in cui, sotto il diluvio di inchieste di Mani Pulite, ci si arrese all’evidenza che la “persecuzione politica” era un argomento pretestuoso che lorsignori agitavano sistematicamente per giustificare l’abuso dell’istituto immunitario, si eliminò la necessità dell’autorizzazione a procedere che di fatto era stata snaturata. Senza fare gli esterofili obbligati, si noti che nelle altre democrazie occidentali un tale sistema di autodifesa corporativa non c’è. In Inghilterra non esiste alcuna immunità parlamentare. In Germania, seppur prevista, viene di fatto annullata in quanto all’inizio di ogni legislatura il parlamento autorizza automaticamente eventuali indagini a carico dei suoi membri. Lo stesso in Spagna, dove, eccetto in un caso, mai in trent’anni le Cortes hanno negato un’autorizzazione a procedere.

Ma la Chiaromonte del Pd vive in un mondo tutto suo e dichiara con sommo sprezzo del pericolo: «Punto chiave della proposta di legge 1942 è quello di ripristinare i principi ed i valori della Carta Costituzionale secondo lo spirito dei padri costituenti, gli stessi contenuti nell'abrogato articolo 68 della Costituzione, laddove infatti si proponeva l'immunità parlamentare dei membri delle due camere, previo autorizzazione a procedere del Parlamento nei casi gravi. In questa maniera si garantiva, e si garantirebbe nel caso passasse la mia proposta, non l'impunità dei membri del Parlamento, ma la necessaria separazione dei compiti tra organi politici ed organi della magistratura».

Domanda: quali sarebbero questi rispettivi compiti? Costituzione alla mano, la magistratura dovrebbe indagare i cittadini, parlamentari compresi, se accusati di aver compiuto un reato (potere giudiziario), e i politici dal canto loro dovrebbero legiferare (potere legislativo) e, se al governo, governare (potere esecutivo). È il buon vecchio Montesquieu. La dottrina Chiaromonte, invece, segue la vulgata Berlusconi-Alfano, come noto due insigni giuristi e filosofi della politica, secondo i quali la divisione dei poteri contempla l’ingiudicabilità di chi siede in parlamento e la corrispettiva genuflessione dei pm. Un diritto speciale per i rappresentanti del popolo, che per il fatto di essere tali sono superiori ai normali cittadini anche se corrotti, malversatori e mafiosi.

I mandarini del Pd, naturalmente, non si sono esposti nell’operazione di soccorso alla maggioranza. Nessun Bersani, D’Alema o Veltroni c’ha messo la faccia. Hanno lasciato che andasse avanti una peone, la Chiaromonte, in modo da poterla scaricare se la mossa dovesse rivelarsi non più utile. Perché è palese che un principio di dignità basilare come l’uguaglianza di fronte alla legge è maneggiata dagli “oppositori” di Silvio come merce di scambio e di trattativa: tu dai l’immunità a me, io concedo qualcos’altro a te. E se così non fosse, l’escamotage può sempre tornar buono per mostrarsi all’opinione pubblica come disponibili al dialogo, il famigerato e becero dialogo. Di riffa o di raffa, la suprema Carta che tutti hanno in bocca viene usata come uno straccio per quello sporco lavoro di inciucio che corre parallelo alle roboanti campagne di protesta anti-berlusconiana. E la chiamano opposizione.

di Alessio Mannino

06 marzo 2011

I risparmi, le banche e l’attuale regime monetario


Nino Galloni, economista, ha recentemente pubblicato un libro provocatorio dal titolo che è tutto un programma: “Prendi i tuoi soldi e scappa?” ci ha rilasciato una interessante intervista, dove ci dice che, molto probabilmente è l’euro a scappare via da noi

Prendi i tuoi soldi e scappa: fa veramente tanta paura questa crisi economica?
Più che una crisi che perdura preferirei parlare di “sindrome” per significare che questo tipo di modello unico dell’economia internazionale sta semplicemente collassando.

Nascondiamo i nostri soldi sotto il materasso come dice l’economista Eugenio Benetazzo, oppure “scappiamo” dall’euro?
Credo più probabile che sia l’euro a scappare da noi: perché la politica monetaria europea è gestita in modo di trattare l’euro come se fosse oro, rendendolo esageratamente ed artificiosamente troppo scarso nelle nostre tasche; perché non si fa abbastanza per separare le attività speculative delle banche da una sana gestione del credito finalizzato allo sviluppo.

Perché l’economista Paolo Savona propone il contrario?
Anzi Savona ha lanciato una provocazione sensata dicendo che sarebbe meglio uscirne
credo che la finalità sia stata quella di sondare e contare il “partito” dei non-euro!

Cosa fanno i governi europei per uscire dalla crisi?
Niente.
Più che parlare di crisi assistiamo ad un sistema produttivo che non regge più, infatti, l’economia ci costringe a produrre più ‘oggetti’ di quelli che in effetti abbiamo bisogno per le nostre esigenze?
Si tratta di due problematiche diverse. Oggi le tecnologie disponibili, se ben utilizzate, consentirebbero a tutta l’umanità di campare benone, ma ci sono interessi dei poteri finanziari che temono i cambiamenti nei rapporti di forza e la crescita della consapevolezza degli esseri umani. Per questo si
inventano analisi e teorie che servono solo a giustificare la penuria di mezzi destinabili allo sviluppo, lo spauracchio delle crisi ambientali (che si aggravano proprio per la mancanza e non per l’eccesso di sviluppo e progresso) e quello della sovrappopolazione, un concetto che ha senso solo in riferimento alle capacità produttive, non in astratto: senza tecnologie, ad esempio, su dieci km quadrati potrà sopravvivere solo una ventina di individui, viceversa con le attuali tecnologie tutto appare diverso e più governabile…

Agli inizi degli anni ‘70 e ‘80 l’Italia aveva una valenza per quando riguarda la tecnologia politica industriale e produzione manifatturiera per cui sarebbe stata meglio una scelta diversa da quella che ci ha portato all’euro?
Certo! Negli anni ’50, ’60, ’70 si credeva in un modello “misto” dove il massimo sostenibile di libertà di impresa non impediva allo Stato di possedere partecipazioni industriali all’avanguardia; poi si è deciso di svendere tutto con danno strategico, occupazionale e sociale e grandi vantaggi solo per pochi.

In Sudamerica come è ripartita l’economia?
Con la sinergia tra ripresa dello Stato Nazionale e monete complementari che consentissero di controllare la recuperata sovranità monetaria senza sacrificare lo sviluppo interno/locale

La moneta complementare che ruolo potrebbe avere in questa crisi economica?
Notevole, soprattutto per l’economia tradizionale che andrebbe ri-territorializzata; ma per il resto –comparti innovativi, nicchie e prodotti di avanguardia – occorrerebbero un euro moneta e non oro, un dollaro per lo sviluppo e non per le guerre, un accordo internazionale – soprattutto con la Cina – per una valuta creditizia internazionale che sterilizzi e neutralizzi l’ingente presenza di titoli tossici e speculativi pericolosamente sospesi.
di Giovanna Canzano

04 marzo 2011

La chiarezza di Chavez sull'ipocrisia USA


Non ha usato mezzi termini, come suo solito, il presidente venezuelano per mettere a fuoco la situazione della politica internazionale in merito alle prese di posizione su quanto sta avvenendo in Libia. Chavez, tra le altre cose, ha il pregio di rendere la diplomazia comprensibile ai più in occasioni del genere. Il presidente è “sicuro che gli Stati Uniti stanno esagerando le cose per giustificare una invasione in Libia", e ancora che "sono impazziti per il petrolio libico”.

Si riferisce naturalmente alla neanche tanto velata volontà, da parte dell'Occidente e in primo luogo degli Usa, di iniziare una ennesima missione umanitaria in Libia.

Le dichiarazioni della Clinton dei giorni scorsi, volte a posizionare gli Stati Uniti al fianco dei ribelli, sono da considerarsi in tal senso, con una ulteriore precisazione, naturalmente, ben oltre l'ipocrisia di un governo, quello Usa, che praticamente in ogni dove nel mondo vi siano risorse da sfruttare e capi di governo da insediare al proprio soldo per perpetrare i propri affari non si tirano indietro per nessun motivo al mondo. Così come non badano a spese, e a coinvolgere l'Europa, per affrontare campagne militari dietro la falsa e bieca motivazione dell'impegno umanitario.

Dell'umanità, bisogna pure che qualcuno lo dica, agli Stati Uniti non importa un fico secco. Anche perché altrimenti non si spiega il motivo per il quale la stessa Amministrazione non si tiri certo indietro, in merito a bombardamenti dall'alto sulla popolazione inerme, nel caso in cui gli interessi siano marcati a stelle e strisce.

Anche in questo caso, tornano utilissime le parole di Chavez, che se da una parte, sia chiaro, ci tiene a precisare che "non sostiene Gheddafi", dall'altro lato rammenta che "quelli che hanno condannato immediatamente la Libia, erano stati muti di fronte ai bombardamenti israeliani causa di migliaia e migliaia di morti, compresi bambini, donne, intere famiglie; sono stati zitti di fronte ai bombardamenti e ai massacri in Iraq, in Afghanistan”.

Ad ogni modo, sulla Libia si stanno preparando a fare carne di porco. Le navi statunitensi stanno riposizionandosi sui mari e iniziano a incrociare a distanza utile per un intervento imminente. In Europa, oltre alla risoluzione Onu e al congelamento dei beni di Gheddafi, si paventa l'istituzione di una no fly zone nello stesso momento in cui dalla Russia si definisce il rais libico come un "cadavere politico" e dove anche la Cina, solitamente restia, dal punto di vista diplomatico, a rilasciare dichiarazioni pesanti, in questo caso ha fatto sentire la sua voce di concerto con tutte le altre provenienti dall'Occidente (soprassediamo, per carità verso il lettore, sulle dichiarazioni dei nostri Frattini e Berlusconi…).

Il punto insomma dovrebbe essere ormai chiaro: Tripoli è assediata ma non solo dai ribelli, e se da una parte è certa la fine politica di Gheddafi, è parimenti certo il fatto che, sebbene ancora timidamente, ovvero senza scoprirsi troppo, tutti i paesi del mondo, in pratica, stiano girando come avvoltoi per piantare la propria bandierina, e i propri pozzi, direttamente o mediante un nuovo governo fantoccio, sulla Libia.

Tutto è nelle mani, come in Egitto, dei popoli che stanno conducendo la rivolta. Perché il rischio più grande, in questo caso come in altri, risiede nel fatto che una volta liberatisi - giustamente, se lo ritengono necessario - del rais di turno, potrebbero trovarsi sotto la dittatura, dolce, melliflua e corrompente, del nostro modello di sviluppo.

Vale la pena chiarire che in Libia il reddito pro capite è circa il triplo rispetto a quello delle altre regioni del Nord Africa, e che dunque, anche se la componente economica è stata certamente una fra quelle determinanti per far scattare la rivolta, non è affatto detto che la molla della fame sia l'unica a essere caricata nelle menti della gente in piazza. Potrebbero esserci anche altre e ben più importanti motivazioni, per esempio di carattere squisitamente politico e ideologico, ad aver fatto muovere i ribelli contro Gheddafi. Così come nelle rivolte d'Egitto.

Il che rappresenta il vero e proprio incubo nelle notti di Washington. Ma di questo, un'altra volta.

Per ora basti tenere la luce accesa sul fatto che, come sempre, i motivi per i quali si paventano interventi da parte dell'Occidente sono ovviamente del tutto avulsi da motivazioni umanitarie, ma rappresentano interessi di due tipologie ben precise: materie prime e basi geopolitiche.

Ovvero petrolio e controllo di luoghi strategici in una delle parti più importanti, a tal fine, del mondo.

Intanto, di passaggio, per capire la più alta posta in gioco nello scacchiere mediorientale, registriamo, e comunichiamo, che la Borsa dell'Arabia Saudita, in soli quattro giorni, ha perso il 16%.

Che ne dite, ci sarà un intervento o lasceranno Egitto e Libia a fare la propria storia da sé come è giusto che sia?
di Valerio Lo Monaco

La profezia ignorata: "Una massa di disperati seppellirà l'Occidente"



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Un romanzo francese del 1973 aveva previsto l'ondata di migranti. Un evento che la sinistra ha sempre negato. Per la paura di affrontarlo
Una notte prossima ventura, sulle coste mediterranee di una nazione europea si arena una flottiglia di navi e bar­coni, carica di un milione di emigranti. Poveracci in pre­da alla miseria, intere famiglie con donne e bambini, una nuvola di disperazione proveniente dal Sud del mondo verso quella che è ritenuta la Terra promessa. Sperano e ispirano una immensa pietà. Deboli, disarmati, posseggono solo la forza che è propria del numero. Sono l’oggetto dei nostri rimorsi e dell’angelismo delle nostre coscienze. Sono L’Altro, cioè la moltitudine, meglio, l’avanguardia della moltitudine. Ora che sono qui, accetterà quella nazione, «terra d’esilio e d’accoglienza » per eccellenza, di riceverli, a rischio di incoraggiare la partenza di altre flotte di infelici che lì si preparano? Perché poi è l’Occidente in quanto tale a scoprirsi minacciato: essere sommerso è ciò che l’attende, e insomma la propria fine. Che fare, dunque? Rinviarli da dove sono venuti, ma come? Chiuderli in campi profughi recintati? Sì, ma poi? Usare la forza contro la debolezza? Affrontarli con la marina, con l’esercito? Sparare? Sparare nel mucchio? Chi obbedirebbe a simili ordini? A tutti i livelli, coscienza universale e coscienza individuale, governi, equilibri geopolitici, ci si pone queste domande, ma, ormai, è troppo tardi...

Nel 1973, quando Le Camp des Saints di Jean Raspail uscì per l’editore Laffont, in Francia si fece finta che fosse un romanzo razzista e si pensò che il silenzio fosse il modo migliore per parlarne. Trenta e passa anni dopo, mai citato eppure sempre più tradotto, sempre esaurito, sempre riedito e sempre ristampato, sino a questa nuova edizione (389 pagine, 22 euro) che si avvale di una prefazione ad hoc del suo au-tore, è forse giunto il momento per prenderlo per quello che è: un romanzo realista nella sua prefigurazione del futuro. Negli Stati Uniti, dove il moralismo non esclude il pragmatismo, The Camp of the Saints è divenuto un classico, studiato nelle università e al Pentagono, livre de chevet di intellettuali come Paul Kennedy, Samuel Huntington, Jeffrey Hart. Nel Vecchio continente, dove gli sconquassi della sponda orientale di quello che una volta si definiva mare nostrum , sono sotto gli occhi di tutti, ci si continua a rifugiare nei soliti cliché: fratellanza, spirito umanitario, senso di responsabilità nei confronti dei meno fortunati. In Italia, lasciamo perdere... Mentre un leader come il britannico Cameron parla del fallimento del multiculturalismo, la Comunità europea non sembra nemmeno affer-rare, come ha scritto l’altro giorno Guido Ceronetti sul Corriere della sera , che «un afflusso sulle coste italiane di sbarcanti a flottiglie intere farebbe esplodere, nell’intera penisola, la precaria e già provata convivenza urbana. L’immigrazione di diseredati, senza un prima né un dopo, in una civiltà di tormentati impoveriti d’idee, si potrebbe definirla con nomi appropriati, severi, gravi, invece che con vulgate buonistiche e aspersioni di ottimismo là dove un dramma insolubile si presenta e ci schiaccia?».

Trenta e passa anni dopo, Ceronetti prende dunque di petto «una sfida storica: che dire? che fare?» che trenta e passa anni prima Jean Raspail aveva fatto materia di romanzo, e siccome Ceronetti è un uomo mite e non sospetto di razzismo, bisognerebbe, credo, prestargli attenzione. Anche perché, come scrive egli stesso, «i Romani chiamavano Africa un solo punto: Cartagine. Ci sarà un remoto, temuto, fantasma che si è risvegliato, sulle rovine di Cartagine, dove vagava Caio Mario? Quel che è buono per Cartagine può esserlo anche per Roma?».

Quando Raspail scrisse il suo romanzo, i movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo mondo erano in auge, ogni dittatore nato sulle rovine del colonialismo era considerato un rivoluzionario, applaudito come tale da una sinistra marxista allora in piena salute, l’Europa era scossa dalla contestazione studentesca e non solo al suo interno.

La questione dell’immigrazione era ancora in fasce, ma il clima ideologico dell’epoca era già pronto per trasformarla in qualcos’altro: l’internazionalismo che batteva in breccia il nazionalismo «bianco», l’idea di meticciato che si sostituiva all’idea di tradizione, lingua, radici; gli «altri» potevano e dovevano essere fieri delle loro, all’Europa non era più permesso: ne aveva approfittato, e ora doveva espiare e divenire un’altra cosa. Nel tempo, la porosità delle frontiere, l’inflazione delle naturalizzazioni, la nazionalità acquisita per matrimonio, la ripugnanza degli europei a esercitare mestieri umili resa possibile dall’utilizzo al loro posto di migliaia e migliaia di immigranti, la spirale inarrestabile dei clandestini (regolamentazione, riunione delle famiglie, scolarizzazione obbligatoria dei bambini) e l’ombrello sociale comunque predisposto (sovvenzioni alle associazioni di sostegno, prestazioni sociali, alloggi eccetera) ha fatto il resto.

Nel Camp des Saints , non è in discussione la religione. Non è la minaccia del fondamentalismo islamico a essere prefigurata. È il numero, sono le motivazioni di ordine materiale, esistenziale: la miseria, la disperazione, la visione di una terra promessa, l’aspirazione a una vita migliore. Il paradosso è che tutto ciò che un certo pensiero unico occidentale depreca o demonizza al proprio interno, il consumismo, il lusso, persino il sesso, giudica però degno della bramosia di chi arriva dall’esterno: gli fanno schifo le televisioni commerciali, le veline e le letterine seminude, i supermarket e i grandi magazzini, ma è pronto a offrirli al Terzo mondo perché ne gioisca anche lui. È un suo diritto... È il trionfo della dialettica e del contorcimento intellettuale, quello che da trenta e passa anni ha del resto dettato legge nei giornali, nelle università, nell’editoria e che ha creato un «politicamente corretto » grottesco quanto velenoso. Raspail ne dà un riassunto esemplare: «Giorno dopo giorno, mese dopo mese, sul filo del dubbio,l’ordine diveniva una forma di fascismo, l’insegnamento un’imposizione, il lavoro un’alienazione, la rivoluzione uno sport gratuito, il piacere un privilegio di classe, la famiglia una realtà soffocante, il consumismo un’oppressione, il successo sociale una malattia, la giovinezza un tribunale permanente, la disciplina un attentato alla personalità umana ».

Torniamo a bomba. Un ideale umano che si pone al di sopra delle nazioni, dei sistemi economici, delle religioni è un’astrazione, non significa nulla, se non appunto il niente assoluto, qualcosa come la fissione dell’atomo, il vuoto immenso liberato d’un colpo. Parliamo di diritti universali dell’uomo perché è il metodo più comodo per evitare di affrontare la realtà e perché speriamo sempre che la realtà non ci presenti il conto. Eludiamo il problema, vogliamo avere la coscienza tranquilla e quindi non guardiamo ai numeri, alla demografia, ai rapporti di forza. Ci inteneriamo di fronte alle classi multietniche, naturalmente, sono così carini quei bambini e nella retorica del 150˚ dell’Unità d’Italia, poi, fanno così colore... Fingendo di pensare ai nostri figli, gli prepariamo un futuro a cui non sapranno né potranno opporsi. Perché una notte prossima ventura, sulle coste mediterranee di una nazione europea...

Ps. Le Camp des Saints è stato tradotto in italiano alla fine degli anni Novanta, dalle Edizioni del Cavallo alato, la piccola casa editrice di Franco Freda. Non se n’è accorto nessuno o quasi, ma chi lo vuole ridurre a un romanzo razzista non ha che da impugnare quel nome come una clava. Siamo sempre un Paese di indignati speciali.

di Stenio Solinas

03 marzo 2011

Lo spettro di un attacco armato anglo-americano contro la Libia

http://www.haisentito.it/img/esercito-americano-in-iraq.jpg

Il fattore lobby nella crisi libica


Le lobbies si muovono, pronte a sferrare l’attacco armato a Gheddafi e a trasformare – con l’aiuto determinante dei loro mezzi di informazione - la guerra civile libica in una nuova operazione Iraq, l’invasione e la defenestrazione manu militari del sin qui legittimo Governo. Ovviamente la partita è ancora aperta, ma il rischio della svolta drammatica c’è, e ed è paradossalmente favorito proprio dal forte recupero sul terreno di Gheddafi e delle forze militari e civili-militari schieratesi a sua difesa: Tripoli città tranquilla, anche ma non solo, grazie alla promessa di un contributo di 500 dinari ai suoi abitanti; Misurata e altri centri minori sotto attacco dei gheddafisti, con perdite tra i rivoltosi; Bengasi a rischio di fuga da panico di centinaia e forse migliaia di abitanti, da cui l’evidente crisi di credibilità del “governo ombra” della Cirenaica, che dal canto suo ha dato diversi consistenti segnali di “moderatismo” rispetto alle aspettative e alle trame dei falchi lobbisti occidentali: un giornale titolato “Libia” (non Cirenaica), un organismo dirigente autoproclamatosi non “Governo provvisorio” cirenaico ma “Consiglio nazionale libico”; un leader nella persona di un ex ministro di Gheddafi: è probabile che il rifiuto dell’opzione separatista sia solo il corrispettivo, una sorta di pendant, dei 300 euro di Gheddafi alla popolazione di Tripoli: vale a dire di un messaggio rivolto ai libici delle zone occidentali sotto controllo del governo, che i pozzi petroliferi non verranno loro sottratti attraverso una secessione e che dunque possono benissimo abbandonare il rais. Ma è un dato di fatto che le prese di posizioni ufficiali da Bengasi – finché dureranno – impediscono per ora uno scenario catastrofico del futuro della Jamahirya.

A questi segnali interni positivi (dove il termine positivo va calibrato nel contesto di una situazione comunque drammatica e precaria) corrisponde poi, sul piano internazionale, una posizione ufficiale della “Comunità internazionale”, cioè degli Stati nominalmente e formalmente esistenti, non completamente satisfattiva rispetto al martellamento mediatico dei mass media lobbisti: perché, contrariamente alla lettura faziosa della solita Repubblica, e come ha ben riassunto invece il Corriere della Sera, la risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza del 26 febbraio scorso si presenta ad una lettura attenta come frutto di un lavorio e una mediazione laboriosa che – per l’opposizione della Cina e della Russia - ha eliminato alcuni punti programmatici fondamentali del bellicismo antigheddafista: l’articolo della Carta dell’ONU di riferimento non è il 42, quello che prevede interventi armati della solita comunità internazionale contro i paesi sovrani, e che fu un classico di tutte le “ingerenze umanitarie” dagli anni Novanta al 2003 iracheno, ma il 41, che concerne misure di tipo diverso, ad esempio l’embargo (di armi) o nel caso libico il sequestro dei beni del gruppo dirigente gheddafista, familiari compresi. E’ assolutamente importante che non siano state decise le no fly zones, un elemento cruciale dal punto di vista dei rapporti militari fra governo centrale e ribelli, e che nel 1991, applicate all’Iraq, segnarono l’inizio della fine del regime di Saddam Hussein, impedito ad intervenire con l’aviazione contro il ribellismo endemico degli sciiti al sud e dei curdi al nord.
Un paragrafo della 1790 riguarda poi la Corte Penale Internazionale: da una parte il punto 7 della risoluzione “invite le Procureur à l’informer, dans les deux mois suivant la date de l’adoption de la présente résolution, puis tous les six mois, de la suite donnée à celle-ci”; dall’altra però il preambolo richiama l’articolo 16 dello Statuto della CPI, che ricorda “l’article 16 du Statut de Rome, selon lequel aucune enquête ni aucune poursuite ne peuvent être engagées ni menées par la Cour pénale internationale pendant les 12 mois qui suivent la date à laquelle il a lui-même fait une demande en ce sens”: il processo eventuale potrebbe essere perciò di là da venire e lo stesso classico capo d’accusa – “crimini contro l’umanità” – viene citato nel testo una sola volta, al condizionale (“pourraient …”) e nel Preambolo.
Dunque – considerando anche “adhésion à la souveraineté, à l’indépendance, à l’intégrité territoriale et à l’unité nationale de la Jamahiriya arabe libyenne” del documento ONU - siamo di fronte a un testo che può lasciare uno spiraglio aperto ad un superamento della crisi e a un recupero teorico dello stesso rais di Tripoli al consesso internazionale, quale voluto da qualche raro leader occidentale oggi in difficoltà. La 1970 non presenta le caratteristiche delle risoluzioni antijugoslave e antiirachene degli anni Novanta, tutte fondate su un preteso “diritto di ingerenza umanitaria” (sostenuto anche dai media sedicenti di sinistra: vedi Dominique Vidal su Le Monde Diplomatique durante le guerre dei Balcani) e dunque su quello sfondamento del “dominio riservato” degli Stati membri dell’ONU – quale è la Libia - in cui la scuola classica giuridico-internazionalista ha sempre visto un momento fondamentale degli equilibri e del rispetto delle regole internazionali e della pace da garantirsi da parte dall’ONU.

Ma allora, se la “comunità internazionale” ha dato questi segnali, perché temere il peggio? Per diversi e corposi motivi: innanzitutto la risoluzione – in una situazione in continua evoluzione-involuzione, e in cui le parole anche scritte potranno in ogni momento essere annullate dalla politica del fatto compiuto – è pur sempre un “pezzo di carta”: basterà una scintilla, una trasformazione mediatica di una legittima repressione di ribelli armati in un “crimine contro l’umanità” per renderla superata, e per favorire altre prese di posizioni della “Comunità internazionale” di molto peggiori.
In secondo luogo per il ruolo appena accennato dei grandi mass media euroamericani, e soprattutto di quelli sedicenti “democratici”, diversi dei quali persino di “sinistra”: esattamente come nel caso delle polemiche nazionali, sono i grandi mass media lobbisti a precedere le sentenze e a plasmare le decisioni istituzionali, nel caso specifico le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Una (parziale) eccezione, la 1970, non dà alcuna garanzia per il futuro, perché la sua stessa faziosa lettura da parte dei soliti media è capace di alimentare un clima di isteria internazionale che poi, alla fine, potrà produrre il frutto “buono”: il via all’aggressione militare. Leggiamo il titolo di apertura di Repubblica del 28 febbraio: “L’ONU: processate Gheddafi”. “Crimini contro l’umanità”. Gli Usa: aiuteremo gli insorti” Ebbene, non c’è una sola unità di notizia di questo proclama che corrisponda alla verità dei fatti: non è propriamente vero che l’ONU ha chiesto di processare Gheddafi, ha invitato il procuratore ad avviare le indagini sulla crisi libica, da cui una incriminazione ancora da decidere; non è vero dunque che c’è già un capo di imputazione, i “crimini contro l’umanità”, citati come già detto solo nel Preambolo come possibile crimine compiuto da non ben è specificato chi; non è nemmeno vero che gli USA vogliono “aiutare gli insorti”. Lo dice la Rodham Clinton, che è una voce pur autorevole dell’Amministrazione USA. E qui dunque veniamo al terzo e più importante motivo per cui non è possibile essere ottimisti sugli sviluppi della situazione libica.

In effetti la crisi libica, come tutte le altre crisi internazionali degli ultimi vent’anni almeno, vanno viste non con la lente parziale e dunque fuorviante dei rapporti fra Stati – fra USA, UE, Russia etc, o fra i diversi Stati europei – ma con quella delle cruciali divisioni interne agli Stati in questione, e dunque del fattore lobby: quel fenomeno che riuscì nel 1991 a trascinare la riluttante coppia Bush senior-Baker nella prima guerra contro l’Iraq; che fu presente anche nella guerra di Cecenia contro la Russia, sostenuta dal banchiere e ex presidente della Sinagoga di Mosca Boris Berezovsky; che operò attivamente nelle guerre dei Balcani, fra le trame dell’Albright a Rambouillet e quelle di George Soros nel Kosovo, per distruggere la Yugoslavia di un capo di stato – Milosevic - in conflitto con il FMI e col direttore della Banca nazionale di Belgrado Abramovich: via via, passando per le guerre africane della Sierra leone e dei Grandi laghi, fino all’invasione dell’Iraq del 2003, sulla quale un congressista americano, Jim Moran, osò chiedere a Bush junior pochi giorni prima dell’invasione: “Presidente, ma lei è sicuro di non fare gli interessi di Israele?”. Bush, avvolto nelle nebbie ideologiche del suo fumoso ma anche terribilmente concreto “cristiano-sionismo” (un ossimoro obiettivamente blasfemo) non rispose; rispose invece la potente Comunità ebraica americana con la solita accusa di antisemitismo, e il risultato fu che l’intelligente ma debole Moran finì nella numerosa lista di congressisti americani firmatari di un appello per un intervento “umanitario” contro il Sudan, in nome di un inesistente “genocidio del Darfur” inventato dalla solita stampa lobbista “democratico-progessista” negli USA e di poi in Europa. Una guerra quella del Darfur, indirettamente finita sotto gli strali proprio di Gheddafi, che nel 2009 rivolse un attacco durissimo a Israele per il suo fomentare e provocare guerre in tutto il continente africano, e alla Corte penale internazionale che in Africa agiva (e agisce) come strumento giuridico internazionale a difesa obbiettiva dei soliti “poteri forti” che oggi vogliono far fuori anche il rais di Tripoli (http://www.claudiomoffa.it/pdf/2009/Gheddafiharagione.pdf). Un’accusa – quella di Gheddafi – che sicuramente nei corridoi e nelle aule della Corte Penale avrà lasciato un pessimo ricordo, con conseguenze assolutamente funeste per lui nel caso in cui finisse sullo scranno degli imputati.

Ma, appunto, torniamo alla Libia di oggi, e andiamo al nocciolo della questione, il pushing delle lobbies verso la guerra alla Libia. Sono tre per adesso – al di là degli “Stati” formalmente rappresentati all’ONU - le personalità che rappresentano il maggior rischio per la pace nel Nordafrica e dunque per la comunità internazionale: la prima è il ministro degli esteri USA Hillary Clinton. Il curriculum della moglie dell’ex Presidente USA non è certo quello di una neocons: difese il marito Bill, sia pure con un certo ritardo, dall’aggressione lobbista sul caso Lewinsky del 1998. L’accusa di una ventina d’anni fa del repubblicano Pat Buchanan - la signora Rodham Clinton è una “spia del Mossad” - appare rozza, non fosse altro per il suo status allora già prominente. Ma è certo che l’identikit del Segretario di Stato ben rientra nel fenomeno della doppia nazionalità di tanti americani di origine ebraica, di cui il caso Pollard è emblema . Ed è altrettanto certo che la moglie di Clinton era entrata in competizione con Obama durante le primarie, fino a ricordare in un momento di difficoltà l’assassinio di Kennedy (il quale, per inciso, e alla cortese attenzione dei “negazionisti” del fattore lobby nella storia e nella cronaca politica americana, si scontrò anch’egli con lo stesso mondo che accerchia oggi Obama, a causa delle sue posizioni contro il signoraggio e del suo dialogo aperto con Nasser, l’”Hitler” arabo secondo la propaganda sionista di mezzo secolo fa), e fino a gettare le armi solo dopo un accordo per la sua nomina appunto a Segretario di Stato. La dialettica Obama-Clinton non è certo plateale come quella fra Berlusconi e Fini, ma se si segue la cronologia degli eventi esiste eccome: la nomina di Mitchell a inviato speciale della Casa Bianca in Medio Oriente ha costituito un pendant utile per il capo della Casa Bianca. E durante questa crisi, la crisi libica, si può notare che a certi silenzi del presidente americano ha corrisposto un attivismo al rialzo del Segretario di stato, comprensivo delle doppie interpretazioni della posizione ufficiale USA: il “tutte le opzioni sono possibili”, come va inteso? Nel senso di un recupero di Gheddafi, o di un attacco armato? E’ chiarissimo che la Clinton punta alla seconda soluzione: non a caso ha chiesto a Ginevra che si parlasse di Tripoli non solo in termini di emergenza umanitaria, ma anche dal punto di vista politico. Né è un caso che, sconfitta al Consiglio di Sicurezza l’opzione no-fly zone, sia ancora la Clinton a profetizzare giusto ieri uno scenario somalo (per ora impossibile, proprio perché l’aviazione permette una superiorità dul terreno militari al governo gheddafista) altro buon motivo per l’invasione umanitaria angloamericana. “Gheddafi deve andarsene subito in esilio” ha ordinato la signora Rodham al rais ma anche al mondo intero …. Si potrà dire che insistere sulle distinzioni fra il capo della Casa Bianca, in crisi da tempo con il mondo di Wall Street che alcuni vedono dietro i fattori di base delle rivolte arabe , e la Clinton è esagerato: ma è lo stesso Gheddafi ad avervi fatto ricorso, quando ha accennato alla cattiva informazione di cui sarebbe vittima Obama, una “brava persona” . E ci sono alcuni analisi giornalistiche che finalmente vanno in questo senso.

Analogo discorso vale per la Gran Bretagna, con quella battuta del rais di Tripoli sulla regina Elisabetta che alcuni hanno definito frutto di una sua farneticazione e che invece potrebbe esser ben riferita alla dialettica interna al “regime” di Londra. Il rais cerca di far sponda sulle contraddizioni interne dei suoi nemici. Ed ecco il secondo pericolo per la pace nel Mediterraneo: David Cameron. Gli iraniani insistono spesso per sottolineare il ruolo di guida della Gran Bretagna di quell’insieme di “poteri forti” di cui fa parte la finanza sionista e lo stato di Israele. E’ la vecchia “perfida Albione” dei tempi di Mussolini, l’M16 che starebbe dietro l’uccisione del dittatore italiano contro la storia partigiana ufficiale, e in contatto con Cefis – il nemico di Mattei - dai tempi della guerriglia nella Valdossola. A questo ruolo di protagonista delle prospettive sioniste mondiali, ben si attaglia il primo ministro britannico : figlio di un agente di borsa della City, con ascendenze ebraiche (la nonna paterna si chiamava Edith Agnes Maud Levita), Cameron è membro dei Conservative Friends of Israel ed ha sempre manifestato forti sentimenti antislamici e prosionisti: in una conferenza stampa del 2005 in vista delle elezioni per la leadership dei Tories, se ne uscì paragonando il “terrorismo islamista” al nazismo e al comunismo ; nel 2007, si dichiarò apertamente “sionista”, e sostenne che nel DNA dei Conservatori inglesi c’era il sostegno ad Israele . Forte di queste prese di posizione, fu facile per lui diventare primo ministro dopo le sconfitte subite dai laburisti di Toiny Blair. Il suo pushing nella crisi attuale è evidente: il primo marzo ha ribadito di essere favorevole alle no-fly zone, perché Gheddafi “non può uccidere il suo popolo” . Cameron, è vero, si era pronunciato anche a favore di “concessioni” di Israele sulla questione palestinese durante la rivolta egiziana, ma pur non avendole ottenute ha ovviamente continuato a restare fedele al suo campo di appartenenza ideologica internazionale.
Infine c’è la Russia, la Russia di Medvedev: la sortita del ministro degli esteri Lavrov – che tre giorni fa “ha condannato l'uso "inaccettabile" della forza contro i civili” secondo quanto ha “riferito lo stesso il ministero russo” a proposito di una sua telefonata al ministro degli esteri di Gheddafi - potrebbe essere un giusto monito a non prestare il fianco al pushing Clinton-Cameron, ma potrebbe anche costituire un segnale di disponibilità del presidente Medvedev – ben legato a una ancora potente lobby pro israeliana in Russia - al grande passo. I biografi di Lavrov sostengono che egli non ha mai fatto parte dell’entourage di Putin , è altro rispetto a colui che fece fuori uno dopo l’altro gli esponenti della finanza russo-ebraica della “famiglia” di Eltsin. Lavrov vuole emulare il georgiano Shevarnadze, il ministro degli esteri di Eltsin che nel 1991 avrebbe gradito una partecipazione sovietica all’invasione-attacco angloamericano dell’Iraq? E’ improbabile, ma molto dipenderà dai rapporti di forza tra Medvedev e Putin, e dalla situazione sul terreno in LIbia: basterà una “strage mediatica” inventata o enfatizzata dai soliti Harry Potter “progressisti” della stampa mondiale, per far scoppiare la scintilla. Hanno già fatto così, probabilmente, con i morti di Misurata: erano innocenti “civili”? O erano (e sono) ribelli in armi – e armati da chissachi – contro cui appare cosa assolutamente normale e addirittura legittimo ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, l’esercizio della forza da parte del governo centrale?
Inutile dire dunque, che la situazione è tutt’altro che tranquilla. I pericoli per la pace sono enormi. Lo scenario somalo evocato dalla Clinton dopo il momentaneo fallimento della no fly zone, può essere il preannuncio di orribili attentati stragisti che “obblighino” la solita comunità internazionale a intervenire manu militari. La risoluzione 1970 – peraltro comprensibilmente irrisa da Gheddafi - non basta. Occorrerebbe una concertazione dei leaders più responsabili per evitare il peggio, impedita però oltre che dalle difficoltà di origine lobbista, interne ai diversi scenari nazionali, anche da un gioco perverso alla competizione alimentato dall’adagiarsi su vecchi schemi “destra-sinistra”. Obama è veramente su un fronte opposto, come alluso da alcuni articoli de il Giornale durante la rivolta egiziana di gennaio-febbraio? Oppure Obama alle prese con la Clinton è nella stessa situazione di Berlusconi e dei suoi ministri più impegnati per ruolo nella crisi libica? L’intervento del ministro Maroni – l’insistere, anche per salvare l’Italia e l’Europa dagli esodi in massa di profughi dalle crisi del nord Africa su un immediato intervento umanitario in Tunisia – è stato ancora una volta eccellente. Ma la situazione è per altri versi fluida, anche perché Berlusconi è alle prese con il pasticcio mediatico-giudiziario di Ruby e signorine.
.. Anche al di fuori dell’Europa il quadro è difficile, favorito indubbiamente dalla politica di (auto?) isolamento della Jamahiryia laica in un Medio Oriente scosso dai fermenti, ora progressivi ora reazionari del nuovo Islam postbipolare. La Cina non ha mai svolto un ruolo promotore di diplomazia alternativa, le sue posizioni sembrano una diretta emanazione delle politiche commerciali e di investimenti all’estero, ed il denaro – si dice – non ha colore. La Turchia perde tempo in questi giorni a litigare con la Germania sull’insegnamento del turco nelle scuole tedesche, questione su cui – per inciso – la Merkel ha pienamente ragione a rivendicare il primato della lingua tedesca in terra tedesca. Solo il Venezuela ha reagito accusando Washington di voler occupare la Libia. Quanto al defilarsi dell’Iran, stupisce e non stupisce: non stupisce perché la speranza di Teheran è quella di riempire con il suo Islam progressivo i vuoti di potere aperti dalle rivolte nei paesi arabi, Libia compresa, dalla quale è distante per la natura laica del regime di Tripoli. E’ l’accusa della stessa Clinton, con riferimento specifico all’Egitto e al Bahrein. Ma stupisce perché la flotta americana di fronte alle coste libiche è la stessa che minaccia e ha sempre minacciato il Golfo persico. Cosa pesa di più nelle considerazioni di Teheran? La permanenza al potere di un leader arabo indubbiamente inviso, o un successo anglo-americano che potrebbe, una volta inghiottito il boccone libico, riversarsi negativamente non solo sull’Iran ma su tutti gli equilibri mediorientali?

di Claudio Moffa

02 marzo 2011

Scuola pubblica o privata?

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I nostri sono tempi bui in cui occorrerebbe focalizzare l’attenzione soprattutto sui drammatici ed eccezionali eventi che stanno trasformando la morfologia politica planetaria e che presto sconvolgeranno le vite di tutti noi, anche nella quotidianità lavorativa e culturale. Le formazioni sociali mondiali sono infatti trascinate nel vortice di grandi cambiamenti geopolitici che riconfigurano, passo dopo passo, i rapporti di forze tra le Potenze restituendoci un contesto epocale molto differente da quello attuale.

Tuttavia, non si può fare a meno di notare come nel quadro politico italiano i rivolgimenti internazionali in corso risultino quasi del tutto sussidiari ed accessori alle piccole beghe interne. Sono quest’ultime ad informare il clima generale che risulta viepiù asfittico e svigorito mentre occorrerebbe riposizionarsi, con nuovi strumenti concettuali, nelle correnti globali al fine di afferrare il senso delle metamorfosi in atto e magari trovare il sistema, per quanto possibile, di governarle a proprio favore. Ma purtroppo per noi, considerata la cifra cerebrale della nostra classe dirigente, ci troviamo a confrontarci con minuzie di poco conto che non ci avvicinano nemmeno di un millimetro ai grandi temi di domani. Tuttavia, pur con un spirito diverso, cioè con l’intento esplicito di rompere i fatui schematismi bipolari che accaldano e inveleniscono il dibattito politico peninsulare senza mai, et pour cause, dare risultati adeguati, dobbiamo entrare nel merito di questa corta visione per smascherarla agli occhi di chi non vuole rinunciare ad offrire al proprio Paese un orizzonte di possibilità meno angusto. L’ultima sciocca diatriba tra governo ed opposizione è scoppiata sulla scuola. Per il primo è fondamentale la libertà di scelta di famiglie e discenti che hanno diritto di costruire il proprio futuro secondo i propri gusti intellettuali, ma si tratta di un paravento ideologico che copre un pregiudizio ed uno sbilanciamento a favore degli istituti privati i quali rispondono meglio alle logiche di profitto. Per la seconda, invece, l’istruzione deve restare pubblica al fine di garantire l’accessibilità anche a chi non può permettersi di pagare rette troppo elevate. Ma anche in questo caso siamo di fronte ad una valutazione di comodo, più elettorale che sociale, poiché la sinistra considera il ceto degli insegnanti uno storico bacino di consenso da non scontentare con azioni avverse. Dai preconcetti reciproci nasce dunque una stanca battaglia che ha come unico effetto quello creare sistemi di protezione e di sinecure, tanto nel privato che nel pubblico, che fanno decadere il livello generale dell’istruzione in questa benedetta nazione. Di questo si alimenta la casta professorale, soprattutto statale, la quale, proprio come quella dei magistrati, considera il proprio luogo di lavoro un esclusivo possedimento dove non valgono le leggi del Parlamento ma al più le direttive del consiglio docenti. Innanzitutto, occorre ribadire che non è mai la forma giuridica della proprietà a determinare la migliore performatività delle organizzazioni che per essere efficaci ed efficienti devono essere ispirate da uomini intelligenti e da processi innovativi e al passo coi tempi. Detto ciò, ci conviene non schierarci con nessuna delle due parti perché quando a destra sviolinano sulle scuole private hanno in testa un’idea elitaria di insegnamento pagata in contanti, mentre a sinistra vige la classica doppiezza di chi agita la bisaccia del mendicante per stare col popolo ma sotto la manica volteggiante risulta vestito all’ultima moda. Difatti questi signori di sedicente sinistra dovrebbero spiegarci perché vanno in piazza contro qualsiasi riforma della scuola ma poi infilano i loro figli nei migliori istituti privati. Cito da un articolo riportato ieri su Il Giornale: “Le figlie di Francesco Rutelli, per esempio, sono state equamente divise fra due scuole: tutte e due private. Una si è iscritta ai liceo privato Kennedy, l’altra al prestigiosissimo collegio San Giuseppe de Merode, l’istituto dei Fratelli delle scuole cristiane che si affaccia, nientemeno, su Piazza di Spagna. «Per tutta la mia vita - ha spiegato lo stesso Rutelli al Giornale - io stesso e i miei familiari abbiamo frequentato sia scuole ed università pubbliche, sia non statali, cattoliche o laiche. Di volta in volta, è stata una scelta condivisa di figli e genitori». Anche la discendente dell’ex ministro dello sport Giovanna Melandri ha preso la direzione delle scuole paritarie: a casa Melandri prediligono il collegio San Giuseppe di via del Casaletto. Altri invece studiano in scuole estere: organizzate a meraviglia, utilissime per imparare una lingua e sprovincializzare il cervello, portandolo lontano dalle polemiche ombelicali di casa nostra: la figlia di Santoro va allo Chateaubriand, dove la prima lingua è il francese e l’italiano è terra straniera. Il figlio del regista Nanni Moretti è invece sintonizzato sull’inglese e cresce all’Ambrit International School, sempre nella capitale. Insomma, ai tradizionali istituti religiosi si affianca il meglio della cultura internazionale: enclave nel cuore della capitale in cui si respira l’aria di New York o di Parigi. L’elenco però è lungo e va continuamente aggiornato anche se molti di questi ragazzi, figli della sinistra chic, manifestano nelle occasioni canoniche mescolandosi ai ragazzi delle scuole pubbliche: si mettono dietro striscioni colorati e soffiano nei fischetti sempre a portata di mano. I discendenti di Anna Finocchiaro studiano in un istituto di Catania, l’ex ministro della Pubblica Istruzione Beppe Fioroni, il predecessore della Gelmini, ha paracadutato il rampollo al liceo scientifico Cardinal Ragonesi di Viterbo, curiosamente la stessa scuola frequentata da papà a suo tempo. Il Cardinal Ragonesi è gestito dai Fratelli Maristi, una congregazione religiosa fondata in Francia duecento anni fa da san Marcellino Champagnat. E nel recinto più o meno dorato delle scuole private si trovano le nuove generazioni di altre famiglie della nomenklatura: dai figli dell’imprenditore Alfio Marchini ai nipoti dell’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. Insomma, la futura classe dirigente si mescola alla piazza ma poi torna sui banchi di scuole costose ed elitarie, ove si insegna il meglio con i mezzi migliori. Sorpresa: frequenta uno di questi istituti, il carissimo San Carlo di Milano, Giovanni. Ricordate? Giovanni è il tredicenne che si è guadagnato la standing ovation e i riflettori della stampa nella recente manifestazione del Palasharp di Milano: lì si è esibito per due minuti contro il presidente del consiglio. Il ragazzino ha puntato il dito contro il governo perché «parla di scuola pubblica solo per tagliarne i fondi». Legittimo, ci mancherebbe, tuonare contro la Gelmini. Lui però è al riparo dal piccone. I suoi genitori pagano rette salatissime al San Carlo. Per la cronaca, la madre è una delle animatrici di Giustizia & Libertà, il movimento che ha calamitato l’opposizione al Palasharp, ed è avvocato di fiducia di Carlo De Benedetti nel processo sul Lodo Mondadori. Insomma, l’opposizione è a tempo pieno, ma quando suona la campanella si cambia registro”. Lo stesso dicasi per la sanità che costoro, sempre in fregola d’identificarsi coi dannati della terra, pretendono sia pubblica salvo alla prima malattia o visita di controllo recarsi nelle più moderne cliniche private. Da D’Alema a Bertinotti non si salva nessuno, o meglio si salvano tutti perché possono permetterselo. A noi poveri mortali ci lasciano solo i peggiori bar di Caracas dove preferiamo ubriacarci per non dovergli dare retta. Concludo con un' ultima riflessione. I nostri governanti sanno insultarsi tra loro per ogni cosa ma non sanno proporre soluzioni per nulla. Diceva il grande Schopenhauer che colui che insulta dimostra con ciò di non essere in grado di addurre, contro l'altro, nulla di veritiero e di concreto, perchè altrimenti lo direbbe come promessa, lasciando a chi ha sentito la possibilità di trarre da sé le conclusioni; invece dà la conclusione e resta debitore delle premesse. Appunto. Quali conclusioni dovremmo trarre noi italiani da questo balletto di improperi bipartizan?
di Gianni Petrosillo

01 marzo 2011

L'ideologia dell'anti-stato

Dichiarato ufficialmente "contumace" alla ripresa del processo Mediaset, il presidente del Consiglio si lancia nel suo Vietnam giudiziario con una dissennata dichiarazione di guerra. E seleziona con precisione chirurgica i suoi "nemici": il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Sono loro, le due massime istituzioni di garanzia, che gli impediscono di governare. Se "non gli piacciono" le leggi varate dal Consiglio dei ministri, Giorgio Napolitano le rinvia alle Camere, gli "ermellini rossi" le respingono.

Si avvera dunque la facile profezia che avevamo formulato solo una settimana fa. Altro che senso dello Stato, altro che tregua istituzionale: Silvio Berlusconi si prepara a consumare quel che resta della legislatura all'insegna del conflitto permanente. C'è da chiedersi perché lo fa. C'è da chiedersi quale vantaggio possa trarre lui stesso, da un'aggressione sistematica che destabilizza gli equilibri costituzionali e avvelena le relazioni istituzionali. Le sue parole, da questo punto di vista, si prestano a un doppio livello di analisi possibile.

In primo luogo c'è la strategia politica. Risolto con una scandalosa compravendita il duello contro Gianfranco Fini, rinsaldata a suon di prebende un'esangue maggioranza aritmetica, neutralizzato momentaneamente l'assedio dell'opposizione parlamentare, il premier ha ora un bisogno disperato di trovare altri "contro-poteri" e di additarli all'opinione pubblica come ostacoli insormontabili sul cammino della "modernizzazione". Sa che non potrà fare le "grandi riforme" promesse in campagna elettorale. Non potrà varare la storica "rivoluzione fiscale" che consentirà ai contribuenti di pagare meno tasse, perché non ha il coraggio di stanare l'evasione. Non potrà varare un serio pacchetto di "scossa" all'economia, perché non sa trovare le risorse necessarie. Non potrà varare un vero riordino della giustizia nell'interesse di tutti i cittadini, perché la sua unica ossessione è un "ordinamento ad personam" che consenta solo a lui di salvarsi dai suoi processi.

Il suo carniere è vuoto. E resterà vuoto di qui alla fine della legislatura, anticipata o naturale che sia. Per questo deve trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare i suoi fallimenti e travestirli da "impedimenti". Il Quirinale e la Consulta sono due bersagli ottimali. Con il suo attacco frontale, il Cavaliere sta dicendo agli italiani: sappiate che se non sono riuscito a risolvere i vostri problemi la colpa non è mia, ma di chi ha demolito le mie leggi. Quello di Berlusconi è solo un gigantesco alibi, che nasconde una colossale bugia. Ma solo di questo, oggi, può vivere il suo sfibrato governo e la sua disastrata coalizione: alibi e bugie, su cui galleggiare fino al 2013, per poi tentare il grande salto sul Colle più alto. A dispetto degli scandali privati di cui è stato protagonista e dei disastri pubblici di cui è stato artefice.

In secondo luogo c'è la "filosofia" politica. E qui, purtroppo, il presidente del Consiglio non fa altro che confermare la natura tecnicamente eversiva del suo modo di intendere il governo e la dialettica tra i poteri, la Carta costituzionale e lo Stato di diritto. In una parola, la democrazia. È tecnicamente eversiva l'idea che il presidente della Repubblica o la Consulta possano rinviare o bocciare una legge "perché non gli piace": non lo sfiora nemmeno il dubbio che l'uno o l'altra, nel giudicare sulla legittimità di una norma, agiscano semplicemente in base alle prerogative fissate dalla Costituzione agli articoli 74, 87 e 134. È tecnicamente eversiva l'idea che in Parlamento "lavorano al massimo 50 persone, mentre tutti gli altri stanno lì a fare pettegolezzo": non lo sfiora nemmeno il sospetto che la trasfigurazione delle Camere in volgare "votificio" sia esattamente il risultato della torsione delle regole che lui stesso ha voluto e causato, con decreti omnibus piovuti sulle assemblee legislative e imposti a colpi di fiducia.

Ma qui sta davvero l'essenza del berlusconismo. Cioè quell'impasto deforme di plebiscitarismo e populismo, di violenza anti-politica e onnipotenza carismatica. Da questa miscela esplosiva, con tutta evidenza, nasce l'Anti-Stato che ormai il Cavaliere incarna, in tutte le sue forme più esasperate e conflittuali. In questa dimensione distruttiva, la stessa democrazia, con i suoi canoni e i suoi precetti, non è più il "luogo" nel quale ci si deve confrontare, ma diventa la "gabbia" dalla quale ci si deve liberare. Contro il popolo, in nome del popolo. "Dispotismo democratico", l'aveva definito Alexis de Tocqueville. Scriveva dall'America, due secoli fa. È una formula perfetta per l'Italia di oggi.
di massimo giannini

Lettera aperta a Benigni

Caro Roberto Benigni,

Con la Sua incursione a Sanremo, molti nostri compatrioti hanno provato, forse per la prima volta, il brivido di un'idea; hanno percepito la "gravità" della bellezza, la rilevanza nella storia e nel mondo della nostra, malconcia, nazione.

Condivido con essi il sentimento di riconoscenza nei Suoi confronti, per averci ricordato che possiamo andare fieri di essere italiani, che siamo figli di Dante, Petrarca, Leonardo da Vinci, Raffaello e Giuseppe Verdi, e che in Italia la cultura è nata prima ancora delle istituzioni politiche.

In effetti, i più grandi uomini di cultura, come Dante, Petrarca e Verdi, furono attivi politici (Dante come l'equivalente di un presidente del consiglio attuale; Petrarca condusse la diplomazia tra Firenze e Venezia, anche se gli costò la vita; Verdi fu senatore, e le sue opere avevano ispirato la resistenza popolare contro gli austriaci). Ai tempi di Dante, e della Firenze rinascimentale, in cui si chiosava Dante nelle chiese e nelle piazze, come fece anche Lei anni addietro, la parola "politica" non era una parolaccia, come è diventata recentemente, ma indicava la partecipazione del cittadino alla vita della città (polis).

Per noi che il 17 marzo festeggeremo il 150enario dell’unità d'Italia, e che annoveriamo tra i nostri avi degli eroi del Risorgimento (tra cui mio nonno, Michele Gorini, che combattè a Roma in quella battaglia del Vascello a margine della quale Mameli fu per errore ferito mortalmente ad una gamba), è importante, e di profonda rigenerazione morale, sapere che c’è un’altra Italia rispetto a quella che compare tutti i giorni sulle prima pagine dei giornali: c'è l'Italia fondata da giovani "pronti alla morte" per darci un futuro migliore, una nazione sovrana e non più schiava di imperi o di invasori stranieri.

Come Lei sa, il nostro movimento, rifacendosi al Rinascimento italiano, si batte in tutto il mondo per una "nuova politica", come l'ha definita l'economista e leader democratico americano Lyndon LaRouche anni fa, quando diede vita al suo movimento giovanile (LYM - LaRouche Youth Movement) che oggi mette in campo sei candidati al Congresso USA, e altri candidati in Germania e Francia, tutti tra i 20 e 30 anni, proprio per esprimere in modo esemplare la loro capacità di guida politica della nazione. Sono questi gli statisti del futuro, giovani che credono fermamente nella verità, nella passione per la scienza, per la musica, per ciò che distingue l'uomo dalle bestie, quell'uomo che nel racconto dantesco Ulisse esortò a non vivere "come bruti", ma a "seguir virtute e canoscenza".

Credo che, avendo commosso tantissimi e avendoli fatti sentire italiani con una certa freschezza d'animo, la Sua ode vada nella direzione della rapida creazione di una generazione di politici degni di questo nome, e degni dei nostri padri fondatori, anche in Italia.

Così come Le abbiamo espresso la nostra gratitudine per questo, non possiamo però non tacere che i modelli che Lei ha offerto sono da respingere nel più deciso dei modi. L'idea dell'Impero Romano e quella di Mazzini padre della Patria sono non solo falsi modelli, ma non corrispondono all'anima risorgimentale vera, quella che dobbiamo rilanciare se vogliamo un futuro per l'Italia. È vero che Scipione impedì il "governo mondiale" dei Fenici, ma l'unica cosa buona che Roma ha tramandato è ciò che assimilò dai Greci; espressione massima quel Cicerone che fu soppresso agli albori dell' Impero da Lei incautamente elogiato.

Così come il Mazzini figlio di quel Romanticismo di marca britannica, che nel rilanciare i fasti del modello imperiale romano rinato nel dominio britannico sul mondo e la sua utopia di "democrazia pura" trascinò tanti giovani patrioti, in avventure folli tese a ritardare il riscatto nazionale poi guidato dal Cavour. Quel Cavour che Lei purtroppo nemmeno ha menzionato e che rappresenta il vero Genio del Risorgimento, definito "l'unico vero statista europeo" dai nostri avversari.

Per questo, è necessario un secondo Risorgimento che rilanci l'idea prometeica dell'Italia e degli Italiani, questa volta non contro gli austriaci, ma contro le forze che a livello finanziario ne rappresentano l'eredità imperiale: la Banca Centrale Europea, il gruppo bancario Inter-Alpha, il Fondo Monetario Internazionale, ecc. responsabili della speculazione in derivati ed hedge fund, della crisi scoppiata nel 2007 ed anche dei salvataggi bancari degli ultimi anni, che non fanno che aggravarla.

Per far risorgere dalle ceneri la nostra economia, e dunque le speranze delle giovani generazioni, oggi votate al pessimismo e al nichilismo del"no future", occorrerà adottare le soluzioni proposte da LaRouche più di dieci anni fa: il ripristino della separazione tra banche ordinarie e banche d'affari, sancita dalla Legge Glass-Steagall durante la prima presidenza di Franklin D. Roosevelt nel 1933, per mettere fine alla Grande Depressione e aumentare la potenza industriale degli Stati Uniti (grazie alla quale, espressa essenzialmente in una superiorità logistica, e non grazie a Churchill, fu sconfitto il nazismo), la sostituzione dell'attuale sistema finanziario speculativo e usuraio con un sistema creditizio (la cosiddetta Nuova Bretton Woods presentata da LaRouche per la prima volta a Roma nel 1997) e grandi progetti infrastrutturali ad alta tecnologia (quali il NAWAPA, il Transaqua, il Ponte Terrestre Eurasiatico), che daranno lavoro in pochi mesi a decine di milioni di disoccupati, in Italia e nel mondo.

Ma il fondamento di tutto questo, come sanno i poeti "superni legislatori del mondo", è un'immagine dell'Uomo diversa da quella che va oggi per la maggiore: è la "viva immagine del Creatore" affermata dal Rinascimento, è la concezione dell'Umanità intorno alla quale dibatterono i nostri avi del Risorgimento; è la visione di un Uomo che pensa e agisce oltre l'orizzonte del dolore e del piacere, che sente il brivido delle idee e, de esse ispirato, dà pienezza alla sua esistenza battendosi per la promozione del Bene Comune, dei viventi e delle future generazioni.

Spero che Lei, così come i nostri tanti lettori, ci sosterrete in questo sforzo, e che l'Italia scopra presto tra i suoi figli tanti Mameli, impegnati in prima persona nel difendere, assieme alla propria dignità, la calpesta e derisa sovranità nazionale. Se saremo riusciti in questo intento, potremo prevenire una catastrofe demografica globale ed epocale, e potremo davvero dire di essere orgogliosi di essere italiani.

Liliana Gorini , presidente di MoviSol

09 marzo 2011

Papi-girl? Ci vorrebbero madri vere


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Aveva ragione Francesco Borgonovo quando, qualche settimana fa in un suo articolo su Libero, da noi ripreso e commentato QUI, affermava con inveterata e fervida fede, che la rivoluzione berlusconiana aveva prodotto l’uomo nuovo: quello che pretende di arricchirsi e di giudicare con scrupoloso soggettivismo quali tasse sono giuste da pagare e quali, invece, no. Ma, pur avendo la ragione che gli dà la cronaca, era in difetto di riferimenti. Perché limitarsi all’uomo? Anche la donna berlusconiana brilla di quel radioso avvenire che irraggia all’Olgettina le papi-girls in attesa trepida della chiamata alle armi di Arcore, Palazzo Grazioli, Villa Certosa, Castel di Tor Crescenzo ed eventuali e varie altre zone limitrofe e collegate. E che dire della famiglia? Oh! quel sacro vincolo cementato un tempo dal sangue e dagli affetti, non ha subito forse una radicale trasformazione? La mamma che alla figlia prostrata per una sei giorni festosa con il Priapo di Brianza («non ti puoi immaginare in che condizioni sono guarda (…) sono in condizioni pietose, pietose proprio») chiede, ancor prima di consigliarle di «riposare», quant’è stato il corrispettivo ricevuto per i sudati allori, tirando alla risposta («seimila euro») un sospiro di soddisfazione, non è forse l’indice di una trasmutazione antropologica avvenuta anche nel nido familiare? E il fidanzato di un’altra descamisada (no, dico, il fidanzato: uno che un tempo se solo ti cadevano gli occhi sulla sua donna te li cavava, gli occhi, e te li metteva pure in mano in segno di elemosina), che rimprovera la fidanzata per non essersi fatta dare «i vestiti» (i vestiti?) perché, si giustificava la meschina: «comunque…non faccio niente con lui» subendo il rimbrotto dell’amato: «Eh, ma sei scema? Ma anche se fai o non fai, fatti dare!»; un fidanzato del genere – dicevo – non è forse un’altra spia lampante della rivoluzione compiuta nel diciassettennio (portasse sfiga?) berlusconiano?

Il problema vero è sempre lo stesso: questa epocale corruzione dell’anima di persone e istituzioni (familiari e no) a cui quotidianamente assistiamo nella politica, nella società, nel costume di questo disgraziato Paese, non è affatto una rivoluzione, una liberazione dei costumi, come pretendono i suoi esegeti, ma un degenerativo recupero di modelli che si volevano superati. E’ il ciclico riproporsi di restaurazioni reazionarie alle spinte prodotte da movimenti autenticamente libertari, come quello femminista per esempio. Una patacca, insomma. Né più né meno delle altre fulgenti innovazioni prodotte dal genio di Arcore.

Per questo, pur apprezzando l’articolo di Francesco Merlo apparso ieri suRepubblica, e che denuncia il malaffare in corso d’opera con un articolo chiaro fin dal titolo: “L’avvento delle mamme-maitresse. Così finisce la sacra famiglia italiana”, ne contestiamo la premessa: «Novità storica sono le mamme istigatrici e complici. Non le lupe di Arcore, ma queste mamme-maitresse che investono e lucrano sul sesso delle figlie, mamme che rompono la gabbia, all’apparenza inespugnabile, dell’identità italiana, della mamma chioccia, del “son tutte belle le mamme del mondo”, della sacra famiglia, vetrina dei valori della tradizione: il matrimonio possibilmente d’amore, la maternità, la dignità. Mi faceva sorridere mia madre quando a mia sorella che si truccava gli occhi diceva: “Che cosa sono tutti questi buttanesimi”?». Infatti, nemmeno un tale malaffare è una “novità storica”, tanto meno una “liberazione dei costumi” come pretenderebbero i rivoluzionari (?) del “meno-male-che-silvio-c’è”. E’, invece, una gravissima ricaduta nel basso impero.

Le mamme-maitresse (ma anche i padri-maitresse) sono sempre esistite. La cessione della figlia al potente di turno per ottenere vantaggi economici e/o politici è fatto che data dalla notte dei tempi. Ma senza spingerci troppo indietro, basta restare a due racconti del Novecento molto realisti.

Il primo ci viene da La pelle di Curzio Malaparte. Il romanzo, come noto, narra le vicende del protagonista che accompagna le truppe alleate nella guerra di “liberazione” (?) dell’Italia nell’epilogo della Seconda guerra mondiale dove, una Napoli sopravvissuta alla «guerra per non morire», degenera nella misera della lotta per sopravvivere. In una Forcella apocalittica: «Donne livide, sfatte, dalle labbra dipinte, dalle smunte gote incrostate di belletto, orribili e pietose, sostavano all’angolo dei vicoli offrendo ai passanti la loro miserabile mercanzia: ragazzi e bambine di otto, di dieci anni, che i soldati marocchini, indiani, algerini, malgasci, palpavano sollevando loro la veste o infilando la mano fra bottoni e calzoncini. Le donne gridavano: “Two dollars the boys, three dollars the girls!».

Era un popolo di vinti, quello, che cercava di sopravvivere prostituendo i suoi figli. Un popolo di vinti cade sempre, in un modo o nell’altro, nella prostituzione. Non va assolto per questo: non va giustificato. Non lo fa Curzio Malaparte nel girone infernale che narra nel romanzo. Semmai ne ha compassione, ma è un’altra cosa. Non lo faremo nemmeno noi. Potremmo semmai disquisire sul grado di miseria diverso fra le due realtà narrate: quella dell’Italia vinta oggi e quella di allora. Ma la sottolineatura forte va messa sotto al fatto che a prostituirsi sono sempre gli sconfitti, ieri come oggi.

Niente di nuovo sotto il sole, quindi? Sembra di no, nemmeno a dar retta alla vulgata che sia il potere mediatico a indurre modelli comportamentali come quelli che stiamo osservando. Nel 1951, con il film Bellissima, Luchino Visconti racconta qualcosa di analogo all’odierno squittire di aspiranti veline. La protagonista, Maddalena Cecconi (Anna Magnani), viene attratta dalle luci della ribalta. Ma non per sé, per la figlia Maria (Tina Apicella) una bambina di otto anni. E’ disposta a tutto. Persino a concedere le sue grazie pur di garantire alla piccola il successo. Lo farà, infatti, immolandosi sessualmente alla causa sotto ricatto del perfido traffichino di illusioni Alberto Annovazzi (Walter Chiari). Ma almeno lei, la mamma, avrà un sussulto di orgoglio quando si renderà conto che la bambina è alla mercé di distruttori di anime. Ci sarebbe piaciuto leggere, fra le tante intercettazioni che inondano le pagine dei giornali di queste nostre cronache odierne, di una Maddalena Cecconi accorsa a riprendersi la figlia. Purtroppo, di una tale impresa contro la morsa pestifera non si rinviene traccia.

La peste è, appunto, la metafora che Curzio Malaparte usa per descrivere l’elemento corruttore delle anime degli sconfitti: «Ed ecco che, per effetto di quella schifosa peste, che per prima cosa corrompeva il senso dell’onore e della dignità femminile, la più spaventosa prostituzione aveva portato la vergogna in ogni tugurio e in ogni palazzo. Ma perché dire vergogna? Tanta era l’iniqua forza del contagio, che prostituirsi era divenuto un atto degno di lode, quasi una prova di amor di patria, e tutti, uomini e donne, lungi dall’arrossirne, parevano gloriarsi della propria e della universale abiezione». La metafora resta valida.

di Miro Renzaglia

08 marzo 2011

Forze speciali statunitensi sbarcano in Libia, dove addestrano i ribelli anti-Gheddafi




Navi da guerra USA sono entrate nel Mar Mediterraneo. Gheddafi: migliaia Libici di moriranno se gli Stati Uniti o la NATO invaderanno la Libia
Adrian Novac HotNews.ro 2 Marzo 2011


Commandos inglesi a Bengasi – Agerpres

Forze Speciali dell’Esercito USA sono sbarcati in Libia, per addestrare i ribelli che combattono contro il regime di Muammar Gheddafi, afferma il Pakistan Observer. Secondo i rapporti, sul posto si trovano anche “consiglieri militari” inglesi e francesi, che hanno il compito di stabilire le basi di addestramento nelle regioni orientali del paese, controllato dai sostenitori dell’opposizione. Le due navi d’assalto statunitensi, USS Ponce e USS Kearsarge sono arrivate nel Mediterraneo, secondo una dichiarazione resa da un ufficiale statunitense in condizione di anonimato. Gli Stati Uniti non hanno specificato se la portaerei USS Enterprise, che si trova nel Mar Rosso, sarà inviata anch’essa nel Mediterraneo, ha detto Reuters Mercoledì. Un’altra nave da guerra statunitense, il cacciatorpediniere USS Barry, ha già attraversato il Canale di Suez Lunedi, e sarà nel sud-ovest del Mediterraneo.
L’amministrazione Obama ha detto che sta valutando tutte le opzioni per affrontare la crisi in Libia, anche se il Pentagono è alle prese con gli attuali costi delle guerre in Afghanistan e in Iraq.
Secondo le informazioni fornite da un diplomatico libico che si trovava in zona, le forze speciali delle tre potenze occidentali sono sbarcati in Cirenaica, e oggi hanno stabilito basi e centri di addestramento “per rafforzare le truppe ribelli che in diverse regioni si oppongono ai soldati di Gheddafi“. Un funzionario libico, che non ha voluto essere identificato, ha detto che i soldati statunitensi e britannici arrivarono nell’area il 23 e 24 febbraio, trasportati da navi da guerra e da piccole imbarcazioni appartenenti alla Marina USA e francese, presso Bengasi e Tobruk. Diverse informazioni indicano che le forze speciali occidentali avviano attualmente gli sforzi per “neutralizzare” l’aviazione libica, al fine di limitare il potere del regime di Gheddafi.
Nel frattempo, i leader militari statunitensi preparano una lista di opzioni da proporre al presidente Barack Obama, e svolgono anche le discussioni con i loro omologhi europei, ma la probabilità di un intervento militare rimane incerta. “Credo che le opzioni vanno da una dimostrazione di forza al coinvolgimento in qualcosa di più grande,” ha detto un funzionario Usa, aggiungendo che “il presidente Obama non ha adottato alcuna decisione sull’uso dei militari“. In seguito, la Casa Bianca ha inviato i vascelli trasferiti al fine di sostenere un eventuale aiuto umanitario, ma ha sottolineato che “non esclude una qualsiasi altra opzione“, un linguaggio diplomatico che segnala che l’azione militare è una possibilità.
Venerdì scorso, 40 influenti personalità neo-conservatrici USA hanno inviato una lettera a Obama, chiedendogli di preparare un “decreto” per una operazione militare per la rimozione di Gheddafi. Inoltre, tre navi da guerra indiane, tra cui la nave d’assalto INS Jalashwa, si sta dirigendo verso le acque vicino la Libia.

Truppe fedeli a Gheddafi hanno attaccato due città nelle mani dei ribelli, riuscendo a prenderne il controllo
I ribelli libici ha assunto di nuovo, incredibilmente, il controllo della città orientale di Marsa Brega (dove c’è un importante terminale petrolifero), dopo che le forze fedeli al colonnello Muammar Gheddafi hanno annunciato di aver bombardato la città e preso il controllo dalle mani degli insorti, la mattina, secondo Reuters. “Molto probabilmente chiederemo aiuti provenienti dall’estero, abbiamo bisogno di attacchi aerei in punti strategici, per rimuovere Muammar Gheddafi dal potere“, ha detto alla Reuters Gheriani Mustafa, un portavoce per i gruppi di insorti. “Hanno cercato di riprendersi Brega questa mattina, ma non ci sono riusciti. La città è tornata nelle mani dei rivoluzionari“, ha aggiunto.
Le truppe fedeli a Gheddafi hanno lanciato un attacco alla città di Ajdabiyah (che si trova nell’est del paese, a 500 km da Tripoli), che ospita anche delle installazioni petrolifere importanti, e sono riusciti a prenderne il controllo, afferma SkyNews.

Muammar Gheddafi: migliaia di Libici moriranno se gli Stati Uniti o la NATO invaderanno la Libia
Il leader di Tripoli, Muammar Gheddafi ha detto Mercoledì che il mondo non capisce il sistema libico che mette il potere “nelle mani del popolo“, riferiva la Reuters citando una trasmissione della televisione di Stato. La folla in sala ha applaudito Gheddafi. L’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Susan Rice, ha detto Martedì in reazione alla intervista rilasciata il giorno prima da Gheddafi, che il leader libico delira e non è in grado di guidare il paese. Secondo la Rice, Gheddafi che ride alle domande, mentre lui “macella la sua stessa gente” mostra che è disconnesso dalla realtà.

Ecco alcune delle dichiarazioni rilasciate Mercoledì da Muammar Gheddafi:
Metto le dita negli occhi di coloro che dubitano che la Libia è gestita da qualcuno che non sia il suo popolo
La Libia è un sistema di democrazia diretta
Muammar Gheddafi non è il presidente, non può d dimettersi, non ha un parlamento che può esser sciolto, non ho cariche da cui dimettermi
La Libia è un sistema del popolo e nessuno può resistere al potere del popolo
Il popolo è libero di scegliere l’autorità che ritengono più adatta
Non vi è alcuna protesta in Oriente
Le cellule di Al Qaida hanno attaccato le forze di sicurezza e hanno rubato le loro armi
Come è cominciato tutto? Minuscole cellule di Al-Qaida sotto copertura
Sono pronto ad andare ad un dibattito con una di questi di al Qaida, uno di loro … ma nessuno è venuto a discutere… non hanno chiesto nulla
Diffondere le notizie sulla Libia nel mondo delle stazioni e dalle agenzie che hanno corrispondenti in Libia
Sfido a trovare che dei pacifici dimostranti sono stati uccisi
Negli USA, in Francia e altrove, se le persone attaccano negozi e cercando di rubare delle armi, gli sparano
Chiedere all’ONU e alla NATO di organizzare rapidamente comitati per sapere quante persone sono state uccise
Come possono le Nazioni Unite prendere decisioni basate su informazioni false al 100%?
Vedo una cospirazione per il controllo del petrolio e la terra della Libia
Vogliono farci diventare ancora una volta schiavi degli italiani? Non lo accetteremo mai
In Libia inizieremo una sanguinosa guerra, migliaia di libici moriranno se Stati Uniti o la NATO invaderanno la Libia

Gheddafi: “O io o al-Qaida”
Tol Press 6 marzo, 2011
Il colonnello Gheddafi incontra gli inviati di JDD. (Bernard Bisson/JDD)




In esclusiva mondiale, il capo di stato libico ha ricevuto Sabato, due inviati speciali di JDD nel suo quartier generale a Tripoli. Ecco alcuni estratti da questa intervista eccezionale pubblicata Domenica su JDD.

La minaccia terroristica
“Quando ci fu confusione in Tunisia ed Egitto (…) Al-Qaida ha incaricato le sue cellule dormienti in Libia di emergere (…) I ragazzi non sapevano di al-Qaida o dell’ideologia di questa organizzazione. Ma i membri di queste cellule gli hanno dato pillole allucinogene. (…) Oggi, questi giovani si sono assuefatti a queste pillole e pensano che le armi sono una sorta di fuochi d’artificio.”
“Sono veramente sorpreso che non si capisca che questa è una lotta contro il terrorismo (…) I nostri servizi di intelligence stanno cooperando. Vi abbiamo aiutato molto in questi ultimi anni! Allora, perché quando siamo noi in battaglia contro il terrorismo qui, in Libia, nessuno ci ricambia l’aiuto!”
“Ci sarà un Jihad islamico di fronte a voi, nel Mediterraneo, (…) le persone di bin Laden imporranno le taglia su terra e su mare. Torneremo ai tempi del Barbarossa, dei pirati, degli ottomani che impongono le taglie alle navi. Questa sarà veramente una crisi globale e un disastro per tutti.”

Il ruolo della Francia nella crisi
“Vorrei che una squadra d’indagine delle Nazioni Unite o dell’Unione africana venga qui in Libia. Consentiremo alla Commissione di andare sul campo senza alcun ostacolo.”
“La Francia ha grandi interessi in Libia. Abbiamo lavorato con il signor Sarkozy, abbiamo lavorato insieme su diversi casi, cause diverse. La Francia sarebbe stata la prima a inviare una commissione d’inchiesta. Spero che cambierà il suo atteggiamento verso di noi. (…) Che la Francia assuma rapidamente la guida dell’inchiesta, bloccando la risoluzione ONU al Consiglio di Sicurezza, e faccia fermare l’intervento straniero nella regione di Bengasi.”

Nessuna crisi del regime
“Da noi, il potere è del popolo. Non abbiamo nessun presidente che si dimetta, né un parlamento che si sciolga, né elezioni contraffatte, non una Costituzione da modificare. Noi non abbiamo rivendicazioni di giustizia sociale, perché qui è il popolo a decidere. Io non ho alcun potere, come invece Ben Ali e Hosni Mubarak.”
“Il regime qui in Libia, va bene. E’ stabile. Voglio essere ben capito: se minacciano, se destabilizzano, si avrà la confusione, bin Laden, i gruppuscoli armati. Questo è ciò che accadrà. Avrete immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. E non ci sarà nessuno a fermarli. Agitate lo spettro della minaccia islamica…”

La violenza
“Non ho mai sparato sul mio popolo! E voi non credereste che il regime algerino in anni di lotta all’estremismo islamico, non abbia fatto uso della forza! E non credereste che il bombardamento israeliano di Gaza e le vittime civili siano causati dai gruppi armati che ci sono? E in Afghanistan o in Iraq, non sapete che i militari degli Stati Uniti fanno regolarmente delle vittime civili? E la NATO in Afghanistan non ha mai sparato contro i civili? Qui, in Libia, non abbiamo sparato a nessuno.”

Fortuna personale
“Ho sfidato tutti a dimostrare che ho un solo dinaro mio! Questo blocco dei beni è una pirateria in più imposta al denaro dello Stato libico. Vogliono rubare i soldi dallo stato libico e mentono e dicono che sono i soldi della Guida! Ancora una volta, c’è l’inchiesta per dimostrare a chi appartiene il denaro. Io sono tranquillo. Non ho che questa tenda.”



Si osservi questa foto, conferma le affermazioni dell’articolo del sito romeno:
Gli uomini qui ripresi caricano una cassa di munizioni speciali, si tratta di proiettili da 106mm per dei cannoni senza rinculo anti-carro M40A1 di fabbricazione statunitense. Tale arma non è in dotazione alle forze armate libiche; inoltre la scritta HESH-T, ovvero Proiettile ad Alto Esplosivo a Testata Dirompente – Tracciante, dimostra che i proiettili sono di fabbricazione inglese, poiché questo tipo di proiettili sono chiamati così solo nel Regno Unito, mentre nel resto del mondo vengono denominati HEP-T (Proiettile ad Alto Esplosivo al Plastico – Tracciante). Inoltre l’esplosivo HESH-T/HEP-T è impiegato solo dai paesi membri della NATO, Israele, India e Svezia. Non possono che avere origine esterna alla Libia, non sono stati prelevati dagli arsenali delle forze armate libiche.
di Alessandro Lattanzio

07 marzo 2011

Così la Spagna a rischio default è diventata un paradiso fiscale


Secondo El País la filiale spagnola di ExxonMobil, la più grande corporation del Pianeta, non paga un solo centesimo di tasse. Ed è solo un esempio tra i tanti. Mentre i cittadini sostengono le manovre post crisi le multinazionali evadono legalmente il fisco. Due anni fa il Guardian aveva denunciato il fisco creativo delle corporation britanniche

Lieve sforzo di immaginazione. Provate a pensare per un attimo di essere cittadini spagnoli. Per anni vi hanno convinto che l’economia andava bene, che la crescita era sostenibile e che tutto sarebbe filato perfettamente liscio per moltissimo tempo ancora. Siete stati caldamente invitati a indebitarvi per consumare di più e già che c’eravate avete scelto di dare retta a quelle banche che erano disposte a concedervi un mutuo a fronte di garanzie pressoché nulle. Avevate un lavoro e una casa di proprietà, il sole splendeva e le vostre squadre di calcio (le più indebitate dell’area euro, ma ancora non lo sapevate) giocavano il miglior fútbol del Continente. Poi un giorno tutto è andato a rotoli. Avete perso la casa (ora in mano alle banche ma con un valore reale magari dimezzato), il lavoro (che manca ormai al 20,3% della popolazione attiva) e ovviamente il credito facile. Come se non bastasse avete anche scoperto che la maggior parte delle vostre tasse non servirà a finanziare i servizi sociali che dovrebbero esservi garantiti andando, al contrario, a sostenere le politiche anti default messe in atto dal governo.

Ora, come reagireste se vi dicessero che il soggetto privato spagnolo che ha guadagnato più di chiunque altro negli ultimi due anni non ha pagato e non pagherà un centesimo di tasse e che, piccolo particolare, tutto ciò avviene in modo perfettamente legale?

La risposta non è nota ma in questi giorni forse qualcuno proverà a trovarla. Visto che tutto questo, incredibile ma vero, è realmente accaduto. La denuncia l’ha presentata El País, il più diffuso e prestigioso quotidiano di Spagna. ExxonMobil Spain, filiale madrilena della più grande corporation del Pianeta (383 miliardi di dollari di ricavi annuali), ha accumulato negli ultimi due anni 9.907 milioni di euro di profitto lordo. Ed altrettanti di profitto netto. Tradotto: ha versato esattamente zero euro di tasse. Ma la storia non si conclude qui. Perché, a quanto pare, per una serie di complicate ragioni, nel corso del 2009 la filiale iberica della multinazionale Usa sarebbe riuscita nell’impresa di registrare un imponibile negativo di un milione e mezzo. In altri termini, il fisco spagnolo le deve ancora dei soldi. E non manca ovviamente l’aspetto comico: sapete quante persone lavorano per Exxon Spain? Una. Che scuce alla compagnia appena 44 mila euro all’anno.

Sembra folle eppure, come si diceva, è tutto logico quanto legale. Colpa di un regime fiscale favorevole capace di trascinare in Spagna le multinazionali di mezzo mondo ma anche di trasformare il Paese in vero e proprio paradiso fiscale. Il principio della legge è chiaro: impedire che una corporation paghi le tasse contemporaneamente sia sui profitti della casa madre sia su quelli della filiale. E poco importa che la struttura proprietaria distribuisca le società della catena nei paradisi veri e propri, magari appena dietro casa.

Un esempio su tutti: nel 2009 la ExxonMobil Luxembourg, che ovviamente ha sede nel Granducato, ha versato alla sua azionista ExxonMobil Spain un dividendo di 3,65 miliardi. Grazie alla normativa contro la doppia tassazione tale cifra non è stata sottoposta al prelievo. La stessa holding spagnola ha successivamente girato due tranches di 2,26 e 1,38 miliardi rispettivamente alla casa madre statunitense ottenendo a rigor di legge la completa esenzione fiscale. Quello di Exxon, ricorda El País, non è certo un esempio isolato. Multinazionali come Google (che ha holding sparse tra l’Olanda, l’Irlanda e il resto del mondo che le permettono di subire negli Usa un’imposizione reale del 2,4%) ma anche Vodafone, Hewlett Packard, American Express e General Mills si avvalgono delle medesime strategie contabili. Pare inoltre che Facebook che stia tuttora studiando una soluzione simile.

L’ingiustizia ai danni dei contribuenti spagnoli non è diversa da quella che si accanisce da anni sui taxpayers britannici. Un’inchiesta condotta due anni fa dal Guardian rivelò ad esempio che il colosso delle bevande Diageo aveva trasferito la proprietà di celebri marchi miliardari come Johnnie Walker, J&B e Gilbey’s gin a una propria filiale olandese ottenendo, de facto, una pressoché totale esenzione fiscale con un ammontare delle imposte pagate pari ad appena 43 milioni di sterline a fronte di profitti annuali di circa 2 miliardi. La pressione fiscale effettiva “patita” dall’azienda, in altre parole, era stata del 2%.

Esempi analoghi erano regolarmente forniti da altri giganti come Glaxo, Astra e Shell e non stupiva che, secondo i dati dell’agenzia delle entrate del Regno Unito, nel 2006 quasi i due terzi delle 700 principali compagnie britanniche avessero pagato imposte inferiori ai 10 milioni di sterline e che il 30% non avesse sborsato nemmeno un penny. A raggiungere la vetta della finanza creativa era stata però la major del settore pubblicitario WPP Group. Attraverso un’impressionante serie di operazioni contabili, regolarmente bloccate e altrettanto regolarmente sostituite da contromosse ancor più spericolate, la compagnia riuscì a versare nelle casse dell’erario meno di 5 milioni di sterline in sei anni. Nel 2008 non pagò di fatto alcuna tassa in Gran Bretagna.
di Matteo Cavallito

L’immunità: un pasticcio bipartisan






Ennesima contraddizione del Pd. Da un lato promuove l’inutile raccolta di firme per cacciare Berlusconi. Dall’altro sottoscrive una proposta di legge per reintrodurre il vecchio articolo 68 della Costituzione. In una versione ancora più favorevole ai parlamentari inquisiti


Chi può arrivare a pensare di garantire l’impunità non solo al plurinquisito capo del governo, ma all’intera casta parlamentare? Ma il Partito Democratico, naturalmente. La sedicente opposizione raccoglie dieci milioni di firme (gulp!) contro l’odiato Berlusconi, e a Roma presenta una proposta di legge assieme al Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare. Anzi, precisiamo: confezionandone una aggiornata ai tempi, estrema, l’ultima frontiera del privilegio. In cui, cioè, non si torna allo scudo voluto dai padri costituenti onde evitare il fumus persecutionis, ma si cancella la possibilità di indagare a prescindere, salvando coloro che dovrebbero essere chiamati col loro nome: delinquenti comuni. Ancorché eletti dal popolo.

La pensata porta la firma bipartisan di Franca Chiaromonte (Pd) e Luigi Compagna (Pdl), appoggiati dai democratici Sircana e Morando e dall’Udc D’Alia. Prevede che al termine delle indagini, per rinviare a giudizio un parlamentare, il giudice dovrebbe chiedere il permesso alla Camera di appartenenza, che avrebbe 90 giorni per bloccare il processo. Per qualsiasi tipo di reato contestato, senza eccezioni. Nella vecchia immunità modificata nel 1993 sull’onda di Tangentopoli, invece, le Camere potevano negare l’autorizzazione a procedere solo in casi eccezionali, là dove non ci fosse notizia di reato e l’ostilità del magistrato inquirente fosse acclarata (il “fumus persecutionis”, appunto). Nel 1948 quando venne promulgata la Carta costituzionale, infatti, si veniva da vent’anni di fascismo e l’urgenza unanimemente sentita era quella di mettere al riparo la politica da eventuali attacchi giudiziari che volessero colpire l’espressione, magari troppo forte e al limite del lecito, delle opinioni. Ripeto: opinioni, ossia tutto ciò che aveva a che fare con l’attività politica legata alla funzione di deputato o senatore. Non intendevano certo, i padri costituenti oggi fin troppo citati, assicurare un colpo di spugna preventivo per i crimini.

Nel momento in cui, sotto il diluvio di inchieste di Mani Pulite, ci si arrese all’evidenza che la “persecuzione politica” era un argomento pretestuoso che lorsignori agitavano sistematicamente per giustificare l’abuso dell’istituto immunitario, si eliminò la necessità dell’autorizzazione a procedere che di fatto era stata snaturata. Senza fare gli esterofili obbligati, si noti che nelle altre democrazie occidentali un tale sistema di autodifesa corporativa non c’è. In Inghilterra non esiste alcuna immunità parlamentare. In Germania, seppur prevista, viene di fatto annullata in quanto all’inizio di ogni legislatura il parlamento autorizza automaticamente eventuali indagini a carico dei suoi membri. Lo stesso in Spagna, dove, eccetto in un caso, mai in trent’anni le Cortes hanno negato un’autorizzazione a procedere.

Ma la Chiaromonte del Pd vive in un mondo tutto suo e dichiara con sommo sprezzo del pericolo: «Punto chiave della proposta di legge 1942 è quello di ripristinare i principi ed i valori della Carta Costituzionale secondo lo spirito dei padri costituenti, gli stessi contenuti nell'abrogato articolo 68 della Costituzione, laddove infatti si proponeva l'immunità parlamentare dei membri delle due camere, previo autorizzazione a procedere del Parlamento nei casi gravi. In questa maniera si garantiva, e si garantirebbe nel caso passasse la mia proposta, non l'impunità dei membri del Parlamento, ma la necessaria separazione dei compiti tra organi politici ed organi della magistratura».

Domanda: quali sarebbero questi rispettivi compiti? Costituzione alla mano, la magistratura dovrebbe indagare i cittadini, parlamentari compresi, se accusati di aver compiuto un reato (potere giudiziario), e i politici dal canto loro dovrebbero legiferare (potere legislativo) e, se al governo, governare (potere esecutivo). È il buon vecchio Montesquieu. La dottrina Chiaromonte, invece, segue la vulgata Berlusconi-Alfano, come noto due insigni giuristi e filosofi della politica, secondo i quali la divisione dei poteri contempla l’ingiudicabilità di chi siede in parlamento e la corrispettiva genuflessione dei pm. Un diritto speciale per i rappresentanti del popolo, che per il fatto di essere tali sono superiori ai normali cittadini anche se corrotti, malversatori e mafiosi.

I mandarini del Pd, naturalmente, non si sono esposti nell’operazione di soccorso alla maggioranza. Nessun Bersani, D’Alema o Veltroni c’ha messo la faccia. Hanno lasciato che andasse avanti una peone, la Chiaromonte, in modo da poterla scaricare se la mossa dovesse rivelarsi non più utile. Perché è palese che un principio di dignità basilare come l’uguaglianza di fronte alla legge è maneggiata dagli “oppositori” di Silvio come merce di scambio e di trattativa: tu dai l’immunità a me, io concedo qualcos’altro a te. E se così non fosse, l’escamotage può sempre tornar buono per mostrarsi all’opinione pubblica come disponibili al dialogo, il famigerato e becero dialogo. Di riffa o di raffa, la suprema Carta che tutti hanno in bocca viene usata come uno straccio per quello sporco lavoro di inciucio che corre parallelo alle roboanti campagne di protesta anti-berlusconiana. E la chiamano opposizione.

di Alessio Mannino

06 marzo 2011

I risparmi, le banche e l’attuale regime monetario


Nino Galloni, economista, ha recentemente pubblicato un libro provocatorio dal titolo che è tutto un programma: “Prendi i tuoi soldi e scappa?” ci ha rilasciato una interessante intervista, dove ci dice che, molto probabilmente è l’euro a scappare via da noi

Prendi i tuoi soldi e scappa: fa veramente tanta paura questa crisi economica?
Più che una crisi che perdura preferirei parlare di “sindrome” per significare che questo tipo di modello unico dell’economia internazionale sta semplicemente collassando.

Nascondiamo i nostri soldi sotto il materasso come dice l’economista Eugenio Benetazzo, oppure “scappiamo” dall’euro?
Credo più probabile che sia l’euro a scappare da noi: perché la politica monetaria europea è gestita in modo di trattare l’euro come se fosse oro, rendendolo esageratamente ed artificiosamente troppo scarso nelle nostre tasche; perché non si fa abbastanza per separare le attività speculative delle banche da una sana gestione del credito finalizzato allo sviluppo.

Perché l’economista Paolo Savona propone il contrario?
Anzi Savona ha lanciato una provocazione sensata dicendo che sarebbe meglio uscirne
credo che la finalità sia stata quella di sondare e contare il “partito” dei non-euro!

Cosa fanno i governi europei per uscire dalla crisi?
Niente.
Più che parlare di crisi assistiamo ad un sistema produttivo che non regge più, infatti, l’economia ci costringe a produrre più ‘oggetti’ di quelli che in effetti abbiamo bisogno per le nostre esigenze?
Si tratta di due problematiche diverse. Oggi le tecnologie disponibili, se ben utilizzate, consentirebbero a tutta l’umanità di campare benone, ma ci sono interessi dei poteri finanziari che temono i cambiamenti nei rapporti di forza e la crescita della consapevolezza degli esseri umani. Per questo si
inventano analisi e teorie che servono solo a giustificare la penuria di mezzi destinabili allo sviluppo, lo spauracchio delle crisi ambientali (che si aggravano proprio per la mancanza e non per l’eccesso di sviluppo e progresso) e quello della sovrappopolazione, un concetto che ha senso solo in riferimento alle capacità produttive, non in astratto: senza tecnologie, ad esempio, su dieci km quadrati potrà sopravvivere solo una ventina di individui, viceversa con le attuali tecnologie tutto appare diverso e più governabile…

Agli inizi degli anni ‘70 e ‘80 l’Italia aveva una valenza per quando riguarda la tecnologia politica industriale e produzione manifatturiera per cui sarebbe stata meglio una scelta diversa da quella che ci ha portato all’euro?
Certo! Negli anni ’50, ’60, ’70 si credeva in un modello “misto” dove il massimo sostenibile di libertà di impresa non impediva allo Stato di possedere partecipazioni industriali all’avanguardia; poi si è deciso di svendere tutto con danno strategico, occupazionale e sociale e grandi vantaggi solo per pochi.

In Sudamerica come è ripartita l’economia?
Con la sinergia tra ripresa dello Stato Nazionale e monete complementari che consentissero di controllare la recuperata sovranità monetaria senza sacrificare lo sviluppo interno/locale

La moneta complementare che ruolo potrebbe avere in questa crisi economica?
Notevole, soprattutto per l’economia tradizionale che andrebbe ri-territorializzata; ma per il resto –comparti innovativi, nicchie e prodotti di avanguardia – occorrerebbero un euro moneta e non oro, un dollaro per lo sviluppo e non per le guerre, un accordo internazionale – soprattutto con la Cina – per una valuta creditizia internazionale che sterilizzi e neutralizzi l’ingente presenza di titoli tossici e speculativi pericolosamente sospesi.
di Giovanna Canzano

04 marzo 2011

La chiarezza di Chavez sull'ipocrisia USA


Non ha usato mezzi termini, come suo solito, il presidente venezuelano per mettere a fuoco la situazione della politica internazionale in merito alle prese di posizione su quanto sta avvenendo in Libia. Chavez, tra le altre cose, ha il pregio di rendere la diplomazia comprensibile ai più in occasioni del genere. Il presidente è “sicuro che gli Stati Uniti stanno esagerando le cose per giustificare una invasione in Libia", e ancora che "sono impazziti per il petrolio libico”.

Si riferisce naturalmente alla neanche tanto velata volontà, da parte dell'Occidente e in primo luogo degli Usa, di iniziare una ennesima missione umanitaria in Libia.

Le dichiarazioni della Clinton dei giorni scorsi, volte a posizionare gli Stati Uniti al fianco dei ribelli, sono da considerarsi in tal senso, con una ulteriore precisazione, naturalmente, ben oltre l'ipocrisia di un governo, quello Usa, che praticamente in ogni dove nel mondo vi siano risorse da sfruttare e capi di governo da insediare al proprio soldo per perpetrare i propri affari non si tirano indietro per nessun motivo al mondo. Così come non badano a spese, e a coinvolgere l'Europa, per affrontare campagne militari dietro la falsa e bieca motivazione dell'impegno umanitario.

Dell'umanità, bisogna pure che qualcuno lo dica, agli Stati Uniti non importa un fico secco. Anche perché altrimenti non si spiega il motivo per il quale la stessa Amministrazione non si tiri certo indietro, in merito a bombardamenti dall'alto sulla popolazione inerme, nel caso in cui gli interessi siano marcati a stelle e strisce.

Anche in questo caso, tornano utilissime le parole di Chavez, che se da una parte, sia chiaro, ci tiene a precisare che "non sostiene Gheddafi", dall'altro lato rammenta che "quelli che hanno condannato immediatamente la Libia, erano stati muti di fronte ai bombardamenti israeliani causa di migliaia e migliaia di morti, compresi bambini, donne, intere famiglie; sono stati zitti di fronte ai bombardamenti e ai massacri in Iraq, in Afghanistan”.

Ad ogni modo, sulla Libia si stanno preparando a fare carne di porco. Le navi statunitensi stanno riposizionandosi sui mari e iniziano a incrociare a distanza utile per un intervento imminente. In Europa, oltre alla risoluzione Onu e al congelamento dei beni di Gheddafi, si paventa l'istituzione di una no fly zone nello stesso momento in cui dalla Russia si definisce il rais libico come un "cadavere politico" e dove anche la Cina, solitamente restia, dal punto di vista diplomatico, a rilasciare dichiarazioni pesanti, in questo caso ha fatto sentire la sua voce di concerto con tutte le altre provenienti dall'Occidente (soprassediamo, per carità verso il lettore, sulle dichiarazioni dei nostri Frattini e Berlusconi…).

Il punto insomma dovrebbe essere ormai chiaro: Tripoli è assediata ma non solo dai ribelli, e se da una parte è certa la fine politica di Gheddafi, è parimenti certo il fatto che, sebbene ancora timidamente, ovvero senza scoprirsi troppo, tutti i paesi del mondo, in pratica, stiano girando come avvoltoi per piantare la propria bandierina, e i propri pozzi, direttamente o mediante un nuovo governo fantoccio, sulla Libia.

Tutto è nelle mani, come in Egitto, dei popoli che stanno conducendo la rivolta. Perché il rischio più grande, in questo caso come in altri, risiede nel fatto che una volta liberatisi - giustamente, se lo ritengono necessario - del rais di turno, potrebbero trovarsi sotto la dittatura, dolce, melliflua e corrompente, del nostro modello di sviluppo.

Vale la pena chiarire che in Libia il reddito pro capite è circa il triplo rispetto a quello delle altre regioni del Nord Africa, e che dunque, anche se la componente economica è stata certamente una fra quelle determinanti per far scattare la rivolta, non è affatto detto che la molla della fame sia l'unica a essere caricata nelle menti della gente in piazza. Potrebbero esserci anche altre e ben più importanti motivazioni, per esempio di carattere squisitamente politico e ideologico, ad aver fatto muovere i ribelli contro Gheddafi. Così come nelle rivolte d'Egitto.

Il che rappresenta il vero e proprio incubo nelle notti di Washington. Ma di questo, un'altra volta.

Per ora basti tenere la luce accesa sul fatto che, come sempre, i motivi per i quali si paventano interventi da parte dell'Occidente sono ovviamente del tutto avulsi da motivazioni umanitarie, ma rappresentano interessi di due tipologie ben precise: materie prime e basi geopolitiche.

Ovvero petrolio e controllo di luoghi strategici in una delle parti più importanti, a tal fine, del mondo.

Intanto, di passaggio, per capire la più alta posta in gioco nello scacchiere mediorientale, registriamo, e comunichiamo, che la Borsa dell'Arabia Saudita, in soli quattro giorni, ha perso il 16%.

Che ne dite, ci sarà un intervento o lasceranno Egitto e Libia a fare la propria storia da sé come è giusto che sia?
di Valerio Lo Monaco

La profezia ignorata: "Una massa di disperati seppellirà l'Occidente"



https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjtTKJqsrAAE9Lt6gb7kGGjlbTSx_sgIjrgWSw0CoPPeyKq0KsCnBalAZ2l8RY9k39Ltt5uCvnNkoksIaYp38L7fCnfRR6ikTgUHTLQKafFKLqKijPmdedaKu9C89O7e36TbA4tBA/s1600/barcone_immigrati500.jpg


Un romanzo francese del 1973 aveva previsto l'ondata di migranti. Un evento che la sinistra ha sempre negato. Per la paura di affrontarlo
Una notte prossima ventura, sulle coste mediterranee di una nazione europea si arena una flottiglia di navi e bar­coni, carica di un milione di emigranti. Poveracci in pre­da alla miseria, intere famiglie con donne e bambini, una nuvola di disperazione proveniente dal Sud del mondo verso quella che è ritenuta la Terra promessa. Sperano e ispirano una immensa pietà. Deboli, disarmati, posseggono solo la forza che è propria del numero. Sono l’oggetto dei nostri rimorsi e dell’angelismo delle nostre coscienze. Sono L’Altro, cioè la moltitudine, meglio, l’avanguardia della moltitudine. Ora che sono qui, accetterà quella nazione, «terra d’esilio e d’accoglienza » per eccellenza, di riceverli, a rischio di incoraggiare la partenza di altre flotte di infelici che lì si preparano? Perché poi è l’Occidente in quanto tale a scoprirsi minacciato: essere sommerso è ciò che l’attende, e insomma la propria fine. Che fare, dunque? Rinviarli da dove sono venuti, ma come? Chiuderli in campi profughi recintati? Sì, ma poi? Usare la forza contro la debolezza? Affrontarli con la marina, con l’esercito? Sparare? Sparare nel mucchio? Chi obbedirebbe a simili ordini? A tutti i livelli, coscienza universale e coscienza individuale, governi, equilibri geopolitici, ci si pone queste domande, ma, ormai, è troppo tardi...

Nel 1973, quando Le Camp des Saints di Jean Raspail uscì per l’editore Laffont, in Francia si fece finta che fosse un romanzo razzista e si pensò che il silenzio fosse il modo migliore per parlarne. Trenta e passa anni dopo, mai citato eppure sempre più tradotto, sempre esaurito, sempre riedito e sempre ristampato, sino a questa nuova edizione (389 pagine, 22 euro) che si avvale di una prefazione ad hoc del suo au-tore, è forse giunto il momento per prenderlo per quello che è: un romanzo realista nella sua prefigurazione del futuro. Negli Stati Uniti, dove il moralismo non esclude il pragmatismo, The Camp of the Saints è divenuto un classico, studiato nelle università e al Pentagono, livre de chevet di intellettuali come Paul Kennedy, Samuel Huntington, Jeffrey Hart. Nel Vecchio continente, dove gli sconquassi della sponda orientale di quello che una volta si definiva mare nostrum , sono sotto gli occhi di tutti, ci si continua a rifugiare nei soliti cliché: fratellanza, spirito umanitario, senso di responsabilità nei confronti dei meno fortunati. In Italia, lasciamo perdere... Mentre un leader come il britannico Cameron parla del fallimento del multiculturalismo, la Comunità europea non sembra nemmeno affer-rare, come ha scritto l’altro giorno Guido Ceronetti sul Corriere della sera , che «un afflusso sulle coste italiane di sbarcanti a flottiglie intere farebbe esplodere, nell’intera penisola, la precaria e già provata convivenza urbana. L’immigrazione di diseredati, senza un prima né un dopo, in una civiltà di tormentati impoveriti d’idee, si potrebbe definirla con nomi appropriati, severi, gravi, invece che con vulgate buonistiche e aspersioni di ottimismo là dove un dramma insolubile si presenta e ci schiaccia?».

Trenta e passa anni dopo, Ceronetti prende dunque di petto «una sfida storica: che dire? che fare?» che trenta e passa anni prima Jean Raspail aveva fatto materia di romanzo, e siccome Ceronetti è un uomo mite e non sospetto di razzismo, bisognerebbe, credo, prestargli attenzione. Anche perché, come scrive egli stesso, «i Romani chiamavano Africa un solo punto: Cartagine. Ci sarà un remoto, temuto, fantasma che si è risvegliato, sulle rovine di Cartagine, dove vagava Caio Mario? Quel che è buono per Cartagine può esserlo anche per Roma?».

Quando Raspail scrisse il suo romanzo, i movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo mondo erano in auge, ogni dittatore nato sulle rovine del colonialismo era considerato un rivoluzionario, applaudito come tale da una sinistra marxista allora in piena salute, l’Europa era scossa dalla contestazione studentesca e non solo al suo interno.

La questione dell’immigrazione era ancora in fasce, ma il clima ideologico dell’epoca era già pronto per trasformarla in qualcos’altro: l’internazionalismo che batteva in breccia il nazionalismo «bianco», l’idea di meticciato che si sostituiva all’idea di tradizione, lingua, radici; gli «altri» potevano e dovevano essere fieri delle loro, all’Europa non era più permesso: ne aveva approfittato, e ora doveva espiare e divenire un’altra cosa. Nel tempo, la porosità delle frontiere, l’inflazione delle naturalizzazioni, la nazionalità acquisita per matrimonio, la ripugnanza degli europei a esercitare mestieri umili resa possibile dall’utilizzo al loro posto di migliaia e migliaia di immigranti, la spirale inarrestabile dei clandestini (regolamentazione, riunione delle famiglie, scolarizzazione obbligatoria dei bambini) e l’ombrello sociale comunque predisposto (sovvenzioni alle associazioni di sostegno, prestazioni sociali, alloggi eccetera) ha fatto il resto.

Nel Camp des Saints , non è in discussione la religione. Non è la minaccia del fondamentalismo islamico a essere prefigurata. È il numero, sono le motivazioni di ordine materiale, esistenziale: la miseria, la disperazione, la visione di una terra promessa, l’aspirazione a una vita migliore. Il paradosso è che tutto ciò che un certo pensiero unico occidentale depreca o demonizza al proprio interno, il consumismo, il lusso, persino il sesso, giudica però degno della bramosia di chi arriva dall’esterno: gli fanno schifo le televisioni commerciali, le veline e le letterine seminude, i supermarket e i grandi magazzini, ma è pronto a offrirli al Terzo mondo perché ne gioisca anche lui. È un suo diritto... È il trionfo della dialettica e del contorcimento intellettuale, quello che da trenta e passa anni ha del resto dettato legge nei giornali, nelle università, nell’editoria e che ha creato un «politicamente corretto » grottesco quanto velenoso. Raspail ne dà un riassunto esemplare: «Giorno dopo giorno, mese dopo mese, sul filo del dubbio,l’ordine diveniva una forma di fascismo, l’insegnamento un’imposizione, il lavoro un’alienazione, la rivoluzione uno sport gratuito, il piacere un privilegio di classe, la famiglia una realtà soffocante, il consumismo un’oppressione, il successo sociale una malattia, la giovinezza un tribunale permanente, la disciplina un attentato alla personalità umana ».

Torniamo a bomba. Un ideale umano che si pone al di sopra delle nazioni, dei sistemi economici, delle religioni è un’astrazione, non significa nulla, se non appunto il niente assoluto, qualcosa come la fissione dell’atomo, il vuoto immenso liberato d’un colpo. Parliamo di diritti universali dell’uomo perché è il metodo più comodo per evitare di affrontare la realtà e perché speriamo sempre che la realtà non ci presenti il conto. Eludiamo il problema, vogliamo avere la coscienza tranquilla e quindi non guardiamo ai numeri, alla demografia, ai rapporti di forza. Ci inteneriamo di fronte alle classi multietniche, naturalmente, sono così carini quei bambini e nella retorica del 150˚ dell’Unità d’Italia, poi, fanno così colore... Fingendo di pensare ai nostri figli, gli prepariamo un futuro a cui non sapranno né potranno opporsi. Perché una notte prossima ventura, sulle coste mediterranee di una nazione europea...

Ps. Le Camp des Saints è stato tradotto in italiano alla fine degli anni Novanta, dalle Edizioni del Cavallo alato, la piccola casa editrice di Franco Freda. Non se n’è accorto nessuno o quasi, ma chi lo vuole ridurre a un romanzo razzista non ha che da impugnare quel nome come una clava. Siamo sempre un Paese di indignati speciali.

di Stenio Solinas

03 marzo 2011

Lo spettro di un attacco armato anglo-americano contro la Libia

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Il fattore lobby nella crisi libica


Le lobbies si muovono, pronte a sferrare l’attacco armato a Gheddafi e a trasformare – con l’aiuto determinante dei loro mezzi di informazione - la guerra civile libica in una nuova operazione Iraq, l’invasione e la defenestrazione manu militari del sin qui legittimo Governo. Ovviamente la partita è ancora aperta, ma il rischio della svolta drammatica c’è, e ed è paradossalmente favorito proprio dal forte recupero sul terreno di Gheddafi e delle forze militari e civili-militari schieratesi a sua difesa: Tripoli città tranquilla, anche ma non solo, grazie alla promessa di un contributo di 500 dinari ai suoi abitanti; Misurata e altri centri minori sotto attacco dei gheddafisti, con perdite tra i rivoltosi; Bengasi a rischio di fuga da panico di centinaia e forse migliaia di abitanti, da cui l’evidente crisi di credibilità del “governo ombra” della Cirenaica, che dal canto suo ha dato diversi consistenti segnali di “moderatismo” rispetto alle aspettative e alle trame dei falchi lobbisti occidentali: un giornale titolato “Libia” (non Cirenaica), un organismo dirigente autoproclamatosi non “Governo provvisorio” cirenaico ma “Consiglio nazionale libico”; un leader nella persona di un ex ministro di Gheddafi: è probabile che il rifiuto dell’opzione separatista sia solo il corrispettivo, una sorta di pendant, dei 300 euro di Gheddafi alla popolazione di Tripoli: vale a dire di un messaggio rivolto ai libici delle zone occidentali sotto controllo del governo, che i pozzi petroliferi non verranno loro sottratti attraverso una secessione e che dunque possono benissimo abbandonare il rais. Ma è un dato di fatto che le prese di posizioni ufficiali da Bengasi – finché dureranno – impediscono per ora uno scenario catastrofico del futuro della Jamahirya.

A questi segnali interni positivi (dove il termine positivo va calibrato nel contesto di una situazione comunque drammatica e precaria) corrisponde poi, sul piano internazionale, una posizione ufficiale della “Comunità internazionale”, cioè degli Stati nominalmente e formalmente esistenti, non completamente satisfattiva rispetto al martellamento mediatico dei mass media lobbisti: perché, contrariamente alla lettura faziosa della solita Repubblica, e come ha ben riassunto invece il Corriere della Sera, la risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza del 26 febbraio scorso si presenta ad una lettura attenta come frutto di un lavorio e una mediazione laboriosa che – per l’opposizione della Cina e della Russia - ha eliminato alcuni punti programmatici fondamentali del bellicismo antigheddafista: l’articolo della Carta dell’ONU di riferimento non è il 42, quello che prevede interventi armati della solita comunità internazionale contro i paesi sovrani, e che fu un classico di tutte le “ingerenze umanitarie” dagli anni Novanta al 2003 iracheno, ma il 41, che concerne misure di tipo diverso, ad esempio l’embargo (di armi) o nel caso libico il sequestro dei beni del gruppo dirigente gheddafista, familiari compresi. E’ assolutamente importante che non siano state decise le no fly zones, un elemento cruciale dal punto di vista dei rapporti militari fra governo centrale e ribelli, e che nel 1991, applicate all’Iraq, segnarono l’inizio della fine del regime di Saddam Hussein, impedito ad intervenire con l’aviazione contro il ribellismo endemico degli sciiti al sud e dei curdi al nord.
Un paragrafo della 1790 riguarda poi la Corte Penale Internazionale: da una parte il punto 7 della risoluzione “invite le Procureur à l’informer, dans les deux mois suivant la date de l’adoption de la présente résolution, puis tous les six mois, de la suite donnée à celle-ci”; dall’altra però il preambolo richiama l’articolo 16 dello Statuto della CPI, che ricorda “l’article 16 du Statut de Rome, selon lequel aucune enquête ni aucune poursuite ne peuvent être engagées ni menées par la Cour pénale internationale pendant les 12 mois qui suivent la date à laquelle il a lui-même fait une demande en ce sens”: il processo eventuale potrebbe essere perciò di là da venire e lo stesso classico capo d’accusa – “crimini contro l’umanità” – viene citato nel testo una sola volta, al condizionale (“pourraient …”) e nel Preambolo.
Dunque – considerando anche “adhésion à la souveraineté, à l’indépendance, à l’intégrité territoriale et à l’unité nationale de la Jamahiriya arabe libyenne” del documento ONU - siamo di fronte a un testo che può lasciare uno spiraglio aperto ad un superamento della crisi e a un recupero teorico dello stesso rais di Tripoli al consesso internazionale, quale voluto da qualche raro leader occidentale oggi in difficoltà. La 1970 non presenta le caratteristiche delle risoluzioni antijugoslave e antiirachene degli anni Novanta, tutte fondate su un preteso “diritto di ingerenza umanitaria” (sostenuto anche dai media sedicenti di sinistra: vedi Dominique Vidal su Le Monde Diplomatique durante le guerre dei Balcani) e dunque su quello sfondamento del “dominio riservato” degli Stati membri dell’ONU – quale è la Libia - in cui la scuola classica giuridico-internazionalista ha sempre visto un momento fondamentale degli equilibri e del rispetto delle regole internazionali e della pace da garantirsi da parte dall’ONU.

Ma allora, se la “comunità internazionale” ha dato questi segnali, perché temere il peggio? Per diversi e corposi motivi: innanzitutto la risoluzione – in una situazione in continua evoluzione-involuzione, e in cui le parole anche scritte potranno in ogni momento essere annullate dalla politica del fatto compiuto – è pur sempre un “pezzo di carta”: basterà una scintilla, una trasformazione mediatica di una legittima repressione di ribelli armati in un “crimine contro l’umanità” per renderla superata, e per favorire altre prese di posizioni della “Comunità internazionale” di molto peggiori.
In secondo luogo per il ruolo appena accennato dei grandi mass media euroamericani, e soprattutto di quelli sedicenti “democratici”, diversi dei quali persino di “sinistra”: esattamente come nel caso delle polemiche nazionali, sono i grandi mass media lobbisti a precedere le sentenze e a plasmare le decisioni istituzionali, nel caso specifico le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Una (parziale) eccezione, la 1970, non dà alcuna garanzia per il futuro, perché la sua stessa faziosa lettura da parte dei soliti media è capace di alimentare un clima di isteria internazionale che poi, alla fine, potrà produrre il frutto “buono”: il via all’aggressione militare. Leggiamo il titolo di apertura di Repubblica del 28 febbraio: “L’ONU: processate Gheddafi”. “Crimini contro l’umanità”. Gli Usa: aiuteremo gli insorti” Ebbene, non c’è una sola unità di notizia di questo proclama che corrisponda alla verità dei fatti: non è propriamente vero che l’ONU ha chiesto di processare Gheddafi, ha invitato il procuratore ad avviare le indagini sulla crisi libica, da cui una incriminazione ancora da decidere; non è vero dunque che c’è già un capo di imputazione, i “crimini contro l’umanità”, citati come già detto solo nel Preambolo come possibile crimine compiuto da non ben è specificato chi; non è nemmeno vero che gli USA vogliono “aiutare gli insorti”. Lo dice la Rodham Clinton, che è una voce pur autorevole dell’Amministrazione USA. E qui dunque veniamo al terzo e più importante motivo per cui non è possibile essere ottimisti sugli sviluppi della situazione libica.

In effetti la crisi libica, come tutte le altre crisi internazionali degli ultimi vent’anni almeno, vanno viste non con la lente parziale e dunque fuorviante dei rapporti fra Stati – fra USA, UE, Russia etc, o fra i diversi Stati europei – ma con quella delle cruciali divisioni interne agli Stati in questione, e dunque del fattore lobby: quel fenomeno che riuscì nel 1991 a trascinare la riluttante coppia Bush senior-Baker nella prima guerra contro l’Iraq; che fu presente anche nella guerra di Cecenia contro la Russia, sostenuta dal banchiere e ex presidente della Sinagoga di Mosca Boris Berezovsky; che operò attivamente nelle guerre dei Balcani, fra le trame dell’Albright a Rambouillet e quelle di George Soros nel Kosovo, per distruggere la Yugoslavia di un capo di stato – Milosevic - in conflitto con il FMI e col direttore della Banca nazionale di Belgrado Abramovich: via via, passando per le guerre africane della Sierra leone e dei Grandi laghi, fino all’invasione dell’Iraq del 2003, sulla quale un congressista americano, Jim Moran, osò chiedere a Bush junior pochi giorni prima dell’invasione: “Presidente, ma lei è sicuro di non fare gli interessi di Israele?”. Bush, avvolto nelle nebbie ideologiche del suo fumoso ma anche terribilmente concreto “cristiano-sionismo” (un ossimoro obiettivamente blasfemo) non rispose; rispose invece la potente Comunità ebraica americana con la solita accusa di antisemitismo, e il risultato fu che l’intelligente ma debole Moran finì nella numerosa lista di congressisti americani firmatari di un appello per un intervento “umanitario” contro il Sudan, in nome di un inesistente “genocidio del Darfur” inventato dalla solita stampa lobbista “democratico-progessista” negli USA e di poi in Europa. Una guerra quella del Darfur, indirettamente finita sotto gli strali proprio di Gheddafi, che nel 2009 rivolse un attacco durissimo a Israele per il suo fomentare e provocare guerre in tutto il continente africano, e alla Corte penale internazionale che in Africa agiva (e agisce) come strumento giuridico internazionale a difesa obbiettiva dei soliti “poteri forti” che oggi vogliono far fuori anche il rais di Tripoli (http://www.claudiomoffa.it/pdf/2009/Gheddafiharagione.pdf). Un’accusa – quella di Gheddafi – che sicuramente nei corridoi e nelle aule della Corte Penale avrà lasciato un pessimo ricordo, con conseguenze assolutamente funeste per lui nel caso in cui finisse sullo scranno degli imputati.

Ma, appunto, torniamo alla Libia di oggi, e andiamo al nocciolo della questione, il pushing delle lobbies verso la guerra alla Libia. Sono tre per adesso – al di là degli “Stati” formalmente rappresentati all’ONU - le personalità che rappresentano il maggior rischio per la pace nel Nordafrica e dunque per la comunità internazionale: la prima è il ministro degli esteri USA Hillary Clinton. Il curriculum della moglie dell’ex Presidente USA non è certo quello di una neocons: difese il marito Bill, sia pure con un certo ritardo, dall’aggressione lobbista sul caso Lewinsky del 1998. L’accusa di una ventina d’anni fa del repubblicano Pat Buchanan - la signora Rodham Clinton è una “spia del Mossad” - appare rozza, non fosse altro per il suo status allora già prominente. Ma è certo che l’identikit del Segretario di Stato ben rientra nel fenomeno della doppia nazionalità di tanti americani di origine ebraica, di cui il caso Pollard è emblema . Ed è altrettanto certo che la moglie di Clinton era entrata in competizione con Obama durante le primarie, fino a ricordare in un momento di difficoltà l’assassinio di Kennedy (il quale, per inciso, e alla cortese attenzione dei “negazionisti” del fattore lobby nella storia e nella cronaca politica americana, si scontrò anch’egli con lo stesso mondo che accerchia oggi Obama, a causa delle sue posizioni contro il signoraggio e del suo dialogo aperto con Nasser, l’”Hitler” arabo secondo la propaganda sionista di mezzo secolo fa), e fino a gettare le armi solo dopo un accordo per la sua nomina appunto a Segretario di Stato. La dialettica Obama-Clinton non è certo plateale come quella fra Berlusconi e Fini, ma se si segue la cronologia degli eventi esiste eccome: la nomina di Mitchell a inviato speciale della Casa Bianca in Medio Oriente ha costituito un pendant utile per il capo della Casa Bianca. E durante questa crisi, la crisi libica, si può notare che a certi silenzi del presidente americano ha corrisposto un attivismo al rialzo del Segretario di stato, comprensivo delle doppie interpretazioni della posizione ufficiale USA: il “tutte le opzioni sono possibili”, come va inteso? Nel senso di un recupero di Gheddafi, o di un attacco armato? E’ chiarissimo che la Clinton punta alla seconda soluzione: non a caso ha chiesto a Ginevra che si parlasse di Tripoli non solo in termini di emergenza umanitaria, ma anche dal punto di vista politico. Né è un caso che, sconfitta al Consiglio di Sicurezza l’opzione no-fly zone, sia ancora la Clinton a profetizzare giusto ieri uno scenario somalo (per ora impossibile, proprio perché l’aviazione permette una superiorità dul terreno militari al governo gheddafista) altro buon motivo per l’invasione umanitaria angloamericana. “Gheddafi deve andarsene subito in esilio” ha ordinato la signora Rodham al rais ma anche al mondo intero …. Si potrà dire che insistere sulle distinzioni fra il capo della Casa Bianca, in crisi da tempo con il mondo di Wall Street che alcuni vedono dietro i fattori di base delle rivolte arabe , e la Clinton è esagerato: ma è lo stesso Gheddafi ad avervi fatto ricorso, quando ha accennato alla cattiva informazione di cui sarebbe vittima Obama, una “brava persona” . E ci sono alcuni analisi giornalistiche che finalmente vanno in questo senso.

Analogo discorso vale per la Gran Bretagna, con quella battuta del rais di Tripoli sulla regina Elisabetta che alcuni hanno definito frutto di una sua farneticazione e che invece potrebbe esser ben riferita alla dialettica interna al “regime” di Londra. Il rais cerca di far sponda sulle contraddizioni interne dei suoi nemici. Ed ecco il secondo pericolo per la pace nel Mediterraneo: David Cameron. Gli iraniani insistono spesso per sottolineare il ruolo di guida della Gran Bretagna di quell’insieme di “poteri forti” di cui fa parte la finanza sionista e lo stato di Israele. E’ la vecchia “perfida Albione” dei tempi di Mussolini, l’M16 che starebbe dietro l’uccisione del dittatore italiano contro la storia partigiana ufficiale, e in contatto con Cefis – il nemico di Mattei - dai tempi della guerriglia nella Valdossola. A questo ruolo di protagonista delle prospettive sioniste mondiali, ben si attaglia il primo ministro britannico : figlio di un agente di borsa della City, con ascendenze ebraiche (la nonna paterna si chiamava Edith Agnes Maud Levita), Cameron è membro dei Conservative Friends of Israel ed ha sempre manifestato forti sentimenti antislamici e prosionisti: in una conferenza stampa del 2005 in vista delle elezioni per la leadership dei Tories, se ne uscì paragonando il “terrorismo islamista” al nazismo e al comunismo ; nel 2007, si dichiarò apertamente “sionista”, e sostenne che nel DNA dei Conservatori inglesi c’era il sostegno ad Israele . Forte di queste prese di posizione, fu facile per lui diventare primo ministro dopo le sconfitte subite dai laburisti di Toiny Blair. Il suo pushing nella crisi attuale è evidente: il primo marzo ha ribadito di essere favorevole alle no-fly zone, perché Gheddafi “non può uccidere il suo popolo” . Cameron, è vero, si era pronunciato anche a favore di “concessioni” di Israele sulla questione palestinese durante la rivolta egiziana, ma pur non avendole ottenute ha ovviamente continuato a restare fedele al suo campo di appartenenza ideologica internazionale.
Infine c’è la Russia, la Russia di Medvedev: la sortita del ministro degli esteri Lavrov – che tre giorni fa “ha condannato l'uso "inaccettabile" della forza contro i civili” secondo quanto ha “riferito lo stesso il ministero russo” a proposito di una sua telefonata al ministro degli esteri di Gheddafi - potrebbe essere un giusto monito a non prestare il fianco al pushing Clinton-Cameron, ma potrebbe anche costituire un segnale di disponibilità del presidente Medvedev – ben legato a una ancora potente lobby pro israeliana in Russia - al grande passo. I biografi di Lavrov sostengono che egli non ha mai fatto parte dell’entourage di Putin , è altro rispetto a colui che fece fuori uno dopo l’altro gli esponenti della finanza russo-ebraica della “famiglia” di Eltsin. Lavrov vuole emulare il georgiano Shevarnadze, il ministro degli esteri di Eltsin che nel 1991 avrebbe gradito una partecipazione sovietica all’invasione-attacco angloamericano dell’Iraq? E’ improbabile, ma molto dipenderà dai rapporti di forza tra Medvedev e Putin, e dalla situazione sul terreno in LIbia: basterà una “strage mediatica” inventata o enfatizzata dai soliti Harry Potter “progressisti” della stampa mondiale, per far scoppiare la scintilla. Hanno già fatto così, probabilmente, con i morti di Misurata: erano innocenti “civili”? O erano (e sono) ribelli in armi – e armati da chissachi – contro cui appare cosa assolutamente normale e addirittura legittimo ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, l’esercizio della forza da parte del governo centrale?
Inutile dire dunque, che la situazione è tutt’altro che tranquilla. I pericoli per la pace sono enormi. Lo scenario somalo evocato dalla Clinton dopo il momentaneo fallimento della no fly zone, può essere il preannuncio di orribili attentati stragisti che “obblighino” la solita comunità internazionale a intervenire manu militari. La risoluzione 1970 – peraltro comprensibilmente irrisa da Gheddafi - non basta. Occorrerebbe una concertazione dei leaders più responsabili per evitare il peggio, impedita però oltre che dalle difficoltà di origine lobbista, interne ai diversi scenari nazionali, anche da un gioco perverso alla competizione alimentato dall’adagiarsi su vecchi schemi “destra-sinistra”. Obama è veramente su un fronte opposto, come alluso da alcuni articoli de il Giornale durante la rivolta egiziana di gennaio-febbraio? Oppure Obama alle prese con la Clinton è nella stessa situazione di Berlusconi e dei suoi ministri più impegnati per ruolo nella crisi libica? L’intervento del ministro Maroni – l’insistere, anche per salvare l’Italia e l’Europa dagli esodi in massa di profughi dalle crisi del nord Africa su un immediato intervento umanitario in Tunisia – è stato ancora una volta eccellente. Ma la situazione è per altri versi fluida, anche perché Berlusconi è alle prese con il pasticcio mediatico-giudiziario di Ruby e signorine.
.. Anche al di fuori dell’Europa il quadro è difficile, favorito indubbiamente dalla politica di (auto?) isolamento della Jamahiryia laica in un Medio Oriente scosso dai fermenti, ora progressivi ora reazionari del nuovo Islam postbipolare. La Cina non ha mai svolto un ruolo promotore di diplomazia alternativa, le sue posizioni sembrano una diretta emanazione delle politiche commerciali e di investimenti all’estero, ed il denaro – si dice – non ha colore. La Turchia perde tempo in questi giorni a litigare con la Germania sull’insegnamento del turco nelle scuole tedesche, questione su cui – per inciso – la Merkel ha pienamente ragione a rivendicare il primato della lingua tedesca in terra tedesca. Solo il Venezuela ha reagito accusando Washington di voler occupare la Libia. Quanto al defilarsi dell’Iran, stupisce e non stupisce: non stupisce perché la speranza di Teheran è quella di riempire con il suo Islam progressivo i vuoti di potere aperti dalle rivolte nei paesi arabi, Libia compresa, dalla quale è distante per la natura laica del regime di Tripoli. E’ l’accusa della stessa Clinton, con riferimento specifico all’Egitto e al Bahrein. Ma stupisce perché la flotta americana di fronte alle coste libiche è la stessa che minaccia e ha sempre minacciato il Golfo persico. Cosa pesa di più nelle considerazioni di Teheran? La permanenza al potere di un leader arabo indubbiamente inviso, o un successo anglo-americano che potrebbe, una volta inghiottito il boccone libico, riversarsi negativamente non solo sull’Iran ma su tutti gli equilibri mediorientali?

di Claudio Moffa

02 marzo 2011

Scuola pubblica o privata?

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I nostri sono tempi bui in cui occorrerebbe focalizzare l’attenzione soprattutto sui drammatici ed eccezionali eventi che stanno trasformando la morfologia politica planetaria e che presto sconvolgeranno le vite di tutti noi, anche nella quotidianità lavorativa e culturale. Le formazioni sociali mondiali sono infatti trascinate nel vortice di grandi cambiamenti geopolitici che riconfigurano, passo dopo passo, i rapporti di forze tra le Potenze restituendoci un contesto epocale molto differente da quello attuale.

Tuttavia, non si può fare a meno di notare come nel quadro politico italiano i rivolgimenti internazionali in corso risultino quasi del tutto sussidiari ed accessori alle piccole beghe interne. Sono quest’ultime ad informare il clima generale che risulta viepiù asfittico e svigorito mentre occorrerebbe riposizionarsi, con nuovi strumenti concettuali, nelle correnti globali al fine di afferrare il senso delle metamorfosi in atto e magari trovare il sistema, per quanto possibile, di governarle a proprio favore. Ma purtroppo per noi, considerata la cifra cerebrale della nostra classe dirigente, ci troviamo a confrontarci con minuzie di poco conto che non ci avvicinano nemmeno di un millimetro ai grandi temi di domani. Tuttavia, pur con un spirito diverso, cioè con l’intento esplicito di rompere i fatui schematismi bipolari che accaldano e inveleniscono il dibattito politico peninsulare senza mai, et pour cause, dare risultati adeguati, dobbiamo entrare nel merito di questa corta visione per smascherarla agli occhi di chi non vuole rinunciare ad offrire al proprio Paese un orizzonte di possibilità meno angusto. L’ultima sciocca diatriba tra governo ed opposizione è scoppiata sulla scuola. Per il primo è fondamentale la libertà di scelta di famiglie e discenti che hanno diritto di costruire il proprio futuro secondo i propri gusti intellettuali, ma si tratta di un paravento ideologico che copre un pregiudizio ed uno sbilanciamento a favore degli istituti privati i quali rispondono meglio alle logiche di profitto. Per la seconda, invece, l’istruzione deve restare pubblica al fine di garantire l’accessibilità anche a chi non può permettersi di pagare rette troppo elevate. Ma anche in questo caso siamo di fronte ad una valutazione di comodo, più elettorale che sociale, poiché la sinistra considera il ceto degli insegnanti uno storico bacino di consenso da non scontentare con azioni avverse. Dai preconcetti reciproci nasce dunque una stanca battaglia che ha come unico effetto quello creare sistemi di protezione e di sinecure, tanto nel privato che nel pubblico, che fanno decadere il livello generale dell’istruzione in questa benedetta nazione. Di questo si alimenta la casta professorale, soprattutto statale, la quale, proprio come quella dei magistrati, considera il proprio luogo di lavoro un esclusivo possedimento dove non valgono le leggi del Parlamento ma al più le direttive del consiglio docenti. Innanzitutto, occorre ribadire che non è mai la forma giuridica della proprietà a determinare la migliore performatività delle organizzazioni che per essere efficaci ed efficienti devono essere ispirate da uomini intelligenti e da processi innovativi e al passo coi tempi. Detto ciò, ci conviene non schierarci con nessuna delle due parti perché quando a destra sviolinano sulle scuole private hanno in testa un’idea elitaria di insegnamento pagata in contanti, mentre a sinistra vige la classica doppiezza di chi agita la bisaccia del mendicante per stare col popolo ma sotto la manica volteggiante risulta vestito all’ultima moda. Difatti questi signori di sedicente sinistra dovrebbero spiegarci perché vanno in piazza contro qualsiasi riforma della scuola ma poi infilano i loro figli nei migliori istituti privati. Cito da un articolo riportato ieri su Il Giornale: “Le figlie di Francesco Rutelli, per esempio, sono state equamente divise fra due scuole: tutte e due private. Una si è iscritta ai liceo privato Kennedy, l’altra al prestigiosissimo collegio San Giuseppe de Merode, l’istituto dei Fratelli delle scuole cristiane che si affaccia, nientemeno, su Piazza di Spagna. «Per tutta la mia vita - ha spiegato lo stesso Rutelli al Giornale - io stesso e i miei familiari abbiamo frequentato sia scuole ed università pubbliche, sia non statali, cattoliche o laiche. Di volta in volta, è stata una scelta condivisa di figli e genitori». Anche la discendente dell’ex ministro dello sport Giovanna Melandri ha preso la direzione delle scuole paritarie: a casa Melandri prediligono il collegio San Giuseppe di via del Casaletto. Altri invece studiano in scuole estere: organizzate a meraviglia, utilissime per imparare una lingua e sprovincializzare il cervello, portandolo lontano dalle polemiche ombelicali di casa nostra: la figlia di Santoro va allo Chateaubriand, dove la prima lingua è il francese e l’italiano è terra straniera. Il figlio del regista Nanni Moretti è invece sintonizzato sull’inglese e cresce all’Ambrit International School, sempre nella capitale. Insomma, ai tradizionali istituti religiosi si affianca il meglio della cultura internazionale: enclave nel cuore della capitale in cui si respira l’aria di New York o di Parigi. L’elenco però è lungo e va continuamente aggiornato anche se molti di questi ragazzi, figli della sinistra chic, manifestano nelle occasioni canoniche mescolandosi ai ragazzi delle scuole pubbliche: si mettono dietro striscioni colorati e soffiano nei fischetti sempre a portata di mano. I discendenti di Anna Finocchiaro studiano in un istituto di Catania, l’ex ministro della Pubblica Istruzione Beppe Fioroni, il predecessore della Gelmini, ha paracadutato il rampollo al liceo scientifico Cardinal Ragonesi di Viterbo, curiosamente la stessa scuola frequentata da papà a suo tempo. Il Cardinal Ragonesi è gestito dai Fratelli Maristi, una congregazione religiosa fondata in Francia duecento anni fa da san Marcellino Champagnat. E nel recinto più o meno dorato delle scuole private si trovano le nuove generazioni di altre famiglie della nomenklatura: dai figli dell’imprenditore Alfio Marchini ai nipoti dell’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. Insomma, la futura classe dirigente si mescola alla piazza ma poi torna sui banchi di scuole costose ed elitarie, ove si insegna il meglio con i mezzi migliori. Sorpresa: frequenta uno di questi istituti, il carissimo San Carlo di Milano, Giovanni. Ricordate? Giovanni è il tredicenne che si è guadagnato la standing ovation e i riflettori della stampa nella recente manifestazione del Palasharp di Milano: lì si è esibito per due minuti contro il presidente del consiglio. Il ragazzino ha puntato il dito contro il governo perché «parla di scuola pubblica solo per tagliarne i fondi». Legittimo, ci mancherebbe, tuonare contro la Gelmini. Lui però è al riparo dal piccone. I suoi genitori pagano rette salatissime al San Carlo. Per la cronaca, la madre è una delle animatrici di Giustizia & Libertà, il movimento che ha calamitato l’opposizione al Palasharp, ed è avvocato di fiducia di Carlo De Benedetti nel processo sul Lodo Mondadori. Insomma, l’opposizione è a tempo pieno, ma quando suona la campanella si cambia registro”. Lo stesso dicasi per la sanità che costoro, sempre in fregola d’identificarsi coi dannati della terra, pretendono sia pubblica salvo alla prima malattia o visita di controllo recarsi nelle più moderne cliniche private. Da D’Alema a Bertinotti non si salva nessuno, o meglio si salvano tutti perché possono permetterselo. A noi poveri mortali ci lasciano solo i peggiori bar di Caracas dove preferiamo ubriacarci per non dovergli dare retta. Concludo con un' ultima riflessione. I nostri governanti sanno insultarsi tra loro per ogni cosa ma non sanno proporre soluzioni per nulla. Diceva il grande Schopenhauer che colui che insulta dimostra con ciò di non essere in grado di addurre, contro l'altro, nulla di veritiero e di concreto, perchè altrimenti lo direbbe come promessa, lasciando a chi ha sentito la possibilità di trarre da sé le conclusioni; invece dà la conclusione e resta debitore delle premesse. Appunto. Quali conclusioni dovremmo trarre noi italiani da questo balletto di improperi bipartizan?
di Gianni Petrosillo

01 marzo 2011

L'ideologia dell'anti-stato

Dichiarato ufficialmente "contumace" alla ripresa del processo Mediaset, il presidente del Consiglio si lancia nel suo Vietnam giudiziario con una dissennata dichiarazione di guerra. E seleziona con precisione chirurgica i suoi "nemici": il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Sono loro, le due massime istituzioni di garanzia, che gli impediscono di governare. Se "non gli piacciono" le leggi varate dal Consiglio dei ministri, Giorgio Napolitano le rinvia alle Camere, gli "ermellini rossi" le respingono.

Si avvera dunque la facile profezia che avevamo formulato solo una settimana fa. Altro che senso dello Stato, altro che tregua istituzionale: Silvio Berlusconi si prepara a consumare quel che resta della legislatura all'insegna del conflitto permanente. C'è da chiedersi perché lo fa. C'è da chiedersi quale vantaggio possa trarre lui stesso, da un'aggressione sistematica che destabilizza gli equilibri costituzionali e avvelena le relazioni istituzionali. Le sue parole, da questo punto di vista, si prestano a un doppio livello di analisi possibile.

In primo luogo c'è la strategia politica. Risolto con una scandalosa compravendita il duello contro Gianfranco Fini, rinsaldata a suon di prebende un'esangue maggioranza aritmetica, neutralizzato momentaneamente l'assedio dell'opposizione parlamentare, il premier ha ora un bisogno disperato di trovare altri "contro-poteri" e di additarli all'opinione pubblica come ostacoli insormontabili sul cammino della "modernizzazione". Sa che non potrà fare le "grandi riforme" promesse in campagna elettorale. Non potrà varare la storica "rivoluzione fiscale" che consentirà ai contribuenti di pagare meno tasse, perché non ha il coraggio di stanare l'evasione. Non potrà varare un serio pacchetto di "scossa" all'economia, perché non sa trovare le risorse necessarie. Non potrà varare un vero riordino della giustizia nell'interesse di tutti i cittadini, perché la sua unica ossessione è un "ordinamento ad personam" che consenta solo a lui di salvarsi dai suoi processi.

Il suo carniere è vuoto. E resterà vuoto di qui alla fine della legislatura, anticipata o naturale che sia. Per questo deve trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare i suoi fallimenti e travestirli da "impedimenti". Il Quirinale e la Consulta sono due bersagli ottimali. Con il suo attacco frontale, il Cavaliere sta dicendo agli italiani: sappiate che se non sono riuscito a risolvere i vostri problemi la colpa non è mia, ma di chi ha demolito le mie leggi. Quello di Berlusconi è solo un gigantesco alibi, che nasconde una colossale bugia. Ma solo di questo, oggi, può vivere il suo sfibrato governo e la sua disastrata coalizione: alibi e bugie, su cui galleggiare fino al 2013, per poi tentare il grande salto sul Colle più alto. A dispetto degli scandali privati di cui è stato protagonista e dei disastri pubblici di cui è stato artefice.

In secondo luogo c'è la "filosofia" politica. E qui, purtroppo, il presidente del Consiglio non fa altro che confermare la natura tecnicamente eversiva del suo modo di intendere il governo e la dialettica tra i poteri, la Carta costituzionale e lo Stato di diritto. In una parola, la democrazia. È tecnicamente eversiva l'idea che il presidente della Repubblica o la Consulta possano rinviare o bocciare una legge "perché non gli piace": non lo sfiora nemmeno il dubbio che l'uno o l'altra, nel giudicare sulla legittimità di una norma, agiscano semplicemente in base alle prerogative fissate dalla Costituzione agli articoli 74, 87 e 134. È tecnicamente eversiva l'idea che in Parlamento "lavorano al massimo 50 persone, mentre tutti gli altri stanno lì a fare pettegolezzo": non lo sfiora nemmeno il sospetto che la trasfigurazione delle Camere in volgare "votificio" sia esattamente il risultato della torsione delle regole che lui stesso ha voluto e causato, con decreti omnibus piovuti sulle assemblee legislative e imposti a colpi di fiducia.

Ma qui sta davvero l'essenza del berlusconismo. Cioè quell'impasto deforme di plebiscitarismo e populismo, di violenza anti-politica e onnipotenza carismatica. Da questa miscela esplosiva, con tutta evidenza, nasce l'Anti-Stato che ormai il Cavaliere incarna, in tutte le sue forme più esasperate e conflittuali. In questa dimensione distruttiva, la stessa democrazia, con i suoi canoni e i suoi precetti, non è più il "luogo" nel quale ci si deve confrontare, ma diventa la "gabbia" dalla quale ci si deve liberare. Contro il popolo, in nome del popolo. "Dispotismo democratico", l'aveva definito Alexis de Tocqueville. Scriveva dall'America, due secoli fa. È una formula perfetta per l'Italia di oggi.
di massimo giannini

Lettera aperta a Benigni

Caro Roberto Benigni,

Con la Sua incursione a Sanremo, molti nostri compatrioti hanno provato, forse per la prima volta, il brivido di un'idea; hanno percepito la "gravità" della bellezza, la rilevanza nella storia e nel mondo della nostra, malconcia, nazione.

Condivido con essi il sentimento di riconoscenza nei Suoi confronti, per averci ricordato che possiamo andare fieri di essere italiani, che siamo figli di Dante, Petrarca, Leonardo da Vinci, Raffaello e Giuseppe Verdi, e che in Italia la cultura è nata prima ancora delle istituzioni politiche.

In effetti, i più grandi uomini di cultura, come Dante, Petrarca e Verdi, furono attivi politici (Dante come l'equivalente di un presidente del consiglio attuale; Petrarca condusse la diplomazia tra Firenze e Venezia, anche se gli costò la vita; Verdi fu senatore, e le sue opere avevano ispirato la resistenza popolare contro gli austriaci). Ai tempi di Dante, e della Firenze rinascimentale, in cui si chiosava Dante nelle chiese e nelle piazze, come fece anche Lei anni addietro, la parola "politica" non era una parolaccia, come è diventata recentemente, ma indicava la partecipazione del cittadino alla vita della città (polis).

Per noi che il 17 marzo festeggeremo il 150enario dell’unità d'Italia, e che annoveriamo tra i nostri avi degli eroi del Risorgimento (tra cui mio nonno, Michele Gorini, che combattè a Roma in quella battaglia del Vascello a margine della quale Mameli fu per errore ferito mortalmente ad una gamba), è importante, e di profonda rigenerazione morale, sapere che c’è un’altra Italia rispetto a quella che compare tutti i giorni sulle prima pagine dei giornali: c'è l'Italia fondata da giovani "pronti alla morte" per darci un futuro migliore, una nazione sovrana e non più schiava di imperi o di invasori stranieri.

Come Lei sa, il nostro movimento, rifacendosi al Rinascimento italiano, si batte in tutto il mondo per una "nuova politica", come l'ha definita l'economista e leader democratico americano Lyndon LaRouche anni fa, quando diede vita al suo movimento giovanile (LYM - LaRouche Youth Movement) che oggi mette in campo sei candidati al Congresso USA, e altri candidati in Germania e Francia, tutti tra i 20 e 30 anni, proprio per esprimere in modo esemplare la loro capacità di guida politica della nazione. Sono questi gli statisti del futuro, giovani che credono fermamente nella verità, nella passione per la scienza, per la musica, per ciò che distingue l'uomo dalle bestie, quell'uomo che nel racconto dantesco Ulisse esortò a non vivere "come bruti", ma a "seguir virtute e canoscenza".

Credo che, avendo commosso tantissimi e avendoli fatti sentire italiani con una certa freschezza d'animo, la Sua ode vada nella direzione della rapida creazione di una generazione di politici degni di questo nome, e degni dei nostri padri fondatori, anche in Italia.

Così come Le abbiamo espresso la nostra gratitudine per questo, non possiamo però non tacere che i modelli che Lei ha offerto sono da respingere nel più deciso dei modi. L'idea dell'Impero Romano e quella di Mazzini padre della Patria sono non solo falsi modelli, ma non corrispondono all'anima risorgimentale vera, quella che dobbiamo rilanciare se vogliamo un futuro per l'Italia. È vero che Scipione impedì il "governo mondiale" dei Fenici, ma l'unica cosa buona che Roma ha tramandato è ciò che assimilò dai Greci; espressione massima quel Cicerone che fu soppresso agli albori dell' Impero da Lei incautamente elogiato.

Così come il Mazzini figlio di quel Romanticismo di marca britannica, che nel rilanciare i fasti del modello imperiale romano rinato nel dominio britannico sul mondo e la sua utopia di "democrazia pura" trascinò tanti giovani patrioti, in avventure folli tese a ritardare il riscatto nazionale poi guidato dal Cavour. Quel Cavour che Lei purtroppo nemmeno ha menzionato e che rappresenta il vero Genio del Risorgimento, definito "l'unico vero statista europeo" dai nostri avversari.

Per questo, è necessario un secondo Risorgimento che rilanci l'idea prometeica dell'Italia e degli Italiani, questa volta non contro gli austriaci, ma contro le forze che a livello finanziario ne rappresentano l'eredità imperiale: la Banca Centrale Europea, il gruppo bancario Inter-Alpha, il Fondo Monetario Internazionale, ecc. responsabili della speculazione in derivati ed hedge fund, della crisi scoppiata nel 2007 ed anche dei salvataggi bancari degli ultimi anni, che non fanno che aggravarla.

Per far risorgere dalle ceneri la nostra economia, e dunque le speranze delle giovani generazioni, oggi votate al pessimismo e al nichilismo del"no future", occorrerà adottare le soluzioni proposte da LaRouche più di dieci anni fa: il ripristino della separazione tra banche ordinarie e banche d'affari, sancita dalla Legge Glass-Steagall durante la prima presidenza di Franklin D. Roosevelt nel 1933, per mettere fine alla Grande Depressione e aumentare la potenza industriale degli Stati Uniti (grazie alla quale, espressa essenzialmente in una superiorità logistica, e non grazie a Churchill, fu sconfitto il nazismo), la sostituzione dell'attuale sistema finanziario speculativo e usuraio con un sistema creditizio (la cosiddetta Nuova Bretton Woods presentata da LaRouche per la prima volta a Roma nel 1997) e grandi progetti infrastrutturali ad alta tecnologia (quali il NAWAPA, il Transaqua, il Ponte Terrestre Eurasiatico), che daranno lavoro in pochi mesi a decine di milioni di disoccupati, in Italia e nel mondo.

Ma il fondamento di tutto questo, come sanno i poeti "superni legislatori del mondo", è un'immagine dell'Uomo diversa da quella che va oggi per la maggiore: è la "viva immagine del Creatore" affermata dal Rinascimento, è la concezione dell'Umanità intorno alla quale dibatterono i nostri avi del Risorgimento; è la visione di un Uomo che pensa e agisce oltre l'orizzonte del dolore e del piacere, che sente il brivido delle idee e, de esse ispirato, dà pienezza alla sua esistenza battendosi per la promozione del Bene Comune, dei viventi e delle future generazioni.

Spero che Lei, così come i nostri tanti lettori, ci sosterrete in questo sforzo, e che l'Italia scopra presto tra i suoi figli tanti Mameli, impegnati in prima persona nel difendere, assieme alla propria dignità, la calpesta e derisa sovranità nazionale. Se saremo riusciti in questo intento, potremo prevenire una catastrofe demografica globale ed epocale, e potremo davvero dire di essere orgogliosi di essere italiani.

Liliana Gorini , presidente di MoviSol