26 marzo 2011

La baia di Minamata: un disastro ambientale dimenticato

Quello che sta succedendo in Giappone in questi giorni riporta alla mente fatti lontani che hanno segnato la memoria del Paese. Nel 1956 gli sversamenti di acque reflue contaminate al mercurio dell’industria chimica Chisso Corporation hanno prodotto uno dei peggiori disastri ambientali che la storia ricordi. Un disastro con un nome ben preciso: sindrome di Minamata.








baia minamata

Era il 1956 quando nella baia di Minamata fu scoperta per la prima volta quella che è passata alla storia proprio come la malattia di Minamata

I fatti che stanno sconvolgendo il Giappone ripropongono più e più volte, tante quante sono le immagini che ci scorrono quotidianamente sotto gli occhi, interrogativi agghiaccianti e riflessioni profonde. L’insensatezza del progresso sfrenato, l’accecata ossessione per la crescita, il culto dell’atomo, lo sviluppo a tutti i costi hanno contropartite tremende e ricadute fatali.

Il Giappone è uno dei paesi che più degli altri ha fatto dello sviluppo economico, industriale e tecnologico una testa d’ariete per sfondare i mercati internazionali, per crescere esponenzialmente, per sedere al tavolo dei grandi della terra. Le conseguenze però non sempre hanno i colori sfavillanti delle ultime macchinette digitali, la bellezza e la sicurezza dell’ultima automobile piazzata sul mercato.

Non sempre, anzi, quasi mai perché il retroterra dannato del progresso è un deserto, una fanghiglia marcescente che fagocita terre ed uomini e sputa cadaveri e carcasse ed è tanto più ritroso quanto più schifose sono le attività da insabbiare, tanti quanti sono i morti di cui dimenticarsi.

Era il 1956 quando nella baia di Minamata, cittadina di pescatori nella Prefettura di Kumamoto, fu scoperta per la prima volta quella che è passata alla storia proprio come la malattia di Minamata.

Si tratta di una sindrome neurologica causata da avvelenamento da mercurio che provoca atassia (progressiva perdita del coordinamento muscolare); parestesia (alterazione della sensibilità degli arti, i particolare la perdita del senso del tatto a livello topico); indebolimento del campo visivo, perdita dell’udito, difficoltà ad articolare le parole, disordine mentale. Paresi. Morte.

chisso minamata
La Chisso Corporation, un’industria chimica installata nella zona, sversava le acque reflue contaminate da metilmercurio proprio nella baia

Era successo che la Chisso Corporation, un’industria chimica installata nella zona, sversasse le acque reflue contaminate da metilmercurio proprio nella baia, nel mare di Shiranui. Uno sversamento costante, durato ininterrottamente dal 1932 al 1968. Il metilmercurio si è depositato nei fanghi, sul fondo del mare, di cui si nutrono numerosi microrganismi alla base della catena alimentare.

La sostanza è stata quindi assorbita anche da crostacei e molluschi risalendo la catena alimentare fino alla tavola degli abitanti del luogo, la cui dieta è principalmente a base di pesce. I primi ad avvertire i sintomi della malattia furono proprio i pescatori che lavoravano nella baia. Da allora, i casi di avvelenamento ed i conseguenti decessi si susseguirono a ritmo incalzante per più di trent’anni, includendo uomini e animali.

Né la Chisso, né il Governo hanno fatto nulla per evitare il disastro. Dopo i primi casi eclatanti, il morbo di Minamata fu ufficialmente riconosciuto, ma di anni, da quel 1956, ne passarono almeno dodici prima di stabilire il legame fra l’inquinamento prodotto dalla Chisso e la malattia. Durante questi anni non solo l’industria chimica negò la propria responsabilità per la sindrome, ma addirittura l’utilizzo del mercurio nei propri impianti.

sindrome minamata
La sindrome di Minamata è una sindrome neurologica causata da avvelenamento da mercurio che può causare persino la morte

Da allora, fu necessario aspettare il 1968 affinché la Chisso smettesse di sversare acque contaminate nella baia, ma il danno era ormai irreversibilmente compiuto. Oltre alle persone contaminate perché si cibavano del pesce carico di mercurio, già da tempo si registravano anche nascite di bambini malati, sintomo inequivocabile che il morbo si trasmetteva anche al feto.

Il Governo di Tokyo, tuttavia, aveva deciso che la diffusione della malattia si era conclusa con l’interruzione degli scarichi, nel 1968, e nessuno che fosse nato dopo quell’anno poteva essere avvelenato. Questo nonostante la comunità scientifica sostenesse che il veleno non era stato smaltito dal mare.

Il Governo si dimostrò fermo nella sua decisione e nel 1991 il Consiglio Centrale pubblicò una relazione nella quale si dimostrava il calo sensibile dei livelli di metilmercurio nel mare di Shiranui rispetto al 1968. Come conseguenza di questo atteggiamento, tutti i malati nati dal 1969 non godono dei benefici del programma pubblico sanitario per il morbo, nonostante ne mostrino chiaramente i sintomi.

Nel 1997, dopo la dichiarazione del governatore della Prefettura di Kumamoto in merito alla sicurezza sul consumo di pesci e molluschi della baia, furono rimosse le reti che per trenta anni avevano impedito al pesce contaminato di disperdersi in mare aperto. Un atto simbolico che significava anche mettersi alle spalle quel disastro ambientale.

proteste minamata
Da quando il morbo fu ufficialmente riconosciuto gruppi di malati o di parenti di persone decedute a causa della malattia intentarono numerosi procedimenti civili contro il Governo

Un disastro che però non è rimasto circoscritto a Minamata. Tra le 30.000 persone che nel 2009 chiedevano di entrare nel programma sanitario, molte provenivano da altre parti del Giappone e nate da genitori residenti lungo le coste del mare Shiranui.

Nello stesso 2009 il Governo nipponico ha approvato una nuova legge per dare assistenza ai pazienti affetti dal morbo, ampliando la gamma di sintomi necessari per entrare a far parte del programma. A tutti coloro che ricevono gli aiuti governativi, però, è stata chiesta come contropartita di ritirare qualsiasi causa intentata a proposito contro il Governo e la Chisso.

Da quando il morbo fu ufficialmente riconosciuto, infatti, gruppi di malati o di parenti di persone decedute a causa della malattia intentarono numerosi procedimenti civili contro il Governo, considerato il responsabile di norme troppo restrittive nel riconoscimento della sindrome e nell’esenzione dalle spese mediche. Solo nell’ottobre del 2004 la Corte Suprema ha dichiarato enti locali e Governo responsabili del disastro ecologico, intimando il pagamento di risarcimenti alle parti lese.

Nonostante questo, numerosi sono ancora i casi che cadono fuori dalla copertura del programma, mentre i danni prodotti dagli sversamenti non sono stati del tutto smaltiti.

25 marzo 2011

Tagliare le dipendenze


L’attuale sistema economico e politico è fondato sull’accentramento di potere. Da un’unica fonte si genera il flusso che va verso la moltitudine delle persone.

Si pensi ai partiti fino ad arrivare allo Stato. Attualmente vige il meccanismo della delega di potere. Ci sono “libere” elezioni, ma molti su questo hanno dei dubbi legittimi, e chi viene eletto ha una delega in bianco da parte dell’elettorato per fare sostanzialmente quello che vuole, specialmente se può disporre del minculpop dell’apparato informativo, piuttosto rigidamente irreggimentato e basato anch’esso su poche fonti di diffusione delle notizie: oggi tutti i telegiornali e le agenzie si approvvigionano da 4 o 5 fonti internazionali che hanno il monopolio dell’informazione. In pratica la politica dispone di una cambiale firmata in bianco dall’elettorato su un generico programma che a dirla tutta oggi non offre molti spunti di diversità fra le varie parti.

Questo schema che sintetizzando si può definire “da uno a molti” è anche usato nell’economia dove una megasocietà eroga servizi a volte anche a quasi la totalità delle persone, pensate al sistema monetario e finanziario, alle telecomunicazioni, alla distribuzione delle merci, all’informazione, all’energia, alle autostrade ecc.

Tutt’al più si può arrivare a sistemi di distribuzione decentrati dove si replica per motivi pratici il sistema “da uno a tutti” in scale ridotte territorialmente per permettere la capillarità di diffusione ed è lo schema seguito dalle regioni e dalle province.

In questo sistema “da uno a tutti” o al massimo “decentralizzato” si privilegia la delega di potere e non si è partecipi delle scelte e delle decisioni, queste si possono solo subire senza poter essere parte attiva. Un altro aspetto è che in questo modo si permette a qualcuno di arrivare a posizioni di potere e benessere a svantaggio di molti alimentando così gli enormi squilibri di cui oggi siamo circondati.

Il sogno americano si basa proprio su questo dicendo in pratica: uno su mille ce la fa, focalizzandosi su quell’uno che riesce, ma dimenticandosi degli altri 999 poveracci che invece continueranno a non farcela.

Questo alimenta dei processi di alienazione, dove chi non ce la fa subisce un’onta e cade in depressione, dove la competizione e la lotta hanno il sopravvento sulla natura umana che invece propende per la collaborazione.

L’atteggiamento che abbiamo appena visto viene esasperato dall’uso di un mezzo di scambio che si basa sul debito come abbiamo esaminato anche in altri articoli. La scarsità apparente si manifesta e la solitudine e la disperazione hanno il sopravvento.

Avremmo un sistema molto più efficiente, meno appetibile per coloro che tentano di prevalere sulle moltitudini e dove le persone non delegano, ma si supportano reciprocamente. Certo questa impostazione richiede una consapevolezza da parte di tutti molto maggiore dell’attuale, una presa di coscienza che l’azione di ognuno è funzionale al benessere e alla circolazione della ricchezza e della libertà in tutto il sistema.

Prendiamo ad esempio l’energia. L’attuale sistema si basa sull’assurdità che l’energia, anche quella da fonti rinnovabili, prodotta ad es. in Puglia venga consumata a Milano con dispendio di risorse e perdite di energia notevoli durante il tragitto. L’efficienza della rete sarebbe quella di consumare sul posto l’energia prodotta con evidenti risparmi su tutti i fronti. Perché non si adotta? Semplicemente perché verrebbero meno tutti i possibili interessi che nascono dalla distribuzione accentrata.

La stessa cosa avviene con la rete di internet dove ci sono monopolisti che erogano il servizio e anche la liberalizzazione dell’ultimo miglio non ha spostato le forze in gioco e tutto questo a svantaggio della circolazione delle informazioni. Esiste invece un sistema diffuso di reti a maglia (mesh) che permetterebbero alla comunità di avere enormi vantaggi sia in termini di costo del servizio che di efficienza della rete che essendo composta da nodi sia riceventi che trasmittenti sarebbero immuni ad esempio da interruzioni dovute a catastrofi naturali, ad esempio terremoto, oppure da colpi di mano tese a bloccare il flusso delle informazioni.

L’unione, se disinteressata e tesa al benessere diffuso, fa veramente la forza e questo da sempre l’uomo lo sa perché si raggruppa sempre in comunità e più questa unione era compatta più il suo benessere era maggiore. Oggi invece abbiamo enormi comunità di singoli che non colloquiano, si guardano con sospetto e soprattutto non collaborano fra di loro e questo non può che provocare depressione, senso di abbandono e sofferenza oltreché alimentare il divario fra ricchi e poveri, divario che invece di essere combattuto con maggiore cultura, con investimenti in istruzione e nel sociale a volte viene scientemente alimentato affinché il sistema “da uno a molti” possa seguire a mietere vittime innocenti.

La stessa cosa che avvenne per l’unità d’Italia che spinse i piemontesi a invadere il ricco sud e lo portò a depredarlo di un tesoro che Pino Aprile nel suo libro Terroni ha attualizzato in 1.500 miliardi di euro, il PIL odierno dell’Italia e un milione di morti su 9 che abitavano il sud all’epoca. Senza contare stupri di massa e orrori indicibili di ogni tipo e la distruzione negli anni successivi di ogni risorsa, infrastruttura, attività, portando quello splendido paese e quelle persone a essere preda di delinquenti, massonerie, mafie anche in doppio petto.

Il potere poi copre, nasconde e tacita ogni voce, costruisce sulla menzogna e cancella ogni traccia, ma non per sempre perché immancabilmente arriva il momento della verità.

La spinta innata ad unirsi viene manipolata e sfruttata egoisticamente anche per ciò che riguarda l’unione fra stati. L’unione europea ad esempio non è nata per aumentare il benessere all’interno del vecchio continente, ma per motivi di supremazia economica, per creare un solo grande mercato e accentrare ancora di più il potere in mano a pochi.

Basandosi su questi presupposti questa unione, come tutto quello che si basa su queste intenzioni, non potrà che fallire.

Capito questo concetto è facile tracciare la strada per la liberazione:

di Paoletti Pierluigi

24 marzo 2011

Come finirà l'era del petrolio?

COLLASSO DEL VECCHIO ORDINE PETROLIFERO


Qualunque sia l’esito delle proteste, sommosse e ribellioni che stanno ora spazzando il Medio Oriente, una cosa è certa: il mondo del petrolio sarà trasformato in maniera definitiva. Dobbiamo considerare tutto ciò che sta accadendo come solo il primo tremore di un terremoto del petrolio, che scuoterà il nostro mondo fin nelle sue parti più profonde.

Per un secolo dalla scoperta del petrolio nel sud-ovest della Persia prima della prima Guerra Mondiale, le potenze occidentali sono ripetutamente intervenute in Medio Oriente per assicurare la sopravvivenza dei governi autoritari dediti alla produzione di petrolio. Senza tali interventi l’espansione delle economie occidentali dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’attuale ricchezza delle società industrializzate sarebbe inconcepibile.

Qui, in ogni caso, sono riportate notizie che dovrebbero essere in prima pagina in qualsiasi giornale nel mondo: il vecchio assetto del petrolio sta morendo e con esso vedremo la fine del petrolio accessibile e a buon mercato – per sempre.

La fine dell’età del petrolio

Proviamo a misurare cosa è effettivamente a rischio nel tumulto corrente. Per iniziare, non c’è praticamente alcun modo di rendere piena giustizia al ruolo cruciale svolto dal petrolio del Medio Oriente nell’equazione energetica mondiale. Sebbene l’economico carbone abbia alimentato l’iniziale Rivoluzione Industriale, con le ferrovie, le navi a vapore, le industrie, il petrolio a buon mercato ha reso possibile l’automobile, l’industria aeronautica, i sobborghi, l’agricoltura meccanizzata e l’esplosione della globalizzazione economica. E mentre un pugno delle maggiori aree produttrici di petrolio ha lanciato l’Era del Petrolio – USA, Messico, Venezuela, Romania, l’area attorno a Baku (in ciò che un tempo era l’impero russo zarista) e le Indie orientali olandesi – è stato il Medio Oriente che ha spento la sete mondiale per il petrolio fin dalla Seconda Guerra Mondiale.

Nel 2009, l’anno più recente per cui sono disponibili tali dati, BP ha riferito che i produttori nel Medio Oriente e nel Nord Africa insieme hanno prodotto 29 milioni di barili al giorno, cioè il 36% della fornitura totale mondiale – e persino questo non dà l’idea dell’importanza di tali regioni nell’economia del petrolio. Più di ogni altra zona, il Medio Oriente ha incanalato la sua produzione nei mercati di esportazione per soddisfare le voglie energetiche di potenze importatrici di petrolio come Stati Uniti, Cina, Giappone e l’Unione Europea. Stiamo parlando di 20 milioni di barili esportati ogni giorno. Confrontiamoli ai 7 milioni di barili esportati della Russia, il maggiore singolo produttore mondiale, ai 6 milioni del continente africano e al misero milione del Sud America.

Come succede, i produttori mediorientali saranno persino più importanti nei prossimi anni perché possiedono, secondo stime, i due terzi delle restanti riserve di petrolio non ancora sfruttate. Secondo le recenti proiezioni del Dipartimento di Energia USA, il Medio Oriente e il Nordafrica forniranno insieme approssimativamente il 43% dell’approvvigionamento di petrolio greggio entro il 2035 (rispetto al 37% del 2007) e produrranno persino una quota ancora maggiore del petrolio esportabile mondiale.

Per porre la questione senza mezzi termini: l’economia mondiale richiede un aumento dell’offerta di petrolio a prezzi accessibili. Il Medio Oriente da solo può provvedere a tale fabbisogno. Ecco perché i governi occidentali hanno a lungo appoggiato regimi autoritari “stabili”nella regione, occupando ed addestrando le proprie forze di sicurezza. Ora questo invalidante ordine pietrificato, il cui successo più grande è stato produrre petrolio per l’economia mondiale, si sta disintegrando. Non contate su alcun nuovo ordine (o disordine) per fornire abbastanza petrolio a buon mercato per preservare l’Età del Petrolio.

Per capire perché questo sarà così, è necessaria una piccola lezione di storia.

Il colpo di stato iraniano

Dopo che la Anglo-Persian Oil Company (APOC) scoprì il petrolio in Iran (allora conosciuta come Persia) nel 1908, il governo britannico ha cercato di esercitare un controllo imperialista sullo stato Persiano. A capo di tale impulso c’era il Primo Lord della Marina Winston Churchill. Dopo aver ordinato la conversione dal carbone al petrolio delle navi da guerra britanniche prima della Prima Guerra Mondiale e aver deciso di porre una significativa fonte di petrolio sotto il controllo di Londra, Churchill orchestrò la nazionalizzazione dell’APOC nel 1914. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, l’allora Primo Ministro Churchill curò l’allontanamento dello Shah vicino alla Germania Reza Pahlavi e l’ascesa di suo figlio, il 21enne Mohammed Reza Pahlavi.

Sebbene incline ad esaltare i suoi (mitici) legami con il passato impero Persiano, Mohammed Reza Pahlavi fu un docile strumento degli inglesi. I suoi sudditi, tuttavia, risultarono sempre meno disposti a tollerare l’asservimento ai feudatari imperiali di Londra. Nel 1951, il Primo Ministro Mohammed Mossadeq, democraticamente eletto, si guadagnò il sostegno del parlamento in merito alla nazionalizzazione dell’APOC, che fu ribattezzata Anglo-Iranian Oil Company (AIOC). L’iniziativa fu molto popolare in Iran ma causò panico a Londra. Nel 1953, per salvaguardare il loro gioiello, i leaders britannici cospirarono in modo infame con l’amministrazione del presidente americano Dwight Eisenhower e con la CIA per progettare un colpo di stato per deporre Mossadeq e riportare in Iran lo Shah Pahlavi dal suo esilio a Roma, una storia raccontata recentemente con grande sfarzo da Stephen Kinzer nel suo “All the Shah’s Men” (“Tutti gli uomini dello Shah)”.

Fino alla sua deposizione nel 1979, lo Shah esercitò una dittatura spietata sulla società iraniana, in parte grazie al cospicuo aiuto dell’esercito Usa e della polizia. All’inizio schiacciò la sinistra laica, alleata di Mossadeq, quindi l’opposizione religiosa, guidata dall’esilio dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini. A causa della loro brutale esposizione al carcere e ai proiettili della polizia, forniti dagli Stati Uniti, gli oppositori dello Shah iniziarono a detestare la sua monarchia e Washington in egual misura. Nel 1979, naturalmente, il popolo iraniano scese per le strade, lo Shah fu deposto e l’Ayatollah Khomeini prese il potere.

Molto può essere imparato da questi eventi, che hanno portato all’attuale stallo nelle relazioni tra USA ed Iran. Il punto chiave da capire, però, è che la produzione di petrolio iraniana non si riprese mai dalla rivoluzione del 1979-1980.

Tra il 1973 e il 1979 l’Iran aveva raggiunto una produzione vicina ai sei milioni di barili di petrolio al giorno, una delle maggiori al mondo. Dopo la rivoluzione, l’AIOC (ribattezzata British Petroleum o più tardi semplicemente BP) fu nazionalizzata e di nuovo i manager iraniani si fecero carico della gestione della compagnia. Per punire i nuovi leader iraniani, Washington impose pesanti sanzioni economiche, ostacolando gli sforzi della compagnia per ottenere tecnologia ed assistenza straniere. La produzione di petrolio crollò a due milioni di barili al giorno e, persino tre decenni più tardi, si aggirava solo intorno a poco più di quattro milioni di barili al giorno, anche se il paese possiede la seconda più grande riserva mondiale di petrolio dopo l’Arabia Saudita.

I sogni dell’invasore

L’Iraq ha seguito un percorso simile. Sotto Saddam Hussein, la compagnia petrolifera di stato Iraq Petroleum Company (IPC) produceva fino a 2,8 milioni di barili al giorno fino al 1991, quando la Prima Guerra del Golfo contro gli USA e le seguenti sanzioni fecero scendere la produzione a mezzo milione al giorno. Anche se dal 2001 la produzione è di nuovo risalita a circa 2,5 milioni di barili al giorno, non ha mai raggiunto i picchi precedenti. Mentre il Pentagono preparava un’invasione all’Iraq alla fine del 2002, comunque, insiders dell’amministrazione ed esuli iracheni ben inseriti, parlavano sognanti di una età dell’oro che sarebbe arrivata, in cui le compagnie petrolifere straniere sarebbero state invitate a tornare nel paese, la compagnia statale petrolifera sarebbe stata privatizzata e la produzione avrebbe raggiunto livelli mai visti prima.

Chi può dimenticare lo sforzo che l’amministrazione Bush e i suoi funzionari a Bagdad hanno messo in atto per avverare il loro sogno? Dopo tutto, i primi soldati americani che avevano raggiunto la capitale irachena avevano assicurato l’incolumità del palazzo del Ministero del Petrolio, anche se avevano permesso ai saccheggiatori iracheni di regnare sovrani nel resto della città. Il Ten. Paul Bremer III, il proconsole poi scelto da Bush per supervisionare la creazione di un nuovo Iraq, portò sul posto un team di dirigenti petroliferi americani per supervisionare la privatizzazione dell’industria petrolifera del paese, mentre il Dipartimento per l’Energia degli USA previde fiduciosamente nel maggio 2003 che la produzione irachena sarebbe cresciuta a 3,4 milioni di barili al giorno nel 2005, 4,1 milioni entro il 2010 e 5,6 milioni entro il 2020.

Nulla di tutto ciò è naturalmente accaduto. Per molti iracheni, la decisione degli USA di mettersi immediatamente a capo del Ministero del Petrolio è stata un punto di svolta istantaneo che ha trasformato il possibile sostegno per il rovesciamento di un regime tirannico in rabbia ed ostilità. La presa di posizione di Bremer per privatizzare la compagnia petrolifera di stato ha similmente prodotto una feroce reazione nazionalista tra gli ingegneri petroliferi iracheni, che hanno sostanzialmente affondato il piano. Abbastanza presto è scoppiata un’insurrezione Sunnita su larga scala. La produzione di petrolio è rapidamente crollata, attestandosi a soli 2 milioni di barili al giorno tra il 2003 e il 2009. Durante il 2010 essa è finalmente tornata a 2,5 milioni di barili – ben lontana da quella sognata di 4,1 milioni di barili.

Non è difficile disegnare una conclusione: gli sforzi da parte di stranieri per controllare l’ordine politico in Medio Oriente per il bene della produzione del petrolio genereranno inevitabilmente pressioni compensative il cui risultato sarà una minore produzione. Gli USA e le altre potenze che guardano le insurrezioni, ribellioni e proteste che si accendono attraverso il Medio Oriente dovrebbero infatti essere cauti: qualunque sia la loro volontà politica o religiosa, le popolazioni locali tirano sempre fuori una feroce, appassionata ostilità verso il predominio straniero e, messe alle strette, sceglieranno l’indipendenza e la possibilità di libertà piuttosto che una maggiore produzione di petrolio.

Le esperienze in Iran e Iraq possono non essere paragonate in modo usuale a quelle in Algeria, Bahrain, Egitto, Iraq, Giordania, Libia, Oman, Marocco, Arabia Saudita, Sudan, Tunisia e Yemen. Comunque ognuno di loro (e altri paesi similmente suscettibili di essere coinvolti nei tumulti) mostra alcuni elementi di identico stampo politico autoritario e tutti sono connessi a livello del petrolio. Algeria, Egitto, Iraq, Libia, Oman e Sudan sono produttori di petrolio; Egitto e Giordania difendono oleodotti vitali e, nel caso dell’Egitto, un oleodotto cruciale per il trasporto del petrolio; Bahrein e Yemen come l’Oman occupano punti strategici lungo le maggiori rotte del petrolio. Tutti hanno ricevuto sostantivi aiuti militari dagli USA e/o ospitano importanti basi militari. E, in tutti questi paesi, lo slogan è sempre lo stesso: “Il popolo vuole che il regime cada”.

Due di questi regimi sono già caduti, tre sono traballanti e gli altri sono a rischio. L’impatto sui prezzi mondiali del petrolio è stato rapido e spietato: il 24 di febbraio, il prezzo per il greggio North Brent, un punto di riferimento del settore, ha sfiorato i 115 dollari al barile, il prezzo più alto dalla crisi economica dell’ottobre del 2008. Un altro greggio di riferimento, il West Texas Intermediate, ha varcato, per poco e sinistramente, la soglia dei 100 dollari.

Perché i Sauditi sono la chiave

Finora il maggiore produttore mediorientale di petrolio, l’Arabia Saudita, non ha mostrato palesi segni di vulnerabilità, o i prezzi sarebbero saliti persino di più. Tuttavia, la casa reale del vicino Bahrain è attualmente in guai seri; decine di migliaia di manifestanti – oltre il 20% del suo milione e mezzo di persone – sono scesi più volte per le strade, nonostante le minacce di aprire il fuoco, in un movimento per l’abolizione del governo autocratico del re Hamad ibn Isa al-Khalifa e la sua sostituzione con un governo autenticamente democratico.

Questi sviluppi sono particolarmente preoccupanti per la leadership Saudita perché il cambiamento in Bahrain è guidato dalla popolazione Sciita, a lungo abusata, contro una radicata élite Sunnita al potere. Anche l’Arabia Saudita ha al suo interno – sebbene non come in Bahrain – una popolazione a maggioranza Sciita che ha sofferto la discriminazione dai governanti Sunniti. C’è la preoccupazione a Riyadh che le manifestazioni esplose in Bahrain possano diffondersi nell’adiacente e ricca provincia dell’Arabia Saudita – l’unica area dove gli Sciiti formano la maggioranza -, diventando una grossa minaccia per il regime. In parte per prevenire ogni ribellione da parte dei giovani, il vecchio re 87enne Abdullah ha appena promesso 10 miliardi di dollari, che sono parte di un pacchetto di 36 miliardi di sovvenzioni per aiutare i giovani cittadini sauditi a sposarsi ed ottenere case ed appartamenti.

Anche se la ribellione non arriverà in Arabia Saudita, il vecchio ordine del petrolio del Medio Oriente non potrà essere ricostruito. Il risultato è sicuramente un declino di lungo termine nelle disponibilità future di petrolio esportabile.

Tre quarti dei 1,7 milioni di barili di petrolio che la Libia produce al giorno sono stati rapidamente ritirati dal mercato non appena le agitazioni sono iniziate. Gran parte di esso può rimanere fuori dal mercato per un tempo indefinito. Egitto e Tunisia si attende che ripristino presto la produzione, modesta in entrambi i paesi, ai livelli precedenti alle manifestazioni, ma è improbabile che abbraccino l’idea delle grandi joint-ventures con imprese straniere che potrebbero aumentare la produzione, indebolendo il controllo locale. L’Iraq, la cui maggiore raffineria è stata gravemente danneggiata dai ribelli la scorsa settimana, e l’Iran non mostrano segni di poter incrementare significativamente la produzione nei prossimi anni.

Il giocatore cruciale è l’Arabia Saudita, che ha appena aumentato la produzione per compensare le perdite libiche sul mercato globale. Ma non aspettiamoci che questo duri per sempre. Supponendo che la famiglia reale sopravviva all’attuale ciclo di sconvolgimenti, dovrà deviare la maggior parte della sua produzione giornaliera per soddisfare il crescente consumo interno e di carburante per le locali industrie petrolchimiche che potrebbero soddisfare una popolazione in rapida crescita, inquieta con impieghi meglio retribuiti.

Dal 2005 al 2009 i sauditi hanno consumato circa 2,3 milioni di barili al giorno, lasciandone 8,3 milioni per l’esportazione. Solo se l’Arabia Saudita continuerà a fornire almeno tale quantità ai mercati internazionali, il mondo potrebbe persino soddisfare i suoi bisogni previsti di petrolio a buon prezzo. Questo non è probabile che si verifichi. I reali Sauditi hanno espresso riluttanza per aumentare la produzione molto al di sopra dei 10 milioni di barili al giorno, temendo danni ai loro settori rimanenti e quindi un calo nei profitti futuri per la loro numerosa stirpe. Allo stesso tempo, l’aumento della richiesta interna si prevede che consumerà una sempre crescente quota della produzione netta del paese. Nell’aprile 2010 l’amministratore delegato della compagnia di stato Aramco, Khalid al-Fahlil aveva previsto che il consumo interno potrebbe raggiungere l’incredibile cifra di 8,3 milioni di barili al giorno entro il 2028, lasciando soltanto pochi milioni di barili per l’esportazione, con la garanzia che, se il pianeta non rivolgerà l’attenzione ad altre fonti energetiche, ci sarà fame di petrolio.

In altre parole, se si traccia una traiettoria ragionevole dagli sviluppi attuali nel Medio Oriente, essa è già con le spalle al muro. Dato che nessuna area è capace di rimpiazzare il Medio Oriente come primo produttore mondiale di petrolio, l’economia stessa del petrolio deperirà – e con essa l’economia mondiale nel suo complesso.

Dobbiamo considerare il recente aumento dei prezzi del petrolio come solo un lieve tremore che annuncia un terremoto petrolifero prossimo a venire. Il petrolio non sparirà dai mercati internazionali, ma nei prossimi decenni non raggiungerà mai i volumi necessari a soddisfare la domanda mondiale prevista e ciò significa che, più presto che tardi, la scarsità sarà la condizione dominante dei mercati. Solo il rapido sviluppo di fonti energetiche alternative e una drammatica riduzione nel consumo di petrolio potrebbe risparmiare al mondo le più gravi ripercussioni economiche.

di Michael T. Klare


Michael T. Klare è docente di studi sulla pace e sulla sicurezza all’Hampshire College, un regolare TomDispatch e l’autore del recente “Rising Powers, Shrinking Planet”. Un film-documentario del suo precedente libro, “Blood and Oil” è disponibile presso la Media Education Foundation. Per ascoltare l’ultima intervista TomCast di Timothy MacBain in cui Klare spiega come la scarsità delle risorse è il motore delle proteste e molto altro sul nostro pianeta, cliccate qui o scaricatela sul vostro iPod qui.

Titolo originale: "The Collapse of the Old Oil Order "

23 marzo 2011

La crisi libica rivela l'incompetenza della politica europea

Per quanto possa suonare paradossale, il significato strategico della crisi libica è di importanza secondaria rispetto al tema decisivo posto dal pericolo proveniente dalla "Cintura di fuoco" del Pacifico e dalla svolta politica globale dettata dalla mobilitazione economica/scientifica richiesta per fronteggiare quel pericolo.

Per cominciare, la politica dei bombardamenti decisa per iniziativa dell'alleanza anglo-francese finirà con l'aumentare il tasso di caos nella regione. Il Presidente francese Nicolas Sarkozy potrà credersi un piccolo Napoleone, intento a raccogliere i frutti del suo bullismo alle prossime elezioni, ma egli è poco più di una marionetta nel neocoloniale gioco alla "Sykes-Picot" gestito dai britannici. Il gioco britannico mira a "provocare il maggior danno possibile" alla regione, ha commentato LaRouche. Il ruolo USA, sotto l'impulso del Dipartimento di Stato di Hillary Clinton piuttosto che della Casa Bianca di Obama, è apparentemente diverso. Purtuttavia, il modo in cui è stata stilata la risoluzione dell'ONU ed è stato eseguito il confuso mandato alcune ore dopo conferma i timori di LaRouche.

"Il fatto è che non esiste un governo europeo, a questo punto, che abbia una politica competente sull'Africa", ha affermato lo statista americano.

Il caso italiano è esemplare: siamo il principale partner commerciale e acquistiamo un terzo del petrolio e una gran parte del nostro gas naturale dalla Libia. Inizialmente, il governo italiano si è opposto ai bombardamenti, suggerendo un semplice blocco navale. Ma una volta inaugurata la "Coalizione dei volenterosi" al vertice di Parigi, siamo saliti sul tram e abbiamo mandato i Tornado a bombardare il bunker di Gheddafi. E dopo aver perso un terzo delle forniture di petrolio, decidiamo pure di sospendere il piano nucleare. Certo che la follia non ha limiti.

Nell'assenza di una vera politica, che deve includere una prospettiva di sviluppo, il rischio vero è che la Libia diventi una seconda Somalia.

La Germania ha preso una decisione saggia non entrando nella "Coalizione dei volenterosi". In un'intervista al The LaRouche Show, Helga Zepp-LaRouche ha appoggiato la decisione della Merkel, e ha ammonito contro l'aumento di instabilità a seguito dell'intervento militare. Riferendosi al ripreso flusso di migranti verso Lampedusa, Malta e la Grecia, la signora Zepp-LaRouche ha anche appoggiato l'idea di un Piano Marshall per l'Africa proposto da Frattini e Maroni. I britannici sono terrorizzati dal processo di sciopero di massa scatenatosi nelle regioni mediterranea e transatlantica, ha detto, e stanno tentando il loro gioco. Ma invece di giocare sul terreno scelto da loro, dovremmo aggirarli sui fianchi. Il modo per farlo è lanciare un cambiamento della politica globale, e sostituire il sistema monetario con un sistema creditizio per finanziare la ricostruzione economica mondiale.
by Movisol

Miraggi nel deserto

I Francesi sono diventati dei galli da combattimento, gli italiani si comportano come galline disorientate e starnazzanti , le volpi inglesi guaiolano nel deserto ma si adattano all’ambiente, i serpenti americani strisciano lentamente sotto la sabbia, i salmoni norvegesi nuotano controcorrente per tornarsene ai propri fiumi, l’orso russo comincia a bramire dopo i gorgheggi del suo Presidente usignolo. Sul deserto africano piovono razzi ma a disintegrarsi è l’Europa, avanti in ordine sparso in un conflitto che sta diventando un regolamento di conti tra potenze del Vecchio Continente. Sarkozy, va à la guerre per tornare protagonista nel mediterraneo e per fare il macho con Carlà. Difatti, l’anno prossimo ci sono le elezioni e con quel grugno che si ritrova dovesse perderle insieme alla livrea presidenziale verrebbe a cascargli pure il fascino del potere e poi addio mogliettina prelibata. La Francia ha tutto da guadagnare dalla situazione e comunque non aveva nulla da perdere sin dall’inizio. Se il gran colpo dovesse riuscirle gli insorti libici dimostreranno la loro riconoscenza, come già si può percepire dai drapeaux tricolori che sventolano a Bengasi. Gli inglesi sono ugualmente soddisfatti, eccetto per l’eccessivo protagonismo di Parigi, e da un mese, con le loro forze speciali, stanno armando ed addestrando i ribelli per decapitare il dittatore della Sirte. Il nuovo Governo anche con loro sarebbe riconoscente. Gli americani non hanno bisogno di ottenere nulla perché loro la riconoscenza la incutono, sono ancora l’iperpotenza mondiale. A noi italiani invece non ci riconoscerà nessuno, nemmeno se andassimo in giro con una pizza sulla testa e gli spaghetti intorno al collo. Avevamo qualcosa da tutelare in Libia ma appena cesserà il fuoco rimarremo con un pugno di cenere in mano. Comunque vada a finire questa guerra noi italiani siamo fottuti dopo aver intrattenuto relazioni privilegiate ed esclusive in quel paese. Come scrive Davide Giacalone sul suo sito è questo lo scenario che tra breve potrà profilarsi: “…in Tripolitania resta la famiglia del colonnello; in Cirenaica vanno al governo quelli che i francesi hanno già riconosciuto, e di cui noi sappiamo poco e nulla; mentre nel Fezzan resta la sabbia e le tribù. Il che significa: dalla Tripolitania non becchiamo più nulla, piuttosto vendono tutto ai cinesi; dalla Cirenaica smezziamo con gli altri vincitori, vedendo crescere i francesi, consolidarsi gli inglesi e dimagrire gli italiani; dal Fezzan proviamo a prendere i datteri”. Stiamo facendo la figura dei cretini ma i nostri politici si sentono dei paladini della giustizia e della libertà. Se il problema reale era quello di tutelare i diritti umani in quel Paese costoro avrebbero dovuto chiedersi come mai all’Onu finora nessuno si fosse accorto di nulla. Anzi, questo organismo internazionale aveva descritto la Libia come una poesia e Gheddafi come un sovrano illuminato. Ecco cosa diceva un rapporto ufficiale dell'Onu del gennaio 2011: “In Libia la protezione dei diritti umani è generalmente garantita...ed include non solo i diritti politici ma anche quelli economici sociali e culturali...all'avanguardia nel campo del diritto alla salute e nella legislazione sul lavoro...la Libia ha abolito tutte le leggi discriminatorie...”. E così la frittata è fatta. C’era da aspettarselo, la nostra classe dirigente ha le traveggole quando sta a Roma figurarsi cosa poteva capitarle nel deserto. I miraggi si sono centuplicati ed ha perso ogni cognizione della realtà.
di Gianni Petrosillo

22 marzo 2011

L'internazionalismo del capitale e il localismo del lavoro




crisi economica
"Forse il fallimento più grande il progetto neoliberista l'ha subito sul terreno che gli è più proprio: la crescita economica"

Una domanda si aggira inquieta per le menti d'Europa che pensano alla politica come alla leva della libertà dei popoli e del governo del mondo. Per quali ragioni, il neoliberismo, la travolgente iniziativa capitalistica avviata negli '80 in Gran Bretagna e in USA e diventata pensiero unico planetario, è ancora così vivo e dominante in quasi tutti gli Stati?

Eppure, quella stagione è finita nel fango della più grave crisi degli ultimi 80 anni. Non solo. Essa ha mancato pressoché tutti i suoi obiettivi dichiarati. Non ha creato nuovi posti di lavoro, anzi la disoccupazione è dilagata ben prima del tracollo del 2008, nonostante le imprese abbiano ottenuto dai vari governi nazionali flessibilità e precarietà dei lavoratori mai sperimentate prima.

Alla fine degli anni '90, come ha mostrato un grande esperto del problema, Kevin Bales si potevano contare ben 27 milioni di schiavi diffusi nei vari angoli della terra. E nel 2000 erano al lavoro ben 246 milioni di bambini. Uno scacco alla civiltà umana che non può certo essere compensato dai nuovi ricchi affacciatisi al benessere nei paesi a basso reddito. Ma forse il fallimento più grande il progetto neoliberista l'ha subito sul terreno che gli è più proprio: la crescita economica. Tra il 1979 e il 2000 il tasso medio di crescita annuale del reddito mondiale procapite – come ha mostrato Branco Milanovic – è stato dello 0,9%. Assolutamente imparagonabile al 3% e talora oltre dei periodi precedenti.

E allora? Com'è che a questa generale e inoccultabile sconfitta sul terreno economico non è corrisposta una pari disfatta sul piano politico? Non siamo così meccanicisti da non comprendere la diversità dei piani messi a confronto e la differente temporalità dei fenomeni che si agitano nelle due diverse sfere sociali. Ma la domanda si pone.

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"Il lavoro, sempre meno rappresentato sul versante politico e sindacale, è incatenato sul suo territorio, mentre il capitale scorrazza liberamente per il mondo"

Io credo che una prima risposta sia da ricercare in questo esito paradossale: concludendo il suo ciclo nel tracollo economico-finanziario, il neoliberismo ha potuto far tesoro di due esiti politici vantaggiosi. La crisi ha infatti rese acute due gravi scarsità: la scarsità del lavoro e la scarsità di sicurezza. Quest'ultima in parte connessa alla prima.

Tali scarsità pongono la classe operaia e i ceti popolari in una condizione di grave asimmetria di potere e forniscono ai ceti dominanti rapporti di forza e materia di manipolazione ideologica in grado di offuscare le sconfitte subite sul piano economico. Come sempre, bisogno e paura sono diventati due formidabili armi di potere.

Ma questa è una parte della risposta. Alla fine del '900 si è consumata una inversione storica per tanti versi stupefacente. Come ha osservato Mario Tronti, sino ad alcuni decenni fa, il movimento operaio aveva una dimensione internazionale a fronte di un confinamento nazionale del capitale. Con tutti i suoi limiti, l'insieme dei paesi comunisti era anche questo: un fronte internazionale. Oggi assistiamo a un capovolgimento completo dello scenario.

Il lavoro, sempre meno rappresentato sul versante politico e sindacale, è incatenato sul suo territorio, mentre il capitale scorrazza liberamente per il mondo: una libertà di movimento che è un potere politico inedito contro chi ha perso la sua rappresentanza globale. La capacità di ricatto di Marchionne, che può muoversi liberamente tra USA, Brasile, Polonia, Serbia è, sotto tale profilo, esemplare.

Ma forse il più grande successo politico del neoliberismo - quello che gli consente oggi di avere ancora diritto di parola - è stata la sua presa egemomica sui partiti tradizionali della sinistra e il loro svuotamento come partiti popolari. Vogliamo ricordare quali sono state le parole d'ordine prevalenti – fatte salve le diversità nazionali - dei laburisti britannici, dei socialdemocratici tedeschi, dei socialisti francesi, degli ex-comunisti italiani, in tutti questi anni? Liberalizzazioni, privatizzazioni, flessibilità del lavoro, riduzione dello stato sociale, emarginazione del sindacato, ecc.

L'idea che la libertà individuale si dovesse far strada come agente dominante di un nuovo progetto di società, regolato dalle logiche dinamiche e vincenti del mercato, è stato il cuore – tutto di marca neoliberista – che ha sostituito il vecchio patrimonio solidarista e internazionalista. Una resa senza condizioni alle ragioni dell'avversario, che, da un punto di vista culturale, si spiega anche con la tradizione marxista e comunque industrialista della sinistra europea.

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L'individualismo economicistico su cui il neoliberismo si fondava è apparso ben presto come l'incarnazione di un comportamento sociale non più sostenibile

L'astrale distanza di queste formazioni storiche dal pensiero ecologico contemporaneo, infatti, ha impedito loro di intravedere un nuovo orizzonte solidale e cosmopolita di fronte alla crisi fiscale dello Stato sociale nei paesi industrializzati e al tracollo dell'URSS. Esaurita la spinta riformatrice dei decenni precedenti, ad essi non è rimasta altra strada, se volevano continuare nella promozione della crescita economica, che quella indicata dall'avversario.

Pur tra esorcizzazioni e camuffamenti, il neoliberismo è stato di fatto accettato come la nuova frontiera da seguire. Ma oggi quella nuova religione della crescita, che apparve negli anni '80 come l 'avanguardia di una nuova stagione di modernizzazione e di avanzamento del mondo intero, si mostra in tutta la sua paradossale e stupefacente antistoricità. Era una retroguardia ottocentesca ed è stata scambiata per il fiore in boccio di una nuova stagione dell'umanità.

L'individualismo economicistico su cui esso si fondava è apparso ben presto come l'incarnazione di un comportamento sociale non più sostenibile, perché generatore, tra l'altro, della più grave minaccia che l'umanità abbia avuto davanti a sé: l'esaurimento delle risorse, il tracollo degli equilibri ambientali, il riscaldamento climatico.

È paradossale, ma ricco di significati, il fatto che i partiti popolari non abbiano saputo cogliere il nuovo orizzonte di cooperazione e di solidarietà che i problemi ambientali rimettevano al centro della scena mentre si eclissavano quelli delle vecchie ideologie socialiste e comuniste. Essi non hanno saputo vedere come la scoperta di una 'Terra finita' e in pericolo, con il corredo delle scienze ecologiche, offrivano un nuovo progetto di società nel quale il bene comune, l'interesse generale, si ripresentava in rinnovate forme universali e drammaticamente cogenti. Un nuovo collante ideologico per una moltitudine di figure e di ceti sociali e al tempo stesso la premessa di un nuovo e più vasto internazionalismo.

Oggi, esattamente il disancoramento dall''internazionalismo del lavoro', eredità del passato, e l'inettitudine a comprendere il nuovo, proposto dall'ambientalismo, fanno dei partiti storici della sinistra delle barche di carta nella tempesta. Senza una meta da seguire, senza energie per affrontare il mare. Nell'immediato, tuttavia, è l'assenza di un internazionalismo del lavoro la debolezza più grave e drammatica.

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"La forza che può assumere l'iniziativa – e che deve farlo urgentemente – è il sindacato: la CGIL"

La mancanza di una lettura delle tendenze profonde del capitalismo contemporaneo impedisce di comprendere le distruzioni in atto nel mondo del lavoro. Non fornisce lo sguardo prospettico su ciò che il capitale va preparando, a tutto il lavoro sociale, grazie alla sua capacità di movimento su scala mondiale. Impedisce di prefigurare la gigantesca dissoluzione dei legami sociali e di classe a cui esso è sempre più vitalmente interessato. Il capitale, infatti, oggi colpisce duramente non perché c'è la crisi, ma per il gigantesco potere politico nel frattempo guadagnato sui lavoratori in una fase di aspra competizione intercapitalistica. E allora, che fare?

Io credo che se il capitale è mobile e planetario, altrettanto può esserlo il diritto, la maglia delle regole imposte dalle lotte, dalla politica: anch'essa, del resto, potenzialmente universale. Ma quale soggetto, per esempio in Italia, può muoversi in tale direzione? Dal PD mi sembra assai difficile poterlo pretendere. Dalle catastrofi culturali non si riemerge in breve tempo e per la buona volontà di qualcuno. Dai piccoli partiti di sinistra può venire solo un piccolo contributo. Senza dubbio, la forza che può assumere l'iniziativa – e che deve farlo urgentemente – è il sindacato: la CGIL.

Ritengo che oggi non sia più possibile rinviare una discussione spregiudicata e coraggiosa su questa importante forza operaia e popolare, che ha certo svolto una funzione fondamentale di difesa dei lavoratori in tutti questi difficili anni. Ma noi dobbiamo oggi chiederci e chiederlo ai dirigenti, come sia stato possibile che uno dei sindacati più potenti d'Europa – e forse il più ricco sotto il profilo patrimoniale - abbia potuto consentire un così drammatico arretramento dei redditi operai.

In un rapporto OCSE 2006-2007 i salari dei lavoratori italiani risultavano al 23° posto dei 30 Paesi dell'Organizzazione. E l'Italia, nella graduatoria, non è certo l'ultimo di questi Paesi. La CGIL, dispone di una geniale organizzazione territoriale, mutuata dal sindacalismo francese: la Camera del Lavoro. Essa raggruppa lavoratori delle varie categorie e svolge vari compiti di patronato e assistenza.

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"Un nuovo cosmopolitismo del lavoro bussa imperiosamente alle porte"

Ma perché in tutti questi anni in cui il lavoro è stato frantumato, separato spesso dal luogo di lavoro, disperso, le Camere del Lavoro non hanno svolto un ruolo di ricomposizione locale, di riaggregazione sindacale e politica? Perché le Camere del Lavoro non si sono estese, disseminate nei quartieri delle città, nei piccoli centri, come nuovi presidi del lavoro sul territorio? Non risulta che la CGIL non avesse le risorse per tali iniziative. Risulta invece che essa vive fondamentalmente e anche bene – benché non esclusivamente – con i soldi dei lavoratori e quindi ha obblighi morali più cogenti.

E inoltre: come è stata possibile, mentre si realizzava l'Europa dell'euro e delle varie istituzioni dell'Unione, una così clamorosa assenza di iniziativa volta alla concertazione europea delle varie organizzazioni da parte di uno dei maggiori sindacati del Continente? Sul piano mondiale, infine, l'inerzia politica è ancora più grave e stupefacente, anche se riguarda indistintamente tutti i sindacati.

È dal 1919 che esiste a Ginevra l'Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL). Essa è stata creata ben 25 anni prima del FMI e della Banca Mondiale. L'OIL, frutto delle ambizioni internazionaliste di quell'epoca, doveva vigilare sulle legislazioni del lavoro nei vari paesi del mondo. Ma nell'ultimo mezzo secolo essa è uscita di scena, mentre ha trionfato l'internazionalismo finanziario delle istituzioni di Bretton Woods.

E i sindacati dove erano nel frattempo? Perché non sono stati in grado di seguire l'avanzante internazionalizzazione del capitale? Perché non sono stati capaci di fare di tale organismo, oggi membro dell'ONU, un reale potere mondiale dei lavoratori? Evidentemente, insieme alla forza dell'avversario, è l'inerzia dell'istituzione sindacale che ha giocato un ruolo importante.

Per questo, l'insieme di tali fallimenti oggi rende inevitabile rivolgere alla CGIL una serie di richieste pressanti e precise. Essa deve dotarsi di una strategia volta alla creazione di una rete internazionale del movimento sindacale. Un nuovo cosmopolitismo del lavoro bussa imperiosamente alle porte. Ci sono, in Italia, migliaia di ragazze e ragazzi che a 30 anni hanno girato il mondo, conoscono più lingue, praticano ogni giorno connessioni internazionali su internet.

Da essi deve venire una nuova leva di dirigenti sindacali. Per tale ragione la CGIL avrebbe l'obbligo di avviare al proprio interno un censimento che ridefinisca i compiti di dirigenti, funzionari, impiegati, per cambiare in corsa la sua organizzazione e le sue strategie. Le inerzie del passato non sono più comprensibili, né tollerabili. Questo sindacato non può più vivere nella routine mentre sul mondo del lavoro si abbatte la tempesta.

di Piero Bevilacqua

Perchè si è attaccata la Libia?


Ritengo, come già espresso, che un cambiamento politico sia auspicabile in tutto il mondo arabo, che la rete dei Fratelli musulmani sia diventata – anche agli occhi dell’amministrazione americana – un attore imprescindibile di questo cambiamento e che un nuovo modello formalmente democratico possa nascere solo dalle istanze condivise delle popolazioni e non può – come tentato in passato con esiti catastrofici – essere “esportato” tramite bombardamenti e invasioni.
Il colonnello Gheddafi non riscuote simpatie né tra i radicali islamici, né nel mondo occidentale, né tra i governi arabi, né tra le organizzazioni islamiche non integraliste (che ha perseguitato e massacrato per decenni), né, credo, dopo la sua fastidiosissima ultima visita, tra gli italiani.
Se il suo governo avrà dunque fine, piangeranno in pochi, almeno fuori dalla Libia.
Cionondimeno, per onestà intellettuale, non si può non storcere il naso su numerosi aspetti dell’intervento armato contro di lui.
Spiace sicuramente assistere al ritorno dei missili americani nel Mediterraneo. Chi sperava che l’era dello sceriffo planetario fosse terminata è rimasto deluso, anche se gli Usa assicurano che lasceranno la guida dell’operazione – che molti auspicavano fosse sotto l’egida Ue, della Lega araba o addirittura assieme all’Unione africana – ad una o più nazioni europee.
La retorica umanistico-planetaria che ha accompagnato dal dopoguerra ad oggi ogni guerra, è stucchevole.
Questa volta da più parti i leader hanno ammesso che intervengono per tutelare gli interessi nazionali, ma la formula stessa della risoluzione Onu – che parla di un regime che usa le armi contro il proprio popolo – è un tantino ipocrita.
Indipendentemente dalle simpatie soggettive, sostenere che un potere centrale non debba reagire in armi contro i tentativi di secessione armata è la negazione della sovranità di qualsiasi governo nazionale al mondo, che ha tra i suoi diritti-doveri la garanzia dell’integrità del proprio territorio.
A dire il vero stiamo assistendo ad una replica dell’attacco alla Serbia in difesa del tentativo secessionista del Kosovo.
A qualcuno non sarà sfuggito quanto identica sia la posizione assunta dall’Italia – malgrado l’inversione di segno del governo – rispetto a quando D’Alema, nel 1999, abbandonò l’amico Milosevic, al quale lo legava anche l’operazione Telekom-Serbia, per mettere a disposizione della Nato le basi italiane da cui partirono i bombardamenti contro Belgrado.
Da più parti si è espressa preoccupazione per il fatto che questo tempestivo intervento armato per imporre una risoluzione del Consiglio di sicurezza possa rappresentare un pericoloso precedente.
Durante la conferenza stampa di Ban Ki-moon al Cairo del 21 marzo, una giornalista a chiesto a tal proposito se le Nazioni unite adotteranno le stesse modalità per far rispettare le risoluzioni Onu ad Israele…
di Marcello de Angelis -

21 marzo 2011

Fukushima, ovvero il crollo del paradigma nucleare

Gli incidenti alle centrali nucleari giapponesi da una parte richiamano l’irrazionalità dell'attuale sistema economico e dall'altra sanciscono definitivamente l’inadeguatezza di quell’atteggiamento eroico ossessivo che intendeva dominare la Natura grazie alla tecnologia.


giappone nucleare
Le disastrose implicazioni del terremoto in Giappone impongono una doverosa riflessione sul rapporto dell’uomo con il mondo

Le disastrose implicazioni del terremoto in Giappone impongono una doverosa riflessione sul rapporto dell’uomo con il mondo. In particolare il tema del nucleare torna prepotentemente alla ribalta a seguito dei danni subiti da alcune centrali giapponesi, tra cui quella di Fukushima, che tengono l’intera umanità con il fiato sospeso.

La prima domanda a sorgere spontanea è: riuscirà l’uomo a correggere il proprio atteggiamento spericolato e a migliorare la qualità del suo rapporto con il mondo prima che sia troppo tardi? Tale domanda scaturisce da una sana emozione dettata dalla gravità dei fatti. La funzione psicologica dell’emotività, infatti, è quella di collegare la mente al Reale. Nessuno può negare che l’uomo di oggi detiene abbastanza potere per distruggere l’intero pianeta.

Il nucleare è appunto uno dei simboli maggiori di quell’enorme potere atto a sfuggirgli di mano. Purtroppo, a giudicare dai suoi comportamenti e dalle sue scelte politiche ed economiche, l’uomo non pare minimamente consapevole di questa situazione. Pertanto, al momento la risposta alla nostra domanda rimane aperta.

Tuttavia, gli eventi attualmente in corso nell’arcipelago nipponico incrinano radicalmente il giudizio a mio avviso largamente ottimistico rispetto alle nostre capacità di dominare la Natura e di gestire saggiamente le risorse energetiche. L’uomo moderno ha ragione di avere paura del nucleare e quindi di se stesso. Tale paura non rappresenta il segno di una psicosi collettiva.

fukushima nucleare
Di fronte alle immagini terrificanti delle centrali giapponesi in fiamme, vi sono esponenti politici ed economici che hanno il coraggio di negare pubblicamente la pericolosità del nucleare

Danni come quelli riportati dalle centrali giapponesi a seguito del terremoto fanno affiorare ed esaltano una paura assolutamente sana che corrisponde, da punto di vista psicoanalitico, ad un tentativo di compensazione inconscia di un atteggiamento irragionevole, spericolato e al limite dell’autodistruttività.

Razionalmente, quel disastro era prevedibile. Si è giocato a dadi quando in Giappone si è optato per la costruzione di centrali nucleari, negando la probabilità che avvenga un terremoto di simile proporzione in un paese che pure si sapeva ad alto rischio sismico. Lo stesso discorso si applica a tutte le scelte umane mosse da quel velenoso ottimismo legato all’odore del profitto, come per esempio la costruzione di grattacieli e altre strutture vicine alle coste o ai corsi d’acqua.

La possessione ad opera di Economia toglie all’uomo la razionalità del Cuore. Il ritenere di essere in grado, grazie alla tecnologia, di sfidare le complesse leggi della Natura sino a sostituirsi ad essa non è ragionevole. Nemmeno se lo si ritiene vantaggioso da un punto di vista economico. Anche un bimbo potrebbe capire queste cose. Sempre però che quel bimbo sia ben disposto ad accogliere la realtà e non faccia capricci.

Di fronte alle immagini terrificanti delle centrali giapponesi in fiamme, vi sono esponenti politici ed economici che hanno il coraggio di negare pubblicamente la pericolosità del nucleare. Ma è oltremodo facile stanare il flagrante conflitto di interesse che si cela dietro a questi commentatori. Essi somigliano a clown che scambiano lo spazio pubblico per un circo. Come ho affermato altrove, la fede in Economia non ha colore né odore [1]. Essa è del tutto trasversale e caratterizza la politica di Destra come di Sinistra. Tuttavia, per quanto riguarda il nucleare e le questioni ecologiche si può dire che generalmente la seconda appare maggiormente sensibile e responsabile della prima.

popoli tribali
Lo stile di vita dei popoli tribali è perfettamente ecologico. Essi concepiscono la Natura come un mondo da abitare piuttosto che da dominare

La fede in Economia asservisce la coscienza dell’uomo rendendola nella stessa occasione insensibile a quegli aspetti del Reale i cui valori non si prestano ad essere cifrati. Qualcuno il cui amore per i numeri non è certo da dimostrare, scrisse: “Non tutto quello che conta si può contare, e non tutto quello che può essere contato conta” [2].

In altri termini, si può affermare che nella nostra cultura il calcolo freddo finisce per sopprimere l’anima, non vedendo in essa che il retaggio di una psicologia infantile o arcaica. La dimensione animistica, che poggia invece sull’immaginazione profonda, non trova spazio. Quel che un Tylor e un Freud chiamavano rispettivamente “credenza nelle anime” e “pensiero magico”, ad uno studio scevro da pregiudizi culturali si rivela invece un'altra modalità di rapporto con se stessi e con il mondo, modalità dimostratasi per millenni del tutto funzionale alla vita sociale e all’adattamento all’ambiente.

Lo stile di vita dei popoli tribali è perfettamente ecologico. Essi concepiscono la Natura come un mondo da abitare piuttosto che da dominare. Una delle funzioni che più caratterizza la loro psicologia è la percezione e il rispetto di quella dimensione animistica che rende sacri gli esseri, i luoghi e gli eventi. Sento già le solite voci indignarsi per l’offesa recata al loro dio Progresso, come se la società umana non potesse procedere che in una sola e unica direzione: quella tracciata da Economia.

Ma gli incidenti alle centrali nucleari giapponesi mettono in crisi il nostro attuale sistema di valori e acquistano, mi sembra, una importante valenza simbolica dal punto di vista psicoanimistico. Da una parte essi richiamano l’irrazionalità del sistema economico diventato un contenitore di credenze irrazionali e speranze esagerate. D’altra parte, viene definitivamente sancita l’inadeguatezza di quell’atteggiamento eroico ossessivo che intendeva dominare la Natura (assieme all’inconscio che da sempre vi è legato) grazie alla tecnologia.

economia
Nessuna economia sarà mai adeguata fintanto che l’uomo non si sarà ripreso dalla sbornia del profitto

Così come nessuna economia sarà mai adeguata fintanto che l’uomo non si sarà ripreso dalla sbornia del profitto, nessuna misura di sicurezza sarà mai realmente efficace fintanto che l’uomo non avrà liberato la propria anima a tale punto da consentirgli di percepire i poteri della Natura, quali appunto quelli dell’energia nucleare e del terremoto. I poteri della Natura che presso i popoli animisti sono particolarmente considerati, nella nostra cultura sono del tutto ignorati.

L’uomo moderno pensa di potere risolvere i problemi derivanti dalla sua opera di desacralizzazione del mondo mediante espedienti tecnici. Egli non riesce a percepire (e nemmeno a pensare) l’esistenza di una dimensione spirituale complementare a quella fisica. Dissociato dal proprio lato percettivo, tale un Dedalo dei tempi moderni egli non può che confezionare soluzioni tecniche destinate a rivelarsi parziali, inappropriate e fonte di ulteriori problemi [3]. Fino a quando quel macro-organismo tanto complesso quanto incompreso che è Gaia, la Terra, riuscirà a perdonare i suoi errori?

Volendo concludere con una nota positiva, diremo che nonostante il daimon economico e il predominio tecnologico, la percezione piuttosto diffusa (anche se un po’ confusa) di una Natura che si ribella è comunque un segno indicante che l’umanità non ha ancora del tutto perso la propria anima.

di Antoine Fratini

20 marzo 2011

Viviamo in una democrazia?


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Signor De Benoist, a suo parere, oggi in Europa ed in occidente in generale, viviamo in una democrazia?
Tutto dipende ovviamente dal modo in cui si definisce la democrazia. I regimi di oggi nella maggior parte dei paesi occidentali sono democrazie parlamentari e liberali, cioè sistemi rappresentativi. Ma, sotto diversi aspetti, c'è una contraddizione di fondo tra la democrazia, il cui principio è l'uguaglianza politica dei cittadini, ed il liberalismo, che privilegia la libertà individuale e tende a mettere la sfera privata al di sopra dello spazio pubblico. La democrazia non è soltanto il regime politico dove la legittimità si basa sulla sovranità del popolo, è anche il regime che in maniera presuntiva dovrebbe mettere il popolo al potere, o almeno permettere al più grande numero dei suoi membri di partecipare agli affari pubblici. In tutta evidenza, non è il caso oggi, poiché vediamo un po' ovunque scavarsi un fossato tra il popolo e la nuova classe politico-mediatica. Carl Schmitt, fedele su questo punto all'opinione di Jean-Jacques Rousseau, riteneva che una democrazia è in egual misura meno democratica di quanto attribuisce importanza alla rappresentanza. In una democrazia rappresentativa, il popolo si disfa infatti della sua sovranità a profitto dei rappresentanti. Una vera democrazia è necessariamente una democrazia, non (soltanto) rappresentativa, ma partecipativa. Più che delle democrazie, i regimi politici occidentali attuali mi sembrano essere oligarchie finanziarie, sostenute da procedure gestionali e di “espertocrazie”.
2. A suo parere è giusto connotare il periodo storico che viviamo come globalizazzione, o sarebbe più corretto parlare di americanizzazione del mondo?
La globalizzazione, prima di tutto, va a vantaggio necessariamente delle potenze dominanti. Americanizzazione e globalizzazione non sono sinonimi, ma vanno oggi insieme: coloro che contestano la globalizzazione pur restando muti sull'americanizzazione farebbero meglio a tacere. Gli Stati Uniti sono oggi la principale base d’ancoraggio del sistema capitalista mondiale, sistema la cui portata va molto al di là della sola sfera economica, nella misura in cui la sua instaurazione su scala mondiale comporta un vero mutamento antropologico (la riduzione di qualsiasi valore al valore mercantile e l'impoverimento dell'immaginario simbolico che ne risulta). La globalizzazione, può definirsi come la trasformazione del pianeta in un mercato gigantesco. È ciò che ho chiamato il regno della forma-Capitale. Gli Stati Uniti sono loro stessi oggetto della forma-Capitale, ma ne sono anche il principale vettore ed i principali beneficiari. Non è dunque possibile denunciare la globalizzazione senza denunciare anche l’imperialismo americano.
3. Quali cambiamenti geopolitici possono delinearsi con la crisi economica in corso?
È ancora molto difficile sapere quali saranno le conseguenze della crisi di "subprimes". Si vede bene tuttavia che nell'epoca della globalizzazione, che è anche quella dell’autonomizzazione e della istantaneità dei trasferimenti finanziari, ogni crisi economica locale tende a propagarsi da un capo all'altro del mondo. Il capitalismo è conosciuto per la sua capacità di trionfare sulle sue crisi, ed anche di nutrirsi di esse. Non credo che questa capacità sia infinita. Il divorzio crescente dell'economia produttiva e dell'economia speculativa immateriale, la fuga in avanti del sistema del credito, l'approfondimento delle diseguaglianze economiche (tanto tra paesi che all'interno di ogni paese), l'incertezza sul futuro, tutto ciò fa sì che il sistema finanziario di oggi sia oggetto di una navigazione vista. La mia sensazione è che il sistema del denaro perirà con il denaro.
4. Lei è critico dell’occidentalismo e di ogni forma d'universalismo, mentre sostiene il politeismo relativistico, al contrario di filosofi come Preve, che sostengono una forma d'universalismo democratico. Potrebbe meglio spiegare le sue posizioni?
Non credo che le mie posizioni a tale riguardo differiscano da quelle di Costanzo Preve. Non faccio l'errore, in particolare, di confondere l’universale con l’universalismo. L’universalismo politico mi sembra discutibile, poiché si basa sull'idea implicita che ciò che vale in un posto deve così necessariamente valere ovunque, senza considerazione dei contesti particolari. Occorrerebbe discutere nel dettaglio, ma ciò mi sembra essere un errore. L'universale non è per me l'opposto della singolarità. È al contrario a partire da una singolarità portata ad un certo grado d'eccellenza o d'intensità che si può raggiungere l'universale. Si potrebbe dire, ad esempio, che Dante è tanto più universale in quanto è prima di tutto italiano. Non dimentico neppure che la nozione d'umanità non è una nozione politica, e che inoltre nessuno appartiene all'umanità in modo immediato: apparteniamo all'umanità in maniera mediata, cioè con la mediazione di una cultura particolare. Le varie forme di universalismo politico mi sembrano essere semplici trasposizioni profane di credenze metafisiche o religiose.
5. È attualizzabile oggi in Europa una forma di democrazia diretta simile alla proposta degli anarchici di fine ottocento?
La democrazia diretta (o la democrazia partecipativa) mi sembra oggi completamente applicabile, a condizione non di cadere nell’angelico o aspettarci più di quello che ci può dare. Occorre qui concepire la globalizzazione come una dialettica: da un lato, omogeneizza ed unifica, dell'altro suscita, per reazione, frammentazioni nuove. L'epoca postmoderna è d'altra parte quella del deterioramento dello stato nazione e delle grandi istituzioni sospese ed astratte che avevano trionfato nell'epoca della modernità. Viviamo oggi in un mondo in cui le Comunità e le reti conoscono una rinnovata importanza. Lo sviluppo delle attività associative, l'emergenza lenta di un'economica più interdipendente, ridà un posto essenziale a tutto ciò che dipende dal localismo. È nelle piccole unità o Comunità locali che è più facile mettere in opera delle pratiche di democrazia diretta, cosa che permette allo stesso tempo di rimediare allo scollamento sociale ed alla scomparsa delle solidarietà organiche.
6. Praticamente ogni partito politico europeo sostiene il sionismo, o in qualunque caso il diritto d’Israele ad esistere benché sia uno stato fondato su basi etnico-religiose. Come può essere spiegata dal suo punto di vista l’adesione di massa al sionismo in Europa e nell’occidente in generale?
Le persecuzioni antisemite intraprese dalla Germania nazista hanno conferito al popolo ebreo un credito morale evidente. Il problema è che questo credito non può essere illimitato. Il conformismo, il peso dei gruppi di pressione, conducono molti ad approvare per principio tutto ciò che fa lo Stato d’Israele. I difensori di quest'ultimo non esitano, per parte loro, a tentare di intimidire i loro avversari presentando ogni forma di antisionismo o tutte le critiche allo Stato di Israele come "antisemite", cosa che è ovviamente assurda. Per quanto riguarda il sionismo come tale, sono personalmente agnostico. Riconosco volentieri al popolo ebreo il diritto di costituirsi in Stato. Il problema comincia soltanto quando questo Stato si stabilisce in un posto già occupato da altri. Occorrerebbe anche chiedersi se uno Stato "etnico" è ancora concepibile nel mondo attuale. Aggiungo che secondo me, non è esagerato parlare di fallimento del progetto sionista, nella misura in cui quest'ultimo si prefiggeva come primo obiettivo di raccogliere gli ebrei in un luogo in cui sarebbero infine stati al sicuro, mentre è evidente che proprio in Israele sono oggi in stato d'insicurezza. Quanto al conflitto Israeliano-palestinese, non vedo per il momento alcuna possibilità ragionevole di soluzione.
7. Quale è la sua opinione sul pensiero di Karl Marx, e sul neomarxismo di Lukacs, di Bloch o di Althusser?
Marx non è stato soltanto uno dei primi ad esporre in modo convincente come il capitalismo organizza l'espropriazione dei produttori sul quale si fonda, è stato soprattutto colui che, in modo veramente brillante, ha capito che il sistema capitalista è un sistema antropologico più ancora che un sistema puramente economico. Le pagine insuperabili che ha dedicato al "feticismo della merce", dalle quali Georg Lukács ha potuto formulare nel 1923 il concetto di "reificazione" (Verdinglichung), illustrano perfettamente il modo in cui l'appropriazione della Terra con il capitale introduce una vera "cosificazione" delle relazioni sociali, dove l'uomo stesso non è soltanto sottoposto alla merce, ma si trasforma in merce. Questo dispositivo di aggiustamento enorme ricorda ciò che Heidegger ha scritto a proposito della Gestell, come sistema di fuga in avanti nell'illimitato. Accanto a ciò, Marx tende a sopra valorizzare la sola economia, cosa che porta ad attendere l’avvento di un'altra forma d'organizzazione economica, anziché mettere in dubbio l'economia stessa come valore (è un punto sul quale, attraverso Ricardo, resta dipendente della scuola classica). Egli vuole anche liberare il lavoro, dove sarebbe stato necessario prevedere di liberarsi dal lavoro stesso. Sviluppa una filosofia lineare della storia che è soltanto una trasposizione profana dello storicismo cristiano. Sottolinea giustamente la realtà delle lotte di classe, ma ha il torto di fare di esse il solo motore della storia umana. Ha molto ben capito che la borghesia, detentrice del capitale - ed alla quale riconosce di avere liquidato il sistema feudale perché vi vede in ciò un presupposto indispensabile per l’avvento di una società senza classi -, trova nell'accumulazione di questo capitale la fonte del suo potere e che le forze produttive si sviluppano nella scia della sua sovranità di classe. Ma ha avuto torto nel caratterizzare la borghesia soltanto come la classe detentrice dei mezzi di produzione, senza vedere che era anche e soprattutto portatrice di valori nuovi. Quanto a Lukács, Bloch ed Althusser, essi sono ovviamente fra i suoi interpreti più importanti.
8. Lei è un sostenitore della decrescita e sostiene che ciò non significa ritornare al passato quanto pensare ad sistema economico che si equilibri con la natura. Tuttavia alcuni pensatori, tra i quali Professor La Grassa, sostengono che se l'Italia o l'Europa intraprendessero la decrescita sarebbero schiacciate militarmente degli USA ed economicamente della Cina. È possibile secondo lei conciliare geopolitica e decrescita?
La potenza non passa soltanto per la crescita. Se, per non essere schiacciati militarmente dagli Stati Uniti o economicamente dalla Cina, occorre impegnarsi in una corsa senza fine verso sempre più armamenti e sempre più crescita, non penso che saremo mai vincenti. Vivremo soltanto in un mondo che diventerà ancora più intollerabile. La teoria della decrescita si fonda sulla presa in considerazione della nozione dei limiti, ed in particolare su questa constatazione che non si può avere una crescita materiale infinita in un mondo finito. Di fronte al capitalismo, l'obiettivo non è di ottenere migliori risultati rispetto ai concorrenti restando nello stesso sistema, ma al contrario di uscire da questo sistema. Piuttosto che rientrare nella rivalità mimetica, sono dunque favorevole ad una strategia di rottura. Essere "più forte" degli Stati Uniti, deve significare in primo luogo: essere capaci di opporre loro un altro modello di società e di civilizzazione.
9. Qual è la sua opinione sul razzismo e la xenofobia?
Ho pubblicato numerosi scritti contro il razzismo e contro la xenofobia. Detto ciò, esprimere sul razzismo un giudizio morale non mi interessa. Trovo più proficuo smontare i preconcetti e farne apparire gli errori intellettuali o teorici. Il razzismo è una forma di alter-fobia, cioè di rifiuto di ammettere, non soltanto l'altro, ma la nozione anche di diversità. Ci sono secondo me due forme di razzismo, molto diverse ma convergenti. La prima è quella del razzismo classico, brutale e discriminatorio, che mira a dividere, a predominare, o sradicare gli altri per la sola ragione che sono diversi. La seconda, più sottile, consiste nel non ammettere l’Altro fino a che non sia stato riportato allo “Stesso”. Dire che "gli uomini sono tutti gli stessi", che ci sono "soltanto uomini come gli altri", può sembrare generoso. È effettivamente soltanto un modo di mostrare che si è incapaci di comprendere e riconoscere la diversità. Il punto comune di questi due razzismi è l'allergia alla differenza.

di Alain de Benoist - Giacomo Repaci -

19 marzo 2011

Celentano no nuke: tocca ai cittadini. Ora o mai più


Il cantante e showman scrive al Corriere della Sera e dice la sua sul nucleare. Una dura requisitoria contro i politici alla Berlusconi e alla Casini. Un vero e proprio appello a partecipare al referendum e a votare contro i programmi governativi che spacciano le centrali atomiche come una risposta indispensabile al problema dell’energia


In Giappone l’incubo continua. Terremoto, tsunami ed ora la catastrofe nucleare. Eventi terribili, che uno dopo l’altro hanno messo in ginocchio quella che fino a pochi giorni fa era una potenza economica e tecnologica. Anche l’Unione Europea, ormai, non può che ammettere che si è a «rischio apocalisse», rimettendo così in discussione il suo stesso futuro atomico. Il governo italiano, invece, si limita a qualche ripensamento di facciata in attesa di tornare alla carica. Il nuovo referendum per evitare il ritorno al nucleare risulta così essere l’ultima speranza per gli italiani: «Non votare sarebbe un suicidio», afferma Adriano Celentano dalle pagine del Corriere della Sera.

«Settantamila case distrutte, un milione di sfollati e cinquemila dispersi in quel florido Giappone, che nel giro di 6 minuti è improvvisamente precipitato nel buio più scuro, fra terremoto e tsunami». Sono queste le parole dello showman che, in una lettera al direttore del quotidiano milanese, ricorda come il Paese del Sol levante si trovi ora a dovere affrontare l’incubo delle radiazioni letali pendenti sulla testa dei giapponesi. E sembra non credere alla malafede di Chicco Testa, ex presidente di Legambiente ed attuale presidente del Forum nucleare italiano, quando spavaldo ha tuonato sulla “tenuta” della centrale di Fukushima (per poi fare penosamente marcia indietro, travolto sia dalle critiche che soprattutto dagli eventi). Ma «La cosa più incredibile – scrive il “Molleggiato” – è lo stato di ipnosi in cui versano gli italiani di fronte ai fatti sconcertanti di una politica che non è più neanche politica, ma piuttosto un qualcosa di maleodorante e che di proposito vorrebbe trastullarci in uno stato confusionale».

Un Paese “narcotizzato”, denuncia l’ex Ragazzo della via Gluck, in cui «sempre di meno si potrà distinguere il bene dal male, le cose giuste da quelle ingiuste». Una caratteristica, quella del Belpaese, che permette a Berlusconi di andare avanti imperterrito con il suo programma nucleare, mentre il mondo intero (Cina inclusa), si interroga seriamente sul dramma che sta investendo non solo il Giappone, ma il mondo intero. «Chi se ne frega della sovranità popolare!» che nell’87 decretò la chiusura delle centrali italiane, commenta con amaro sarcasmo l’attore e cantante milanese.

Ma di critiche Celentano non ne fa solo a Berlusconi, e si rivolge anche a Casini ed il Terzo Polo: «Caro Casini, che tu fossi un nuclearista convinto lo sapevamo tutti e io rispetto la tua opinione, anche se è orribile. Ma a dirlo proprio in questo momento, non pensi che tu abbia dato una sberla sui denti al tuo elettorato?». Ed aggiunge: «Tralasciando il piccolo particolare che l’Italia è uno dei Paesi a maggior rischio sismico, come tu sai, le radiazioni sono pericolose non soltanto perché si muore, ma per il modo in cui si muore: una sofferenza di una atrocità inimmaginabile». Ed accusa, come ormai in pochi si prenderebbero la briga di fare: «La verità è che tu e Berlusconi siete degli ipocriti marci. Lo sapete benissimo che, per quanto sicure possono essere le centrali atomiche, anche di decima o di undicesima generazione, il vero pericolo sono soprattutto le scorie radioattive, che nessuno sa come distruggere e che già più di mezzo mondo ne è impestato». «Lo sapete benissimo – insiste il “Molleggiato” – e ciò nonostante continuate a ingannare i popoli promettendo loro quel falso benessere che serve solo a gonfiarvi di Potere e ad arricchire le vostre tasche».

Ora, questo non significa che Celentano debba diventare il nuovo idolo delle masse. Ma sentire una persona con la sua notorietà, e la sua popolarità, prendere fermamente posizione contro l’arroganza e l’ottusità del governo e dei nuclearisti italiani (oltre che citare il Forum italiano Movimenti per l'acqua, “di cui nessuno parla, tranne illoro sito”), fa stare decisamente meglio, nel surreale contesto italiano. Almeno per un po’, ossia fino a quando, nella stessa lettera, l’attore “promuove” il sindaco fiorentino Matteo Renzi. Che sì, ha messo la sua città sotto la tutela ambientale di “Casa Clima”, l’autorità di Bolzano per l’edilizia ecologica, ma come “nuovo che avanza” lascia parecchio a desiderare. Anche solo per essersi già recato a cena nella villa di Arcore di Berlusconi.

Il governo cerca di ostacolare questo referendum, indetto solo a giugno, «quando la gente va al mare», mettendo così in pericolo il raggiungimento del quorum. È per questo, però, che Celentano conclude opportunamente il suo messaggio, rivolgendo agli italiani «non un appello, ma una preghiera» perché si vada a votare: «Una preghiera che non è rivolta ai politici. Loro non sanno quello che fanno. Per cui mi rivolgo a tutti quelli che invece li votano i politici. Di destra, di sinistra, studenti, leghisti, fascisti e comunisti, per il vostro bene, non disertate il referendum». «Questa volta sarebbe un suicidio», avverte Celentano: «Dobbiamo andare a votare anche se il governo spostasse la data del referendum al giorno di Natale. Non sia mai che prendiate sotto gamba questi referendum: saremmo spacciati».

Tocca quindi ai cittadini. A noi cittadini: ora o mai più.

di Andrea Bertaglio

18 marzo 2011

Nucleare: porci domande o porci comodi?




Come si può produrre occupazione stabile? Come si può salvaguardare l'ambiente? Come si possono evitare disastri prevedendoli prima di arrivare alle emergenze? Sono alcune delle domande che Michele Dotti si pone e pone a tutti nella speranza che le eventuali risposte siano un po' più sagge delle attuali politiche energetiche vigent
i.


domande nucleare occupazione italia
Di una cosa sono certo: è sempre un bene continuare a porci domande, a prescindere dal fatto di poter trovare subito le risposte o meno

Di una cosa sono certo: è sempre un bene continuare a porci domande, a prescindere dal fatto di poter trovare subito le risposte o meno.

Anzi, forse è meglio non trovarle affatto!!! Il dubbio infatti alimenta la curiosità e fa progredire la conoscenza, mentre le certezze la paralizzano. Chiediamoci allora seriamente:

- come produrre occupazione stabile?

- come salvaguardare l'ambiente, anche per le future generazioni?

- come evitare disastri, prevenendoli prima di arrivare alle emergenze?

Qualche giorno fa, in un mio articolo ho provato a rispondere a queste domande, senza alcuna pretesa di esaustività ma semplicemente per cercare di offrire un piccolo contributo costruttivo e andare oltre le sterili polemiche a cui spesso assistiamo su questi temi.

Le domande rimangono comunque aperte e le risposte vanno cercate tutti insieme. Tuttavia, mentre noi ci poniamo queste domande e riflettiamo con pazienza sulle possibili risposte, c'è chi si muove con molta più disinvoltura. Grazie al Decreto Romani che taglia gli incentivi per il fotovoltaico 120.000 occupati rischiano di rimanere a casa; si tratta di oltre 1.000 imprese a rischio chiusura, per un ammontare di 13 miliardi di investimenti già effettuati che potrebbero andare in fumo.

Un po' come chiudere la FIAT con un decreto. Senza contare poi il danno ambientale...

E tutto questo per che cosa???

Mi pare legittimo il sospetto che sia semplicemente per l'interesse di pochi, che vogliono continuare a proporre sfrontatamente il nucleare, nonostante tutto e tutti. Non è forse sufficiente quello che sta succedendo in Giappone? Cosa deve succedere ancora perché si possa dire che il nucleare è una pura follia, da tutti i punti di vista?

Il nostro governo sostiene che occorre con urgenza rendersi indipendenti dai combustibili fossili e ridurre il costo dell'energia. Peccato però che i nuovi impianti che si vorrebbero costruire sarebbero forse produttivi soltanto tra 15 anni; e per la "modica cifra" di trenta miliardi di euro, coprirebbero solo il 4% del nostro fabbisogno energetico.

Senza neppure ridurre i costi, oltretutto.

E' davvero questa la strada da intraprendere per il nostro futuro? Non sarebbe già sufficiente un serio piano di risparmio energetico per andare oltre questa percentuale? Continuiamo a porci domande, dunque, come sano antidoto per contrastare quanti continuano ostinatamente e sfacciatamente a farsi i propri porci comodi.

Per approfondire questo tema vi consiglio di continuare a leggere qui di seguito queste interessanti analisi di Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento.

Quattro idee sul nucleare

di Mao Valpiana

1. Le centrali nucleari forniscono energia elettrica. In Italia non ne abbiamo bisogno: negli ultimi anni la potenza installata è aumentata, mentre la domanda è diminuita: la domanda è di circa 60 GW (gigawatt). La potenza elettrica installata in Italia all’inizio 2010 è pari a 94 GW. Quindi non c'è nessun bisogno reale di nuova energia elettrica (per trasporti e riscaldamento usiamo petrolio o gas).

2. Si dice che le centrali nucleari ci garantiranno l'indipendenza energetica. Falso. Le centrali utilizzano come combustibile l'uranio. Le principali miniere di uranio sono in Australia e in Africa, oggi sotto controllo cinese, o in Ucraina, Uzbekistan, Kazakistan, oggi sotto controllo russo. Quindi il nucleare è una fonte che crea dipendenza da Cina o da Russia.

3. Ma quanto costa l'energia prodotta dalle centrali? Troppo. Il costo Kwh (kilowatt/ora) del nucleare è maggiore di quello di ogni altra fonte (i costi ufficiali in centesimi di dollaro sono: nucleare: 10,2 – eolico: 9,9 – carbone: 9,8 – gas: 8,2 ), questo perché oltre agli investimenti per la costruzione di una centrale, bisogna calcolare anche il costo di smantellamento, che può persino raddoppiare.

4. Il governo italiano ha previsto 4 nuove centrali nucleari, con un costo di 30 miliardi di lire. Queste 4 centrali, se tutto va bene, entrerebbero in funzione fra 15/20 anni, e produrrebbero il 5% dell'energia nazionale. È del tutto evidente la sproporzione tra investimento e risultato. Il 5% è quanto si può ottenere da subito con una seria politica di risparmio e di efficienza degli impianti già esistenti.

Bastano queste 4 cifre per dimostrare che il nucleare in Italia non ha senso e serve solo ad assicurare affari ad un ristretta lobby. A questo aggiungiamo che il governo propone il nucleare senza aver presentato al paese un serio piano energetico (fabbisogno, previsioni, consumi, costi, ecc.) e che il problema delle scorie radioattive non è ancora stato risolto.

La conclusione è semplice, ed è la stessa di tanti anni fa: Energia nucleare? No, grazie.

di Michele Dotti

26 marzo 2011

La baia di Minamata: un disastro ambientale dimenticato

Quello che sta succedendo in Giappone in questi giorni riporta alla mente fatti lontani che hanno segnato la memoria del Paese. Nel 1956 gli sversamenti di acque reflue contaminate al mercurio dell’industria chimica Chisso Corporation hanno prodotto uno dei peggiori disastri ambientali che la storia ricordi. Un disastro con un nome ben preciso: sindrome di Minamata.








baia minamata

Era il 1956 quando nella baia di Minamata fu scoperta per la prima volta quella che è passata alla storia proprio come la malattia di Minamata

I fatti che stanno sconvolgendo il Giappone ripropongono più e più volte, tante quante sono le immagini che ci scorrono quotidianamente sotto gli occhi, interrogativi agghiaccianti e riflessioni profonde. L’insensatezza del progresso sfrenato, l’accecata ossessione per la crescita, il culto dell’atomo, lo sviluppo a tutti i costi hanno contropartite tremende e ricadute fatali.

Il Giappone è uno dei paesi che più degli altri ha fatto dello sviluppo economico, industriale e tecnologico una testa d’ariete per sfondare i mercati internazionali, per crescere esponenzialmente, per sedere al tavolo dei grandi della terra. Le conseguenze però non sempre hanno i colori sfavillanti delle ultime macchinette digitali, la bellezza e la sicurezza dell’ultima automobile piazzata sul mercato.

Non sempre, anzi, quasi mai perché il retroterra dannato del progresso è un deserto, una fanghiglia marcescente che fagocita terre ed uomini e sputa cadaveri e carcasse ed è tanto più ritroso quanto più schifose sono le attività da insabbiare, tanti quanti sono i morti di cui dimenticarsi.

Era il 1956 quando nella baia di Minamata, cittadina di pescatori nella Prefettura di Kumamoto, fu scoperta per la prima volta quella che è passata alla storia proprio come la malattia di Minamata.

Si tratta di una sindrome neurologica causata da avvelenamento da mercurio che provoca atassia (progressiva perdita del coordinamento muscolare); parestesia (alterazione della sensibilità degli arti, i particolare la perdita del senso del tatto a livello topico); indebolimento del campo visivo, perdita dell’udito, difficoltà ad articolare le parole, disordine mentale. Paresi. Morte.

chisso minamata
La Chisso Corporation, un’industria chimica installata nella zona, sversava le acque reflue contaminate da metilmercurio proprio nella baia

Era successo che la Chisso Corporation, un’industria chimica installata nella zona, sversasse le acque reflue contaminate da metilmercurio proprio nella baia, nel mare di Shiranui. Uno sversamento costante, durato ininterrottamente dal 1932 al 1968. Il metilmercurio si è depositato nei fanghi, sul fondo del mare, di cui si nutrono numerosi microrganismi alla base della catena alimentare.

La sostanza è stata quindi assorbita anche da crostacei e molluschi risalendo la catena alimentare fino alla tavola degli abitanti del luogo, la cui dieta è principalmente a base di pesce. I primi ad avvertire i sintomi della malattia furono proprio i pescatori che lavoravano nella baia. Da allora, i casi di avvelenamento ed i conseguenti decessi si susseguirono a ritmo incalzante per più di trent’anni, includendo uomini e animali.

Né la Chisso, né il Governo hanno fatto nulla per evitare il disastro. Dopo i primi casi eclatanti, il morbo di Minamata fu ufficialmente riconosciuto, ma di anni, da quel 1956, ne passarono almeno dodici prima di stabilire il legame fra l’inquinamento prodotto dalla Chisso e la malattia. Durante questi anni non solo l’industria chimica negò la propria responsabilità per la sindrome, ma addirittura l’utilizzo del mercurio nei propri impianti.

sindrome minamata
La sindrome di Minamata è una sindrome neurologica causata da avvelenamento da mercurio che può causare persino la morte

Da allora, fu necessario aspettare il 1968 affinché la Chisso smettesse di sversare acque contaminate nella baia, ma il danno era ormai irreversibilmente compiuto. Oltre alle persone contaminate perché si cibavano del pesce carico di mercurio, già da tempo si registravano anche nascite di bambini malati, sintomo inequivocabile che il morbo si trasmetteva anche al feto.

Il Governo di Tokyo, tuttavia, aveva deciso che la diffusione della malattia si era conclusa con l’interruzione degli scarichi, nel 1968, e nessuno che fosse nato dopo quell’anno poteva essere avvelenato. Questo nonostante la comunità scientifica sostenesse che il veleno non era stato smaltito dal mare.

Il Governo si dimostrò fermo nella sua decisione e nel 1991 il Consiglio Centrale pubblicò una relazione nella quale si dimostrava il calo sensibile dei livelli di metilmercurio nel mare di Shiranui rispetto al 1968. Come conseguenza di questo atteggiamento, tutti i malati nati dal 1969 non godono dei benefici del programma pubblico sanitario per il morbo, nonostante ne mostrino chiaramente i sintomi.

Nel 1997, dopo la dichiarazione del governatore della Prefettura di Kumamoto in merito alla sicurezza sul consumo di pesci e molluschi della baia, furono rimosse le reti che per trenta anni avevano impedito al pesce contaminato di disperdersi in mare aperto. Un atto simbolico che significava anche mettersi alle spalle quel disastro ambientale.

proteste minamata
Da quando il morbo fu ufficialmente riconosciuto gruppi di malati o di parenti di persone decedute a causa della malattia intentarono numerosi procedimenti civili contro il Governo

Un disastro che però non è rimasto circoscritto a Minamata. Tra le 30.000 persone che nel 2009 chiedevano di entrare nel programma sanitario, molte provenivano da altre parti del Giappone e nate da genitori residenti lungo le coste del mare Shiranui.

Nello stesso 2009 il Governo nipponico ha approvato una nuova legge per dare assistenza ai pazienti affetti dal morbo, ampliando la gamma di sintomi necessari per entrare a far parte del programma. A tutti coloro che ricevono gli aiuti governativi, però, è stata chiesta come contropartita di ritirare qualsiasi causa intentata a proposito contro il Governo e la Chisso.

Da quando il morbo fu ufficialmente riconosciuto, infatti, gruppi di malati o di parenti di persone decedute a causa della malattia intentarono numerosi procedimenti civili contro il Governo, considerato il responsabile di norme troppo restrittive nel riconoscimento della sindrome e nell’esenzione dalle spese mediche. Solo nell’ottobre del 2004 la Corte Suprema ha dichiarato enti locali e Governo responsabili del disastro ecologico, intimando il pagamento di risarcimenti alle parti lese.

Nonostante questo, numerosi sono ancora i casi che cadono fuori dalla copertura del programma, mentre i danni prodotti dagli sversamenti non sono stati del tutto smaltiti.

25 marzo 2011

Tagliare le dipendenze


L’attuale sistema economico e politico è fondato sull’accentramento di potere. Da un’unica fonte si genera il flusso che va verso la moltitudine delle persone.

Si pensi ai partiti fino ad arrivare allo Stato. Attualmente vige il meccanismo della delega di potere. Ci sono “libere” elezioni, ma molti su questo hanno dei dubbi legittimi, e chi viene eletto ha una delega in bianco da parte dell’elettorato per fare sostanzialmente quello che vuole, specialmente se può disporre del minculpop dell’apparato informativo, piuttosto rigidamente irreggimentato e basato anch’esso su poche fonti di diffusione delle notizie: oggi tutti i telegiornali e le agenzie si approvvigionano da 4 o 5 fonti internazionali che hanno il monopolio dell’informazione. In pratica la politica dispone di una cambiale firmata in bianco dall’elettorato su un generico programma che a dirla tutta oggi non offre molti spunti di diversità fra le varie parti.

Questo schema che sintetizzando si può definire “da uno a molti” è anche usato nell’economia dove una megasocietà eroga servizi a volte anche a quasi la totalità delle persone, pensate al sistema monetario e finanziario, alle telecomunicazioni, alla distribuzione delle merci, all’informazione, all’energia, alle autostrade ecc.

Tutt’al più si può arrivare a sistemi di distribuzione decentrati dove si replica per motivi pratici il sistema “da uno a tutti” in scale ridotte territorialmente per permettere la capillarità di diffusione ed è lo schema seguito dalle regioni e dalle province.

In questo sistema “da uno a tutti” o al massimo “decentralizzato” si privilegia la delega di potere e non si è partecipi delle scelte e delle decisioni, queste si possono solo subire senza poter essere parte attiva. Un altro aspetto è che in questo modo si permette a qualcuno di arrivare a posizioni di potere e benessere a svantaggio di molti alimentando così gli enormi squilibri di cui oggi siamo circondati.

Il sogno americano si basa proprio su questo dicendo in pratica: uno su mille ce la fa, focalizzandosi su quell’uno che riesce, ma dimenticandosi degli altri 999 poveracci che invece continueranno a non farcela.

Questo alimenta dei processi di alienazione, dove chi non ce la fa subisce un’onta e cade in depressione, dove la competizione e la lotta hanno il sopravvento sulla natura umana che invece propende per la collaborazione.

L’atteggiamento che abbiamo appena visto viene esasperato dall’uso di un mezzo di scambio che si basa sul debito come abbiamo esaminato anche in altri articoli. La scarsità apparente si manifesta e la solitudine e la disperazione hanno il sopravvento.

Avremmo un sistema molto più efficiente, meno appetibile per coloro che tentano di prevalere sulle moltitudini e dove le persone non delegano, ma si supportano reciprocamente. Certo questa impostazione richiede una consapevolezza da parte di tutti molto maggiore dell’attuale, una presa di coscienza che l’azione di ognuno è funzionale al benessere e alla circolazione della ricchezza e della libertà in tutto il sistema.

Prendiamo ad esempio l’energia. L’attuale sistema si basa sull’assurdità che l’energia, anche quella da fonti rinnovabili, prodotta ad es. in Puglia venga consumata a Milano con dispendio di risorse e perdite di energia notevoli durante il tragitto. L’efficienza della rete sarebbe quella di consumare sul posto l’energia prodotta con evidenti risparmi su tutti i fronti. Perché non si adotta? Semplicemente perché verrebbero meno tutti i possibili interessi che nascono dalla distribuzione accentrata.

La stessa cosa avviene con la rete di internet dove ci sono monopolisti che erogano il servizio e anche la liberalizzazione dell’ultimo miglio non ha spostato le forze in gioco e tutto questo a svantaggio della circolazione delle informazioni. Esiste invece un sistema diffuso di reti a maglia (mesh) che permetterebbero alla comunità di avere enormi vantaggi sia in termini di costo del servizio che di efficienza della rete che essendo composta da nodi sia riceventi che trasmittenti sarebbero immuni ad esempio da interruzioni dovute a catastrofi naturali, ad esempio terremoto, oppure da colpi di mano tese a bloccare il flusso delle informazioni.

L’unione, se disinteressata e tesa al benessere diffuso, fa veramente la forza e questo da sempre l’uomo lo sa perché si raggruppa sempre in comunità e più questa unione era compatta più il suo benessere era maggiore. Oggi invece abbiamo enormi comunità di singoli che non colloquiano, si guardano con sospetto e soprattutto non collaborano fra di loro e questo non può che provocare depressione, senso di abbandono e sofferenza oltreché alimentare il divario fra ricchi e poveri, divario che invece di essere combattuto con maggiore cultura, con investimenti in istruzione e nel sociale a volte viene scientemente alimentato affinché il sistema “da uno a molti” possa seguire a mietere vittime innocenti.

La stessa cosa che avvenne per l’unità d’Italia che spinse i piemontesi a invadere il ricco sud e lo portò a depredarlo di un tesoro che Pino Aprile nel suo libro Terroni ha attualizzato in 1.500 miliardi di euro, il PIL odierno dell’Italia e un milione di morti su 9 che abitavano il sud all’epoca. Senza contare stupri di massa e orrori indicibili di ogni tipo e la distruzione negli anni successivi di ogni risorsa, infrastruttura, attività, portando quello splendido paese e quelle persone a essere preda di delinquenti, massonerie, mafie anche in doppio petto.

Il potere poi copre, nasconde e tacita ogni voce, costruisce sulla menzogna e cancella ogni traccia, ma non per sempre perché immancabilmente arriva il momento della verità.

La spinta innata ad unirsi viene manipolata e sfruttata egoisticamente anche per ciò che riguarda l’unione fra stati. L’unione europea ad esempio non è nata per aumentare il benessere all’interno del vecchio continente, ma per motivi di supremazia economica, per creare un solo grande mercato e accentrare ancora di più il potere in mano a pochi.

Basandosi su questi presupposti questa unione, come tutto quello che si basa su queste intenzioni, non potrà che fallire.

Capito questo concetto è facile tracciare la strada per la liberazione:

di Paoletti Pierluigi

24 marzo 2011

Come finirà l'era del petrolio?

COLLASSO DEL VECCHIO ORDINE PETROLIFERO


Qualunque sia l’esito delle proteste, sommosse e ribellioni che stanno ora spazzando il Medio Oriente, una cosa è certa: il mondo del petrolio sarà trasformato in maniera definitiva. Dobbiamo considerare tutto ciò che sta accadendo come solo il primo tremore di un terremoto del petrolio, che scuoterà il nostro mondo fin nelle sue parti più profonde.

Per un secolo dalla scoperta del petrolio nel sud-ovest della Persia prima della prima Guerra Mondiale, le potenze occidentali sono ripetutamente intervenute in Medio Oriente per assicurare la sopravvivenza dei governi autoritari dediti alla produzione di petrolio. Senza tali interventi l’espansione delle economie occidentali dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’attuale ricchezza delle società industrializzate sarebbe inconcepibile.

Qui, in ogni caso, sono riportate notizie che dovrebbero essere in prima pagina in qualsiasi giornale nel mondo: il vecchio assetto del petrolio sta morendo e con esso vedremo la fine del petrolio accessibile e a buon mercato – per sempre.

La fine dell’età del petrolio

Proviamo a misurare cosa è effettivamente a rischio nel tumulto corrente. Per iniziare, non c’è praticamente alcun modo di rendere piena giustizia al ruolo cruciale svolto dal petrolio del Medio Oriente nell’equazione energetica mondiale. Sebbene l’economico carbone abbia alimentato l’iniziale Rivoluzione Industriale, con le ferrovie, le navi a vapore, le industrie, il petrolio a buon mercato ha reso possibile l’automobile, l’industria aeronautica, i sobborghi, l’agricoltura meccanizzata e l’esplosione della globalizzazione economica. E mentre un pugno delle maggiori aree produttrici di petrolio ha lanciato l’Era del Petrolio – USA, Messico, Venezuela, Romania, l’area attorno a Baku (in ciò che un tempo era l’impero russo zarista) e le Indie orientali olandesi – è stato il Medio Oriente che ha spento la sete mondiale per il petrolio fin dalla Seconda Guerra Mondiale.

Nel 2009, l’anno più recente per cui sono disponibili tali dati, BP ha riferito che i produttori nel Medio Oriente e nel Nord Africa insieme hanno prodotto 29 milioni di barili al giorno, cioè il 36% della fornitura totale mondiale – e persino questo non dà l’idea dell’importanza di tali regioni nell’economia del petrolio. Più di ogni altra zona, il Medio Oriente ha incanalato la sua produzione nei mercati di esportazione per soddisfare le voglie energetiche di potenze importatrici di petrolio come Stati Uniti, Cina, Giappone e l’Unione Europea. Stiamo parlando di 20 milioni di barili esportati ogni giorno. Confrontiamoli ai 7 milioni di barili esportati della Russia, il maggiore singolo produttore mondiale, ai 6 milioni del continente africano e al misero milione del Sud America.

Come succede, i produttori mediorientali saranno persino più importanti nei prossimi anni perché possiedono, secondo stime, i due terzi delle restanti riserve di petrolio non ancora sfruttate. Secondo le recenti proiezioni del Dipartimento di Energia USA, il Medio Oriente e il Nordafrica forniranno insieme approssimativamente il 43% dell’approvvigionamento di petrolio greggio entro il 2035 (rispetto al 37% del 2007) e produrranno persino una quota ancora maggiore del petrolio esportabile mondiale.

Per porre la questione senza mezzi termini: l’economia mondiale richiede un aumento dell’offerta di petrolio a prezzi accessibili. Il Medio Oriente da solo può provvedere a tale fabbisogno. Ecco perché i governi occidentali hanno a lungo appoggiato regimi autoritari “stabili”nella regione, occupando ed addestrando le proprie forze di sicurezza. Ora questo invalidante ordine pietrificato, il cui successo più grande è stato produrre petrolio per l’economia mondiale, si sta disintegrando. Non contate su alcun nuovo ordine (o disordine) per fornire abbastanza petrolio a buon mercato per preservare l’Età del Petrolio.

Per capire perché questo sarà così, è necessaria una piccola lezione di storia.

Il colpo di stato iraniano

Dopo che la Anglo-Persian Oil Company (APOC) scoprì il petrolio in Iran (allora conosciuta come Persia) nel 1908, il governo britannico ha cercato di esercitare un controllo imperialista sullo stato Persiano. A capo di tale impulso c’era il Primo Lord della Marina Winston Churchill. Dopo aver ordinato la conversione dal carbone al petrolio delle navi da guerra britanniche prima della Prima Guerra Mondiale e aver deciso di porre una significativa fonte di petrolio sotto il controllo di Londra, Churchill orchestrò la nazionalizzazione dell’APOC nel 1914. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, l’allora Primo Ministro Churchill curò l’allontanamento dello Shah vicino alla Germania Reza Pahlavi e l’ascesa di suo figlio, il 21enne Mohammed Reza Pahlavi.

Sebbene incline ad esaltare i suoi (mitici) legami con il passato impero Persiano, Mohammed Reza Pahlavi fu un docile strumento degli inglesi. I suoi sudditi, tuttavia, risultarono sempre meno disposti a tollerare l’asservimento ai feudatari imperiali di Londra. Nel 1951, il Primo Ministro Mohammed Mossadeq, democraticamente eletto, si guadagnò il sostegno del parlamento in merito alla nazionalizzazione dell’APOC, che fu ribattezzata Anglo-Iranian Oil Company (AIOC). L’iniziativa fu molto popolare in Iran ma causò panico a Londra. Nel 1953, per salvaguardare il loro gioiello, i leaders britannici cospirarono in modo infame con l’amministrazione del presidente americano Dwight Eisenhower e con la CIA per progettare un colpo di stato per deporre Mossadeq e riportare in Iran lo Shah Pahlavi dal suo esilio a Roma, una storia raccontata recentemente con grande sfarzo da Stephen Kinzer nel suo “All the Shah’s Men” (“Tutti gli uomini dello Shah)”.

Fino alla sua deposizione nel 1979, lo Shah esercitò una dittatura spietata sulla società iraniana, in parte grazie al cospicuo aiuto dell’esercito Usa e della polizia. All’inizio schiacciò la sinistra laica, alleata di Mossadeq, quindi l’opposizione religiosa, guidata dall’esilio dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini. A causa della loro brutale esposizione al carcere e ai proiettili della polizia, forniti dagli Stati Uniti, gli oppositori dello Shah iniziarono a detestare la sua monarchia e Washington in egual misura. Nel 1979, naturalmente, il popolo iraniano scese per le strade, lo Shah fu deposto e l’Ayatollah Khomeini prese il potere.

Molto può essere imparato da questi eventi, che hanno portato all’attuale stallo nelle relazioni tra USA ed Iran. Il punto chiave da capire, però, è che la produzione di petrolio iraniana non si riprese mai dalla rivoluzione del 1979-1980.

Tra il 1973 e il 1979 l’Iran aveva raggiunto una produzione vicina ai sei milioni di barili di petrolio al giorno, una delle maggiori al mondo. Dopo la rivoluzione, l’AIOC (ribattezzata British Petroleum o più tardi semplicemente BP) fu nazionalizzata e di nuovo i manager iraniani si fecero carico della gestione della compagnia. Per punire i nuovi leader iraniani, Washington impose pesanti sanzioni economiche, ostacolando gli sforzi della compagnia per ottenere tecnologia ed assistenza straniere. La produzione di petrolio crollò a due milioni di barili al giorno e, persino tre decenni più tardi, si aggirava solo intorno a poco più di quattro milioni di barili al giorno, anche se il paese possiede la seconda più grande riserva mondiale di petrolio dopo l’Arabia Saudita.

I sogni dell’invasore

L’Iraq ha seguito un percorso simile. Sotto Saddam Hussein, la compagnia petrolifera di stato Iraq Petroleum Company (IPC) produceva fino a 2,8 milioni di barili al giorno fino al 1991, quando la Prima Guerra del Golfo contro gli USA e le seguenti sanzioni fecero scendere la produzione a mezzo milione al giorno. Anche se dal 2001 la produzione è di nuovo risalita a circa 2,5 milioni di barili al giorno, non ha mai raggiunto i picchi precedenti. Mentre il Pentagono preparava un’invasione all’Iraq alla fine del 2002, comunque, insiders dell’amministrazione ed esuli iracheni ben inseriti, parlavano sognanti di una età dell’oro che sarebbe arrivata, in cui le compagnie petrolifere straniere sarebbero state invitate a tornare nel paese, la compagnia statale petrolifera sarebbe stata privatizzata e la produzione avrebbe raggiunto livelli mai visti prima.

Chi può dimenticare lo sforzo che l’amministrazione Bush e i suoi funzionari a Bagdad hanno messo in atto per avverare il loro sogno? Dopo tutto, i primi soldati americani che avevano raggiunto la capitale irachena avevano assicurato l’incolumità del palazzo del Ministero del Petrolio, anche se avevano permesso ai saccheggiatori iracheni di regnare sovrani nel resto della città. Il Ten. Paul Bremer III, il proconsole poi scelto da Bush per supervisionare la creazione di un nuovo Iraq, portò sul posto un team di dirigenti petroliferi americani per supervisionare la privatizzazione dell’industria petrolifera del paese, mentre il Dipartimento per l’Energia degli USA previde fiduciosamente nel maggio 2003 che la produzione irachena sarebbe cresciuta a 3,4 milioni di barili al giorno nel 2005, 4,1 milioni entro il 2010 e 5,6 milioni entro il 2020.

Nulla di tutto ciò è naturalmente accaduto. Per molti iracheni, la decisione degli USA di mettersi immediatamente a capo del Ministero del Petrolio è stata un punto di svolta istantaneo che ha trasformato il possibile sostegno per il rovesciamento di un regime tirannico in rabbia ed ostilità. La presa di posizione di Bremer per privatizzare la compagnia petrolifera di stato ha similmente prodotto una feroce reazione nazionalista tra gli ingegneri petroliferi iracheni, che hanno sostanzialmente affondato il piano. Abbastanza presto è scoppiata un’insurrezione Sunnita su larga scala. La produzione di petrolio è rapidamente crollata, attestandosi a soli 2 milioni di barili al giorno tra il 2003 e il 2009. Durante il 2010 essa è finalmente tornata a 2,5 milioni di barili – ben lontana da quella sognata di 4,1 milioni di barili.

Non è difficile disegnare una conclusione: gli sforzi da parte di stranieri per controllare l’ordine politico in Medio Oriente per il bene della produzione del petrolio genereranno inevitabilmente pressioni compensative il cui risultato sarà una minore produzione. Gli USA e le altre potenze che guardano le insurrezioni, ribellioni e proteste che si accendono attraverso il Medio Oriente dovrebbero infatti essere cauti: qualunque sia la loro volontà politica o religiosa, le popolazioni locali tirano sempre fuori una feroce, appassionata ostilità verso il predominio straniero e, messe alle strette, sceglieranno l’indipendenza e la possibilità di libertà piuttosto che una maggiore produzione di petrolio.

Le esperienze in Iran e Iraq possono non essere paragonate in modo usuale a quelle in Algeria, Bahrain, Egitto, Iraq, Giordania, Libia, Oman, Marocco, Arabia Saudita, Sudan, Tunisia e Yemen. Comunque ognuno di loro (e altri paesi similmente suscettibili di essere coinvolti nei tumulti) mostra alcuni elementi di identico stampo politico autoritario e tutti sono connessi a livello del petrolio. Algeria, Egitto, Iraq, Libia, Oman e Sudan sono produttori di petrolio; Egitto e Giordania difendono oleodotti vitali e, nel caso dell’Egitto, un oleodotto cruciale per il trasporto del petrolio; Bahrein e Yemen come l’Oman occupano punti strategici lungo le maggiori rotte del petrolio. Tutti hanno ricevuto sostantivi aiuti militari dagli USA e/o ospitano importanti basi militari. E, in tutti questi paesi, lo slogan è sempre lo stesso: “Il popolo vuole che il regime cada”.

Due di questi regimi sono già caduti, tre sono traballanti e gli altri sono a rischio. L’impatto sui prezzi mondiali del petrolio è stato rapido e spietato: il 24 di febbraio, il prezzo per il greggio North Brent, un punto di riferimento del settore, ha sfiorato i 115 dollari al barile, il prezzo più alto dalla crisi economica dell’ottobre del 2008. Un altro greggio di riferimento, il West Texas Intermediate, ha varcato, per poco e sinistramente, la soglia dei 100 dollari.

Perché i Sauditi sono la chiave

Finora il maggiore produttore mediorientale di petrolio, l’Arabia Saudita, non ha mostrato palesi segni di vulnerabilità, o i prezzi sarebbero saliti persino di più. Tuttavia, la casa reale del vicino Bahrain è attualmente in guai seri; decine di migliaia di manifestanti – oltre il 20% del suo milione e mezzo di persone – sono scesi più volte per le strade, nonostante le minacce di aprire il fuoco, in un movimento per l’abolizione del governo autocratico del re Hamad ibn Isa al-Khalifa e la sua sostituzione con un governo autenticamente democratico.

Questi sviluppi sono particolarmente preoccupanti per la leadership Saudita perché il cambiamento in Bahrain è guidato dalla popolazione Sciita, a lungo abusata, contro una radicata élite Sunnita al potere. Anche l’Arabia Saudita ha al suo interno – sebbene non come in Bahrain – una popolazione a maggioranza Sciita che ha sofferto la discriminazione dai governanti Sunniti. C’è la preoccupazione a Riyadh che le manifestazioni esplose in Bahrain possano diffondersi nell’adiacente e ricca provincia dell’Arabia Saudita – l’unica area dove gli Sciiti formano la maggioranza -, diventando una grossa minaccia per il regime. In parte per prevenire ogni ribellione da parte dei giovani, il vecchio re 87enne Abdullah ha appena promesso 10 miliardi di dollari, che sono parte di un pacchetto di 36 miliardi di sovvenzioni per aiutare i giovani cittadini sauditi a sposarsi ed ottenere case ed appartamenti.

Anche se la ribellione non arriverà in Arabia Saudita, il vecchio ordine del petrolio del Medio Oriente non potrà essere ricostruito. Il risultato è sicuramente un declino di lungo termine nelle disponibilità future di petrolio esportabile.

Tre quarti dei 1,7 milioni di barili di petrolio che la Libia produce al giorno sono stati rapidamente ritirati dal mercato non appena le agitazioni sono iniziate. Gran parte di esso può rimanere fuori dal mercato per un tempo indefinito. Egitto e Tunisia si attende che ripristino presto la produzione, modesta in entrambi i paesi, ai livelli precedenti alle manifestazioni, ma è improbabile che abbraccino l’idea delle grandi joint-ventures con imprese straniere che potrebbero aumentare la produzione, indebolendo il controllo locale. L’Iraq, la cui maggiore raffineria è stata gravemente danneggiata dai ribelli la scorsa settimana, e l’Iran non mostrano segni di poter incrementare significativamente la produzione nei prossimi anni.

Il giocatore cruciale è l’Arabia Saudita, che ha appena aumentato la produzione per compensare le perdite libiche sul mercato globale. Ma non aspettiamoci che questo duri per sempre. Supponendo che la famiglia reale sopravviva all’attuale ciclo di sconvolgimenti, dovrà deviare la maggior parte della sua produzione giornaliera per soddisfare il crescente consumo interno e di carburante per le locali industrie petrolchimiche che potrebbero soddisfare una popolazione in rapida crescita, inquieta con impieghi meglio retribuiti.

Dal 2005 al 2009 i sauditi hanno consumato circa 2,3 milioni di barili al giorno, lasciandone 8,3 milioni per l’esportazione. Solo se l’Arabia Saudita continuerà a fornire almeno tale quantità ai mercati internazionali, il mondo potrebbe persino soddisfare i suoi bisogni previsti di petrolio a buon prezzo. Questo non è probabile che si verifichi. I reali Sauditi hanno espresso riluttanza per aumentare la produzione molto al di sopra dei 10 milioni di barili al giorno, temendo danni ai loro settori rimanenti e quindi un calo nei profitti futuri per la loro numerosa stirpe. Allo stesso tempo, l’aumento della richiesta interna si prevede che consumerà una sempre crescente quota della produzione netta del paese. Nell’aprile 2010 l’amministratore delegato della compagnia di stato Aramco, Khalid al-Fahlil aveva previsto che il consumo interno potrebbe raggiungere l’incredibile cifra di 8,3 milioni di barili al giorno entro il 2028, lasciando soltanto pochi milioni di barili per l’esportazione, con la garanzia che, se il pianeta non rivolgerà l’attenzione ad altre fonti energetiche, ci sarà fame di petrolio.

In altre parole, se si traccia una traiettoria ragionevole dagli sviluppi attuali nel Medio Oriente, essa è già con le spalle al muro. Dato che nessuna area è capace di rimpiazzare il Medio Oriente come primo produttore mondiale di petrolio, l’economia stessa del petrolio deperirà – e con essa l’economia mondiale nel suo complesso.

Dobbiamo considerare il recente aumento dei prezzi del petrolio come solo un lieve tremore che annuncia un terremoto petrolifero prossimo a venire. Il petrolio non sparirà dai mercati internazionali, ma nei prossimi decenni non raggiungerà mai i volumi necessari a soddisfare la domanda mondiale prevista e ciò significa che, più presto che tardi, la scarsità sarà la condizione dominante dei mercati. Solo il rapido sviluppo di fonti energetiche alternative e una drammatica riduzione nel consumo di petrolio potrebbe risparmiare al mondo le più gravi ripercussioni economiche.

di Michael T. Klare


Michael T. Klare è docente di studi sulla pace e sulla sicurezza all’Hampshire College, un regolare TomDispatch e l’autore del recente “Rising Powers, Shrinking Planet”. Un film-documentario del suo precedente libro, “Blood and Oil” è disponibile presso la Media Education Foundation. Per ascoltare l’ultima intervista TomCast di Timothy MacBain in cui Klare spiega come la scarsità delle risorse è il motore delle proteste e molto altro sul nostro pianeta, cliccate qui o scaricatela sul vostro iPod qui.

Titolo originale: "The Collapse of the Old Oil Order "

23 marzo 2011

La crisi libica rivela l'incompetenza della politica europea

Per quanto possa suonare paradossale, il significato strategico della crisi libica è di importanza secondaria rispetto al tema decisivo posto dal pericolo proveniente dalla "Cintura di fuoco" del Pacifico e dalla svolta politica globale dettata dalla mobilitazione economica/scientifica richiesta per fronteggiare quel pericolo.

Per cominciare, la politica dei bombardamenti decisa per iniziativa dell'alleanza anglo-francese finirà con l'aumentare il tasso di caos nella regione. Il Presidente francese Nicolas Sarkozy potrà credersi un piccolo Napoleone, intento a raccogliere i frutti del suo bullismo alle prossime elezioni, ma egli è poco più di una marionetta nel neocoloniale gioco alla "Sykes-Picot" gestito dai britannici. Il gioco britannico mira a "provocare il maggior danno possibile" alla regione, ha commentato LaRouche. Il ruolo USA, sotto l'impulso del Dipartimento di Stato di Hillary Clinton piuttosto che della Casa Bianca di Obama, è apparentemente diverso. Purtuttavia, il modo in cui è stata stilata la risoluzione dell'ONU ed è stato eseguito il confuso mandato alcune ore dopo conferma i timori di LaRouche.

"Il fatto è che non esiste un governo europeo, a questo punto, che abbia una politica competente sull'Africa", ha affermato lo statista americano.

Il caso italiano è esemplare: siamo il principale partner commerciale e acquistiamo un terzo del petrolio e una gran parte del nostro gas naturale dalla Libia. Inizialmente, il governo italiano si è opposto ai bombardamenti, suggerendo un semplice blocco navale. Ma una volta inaugurata la "Coalizione dei volenterosi" al vertice di Parigi, siamo saliti sul tram e abbiamo mandato i Tornado a bombardare il bunker di Gheddafi. E dopo aver perso un terzo delle forniture di petrolio, decidiamo pure di sospendere il piano nucleare. Certo che la follia non ha limiti.

Nell'assenza di una vera politica, che deve includere una prospettiva di sviluppo, il rischio vero è che la Libia diventi una seconda Somalia.

La Germania ha preso una decisione saggia non entrando nella "Coalizione dei volenterosi". In un'intervista al The LaRouche Show, Helga Zepp-LaRouche ha appoggiato la decisione della Merkel, e ha ammonito contro l'aumento di instabilità a seguito dell'intervento militare. Riferendosi al ripreso flusso di migranti verso Lampedusa, Malta e la Grecia, la signora Zepp-LaRouche ha anche appoggiato l'idea di un Piano Marshall per l'Africa proposto da Frattini e Maroni. I britannici sono terrorizzati dal processo di sciopero di massa scatenatosi nelle regioni mediterranea e transatlantica, ha detto, e stanno tentando il loro gioco. Ma invece di giocare sul terreno scelto da loro, dovremmo aggirarli sui fianchi. Il modo per farlo è lanciare un cambiamento della politica globale, e sostituire il sistema monetario con un sistema creditizio per finanziare la ricostruzione economica mondiale.
by Movisol

Miraggi nel deserto

I Francesi sono diventati dei galli da combattimento, gli italiani si comportano come galline disorientate e starnazzanti , le volpi inglesi guaiolano nel deserto ma si adattano all’ambiente, i serpenti americani strisciano lentamente sotto la sabbia, i salmoni norvegesi nuotano controcorrente per tornarsene ai propri fiumi, l’orso russo comincia a bramire dopo i gorgheggi del suo Presidente usignolo. Sul deserto africano piovono razzi ma a disintegrarsi è l’Europa, avanti in ordine sparso in un conflitto che sta diventando un regolamento di conti tra potenze del Vecchio Continente. Sarkozy, va à la guerre per tornare protagonista nel mediterraneo e per fare il macho con Carlà. Difatti, l’anno prossimo ci sono le elezioni e con quel grugno che si ritrova dovesse perderle insieme alla livrea presidenziale verrebbe a cascargli pure il fascino del potere e poi addio mogliettina prelibata. La Francia ha tutto da guadagnare dalla situazione e comunque non aveva nulla da perdere sin dall’inizio. Se il gran colpo dovesse riuscirle gli insorti libici dimostreranno la loro riconoscenza, come già si può percepire dai drapeaux tricolori che sventolano a Bengasi. Gli inglesi sono ugualmente soddisfatti, eccetto per l’eccessivo protagonismo di Parigi, e da un mese, con le loro forze speciali, stanno armando ed addestrando i ribelli per decapitare il dittatore della Sirte. Il nuovo Governo anche con loro sarebbe riconoscente. Gli americani non hanno bisogno di ottenere nulla perché loro la riconoscenza la incutono, sono ancora l’iperpotenza mondiale. A noi italiani invece non ci riconoscerà nessuno, nemmeno se andassimo in giro con una pizza sulla testa e gli spaghetti intorno al collo. Avevamo qualcosa da tutelare in Libia ma appena cesserà il fuoco rimarremo con un pugno di cenere in mano. Comunque vada a finire questa guerra noi italiani siamo fottuti dopo aver intrattenuto relazioni privilegiate ed esclusive in quel paese. Come scrive Davide Giacalone sul suo sito è questo lo scenario che tra breve potrà profilarsi: “…in Tripolitania resta la famiglia del colonnello; in Cirenaica vanno al governo quelli che i francesi hanno già riconosciuto, e di cui noi sappiamo poco e nulla; mentre nel Fezzan resta la sabbia e le tribù. Il che significa: dalla Tripolitania non becchiamo più nulla, piuttosto vendono tutto ai cinesi; dalla Cirenaica smezziamo con gli altri vincitori, vedendo crescere i francesi, consolidarsi gli inglesi e dimagrire gli italiani; dal Fezzan proviamo a prendere i datteri”. Stiamo facendo la figura dei cretini ma i nostri politici si sentono dei paladini della giustizia e della libertà. Se il problema reale era quello di tutelare i diritti umani in quel Paese costoro avrebbero dovuto chiedersi come mai all’Onu finora nessuno si fosse accorto di nulla. Anzi, questo organismo internazionale aveva descritto la Libia come una poesia e Gheddafi come un sovrano illuminato. Ecco cosa diceva un rapporto ufficiale dell'Onu del gennaio 2011: “In Libia la protezione dei diritti umani è generalmente garantita...ed include non solo i diritti politici ma anche quelli economici sociali e culturali...all'avanguardia nel campo del diritto alla salute e nella legislazione sul lavoro...la Libia ha abolito tutte le leggi discriminatorie...”. E così la frittata è fatta. C’era da aspettarselo, la nostra classe dirigente ha le traveggole quando sta a Roma figurarsi cosa poteva capitarle nel deserto. I miraggi si sono centuplicati ed ha perso ogni cognizione della realtà.
di Gianni Petrosillo

22 marzo 2011

L'internazionalismo del capitale e il localismo del lavoro




crisi economica
"Forse il fallimento più grande il progetto neoliberista l'ha subito sul terreno che gli è più proprio: la crescita economica"

Una domanda si aggira inquieta per le menti d'Europa che pensano alla politica come alla leva della libertà dei popoli e del governo del mondo. Per quali ragioni, il neoliberismo, la travolgente iniziativa capitalistica avviata negli '80 in Gran Bretagna e in USA e diventata pensiero unico planetario, è ancora così vivo e dominante in quasi tutti gli Stati?

Eppure, quella stagione è finita nel fango della più grave crisi degli ultimi 80 anni. Non solo. Essa ha mancato pressoché tutti i suoi obiettivi dichiarati. Non ha creato nuovi posti di lavoro, anzi la disoccupazione è dilagata ben prima del tracollo del 2008, nonostante le imprese abbiano ottenuto dai vari governi nazionali flessibilità e precarietà dei lavoratori mai sperimentate prima.

Alla fine degli anni '90, come ha mostrato un grande esperto del problema, Kevin Bales si potevano contare ben 27 milioni di schiavi diffusi nei vari angoli della terra. E nel 2000 erano al lavoro ben 246 milioni di bambini. Uno scacco alla civiltà umana che non può certo essere compensato dai nuovi ricchi affacciatisi al benessere nei paesi a basso reddito. Ma forse il fallimento più grande il progetto neoliberista l'ha subito sul terreno che gli è più proprio: la crescita economica. Tra il 1979 e il 2000 il tasso medio di crescita annuale del reddito mondiale procapite – come ha mostrato Branco Milanovic – è stato dello 0,9%. Assolutamente imparagonabile al 3% e talora oltre dei periodi precedenti.

E allora? Com'è che a questa generale e inoccultabile sconfitta sul terreno economico non è corrisposta una pari disfatta sul piano politico? Non siamo così meccanicisti da non comprendere la diversità dei piani messi a confronto e la differente temporalità dei fenomeni che si agitano nelle due diverse sfere sociali. Ma la domanda si pone.

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"Il lavoro, sempre meno rappresentato sul versante politico e sindacale, è incatenato sul suo territorio, mentre il capitale scorrazza liberamente per il mondo"

Io credo che una prima risposta sia da ricercare in questo esito paradossale: concludendo il suo ciclo nel tracollo economico-finanziario, il neoliberismo ha potuto far tesoro di due esiti politici vantaggiosi. La crisi ha infatti rese acute due gravi scarsità: la scarsità del lavoro e la scarsità di sicurezza. Quest'ultima in parte connessa alla prima.

Tali scarsità pongono la classe operaia e i ceti popolari in una condizione di grave asimmetria di potere e forniscono ai ceti dominanti rapporti di forza e materia di manipolazione ideologica in grado di offuscare le sconfitte subite sul piano economico. Come sempre, bisogno e paura sono diventati due formidabili armi di potere.

Ma questa è una parte della risposta. Alla fine del '900 si è consumata una inversione storica per tanti versi stupefacente. Come ha osservato Mario Tronti, sino ad alcuni decenni fa, il movimento operaio aveva una dimensione internazionale a fronte di un confinamento nazionale del capitale. Con tutti i suoi limiti, l'insieme dei paesi comunisti era anche questo: un fronte internazionale. Oggi assistiamo a un capovolgimento completo dello scenario.

Il lavoro, sempre meno rappresentato sul versante politico e sindacale, è incatenato sul suo territorio, mentre il capitale scorrazza liberamente per il mondo: una libertà di movimento che è un potere politico inedito contro chi ha perso la sua rappresentanza globale. La capacità di ricatto di Marchionne, che può muoversi liberamente tra USA, Brasile, Polonia, Serbia è, sotto tale profilo, esemplare.

Ma forse il più grande successo politico del neoliberismo - quello che gli consente oggi di avere ancora diritto di parola - è stata la sua presa egemomica sui partiti tradizionali della sinistra e il loro svuotamento come partiti popolari. Vogliamo ricordare quali sono state le parole d'ordine prevalenti – fatte salve le diversità nazionali - dei laburisti britannici, dei socialdemocratici tedeschi, dei socialisti francesi, degli ex-comunisti italiani, in tutti questi anni? Liberalizzazioni, privatizzazioni, flessibilità del lavoro, riduzione dello stato sociale, emarginazione del sindacato, ecc.

L'idea che la libertà individuale si dovesse far strada come agente dominante di un nuovo progetto di società, regolato dalle logiche dinamiche e vincenti del mercato, è stato il cuore – tutto di marca neoliberista – che ha sostituito il vecchio patrimonio solidarista e internazionalista. Una resa senza condizioni alle ragioni dell'avversario, che, da un punto di vista culturale, si spiega anche con la tradizione marxista e comunque industrialista della sinistra europea.

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L'individualismo economicistico su cui il neoliberismo si fondava è apparso ben presto come l'incarnazione di un comportamento sociale non più sostenibile

L'astrale distanza di queste formazioni storiche dal pensiero ecologico contemporaneo, infatti, ha impedito loro di intravedere un nuovo orizzonte solidale e cosmopolita di fronte alla crisi fiscale dello Stato sociale nei paesi industrializzati e al tracollo dell'URSS. Esaurita la spinta riformatrice dei decenni precedenti, ad essi non è rimasta altra strada, se volevano continuare nella promozione della crescita economica, che quella indicata dall'avversario.

Pur tra esorcizzazioni e camuffamenti, il neoliberismo è stato di fatto accettato come la nuova frontiera da seguire. Ma oggi quella nuova religione della crescita, che apparve negli anni '80 come l 'avanguardia di una nuova stagione di modernizzazione e di avanzamento del mondo intero, si mostra in tutta la sua paradossale e stupefacente antistoricità. Era una retroguardia ottocentesca ed è stata scambiata per il fiore in boccio di una nuova stagione dell'umanità.

L'individualismo economicistico su cui esso si fondava è apparso ben presto come l'incarnazione di un comportamento sociale non più sostenibile, perché generatore, tra l'altro, della più grave minaccia che l'umanità abbia avuto davanti a sé: l'esaurimento delle risorse, il tracollo degli equilibri ambientali, il riscaldamento climatico.

È paradossale, ma ricco di significati, il fatto che i partiti popolari non abbiano saputo cogliere il nuovo orizzonte di cooperazione e di solidarietà che i problemi ambientali rimettevano al centro della scena mentre si eclissavano quelli delle vecchie ideologie socialiste e comuniste. Essi non hanno saputo vedere come la scoperta di una 'Terra finita' e in pericolo, con il corredo delle scienze ecologiche, offrivano un nuovo progetto di società nel quale il bene comune, l'interesse generale, si ripresentava in rinnovate forme universali e drammaticamente cogenti. Un nuovo collante ideologico per una moltitudine di figure e di ceti sociali e al tempo stesso la premessa di un nuovo e più vasto internazionalismo.

Oggi, esattamente il disancoramento dall''internazionalismo del lavoro', eredità del passato, e l'inettitudine a comprendere il nuovo, proposto dall'ambientalismo, fanno dei partiti storici della sinistra delle barche di carta nella tempesta. Senza una meta da seguire, senza energie per affrontare il mare. Nell'immediato, tuttavia, è l'assenza di un internazionalismo del lavoro la debolezza più grave e drammatica.

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"La forza che può assumere l'iniziativa – e che deve farlo urgentemente – è il sindacato: la CGIL"

La mancanza di una lettura delle tendenze profonde del capitalismo contemporaneo impedisce di comprendere le distruzioni in atto nel mondo del lavoro. Non fornisce lo sguardo prospettico su ciò che il capitale va preparando, a tutto il lavoro sociale, grazie alla sua capacità di movimento su scala mondiale. Impedisce di prefigurare la gigantesca dissoluzione dei legami sociali e di classe a cui esso è sempre più vitalmente interessato. Il capitale, infatti, oggi colpisce duramente non perché c'è la crisi, ma per il gigantesco potere politico nel frattempo guadagnato sui lavoratori in una fase di aspra competizione intercapitalistica. E allora, che fare?

Io credo che se il capitale è mobile e planetario, altrettanto può esserlo il diritto, la maglia delle regole imposte dalle lotte, dalla politica: anch'essa, del resto, potenzialmente universale. Ma quale soggetto, per esempio in Italia, può muoversi in tale direzione? Dal PD mi sembra assai difficile poterlo pretendere. Dalle catastrofi culturali non si riemerge in breve tempo e per la buona volontà di qualcuno. Dai piccoli partiti di sinistra può venire solo un piccolo contributo. Senza dubbio, la forza che può assumere l'iniziativa – e che deve farlo urgentemente – è il sindacato: la CGIL.

Ritengo che oggi non sia più possibile rinviare una discussione spregiudicata e coraggiosa su questa importante forza operaia e popolare, che ha certo svolto una funzione fondamentale di difesa dei lavoratori in tutti questi difficili anni. Ma noi dobbiamo oggi chiederci e chiederlo ai dirigenti, come sia stato possibile che uno dei sindacati più potenti d'Europa – e forse il più ricco sotto il profilo patrimoniale - abbia potuto consentire un così drammatico arretramento dei redditi operai.

In un rapporto OCSE 2006-2007 i salari dei lavoratori italiani risultavano al 23° posto dei 30 Paesi dell'Organizzazione. E l'Italia, nella graduatoria, non è certo l'ultimo di questi Paesi. La CGIL, dispone di una geniale organizzazione territoriale, mutuata dal sindacalismo francese: la Camera del Lavoro. Essa raggruppa lavoratori delle varie categorie e svolge vari compiti di patronato e assistenza.

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"Un nuovo cosmopolitismo del lavoro bussa imperiosamente alle porte"

Ma perché in tutti questi anni in cui il lavoro è stato frantumato, separato spesso dal luogo di lavoro, disperso, le Camere del Lavoro non hanno svolto un ruolo di ricomposizione locale, di riaggregazione sindacale e politica? Perché le Camere del Lavoro non si sono estese, disseminate nei quartieri delle città, nei piccoli centri, come nuovi presidi del lavoro sul territorio? Non risulta che la CGIL non avesse le risorse per tali iniziative. Risulta invece che essa vive fondamentalmente e anche bene – benché non esclusivamente – con i soldi dei lavoratori e quindi ha obblighi morali più cogenti.

E inoltre: come è stata possibile, mentre si realizzava l'Europa dell'euro e delle varie istituzioni dell'Unione, una così clamorosa assenza di iniziativa volta alla concertazione europea delle varie organizzazioni da parte di uno dei maggiori sindacati del Continente? Sul piano mondiale, infine, l'inerzia politica è ancora più grave e stupefacente, anche se riguarda indistintamente tutti i sindacati.

È dal 1919 che esiste a Ginevra l'Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL). Essa è stata creata ben 25 anni prima del FMI e della Banca Mondiale. L'OIL, frutto delle ambizioni internazionaliste di quell'epoca, doveva vigilare sulle legislazioni del lavoro nei vari paesi del mondo. Ma nell'ultimo mezzo secolo essa è uscita di scena, mentre ha trionfato l'internazionalismo finanziario delle istituzioni di Bretton Woods.

E i sindacati dove erano nel frattempo? Perché non sono stati in grado di seguire l'avanzante internazionalizzazione del capitale? Perché non sono stati capaci di fare di tale organismo, oggi membro dell'ONU, un reale potere mondiale dei lavoratori? Evidentemente, insieme alla forza dell'avversario, è l'inerzia dell'istituzione sindacale che ha giocato un ruolo importante.

Per questo, l'insieme di tali fallimenti oggi rende inevitabile rivolgere alla CGIL una serie di richieste pressanti e precise. Essa deve dotarsi di una strategia volta alla creazione di una rete internazionale del movimento sindacale. Un nuovo cosmopolitismo del lavoro bussa imperiosamente alle porte. Ci sono, in Italia, migliaia di ragazze e ragazzi che a 30 anni hanno girato il mondo, conoscono più lingue, praticano ogni giorno connessioni internazionali su internet.

Da essi deve venire una nuova leva di dirigenti sindacali. Per tale ragione la CGIL avrebbe l'obbligo di avviare al proprio interno un censimento che ridefinisca i compiti di dirigenti, funzionari, impiegati, per cambiare in corsa la sua organizzazione e le sue strategie. Le inerzie del passato non sono più comprensibili, né tollerabili. Questo sindacato non può più vivere nella routine mentre sul mondo del lavoro si abbatte la tempesta.

di Piero Bevilacqua

Perchè si è attaccata la Libia?


Ritengo, come già espresso, che un cambiamento politico sia auspicabile in tutto il mondo arabo, che la rete dei Fratelli musulmani sia diventata – anche agli occhi dell’amministrazione americana – un attore imprescindibile di questo cambiamento e che un nuovo modello formalmente democratico possa nascere solo dalle istanze condivise delle popolazioni e non può – come tentato in passato con esiti catastrofici – essere “esportato” tramite bombardamenti e invasioni.
Il colonnello Gheddafi non riscuote simpatie né tra i radicali islamici, né nel mondo occidentale, né tra i governi arabi, né tra le organizzazioni islamiche non integraliste (che ha perseguitato e massacrato per decenni), né, credo, dopo la sua fastidiosissima ultima visita, tra gli italiani.
Se il suo governo avrà dunque fine, piangeranno in pochi, almeno fuori dalla Libia.
Cionondimeno, per onestà intellettuale, non si può non storcere il naso su numerosi aspetti dell’intervento armato contro di lui.
Spiace sicuramente assistere al ritorno dei missili americani nel Mediterraneo. Chi sperava che l’era dello sceriffo planetario fosse terminata è rimasto deluso, anche se gli Usa assicurano che lasceranno la guida dell’operazione – che molti auspicavano fosse sotto l’egida Ue, della Lega araba o addirittura assieme all’Unione africana – ad una o più nazioni europee.
La retorica umanistico-planetaria che ha accompagnato dal dopoguerra ad oggi ogni guerra, è stucchevole.
Questa volta da più parti i leader hanno ammesso che intervengono per tutelare gli interessi nazionali, ma la formula stessa della risoluzione Onu – che parla di un regime che usa le armi contro il proprio popolo – è un tantino ipocrita.
Indipendentemente dalle simpatie soggettive, sostenere che un potere centrale non debba reagire in armi contro i tentativi di secessione armata è la negazione della sovranità di qualsiasi governo nazionale al mondo, che ha tra i suoi diritti-doveri la garanzia dell’integrità del proprio territorio.
A dire il vero stiamo assistendo ad una replica dell’attacco alla Serbia in difesa del tentativo secessionista del Kosovo.
A qualcuno non sarà sfuggito quanto identica sia la posizione assunta dall’Italia – malgrado l’inversione di segno del governo – rispetto a quando D’Alema, nel 1999, abbandonò l’amico Milosevic, al quale lo legava anche l’operazione Telekom-Serbia, per mettere a disposizione della Nato le basi italiane da cui partirono i bombardamenti contro Belgrado.
Da più parti si è espressa preoccupazione per il fatto che questo tempestivo intervento armato per imporre una risoluzione del Consiglio di sicurezza possa rappresentare un pericoloso precedente.
Durante la conferenza stampa di Ban Ki-moon al Cairo del 21 marzo, una giornalista a chiesto a tal proposito se le Nazioni unite adotteranno le stesse modalità per far rispettare le risoluzioni Onu ad Israele…
di Marcello de Angelis -

21 marzo 2011

Fukushima, ovvero il crollo del paradigma nucleare

Gli incidenti alle centrali nucleari giapponesi da una parte richiamano l’irrazionalità dell'attuale sistema economico e dall'altra sanciscono definitivamente l’inadeguatezza di quell’atteggiamento eroico ossessivo che intendeva dominare la Natura grazie alla tecnologia.


giappone nucleare
Le disastrose implicazioni del terremoto in Giappone impongono una doverosa riflessione sul rapporto dell’uomo con il mondo

Le disastrose implicazioni del terremoto in Giappone impongono una doverosa riflessione sul rapporto dell’uomo con il mondo. In particolare il tema del nucleare torna prepotentemente alla ribalta a seguito dei danni subiti da alcune centrali giapponesi, tra cui quella di Fukushima, che tengono l’intera umanità con il fiato sospeso.

La prima domanda a sorgere spontanea è: riuscirà l’uomo a correggere il proprio atteggiamento spericolato e a migliorare la qualità del suo rapporto con il mondo prima che sia troppo tardi? Tale domanda scaturisce da una sana emozione dettata dalla gravità dei fatti. La funzione psicologica dell’emotività, infatti, è quella di collegare la mente al Reale. Nessuno può negare che l’uomo di oggi detiene abbastanza potere per distruggere l’intero pianeta.

Il nucleare è appunto uno dei simboli maggiori di quell’enorme potere atto a sfuggirgli di mano. Purtroppo, a giudicare dai suoi comportamenti e dalle sue scelte politiche ed economiche, l’uomo non pare minimamente consapevole di questa situazione. Pertanto, al momento la risposta alla nostra domanda rimane aperta.

Tuttavia, gli eventi attualmente in corso nell’arcipelago nipponico incrinano radicalmente il giudizio a mio avviso largamente ottimistico rispetto alle nostre capacità di dominare la Natura e di gestire saggiamente le risorse energetiche. L’uomo moderno ha ragione di avere paura del nucleare e quindi di se stesso. Tale paura non rappresenta il segno di una psicosi collettiva.

fukushima nucleare
Di fronte alle immagini terrificanti delle centrali giapponesi in fiamme, vi sono esponenti politici ed economici che hanno il coraggio di negare pubblicamente la pericolosità del nucleare

Danni come quelli riportati dalle centrali giapponesi a seguito del terremoto fanno affiorare ed esaltano una paura assolutamente sana che corrisponde, da punto di vista psicoanalitico, ad un tentativo di compensazione inconscia di un atteggiamento irragionevole, spericolato e al limite dell’autodistruttività.

Razionalmente, quel disastro era prevedibile. Si è giocato a dadi quando in Giappone si è optato per la costruzione di centrali nucleari, negando la probabilità che avvenga un terremoto di simile proporzione in un paese che pure si sapeva ad alto rischio sismico. Lo stesso discorso si applica a tutte le scelte umane mosse da quel velenoso ottimismo legato all’odore del profitto, come per esempio la costruzione di grattacieli e altre strutture vicine alle coste o ai corsi d’acqua.

La possessione ad opera di Economia toglie all’uomo la razionalità del Cuore. Il ritenere di essere in grado, grazie alla tecnologia, di sfidare le complesse leggi della Natura sino a sostituirsi ad essa non è ragionevole. Nemmeno se lo si ritiene vantaggioso da un punto di vista economico. Anche un bimbo potrebbe capire queste cose. Sempre però che quel bimbo sia ben disposto ad accogliere la realtà e non faccia capricci.

Di fronte alle immagini terrificanti delle centrali giapponesi in fiamme, vi sono esponenti politici ed economici che hanno il coraggio di negare pubblicamente la pericolosità del nucleare. Ma è oltremodo facile stanare il flagrante conflitto di interesse che si cela dietro a questi commentatori. Essi somigliano a clown che scambiano lo spazio pubblico per un circo. Come ho affermato altrove, la fede in Economia non ha colore né odore [1]. Essa è del tutto trasversale e caratterizza la politica di Destra come di Sinistra. Tuttavia, per quanto riguarda il nucleare e le questioni ecologiche si può dire che generalmente la seconda appare maggiormente sensibile e responsabile della prima.

popoli tribali
Lo stile di vita dei popoli tribali è perfettamente ecologico. Essi concepiscono la Natura come un mondo da abitare piuttosto che da dominare

La fede in Economia asservisce la coscienza dell’uomo rendendola nella stessa occasione insensibile a quegli aspetti del Reale i cui valori non si prestano ad essere cifrati. Qualcuno il cui amore per i numeri non è certo da dimostrare, scrisse: “Non tutto quello che conta si può contare, e non tutto quello che può essere contato conta” [2].

In altri termini, si può affermare che nella nostra cultura il calcolo freddo finisce per sopprimere l’anima, non vedendo in essa che il retaggio di una psicologia infantile o arcaica. La dimensione animistica, che poggia invece sull’immaginazione profonda, non trova spazio. Quel che un Tylor e un Freud chiamavano rispettivamente “credenza nelle anime” e “pensiero magico”, ad uno studio scevro da pregiudizi culturali si rivela invece un'altra modalità di rapporto con se stessi e con il mondo, modalità dimostratasi per millenni del tutto funzionale alla vita sociale e all’adattamento all’ambiente.

Lo stile di vita dei popoli tribali è perfettamente ecologico. Essi concepiscono la Natura come un mondo da abitare piuttosto che da dominare. Una delle funzioni che più caratterizza la loro psicologia è la percezione e il rispetto di quella dimensione animistica che rende sacri gli esseri, i luoghi e gli eventi. Sento già le solite voci indignarsi per l’offesa recata al loro dio Progresso, come se la società umana non potesse procedere che in una sola e unica direzione: quella tracciata da Economia.

Ma gli incidenti alle centrali nucleari giapponesi mettono in crisi il nostro attuale sistema di valori e acquistano, mi sembra, una importante valenza simbolica dal punto di vista psicoanimistico. Da una parte essi richiamano l’irrazionalità del sistema economico diventato un contenitore di credenze irrazionali e speranze esagerate. D’altra parte, viene definitivamente sancita l’inadeguatezza di quell’atteggiamento eroico ossessivo che intendeva dominare la Natura (assieme all’inconscio che da sempre vi è legato) grazie alla tecnologia.

economia
Nessuna economia sarà mai adeguata fintanto che l’uomo non si sarà ripreso dalla sbornia del profitto

Così come nessuna economia sarà mai adeguata fintanto che l’uomo non si sarà ripreso dalla sbornia del profitto, nessuna misura di sicurezza sarà mai realmente efficace fintanto che l’uomo non avrà liberato la propria anima a tale punto da consentirgli di percepire i poteri della Natura, quali appunto quelli dell’energia nucleare e del terremoto. I poteri della Natura che presso i popoli animisti sono particolarmente considerati, nella nostra cultura sono del tutto ignorati.

L’uomo moderno pensa di potere risolvere i problemi derivanti dalla sua opera di desacralizzazione del mondo mediante espedienti tecnici. Egli non riesce a percepire (e nemmeno a pensare) l’esistenza di una dimensione spirituale complementare a quella fisica. Dissociato dal proprio lato percettivo, tale un Dedalo dei tempi moderni egli non può che confezionare soluzioni tecniche destinate a rivelarsi parziali, inappropriate e fonte di ulteriori problemi [3]. Fino a quando quel macro-organismo tanto complesso quanto incompreso che è Gaia, la Terra, riuscirà a perdonare i suoi errori?

Volendo concludere con una nota positiva, diremo che nonostante il daimon economico e il predominio tecnologico, la percezione piuttosto diffusa (anche se un po’ confusa) di una Natura che si ribella è comunque un segno indicante che l’umanità non ha ancora del tutto perso la propria anima.

di Antoine Fratini

20 marzo 2011

Viviamo in una democrazia?


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Signor De Benoist, a suo parere, oggi in Europa ed in occidente in generale, viviamo in una democrazia?
Tutto dipende ovviamente dal modo in cui si definisce la democrazia. I regimi di oggi nella maggior parte dei paesi occidentali sono democrazie parlamentari e liberali, cioè sistemi rappresentativi. Ma, sotto diversi aspetti, c'è una contraddizione di fondo tra la democrazia, il cui principio è l'uguaglianza politica dei cittadini, ed il liberalismo, che privilegia la libertà individuale e tende a mettere la sfera privata al di sopra dello spazio pubblico. La democrazia non è soltanto il regime politico dove la legittimità si basa sulla sovranità del popolo, è anche il regime che in maniera presuntiva dovrebbe mettere il popolo al potere, o almeno permettere al più grande numero dei suoi membri di partecipare agli affari pubblici. In tutta evidenza, non è il caso oggi, poiché vediamo un po' ovunque scavarsi un fossato tra il popolo e la nuova classe politico-mediatica. Carl Schmitt, fedele su questo punto all'opinione di Jean-Jacques Rousseau, riteneva che una democrazia è in egual misura meno democratica di quanto attribuisce importanza alla rappresentanza. In una democrazia rappresentativa, il popolo si disfa infatti della sua sovranità a profitto dei rappresentanti. Una vera democrazia è necessariamente una democrazia, non (soltanto) rappresentativa, ma partecipativa. Più che delle democrazie, i regimi politici occidentali attuali mi sembrano essere oligarchie finanziarie, sostenute da procedure gestionali e di “espertocrazie”.
2. A suo parere è giusto connotare il periodo storico che viviamo come globalizazzione, o sarebbe più corretto parlare di americanizzazione del mondo?
La globalizzazione, prima di tutto, va a vantaggio necessariamente delle potenze dominanti. Americanizzazione e globalizzazione non sono sinonimi, ma vanno oggi insieme: coloro che contestano la globalizzazione pur restando muti sull'americanizzazione farebbero meglio a tacere. Gli Stati Uniti sono oggi la principale base d’ancoraggio del sistema capitalista mondiale, sistema la cui portata va molto al di là della sola sfera economica, nella misura in cui la sua instaurazione su scala mondiale comporta un vero mutamento antropologico (la riduzione di qualsiasi valore al valore mercantile e l'impoverimento dell'immaginario simbolico che ne risulta). La globalizzazione, può definirsi come la trasformazione del pianeta in un mercato gigantesco. È ciò che ho chiamato il regno della forma-Capitale. Gli Stati Uniti sono loro stessi oggetto della forma-Capitale, ma ne sono anche il principale vettore ed i principali beneficiari. Non è dunque possibile denunciare la globalizzazione senza denunciare anche l’imperialismo americano.
3. Quali cambiamenti geopolitici possono delinearsi con la crisi economica in corso?
È ancora molto difficile sapere quali saranno le conseguenze della crisi di "subprimes". Si vede bene tuttavia che nell'epoca della globalizzazione, che è anche quella dell’autonomizzazione e della istantaneità dei trasferimenti finanziari, ogni crisi economica locale tende a propagarsi da un capo all'altro del mondo. Il capitalismo è conosciuto per la sua capacità di trionfare sulle sue crisi, ed anche di nutrirsi di esse. Non credo che questa capacità sia infinita. Il divorzio crescente dell'economia produttiva e dell'economia speculativa immateriale, la fuga in avanti del sistema del credito, l'approfondimento delle diseguaglianze economiche (tanto tra paesi che all'interno di ogni paese), l'incertezza sul futuro, tutto ciò fa sì che il sistema finanziario di oggi sia oggetto di una navigazione vista. La mia sensazione è che il sistema del denaro perirà con il denaro.
4. Lei è critico dell’occidentalismo e di ogni forma d'universalismo, mentre sostiene il politeismo relativistico, al contrario di filosofi come Preve, che sostengono una forma d'universalismo democratico. Potrebbe meglio spiegare le sue posizioni?
Non credo che le mie posizioni a tale riguardo differiscano da quelle di Costanzo Preve. Non faccio l'errore, in particolare, di confondere l’universale con l’universalismo. L’universalismo politico mi sembra discutibile, poiché si basa sull'idea implicita che ciò che vale in un posto deve così necessariamente valere ovunque, senza considerazione dei contesti particolari. Occorrerebbe discutere nel dettaglio, ma ciò mi sembra essere un errore. L'universale non è per me l'opposto della singolarità. È al contrario a partire da una singolarità portata ad un certo grado d'eccellenza o d'intensità che si può raggiungere l'universale. Si potrebbe dire, ad esempio, che Dante è tanto più universale in quanto è prima di tutto italiano. Non dimentico neppure che la nozione d'umanità non è una nozione politica, e che inoltre nessuno appartiene all'umanità in modo immediato: apparteniamo all'umanità in maniera mediata, cioè con la mediazione di una cultura particolare. Le varie forme di universalismo politico mi sembrano essere semplici trasposizioni profane di credenze metafisiche o religiose.
5. È attualizzabile oggi in Europa una forma di democrazia diretta simile alla proposta degli anarchici di fine ottocento?
La democrazia diretta (o la democrazia partecipativa) mi sembra oggi completamente applicabile, a condizione non di cadere nell’angelico o aspettarci più di quello che ci può dare. Occorre qui concepire la globalizzazione come una dialettica: da un lato, omogeneizza ed unifica, dell'altro suscita, per reazione, frammentazioni nuove. L'epoca postmoderna è d'altra parte quella del deterioramento dello stato nazione e delle grandi istituzioni sospese ed astratte che avevano trionfato nell'epoca della modernità. Viviamo oggi in un mondo in cui le Comunità e le reti conoscono una rinnovata importanza. Lo sviluppo delle attività associative, l'emergenza lenta di un'economica più interdipendente, ridà un posto essenziale a tutto ciò che dipende dal localismo. È nelle piccole unità o Comunità locali che è più facile mettere in opera delle pratiche di democrazia diretta, cosa che permette allo stesso tempo di rimediare allo scollamento sociale ed alla scomparsa delle solidarietà organiche.
6. Praticamente ogni partito politico europeo sostiene il sionismo, o in qualunque caso il diritto d’Israele ad esistere benché sia uno stato fondato su basi etnico-religiose. Come può essere spiegata dal suo punto di vista l’adesione di massa al sionismo in Europa e nell’occidente in generale?
Le persecuzioni antisemite intraprese dalla Germania nazista hanno conferito al popolo ebreo un credito morale evidente. Il problema è che questo credito non può essere illimitato. Il conformismo, il peso dei gruppi di pressione, conducono molti ad approvare per principio tutto ciò che fa lo Stato d’Israele. I difensori di quest'ultimo non esitano, per parte loro, a tentare di intimidire i loro avversari presentando ogni forma di antisionismo o tutte le critiche allo Stato di Israele come "antisemite", cosa che è ovviamente assurda. Per quanto riguarda il sionismo come tale, sono personalmente agnostico. Riconosco volentieri al popolo ebreo il diritto di costituirsi in Stato. Il problema comincia soltanto quando questo Stato si stabilisce in un posto già occupato da altri. Occorrerebbe anche chiedersi se uno Stato "etnico" è ancora concepibile nel mondo attuale. Aggiungo che secondo me, non è esagerato parlare di fallimento del progetto sionista, nella misura in cui quest'ultimo si prefiggeva come primo obiettivo di raccogliere gli ebrei in un luogo in cui sarebbero infine stati al sicuro, mentre è evidente che proprio in Israele sono oggi in stato d'insicurezza. Quanto al conflitto Israeliano-palestinese, non vedo per il momento alcuna possibilità ragionevole di soluzione.
7. Quale è la sua opinione sul pensiero di Karl Marx, e sul neomarxismo di Lukacs, di Bloch o di Althusser?
Marx non è stato soltanto uno dei primi ad esporre in modo convincente come il capitalismo organizza l'espropriazione dei produttori sul quale si fonda, è stato soprattutto colui che, in modo veramente brillante, ha capito che il sistema capitalista è un sistema antropologico più ancora che un sistema puramente economico. Le pagine insuperabili che ha dedicato al "feticismo della merce", dalle quali Georg Lukács ha potuto formulare nel 1923 il concetto di "reificazione" (Verdinglichung), illustrano perfettamente il modo in cui l'appropriazione della Terra con il capitale introduce una vera "cosificazione" delle relazioni sociali, dove l'uomo stesso non è soltanto sottoposto alla merce, ma si trasforma in merce. Questo dispositivo di aggiustamento enorme ricorda ciò che Heidegger ha scritto a proposito della Gestell, come sistema di fuga in avanti nell'illimitato. Accanto a ciò, Marx tende a sopra valorizzare la sola economia, cosa che porta ad attendere l’avvento di un'altra forma d'organizzazione economica, anziché mettere in dubbio l'economia stessa come valore (è un punto sul quale, attraverso Ricardo, resta dipendente della scuola classica). Egli vuole anche liberare il lavoro, dove sarebbe stato necessario prevedere di liberarsi dal lavoro stesso. Sviluppa una filosofia lineare della storia che è soltanto una trasposizione profana dello storicismo cristiano. Sottolinea giustamente la realtà delle lotte di classe, ma ha il torto di fare di esse il solo motore della storia umana. Ha molto ben capito che la borghesia, detentrice del capitale - ed alla quale riconosce di avere liquidato il sistema feudale perché vi vede in ciò un presupposto indispensabile per l’avvento di una società senza classi -, trova nell'accumulazione di questo capitale la fonte del suo potere e che le forze produttive si sviluppano nella scia della sua sovranità di classe. Ma ha avuto torto nel caratterizzare la borghesia soltanto come la classe detentrice dei mezzi di produzione, senza vedere che era anche e soprattutto portatrice di valori nuovi. Quanto a Lukács, Bloch ed Althusser, essi sono ovviamente fra i suoi interpreti più importanti.
8. Lei è un sostenitore della decrescita e sostiene che ciò non significa ritornare al passato quanto pensare ad sistema economico che si equilibri con la natura. Tuttavia alcuni pensatori, tra i quali Professor La Grassa, sostengono che se l'Italia o l'Europa intraprendessero la decrescita sarebbero schiacciate militarmente degli USA ed economicamente della Cina. È possibile secondo lei conciliare geopolitica e decrescita?
La potenza non passa soltanto per la crescita. Se, per non essere schiacciati militarmente dagli Stati Uniti o economicamente dalla Cina, occorre impegnarsi in una corsa senza fine verso sempre più armamenti e sempre più crescita, non penso che saremo mai vincenti. Vivremo soltanto in un mondo che diventerà ancora più intollerabile. La teoria della decrescita si fonda sulla presa in considerazione della nozione dei limiti, ed in particolare su questa constatazione che non si può avere una crescita materiale infinita in un mondo finito. Di fronte al capitalismo, l'obiettivo non è di ottenere migliori risultati rispetto ai concorrenti restando nello stesso sistema, ma al contrario di uscire da questo sistema. Piuttosto che rientrare nella rivalità mimetica, sono dunque favorevole ad una strategia di rottura. Essere "più forte" degli Stati Uniti, deve significare in primo luogo: essere capaci di opporre loro un altro modello di società e di civilizzazione.
9. Qual è la sua opinione sul razzismo e la xenofobia?
Ho pubblicato numerosi scritti contro il razzismo e contro la xenofobia. Detto ciò, esprimere sul razzismo un giudizio morale non mi interessa. Trovo più proficuo smontare i preconcetti e farne apparire gli errori intellettuali o teorici. Il razzismo è una forma di alter-fobia, cioè di rifiuto di ammettere, non soltanto l'altro, ma la nozione anche di diversità. Ci sono secondo me due forme di razzismo, molto diverse ma convergenti. La prima è quella del razzismo classico, brutale e discriminatorio, che mira a dividere, a predominare, o sradicare gli altri per la sola ragione che sono diversi. La seconda, più sottile, consiste nel non ammettere l’Altro fino a che non sia stato riportato allo “Stesso”. Dire che "gli uomini sono tutti gli stessi", che ci sono "soltanto uomini come gli altri", può sembrare generoso. È effettivamente soltanto un modo di mostrare che si è incapaci di comprendere e riconoscere la diversità. Il punto comune di questi due razzismi è l'allergia alla differenza.

di Alain de Benoist - Giacomo Repaci -

19 marzo 2011

Celentano no nuke: tocca ai cittadini. Ora o mai più


Il cantante e showman scrive al Corriere della Sera e dice la sua sul nucleare. Una dura requisitoria contro i politici alla Berlusconi e alla Casini. Un vero e proprio appello a partecipare al referendum e a votare contro i programmi governativi che spacciano le centrali atomiche come una risposta indispensabile al problema dell’energia


In Giappone l’incubo continua. Terremoto, tsunami ed ora la catastrofe nucleare. Eventi terribili, che uno dopo l’altro hanno messo in ginocchio quella che fino a pochi giorni fa era una potenza economica e tecnologica. Anche l’Unione Europea, ormai, non può che ammettere che si è a «rischio apocalisse», rimettendo così in discussione il suo stesso futuro atomico. Il governo italiano, invece, si limita a qualche ripensamento di facciata in attesa di tornare alla carica. Il nuovo referendum per evitare il ritorno al nucleare risulta così essere l’ultima speranza per gli italiani: «Non votare sarebbe un suicidio», afferma Adriano Celentano dalle pagine del Corriere della Sera.

«Settantamila case distrutte, un milione di sfollati e cinquemila dispersi in quel florido Giappone, che nel giro di 6 minuti è improvvisamente precipitato nel buio più scuro, fra terremoto e tsunami». Sono queste le parole dello showman che, in una lettera al direttore del quotidiano milanese, ricorda come il Paese del Sol levante si trovi ora a dovere affrontare l’incubo delle radiazioni letali pendenti sulla testa dei giapponesi. E sembra non credere alla malafede di Chicco Testa, ex presidente di Legambiente ed attuale presidente del Forum nucleare italiano, quando spavaldo ha tuonato sulla “tenuta” della centrale di Fukushima (per poi fare penosamente marcia indietro, travolto sia dalle critiche che soprattutto dagli eventi). Ma «La cosa più incredibile – scrive il “Molleggiato” – è lo stato di ipnosi in cui versano gli italiani di fronte ai fatti sconcertanti di una politica che non è più neanche politica, ma piuttosto un qualcosa di maleodorante e che di proposito vorrebbe trastullarci in uno stato confusionale».

Un Paese “narcotizzato”, denuncia l’ex Ragazzo della via Gluck, in cui «sempre di meno si potrà distinguere il bene dal male, le cose giuste da quelle ingiuste». Una caratteristica, quella del Belpaese, che permette a Berlusconi di andare avanti imperterrito con il suo programma nucleare, mentre il mondo intero (Cina inclusa), si interroga seriamente sul dramma che sta investendo non solo il Giappone, ma il mondo intero. «Chi se ne frega della sovranità popolare!» che nell’87 decretò la chiusura delle centrali italiane, commenta con amaro sarcasmo l’attore e cantante milanese.

Ma di critiche Celentano non ne fa solo a Berlusconi, e si rivolge anche a Casini ed il Terzo Polo: «Caro Casini, che tu fossi un nuclearista convinto lo sapevamo tutti e io rispetto la tua opinione, anche se è orribile. Ma a dirlo proprio in questo momento, non pensi che tu abbia dato una sberla sui denti al tuo elettorato?». Ed aggiunge: «Tralasciando il piccolo particolare che l’Italia è uno dei Paesi a maggior rischio sismico, come tu sai, le radiazioni sono pericolose non soltanto perché si muore, ma per il modo in cui si muore: una sofferenza di una atrocità inimmaginabile». Ed accusa, come ormai in pochi si prenderebbero la briga di fare: «La verità è che tu e Berlusconi siete degli ipocriti marci. Lo sapete benissimo che, per quanto sicure possono essere le centrali atomiche, anche di decima o di undicesima generazione, il vero pericolo sono soprattutto le scorie radioattive, che nessuno sa come distruggere e che già più di mezzo mondo ne è impestato». «Lo sapete benissimo – insiste il “Molleggiato” – e ciò nonostante continuate a ingannare i popoli promettendo loro quel falso benessere che serve solo a gonfiarvi di Potere e ad arricchire le vostre tasche».

Ora, questo non significa che Celentano debba diventare il nuovo idolo delle masse. Ma sentire una persona con la sua notorietà, e la sua popolarità, prendere fermamente posizione contro l’arroganza e l’ottusità del governo e dei nuclearisti italiani (oltre che citare il Forum italiano Movimenti per l'acqua, “di cui nessuno parla, tranne illoro sito”), fa stare decisamente meglio, nel surreale contesto italiano. Almeno per un po’, ossia fino a quando, nella stessa lettera, l’attore “promuove” il sindaco fiorentino Matteo Renzi. Che sì, ha messo la sua città sotto la tutela ambientale di “Casa Clima”, l’autorità di Bolzano per l’edilizia ecologica, ma come “nuovo che avanza” lascia parecchio a desiderare. Anche solo per essersi già recato a cena nella villa di Arcore di Berlusconi.

Il governo cerca di ostacolare questo referendum, indetto solo a giugno, «quando la gente va al mare», mettendo così in pericolo il raggiungimento del quorum. È per questo, però, che Celentano conclude opportunamente il suo messaggio, rivolgendo agli italiani «non un appello, ma una preghiera» perché si vada a votare: «Una preghiera che non è rivolta ai politici. Loro non sanno quello che fanno. Per cui mi rivolgo a tutti quelli che invece li votano i politici. Di destra, di sinistra, studenti, leghisti, fascisti e comunisti, per il vostro bene, non disertate il referendum». «Questa volta sarebbe un suicidio», avverte Celentano: «Dobbiamo andare a votare anche se il governo spostasse la data del referendum al giorno di Natale. Non sia mai che prendiate sotto gamba questi referendum: saremmo spacciati».

Tocca quindi ai cittadini. A noi cittadini: ora o mai più.

di Andrea Bertaglio

18 marzo 2011

Nucleare: porci domande o porci comodi?




Come si può produrre occupazione stabile? Come si può salvaguardare l'ambiente? Come si possono evitare disastri prevedendoli prima di arrivare alle emergenze? Sono alcune delle domande che Michele Dotti si pone e pone a tutti nella speranza che le eventuali risposte siano un po' più sagge delle attuali politiche energetiche vigent
i.


domande nucleare occupazione italia
Di una cosa sono certo: è sempre un bene continuare a porci domande, a prescindere dal fatto di poter trovare subito le risposte o meno

Di una cosa sono certo: è sempre un bene continuare a porci domande, a prescindere dal fatto di poter trovare subito le risposte o meno.

Anzi, forse è meglio non trovarle affatto!!! Il dubbio infatti alimenta la curiosità e fa progredire la conoscenza, mentre le certezze la paralizzano. Chiediamoci allora seriamente:

- come produrre occupazione stabile?

- come salvaguardare l'ambiente, anche per le future generazioni?

- come evitare disastri, prevenendoli prima di arrivare alle emergenze?

Qualche giorno fa, in un mio articolo ho provato a rispondere a queste domande, senza alcuna pretesa di esaustività ma semplicemente per cercare di offrire un piccolo contributo costruttivo e andare oltre le sterili polemiche a cui spesso assistiamo su questi temi.

Le domande rimangono comunque aperte e le risposte vanno cercate tutti insieme. Tuttavia, mentre noi ci poniamo queste domande e riflettiamo con pazienza sulle possibili risposte, c'è chi si muove con molta più disinvoltura. Grazie al Decreto Romani che taglia gli incentivi per il fotovoltaico 120.000 occupati rischiano di rimanere a casa; si tratta di oltre 1.000 imprese a rischio chiusura, per un ammontare di 13 miliardi di investimenti già effettuati che potrebbero andare in fumo.

Un po' come chiudere la FIAT con un decreto. Senza contare poi il danno ambientale...

E tutto questo per che cosa???

Mi pare legittimo il sospetto che sia semplicemente per l'interesse di pochi, che vogliono continuare a proporre sfrontatamente il nucleare, nonostante tutto e tutti. Non è forse sufficiente quello che sta succedendo in Giappone? Cosa deve succedere ancora perché si possa dire che il nucleare è una pura follia, da tutti i punti di vista?

Il nostro governo sostiene che occorre con urgenza rendersi indipendenti dai combustibili fossili e ridurre il costo dell'energia. Peccato però che i nuovi impianti che si vorrebbero costruire sarebbero forse produttivi soltanto tra 15 anni; e per la "modica cifra" di trenta miliardi di euro, coprirebbero solo il 4% del nostro fabbisogno energetico.

Senza neppure ridurre i costi, oltretutto.

E' davvero questa la strada da intraprendere per il nostro futuro? Non sarebbe già sufficiente un serio piano di risparmio energetico per andare oltre questa percentuale? Continuiamo a porci domande, dunque, come sano antidoto per contrastare quanti continuano ostinatamente e sfacciatamente a farsi i propri porci comodi.

Per approfondire questo tema vi consiglio di continuare a leggere qui di seguito queste interessanti analisi di Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento.

Quattro idee sul nucleare

di Mao Valpiana

1. Le centrali nucleari forniscono energia elettrica. In Italia non ne abbiamo bisogno: negli ultimi anni la potenza installata è aumentata, mentre la domanda è diminuita: la domanda è di circa 60 GW (gigawatt). La potenza elettrica installata in Italia all’inizio 2010 è pari a 94 GW. Quindi non c'è nessun bisogno reale di nuova energia elettrica (per trasporti e riscaldamento usiamo petrolio o gas).

2. Si dice che le centrali nucleari ci garantiranno l'indipendenza energetica. Falso. Le centrali utilizzano come combustibile l'uranio. Le principali miniere di uranio sono in Australia e in Africa, oggi sotto controllo cinese, o in Ucraina, Uzbekistan, Kazakistan, oggi sotto controllo russo. Quindi il nucleare è una fonte che crea dipendenza da Cina o da Russia.

3. Ma quanto costa l'energia prodotta dalle centrali? Troppo. Il costo Kwh (kilowatt/ora) del nucleare è maggiore di quello di ogni altra fonte (i costi ufficiali in centesimi di dollaro sono: nucleare: 10,2 – eolico: 9,9 – carbone: 9,8 – gas: 8,2 ), questo perché oltre agli investimenti per la costruzione di una centrale, bisogna calcolare anche il costo di smantellamento, che può persino raddoppiare.

4. Il governo italiano ha previsto 4 nuove centrali nucleari, con un costo di 30 miliardi di lire. Queste 4 centrali, se tutto va bene, entrerebbero in funzione fra 15/20 anni, e produrrebbero il 5% dell'energia nazionale. È del tutto evidente la sproporzione tra investimento e risultato. Il 5% è quanto si può ottenere da subito con una seria politica di risparmio e di efficienza degli impianti già esistenti.

Bastano queste 4 cifre per dimostrare che il nucleare in Italia non ha senso e serve solo ad assicurare affari ad un ristretta lobby. A questo aggiungiamo che il governo propone il nucleare senza aver presentato al paese un serio piano energetico (fabbisogno, previsioni, consumi, costi, ecc.) e che il problema delle scorie radioattive non è ancora stato risolto.

La conclusione è semplice, ed è la stessa di tanti anni fa: Energia nucleare? No, grazie.

di Michele Dotti