26 maggio 2008

Aggiotaggio sul Petrolio: i soliti noti


Da settimane ormai i media ripetono la «previsione» emessa da Goldman Sachs: «Il barile arriverà a 200 dollari». E ciò, «inevitabilmente». Quel che non dicono i media è che Goldman Sach gestisce (e manipola) il GSCI, l’indice dei prezzi delle materie prime più usato nel mondo, e nel GSCI il greggio ha un «peso» sproporzionato.

Goldman Sachs ha anche contribuito a far nascere il London ICE Futures Exchange, attraverso l’Atlanta Georgia ICE (International Commodities Exchange), che possiede la filiale di Londra, e di cui Goldman è comproprietaria: e l’ICE, dal gennaio 2006, è stato esentato dall’amministrazione Bush persino dalle lievissime regole vigenti in America. L’organo di controllo sui futures americani, la Commodities Futures Trading Commission, che già non brilla per poteri di repressione, non ha accesso nemmeno ai dati degli scambi dell’ICE di Londra.

L’ICE di Londra è stato oggetto di due inchieste del Congresso USA (al Senato nel giugno 2006, alla Camera bassa nel dicembre 2007) le quali hanno appurato che i rincari del greggio sono causati da contratti futures per miliardi di dollari, improvvisamente aumentati in quantità, che avvengono appunto in quel «buco nero» finanziario.

Il rapporto senatoriale del 2006 ha scritto: «Ci sono là pochi gestori di fondi che sono maestri nello sfruttare le teorie sul picco petrolifero e i momentanei colli di bottiglia della domanda-offerta (1), e facendo audaci previsioni di straordinari rincari imminenti, essi gettano benzina sul fuoco rialzista in una sorta di profezie auto-avverantisi».

Insomma è chiaro: Goldman Sachs si è data i mezzi per manipolare al rialzo i prezzi del petrolio, e lo sta facendo con grande zelo. La sola domanda è come mai, dopo un simile rapporto del Senato USA, i suoi dirigenti non siano stati chiamati in giudizio per aggiotaggio o, come minimo, per conflitto d’interesse. Misteri del popolo eletto.

Manipolare i rincari attraverso i futures è facilissimo, perchè all’ICE si può comprare sulla carta una partita di petrolio ad una data stabilita (future, appunto), versando in anticipo solo il 6% del prezzo. Con un margine così lieve, gli speculatori hanno in mano una leva moltiplicatrice da 16 ad 1. Rischiando mille dollari, generano una domanda di 16 mila dollari di petrolio. Domanda fittizia.

William Engdahl (2) infatti avanza il sospetto che la bolla speculativa petrolifera stia per scoppiare (come già quella edilizia sub-prime), e Goldman usi la sua «profezia» e le sue manipolazioni per rifilare agli ingenui investitori (tipicamente, i devastati fondi-pensione USA) contratti di cui la stessa Goldman si sta silenziosamente disfacendo. Sarebbe interessante vedere le posizioni sui futures petroliferi della stessa Goldman, dice Engdahl, per constatare se ha impiegato i suoi capitali sulla scommessa che il greggio andrà a 200; se, insomma, crede alla sua profezia.

Naturalmente, dato che l’ICE di Londra è una stanza oscura o un buco nero, è quasi impossibile saperlo. Ma Engdahl ricorda che nel 2001, quando a salire prodigiosamente erano i titoli delle «dot.com», ossia di micro-aziende neonate, con due o tre dipendenti, che promettevano mirabolanti avanzamenti nel software e nelle telecom e il cui valore azionario saliva in modo astronomico in base a quel che i media magnificavano di loro, avvenne proprio questo: alcuni lupi di Wall Street spingevano all’acquisto di tali azioni sopravvalutate, mentre loro, zitti zitti, le vendevano; o magnificavano le azioni di compagnie in cui le loro banche-madri avevano interessi.

Poi, la bolla delle dot.com scoppiò, l’indice NASDAQ crollò, e un’altra inchiesta del Congresso appurò che i lupi di Wall street avevano rifilato anche notizie esagerate ai grandi media ufficiali proprio per vendere a caro prezzo le azioni che stavano per cadere. Anche allora si seppe tutto «dopo», quando ormai i lupi avevano le tasche piene, i fondi-pensione le casse vuote, e senza conseguenze penali.

I segnali che la bolla petrolifera sia gonfiata deliberatamente dalla speculazione finanziaria non mancano. In aprile, l’analista petrolifero di Lehman Brothers, Michael Waldron, intervistato dal Telegraph, ha dichiarato: «L’offerta di petrolio sta superando la crescita della domanda. Le riserve sono in aumento dall’inizio dell’anno». Pochi giorni dopo a Dallas, si riuniva la American Association of Petroleum Geologists, da cui usciva questa indiscrezione: «I prezzi del greggio caleranno presto drammaticamente; sarà il gas naturale a mantenere una tendenza al rialzo a lungo termine». Infatti, «una delle cose che è molto importante comprendere è che la crescita della domanda mondiale in petrolio non è tanto forte», ha detto David Kelly, l’analista strategico della J.P.Morgan funds. Infatti la domanda è piatta, e ciò non giustifica i rialzi.

Cresce alquanto in Cina, ma cala in USA per la recessione americana: attualmente di 190 mila barili al giorno secondo i dati ufficiali dell’Energy Information Administration (ente del governo USA). E per valutare il dato occorre aver presente la differenza tra USA e Cina: la Cina consuma 7 milioni di barili al giorno, gli USA il triplo, 20,7 milioni barili al giorno. Un calo americano conta dunque molto più, sui mercati, di una accresciuta domanda cinese.

La quale, peraltro, non è poi così esplosiva come ci raccontano i media (e Goldman): secondo l’ente ufficiale USA suddetto, la domanda cinese aumenterà quest’anno di 400 mila barili/giorno, un aumento non tale da turbare i mercati, rispetto ai 3,2 milioni di barili al giorno che la Cina importa.

E’ nel più grosso consumatore mondiale, l’America, che si sta profilando un calo dei consumi, che diverrà via via più pronunciato quanto più la recessione americana morderà i consumi delle famiglie, colpite dai pignoramenti, dai debiti, dalla disoccupazione crescente. Secondo Master Card, in un rapporto del 7 maggio, la domanda americana di carburanti è scesa di un imponente 5,8 %.

Difatti, le riserve petrolifere americane aumentano («Per prepararsi alla guerra con l’Iran», dicono gli aggiotatori: ogni allarme è buono per tener alti i futures), mentre le raffinerie hanno ridotto i loro ritmi di raffinazione per affrontare la domanda calante: oggi lavorano all’85 per cento delle capacità, contro l’89 dell’anno scorso. E tengono basse le loro riserve di benzina allo scopo di sostenere i prezzi e i profitti.

Come non bastasse, nuovi giacimenti entreranno in produzione nel 2008, aumentando l’offerta. L’Arabia Saudita ha in progetto di aumentare di un terzo l’attività estrattiva, e di accrescere gli investimenti nel settore del 40%, per soddisfare la crescente domanda dell’Asia. Dall’anno prossimo la sua capacità di estrazione aumenterà dell’11% rispetto all’attuale.

Già nell’aprile scorso funziona il nuovo campo petrolifero saudita di Khursanyah, aggiungendo all’offerta globale mezzo milione di barili al giorno di pregiato Arabian Light Crude; dal 2009 il giacimento di Khurai, il più grosso dei nuovi progetti di sfruttamento sauditi, aggiungerà 1,2 milioni del miglior greggio (e al più basso costo estrattivo) alla offerta mondiale.

In Brasile, la Petrobras sta cominciando a sfruttare il giacimento offshore di Tupi, che si valuta in 8 miliardi di barili, e dovrà portare il Brasile fra i primi dieci produttori globali, sotto la Nigeria ma sopra il Venezuela. In USA, la US Geological Survey ha riferito di nuove riserve in un’area che va dal North Dakota al Montana, e che stima in 3,65 miliardi di barili.

L’Iraq ha riserve valutate non inferiori a quelle saudite, se solo il disordine americano non ne impedisse lo sfruttamento. E si tenga presente che già a 60 dollari il barile, diventano convenienti economicamente una quantità di pozzi chiusi quando il barile era a 27.

Insomma: la domanda non cresce, l’offerta aumenta - eppure, misteriosamente, i prezzi salgono. Non durerà molto: anche questa bolla scoppierà. Quando?

Questo lo deciderà Goldman Sachs, quando riterrà di averci depredato e impoverito abbastanza. Per intanto, tutti i media gridano con il padrone: «Petrolio a 200!».
M. Blondet

La falsa guerra di Berlusconi alle banche

La misura presentata a sorpresa dal governo due giorni fa in materia di mutui ha spinto molti a credere che Berlusconi abbia deciso di dichiarare guerra ai poteri forti, quei “salotti buoni” dove non è mai stato accettato davvero. “Se le banche non accettano, allora gli mandiamo la guardia di Finanza”, ha infatti commentato scherzando il presidente del Consiglio, lanciando un segnale al mondo della finanza. Non sono mancati però coloro che hanno evidenziato che il provvedimento, a ben vedere, non risolve il problema e rappresenta al contrario l’ennesimo regalo alle banche, seppur differito nel tempo. Vediamo come stanno davvero le cose. La misura voluta dal ministro Tremonti prevede la possibilità per 1.250.000 famiglie che hanno stipulato un mutuo prima del gennaio 2007 di sostituire l’attuale rata variabile con una fissa, il cui importo è inferiore e pari a quello pagato in media nel 2006, quando i saggi di interesse non avevano ancora iniziato a crescere. La scadenza, ha assicurato l’inquilino di via XX settembre, “sarà quella del mutuo” e, se nel frattempo i tassi saranno saliti, il contratto durerà un po’ di più, altrimenti le banche restituiranno i soldi in più versati dal cliente. Stando ai calcoli dell’Abi, per un mutuo ventennale di 80.000 euro si potrebbe arrivare a circa 850 euro l’anno. I tassi di interesse però, è giusto sottolinearlo, rimarrebbero variabili: il saldo finale dare/avere quindi non potrà che dipendere dall’andamento dei saggi nei prossimi decenni. Ciò significa che la misura attutisce nel breve periodo le difficoltà delle famiglie, oberate dalle rate crescenti dei mutui per la prima casa e dal reddito fermo e corroso dall’inflazione, coerentemente con la visione lievemente “sociale” sostenuta da Tremonti nel suo discusso libro sulla globalizzazione; nel lungo periodo, però, se i tassi di interesse dovessero essere sfavorevoli per i clienti, la misura finirebbero per far pagare loro di più dal momento che nei primi anni del mutuo, per il noto meccanismo di calcolo alla francese degli interesse, il capitale restituito sarebbe inferiore e le rate coprirebbero solo gli interessi crescenti. Come ha sottolineato Gianni Pittella, presidente della Delegazione italiana del Gruppo socialista al Parlamento europeo, inoltre, “l’accordo siglato tra il governo Berlusconi e le banche non affronta il problema principale”, il fatto cioè che “nel settore dei servizi bancari al dettaglio il livello di mobilità dei consumatori non è garantito adeguatamente”. “Finché i consumatori non saranno messi in grado di passare da una banca all’altra con la facilità a cui hanno già diritto grazie alla Legge Bersani - ha spiegato - il mercato non sarà competitivo dal punto di vista dei costi per i consumatori”. Non affrontando nel suo negoziato con le banche il nodo mobilità, richiesto anche dalla Commissione e invano rincorso dal precedente governo con il decreto Bersani, l’esecutivo ha in sostanza attuato un “pannicello caldo”, proteggendo il sistema creditizio dalla corsa al ribasso delle tariffe innescata dalla mobilità. “Bene poter rinegoziare a tassi favorevoli il proprio mutuo, ma molto meglio sarebbe potere anche scegliere di rinegoziarlo” con una banca che offra tassi migliori, ha concluso non senza ragioni Pittella, esortando l’esecutivo ad impegnarsi a far rispettare la legge Bersani.
Che l’attacco alle banche sia stato per ora rinviato, d’altronde, si evince anche da un’altra scelta: il rinvio della misura che prevedeva di far restituire alle banche i pingui regali fatti dal governo Prodi con il taglio dell’aliquota fiscale delle imprese bancarie e i lauti extra-profitti derivati dalla congiuntura. Ufficialmente la ragione è che il governo vuole studiare meglio la questione; non è da escludere però che il contro-documento presentato dall’Abi con la richiesta di concrete contropartite all’esecutivo abbia influito non poco alla decisione finale.
Di certo l’atmosfera per le banche è cambiata rispetto al periodo Prodi, come ha ammesso il presidente dell’Abi, Corrado Fissola, parlando di “sacrifici da fare per le banche” per dare sollievo alla pianificazione finanziaria delle famiglie e “per il sostegno dell’economia nazionale”. Il compromesso raggiunto, però, alla lunga potrebbe addirittura essere favorevole per il settore, basti pensare che il comitato esecutivo dell’Abi ha approvato all’unanimità l’intesa, confermando che tali sacrifici non sono poi così grandi. Il numero uno di Unicredit Alessandro Profumo, inoltre, ha definito l’accordo raggiunto sui mutui “ottimo”, confermando così indirettamente che il “nuovo rapporto con le banche”, voluto dal Pdl, ha solo slittato i vantaggi economici delle banche, costringendole a pagare di più oggi sul mercato interbancario la liquidità mancante a causa del provvedimento. Frasi come “questa volta devono pagare” o “non possono più dettare legge”, riferite alle banche si riveleranno quindi solo bandiere demagogiche se non saranno accompagnate presto da misure cogenti sulla mobilità, che diano al consumatore la possibilità di ottenere un’offerta migliore dagli istituti di credito. I primi segnali si vedranno già con il tavolo negoziale che sarà istituito tra Abi e governo per redigere la Convenzione che renderà operativo il decreto.
Nonostante ciò, non si può non sottolinearlo, Tremonti ha ottenuto un importante obiettivo: risparmiare ingenti risorse pubbliche da destinare, in un momento molto difficile dell’economia, a necessità più urgenti, tagliando da 4 a 2,8 miliardi le risorse destinate al decreto e scaricando sulle banche parte dello sforzo finanziario odierno. Il maggior reddito su cui i consumatori potranno contare pagando una rata inferiore consentirà infatti di dare più fiato ai bilanci familiari ma anche di stimolare immediatamente i consumi del Paese, fermi da tempo. L’effetto della misura taglia rate sulla crescita sarà infatti sicuramente maggiore di quello garantito dal taglio dell’Ici e dalla detassazione degli straordinari.
di Diana Pugliese

25 maggio 2008

I mutui e la truffa governativa



A quanto pare il governo ha fatto una cosa che dipinge come "aiuto alle famiglie", ovvero ha rinegoziato (al posto vostro) il vostro mutuo. Solo che non ci ha fatto un grande affare.

Quello che ha fatto il governo e'stato di dare alle famiglie la possibilita' di trattare ai tassi di sconto del 2006 i mutui, a patto che diventino dei mutui a rata fissa (col tasso del 2006) ma lunghezza variabile.

I mutui a lunghezza variabile sono sempre esistiti, e si fanno generalmente per cifre piccole, perche' e' piu' facile poterli estinguere. Io ne feci uno anni fa per finanziare il mio tetto di casa, con una rata di un centinaio di euri/mese, che infatti ho estinto quest'anno. Per una semplice ragione: il vantaggio di quel mutuo e' di avere una rata che non possa dare sorprese , ma lo svantaggio e' che, al crescere dei tassi reali, il numero di mesi possa crescere enormemente.

Il problema e' il seguente: che se cresce il numero di rate, viene ricalcolato l'interesse. Cosa puo' portare, questo, nella peggiore delle ipotesi?

Nella peggiore delle ipotesi puo' portarvi, come e' ovvio, a pagare "e" volte la cifra di interessi che avreste pagato prima. "e" volte significa che fa 2,71828 18284 59045 23536 02874 71352 66249 77572 47093 69995 95749....

In pratica, quello che fa il governo e' trattare una rata uguale a quella pagata nel 2006, per poi dire che siccome i tassi sono cresciuti, allora il mutuo diventa a rata fissa ma la durata cambia.

L'inculata non e' cosi' evidente, perche' la successione neperiana inizia ad avvicinarsi ad e gia' per numeri inferiori a quelli del numero di rate di un mutuo ventennale, ma vorrei far presente che passare da 2,5 a 2,6 significa averci perso un cazzo bel 4%, ovvero che alla fine del mutuo alla banca avrete pagato un bel 4% in piu'.

Allora direte: si', ma fissando la rata le famiglie non hanno piu' sorprese, e anche un semplice abbassamento di rata e' quanto di meglio un bilancio sofferente possa desiderare.

Ni.

Si' perche' ovviamente pagare meno fa piacere.Ni perche' un allungamento del 4% del montante significa passare da 20 anni di mutuo a quasi 30. Il problema e': supponiamo che abbiate fatto un mutuo a 30 anni, vabe', andrete in pensione e lo chiuderete.

Se lo avete fatto a 40 anni, sara' difficile che a 70 lavoriate, e sarete dei pensionati che pagano un mutuo. La sorpresa per voi potrebbe essere la quantita' di rate che potrebbero aggiungersi alla fine del vostro mutuo!

Se posso dare un consiglio:

Il tasso euribor e' attorno al 3.2. Probabilmente, mano a mano che la tempesta subprime si affievolira' perche' i danni saranno noti leggendo i bilanci, e' destinato a calare ancora. Lasciate il vostro tasso come variabile LEGATO all' EURIBOR.
Se e' passato qualche anno da quando avete aperto il mutuo, la cifra capitale dovrebbe essere calata. Se rispalmate il mutuo sullo stesso numero di anni, la rata calera'. Avrete perso anni, e molta della cifra versata (perche' le prime rate coprono la parte interessi), ma potreste avere , chiedendo un mutuo EURIBOR con uno spread decente, un calo considerevole della rata.
Se siete in difficolta', avrete probabilmente contratto altri debiti. La vostra banca lo vede in centrale dei rischi. Quello che potete fare e' riaccendere un mutuo, per la stessa rata, per lo stesso numero di anni, perdendo la cifra pagata sinora ma chiudendo i debiti al consumo che avete aperto: ricordate che nel mondo del credito al consumo i tassi arrivano al 25% e non sono mai inferiori al 15%!!!!!
In definitiva, la cosa migliore e' di andare nella vostra banca, dicendo che volete consolidare il debito , facendo sparire il credito al consumo. Aprirete un altro mutuo "casa + liquidita'", col quale chiuderete il vecchio mutuo e i debiti al consumo.(Agos, Findomestic, etc etc) .

La banca sara' piu' tranquilla perche' avra' un cliente meno a rischio, migliorando il proprio tasso di rischio insolvenza, guadagnandoci in sede di riassicurazione, e voi potreste alleggerire di molto il bilancio domestico.

Ma di certo, l'operazione di Berlusconi NON e' un grande affare. Anche perche' se volete proprio un mutuo a rata fissa e durata variabile, la banca ve lo dava gia': come si dice a Bologna, a dare via il culo in zona fiera i clienti li trovate sempre.
di Uriel

26 maggio 2008

Aggiotaggio sul Petrolio: i soliti noti


Da settimane ormai i media ripetono la «previsione» emessa da Goldman Sachs: «Il barile arriverà a 200 dollari». E ciò, «inevitabilmente». Quel che non dicono i media è che Goldman Sach gestisce (e manipola) il GSCI, l’indice dei prezzi delle materie prime più usato nel mondo, e nel GSCI il greggio ha un «peso» sproporzionato.

Goldman Sachs ha anche contribuito a far nascere il London ICE Futures Exchange, attraverso l’Atlanta Georgia ICE (International Commodities Exchange), che possiede la filiale di Londra, e di cui Goldman è comproprietaria: e l’ICE, dal gennaio 2006, è stato esentato dall’amministrazione Bush persino dalle lievissime regole vigenti in America. L’organo di controllo sui futures americani, la Commodities Futures Trading Commission, che già non brilla per poteri di repressione, non ha accesso nemmeno ai dati degli scambi dell’ICE di Londra.

L’ICE di Londra è stato oggetto di due inchieste del Congresso USA (al Senato nel giugno 2006, alla Camera bassa nel dicembre 2007) le quali hanno appurato che i rincari del greggio sono causati da contratti futures per miliardi di dollari, improvvisamente aumentati in quantità, che avvengono appunto in quel «buco nero» finanziario.

Il rapporto senatoriale del 2006 ha scritto: «Ci sono là pochi gestori di fondi che sono maestri nello sfruttare le teorie sul picco petrolifero e i momentanei colli di bottiglia della domanda-offerta (1), e facendo audaci previsioni di straordinari rincari imminenti, essi gettano benzina sul fuoco rialzista in una sorta di profezie auto-avverantisi».

Insomma è chiaro: Goldman Sachs si è data i mezzi per manipolare al rialzo i prezzi del petrolio, e lo sta facendo con grande zelo. La sola domanda è come mai, dopo un simile rapporto del Senato USA, i suoi dirigenti non siano stati chiamati in giudizio per aggiotaggio o, come minimo, per conflitto d’interesse. Misteri del popolo eletto.

Manipolare i rincari attraverso i futures è facilissimo, perchè all’ICE si può comprare sulla carta una partita di petrolio ad una data stabilita (future, appunto), versando in anticipo solo il 6% del prezzo. Con un margine così lieve, gli speculatori hanno in mano una leva moltiplicatrice da 16 ad 1. Rischiando mille dollari, generano una domanda di 16 mila dollari di petrolio. Domanda fittizia.

William Engdahl (2) infatti avanza il sospetto che la bolla speculativa petrolifera stia per scoppiare (come già quella edilizia sub-prime), e Goldman usi la sua «profezia» e le sue manipolazioni per rifilare agli ingenui investitori (tipicamente, i devastati fondi-pensione USA) contratti di cui la stessa Goldman si sta silenziosamente disfacendo. Sarebbe interessante vedere le posizioni sui futures petroliferi della stessa Goldman, dice Engdahl, per constatare se ha impiegato i suoi capitali sulla scommessa che il greggio andrà a 200; se, insomma, crede alla sua profezia.

Naturalmente, dato che l’ICE di Londra è una stanza oscura o un buco nero, è quasi impossibile saperlo. Ma Engdahl ricorda che nel 2001, quando a salire prodigiosamente erano i titoli delle «dot.com», ossia di micro-aziende neonate, con due o tre dipendenti, che promettevano mirabolanti avanzamenti nel software e nelle telecom e il cui valore azionario saliva in modo astronomico in base a quel che i media magnificavano di loro, avvenne proprio questo: alcuni lupi di Wall Street spingevano all’acquisto di tali azioni sopravvalutate, mentre loro, zitti zitti, le vendevano; o magnificavano le azioni di compagnie in cui le loro banche-madri avevano interessi.

Poi, la bolla delle dot.com scoppiò, l’indice NASDAQ crollò, e un’altra inchiesta del Congresso appurò che i lupi di Wall street avevano rifilato anche notizie esagerate ai grandi media ufficiali proprio per vendere a caro prezzo le azioni che stavano per cadere. Anche allora si seppe tutto «dopo», quando ormai i lupi avevano le tasche piene, i fondi-pensione le casse vuote, e senza conseguenze penali.

I segnali che la bolla petrolifera sia gonfiata deliberatamente dalla speculazione finanziaria non mancano. In aprile, l’analista petrolifero di Lehman Brothers, Michael Waldron, intervistato dal Telegraph, ha dichiarato: «L’offerta di petrolio sta superando la crescita della domanda. Le riserve sono in aumento dall’inizio dell’anno». Pochi giorni dopo a Dallas, si riuniva la American Association of Petroleum Geologists, da cui usciva questa indiscrezione: «I prezzi del greggio caleranno presto drammaticamente; sarà il gas naturale a mantenere una tendenza al rialzo a lungo termine». Infatti, «una delle cose che è molto importante comprendere è che la crescita della domanda mondiale in petrolio non è tanto forte», ha detto David Kelly, l’analista strategico della J.P.Morgan funds. Infatti la domanda è piatta, e ciò non giustifica i rialzi.

Cresce alquanto in Cina, ma cala in USA per la recessione americana: attualmente di 190 mila barili al giorno secondo i dati ufficiali dell’Energy Information Administration (ente del governo USA). E per valutare il dato occorre aver presente la differenza tra USA e Cina: la Cina consuma 7 milioni di barili al giorno, gli USA il triplo, 20,7 milioni barili al giorno. Un calo americano conta dunque molto più, sui mercati, di una accresciuta domanda cinese.

La quale, peraltro, non è poi così esplosiva come ci raccontano i media (e Goldman): secondo l’ente ufficiale USA suddetto, la domanda cinese aumenterà quest’anno di 400 mila barili/giorno, un aumento non tale da turbare i mercati, rispetto ai 3,2 milioni di barili al giorno che la Cina importa.

E’ nel più grosso consumatore mondiale, l’America, che si sta profilando un calo dei consumi, che diverrà via via più pronunciato quanto più la recessione americana morderà i consumi delle famiglie, colpite dai pignoramenti, dai debiti, dalla disoccupazione crescente. Secondo Master Card, in un rapporto del 7 maggio, la domanda americana di carburanti è scesa di un imponente 5,8 %.

Difatti, le riserve petrolifere americane aumentano («Per prepararsi alla guerra con l’Iran», dicono gli aggiotatori: ogni allarme è buono per tener alti i futures), mentre le raffinerie hanno ridotto i loro ritmi di raffinazione per affrontare la domanda calante: oggi lavorano all’85 per cento delle capacità, contro l’89 dell’anno scorso. E tengono basse le loro riserve di benzina allo scopo di sostenere i prezzi e i profitti.

Come non bastasse, nuovi giacimenti entreranno in produzione nel 2008, aumentando l’offerta. L’Arabia Saudita ha in progetto di aumentare di un terzo l’attività estrattiva, e di accrescere gli investimenti nel settore del 40%, per soddisfare la crescente domanda dell’Asia. Dall’anno prossimo la sua capacità di estrazione aumenterà dell’11% rispetto all’attuale.

Già nell’aprile scorso funziona il nuovo campo petrolifero saudita di Khursanyah, aggiungendo all’offerta globale mezzo milione di barili al giorno di pregiato Arabian Light Crude; dal 2009 il giacimento di Khurai, il più grosso dei nuovi progetti di sfruttamento sauditi, aggiungerà 1,2 milioni del miglior greggio (e al più basso costo estrattivo) alla offerta mondiale.

In Brasile, la Petrobras sta cominciando a sfruttare il giacimento offshore di Tupi, che si valuta in 8 miliardi di barili, e dovrà portare il Brasile fra i primi dieci produttori globali, sotto la Nigeria ma sopra il Venezuela. In USA, la US Geological Survey ha riferito di nuove riserve in un’area che va dal North Dakota al Montana, e che stima in 3,65 miliardi di barili.

L’Iraq ha riserve valutate non inferiori a quelle saudite, se solo il disordine americano non ne impedisse lo sfruttamento. E si tenga presente che già a 60 dollari il barile, diventano convenienti economicamente una quantità di pozzi chiusi quando il barile era a 27.

Insomma: la domanda non cresce, l’offerta aumenta - eppure, misteriosamente, i prezzi salgono. Non durerà molto: anche questa bolla scoppierà. Quando?

Questo lo deciderà Goldman Sachs, quando riterrà di averci depredato e impoverito abbastanza. Per intanto, tutti i media gridano con il padrone: «Petrolio a 200!».
M. Blondet

La falsa guerra di Berlusconi alle banche

La misura presentata a sorpresa dal governo due giorni fa in materia di mutui ha spinto molti a credere che Berlusconi abbia deciso di dichiarare guerra ai poteri forti, quei “salotti buoni” dove non è mai stato accettato davvero. “Se le banche non accettano, allora gli mandiamo la guardia di Finanza”, ha infatti commentato scherzando il presidente del Consiglio, lanciando un segnale al mondo della finanza. Non sono mancati però coloro che hanno evidenziato che il provvedimento, a ben vedere, non risolve il problema e rappresenta al contrario l’ennesimo regalo alle banche, seppur differito nel tempo. Vediamo come stanno davvero le cose. La misura voluta dal ministro Tremonti prevede la possibilità per 1.250.000 famiglie che hanno stipulato un mutuo prima del gennaio 2007 di sostituire l’attuale rata variabile con una fissa, il cui importo è inferiore e pari a quello pagato in media nel 2006, quando i saggi di interesse non avevano ancora iniziato a crescere. La scadenza, ha assicurato l’inquilino di via XX settembre, “sarà quella del mutuo” e, se nel frattempo i tassi saranno saliti, il contratto durerà un po’ di più, altrimenti le banche restituiranno i soldi in più versati dal cliente. Stando ai calcoli dell’Abi, per un mutuo ventennale di 80.000 euro si potrebbe arrivare a circa 850 euro l’anno. I tassi di interesse però, è giusto sottolinearlo, rimarrebbero variabili: il saldo finale dare/avere quindi non potrà che dipendere dall’andamento dei saggi nei prossimi decenni. Ciò significa che la misura attutisce nel breve periodo le difficoltà delle famiglie, oberate dalle rate crescenti dei mutui per la prima casa e dal reddito fermo e corroso dall’inflazione, coerentemente con la visione lievemente “sociale” sostenuta da Tremonti nel suo discusso libro sulla globalizzazione; nel lungo periodo, però, se i tassi di interesse dovessero essere sfavorevoli per i clienti, la misura finirebbero per far pagare loro di più dal momento che nei primi anni del mutuo, per il noto meccanismo di calcolo alla francese degli interesse, il capitale restituito sarebbe inferiore e le rate coprirebbero solo gli interessi crescenti. Come ha sottolineato Gianni Pittella, presidente della Delegazione italiana del Gruppo socialista al Parlamento europeo, inoltre, “l’accordo siglato tra il governo Berlusconi e le banche non affronta il problema principale”, il fatto cioè che “nel settore dei servizi bancari al dettaglio il livello di mobilità dei consumatori non è garantito adeguatamente”. “Finché i consumatori non saranno messi in grado di passare da una banca all’altra con la facilità a cui hanno già diritto grazie alla Legge Bersani - ha spiegato - il mercato non sarà competitivo dal punto di vista dei costi per i consumatori”. Non affrontando nel suo negoziato con le banche il nodo mobilità, richiesto anche dalla Commissione e invano rincorso dal precedente governo con il decreto Bersani, l’esecutivo ha in sostanza attuato un “pannicello caldo”, proteggendo il sistema creditizio dalla corsa al ribasso delle tariffe innescata dalla mobilità. “Bene poter rinegoziare a tassi favorevoli il proprio mutuo, ma molto meglio sarebbe potere anche scegliere di rinegoziarlo” con una banca che offra tassi migliori, ha concluso non senza ragioni Pittella, esortando l’esecutivo ad impegnarsi a far rispettare la legge Bersani.
Che l’attacco alle banche sia stato per ora rinviato, d’altronde, si evince anche da un’altra scelta: il rinvio della misura che prevedeva di far restituire alle banche i pingui regali fatti dal governo Prodi con il taglio dell’aliquota fiscale delle imprese bancarie e i lauti extra-profitti derivati dalla congiuntura. Ufficialmente la ragione è che il governo vuole studiare meglio la questione; non è da escludere però che il contro-documento presentato dall’Abi con la richiesta di concrete contropartite all’esecutivo abbia influito non poco alla decisione finale.
Di certo l’atmosfera per le banche è cambiata rispetto al periodo Prodi, come ha ammesso il presidente dell’Abi, Corrado Fissola, parlando di “sacrifici da fare per le banche” per dare sollievo alla pianificazione finanziaria delle famiglie e “per il sostegno dell’economia nazionale”. Il compromesso raggiunto, però, alla lunga potrebbe addirittura essere favorevole per il settore, basti pensare che il comitato esecutivo dell’Abi ha approvato all’unanimità l’intesa, confermando che tali sacrifici non sono poi così grandi. Il numero uno di Unicredit Alessandro Profumo, inoltre, ha definito l’accordo raggiunto sui mutui “ottimo”, confermando così indirettamente che il “nuovo rapporto con le banche”, voluto dal Pdl, ha solo slittato i vantaggi economici delle banche, costringendole a pagare di più oggi sul mercato interbancario la liquidità mancante a causa del provvedimento. Frasi come “questa volta devono pagare” o “non possono più dettare legge”, riferite alle banche si riveleranno quindi solo bandiere demagogiche se non saranno accompagnate presto da misure cogenti sulla mobilità, che diano al consumatore la possibilità di ottenere un’offerta migliore dagli istituti di credito. I primi segnali si vedranno già con il tavolo negoziale che sarà istituito tra Abi e governo per redigere la Convenzione che renderà operativo il decreto.
Nonostante ciò, non si può non sottolinearlo, Tremonti ha ottenuto un importante obiettivo: risparmiare ingenti risorse pubbliche da destinare, in un momento molto difficile dell’economia, a necessità più urgenti, tagliando da 4 a 2,8 miliardi le risorse destinate al decreto e scaricando sulle banche parte dello sforzo finanziario odierno. Il maggior reddito su cui i consumatori potranno contare pagando una rata inferiore consentirà infatti di dare più fiato ai bilanci familiari ma anche di stimolare immediatamente i consumi del Paese, fermi da tempo. L’effetto della misura taglia rate sulla crescita sarà infatti sicuramente maggiore di quello garantito dal taglio dell’Ici e dalla detassazione degli straordinari.
di Diana Pugliese

25 maggio 2008

I mutui e la truffa governativa



A quanto pare il governo ha fatto una cosa che dipinge come "aiuto alle famiglie", ovvero ha rinegoziato (al posto vostro) il vostro mutuo. Solo che non ci ha fatto un grande affare.

Quello che ha fatto il governo e'stato di dare alle famiglie la possibilita' di trattare ai tassi di sconto del 2006 i mutui, a patto che diventino dei mutui a rata fissa (col tasso del 2006) ma lunghezza variabile.

I mutui a lunghezza variabile sono sempre esistiti, e si fanno generalmente per cifre piccole, perche' e' piu' facile poterli estinguere. Io ne feci uno anni fa per finanziare il mio tetto di casa, con una rata di un centinaio di euri/mese, che infatti ho estinto quest'anno. Per una semplice ragione: il vantaggio di quel mutuo e' di avere una rata che non possa dare sorprese , ma lo svantaggio e' che, al crescere dei tassi reali, il numero di mesi possa crescere enormemente.

Il problema e' il seguente: che se cresce il numero di rate, viene ricalcolato l'interesse. Cosa puo' portare, questo, nella peggiore delle ipotesi?

Nella peggiore delle ipotesi puo' portarvi, come e' ovvio, a pagare "e" volte la cifra di interessi che avreste pagato prima. "e" volte significa che fa 2,71828 18284 59045 23536 02874 71352 66249 77572 47093 69995 95749....

In pratica, quello che fa il governo e' trattare una rata uguale a quella pagata nel 2006, per poi dire che siccome i tassi sono cresciuti, allora il mutuo diventa a rata fissa ma la durata cambia.

L'inculata non e' cosi' evidente, perche' la successione neperiana inizia ad avvicinarsi ad e gia' per numeri inferiori a quelli del numero di rate di un mutuo ventennale, ma vorrei far presente che passare da 2,5 a 2,6 significa averci perso un cazzo bel 4%, ovvero che alla fine del mutuo alla banca avrete pagato un bel 4% in piu'.

Allora direte: si', ma fissando la rata le famiglie non hanno piu' sorprese, e anche un semplice abbassamento di rata e' quanto di meglio un bilancio sofferente possa desiderare.

Ni.

Si' perche' ovviamente pagare meno fa piacere.Ni perche' un allungamento del 4% del montante significa passare da 20 anni di mutuo a quasi 30. Il problema e': supponiamo che abbiate fatto un mutuo a 30 anni, vabe', andrete in pensione e lo chiuderete.

Se lo avete fatto a 40 anni, sara' difficile che a 70 lavoriate, e sarete dei pensionati che pagano un mutuo. La sorpresa per voi potrebbe essere la quantita' di rate che potrebbero aggiungersi alla fine del vostro mutuo!

Se posso dare un consiglio:

Il tasso euribor e' attorno al 3.2. Probabilmente, mano a mano che la tempesta subprime si affievolira' perche' i danni saranno noti leggendo i bilanci, e' destinato a calare ancora. Lasciate il vostro tasso come variabile LEGATO all' EURIBOR.
Se e' passato qualche anno da quando avete aperto il mutuo, la cifra capitale dovrebbe essere calata. Se rispalmate il mutuo sullo stesso numero di anni, la rata calera'. Avrete perso anni, e molta della cifra versata (perche' le prime rate coprono la parte interessi), ma potreste avere , chiedendo un mutuo EURIBOR con uno spread decente, un calo considerevole della rata.
Se siete in difficolta', avrete probabilmente contratto altri debiti. La vostra banca lo vede in centrale dei rischi. Quello che potete fare e' riaccendere un mutuo, per la stessa rata, per lo stesso numero di anni, perdendo la cifra pagata sinora ma chiudendo i debiti al consumo che avete aperto: ricordate che nel mondo del credito al consumo i tassi arrivano al 25% e non sono mai inferiori al 15%!!!!!
In definitiva, la cosa migliore e' di andare nella vostra banca, dicendo che volete consolidare il debito , facendo sparire il credito al consumo. Aprirete un altro mutuo "casa + liquidita'", col quale chiuderete il vecchio mutuo e i debiti al consumo.(Agos, Findomestic, etc etc) .

La banca sara' piu' tranquilla perche' avra' un cliente meno a rischio, migliorando il proprio tasso di rischio insolvenza, guadagnandoci in sede di riassicurazione, e voi potreste alleggerire di molto il bilancio domestico.

Ma di certo, l'operazione di Berlusconi NON e' un grande affare. Anche perche' se volete proprio un mutuo a rata fissa e durata variabile, la banca ve lo dava gia': come si dice a Bologna, a dare via il culo in zona fiera i clienti li trovate sempre.
di Uriel