23 marzo 2010

La pressione fiscale sui ricchi


Si dice che la pressione fiscale sulle grandi fortune non si puó incrementare per non disincentivare gli investimenti e l’iniziativa privata e perché i capitali fuggirebbero in altri paesi con fiscalitá meno forti (fuga che é effettivamente avvenuta dalla Grecia ultimamente). Si ripete con la stessa insistenza che la accumulazione di capitale é una condizione necessaria per l’attivitá economica e il benessere generale. Questi stereotipi fanno parte delle convinzioni piú solide di chi prende le grandi decisioni economiche e politiche e finiscono per essere assunte dall’opinione pubblica. Ma sono un inganno.

Vediamo cosa é successo con le imposte ai ricchi nel paese piú liberale e individualista dell’occidente: gli USA.

Negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, la pressione fiscale sui guadagni piú alti passó dal 25% al 63% nel 1932, come mezzo per combattere la Gran Depressione. Da allora al 1981, cioé per 50 anni, si é mantenuta sempre oltre il 63%, arrivando al picco del 94% nel 1944, come contributo allo sforzo della guerra, e oscillando dal 82% al 91% nei venti anni dalla fine della guerra al 1963. Da Reagan in poi, non fece che diminuire, fino ad arrivare al 35% nel 2009.

Quella lunga esperienza di cinque decenni mostra che la classe capitalista, anche quella piú potente degli USA, puó accettare una pressione fiscale molto alta e che imposte cosí alte sono compatibili con la crescita economica. Nei 50 anni in cui la pressione fiscale negli USA si mantenne oltre, o molto oltre il 50% a carico della parte piú ricca, furono anni di massima prosperitá per quel paese. Quelle tasse potevano servire per migliorare lo stato sociale e i servizi pubblici a beneficio dei piú poveri, se i bilanci delle guerre non avessero fatto la parte del leone nel mangiarsele. Peró quello che ci interessa qui é provare che in 50 lunghi anni la classe capitalista della prima potenza del mondo accettó una pressione fiscale che ora molti dicono del tutto proibitiva e insensata.
La percentuale massima per la IRPEF in Spagna fu posta al 43% nel 2008, quella per le societá (IRPEG) al 30%, cinque punti in meno rispetto alle percentuali del 2000 e non c’è nessun segnale di volerli aumentare.

Un altro stereotipo é che le differenze sulle varie fiscalitá aumentano la fuga di capitali in paesi con minore pressione. Peró questo succede da quando si eliminó il controllo sui cambi e si installó una libertá totale di circolazione dei capitali. Limitiamo o eliminiamo questa libertá e scomparirá la minaccia di fuga di capitali. Non é una fantasia e non é impossibile: é qualcosa che é giá successo e neanche tanto tempo fa. Basta guardare agli anni anteriori alla controrivoluzione neoliberale degli anni settanta. Un giorno si dovrá avere il coraggio di tornare a certe regolamentazioni.

Il terzo mito é che basta con lasciare che si accumulino benefici senza limiti perché l’economia funzioni e tutti ci guadagniamo (la teoria del Trickle Down Economic della scuola di Chicago). Cosí si giustifica la libertá che si concede ai capitali di uscire dall’economia di un paese e delocalizzare, al prezzo della deindustrializzazione di regioni intere e la condanna di migliaia di persone alla disoccupazione (sulla base della sacra libertá del capitale di accumularsi) mentre la realtá e che nel mondo c’è un’enorme incremento di liquiditá. La sovraccumulazione é proprio la causa della speculazione: sulle monete, sul debito dei paesi, sugli immobili, sul petrolio, gli alimenti… Si cercano rendimenti altissimi che non si trovano nell’economia produttiva. Viviamo in un sistema malato che sacrifica tutto all’accumulazione di denaro che non solo é inutile ma dannosa.

Questi tre miti fanno parte dello stesso insieme, che si dovrebbe abbordare con misure combinate come: forti gravami fiscali sulle grandi fortune; armonizzazione delle imposte nell’intera UE; limiti ristretti sulla circolazione di capitali; eliminazione dei paradisi fiscali; armonizzazione verso l’alto dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali nella UE. Il denaro che va alle classi popolari genera una domanda di beni e servizi che é la base di una economía sana, mentre quello che finisce nei portafogli dei ricchi alimenta solo il potenziale speculativo. Alcuni settori popolari si lasciano abbindolare dai fondi di investimento e dalle pensioni integrative solo quando li si minaccia con il fallimento dello Stato Sociale, cosí hanno ingannato gli spagnoli e molti europei negli ultimi 15 anni. Il sistema fa gesti demagogici, come la richiesta al FMI da parte del Consiglio D’Europa (11/12/2009) di una tassa Tobin per le transazioni finanziare speculative per raccogliere un po’ di soldi. Ma sono solo gesti che danno ragione a chi pensa che sono misure che gli convengono, perché si potrebbe fare molto piú di quello. L’aumento delle tasse ha iniziato ad essere nell’agenda europea giá dall’ultima estate, favorita da paesi come Svezia e Finlandia, con una lunga tradizione di alta pressione fiscale coniugata a prosperitá e buoni servizi pubblici.

Nel nostro paese, il dibattito sulle pensioni e sulla sostenibiltá dello Stato Sociale non puó e non deve lasciare questi temi al margine. Centrare le riforme sul mercato del lavoro o sull’aumento dell’etá pensionabile é una nuova aggressione contro i i diritti da parte della oligarchia internazionale del denaro e dei suoi seguaci.

Joaquim Sempere (Professore di Teoria Sociologica e Sociologia dell’Ambiente dell’Universitá di Barcelona)

22 marzo 2010

L'acqua privatizzata? Più cara e inefficente

Bollette dell'acqua molto più salate in cambio di un servizio... peggiore. Sarebbero questi i presunti benefici della totale privatizzazione della gestione dei servizi idrici, imposta dal governo con il decreto Ronchi. In base a questa legge, approvata il 18 novembre scorso, la quota di partecipazione pubblica nelle società miste dovrà passare entro il 2015 dall'attuale 51% al 30%.

Al di là di fondamentali obiezioni di principio (può un bene prezioso come l'acqua essere gestito da società che, per loro natura, seguono la logica del profitto, invece che quella dell'interesse pubblico?) è proprio l'esperienza concreta maturata nelle città dove tali privatizzazioni sono già avvenute, per il tramite di spa a maggioranza pubblica, a sconsigliare di proseguire su questa strada.

L'esempio più citato è quello della provincia di Arezzo, che dal 1999 ha affidato il proprio servizio idrico ad una Spa a maggioranza formalmente pubblica, la Nuove Acque, dove però tutti i poteri sono di fatto nelle mani del socio privato, la multinazionale francese Suez, che ha il diritto di nominare l'amministratore delegato. Una scelta colpevolmente sostenuta in questi anni anche dal centrosinistra ma che, alla prova dei fatti, si è rivelata un errore. Anche perchè la tanto invocata concorrenza tra pubblico e privato, che secondo i "privatizzatori" avrebbe dovuto portare a un riduzione delle tariffe, non c'è stata, in quanto l'acqua continua ad essere erogata in regime di monopolio.ù

«I dati ufficiali del comitato di vigilanza risorse idriche parlano chiaro: Arezzo occupa il terzo posto nella graduatoria delle città in cui l'acqua è più cara», denuncia Stefano Mencucci, del Comitato per l'acqua pubblica del capoluogo toscano. Per parte loro, i sostenitori della privatizzazione sottolineano il presunto aumento del consumo domestico, dovuto - dicono - a un miglioramento della qualità dell'acqua che esce dai rubinetti.
Mencucci scuote la testa: «E' vero il contrario. Nonostante i nuovi allacci nel frattempo effettuati, oggi il consumo è lievemente inferiore a quello di dieci anni fa. E' vero invece che l'acqua di Arezzo è di ottima qualità. Ma non è certo merito della Nuove Acque, bensì del nuovo invaso realizzato con investimenti totalmente pubblici alle sorgenti del Tevere, pochi mesi prima della privatizzazione. Anzi, la Suez si era assunta l'impegno di portare l'acqua dell'invaso di Monte d'Oglio nei comuni limitrofi dopo tre anni, vale a dire nel 2002. Oggi siamo nel 2010 e - a parte un caso - questo non è ancora stato fatto».
Anche chi si aspettava un servizio migliore è rimasto deluso: «Attualmente gli acquedotti dell'Aato 4, consorzio che comprende 37 comuni, perdono - spiega ancora Mencucci - intorno al 35% dell'acqua, sostanzialmente la stessa percentuale che c'era al momento dell'avvento del soggetto privato». Peccato che questo deludente risultato sia stato pagato a caro prezzo dai cittadini, vista la valanga di soldi passati nelle tasche della multinazionale francese, sotto forma di consulenze e prestazioni accessorie sulla carta finalizzate proprio a ridurre le falle presenti nella rete idrica aretina. Basti dire che nel 2009 e nel 2010 la cifra percepita dalla Suez per queste "prestazioni accessorie" è stata di un milione e 269mila euro per ogni anno. Una sorta di utile fisso e garantito fino al termine della concessione, che ha una durata di 25 anni.

Spiace ricordare che l'apprendista stregone di questa operazione "a perdere" sia Paolo Ricci, all'epoca sindaco di centrosinistra e adesso presidente... di Nuove Acque. Dopo una parentesi di centrodestra, dal 2006 Arezzo è stata riconquista dal centrosinistra, inclusa Rifondazione. Purtroppo la lotta per la ripubblicizzazione, oltre a dover fare i conti con ostacoli di carattere tecnico e giuridico, sconta anche l'assenza di una vera volontà politica da parte del Pd, «a parte alcuni suoi esponenti», precisa Mencucci.

Eppure le armi di pressione non mancherebbero: «Nel momento in cui il soggetto privato non fa gli investimenti che deve fare - e questo succede tutti gli anni - si apre un contenzioso. Se chiede aumenti tariffari, non gli si devono dare», è la linea dura suggerita dal Comitato. Che confida in un successo del referendum per l'abrogazione del decreto Ronchi: «Raccoglieremo migliaia di firme», assicura Mencucci.
di Roberto Farneti

21 marzo 2010

La leggenda dell'ascensore sociale


Discutere di occupazione in questi tempi di crisi e' abbastanza complesso, anche perche' le statistiche sull'occupazione sono sempre troppo poco accurate perche' si possano fare delle deduzioni a riguardo. In particolare, nel caso italiano, ci sono alcuni dati che non si vogliono capire. E non si vogliono capire perche' essi impatterebbero troppo con il nostro modo di vivere, di pensare, di agire.
Innanzitutto, la disoccupazione non e' quel che si pensa. Le statistiche sui non occupati non distinguono, per dire, chi ha piu' prospettive da chi non ha piu' prospettive. Un 10% di disoccupati giovani e' molto diverso, per dire, da un 10% di disoccupati cinquantenni. Se il disoccupato giovane e' semplice da reinserire (relativamente, almeno) quello cinquantenne non e' affatto una questione cosi' semplice.
Cosi', comprendere quanto sia devastante il dato "10%" e' difficile: potremmo avere una grande difficolta' di ingresso sul mercato o una difficolta' a rimanerci.

Il secondo grosso problema che non vediamo e' la storia del disoccupato. Se c'e' una crisi economica e vieni dal mondo delle partite IVA, non sei realmente un "disoccupato", a seconda degli strumenti di misura: sei solo un professionista che non ha piu' clienti. Per passare alla fase ufficiale , cioe' per passare alla fase di disoccupato, occorre dichiararsi tali. Siccome queste partite IVA si mantengono tali perche' sperano di trovare clienti o di recuperare i vecchi, spesso questo non avviene.

Al contrario, il lavoratore dipendente che diventa disoccupato lo vedo subito, perche' alla fine dei conti finisce subito in una lista ufficiale.

Fatto questo, appare chiaro come una stima di disoccupazione cosi' come e' fatta (9% in UE, 10% in USA) non sia cosi' efficace. In USA non vedo la disoccupazione di chi e' freelance e di chi e' self-smployee, dal momento che sino a quando non si iscrivono a qualche sussidio per il rilevatore sono solo professionisti senza clienti.
Ci sono poi altri fenomeni, come la sottoccupazione o il calo di reddito. Se prima guadagnavo 1000 e adesso ho trovato un altro lavoro che mi da' 600, per lo stato risulta che io sia occupato come prima. In realta', cambiando lavoro cosi' dovrei dire di essere occupato al 60% rispetto a prima.

Eliminate le considerazioni sul passato, posso iniziare quelle sul futuro. A seconda della mia eta', il lavoro mi offrira' prospettive future o meno. Se prima un dipendente era dentro una multinazionale, potra' pensare di aver fatto due-tre passi di carriera negli anni successivi. Se per via della crisi e' stato licenziato ed e' andato a fare lo stesso lavoro in un piccolo negozio, il risultato e' che anche a livello di reddito non crescera' come prima nei prossimi anni.

Siamo cioe' nella situazione in cui moltissime statistiche non ci dicono quasi nulla, perche' (anche omettendo il lavoro nero) ci dicono solo quanta gente dichiara di essere senza lavoro, ma non ci dicono nulla sui cambiamenti del mercato del lavoro.

E qui andiamo alla disoccupazione italiana. La disoccupazione in Italia ha diverse cause, tra cui alcune culturali e sociali.

La prima causa culturale e' che si e' dato per scontato che l'ascensore sociale potesse crescere all'infinito. C'e' gente che si lamenta del fatto che l'ascensore sociale si sia fermato, ma proviamo a rifletterci.
Se nel 1910 avevamo 100 operai per ogni dirigente, l'idea de "ascensore sociale" e' che tutti e 100 i figli degli operai debbano (almeno in potenza) diventare dirigenti. A parte la domanda che viene spontanea (e chi lavora?) il problema e' che si tratta evidentemente di una cosa impossibile. La storia dell'ascensore sociale sarebbe possibile solo se da qualche parte ci fossero 100 operai che prendono il posto dei figli degli operai, diventati tutti dirigenti.

LA nostra scuola, figlia del mito dell' "ascensore sociale", non ha capito pero' che questa cosa non sia possibile, e si e' comportata come se l'ascensore sociale sia una realta' ineluttabile, o addirittura un principio della fisica. C'e' gente che ha enunciato come l' "ascensore sociale" sia una realta' tipica delle economie sane, cosa che non e': e' tipica delle economie che vanno al disastro.

La nostra nazione che oggi ha 100 operai e un dirigente, pretende tra una generazione di avere 100 dirigenti e non chiarisce chi fara' il lavoro degli operai. Struttura la scuola per mandare tutti (in potenza) a studiare management , dichiara che "lo studio e' un diritto" e forma generazioni di giovani che non faranno mai nulla per cui hanno studiato.

Subito dopo il fallimento dei nostri 100 ragazzi che vogliono l'ascensore sociale, si scopre che non solo non possono andare piu' in alto, ma non riescono neanche a tornare al livello dei padri, perche' non sono operai. Bisogna stare molto attenti a questa cosa, perche' di fatto ci troviamo con una nazione che non solo ha inflazionato i ruoli dei dirigenti (cosa che ne ha abbassato il reddito) , ma importa lavoro dall'estero.

Ora, torniamo al punto di partenza: una nazione di 60 milioni di persone decide che i giovani usufruiranno dell'ascensore sociale. Forti di questo mito, si sono create scuole senza sforzarsi non dico di pianificare, ma di porre dei limiti ragionevoli.

La nostra nazione ha prodotto, per decenni, giovani convinti di usufruire dell'ascensore sociale. All'inizio ha funzionato: avendo alte marginalita', le aziende hanno assunto middle management e comprato servizi , spostando all'estero la produzione, visto che i figli degli operai non vogliono piu' fare gli operai perche' devono avere l'ascensore sociale.

Ovviamente, questo processo e' stato molto piu' forte altrove che in Italia, ma oggi arriva il conto anche da noi. Questo mito dell'ascensore sociale ha prodotto delocalizzazione e cattiva immigrazione, fino a quando non ci si sta rendendo conto che l'ascensore sociale non funzioni.

E no, non e' questione della crisi: e' NORMALE che non possa esistere niente come un ascensore sociale. Quando chiude una fabbrica con 100 operai, si dice che in Italia resteranno solo servizi e management, cosi' si invitano i figli dei 100 operai ad andare a scuola di management e a darsi ai servizi. Ma poi si scopre che i servizi ed il management non rendono i 100 posti di lavoro.

Che cosa ne e' risultato? Ne e' risultato non solo che ci sia stata una delocalizzazione, ma dopo anni ed anni di una scuola che guarda solo in alto, se anche le aziende tornassero indietro non troverebbero il personale per riportare indietro il manufatturiero perduto. Provate ad appendere un annuncio di fronte ad un liceo, dicendo di cercare operai. Fatelo poco prima degli esami di maturita'. Cosa succedera'? Niente.

Tutti gli studenti preferiranno laurearsi. Bene. La media di delocalizzazione attuale in Italia e' del 7.5%. Il che significa di base che rilocalizzando si potrebbe assumere quasi tutta la disoccupazione, che e' attorno al 10%. Se pero' andiamo a vedere che cosa si sia delocalizzato, osserviamo che si e' delocalizzata la catena produttiva, non la ricerca o il management.
Non dico che sia falso che moltissimi giovani andrebbero a fare gli operai oggi. Il problema e' che se non hai fatto un buon istituto tecnico o una buona scuola professionale, non sei un operaio, sei solo "due braccia". Cosi', se rilocalizzassimo le aziende italiane il risultato sarebbe di produrre una migrazione di qualche milione di stranieri, che avendo studiato come si tiene una lima in mano lo sanno fare.

Il concetto che non si e' mai capito e' che l'ascensore sociale funziona solo se, quando i figli fanno un lavoro migliore rispetto ai padri, c'e' qualcuno (spesso all'estero) che prende il posto dei padri. Cosi', negli scorsi decenni l'illusione si e' alimentata al punto che l'accademia considera "sano" un paese con l'ascensore sociale: in realta' quello che sta succedendo a quel paese e' che i figli aspirano ad un lavoro "migliore" rispetto ai padri, e quando i padri vanno in pensione il loro posto di lavoro viene delocalizzato. Questo dara' l'illusione dell'ascensore sociale, ma in realta' e' semplicemente la prima fase della trasformazione della nazione da nazione manufatturiera a nazione inutile.

Dopo qualche anno, il risultato e' che il lavoro dei padri e' tutto delocalizzato e I PRIMI figli hanno effettivamente avuto l'ascensore sociale. Figo.

Ma i bambini continuano a nascere, e ad ogni generazione di figli c'e' una generazione di adulti che va in pensione. Poiche' esiste l'ascensore sociale, (wow) i figli NON prenderanno il posto dei padri, ma ambiranno di fare qualcosa di piu': del resto, ai giovani di dieci anni fa riusciva, perche' a noi no?

Con l'andare del tempo, sempre piu' bambini si immettono in percorsi scolastici che presumono un ascensore sociale, e sempre piu' anziani vanno in pensione senza venire sostituiti, il loro lavoro fatto all'estero. La menzogna dell'ascensore sociale ha distrutto la nazione, che si trova con giovani incapaci ,o capaci solo di telefonare, inviare email e indossare una cravatta, aziende che delocalizzano cercando qualcuno che sappia piantare un chiodo, e non ci sara' MAI modo di rilocalizzare perche', per via del mito dell'ascensore sociale, nessuno ha piu' frequentato scuole adeguate.

Certo , c'e' uyna grande litania riguardo alla scuola che prepara per il mondo del lavoro. Quando si dice questo si intende sempre il lavoro "alto", cioe' l'informatica, i servizi avanzati, eccetera. Raramente si prendono in considerazione le scuole comunali, gli istituti tecnici, le scuole provinciali, che non formavano tecnologi ma soltanto operai specializzati.

Ed e' proprio la morte dell'operaio specializzato quella che stiamo pagando carissima: oggi i casi sono due. O riesci a scuola, e allora arrivi ad una laurea e poi ti lamenti che manca l'ascensore sociale, oppure abbandoni la scuola. La via di mezzo, ovvero frequentare una scuola che in breve ti porti ad una mansione pratica e specializzata, e' sempre piu' abbandonata. Chi studia vuole diventare dottore, chi non studia si getta sul mercato a mani nude.

Manca la fascia intermedia, quelli che studiavano per diventare operai specializzati. Figure che potevano anche crescere di reddito (anche se non quanto un manager) a seconda delle lotte sindacali e della bravura, ma che non avrebbero usufruito di alcun "ascensore sociale", uscendo da scuola come operai , proprio come i padri.


Per lottare contro questo fenomeno, e' necessario innanzitutto ribaltare il concetto di ascensore sociale. Ovvero, dire una buona volta che non e' pensabile che tutti facciano un lavoro migliore rispetto ai propri padri. Certo, mentre la nazione esce da un periodo di dopoguerra o si industrializza e' possibile, ma una volta raggiunta una certa stabilita (con crescite del PIL attorno all' 1-2%) parlare di ascensore sociale e' assurdo.

E' necessario iniziare a fare uno screening del mondo del lavoro attuale, e capire quanti oggi facciano effettivamente i dirigenti, quanti gli operai, e quanti gli specialisti, eccetera. Bisogna considerare che con un aumento medio del PIL annuo dell' 1% , e iniziare a dire che no, FORSE un 1% dei giovani ogni anno potra' usufruire dell'ascensore sociale, e fare un lavoro migliore del padre. Tutti gli altri dovranno PRENDERE IL POSTO del padre.

Nessun ascensore locale.

Stampato in testa a chiare lettere che l'ascensore sociale funzionera' per un minimo di fortunati, allora sara' possibile ricostruire il tessuto lavorativo del paese, ed avra' senso per le aziende rilocalizzare. Ma se oggi quel 7% di delocalizzazione tornasse a casa, in fabbrica ci andrebbero solo stranieri, cioe' persone che non hanno master, non hanno lauree, ma sanno usare un tornio.

Il prezioso laureato italiano, che ha pianificato gli studi credendo nell'ascensore sociale, non ne usufruirebbe comunque, perche' non qualificato per un posto come operaio specializzato.

La mia opinione e' che moltissimo del disastro occupazionale italiano sia dovuto dall'aver diffuso la leggenda dell'ascensore sociale. Milioni di giovani hanno pianificato i loro studi non pensando di prendere il posto del padre (se non i figli di papa' importanti) ma nel caso dei figli di persone di classe modesta hanno pensato di poter andare ttuti avanti.

I loro padri sono andati in pensione e nessuno ha preso il loro posto, cosi' il manufatturiero si e' spostato all'estero. I loro figli , inseguendo il mito dell'ascensore sociale, avevano studiato scienze dell'informazione.

Oggi le aziende potrebbero rilocalizzare?

Nella misura in cui il ragazzo italiano e' disposto a fare una scuola tecnica, andare a lavorare a 18 anni in una fabbrica, si'. Nella misura in cui i suoi genitori lo lascierebbero fare, si'.

Ma la misura , appunto, e' molto piccola.

E cosi', un 60% di terziario non riesce piu' a vivere su un 30% di industria che non offre lavoro.

Fine della leggenda dell'ascensore sociale.

E no, nei "paesi sani" dove c'e' l'ascensore sociale che funziona il conto sara' (o meglio, e' gia') ancora piu' salato.
by Uriel

23 marzo 2010

La pressione fiscale sui ricchi


Si dice che la pressione fiscale sulle grandi fortune non si puó incrementare per non disincentivare gli investimenti e l’iniziativa privata e perché i capitali fuggirebbero in altri paesi con fiscalitá meno forti (fuga che é effettivamente avvenuta dalla Grecia ultimamente). Si ripete con la stessa insistenza che la accumulazione di capitale é una condizione necessaria per l’attivitá economica e il benessere generale. Questi stereotipi fanno parte delle convinzioni piú solide di chi prende le grandi decisioni economiche e politiche e finiscono per essere assunte dall’opinione pubblica. Ma sono un inganno.

Vediamo cosa é successo con le imposte ai ricchi nel paese piú liberale e individualista dell’occidente: gli USA.

Negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, la pressione fiscale sui guadagni piú alti passó dal 25% al 63% nel 1932, come mezzo per combattere la Gran Depressione. Da allora al 1981, cioé per 50 anni, si é mantenuta sempre oltre il 63%, arrivando al picco del 94% nel 1944, come contributo allo sforzo della guerra, e oscillando dal 82% al 91% nei venti anni dalla fine della guerra al 1963. Da Reagan in poi, non fece che diminuire, fino ad arrivare al 35% nel 2009.

Quella lunga esperienza di cinque decenni mostra che la classe capitalista, anche quella piú potente degli USA, puó accettare una pressione fiscale molto alta e che imposte cosí alte sono compatibili con la crescita economica. Nei 50 anni in cui la pressione fiscale negli USA si mantenne oltre, o molto oltre il 50% a carico della parte piú ricca, furono anni di massima prosperitá per quel paese. Quelle tasse potevano servire per migliorare lo stato sociale e i servizi pubblici a beneficio dei piú poveri, se i bilanci delle guerre non avessero fatto la parte del leone nel mangiarsele. Peró quello che ci interessa qui é provare che in 50 lunghi anni la classe capitalista della prima potenza del mondo accettó una pressione fiscale che ora molti dicono del tutto proibitiva e insensata.
La percentuale massima per la IRPEF in Spagna fu posta al 43% nel 2008, quella per le societá (IRPEG) al 30%, cinque punti in meno rispetto alle percentuali del 2000 e non c’è nessun segnale di volerli aumentare.

Un altro stereotipo é che le differenze sulle varie fiscalitá aumentano la fuga di capitali in paesi con minore pressione. Peró questo succede da quando si eliminó il controllo sui cambi e si installó una libertá totale di circolazione dei capitali. Limitiamo o eliminiamo questa libertá e scomparirá la minaccia di fuga di capitali. Non é una fantasia e non é impossibile: é qualcosa che é giá successo e neanche tanto tempo fa. Basta guardare agli anni anteriori alla controrivoluzione neoliberale degli anni settanta. Un giorno si dovrá avere il coraggio di tornare a certe regolamentazioni.

Il terzo mito é che basta con lasciare che si accumulino benefici senza limiti perché l’economia funzioni e tutti ci guadagniamo (la teoria del Trickle Down Economic della scuola di Chicago). Cosí si giustifica la libertá che si concede ai capitali di uscire dall’economia di un paese e delocalizzare, al prezzo della deindustrializzazione di regioni intere e la condanna di migliaia di persone alla disoccupazione (sulla base della sacra libertá del capitale di accumularsi) mentre la realtá e che nel mondo c’è un’enorme incremento di liquiditá. La sovraccumulazione é proprio la causa della speculazione: sulle monete, sul debito dei paesi, sugli immobili, sul petrolio, gli alimenti… Si cercano rendimenti altissimi che non si trovano nell’economia produttiva. Viviamo in un sistema malato che sacrifica tutto all’accumulazione di denaro che non solo é inutile ma dannosa.

Questi tre miti fanno parte dello stesso insieme, che si dovrebbe abbordare con misure combinate come: forti gravami fiscali sulle grandi fortune; armonizzazione delle imposte nell’intera UE; limiti ristretti sulla circolazione di capitali; eliminazione dei paradisi fiscali; armonizzazione verso l’alto dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali nella UE. Il denaro che va alle classi popolari genera una domanda di beni e servizi che é la base di una economía sana, mentre quello che finisce nei portafogli dei ricchi alimenta solo il potenziale speculativo. Alcuni settori popolari si lasciano abbindolare dai fondi di investimento e dalle pensioni integrative solo quando li si minaccia con il fallimento dello Stato Sociale, cosí hanno ingannato gli spagnoli e molti europei negli ultimi 15 anni. Il sistema fa gesti demagogici, come la richiesta al FMI da parte del Consiglio D’Europa (11/12/2009) di una tassa Tobin per le transazioni finanziare speculative per raccogliere un po’ di soldi. Ma sono solo gesti che danno ragione a chi pensa che sono misure che gli convengono, perché si potrebbe fare molto piú di quello. L’aumento delle tasse ha iniziato ad essere nell’agenda europea giá dall’ultima estate, favorita da paesi come Svezia e Finlandia, con una lunga tradizione di alta pressione fiscale coniugata a prosperitá e buoni servizi pubblici.

Nel nostro paese, il dibattito sulle pensioni e sulla sostenibiltá dello Stato Sociale non puó e non deve lasciare questi temi al margine. Centrare le riforme sul mercato del lavoro o sull’aumento dell’etá pensionabile é una nuova aggressione contro i i diritti da parte della oligarchia internazionale del denaro e dei suoi seguaci.

Joaquim Sempere (Professore di Teoria Sociologica e Sociologia dell’Ambiente dell’Universitá di Barcelona)

22 marzo 2010

L'acqua privatizzata? Più cara e inefficente

Bollette dell'acqua molto più salate in cambio di un servizio... peggiore. Sarebbero questi i presunti benefici della totale privatizzazione della gestione dei servizi idrici, imposta dal governo con il decreto Ronchi. In base a questa legge, approvata il 18 novembre scorso, la quota di partecipazione pubblica nelle società miste dovrà passare entro il 2015 dall'attuale 51% al 30%.

Al di là di fondamentali obiezioni di principio (può un bene prezioso come l'acqua essere gestito da società che, per loro natura, seguono la logica del profitto, invece che quella dell'interesse pubblico?) è proprio l'esperienza concreta maturata nelle città dove tali privatizzazioni sono già avvenute, per il tramite di spa a maggioranza pubblica, a sconsigliare di proseguire su questa strada.

L'esempio più citato è quello della provincia di Arezzo, che dal 1999 ha affidato il proprio servizio idrico ad una Spa a maggioranza formalmente pubblica, la Nuove Acque, dove però tutti i poteri sono di fatto nelle mani del socio privato, la multinazionale francese Suez, che ha il diritto di nominare l'amministratore delegato. Una scelta colpevolmente sostenuta in questi anni anche dal centrosinistra ma che, alla prova dei fatti, si è rivelata un errore. Anche perchè la tanto invocata concorrenza tra pubblico e privato, che secondo i "privatizzatori" avrebbe dovuto portare a un riduzione delle tariffe, non c'è stata, in quanto l'acqua continua ad essere erogata in regime di monopolio.ù

«I dati ufficiali del comitato di vigilanza risorse idriche parlano chiaro: Arezzo occupa il terzo posto nella graduatoria delle città in cui l'acqua è più cara», denuncia Stefano Mencucci, del Comitato per l'acqua pubblica del capoluogo toscano. Per parte loro, i sostenitori della privatizzazione sottolineano il presunto aumento del consumo domestico, dovuto - dicono - a un miglioramento della qualità dell'acqua che esce dai rubinetti.
Mencucci scuote la testa: «E' vero il contrario. Nonostante i nuovi allacci nel frattempo effettuati, oggi il consumo è lievemente inferiore a quello di dieci anni fa. E' vero invece che l'acqua di Arezzo è di ottima qualità. Ma non è certo merito della Nuove Acque, bensì del nuovo invaso realizzato con investimenti totalmente pubblici alle sorgenti del Tevere, pochi mesi prima della privatizzazione. Anzi, la Suez si era assunta l'impegno di portare l'acqua dell'invaso di Monte d'Oglio nei comuni limitrofi dopo tre anni, vale a dire nel 2002. Oggi siamo nel 2010 e - a parte un caso - questo non è ancora stato fatto».
Anche chi si aspettava un servizio migliore è rimasto deluso: «Attualmente gli acquedotti dell'Aato 4, consorzio che comprende 37 comuni, perdono - spiega ancora Mencucci - intorno al 35% dell'acqua, sostanzialmente la stessa percentuale che c'era al momento dell'avvento del soggetto privato». Peccato che questo deludente risultato sia stato pagato a caro prezzo dai cittadini, vista la valanga di soldi passati nelle tasche della multinazionale francese, sotto forma di consulenze e prestazioni accessorie sulla carta finalizzate proprio a ridurre le falle presenti nella rete idrica aretina. Basti dire che nel 2009 e nel 2010 la cifra percepita dalla Suez per queste "prestazioni accessorie" è stata di un milione e 269mila euro per ogni anno. Una sorta di utile fisso e garantito fino al termine della concessione, che ha una durata di 25 anni.

Spiace ricordare che l'apprendista stregone di questa operazione "a perdere" sia Paolo Ricci, all'epoca sindaco di centrosinistra e adesso presidente... di Nuove Acque. Dopo una parentesi di centrodestra, dal 2006 Arezzo è stata riconquista dal centrosinistra, inclusa Rifondazione. Purtroppo la lotta per la ripubblicizzazione, oltre a dover fare i conti con ostacoli di carattere tecnico e giuridico, sconta anche l'assenza di una vera volontà politica da parte del Pd, «a parte alcuni suoi esponenti», precisa Mencucci.

Eppure le armi di pressione non mancherebbero: «Nel momento in cui il soggetto privato non fa gli investimenti che deve fare - e questo succede tutti gli anni - si apre un contenzioso. Se chiede aumenti tariffari, non gli si devono dare», è la linea dura suggerita dal Comitato. Che confida in un successo del referendum per l'abrogazione del decreto Ronchi: «Raccoglieremo migliaia di firme», assicura Mencucci.
di Roberto Farneti

21 marzo 2010

La leggenda dell'ascensore sociale


Discutere di occupazione in questi tempi di crisi e' abbastanza complesso, anche perche' le statistiche sull'occupazione sono sempre troppo poco accurate perche' si possano fare delle deduzioni a riguardo. In particolare, nel caso italiano, ci sono alcuni dati che non si vogliono capire. E non si vogliono capire perche' essi impatterebbero troppo con il nostro modo di vivere, di pensare, di agire.
Innanzitutto, la disoccupazione non e' quel che si pensa. Le statistiche sui non occupati non distinguono, per dire, chi ha piu' prospettive da chi non ha piu' prospettive. Un 10% di disoccupati giovani e' molto diverso, per dire, da un 10% di disoccupati cinquantenni. Se il disoccupato giovane e' semplice da reinserire (relativamente, almeno) quello cinquantenne non e' affatto una questione cosi' semplice.
Cosi', comprendere quanto sia devastante il dato "10%" e' difficile: potremmo avere una grande difficolta' di ingresso sul mercato o una difficolta' a rimanerci.

Il secondo grosso problema che non vediamo e' la storia del disoccupato. Se c'e' una crisi economica e vieni dal mondo delle partite IVA, non sei realmente un "disoccupato", a seconda degli strumenti di misura: sei solo un professionista che non ha piu' clienti. Per passare alla fase ufficiale , cioe' per passare alla fase di disoccupato, occorre dichiararsi tali. Siccome queste partite IVA si mantengono tali perche' sperano di trovare clienti o di recuperare i vecchi, spesso questo non avviene.

Al contrario, il lavoratore dipendente che diventa disoccupato lo vedo subito, perche' alla fine dei conti finisce subito in una lista ufficiale.

Fatto questo, appare chiaro come una stima di disoccupazione cosi' come e' fatta (9% in UE, 10% in USA) non sia cosi' efficace. In USA non vedo la disoccupazione di chi e' freelance e di chi e' self-smployee, dal momento che sino a quando non si iscrivono a qualche sussidio per il rilevatore sono solo professionisti senza clienti.
Ci sono poi altri fenomeni, come la sottoccupazione o il calo di reddito. Se prima guadagnavo 1000 e adesso ho trovato un altro lavoro che mi da' 600, per lo stato risulta che io sia occupato come prima. In realta', cambiando lavoro cosi' dovrei dire di essere occupato al 60% rispetto a prima.

Eliminate le considerazioni sul passato, posso iniziare quelle sul futuro. A seconda della mia eta', il lavoro mi offrira' prospettive future o meno. Se prima un dipendente era dentro una multinazionale, potra' pensare di aver fatto due-tre passi di carriera negli anni successivi. Se per via della crisi e' stato licenziato ed e' andato a fare lo stesso lavoro in un piccolo negozio, il risultato e' che anche a livello di reddito non crescera' come prima nei prossimi anni.

Siamo cioe' nella situazione in cui moltissime statistiche non ci dicono quasi nulla, perche' (anche omettendo il lavoro nero) ci dicono solo quanta gente dichiara di essere senza lavoro, ma non ci dicono nulla sui cambiamenti del mercato del lavoro.

E qui andiamo alla disoccupazione italiana. La disoccupazione in Italia ha diverse cause, tra cui alcune culturali e sociali.

La prima causa culturale e' che si e' dato per scontato che l'ascensore sociale potesse crescere all'infinito. C'e' gente che si lamenta del fatto che l'ascensore sociale si sia fermato, ma proviamo a rifletterci.
Se nel 1910 avevamo 100 operai per ogni dirigente, l'idea de "ascensore sociale" e' che tutti e 100 i figli degli operai debbano (almeno in potenza) diventare dirigenti. A parte la domanda che viene spontanea (e chi lavora?) il problema e' che si tratta evidentemente di una cosa impossibile. La storia dell'ascensore sociale sarebbe possibile solo se da qualche parte ci fossero 100 operai che prendono il posto dei figli degli operai, diventati tutti dirigenti.

LA nostra scuola, figlia del mito dell' "ascensore sociale", non ha capito pero' che questa cosa non sia possibile, e si e' comportata come se l'ascensore sociale sia una realta' ineluttabile, o addirittura un principio della fisica. C'e' gente che ha enunciato come l' "ascensore sociale" sia una realta' tipica delle economie sane, cosa che non e': e' tipica delle economie che vanno al disastro.

La nostra nazione che oggi ha 100 operai e un dirigente, pretende tra una generazione di avere 100 dirigenti e non chiarisce chi fara' il lavoro degli operai. Struttura la scuola per mandare tutti (in potenza) a studiare management , dichiara che "lo studio e' un diritto" e forma generazioni di giovani che non faranno mai nulla per cui hanno studiato.

Subito dopo il fallimento dei nostri 100 ragazzi che vogliono l'ascensore sociale, si scopre che non solo non possono andare piu' in alto, ma non riescono neanche a tornare al livello dei padri, perche' non sono operai. Bisogna stare molto attenti a questa cosa, perche' di fatto ci troviamo con una nazione che non solo ha inflazionato i ruoli dei dirigenti (cosa che ne ha abbassato il reddito) , ma importa lavoro dall'estero.

Ora, torniamo al punto di partenza: una nazione di 60 milioni di persone decide che i giovani usufruiranno dell'ascensore sociale. Forti di questo mito, si sono create scuole senza sforzarsi non dico di pianificare, ma di porre dei limiti ragionevoli.

La nostra nazione ha prodotto, per decenni, giovani convinti di usufruire dell'ascensore sociale. All'inizio ha funzionato: avendo alte marginalita', le aziende hanno assunto middle management e comprato servizi , spostando all'estero la produzione, visto che i figli degli operai non vogliono piu' fare gli operai perche' devono avere l'ascensore sociale.

Ovviamente, questo processo e' stato molto piu' forte altrove che in Italia, ma oggi arriva il conto anche da noi. Questo mito dell'ascensore sociale ha prodotto delocalizzazione e cattiva immigrazione, fino a quando non ci si sta rendendo conto che l'ascensore sociale non funzioni.

E no, non e' questione della crisi: e' NORMALE che non possa esistere niente come un ascensore sociale. Quando chiude una fabbrica con 100 operai, si dice che in Italia resteranno solo servizi e management, cosi' si invitano i figli dei 100 operai ad andare a scuola di management e a darsi ai servizi. Ma poi si scopre che i servizi ed il management non rendono i 100 posti di lavoro.

Che cosa ne e' risultato? Ne e' risultato non solo che ci sia stata una delocalizzazione, ma dopo anni ed anni di una scuola che guarda solo in alto, se anche le aziende tornassero indietro non troverebbero il personale per riportare indietro il manufatturiero perduto. Provate ad appendere un annuncio di fronte ad un liceo, dicendo di cercare operai. Fatelo poco prima degli esami di maturita'. Cosa succedera'? Niente.

Tutti gli studenti preferiranno laurearsi. Bene. La media di delocalizzazione attuale in Italia e' del 7.5%. Il che significa di base che rilocalizzando si potrebbe assumere quasi tutta la disoccupazione, che e' attorno al 10%. Se pero' andiamo a vedere che cosa si sia delocalizzato, osserviamo che si e' delocalizzata la catena produttiva, non la ricerca o il management.
Non dico che sia falso che moltissimi giovani andrebbero a fare gli operai oggi. Il problema e' che se non hai fatto un buon istituto tecnico o una buona scuola professionale, non sei un operaio, sei solo "due braccia". Cosi', se rilocalizzassimo le aziende italiane il risultato sarebbe di produrre una migrazione di qualche milione di stranieri, che avendo studiato come si tiene una lima in mano lo sanno fare.

Il concetto che non si e' mai capito e' che l'ascensore sociale funziona solo se, quando i figli fanno un lavoro migliore rispetto ai padri, c'e' qualcuno (spesso all'estero) che prende il posto dei padri. Cosi', negli scorsi decenni l'illusione si e' alimentata al punto che l'accademia considera "sano" un paese con l'ascensore sociale: in realta' quello che sta succedendo a quel paese e' che i figli aspirano ad un lavoro "migliore" rispetto ai padri, e quando i padri vanno in pensione il loro posto di lavoro viene delocalizzato. Questo dara' l'illusione dell'ascensore sociale, ma in realta' e' semplicemente la prima fase della trasformazione della nazione da nazione manufatturiera a nazione inutile.

Dopo qualche anno, il risultato e' che il lavoro dei padri e' tutto delocalizzato e I PRIMI figli hanno effettivamente avuto l'ascensore sociale. Figo.

Ma i bambini continuano a nascere, e ad ogni generazione di figli c'e' una generazione di adulti che va in pensione. Poiche' esiste l'ascensore sociale, (wow) i figli NON prenderanno il posto dei padri, ma ambiranno di fare qualcosa di piu': del resto, ai giovani di dieci anni fa riusciva, perche' a noi no?

Con l'andare del tempo, sempre piu' bambini si immettono in percorsi scolastici che presumono un ascensore sociale, e sempre piu' anziani vanno in pensione senza venire sostituiti, il loro lavoro fatto all'estero. La menzogna dell'ascensore sociale ha distrutto la nazione, che si trova con giovani incapaci ,o capaci solo di telefonare, inviare email e indossare una cravatta, aziende che delocalizzano cercando qualcuno che sappia piantare un chiodo, e non ci sara' MAI modo di rilocalizzare perche', per via del mito dell'ascensore sociale, nessuno ha piu' frequentato scuole adeguate.

Certo , c'e' uyna grande litania riguardo alla scuola che prepara per il mondo del lavoro. Quando si dice questo si intende sempre il lavoro "alto", cioe' l'informatica, i servizi avanzati, eccetera. Raramente si prendono in considerazione le scuole comunali, gli istituti tecnici, le scuole provinciali, che non formavano tecnologi ma soltanto operai specializzati.

Ed e' proprio la morte dell'operaio specializzato quella che stiamo pagando carissima: oggi i casi sono due. O riesci a scuola, e allora arrivi ad una laurea e poi ti lamenti che manca l'ascensore sociale, oppure abbandoni la scuola. La via di mezzo, ovvero frequentare una scuola che in breve ti porti ad una mansione pratica e specializzata, e' sempre piu' abbandonata. Chi studia vuole diventare dottore, chi non studia si getta sul mercato a mani nude.

Manca la fascia intermedia, quelli che studiavano per diventare operai specializzati. Figure che potevano anche crescere di reddito (anche se non quanto un manager) a seconda delle lotte sindacali e della bravura, ma che non avrebbero usufruito di alcun "ascensore sociale", uscendo da scuola come operai , proprio come i padri.


Per lottare contro questo fenomeno, e' necessario innanzitutto ribaltare il concetto di ascensore sociale. Ovvero, dire una buona volta che non e' pensabile che tutti facciano un lavoro migliore rispetto ai propri padri. Certo, mentre la nazione esce da un periodo di dopoguerra o si industrializza e' possibile, ma una volta raggiunta una certa stabilita (con crescite del PIL attorno all' 1-2%) parlare di ascensore sociale e' assurdo.

E' necessario iniziare a fare uno screening del mondo del lavoro attuale, e capire quanti oggi facciano effettivamente i dirigenti, quanti gli operai, e quanti gli specialisti, eccetera. Bisogna considerare che con un aumento medio del PIL annuo dell' 1% , e iniziare a dire che no, FORSE un 1% dei giovani ogni anno potra' usufruire dell'ascensore sociale, e fare un lavoro migliore del padre. Tutti gli altri dovranno PRENDERE IL POSTO del padre.

Nessun ascensore locale.

Stampato in testa a chiare lettere che l'ascensore sociale funzionera' per un minimo di fortunati, allora sara' possibile ricostruire il tessuto lavorativo del paese, ed avra' senso per le aziende rilocalizzare. Ma se oggi quel 7% di delocalizzazione tornasse a casa, in fabbrica ci andrebbero solo stranieri, cioe' persone che non hanno master, non hanno lauree, ma sanno usare un tornio.

Il prezioso laureato italiano, che ha pianificato gli studi credendo nell'ascensore sociale, non ne usufruirebbe comunque, perche' non qualificato per un posto come operaio specializzato.

La mia opinione e' che moltissimo del disastro occupazionale italiano sia dovuto dall'aver diffuso la leggenda dell'ascensore sociale. Milioni di giovani hanno pianificato i loro studi non pensando di prendere il posto del padre (se non i figli di papa' importanti) ma nel caso dei figli di persone di classe modesta hanno pensato di poter andare ttuti avanti.

I loro padri sono andati in pensione e nessuno ha preso il loro posto, cosi' il manufatturiero si e' spostato all'estero. I loro figli , inseguendo il mito dell'ascensore sociale, avevano studiato scienze dell'informazione.

Oggi le aziende potrebbero rilocalizzare?

Nella misura in cui il ragazzo italiano e' disposto a fare una scuola tecnica, andare a lavorare a 18 anni in una fabbrica, si'. Nella misura in cui i suoi genitori lo lascierebbero fare, si'.

Ma la misura , appunto, e' molto piccola.

E cosi', un 60% di terziario non riesce piu' a vivere su un 30% di industria che non offre lavoro.

Fine della leggenda dell'ascensore sociale.

E no, nei "paesi sani" dove c'e' l'ascensore sociale che funziona il conto sara' (o meglio, e' gia') ancora piu' salato.
by Uriel