23 giugno 2010

Appalti e procedure speciali: 13 miliardi in nove anni

ROMA — Nel Paese (l’Italia) dove ci sono più di tredicimila «stazioni appaltanti», cioè soggetti con il potere di bandire gare per opere pubbliche, ce n’è una che le surclassa tutte. Si chiama Protezione civile. Volete sapere quanti soldi sono passati per le mani di Guido Bertolaso da quando, nel 2001, Silvio Berlusconi lo ha rimesso a capo del Dipartimento e gli ha dato pure le competenze sui grandi eventi? La bellezza di 12 miliardi 894 milioni 770.574 euro. E 38 centesimi: pure quelli ha contato l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici nel suo ultimo rapporto. Sottolineando ancora una volta con la precisione delle cifre la gigantesca anomalia di una struttura con licenza di deroga alle procedure ordinarie: non soltanto per le calamità naturali, ma anche incomprensibilmente per la gestione di gare sportive, vertici internazionali, manifestazioni varie.

Illuminante è una relazione della Corte dei conti su una regata alla Maddalena svoltasi mesi (con solita ordinanza di Protezione civile) davanti ai luoghi del G8, pietra dello scandalo che sta travolgendo affaristi pubblici e privati. Costretto a ingoiare il rospo, il magistrato si è tolto comunque un sassolino dalla scarpa, giudicando ingiustificabile che per una competizione velica come la «Louis Vuitton world series» siano stati impiegati dipendenti pubblici e soldi sulla carta accantonati per le calamità. E su una cosa non ha voluto transigere, rifiutando il proprio visto di conformità: il fatto che al comitato organizzatore siano stati versati 2,3 milioni di denari pubblici. Prelevati anch’essi dallo stesso fondo per la protezione civile.

Come si è arrivati a spendere con procedure in deroga quasi 13 miliardi, cifra che sarebbe sufficiente a fare due ponti sullo stretto di Messina, è spiegato in dettaglio nel rapporto dell’authority presieduta da Luigi Giampaolino. Dove si racconta che le ordinanze di Bertolaso le quali implicano il ricorso all’appalto sono lievitate con un crescendo rossiniano: 28 nel 2001, 34 nel 2006, 49 nel 2009 (anche a causa del terremoto). Prendiamo la spazzatura in Campania: se dal 2001 al 2005 la Protezione civile aveva emanato in media un’ordinanza l’anno, nel 2007 si è passati a sette, poi a 11 nel 2008. Da brivido la cifra finale: l’importo destinato in soli nove anni all’emergenza rifiuti in quella Regione avrebbe ha raggiunto 3 miliardi 548 milioni 878.439 euro. Ben 613 euro per ogni cittadino campano.

Poi, fra quelle 302 ordinanze di Protezione civile emanate dal 2001 al 2009, ci sono i famosi Grandi eventi. Come i mondiali di nuoto dell’anno scorso, che hanno fatto scattare un’inchiesta giudiziaria e sui quali l’autorità di Giampaolino aveva già avuto qualcosa da ridire. Oppure come il G8 della Maddalena su cui indagano i giudici e per il quale sarebbe stata stanziata, anche se poi non effettivamente utilizzata, una somma sbalorditiva. Tenetevi forte: un miliardo, 6 milioni 415.139 euro e 68 centesimi. O, ancora, come le iniziative per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, altro capitolo che non ha mancato di interessare i magistrati e a proposito del quale la stessa authority ha sollevato una serie di questioni. Per esempio, che non siano state fornite indicazioni sulle procedure seguite per affidare incarichi a progettisti e collaudatori. Per esempio, che visti i tempi stretti si sia deciso di riconoscere alle imprese «premi di accelerazione» (?) non contemplati nelle gare. Per esempio, che fra avviso «di preinformazione » e pubblicazione dei bandi siano passati soli 14 giorni: troppo pochi «per poter ritenere di fatto efficace il relativo avviso».

Stranezze. Seguite da altre «stranezze», come l’immediata sparizione dalla manovra di una norma voluta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti per ricondurre sotto il controllo della ragioneria generale dello Stato tutte le spese che fanno capo alla presidenza del Consiglio: una ventina di miliardi di euro l’anno. Fra queste, manco a farlo apposta, ci sono quelle della Protezione civile. Che continueranno quindi a essere svincolate dai controlli del Tesoro.
Né è stato possibile ripristinare una disposizione che aveva introdotto l’ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro: l’abolizione degli arbitrati. Perciò si andrà avanti con quella forma di giustizia privata, gestita in prima persona da magistrati amministrativi e contabili e alti funzionari pubblici lautamente retribuiti (oltre allo stipendio, s’intende) per tali prestazioni: dalla quale, nonostante ciò, lo Stato esce regolarmente a pezzi. Anche nel 2009 la pubblica amministrazione è risultata «soccombente » nel 94% dei 136 arbitrati cosiddetti «liberi», cioè dove gli arbitri sono scelti «liberamente» fra le parti. Per una spesa aggiuntiva di 414 milioni di euro. Siamo arrivati al punto che ogni due appalti di importo superiore a 15 milioni di euro scatta un arbitrato. E con questo sistema il costo delle opere pubbliche è lievitato mediamente del 18%.


Sergio Rizzo

22 giugno 2010

Sicilia: onorevoli superpagati

http://www.imitidicthulhu.it/Blog/PupoSiciliano.jpg

Sono 14 i parlamentari nazionali, ex deputati regionali all’Assemblea regionale siciliana, pagati due volte, a cui si aggiungono 2 ex parlamentari regionali, che attualmente hanno i seguenti incarichi istituzionali, l’assessore regionale al turismo, Nino Strano ed il presidente della Provincia Regionale di Messina, Nino Ricevuto.
Alla faccia della crisi economica e del risanamento del deficitario bilancio regionale siciliano.
Difatti, alla indennità di parlamentare nazionale (deputato o senatore), sommano la pensione maturata all’Ars, malgrado la loro età. Precisamente, quasi tutti hanno un’età inferiore ai 65 anni, la loro media di età è attorno ai 50 anni.
Che ne pensa il ministro Brunetta!
Ed ecco i 14 beneficiari, appartenenti a quasi tutti i partiti politici, Pdl Pd, Udc e Idv: Leoluca Orlando, Salvatore Cuffaro, Calogero Mannino, Angelo Capodicasa, Vladimiro Crisafulli, Nicola Cristaldi, Giuseppe Firrarello, Salvatore Fleres, Fabio Granata, Ugo Grimaldi, Dore Misuraca, Alessandro Pagano, Raffaele Stancanelli e Sebastiano Burgaretta Aparo.
In grande inciucio trasversale cui partecipano tutti, in danno ai contribuenti. Tutti uniti appassionatamente…, altro che valori sbandierati dal portavoce di Idv, Leoluca Orlando, che simula la sua verginità politico-partitica. Ma quale valori! Ma quale opposizione! Sono un tutt’uno, maggioranza e minoranza (non opposizione, che non è mai esistita).
Il sistema premiale trasversale o bipartizan di cumulo è tutto siciliano e riguarda tutti gli ex deputati regionali che hanno cominciato la loro carriera partitica all’Ars prima della riforma previdenziale dell’anno 2000 e continuano ad usufruire del vecchio sistema, per il quale si può ricevere l’assegno vitalizio anche a 50 anni, avendo tre legislature alle spalle. La soglia sale a 55 anni per i parlamentari regionali con due legislature e a 60 per chi ha all’attivo una sola legislatura.
In merito, il regolamento dell’Ars prevede che, raggiunti i predetti requisiti, gli ex deputati regionali possono chiedere il vitalizio e mantenerlo anche se nel frattempo hanno assunto il titolo di parlamentare nazionale. Al contrario, il regolamento della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica non lo permettono affatto il cumulo dell’assegno vitalizio nazionale con l’indennità da consigliere o deputato regionale. Contraddizione che di fatto determina un trattamento di maggior favore per i 16 (14 più 2) ex parlamentari regionali siciliani provenienti dall’Ars.
La Sicilia è un mondo a parte.
di Giacomo Faso

La crisi è finita. Ma c’è chi si vende un rene


Nonostante le patetiche rassicurazioni del governo, la crisi economica in Italia è ancora molto forte. Prendiamo ad esempio la storia di G. M., 46 anni, ex imprenditore di Ponte della Priula (TV). Oberato da i debiti e con una famiglia da mantenere, ha deciso di vendere un rene: «Sono sano, forte come un lupo e abbastanza giovane: metto in vendita un mio rene per 150mila euro», questa la sua offerta shock.

Non si tratta certo di una provocazione, ma dell’unica via d’uscita da una vita non più dignitosa. «Dal 28 maggio sono di nuovo disoccupato, adesso mi arrangio con dei lavoretti, faccio anche il muratore. La casa è andata all’asta e ci viviamo fino a quando non ci sfratteranno. Che futuro posso assicurare alle mie figlie in queste condizioni? Ogni mattina quando mi sveglio non so se impiccarmi e mettere fine a tutto questo o se continuare a vivere. Sono alla ricerca di denaro, disposto a fare qualsiasi lavoro. Non riesco a trovarne uno di stabile e adesso ho deciso».

Eppure all’inizio la sua attività di autotrasporti sembrava andare bene. «Era il 2001 e avevo quattro camion e tante speranze, poi sono iniziate le pendenze con le banche e ho dovuto chiudere. Ho lavorato come operaio autista, alle dipendenze di due aziende locali una delle quali è fallita». Con i soldi guadagnati prima cerca di ripianare i debiti, ma poi la situazione diventa insostenibile. «Mi sono mangiato la casa che è finita all’asta. A fine aprile l’hanno acquistata per 80mila euro circa, ma non è bastato. Le banche mi chiedono ancora denaro e io non ne ho più. Sono su una strada».

Per ora lui e la sua famiglia, moglie e due bimbe piccole, hanno ancora un tetto, ma durerà poco. «Viviamo ancora nella casa fino a quando non ci sfratteranno. Io così non ce la faccio più, ho ancora debiti da saldare e non riesco a trovare un lavoro fisso e se dovessi trovare uno stipendio le banche me lo pignorerebbero». Ecco perché la soluzione estrema della vendita del rene. «Lo so che qui in Italia non si potrebbe fare, ma io offro il mio rene. È sano, io sono sano e se c’è qualche persona benestante con problemi di salute sono a sua disposizione. Chiedo 150mila euro e prometto che 20mila euro andranno per la ricerca. Lo faccio per la mia famiglia, per mia moglie e le mie figlie. Voglio assicurare loro un futuro, gli studi, la serenità di una volta, non chiedo poi molto. Da mesi cerco lavoro, mi tengono per tre mesi e poi mi lasciano a casa. Dicono che questi tempi sono duri per tutti ma così non ce la faccio più ad andare avanti, vi prego datemi una mano almeno voi».

Questi sono gli effetti deleteri del capitalismo, un sistema destinato ad implodere su se stesso ed incurante della dignità della persona. Quanti altri casi come quello dell’imprenditore trevigiano dovremo ancora vedere prima che il popolo decida di ribellarsi e cominci a lottare per abbattere la dittatura del Capitale? Purtroppo all’orizzonte non vediamo ancora nulla di buono.

di Alessandro Cavallini

23 giugno 2010

Appalti e procedure speciali: 13 miliardi in nove anni

ROMA — Nel Paese (l’Italia) dove ci sono più di tredicimila «stazioni appaltanti», cioè soggetti con il potere di bandire gare per opere pubbliche, ce n’è una che le surclassa tutte. Si chiama Protezione civile. Volete sapere quanti soldi sono passati per le mani di Guido Bertolaso da quando, nel 2001, Silvio Berlusconi lo ha rimesso a capo del Dipartimento e gli ha dato pure le competenze sui grandi eventi? La bellezza di 12 miliardi 894 milioni 770.574 euro. E 38 centesimi: pure quelli ha contato l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici nel suo ultimo rapporto. Sottolineando ancora una volta con la precisione delle cifre la gigantesca anomalia di una struttura con licenza di deroga alle procedure ordinarie: non soltanto per le calamità naturali, ma anche incomprensibilmente per la gestione di gare sportive, vertici internazionali, manifestazioni varie.

Illuminante è una relazione della Corte dei conti su una regata alla Maddalena svoltasi mesi (con solita ordinanza di Protezione civile) davanti ai luoghi del G8, pietra dello scandalo che sta travolgendo affaristi pubblici e privati. Costretto a ingoiare il rospo, il magistrato si è tolto comunque un sassolino dalla scarpa, giudicando ingiustificabile che per una competizione velica come la «Louis Vuitton world series» siano stati impiegati dipendenti pubblici e soldi sulla carta accantonati per le calamità. E su una cosa non ha voluto transigere, rifiutando il proprio visto di conformità: il fatto che al comitato organizzatore siano stati versati 2,3 milioni di denari pubblici. Prelevati anch’essi dallo stesso fondo per la protezione civile.

Come si è arrivati a spendere con procedure in deroga quasi 13 miliardi, cifra che sarebbe sufficiente a fare due ponti sullo stretto di Messina, è spiegato in dettaglio nel rapporto dell’authority presieduta da Luigi Giampaolino. Dove si racconta che le ordinanze di Bertolaso le quali implicano il ricorso all’appalto sono lievitate con un crescendo rossiniano: 28 nel 2001, 34 nel 2006, 49 nel 2009 (anche a causa del terremoto). Prendiamo la spazzatura in Campania: se dal 2001 al 2005 la Protezione civile aveva emanato in media un’ordinanza l’anno, nel 2007 si è passati a sette, poi a 11 nel 2008. Da brivido la cifra finale: l’importo destinato in soli nove anni all’emergenza rifiuti in quella Regione avrebbe ha raggiunto 3 miliardi 548 milioni 878.439 euro. Ben 613 euro per ogni cittadino campano.

Poi, fra quelle 302 ordinanze di Protezione civile emanate dal 2001 al 2009, ci sono i famosi Grandi eventi. Come i mondiali di nuoto dell’anno scorso, che hanno fatto scattare un’inchiesta giudiziaria e sui quali l’autorità di Giampaolino aveva già avuto qualcosa da ridire. Oppure come il G8 della Maddalena su cui indagano i giudici e per il quale sarebbe stata stanziata, anche se poi non effettivamente utilizzata, una somma sbalorditiva. Tenetevi forte: un miliardo, 6 milioni 415.139 euro e 68 centesimi. O, ancora, come le iniziative per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, altro capitolo che non ha mancato di interessare i magistrati e a proposito del quale la stessa authority ha sollevato una serie di questioni. Per esempio, che non siano state fornite indicazioni sulle procedure seguite per affidare incarichi a progettisti e collaudatori. Per esempio, che visti i tempi stretti si sia deciso di riconoscere alle imprese «premi di accelerazione» (?) non contemplati nelle gare. Per esempio, che fra avviso «di preinformazione » e pubblicazione dei bandi siano passati soli 14 giorni: troppo pochi «per poter ritenere di fatto efficace il relativo avviso».

Stranezze. Seguite da altre «stranezze», come l’immediata sparizione dalla manovra di una norma voluta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti per ricondurre sotto il controllo della ragioneria generale dello Stato tutte le spese che fanno capo alla presidenza del Consiglio: una ventina di miliardi di euro l’anno. Fra queste, manco a farlo apposta, ci sono quelle della Protezione civile. Che continueranno quindi a essere svincolate dai controlli del Tesoro.
Né è stato possibile ripristinare una disposizione che aveva introdotto l’ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro: l’abolizione degli arbitrati. Perciò si andrà avanti con quella forma di giustizia privata, gestita in prima persona da magistrati amministrativi e contabili e alti funzionari pubblici lautamente retribuiti (oltre allo stipendio, s’intende) per tali prestazioni: dalla quale, nonostante ciò, lo Stato esce regolarmente a pezzi. Anche nel 2009 la pubblica amministrazione è risultata «soccombente » nel 94% dei 136 arbitrati cosiddetti «liberi», cioè dove gli arbitri sono scelti «liberamente» fra le parti. Per una spesa aggiuntiva di 414 milioni di euro. Siamo arrivati al punto che ogni due appalti di importo superiore a 15 milioni di euro scatta un arbitrato. E con questo sistema il costo delle opere pubbliche è lievitato mediamente del 18%.


Sergio Rizzo

22 giugno 2010

Sicilia: onorevoli superpagati

http://www.imitidicthulhu.it/Blog/PupoSiciliano.jpg

Sono 14 i parlamentari nazionali, ex deputati regionali all’Assemblea regionale siciliana, pagati due volte, a cui si aggiungono 2 ex parlamentari regionali, che attualmente hanno i seguenti incarichi istituzionali, l’assessore regionale al turismo, Nino Strano ed il presidente della Provincia Regionale di Messina, Nino Ricevuto.
Alla faccia della crisi economica e del risanamento del deficitario bilancio regionale siciliano.
Difatti, alla indennità di parlamentare nazionale (deputato o senatore), sommano la pensione maturata all’Ars, malgrado la loro età. Precisamente, quasi tutti hanno un’età inferiore ai 65 anni, la loro media di età è attorno ai 50 anni.
Che ne pensa il ministro Brunetta!
Ed ecco i 14 beneficiari, appartenenti a quasi tutti i partiti politici, Pdl Pd, Udc e Idv: Leoluca Orlando, Salvatore Cuffaro, Calogero Mannino, Angelo Capodicasa, Vladimiro Crisafulli, Nicola Cristaldi, Giuseppe Firrarello, Salvatore Fleres, Fabio Granata, Ugo Grimaldi, Dore Misuraca, Alessandro Pagano, Raffaele Stancanelli e Sebastiano Burgaretta Aparo.
In grande inciucio trasversale cui partecipano tutti, in danno ai contribuenti. Tutti uniti appassionatamente…, altro che valori sbandierati dal portavoce di Idv, Leoluca Orlando, che simula la sua verginità politico-partitica. Ma quale valori! Ma quale opposizione! Sono un tutt’uno, maggioranza e minoranza (non opposizione, che non è mai esistita).
Il sistema premiale trasversale o bipartizan di cumulo è tutto siciliano e riguarda tutti gli ex deputati regionali che hanno cominciato la loro carriera partitica all’Ars prima della riforma previdenziale dell’anno 2000 e continuano ad usufruire del vecchio sistema, per il quale si può ricevere l’assegno vitalizio anche a 50 anni, avendo tre legislature alle spalle. La soglia sale a 55 anni per i parlamentari regionali con due legislature e a 60 per chi ha all’attivo una sola legislatura.
In merito, il regolamento dell’Ars prevede che, raggiunti i predetti requisiti, gli ex deputati regionali possono chiedere il vitalizio e mantenerlo anche se nel frattempo hanno assunto il titolo di parlamentare nazionale. Al contrario, il regolamento della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica non lo permettono affatto il cumulo dell’assegno vitalizio nazionale con l’indennità da consigliere o deputato regionale. Contraddizione che di fatto determina un trattamento di maggior favore per i 16 (14 più 2) ex parlamentari regionali siciliani provenienti dall’Ars.
La Sicilia è un mondo a parte.
di Giacomo Faso

La crisi è finita. Ma c’è chi si vende un rene


Nonostante le patetiche rassicurazioni del governo, la crisi economica in Italia è ancora molto forte. Prendiamo ad esempio la storia di G. M., 46 anni, ex imprenditore di Ponte della Priula (TV). Oberato da i debiti e con una famiglia da mantenere, ha deciso di vendere un rene: «Sono sano, forte come un lupo e abbastanza giovane: metto in vendita un mio rene per 150mila euro», questa la sua offerta shock.

Non si tratta certo di una provocazione, ma dell’unica via d’uscita da una vita non più dignitosa. «Dal 28 maggio sono di nuovo disoccupato, adesso mi arrangio con dei lavoretti, faccio anche il muratore. La casa è andata all’asta e ci viviamo fino a quando non ci sfratteranno. Che futuro posso assicurare alle mie figlie in queste condizioni? Ogni mattina quando mi sveglio non so se impiccarmi e mettere fine a tutto questo o se continuare a vivere. Sono alla ricerca di denaro, disposto a fare qualsiasi lavoro. Non riesco a trovarne uno di stabile e adesso ho deciso».

Eppure all’inizio la sua attività di autotrasporti sembrava andare bene. «Era il 2001 e avevo quattro camion e tante speranze, poi sono iniziate le pendenze con le banche e ho dovuto chiudere. Ho lavorato come operaio autista, alle dipendenze di due aziende locali una delle quali è fallita». Con i soldi guadagnati prima cerca di ripianare i debiti, ma poi la situazione diventa insostenibile. «Mi sono mangiato la casa che è finita all’asta. A fine aprile l’hanno acquistata per 80mila euro circa, ma non è bastato. Le banche mi chiedono ancora denaro e io non ne ho più. Sono su una strada».

Per ora lui e la sua famiglia, moglie e due bimbe piccole, hanno ancora un tetto, ma durerà poco. «Viviamo ancora nella casa fino a quando non ci sfratteranno. Io così non ce la faccio più, ho ancora debiti da saldare e non riesco a trovare un lavoro fisso e se dovessi trovare uno stipendio le banche me lo pignorerebbero». Ecco perché la soluzione estrema della vendita del rene. «Lo so che qui in Italia non si potrebbe fare, ma io offro il mio rene. È sano, io sono sano e se c’è qualche persona benestante con problemi di salute sono a sua disposizione. Chiedo 150mila euro e prometto che 20mila euro andranno per la ricerca. Lo faccio per la mia famiglia, per mia moglie e le mie figlie. Voglio assicurare loro un futuro, gli studi, la serenità di una volta, non chiedo poi molto. Da mesi cerco lavoro, mi tengono per tre mesi e poi mi lasciano a casa. Dicono che questi tempi sono duri per tutti ma così non ce la faccio più ad andare avanti, vi prego datemi una mano almeno voi».

Questi sono gli effetti deleteri del capitalismo, un sistema destinato ad implodere su se stesso ed incurante della dignità della persona. Quanti altri casi come quello dell’imprenditore trevigiano dovremo ancora vedere prima che il popolo decida di ribellarsi e cominci a lottare per abbattere la dittatura del Capitale? Purtroppo all’orizzonte non vediamo ancora nulla di buono.

di Alessandro Cavallini