19 ottobre 2010
Ecco perché chi ha talento oggi fa fatica a emergere
Ci sono dei luoghi in cui, per un certo periodo, fioriscono i geni, in seguito torna la mediocrità. Atene fra il 450 e il 350 ospitava figure come Socrate, Platone e Aristotele, poi nulla. L'Italia ha avuto lo splendore del Rinascimento, poi le occupazioni straniere e la decadenza. Alla fine del secolo a Vienna c'erano Freud, Klimt, Mahler poi il deserto. In Francia negli anni Sessanta e Settanta Sartre, Simon de Beauvoir, Levy Strauss, Barthes. Oggi non c'e più nessuno come loro. In tutta Europa la cultura sembra avvizzita.
Perché? Perché non nascono più persone di genio oppure perché il nuovo ambiente non le aiuta a crescere, ad affermarsi, ma le ostacola e valorizza altri tipi di personaggi? Io credo che sia questa la vera causa. Quand'è che fioriscono i geni? Quando la società ha slancio, ottimismo, fame di futuro e quindi di persone competenti e geniali. Come in Italia nel dopoguerra, quando tutti volevano lasciarsi alle spalle la miseria e creare prosperità. Ed erano pronti a lavorare duramente, a prodigarsi. Gli operai lottavano per diventare piccoli imprenditori, gli studenti facevano a gara per sapere di più. I più bravi erano subito richiesti dalle imprese. In una piccola città come Pavia gli studenti universitari più brillanti erano conosciuti da tutti e ricercati dalle ragazze.
Poi è venuta la globalizzazione e una crisi dei sentimenti morali collettivi. Abbiamo una popolazione invecchiata, una economia stagnante, una scuola scadente, una università satellite di quelle anglosassoni, con studenti che non hanno più la passione del sapere. Fra cui si è radicato il devastante convincimento che chi fa bene, chi si prodiga, chi lavora duramente, chi merita, non verrà ricompensato, non avrà successo. Mentre riuscirà chi è spregiudicato, chi appare in televisione, chi trova protezioni politiche.
Si è diffusa l'idea che siamo in una «società liquida» in cui non conta ciò che hai fatto, non valgono la lealtà, la parola data. Cosa non vera perché se non resistessero questi valori la società smetterebbe di funzionare. E anche nel lavoro vediamo che i giovani preparati, pronti a lavorare e ad adattarsi, lo trovano. Ma con più fatica. Come fa più fatica chi ha grandi doti e si trova in un ambiente culturale che non lo aiuta e non lo capisce. Per riuscire deve avere una grande fede, un grande ideale e una fiducia di fondo nella natura umana per vincere ogni giorno la sfiducia, il cinismo, l'indifferenza di chi lo circonda.
di Francesco Alberoni
17 ottobre 2010
Il Fondo Monetario Internazionale ammette che l'Occidente è bloccato

Il rapporto del FMI "Will It Hurt? Macroeconomic Effects of Fiscal Consolidation" (“Farà male? Effetti macroeconomici del consolidamento fiscale” ndt.) sostiene implicitamente che l'austerity farà più danni di quanti non siano stati riconosciuti finora.
Normalmente, un restringimento dell'1% del PIL in un paese porta a una perdita di crescita dello 0,5% dopo due anni. E' tutta un'altra storia se il restringimento si ha quando mezzo pianeta è in difficoltà. La mancata crescita sarebbe doppia se i tassi di interesse fossero già azzerati, e se tutti riducessero le spese contemporaneamente.
"Non tutti i paesi possono ridurre il valore della loro valuta e aumentare le esportazioni nette contemporaneamente", si dice nel rapporto. Joe Stiglitz, l'economista insignito del Nobel, va oltre avvertendo che potrebbe succedere un pandemonio in tutta l'Europa contemporaneamente, e ciò darebbe il via a una "spirale di morte".
Nella foto: lo sciopero generale spagnolo della settimana scorsa
Il Fondo Monetario dice anche che il danno raddoppia per quegli stati che non possono tagliare i tassi o svalutare - pensate alla Spagna, al Portogallo, all'Irlanda, alla Grecia e all'Italia, intrappolate nell'unione economico-monetaria con tassi di cambio sopravvalutati.
"La caduta di valore di una valuta gioca un ruolo fondamentale nell'attutire l'impatto. Il risultato rispecchia quanto previsto dalla teoria di Mundell-Fleming, ovvero che i moltiplicatori fiscali sono maggiori nelle economie con regimi di tasso di cambio fisso." Proprio così.
E va da sé che i tagli di spesa in una crisi sono perfidi o controproducenti. La Gran Bretagna seguì questa strada dopo l'abbandono del gold standard nel 1931, e degli ERM (accordi europei di cambio ndt.) nel 1992, in entrambi i casi con successo. La Banca di Inghilterra, indipendente, riuscì a tagliare i tassi di interesse. La sterlina crollò. Il punto cardine è la possibilità di controbilanciare i tagli al bilancio.
Ma allo stesso modo è erroneo citare la scelta dell'austerity come rimedio alla crisi nel caso del Canada, e della Scandinavia degli anni Novanta - come fa la Banca Centrale Europea - per fornire una prova del fatto che i tagli al bilancio aprono la via della ripresa. Questi paesi poterono esportare in un mondo in crescita. Poterono abbassare i tassi di interesse ed erano nazioni abbastanza poco importanti da riuscire a fare svalutazioni egoistiche senza attrarre l'attenzione. Allora non eravamo nella "guerra delle valute" del Nuovo Ordine Mondiale.
Comunque sia, è chiaro che l'Europa meridionale non si riprenderà per molto tempo. Il premier portoghese Jose Socrates ha appena svelato il suo ultimo pacchetto austerity. Si è arreso ai tagli di stipendi. Ci sarà un aumento dell'IVA dal 21% al 23%, e un congelamento delle pensioni e dei progetti. I sindacati hanno indetto uno sciopero generale per il mese prossimo.
Socrates ha già perso la sua maggioranza socialista, perdendo parte della sua base per l'estrema sinistra del Bloco. Deve fare affidamento sulla futura acquiescenza dei conservatori. Citigroup ha asserito che la stretta fiscale sarà del 3% del PIL l'anno prossimo. Quindi, secondo lo schema del FMI, ciò implica una perdita di crescita del 3%. Dato che non c'è stata alcuna crescita, significa che ci sarà una contrazione.
In Spagna c'è stato uno sciopero generale la settimana scorsa. Il coraggioso ministro delle Finanze Elena Salgado, non ha battuto ciglio. "Manterremo la nostra politica economica" ha affermato. Ci sarà un altro doloroso budget nel 2011, con un taglio alle spese ministeriali del 16%.
La Salgado ha escluso qualsiasi rischio di ricaduta nella recessione. Ma la Banca di Spagna teme una contrazione dell'economia nel terzo trimestre.
La lezione degli anni Trenta ci insegna che la politica può diventare terribile se la crisi giunge al terzo anno, e gli elettori perdono la fiducia nella ripresa promessa. La disoccupazione ha già raggiunto il 20% in Spagna. Se la Salgado ha torto, la società spagnola si troverà di fronte a uno stress test.
Gli eventi sembrano seguire uno schema - prima in Irlanda, poi in Grecia e in Portogallo - dove i tagli non riescono a chiudere i deficit velocemente come previsto. L'austerity stessa erode le entrate fiscali. I paesi sono in un circolo vizioso.
Il resto dell'Unione monetaria non aiuta. La Francia e l'Italia taglieranno dell'1,6% del PIL l'anno prossimo. La stretta in Germania inizierà davvero nel 2011.
Dati i rischi, ci si aspetterebbe che la BCE fosse pronta a intervenire con sostegni economici. Ma invece no, mentre le banche centrali degli Stati Uniti, del Regno Unito, del Giappone sono abbastanza spaventate da riflettere sulla necessità di una iniezione di moneta fresca, Francoforte si gloria della sua strategia di uscita. Rischia di ripetere l'errore del luglio 2008, quando la BCE alzò i tassi nonostante la crisi.
La BCE sta ritirando le sue strutture di prestito per le banche dell'eurozona, incurante dei pericoli per le banche spagnole, portoghesi, irlandesi e greche, che hanno preso in prestito 362 miliardi, e i pericoli per i loro governi. Queste banche hanno utilizzato il denaro per comprare titoli di stato, sfruttando il carry trade interno per ottenere maggiori guadagni. In altre parole, la BCE sta erodendo ciò che tiene in piedi l'Europa meridionale.
Si deve concludere che la BCE se ne lava le mani, scaricando il problema sulle autorità fiscali attraverso il fondo di sostegno da 440 miliardi dell'UE. Significa andare incontro al proprio destino.
Chi crede che gli alpinisti dell'unione economica, legati insieme alla parete nord dell'Eiger, siano abbastanza forti da tenersi alla fune nel caso in cui uno dopo l'altro perdessero la presa sul ghiaccio?
Titolo originale: "IMF admits that the West is stuck in near depression "
di Ambrose Evans-Pritchard
16 ottobre 2010
Denaro finito (da un pezzo).

Altro che summit, comunicati, e ire nella Maggioranza. Casse vuote, spesa in ascesa. Il resto è fuffa e comunicati ridicoli
Il discorso è di una chiarezza disarmante: non ci sono soldi. Inutile che la Gelmini faccia la stizzita (slitta la sua sedicente riforma) che ci si straccino le vesti all'interno del governo, che vengano fatti ridicoli summit estemporanei tra Berlusconi e Tremonti. Al massimo, in un incontro del genere, si può abbozzare una strategia non tanto per trovare denaro, quanto per trovare il modo di nascondere all'opinione pubblica - anzi, all'opinione popolare - la realtà. Cosa comune, del resto, ultimamente.
Realtà che è la seguente: il debito pubblico italiano cresce e le entrate sono in calo. Sembra di leggere i dati e i trend della Grecia, eppure siamo da noi. Ma la dinamica è quasi la stessa. Inutile sperare nei sacrifici degli italiani per ripianare un debito pubblico in forte, costante e sistemica ascesa nel momento in cui nel nostro paese lavoro e salari scarseggiano e dunque anche gli ingressi delle entrate tributarie. Non solo "la festa è finita", ma è il metodo proprio a non poter funzionare.
Dunque tagli, of course. Che già ci sono, pesanti, nell'istruzione, nella sanità e in tutti gli altri servizi. E che ci saranno sempre di più. Per un motivo semplice - che i lettori del Ribelle hanno messo a fuoco da tempo: questa non è una crisi interna al sistema, ma una crisi del sistema stesso. La cura non può essere variando alcune regole interne - con il classico, e comunque mai messo in pratica, riformismo - quanto quello di cambiare proprio paradigma. Di vita ancora prima che economico.
Se dobbiamo andare a Milano e abbiamo il serbatoio mezzo vuoto, non si può partire comunque e sperare di arrivarci in qualche modo, magari consumando meno. Si deve proprio cambiare mezzo e sistema di propulsione, altrimenti non arriveremo mai. Elementare, Watson.
Tanto elementare da non essere preso in considerazione, perché farlo imporrebbe di ripensare il tutto. Troppo, per una classe politica italiana che in primo luogo è ininfluente riguardo quanto accade a livello sistemico, in secondo luogo è inadeguata a pensare qualsivoglia visione del mondo. Figuariamoci a metterla in atto.
L'aggravante, oltre la situazione attuale, è che se passeranno le regole Ue che vogliono rigidi limiti al rapporto deficit/pil (3%) e alla riduzione del debito pubblico (non oltre il 60%) la cifra annuale - ogni anno fino a obiettivo raggiunto - che il governo italiano dovrà rastrellare per rispettare i parametri è nulla rispetto a quanto fatto da ogni singola Finanziaria. Se così sarà - e sarà: le agenzie di rating e gli speculatori sono già pronti con la bava alla bocca - le misure prese sino a qui in Italia, le una tantum più varie & avariate, sono nulla in confronto a ciò che ci aspetta. Con tutto quello che ne consegue.
E beninteso, nessun governo, nessun politico tra quelli attuali appare in grado di poter offrire una soluzione. Altro che elezioni anticipate: il cerino, in altre parole, brucia.
Una delle cose che ogni cittadino può - e deve - fare tanto per iniziare, è prendere coscienza reale della situazione. Ed evitare nella maniera più assoluta di credere a chi continua imperterrito, malgrado l'evidenza, a sostenere improbabili uscite dalla crisi...
di Valerio Lo Monaco
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19 ottobre 2010
Ecco perché chi ha talento oggi fa fatica a emergere
Ci sono dei luoghi in cui, per un certo periodo, fioriscono i geni, in seguito torna la mediocrità. Atene fra il 450 e il 350 ospitava figure come Socrate, Platone e Aristotele, poi nulla. L'Italia ha avuto lo splendore del Rinascimento, poi le occupazioni straniere e la decadenza. Alla fine del secolo a Vienna c'erano Freud, Klimt, Mahler poi il deserto. In Francia negli anni Sessanta e Settanta Sartre, Simon de Beauvoir, Levy Strauss, Barthes. Oggi non c'e più nessuno come loro. In tutta Europa la cultura sembra avvizzita.
Perché? Perché non nascono più persone di genio oppure perché il nuovo ambiente non le aiuta a crescere, ad affermarsi, ma le ostacola e valorizza altri tipi di personaggi? Io credo che sia questa la vera causa. Quand'è che fioriscono i geni? Quando la società ha slancio, ottimismo, fame di futuro e quindi di persone competenti e geniali. Come in Italia nel dopoguerra, quando tutti volevano lasciarsi alle spalle la miseria e creare prosperità. Ed erano pronti a lavorare duramente, a prodigarsi. Gli operai lottavano per diventare piccoli imprenditori, gli studenti facevano a gara per sapere di più. I più bravi erano subito richiesti dalle imprese. In una piccola città come Pavia gli studenti universitari più brillanti erano conosciuti da tutti e ricercati dalle ragazze.
Poi è venuta la globalizzazione e una crisi dei sentimenti morali collettivi. Abbiamo una popolazione invecchiata, una economia stagnante, una scuola scadente, una università satellite di quelle anglosassoni, con studenti che non hanno più la passione del sapere. Fra cui si è radicato il devastante convincimento che chi fa bene, chi si prodiga, chi lavora duramente, chi merita, non verrà ricompensato, non avrà successo. Mentre riuscirà chi è spregiudicato, chi appare in televisione, chi trova protezioni politiche.
Si è diffusa l'idea che siamo in una «società liquida» in cui non conta ciò che hai fatto, non valgono la lealtà, la parola data. Cosa non vera perché se non resistessero questi valori la società smetterebbe di funzionare. E anche nel lavoro vediamo che i giovani preparati, pronti a lavorare e ad adattarsi, lo trovano. Ma con più fatica. Come fa più fatica chi ha grandi doti e si trova in un ambiente culturale che non lo aiuta e non lo capisce. Per riuscire deve avere una grande fede, un grande ideale e una fiducia di fondo nella natura umana per vincere ogni giorno la sfiducia, il cinismo, l'indifferenza di chi lo circonda.
di Francesco Alberoni
17 ottobre 2010
Il Fondo Monetario Internazionale ammette che l'Occidente è bloccato

Il rapporto del FMI "Will It Hurt? Macroeconomic Effects of Fiscal Consolidation" (“Farà male? Effetti macroeconomici del consolidamento fiscale” ndt.) sostiene implicitamente che l'austerity farà più danni di quanti non siano stati riconosciuti finora.
Normalmente, un restringimento dell'1% del PIL in un paese porta a una perdita di crescita dello 0,5% dopo due anni. E' tutta un'altra storia se il restringimento si ha quando mezzo pianeta è in difficoltà. La mancata crescita sarebbe doppia se i tassi di interesse fossero già azzerati, e se tutti riducessero le spese contemporaneamente.
"Non tutti i paesi possono ridurre il valore della loro valuta e aumentare le esportazioni nette contemporaneamente", si dice nel rapporto. Joe Stiglitz, l'economista insignito del Nobel, va oltre avvertendo che potrebbe succedere un pandemonio in tutta l'Europa contemporaneamente, e ciò darebbe il via a una "spirale di morte".
Nella foto: lo sciopero generale spagnolo della settimana scorsa
Il Fondo Monetario dice anche che il danno raddoppia per quegli stati che non possono tagliare i tassi o svalutare - pensate alla Spagna, al Portogallo, all'Irlanda, alla Grecia e all'Italia, intrappolate nell'unione economico-monetaria con tassi di cambio sopravvalutati.
"La caduta di valore di una valuta gioca un ruolo fondamentale nell'attutire l'impatto. Il risultato rispecchia quanto previsto dalla teoria di Mundell-Fleming, ovvero che i moltiplicatori fiscali sono maggiori nelle economie con regimi di tasso di cambio fisso." Proprio così.
E va da sé che i tagli di spesa in una crisi sono perfidi o controproducenti. La Gran Bretagna seguì questa strada dopo l'abbandono del gold standard nel 1931, e degli ERM (accordi europei di cambio ndt.) nel 1992, in entrambi i casi con successo. La Banca di Inghilterra, indipendente, riuscì a tagliare i tassi di interesse. La sterlina crollò. Il punto cardine è la possibilità di controbilanciare i tagli al bilancio.
Ma allo stesso modo è erroneo citare la scelta dell'austerity come rimedio alla crisi nel caso del Canada, e della Scandinavia degli anni Novanta - come fa la Banca Centrale Europea - per fornire una prova del fatto che i tagli al bilancio aprono la via della ripresa. Questi paesi poterono esportare in un mondo in crescita. Poterono abbassare i tassi di interesse ed erano nazioni abbastanza poco importanti da riuscire a fare svalutazioni egoistiche senza attrarre l'attenzione. Allora non eravamo nella "guerra delle valute" del Nuovo Ordine Mondiale.
Comunque sia, è chiaro che l'Europa meridionale non si riprenderà per molto tempo. Il premier portoghese Jose Socrates ha appena svelato il suo ultimo pacchetto austerity. Si è arreso ai tagli di stipendi. Ci sarà un aumento dell'IVA dal 21% al 23%, e un congelamento delle pensioni e dei progetti. I sindacati hanno indetto uno sciopero generale per il mese prossimo.
Socrates ha già perso la sua maggioranza socialista, perdendo parte della sua base per l'estrema sinistra del Bloco. Deve fare affidamento sulla futura acquiescenza dei conservatori. Citigroup ha asserito che la stretta fiscale sarà del 3% del PIL l'anno prossimo. Quindi, secondo lo schema del FMI, ciò implica una perdita di crescita del 3%. Dato che non c'è stata alcuna crescita, significa che ci sarà una contrazione.
In Spagna c'è stato uno sciopero generale la settimana scorsa. Il coraggioso ministro delle Finanze Elena Salgado, non ha battuto ciglio. "Manterremo la nostra politica economica" ha affermato. Ci sarà un altro doloroso budget nel 2011, con un taglio alle spese ministeriali del 16%.
La Salgado ha escluso qualsiasi rischio di ricaduta nella recessione. Ma la Banca di Spagna teme una contrazione dell'economia nel terzo trimestre.
La lezione degli anni Trenta ci insegna che la politica può diventare terribile se la crisi giunge al terzo anno, e gli elettori perdono la fiducia nella ripresa promessa. La disoccupazione ha già raggiunto il 20% in Spagna. Se la Salgado ha torto, la società spagnola si troverà di fronte a uno stress test.
Gli eventi sembrano seguire uno schema - prima in Irlanda, poi in Grecia e in Portogallo - dove i tagli non riescono a chiudere i deficit velocemente come previsto. L'austerity stessa erode le entrate fiscali. I paesi sono in un circolo vizioso.
Il resto dell'Unione monetaria non aiuta. La Francia e l'Italia taglieranno dell'1,6% del PIL l'anno prossimo. La stretta in Germania inizierà davvero nel 2011.
Dati i rischi, ci si aspetterebbe che la BCE fosse pronta a intervenire con sostegni economici. Ma invece no, mentre le banche centrali degli Stati Uniti, del Regno Unito, del Giappone sono abbastanza spaventate da riflettere sulla necessità di una iniezione di moneta fresca, Francoforte si gloria della sua strategia di uscita. Rischia di ripetere l'errore del luglio 2008, quando la BCE alzò i tassi nonostante la crisi.
La BCE sta ritirando le sue strutture di prestito per le banche dell'eurozona, incurante dei pericoli per le banche spagnole, portoghesi, irlandesi e greche, che hanno preso in prestito 362 miliardi, e i pericoli per i loro governi. Queste banche hanno utilizzato il denaro per comprare titoli di stato, sfruttando il carry trade interno per ottenere maggiori guadagni. In altre parole, la BCE sta erodendo ciò che tiene in piedi l'Europa meridionale.
Si deve concludere che la BCE se ne lava le mani, scaricando il problema sulle autorità fiscali attraverso il fondo di sostegno da 440 miliardi dell'UE. Significa andare incontro al proprio destino.
Chi crede che gli alpinisti dell'unione economica, legati insieme alla parete nord dell'Eiger, siano abbastanza forti da tenersi alla fune nel caso in cui uno dopo l'altro perdessero la presa sul ghiaccio?
Titolo originale: "IMF admits that the West is stuck in near depression "
di Ambrose Evans-Pritchard
16 ottobre 2010
Denaro finito (da un pezzo).

Altro che summit, comunicati, e ire nella Maggioranza. Casse vuote, spesa in ascesa. Il resto è fuffa e comunicati ridicoli
Il discorso è di una chiarezza disarmante: non ci sono soldi. Inutile che la Gelmini faccia la stizzita (slitta la sua sedicente riforma) che ci si straccino le vesti all'interno del governo, che vengano fatti ridicoli summit estemporanei tra Berlusconi e Tremonti. Al massimo, in un incontro del genere, si può abbozzare una strategia non tanto per trovare denaro, quanto per trovare il modo di nascondere all'opinione pubblica - anzi, all'opinione popolare - la realtà. Cosa comune, del resto, ultimamente.
Realtà che è la seguente: il debito pubblico italiano cresce e le entrate sono in calo. Sembra di leggere i dati e i trend della Grecia, eppure siamo da noi. Ma la dinamica è quasi la stessa. Inutile sperare nei sacrifici degli italiani per ripianare un debito pubblico in forte, costante e sistemica ascesa nel momento in cui nel nostro paese lavoro e salari scarseggiano e dunque anche gli ingressi delle entrate tributarie. Non solo "la festa è finita", ma è il metodo proprio a non poter funzionare.
Dunque tagli, of course. Che già ci sono, pesanti, nell'istruzione, nella sanità e in tutti gli altri servizi. E che ci saranno sempre di più. Per un motivo semplice - che i lettori del Ribelle hanno messo a fuoco da tempo: questa non è una crisi interna al sistema, ma una crisi del sistema stesso. La cura non può essere variando alcune regole interne - con il classico, e comunque mai messo in pratica, riformismo - quanto quello di cambiare proprio paradigma. Di vita ancora prima che economico.
Se dobbiamo andare a Milano e abbiamo il serbatoio mezzo vuoto, non si può partire comunque e sperare di arrivarci in qualche modo, magari consumando meno. Si deve proprio cambiare mezzo e sistema di propulsione, altrimenti non arriveremo mai. Elementare, Watson.
Tanto elementare da non essere preso in considerazione, perché farlo imporrebbe di ripensare il tutto. Troppo, per una classe politica italiana che in primo luogo è ininfluente riguardo quanto accade a livello sistemico, in secondo luogo è inadeguata a pensare qualsivoglia visione del mondo. Figuariamoci a metterla in atto.
L'aggravante, oltre la situazione attuale, è che se passeranno le regole Ue che vogliono rigidi limiti al rapporto deficit/pil (3%) e alla riduzione del debito pubblico (non oltre il 60%) la cifra annuale - ogni anno fino a obiettivo raggiunto - che il governo italiano dovrà rastrellare per rispettare i parametri è nulla rispetto a quanto fatto da ogni singola Finanziaria. Se così sarà - e sarà: le agenzie di rating e gli speculatori sono già pronti con la bava alla bocca - le misure prese sino a qui in Italia, le una tantum più varie & avariate, sono nulla in confronto a ciò che ci aspetta. Con tutto quello che ne consegue.
E beninteso, nessun governo, nessun politico tra quelli attuali appare in grado di poter offrire una soluzione. Altro che elezioni anticipate: il cerino, in altre parole, brucia.
Una delle cose che ogni cittadino può - e deve - fare tanto per iniziare, è prendere coscienza reale della situazione. Ed evitare nella maniera più assoluta di credere a chi continua imperterrito, malgrado l'evidenza, a sostenere improbabili uscite dalla crisi...
di Valerio Lo Monaco
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