22 febbraio 2012

Mosca e la formazione del Nuovo Sistema Mondiale





Imad Fawzi Shueibi esamina le ragioni e le conseguenze della recente posizione presa dalla Russia al Consiglio di Sicurezza. L’appoggio di Mosca alla Siria non è una posa ma il risultato di un’analisi approfondita dei mutevoli equilibri dei potere globali. La crisi in corso darà vita ad una nuova configurazione mondiale che dal modello unipolare, ereditato dopo il crollo dell’URSS, si evolverà gradualmente verso un sistema multipolare. Inevitabilmente, questa transizione coinvolgerà il mondo in un periodo di turbolenza geopolitica le cui ripercussioni vengono vagliate dall’autore.

1-3321-c1232Alcuni scommettono che, come d’abitudine, avverrà un cambiamento nella posizione russa verso la regione araba, simile a quello che avvenne nel caso iracheno e in quello libico. Tuttavia, quest’ipotesi può essere esclusa da una profonda analisi della posizione russa, per le considerazioni che seguono. Sembra che la regressione russa non sia possibile nel mondo d’oggi, dato che Mosca vede negli attuali eventi, e nel confronto con l’Occidente, ossia con gli europei e gli statunitensi, un’opportunità per formare un nuovo ordine mondiale, che superi quello che ha prevalso nel periodo post-Guerra Fredda e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quest’ultimo, rappresentato dall’unipolarismo, ha si è spostato verso il non-polarismo dopo la guerra in Libano del 2006.

Vladimir Putin ha espresso quest’idea in un messaggio del 14 gennaio 2012, nel quale ha annunciato che stiamo assistendo alla formazione d’un nuovo ordine, diverso dall’unipolarismo. Ciò significa che Mosca andrà fino in fondo negli sforzi per impedire che tale processo sia scavalcato: anche fino ad un conflitto. La dichiarazione del Ministero degli Esteri russo, secondo cui l’Occidente commetterebbe un grave errore se attaccasse l’Iran (seguita da quella di Putin per cui, se l’Occidente tentasse azioni unilaterali, la Russia non rimarrebbe inerte ma reagirebbe con forza), non è altro che un ultimatum. Mosca, infatti, non accetterà nessun accordo, tipo quelli presi a proposito dell’Iraq o della Libia. Oggi tutto tende a un nuovo ordine mondiale, che accompagna il ritiro strategico americano dall’Iraq: il presidente Barack Obama ha annunciato la diminuzione delle forze statunitense da 750.000 a 490.000 unità e la riduzione del bilancio per la difesa a 450 miliardi di dollari.

Ciò comporterà l’incapacità di lanciare due operazioni militari nello stesso tempo, ma avvia il confronto con la Cina nel Sudest asiatico, che si sta lavorando ad armare. Il 7 gennaio 2012 Pechino ha risposto dichiarando che “Washington non è più in grado d’impedire al Sole cinese di sorgere”. Washington sta ricommettendo la follia d’affrontare la Cina, avendo perso la battaglia con Mosca su molti fronti, sia nel gioco del gas in Turkmenistan ed Iran, sia sulla costa orientale del Mediterraneo (con l’annuncio della nuova strategia Washington si ritira dalla regione, pur impegnandosi a garantire la stabilità e sicurezza del Medio Oriente affermando che rimarrà vigile).

Putin, per quanto riguarda la sua strategia che va al di là dei propositi elettorali, ha scritto quanto segue: “Il mondo è sulla soglia di una fase di disordine che sarà lunga e dolorosa”. Quindi, Putin afferma decisamente che la Russia non inseguirà le illusioni del sistema unipolare che sta crollando, e che non potrà garantire la stabilità mondiale in un momento in cui gli altri centri d’influenza non sono ancora pronti per assumersi quest’onere. In altre parole, siamo di fronte ad un lungo periodo di confronto con il sistema unipolare, destinato a durare fin quando le altre potenze influenti non cementeranno un Nuovo Ordine Mondiale.

Di solito, gli Statunitensi si ritirano quando le loro prospettive di successo non sono né rapide né certe. Sanno molto bene quanto la loro economia stia deteriorandosi e quanto ininfluente stia diventando la loro forza militare, soprattutto dopo aver perso prestigio ricorrendo troppo allo strumento bellico. Putin, pur realizzando che il tempo non sta scorrendo all’indietro, invita i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del G8 e del G20 a fermare qualsiasi possibilità d’emergere di tensioni etniche e sociali o di forze distruttive che pongano una minaccia alla sicurezza mondiale. Questa è una chiara indicazione del rifiuto della presenza di tendenze religiose nelle posizioni decisionali e dei gruppi armati non statali. Questi gruppi Putin li indica chiaramente come alleati degli Stati che stanno esportando la democrazia militarmente e tramite coercizione. Mosca, quindi, non si risparmierà nel fronteggiare tali tendenze politiche e questi gruppi armati. Il Primo ministro russo conclude affermando che la violazione del diritto internazionale non è più giustificabile, anche se dietro ci fossero buone intenzioni. Ciò significa che i russi non accetteranno nessun tentativo da parte della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti di sostituire il principio di sovranità con quello d’intervento umanitario.

In realtà, gli USA non si possono completamente ritirare dal Medio Oriente. Stanno semplicemente disponendo l’area per una “guerra per procura”. Ciò accade in un momento in cui Putin ammette che le potenze emergenti non sono ancora pronte a prendere la loro posizione nel nuovo mondo non unipolare. Tali potenze emergenti sono la Cina, l’India, ed in generale gli stati dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Questo implica quanto segue:

  • Il mondo di oggi sarà più non-polarizzato di quanto lo è stato durante il periodo 2006-2011.
  • I conflitti saranno caratterizzati dall’essere globali, ma ci sarà un linguaggio che si intensificherà fino ad arrivare sull’orlo del baratro; avvisando dunque che tutto il mondo sarà a rischio di scivolarvi dentro.
  • La regola secondo cui le super potenze non muoiono nel letto, è una regola che richiama alla cautela a causa dei rischi di fughe in avanti; soprattutto quando una super potenza si trova al di fuori del sistema principale a cui era stata abituata fin dalla Seconda Guerra Mondiale, e le sue opzioni si troveranno dunque ad oscillare tra il fare la guerra e l’innalzare la tensione nelle aree d’influenza altrui. Finché la guerra tra super potenze è resa difficile, se non impossibile, dagli armamenti nucleari, l’aumento delle tensioni o l’avvio di guerre per procura diventano alternative per i conflitti per (auto)fortificarsi sul piano internazionale. C’è anche l’opzione di una ridistribuzione soddisfacente delle zone d’influenza secondo una nuova Jalta. Oggi è fuori discussione, ma in futuro chissà: nulla può essere escluso per sempre nell’azione politica. Esiste una regola secondo cui è possibile sconfiggere una superpotenza, ma è preferibile non farlo. Meglio piuttosto permetterle di salvarsi la faccia e far coabitare le nuove e le vecchie superpotenze. Ciò è avvenuto con Francia e Gran Bratagna dopo la Seconda Guerra Mondiale.
  • La massima preoccupazione è per la continuità dello status quo che tracima la ferocia della Guerra Fredda, differenziandosi però per gli strumenti utilizzati finché gli Stati del Patto di Shanghai non saranno in grado di prendere le loro posizioni. Ciò significa che le zone di conflitto (Corea, Iran e Siria) saranno oggetto di un logoramento a lungo termine, che nel linguaggio della politica contemporanea può essere letto come “apertura” sull’effetto domino; cioè apertura all’incalcolabile e senza precedenti, e passaggio da lotte limitate a conflitti più azzardati. É certo che i paesi coinvolti nella scontro saranno quelli coinvolti nella spartizione, e che la ripartizione internazionale non dovrà necessariamente avvenire a loro spese, in quanto fanno parte della lotta. Tutti gli altri paesi staranno ai margini dello scontro oppure diventeranno strumenti di tale scontro, oggetti della spartizione. Viste le regole della lotta internazionale (tra cui quella per cui il coinvolgimento è parte della spartizione), tali paesi non perdono l’iniziativa né la libertà di decisione ed azione; essi devono seguire il principio della fermezza, una regola basilare nella gestione delle crisi.
  • La realtà è che la gestione delle crisi sarà la regola che informerà la fase in arrivo, che potrebbe durare per anni. Tuttavia, il rischio è che si gestiscano le crisi con altre crisi, focalizzandosi su regioni instabili come il Mediterraneo Orientale e l’Asia Sudorientale.

di Imad Fawzi Shueibi
Traduzione di Serena Bonato - Imad Fawzi Shueibi è presidente del Centro di Studi Strategici di Damasco.

20 febbraio 2012

Monti arbitro venduto




monti-time276171Forse abbiamo perso i giochi olimpici del 2020 ma le gare olimpioniche di autolesionismo sono tutte nostre. Il rush finale dell’imbecillità e della codardia ci vede sempre primi al traguardo, mentre siamo costantemente ultimi nella maratona del successo e della gloria. Consoliamoci, quindi, con il premio disciplina e con i riconoscimenti al fair play di cui Monti ha fatto incetta in Europa e nel mondo, grazie al suo loden nero e al suo modo di dirigere questa partita truccata come un arbitro venduto. L’operazione Roma 2020 secondo il Premier costerebbe troppo e ci sarebbero grossi rischi di non riuscire a coprire le spese. Poi però apprendiamo dai giornali e dalle fonti ufficiali che si buttano mld di euro nelle missioni militari all’estero, tutte riconfermate, le quali ci vedono immancabilmente gregari degli altri e quindi mai trionfatori ed incassatori di reali riconoscimenti. Solo medaglie di consolazione per aver aiutato i nostri partners a stravincere, anche a nostro danno. Come dire, pacche sulle spalle e prese per il culo, o se più vi piace, due pesi e due miserie corrispondenti per una nazione specialista nel lancio del martello sui coglioni. Evidentemente, da secchione qual è, Monti si disinteressa dello sport e dell’educazione fisica alla quale preferisce l’educazione e basta per marcare la differenza tra il buontemponismo superficiale di chi lo ha preceduto ed il suo mirabile bon ton. I mercati gradiscono poiché la sua moderazione istituzionale si traduce in inchini alle borse e adesioni incondizionate ai diktat degli organismi internazionali che hanno scommesso sulla disfatta dell’Italia, preparandosi a fare man bassa di trofei pubblici nel nostro Paese. Ha ragione l’economista La Grassa quando parla di pura propaganda dei tecnici in queste vicende che sono orientate a “creare ulteriore confusione e rottura del tessuto nazionale. Quelli di ‘Roma ladrona’ gongoleranno. Al centro-sud si incazzeranno. Si conferma che questo governo corrisponde in pieno, con l’altrettanta piena complicità del centro-destra berlusconiano, al disegno americano di creare pantano e palude dove appena si può. Non siamo al divide et impera per un disegno coloniale del tipo inglese ottocentesco, ma per diffondere il massimo marasma possibile: tutti contro tutti, un disfacimento molecolare, un pullulare di bande in un ambiente sempre più fatiscente e invivibile, magari tipo Blade Runner, in cui si scatenerà la caccia ai replicanti”. Tuttavia in qualcosa Monti è davvero un campione imbattibile, è l’asso assoluto delle trasvolate transoceaniche finalizzate a riportare la vittoria nelle gare di riverenze e di servilismo. Pare che, il Patrick De Gayardon della bergamasca, abbia confidato ai signori di Wall Street di voler tentare una missione no limits: tagliare la spesa statale cominciando dall’impiego pubblico. Non entrerà nel guinness dei primati poiché lo ha anticipato Papademos in Grecia ma il professore giura che sarà ancora più drastico e deciso del suo omologo ellenico. Questa combinata atlantica gli permetterà di scoccare frecce avvelenate contro le inveterate abitudini peninsulari del posto fisso e del reddito bastevole a far fermare il cronometro alla fine del mese. Cambierà gli italiani, lo ha garantito ad Obama come una minaccia e potrebbe anche fare centro perché la finanza speculativa ha reso il Belpaese un bersaglio immobile e facilmente abbattibile. Ma Monti non dimentichi, olimpiadi o meno, che l’unica disciplina sportiva veramente amata dai suoi connazionali è il football. Se fin qui siamo stati fuoriclasse nel tiro al pallone, potremmo diventare eccellenti anche in quello al pallone gonfiato. Pallonaro avvisato mezzo sgonfiato.

di Gianni Petrosillo

19 febbraio 2012

Il piano "solo". Il colpo di stato "democratico" e atlantista dell'Arma dei carabinieri

Il cosiddetto “Piano Solo” – che prevedeva il solo utilizzo dell’Arma dei Carabinieri per il tentativo di colpo di Stato preparato nei primi anni Sessanta dal Gen. De Lorenzo per imporre una svolta autoritaria ed una politica “di destra” maggiormente allineata con i desiderata atlantici – rappresentò il primo vero tentativo golpista elaborato da ambienti militari nell’Italia del secondo dopoguerra.

La situazione internazionale dell’epoca era dominata dal confronto aperto tra i due blocchi contrapposti che facevano riferimento a Stati Uniti e Unione Sovietica. L’Europa, a causa della sconfitta militare subita dall’Asse e dalla seguente divisione bipolare, diventò ben presto uno dei terreni di conflitto a bassa intensità che opponevano le due superpotenze.

La spartizione bipolare USA-URSS determinata dagli accordi di Yalta del 1945 avrebbe caratterizzato un arco storico di circa mezzo secolo noto come “guerra fredda”.

Per comprendere realmente ciò che questo periodo ha rappresentato per il Vecchio Continente, privato da allora di una politica autonoma, della propria sovranità e ridotto a mera appendice dell’impero americano, la situazione italiana appare esemplare.

L’Italia era uscita dissanguata dal lungo conflitto mondiale che aveva portato ad una guerra civile tra italiani dopo la costituzione di due distinti Stati (la Repubblica Sociale al nord e l’effimero Regno proclamato nelle regioni meridionali dal Re Vittorio Emanuele e dal governo del maresciallo Badoglio dopo il vergognoso voltafaccia dell’8 settembre 1943 data che segnò un vero e proprio trauma nella coscienza civile di un paese che da quel momento non avrebbe mai più avuto alcuna sovranità nazionale).

La cosiddetta guerra di liberazione partigiana combattuta da un eterogeneo fronte di partiti politici italiani sostenuti dalle forze armate d’occupazione anglo-americane aveva messo in luce soprattutto la netta dicotomia esistente tra i movimenti d’ispirazione cattolica e liberale che proponevano un assetto democratico filo-occidentale per il dopoguerra e il Partito Comunista il quale rispondeva alle direttive provenienti da Mosca ed era determinato ad approfittare del conflitto per i propri interessi i quali avrebbero portato all’instaurazione di un regime sul modello sovietico come avverrà in tutti i paesi appartenenti al blocco orientale influenzato e sottomesso militarmente dall’URSS.

All’indomani della guerra i comunisti ed i loro alleati socialisti accettarono le regole democratiche, parteciparono alla Costituente e diventarono forza di governo alleata ai democristiani nei primi esecutivi post-bellici.

La situazione sarebbe presto andata modificandosi con l’avvicinarsi delle prime elezioni legislative fissate per l’aprile 1948 che vedranno una radicalizzazzazione del confronto tra la DC ed il cosiddetto “Fronte Popolare” delle sinistre. Una campagna elettorale che si palesò come un autentico conflitto ideologico tra gli alleati degli Stati Uniti e le formazioni socialcomuniste legate a Mosca.

Washington sosterrà finanziariamente e mobiliterà i suoi apparati per consentire la vittoria, risultata schiacciante, della Democrazia Cristiana che – peraltro – godette del sostegno incondizionato di un inedito schieramento di forze interessate a mantenere il paese all’interno della sfera d’influenza americana evitando pericolose derive verso il blocco orientale egemonizzato da Mosca.

La Chiesa, gli ambienti industriali, la Massoneria e la Mafia furono in prima linea durante quella campagna elettorale – e successivamente per tutti i successivi quarant’anni di monopolio politico democristiano – che sancirà la sconfitta delle forze d’ispirazione marxista.

La democrazia italiana da allora e fino agli anni Novanta apparirà un sistema politico bloccato all’interno del quale il partito di maggioranza relativa,la DC, – uno tra i più corrotti di tutta l’Europa occidentale – manterrà la propria autorità attraverso le alleanze con i partiti laici minori (PLI, PRI, PSDI) e, dai primi anni Sessanta in poi, grazie al sostegno del PSI che aderirà a quella formula di centro-sinistra riformista e progressista che continuava ad escludere i comunisti dall’area di governo.

L’esclusione del PCI dal potere centrale (ai comunisti venne concessa l’amministrazione di importanti regioni soprattutto nell’Italia centrale dove più forte era la loro base elettorale ma dove si sarebbero concentrate anche importanti unità militari nazionali e NATO) rappresentò una costante che caratterizzerà tutta la politica italiana da allora sottomessa alle volontà provenienti dagli Stati Uniti in una posizione di sottomissione propria di una sorta di protettorato neo-coloniale con una casta di politici servili alle direttive provenienti dai centri studi d’oltre Atlantico e dalle amministrazioni al potere a Washington.

“L’importanza di tener lontani i comunisti dal governo in Italia – scrive Philip Willan (1) – non era solo determinata dalla presenza nel paese delle basi militari Nato o dalla sua posizione strategica. Il trattato di Yalta del 1945 aveva sancito la divisione dell’Europa in due blocchi geopolitici. Molti opinionisti in Italia attribuiscono il mantenimento di un tacito accordo tra le superpotenze circa la libertà di controllo sulle aree di reciproca influenza proprio a quella che chiamano “logica di Yalta”. Gli americani, secondo questa interpretazione, non avrebbero interferito nell’invasione sovietica della Cecoslovacchia e dell’Ungheria e, conseguentemente, non avrebbero tollerato l’ingresso di un partito comunista nel governo di un paese occidentale. (…) Quando alla fine degli anni Settanta si avanzò l’ipotesi di una coalizione di governo tra democristiani e comunisti, il governo sovietico e quello americano si allertarono, anche se per motivi diversi: i sovietici infatti preferivano che il Pci restasse all’opposizione, piuttosto che vederlo allineato con l’ideologia occidentale in un governo di coalizione.”.

Saranno proprio la fobia statunitense nei confronti di un possibile ingresso comunista nelle stanze del potere che susciterà fin dall’immediato dopoguerra una serie di misure di stretto controllo sulla vita politica italiana e un’ingerenza da parte dei servizi di sicurezza americani che si farà, mano a mano che crescerà la tensione politica, sempre più evidente. Sarà la CIA, coadiuvata dai nostri servizi di sicurezza civili e militari, la principale responsabile di quella strategia della tensione che interesserà un arco temporale che dalla fine degli anni Sessanta traghetterà il paese fino alla metà degli anni Ottanta in un clima di instabilità politico-economica, violenza politica, stragi e attentati che – come scrive correttamente lo stesso storico britannico – hanno rappresentato “l’attacco terroristico più violento e traumatico di qualunque altro paese dell’Occidente europeo, ad eccezione della Spagna e dell’Inghilterra. Fino al 1987 le stragi terroristiche hanno provocato la morte di 356 persone e il ferimento di oltre 1000: questo in un paese confinante con uno stato comunista, la Iugoslavia, che occupa una posizione strategica di dominio nel Mediterraneo e con il Partito Comunista più forte dell’Europa occidentale.” (2)

L’origine di questa vera e propria fobia anticomunista, che avrebbe provocato nei decenni seguenti le strategie della tensione e alimentato la violenza politica nel paese, è da ricercarsi nelle ultime fasi del conflitto mondiale quando Washington iniziò a reclutare – tramite i suoi agenti dell’Ufficio per i servizi speciali (OSS), i precursori dell’odierna CIA – per i propri interessi e la propria strategia post-bellica ex esponenti della RSI.

L’intera struttura informativa della RSI passò quasi in massa al fianco degli anglo-americani fin dal marzo 1945. Altri esponenti di primo piano del regime fascista costituito da Mussolini nel nord del paese sarebbero stati reclutati e salvati da agenti di Washington.

Gli americani compresero perfettamente la necessità di usufruire di quanti più alleati possibili nell’immediato dopoguerra perciò dopo aver reclutato i principali capi della mafia (fatti rientrare nel paese dopo lo sbarco in Sicilia dell’estate 1943) vennero attivati i canali della potente massoneria americana per riportare in vita le logge e ridare lustro e nuova linfa vitale ai fratelli tre puntini in Italia.

“Agli inizi del 1947 – ha scritto Wolfgang Achtner sul “Sunday Independent” dell’11 novembre 1990 – gli Stati Uniti stavano formando una rete clandestina in Italia settentrionale”.

Probabilmente non si trattava ancora di quella organizzazione che decenni dopo sarebbe stata rivelata dal premier Giulio Andreotti essere “Gladio” ma le intenzioni degli uomini dei servizi di sicurezza americani erano chiare per tutti i paesi dell’Europa occidentale.

Secondo quanto riportarono numerosi documenti l’ex capo della CIA, Allen Dulles, aveva progettato la costituzione di reparti segreti addestrati alla guerriglia anti-comunista con l’appoggio di tutti i governi europei alleati. Ne furono pertanto informate le principali autorità politiche che dovevano garantire una sufficiente copertura ad un’operazione under-cover gestita da personale NATO coadiuvato dai reparti militari più fedeli e disciplinati presenti nei diversi paesi europei.

Il quotidiano tedesco “Die Welt” sostenne che i servizi di sicurezza occidentali crearono in proposito una speciale commissione che aveva il compito di soprintendere questo genere di apparati.

La rete segreta era costituita da personale civile di dichiarata fede anticomunista.

Secondo quanto dichiarato dall’ex ministro della Difesa italiano, Paolo Taviani, durante il periodo in cui rimase in carica (1955-1958) i servizi segreti italiani era comandati e finanziati dai “ragazzi di Via Veneto” – dagli agenti della CIA presso l’ambasciata USA nel cuore della capitale – sottolineando l’assoluta sottomissione dei nostri servizi rispetto ai loro colleghi d’oltre Atlantico.

Gli americani in Italia reclutarono tutte le forze ostili al comunismo per inserirle all’interno di una loro strategia di contenimento: estremisti di destra, ex appartenenti alle formazioni militari della RSI così come molti partigiani ‘bianchi’ delle forze della Resistenza che rifiutavano l’ideologia totalitaria comunista, esponenti dell’industria e della finanza, massoni e appartenenti alla mafia e ad altre organizzazioni malavitose vennero cooptati dagli agenti della CIA e utilizzati per contenere l’avanzata delle sinistre.

In occasione della campagna elettorale italiana dell’aprile 1948 gli USA ebbero un validissimo aiuto anche dalla Chiesa cattolica che si gettò anima e corpo nella nuova “crociata” anti-comunista sostenendo , com’era logico d’altronde, senza riserve la Democrazia Cristiana da allora e per quasi cinquant’anni partito di massa d’ispirazione clericale e baluardo di un anti-comunismo allineato con le strategie statunitensi.

Il “Piano Solo” si inserisce in questo clima di tensione crescente e all’interno della formazione da parte statunitense di organizzazioni paramilitari parallele sotto l’egida NATO alle quali, in Italia, venne dato il nome di “operazione Gladio” sezione italiana di una rete di strutture anti-comuniste dislocate nei principali paesi dell’Alleanza Atlantica dell’Europa Occidentale e noti come strutture dell’apparato militare “Stay Behind”.

Il Generale britannico, Sir Anthony Farra-Hockley , ex comandante in capo delle forze NATO per il settore dell’Europa settentrionale, disse che era a conoscenza che in Italia era stato istituito una specie di servizio segreto clandestino con l’aiuto di agenti britannici e della CIA americana che lo finanziarono. La sezione italiana della rete era nota come Operazione Gladio (3).

La stessa fonte rivela che “Gladio era il nome dato alla sezione italiana di una rete con l’innocuo nome ufficiale di Commissione di coordinamento alleata, istituita con l’assistenza britannica dalla CIA negli anni ’50”.

L’affaire del golpe militare progettato dall’Arma dei Carabinieri venne alla luce nella primavera del 1967 quando il settimanale “L’Espresso” pubblicò una serie di rivelazioni sui preparativi di un colpo di Stato che sarebbe dovuto avvenire nell’estate del 1964 all’epoca in cui l’Italia stava per decidere uno slittamento verso sinistra con l’entrata dei socialisti nel governo.

La vicenda del Piano Solo è indicativa e rappresenta un nodo fondamentale per comprendere gli esatti rapporti di sudditanza esistenti tra le forze armate ed i servizi segreti della Repubblica nata dalla Resistenza ed i loro padroni a stelle e strisce.

Nel gennaio 1969 venne istituita una commissione parlamentare d’inchiesta per accertare, secondo le indicazioni contenute nei passaggi finali della Commissione Lombardi, se le iniziative prese e le misure adottate in relazione agli eventi della primavera-estate del 1964 dall’Arma dei Carabinieri dovessero essere ritenute in contrasto con le disposizioni vigenti e con gli ordinamenti della Costituzione.

Il principale riferimento per la Commissione parlamentare fu rappresentato dalla relazione del Gen. Beolchini il quale rivelò come, presso l’ufficio “D” del SIFAR fosse stata commissionata dall’allora Gen. De Lorenzo l’apertura e la stesura una serie di fascicoli personali che , a partire dal 1959, raggiunsero negli anni seguenti la ragguardevole cifra di 157mila dei quali 34mila dedicati ad esponenti del mondo economico, a politici e a quelle categorie ritenute di interesse strategico per i nostri servizi segreti militari.

Le indagini della Commissione misero in luce che il Gen. Giovanni De Lorenzo aveva esteso il suo programma di sorveglianza del mondo politico, economico e finanziario italiano allo scopo di identificare i sospetti simpatizzanti di sinistra che, secondo le direttive impartite ai vertici dell’Arma in quella primavera-estate del ’64, avrebbero dovuto essere arrestati e quindi trasportati e incarcerati in campi di concentramento predisposti sull’isola della Sardegna.

Stando quanto dichiarò all’epoca il Gen. De Lorenzo, capo dei carabinieri all’epoca del tentato golpe, questa attività di spionaggio era stata richiesta e veniva passata per la supervisione all’Ufficio Sicurezza della NATO, ufficio preposto a decisioni fondamentali quali , per esempio, il rilascio del NOS (Nulla Osta Sicurezza) concesso o meno ai responsabili di governo che si alternavano frequentemente alla guida di un paese instabile dove una corrente della DC sembrava propensa ad accordi con i comunisti.

De Lorenzo interrogato in merito al suo lavoro di schedatura indiscriminata di gran parte della classe politica e industriale del paese risponderà che “la questione dei fascicoli è una questione di sicurezza del Patto Atlantico” e come tale venne trattata ossia mediante l’estensione all’intera vicenda del Segreto di Stato.

I nominativi dei futuri enucleandi in Sardegna tra gli esponenti ed i simpatizzanti della sinistra non vennero mai resi noti all’opinione pubblica.

In merito ai fascicoli del Sifar riferì ai magistrati il generale Antonio Viezzer che di tutte quelle informazioni vennero raccolte dai servizi nel periodo 62-63 furono fatte lunghe sintesi: “Dette sintesi – affermò Viezzer – furono inviate dal generale Giovanni Allavena (all’epoca capo dell’Ufficio “D” del Sifar ndr ) al generale De Lorenzo che all’epoca era comandante generale dell’Arma dei Carabinieri.”. Accadde però che “Tali sintesi in copia originale inviate a De Lorenzo non sono state più rintracciate.”. E, fatto ancor più stupefacente, ricomparvero e fecero ancora parlare di sé quando i magistrati decisero la perquisizione presso la Villa del Gran Maestro Venerabile della Loggia Propaganda 2 (P2) Licio Gelli a Castiglion Fibocchi che le utilizzerà per tutto il decennio dei Settanta per ricattare l’intera classe politica italiana e aumentare considerevolmente la sua influenza sulla scena politica e industriale nazionale.

“Se si pensa – scriverà Pietro Calderoni (4) – che il gen. Allavena, già capo dell’Ufficio ‘D’ del Sifar, vice di Viggiani, come lui “creatura” di De Lorenzo, e già capo dei centri “CS” di Roma risulterà iscritto alla P2, e che fu lui a formare le liste degli “enucleandi” nel “piano Solo” , l’intera vicenda risulterà chiarita. Ne deriva che l’illegittima continuità tra Sifar, comando generale dell’Arma, P2, fu solo alla base delle fughe di fascicoli e dei conseguenti ricatti e condizionamenti su ambienti politici e militari che contrassegneranno quella che la Commissioneparlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2 definirà la “resistibile ascesa” di Gelli a posizioni di potere di impressionante spessore e vastità.”.

Inoltre secondo quanto scrisse il giornalista Roberto Faenza in un suo resoconto dettagliato sull’influenza americana nel nostro paese (5) una copia dei dossier del Sifar venne depositata nel quartier generale della CIA a Langley in Virginia. Faenza cita un cablogramma che attesta il ricevimento “dal nostro corrispondente presso i servizi segreti italiani” dei rapporti sui leader politici “in osservazione”.

L’operazione di spionaggio elaborata dal gen. De Lorenzo coinvolse anche numerosi prelati, vescovi e preti delle diverse diocesi e perfino il papa Giovanni XXIII.mo il quale andò su tutte le furie quando venne a conoscenza che il Sifar aveva piazzato dei microfoni negli appartamenti vaticani.

L’intera vicenda dei dossier Sifar andò avanti per anni con il beneplacito della presidenza della Repubblica e venne commissionata a De Lorenzo dall’allora capo della CIA William Colby.

A quanto risultò alla Commissione parlamentare la ricerca delle notizie per la compilazione dei fascicoli era stata realizzata violando sistematicamente il principio della stessa libertà personale attraverso pedinamenti, teleobiettivi, controlli clandestini della corrispondenza privata e delle comunicazioni telefoniche.

Quando oggi è cosa nota l’esistenza di strutture spionistiche satellitari su scala planetaria quali il complesso programma ECHELON non deve stupire che l’Italia della fine anni Cinquanta fosse già un campo di sperimentazione per questo genere di attività alle quali diedero alacremente il loro contributo i servizi di sicurezza civili e militari italiani.

Che la struttura segreta denominata Gladio non fosse un mistero per gli alti vertici militari italiani e gli ambienti dei servizi di sicurezza – i quali erano tenuti a risponderne in ambito NATO – si deduce anche dalle dichiarazioni rilasciate da diversi ufficiali nel corso di inchieste della magistratura italiana o di indagini parlamentari.

Così si esprimerà in proposito lo stesso Gen. De Lorenzo: “Esiste, presso lo Stato maggiore della Difesa , a latere del Sifar, l’Ufficio sicurezza del Patto Atlantico che garantisce la sicurezza dei funzionari cioè di tutti coloro che vogliono svolgere un certo lavoro…Questo ufficio di sicurezza, che deve reperire queste notizie, fa capo all’Arma dei Carabinieri, che svolge le indagini. Queste indagini vengono fatte affluire o all’Ufficio centrale o agli uffici ministeriali con le considerazioni adeguate. Sulla base di queste considerazioni , se sono favorevoli, si dà il nulla osta di sicurezza.”

Analogamente si espresse il Gen. Vito Miceli, per anni capo del Sismi – i servizi militari – in occasione del processo nel 1977 per il tentato golpe Borghese del dicembre 1970: “C’è , ed è sempre esistita, una particolare organizzazione segretissima, che è a conoscenza anche delle massime autorità dello Stato. Vista dall’esterno, da un profano, questa organizzazione può essere interpretata in senso non corretto, potrebbe apparire come qualcosa di estraneo alla linea ufficiale.”

Miceli sostenne che le sue attività rientrassero nei compiti istituzionali.

Un altro esponente delle forze armate chiamato a rispondere davanti alla Magistratura di progetti eversivi, il Ten. Col. dei servizi segreti militari Amos Spiazzi, dopo aver confessato di aver preso parte ad una cospirazione di destra guidata da un’organizzazione denominata “Rosa dei Venti” (simbolo ufficiale dell’Alleanza Atlantica) così rispose al giudice che gli chiese se avesse o meno ricevuto l’ordine di allertare gruppi irregolari di sostegno alle forze armate nel giugno 1973: “Ricevetti un ordine da un mio superiore militare, appartenente all’organizzazione di sicurezza delle forze armate, che non ha finalità eversive ma si propone di proteggere le istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il Sid, ma in gran parte coincide con il Sid.”.

Dunque in linea generale tutti i principali protagonisti , esponenti di primo piano delle FF.AA o dei servizi, chiamati a rispondere circa l’esistenza di un organizzazione segreta militare confermarono che si trattasse di qualcosa di pienamente istituzionale e direttamente collegata ai vertici NATO ed a conoscenza delle massime autorità politiche come , d’altronde, confermò pienamente il premier Andreotti quando nell’autunno 1990 decise di rivelare all’opinione pubblica italiana l’esistenza di Gladio.

Le cosiddette “unità di supporto” irregolari erano rappresentate dai coloro che, molti anni più tardi, la stampa italiana conobbe con il nome di ‘gladiatori’.

“Il reclutamento di unità di supporto irregolari – scrive Philip Willan (6) – è un tema ricorrente negli scandali dei servizi segreti: attraverso tali unità si arriva poi agli agenti infiltrati e alla manipolazione del terrorismo. Una delle persone coinvolte nel reclutamento era il colonnello Renzo Rocca, direttore dell’ufficio controspionaggio industriale del Sifar, l’ufficio perla Ricercaeconomica e industriale (Rei). La commissione parlamentare d’inchiesta per lo scandalo Sifar appurò che Rocca usava i fondi dei servizi segreti e altri contributi di industriali per reclutare persone per operazioni paramilitari, che venivano stipendiate come “informatori” dei servizi segreti. “Tale reclutamento si rivolgeva soprattutto ai carabinieri e agli ex marinai in congedo, ma si estendeva anche ad altri gruppi di “ragazzi di avventura”, che avrebbero dovuto fungere da provocatori”, chiariva la relazione di minoranza. Le attività di Rocca erano seguite attentamente dalla Cia. Secondo Faenza, il capo della sede romana William Harley spinse il colonnello a destabilizzare i tentativi di Moro di raggiungere un’intesa coi socialisti. Harvey suggerì a Rocca di usare gli “squadroni d’azione” per “compiere attentati contro le sedi della Democrazia Cristiana e di alcuni quotidiani del nord, da attribuire alle sinistre.”. Faenza affermò inoltre che Harvey era in possesso di liste contenenti più di 2000 nomi di esponenti di destra appartenenti a gruppi paramilitari, che si erano disponibili per azioni anticomuniste. Rocca si suicidò nel 1968, poco prima di essere interrogato dalla commissione parlamentare. La sua morte fu uno dei misteriosi suicidi e incidenti che ricaddero su coloro che erano a conoscenza delle attività più delicate dei servizi segreti italiani. (…) I legami di Rocca con i servizi segreti spinsero alcuni agenti a introdursi nel suo ufficio (pressola FIATdov’era finito a lavorare un anno prima ndr) per rimuovere certi fascicoli prima delle indagini della magistratura. Secondo alcune voci sottrassero un dossier riguardante l’attività di reclutamento esercitata da Rocca nel 1964. (…) Rocca non fu l’unico in possesso di informazioni sullo scandalo Sifar a morire prematuramente. Il 27 aprile 1969 l’ex capo dei carabinieri, generale Carlo Ciglieri, che aveva commissionato un’indagine sugli eventi del 1964, morì in un incidente stradale. Ciglieri guidava lungo un rettilineo poco fuori Padova quando la sua macchina inspiegabilmente uscì di strada. Stranamente non venne ritrovato alcun documento utile alla sua identificazione e le fotografie scattate sul luogo dell’incidente mostrarono l’esistenza di una busta, in seguito scomparsa. L’uomo cui Ciglieri aveva commissionato l’indagine era il generale Giorgio Manes, morto in seguito a un infarto il 25 giugno 1969 poco prima di testimoniare davanti alla commissione parlamentare.”.

Tra i compiti che Rocca svolse per conto del Sifar vi fu anche il finanziamento dell’Istituto Alberto Pollio che organizzò nelle giornate dal 3 al 5 maggio 1965 la conferenza tenuta all’Hotel Parco dei Principi di Roma sulla “guerra rivoluzionaria” alla quale presero parte numerosi esponenti del neofascismo italiano in particolare si ricordano i nomi di:

a) Guido Giannettini, giornalista e informatore dei servizi segreti, in seguito accusato di aver preso parte alla strage di Piazza Fontana del dicembre 1969;

b) Stefano Delle Chiaie, fondatore dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale;

c) Mario Merlino,

d) Enrico De Boccard, fondatore dell’Istituto Pollio;

e) Pio Filippani Ronconi, docente universitario già appartenente alla divisione italiana Waffen S.S. ;

f) Pino Rauti, fondatore del centro studi “Ordine Nuovo”

g) Giorgio Pisanò, esponente del MSI milanese;

Di questi ultimi due , Rauti e Pisanò, sono interessanti le ammissioni che vennero pubblicate in un libro-intervista apparso a metà anni Novanta.

Alla domanda “lei crede che a un certo punto l’estrema destra, pur di combattere contro il comunismo, sia scesa a patti, abbia collaborato con lo Stato repubblicano e antifascista? Rauti risponderà: “Si. Ha collaborato, più o meno sottobanco, e in certi momenti soprattutto sottobanco. (…) Io stesso sono stato coinvolto in rapporti coi militari. Scrivendo, insieme a Edgardo Beltrametti, l’opuscolo “Le mani rosse sulle forze armate”, commissionato dal generale Giuseppe Aloia.” (7).

Mentre Pisanò alla domanda su chi avrebbe messo le bombe a Piazza Fontana risponderà: “Il ministero degli Interni. L’ufficio affari riservati del Ministero degli Interni. (…) …questa gente aveva studiato una strategia: noi mobilitiamo qualche scriteriato a destra e qualche scriteriato a sinistra, gli facciamo mettere qualche bombetta qua e là, un po’ di colore rosso e un po’ di colore nero, montiamo la stampa e dimostriamo che se non rafforziamo di nuovo il centro, gli opposti estremismi prendono il sopravvento. E allora cominciarono le bombe sui treni e così via , senza provocare morti.” E , all’intervistatore che gli faceva notare che i morti a Piazza Fontana ci furono replicherà: “Si ma fu un errore. Quel giorno le bombe nelle banche furono tre, due a Milano e una a Roma e altre bombe vennero messe all’Altare della Patria. Scoppiarono tutte dopo le 16.30, orario di chiusura delle banche, e le due all’Altare della Patria erano messe in un punto tale da non nuocere a nessuno. Insomma non si voleva uccidere. Ma chi mise quelle bombe non sapeva che quel giorno una banca, una sola banca in tutta Italia, sarebbe rimasta aperta oltre il normale orario di chiusura: la Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano”. Andando poi oltre ed attaccando Franco Freda: “Freda…eh io li ho difesi tutti a spada tratta ‘sti fessi, anche se non lo meritavano. Freda è quel cretino che fornisce i timer. Ma attenzione: Freda non sapeva che i timer sarebbero stati usati per fare una strage. (…) Ho fatto carte false per dimostrare che Freda con i timer non c’entrava niente, ma la verità è questa. Freda cascò in un trappolone. Fornì i timer senza sapere a cosa servivano.” Sentenziando infine che “Nelle stragi ci sono solo imbecilli italiani”. (8).

Imbecilli più o meno consapevoli o criminali poco cambia. Soprattutto perché affatto imbecilli furono – e piuttosto consapevoli – coloro che diedero vita al piano Solo.

Un piano di emergenza per l’ordine pubblico di cui il Ministro della Difesa , con una nota del 12 maggio 1969, informò le autorità della magistratura.

I documenti relativi al piano per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale che prevedevano l’impiego di reparti della sola arma dei carabinieri erano contenuti in quattro minute. Più precisamente, come si evidenziò, la prima era costituita da un quaderno manoscritto a penna redatto dal Comando della Divisione Carabinieri “Pastrengo” di Milano , con giurisprudenza per l’Italia settentrionale. La minuta risulterà manoscritta dall’allora Colonnello dell’Arma Mingarelli all’epoca responsabile dell’Ufficio di capo di Stato maggiore della divisione. E’ firmata dal generale di divisione Markert e munita di timbro tondo ed intestata come “Pianificazione riservatissima – Progetto Generale”.

Il Colonnello Mingarelli sarà pesantemente coinvolto dieci anni più tardi – nel 1972 – nella manipolazione delle indagini sulla strage di Peteano.

La seconda minuta , costituita dalla fotocopia di 19 fogli manoscritti, risultò redatta dal comando divisione carabinieri “Podgora” di Roma, con giurisdizione sull’Italia centrale oltre che sull’Emilia Romagna e la Sardegna.Laminuta risultò manoscritta dall’allora ten. col. dell’Arma Bittoni, all’epoca capo di Stato maggiore della divisione. E’ intestata “Piano Solo del comando II divisione Carabinieri Podgora”.

La terza , costituita da 28 fogli sciolti, risulta redatta dal comando della divisione carabinieri “Pastrengo” e contiene una bozza di pianificazione per la sola città di Roma anch’essa redatta dal col. Bittoni con allegate due mappe della capitale. E’ intestata “Traccia per la compilazione del progetto Solo”.

Infine la quarta minuta, costituita da 32 fogli dattiloscritti, risulta redatta dal comando carabinieri divisione “Ogaden” di Napoli con giurisdizione su tutta l’Italia meridionale. E’ intitolata “Piano per il mantenimento dell’ordine costituito nel territorio dello Stato”. A quanto risulta dagli atti d’inchiesta parlamentare l’allora comandante dell’Ogaden, gen. Celi, incaricò il col. Romolo Dalla Chiesa di predisporre “uno studio inteso a vedere come l’Arma, nella nostra giurisdizione, avrebbe potuto far fronte a sovvertimenti” (dalla deposizione resa dallo stesso Dalla Chiesa alla Commissione d’inchiesta).

Secondo quanto affermato dal ministro della Difesa non esistevano altri originali delle minute in questione mentre per quanto riguardava lo schieramento delle forze dell’Arma , la consistenza dei reparti, le procedure esecutive del piano Solo rimaneva in vigore il segreto militare.

Venne ovviamente respinta anche la richiesta di ottenere le liste degli enucleandi appartenenti al PCI che furono distribuite nella primavera-estate 1964 ai comandi di divisione dell’Arma.

Il meccanismo di approntamento del piano si mise in movimento su impulso del generale De Lorenzo. “Il gen. Picchiotti, capo di Stato maggiore del comando generale, ricevette in tal senso un ordine dal comandante generale (…) E’ lo stesso Picchiotti ad affermare che, successivamente alla riunione del 25 marzo dei comandanti di divisione, a seguito della quale verranno predisposti gli appunti rinvenuti, egli ebbe a convocare i tre capi di Stato maggiore delle divisioni “presenti alcuni ufficiali del Sifar” per impartire, su ordine di De Lorenzo, disposizioni per l’aggiornamento del piano per la tutela dell’ordine pubblico. – scrive Calderoni (9) – Per le azioni di aggiornamento, fu incaricato il col. Tuccari…(…) Nel corso della riunione, venne accettata la proposta del ten. col. Mingarelli di riunire i piani di “emergenza speciale” preparati dai prefetti con il concorso dell’Esercito, dei Carabinieri e della Pubblica Sicurezza del 15-11-1961 (circolare Vicari) , adattandole agli scopi della pianificazione da apportare ed in particolare alle previsioni del “Solo” impiego dell’Arma dei Carabinieri. Lo schema predisposto dal Tuccari costituisce l’ossatura del “piano Solo” che prevedeva un insieme di azioni difensive ed offensive , tra cui le difese delle caserme, l’occupazione della sede della RAI-TV, delle centrali telefoniche e telegrafiche, di sedi di partito e di giornali, con il fermo degli “esponenti più in vista” il conseguente loro concentramento e trasporto. Era anche prevista l’occupazione del Quirinale e di Palazzo Chigi, allo scopo di “impedire che cadano nelle mani dei rivoltosi”. (…) E’ noto come, nel momento più delicato di tensione nel nostro Paese, venne sottoscritto l’accordo di governo tra democristiani e socialisti che segnò la fine della crisi, con l’accantonamento del “piano Solo” e la distruzione delle liste.”

L’allora Presidente della Repubblica , Antonio Segni, era a conoscenza del piano che, peraltro, prevedeva l’eliminazione di alcuni esponenti della sinistra democristiana in particolare circolò con insistenza il nome di Aldo Moro (ci penseranno le sedicenti Brigate Rosse quattordici anni dopo a portare a termine l’incombenza stabilita evidentemente oltre Atlantico ai più alti livelli dell’establishment statunitense).

Il piano golpista avrebbe dovuto trasferire il potere esecutivo nelle mani di una coalizione di centro-destra di cui avrebbe potuto essere nominato premier il democristiano Cesare Merzagora. Il golpe, cancellato all’ultimo momento, rappresenterà da quel momento e per tutto il decennio successivo un’opzione alla quale tenderanno interessati ambienti politici, industriali e militari come si evidenzierà nitidamente solo sei anni più tardi con il tentativo di colpo di Stato patrocinato dal comandante Junio Valerio Borghese e successivamente con altre iniziative analoghe che avrebbero aumentato la tensione politica e l’instabilità della società italiana.

Lasciamo la ‘chiosa’ finale alla firma di un blogger che , su un sito informatico della rete, ha lucidamente osservato: “Tali complessi ma affascinanti argomenti, di cui mi sono limitato a fornire una panoramica chiara e sintetica, ma non certo esaustiva, sono stati trattati con estrema serietà dal dottor Daniele Ganser, storico svizzero e capo del gruppo di ricerca presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza dell’Istituto Federale di Tecnologia (ETH) a Zurigo, autore del libro “NATO’s Secret Armies – Operation Gladio and Terrorism in Western Europe”( Gli eserciti segreti della NATO – Operazione Gladio e terrorismo in Europa Occidentale). Ganser si propone in particolare con la sua opera di definire con precisione il ruolo di “Stay Behind” nel contesto storico europeo sottolineandone la finalità politica di opposizione al rafforzamento del comunismo interno all’occidente, per timore di un collasso del blocco americano stretto da forze antagoniste esterne ed interne. Ganser ipotizza infine scenari inquietanti costruendo un parallelo fra la realtà della Guerra Fredda e l’epoca a noi contemporanea, affermando: ”La lezione che possiamo trarre, se riportiamo la nostra esperienza dalla Guerra Fredda alla situazione attuale, è che una strategia della tensione è tuttora implementata, ma stavolta contro i Musulmani. Tutti sappiamo che l’occidente dipende in larga parte dal petrolio, e si ha bisogno di un pretesto per sviluppare operazioni in Iran, Irak ecc. Non possiamo semplicemente recarci lì, ed invadere i loro territori, quindi abbiamo bisogno di pensare che stanno cercando di ucciderci. Quindi è possibile che una strategia della tensione sia in atto, nella quale i Musulmani stanno svolgendo il ruolo che i comunisti avevano nella Guerra Fredda. Tuttavia è troppo difficile,tutto sta avvenendo in modo velocissimo e ci sono pochi dati disponibili.” (10)

Come non pensare alle attuali “primavere arabe” ed al ruolo di agent-provocateur per tutto il mondo islamico dall’organizzazione Al Qaeda?

Au revoir…

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

NOTE –

1) Philip Willan – “I Burattinai – Stragi e complotti in Italia” – Ediz. “Tullio Pironti” – Napoli 1993;

2) Ibidem;

3) Richard Norton Taylor – Articolo apparso sul “Guardian” in data 15 Novembre 1990;

4) ( a cura di Pietro Calderoni ) – “Servizi segreti” – Ediz. “Tullio Pironti” – Napoli 1986;

5) Roberto Faenza/ Marco Fini – “Gli americani in Italia” – Ediz. “Feltrinelli” – Filano 1976;

6) Philip Willan – op. cit.;

7) Michele Brambilla – “Interrogatorio alle destre” – Ediz. “Rizzoli” – Milano 1995;

8) Ibidem;

9) ( a cura di Pietro Calderoni ) – op. cit.;

10) Articolo “Gladio e la strategia della tensione” – apparso sul sito informatico www.towrite.it in data 7 Luglio 2010;

22 febbraio 2012

Mosca e la formazione del Nuovo Sistema Mondiale





Imad Fawzi Shueibi esamina le ragioni e le conseguenze della recente posizione presa dalla Russia al Consiglio di Sicurezza. L’appoggio di Mosca alla Siria non è una posa ma il risultato di un’analisi approfondita dei mutevoli equilibri dei potere globali. La crisi in corso darà vita ad una nuova configurazione mondiale che dal modello unipolare, ereditato dopo il crollo dell’URSS, si evolverà gradualmente verso un sistema multipolare. Inevitabilmente, questa transizione coinvolgerà il mondo in un periodo di turbolenza geopolitica le cui ripercussioni vengono vagliate dall’autore.

1-3321-c1232Alcuni scommettono che, come d’abitudine, avverrà un cambiamento nella posizione russa verso la regione araba, simile a quello che avvenne nel caso iracheno e in quello libico. Tuttavia, quest’ipotesi può essere esclusa da una profonda analisi della posizione russa, per le considerazioni che seguono. Sembra che la regressione russa non sia possibile nel mondo d’oggi, dato che Mosca vede negli attuali eventi, e nel confronto con l’Occidente, ossia con gli europei e gli statunitensi, un’opportunità per formare un nuovo ordine mondiale, che superi quello che ha prevalso nel periodo post-Guerra Fredda e dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quest’ultimo, rappresentato dall’unipolarismo, ha si è spostato verso il non-polarismo dopo la guerra in Libano del 2006.

Vladimir Putin ha espresso quest’idea in un messaggio del 14 gennaio 2012, nel quale ha annunciato che stiamo assistendo alla formazione d’un nuovo ordine, diverso dall’unipolarismo. Ciò significa che Mosca andrà fino in fondo negli sforzi per impedire che tale processo sia scavalcato: anche fino ad un conflitto. La dichiarazione del Ministero degli Esteri russo, secondo cui l’Occidente commetterebbe un grave errore se attaccasse l’Iran (seguita da quella di Putin per cui, se l’Occidente tentasse azioni unilaterali, la Russia non rimarrebbe inerte ma reagirebbe con forza), non è altro che un ultimatum. Mosca, infatti, non accetterà nessun accordo, tipo quelli presi a proposito dell’Iraq o della Libia. Oggi tutto tende a un nuovo ordine mondiale, che accompagna il ritiro strategico americano dall’Iraq: il presidente Barack Obama ha annunciato la diminuzione delle forze statunitense da 750.000 a 490.000 unità e la riduzione del bilancio per la difesa a 450 miliardi di dollari.

Ciò comporterà l’incapacità di lanciare due operazioni militari nello stesso tempo, ma avvia il confronto con la Cina nel Sudest asiatico, che si sta lavorando ad armare. Il 7 gennaio 2012 Pechino ha risposto dichiarando che “Washington non è più in grado d’impedire al Sole cinese di sorgere”. Washington sta ricommettendo la follia d’affrontare la Cina, avendo perso la battaglia con Mosca su molti fronti, sia nel gioco del gas in Turkmenistan ed Iran, sia sulla costa orientale del Mediterraneo (con l’annuncio della nuova strategia Washington si ritira dalla regione, pur impegnandosi a garantire la stabilità e sicurezza del Medio Oriente affermando che rimarrà vigile).

Putin, per quanto riguarda la sua strategia che va al di là dei propositi elettorali, ha scritto quanto segue: “Il mondo è sulla soglia di una fase di disordine che sarà lunga e dolorosa”. Quindi, Putin afferma decisamente che la Russia non inseguirà le illusioni del sistema unipolare che sta crollando, e che non potrà garantire la stabilità mondiale in un momento in cui gli altri centri d’influenza non sono ancora pronti per assumersi quest’onere. In altre parole, siamo di fronte ad un lungo periodo di confronto con il sistema unipolare, destinato a durare fin quando le altre potenze influenti non cementeranno un Nuovo Ordine Mondiale.

Di solito, gli Statunitensi si ritirano quando le loro prospettive di successo non sono né rapide né certe. Sanno molto bene quanto la loro economia stia deteriorandosi e quanto ininfluente stia diventando la loro forza militare, soprattutto dopo aver perso prestigio ricorrendo troppo allo strumento bellico. Putin, pur realizzando che il tempo non sta scorrendo all’indietro, invita i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, del G8 e del G20 a fermare qualsiasi possibilità d’emergere di tensioni etniche e sociali o di forze distruttive che pongano una minaccia alla sicurezza mondiale. Questa è una chiara indicazione del rifiuto della presenza di tendenze religiose nelle posizioni decisionali e dei gruppi armati non statali. Questi gruppi Putin li indica chiaramente come alleati degli Stati che stanno esportando la democrazia militarmente e tramite coercizione. Mosca, quindi, non si risparmierà nel fronteggiare tali tendenze politiche e questi gruppi armati. Il Primo ministro russo conclude affermando che la violazione del diritto internazionale non è più giustificabile, anche se dietro ci fossero buone intenzioni. Ciò significa che i russi non accetteranno nessun tentativo da parte della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti di sostituire il principio di sovranità con quello d’intervento umanitario.

In realtà, gli USA non si possono completamente ritirare dal Medio Oriente. Stanno semplicemente disponendo l’area per una “guerra per procura”. Ciò accade in un momento in cui Putin ammette che le potenze emergenti non sono ancora pronte a prendere la loro posizione nel nuovo mondo non unipolare. Tali potenze emergenti sono la Cina, l’India, ed in generale gli stati dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Questo implica quanto segue:

  • Il mondo di oggi sarà più non-polarizzato di quanto lo è stato durante il periodo 2006-2011.
  • I conflitti saranno caratterizzati dall’essere globali, ma ci sarà un linguaggio che si intensificherà fino ad arrivare sull’orlo del baratro; avvisando dunque che tutto il mondo sarà a rischio di scivolarvi dentro.
  • La regola secondo cui le super potenze non muoiono nel letto, è una regola che richiama alla cautela a causa dei rischi di fughe in avanti; soprattutto quando una super potenza si trova al di fuori del sistema principale a cui era stata abituata fin dalla Seconda Guerra Mondiale, e le sue opzioni si troveranno dunque ad oscillare tra il fare la guerra e l’innalzare la tensione nelle aree d’influenza altrui. Finché la guerra tra super potenze è resa difficile, se non impossibile, dagli armamenti nucleari, l’aumento delle tensioni o l’avvio di guerre per procura diventano alternative per i conflitti per (auto)fortificarsi sul piano internazionale. C’è anche l’opzione di una ridistribuzione soddisfacente delle zone d’influenza secondo una nuova Jalta. Oggi è fuori discussione, ma in futuro chissà: nulla può essere escluso per sempre nell’azione politica. Esiste una regola secondo cui è possibile sconfiggere una superpotenza, ma è preferibile non farlo. Meglio piuttosto permetterle di salvarsi la faccia e far coabitare le nuove e le vecchie superpotenze. Ciò è avvenuto con Francia e Gran Bratagna dopo la Seconda Guerra Mondiale.
  • La massima preoccupazione è per la continuità dello status quo che tracima la ferocia della Guerra Fredda, differenziandosi però per gli strumenti utilizzati finché gli Stati del Patto di Shanghai non saranno in grado di prendere le loro posizioni. Ciò significa che le zone di conflitto (Corea, Iran e Siria) saranno oggetto di un logoramento a lungo termine, che nel linguaggio della politica contemporanea può essere letto come “apertura” sull’effetto domino; cioè apertura all’incalcolabile e senza precedenti, e passaggio da lotte limitate a conflitti più azzardati. É certo che i paesi coinvolti nella scontro saranno quelli coinvolti nella spartizione, e che la ripartizione internazionale non dovrà necessariamente avvenire a loro spese, in quanto fanno parte della lotta. Tutti gli altri paesi staranno ai margini dello scontro oppure diventeranno strumenti di tale scontro, oggetti della spartizione. Viste le regole della lotta internazionale (tra cui quella per cui il coinvolgimento è parte della spartizione), tali paesi non perdono l’iniziativa né la libertà di decisione ed azione; essi devono seguire il principio della fermezza, una regola basilare nella gestione delle crisi.
  • La realtà è che la gestione delle crisi sarà la regola che informerà la fase in arrivo, che potrebbe durare per anni. Tuttavia, il rischio è che si gestiscano le crisi con altre crisi, focalizzandosi su regioni instabili come il Mediterraneo Orientale e l’Asia Sudorientale.

di Imad Fawzi Shueibi
Traduzione di Serena Bonato - Imad Fawzi Shueibi è presidente del Centro di Studi Strategici di Damasco.

20 febbraio 2012

Monti arbitro venduto




monti-time276171Forse abbiamo perso i giochi olimpici del 2020 ma le gare olimpioniche di autolesionismo sono tutte nostre. Il rush finale dell’imbecillità e della codardia ci vede sempre primi al traguardo, mentre siamo costantemente ultimi nella maratona del successo e della gloria. Consoliamoci, quindi, con il premio disciplina e con i riconoscimenti al fair play di cui Monti ha fatto incetta in Europa e nel mondo, grazie al suo loden nero e al suo modo di dirigere questa partita truccata come un arbitro venduto. L’operazione Roma 2020 secondo il Premier costerebbe troppo e ci sarebbero grossi rischi di non riuscire a coprire le spese. Poi però apprendiamo dai giornali e dalle fonti ufficiali che si buttano mld di euro nelle missioni militari all’estero, tutte riconfermate, le quali ci vedono immancabilmente gregari degli altri e quindi mai trionfatori ed incassatori di reali riconoscimenti. Solo medaglie di consolazione per aver aiutato i nostri partners a stravincere, anche a nostro danno. Come dire, pacche sulle spalle e prese per il culo, o se più vi piace, due pesi e due miserie corrispondenti per una nazione specialista nel lancio del martello sui coglioni. Evidentemente, da secchione qual è, Monti si disinteressa dello sport e dell’educazione fisica alla quale preferisce l’educazione e basta per marcare la differenza tra il buontemponismo superficiale di chi lo ha preceduto ed il suo mirabile bon ton. I mercati gradiscono poiché la sua moderazione istituzionale si traduce in inchini alle borse e adesioni incondizionate ai diktat degli organismi internazionali che hanno scommesso sulla disfatta dell’Italia, preparandosi a fare man bassa di trofei pubblici nel nostro Paese. Ha ragione l’economista La Grassa quando parla di pura propaganda dei tecnici in queste vicende che sono orientate a “creare ulteriore confusione e rottura del tessuto nazionale. Quelli di ‘Roma ladrona’ gongoleranno. Al centro-sud si incazzeranno. Si conferma che questo governo corrisponde in pieno, con l’altrettanta piena complicità del centro-destra berlusconiano, al disegno americano di creare pantano e palude dove appena si può. Non siamo al divide et impera per un disegno coloniale del tipo inglese ottocentesco, ma per diffondere il massimo marasma possibile: tutti contro tutti, un disfacimento molecolare, un pullulare di bande in un ambiente sempre più fatiscente e invivibile, magari tipo Blade Runner, in cui si scatenerà la caccia ai replicanti”. Tuttavia in qualcosa Monti è davvero un campione imbattibile, è l’asso assoluto delle trasvolate transoceaniche finalizzate a riportare la vittoria nelle gare di riverenze e di servilismo. Pare che, il Patrick De Gayardon della bergamasca, abbia confidato ai signori di Wall Street di voler tentare una missione no limits: tagliare la spesa statale cominciando dall’impiego pubblico. Non entrerà nel guinness dei primati poiché lo ha anticipato Papademos in Grecia ma il professore giura che sarà ancora più drastico e deciso del suo omologo ellenico. Questa combinata atlantica gli permetterà di scoccare frecce avvelenate contro le inveterate abitudini peninsulari del posto fisso e del reddito bastevole a far fermare il cronometro alla fine del mese. Cambierà gli italiani, lo ha garantito ad Obama come una minaccia e potrebbe anche fare centro perché la finanza speculativa ha reso il Belpaese un bersaglio immobile e facilmente abbattibile. Ma Monti non dimentichi, olimpiadi o meno, che l’unica disciplina sportiva veramente amata dai suoi connazionali è il football. Se fin qui siamo stati fuoriclasse nel tiro al pallone, potremmo diventare eccellenti anche in quello al pallone gonfiato. Pallonaro avvisato mezzo sgonfiato.

di Gianni Petrosillo

19 febbraio 2012

Il piano "solo". Il colpo di stato "democratico" e atlantista dell'Arma dei carabinieri

Il cosiddetto “Piano Solo” – che prevedeva il solo utilizzo dell’Arma dei Carabinieri per il tentativo di colpo di Stato preparato nei primi anni Sessanta dal Gen. De Lorenzo per imporre una svolta autoritaria ed una politica “di destra” maggiormente allineata con i desiderata atlantici – rappresentò il primo vero tentativo golpista elaborato da ambienti militari nell’Italia del secondo dopoguerra.

La situazione internazionale dell’epoca era dominata dal confronto aperto tra i due blocchi contrapposti che facevano riferimento a Stati Uniti e Unione Sovietica. L’Europa, a causa della sconfitta militare subita dall’Asse e dalla seguente divisione bipolare, diventò ben presto uno dei terreni di conflitto a bassa intensità che opponevano le due superpotenze.

La spartizione bipolare USA-URSS determinata dagli accordi di Yalta del 1945 avrebbe caratterizzato un arco storico di circa mezzo secolo noto come “guerra fredda”.

Per comprendere realmente ciò che questo periodo ha rappresentato per il Vecchio Continente, privato da allora di una politica autonoma, della propria sovranità e ridotto a mera appendice dell’impero americano, la situazione italiana appare esemplare.

L’Italia era uscita dissanguata dal lungo conflitto mondiale che aveva portato ad una guerra civile tra italiani dopo la costituzione di due distinti Stati (la Repubblica Sociale al nord e l’effimero Regno proclamato nelle regioni meridionali dal Re Vittorio Emanuele e dal governo del maresciallo Badoglio dopo il vergognoso voltafaccia dell’8 settembre 1943 data che segnò un vero e proprio trauma nella coscienza civile di un paese che da quel momento non avrebbe mai più avuto alcuna sovranità nazionale).

La cosiddetta guerra di liberazione partigiana combattuta da un eterogeneo fronte di partiti politici italiani sostenuti dalle forze armate d’occupazione anglo-americane aveva messo in luce soprattutto la netta dicotomia esistente tra i movimenti d’ispirazione cattolica e liberale che proponevano un assetto democratico filo-occidentale per il dopoguerra e il Partito Comunista il quale rispondeva alle direttive provenienti da Mosca ed era determinato ad approfittare del conflitto per i propri interessi i quali avrebbero portato all’instaurazione di un regime sul modello sovietico come avverrà in tutti i paesi appartenenti al blocco orientale influenzato e sottomesso militarmente dall’URSS.

All’indomani della guerra i comunisti ed i loro alleati socialisti accettarono le regole democratiche, parteciparono alla Costituente e diventarono forza di governo alleata ai democristiani nei primi esecutivi post-bellici.

La situazione sarebbe presto andata modificandosi con l’avvicinarsi delle prime elezioni legislative fissate per l’aprile 1948 che vedranno una radicalizzazzazione del confronto tra la DC ed il cosiddetto “Fronte Popolare” delle sinistre. Una campagna elettorale che si palesò come un autentico conflitto ideologico tra gli alleati degli Stati Uniti e le formazioni socialcomuniste legate a Mosca.

Washington sosterrà finanziariamente e mobiliterà i suoi apparati per consentire la vittoria, risultata schiacciante, della Democrazia Cristiana che – peraltro – godette del sostegno incondizionato di un inedito schieramento di forze interessate a mantenere il paese all’interno della sfera d’influenza americana evitando pericolose derive verso il blocco orientale egemonizzato da Mosca.

La Chiesa, gli ambienti industriali, la Massoneria e la Mafia furono in prima linea durante quella campagna elettorale – e successivamente per tutti i successivi quarant’anni di monopolio politico democristiano – che sancirà la sconfitta delle forze d’ispirazione marxista.

La democrazia italiana da allora e fino agli anni Novanta apparirà un sistema politico bloccato all’interno del quale il partito di maggioranza relativa,la DC, – uno tra i più corrotti di tutta l’Europa occidentale – manterrà la propria autorità attraverso le alleanze con i partiti laici minori (PLI, PRI, PSDI) e, dai primi anni Sessanta in poi, grazie al sostegno del PSI che aderirà a quella formula di centro-sinistra riformista e progressista che continuava ad escludere i comunisti dall’area di governo.

L’esclusione del PCI dal potere centrale (ai comunisti venne concessa l’amministrazione di importanti regioni soprattutto nell’Italia centrale dove più forte era la loro base elettorale ma dove si sarebbero concentrate anche importanti unità militari nazionali e NATO) rappresentò una costante che caratterizzerà tutta la politica italiana da allora sottomessa alle volontà provenienti dagli Stati Uniti in una posizione di sottomissione propria di una sorta di protettorato neo-coloniale con una casta di politici servili alle direttive provenienti dai centri studi d’oltre Atlantico e dalle amministrazioni al potere a Washington.

“L’importanza di tener lontani i comunisti dal governo in Italia – scrive Philip Willan (1) – non era solo determinata dalla presenza nel paese delle basi militari Nato o dalla sua posizione strategica. Il trattato di Yalta del 1945 aveva sancito la divisione dell’Europa in due blocchi geopolitici. Molti opinionisti in Italia attribuiscono il mantenimento di un tacito accordo tra le superpotenze circa la libertà di controllo sulle aree di reciproca influenza proprio a quella che chiamano “logica di Yalta”. Gli americani, secondo questa interpretazione, non avrebbero interferito nell’invasione sovietica della Cecoslovacchia e dell’Ungheria e, conseguentemente, non avrebbero tollerato l’ingresso di un partito comunista nel governo di un paese occidentale. (…) Quando alla fine degli anni Settanta si avanzò l’ipotesi di una coalizione di governo tra democristiani e comunisti, il governo sovietico e quello americano si allertarono, anche se per motivi diversi: i sovietici infatti preferivano che il Pci restasse all’opposizione, piuttosto che vederlo allineato con l’ideologia occidentale in un governo di coalizione.”.

Saranno proprio la fobia statunitense nei confronti di un possibile ingresso comunista nelle stanze del potere che susciterà fin dall’immediato dopoguerra una serie di misure di stretto controllo sulla vita politica italiana e un’ingerenza da parte dei servizi di sicurezza americani che si farà, mano a mano che crescerà la tensione politica, sempre più evidente. Sarà la CIA, coadiuvata dai nostri servizi di sicurezza civili e militari, la principale responsabile di quella strategia della tensione che interesserà un arco temporale che dalla fine degli anni Sessanta traghetterà il paese fino alla metà degli anni Ottanta in un clima di instabilità politico-economica, violenza politica, stragi e attentati che – come scrive correttamente lo stesso storico britannico – hanno rappresentato “l’attacco terroristico più violento e traumatico di qualunque altro paese dell’Occidente europeo, ad eccezione della Spagna e dell’Inghilterra. Fino al 1987 le stragi terroristiche hanno provocato la morte di 356 persone e il ferimento di oltre 1000: questo in un paese confinante con uno stato comunista, la Iugoslavia, che occupa una posizione strategica di dominio nel Mediterraneo e con il Partito Comunista più forte dell’Europa occidentale.” (2)

L’origine di questa vera e propria fobia anticomunista, che avrebbe provocato nei decenni seguenti le strategie della tensione e alimentato la violenza politica nel paese, è da ricercarsi nelle ultime fasi del conflitto mondiale quando Washington iniziò a reclutare – tramite i suoi agenti dell’Ufficio per i servizi speciali (OSS), i precursori dell’odierna CIA – per i propri interessi e la propria strategia post-bellica ex esponenti della RSI.

L’intera struttura informativa della RSI passò quasi in massa al fianco degli anglo-americani fin dal marzo 1945. Altri esponenti di primo piano del regime fascista costituito da Mussolini nel nord del paese sarebbero stati reclutati e salvati da agenti di Washington.

Gli americani compresero perfettamente la necessità di usufruire di quanti più alleati possibili nell’immediato dopoguerra perciò dopo aver reclutato i principali capi della mafia (fatti rientrare nel paese dopo lo sbarco in Sicilia dell’estate 1943) vennero attivati i canali della potente massoneria americana per riportare in vita le logge e ridare lustro e nuova linfa vitale ai fratelli tre puntini in Italia.

“Agli inizi del 1947 – ha scritto Wolfgang Achtner sul “Sunday Independent” dell’11 novembre 1990 – gli Stati Uniti stavano formando una rete clandestina in Italia settentrionale”.

Probabilmente non si trattava ancora di quella organizzazione che decenni dopo sarebbe stata rivelata dal premier Giulio Andreotti essere “Gladio” ma le intenzioni degli uomini dei servizi di sicurezza americani erano chiare per tutti i paesi dell’Europa occidentale.

Secondo quanto riportarono numerosi documenti l’ex capo della CIA, Allen Dulles, aveva progettato la costituzione di reparti segreti addestrati alla guerriglia anti-comunista con l’appoggio di tutti i governi europei alleati. Ne furono pertanto informate le principali autorità politiche che dovevano garantire una sufficiente copertura ad un’operazione under-cover gestita da personale NATO coadiuvato dai reparti militari più fedeli e disciplinati presenti nei diversi paesi europei.

Il quotidiano tedesco “Die Welt” sostenne che i servizi di sicurezza occidentali crearono in proposito una speciale commissione che aveva il compito di soprintendere questo genere di apparati.

La rete segreta era costituita da personale civile di dichiarata fede anticomunista.

Secondo quanto dichiarato dall’ex ministro della Difesa italiano, Paolo Taviani, durante il periodo in cui rimase in carica (1955-1958) i servizi segreti italiani era comandati e finanziati dai “ragazzi di Via Veneto” – dagli agenti della CIA presso l’ambasciata USA nel cuore della capitale – sottolineando l’assoluta sottomissione dei nostri servizi rispetto ai loro colleghi d’oltre Atlantico.

Gli americani in Italia reclutarono tutte le forze ostili al comunismo per inserirle all’interno di una loro strategia di contenimento: estremisti di destra, ex appartenenti alle formazioni militari della RSI così come molti partigiani ‘bianchi’ delle forze della Resistenza che rifiutavano l’ideologia totalitaria comunista, esponenti dell’industria e della finanza, massoni e appartenenti alla mafia e ad altre organizzazioni malavitose vennero cooptati dagli agenti della CIA e utilizzati per contenere l’avanzata delle sinistre.

In occasione della campagna elettorale italiana dell’aprile 1948 gli USA ebbero un validissimo aiuto anche dalla Chiesa cattolica che si gettò anima e corpo nella nuova “crociata” anti-comunista sostenendo , com’era logico d’altronde, senza riserve la Democrazia Cristiana da allora e per quasi cinquant’anni partito di massa d’ispirazione clericale e baluardo di un anti-comunismo allineato con le strategie statunitensi.

Il “Piano Solo” si inserisce in questo clima di tensione crescente e all’interno della formazione da parte statunitense di organizzazioni paramilitari parallele sotto l’egida NATO alle quali, in Italia, venne dato il nome di “operazione Gladio” sezione italiana di una rete di strutture anti-comuniste dislocate nei principali paesi dell’Alleanza Atlantica dell’Europa Occidentale e noti come strutture dell’apparato militare “Stay Behind”.

Il Generale britannico, Sir Anthony Farra-Hockley , ex comandante in capo delle forze NATO per il settore dell’Europa settentrionale, disse che era a conoscenza che in Italia era stato istituito una specie di servizio segreto clandestino con l’aiuto di agenti britannici e della CIA americana che lo finanziarono. La sezione italiana della rete era nota come Operazione Gladio (3).

La stessa fonte rivela che “Gladio era il nome dato alla sezione italiana di una rete con l’innocuo nome ufficiale di Commissione di coordinamento alleata, istituita con l’assistenza britannica dalla CIA negli anni ’50”.

L’affaire del golpe militare progettato dall’Arma dei Carabinieri venne alla luce nella primavera del 1967 quando il settimanale “L’Espresso” pubblicò una serie di rivelazioni sui preparativi di un colpo di Stato che sarebbe dovuto avvenire nell’estate del 1964 all’epoca in cui l’Italia stava per decidere uno slittamento verso sinistra con l’entrata dei socialisti nel governo.

La vicenda del Piano Solo è indicativa e rappresenta un nodo fondamentale per comprendere gli esatti rapporti di sudditanza esistenti tra le forze armate ed i servizi segreti della Repubblica nata dalla Resistenza ed i loro padroni a stelle e strisce.

Nel gennaio 1969 venne istituita una commissione parlamentare d’inchiesta per accertare, secondo le indicazioni contenute nei passaggi finali della Commissione Lombardi, se le iniziative prese e le misure adottate in relazione agli eventi della primavera-estate del 1964 dall’Arma dei Carabinieri dovessero essere ritenute in contrasto con le disposizioni vigenti e con gli ordinamenti della Costituzione.

Il principale riferimento per la Commissione parlamentare fu rappresentato dalla relazione del Gen. Beolchini il quale rivelò come, presso l’ufficio “D” del SIFAR fosse stata commissionata dall’allora Gen. De Lorenzo l’apertura e la stesura una serie di fascicoli personali che , a partire dal 1959, raggiunsero negli anni seguenti la ragguardevole cifra di 157mila dei quali 34mila dedicati ad esponenti del mondo economico, a politici e a quelle categorie ritenute di interesse strategico per i nostri servizi segreti militari.

Le indagini della Commissione misero in luce che il Gen. Giovanni De Lorenzo aveva esteso il suo programma di sorveglianza del mondo politico, economico e finanziario italiano allo scopo di identificare i sospetti simpatizzanti di sinistra che, secondo le direttive impartite ai vertici dell’Arma in quella primavera-estate del ’64, avrebbero dovuto essere arrestati e quindi trasportati e incarcerati in campi di concentramento predisposti sull’isola della Sardegna.

Stando quanto dichiarò all’epoca il Gen. De Lorenzo, capo dei carabinieri all’epoca del tentato golpe, questa attività di spionaggio era stata richiesta e veniva passata per la supervisione all’Ufficio Sicurezza della NATO, ufficio preposto a decisioni fondamentali quali , per esempio, il rilascio del NOS (Nulla Osta Sicurezza) concesso o meno ai responsabili di governo che si alternavano frequentemente alla guida di un paese instabile dove una corrente della DC sembrava propensa ad accordi con i comunisti.

De Lorenzo interrogato in merito al suo lavoro di schedatura indiscriminata di gran parte della classe politica e industriale del paese risponderà che “la questione dei fascicoli è una questione di sicurezza del Patto Atlantico” e come tale venne trattata ossia mediante l’estensione all’intera vicenda del Segreto di Stato.

I nominativi dei futuri enucleandi in Sardegna tra gli esponenti ed i simpatizzanti della sinistra non vennero mai resi noti all’opinione pubblica.

In merito ai fascicoli del Sifar riferì ai magistrati il generale Antonio Viezzer che di tutte quelle informazioni vennero raccolte dai servizi nel periodo 62-63 furono fatte lunghe sintesi: “Dette sintesi – affermò Viezzer – furono inviate dal generale Giovanni Allavena (all’epoca capo dell’Ufficio “D” del Sifar ndr ) al generale De Lorenzo che all’epoca era comandante generale dell’Arma dei Carabinieri.”. Accadde però che “Tali sintesi in copia originale inviate a De Lorenzo non sono state più rintracciate.”. E, fatto ancor più stupefacente, ricomparvero e fecero ancora parlare di sé quando i magistrati decisero la perquisizione presso la Villa del Gran Maestro Venerabile della Loggia Propaganda 2 (P2) Licio Gelli a Castiglion Fibocchi che le utilizzerà per tutto il decennio dei Settanta per ricattare l’intera classe politica italiana e aumentare considerevolmente la sua influenza sulla scena politica e industriale nazionale.

“Se si pensa – scriverà Pietro Calderoni (4) – che il gen. Allavena, già capo dell’Ufficio ‘D’ del Sifar, vice di Viggiani, come lui “creatura” di De Lorenzo, e già capo dei centri “CS” di Roma risulterà iscritto alla P2, e che fu lui a formare le liste degli “enucleandi” nel “piano Solo” , l’intera vicenda risulterà chiarita. Ne deriva che l’illegittima continuità tra Sifar, comando generale dell’Arma, P2, fu solo alla base delle fughe di fascicoli e dei conseguenti ricatti e condizionamenti su ambienti politici e militari che contrassegneranno quella che la Commissioneparlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2 definirà la “resistibile ascesa” di Gelli a posizioni di potere di impressionante spessore e vastità.”.

Inoltre secondo quanto scrisse il giornalista Roberto Faenza in un suo resoconto dettagliato sull’influenza americana nel nostro paese (5) una copia dei dossier del Sifar venne depositata nel quartier generale della CIA a Langley in Virginia. Faenza cita un cablogramma che attesta il ricevimento “dal nostro corrispondente presso i servizi segreti italiani” dei rapporti sui leader politici “in osservazione”.

L’operazione di spionaggio elaborata dal gen. De Lorenzo coinvolse anche numerosi prelati, vescovi e preti delle diverse diocesi e perfino il papa Giovanni XXIII.mo il quale andò su tutte le furie quando venne a conoscenza che il Sifar aveva piazzato dei microfoni negli appartamenti vaticani.

L’intera vicenda dei dossier Sifar andò avanti per anni con il beneplacito della presidenza della Repubblica e venne commissionata a De Lorenzo dall’allora capo della CIA William Colby.

A quanto risultò alla Commissione parlamentare la ricerca delle notizie per la compilazione dei fascicoli era stata realizzata violando sistematicamente il principio della stessa libertà personale attraverso pedinamenti, teleobiettivi, controlli clandestini della corrispondenza privata e delle comunicazioni telefoniche.

Quando oggi è cosa nota l’esistenza di strutture spionistiche satellitari su scala planetaria quali il complesso programma ECHELON non deve stupire che l’Italia della fine anni Cinquanta fosse già un campo di sperimentazione per questo genere di attività alle quali diedero alacremente il loro contributo i servizi di sicurezza civili e militari italiani.

Che la struttura segreta denominata Gladio non fosse un mistero per gli alti vertici militari italiani e gli ambienti dei servizi di sicurezza – i quali erano tenuti a risponderne in ambito NATO – si deduce anche dalle dichiarazioni rilasciate da diversi ufficiali nel corso di inchieste della magistratura italiana o di indagini parlamentari.

Così si esprimerà in proposito lo stesso Gen. De Lorenzo: “Esiste, presso lo Stato maggiore della Difesa , a latere del Sifar, l’Ufficio sicurezza del Patto Atlantico che garantisce la sicurezza dei funzionari cioè di tutti coloro che vogliono svolgere un certo lavoro…Questo ufficio di sicurezza, che deve reperire queste notizie, fa capo all’Arma dei Carabinieri, che svolge le indagini. Queste indagini vengono fatte affluire o all’Ufficio centrale o agli uffici ministeriali con le considerazioni adeguate. Sulla base di queste considerazioni , se sono favorevoli, si dà il nulla osta di sicurezza.”

Analogamente si espresse il Gen. Vito Miceli, per anni capo del Sismi – i servizi militari – in occasione del processo nel 1977 per il tentato golpe Borghese del dicembre 1970: “C’è , ed è sempre esistita, una particolare organizzazione segretissima, che è a conoscenza anche delle massime autorità dello Stato. Vista dall’esterno, da un profano, questa organizzazione può essere interpretata in senso non corretto, potrebbe apparire come qualcosa di estraneo alla linea ufficiale.”

Miceli sostenne che le sue attività rientrassero nei compiti istituzionali.

Un altro esponente delle forze armate chiamato a rispondere davanti alla Magistratura di progetti eversivi, il Ten. Col. dei servizi segreti militari Amos Spiazzi, dopo aver confessato di aver preso parte ad una cospirazione di destra guidata da un’organizzazione denominata “Rosa dei Venti” (simbolo ufficiale dell’Alleanza Atlantica) così rispose al giudice che gli chiese se avesse o meno ricevuto l’ordine di allertare gruppi irregolari di sostegno alle forze armate nel giugno 1973: “Ricevetti un ordine da un mio superiore militare, appartenente all’organizzazione di sicurezza delle forze armate, che non ha finalità eversive ma si propone di proteggere le istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il Sid, ma in gran parte coincide con il Sid.”.

Dunque in linea generale tutti i principali protagonisti , esponenti di primo piano delle FF.AA o dei servizi, chiamati a rispondere circa l’esistenza di un organizzazione segreta militare confermarono che si trattasse di qualcosa di pienamente istituzionale e direttamente collegata ai vertici NATO ed a conoscenza delle massime autorità politiche come , d’altronde, confermò pienamente il premier Andreotti quando nell’autunno 1990 decise di rivelare all’opinione pubblica italiana l’esistenza di Gladio.

Le cosiddette “unità di supporto” irregolari erano rappresentate dai coloro che, molti anni più tardi, la stampa italiana conobbe con il nome di ‘gladiatori’.

“Il reclutamento di unità di supporto irregolari – scrive Philip Willan (6) – è un tema ricorrente negli scandali dei servizi segreti: attraverso tali unità si arriva poi agli agenti infiltrati e alla manipolazione del terrorismo. Una delle persone coinvolte nel reclutamento era il colonnello Renzo Rocca, direttore dell’ufficio controspionaggio industriale del Sifar, l’ufficio perla Ricercaeconomica e industriale (Rei). La commissione parlamentare d’inchiesta per lo scandalo Sifar appurò che Rocca usava i fondi dei servizi segreti e altri contributi di industriali per reclutare persone per operazioni paramilitari, che venivano stipendiate come “informatori” dei servizi segreti. “Tale reclutamento si rivolgeva soprattutto ai carabinieri e agli ex marinai in congedo, ma si estendeva anche ad altri gruppi di “ragazzi di avventura”, che avrebbero dovuto fungere da provocatori”, chiariva la relazione di minoranza. Le attività di Rocca erano seguite attentamente dalla Cia. Secondo Faenza, il capo della sede romana William Harley spinse il colonnello a destabilizzare i tentativi di Moro di raggiungere un’intesa coi socialisti. Harvey suggerì a Rocca di usare gli “squadroni d’azione” per “compiere attentati contro le sedi della Democrazia Cristiana e di alcuni quotidiani del nord, da attribuire alle sinistre.”. Faenza affermò inoltre che Harvey era in possesso di liste contenenti più di 2000 nomi di esponenti di destra appartenenti a gruppi paramilitari, che si erano disponibili per azioni anticomuniste. Rocca si suicidò nel 1968, poco prima di essere interrogato dalla commissione parlamentare. La sua morte fu uno dei misteriosi suicidi e incidenti che ricaddero su coloro che erano a conoscenza delle attività più delicate dei servizi segreti italiani. (…) I legami di Rocca con i servizi segreti spinsero alcuni agenti a introdursi nel suo ufficio (pressola FIATdov’era finito a lavorare un anno prima ndr) per rimuovere certi fascicoli prima delle indagini della magistratura. Secondo alcune voci sottrassero un dossier riguardante l’attività di reclutamento esercitata da Rocca nel 1964. (…) Rocca non fu l’unico in possesso di informazioni sullo scandalo Sifar a morire prematuramente. Il 27 aprile 1969 l’ex capo dei carabinieri, generale Carlo Ciglieri, che aveva commissionato un’indagine sugli eventi del 1964, morì in un incidente stradale. Ciglieri guidava lungo un rettilineo poco fuori Padova quando la sua macchina inspiegabilmente uscì di strada. Stranamente non venne ritrovato alcun documento utile alla sua identificazione e le fotografie scattate sul luogo dell’incidente mostrarono l’esistenza di una busta, in seguito scomparsa. L’uomo cui Ciglieri aveva commissionato l’indagine era il generale Giorgio Manes, morto in seguito a un infarto il 25 giugno 1969 poco prima di testimoniare davanti alla commissione parlamentare.”.

Tra i compiti che Rocca svolse per conto del Sifar vi fu anche il finanziamento dell’Istituto Alberto Pollio che organizzò nelle giornate dal 3 al 5 maggio 1965 la conferenza tenuta all’Hotel Parco dei Principi di Roma sulla “guerra rivoluzionaria” alla quale presero parte numerosi esponenti del neofascismo italiano in particolare si ricordano i nomi di:

a) Guido Giannettini, giornalista e informatore dei servizi segreti, in seguito accusato di aver preso parte alla strage di Piazza Fontana del dicembre 1969;

b) Stefano Delle Chiaie, fondatore dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale;

c) Mario Merlino,

d) Enrico De Boccard, fondatore dell’Istituto Pollio;

e) Pio Filippani Ronconi, docente universitario già appartenente alla divisione italiana Waffen S.S. ;

f) Pino Rauti, fondatore del centro studi “Ordine Nuovo”

g) Giorgio Pisanò, esponente del MSI milanese;

Di questi ultimi due , Rauti e Pisanò, sono interessanti le ammissioni che vennero pubblicate in un libro-intervista apparso a metà anni Novanta.

Alla domanda “lei crede che a un certo punto l’estrema destra, pur di combattere contro il comunismo, sia scesa a patti, abbia collaborato con lo Stato repubblicano e antifascista? Rauti risponderà: “Si. Ha collaborato, più o meno sottobanco, e in certi momenti soprattutto sottobanco. (…) Io stesso sono stato coinvolto in rapporti coi militari. Scrivendo, insieme a Edgardo Beltrametti, l’opuscolo “Le mani rosse sulle forze armate”, commissionato dal generale Giuseppe Aloia.” (7).

Mentre Pisanò alla domanda su chi avrebbe messo le bombe a Piazza Fontana risponderà: “Il ministero degli Interni. L’ufficio affari riservati del Ministero degli Interni. (…) …questa gente aveva studiato una strategia: noi mobilitiamo qualche scriteriato a destra e qualche scriteriato a sinistra, gli facciamo mettere qualche bombetta qua e là, un po’ di colore rosso e un po’ di colore nero, montiamo la stampa e dimostriamo che se non rafforziamo di nuovo il centro, gli opposti estremismi prendono il sopravvento. E allora cominciarono le bombe sui treni e così via , senza provocare morti.” E , all’intervistatore che gli faceva notare che i morti a Piazza Fontana ci furono replicherà: “Si ma fu un errore. Quel giorno le bombe nelle banche furono tre, due a Milano e una a Roma e altre bombe vennero messe all’Altare della Patria. Scoppiarono tutte dopo le 16.30, orario di chiusura delle banche, e le due all’Altare della Patria erano messe in un punto tale da non nuocere a nessuno. Insomma non si voleva uccidere. Ma chi mise quelle bombe non sapeva che quel giorno una banca, una sola banca in tutta Italia, sarebbe rimasta aperta oltre il normale orario di chiusura: la Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano”. Andando poi oltre ed attaccando Franco Freda: “Freda…eh io li ho difesi tutti a spada tratta ‘sti fessi, anche se non lo meritavano. Freda è quel cretino che fornisce i timer. Ma attenzione: Freda non sapeva che i timer sarebbero stati usati per fare una strage. (…) Ho fatto carte false per dimostrare che Freda con i timer non c’entrava niente, ma la verità è questa. Freda cascò in un trappolone. Fornì i timer senza sapere a cosa servivano.” Sentenziando infine che “Nelle stragi ci sono solo imbecilli italiani”. (8).

Imbecilli più o meno consapevoli o criminali poco cambia. Soprattutto perché affatto imbecilli furono – e piuttosto consapevoli – coloro che diedero vita al piano Solo.

Un piano di emergenza per l’ordine pubblico di cui il Ministro della Difesa , con una nota del 12 maggio 1969, informò le autorità della magistratura.

I documenti relativi al piano per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale che prevedevano l’impiego di reparti della sola arma dei carabinieri erano contenuti in quattro minute. Più precisamente, come si evidenziò, la prima era costituita da un quaderno manoscritto a penna redatto dal Comando della Divisione Carabinieri “Pastrengo” di Milano , con giurisprudenza per l’Italia settentrionale. La minuta risulterà manoscritta dall’allora Colonnello dell’Arma Mingarelli all’epoca responsabile dell’Ufficio di capo di Stato maggiore della divisione. E’ firmata dal generale di divisione Markert e munita di timbro tondo ed intestata come “Pianificazione riservatissima – Progetto Generale”.

Il Colonnello Mingarelli sarà pesantemente coinvolto dieci anni più tardi – nel 1972 – nella manipolazione delle indagini sulla strage di Peteano.

La seconda minuta , costituita dalla fotocopia di 19 fogli manoscritti, risultò redatta dal comando divisione carabinieri “Podgora” di Roma, con giurisdizione sull’Italia centrale oltre che sull’Emilia Romagna e la Sardegna.Laminuta risultò manoscritta dall’allora ten. col. dell’Arma Bittoni, all’epoca capo di Stato maggiore della divisione. E’ intestata “Piano Solo del comando II divisione Carabinieri Podgora”.

La terza , costituita da 28 fogli sciolti, risulta redatta dal comando della divisione carabinieri “Pastrengo” e contiene una bozza di pianificazione per la sola città di Roma anch’essa redatta dal col. Bittoni con allegate due mappe della capitale. E’ intestata “Traccia per la compilazione del progetto Solo”.

Infine la quarta minuta, costituita da 32 fogli dattiloscritti, risulta redatta dal comando carabinieri divisione “Ogaden” di Napoli con giurisdizione su tutta l’Italia meridionale. E’ intitolata “Piano per il mantenimento dell’ordine costituito nel territorio dello Stato”. A quanto risulta dagli atti d’inchiesta parlamentare l’allora comandante dell’Ogaden, gen. Celi, incaricò il col. Romolo Dalla Chiesa di predisporre “uno studio inteso a vedere come l’Arma, nella nostra giurisdizione, avrebbe potuto far fronte a sovvertimenti” (dalla deposizione resa dallo stesso Dalla Chiesa alla Commissione d’inchiesta).

Secondo quanto affermato dal ministro della Difesa non esistevano altri originali delle minute in questione mentre per quanto riguardava lo schieramento delle forze dell’Arma , la consistenza dei reparti, le procedure esecutive del piano Solo rimaneva in vigore il segreto militare.

Venne ovviamente respinta anche la richiesta di ottenere le liste degli enucleandi appartenenti al PCI che furono distribuite nella primavera-estate 1964 ai comandi di divisione dell’Arma.

Il meccanismo di approntamento del piano si mise in movimento su impulso del generale De Lorenzo. “Il gen. Picchiotti, capo di Stato maggiore del comando generale, ricevette in tal senso un ordine dal comandante generale (…) E’ lo stesso Picchiotti ad affermare che, successivamente alla riunione del 25 marzo dei comandanti di divisione, a seguito della quale verranno predisposti gli appunti rinvenuti, egli ebbe a convocare i tre capi di Stato maggiore delle divisioni “presenti alcuni ufficiali del Sifar” per impartire, su ordine di De Lorenzo, disposizioni per l’aggiornamento del piano per la tutela dell’ordine pubblico. – scrive Calderoni (9) – Per le azioni di aggiornamento, fu incaricato il col. Tuccari…(…) Nel corso della riunione, venne accettata la proposta del ten. col. Mingarelli di riunire i piani di “emergenza speciale” preparati dai prefetti con il concorso dell’Esercito, dei Carabinieri e della Pubblica Sicurezza del 15-11-1961 (circolare Vicari) , adattandole agli scopi della pianificazione da apportare ed in particolare alle previsioni del “Solo” impiego dell’Arma dei Carabinieri. Lo schema predisposto dal Tuccari costituisce l’ossatura del “piano Solo” che prevedeva un insieme di azioni difensive ed offensive , tra cui le difese delle caserme, l’occupazione della sede della RAI-TV, delle centrali telefoniche e telegrafiche, di sedi di partito e di giornali, con il fermo degli “esponenti più in vista” il conseguente loro concentramento e trasporto. Era anche prevista l’occupazione del Quirinale e di Palazzo Chigi, allo scopo di “impedire che cadano nelle mani dei rivoltosi”. (…) E’ noto come, nel momento più delicato di tensione nel nostro Paese, venne sottoscritto l’accordo di governo tra democristiani e socialisti che segnò la fine della crisi, con l’accantonamento del “piano Solo” e la distruzione delle liste.”

L’allora Presidente della Repubblica , Antonio Segni, era a conoscenza del piano che, peraltro, prevedeva l’eliminazione di alcuni esponenti della sinistra democristiana in particolare circolò con insistenza il nome di Aldo Moro (ci penseranno le sedicenti Brigate Rosse quattordici anni dopo a portare a termine l’incombenza stabilita evidentemente oltre Atlantico ai più alti livelli dell’establishment statunitense).

Il piano golpista avrebbe dovuto trasferire il potere esecutivo nelle mani di una coalizione di centro-destra di cui avrebbe potuto essere nominato premier il democristiano Cesare Merzagora. Il golpe, cancellato all’ultimo momento, rappresenterà da quel momento e per tutto il decennio successivo un’opzione alla quale tenderanno interessati ambienti politici, industriali e militari come si evidenzierà nitidamente solo sei anni più tardi con il tentativo di colpo di Stato patrocinato dal comandante Junio Valerio Borghese e successivamente con altre iniziative analoghe che avrebbero aumentato la tensione politica e l’instabilità della società italiana.

Lasciamo la ‘chiosa’ finale alla firma di un blogger che , su un sito informatico della rete, ha lucidamente osservato: “Tali complessi ma affascinanti argomenti, di cui mi sono limitato a fornire una panoramica chiara e sintetica, ma non certo esaustiva, sono stati trattati con estrema serietà dal dottor Daniele Ganser, storico svizzero e capo del gruppo di ricerca presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza dell’Istituto Federale di Tecnologia (ETH) a Zurigo, autore del libro “NATO’s Secret Armies – Operation Gladio and Terrorism in Western Europe”( Gli eserciti segreti della NATO – Operazione Gladio e terrorismo in Europa Occidentale). Ganser si propone in particolare con la sua opera di definire con precisione il ruolo di “Stay Behind” nel contesto storico europeo sottolineandone la finalità politica di opposizione al rafforzamento del comunismo interno all’occidente, per timore di un collasso del blocco americano stretto da forze antagoniste esterne ed interne. Ganser ipotizza infine scenari inquietanti costruendo un parallelo fra la realtà della Guerra Fredda e l’epoca a noi contemporanea, affermando: ”La lezione che possiamo trarre, se riportiamo la nostra esperienza dalla Guerra Fredda alla situazione attuale, è che una strategia della tensione è tuttora implementata, ma stavolta contro i Musulmani. Tutti sappiamo che l’occidente dipende in larga parte dal petrolio, e si ha bisogno di un pretesto per sviluppare operazioni in Iran, Irak ecc. Non possiamo semplicemente recarci lì, ed invadere i loro territori, quindi abbiamo bisogno di pensare che stanno cercando di ucciderci. Quindi è possibile che una strategia della tensione sia in atto, nella quale i Musulmani stanno svolgendo il ruolo che i comunisti avevano nella Guerra Fredda. Tuttavia è troppo difficile,tutto sta avvenendo in modo velocissimo e ci sono pochi dati disponibili.” (10)

Come non pensare alle attuali “primavere arabe” ed al ruolo di agent-provocateur per tutto il mondo islamico dall’organizzazione Al Qaeda?

Au revoir…

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

NOTE –

1) Philip Willan – “I Burattinai – Stragi e complotti in Italia” – Ediz. “Tullio Pironti” – Napoli 1993;

2) Ibidem;

3) Richard Norton Taylor – Articolo apparso sul “Guardian” in data 15 Novembre 1990;

4) ( a cura di Pietro Calderoni ) – “Servizi segreti” – Ediz. “Tullio Pironti” – Napoli 1986;

5) Roberto Faenza/ Marco Fini – “Gli americani in Italia” – Ediz. “Feltrinelli” – Filano 1976;

6) Philip Willan – op. cit.;

7) Michele Brambilla – “Interrogatorio alle destre” – Ediz. “Rizzoli” – Milano 1995;

8) Ibidem;

9) ( a cura di Pietro Calderoni ) – op. cit.;

10) Articolo “Gladio e la strategia della tensione” – apparso sul sito informatico www.towrite.it in data 7 Luglio 2010;