02 dicembre 2010

La rivoluzione di Eric Cantona agita le banche?








Intervista a Juan Torres López a proposito dell’iniziativa di Eric Cantona


“È normale che la gente onesta si ponga il problema di ritirare i propri soldi dalle banche che li usano per affondare le economie ed estorcere i governi”


Il noto calciatore Eric Cantona ha convocato in Francia un movimento popolare per ritirare i soldi dalle banche il prossimo 7 dicembre (www.bankrun2010.com). Per conoscere i possibili effetti di questa iniziativa intervistiamo Juan Torres López, Docente di Economia, membro del Comitato Scientifico di ATTAC Spagna e autore dei libri Desiguales. Mujeres y hombres en la crisis financiera (Icaria), con Lina Gálvez, e La crisis de las hipotecas basura. ¿Por qué se cayó todo y no se ha hundido nada? (Sequitur) con la collaborazione di Alberto Garzón. .

- Quali sono gli effetti che avrebbe una misura come quella proposta da Cantona?
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- Logicamente dipende dal suo seguito. Se si facesse in massa, le banche non avrebbero abbastanza liquidità per restituire i depositi ai loro clienti, perché la banca occidentale opera con un sistema chiamato di riserve frazionarie. Questo significa che di tutti i soldi che deposita un cliente, conserva soltanto una piccola parte (attualmente un 2% più alcune percentuali addizionali in base al regolamento di ogni paese). Il resto lo usa per dare crediti. Per tanto, i soldi dei depositi “stanno” in banca ma solo in forma di annotazioni, così che il denaro non può essere ritirato nella sua totalità. .

- Questo vuol dire che le banche non “conservano” il denaro dei loro clienti ma che lo usano per creare più denaro?


- È proprio così. L’affare delle banche è questo: creare mezzi di pagamento mediante la generazione di debito. Ogni volta che danno un credito, creano denaro con questa parte del deposito che non conservano. Ma non si tratta di denaro legale (monete o biglietti) bensì di denaro bancario. .

- E con questo guadagnano …


- Certo che guadagnano. Guadagnano più denaro, perché riscuotono più per prestare che per ricevere depositi. E guadagnano potere perché, come tutti sanno, il denaro dà potere di decisione e di soddisfazione. .

- E i governi non potrebbero evitare una situazione del genere, impedendo di ritirare i depositi?
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- Teoricamente, i governi si sono compromessi a garantire i depositi dei clienti ma, logicamente, sottoforma di denaro bancario. Quello che succede è che se tutti, o molti di noi, andassimo nello stesso giorno a ritirare il denaro, sarebbe impossibile. Ciò che hanno fatto i governi è stato in realtà una farsa, fintanto che sussiste il sistema di riserve frazionarie. Però, in un momento dato, possono decretare che non si può ritirare il denaro, com’è successo in Argentina per aiutare le banche e i grandi risparmiatori. .

- Lei crede che l’appello di Cantona avrà successo?
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- Suppongo che all’inizio non sarà seguito da milioni di persone. Per questo motivo non credo che sarà tanto rilevante per il problema della liquidità che andrà a generare, quanto piuttosto perché sarà un avvertimento del fatto che la gente sta cominciando ad essere stufa, e giustamente, delle banche. Una volta ho letto che Henry Ford disse che se le persone sapessero quello che le banche fanno con i loro risparmi, il giorno dopo scoppierebbe una rivoluzione. .

- Il ruolo delle banche in questa crisi è stato così negativo?
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- Credo di sì. Se mi è concessa l’espressione, sono state allo stesso tempo l’arma del delitto e la mano che ha premuto il grilletto. Invece di canalizzare il risparmio in investimenti produttivi lo hanno messo a disposizione della speculazione. E di altri affari sporchi: le banche sono quelle che permettono di riciclare il denaro, quelle che hanno sede nei paradisi fiscali, quelle che fanno da tramite per i traffici di armi, droga, persone, o che aiutano i terroristi a spostare i loro soldi, quelle che finanziano con migliaia di milioni gli affari più sporchi e le persone più impresentabili del mondo, mentre i piccoli e medi imprenditori si fanno in quattro per ottenere crediti di qualche migliaio di euro. E, inoltre, grazie al potere finanziario che possiedono hanno esteso la loro influenza alla politica, ai mezzi di comunicazione, alla creazione del pensiero, all’educazione … Imponendo politiche che producono un’enorme disuguaglianza, e dando luogo in questo modo a crisi tanto ricorrenti e tanto gravi. Non c’è, oggigiorno, un aspetto decisivo della vita sociale, che si muova libero dall’influenza delle banche. .

- Allora, lei crede sia giustificato che la gente ritiri il proprio denaro dalle banche?
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- Assolutamente sì, ma con dei chiarimenti. La gente ha il diritto, e oserei dire che ha persino il dovere morale, di dire alle banche che fanno tutte queste cose che così non va, che non vuole che con i propri soldi si compiano tutte queste azioni. Ma dico anche che bisogna precisare, perché ci sono banche etiche e non tutte le banche si sono comportate allo stesso modo. Bisognerebbe canalizzare questa espressione di rabbia e di rifiuto verso le banche sporche chiedendo un nuovo tipo di banca. Mobilitare il risparmio e metterlo a disposizione di chi ha bisogno di finanziamenti esterni per creare ricchezza, voglio dire che l’attività finanziaria è imprescindibile in qualsiasi economia. Sarebbe una sciocchezza rinunciare a questo. Perciò la cosa importante non è soltanto ritirare il denaro dalle banche che stanno effettivamente arrecando tanti danni, ma creare un sistema finanziario alternativo, etico, pulito, trasparente, volto a creare ricchezza. .

- E come sarebbe questo sistema finanziario alternativo?
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- Dunque, credo che invece di essere un sistema sempre più centralizzato e accentrato, come vogliono i padroni delle banche private per controllare meglio i mercati e la società, dovrebbe organizzarsi su più livelli. Certamente credo che dovrebbero esserci banche di grandi dimensioni e internazionali perché, al giorno d’oggi, c’è bisogno di finanziare progetti di sviluppo di grande portata. Ma non dovrebbero essere né private (perché altrimenti cercherebbero soltanto di fare i propri interessi) né tanto antidemocraticamente controllate come accade oggi, ad esempio, con la Banca Mondiale. E per evitare quest’ultima situazione l’ideale è che le banche siano molto “vicine” alle persone, che siano sottomesse a principi di attuazione molto rigidi e ad un costante, plurale e democratico controllo sociale. .

- E queste banche più grandi continuerebbero ad agire con riserve frazionarie?
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- No, no, è proprio questa la logica che deve essere cambiata. Se si continua in questo modo, saremo sempre punto e a capo. Ci sono modi per far sì che una banca senza riserve frazionarie funzioni perfettamente e adempia il suo compito di finanziatrice dell’attività produttiva. Non dico che sia facile da organizzare ma si può fare. .

E il resto ?
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- Il sistema finanziario funziona meglio e provoca meno problemi quanto più è decentralizzato. Bisogna creare reti e un sistema di finanze multilivello e multifunzionale. Ed è fondamentale che la gente che risparmia sia anche padrona del destino dei propri risparmi, che intervenga nel momento in cui se ne decide l’uso. In questo modo sarebbe molto più facile se tutti fossimo più immaginativi e imprenditori, se non vedessimo la creazione della ricchezza, di impiego o di sicurezza e benessere come “qualcosa che riguarda gli altri”, ma che riguarda anche noi, che dipende dalla nostra attività e lavoro, dai nostri risparmi, dalle nostre iniziative e decisioni. Bisogna fare in modo che le finanze non schiavizzino i consumatori o i piccoli e medi imprenditori: in fin dei conti, sono loro che in Spagna creano e sostengono più del 90% dell’impiego. È per questo che sarebbe meglio se tutti loro decidessero cosa fare con i risparmi e che queste decisioni non dipendessero dalle grandi e lontane istituzioni finanziarie le quali, ovviamente, cercano di massimizzare i loro guadagni in una prospettiva globale. Che cosa importa alla Banca di Santander [ una delle maggiori entità finanziarie in Spagna, N.d.T.], preoccupata di aumentare sempre di più le sue entrate, dell’effetto delle loro azioni finanziarie su una donna del Bierzo che ha bisogno di 1500 euro per avviare l’attività di parrucchiera o su un carpentiere che dà impiego a cinque lavoratori in una frazione di Lugo e che ha bisogno di 5000 euro per cambiare i macchinari? Durante la propaganda possono dire ciò che vogliono ma la realtà è che il calcolo dei risultati delle grandi banche, che dominano oggi le finanze, dipende da altre variabili, e che non si occuperanno di far funzionare bene questi “affari ordinari della vita quotidiana”, che sono, secondo quanto diceva Alfred Marshall, l’oggetto dell’economia. .

- Si riferisce al potenziamento delle cosiddette microfinanze?
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- Sì, ma non solo. Bisogna creare e potenziare reti interpersonali di soccorso finanziario, per chiamarlo in qualche modo. Anche le finanze hanno a che fare con la solidarietà e la generosità. Mohamed Yunus ha dimostrato, con le sue esperienze di microcrediti, che le economie basate su questi valori aiutano ad uscire dalla povertà e a creare ricchezza più di quanto non facciano le economie basate sui valori del lucro o, di certo, di quelle che spingono la speculazione finanziaria. Ma si deve generare anche un altro tipo di economia a un livello intermedio. Come ho detto, non ha senso che il finanziamento di autonomi, di piccoli imprenditori o persone che necessitano, la maggior parte delle volte, di un appoggio finanziario di piccola o media entità, dipenda da corporazioni finanziarie gigantesche. È molto meglio che questo sia vincolato al risparmio decentralizzato. Si è sempre fatto così e c’è stata più disponibilità economica per creare ricchezza. Adesso sembra che viviamo nell’abbondanza di mezzi di finanziamento ma, in realtà, c’è stata e c’è soltanto quando si tratta di appoggiare grandi affari o di generare debito artificiale che, a sua volta, finanzia le bolle speculative. .

- Dunque lei raccomanderebbe di ritirare i soldi dalle banche convenzionali? Lei ritirerà i suoi soldi?


- Vediamo, io sono cliente della Triodos Bank. Si potrebbe dire che li ho già ritirati, almeno una gran parte, perché sussistono ancora grandi difficoltà per inoltrare al di fuori delle banche tradizionali tutte le ricevute o i pagamenti. E ci sono alternative per depositare i risparmi: Fiare, diverse cooperative in alcune delle comunità autonome. Sebbene rispondano allo stesso sistema di riserve frazionarie, sono molto più trasparenti e non fanno gli spregevoli investimenti che fanno le banche convenzionali. - E si dovrebbe fare questo in massa?

- Io credo che in massa dovremmo essere consapevoli di ciò che stanno facendo le banche convenzionali, del fatto che è necessario che ce ne siano altre differenti, pubbliche e private, senza il privilegio di creare denaro privato. E che, senz’altro, quanta più gente porta i propri soldi alle banche etiche o alle cooperative di credito e tanto meglio sarà. - Ma si può utilizzare il ritiro dei fondi come un’arma contro le banche? Non si rischia di provocare un corralito , un fallimento generalizzato delle banche?

- Dunque vediamo, andiamo per ordine. Se le banche adesso sono vicine alla bancarotta o perfino in bancarotta dissimulata, non è assolutamente per colpa dei clienti che vogliono proteggere i propri soldi dall’irresponsabilità e dall’ingordigia dei banchieri. Inoltre, la gente ha diritto di ritirare il proprio denaro dalla banca quando vuole. È suo! E se volesse farlo in massa, non sarebbe certo questa decisione dei clienti ciò che, in ogni caso, farebbe fallire le banche, bensì il sistema di riserve frazionarie. .

- Ma l’appello di Cantona non è un’irresponsabilità?


- È possibile che questo lo dica chi ha affondato il sistema finanziario mondiale provocando una crisi senza precedenti o chi li appoggia dai governi, ma l’irresponsabilità di quanto potrebbe accadere nel sistema finanziario non è di Cantona. Ci mancherebbe altro! Cantona è un cittadino, come tanti altri, che è stufo degli irresponsabili. Un altro discorso è se questa misura possa essere decisiva e se sia utile da sola .

- Che vuole dire con questo?


- Che non è sufficiente dire alla gente di ritirare i soldi dalle banche. Questo va bene come scintilla, per richiamare l’attenzione, come avvertenza, come provocazione … Ma c’è bisogno di alternative. Questa proposta non può essere fine a sé stessa. Deve essere in ogni caso una misura di pressione in favore di qualcosa. Credo che debba essere accompagnata, se verrà attuata, dalla rivendicazione della banca pubblica, dalla scomparsa delle banche responsabili della crisi, da altre politiche economiche e finanziarie, dall’esigenza di nuove norme e nuovi modi di funzionamento delle finanze e, soprattutto, dall’esigenza di garanzie che permettano di tornare a finanziare l’economia affinché questa funzioni: è proprio ciò che ora le banche private non garantiscono. È questa la linea con la quale lavoriamo in ATTAC. Ovviamente non si può escludere che la gente si stanchi se le banche continuano a estorcere i governi, se continuano ad attaccare gli Stati e ad esigere tagli sui diritti per andare avanti. Ed io sarei il primo ad essere favorevole a misure molto più contundenti. Perché se loro sono insaziabili la pazienza della gente, invece, ha un limite.

di Juan Torres López - Alberto Montero Soler -


Juan Torres López è Docente di Economia Applicata all’ Università di Siviglia.www.juantorreslopez.com


Alberto Montero Soler (amontero@uma.es) è professore di Economia Applicata all’Università di Malaga e puoi leggere altri suoi articoli sul suo blog La Otra Economía.



Fonte: www.rebelion.org

01 dicembre 2010

La prossima crisi: ecco come il business sfrenato ci ucciderà




Il 2008 è stato l’anno della convergenza delle crisi. Gli aumenti del prezzo del petrolio così come degli alimenti principali, entrambi prodotti dalla combinazione di problemi nella produzione e nel rifornimento, dalla domanda salita alle stelle con il conseguente incremento del commercio di merci nel mercato dei futures. Allora le banche hanno collassato, i governi le hanno salvate con interventi mirati a puntellare un sistema finanziario che crollava.

Come ho già sostenuto in un precedente articolo (trad italiana) su Ceasefire, questa convergenza di crisi energetica, alimentare ed economica non è stata un incidente, ma il risultato inevitabile del modello di business sfrenato adottato da un sistema politico-economico mondiale che ora ha raggiunto i propri limiti interni, oltre ad aver superato quelli dell’ambiente.

Nonostante le rassicurazioni ufficiali secondo le quali il peggio è passato e le economie si stanno riprendendo e sono tornate a crescere, la tendenza attuale ci indica che il peggio deve ancora venire, e che i politici non hanno idea di quali siano le cause strutturali della convergenza di queste crisi.

Il primo problema fondamentale è che gli ortodossi economisti neoliberisti non riescono a capire una ovvia verità cioè la compenetrazione dell’economia con l’ambiente naturale. La crescita dell’economia richiede un crescente apporto di energia, ottenuta dallo sfruttamento delle risorse naturali, in questo momento essenzialmente i combustibili fossili come petrolio, gas e carbone.

In teoria, gli economisti ortodossi sostengono che il capitalismo può risolvere il problema della dipendenza dall’energia massimizzando l’efficienza, più grande lo sviluppo economico, maggiore sarà l’uso ottimale delle risorse e quindi minore la quantità di energia necessaria. Questo tipo di ragionamento sottintende il sostegno del governo all’ossimoro delle società high growth, low carbon (crescita elevata, basso uso di carbone). Come capita spesso con la teoria economica neoliberista, i dati empirici generano alcuni seri interrogativi su questo argomento. Come mostrato in modo inequivocabile da Tim Jackson in Prosperity Without Growth (pp. 74-76), il trend globale delle emissioni di carbone e combustibili fossili così come l’estrazione di metalli grezzi e di minerali non metallici è aumentato vertiginosamente negli ultimi due decenni. In molti casi, sostiene Jackson: “L’intensità energetica globale (rapporto tra uso di risorse e PIL) è cresciuta significativamente per i minerali non combustibili. L’efficienza delle risorse ha preso una direzione sbagliata.” (p. 75)

Tra il 2005 e il 2008, la convenzionale produzione di petrolio ha combattuto con una stabilità ondulante senza precedenti nella storia della produzione mondiale di petrolio, ed è improbabile che aumenti considerevolmente oltre i livelli raggiunti nel 2008. Come ha notato il dottor James Schlesinger , passato Segretario dell’energia americano (1977-79) e direttore della CIA, date le progettate curve in flessione tra il 4 e il 6 percento, e l’aumento progettato della domanda durante il prossimo quarto di secolo, avremo bisogno dell’equivalente della capacità di cinque volte l’Arabia Saudita”. Aldilà delle incertezze sui fondali degli oceani e sulle riserve non convenzionali e altre, lui fa notare che “in generale dobbiamo aspettarci di andare avanti senza la nostra fonte di energia fondamentale nell’espansione dell’economia mondiale per più di mezzo secolo”.

Mentre i livelli di fornitura sembrano essere fluttuanti, l’aumento di domanda dovuto a una fragile ripresa indica la possibilità a breve di un altro picco del prezzo del petrolio dal momento che la crescente domanda incontra una capacità di produzione piuttosto bassa. Gran parte dell’aumento vertiginoso di domanda di petrolio non proviene dall’occidente ma dalle economie emergenti, come la Cina, e ha portato alcuni istituti finanziari come JP Morgan a prevedere un imminente aumento del prezzo del petrolio fino a 100 dollari al barile.

Allo stesso tempo, con il nuovo aumento dei prezzi del petrolio, stiamo assistendo all’aumento vertiginoso dei prezzi della carne, zucchero, riso, grano e mais. Come esperto finanziario, Addison Wiggin ha avvisato su Forbes, verso la fine di ottobre, che “potremmo essere a un passo dall’esplosione di una crisi alimentare che farebbe sembrare i picchi dei prezzi raggiunti nel 2008 come un felice ricordo”. Wiggin sostiene che la crisi alimentare del 2008 “non è mai finita”, visto che i prezzi delle merci chiave delle aziende agricole, sebbene non raggiungano i livelli del 2008, tuttavia hanno raggiunto livelli più elevati di quelli antecedenti al 2008:

- Frumento: su del 63%
- Grano: su dell’84%
- Soia: su del 24%
- Zucchero: su del 55%

Intanto, il dipartimento americano dell’agricoltura ha avvisato che ci sarà una caduta nella produzione di grano ... l’anno prossimo, dovuta essenzialmente alla siccità in Russia, e ha evidenziato il significativo crollo della produzione di frumento di quest’anno – apparentemente il più considerevole mai verificatosi finora.

Il nesso tra le attuali insufficienze nei rifornimenti di cibo e il cambio climatico non può essere più ignorato a seguito del devastante impatto sull’agricoltura causato dell’ondata di caldo in Russia e delle inondazioni in Pakistan, in seguito anche al previsto problema di instabilità climatica e di disastri naturali sul lungo termine dovuto al riscaldamento globale. Le ultime proiezioni provenienti dal National Center for Atmospheric Research (NCAR) , basate sul modello di business sfrenato, suggeriscono che entro 30 anni il mondo potrebbe dover affrontare un’estrema siccità permanente in parti dell’Asia, degli USA, dell’Europa meridionale così come in ampie zone dell’Africa, America Latina e Medioriente, con un impatto devastante sull’agricoltura e sulle risorse acquifere.

La stabilità della produzione di petrolio non aiuta a risolvere i problemi. Più elevati prezzi del petrolio avranno un effetto inflazionario sull’economia, esacerbando l’impennata dei prezzi alimentari. Inoltre, poiché l’attuale sistema dell’industria alimentare è pesantemente dipendente dai combustibili fossili a vari livelli – macchinari in loco; sintesi e produzione di fertilizzanti; processione, imballaggio, conservazione e trasporto di alimenti – la stabilità della fornitura energetica rafforzerà i limiti fondamentali della produzione alimentare mondiale, con ripercussioni sull’aumento dei prezzi.

Sfortunatamente, l’azione economica ortodossa sembra accelerare la convergenza di queste crisi nei prossimi anni, invece di migliorare la situazione. Nonostante gli indicatori promettano una continua crescita del PIL, considerata da molti come la prova della continua benché fragile ripresa dell’economia, i fatti fondamentali ci raccontano una storia molto diversa. Il commercio totale dei derivati nel mondo attualmente rimane agli stessi livelli della fine 2008 – circa un quadrilione di dollari (mille trilioni) – cioè la cifra colossale pari a 23 volte il PIL mondiale. Come ha notato DK Matai, un analista di rischio strategico globale e consigliere governativo su minacce alla sicurezza, “ L’intera piramide finanziaria su cui sono strutturati i derivati può crollare se i prezzi dei beni cominceranno a scendere poiché alcune delle controparti non sono in grado di pagare le loro obbligazioni”, cioè quello che è successo nel crash del 2008.

Il problema è che il pericolo non è stato affatto rimosso, anzi, forse addirittura è aumentato. Anche se l’1% della piramide dei derivati perde le proprie controparti perché diventano insolventi, stiamo parlando di un buco di 10 trilioni di dollari. Se quel 1% diventa 5% allora sono più di 50 trilioni di dollari, cioè più del PIL del mondo intero”.

In questo momento, la strategia economica ortodossa del governo, ispirata a modelli neoliberisti, sta cercando di rilanciare la crescita economica attraverso l’inflazione dei prezzi dei beni e il commercio dei derivati, includendo le merci come petrolio e alimenti: cioè re-inflazionando l’insostenibile bolla di debito che è scoppiata due anni fa. I diffusi salvataggi delle banche - quantitative easing – sono serviti solo a dare supporto alle banche insolventi e agli istituti finanziari con soldi dei contribuenti. Questo ha ridotto la quantità di soldi in circolazione – col risultato di contrarre l’economia reale basata sulla produzione reale, nell’acquisto e vendita – e allo stesso tempo ha permesso ai finanzieri di ritornare alle loro solite attività. Ma sia le autorità americane che quelle britanniche hanno riconosciuto che c'è la possibilità di ulteriore quantitative easing per sostenere la ripresa dell’economia. Contemporaneamente, si preparano profonde misure di austerità in stile FMI per ridurre i consumi e le manifatture, tagliare i servizi pubblici, mentre aumenta la disoccupazione.

La pressione verso il rialzo dei picchi di prezzo di petrolio e alimenti, determinata per entrambi dalle fondamentali restrizioni alla produzione con conseguenti limiti alla fornitura, in combinazione con il mercato decrescente dei futures dei derivati, genererà negli anni a venire un effetto inflazionario che avrà un potente impatto sui consumatori, così come capitò prima del 2008. Si crea più quantitative easing, spostando i soldi dei contribuenti dall’economia reale e immettendoli nel virtuale mondo finanziario, e di fatto si re-inflaziona la bolla fittizia della ‘crescita’ mentre allo stesso tempo si riduce la dimensione del mondo reale nel quale si suppone che la bolla stia crescendo.

I consumatori e il mondo degli affari lotteranno per continuare a ripagare i debiti, anche se la bolla del debito dei derivati si re-inflaziona nel contesto di un crescente quantitative easing.
Contemporaneamente, mentre la ‘crescita’ determinata dal debito continua ad alimentare una sembianza di ripresa economica, la crescente attività economica raggiungerà inevitabilmente i limiti della stabilità e del declino graduale delle energie derivanti da idrocarburi.

Inevitabilmente, la bolla raggiungerà i limiti della sostenibilità, sia in termini di capacità di solvenza del debito che di produzione energetica derivante da idrocarburi. Il risultato sarà un’altra convergenza di crisi, un altro crash complessivo che include i settori alimentare, energetico ed economico e simultaneamente i picchi dei prezzi causeranno insolvenze nel pagamento dei debiti e quindi provocheranno la deflazione della bolla dei derivati – in definitiva, tutti prodotti di una crisi economica e politica globale la cui organizzazione strutturale richiede qualcosa di fisicamente impossibile: crescita infinita in un pianeta finito.

La prossima crisi, inoltre, difficilmente sarà l’ultima, poiché noi continuiamo a sollecitare le risorse di idrocarburi mentre continuiamo a devastare gli ecosistemi del pianeta e ad alterare il suo clima. Sarà piuttosto la seconda di varie tappe di convergenze di crisi, sintomatica di un protratto processo di crollo del sistema globale.

La domanda che tutti ci dobbiamo porre è: quante crisi dobbiamo ancora vedere prima di svegliarci e capire che il business sfrenato ci ucciderà tutti?


di Nafeez Mosaddeq Ahmed -




Fonte: http://ceasefiremagazine.co.uk

30 novembre 2010

Rifiuti, gli interessi dietro la crisi fanno ostacolo alla soluzione




L'ultima trovata sui rifiuti campani è stato un accordo tra Governo e Regioni che prevede lo smaltimento di 600 tonnellate al giorno di rifiuti fuori dalla Campania per tre mesi. In altre parole le Regioni italiane si impegnano a trovare un modo per smaltire il surplus di rifiuti chiedendo in cambio lo stato di emergenza. Ma la crisi di Napoli è la crisi degli interessi di parte e del continuo rimpiattino sulle responsabilità, che stanno dilatando ancora i tempi di quella che appare come l'unica soluzione disponibile: l'avvio di serie politiche di organizzazione ed incentivo alla raccolta differenziata.


Crisi rifiuti Campania
L'unica soluzione sembra essere l'avvio di una seria ed efficiente raccolta differenziata. Ma sono ancora troppi gli interessi che fanno ostacolo

Prima erano 6000 le tonnellate di spazzatura non raccolta che sta marcendo lungo le strade di Napoli, poi sono diventate 8000 e infine 3000 a Napoli città e 8000 in Provincia. Niente a che vedere con le centinaia di migliaia di un paio di anni fa ma la situazione è chiara, il problema, checché ne dica il governo, non è mai stato risolto, altrimenti non ci troveremmo a questo punto.

Qualche giorno fa il governatore della Campania Stefano Caldoro diceva: "per uscire dalla crisi strutturale della questione rifiuti servono due o più realisticamente tre anni". La stessa cosa che dicevano 2 anni fa, ed eccoci di nuovo al punto di partenza, abbiamo fatto un bel giro di cerimonie di inaugurazione e di proclami di emergenza risolta, di problema affrontato e alla fine siamo tornati alla casella di partenza: la "munnezza" è ancora lì, nelle strade. Il problema della spazzatura in Campania è infatti un problema che ha una natura decisamente variegata, ma spiegabile con una singola parola: interessi.

Gli interessi della Camorra che ormai da anni sa che quello dei rifiuti è un business da milioni e milioni di euro - Gomorra di Garrone e Saviano ce l'ha spiegato chiaramente - e che usa questo business per influenzare la politica. Sulla spazzatura, infatti, è caduto Prodi ed è risuscitato Berlusconi che ora sta di nuovo per cadere, certo per le manovre di Fini ma anche per qualche cumulo di rifiuti. Gli interessi della politica stessa che sa quanto gestire la "munnezza" voglia dire in questo momento gestire soldi e quindi potere, oltre che ovviamente poter decidere di questo e di quell'appalto, di questo e di quell’inceneritore (vedi la recente querelle Carfagna-Cosentino). Gli interessi dei cittadini, che arrivano sempre per ultimi, che quando lottano per la propria salute come a Terzigno vengono chiamati teppisti, che da anni - non 2 ma quasi 20 - si trovano ciclicamente in questa situazione che potrebbe probabilmente essere risolta con la differenziata, non a caso mai partita o ostacolata, come nel caso di Camigliano - unico paese Campano a fare la differenziata con successo - dove è stata smantellata con la deposizione della Giunta comunale che era riuscita in tal impresa.

Ora, dopo un mese di nuova emergenza, gli interessi dei cittadini e in particolare la loro salute sono di nuovo a rischio. Nel centro città l'immondizia viene mangiata dai piccioni, ma è in periferia che la situazione peggiora di giorno in giorno con le prime segnalazioni - a Poggioreale e San Pietro a Patierno - di invasioni di topi. Paolo Giacomelli, assessore all'igiene di Napoli rassicura che "Il Comune è in stretto contatto con la Asl, a cui abbiamo chiesto di fornirci immediatamente qualunque informazione utile sugli aspetti sanitari del problema", ma è una rassicurazione da poco visto che la situazione non potrà che peggiorare nelle prossime settimane dal momento che le discariche e gli Stir (impianti di tritovagliatura dei rifiuti) di Napoli e dintorni sono al limite.

In questa crisi, che, negli amministratori e nel governo, scatena ormai il panico solo a nominarla, l'unica soluzione sembra essere ancora una volta la differenziata - non il decreto del governo firmato dal Presidente Napolitano - dice Daniele Fortini, amministratore delegato di Asìa, Azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani: "L'unica soluzione immediata e con un investimento inferiore al milione di euro è riarmare immediatamente a Giugliano e Tufino gli impianti di stabilizzazione della frazione umida, distrutti durante l'emergenza del 2008. Questi impianti servono a trasformare la frazione umida in frazione organica stabilizzata, trasformazione che ridurrebbe il peso dei rifiuti del 40 per cento con un beneficio ambientale ed economico".

di Andrea Boretti

28 novembre 2010

Rifiuti milanesi




La recente scoperta che alcune iniziative di edilizia residenziale e commerciale di Milano sono state previste su terreni che nascondevano nel sottosuolo discariche di rifiuti industriali, ripropone un grave problema ambientale sempre accantonato che, silenzioso e nocivo, riemerge continuamente.

L'industria, soprattutto chimica e metallurgica, è basata sulla trasformazione di materie prime naturali --- petrolio, carbone, minerali, rocce, eccetera --- nelle merci volute: plastica, acciaio, carbonato sodico, alluminio, gomma, eccetera. Inevitabilmente tale trasformazione è accompagnata dalla formazione di scorie e residui; quelli gassosi finiscono nell'atmosfera e lì si disperdono, ma quelli liquidi e quelli solidi finiscono nel terreno e spesso lì rimangono per tempi lunghi e lunghissimi. L'industria, nata nella metà dell'Ottocento, all'inizio si è insediata addirittura nel centro delle città: a Milano le prime fabbriche chimiche erano in pieno centro, lungo i canali che attraversavano la città; poi a poco a poco, soprattutto dall'inizio del Novecento, le fabbriche si sono spostate alle periferie, fuori dal centro storico.

Nella loro rapida diffusione alcune industrie sono sorte, poi fallite, poi sostituite da altre; sono cambiati i processi produttivi, le materie prime, le merci prodotte e sono cambiate e si sono stratificate nel sottosuolo le scorie.

Le scorie non sono corpi morti e inerti; alcune subiscono, a contatto con le acque sotterranee, trasformazioni e reazioni che ne modificano la pericolosità e ne aumentano la mobilità al punto che talvolta riemergono in superficie col loro carico di veleni.

Il caso più famoso e drammatico è quello della cittadina di Love Canal, vicino alle cascate del Niagara: un canale abbandonato fu utilizzato, negli anni cinquanta del secolo scorso, come discarica di rifiuti tossici di una vicina industria chimica. Il tutto fu ricoperto di terra e dimenticato; poi il terreno fu venduto al comune di Niagara Falls che vi costruì sopra un quartiere residenziale e una scuola. Nel 1976 le piogge intense hanno allagato la discarica e hanno portato in superficie molte sostanze velenose che hanno provocato malori e malattie negli abitanti e nei bambini. L'evento scandalizzò l'America; gli abitanti furono fatti sloggiare, le case e la scuola furono abbattute, e il governo si decise ad emanare leggi per la bonifica delle zone contaminate, con forti investimenti e costi pubblici. Poco dopo un caso simile di terreno contaminato da sostanze tossiche, portate in superficie da un'alluvione, colpì la cittadina americana di Times Beach.

Di fronte a questi e simili eventi i paesi europei si decisero ad emanare norme per la bonifica delle zone contaminate da rifiuti e scorie industriali pericolosi. In Italia si intervenne con tutta calma, dopo il 1998, e soltanto nel 2001 fu pubblicato un elenco delle zone contaminate di importanza nazionale, con l'indicazione delle sostanze nocive presenti; vi sono poi altre zone da bonificare indicate dalle Regioni e altre ancora; in tutto sono state stimate in 4400 le aree industriali contenenti nel sottosuolo rifiuti tossici e di queste soltanto il 10 percento risulta bonificata.

Un rapporto della Legambiente intitolato: "La chimera delle bonifiche", ha denunciato la lentezza delle operazioni di messa in sicurezza delle zone inquinate; le stesse operazioni di bonifica, tecnicamente complicate e costose, vengono rallentate da infiniti contenziosi con i proprietari dei suoli che sono poi spesso le imprese che vi hanno scaricato i propri rifiuti nocivi. Spesso i suoli abbandonati dalle industrie sono attraenti per le speculazioni edilizie e vengono venduti senza sapere, o facendo finta di non sapere, che cosa c'è sotto.

Eventi come quello ricordato, alla periferia di Milano, non sono rari; qualche tempo fa è stata denunciata la costruzione di edifici pubblici e privati sulla discarica di scorie industriali tossiche a Crotone in Calabria. Per evitare i danni e i relativi costi occorrono varie cose.

Prima di tutto occorre conoscere dove le industrie, che si sono succedute sul territorio italiano nel secolo e mezzo dell'industrializzazione italiana, hanno scaricato le proprie scorie e che cosa queste contengono; un compito difficile che richiederebbe una indagine sulla localizzazione delle vecchie fabbriche, sulla conoscenza delle materie prime utilizzate, delle merci prodotte e dei residui che ciascun ciclo produttivo ha generato. Di molte attività industriali si sono persi i documenti, perfino spesso si sono perse le tracce, e nessuno saprà mai quali materie prime sono state usate, senza contare che, nel corso della sua vita, una fabbrica, per lo stesso ciclo produttivo, usa materie prime differenti, provenienti da differenti paesi.

Spesso i caratteri delle materie prime e delle merci prodotte e delle relative scorie non era nota non solo alle pubbliche amministrazioni, che pure avrebbero dovuto vigilare su quello che avveniva nel loro territorio, ma alle stesse imprese e ai tecnici e ai lavoratori. Le cose si aggravano continuamente da quando si stanno diffondendo le industrie che "trattano" i rifiuti di altre industrie, residui e scorie di cui non sanno niente per cui finiscono nel sottosuolo i rifiuti tossici del trattamento di altri rifiuti tossici.

La più utile celebrazione dei 150 anni dell'Italia unitaria, che sono anche quelli dell'Italia industriale, consisterebbe nella mobilitazione di storici, chimici, ingegneri, merceologi, geografi per ricostruire la storia e la geografia delle fabbriche, dei processi produttivi e della localizzazione e natura dei loro rifiuti. Solo con una simile indagine si possono avviare delle serie operazioni di bonifica che richiederebbero il lavoro di specialisti di discipline che non si sono mai insegnate in nessuna università: la scienza e la tecnica dei rifiuti industriali e del loro trattamento. Solo così si evitano futuri costi e dolori.
di Giorgio Nebbia

25 novembre 2010

Il futuro delle banche





Ci sono forse dei problemi nel sistema bancario italiano? Se si, quali problemi? A sentire gli stessi uomini che erano in sella quando la macchina della finanza rischiava di travolgere l’intero sistema economico, anticipando la fine del mondo, va tutto bene. L’economia sta tornando a crescere, a tratti saltella. Nelle parole dei banchieri, il presente e il futuro prossimo sono tornati a dipingersi di rosa. Donde la domanda: sicumera, tracotanza o malafede?

Perché, spiega il manager, i lunghi mesi dell'uragano finanziario il sistema creditizio italiano ha dimostrato grande solidità e ora è pronto per una nuova stagione di crescita. Nei giorni scorsi, non commentando i risultati del terzo trimestre dell'anno, i capi delle grandi banche nazionali hanno fatto sfoggio di ottimismo. Gli utili crescono di nuovo. I costi sono sotto controllo. Aumentano i prestiti alla clientela mentre calano le rettifiche sui crediti a rischio. E anche le commissioni hanno ripreso a correre.

Perché preoccuparsi, allora? I conti delle banche tengono. Di più: migliorano. "Risultati incoraggianti", ha commentato il numero uno di Intesa San Paolo, Corrado Passera, sottolineando la validità di un modello di business "che c'ha fatto attraversare la crisi". E neppure Federico Ghizzoni, da poche settimane al comando di Unicredit dopo l'uscita traumatica di Alessandro Profumo, ha rinunciato a seminare parole di speranza: "Siamo nella situazione giusta per migliorare i nostri risultati". Insomma, forse non è ancora il migliore dei mondi possibili, ma siamo sulla buona strada a voler credere ai banchieri.

Questo, in sintesi, il messaggio che i padroni dei mercati si sono sforzati di mandare agli investitori grandi e piccoli. Sforzo encomiabile, dal loro punto di vista. Peccato che in borsa ci abbiano creduto in pochi. Lo dimostra l'andamento dei titoli bancari nelle ultime due settimane, in concomitanza con la presentazione dei conti trimestrali. Tempo brutto, anzi pessimo, con le quotazioni che hanno messo a segno forti ribassi, solo parzialmente recuperati con il mini rimbalzo che ha segnato la fine della scorsa settimana. In una ventina di giorni Unicredit ha perso il 10%, mentre Monte Paschi è arretrata del 12% circa, per citare solo le banche a maggior capitalizzazione. Tutte performance peggiori rispetto all'andamento di borsa nel suo complesso in ribasso del 4% in quello stesso arco di tempo.

Sui titoli finanziari in genere ha pesato l'effetto del debito sovrano, innescato dal possibile crack dell'Irlanda. Non sfugge il fatto che il sistema bancario italiano abbia sofferto in misura maggiore rispetto quello di altri paesi. Cosa è successo, dunque? Il fatto è che una lettura attenta dei conti fa cadere almeno in parte alcune delle rassicuranti certezze diffuse dai banchieri nostrani in questi giorni.

È vero, nell'ultimo trimestre i profitti sono tornati a crescere, ma la redditività è comunque ancora molto lontana da quella degli anni d'oro del boom della finanza (fino cioè al 2007). Se poi si prendono in considerazione i conti dei primi nove mesi dell'anno si scopre che il dato sui profitti risulta ancora inferiore a quello dello stesso periodo dell'anno scorso, nel 2008, quando cioè la crisi dell'economia era già conclamata.

Per effetto del basso livello dei tassi, continua inoltre a calare il cosiddetto margine di interesse (mark-down), cioè la differenza tra i proventi dei prestiti alla clientela e gli interessi pagati ai depositanti. E allora, a sostenere il conto economico, sono soprattutto le commissioni, in particolare quelle sull'attività d’intermediazione e gestione patrimoniale. In altre parole si tratta dei costi che gravano sui risparmiatori che si affidano alla banca per i propri investimenti. Unicredit, per esempio, ha visto aumentare questa voce dai 5,6 miliardi incassati nei primi nove mesi del 2009 ai 6,4 miliardi dello stesso periodo di quest'anno.

C'è poi il capitolo forse più scottante. Quello dei crediti a rischio e delle rettifiche che vanno a coprire eventuali insoluti, cioè quei prestiti che vanno in sofferenza e non vengono più ripagati. Le ultime statistiche dell’ABI, l'associazione bancaria italiana, indicano un forte aumento delle sofferenze, cioè la categoria di prestiti con le maggiori probabilità di non essere restituiti. Non potrebbe essere altrimenti visto che l'economia stenta a ripartire e aumentano le aziende in difficoltà. I crediti deteriorati di Intesa San Paolo ammontano a 20,8 miliardi. A metà del 2009 si aggiravano sui 16,6 miliardi. La Monte Paschi nello stesso periodo è passata da 9,8 a 11,6 miliardi.

Tuttavia, quasi tutte le maggiori banche italiane segnalano un calo delle rettifiche, cioè le perdite conclamate legate ai crediti a rischio. Quello che prima, cioè, era registrato nella contabilità dell’istituto come un credito viene “rettificato” e non conteggiato più fra gli attivi della banca. Intesa per esempio parla di un "significativo calo" di questa voce nei primi mesi del 2010. Com'è possibile?

L'impressione, confermata anche da alcuni dati di bilancio, è che da mesi ormai le banche siano un po' meno prudenti rispetto a quanto ci si aspetterebbe da loro in periodo come quello che stiamo vivendo. In pratica evitano di premere sull'acceleratore delle rettifiche, anche se i crediti a rischio aumentano. E tutto questo, ovviamente, serve a fare il lifting al conto economico, aumentando gli utili. L'unica cosa che veramente interessa ai banchieri.

Bilancio alla mano si scopre così che il grado di copertura delle sofferenze è passato in nove mesi dalla 63 al 61% per Unicredit e dal 67 al 65% nel caso di Intesa. Sono ancora margini rassicuranti, ma ci sono banche come la Popolare Milano che sono scese a quota 53% mentre il Monte Paschi naviga intorno al 56%. Come dire che in futuro sarà sempre più difficile per le banche far leva su questa voce di bilancio per migliorare gli utili. Prima o poi dovrà essere il business bancario e non i giochetti contabili a far crescere la redditività. E questo può essere un problema.

Lungi dal sostenere una ripresa che non c’è le banche italiane infatti, in questa fase, hanno limitato la loro offerta di credito a quanto richiesto dalle imprese che, con gli ordinativi in calo ed i crediti sempre in perenne sofferenza, stentano a vedere la fine di questa crisi. Figurarsi dunque chiedere nuovi prestiti. Le condizioni dei mercati internazionali e soprattutto il bassissimo ed artificiale livello dei tassi di sconto incentivano, così, a trovare sempre nella speculazione la strada per guadagnare soldi facili e veloci.

Una strada pericolosa che ha già mostrato ai mercati di tutto il mondo verso quali disastri è in grado di condurre. C’è tuttavia da scommettere che per la proverbiale avidità dei banchieri questo non rappresenti un problema. Dopotutto sempre questa crisi ha dimostrato che nonostante siano loro a sbagliare, le perdite e i debiti eventualmente accumulati nel folle gioco di una finanza creativa, deregolamenta e completamente scollegata da una vera e lungimirante logica produttiva, sono sempre puntualmente scaricati sulle spalle degli Stati.

Spalle larghe perché sostenute da milioni di cittadini sempre pronti a farsi mungere dalla classe politica, ogniqualvolta questa si presenti con conti resi troppo amari dalla consueta pratica - si potrebbe dire quasi fisiologica - di socializzare le perdite accumulate dal sistema. Un sistema che di certo non può essere messo in discussione da quanti, giocando con queste regole, hanno guadagnato fortune incalcolabili. Bisognerà dunque sperare nella capacità di tutti i players internazionali di fare squadra e imporre non nuove regole (applicate peraltro dagli stessi istituti economici internazionali che hanno reso possibile il disastro in cui ci troviamo ora) ma un nuovo sistema.

Le nuove regole di contabilità stabilite dal Basilea 3 non possono essere certo la risposta a questa crisi. Fino ad ora ci hanno raccontato che le carte del gioco erano regolari, ma perché è il tavolo di gioco a essere truccato. Bisogna dunque cambiare il tavolo e rimettere in discussione alcuni dogmi dell’economia moderna, da troppo tempo inchiodata sulle tesi liberiste dei vari Friedman e dei suoi Chicago boys. A cominciare dalla centralità del dollaro negli scambi commerciali internazionali, magari iniziando a vendere tutte le materie prime (petrolio in testa) in mercati valutari aperti, quotati cioè tanto in dollari quanto in euro o in altre divise. Insomma scuotere le fondamenta dell’impero.

di Ilvio Pannullo

24 novembre 2010

Il capo del FMI: le nazioni europee devono cedere maggiore sovranità

Sono contrario a questo articolo ed ad il suo contenuto. La penso diametralmente opposto, ma non per questo, va messo in guardia da questi articoli così ...






Il capo del FMI ha detto che le nazioni europee devono cedere maggiore sovranità e dare maggiori poteri al centro al fine di evitare future crisi.

All’interno di quelle che possono risultare delle proposte controverse, il direttore generale del FMI Dominique Strauss-Kahn, ha invitato l’Unione Europea a spostare la responsabilità della disciplina fiscale e della riforma strutturale verso un corpo centrale che sia libero dalle influenze degli stati membri. In un discorso a Francoforte che affrontava la crisi del debito sovrano che sta inghiottendo l’Europa ancora una volta, egli ha detto:”Le ruote della cooperazione si spostano troppo lentamente. Il centro deve prendere l’iniziativa in tutte le aree chiave per raggiungere l’obiettivo comune dell’unione, specialmente nella politica finanziaria, economica e sociale. I paesi devono essere disposti a cedere maggiore autorità al centro.”

L’Europa è afflitta dalla crisi anche perché gli Stati membri ripongono troppa fiducia nelle banche e lasciano che le loro finanze pubbliche vadano fuori controllo. La Grecia è già stata salvata e l’Irlanda prevede di concordare un salvataggio di 100 miliardi di euro entro pochi giorni. E’ a rischio anche il Portogallo. Strauss-Kahn non ha nominato nessun singolo membro della zona euro, ma ha avvertito:”la crisi sovrana non è finita.” La riforma è di vitale importanza, ma, ha detto:”Le istituzioni dell’area non erano semplicemente all’altezza nel compito di gestire una crisi – anche la creazione di una soluzione temporanea si è rivelata un processo prolungato.” “Una soluzione è quella di spostare lontano dal Consiglio la principale responsabilità per l’applicazione della disciplina di bilancio e per le riforme strutturali principali. Ciò dovrebbe ridurre al minimo il rischio che i ristretti interessi nazionali interferiscano con l’effettiva attuazione delle norme comuni.”La consegna di maggiori poteri al centro porterebbe ad una maggiore perdita di sovranità per ciascuno degli Stati membri della zona euro.

La politica monetaria è già sotto controllo della Banca Centrale Europea, con i governi nazionali che mantengono il ruolo di autorità fiscali. Nelle proposte che probabilmente verranno drammatizzate nelle mani degli euroscettici nel Regno Unito e altrove, il Sig. Strauss Kahn ha raccomandato una maggiore armonizzazione fiscale e un più grande budget centrale. Ribadendo un nuovo tema comune, ha aggiunto che l’area euro ha bisogno di riequilibrarsi – con la riduzione della dipendenza dalle esportazioni da parte della Germania e la contrazione del disavanzo corrente nelle altre nazioni.Per gestire e monitorare i cambiamenti, egli ha sostenuto un più ampio budget centrale – finanziato da “strumenti più trasparenti a livello UE – come l’IVA europea o la tassazione del carbonio e dei prezzi.” Accanto a severi controlli fiscali, ha affermato che devono essere centralizzate le riforme del mercato del lavoro.

“L’area euro non può raggiungere il suo vero potenziale con un mosaico sconcertante e frammentato di mercati del lavoro”, ha detto. “Queste barriere aggravano la situazione delle divergenti fortune economiche che minacciano ad oggi l’area euro. E’ il momento di creare condizioni di parità per i lavoratori europei, in particolare nel settore della fiscalità del lavoro, nei benefici sociali e di portabilità e nella legislazione di tutela dell’occupazione.” Ha aggiunto:”L’unica risposta è una maggiore cooperazione e una maggiore integrazione.
di Philip Aldrick -

22 novembre 2010

Argentina: sfidare i creditori e farla franca







La recente morte di Néstor Kirchner è stata percepita come una grande perdita, non solo per l’Argentina, ma per la regione e per il mondo. Nel maggio 2003, Kirchner ha preso le redini di un Paese schiacciato dalla sua più grave crisi economica e crivellato dalla massa dei debiti. Il suo audace e riuscito faccia a faccia con il Fondo Monetario Internazionale ha mostrato al mondo come un paese possa sfidare il FMI e vivere per raccontarlo.

La morte improvvisa di Nestor Kirchner il 27 ottobre 2010, ha non solo privato l'Argentina di un notevole, anche se controverso leader, ma si è anche portata via una figura esemplare del Sud del mondo da quando ha cominciato a trattare con le istituzioni finanziarie internazionali.

Kirchner ha sfidato i creditori. Ancora più importante, li ha vinti.

Il crollo

Il significato completo delle mosse di Kirchner deve essere visto nel contesto dell'economia che ha ereditato con la sua elezione a presidente dell’Argentina nel 2003. Il paese era in bancarotta, con poco meno di 100 miliardi di dollari di debito. L'economia era in una fase di depressione, il suo prodotto interno lordo era diminuito di oltre il 16 per cento l'anno. La disoccupazione era pari al 21,5 per cento della forza lavoro, e il 53 per cento degli argentini era stato spinto al di sotto della soglia di povertà. Quello che, in termini di reddito pro capite, era stato il paese più ricco dell'America Latina era precipitato al di sotto del Perù e degli stati del Centro America.

La crisi dell’Argentina era causata dalla sua fideistica adesione al modello neoliberista. La liberalizzazione finanziaria, che è stata la causa immediata del crollo, era parte integrante di un più ampio programma di radicale ristrutturazione economica. L’Argentina era stata il coccolo, in stile latino, del manifesto della globalizzazione. Ha distrutto le sue barriere commerciali più rapidamente tra tutti gli altri paesi dell'America Latina e liberalizzato il proprio conto capitale più radicalmente. Ha poi fatto seguito con un ampio programma di privatizzazioni che ha comportato la vendita di 400 imprese statali – comprese compagnie aeree, compagnie petrolifere, dell’acciaio, assicurazioni, telecomunicazioni, servizi postali, prodotti petrolchimici – un complesso responsabile per circa il sette per cento annuo del prodotto interno nazionale.

Col gesto più toccante della fede neoliberista, Buenos Aires aveva adottato la parità di cambio (col dollaro USA, ndt) e ha quindi volontariamente rinunciato a qualsiasi controllo significativo sull’impatto interno causato da un’economia globale volatile. Un sistema che legava i pesos alla quantità del subentrante di dollari in circolazione. Questa politica, come ha osservato lo scrittore del Washington Post Paul Blustein, ha consegnato il controllo della politica monetaria dell'Argentina ad Alan Greenspan, il capo della Federal Reserve in cima al mondo della fornitura dei dollari. Questa è stata, a tutti gli effetti, una dollarizzazione della moneta del Paese. Il dipartimento del Tesoro statunitense e il suo surrogato, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), hanno sia sollecitato che approvato tutte queste misure. Infatti, anche con la liberalizzazione finanziaria in discussione a seguito della crisi finanziaria asiatica del 1997-98, l'allora Segretario del Tesoro Larry Summers esaltava la svendita del settore bancario argentino come un modello per il mondo in via di sviluppo: "Oggi, in Argentina, il 50 per cento del settore bancario, il 70 per cento delle banche private, è completamente sotto controllo estero in confronto al 30 per cento del 1994. Il risultato è un mercato più ampio ed efficiente con investitori esteri che offrono maggiore sostegno alla solidità".

Mentre il dollaro saliva di valore, altrettanto faceva il peso e quindi la produzione di beni argentini non risultava più competitiva sia a livello globale che locale. D'altronde, alzare le barriere tariffarie sulle importazioni non era una scelta possibile a causa degli impegni che i tecnocrati avevano assunto per seguire il principio neoliberista del libero scambio. È in questo modo che, prendendo pesantemente a prestito per finanziare il disavanzo commerciale che si stava pericolosamente allargando, l’Argentina è entrata nella spirale del debito. E più aumentavano i prestiti, maggiori diventavano i tassi di interesse che dovevano crescere sempre più di pari passo all’allarme dei creditori internazionali. Il denaro ha quindi iniziato a fuggire dal paese. Il controllo straniero sul sistema bancario ha facilitato il deflusso dei tanto necessari capitali al punto che le banche sono diventate sempre più riluttanti a concedere prestiti, sia al governo che alle imprese locali.

Sostenuto dal FMI, il governo neoliberale ha tuttavia continuato a mantenere il paese nella camicia di forza che era diventata la convenzione monetaria tra dollaro e peso. Come ha osservato George Soros, l’Argentina "ha sacrificato praticamente tutto sull'altare del mantenimento della parità di cambio e degli obblighi internazionali".

La crisi si è aperta ad una velocità spaventosa alla fine del 2001, costringendo l'Argentina a correre dal FMI a chiedere fondi per onorare gli interessi sui debiti. Dopo aver fornito in precedenza dei prestiti al suo pargolo, questa volta il FMI glieli ha rifiutati, portando in tal modo al default il debito di 100 miliardi dollari del governo. Sono crollate aziende, le persone hanno perso i loro posti di lavoro, il capitale ha lasciato il paese, e le rivolte e le altre forme di protesta dei cittadini hanno rovesciato un governo dopo l'altro.

Entra in gioco Kirchner

Quando Kirchner vinse le elezioni per la presidenza nel 2003, ereditò un paese devastato. Dovendo mettere come primi gli interessi dei creditori o dare la priorità alla ripresa economica, la sua scelta era tra debito o rinascita. Kirchner offrì di saldare i debiti dell’Argentina, ma con un forte sconto: ne avrebbe cancellato il 70-75 per cento ripagando solo 25-30 centesimi per dollaro. Gli obbligazionisti alzarono le loro strida e pretesero che il FMI mettesse in riga Kirchner. Kirchner ribadì la sua offerta avvertendo gli obbligazionisti che questa era valida una sola volta e che o accettavano, o perdevano il diritto a qualsiasi rimborso. Disse ai creditori che per pagare i debiti non avrebbe tassato gli argentini in stato di povertà e li invitò a visitare i quartieri poveri del suo paese per "fare per primi l'esperienza della miseria". Di fronte alla sua determinazione, al FMI non rimase che assistere impotente mentre la maggioranza degli obbligazionisti dovettero rabbiosamente accettare le sue condizioni.

Kirchner aveva fatto sul serio non solo con i creditori, ma con lo stesso FMI. Agli inizi del 2004 disse al Fondo che l'Argentina non avrebbe rimborsato una rata di 3,3 miliardi dollari a meno che il FMI non avesse approvato un prestito a Buenos Aires di analogo importo. Il FMI sbatté le palpebre e dette quel denaro. Kirchner, nel dicembre 2005, aveva pagato del tutto il debito del Paese verso il FMI e cacciato fuori dell'Argentina il Fondo.

Per oltre due decenni, sin dall’inizio della crisi del debito del Terzo Mondo nei primi anni ‘80, i governi dei paesi in via di sviluppo avevano pensato di sfidare i loro creditori. C'erano stati un paio di tranquilli default nei pagamenti, ma Kirchner è stato il primo a minacciare pubblicamente i creditori di una sforbiciata unilaterale e ad ottenere qualcosa da quella promessa. Stratfor, la società di analisi del rischio politico, ha sottolineato le conseguenze del sua mossa da alta acrobazia: "Se l'Argentina è riuscita a sfuggire con successo dai suoi debiti privati e multilaterali – senza collassare economicamente mentre era esclusa dai mercati internazionali per aver ripudiato il suo debito – allora altri paesi potrebbe presto prendere quella stessa via. Questo potrebbe far finire la scarsa rilevanza istituzionale e geopolitica che ha il FMI".
E infatti, l’azione di Kirchner ha contribuito all'erosione della credibilità e del potere del Fondo nel bel mezzo di questo decennio.

Il riscatto

L'Argentina non è collassata. Al contrario, è cresciuta di un notevole 10 per cento all'anno per i successivi quattro anni. Questo non rappresenta un mistero. Una causa fondamentale dell'alto tasso di crescita è dovuto alle risorse finanziarie che il governo ha reinvestito nell'economia invece di inviarle fuori dal Paese per ripagare il debito. La storica iniziativa sul debito di Kirchner è stata accompagnata da altre mosse per liberarsi dalle catene del neoliberismo: l'adozione di un flottante gestito per il peso argentino, il controllo interno sui prezzi, le tasse sulle importazioni, il forte aumento della spesa pubblica e limiti sui tassi pubblici.

Kirchner non ha limitato le sue riforme all’ambito del Paese. Ha intrapreso iniziative di alto profilo con gli altri leader progressisti dell’America Latina, quali l'affossamento del Libero Commercio delle Americhe sponsorizzato da Washington e gli sforzi per realizzare una maggiore cooperazione economica e politica. Emblematico di questa alleanza è stato l’acquisto da parte del Venezuela di 2,4 miliardi dollari di bond argentini, cosa che ha permesso all'Argentina di pagare al FMI tutto il debito del paese.

Assieme a Hugo Chavez del Venezuela, a Lula del Brasile, a Evo Morales della Bolivia e a Rafael Correa dell'Ecuador, Kirchner è stato uno dei vari leader degni di nota che la crisi del neoliberismo abbia prodotto in America Latina. Mark Weisbrot, uno che ha afferrato la sua importanza per quel continente, scrive che ciò che Kirchner ha fatto "non gli ha in genere fatto guadagnare molto favore a Washington e negli ambienti economici internazionali, ma la storia lo ricorderà non solo come un grande presidente, ma anche come un eroe dell'indipendenza dell'America Latina".
di Walden Bello

21 novembre 2010

Memorie della ghigliottina



Gira voce che quella del 2 giugno 1992 a bordo del Panfilo Britannia di "Sua Maestà Regina d’Inghilterra” non sia stata altro che una mera "crociera" organizzata dai magnanimi finanzieri della City di Londra, notoriamente animati da cristiano spirito di solidarietà, e finalizzata a distogliere gli esausti "tecnici" (Draghi in primis) italiani dai gravosi compiti di governo e di fornir loro qualche piacevole momento di ristoro.

A questa idilliaca visione del recente passato italiano, le inguaribili, paradisiache "anime belle" (molti delle quali si definiscono anticapitaliste, antimperialiste, pacifiste e chi più ne ha più ne metta) all'amatriciana, vuoi per gonfiare ulteriormente il portafogli, vuoi perché non hanno potuto far altro che portare il cervello all'ammasso, sono solite affiancare una speculare demonizzazione nei riguardi di chiunque non accetti di bersi queste ignobili idiozie e perseveri nel puntare il dito contro il colossale progetto eversivo enfaticamente denominato “Mani pulite”, architettato e pianificato dai ben noti centri di potere d'oltreoceano e messo in pratica da uno sparuto manipolo di contractors nostrani; una congrega di burocrati bramosi di denaro e potere in combutta con una "sinistra" fresca di nietzschiana conversione al più buio nichilismo proprio di chi prende atto della "Morte di Dio", da costoro identificata con il fallimento del “comunismo reale” appena sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino. E' si, perché il collasso dell'Unione Sovietica aveva in un batter d'occhio reso obsoleta ed inadeguata un'intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all'ombra del Muro e della logica bipolare che aveva regolato gli equilibri dei cinquant'anni precedenti. Quel che ci voleva era un radicale cambio della guardia, che investisse non solo e non tanto la spina dorsale italiana DC - PSI, ma soprattutto l'intera struttura assistenziale dello stato italiano, che deteneva un ingente patrimonio di aziende strategiche, istituti di credito, vie di comunicazione. La campagna giudiziaria denominata "Tangentopoli" nacque in risposta a questa specifica esigenza di "rinnovamento", e si badi bene che non si trattò semplicemente di un mero insieme di operazioni di giustizia, bensì di un preciso progetto eversivo in cui Borrelli, Di Pietro e compagnia ottennero "luce verde" ed ebbero buon gioco per innescare il devastante effetto domino che coinvolse quasi tutta la classe politica italiana (con l'eloquente eccezione del PC, guarda caso), attorno alla quale l'intera editoria italiana ("La Stampa" di Agnelli, "La Repubblica" di De Benedetti, il "Corriere della Sera" dei soliti poteri forti) aveva già da tempo iniziato a stringere una morsa mediatica di altrettanto impressionante vigore. Dal canto suo, l'opinione pubblica, distolta dalle personalissime vicende giudiziarie di questi ladri di polli, scoprì di colpo l'esistenza di uno stato clientelare regolato da un sistema endemicamente tangentizio, e preferì non interrogarsi troppo su ciò che stava accadendo, fermandosi al vacuo pettegolezzo. Così, nell'indifferenza più totale, i vari "tecnici" senza macchia né peccato ebbero vita facile quando, ad un solo mese dalla fatidica "crociera" sul Britannia, trovarono calda accoglienza nell'esecutivo ipertecnico guidato da Giuliano Amato, che si affrettò a varare un decreto (decreto numero 333) che disponeva che le compagnie fino a quel momento pubbliche ENI, ENEL, IRI (qui il signor Prodi fece la parte del leone) ed INA si trasformassero in società per azioni (SPA) e ad ingaggiare, per mezzo dell'indiscutibile cavaliere errante Carlo Azeglio Ciampi, uno strenuo braccio di ferro con il "filantropo" George Soros, il quale si stava attivando per mettere le proprie zampe speculatrici sulla lira, che dopo l'onerosissima ma (ci mancherebbe...) "accanita" difesa portata avanti da Ciampi subì puntualmente una svalutazione del 25% nei confronti del dollaro, nel tripudio generale degli scaltri burattinai di tutto il teatrino, che videro così concretizzarsi tra le proprie mani la possibilità di fare pieno bottino a prezzi di liquidazione. Il governo tecnico guidato da Lamberto Dini si distinse invece per aver ridotto al silenzio con metodi a dir poco farseschi quella pericolosissima Cassandra di Filippo Mancuso, che si era permesso di puntare il dito contro le superstar del pool milanese, accusandole di aver reiteratamente fatto strame delle più elementari garanzie costituzionali. Emblematico, in questo senso, fu il caso che vide come oggetto delle “attenzioni” del pool milanese il direttore dell'IRI Franco Nobili (successore di Romano Prodi), incarcerato in via preliminare per due mesi senza che gli venisse contestato alcun capo d'accusa. Le "anime belle" ovviamente invocheranno scandalizzate la becera dietrologia qualora ci si azzardi ad evidenziare il fatto che Nobili aveva dato incarico alla "Merrill Lynch" di esprimere una stima del valore della banca "Credito Italiano", in procinto di essere privatizzata, e che tale incarico fu revocato durante la sua detenzione e concesso ai famigerati e ben noti angioletti di "Goldman Sachs", che espressero a loro volta una stima di tre volte inferiore a quella data da "Merrill Lynch" (circa 10.000 miliardi di lire). In questi giorni si sta profilando la concreta possibilità che sarà un altro esecutivo tecnico a "salvare il salvabile", un governo, cioè, pieno zeppo dei vari Draghi, Padoa Schioppa, Monti e compagnia bella, gentaglia che ha fatto la spola tra FMI, BCE ed altre banche del sangue sempre a completa disposizione degli insaziabili vampiri che già a inizio anni Novanta avevano messo gli occhi, e non solo, sull'Italia. Riflettere per un attimo su tutto il "buono" che i tecnici avrebbero fatto per questo paese, è un’operazione psicologica particolare, in grado di instillare anche negli individui caratterizzati dal temperamento più tollerante e mansueto la speranza di un ritorno ai metodi tanto cari a quel gran rivoluzionario di Robespierre. Con una "Gioiosa macchina da guerra" consimile i risultati di certo non mancherebbero.


di Giacomo Gabellini

Destra e sinistra in pubblico, ma poi…



Qualche giorno fa ho pubblicato sul Giornale, una notizia con un retroscena insolito. Ricordate il Sexgate? E Newt Gingrich, l’implacabile accusatore repubblicano di Clinton? Ebbene ora apprendiamo che i due implacabili nemici di giorno, la sera, in gran segreto, erano complici. Si ritrovavano per… parlare di donne. Già, perché anche il moralista Gingrich aveva un’amante. E Clinton divenne il suo confidente, come potete leggere qui

L’episodio è divertente e anche un po’ boccaccesco, ma emblematico di un modo di fare politica che non è limitato alle questioni di letto. Negli Stati Uniti più ci si avvicina al vertice e più le distinzioni,. nella gestione del potere, tendono a scomparire, pur salvaguardando l’apparenza.

Ad esempio: sui grandi giornali, nessuno scrive che quasi tutti i ministri della Difesa e del Tesoro sono membri del Council on Foreign Relations, il quale è un rispettabile istituto di politica internazionale, ma anche la fucina delle élites politiche – e spesso anche economiche – degli Stati Uniti. Democratiche e repubblicane. Escono quasi tutti da lì, in posti di primissimo piano (si contano anche diversi presidenti), o come sherpa dietro le quinte. Politici, che, come Bill e Newt, di giorno litigano, ma la sera si ritrovano. A parlare. Non certo solo di donne.

E lo stesso schema si sta diffondendo in molti Paesi. Che cosa distingue i laburisti post Blair dai conservatori alla Cameron? Solo l’etichetta. In Spagna i popolari di Aznar dai socialisti alla Zapatero? Solo questioni etiche e religiose, ma su tutto il resto la continuità è evidente. E guardando ieri sera la trasmissione, noiosissima, di Fazio Fazio e del guru (senza spessore) Roberto Saviano, mi ha colpito la similitudine tra Bersani e Fini, nell’elencare i valori della destra e della sinistra. Un cumulo di banalità, che lascia intravedere una convergenza di fondo, sul modello di società, sull’immigrazione, e, naturalmente, sulle modalità di gestione (reali) del potere,

Tra i due vedo poche differenze sostanziali. Come avviene negli Usa. E’ un caso?

di Marcello Foa

20 novembre 2010

Sovranità, bombe atomiche e patacche


nuclear-bomb-testing

Tra due giorni il vertice NATO di Lisbona deciderà dove dislocare le circa 200 testate nucleari tattiche attualmente sul suolo europeo, sparse tra Belgio, Italia, Germania, Olanda e Turchia.

Dislocare dove, visto che Belgio, Olanda, Germania e altri - avendo male interpretato, evidentemente, le promesse di Obama di andare verso una drastica riduzione delle armi atomiche- avevano dichiarato di non volerle più sui loro territori? Resterebbero, dunque Turchia e Italia. Ma la Turchia di Erdoğan negli ultimi tempi è diventata un alleato assai scomodo. E non solo è poco verosimile che qualcuno le faccia una tale proposta, ma è ancor meno verosimile che Ankara l'accetterebbe.

Rimane, apparentemente, l'Italia, che sulle sue circa 80 bombe atomiche sparse nei suoi territori non ha mai detto parola, né ai tempi del centro sinistra, né ai tempi presenti della destra. E oggi, con un Berlusconi traballante, bisognoso dell'aiuto dell'abbronzato presidente, non vede l'ora di accettare. Intanto quelle armi non fanno nemmeno il solletico all'amico Putin.

Il fatto è che la decisione non è passata inosservata in Europa. Un nutrito gruppo di leader politici europei dell'Europa pre- 11 settembre hanno alzato la voce protestando: perché tenerci queste bombe atomiche? E qual è il ruolo della NATO in questa fase? I nomi erano grossi e restano grossi anche oggi: sono Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco, l'ex ministro degli esteri belga, Willy Claes, l'ex ministro degli esteri britannico Des Browne, e l'ex primo ministro olandese, Ruud Lubbers. E le stesse domande irritate sono risuonate in numerose altre capitali europee minori, un tempo prostrate di fronte a Washington. Naturalmente nel silenzio tombale di Roma.

Tutti pensano, come noi, che quelle 200 bombe atomiche non aumentano la nostra sicurezza. Tutti pensano che, anzi, sono pericolose solo per noi europei. Ma non si può certo dire che non servano a niente. A qualcosa servono: a costringerci a tenere in casa le basi americane, cioè a tenerci legati, mani e piedi , agli Stati Uniti. I quali, precipitando - come stanno facendo (e non pochi europei cominciano ad accorgersene) - trascinano giù anche noi.

Ma una cosa gli Stati Uniti continuano a fare ad alti livelli professionali: lo spettacolo. Ieri un sito abbastanza misterioso, avaaz.org (ma molto bene organizzato. Indirizzo New York, 857 Broadway, 3-rd floor) ha lanciato un appello drammatico, dicendo cose in parte vere (come quella dell'Italia prona), in parte stravaganti (come quella della Turchia, appunto, destinataria di quelle armi). E invitando a firmare un appello contro le bombe con la promessa che «se raggiungeremo le 25.000 firme ci daranno voce in Parlamento prima del vertice».

Qui la stranezza diventa meglio visibile. A chi daranno voce? Chi porterà quelle firme in Parlamento, visto che il link delle firme conduce in un altro posto virtuale e non alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica? E da quando in qua 25.000 firme garantiscono che verrà data voce a voci diverse da quelle del Potere? A noi risulta che il Potere non ha dato voce a ben più di 25.000 firme, in questo paese preso per i fondelli dal maggioritario e dalla legge porcata.

Insomma: una sollecitudine che puzza lontano un miglio di prestazioni da multi-level marketing, o di rivoluzioni colorate.

Restano, oltre le ingenuità e le truffe che navigano in rete, le bombe atomiche che si muoveranno sulle strade e sulle ferrovie europee alla ricerca di un nuovo parcheggio. Fino a che l'Europa tornerà ad essere un paese sovrano e non com'è stata ed è un conglomerato a sovranità limitata.


di Giulietto Chiesa

19 novembre 2010

In arrivo il governo dei banchieri


di Andrew Spannaus



Dietro allo scontro politico italiano lo spettro della "cura greca" chiesta dalla finanza internazionale

Un'analisi attenta della politica e della storia ci deve sempre portare a guardare i processi sottostanti, e non solo gli eventi particolari. Seguendo questo metodo socratico diventa facile capire come il subbuglio creatosi tra i partiti italiani nel periodo recente ha poco a che fare con gli scandali di Berlusconi e Fini, o anche con le posizioni (molto mutevoli) adottate dai leader di partito da un giorno ad un altro. La realtà è che da molti mesi è in atto un processo inteso a sostituire il governo italiano con un esecutivo tecnico, con il compito di attuare "riforme" urgenti che sono ben più difficili da attuare quando i partiti devono rispondere direttamente ai propri elettori.

Basta uno sguardo veloce oltre ai propri confini per capire la direzione generale. Mentre il governatore della BCE Trichet chiede tagli alle pensioni, e i "mercati" esigono credibilità nel ridurre i deficit di bilancio, sono stati annunciati piani di austerità in numerose nazioni.

I casi menzionati sulla stampa sono solo quelli dove le resistenze della popolazione sono più forti, per esempio il Regno Unito, la Francia, e la Grecia. Negli Stati Uniti la Commissione Fiscale istituita dal presidente Barack Obama ha cominciato ad annunciare le sue proposte di forti tagli alla spesa statale, a partire dalla Social Security (beninteso, difendendo la riduzione delle tasse per i più ricchi, ma senza considerare misure contro la speculazione finanziaria). Così, la situazione italiana va vista nel contesto di una spinta internazionale verso misure di austerità pesanti, guidata proprio da quegli interessi finanziari che da decenni vedono nello Stato l'ostacolo principale alla loro "libertà" di mercato.

Da questo punto di vista il Governo Berlusconi rappresenta un impedimento alle misure richieste. Certo, sotto la minaccia di un attacco al debito pubblico italiano l'esecutivo ha già seguito una linea di rigore, bloccando gli investimenti che sarebbero necessari per l'economia reale. Per non parlare del fatto che i margini di manovra dei governi nazionali sono stati ridotti di parecchio dalla normativa comunitaria, in cui si sono codificate le politiche in stile FMI che mirano a gestire i parametri monetari a prescindere dalla progressiva distruzione di ricchezza nell'economia reale. Ma la finanza internazionale non si fida di questo governo, e in modo particolare del Ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Si ricordi che l'Italia è stata tra i pochi paesi a non rifinanziare le banche durante la crisi degli ultimi tre anni; i cosiddetti Tremonti Bonds, che impongono dei vincoli a favore dell'investimento produttivo, non sono stati accettati dalle più grosse banche italiane, e hanno provocato uno dei tanti scontri pubblici tra il Ministro e Mario Draghi, che si è lamentato dell'interferenza politica nell'economia. E la cooperazione internazionale portata avanti dall'Italia in zone difficili - per esempio con Vladimir Putin e la Russia - dà non poco fastidio ai manipolatori della geopolitica a Washington, Londra e Bruxelles.

Gli alleati della City puntano alla formazione di un governo tecnico, per gestire l'emergenza. I partiti di opposizione ci pensino bene prima di accettare una tale soluzione nella speranza di cambiare la legge elettorale; basta ascoltare attentamente le dichiarazioni di alcuni politici di peso (anche tra le proprie file) per capire che i compiti di un esecutivo tecnico andrebbero ben oltre. Si parla di emergenza economica, dei governi tecnici degli anni Novanta come punto di riferimento, e di riforme strutturali per garantire la stabilità del paese.

Quali sarebbero queste riforme strutturali? Di nuovo, la lista è già stata resa pubblica: tagli pesanti alla previdenza sociale, la privatizzazione delle municipalizzate (bloccata dalla Lega Nord), e l'ulteriore liberalizzazione di ogni servizio pubblico. I nomi più accreditati sono quelli di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo. Il modello economico del primo è ben noto: la correttezza delle regole per garantire che la speculazione mantenga il dominio sull'economia produttiva; per quanto riguarda il secondo, considerando come intende mettere le mani sui profitti dell'alta velocità ferroviaria - lasciando allo Stato gli investimenti e le perdite - si capisce dove ci porterebbe.

Una recente mozione presentata da Francesco Rutelli al Senato parla chiaro:

"... e) le liberalizzazioni sono urgenti, e va tradotta in disposizioni legislative la segnalazione al Governo del febbraio 2010 da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, riguardante i mercati dei servizi pubblici (postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali), energetici (carburanti e filiera del gas), bancario-assicurativi, degli affidamenti pubblici e di tutela dei consumatori. Vanno recepite nella Costituzione le norme dei Trattati UE sulla concorrenza. Vanno rafforzate le norme in materia di servizi pubblici locali: troppi monopoli stanno spingendo verso l'alto le tariffe... " (1-00314 del 6 ottobre 2010).

L'incessante richiesta di liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica è il marchio di fabbrica di coloro che hanno creato la crisi economica attuale, ben lontani dalle misure rooseveltiane che potrebbero innescare una ripresa vera. Niente investimenti pubblici, niente misure punitive contro la speculazione finanziaria, e niente protezioni per i settori produttivi. È la "mano invisibile" che porta via l'industria e i risparmi...

I politici di tutti gli schieramenti farebbero bene a guardare oltre quello che al momento sembra il loro interesse particolare, e chiedersi se non sarebbe ora di incentrare il dibattito pubblico sui contenuti veri dietro ai disegni portati avanti in questo momento: in primo luogo, per onestà, perché la popolazione ha il diritto di sapere le conseguenze vere degli scontri in atto; perché, inoltre, in questo modo, le forze che si ispirano ancora al bene comune potranno trovare il sostegno necessario per bloccare un progetto che sarebbe disastroso per il paese.

17 novembre 2010

11 settembre : Thermite, debunking e onere della prova

Da qualche tempo sta iniziando ad accadere nel dibattito sull’11 settembre la stessa cosa che è accaduta con il caso Kennedy: una volta esaurite la raccolta e la presentazione di tutti gli elementi che contraddicono la versione ufficiale, il dibattito si cristallizza su alcuni aspetti specifici della vicenda, ed apre una serie di discussioni secondarie che sono destinate a restare irrisolte per propria natura, mentre rischiano di allontanare l’attenzione dal problema centrale.

A causare questo problema sono spesso gli stessi “complottisti”, che nell’impeto di voler dimostrare a tutti i costi la propria tesi si spingono a dare spiegazioni che non gli competono, assumendosi in quel modo l’onere della prova. Fanno così un piacere immenso al debunker, che non vedeva l’ora di liberarsi da quel peso, e che può adesso scorrazzare liberamente su un territorio nel quale può finalmente giocare al contrattacco.

E’ stato il caso del “proiettile magico” nell’omicidio Kennedy, salito alla ribalta con il film “JFK” di Oliver Stone, e lo sta diventando nell’11 settembre la questione della thermite nelle Torri Gemelle.

Con il tentativo di dimostrare l’impossibilità del proiettile magico, infatti, Stone si è assunto l’onere della prova, e lo ha fatto anche – thank you very much - per conto di tutti gli altri “complottisti” del caso Kennedy. Da quel momento in poi la macchina mondiale del debunking ha avuto gioco facile, ...

... mostrando come la traiettoria del proiettile non fosse necessariamente impossibile. Altamente improbabile, certamente, ma non per questo impossibile, e come sappiamo al debunker "il pareggio" basta e avanza. Nel frattempo – guarda un pò che fortuna – il fronte ufficialista non ha più dovuto dimostrare come Oswald abbia potuto agire da solo, mentre uno sguardo più attento al Rapporto Warren rivela come in realtà l’omonima Commissione non ci abbia mai spiegato la precisa sequenza temporale con cui Oswald avrebbe esploso i tre colpi sparati dal Book Depository.

Io ritengo infatti assolutamente impossibile stabilire una qualunque sequenza temporale per i tre spari di Oswald (usando come riferimento il filmato di Zapruder), che riesca a riconciliare tutti gli elementi fattuali riscontrati in seguito in Dealey Plaza. (Chi è interessato ai particolari può leggere questa pagina).

Rimane quindi agli ufficialisti spiegare la precisa modalità con cui Oswald avrebbe agito, prima che qualunque “complottista” si assuma l'onere di dimostrare il contrario. Invece, da quando è stato sollevato il polverone del “magic bullet”, il dibattito si è spostato su quell’argomento, e da lì non si è più schiodato negli ultimi 20 anni. Un vero e proprio sogno, per i debunkers.

Ora la stessa cosa sta accadendo con la thermite nell’11 settembre. Stufi di raccogliere ed elencare indizi su indizi, molti “complottisti” stanno calcando la mano sulle dimostrazioni – lampanti, peraltro - fornite nel tempo da personaggi come Steven Jones o Niels Harritt, della presenza dei residui di thermite nelle polveri delle Torri Gemelle. Ma queste sono dimostrazioni complesse e articolate, e lungo il loro percorso è sempre possibile trovare una obiezione qualunque che renda la presenza della thermite da “dimostrata” a soltanto “probabile”. Di fatto, come abbiamo visto, i lavori di Harritt e di Jones non hanno sortito alcun effetto contro la versione ufficiale. Solo una massa enorme di polvere in più.

Perdersi quindi oggi in un dibattito secondario di quel tipo – per quanto possa sembrare allettante, vista la forza dell’evidenza presentata – equivale ad offrire al debunker occasioni infinite per ribattere su un terreno troppo vasto e labile per essere comunque conclusivo. Basta un filmato dei “Mythbusters” - come è accaduto di recente - nel quale si dice che la thermite non taglia l’acciaio, e la tua bella dimostrazione è andata a farsi benedire. Che poi i Mythbusters mentissero spudoratamente non conta nulla, a livello mediatico: il danno ormai è fatto, perchè ora dovresti dimostrare che "non è vero che non è vero", e la strada da qui in poi può soltanto allargarsi, invece di restringersi. Nel frattempo, resta ancora da spiegare la dinamica completa del presunto crollo gravitazionale dei tre edifici.

Sia chiaro, non sto invitando gli amici “complottisti” a desistere da questo tipo di discussioni, anzi, mi auguro che si battano con tutte le forze che hanno in corpo nei vari forum a cui partecipano (compreso il nostro). Vorrei però metterli in guardia su un pericolo molto serio come quella della compartimentalizzazione del dibattito – lo scopo ultimo di ogni debunker al mondo - invitandoli nel contempo a non perdere mai di vista “the big picture”.

Non siamo noi a dover spiegare come sono crollate le Torri Gemelle, ma è chi sostiene che siano cadute da sole a doverci dire come avrebbero fatto, viste le obiezioni che abbiamo sollevato in merito. Come sappiamo infatti, queste spiegazioni dettagliate nei rapporti del NIST non si trovano, esattamente come nel Rapporto Warren non si trova la spiegazione dettagliata di come Oswald avrebbe agito da solo.

Già ci hanno mentito in modo plateale, evitiamo almeno di fargli il piacere di non dover più rispondere alle nostre domande.




NOTA: Ho usato “thermite” (in inglese) in senso generico, riferendomi a tutte le variazioni di prodotto che si possono ottenere da quel composto chimico.

di Massimo Mazzucco

16 novembre 2010

Vivere felici in barba agli economisti…

Nei giorni scorsi ho scritto un articolo sul miracolo del North Dakota, l’unico Stato americano che ha rifiutato di aderire al Federal Reserve System. L’ho scritto seguendo il suggerimento di uno dei partecipanti più assidui di questo blog, Silvio, che sono lieto di ringraziare. Potete leggere l’articolo qui. . La morale é molto semplice: felicità è vivere senza la Fed. Ovvero: il North Dakota dipende da una Banca centrale indipendente, la quale, anziché rincorrere e propagare le chimere dei mercati finanziari, opera dal 1920 al servizio della comunità con risultati strepitosi: crescita sostenuta, nessun deficit, disoccupazione bassissima. Al punto che molti altri Stati come California e Florida vogliono imitarla.

Oltre a questo articolo ne segnalo un altro, uscito venerdì e che riguarda l’Italia. Ho incontrato Marco Fortis, che considero uno dei pochi economisti italiani capaci di sviluppare un pensiero autonomo e innovativo, il quale rivela che le aziende italiane sono seconde solo alla Germania in termini di competitività nel commercio mondiale e dunque davanti alla Cina, dato questo sconosciuto ai più. Inoltre Fortis sostiene che, in tema di riforme per l’Italia, sia sbagliato continuare a inseguire modelli stranieri, in quanto da un lato sono illusori (vedi capitalismo anglosassone basato sul debito privato), dall’altro non pertinenti (vedi capitalismo tedesco caratterizzato dalla presenza di diversi grandi gruppi, che invece mancano in Italia). Secondo Fortis per rilanciare l’Italia bisogna predisporre delle riforme che consentano di valorizzare i suoi punti di forza (quello che lui chiama quarto capitalismo votato all’export), con scelte ad hoc e all’occorrenza anticonformiste.

E’ una tesi di buon senso che condivido senza esitazione e di cui in parte avevamo parlato anche su questo blog.

Il messaggio é: per prosperare davvero bisogna avere la forza di non lasciarsi lavare il cervello dalla propaganda e di trovare formule adatte alla propria realtà, infischiandosene dei moniti e dei latrati della maggior parte degli economisti.

Come ha fatto il North Dakota. E come può, anzi deve, fare anche l’Italia.

O sbaglio?

di Marcello Foa

02 dicembre 2010

La rivoluzione di Eric Cantona agita le banche?








Intervista a Juan Torres López a proposito dell’iniziativa di Eric Cantona


“È normale che la gente onesta si ponga il problema di ritirare i propri soldi dalle banche che li usano per affondare le economie ed estorcere i governi”


Il noto calciatore Eric Cantona ha convocato in Francia un movimento popolare per ritirare i soldi dalle banche il prossimo 7 dicembre (www.bankrun2010.com). Per conoscere i possibili effetti di questa iniziativa intervistiamo Juan Torres López, Docente di Economia, membro del Comitato Scientifico di ATTAC Spagna e autore dei libri Desiguales. Mujeres y hombres en la crisis financiera (Icaria), con Lina Gálvez, e La crisis de las hipotecas basura. ¿Por qué se cayó todo y no se ha hundido nada? (Sequitur) con la collaborazione di Alberto Garzón. .

- Quali sono gli effetti che avrebbe una misura come quella proposta da Cantona?
.



- Logicamente dipende dal suo seguito. Se si facesse in massa, le banche non avrebbero abbastanza liquidità per restituire i depositi ai loro clienti, perché la banca occidentale opera con un sistema chiamato di riserve frazionarie. Questo significa che di tutti i soldi che deposita un cliente, conserva soltanto una piccola parte (attualmente un 2% più alcune percentuali addizionali in base al regolamento di ogni paese). Il resto lo usa per dare crediti. Per tanto, i soldi dei depositi “stanno” in banca ma solo in forma di annotazioni, così che il denaro non può essere ritirato nella sua totalità. .

- Questo vuol dire che le banche non “conservano” il denaro dei loro clienti ma che lo usano per creare più denaro?


- È proprio così. L’affare delle banche è questo: creare mezzi di pagamento mediante la generazione di debito. Ogni volta che danno un credito, creano denaro con questa parte del deposito che non conservano. Ma non si tratta di denaro legale (monete o biglietti) bensì di denaro bancario. .

- E con questo guadagnano …


- Certo che guadagnano. Guadagnano più denaro, perché riscuotono più per prestare che per ricevere depositi. E guadagnano potere perché, come tutti sanno, il denaro dà potere di decisione e di soddisfazione. .

- E i governi non potrebbero evitare una situazione del genere, impedendo di ritirare i depositi?
.

- Teoricamente, i governi si sono compromessi a garantire i depositi dei clienti ma, logicamente, sottoforma di denaro bancario. Quello che succede è che se tutti, o molti di noi, andassimo nello stesso giorno a ritirare il denaro, sarebbe impossibile. Ciò che hanno fatto i governi è stato in realtà una farsa, fintanto che sussiste il sistema di riserve frazionarie. Però, in un momento dato, possono decretare che non si può ritirare il denaro, com’è successo in Argentina per aiutare le banche e i grandi risparmiatori. .

- Lei crede che l’appello di Cantona avrà successo?
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- Suppongo che all’inizio non sarà seguito da milioni di persone. Per questo motivo non credo che sarà tanto rilevante per il problema della liquidità che andrà a generare, quanto piuttosto perché sarà un avvertimento del fatto che la gente sta cominciando ad essere stufa, e giustamente, delle banche. Una volta ho letto che Henry Ford disse che se le persone sapessero quello che le banche fanno con i loro risparmi, il giorno dopo scoppierebbe una rivoluzione. .

- Il ruolo delle banche in questa crisi è stato così negativo?
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- Credo di sì. Se mi è concessa l’espressione, sono state allo stesso tempo l’arma del delitto e la mano che ha premuto il grilletto. Invece di canalizzare il risparmio in investimenti produttivi lo hanno messo a disposizione della speculazione. E di altri affari sporchi: le banche sono quelle che permettono di riciclare il denaro, quelle che hanno sede nei paradisi fiscali, quelle che fanno da tramite per i traffici di armi, droga, persone, o che aiutano i terroristi a spostare i loro soldi, quelle che finanziano con migliaia di milioni gli affari più sporchi e le persone più impresentabili del mondo, mentre i piccoli e medi imprenditori si fanno in quattro per ottenere crediti di qualche migliaio di euro. E, inoltre, grazie al potere finanziario che possiedono hanno esteso la loro influenza alla politica, ai mezzi di comunicazione, alla creazione del pensiero, all’educazione … Imponendo politiche che producono un’enorme disuguaglianza, e dando luogo in questo modo a crisi tanto ricorrenti e tanto gravi. Non c’è, oggigiorno, un aspetto decisivo della vita sociale, che si muova libero dall’influenza delle banche. .

- Allora, lei crede sia giustificato che la gente ritiri il proprio denaro dalle banche?
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- Assolutamente sì, ma con dei chiarimenti. La gente ha il diritto, e oserei dire che ha persino il dovere morale, di dire alle banche che fanno tutte queste cose che così non va, che non vuole che con i propri soldi si compiano tutte queste azioni. Ma dico anche che bisogna precisare, perché ci sono banche etiche e non tutte le banche si sono comportate allo stesso modo. Bisognerebbe canalizzare questa espressione di rabbia e di rifiuto verso le banche sporche chiedendo un nuovo tipo di banca. Mobilitare il risparmio e metterlo a disposizione di chi ha bisogno di finanziamenti esterni per creare ricchezza, voglio dire che l’attività finanziaria è imprescindibile in qualsiasi economia. Sarebbe una sciocchezza rinunciare a questo. Perciò la cosa importante non è soltanto ritirare il denaro dalle banche che stanno effettivamente arrecando tanti danni, ma creare un sistema finanziario alternativo, etico, pulito, trasparente, volto a creare ricchezza. .

- E come sarebbe questo sistema finanziario alternativo?
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- Dunque, credo che invece di essere un sistema sempre più centralizzato e accentrato, come vogliono i padroni delle banche private per controllare meglio i mercati e la società, dovrebbe organizzarsi su più livelli. Certamente credo che dovrebbero esserci banche di grandi dimensioni e internazionali perché, al giorno d’oggi, c’è bisogno di finanziare progetti di sviluppo di grande portata. Ma non dovrebbero essere né private (perché altrimenti cercherebbero soltanto di fare i propri interessi) né tanto antidemocraticamente controllate come accade oggi, ad esempio, con la Banca Mondiale. E per evitare quest’ultima situazione l’ideale è che le banche siano molto “vicine” alle persone, che siano sottomesse a principi di attuazione molto rigidi e ad un costante, plurale e democratico controllo sociale. .

- E queste banche più grandi continuerebbero ad agire con riserve frazionarie?
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- No, no, è proprio questa la logica che deve essere cambiata. Se si continua in questo modo, saremo sempre punto e a capo. Ci sono modi per far sì che una banca senza riserve frazionarie funzioni perfettamente e adempia il suo compito di finanziatrice dell’attività produttiva. Non dico che sia facile da organizzare ma si può fare. .

E il resto ?
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- Il sistema finanziario funziona meglio e provoca meno problemi quanto più è decentralizzato. Bisogna creare reti e un sistema di finanze multilivello e multifunzionale. Ed è fondamentale che la gente che risparmia sia anche padrona del destino dei propri risparmi, che intervenga nel momento in cui se ne decide l’uso. In questo modo sarebbe molto più facile se tutti fossimo più immaginativi e imprenditori, se non vedessimo la creazione della ricchezza, di impiego o di sicurezza e benessere come “qualcosa che riguarda gli altri”, ma che riguarda anche noi, che dipende dalla nostra attività e lavoro, dai nostri risparmi, dalle nostre iniziative e decisioni. Bisogna fare in modo che le finanze non schiavizzino i consumatori o i piccoli e medi imprenditori: in fin dei conti, sono loro che in Spagna creano e sostengono più del 90% dell’impiego. È per questo che sarebbe meglio se tutti loro decidessero cosa fare con i risparmi e che queste decisioni non dipendessero dalle grandi e lontane istituzioni finanziarie le quali, ovviamente, cercano di massimizzare i loro guadagni in una prospettiva globale. Che cosa importa alla Banca di Santander [ una delle maggiori entità finanziarie in Spagna, N.d.T.], preoccupata di aumentare sempre di più le sue entrate, dell’effetto delle loro azioni finanziarie su una donna del Bierzo che ha bisogno di 1500 euro per avviare l’attività di parrucchiera o su un carpentiere che dà impiego a cinque lavoratori in una frazione di Lugo e che ha bisogno di 5000 euro per cambiare i macchinari? Durante la propaganda possono dire ciò che vogliono ma la realtà è che il calcolo dei risultati delle grandi banche, che dominano oggi le finanze, dipende da altre variabili, e che non si occuperanno di far funzionare bene questi “affari ordinari della vita quotidiana”, che sono, secondo quanto diceva Alfred Marshall, l’oggetto dell’economia. .

- Si riferisce al potenziamento delle cosiddette microfinanze?
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- Sì, ma non solo. Bisogna creare e potenziare reti interpersonali di soccorso finanziario, per chiamarlo in qualche modo. Anche le finanze hanno a che fare con la solidarietà e la generosità. Mohamed Yunus ha dimostrato, con le sue esperienze di microcrediti, che le economie basate su questi valori aiutano ad uscire dalla povertà e a creare ricchezza più di quanto non facciano le economie basate sui valori del lucro o, di certo, di quelle che spingono la speculazione finanziaria. Ma si deve generare anche un altro tipo di economia a un livello intermedio. Come ho detto, non ha senso che il finanziamento di autonomi, di piccoli imprenditori o persone che necessitano, la maggior parte delle volte, di un appoggio finanziario di piccola o media entità, dipenda da corporazioni finanziarie gigantesche. È molto meglio che questo sia vincolato al risparmio decentralizzato. Si è sempre fatto così e c’è stata più disponibilità economica per creare ricchezza. Adesso sembra che viviamo nell’abbondanza di mezzi di finanziamento ma, in realtà, c’è stata e c’è soltanto quando si tratta di appoggiare grandi affari o di generare debito artificiale che, a sua volta, finanzia le bolle speculative. .

- Dunque lei raccomanderebbe di ritirare i soldi dalle banche convenzionali? Lei ritirerà i suoi soldi?


- Vediamo, io sono cliente della Triodos Bank. Si potrebbe dire che li ho già ritirati, almeno una gran parte, perché sussistono ancora grandi difficoltà per inoltrare al di fuori delle banche tradizionali tutte le ricevute o i pagamenti. E ci sono alternative per depositare i risparmi: Fiare, diverse cooperative in alcune delle comunità autonome. Sebbene rispondano allo stesso sistema di riserve frazionarie, sono molto più trasparenti e non fanno gli spregevoli investimenti che fanno le banche convenzionali. - E si dovrebbe fare questo in massa?

- Io credo che in massa dovremmo essere consapevoli di ciò che stanno facendo le banche convenzionali, del fatto che è necessario che ce ne siano altre differenti, pubbliche e private, senza il privilegio di creare denaro privato. E che, senz’altro, quanta più gente porta i propri soldi alle banche etiche o alle cooperative di credito e tanto meglio sarà. - Ma si può utilizzare il ritiro dei fondi come un’arma contro le banche? Non si rischia di provocare un corralito , un fallimento generalizzato delle banche?

- Dunque vediamo, andiamo per ordine. Se le banche adesso sono vicine alla bancarotta o perfino in bancarotta dissimulata, non è assolutamente per colpa dei clienti che vogliono proteggere i propri soldi dall’irresponsabilità e dall’ingordigia dei banchieri. Inoltre, la gente ha diritto di ritirare il proprio denaro dalla banca quando vuole. È suo! E se volesse farlo in massa, non sarebbe certo questa decisione dei clienti ciò che, in ogni caso, farebbe fallire le banche, bensì il sistema di riserve frazionarie. .

- Ma l’appello di Cantona non è un’irresponsabilità?


- È possibile che questo lo dica chi ha affondato il sistema finanziario mondiale provocando una crisi senza precedenti o chi li appoggia dai governi, ma l’irresponsabilità di quanto potrebbe accadere nel sistema finanziario non è di Cantona. Ci mancherebbe altro! Cantona è un cittadino, come tanti altri, che è stufo degli irresponsabili. Un altro discorso è se questa misura possa essere decisiva e se sia utile da sola .

- Che vuole dire con questo?


- Che non è sufficiente dire alla gente di ritirare i soldi dalle banche. Questo va bene come scintilla, per richiamare l’attenzione, come avvertenza, come provocazione … Ma c’è bisogno di alternative. Questa proposta non può essere fine a sé stessa. Deve essere in ogni caso una misura di pressione in favore di qualcosa. Credo che debba essere accompagnata, se verrà attuata, dalla rivendicazione della banca pubblica, dalla scomparsa delle banche responsabili della crisi, da altre politiche economiche e finanziarie, dall’esigenza di nuove norme e nuovi modi di funzionamento delle finanze e, soprattutto, dall’esigenza di garanzie che permettano di tornare a finanziare l’economia affinché questa funzioni: è proprio ciò che ora le banche private non garantiscono. È questa la linea con la quale lavoriamo in ATTAC. Ovviamente non si può escludere che la gente si stanchi se le banche continuano a estorcere i governi, se continuano ad attaccare gli Stati e ad esigere tagli sui diritti per andare avanti. Ed io sarei il primo ad essere favorevole a misure molto più contundenti. Perché se loro sono insaziabili la pazienza della gente, invece, ha un limite.

di Juan Torres López - Alberto Montero Soler -


Juan Torres López è Docente di Economia Applicata all’ Università di Siviglia.www.juantorreslopez.com


Alberto Montero Soler (amontero@uma.es) è professore di Economia Applicata all’Università di Malaga e puoi leggere altri suoi articoli sul suo blog La Otra Economía.



Fonte: www.rebelion.org

01 dicembre 2010

La prossima crisi: ecco come il business sfrenato ci ucciderà




Il 2008 è stato l’anno della convergenza delle crisi. Gli aumenti del prezzo del petrolio così come degli alimenti principali, entrambi prodotti dalla combinazione di problemi nella produzione e nel rifornimento, dalla domanda salita alle stelle con il conseguente incremento del commercio di merci nel mercato dei futures. Allora le banche hanno collassato, i governi le hanno salvate con interventi mirati a puntellare un sistema finanziario che crollava.

Come ho già sostenuto in un precedente articolo (trad italiana) su Ceasefire, questa convergenza di crisi energetica, alimentare ed economica non è stata un incidente, ma il risultato inevitabile del modello di business sfrenato adottato da un sistema politico-economico mondiale che ora ha raggiunto i propri limiti interni, oltre ad aver superato quelli dell’ambiente.

Nonostante le rassicurazioni ufficiali secondo le quali il peggio è passato e le economie si stanno riprendendo e sono tornate a crescere, la tendenza attuale ci indica che il peggio deve ancora venire, e che i politici non hanno idea di quali siano le cause strutturali della convergenza di queste crisi.

Il primo problema fondamentale è che gli ortodossi economisti neoliberisti non riescono a capire una ovvia verità cioè la compenetrazione dell’economia con l’ambiente naturale. La crescita dell’economia richiede un crescente apporto di energia, ottenuta dallo sfruttamento delle risorse naturali, in questo momento essenzialmente i combustibili fossili come petrolio, gas e carbone.

In teoria, gli economisti ortodossi sostengono che il capitalismo può risolvere il problema della dipendenza dall’energia massimizzando l’efficienza, più grande lo sviluppo economico, maggiore sarà l’uso ottimale delle risorse e quindi minore la quantità di energia necessaria. Questo tipo di ragionamento sottintende il sostegno del governo all’ossimoro delle società high growth, low carbon (crescita elevata, basso uso di carbone). Come capita spesso con la teoria economica neoliberista, i dati empirici generano alcuni seri interrogativi su questo argomento. Come mostrato in modo inequivocabile da Tim Jackson in Prosperity Without Growth (pp. 74-76), il trend globale delle emissioni di carbone e combustibili fossili così come l’estrazione di metalli grezzi e di minerali non metallici è aumentato vertiginosamente negli ultimi due decenni. In molti casi, sostiene Jackson: “L’intensità energetica globale (rapporto tra uso di risorse e PIL) è cresciuta significativamente per i minerali non combustibili. L’efficienza delle risorse ha preso una direzione sbagliata.” (p. 75)

Tra il 2005 e il 2008, la convenzionale produzione di petrolio ha combattuto con una stabilità ondulante senza precedenti nella storia della produzione mondiale di petrolio, ed è improbabile che aumenti considerevolmente oltre i livelli raggiunti nel 2008. Come ha notato il dottor James Schlesinger , passato Segretario dell’energia americano (1977-79) e direttore della CIA, date le progettate curve in flessione tra il 4 e il 6 percento, e l’aumento progettato della domanda durante il prossimo quarto di secolo, avremo bisogno dell’equivalente della capacità di cinque volte l’Arabia Saudita”. Aldilà delle incertezze sui fondali degli oceani e sulle riserve non convenzionali e altre, lui fa notare che “in generale dobbiamo aspettarci di andare avanti senza la nostra fonte di energia fondamentale nell’espansione dell’economia mondiale per più di mezzo secolo”.

Mentre i livelli di fornitura sembrano essere fluttuanti, l’aumento di domanda dovuto a una fragile ripresa indica la possibilità a breve di un altro picco del prezzo del petrolio dal momento che la crescente domanda incontra una capacità di produzione piuttosto bassa. Gran parte dell’aumento vertiginoso di domanda di petrolio non proviene dall’occidente ma dalle economie emergenti, come la Cina, e ha portato alcuni istituti finanziari come JP Morgan a prevedere un imminente aumento del prezzo del petrolio fino a 100 dollari al barile.

Allo stesso tempo, con il nuovo aumento dei prezzi del petrolio, stiamo assistendo all’aumento vertiginoso dei prezzi della carne, zucchero, riso, grano e mais. Come esperto finanziario, Addison Wiggin ha avvisato su Forbes, verso la fine di ottobre, che “potremmo essere a un passo dall’esplosione di una crisi alimentare che farebbe sembrare i picchi dei prezzi raggiunti nel 2008 come un felice ricordo”. Wiggin sostiene che la crisi alimentare del 2008 “non è mai finita”, visto che i prezzi delle merci chiave delle aziende agricole, sebbene non raggiungano i livelli del 2008, tuttavia hanno raggiunto livelli più elevati di quelli antecedenti al 2008:

- Frumento: su del 63%
- Grano: su dell’84%
- Soia: su del 24%
- Zucchero: su del 55%

Intanto, il dipartimento americano dell’agricoltura ha avvisato che ci sarà una caduta nella produzione di grano ... l’anno prossimo, dovuta essenzialmente alla siccità in Russia, e ha evidenziato il significativo crollo della produzione di frumento di quest’anno – apparentemente il più considerevole mai verificatosi finora.

Il nesso tra le attuali insufficienze nei rifornimenti di cibo e il cambio climatico non può essere più ignorato a seguito del devastante impatto sull’agricoltura causato dell’ondata di caldo in Russia e delle inondazioni in Pakistan, in seguito anche al previsto problema di instabilità climatica e di disastri naturali sul lungo termine dovuto al riscaldamento globale. Le ultime proiezioni provenienti dal National Center for Atmospheric Research (NCAR) , basate sul modello di business sfrenato, suggeriscono che entro 30 anni il mondo potrebbe dover affrontare un’estrema siccità permanente in parti dell’Asia, degli USA, dell’Europa meridionale così come in ampie zone dell’Africa, America Latina e Medioriente, con un impatto devastante sull’agricoltura e sulle risorse acquifere.

La stabilità della produzione di petrolio non aiuta a risolvere i problemi. Più elevati prezzi del petrolio avranno un effetto inflazionario sull’economia, esacerbando l’impennata dei prezzi alimentari. Inoltre, poiché l’attuale sistema dell’industria alimentare è pesantemente dipendente dai combustibili fossili a vari livelli – macchinari in loco; sintesi e produzione di fertilizzanti; processione, imballaggio, conservazione e trasporto di alimenti – la stabilità della fornitura energetica rafforzerà i limiti fondamentali della produzione alimentare mondiale, con ripercussioni sull’aumento dei prezzi.

Sfortunatamente, l’azione economica ortodossa sembra accelerare la convergenza di queste crisi nei prossimi anni, invece di migliorare la situazione. Nonostante gli indicatori promettano una continua crescita del PIL, considerata da molti come la prova della continua benché fragile ripresa dell’economia, i fatti fondamentali ci raccontano una storia molto diversa. Il commercio totale dei derivati nel mondo attualmente rimane agli stessi livelli della fine 2008 – circa un quadrilione di dollari (mille trilioni) – cioè la cifra colossale pari a 23 volte il PIL mondiale. Come ha notato DK Matai, un analista di rischio strategico globale e consigliere governativo su minacce alla sicurezza, “ L’intera piramide finanziaria su cui sono strutturati i derivati può crollare se i prezzi dei beni cominceranno a scendere poiché alcune delle controparti non sono in grado di pagare le loro obbligazioni”, cioè quello che è successo nel crash del 2008.

Il problema è che il pericolo non è stato affatto rimosso, anzi, forse addirittura è aumentato. Anche se l’1% della piramide dei derivati perde le proprie controparti perché diventano insolventi, stiamo parlando di un buco di 10 trilioni di dollari. Se quel 1% diventa 5% allora sono più di 50 trilioni di dollari, cioè più del PIL del mondo intero”.

In questo momento, la strategia economica ortodossa del governo, ispirata a modelli neoliberisti, sta cercando di rilanciare la crescita economica attraverso l’inflazione dei prezzi dei beni e il commercio dei derivati, includendo le merci come petrolio e alimenti: cioè re-inflazionando l’insostenibile bolla di debito che è scoppiata due anni fa. I diffusi salvataggi delle banche - quantitative easing – sono serviti solo a dare supporto alle banche insolventi e agli istituti finanziari con soldi dei contribuenti. Questo ha ridotto la quantità di soldi in circolazione – col risultato di contrarre l’economia reale basata sulla produzione reale, nell’acquisto e vendita – e allo stesso tempo ha permesso ai finanzieri di ritornare alle loro solite attività. Ma sia le autorità americane che quelle britanniche hanno riconosciuto che c'è la possibilità di ulteriore quantitative easing per sostenere la ripresa dell’economia. Contemporaneamente, si preparano profonde misure di austerità in stile FMI per ridurre i consumi e le manifatture, tagliare i servizi pubblici, mentre aumenta la disoccupazione.

La pressione verso il rialzo dei picchi di prezzo di petrolio e alimenti, determinata per entrambi dalle fondamentali restrizioni alla produzione con conseguenti limiti alla fornitura, in combinazione con il mercato decrescente dei futures dei derivati, genererà negli anni a venire un effetto inflazionario che avrà un potente impatto sui consumatori, così come capitò prima del 2008. Si crea più quantitative easing, spostando i soldi dei contribuenti dall’economia reale e immettendoli nel virtuale mondo finanziario, e di fatto si re-inflaziona la bolla fittizia della ‘crescita’ mentre allo stesso tempo si riduce la dimensione del mondo reale nel quale si suppone che la bolla stia crescendo.

I consumatori e il mondo degli affari lotteranno per continuare a ripagare i debiti, anche se la bolla del debito dei derivati si re-inflaziona nel contesto di un crescente quantitative easing.
Contemporaneamente, mentre la ‘crescita’ determinata dal debito continua ad alimentare una sembianza di ripresa economica, la crescente attività economica raggiungerà inevitabilmente i limiti della stabilità e del declino graduale delle energie derivanti da idrocarburi.

Inevitabilmente, la bolla raggiungerà i limiti della sostenibilità, sia in termini di capacità di solvenza del debito che di produzione energetica derivante da idrocarburi. Il risultato sarà un’altra convergenza di crisi, un altro crash complessivo che include i settori alimentare, energetico ed economico e simultaneamente i picchi dei prezzi causeranno insolvenze nel pagamento dei debiti e quindi provocheranno la deflazione della bolla dei derivati – in definitiva, tutti prodotti di una crisi economica e politica globale la cui organizzazione strutturale richiede qualcosa di fisicamente impossibile: crescita infinita in un pianeta finito.

La prossima crisi, inoltre, difficilmente sarà l’ultima, poiché noi continuiamo a sollecitare le risorse di idrocarburi mentre continuiamo a devastare gli ecosistemi del pianeta e ad alterare il suo clima. Sarà piuttosto la seconda di varie tappe di convergenze di crisi, sintomatica di un protratto processo di crollo del sistema globale.

La domanda che tutti ci dobbiamo porre è: quante crisi dobbiamo ancora vedere prima di svegliarci e capire che il business sfrenato ci ucciderà tutti?


di Nafeez Mosaddeq Ahmed -




Fonte: http://ceasefiremagazine.co.uk

30 novembre 2010

Rifiuti, gli interessi dietro la crisi fanno ostacolo alla soluzione




L'ultima trovata sui rifiuti campani è stato un accordo tra Governo e Regioni che prevede lo smaltimento di 600 tonnellate al giorno di rifiuti fuori dalla Campania per tre mesi. In altre parole le Regioni italiane si impegnano a trovare un modo per smaltire il surplus di rifiuti chiedendo in cambio lo stato di emergenza. Ma la crisi di Napoli è la crisi degli interessi di parte e del continuo rimpiattino sulle responsabilità, che stanno dilatando ancora i tempi di quella che appare come l'unica soluzione disponibile: l'avvio di serie politiche di organizzazione ed incentivo alla raccolta differenziata.


Crisi rifiuti Campania
L'unica soluzione sembra essere l'avvio di una seria ed efficiente raccolta differenziata. Ma sono ancora troppi gli interessi che fanno ostacolo

Prima erano 6000 le tonnellate di spazzatura non raccolta che sta marcendo lungo le strade di Napoli, poi sono diventate 8000 e infine 3000 a Napoli città e 8000 in Provincia. Niente a che vedere con le centinaia di migliaia di un paio di anni fa ma la situazione è chiara, il problema, checché ne dica il governo, non è mai stato risolto, altrimenti non ci troveremmo a questo punto.

Qualche giorno fa il governatore della Campania Stefano Caldoro diceva: "per uscire dalla crisi strutturale della questione rifiuti servono due o più realisticamente tre anni". La stessa cosa che dicevano 2 anni fa, ed eccoci di nuovo al punto di partenza, abbiamo fatto un bel giro di cerimonie di inaugurazione e di proclami di emergenza risolta, di problema affrontato e alla fine siamo tornati alla casella di partenza: la "munnezza" è ancora lì, nelle strade. Il problema della spazzatura in Campania è infatti un problema che ha una natura decisamente variegata, ma spiegabile con una singola parola: interessi.

Gli interessi della Camorra che ormai da anni sa che quello dei rifiuti è un business da milioni e milioni di euro - Gomorra di Garrone e Saviano ce l'ha spiegato chiaramente - e che usa questo business per influenzare la politica. Sulla spazzatura, infatti, è caduto Prodi ed è risuscitato Berlusconi che ora sta di nuovo per cadere, certo per le manovre di Fini ma anche per qualche cumulo di rifiuti. Gli interessi della politica stessa che sa quanto gestire la "munnezza" voglia dire in questo momento gestire soldi e quindi potere, oltre che ovviamente poter decidere di questo e di quell'appalto, di questo e di quell’inceneritore (vedi la recente querelle Carfagna-Cosentino). Gli interessi dei cittadini, che arrivano sempre per ultimi, che quando lottano per la propria salute come a Terzigno vengono chiamati teppisti, che da anni - non 2 ma quasi 20 - si trovano ciclicamente in questa situazione che potrebbe probabilmente essere risolta con la differenziata, non a caso mai partita o ostacolata, come nel caso di Camigliano - unico paese Campano a fare la differenziata con successo - dove è stata smantellata con la deposizione della Giunta comunale che era riuscita in tal impresa.

Ora, dopo un mese di nuova emergenza, gli interessi dei cittadini e in particolare la loro salute sono di nuovo a rischio. Nel centro città l'immondizia viene mangiata dai piccioni, ma è in periferia che la situazione peggiora di giorno in giorno con le prime segnalazioni - a Poggioreale e San Pietro a Patierno - di invasioni di topi. Paolo Giacomelli, assessore all'igiene di Napoli rassicura che "Il Comune è in stretto contatto con la Asl, a cui abbiamo chiesto di fornirci immediatamente qualunque informazione utile sugli aspetti sanitari del problema", ma è una rassicurazione da poco visto che la situazione non potrà che peggiorare nelle prossime settimane dal momento che le discariche e gli Stir (impianti di tritovagliatura dei rifiuti) di Napoli e dintorni sono al limite.

In questa crisi, che, negli amministratori e nel governo, scatena ormai il panico solo a nominarla, l'unica soluzione sembra essere ancora una volta la differenziata - non il decreto del governo firmato dal Presidente Napolitano - dice Daniele Fortini, amministratore delegato di Asìa, Azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani: "L'unica soluzione immediata e con un investimento inferiore al milione di euro è riarmare immediatamente a Giugliano e Tufino gli impianti di stabilizzazione della frazione umida, distrutti durante l'emergenza del 2008. Questi impianti servono a trasformare la frazione umida in frazione organica stabilizzata, trasformazione che ridurrebbe il peso dei rifiuti del 40 per cento con un beneficio ambientale ed economico".

di Andrea Boretti

28 novembre 2010

Rifiuti milanesi




La recente scoperta che alcune iniziative di edilizia residenziale e commerciale di Milano sono state previste su terreni che nascondevano nel sottosuolo discariche di rifiuti industriali, ripropone un grave problema ambientale sempre accantonato che, silenzioso e nocivo, riemerge continuamente.

L'industria, soprattutto chimica e metallurgica, è basata sulla trasformazione di materie prime naturali --- petrolio, carbone, minerali, rocce, eccetera --- nelle merci volute: plastica, acciaio, carbonato sodico, alluminio, gomma, eccetera. Inevitabilmente tale trasformazione è accompagnata dalla formazione di scorie e residui; quelli gassosi finiscono nell'atmosfera e lì si disperdono, ma quelli liquidi e quelli solidi finiscono nel terreno e spesso lì rimangono per tempi lunghi e lunghissimi. L'industria, nata nella metà dell'Ottocento, all'inizio si è insediata addirittura nel centro delle città: a Milano le prime fabbriche chimiche erano in pieno centro, lungo i canali che attraversavano la città; poi a poco a poco, soprattutto dall'inizio del Novecento, le fabbriche si sono spostate alle periferie, fuori dal centro storico.

Nella loro rapida diffusione alcune industrie sono sorte, poi fallite, poi sostituite da altre; sono cambiati i processi produttivi, le materie prime, le merci prodotte e sono cambiate e si sono stratificate nel sottosuolo le scorie.

Le scorie non sono corpi morti e inerti; alcune subiscono, a contatto con le acque sotterranee, trasformazioni e reazioni che ne modificano la pericolosità e ne aumentano la mobilità al punto che talvolta riemergono in superficie col loro carico di veleni.

Il caso più famoso e drammatico è quello della cittadina di Love Canal, vicino alle cascate del Niagara: un canale abbandonato fu utilizzato, negli anni cinquanta del secolo scorso, come discarica di rifiuti tossici di una vicina industria chimica. Il tutto fu ricoperto di terra e dimenticato; poi il terreno fu venduto al comune di Niagara Falls che vi costruì sopra un quartiere residenziale e una scuola. Nel 1976 le piogge intense hanno allagato la discarica e hanno portato in superficie molte sostanze velenose che hanno provocato malori e malattie negli abitanti e nei bambini. L'evento scandalizzò l'America; gli abitanti furono fatti sloggiare, le case e la scuola furono abbattute, e il governo si decise ad emanare leggi per la bonifica delle zone contaminate, con forti investimenti e costi pubblici. Poco dopo un caso simile di terreno contaminato da sostanze tossiche, portate in superficie da un'alluvione, colpì la cittadina americana di Times Beach.

Di fronte a questi e simili eventi i paesi europei si decisero ad emanare norme per la bonifica delle zone contaminate da rifiuti e scorie industriali pericolosi. In Italia si intervenne con tutta calma, dopo il 1998, e soltanto nel 2001 fu pubblicato un elenco delle zone contaminate di importanza nazionale, con l'indicazione delle sostanze nocive presenti; vi sono poi altre zone da bonificare indicate dalle Regioni e altre ancora; in tutto sono state stimate in 4400 le aree industriali contenenti nel sottosuolo rifiuti tossici e di queste soltanto il 10 percento risulta bonificata.

Un rapporto della Legambiente intitolato: "La chimera delle bonifiche", ha denunciato la lentezza delle operazioni di messa in sicurezza delle zone inquinate; le stesse operazioni di bonifica, tecnicamente complicate e costose, vengono rallentate da infiniti contenziosi con i proprietari dei suoli che sono poi spesso le imprese che vi hanno scaricato i propri rifiuti nocivi. Spesso i suoli abbandonati dalle industrie sono attraenti per le speculazioni edilizie e vengono venduti senza sapere, o facendo finta di non sapere, che cosa c'è sotto.

Eventi come quello ricordato, alla periferia di Milano, non sono rari; qualche tempo fa è stata denunciata la costruzione di edifici pubblici e privati sulla discarica di scorie industriali tossiche a Crotone in Calabria. Per evitare i danni e i relativi costi occorrono varie cose.

Prima di tutto occorre conoscere dove le industrie, che si sono succedute sul territorio italiano nel secolo e mezzo dell'industrializzazione italiana, hanno scaricato le proprie scorie e che cosa queste contengono; un compito difficile che richiederebbe una indagine sulla localizzazione delle vecchie fabbriche, sulla conoscenza delle materie prime utilizzate, delle merci prodotte e dei residui che ciascun ciclo produttivo ha generato. Di molte attività industriali si sono persi i documenti, perfino spesso si sono perse le tracce, e nessuno saprà mai quali materie prime sono state usate, senza contare che, nel corso della sua vita, una fabbrica, per lo stesso ciclo produttivo, usa materie prime differenti, provenienti da differenti paesi.

Spesso i caratteri delle materie prime e delle merci prodotte e delle relative scorie non era nota non solo alle pubbliche amministrazioni, che pure avrebbero dovuto vigilare su quello che avveniva nel loro territorio, ma alle stesse imprese e ai tecnici e ai lavoratori. Le cose si aggravano continuamente da quando si stanno diffondendo le industrie che "trattano" i rifiuti di altre industrie, residui e scorie di cui non sanno niente per cui finiscono nel sottosuolo i rifiuti tossici del trattamento di altri rifiuti tossici.

La più utile celebrazione dei 150 anni dell'Italia unitaria, che sono anche quelli dell'Italia industriale, consisterebbe nella mobilitazione di storici, chimici, ingegneri, merceologi, geografi per ricostruire la storia e la geografia delle fabbriche, dei processi produttivi e della localizzazione e natura dei loro rifiuti. Solo con una simile indagine si possono avviare delle serie operazioni di bonifica che richiederebbero il lavoro di specialisti di discipline che non si sono mai insegnate in nessuna università: la scienza e la tecnica dei rifiuti industriali e del loro trattamento. Solo così si evitano futuri costi e dolori.
di Giorgio Nebbia

25 novembre 2010

Il futuro delle banche





Ci sono forse dei problemi nel sistema bancario italiano? Se si, quali problemi? A sentire gli stessi uomini che erano in sella quando la macchina della finanza rischiava di travolgere l’intero sistema economico, anticipando la fine del mondo, va tutto bene. L’economia sta tornando a crescere, a tratti saltella. Nelle parole dei banchieri, il presente e il futuro prossimo sono tornati a dipingersi di rosa. Donde la domanda: sicumera, tracotanza o malafede?

Perché, spiega il manager, i lunghi mesi dell'uragano finanziario il sistema creditizio italiano ha dimostrato grande solidità e ora è pronto per una nuova stagione di crescita. Nei giorni scorsi, non commentando i risultati del terzo trimestre dell'anno, i capi delle grandi banche nazionali hanno fatto sfoggio di ottimismo. Gli utili crescono di nuovo. I costi sono sotto controllo. Aumentano i prestiti alla clientela mentre calano le rettifiche sui crediti a rischio. E anche le commissioni hanno ripreso a correre.

Perché preoccuparsi, allora? I conti delle banche tengono. Di più: migliorano. "Risultati incoraggianti", ha commentato il numero uno di Intesa San Paolo, Corrado Passera, sottolineando la validità di un modello di business "che c'ha fatto attraversare la crisi". E neppure Federico Ghizzoni, da poche settimane al comando di Unicredit dopo l'uscita traumatica di Alessandro Profumo, ha rinunciato a seminare parole di speranza: "Siamo nella situazione giusta per migliorare i nostri risultati". Insomma, forse non è ancora il migliore dei mondi possibili, ma siamo sulla buona strada a voler credere ai banchieri.

Questo, in sintesi, il messaggio che i padroni dei mercati si sono sforzati di mandare agli investitori grandi e piccoli. Sforzo encomiabile, dal loro punto di vista. Peccato che in borsa ci abbiano creduto in pochi. Lo dimostra l'andamento dei titoli bancari nelle ultime due settimane, in concomitanza con la presentazione dei conti trimestrali. Tempo brutto, anzi pessimo, con le quotazioni che hanno messo a segno forti ribassi, solo parzialmente recuperati con il mini rimbalzo che ha segnato la fine della scorsa settimana. In una ventina di giorni Unicredit ha perso il 10%, mentre Monte Paschi è arretrata del 12% circa, per citare solo le banche a maggior capitalizzazione. Tutte performance peggiori rispetto all'andamento di borsa nel suo complesso in ribasso del 4% in quello stesso arco di tempo.

Sui titoli finanziari in genere ha pesato l'effetto del debito sovrano, innescato dal possibile crack dell'Irlanda. Non sfugge il fatto che il sistema bancario italiano abbia sofferto in misura maggiore rispetto quello di altri paesi. Cosa è successo, dunque? Il fatto è che una lettura attenta dei conti fa cadere almeno in parte alcune delle rassicuranti certezze diffuse dai banchieri nostrani in questi giorni.

È vero, nell'ultimo trimestre i profitti sono tornati a crescere, ma la redditività è comunque ancora molto lontana da quella degli anni d'oro del boom della finanza (fino cioè al 2007). Se poi si prendono in considerazione i conti dei primi nove mesi dell'anno si scopre che il dato sui profitti risulta ancora inferiore a quello dello stesso periodo dell'anno scorso, nel 2008, quando cioè la crisi dell'economia era già conclamata.

Per effetto del basso livello dei tassi, continua inoltre a calare il cosiddetto margine di interesse (mark-down), cioè la differenza tra i proventi dei prestiti alla clientela e gli interessi pagati ai depositanti. E allora, a sostenere il conto economico, sono soprattutto le commissioni, in particolare quelle sull'attività d’intermediazione e gestione patrimoniale. In altre parole si tratta dei costi che gravano sui risparmiatori che si affidano alla banca per i propri investimenti. Unicredit, per esempio, ha visto aumentare questa voce dai 5,6 miliardi incassati nei primi nove mesi del 2009 ai 6,4 miliardi dello stesso periodo di quest'anno.

C'è poi il capitolo forse più scottante. Quello dei crediti a rischio e delle rettifiche che vanno a coprire eventuali insoluti, cioè quei prestiti che vanno in sofferenza e non vengono più ripagati. Le ultime statistiche dell’ABI, l'associazione bancaria italiana, indicano un forte aumento delle sofferenze, cioè la categoria di prestiti con le maggiori probabilità di non essere restituiti. Non potrebbe essere altrimenti visto che l'economia stenta a ripartire e aumentano le aziende in difficoltà. I crediti deteriorati di Intesa San Paolo ammontano a 20,8 miliardi. A metà del 2009 si aggiravano sui 16,6 miliardi. La Monte Paschi nello stesso periodo è passata da 9,8 a 11,6 miliardi.

Tuttavia, quasi tutte le maggiori banche italiane segnalano un calo delle rettifiche, cioè le perdite conclamate legate ai crediti a rischio. Quello che prima, cioè, era registrato nella contabilità dell’istituto come un credito viene “rettificato” e non conteggiato più fra gli attivi della banca. Intesa per esempio parla di un "significativo calo" di questa voce nei primi mesi del 2010. Com'è possibile?

L'impressione, confermata anche da alcuni dati di bilancio, è che da mesi ormai le banche siano un po' meno prudenti rispetto a quanto ci si aspetterebbe da loro in periodo come quello che stiamo vivendo. In pratica evitano di premere sull'acceleratore delle rettifiche, anche se i crediti a rischio aumentano. E tutto questo, ovviamente, serve a fare il lifting al conto economico, aumentando gli utili. L'unica cosa che veramente interessa ai banchieri.

Bilancio alla mano si scopre così che il grado di copertura delle sofferenze è passato in nove mesi dalla 63 al 61% per Unicredit e dal 67 al 65% nel caso di Intesa. Sono ancora margini rassicuranti, ma ci sono banche come la Popolare Milano che sono scese a quota 53% mentre il Monte Paschi naviga intorno al 56%. Come dire che in futuro sarà sempre più difficile per le banche far leva su questa voce di bilancio per migliorare gli utili. Prima o poi dovrà essere il business bancario e non i giochetti contabili a far crescere la redditività. E questo può essere un problema.

Lungi dal sostenere una ripresa che non c’è le banche italiane infatti, in questa fase, hanno limitato la loro offerta di credito a quanto richiesto dalle imprese che, con gli ordinativi in calo ed i crediti sempre in perenne sofferenza, stentano a vedere la fine di questa crisi. Figurarsi dunque chiedere nuovi prestiti. Le condizioni dei mercati internazionali e soprattutto il bassissimo ed artificiale livello dei tassi di sconto incentivano, così, a trovare sempre nella speculazione la strada per guadagnare soldi facili e veloci.

Una strada pericolosa che ha già mostrato ai mercati di tutto il mondo verso quali disastri è in grado di condurre. C’è tuttavia da scommettere che per la proverbiale avidità dei banchieri questo non rappresenti un problema. Dopotutto sempre questa crisi ha dimostrato che nonostante siano loro a sbagliare, le perdite e i debiti eventualmente accumulati nel folle gioco di una finanza creativa, deregolamenta e completamente scollegata da una vera e lungimirante logica produttiva, sono sempre puntualmente scaricati sulle spalle degli Stati.

Spalle larghe perché sostenute da milioni di cittadini sempre pronti a farsi mungere dalla classe politica, ogniqualvolta questa si presenti con conti resi troppo amari dalla consueta pratica - si potrebbe dire quasi fisiologica - di socializzare le perdite accumulate dal sistema. Un sistema che di certo non può essere messo in discussione da quanti, giocando con queste regole, hanno guadagnato fortune incalcolabili. Bisognerà dunque sperare nella capacità di tutti i players internazionali di fare squadra e imporre non nuove regole (applicate peraltro dagli stessi istituti economici internazionali che hanno reso possibile il disastro in cui ci troviamo ora) ma un nuovo sistema.

Le nuove regole di contabilità stabilite dal Basilea 3 non possono essere certo la risposta a questa crisi. Fino ad ora ci hanno raccontato che le carte del gioco erano regolari, ma perché è il tavolo di gioco a essere truccato. Bisogna dunque cambiare il tavolo e rimettere in discussione alcuni dogmi dell’economia moderna, da troppo tempo inchiodata sulle tesi liberiste dei vari Friedman e dei suoi Chicago boys. A cominciare dalla centralità del dollaro negli scambi commerciali internazionali, magari iniziando a vendere tutte le materie prime (petrolio in testa) in mercati valutari aperti, quotati cioè tanto in dollari quanto in euro o in altre divise. Insomma scuotere le fondamenta dell’impero.

di Ilvio Pannullo

24 novembre 2010

Il capo del FMI: le nazioni europee devono cedere maggiore sovranità

Sono contrario a questo articolo ed ad il suo contenuto. La penso diametralmente opposto, ma non per questo, va messo in guardia da questi articoli così ...






Il capo del FMI ha detto che le nazioni europee devono cedere maggiore sovranità e dare maggiori poteri al centro al fine di evitare future crisi.

All’interno di quelle che possono risultare delle proposte controverse, il direttore generale del FMI Dominique Strauss-Kahn, ha invitato l’Unione Europea a spostare la responsabilità della disciplina fiscale e della riforma strutturale verso un corpo centrale che sia libero dalle influenze degli stati membri. In un discorso a Francoforte che affrontava la crisi del debito sovrano che sta inghiottendo l’Europa ancora una volta, egli ha detto:”Le ruote della cooperazione si spostano troppo lentamente. Il centro deve prendere l’iniziativa in tutte le aree chiave per raggiungere l’obiettivo comune dell’unione, specialmente nella politica finanziaria, economica e sociale. I paesi devono essere disposti a cedere maggiore autorità al centro.”

L’Europa è afflitta dalla crisi anche perché gli Stati membri ripongono troppa fiducia nelle banche e lasciano che le loro finanze pubbliche vadano fuori controllo. La Grecia è già stata salvata e l’Irlanda prevede di concordare un salvataggio di 100 miliardi di euro entro pochi giorni. E’ a rischio anche il Portogallo. Strauss-Kahn non ha nominato nessun singolo membro della zona euro, ma ha avvertito:”la crisi sovrana non è finita.” La riforma è di vitale importanza, ma, ha detto:”Le istituzioni dell’area non erano semplicemente all’altezza nel compito di gestire una crisi – anche la creazione di una soluzione temporanea si è rivelata un processo prolungato.” “Una soluzione è quella di spostare lontano dal Consiglio la principale responsabilità per l’applicazione della disciplina di bilancio e per le riforme strutturali principali. Ciò dovrebbe ridurre al minimo il rischio che i ristretti interessi nazionali interferiscano con l’effettiva attuazione delle norme comuni.”La consegna di maggiori poteri al centro porterebbe ad una maggiore perdita di sovranità per ciascuno degli Stati membri della zona euro.

La politica monetaria è già sotto controllo della Banca Centrale Europea, con i governi nazionali che mantengono il ruolo di autorità fiscali. Nelle proposte che probabilmente verranno drammatizzate nelle mani degli euroscettici nel Regno Unito e altrove, il Sig. Strauss Kahn ha raccomandato una maggiore armonizzazione fiscale e un più grande budget centrale. Ribadendo un nuovo tema comune, ha aggiunto che l’area euro ha bisogno di riequilibrarsi – con la riduzione della dipendenza dalle esportazioni da parte della Germania e la contrazione del disavanzo corrente nelle altre nazioni.Per gestire e monitorare i cambiamenti, egli ha sostenuto un più ampio budget centrale – finanziato da “strumenti più trasparenti a livello UE – come l’IVA europea o la tassazione del carbonio e dei prezzi.” Accanto a severi controlli fiscali, ha affermato che devono essere centralizzate le riforme del mercato del lavoro.

“L’area euro non può raggiungere il suo vero potenziale con un mosaico sconcertante e frammentato di mercati del lavoro”, ha detto. “Queste barriere aggravano la situazione delle divergenti fortune economiche che minacciano ad oggi l’area euro. E’ il momento di creare condizioni di parità per i lavoratori europei, in particolare nel settore della fiscalità del lavoro, nei benefici sociali e di portabilità e nella legislazione di tutela dell’occupazione.” Ha aggiunto:”L’unica risposta è una maggiore cooperazione e una maggiore integrazione.
di Philip Aldrick -

22 novembre 2010

Argentina: sfidare i creditori e farla franca







La recente morte di Néstor Kirchner è stata percepita come una grande perdita, non solo per l’Argentina, ma per la regione e per il mondo. Nel maggio 2003, Kirchner ha preso le redini di un Paese schiacciato dalla sua più grave crisi economica e crivellato dalla massa dei debiti. Il suo audace e riuscito faccia a faccia con il Fondo Monetario Internazionale ha mostrato al mondo come un paese possa sfidare il FMI e vivere per raccontarlo.

La morte improvvisa di Nestor Kirchner il 27 ottobre 2010, ha non solo privato l'Argentina di un notevole, anche se controverso leader, ma si è anche portata via una figura esemplare del Sud del mondo da quando ha cominciato a trattare con le istituzioni finanziarie internazionali.

Kirchner ha sfidato i creditori. Ancora più importante, li ha vinti.

Il crollo

Il significato completo delle mosse di Kirchner deve essere visto nel contesto dell'economia che ha ereditato con la sua elezione a presidente dell’Argentina nel 2003. Il paese era in bancarotta, con poco meno di 100 miliardi di dollari di debito. L'economia era in una fase di depressione, il suo prodotto interno lordo era diminuito di oltre il 16 per cento l'anno. La disoccupazione era pari al 21,5 per cento della forza lavoro, e il 53 per cento degli argentini era stato spinto al di sotto della soglia di povertà. Quello che, in termini di reddito pro capite, era stato il paese più ricco dell'America Latina era precipitato al di sotto del Perù e degli stati del Centro America.

La crisi dell’Argentina era causata dalla sua fideistica adesione al modello neoliberista. La liberalizzazione finanziaria, che è stata la causa immediata del crollo, era parte integrante di un più ampio programma di radicale ristrutturazione economica. L’Argentina era stata il coccolo, in stile latino, del manifesto della globalizzazione. Ha distrutto le sue barriere commerciali più rapidamente tra tutti gli altri paesi dell'America Latina e liberalizzato il proprio conto capitale più radicalmente. Ha poi fatto seguito con un ampio programma di privatizzazioni che ha comportato la vendita di 400 imprese statali – comprese compagnie aeree, compagnie petrolifere, dell’acciaio, assicurazioni, telecomunicazioni, servizi postali, prodotti petrolchimici – un complesso responsabile per circa il sette per cento annuo del prodotto interno nazionale.

Col gesto più toccante della fede neoliberista, Buenos Aires aveva adottato la parità di cambio (col dollaro USA, ndt) e ha quindi volontariamente rinunciato a qualsiasi controllo significativo sull’impatto interno causato da un’economia globale volatile. Un sistema che legava i pesos alla quantità del subentrante di dollari in circolazione. Questa politica, come ha osservato lo scrittore del Washington Post Paul Blustein, ha consegnato il controllo della politica monetaria dell'Argentina ad Alan Greenspan, il capo della Federal Reserve in cima al mondo della fornitura dei dollari. Questa è stata, a tutti gli effetti, una dollarizzazione della moneta del Paese. Il dipartimento del Tesoro statunitense e il suo surrogato, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), hanno sia sollecitato che approvato tutte queste misure. Infatti, anche con la liberalizzazione finanziaria in discussione a seguito della crisi finanziaria asiatica del 1997-98, l'allora Segretario del Tesoro Larry Summers esaltava la svendita del settore bancario argentino come un modello per il mondo in via di sviluppo: "Oggi, in Argentina, il 50 per cento del settore bancario, il 70 per cento delle banche private, è completamente sotto controllo estero in confronto al 30 per cento del 1994. Il risultato è un mercato più ampio ed efficiente con investitori esteri che offrono maggiore sostegno alla solidità".

Mentre il dollaro saliva di valore, altrettanto faceva il peso e quindi la produzione di beni argentini non risultava più competitiva sia a livello globale che locale. D'altronde, alzare le barriere tariffarie sulle importazioni non era una scelta possibile a causa degli impegni che i tecnocrati avevano assunto per seguire il principio neoliberista del libero scambio. È in questo modo che, prendendo pesantemente a prestito per finanziare il disavanzo commerciale che si stava pericolosamente allargando, l’Argentina è entrata nella spirale del debito. E più aumentavano i prestiti, maggiori diventavano i tassi di interesse che dovevano crescere sempre più di pari passo all’allarme dei creditori internazionali. Il denaro ha quindi iniziato a fuggire dal paese. Il controllo straniero sul sistema bancario ha facilitato il deflusso dei tanto necessari capitali al punto che le banche sono diventate sempre più riluttanti a concedere prestiti, sia al governo che alle imprese locali.

Sostenuto dal FMI, il governo neoliberale ha tuttavia continuato a mantenere il paese nella camicia di forza che era diventata la convenzione monetaria tra dollaro e peso. Come ha osservato George Soros, l’Argentina "ha sacrificato praticamente tutto sull'altare del mantenimento della parità di cambio e degli obblighi internazionali".

La crisi si è aperta ad una velocità spaventosa alla fine del 2001, costringendo l'Argentina a correre dal FMI a chiedere fondi per onorare gli interessi sui debiti. Dopo aver fornito in precedenza dei prestiti al suo pargolo, questa volta il FMI glieli ha rifiutati, portando in tal modo al default il debito di 100 miliardi dollari del governo. Sono crollate aziende, le persone hanno perso i loro posti di lavoro, il capitale ha lasciato il paese, e le rivolte e le altre forme di protesta dei cittadini hanno rovesciato un governo dopo l'altro.

Entra in gioco Kirchner

Quando Kirchner vinse le elezioni per la presidenza nel 2003, ereditò un paese devastato. Dovendo mettere come primi gli interessi dei creditori o dare la priorità alla ripresa economica, la sua scelta era tra debito o rinascita. Kirchner offrì di saldare i debiti dell’Argentina, ma con un forte sconto: ne avrebbe cancellato il 70-75 per cento ripagando solo 25-30 centesimi per dollaro. Gli obbligazionisti alzarono le loro strida e pretesero che il FMI mettesse in riga Kirchner. Kirchner ribadì la sua offerta avvertendo gli obbligazionisti che questa era valida una sola volta e che o accettavano, o perdevano il diritto a qualsiasi rimborso. Disse ai creditori che per pagare i debiti non avrebbe tassato gli argentini in stato di povertà e li invitò a visitare i quartieri poveri del suo paese per "fare per primi l'esperienza della miseria". Di fronte alla sua determinazione, al FMI non rimase che assistere impotente mentre la maggioranza degli obbligazionisti dovettero rabbiosamente accettare le sue condizioni.

Kirchner aveva fatto sul serio non solo con i creditori, ma con lo stesso FMI. Agli inizi del 2004 disse al Fondo che l'Argentina non avrebbe rimborsato una rata di 3,3 miliardi dollari a meno che il FMI non avesse approvato un prestito a Buenos Aires di analogo importo. Il FMI sbatté le palpebre e dette quel denaro. Kirchner, nel dicembre 2005, aveva pagato del tutto il debito del Paese verso il FMI e cacciato fuori dell'Argentina il Fondo.

Per oltre due decenni, sin dall’inizio della crisi del debito del Terzo Mondo nei primi anni ‘80, i governi dei paesi in via di sviluppo avevano pensato di sfidare i loro creditori. C'erano stati un paio di tranquilli default nei pagamenti, ma Kirchner è stato il primo a minacciare pubblicamente i creditori di una sforbiciata unilaterale e ad ottenere qualcosa da quella promessa. Stratfor, la società di analisi del rischio politico, ha sottolineato le conseguenze del sua mossa da alta acrobazia: "Se l'Argentina è riuscita a sfuggire con successo dai suoi debiti privati e multilaterali – senza collassare economicamente mentre era esclusa dai mercati internazionali per aver ripudiato il suo debito – allora altri paesi potrebbe presto prendere quella stessa via. Questo potrebbe far finire la scarsa rilevanza istituzionale e geopolitica che ha il FMI".
E infatti, l’azione di Kirchner ha contribuito all'erosione della credibilità e del potere del Fondo nel bel mezzo di questo decennio.

Il riscatto

L'Argentina non è collassata. Al contrario, è cresciuta di un notevole 10 per cento all'anno per i successivi quattro anni. Questo non rappresenta un mistero. Una causa fondamentale dell'alto tasso di crescita è dovuto alle risorse finanziarie che il governo ha reinvestito nell'economia invece di inviarle fuori dal Paese per ripagare il debito. La storica iniziativa sul debito di Kirchner è stata accompagnata da altre mosse per liberarsi dalle catene del neoliberismo: l'adozione di un flottante gestito per il peso argentino, il controllo interno sui prezzi, le tasse sulle importazioni, il forte aumento della spesa pubblica e limiti sui tassi pubblici.

Kirchner non ha limitato le sue riforme all’ambito del Paese. Ha intrapreso iniziative di alto profilo con gli altri leader progressisti dell’America Latina, quali l'affossamento del Libero Commercio delle Americhe sponsorizzato da Washington e gli sforzi per realizzare una maggiore cooperazione economica e politica. Emblematico di questa alleanza è stato l’acquisto da parte del Venezuela di 2,4 miliardi dollari di bond argentini, cosa che ha permesso all'Argentina di pagare al FMI tutto il debito del paese.

Assieme a Hugo Chavez del Venezuela, a Lula del Brasile, a Evo Morales della Bolivia e a Rafael Correa dell'Ecuador, Kirchner è stato uno dei vari leader degni di nota che la crisi del neoliberismo abbia prodotto in America Latina. Mark Weisbrot, uno che ha afferrato la sua importanza per quel continente, scrive che ciò che Kirchner ha fatto "non gli ha in genere fatto guadagnare molto favore a Washington e negli ambienti economici internazionali, ma la storia lo ricorderà non solo come un grande presidente, ma anche come un eroe dell'indipendenza dell'America Latina".
di Walden Bello

21 novembre 2010

Memorie della ghigliottina



Gira voce che quella del 2 giugno 1992 a bordo del Panfilo Britannia di "Sua Maestà Regina d’Inghilterra” non sia stata altro che una mera "crociera" organizzata dai magnanimi finanzieri della City di Londra, notoriamente animati da cristiano spirito di solidarietà, e finalizzata a distogliere gli esausti "tecnici" (Draghi in primis) italiani dai gravosi compiti di governo e di fornir loro qualche piacevole momento di ristoro.

A questa idilliaca visione del recente passato italiano, le inguaribili, paradisiache "anime belle" (molti delle quali si definiscono anticapitaliste, antimperialiste, pacifiste e chi più ne ha più ne metta) all'amatriciana, vuoi per gonfiare ulteriormente il portafogli, vuoi perché non hanno potuto far altro che portare il cervello all'ammasso, sono solite affiancare una speculare demonizzazione nei riguardi di chiunque non accetti di bersi queste ignobili idiozie e perseveri nel puntare il dito contro il colossale progetto eversivo enfaticamente denominato “Mani pulite”, architettato e pianificato dai ben noti centri di potere d'oltreoceano e messo in pratica da uno sparuto manipolo di contractors nostrani; una congrega di burocrati bramosi di denaro e potere in combutta con una "sinistra" fresca di nietzschiana conversione al più buio nichilismo proprio di chi prende atto della "Morte di Dio", da costoro identificata con il fallimento del “comunismo reale” appena sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino. E' si, perché il collasso dell'Unione Sovietica aveva in un batter d'occhio reso obsoleta ed inadeguata un'intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all'ombra del Muro e della logica bipolare che aveva regolato gli equilibri dei cinquant'anni precedenti. Quel che ci voleva era un radicale cambio della guardia, che investisse non solo e non tanto la spina dorsale italiana DC - PSI, ma soprattutto l'intera struttura assistenziale dello stato italiano, che deteneva un ingente patrimonio di aziende strategiche, istituti di credito, vie di comunicazione. La campagna giudiziaria denominata "Tangentopoli" nacque in risposta a questa specifica esigenza di "rinnovamento", e si badi bene che non si trattò semplicemente di un mero insieme di operazioni di giustizia, bensì di un preciso progetto eversivo in cui Borrelli, Di Pietro e compagnia ottennero "luce verde" ed ebbero buon gioco per innescare il devastante effetto domino che coinvolse quasi tutta la classe politica italiana (con l'eloquente eccezione del PC, guarda caso), attorno alla quale l'intera editoria italiana ("La Stampa" di Agnelli, "La Repubblica" di De Benedetti, il "Corriere della Sera" dei soliti poteri forti) aveva già da tempo iniziato a stringere una morsa mediatica di altrettanto impressionante vigore. Dal canto suo, l'opinione pubblica, distolta dalle personalissime vicende giudiziarie di questi ladri di polli, scoprì di colpo l'esistenza di uno stato clientelare regolato da un sistema endemicamente tangentizio, e preferì non interrogarsi troppo su ciò che stava accadendo, fermandosi al vacuo pettegolezzo. Così, nell'indifferenza più totale, i vari "tecnici" senza macchia né peccato ebbero vita facile quando, ad un solo mese dalla fatidica "crociera" sul Britannia, trovarono calda accoglienza nell'esecutivo ipertecnico guidato da Giuliano Amato, che si affrettò a varare un decreto (decreto numero 333) che disponeva che le compagnie fino a quel momento pubbliche ENI, ENEL, IRI (qui il signor Prodi fece la parte del leone) ed INA si trasformassero in società per azioni (SPA) e ad ingaggiare, per mezzo dell'indiscutibile cavaliere errante Carlo Azeglio Ciampi, uno strenuo braccio di ferro con il "filantropo" George Soros, il quale si stava attivando per mettere le proprie zampe speculatrici sulla lira, che dopo l'onerosissima ma (ci mancherebbe...) "accanita" difesa portata avanti da Ciampi subì puntualmente una svalutazione del 25% nei confronti del dollaro, nel tripudio generale degli scaltri burattinai di tutto il teatrino, che videro così concretizzarsi tra le proprie mani la possibilità di fare pieno bottino a prezzi di liquidazione. Il governo tecnico guidato da Lamberto Dini si distinse invece per aver ridotto al silenzio con metodi a dir poco farseschi quella pericolosissima Cassandra di Filippo Mancuso, che si era permesso di puntare il dito contro le superstar del pool milanese, accusandole di aver reiteratamente fatto strame delle più elementari garanzie costituzionali. Emblematico, in questo senso, fu il caso che vide come oggetto delle “attenzioni” del pool milanese il direttore dell'IRI Franco Nobili (successore di Romano Prodi), incarcerato in via preliminare per due mesi senza che gli venisse contestato alcun capo d'accusa. Le "anime belle" ovviamente invocheranno scandalizzate la becera dietrologia qualora ci si azzardi ad evidenziare il fatto che Nobili aveva dato incarico alla "Merrill Lynch" di esprimere una stima del valore della banca "Credito Italiano", in procinto di essere privatizzata, e che tale incarico fu revocato durante la sua detenzione e concesso ai famigerati e ben noti angioletti di "Goldman Sachs", che espressero a loro volta una stima di tre volte inferiore a quella data da "Merrill Lynch" (circa 10.000 miliardi di lire). In questi giorni si sta profilando la concreta possibilità che sarà un altro esecutivo tecnico a "salvare il salvabile", un governo, cioè, pieno zeppo dei vari Draghi, Padoa Schioppa, Monti e compagnia bella, gentaglia che ha fatto la spola tra FMI, BCE ed altre banche del sangue sempre a completa disposizione degli insaziabili vampiri che già a inizio anni Novanta avevano messo gli occhi, e non solo, sull'Italia. Riflettere per un attimo su tutto il "buono" che i tecnici avrebbero fatto per questo paese, è un’operazione psicologica particolare, in grado di instillare anche negli individui caratterizzati dal temperamento più tollerante e mansueto la speranza di un ritorno ai metodi tanto cari a quel gran rivoluzionario di Robespierre. Con una "Gioiosa macchina da guerra" consimile i risultati di certo non mancherebbero.


di Giacomo Gabellini

Destra e sinistra in pubblico, ma poi…



Qualche giorno fa ho pubblicato sul Giornale, una notizia con un retroscena insolito. Ricordate il Sexgate? E Newt Gingrich, l’implacabile accusatore repubblicano di Clinton? Ebbene ora apprendiamo che i due implacabili nemici di giorno, la sera, in gran segreto, erano complici. Si ritrovavano per… parlare di donne. Già, perché anche il moralista Gingrich aveva un’amante. E Clinton divenne il suo confidente, come potete leggere qui

L’episodio è divertente e anche un po’ boccaccesco, ma emblematico di un modo di fare politica che non è limitato alle questioni di letto. Negli Stati Uniti più ci si avvicina al vertice e più le distinzioni,. nella gestione del potere, tendono a scomparire, pur salvaguardando l’apparenza.

Ad esempio: sui grandi giornali, nessuno scrive che quasi tutti i ministri della Difesa e del Tesoro sono membri del Council on Foreign Relations, il quale è un rispettabile istituto di politica internazionale, ma anche la fucina delle élites politiche – e spesso anche economiche – degli Stati Uniti. Democratiche e repubblicane. Escono quasi tutti da lì, in posti di primissimo piano (si contano anche diversi presidenti), o come sherpa dietro le quinte. Politici, che, come Bill e Newt, di giorno litigano, ma la sera si ritrovano. A parlare. Non certo solo di donne.

E lo stesso schema si sta diffondendo in molti Paesi. Che cosa distingue i laburisti post Blair dai conservatori alla Cameron? Solo l’etichetta. In Spagna i popolari di Aznar dai socialisti alla Zapatero? Solo questioni etiche e religiose, ma su tutto il resto la continuità è evidente. E guardando ieri sera la trasmissione, noiosissima, di Fazio Fazio e del guru (senza spessore) Roberto Saviano, mi ha colpito la similitudine tra Bersani e Fini, nell’elencare i valori della destra e della sinistra. Un cumulo di banalità, che lascia intravedere una convergenza di fondo, sul modello di società, sull’immigrazione, e, naturalmente, sulle modalità di gestione (reali) del potere,

Tra i due vedo poche differenze sostanziali. Come avviene negli Usa. E’ un caso?

di Marcello Foa

20 novembre 2010

Sovranità, bombe atomiche e patacche


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Tra due giorni il vertice NATO di Lisbona deciderà dove dislocare le circa 200 testate nucleari tattiche attualmente sul suolo europeo, sparse tra Belgio, Italia, Germania, Olanda e Turchia.

Dislocare dove, visto che Belgio, Olanda, Germania e altri - avendo male interpretato, evidentemente, le promesse di Obama di andare verso una drastica riduzione delle armi atomiche- avevano dichiarato di non volerle più sui loro territori? Resterebbero, dunque Turchia e Italia. Ma la Turchia di Erdoğan negli ultimi tempi è diventata un alleato assai scomodo. E non solo è poco verosimile che qualcuno le faccia una tale proposta, ma è ancor meno verosimile che Ankara l'accetterebbe.

Rimane, apparentemente, l'Italia, che sulle sue circa 80 bombe atomiche sparse nei suoi territori non ha mai detto parola, né ai tempi del centro sinistra, né ai tempi presenti della destra. E oggi, con un Berlusconi traballante, bisognoso dell'aiuto dell'abbronzato presidente, non vede l'ora di accettare. Intanto quelle armi non fanno nemmeno il solletico all'amico Putin.

Il fatto è che la decisione non è passata inosservata in Europa. Un nutrito gruppo di leader politici europei dell'Europa pre- 11 settembre hanno alzato la voce protestando: perché tenerci queste bombe atomiche? E qual è il ruolo della NATO in questa fase? I nomi erano grossi e restano grossi anche oggi: sono Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco, l'ex ministro degli esteri belga, Willy Claes, l'ex ministro degli esteri britannico Des Browne, e l'ex primo ministro olandese, Ruud Lubbers. E le stesse domande irritate sono risuonate in numerose altre capitali europee minori, un tempo prostrate di fronte a Washington. Naturalmente nel silenzio tombale di Roma.

Tutti pensano, come noi, che quelle 200 bombe atomiche non aumentano la nostra sicurezza. Tutti pensano che, anzi, sono pericolose solo per noi europei. Ma non si può certo dire che non servano a niente. A qualcosa servono: a costringerci a tenere in casa le basi americane, cioè a tenerci legati, mani e piedi , agli Stati Uniti. I quali, precipitando - come stanno facendo (e non pochi europei cominciano ad accorgersene) - trascinano giù anche noi.

Ma una cosa gli Stati Uniti continuano a fare ad alti livelli professionali: lo spettacolo. Ieri un sito abbastanza misterioso, avaaz.org (ma molto bene organizzato. Indirizzo New York, 857 Broadway, 3-rd floor) ha lanciato un appello drammatico, dicendo cose in parte vere (come quella dell'Italia prona), in parte stravaganti (come quella della Turchia, appunto, destinataria di quelle armi). E invitando a firmare un appello contro le bombe con la promessa che «se raggiungeremo le 25.000 firme ci daranno voce in Parlamento prima del vertice».

Qui la stranezza diventa meglio visibile. A chi daranno voce? Chi porterà quelle firme in Parlamento, visto che il link delle firme conduce in un altro posto virtuale e non alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica? E da quando in qua 25.000 firme garantiscono che verrà data voce a voci diverse da quelle del Potere? A noi risulta che il Potere non ha dato voce a ben più di 25.000 firme, in questo paese preso per i fondelli dal maggioritario e dalla legge porcata.

Insomma: una sollecitudine che puzza lontano un miglio di prestazioni da multi-level marketing, o di rivoluzioni colorate.

Restano, oltre le ingenuità e le truffe che navigano in rete, le bombe atomiche che si muoveranno sulle strade e sulle ferrovie europee alla ricerca di un nuovo parcheggio. Fino a che l'Europa tornerà ad essere un paese sovrano e non com'è stata ed è un conglomerato a sovranità limitata.


di Giulietto Chiesa

19 novembre 2010

In arrivo il governo dei banchieri


di Andrew Spannaus



Dietro allo scontro politico italiano lo spettro della "cura greca" chiesta dalla finanza internazionale

Un'analisi attenta della politica e della storia ci deve sempre portare a guardare i processi sottostanti, e non solo gli eventi particolari. Seguendo questo metodo socratico diventa facile capire come il subbuglio creatosi tra i partiti italiani nel periodo recente ha poco a che fare con gli scandali di Berlusconi e Fini, o anche con le posizioni (molto mutevoli) adottate dai leader di partito da un giorno ad un altro. La realtà è che da molti mesi è in atto un processo inteso a sostituire il governo italiano con un esecutivo tecnico, con il compito di attuare "riforme" urgenti che sono ben più difficili da attuare quando i partiti devono rispondere direttamente ai propri elettori.

Basta uno sguardo veloce oltre ai propri confini per capire la direzione generale. Mentre il governatore della BCE Trichet chiede tagli alle pensioni, e i "mercati" esigono credibilità nel ridurre i deficit di bilancio, sono stati annunciati piani di austerità in numerose nazioni.

I casi menzionati sulla stampa sono solo quelli dove le resistenze della popolazione sono più forti, per esempio il Regno Unito, la Francia, e la Grecia. Negli Stati Uniti la Commissione Fiscale istituita dal presidente Barack Obama ha cominciato ad annunciare le sue proposte di forti tagli alla spesa statale, a partire dalla Social Security (beninteso, difendendo la riduzione delle tasse per i più ricchi, ma senza considerare misure contro la speculazione finanziaria). Così, la situazione italiana va vista nel contesto di una spinta internazionale verso misure di austerità pesanti, guidata proprio da quegli interessi finanziari che da decenni vedono nello Stato l'ostacolo principale alla loro "libertà" di mercato.

Da questo punto di vista il Governo Berlusconi rappresenta un impedimento alle misure richieste. Certo, sotto la minaccia di un attacco al debito pubblico italiano l'esecutivo ha già seguito una linea di rigore, bloccando gli investimenti che sarebbero necessari per l'economia reale. Per non parlare del fatto che i margini di manovra dei governi nazionali sono stati ridotti di parecchio dalla normativa comunitaria, in cui si sono codificate le politiche in stile FMI che mirano a gestire i parametri monetari a prescindere dalla progressiva distruzione di ricchezza nell'economia reale. Ma la finanza internazionale non si fida di questo governo, e in modo particolare del Ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Si ricordi che l'Italia è stata tra i pochi paesi a non rifinanziare le banche durante la crisi degli ultimi tre anni; i cosiddetti Tremonti Bonds, che impongono dei vincoli a favore dell'investimento produttivo, non sono stati accettati dalle più grosse banche italiane, e hanno provocato uno dei tanti scontri pubblici tra il Ministro e Mario Draghi, che si è lamentato dell'interferenza politica nell'economia. E la cooperazione internazionale portata avanti dall'Italia in zone difficili - per esempio con Vladimir Putin e la Russia - dà non poco fastidio ai manipolatori della geopolitica a Washington, Londra e Bruxelles.

Gli alleati della City puntano alla formazione di un governo tecnico, per gestire l'emergenza. I partiti di opposizione ci pensino bene prima di accettare una tale soluzione nella speranza di cambiare la legge elettorale; basta ascoltare attentamente le dichiarazioni di alcuni politici di peso (anche tra le proprie file) per capire che i compiti di un esecutivo tecnico andrebbero ben oltre. Si parla di emergenza economica, dei governi tecnici degli anni Novanta come punto di riferimento, e di riforme strutturali per garantire la stabilità del paese.

Quali sarebbero queste riforme strutturali? Di nuovo, la lista è già stata resa pubblica: tagli pesanti alla previdenza sociale, la privatizzazione delle municipalizzate (bloccata dalla Lega Nord), e l'ulteriore liberalizzazione di ogni servizio pubblico. I nomi più accreditati sono quelli di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo. Il modello economico del primo è ben noto: la correttezza delle regole per garantire che la speculazione mantenga il dominio sull'economia produttiva; per quanto riguarda il secondo, considerando come intende mettere le mani sui profitti dell'alta velocità ferroviaria - lasciando allo Stato gli investimenti e le perdite - si capisce dove ci porterebbe.

Una recente mozione presentata da Francesco Rutelli al Senato parla chiaro:

"... e) le liberalizzazioni sono urgenti, e va tradotta in disposizioni legislative la segnalazione al Governo del febbraio 2010 da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, riguardante i mercati dei servizi pubblici (postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali), energetici (carburanti e filiera del gas), bancario-assicurativi, degli affidamenti pubblici e di tutela dei consumatori. Vanno recepite nella Costituzione le norme dei Trattati UE sulla concorrenza. Vanno rafforzate le norme in materia di servizi pubblici locali: troppi monopoli stanno spingendo verso l'alto le tariffe... " (1-00314 del 6 ottobre 2010).

L'incessante richiesta di liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica è il marchio di fabbrica di coloro che hanno creato la crisi economica attuale, ben lontani dalle misure rooseveltiane che potrebbero innescare una ripresa vera. Niente investimenti pubblici, niente misure punitive contro la speculazione finanziaria, e niente protezioni per i settori produttivi. È la "mano invisibile" che porta via l'industria e i risparmi...

I politici di tutti gli schieramenti farebbero bene a guardare oltre quello che al momento sembra il loro interesse particolare, e chiedersi se non sarebbe ora di incentrare il dibattito pubblico sui contenuti veri dietro ai disegni portati avanti in questo momento: in primo luogo, per onestà, perché la popolazione ha il diritto di sapere le conseguenze vere degli scontri in atto; perché, inoltre, in questo modo, le forze che si ispirano ancora al bene comune potranno trovare il sostegno necessario per bloccare un progetto che sarebbe disastroso per il paese.

17 novembre 2010

11 settembre : Thermite, debunking e onere della prova

Da qualche tempo sta iniziando ad accadere nel dibattito sull’11 settembre la stessa cosa che è accaduta con il caso Kennedy: una volta esaurite la raccolta e la presentazione di tutti gli elementi che contraddicono la versione ufficiale, il dibattito si cristallizza su alcuni aspetti specifici della vicenda, ed apre una serie di discussioni secondarie che sono destinate a restare irrisolte per propria natura, mentre rischiano di allontanare l’attenzione dal problema centrale.

A causare questo problema sono spesso gli stessi “complottisti”, che nell’impeto di voler dimostrare a tutti i costi la propria tesi si spingono a dare spiegazioni che non gli competono, assumendosi in quel modo l’onere della prova. Fanno così un piacere immenso al debunker, che non vedeva l’ora di liberarsi da quel peso, e che può adesso scorrazzare liberamente su un territorio nel quale può finalmente giocare al contrattacco.

E’ stato il caso del “proiettile magico” nell’omicidio Kennedy, salito alla ribalta con il film “JFK” di Oliver Stone, e lo sta diventando nell’11 settembre la questione della thermite nelle Torri Gemelle.

Con il tentativo di dimostrare l’impossibilità del proiettile magico, infatti, Stone si è assunto l’onere della prova, e lo ha fatto anche – thank you very much - per conto di tutti gli altri “complottisti” del caso Kennedy. Da quel momento in poi la macchina mondiale del debunking ha avuto gioco facile, ...

... mostrando come la traiettoria del proiettile non fosse necessariamente impossibile. Altamente improbabile, certamente, ma non per questo impossibile, e come sappiamo al debunker "il pareggio" basta e avanza. Nel frattempo – guarda un pò che fortuna – il fronte ufficialista non ha più dovuto dimostrare come Oswald abbia potuto agire da solo, mentre uno sguardo più attento al Rapporto Warren rivela come in realtà l’omonima Commissione non ci abbia mai spiegato la precisa sequenza temporale con cui Oswald avrebbe esploso i tre colpi sparati dal Book Depository.

Io ritengo infatti assolutamente impossibile stabilire una qualunque sequenza temporale per i tre spari di Oswald (usando come riferimento il filmato di Zapruder), che riesca a riconciliare tutti gli elementi fattuali riscontrati in seguito in Dealey Plaza. (Chi è interessato ai particolari può leggere questa pagina).

Rimane quindi agli ufficialisti spiegare la precisa modalità con cui Oswald avrebbe agito, prima che qualunque “complottista” si assuma l'onere di dimostrare il contrario. Invece, da quando è stato sollevato il polverone del “magic bullet”, il dibattito si è spostato su quell’argomento, e da lì non si è più schiodato negli ultimi 20 anni. Un vero e proprio sogno, per i debunkers.

Ora la stessa cosa sta accadendo con la thermite nell’11 settembre. Stufi di raccogliere ed elencare indizi su indizi, molti “complottisti” stanno calcando la mano sulle dimostrazioni – lampanti, peraltro - fornite nel tempo da personaggi come Steven Jones o Niels Harritt, della presenza dei residui di thermite nelle polveri delle Torri Gemelle. Ma queste sono dimostrazioni complesse e articolate, e lungo il loro percorso è sempre possibile trovare una obiezione qualunque che renda la presenza della thermite da “dimostrata” a soltanto “probabile”. Di fatto, come abbiamo visto, i lavori di Harritt e di Jones non hanno sortito alcun effetto contro la versione ufficiale. Solo una massa enorme di polvere in più.

Perdersi quindi oggi in un dibattito secondario di quel tipo – per quanto possa sembrare allettante, vista la forza dell’evidenza presentata – equivale ad offrire al debunker occasioni infinite per ribattere su un terreno troppo vasto e labile per essere comunque conclusivo. Basta un filmato dei “Mythbusters” - come è accaduto di recente - nel quale si dice che la thermite non taglia l’acciaio, e la tua bella dimostrazione è andata a farsi benedire. Che poi i Mythbusters mentissero spudoratamente non conta nulla, a livello mediatico: il danno ormai è fatto, perchè ora dovresti dimostrare che "non è vero che non è vero", e la strada da qui in poi può soltanto allargarsi, invece di restringersi. Nel frattempo, resta ancora da spiegare la dinamica completa del presunto crollo gravitazionale dei tre edifici.

Sia chiaro, non sto invitando gli amici “complottisti” a desistere da questo tipo di discussioni, anzi, mi auguro che si battano con tutte le forze che hanno in corpo nei vari forum a cui partecipano (compreso il nostro). Vorrei però metterli in guardia su un pericolo molto serio come quella della compartimentalizzazione del dibattito – lo scopo ultimo di ogni debunker al mondo - invitandoli nel contempo a non perdere mai di vista “the big picture”.

Non siamo noi a dover spiegare come sono crollate le Torri Gemelle, ma è chi sostiene che siano cadute da sole a doverci dire come avrebbero fatto, viste le obiezioni che abbiamo sollevato in merito. Come sappiamo infatti, queste spiegazioni dettagliate nei rapporti del NIST non si trovano, esattamente come nel Rapporto Warren non si trova la spiegazione dettagliata di come Oswald avrebbe agito da solo.

Già ci hanno mentito in modo plateale, evitiamo almeno di fargli il piacere di non dover più rispondere alle nostre domande.




NOTA: Ho usato “thermite” (in inglese) in senso generico, riferendomi a tutte le variazioni di prodotto che si possono ottenere da quel composto chimico.

di Massimo Mazzucco

16 novembre 2010

Vivere felici in barba agli economisti…

Nei giorni scorsi ho scritto un articolo sul miracolo del North Dakota, l’unico Stato americano che ha rifiutato di aderire al Federal Reserve System. L’ho scritto seguendo il suggerimento di uno dei partecipanti più assidui di questo blog, Silvio, che sono lieto di ringraziare. Potete leggere l’articolo qui. . La morale é molto semplice: felicità è vivere senza la Fed. Ovvero: il North Dakota dipende da una Banca centrale indipendente, la quale, anziché rincorrere e propagare le chimere dei mercati finanziari, opera dal 1920 al servizio della comunità con risultati strepitosi: crescita sostenuta, nessun deficit, disoccupazione bassissima. Al punto che molti altri Stati come California e Florida vogliono imitarla.

Oltre a questo articolo ne segnalo un altro, uscito venerdì e che riguarda l’Italia. Ho incontrato Marco Fortis, che considero uno dei pochi economisti italiani capaci di sviluppare un pensiero autonomo e innovativo, il quale rivela che le aziende italiane sono seconde solo alla Germania in termini di competitività nel commercio mondiale e dunque davanti alla Cina, dato questo sconosciuto ai più. Inoltre Fortis sostiene che, in tema di riforme per l’Italia, sia sbagliato continuare a inseguire modelli stranieri, in quanto da un lato sono illusori (vedi capitalismo anglosassone basato sul debito privato), dall’altro non pertinenti (vedi capitalismo tedesco caratterizzato dalla presenza di diversi grandi gruppi, che invece mancano in Italia). Secondo Fortis per rilanciare l’Italia bisogna predisporre delle riforme che consentano di valorizzare i suoi punti di forza (quello che lui chiama quarto capitalismo votato all’export), con scelte ad hoc e all’occorrenza anticonformiste.

E’ una tesi di buon senso che condivido senza esitazione e di cui in parte avevamo parlato anche su questo blog.

Il messaggio é: per prosperare davvero bisogna avere la forza di non lasciarsi lavare il cervello dalla propaganda e di trovare formule adatte alla propria realtà, infischiandosene dei moniti e dei latrati della maggior parte degli economisti.

Come ha fatto il North Dakota. E come può, anzi deve, fare anche l’Italia.

O sbaglio?

di Marcello Foa