05 novembre 2010

Al diavolo Berlusconi. Ma a favore di chi?

Mai come adesso sembra che il presidente del Consiglio sia alle corde. Eppure, meglio non farsi illusioni su quelli che potrebbero prenderne il posto


Forse ci siamo: Berlusconi ha talmente tirato la corda, nei suoi comportamenti pubblici e privati e nell’arroganza con cui li difende e addirittura li rivendica, da aver rafforzato come non mai il fronte di quelli che non vedono l’ora che si levi dai piedi. Benché lo schieramento dei suoi oppositori rimanga un guazzabuglio di posizioni eterogenee, e manchi totalmente di un leader in grado di unificarlo intorno a un programma politico nitido e compiuto, per la prima volta dal 1994 si ha la sensazione che la sua parabola abbia ormai imboccato la fase discendente. Dalla Confindustria alla Chiesa, l’insofferenza nei suoi confronti è più esplicita; e solo gli ingenui possono pensare che entità di questa rilevanza si muovano sull’onda delle notizie di giornata, anziché sulla base di attente valutazioni strategiche sul medio e sul lungo periodo.

Ma il punto è proprio questo. Ammesso che ci si trovi davvero a un punto di svolta, e che Berlusconi sia destinato a perdere definitivamente il suo ruolo di padre-padrone del centrodestra, che tipo di futuro ci aspetta? Si perverrà realmente a una palingenesi, di natura etica prima ancora che politica, come amano far credere i suoi molti avversari, a cominciare dal Pd?

Si potrebbe dire, prudenzialmente, che è legittimo dubitarne. Ma in realtà non sarebbe semplice prudenza. Sarebbe ipocrisia. La risposta che si deve dare è invece molto più netta, e totalmente negativa. La risposta è no. Quand’anche Berlusconi venisse finalmente rimosso dal quadro politico, la situazione complessiva sarebbe tutt’altro che bonificata. A differenza di quello che si sostiene di solito, dalle parti di Bersani & Co. (ma sarebbe più giusto, e più chiaro, dire “dalle parti di D’Alema & Co.”), Berlusconi non è affatto la causa del degrado generale dell’Italia, ma ne è piuttosto una conseguenza. Che abbia contribuito all’ulteriore peggioramento degli standard di pensiero e di condotta è innegabile, ma nelle linee fondamentali non c’è una vera e sostanziale discontinuità rispetto al passato.

Il caso Berlusconi, in altre parole, si iscrive perfettamente nell’allucinazione collettiva, e nella sapiente mistificazione, del passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica. Quel passaggio non c’è mai stato. E se anche si volesse insistere a proclamarlo, citando a comprova la dissoluzione dei grandi partiti del passato a cominciare dalla Dc e dal Psi, bisognerebbe riconoscere che si è trattato assai più di un riassetto che non di una rifondazione. Le finalità rimangono le stesse, al di là dei cambiamenti suggeriti o imposti dai tempi e dalle mutate circostanze nazionali e, soprattutto, internazionali: asservire la nazione agli interessi dei diversi potentati economici e politici – che possono cambiare quanto si vuole ma che in ogni caso operano nell’ambito del medesimo sistema e che ne condividono la logica e gli obiettivi – occultando dietro una parvenza democratica una struttura sociale di tipo oligarchico.

La cosiddetta “anomalia Berlusconi”, quindi, deve essere letta non già come il virus che ha colpito un organismo sano, ma come una fase successiva di una malattia che è cominciata assai prima del suo avvento. È vero: negli ultimi quindici anni quella malattia si è manifestata in maniera ancora più evidente, e ributtante, di quanto non fosse avvenuto in precedenza, ma l’estremizzarsi dei sintomi non va confuso con una nuova e differente patologia. L’infezione ha origini lontane: e chi crede che la cura consista nel dare più potere a Confindustria e a Bankitalia, in nome di una ritrovata efficienza di taglio imprenditoriale, si sbaglia di grosso. Così come al tempo di Tangentopoli, chiudere l’era Berlusconi servirà solo a fingere di aver avviato chissà quale miglioramento. Al contrario, si sarà soltanto voltata pagina. All’interno dello stesso libro.

di Federico Zamboni

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05 novembre 2010

Al diavolo Berlusconi. Ma a favore di chi?

Mai come adesso sembra che il presidente del Consiglio sia alle corde. Eppure, meglio non farsi illusioni su quelli che potrebbero prenderne il posto


Forse ci siamo: Berlusconi ha talmente tirato la corda, nei suoi comportamenti pubblici e privati e nell’arroganza con cui li difende e addirittura li rivendica, da aver rafforzato come non mai il fronte di quelli che non vedono l’ora che si levi dai piedi. Benché lo schieramento dei suoi oppositori rimanga un guazzabuglio di posizioni eterogenee, e manchi totalmente di un leader in grado di unificarlo intorno a un programma politico nitido e compiuto, per la prima volta dal 1994 si ha la sensazione che la sua parabola abbia ormai imboccato la fase discendente. Dalla Confindustria alla Chiesa, l’insofferenza nei suoi confronti è più esplicita; e solo gli ingenui possono pensare che entità di questa rilevanza si muovano sull’onda delle notizie di giornata, anziché sulla base di attente valutazioni strategiche sul medio e sul lungo periodo.

Ma il punto è proprio questo. Ammesso che ci si trovi davvero a un punto di svolta, e che Berlusconi sia destinato a perdere definitivamente il suo ruolo di padre-padrone del centrodestra, che tipo di futuro ci aspetta? Si perverrà realmente a una palingenesi, di natura etica prima ancora che politica, come amano far credere i suoi molti avversari, a cominciare dal Pd?

Si potrebbe dire, prudenzialmente, che è legittimo dubitarne. Ma in realtà non sarebbe semplice prudenza. Sarebbe ipocrisia. La risposta che si deve dare è invece molto più netta, e totalmente negativa. La risposta è no. Quand’anche Berlusconi venisse finalmente rimosso dal quadro politico, la situazione complessiva sarebbe tutt’altro che bonificata. A differenza di quello che si sostiene di solito, dalle parti di Bersani & Co. (ma sarebbe più giusto, e più chiaro, dire “dalle parti di D’Alema & Co.”), Berlusconi non è affatto la causa del degrado generale dell’Italia, ma ne è piuttosto una conseguenza. Che abbia contribuito all’ulteriore peggioramento degli standard di pensiero e di condotta è innegabile, ma nelle linee fondamentali non c’è una vera e sostanziale discontinuità rispetto al passato.

Il caso Berlusconi, in altre parole, si iscrive perfettamente nell’allucinazione collettiva, e nella sapiente mistificazione, del passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica. Quel passaggio non c’è mai stato. E se anche si volesse insistere a proclamarlo, citando a comprova la dissoluzione dei grandi partiti del passato a cominciare dalla Dc e dal Psi, bisognerebbe riconoscere che si è trattato assai più di un riassetto che non di una rifondazione. Le finalità rimangono le stesse, al di là dei cambiamenti suggeriti o imposti dai tempi e dalle mutate circostanze nazionali e, soprattutto, internazionali: asservire la nazione agli interessi dei diversi potentati economici e politici – che possono cambiare quanto si vuole ma che in ogni caso operano nell’ambito del medesimo sistema e che ne condividono la logica e gli obiettivi – occultando dietro una parvenza democratica una struttura sociale di tipo oligarchico.

La cosiddetta “anomalia Berlusconi”, quindi, deve essere letta non già come il virus che ha colpito un organismo sano, ma come una fase successiva di una malattia che è cominciata assai prima del suo avvento. È vero: negli ultimi quindici anni quella malattia si è manifestata in maniera ancora più evidente, e ributtante, di quanto non fosse avvenuto in precedenza, ma l’estremizzarsi dei sintomi non va confuso con una nuova e differente patologia. L’infezione ha origini lontane: e chi crede che la cura consista nel dare più potere a Confindustria e a Bankitalia, in nome di una ritrovata efficienza di taglio imprenditoriale, si sbaglia di grosso. Così come al tempo di Tangentopoli, chiudere l’era Berlusconi servirà solo a fingere di aver avviato chissà quale miglioramento. Al contrario, si sarà soltanto voltata pagina. All’interno dello stesso libro.

di Federico Zamboni

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