02 febbraio 2011

Multinazionali, le società che distruggono lavoro in patria per trasferirlo all'estero


Le imprese multinazionali creano più industria e posti di lavoro? Neanche per sogno. Per sfatare questo luogo comune basta elaborare alcuni dati pubblicati da R&S. Prendiamo il campione delle multinazionali europee costruito dalla società di ricerche e studi di Mediobanca e osserviamone l'andamento nel decennio compreso tra il 1999 e il 2008. Scopriamo che un settore ad alto tasso di innovazione come quello meccanico, che nel '99 ha rappresentato il 31,6% del fatturato aggregato del campione, nel 2008 è sceso al 24,7%, mentre il settore petrolifero è salito nello stesso periodo dal 18,3% al 32,6 per cento. Sono risultati in discesa anche i settori chimico-farmaceutico (dal 17,4% al 14,5%), alimentare e bevande (dal 7,3% al 6,7%), elettronica (dal 6,5% al 5%), servizi (4,7% all'1,9%), carta (dal 2,2% all1,8%) e gomma e cavi (dall'1,4% all'1,2%). A parte il settore petrolifero-energetico, segnano una crescita anche l'acciaio (dal 4,7% al 5,8% del fatturato totale del campione), il cemento e il vetro (dal 2,3% al 3,4%) e il tessile (dallo 0,4% allo 0,5%).

Attenzione, però: quelli che hanno registrato la più alta crescita percentuale di fatturato - il petrolifero e il chimico-farmaceutico - hanno anche avuto la maggiore flessione dell'occupazione, rispettivamente del 7,7% e del 7,4%, mentre il loro Roe (redditività del capitale netto) s'è attestato sul 25 per cento. Sono stati in sostanza più premiati, a livello di redditività, i settori industriali che hanno espulso dipendenti, mentre sono stati più penalizzati quelli che hanno imbarcato nuova occupazione. La meccanica, che tra il '99 e il 2008 ha accresciuto del 12,3% il numero degli addetti, ha avuto un Roe del 16%, e le costruzioni, a fronte di una crescita degli addetti del 53,5%, hanno avuto un Roe del 13,8 per cento.

Non solo: anche là dove s'è avuto un aumento dell'occupazione, questo è avvenuto a discapito del paese d'origine. In altre parole, le multinazionali creano lavoro ma quasi sempre all'esterno dei propri confini. Quelle francesi hanno ridotto l'occupazione in patria del 24,5%, aumentandola del 19,2% all'estero; quelle tedesche hanno registrato -12,5% in casa propria contro +20,8% al di fuori della Germania; e la crescita occupazionale estera delle multinazionali a capitale italiano è stata addirittura del 63,1% contro una contrazione del 12% su scala nazionale.

Analoga la tendenza in Nord America: a fronte di un calo occupazionale interno del 14,9%, le multinazionale americane hanno aumentato il numero dei dipendenti all'estero del 15,8 per cento. Insomma, il futuro dell'industria mondiale sembra dipendere in misura crescente dalle società petrolifere: aziende che generano costi ambientali elevati a carico della collettività, i cui profitti poggiano, più che sull'innovazione, sull'aumento dei prezzi del greggi.

di Giuseppe Oddo

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02 febbraio 2011

Multinazionali, le società che distruggono lavoro in patria per trasferirlo all'estero


Le imprese multinazionali creano più industria e posti di lavoro? Neanche per sogno. Per sfatare questo luogo comune basta elaborare alcuni dati pubblicati da R&S. Prendiamo il campione delle multinazionali europee costruito dalla società di ricerche e studi di Mediobanca e osserviamone l'andamento nel decennio compreso tra il 1999 e il 2008. Scopriamo che un settore ad alto tasso di innovazione come quello meccanico, che nel '99 ha rappresentato il 31,6% del fatturato aggregato del campione, nel 2008 è sceso al 24,7%, mentre il settore petrolifero è salito nello stesso periodo dal 18,3% al 32,6 per cento. Sono risultati in discesa anche i settori chimico-farmaceutico (dal 17,4% al 14,5%), alimentare e bevande (dal 7,3% al 6,7%), elettronica (dal 6,5% al 5%), servizi (4,7% all'1,9%), carta (dal 2,2% all1,8%) e gomma e cavi (dall'1,4% all'1,2%). A parte il settore petrolifero-energetico, segnano una crescita anche l'acciaio (dal 4,7% al 5,8% del fatturato totale del campione), il cemento e il vetro (dal 2,3% al 3,4%) e il tessile (dallo 0,4% allo 0,5%).

Attenzione, però: quelli che hanno registrato la più alta crescita percentuale di fatturato - il petrolifero e il chimico-farmaceutico - hanno anche avuto la maggiore flessione dell'occupazione, rispettivamente del 7,7% e del 7,4%, mentre il loro Roe (redditività del capitale netto) s'è attestato sul 25 per cento. Sono stati in sostanza più premiati, a livello di redditività, i settori industriali che hanno espulso dipendenti, mentre sono stati più penalizzati quelli che hanno imbarcato nuova occupazione. La meccanica, che tra il '99 e il 2008 ha accresciuto del 12,3% il numero degli addetti, ha avuto un Roe del 16%, e le costruzioni, a fronte di una crescita degli addetti del 53,5%, hanno avuto un Roe del 13,8 per cento.

Non solo: anche là dove s'è avuto un aumento dell'occupazione, questo è avvenuto a discapito del paese d'origine. In altre parole, le multinazionali creano lavoro ma quasi sempre all'esterno dei propri confini. Quelle francesi hanno ridotto l'occupazione in patria del 24,5%, aumentandola del 19,2% all'estero; quelle tedesche hanno registrato -12,5% in casa propria contro +20,8% al di fuori della Germania; e la crescita occupazionale estera delle multinazionali a capitale italiano è stata addirittura del 63,1% contro una contrazione del 12% su scala nazionale.

Analoga la tendenza in Nord America: a fronte di un calo occupazionale interno del 14,9%, le multinazionale americane hanno aumentato il numero dei dipendenti all'estero del 15,8 per cento. Insomma, il futuro dell'industria mondiale sembra dipendere in misura crescente dalle società petrolifere: aziende che generano costi ambientali elevati a carico della collettività, i cui profitti poggiano, più che sull'innovazione, sull'aumento dei prezzi del greggi.

di Giuseppe Oddo

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