15 marzo 2013

Un'altra volta, i tedeschi ci danno lezioni di sovranità



Fiscal Compact Germania


 Per oltre un anno, in Italia, abbiamo accettato le folli politiche di austerità imposte dalle élite finanziarie.Lo abbiamo fatto perché tutti i giornali e le televisioni ci ripetevano che l’Europa chiedeva rigore e sacrifici, e che una nostra opposizione avrebbe messo in crisi gli equilibri economici e politici dell’intero continente. Era impossibile, del tutto impensabile percorrere un’altra strada per uscire dalla crisi.
 E invece cosa succede? Proprio il Paese più severo, quello che ha dettato ai maiali l’agenda dell’austerità, ha dimostrato la settimana scorsa che certi provvedimenti incostituzionali possono e devono essere bloccati. O, quantomeno, rimessi in discussione. E lo ha fatto per la seconda volta, dopo avere in precedenzaridefinito e limitato il potere del MES, la potente organizzazione che gestisce il fondo Salva Stati, dichiarandone incostituzionali molte sue parti centrali, mentre i nostri "rappresentanti" firmavano tutto in nostro nome, nel silenzio generale dei media, svendendo gli ultimi residui di sovranità come un venditore di aspirapolveri smaltisce le ultime scorte di magazzino.

 Il primo marzo scorso, il Bundesrat (il senato delle regioni tedesco) si è opposto all’approvazione del Fiscal Compact, voluto e sostenuto dalla CDU di Angela Merkel, dopo che già il Bundestag aveva dato il suo assenso, alla fine del 2012. A prevalere è stata la coalizione composta da Verdi, Social Democratici e partito della Sinistra, che da poche settimane detiene (per la prima volta dal 1999) la maggioranza dei seggi (36 su 69) alla Camera dei Lander, dopo che proprio i Verdi hanno vinto le elezioni regionali nella Bassa Sassonia. Ora il disegno di legge verrà ridiscusso da una commissione di mediazione parlamentare, che deciderà su eventuali modifiche da apportare.

La scelta dell’opposizione di seguire la linea dura è stata evidentemente influenzata dall’imminenza delle prossime elezioni nazionali di settembre: si è voluto lanciare un segnale chiaro contro le politiche di austerità imposte dalla destra (in Germania la sinistra usa fare così). Verdi e Socialdemocratici hanno riportato un’ulteriore successo nei confronti della cancelliera Merkel, ottenendo l’approvazione sia di un disegno di legge che prevede l’introduzione di una tariffa minima legale per i lavoratori di 8,50 Euro all’ora, sia di un altro provvedimento volto ad equiparare lo status legale e fiscale delle coppie omosessuali a quello dellecoppie eterosessuali. I portavoce dei partiti di opposizione sono stati concordi nel ribadire la necessità di introdurre misure volte ad evitare eventuali forme di sfruttamento dei lavoratori sottopagati, soprattutto in un momento di crisi, e ad annullare qualsiasi tipo di discriminazione (in Germania la sinistra fa così).
 Ovviamente per Angela Merkel si è trattato di un triplice smacco, che ha messo in agitazione molti esponenti del suo partito. Nonostante, infatti, la sua coalizione conservi una solida maggioranza nel Bundestag, che probabilmente consentirà di correggere o bocciare i provvedimenti sgraditi, in molti, all’interno della CDU, continuano a guardare con timore al crescente risentimento nei confronti delle politiche comunitarie dettate da Bruxelles e da Francoforte. Il governatore della Sassonia Stanislaw Tillich, alleato della Merkel, ha dichiarato che la Germania dovrebbe mandare un segnale di forza ed affidabilità all’Europa, soprattutto in un momento di incertezza sugli sviluppi futuri che si è aperto dopo le elezioni in Italia. È per questo, secondo Tillich, che il tentativo dell’opposizione di indebolire il governo Merkel è quantomai deplorevole: “non dovrebbe esserci alcuna esitazione, da parte nostra, nel pretendere disciplina fiscale dagli altri Paesi europei”, ha dichiarato di fronte al Bundesrat. Da più parti, immediatamente, si sono levati appelli alla “responsabilità rispetto alla politica europea” (vi ricorda qualcosa?), come quello lanciato dal portavoce del Ministro delle Finanze, Martin Kotthaus.
 L’opposizione, però, non si è lasciata condizionare. Quello che Verdi e Social Democratici chiedono, infatti, è l’emissione di bond federali-statali (lo stesso principio degli Eurobond, insomma, applicato ai vari Lander tedeschi) che aiutino a ridurre il debito delle regioni. Un provvedimento, questo, che era stato promesso dal Ministro delle Finanze Schaeuble durante le contrattazioni per ottenere il consenso del Bundesrat, ma che non è stato sinora approvato.
 Il risultato finale, comunque, è che per ora la Germania respinge il Fiscal Compact. Ci si ritrova, dunque, nella paradossale situazione per cui lo Stato che più d’ogni altro aveva sostenuto questo provvedimento a livello europeo, imponendolo di fatto a 25 dei 27 membri dell’UE, ora si mostra estremamente riluttante nell’approvarlo. L’Italia, manco a dirlo, è stata uno tra i più solerti dei 12 Stati che già lo hanno ratificato, senza che nessuna discussione al riguardo avvenisse né in Parlamento né sui media. Obbedire e tacere: è stata questa la logica dominante. Oltre, ovviamente, a quella di condannare le sparute voci critiche. Ed è così che ci ritroveremo a pagare una cifra che oscillerà tra i 50 e i 70 miliardi all’anno, per i prossimi vent’anni.

 di Valerio Valentini

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15 marzo 2013

Un'altra volta, i tedeschi ci danno lezioni di sovranità



Fiscal Compact Germania


 Per oltre un anno, in Italia, abbiamo accettato le folli politiche di austerità imposte dalle élite finanziarie.Lo abbiamo fatto perché tutti i giornali e le televisioni ci ripetevano che l’Europa chiedeva rigore e sacrifici, e che una nostra opposizione avrebbe messo in crisi gli equilibri economici e politici dell’intero continente. Era impossibile, del tutto impensabile percorrere un’altra strada per uscire dalla crisi.
 E invece cosa succede? Proprio il Paese più severo, quello che ha dettato ai maiali l’agenda dell’austerità, ha dimostrato la settimana scorsa che certi provvedimenti incostituzionali possono e devono essere bloccati. O, quantomeno, rimessi in discussione. E lo ha fatto per la seconda volta, dopo avere in precedenzaridefinito e limitato il potere del MES, la potente organizzazione che gestisce il fondo Salva Stati, dichiarandone incostituzionali molte sue parti centrali, mentre i nostri "rappresentanti" firmavano tutto in nostro nome, nel silenzio generale dei media, svendendo gli ultimi residui di sovranità come un venditore di aspirapolveri smaltisce le ultime scorte di magazzino.

 Il primo marzo scorso, il Bundesrat (il senato delle regioni tedesco) si è opposto all’approvazione del Fiscal Compact, voluto e sostenuto dalla CDU di Angela Merkel, dopo che già il Bundestag aveva dato il suo assenso, alla fine del 2012. A prevalere è stata la coalizione composta da Verdi, Social Democratici e partito della Sinistra, che da poche settimane detiene (per la prima volta dal 1999) la maggioranza dei seggi (36 su 69) alla Camera dei Lander, dopo che proprio i Verdi hanno vinto le elezioni regionali nella Bassa Sassonia. Ora il disegno di legge verrà ridiscusso da una commissione di mediazione parlamentare, che deciderà su eventuali modifiche da apportare.

La scelta dell’opposizione di seguire la linea dura è stata evidentemente influenzata dall’imminenza delle prossime elezioni nazionali di settembre: si è voluto lanciare un segnale chiaro contro le politiche di austerità imposte dalla destra (in Germania la sinistra usa fare così). Verdi e Socialdemocratici hanno riportato un’ulteriore successo nei confronti della cancelliera Merkel, ottenendo l’approvazione sia di un disegno di legge che prevede l’introduzione di una tariffa minima legale per i lavoratori di 8,50 Euro all’ora, sia di un altro provvedimento volto ad equiparare lo status legale e fiscale delle coppie omosessuali a quello dellecoppie eterosessuali. I portavoce dei partiti di opposizione sono stati concordi nel ribadire la necessità di introdurre misure volte ad evitare eventuali forme di sfruttamento dei lavoratori sottopagati, soprattutto in un momento di crisi, e ad annullare qualsiasi tipo di discriminazione (in Germania la sinistra fa così).
 Ovviamente per Angela Merkel si è trattato di un triplice smacco, che ha messo in agitazione molti esponenti del suo partito. Nonostante, infatti, la sua coalizione conservi una solida maggioranza nel Bundestag, che probabilmente consentirà di correggere o bocciare i provvedimenti sgraditi, in molti, all’interno della CDU, continuano a guardare con timore al crescente risentimento nei confronti delle politiche comunitarie dettate da Bruxelles e da Francoforte. Il governatore della Sassonia Stanislaw Tillich, alleato della Merkel, ha dichiarato che la Germania dovrebbe mandare un segnale di forza ed affidabilità all’Europa, soprattutto in un momento di incertezza sugli sviluppi futuri che si è aperto dopo le elezioni in Italia. È per questo, secondo Tillich, che il tentativo dell’opposizione di indebolire il governo Merkel è quantomai deplorevole: “non dovrebbe esserci alcuna esitazione, da parte nostra, nel pretendere disciplina fiscale dagli altri Paesi europei”, ha dichiarato di fronte al Bundesrat. Da più parti, immediatamente, si sono levati appelli alla “responsabilità rispetto alla politica europea” (vi ricorda qualcosa?), come quello lanciato dal portavoce del Ministro delle Finanze, Martin Kotthaus.
 L’opposizione, però, non si è lasciata condizionare. Quello che Verdi e Social Democratici chiedono, infatti, è l’emissione di bond federali-statali (lo stesso principio degli Eurobond, insomma, applicato ai vari Lander tedeschi) che aiutino a ridurre il debito delle regioni. Un provvedimento, questo, che era stato promesso dal Ministro delle Finanze Schaeuble durante le contrattazioni per ottenere il consenso del Bundesrat, ma che non è stato sinora approvato.
 Il risultato finale, comunque, è che per ora la Germania respinge il Fiscal Compact. Ci si ritrova, dunque, nella paradossale situazione per cui lo Stato che più d’ogni altro aveva sostenuto questo provvedimento a livello europeo, imponendolo di fatto a 25 dei 27 membri dell’UE, ora si mostra estremamente riluttante nell’approvarlo. L’Italia, manco a dirlo, è stata uno tra i più solerti dei 12 Stati che già lo hanno ratificato, senza che nessuna discussione al riguardo avvenisse né in Parlamento né sui media. Obbedire e tacere: è stata questa la logica dominante. Oltre, ovviamente, a quella di condannare le sparute voci critiche. Ed è così che ci ritroveremo a pagare una cifra che oscillerà tra i 50 e i 70 miliardi all’anno, per i prossimi vent’anni.

 di Valerio Valentini

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