09 gennaio 2010

Ma Alitalia ? Tutto bene?


Nelle ultime (e purtroppo quasi finite) settimane di ferie , ho letto molta piu’ stampa italiana del solito, e ho notato una catastrofica tendenza al leccaggio del culo da parte dei giornali dei “Salotti buoni” della finanza italiana. Mi referisco al Corriere della Serva e alla Sepubblica.

Per prima cosa vi faccio una domanda: come va, oggi Alitalia? Ritardi? Malfunzionamenti? Scioperi? Gente ferma in aereporto? Ovviamente non vi chiedo di dirmi se qualcuno di voi era dentro un aereo di Alitalia e ha avuto dei problemi. Sarebbe una risposta scontata. No, quello che vi chiedo e’ come sia, giornali alla mano, il servizio Alitalia oggi.

La risposta e’ che ne avete sentito parlare poco, pochissimo.

Cosi’ vi faccio un’altra domanda: nell’ondata di maltempo che ha colpito il paese, come e’ uscita Alitalia? Ritardi? Voli annullati? Bagagli persi? Passeggeri bivaccati negli aereoporti? Ancora una volta, non voglio sapere se sia toccato a voi, ma semplicemente che cosa hanno riportato i giornali. Poco, molto poco. Molto meno di come si siano accaniti sui treni.

Nulla. Alitalia si e’ trasformata in una gioiosa macchina da guerra, da quando e’ stata rilevata dai Salotti Buoni della Finanza Italiana®. O almeno, a quanto dicono i giornali maintstream italiani. Che sono proprieta’… dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®.(1)

Andiamo avanti. Le autostrade. Ora, c’e’ stato un periodo di maltempo negli ultimi giorni. Di solito, quel che succede e’ che le autostrade italiane, o meglio le autobuche italiane , in questi casi sono nella merda sino al collo. Ci sono inevitabilmente code, gente in auto per il ponte di natale che viene bloccata. Anzi, di solito i grandi periodi di natale sono gia’ forieri di guai senza il maltempo. Figuriamoci col maltempo.

Invece no: sono crollate alcune statali in liguria, ci sono stati problemi sui passi alpini, ma le autostrade no. Le autostrade italiane, contrariamente agli altri anni, sono diventate un mostro di efficienza antineve, capaci di sgomberare in tempo reale le buche le strade , di soccorrere in elicottero ogni singolo viaggiatore in difficolta’.

Al contrario, stiamo assistento al presunto botto dell’ AV. Apprendiamo che il buon Guariniello abbia aperto un’inchiesta, nella quale avrebbe stabilito che il 70% dei treni TAV sia in ritardo. (2) Il problema non sta nell’enormita’ del dato (il procuratore, furbo, ha selezionato 420 treni. A 110 treni AV al giorno, ha selezionato 3 giorni e rotti. In pratica , un momento di picco dei problemi dovuti al maltempo, allo scopo di drogare il dato) , quanto il fatto che un tizio abbia deciso di aprire un’inchiesta e prendere delle statistiche sui ritardi: in ultima analisi, qual’e’ il problema penale?

Il ritardo e’ seccante, in sede giuridica puo’ essere un problema di diritto civile, ma non e’ un reato, come lo stesso procuratore Guariniello ammette. Ora, la domanda e’: ma perche’ questo tizio sta spendendo dei soldi del contribuente solo allo scopo di dare notizie negative e viziate ai giornali dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®? Onestamente, io porterei il caso alla corte dei conti, perche’ non si capisce a quale titolo qusto signore sia intervenuto: e’ vero che c’e’ stato un esposto sui ritardi , ma di certo fare statistiche su tre giorni di ritardi non dimostra nulla, visto che non si tratta neppure di una vera stima, visto il campione.

Il vero problema e’ la distribuzione del capitale in gioco. Trenitalia, coi suoi 110 treni al giorno, sta muovendo 110.000 persone al giorno da Napoli a Torino. Questo infligge un colpo molto duro sia al traffico delle autobuche autostrade italiane, sia ad Alitalia , che si vede togliere traffico alla sua tratta di maggiore monopolio resa.

Ci sono quindi due grandi schieramenti in gioco: da un lato i Salotti Buoni della Finanza Italiana®, che possiedono quote importanti sia di autobuche autostrade Spa, e che si sono messi in gioco con Alitalia al fine di somministrarle il famoso trattamento De Benedetti(3) , la cui capacita’ di movimento di idioti va dai verdi alle cosiddette associazioni di consumatori, e dall’altro un’azienda come Trenitalia, che ha la sfortuna di non aver ancora subito il Trattamento De Benedetti a beneficio dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®.

Cosi’, in questi giorni ne succedono di tutti i colori: e’ sembrato che l’ Italia sia stata l’unica nazione coi treni fermi, quando si sono fermati anche in Germania e Francia, si e’ parlato di un fantomatico treno tedesco che da solo risolverebbe tutti i problemi dei viaggiatori se ci fosse nei tabelloni (4), abbiamo visto magistrati spendere soldi del consumatore per fare statistiche su fenomeni (i ritardi) che non sono dei crimini, e chi piu’ ne ha e piu’ ne metta.

La realta’ e’ contenuta nel rapporto di Guariniello: su un campione di 420 treni preso mentre ne girano 110 al giorno, cioe’ per i tre giorni di maltempo, il 70% dei treni erano in ritardo, la maggior parte di quindici minuti.

Ora, se nella mia esperienza di volo io considerassi i quindici minuti di ritardo degli aerei, non si salverebbe neanche l’Air Force One. Tralasciando la folla di idioti che porta in aereo anche la gabbia del polli e fa perdere tempo alle hostess nel tentativo di sistemare la loro cabina del telefono preferita nel vano bagagli, fino ai ritardi nello scarico di valigie, per non parlare del fatto che una coincidenza tra due aerei implica un intervallo “di sicurezza” di almeno un’ora .

Niente: di tutto questo non c’e’ nulla; nemmeno in seguito ai nuovi controlli di sicurezza seguiti al non attentato terroristico, (5) qualche giornale dei Salotti Buoni della Finanza Italiana® ha osato menzionare che questo avrebbe portato ritardi e code ai check-in. Invece, so benissimo che il prossimo lunedi’ sara’ meglio che mi presenti con DUE ore di anticipo , visto che avranno regolato i sensori cosi’ duramente che la mia emoglobina fara’ scattare i rilevatori di metallo: “prego, puo’ mettere i suoi globuli rossi sul nastro”?

Insomma, per decreto dei Salotti Buoni della Finanza Italiana® , Alitalia e Autostrade si sono trasformate in una gioiosa macchina da guerra di geometrica potenza. Nemmeno in caso di maltempo i prodi piloti di Alitalia si fermano, e se un aereo di Alitalia si schiantasse su un palazzo, sono certo che il Corriere titolerebbe “Alitalia, atterraggio record.I piloti riescono ad atterrare su un balcone: in paradiso tutti i passeggeri.Gratis.”, mentre Repubblica scriverebbe “Berlusconi costruisce un palazzo per fermare Alitalia. I piloti “andiamo avanti”. Di Pietro direbbe “Berlusconi ha fatto cadere un aereo per non farsi processare“, e cosi’ via.

Sembra che nemmeno il senso del ridicolo fermi questi giornali, ma la cosa che mi lascia veramente perplesso sono i blogger. Essi stanno amplificando semplicemente la voce dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®, spinti da quella voglia di parlare contro che non si rendono conto di stare venendo aizzati contro Trenitalia, colpevole di essere un’azienda non ancora DeBenedettizzata , e di far concorrenza alle aziende Debenedettizzate come Societa’ Autobuche Autostrade e Alitalia CAI Sarcazzocosa.

Cosi’, oggi il lettore sa che la neve ha bloccato le ferrovie, sa che ha bloccato alcune citta’ -le citta’ non interessano i Salotti Buoni della Finanza Italiana® - ma non sappiamo nulla della performance attuale di Alitalia, ne’ di come si siano comportate le autostrade, visto che tutta l’enfasi e’ stata data alle statali franate e ai fiumi che rischiavano di tracimare.

Sono certo che se invitassi i lettori a scrivere qui i disagi subiti sulle autostrade o sugli aerei di Alitalia otterrei un bagno di sangue, ma i giornali dei Salotti Buoni della Finanza Italiana® preferiscono comportarsi come se l’unica azienda ad avere dei problemi siano stati i treni ad alta velocita’. Perche’ questo preme ai loro padroni: fermare questo stillicidio di 110.000 persone al giorno sottratte ai pedaggi, agli aerei (cioe’ all’inquinamento, ma questo ai verdi dei alotti Buoni della Finanza Italiana® non sembra importare) dei soliti amici degli amici.

E ovviamente, vedrete che prima o poi si proporra’ la cura De Benedetti anche per Trenitalia. Un bel partner straniero che ne rilevi un’altra fetta considerevole, per far contento il partito del Times, una bella demolizione della TAV, per non scontentare i bravi di Giovanni delle Lamiere® che vogliono vedere ancora piu’ auto sulle autostrade, cosa che fa felice anche Toni&Bepi delle Pecore Colorate, e possibilmente permettere un altro colpo gobbo all’ Ingegner Svendita&Disoccupazione.

E tra le grida di squilibrati verdognoli, grillini prepotenti , tardone indignate, consumatori urlanti , si consuma la distruzione dell’unico patrimonio industriale che il paese abbia mai avuto.

In ogni caso, potete avere una mappa dei media che sono parte integrante dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®, semplicemente osservando quanto sparino su Trenitalia, e quanto poco sparino su Alitalia e Societa’ Autostrade, in concomitanza dello stesso fenomeno atmosferico.

E potete anche notare la stupidita’ dei singoli blogger che si accodano allo spara-spara iniziato dai media mainstream, credendo di formare un giornalismo indipendente e critico, e formando invece un corettino mainstream che amplifica quanto detto dai Salotti Buoni della Finanza Italiana®.

Qui non si tratta di difendere o meno Trenitalia. Qui si tratta di notare come i problemi di Alitalia e di Societa’ Autostrade siano scomparsi dai media, ridotti, attenuati. Stiamo parlando di media che tentano di sviare passeggeri di treno su degli aerei dei quali non pubblicano le difficolta’ e le tragedie , su aereoporti bloccati come e piu’ delle ferrovie per il maltempo, su aerei bloccati ancora piu’ dei treni, su autostrade intasate e pericolose.

Il tutto perche’ Trenitalia non ha ancora subito la cura a base di Giustizia, Liberta’, Disoccupazione e Svendita, e la TAV sta dando fastidio ai Salotti Buoni della Finanza Italiana®, ai Giovanni delle Lamiere® , Toni&Bepi delle Pecore Colorate®, ai Colla&ninnenanne della situazione. E i blog che si allineano, troppo allettati dalla falsa idea di fare giornalismo di denuncia, di fare giornalismo contro, senza capire che sparare su Trenitalia significa semplicemente distogliere l’attenzione da due carcasse (finanziarie e tecnologiche) come Alitalia e Autostrade.

By Uriel

(1) I salotti buoni della finanza italiana sono tali perche’ ammanicati coi salotti buoni della politica italiana, of course.

(2) Vista la topologia della rete, e’ semplicemente impossibile, perche’ oltre il 50% di treni in ritardo, tutti i treni vanno in ritardo. Il numero di guasti raggiunge la saturazione ed il blocco della rete intera ben prima del 70%.

(3)De Benedetti, lo pseudoimprenditore italiano, ha un curriculum di tutto rispetto di trasformazione in fuffa finanziarizzazione di aziende, riduzione ai minimi termini e svendita a capitali stranieri. Destino che e’ toccato, con poche eccezioni, a tutto cio’ che lo stato ha “privatizzato” mettendolo nelle mani dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®. Per “Trattamento De Benedetti” intendo una manovra che produce disoccupazione, soddisfazione degli azionisti, riduzione delle aziende e successiva vandita sottocosto ad uno straniero. Piu’ che Giustizia e Liberta’, De Benedetti avrebbe dovuto chamare “Disoccupazione e Financial Times” il suo salotto, visto che si tratta degli obiettivi che ha seguito maggiormente. Ringrazio il cielo che Mondadori sia finita a Berlusconi, rimanendo un grande gruppo editoriale italiano: l’avesse presa in mano De Benedetti, oggi Mondadori sarebbe “Amazon Spaghetti”, o giu’ di li: comprata, smantellata e rivenduta a due lire a qualche straniero.

(4) L’esistenza di tale treno, ovviamente, risolverebbe ogni problema possibile della rete ferroviaria. Ovviamente , userebbero binari segreti posati in Italia dalla Wehrmacht., e quindi non risentirebbero dei ritardi della rete ferroviaria. Ah, si’: qualcuno spieghi a questi giornalisti la differenza tra Trenitalia e Rfi , rete ferroviaria italiana. Potrebbero scoprire che le stazioni e la gestione degli orari non siano del tutto una colpa di Trenitalia.

(5) Ormai sembra di essere nel paese delle meraviglie. Li’ si festeggiavano i non-compleanni, qui ci si terrorizza per i non-attentati.

04 gennaio 2010

A che serve la flessibilità?


Chi soffrirà di più e più a lungo per l'implosione di Wall Street del 2008-2009 e per la recessione mondiale che ne è seguita?
Non i banchieri e i finanzieri che hanno causato il disastro. Alcuni finanzieri, come Bernard Madoff, andranno in prigione per truffa. Ma anche se Madoff era solo la punta dell'iceberg del dilagante malcostume finanziario, la maggior parte dei finanzieri sospetti non ha ragione di temere l'arresto, o perché il loro comportamento era semplicemente ai limiti della legalità oppure perché gli illeciti finanziari, più raffinati della truffa vera e propria, spesso sono difficili da provare.

Alcuni direttori di banca se ne andranno in pensione con disonore, ma con una maxiliquidazione che potrà alleviare le loro pene, come la buonuscita da 55 milioni di dollari concessa a Ken Lewis della Bank of America, o come la pensione di 25 milioni di sterline garantita a Fred Goodwin della Royal Bank of Scotland. Molte banche, incoraggiate dal salvataggio pubblico, dalle garanzie e dai bassi tassi d'interesse, hanno rincominciato a versare colossali gratifiche ai loro top manager e nel frattempo si battono vigorosamente contro l'introduzione di riforme che mirano a imporre limiti ai loro rischi e ai loro sistemi di retribuzione.

I grandi sconfitti di questo disastro economico sono i lavoratori dei paesi ricchi che hanno abbracciato la flessibilità liberista del capitalismo di stampo americano. Dal 2007 all'ottobre 2009, gli Stati Uniti hanno perso quasi otto milioni di posti di lavoro, con un calo della percentuale degli occupati dal 63 al 58,5% della popolazione. Alla fine del 2009, la percentuale dei senza lavoro ha superato il 10% e i disoccupati restano tali più a lungo di tutti i periodi precedenti, dalla Grande Depressione in poi. Milioni di persone si sono viste decurtare l'orario di lavoro, e altri milioni, scoraggiati dalla mancanza di lavoro, hanno rinunciato a cercarlo.
Anche l'Europa economicamente più avanzata, il Canada e il Giappone hanno subìto pesanti cali occupazionali, che persisteranno a lungo. La Spagna, dove sono molto diffusi i contratti a tempo determinato, è quella che ha avuto il maggiore incremento della disoccupazione, perché licenziare un lavoratore in Spagna è facile come in America. Alcuni paesi - ad esempio la Germania, la Svezia e la Corea del Sud hanno "nascosto" la loro disoccupazione pagando le aziende per mantenere i lavoratori sul libro paga. Può funzionare sul breve periodo, ma nel tempo è una soluzione insostenibile.

Dagli anni 80 fino alla metà di questo decennio, ogni volta che c'è stata una ripresa economica l'occupazione è cresciuta più lentamente del Pil, e ogni volta il divario era maggiore. Negli Stati Uniti, sotto la presidenza Clinton, la ripresa non portò posti di lavoro, fino al boom di Internet della fine degli anni 90; anche dopo il rallentamento del 2001, con Bush alla Casa Bianca, la ripresa non produsse effetti positivi sull'occupazione.Nei primi anni 90 la Svezia è stata colpita da una pesantissima recessione, provocata dallo scoppio della bolla immobiliare e da una crisi bancaria. Il tasso di disoccupazione salì dall'1,8% del 1990 al 9,6% del 1994, prima di attestarsi intorno al 5% nel 2001. Sedici anni dopo la crisi, il tasso di disoccupazione era al 6,2%, più del triplo rispetto a quello del 1990.

Nel 1997, la Corea del Sud si trovò in difficoltà non solo per la crisi finanziaria asiatica, ma anche per l'insistenterichiesta degli Stati Uniti e dell'Fmi di alzare i tassi d'interesse e introdurre riforme modellate sul "consenso di Washington", in cambio di aiuti. L'occupazione ripartì, ma principalmente sotto forma di posti di lavoro "non regolari", con benefit limitati, bassi salari e poca sicurezza dell'impiego. La disuguaglianza nel paese asiatico, fino ad allora su livelli modesti, crebbe fino a portare Seul al secondo posto (dopo gli Stati Uniti) nella classifica dei paesi dell'Ocse.

La debolezza del mercato del lavoro penalizza gravemente l'economia e il benessere individuale. Quando il mercato del lavoro è debole, i giovani in cerca di prima occupazione e i lavoratori esperti che perdono il posto subiscono perdite economiche che faranno sentire i loro effetti per tutta la vita. Studi sulla felicità dimostrano che la disoccupazione produce un effetto negativo comparabile a quello della perdita di un congiunto.
È difficile che gli Stati Uniti tornino in tempi brevi alla piena occupazione. Dal 1993 al 1998, l'America ha creato milioni di posti di lavoro, che hanno fatto salire il tasso d'occupazione di 5,4 punti percentuali. Se l'occupazione comincerà a crescere a questo ritmo nel 2010, bisognerà aspettare fino al 2015 prima di tornare ai livelli precedenti alla recessione. E una ripresa lenta negli Usa frenerebbe la ripresa anche negli altri paesi avanzati, penalizzando anche lì l'occupazione.

Un lungo e penoso periodo di disoccupazione alta va nella direzione opposta a quello che quasi tutti gli esperti pensavano sarebbe stato l'esito del modello economico americano, improntato alla flessibilità. Dai primi anni 90 in poi molti analisti hanno valutato che l'America aveva un tasso di disoccupazione più basso di quello della maggior parte dei paesi dell'Ue grazie alla scarsa sindacalizzazione, alla facilità di assunzione, all'assenza di forti garanzie giuridiche contro il licenziamento e al forte ricambio di personale. Molti paesi Ocse hanno introdotto riforme di vario genere nel senso della flessibilità, nella speranza di migliorare la propria economia imitando l'America.La tesi che la flessibilità sia il fattore chiave per l'occupazione non è più sostenibile. Nel suo Employment Outlook del 2009, l'Ocse analizza impietosamente le sue riforme preferite e giunge alla conclusione che non sono sufficienti per consentire a un paese di adeguarsi agli effetti di una recessione trainata dalla finanza. Secondo l'Ocse, «non sembra esserci nessun motivo reale per ritenere che le recenti riforme strutturali abbiano reso il mercato del lavoro dei paesi Ocse significativamente più resistente a gravi flessioni dell'economia».

Quindi l'insegnamento che possiamo trarre dalla recessione è chiaro: l'anello debole del capitalismo non è il mercato del lavoro, ma il mercato finanziario. Le imperfezioni del mercato del lavoro impongono alla società tutt'al più dei costi modesti in termini d'inefficienza, mentre le imperfezioni del mercato finanziario danneggiano pesantemente la società, e chi ci rimette di più sono i lavoratori, non gli artefici del disastro. Inoltre, a causa della globalizzazione il collasso del mercato finanziario americano dissemina miseria in tutto il mondo.

Dobbiamo reinventare la finanza, in modo che lavori per arricchire l'economia reale, invece che arricchire soltanto i finanzieri: lo dobbiamo ai lavoratori vittime di questa recessione. Reinventare la finanzia significa cambiare gli incentivi e le regole che governano il settore finanziario. E dal momento che sono in pericolo anche l'economia e l'occupazione di altri paesi, questi stati hanno il dovere, nei confronti dei loro cittadini, di fare pressione sugli Stati Uniti perché realizzino riforme finanziarie significative.

di Richard Freeman (docente di Economia Harward)

03 gennaio 2010

Le privatizzazioni come arma politica


Nel corso di una recente trasmissione televisiva che accampa, senza vergogna alcuna, pretese di ereticità, il maggiore esponente del maggiore partito dell’opposizione di Sua Maestà incalzava il ministro dell’economia Giulio Tremonti contestandogli svariate circostanze di cattiva gestione delle finanze pubbliche. Il ministro, con uno dei suoi coup de théâtre abituali e incisivi – ma, ahinoi, spesso sconclusionati – fece presente al suo interlocutore e al pubblico che le cause all’origine dei mali contingenti che affliggono l’economia nazionale sono da cercarsi altrove; ebbe inoltre il coraggio (fuor di metafora) di affermare che sarebbe ora di scrivere, in Italia, una storia delle privatizzazioni, di chi le ha fatte e perché, di chi ci ha guadagnato e come. D’improvviso il guareschiano politicante d’opposizione di cui sopra si è ammutolito, ed è dovuto intervenire il conduttore della trasmissione che, non disponendo (forse a causa dei ‘tagli’ alla Rai) di nani, ballerine e giocolieri, si è dovuto accontentare di sviare il discorso con l’ausilio di un attempato vignettista, sovrapponendo alle parole del ministro, con fare circense, un “facciamo entrare Vaurooo!”.

Quanto sopra, al di là della trita e ritrita aneddotica che contraddistingue le grigie figure della politica e dell’informazione nazionali, valga per esemplificare come di privatizzazioni non sia d’uopo finanche parlarne. Non siamo certo ai livelli della religio holocaustica, ma di vero e proprio Verbo privatizzatore – che negli ultimi lustri risuona con forza sempre maggiore - si può e si deve iniziare a parlare, considerate l’intangibilità di cui gode tale teoria socioeconomica e come questa sia ormai considerata parte integrante delle strutture produttive degli Stati o di quello che ne rimane. Tant’è che se il solo parlare di “partecipazioni statali” può far storcere il naso all’illuminato esperto, al lucido economista o al ligio politicante, a parlare addirittura di “nazionalizzazione” e “socializzazione” quasi quasi si viene accompagnati direttamente al patibolo.

E’ un drammatico dato di fatto che la disgregazione dell’economia sociale, la privatizzazione e l’assunzione, da parte di potentati non autoctoni, del controllo delle leve dell’economia e delle risorse delle nazioni siano fenomeni che sono storicamente andati di pari passo con le dinamiche imperiali, coloniali, belliche e prevaricatrici degli Stati Uniti d’America e della loro putrescente appendice, bonariamente definita “Occidente democratico”. Occorre però distinguere, a seconda della fase storica, del collocamento geografico e del contesto internazionale, molteplici modalità attraverso le quali queste dinamiche hanno preso forma, aprendo le porte al controllo imperialista dell’economia degli Stati e strutturandosi in un processo politico conosciuto appunto come privatizzazione. Prendiamo ad esempio, ai fini esemplificativi, tre modelli relativi a tre diversi teatri di guerra economica.

Il modello irakeno. Alla fine di quella che viene impropriamente definita “seconda guerra irachena” (che nella realtà non è stata altro che l’ultima sanguinosa fase di un più che decennale conflitto imposto alla nazione sovrana e socialista dell’Iraq), le strutture dello Stato vennero integralmente soppresse per essere sostituite con delle catene di comando coloniali funzionali alle velleità di completo controllo che gli Stati Uniti manifestarono nei confronti di quel disgraziato Paese. Tale processo fu talmente rapido e radicale che fece sollevare dei dubbi relativi alla sua efficacia persino all’interno dei centri decisionali politico-militari che si erano resi responsabili dell’aggressione e della guerra; non furono infatti pochi quanti – soprattutto tra i militari – lamentarono delle difficoltà nella gestione ordinaria dell’occupazione (ordine pubblico, servizi essenziali) una volta che anche i vigili urbani e i consorzi agrari erano stati aboliti per legge. Tuttavia questa manovra – per quanto considerata azzardata anche dai più insospettabili – permise agli occupanti di incamerare sotto la loro gestione privata la totalità delle ingenti risorse naturali di cui è ricca la nazione irachena, e segnatamente delle risorse petrolifere. Queste risorse, che fintanto che l’Iraq è stato un Paese sovrano erano gestite dallo Stato attraverso il Ministero del Petrolio, finirono quindi nella loro interezza nei rapaci artigli delle compagnie petrolifere internazionali legate agli interessi occidentali e nordamericani, i quali misero in atto il sistematico saccheggio che è ancora in corso. E’ stato quindi, quello iracheno, un caso in cui non si può propriamente parlare di privatizzazione di strutture preesistenti, poiché queste strutture – funzionali, nonostante il rigido embargo internazionale – vennero preventivamente soppresse. L’intera nazione irachena si trovò quindi, perinde ac cadaver, re-integrata in nuove istituzioni politiche ed economiche create ad hoc e nate “già privatizzate” nelle mani delle multinazionali facenti gli interessi degli aggressori.

Il modello jugoslavo. Alla fine della campagna di massicci bombardamenti che per tre mesi martoriò le repubbliche jugoslave di Serbia e Montenegro nella prima metà del 1999, gli aggressori, per quanto fossero riusciti a strappare il Kosovo e Metohija dalla madrepatria con la forza delle armi e con la violenza etnica, erano ben lungi dal poter levare al cielo i loro sordidi canti di vittoria. Nonostante la tanto decantata vittoria militare, infatti, a Belgrado il governo “nemico”, guidato dal presidente Milošević e sostenuto dal Partito Socialista, dalla Sinistra Unita e dal Partito Radicale[1], teneva, e teneva anche bene. Forte, oltre che di un innegabile consenso popolare, di una gestione statale dell’economia e di una mirata prassi socialista di gestione delle risorse, il governo jugoslavo riuscì, nonostante le sanzioni e il conseguente stato di obsolescenza dell’apparato produttivo aggravato da tre mesi di incursioni aeree, a tenere ben salde le redini dello Stato e a garantire ai cittadini gli essenziali servizi che potevano assicurare la più che dignitosa sopravvivenza. Per gli americani e i loro accoliti, quindi, nel cuore dell’Europa restava un ‘buco nero’ che non intendeva piegarsi e che proseguiva nella sua politica di sovranità, indipendenza e vicinanza con la Russia e coi Paesi non –allineati ai dettami di Washington. Quale migliore scenario per non tentare una “rivoluzione colorata”? Detto fatto: allestiscono una accurata e martellante campagna di disinformazione internazionale, addomesticano ulteriormente i mezzi di informazione locali più legati alla prezzolata opposizione, investono qualche milione di dollari, raccattano in giro per l’Europa un po’ di teppaglia da scatenare sulle strade e, a poco più di un anno dal rientro ad Aviano dell’ultimo bombardiere, Milošević cade. Quale è stato il primo organismo istituito dal nuovo governo collaborazionista? Una commissione per il risarcimento delle vittime della dittatura? Un ente per il ripristino della libertà di stampa? Un gruppo di lavoro per l’appianamento delle discriminazioni etniche? Niente di tutto ciò, bensì un’ Agenzia per le privatizzazioni. Le attività di questa agenzia, che ha la responsabilità di aver svenduto il patrimonio di una nazione, erano e sono mirate a permettere l’accaparramento delle più appetibili imprese statali da parte delle solite sanguisughe con la maschera da filantropo. Tutto ciò si è abbattuto come una scure sulla già indebolita economia locale: in Serbia infatti, a causa di una conservazione della prassi giuridica realsocialista, fino al 2000 (cioè quando qui da noi si privatizzavano anche i bottoni della divisa della fanfara dei Carabinieri) erano a partecipazione statale non solo i settori strategici dell’economia, ma appartenevano allo Stato anche i ristoranti e i negozi di abbigliamento. Imprese che, a differenza di quelle appartenenti al settore degli idrocarburi, delle miniere o dei tabacchi, erano di scarso interesse per i grandi investitori internazionali, e finirono quindi o nelle mani di loschi personaggi legati alla criminalità locale o sulla via della liquidazione. I posti di lavoro perduti si contarono a decine di migliaia.

Il modello italiano. Il caso dell’Italia relativamente alle privatizzazioni si configura nei termini di scontro interno all’imperialismo o, come qualcuno potrebbe sostenere, in seno a uno schema mentale marxiano, tra imperialismo primario e imperialismo secondario. La fine del secondo conflitto mondiale, che segnò l’inizio dell’egemonia anglo-statunitense sulla nostra nazione, non fu largamente contraddistinta da un processo di privatizzazione della nostra economia, almeno non nelle modalità descritte nei precedenti casi. Un esempio: i beni mobili e gli ingenti beni immobili che erano appartenuti alla Gioventù Italiana del Littorio furono conferiti alla gestione del Ministero della Pubblica Istruzione. Tuttora sono numerose le scuole e gli istituti che hanno fisicamente sede negli edifici che avevano ospitato le dismesse strutture sociali, educative e sportive dell’organizzazione giovanile fascista. Per svariati decenni le istituzioni repubblicane hanno sono state prosecutrici di una pur timida politica ‘statalista’ che riuscì a conservare, fino all’ultimo decennio del secolo scorso, una partecipazione della sfera pubblica nella politica economica della nazione, almeno relativamente al settore strategico: comunicazioni, trasporti, energia. Pensiamo inoltre alle politiche abitative, al “Piano Casa” dell’Ina e di Fanfani. Nei primi anni Novanta le centrali decisionali d’oltreoceano stabilirono che tutto ciò era di troppo, che nessuno spazio doveva più essere lasciato alla tutela della sovranità delle nazioni, pur se già ampiamente sottomesse, e che nessuna gestione delle risorse potesse ricusare i diritti di predazione delle imprese private, apolidi, allogene o ‘nazionali’ che siano. Per rendere tutto ciò possibile fu necessario esautorare una classe dirigente che, per quanto in larga parte oltremodo servile, non rispondeva più ai canoni richiesti dal nuovo corso di predazione economica. A tal fine fu organizzata una manovra a tenaglia. Da una parte un ristretto gruppo di rappresentanti del mondo finanziario italiano e internazionale che, con l’incomprensibile benevolenza di Nettuno, incrociando sul Tirreno a bordo del Britannia, stabilirono la svalutazione della lira e la dismissione/svendita del patrimonio industriale dello Stato; dall’altra, una magistratura sapientemente indirizzata e una piazza facilmente sobillata scoprirono che i nostri politicanti sgraffignavano qualche milione dai fondi pubblici[2]. Non solo si era spianata la strada a una nuova classe politica, più ricettiva al nuovo Verbo privatizzatore, ma si era inculcata nel popolo la convinzione che l’intervento dello Stato nell’economia fosse l’origine del male da estirpare. Il resto è storia dei nostri giorni.

I tre modelli citati si differenziano nell’analisi contestuale, ma sono accomunati da varie analogie. Il primo si svolge in un contesto di guerra guerreggiata, e il processo di privatizzazione dell’economia viene esperito come risultato degli eventi bellici, come prezzo stabilito da pagare per la sconfitta. Nel secondo ci troviamo in una cosiddetta “rivoluzione colorata”, in cui il saccheggio viene sbandierato ai quattro venti come scelta economica vincente e viene edulcorato proponendolo come conseguenza di istanze politico-umanitarie. Nel caso italiano la guerra guerreggiata era finita da un pezzo, e di rivoluzione colorata non si può propriamente parlare. C’è chi parla di “guerra occulta”: nascosta nel Palazzo, efficace e incruenta (siamo in Europa occidentale, nel ‘salotto buono’; e il salotto buono non si sporca). Ma che è stata comunque capace di mietere le sue vittime. Le più illustri? Il lavoro, il senso dello Stato, la libertà di autodeterminarci come nazione.

Ma non possono uccidere la nostra volontà di ribellarci. Non possiamo permetterglielo.

di Fabrizio Fiorini


[1] A scanso di equivoci e per eccesso di zelo: niente a che vedere con Emma Bonino e Giacinto Pannella…

[2] Esistono centinaia di migliaia di persone che credono fermamente che Craxi sia morto in esilio perché aveva finanziato illegalmente il suo Partito o anche sé stesso. Sono gli stessi che credono che Mattei sia morto perché gli si era guastato lo spinterogeno. E’ preferibile ricordare, parlando della caduta di Craxi, di quando prendeva la parola ai congressi dell’Internazionale Socialista, e la delegazione dei laburisti israeliani abbandonava i lavori…

29 dicembre 2009

Nucleare: il Governo italiano continua a sostenere l'interesse di pochi poteri forti.


Dopo il non-accordo di Copenaghen, anche a casa nostra la politica degli interessi a vantaggio di pochi continua ad andare dritta per la sua strada. Si è discusso, infatti, il decreto con i criteri per l'individuazione dei siti dove saranno costruite le centrali nucleari in Italia, nell’ambito del Consiglio dei Ministri convocato per le 15 di ieri.

Due, in particolare, gli schemi di decreti legislativi presentati dal Ministero dello Sviluppo Economico che sono stati presi in esame. Uno, compreso nella “Legge Sviluppo”, in merito alla “localizzazione ed esercizio di impianti di produzione di energia elettrica e nucleare, di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio, nonché misure compensative e campagne informative”. L’altro, riguardante “il riassetto della normativa su ricerca e coltivazione delle risorse geotermiche”.

Da quanto si apprende, il testo del decreto non contiene una lista specifica dei siti, ma i criteri per l'individuazione delle aree su cui sarà possibile costruire gli impianti nucleari. Avvicinandosi le elezioni amministrative di marzo, è comprensibile che non si indichino luoghi precisi.

Al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola che rassicura come “Sono stati rispettati gli impegni con i nostri elettori e con il Parlamento e i tempi ci sono affinchè venga rispettato il termine previsto, anche attraverso il percorso della Conferenza Stato-Regioni e il percorso delle commissioni parlamentari», Fare Verde ricorda che il nucleare, oltre ad essere costoso ed obsoleto e a richiedere un tempo comunque troppo lungo rispetto all’emergenza ambientale e alla crisi economica, non ci costringe a migliorare l'efficienza con cui utilizziamo l’energia elettrica. È il modo più vecchio ed inefficace per affrontare problemi nuovi: gli stessi sostenitori delle centrali atomiche ammettono, infatti, che si tratterebbe di una tecnologia “di transizione”, sebbene l’impatto ambientale ed economico sia tutt’altro che proporzionato ai tempi di passaggio a cui sarebbe finalizzato.

Una risposta concreta alle proposte visionarie con cui il Governo italiano continua a sostenere il nucleare, l’ha data la Electrolux di Scandicci. Passata recentemente da produttore di elettrodomestici a costruttore di pannelli solari, l’azienda ha riassunto 370 dipendenti con lo stesso livello salariale e con la garanzia del posto di lavoro per 3 anni: una conferma reale che le risposte alla crisi ambientale, economica ed energetica si possono trovare solo nell’uso razionale dell’energia e con una produzione distribuita su piccola scala mediante l’uso di fonti rinnovabili. Costruire una centrale nucleare oggi per affrontare mutamenti climatici ed esaurimento delle fonti fossili di energia in non meno di dieci anni, significa solo buttare una quantità enorme di denaro e devastare per sempre pezzi preziosi della nostra terra sui quali dovranno essere costruite opere faraoniche ed irreversibili.

Che la caparbietà con cui il Governo italiano continua a sostenere la bufala del nucleare sia spiegabile solo con interessi economici a vantaggio di pochi e non esattamente con l’interesse generale del Paese?

di Giancarlo Terzano

28 dicembre 2009

Il pessimismo italiano è frutto della colonizzazione del paese



Qualche anno fa, credo, ho scritto nel vecchio blog un articolo che si intitolava “in morte di un amico”. Si riferiva ad una persona di una certa eta’ (credo che vada per i 70) che di recente ha smesso di lavorare nella sua officina per godersi il riposo della pensione. Il problema e’ che da quel momento e’ stato sottoposto agli strumenti piu’ mortiferi della cultura italiana contemporanea, che sono la politica e la cronaca. Decine di minuti al giorno di politica e cronaca hanno, come avevo temuto, avvelenato il suo cuore fino a trasformarlo in uno di quelli che chiamo “cantori di morte”.

Il cantore di morte passa tutto il tempo che ha a decantare “tutto il male che si sente oggigiorno” , elencando minuziosamente ogni cosa brutta , ogni disastro, ogni incidente, ogni crimine, e vedendo in loro i segni di un apocalisse senza speranze. Milioni di anziani, esposti a questa mostruosita’ mediatica, si sono trasformati in un orribile coretto sepolcrale, il quale canta la morte del paese, canta la fine di ogni speranza, la disperazione e l’attesa della morte.

Questo osceno, blasfemo vociare di vecchi in attesa della morte di fronte alla TV sta uccidendo un paese, sta cancellando la speranza, la volonta’, l’entusiasmo dagli occhi dei nostri figli, tanto che spesso molti giovani il cui spirito e’ stato inghiottito da questo abisso di fango si uniscono a loro volta al coro di morte.

Secondo questo orribile coretto della decomposizione umana , puzzolente di dentiera e piscio, non c’e’ speranza alcuna. Ogni cosa e’ corrotta e miserabile, e anche qualora si scorgesse qualcosa di buono nel paese, ci sarebbero sempre mille difetti con cui stritolare ogni speranza. Per queste carcasse ambulanti, ormai prive di futuro e vita, il paese ha lo stesso loro futuro: aspettare la morte di fronte alla TV. E finira’ di sicuro cosi’, se lascieremo che la loro oscena voce continui ad oscurare il cielo, volgendo ogni cosa alla rassegnazione ed alla disperazione.

Essi dicono di parlare cosi’ perche’ amano il paese, ma non bisogna farsi ingannare : essi amano un paese che non c’e', ne’ saebbero capaci di costruire, essendo votati solo alla morte e alla disperazione. Potete andare in giro per le citta’ con carta e penna; cio’ che vedrete forse non vi piacera’, ma esiste e qualcuno lo ha costruito. Segnate pure ogni cosa vedete, e scommetto quanto volete che nessuno di questi cantori di morte e’ tra quelli che hanno costruito, semmai erano troppo impegnati a criticare e a svilire per fare qualcosa di buono. Chi e’ contro e’ fuori, e chi e’ fuori non partecipa alla costruzione del futuro.

Essi dicono di amare il paese, ma quello che fanno e’ amare un paese che non c’e', e con questo pretesto odiano quello che c’e’.

Nulla di quanto esiste e’ buono , o anche soltanto accettabile, per i cantori di morte. Sentirete parlare di treni in ritardo mentre viaggiate su un treno in orario, sentirete parlare di malasanita’ da gente che e’ stata curata negli ospedali italiani, e anche qualora questi cantori di morte abbiano di fronte agli occhi qualcosa di buono, cosi’ da non poterlo negare, vi risponderanno che all’estero e’ meglio, quindi cio’ che abbiamo noi e’ una merda. Per definizione.

Essi dicono di dire la verita’, ma si tratta di una verita’ ben strana, nella quale un esempio di malasanita’ vanifica milioni di persone curate ogni anno, una sola ambulanza che non arriva in tempo vanifica il lavoro di milioni di persone , un solo treno in ritardo vanifica migliaia di treni in orario. E’ la verita’ della morte, la verita’ di chi non accetta un mondo dopo di lui, il futuro di una generazione di vecchi in attesa della morte di fronte alla TV.

Questo osceno coro, questa selva di bocche buie come tombe, questo fetore di morte che ci viene alitato sopra in continuazione sta uccidendo ogni speranza, spegnendo ogni luce, sta togliendo all’italiano il potere di pensare bene di se’ stesso.

Seguendo la triste litania cantata da queste carcasse, da questi traditori, persino molti giovani si sono convinti di essere condannati perche’ italiani, di essere condannati perche’ italiani, di essere segnati dal fatto di essere italiani che vivono in Italia, come se una maledizione incombesse sulla penisola, senza rendersi conto del fatto che la maledizione consiste proprio nel coro di coloro che cantano continui salmi di morte per il paese.

Si tratta di un male antico, la cui genesi posso riconoscere nelle parole di Palmiro Togliatti: «È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano»(1)

Su questo salmo di morte era incentrata la prima propaganda dell’opposizione italiana: far apparire il paese come una miserabile distesa di mandolinisti, incapace di funzionare da se’ tranne nel caso qualcuno non intervenga da fuori a dirigere le cose. Nella mente di Togliatti e della propaganda comunista si trattava ovviamente di Stalin , ma questa propaganda non era solo interesse dei comunisti.

Anche le potenze anglosassoni vincitrici avevano il medesimo interesse a sminuire e togliere la speranza agli italiani, cosi’ lasciarono fare alla propaganda del PCI. Ogni singolo difetto del paese veniva ingigantito, sviscerato ben piu’ di quanto si faccia in qualsiasi altro luogo del mondo, allo scopo di dare ai cittadini italiani la sensazione che senza il “nuovo sistema ” non ci fosse speranza, che tutto fosse vano, che non ci fosse alcun futuro.

Alimentare questa disperazione era, del resto, uno dei capisaldi della propaganda rivoluzionaria: ogni problema, anziche’ essere risolto, andava amplificato mediante la propaganda fino a diventare motivo di tensione estrema, estrema e violenta, in attesa dell’inevitabile scintilla che avrebbe fatto scoppiare l’agognata rivoluzione.

Dal lato anglosassone, questa propaganda era forse invisa nei fini, ma era assai utile come mezzo, dal momento che la stessa sfiducia e la stessa mancanza di speranze era utile per convincere le elite italiane ad abbandonare ogni residuo di italianita’ e convertirsi alla nuova religione del chewing-gum e delle barrette di cioccolato. Anche con l’aiuto della propaganda comunista e della sfiducia e della disperazione da essa portata nel paese, gli alleati poterono contare sulla “conversione” delle elite culturali ed economiche italiane: essi mandavano i figli a studiare all’estero, ascoltavano musica straniera come segno di superiorita’, e il processo era cosi’ penetrante che l’intellettuale pedofilo(2) Pier Paolo Pasolini, alla ricerca spasmodica della vera “italianita’ ” non sapeva indicare altro che non fosse l’italia piu’ ignorante ed arretrata; i ceti alti si erano gia’ convertiti alla nuova religione anglosassone.

L’oscena litania e’ continuata per 50 anni, al punto che i giornalisti si dividevano in due tipi diversi; quelli impegnati e di sinistra erano quelli che amplificavano , ingigantivano e svisceravano ogni piccola imperfezione del paese, trasformandola in una piaga epocale; gli intellettuali di sinistra si distinguevano dagli altri per le loro manie apocalittiche, ogni cosa non fosse voluta e guidata dal sole dell’avvenire (e da loro medesimi) era immancabilmente marcia e corrotta, segno evidente della fine.

Questo assurdo pessimismo divise il paese in tre parti.

I primi erano coloro che erano davvero imbevuti di questa orrenda propaganda antinazionale, e che aspettavano speranzosi il sole dell’avvenire, la rivoluzione e il nuovo mondo, cioe’ il socialismo reale. Essi ingigantivano e propagandavano ogni notizia maligna e avvilente, per aumentare la tensione nella speranza che una scintilla facesse scoppiare la rivoluzione.

L’altra parte era altrettanto convinta che il solo fatto di essere italiani e vivere in Italia fosse una maledizione senza uscita, ma non credeva nel sistema sovietico, identificandosi piuttosto con gli ariani del mondo , sforzandosi di imitare modelli di importazione, acquisendo una cultura per loro innaturale e incoerente con la propria storia; essi si trasformarono in quel mondo di intellettuali atlantici che predicavano allo stesso modo del PCI l’assoluta incapacita’ dell’italiano di fare qualcosa di buono se lasciato a se’ stesso(3), da cui la necessita’ di una guida anglosassone.

La terza categoria era fatta di coloro che per limiti culturali non potevano assorbire nessuna delle due propagande; come rappresentanti di un’Italia arcaica e passatista essi non avevano dubbi sulla possibilita’ degli italiani di continuare ad andare avanti secondo le usanze millenarie del paese, il vero problema erano proprio queli limiti culturali che li rendevano immuni dalla propaganda. Essi non capivano i comunisti quando disprezzavano usanze secolari, quelle stesse tradizioni ed usanze che avevano funzionato benissimo nello scandire la vita dei loro avi, dei loro nonni e dei loro padri. Nello stesso tempo non potevano capire questi mmericani, con le loro mode compulsive, le loro puttane e i loro vizi.

Sfortunatamente, proprio questi limiti facevano di loro il facile zimbello di chi voleva colpire l’italianita’: trasformati dai modelli anglosassoni o sovietici i ricchi, attratti i borghesi , i custodi dell’italianita’rimanevano proprio i ceti deboli, facili da sfottere, facile bersaglio di chi volesse deridere l’ italiano in quanto tale. Fortunatamente una forte base provinciale resisteva ancora, e la piccola borghesia , operosa fino al parossismo, era ancora conservatrice e limitata abbastanza da non sentire ne’ le sirene sovietiche ne’ quelle angloamericane.

Questo equilibrio tra i mondi duro’ fino agli anni del 1968. Inizialmente il PCI fu ostile a questa cultura che veniva pur sempre dal mondo anglosassone, ma poi si rese conto di come la “protesta” fosse un ottimo espediente per propagare anche tra i giovani e gli universitari la convinzione che nulla , in Italia , fosse degno di sopravvivere, che tutto fosse da cancellare, e che nella cultura italiana, nell’ italianita’, non ci fosse nulla di buono.

Dal punto di vista anglosassone fu importante perche’ diffondendosi tra i figli dei piccoli borghesi, dei negozianti e dei primi ceti medii, esso completava la colonizzazione culturale del paese. Tutti coloro che uscirono dal 1968 uscirono da un periodo nel quale si discuteva sul modello da sostituire all’italianita’, se quello sovietico, o piuttosto il maoismo, o la cultura angloamericana; la radice comune era la convinzione che nella cultura italiana tutto fosse comunque sbagliato, e che gli italiani se lasciati a se’ stessi non potevano fare nulla di buono, limitati dalla loro stessa italianita’.

Il tradimento verso il proprio paese fu di tale portata che solo i ceti davvero bassi rimasero portatori di quel che rimaneva dell’italianita’, ovviamente solo quella peggiore e degradata dei bassifondi; essi erano funzionali alla propaganda antinazionale , al punto che di fronte a qualcosa di buono le persone erano orgogliose di essere occidentali, mentre di fronte a qualcosa di brutto si vergognavano di essere italiane.

Questo cinquantennio di propaganda, che ha insegnato come qualsiasi cosa venga da fuori del paese sia migliore e come qualsiasi cosa all’italiana sia peggiore , ha condizionato le menti delle persone a tal punto da portarle ad un trasfer completo; persino dichiarare una banale evidenza come “l’Italia e’ un paese latino”, che per gli stranieri e’ lapalissiana, trova negli italiani sguardi perplessi. Ma come, i latini non sono sudamericani e spagnoli? L’opera di lavaggio del cervello e’ stata cosi’ radicale e profonda che e’ avvenuto quello che Freud chiamava Transfer, e l’italiano si autoattribuisce un’identita’ “occidentale” inesistente, rifiutando un’evidenza storica incancellabile, cioe’ quella di essere un paese latino.

Cio’ che nessuno si aspettava, pero’, era la rivincita di quelli che sembravano destinati alla scomparsa definitiva. Quei residui di italianita’ che tanto erano disprezzati, nel frattempo, si spezzavano la schiena di lavoro, diffidavano delle sirene proletariste come di quelle anglosassoni, entrambe viste come un nemico , perlomeno come crudeli signorotti snob che li additavano ad esempi di miserabile italianita’.

Abituati a lavorare sotto la frusta di padroni ben peggiori, abituati al disprezzo dei ceti piu’ alti, abituati ad essere additati quali residui arcaici del passato, gli ultimi autentici italiani rimasti nel paese si sono spezzati la schiena per cinquant’anni, come solo una classe sociale di servi sa fare. Ma lo hanno fatto in un’economia molto diversa da quella tradizionale. Abituati a vivere senza speranza hanno lavorato come bestie senza lasciarsi avvilire dalla propaganda , abituati ad essere chiamati ignoranti sono rimasti se’ stessi senza lasciarsi disturbare dal dileggio molto british delle classi dirigenti benvendute.

Oggi sono una massa furente di persone che non ha MAI accettato quella propaganda , che ha stretto i denti di fronte alla disperazione portata avanti dalla propaganda del PCI, sono una popolo che dell’italianita’ ha conservato la parte peggiore (del resto spettava ad altri conservare quella migliore, non e’ a loro che va attribuito questo fallimento) , ma rimangono oggi gli unici italiani presenti.

C’e’ una sola piccola sfortuna: abituati a stringere i denti e a lavorare , anche nel disprezzo delle classi superiori e nella disperazione apocalittica cantata dai ricchi intellettuali molto in voga tra i radicalchic, questi italiani si sono arricchiti. Lavorando come bestie, a denti stretti, hanno raggiunto lo status di “parte produttiva del paese”.

Essi sono rabbiosi, desiderano vendetta (o forse giustizia) per quasi sessant’anni di umiliazioni da parte di coloro che , in nome della nuova cultura (anglosassone o sovietica) li aveva disprezzati perche’ troppo italiani.

Oggi non e’ piu’ facile come un tempo deriderli, specialmente quando sono loro i titolari dell’azienda ove lavorano come precari i figli laureati di coloro che fino a qualche anno fa li schifavano come pezzenti. Perche’ questa e’ la verita’: quello che dispregiativamente oggi viene definito “la pancia del paese” e’ fatto da coloro che per mezzo secolo sono stati disprezzati dai “migliori”. I vostri preziosi figli che sanno l’inglese e hanno la cultura alta stanno facendo i precari , le vostre figlie colte e laureate stanno sculettando e facendo le escort per questi , gli ultimi italiani del paese, o meglio, quelli che non hanno mai tradito il loro paese.

Non sento le voci che li accusano di essere ignoranti; essi sono semplicemente la parte meno sviluppata del paese che ha avuto una rivincita economica; non era loro il compito di portare avanti la cultura alta; se essa e’ scomparsa lo si deve a chi con un colpo di spugna l’ha sostituita con la cultura dei vincitori. Loro hanno resistito a denti stretti, e se le classi alte avessero fatto lo stesso oggi la cultura italiana sarebbe sopravvissuta anche nelle sue componenti piu’ alte. Ma gli unici che stringevano i denti, lavoravano come bestie e tiravano dritto erano loro. Chi e’ causa del suo male, pianga se’ stesso.

Oggi, i cantori di morte hanno i giorni contati. Questi ultimi italiani sono rabbiosi, desiderano rifarsi di cinquant’anni di umiliazioni. Sono ricchi, e hanno i mezzi per andare al potere e mantenere il potere stesso. Non ascoltano le sirene disfattiste; se non capiscono il concetto, se anche non sanno analizzare la propaganda postsovietica delle sinistre , per istinto sanno riconoscere quella disperazione indotta contro la quale hanno lavorato e stretto i denti per anni. Per istinto sanno riconoscere quel sistema di sperpero vizioso che e’ il mondo anglosassone, e sanno prenderne solo la parte che gli interessa, cioe’ quella che va di moda. Ma rimangono uguali a se’ stessi, anche se dopo cinquant’anni a stringere i denti il loro sorriso sembra ormai un ringhio rabbioso.

Oggi i cantori di morte hanno i giorni contati, e non credo, in coscienza, che valga la pena salvarli.

Chi tiene un blog dovrebbe forse deriderli ed evidenziarne l’ignoranza, ma io non riesco. Non riesco perche’ vengono da una storia di classe che non assegna A LORO il compito di salvare la cultura alta. Se essa e’ scomparsa, la colpa non e’ loro. Loro hanno conservato cio’ che avevano, al punto che oggi sono gli unici italiani rimasti. Accuso semmai le elite di aver gettato da parte troppo frettolosamente la cultura italiana per piegarsi a quella dei vincitori.

Dovrei forse stigmatizzare la loro rabbia e la loro violenza interiore. Eppure quella rabbia e quella forza genuina hanno permesso loro di resistere a mezzo secolo di tortura sociale, un interminabile supplizio di esclusione e derisione messo in opera dal mondo “moderno” , dagli “emancipati”, una mostruosa macchina da umiliazione cui hanno resistito per decenni lavorando e stringendo i denti.

Dovrei avere paura della loro violenza. Ma non ne ho. Non so se uccideranno migliaia o milioni, e onestamente non mi interessa. Chi oggi fa parte del coro dei cantori di morte e’ gia’ morto nello spirito, e rappresenta solo una carcassa che cammina; nel fallimento del sistema culturale ed economico anglosassone quelli che sono stati i padroni del paese hanno partorito e mandato a scuola i futuri schiavi, e i figli dei colti e degli emancipati andranno ad elemosinare uno stipendio da fame dai nuovi ricchi, le loro figlie andranno a prostituirsi dai nuovi padroni, i vecchi italiani, che frusteranno i loro figli colti e laureati e scoperanno le loro figlie bilingui con il piacere che viene dalla rivincita. Come biasimarli?

Ho ancora in mente la lettera di Celli, e so che cosa spero, nel profondo del cuore. Spero che venga cancellato fisicamente dalla storia del paese, che la violenza e la rabbia degli ultimi italiani si alzino e gridino “TACI!” a quel cantore di morte e disperazione che vuole spegnere le ultime luci negli occhi dei giovani , che glielo gridino con la forza dei giusti, e perche’ no, anche con la violenza degli oppressi.

Spero che questa “pancia del paese” divenga sempre piu’ forte, e che il loro stringere i denti si trasformi in un sorriso capace di gelare il sangue nelle vene al vecchio, a quell’Italia di importazione british, a quegli intellettuali di importazione sovietica, ai loro figli, ai loro nipoti.

Non penso sia giusto ne’ morale impedire agli ultimi italiani di riprendersi il proprio paese e di viverci, schiacciando quelle intellighenzie vendute e succubi dei vincitori della seconda guerra mondiale. Un secolo fa. E ancora non se ne vanno.

Le classi sociali piu’ disperate sono state la riserva indiana ove si sono salvati gli ultimi italiani. Oggi quelle classi sociali , grazie ad un lavoro sovrumano, sono riuscite a diventare la pancia del paese e ad andare al governo. Onestamente, devono rimanerci. Perche’ se lo sono meritato, e perche’ se ancora distinguiamo un italiano da un gallese lo dobbiamo a loro.

Il paese e’ loro. Se lo sono guadagnato.

So che prima o poi metteranno a tacere con la forza questi cantori di morte e disperazione. So che tapperanno con il piombo la bocca a tutti quelli che oggi cantano come se fosse una vittoria ogni male del paese, per attribuirlo a qualche odiato avversario politico.

Onestamente, dopo i cinquant’anni di tortura sociale che hanno subito, non riesco a non vedere una giustizia in tutto questo.

Personalmente, volgero’ gli occhi dall’altra parte. Non sono disposto ad accettare la violenza dei cantori di morte, perche’ so che si tratta di una violenza fine a se’ stessa, di gente che sa solo cantare la fine del paese ma e’ incapace di costruire qualsiasi cosa.

Ma nei confronti della violenza di chi e’ stato vittima di cinquant’anni di tortura sociale , di derisione, di umiliazione , di emarginazione dai “salotti buoni”, non riesco ad avere pregiudizi.

Vogliono censurare il web e tutti si inalberano; dove eravate quando a loro, la pancia piena(4) del paese oggi al governo, non veniva permesso di aprire bocca perche’ non parlavano con accento abbastanza british, perche’ non erano laureati, perche’ portavano nella voce e nel corpo i segni di una vita di lavoro? Non li avete forse zittiti , derisi, emarginati da ogni dibattito per cinquant’anni, questi “ultimi italiani”? Ora sono diventati ricchi, e potenti, e ora zittiranno voi. Non riesco a vederci nulla di male.

C’e’ violenza e violenza. E quella delle ex vittime si chiama giustizia.

(1)XVI Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Mosca.

(2) Omosessualita’ e pedofilia sono due cose distinte. Proprio per questo Pasolini va definito pedofilo, e non omosessuale. Di lui si conoscono le frequentazioni di ragazzini giovani, ma non si conosce alcun amore per persone adulte dello stesso sesso. Se andiamo gridando che omosessualita’ e pedofilia siano cose diverse e distinte, allora Pasolini era un pedofilo, e non un omosessuale. Potrei sbagliare: mi si mostri allora un fidanzato/compagno di Pasolini, di lui almeno coetaneo.

(3) In realta’ sia angloamericani che sovietici ingerivano pesantemente nella politica italiana , per cui non lo sapremo mai, dal momento che l’ Italia fu tutto, tranne che “lasciata da sola”.

(4) Sono sempre stati, in fondo, la pancia del paese. Prima degli anni ‘80, erano la pancia vuota. Oggi sono la pancia piena. Curioso come un capovolgimento economico stravolga la cultura e la politica. E forse anche la storia.

by Uriel

La verità sulla borsa




Nessuno riesce più a capire perché la borsa continui a progredire, mentre tutti gli indicatori sono in rosso (il più importante è la disoccupazione). I media definiscono “ripresa” questo fenomeno. La Banca mondiale, del resto, aveva stimato il ribasso del PIL mondiale del 3% per il 2009. Fonte: “Ribasso del 3% del PIL mondiale nel 2009” — leJDD.fr

Ora, il Dow Jones è passato da 8577 punti, il 15 ottobre, a 10.000 punti il 14 ottobre 2009, vale a dire più del 16% in piena crisi. Abbiamo quindi –3% per l’economia reale e + 16% per la borsa, strano no?

Una piccola spiegazione (di natura tecnica) è quindi d’obbligo.

I. I topi abbandonano la nave

Gli ‘Insiders’, cioè i responsabili delle imprese americane abbandonano la nave. Vendono a più non posso le loro azioni! Per mascherare questo fatto, Goldman Sachs che rappresenta più del terzo del volume dei titoli negoziati del NYSE (New York Stock Exchange) falsa i mercati grazie al trading “quantistico” o algoritmico. Questi scambi si effettuano con elevata frequenza su piccoli blocchi negoziati in permanenza tra un numero ristretto di fondi quantistici e di programmi di trading.

Laurent Useldinger, presidente di Ullink, une società che fornisce soluzioni di trading e di connettività FIX (Financial Informations Xchange) spiega così il trading quantistico: “Si ritiene che un trader che possiede strumenti algoritmici tratti un numero di ordini dieci volte superiore a un’operazione eseguita manualmente”

Sono tutte chiacchiere ovviamente, scollegate da ogni realtà economica!


II. La verità sulla borsa

Il NYSE, New York Stock Exchange che si chiama “Wall Street” o Borsa di New York, è la più grande borsa mondiale. Nel luglio del 2009, Goldman Sachs rappresentava un terzo dei volumi di scambi (program trading) e i 3 protagonisti principali (Goldman Sachs, Crédit Suisse e Morgan Stanley) rappresentavano, quanto a loro, il 63,6%. Ne è la prova il grafico “la verità sulla borsa” sul mio blog. Certo, tutto ciò è trading “quantistico”, un’aberrazione del mercato. Philippe Béchade nella ‘cronaca Agora’ fornisce un’eccellente analisi (fonte: Programmi di trading e manipolazione di corsi).


“Per chi nutrisse ancora dubbi, il comportamento ‘robotico’ del mercato prova in modo eclatante che non esiste più alcun contropotere reale di fronte alle macchine. I programmi di trading automatizzati regolano con precisione geometrica l’angolo di progressione del canale ascendente. Una volta bloccato l’indice al rialzo implicito (azioni, indici, materie prime) una serie di opportunità infinite viene offerta agli operatori. Possono arbitrare in tempo reale l’insieme delle categorie di derivati: opzioni, warrants, CFD (Contract for difference), contratti su indice.

Il crollo della volatilità consecutivo alla scomparsa di ogni correzione tecnica—ecco ancora un fenomeno che dimostra che ogni psicologia umana è cancellata dai computers senza pietà—tenderebbe a dimostrare che gli operatori ostentano una fiducia assoluta in un contesto in cui corso della Borsa e congiuntura sono totalmente scollegati.” Inoltre, il 30 giugno 2008, l’OCC (Comptroller of the currency, l’autorità del governo che tutela le banche) dichiarava che gli Stati Uniti possedevano 182.100 miliardi di dollari di prodotti derivati (delle metastasi); ora, qualche mese fa, l’ultimo rapporto fatto era di 20.000 miliardi di dollari (controllati da 5 banche). Nel momento in cui si parla di regolamentare la finanza, 20.000 miliardi di dollari sono stati creati in 1 anno, cioè una volta e mezzo il PIL degli Stati Uniti (tabella pagina 12).

La crisi sistemica attuale, che è il canto del cigno del nostro sistema economico, ci dimostra che le teorie economiche sono obsolete.

Paul Krugman che è rimasto indietro, si chiede ancora come gli economisti abbiano fatto a sbagliare fino a questo punto.

Eppure è semplice, le teorie economiche non si sono evolute allo stesso ritmo della finanza. Quest’ultima, grazie all’aiuto della matematica e delle pressioni politiche, ha saputo creare un gigantesco ‘casinò planetario’ con somme che superano 10 volte il PIL mondiale. Peggio ancora, la maggior parte di queste decine di migliaia di miliardi di dollari, sono direttamente legate ai debiti.

Tutte le teorie economiche vanno quindi a pezzi: quelle sul valore, sulla relazione capitale/lavoro ecc. ecc.

“Era inevitabile che fatti così gravi accadessero” dichiarava Benoît Mandelbrot, matematico e inventore dei frattali, poiché questo sistema è matematicamente condannato. Sta morendo in questo stesso istante, è arrivato il tempo di un nuovo paradigma, di una nuova visione del mondo, in effetti, che deve escludere i “signori feudali” che tentano di bloccare definitivamente il sistema a loro vantaggio.
di Gilles Bonafi

26 dicembre 2009

Il parlamento mediatico ha cambiato la politica


Negli ultimi quarant’anni è avvenu­ta una rivoluzione culturale. Pri­ma la cultura era una piramide al cui vertice c’erano i grandi filosofi, gli stu­diosi, i registi, i romanzieri che studia­vano, analizzavano la vita umana e in­dicavano mete e valori. Le loro opere, i loro libri venivano letti e discussi dalle persone colte e da esse il sapere si river­sava su tutta la popolazione in pubblici dibattiti, nei quotidiani, alla radio, alla televisione. Essi potevano avere posizio­ni politiche diverse, ma avevano una ba­se culturale comune per cui si rispetta­vano e si capivano.

Oggi la piramide culturale è scompar­sa, al suo posto c’è un grande palcosce­nico mediatico formato dalle televisioni e, a distanza, dai quotidiani e dal web. In questo palcoscenico i protagonisti so­no i grandi conduttori televisivi, i politi­ci ed i commentatori politici importan­ti, i divi dello spettacolo e dello sport, alcuni intellettuali e gli specialisti del gossip. Vi entrano poi, volta per volta, i personaggi che balzano alla ribalta del­la politica, della letteratura, del cine­ma, della cronaca nera e di quella scan­dalistica. Sono un migliaio di persone, che ritroviamo dappertutto, negli spet­tacoli come nei talk show dove si invita­no a vicenda. Le riviste femminili com­pletano il quadro parlando dei loro amo­ri, divorzi, figli e amanti.

Queste persone costituiscono un vero e proprio «parlamento mediatico» in cui si espongono idee, si sostengono opi­nioni, si affermano valori, si propongo­no modelli di comportamento in tutti i settori: politica, arte, scienza, educazio­ne, medicina, spettacolo. È avvenuto un immenso processo di «democratizza­zione e massificazione» della cultura. In questo «parlamento mediatico» vi sono molti centri di potere che competo­no fra loro e prevale chi ha più audience così come nelle elezioni politiche preva­le chi ha più voti. Alcuni leader di que­sto «parlamento» hanno un potere di influenzamento molto più alto di un mi­nistro dei Beni culturali o della Pubbli­ca istruzione, ma nessun politologo ha mai fatto uno studio di questo potere e nessuno sa dirci che fondamento di le­gittimità abbia. Ed è peccato perché in questo modo non riusciamo a capire chi conta veramente nella cultura italiana e ne ha la responsabilità. Togliamoci co­munque dalla mente l’illusione che al vertice ci sia ancora l’alta cultura o l’università o gli uomini politici che ne sono diventatati essi stessi ormai total­mente prigionieri.

25 dicembre 2009

Buon Natale


Auguri a Tutti,
speranze per un futuro migliore siano seminate nelle menti fertili.
by Leon

24 dicembre 2009

Israele ammette: rubati gli organi ai palestinesi morti

bustedrabsAll'inizio di settembre un articolo del giornale svedese Aftonbladet aveva scatenato una crisi diplomatica tra Svezia e Israele. Nell'articolo i parenti di un palestinese denunciavano che gli israeliani avevano restituito il cadavere del loro caro dopo averne prelevato degli organi e che il loro caso non era unico.

Immediatamente da Israele si alzò un fuoco di sbarramento feroce che definì "antisemita" il giornale, la Svezia e chiunque prestasse orecchio ad accuse immaginarie. Oggi invece sappiamo che le "l'immaginario furto d'organi" è stata pratica comune in Israele per oltre dieci anni. A ridurre, solo parzialmente, l'orrore si è venuto a sapere che l'istituto forense israeliano Abu Kabir, non ne faceva questione di nazionalità, rubava gli organi senza consenso sia ai cadaveri dei palestinesi che a quelli degli israeliani che transitavano dalla struttura per le autopsie. L'istituto era l'unico istituto di medicina legale del paese ed è al centro di un clamoroso scandalo che riguarda proprio un traffico internazionale d'organi a pagamento (nelle foto la retata negli Stati Uniti).

Alcuni parenti di soldati israeliani morti hanno fatto causa all'istituto fin dal 2001, possibilità per ora negata ai parenti delle vittime palestinesi, perché gli espianti sui palestinesi erano negati dl governo israeliano. Il dottor Hiss, nonostane le pesantissime accuse che comprendevano altre irregolarità (tra le quali una collezione di teschi umani e l'aver taroccato l'autopsia di Rabin), è stato assolto da ogni accusa e protetto dal governo, motivo dell'assoluzione è che Hiss non avrebbe tratto profitto dai suoi reati, perché "il suo unico interesse era l'avanzamento della ricerca scientifica". Una giustificazione ccettabile e imbarazzante che si è già sentita nel passato, Hiss continua ancora oggi a lavorare come patologo nella stessa struttura e il governo, difendendolo, ne ha condiviso implicitamente l'operato.

L'ammissione è contenuta in una intervista del 2000 all'allora capo dell'istituto Jehuda Hiss, al canale televisivo israeliano Channel 2 TV, intervista che poi non è mai stata mandata in onda, conservando il segreto su questo modo criminale di procedere fino a ieri. L'intervista è andata in onda questo fine settimana e non perché in Israele si stia decidendo una nuova e discussa disciplina dei trapianti, per la quale i donatori di organi acquisirebbero la precedenza nei trapianti sui non donatori.

È stata Nancy Sheppard-Hughes, l'accademica statunitense che aveva intervistato il professor Hiss nel 2000, a decidere di rendere pubblica l'intervista proprio per la delicatezza delle questioni sollevate dall'articolo di Aftombladet. Secondo Sheppard-Hughes l'intervista dimostra che non esisteva un accanimento razzista sui corpi dei palestinesi, ma non si può mancare di notare che nell'esercitare la pratica sui palestinesi i medici israeliani hanno infranto leggi e norme che vanno oltre la deontologia professionale, visto che Israele non poteva esercitare alcuna sovranità sui corpi degli "stranieri" e ancora meno su quelli dei nemici uccisi in combattimento o durante i numerosi episodi di repressione ai danni della popolazione palestinese. Al seguito dell'intervista nessuno ha più avuto il coraggio di smentire nulla, anche perché è arrivata anche la stringata ammissione ufficiale dell'esercito "quelle pratiche hanno avuto luogo" a mettere la parola fine sulla questione.

aftonSe il furto d'organi avesse interessato solo i corpi di cittadini israeliani lo scandalo avrebbe avuto una dimensione esclusivamente nazionale, ma ora che si è saputo che il traffico si estendeva ai corpi dei palestinesi la questione diventa un problema di natura necessariamente internazionale e chiama in causa le responsabilità dei vertici del governo israeliano. Responsabilità relative a crimini gravissimi compiuti nei confronti di una popolazione sotto regime d'occupazione militare, ce n'è abbastanza per un'altra causa per crimini di guerra contro i governi israeliani dell'epoca.

Uno scandalo e un colpo all'immagine che non potrà certo risolversi dando dell'antisemita a caso, ma anche una rivincita del quotidiano a del giornalista svedese che a settembre erano finiti nella bufera, costretti poi a precisazioni pelose per quietare l'assalto della propaganda israeliana e deflettere l'accusa di antisemitismo, portata rabbiosamente e a gran voce da blog e testate filo-israeliane, arrivando a parlare di "matrimonio all'inferno" tra l'Aftonbladet e Hamas. In Italia non era andata molto meglio e nessun politico aveva difeso il diritto di cronaca di fronte alla furia dei soliti noti, che erano giunti a chiedere il boicottaggio dell'IKEA contro i cattivi antisemiti.

Oggi, mentre Google News restituisce oltre un migliaio d'articoli sulla clamorosa conferma, la versione italiana offre solo sei risultati, nessuno dai maggiori quotidiani e nessuno che ricordi l'iniziativa di Fiamma Nirenstein (deputata del PDL con cittadinanza israeliana) che da sola causò un piccolo incidente diplomatico tra Italia e Svezia, approfittando della sua posizione in Commissione Esteri per dare dell'antisemita agli svedesi in nome del governo italiano. Nessuno è corso neppure ad intervistare il ministro degli esteri Frattini, che aveva dismesso come false le notizie pubblicate da Aftonbladet.

Ancora una volta l'uso sistematico dell'accusa di antisemitismo da parte della propaganda israeliana si è rivelato efficace nel ridurre al silenzio le voci critiche con Israele, ma ancora una volta l'accusa si è dimostrata falsa, un'offesa e un insulto alla verità. Chi non ha ragioni da opporre, può ricorrere solo all'insulto, da tempo Israele è ridotto a poter usare solo l'espediente dell'accusa di antisemitismo perché di ragioni nel reprimere e cacciare i palestinesi nei territori, etiche o legali che siano, non ne ha più alcuna.

by Mazzetta

I banchieri? Un danno per la società "Vale di più l'operatore ecologico"


L'analisi e la proposta degli economisti della New economics foundation (Nef). "Collegare gli stipendi al contributo di benessere che un lavoro porta alla comunità"

Vale più un addetto alle pulizie, soprattutto se in ospedale, che un banchiere. In più, il secondo crea anche problemi alla società. Sembra tanto l'affermazione fatta da un qualsiasi avventore di bar e invece è la conclusione della ricerca elaborata dal think tank della New economics foundation (Nef), un gruppo di 50 economisti famosi per aver portato nell'agenda del G7 e G8 temi quali quello del debito internazionale.

Il Nef ha calcolato il valore economico di sei diversi lavori, tre pagati molto bene e tre molto poco. Un'ora di lavoro di addetto alle pulizie in ospedale, ad esempio, crea dieci sterline di profitto per ogni sterlina di salario. Al contrario, per ogni sterlina guadagnata da un banchiere, ce ne sono sette perdute dalla comunità. I banchieri, conclude il Nef, prosciugano la società e causano danni all'economia globale. Non bastasse questo, valutano ancora gli economisti impegnati in un'etica della finanza, i banchieri sono i responsabili di campagne che creano insoddisfazione, infelicità e istigano al consumismo sfrenato.

"Abbiamo scelto un nuovo approccio per valutare il reale valore del lavoro - spiega il Nef nell'introduzione alla ricerca - . Siamo andati oltre la considerazione di quanto una professione viene valutata economicamente ed abbiamo verificato quanto chi la esercita contribuisce al benessere della società. I principi di valutazione ai quali ci siamo ispirati quantificano il valore sociale, ambientale ed economico del lavoro svolto dalle diverse figure".

Un altro esempio che illustra bene il punto di partenza del Nef è quello della comparazione tra un operatore ecologico e un fiscalista. Il primo contribuisce con il suo lavoro alla salute dell'ambiente grazie al riciclo delle immondizie, il secondo danneggia la società perché studia in che modo far versare ai contribuenti meno tasse.

"La nostra ricerca analizza nel dettaglio sei lavori diversi - si legge ancora nell'introduzione - scelti nel settore pubblico e privato tra quelli che meglio illustrano il problema. Tre di questi sono pagati poco (un addetto alle pulizie in ospedale, un operaio di un centro di recupero materiali di riciclo e un operatore dell'infanzia), mentre gli altri hanno stipendi molto alti (un banchiere della City, un dirigente pubblicitario e un consulente fiscale). Abbiamo esaminato il contributo sociale del loro valore e scoperto che i lavori pagati meno sono quelli più utili al benessere collettivo".

La ricerca, infine, smonta anche il mito della grande operosità di chi ha lavori ben retribuiti e di grande prestigio: chi guadagna di più, conclude il Nef, non lavora più duramente di chi è pagato poco e stipendi alti non corrispondono sempre a un grande talento. Eilis Lawlor, portavoce della Nef, ha voluto però precisare alla Bbc: "Il nostro studio vuole sottolineare un punto fondamentale e cioè che dovrebbe esserci una corrispondenza diretta tra quanto siamo pagati e il valore che il nostro lavoro genera per la società. Abbiamo trovato un modo per calcolarlo e questo strumento dovrebbe essere usato per determinare i compensi".
tratto da Repubblica

23 dicembre 2009

11/9: il volo AA77 non può essere stato dirottato

Documenti declassificati mostrano che la portiera della cabina è sempre rimasta chiusa a chiave. Sarebbe dunque stato impossibile per i dirottatori entrarvi o fare uscire il pilota durante il volo.

Secondo il rapporto della commissione presieduta da Kean-Hamilton, il volo AA77 sarebbe stato dirottato da alcuni pirati dell'aria l'11 settembre e si sarebbe schiantato contro il Pentagono.

Il rapporto precisa che il dirottamento sarebbe avvenuto tra le 8:51 (ora dell'ultimo contatto radio) e le 8:54 (ora in cui l'aereo cambia rotta); che, essendosi interrotto il contatto col transponder, le traccie dell'apparecchio sono state perse alle ore 8:56. Solo alle ore 9:32, l'aviazione civile nota un aereo in prossimità di Washington, che viene identificato, per deduzione, essere il volo AA77.



Il rapporto precisa altresì che le due passeggere Renée May e la giornalista Barbara Olson hanno indicato per telefono ai loro cari il fatto che sull'aereo ci fossero 6 dirottatori (e non cinque) armati di taglierini. Secondo la testimonianza di Ted Olson, procuratore generale degli Stati Uniti, sua moglie avrebbe precisato che i passeggeri sarebbero stati raggruppati nella parte finale del Boeing, e gli avrebbe chiesto quali istruzioni trasmettere al capitano, il quale si trovava con lei.

Le testimonianze dei passeggeri sono già state invalidate dall'indagine dell' FBI, al momento del processo Moussaoui. In quella occasione, è stato stabilito come non fosse possibile, al tempo, effettuare telefonate da una tale altitudine e che, del resto, non vi era traccia di queste conversazioni nei rilevamenti delle compagnie telefoniche.

I documenti del National Transportation Safety Board (NTSB), nuovamente declassificati su richiesta dell'associazione « Pilot for 9/11 Truth », fanno risultare la registrazione del parametro « CI » intitolato « Flight Deck Door ». Quest'ultimo mostra che la portiera della cabina è rimasta chiusa a chiave. Sarebbe dunque stato impossibile entrarvi o farne uscire il pilota durante il volo.

In queste condizioni, solo il comandante Charles F. Burlingame e il copilota David Charlebois si trovavano nella cabina nel momento in cui l'aereo ha cambiato rotta.

Il comandante Charles F. Burlingame era un ex-pilota di caccia della Navy. E' stato portavoce del Pentagono durante l'operazione Tempesta del deserto. E' ugualmente stato responsabile di un esercizio di simulazione che metteva in scena il possibile schianto di un aereo di linea sul Pentagono. In virtù di una legge ad hoc, i suoi presunti resti sono stati inumati nel prestigioso cimitero militare d'Arlington, seppure la sua sia stata considerata una morte in vesti civili. Sua sorella Debra Burlingame co-presiede assieme a Liz Cheney (figlia del vice-presidente Dick Ceney) l’associazione Keep America Safe.
di Reseau Voltaire

21 dicembre 2009

Chi ha ucciso l’economia?

Qualcuno di voi sa perché il senatore repubblicano e texano Phil Gramm merita un posto nella storia?

Se proprio non ricordate qualcosa, prendetevela con i giornali. Perché è davvero difficile che una persona non addetta ai lavori sappia o ricordi che cosa stabilì il Gramm-Leach-Bliley Act, approvato nel 1999 negli Stati Uniti d’America. Eppure, se si dovesse indicare un singolo evento per spiegare la drammatica crisi finanziaria che stiamo vivendo oggi, l’entrata in vigore della proposta che recava come prima firma quella del senatore repubblicano e texano Phil Gramm rappresenterebbe una delle scelte più azzeccate.

È in quel momento, infatti, e anche grazie a ben due iniziative di Gramm, dopo anni di battaglie a favore della deregolamentazione e del liberismo più spinti, che gli Usa, e di conseguenza anche il mondo, decidono di mettere da parte una delle lezioni tratte dalla crisi delle borse del 1929, dagli errori commessi nell’affrontarla e dalle dolorose conseguenze per le economie di tutto il pianeta. A cominciare dalla lunga fase della depressione,
dai salvataggi pubblici a ripetizione, dall’incertezza e dalla sofferenza per innumerevoli famiglie. Senza contare le ripercussioni politiche che lo shock ebbe nella Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.

La prima lezione del 1929 riguarda il protezionismo: mai rispondere ad una crisi finanziaria con l’innalzamento delle barriere tra paese e paese.
Invece di fornire il respiro necessario alla ripresa, un atteggiamento di chiusura riduce l’attività, crea un avvitamento.

La seconda lezione riguarda la liquidità: nel fronteggiare una crisi finanziaria il rigore nella distribuzione della moneta rischia di essere mortale, perché sottrae preziose munizioni alle banche, la cui crisi – considerate le innumerevoli connessioni con i diversi attori dell’economia – può far saltare l’intero sistema, comprese le industrie sane e le famiglie. Di queste lezioni si è fatto tesoro nel momento di affrontare altre difficoltà.

Nel 1987, quando gli indici azionari di Wall Street calano in un solo giorno del 23 per cento, la Federal Reserve, la banca centrale degli Usa, fornisce al mercato la liquidità necessaria per evitare ulteriori danni.

Nel 1989, di fronte al fallimento del sistema delle casse di risparmio, il governo federale Usa interviene prontamente per un salvataggio pubblico. Quando scoppia la bolla di Internet e soprattutto dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, nel settembre del 2001, Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, taglia i tassi di interesse per rendere il denaro da prendere in prestito sempre meno caro.

Lo stesso si sta facendo oggi.

La lezione dimenticata riguarda invece le regole ed i controlli sulle banche.

Negli anni Trenta, l’esperienza fatta con la crisi porta gli Usa e molti altri paesi ad adottare un nuovo modello di sistema creditizio, basato su tre punti fermi: controllo sulle aziende di credito; netta divisione tra banche commerciali, che raccolgono i depositi dei clienti normali, e banche d’affari, che fanno credito a lungo termine alle industrie; limiti ferrei nel possesso di quote societarie delle industrie da parte delle banche e viceversa.

Due esempi per tutti: nel 1933 la legge Glass-Steagall negli Usa e, nel 1936, la legge bancaria italiana.

In parole povere, il comportamento delle banche e degli operatori finanziari aveva provocato un tale disastro, a cominciare dalla perdita dei posti di lavoro per finire con la necessità di intervenire con numerosi salvataggi pubblici (in Italia portò alla nascita dell’Iri), da suggerire rigore, controlli e grande prudenza.
Questo atteggiamento non viene meno con la guerra. Anzi, sul finire del secondo conflitto mondiale, l’idea che siano necessarie regole, controlli, certezza della stabilità e presenza forte dello Stato viene utilizzata non solo nel settore bancario, ma per tutta l’economia, a cominciare dal punto fondamentale: la moneta.

Nel 1944, a Bretton Woods, viene concordato un nuovo ordine monetario mondiale che stabilizza i cambi mettendo al centro del sistema il rapporto fisso tra dollaro e oro.
Il sistema delle regole e dei controlli, da un lato per le banche e le società finanziarie, dall’altro per le monete, garantisce per alcuni decenni una sostanziale stabilità all’economia mondiale. Poi, in due distinte fasi, viene ribaltato.

In una prima fase viene superato il sistema dei cambi. Nella notte tra il 14 ed il 15 agosto del 1971, il presidente Usa, Richard Nixon, dichiara unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro, permettendo così agli Usa – appesantiti dalle spese per sostenere la guerra nel Vietnam – di affrontare le nuove difficoltà senza l’impaccio delle regole monetarie.

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, prima con il presidente Ronald Reagan e sulla spinta della scuola degli economisti di Chicago, ma poi anche con le amministrazioni repubblicana di Bush padre e democratica di Bill Clinton, negli Usa e nel resto del mondo prende il via un’ulteriore fase: togliere tutte le briglie all’economia, per farla correre sempre di più. Una spinta che si incrocia con la rivoluzione tecnologica, con lo sviluppo di nuove tecniche di ingegneria finanziaria; e alla fine degli anni Ottanta anche con il crollo del sistema sovietico.

Deregolamentazione e privatizzazione diventano parole d’ordine nel mondo intero, compresa l’Italia, dove l’enorme debito pubblico e l’immobilismo dei mercati provocati dalle numerose situazioni di monopolio impongono negli anni Novanta di vendere i gioielli di famiglia, di privatizzare l’enorme apparato pubblico composto dalle banche e dalle industrie controllate dallo Stato e di liberalizzare alcuni segmenti dell’economia, come energia, comunicazioni, trasporto.
In quel momento l’idea dominante, anche se non generalizzata, è che il capitalismo libero da ogni controllo è e sarà la scelta migliore. Ed è a questo punto che entra in scena prepotentemente Phil Gramm. Nel 1999 la legge Gramm-Leach-Blibey abolisce la vecchia legge Glass-Steagall del 1933. L’anno dopo lo stesso senatore Gramm, sponsorizzato da tutti i più importanti operatori di Wall Street, riesce a far passare un emendamento all’interno di una corposa legge finanziaria in discussione negli ultimi mesi della presidenza di Bill Clinton. Titolo: Commodity Futures Modernization Act (Cfma). Il provvedimento viene firmato da Clinton il 21 dicembre del 2000. Ed è una bomba ad orologeria: il Cfma sottrae quasi per intero i prodotti finanziari cosiddetti derivati alla regolazione e alla sorveglianza sia della Sec, la Commissione che vigila in Usa sui titoli e sulla borsa, sia della apposita commissione di controllo sui future.

È grazie a questa seconda fase di deregolamentazione che si sono potuti moltiplicare, e senza eccessivi controlli, i prodotti finanziari derivati trattati fuori dalle borse: dal 2000 al 2007 si è passati da un valore stimato
pari a 100 trilioni di dollari a 600 trilioni. Una cifra gigantesca, che equivale a un multiplo del Prodotto interno lordo del mondo intero. E le garanzie? Di fatto, tutto viene ritenuto possibile sulla base dell’idea che il mercato abbia al proprio interno, per sua natura, meccanismi di sicurezza.

Ma anche nella presunzione che le grandi banche di investimento rimaste negli Usa fuori dal controllo stringente della Federal Reserve, così come i nuovi, raffinati ingegneri della finanza, siano ormai così bravi da garantire da soli, senza bisogno di lacci e lacciuoli, il miglior funzionamento del mercato e la sicurezza degli investimenti. Lehman Brothers, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley, Merrill Lynch, insomma il Gotha della finanza mondiale: avrebbero fatto crescere tutti e garantito tutti con il proprio nome, la propria storia, l’indiscussa bravura. Un esempio per tutti.

Il fatto straordinario è che di questi passaggi, delle iniziative legislative con le quali Gramm, ma potremmo dire anche Bill Clinton, smontarono il sistema dei controlli che fino ad allora avevano fatto degli Stati Uniti uno dei paesi più trasparenti e sicuri dal punto di vista finanziario, tranne poche eccezioni, non ne parla nessuno. Se ne trova qualche traccia negli articoli di Luciano Gallino su Repubblica, in un articolo di Roberto Seghetti su Panorama e appena una citazione in un paginone pubblicato da La Stampa (ma Gramm è l’unico ad essere citato senza foto) con la lista di tutti i possibili colpevoli.

La ragione? Ve ne sono diverse.

Sicuramente, pesa un po’ di ignoranza. È più semplice parlare delle persone più conosciute, di coloro sui quali trovi montagne di ritagli negli archivi. Uno di questi è Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, altro colpevole, certamente, ma appunto più conosciuto perché è stato in primo piano sul palcoscenico mondiale ed è un personaggio che i giornali di tutto il mondo hanno amato o odiato.

Un altro motivo può essere la mancanza di teatralità, si potrebbe dire di colore, di un eventuale articolo su uno sconosciuto senatore texano.

Ma forse c’è qualcosa di più. Forse ha giocato un ruolo decisivo anche il comodo appoggiarsi alla vulgata dei più togati commentatori, economisti, banchieri, grandi industriali, esperti di vario genere, tutti d’accordo in fondo che non occorra dar troppo fastidio a coloro che fanno affari.
Perché prendersela con Gramm o con Bill Clinton, se per tutti resta necessario lasciare ai banchieri, ai finanziari, agli industriali mani libere?

Leggete bene i nostri quotidiani: guai a coloro che pensano di reintrodurre controlli veri, ficcanti, sui movimenti di denaro. Di che cosa si discute nei fondi e negli editoriali dei principali quotidiani nazionali in mezzo alla crisi provocata dalla voracità e dalle malefatte dei finanziari e dei banchieri di mezzo mondo, crisi che stiamo pagando tutti? Della riforma dei contratti di lavoro, della riforma delle pensioni, della flessibilità del mercato del lavoro e della necessaria protezione per coloro che, per salvare le imprese, bisognerà buttare fuori dall’impiego. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in altri momenti fautore di una politica considerata dall’opposizione fantasiosa, oggi cita regole, controlli, ritorni a un’occhiuta vigilanza, e se la prende con i banchieri e i finanziari. I giornali ne riportano le dichiarazioni, con enfasi. Ma poi si fermano lì, non vanno a fondo.

Come dire, nella stampa italiana, controllata dai maggiori gruppi bancari, finanziari e industriali del paese, così come sui mezzi dei principali paesi ricchi, sembra che sia disdicevole proporre di rendere gli affari davvero trasparenti. Pensosi fondi avvertono i rischi di un’eventuale nazionalizzazione delle banche (che priverebbe gli azionisti dei loro poteri) e invocano invece la salvezza con un esborso massiccio di risorse sottratte ai contribuenti.
Si continuano a sparare titoli a tutta pagina contro la criminalità organizzata. Ma si continua anche a guardare con comprensiva partecipazione l’industriale o il banchiere che ha aggirato le regole (notizia che finisca a pagina 35).

È in questo contesto, insomma, che nasce il sospetto di un’omissione e di una superficialità voluta. Raccontare come Gramm o Bill Clinton, hanno contribuito a smontare le regole, permettendo una crescita esponenziale della ricchezza finanziaria a favore di pochi e a danno di molti, non ha appeal.
Parlare di controllo sui movimenti di denaro fa storcere il naso. Vuoi mettere invece il plauso che puoi ottenere dai principali azionisti del tuo giornale se, proponendo l’estensione della cassa integrazione ai giovani precari, come si conviene a chi ha buon cuore, ipotizzi pure il superamento dello statuto dei lavoratori?

di Bankor Jr.

09 gennaio 2010

Ma Alitalia ? Tutto bene?


Nelle ultime (e purtroppo quasi finite) settimane di ferie , ho letto molta piu’ stampa italiana del solito, e ho notato una catastrofica tendenza al leccaggio del culo da parte dei giornali dei “Salotti buoni” della finanza italiana. Mi referisco al Corriere della Serva e alla Sepubblica.

Per prima cosa vi faccio una domanda: come va, oggi Alitalia? Ritardi? Malfunzionamenti? Scioperi? Gente ferma in aereporto? Ovviamente non vi chiedo di dirmi se qualcuno di voi era dentro un aereo di Alitalia e ha avuto dei problemi. Sarebbe una risposta scontata. No, quello che vi chiedo e’ come sia, giornali alla mano, il servizio Alitalia oggi.

La risposta e’ che ne avete sentito parlare poco, pochissimo.

Cosi’ vi faccio un’altra domanda: nell’ondata di maltempo che ha colpito il paese, come e’ uscita Alitalia? Ritardi? Voli annullati? Bagagli persi? Passeggeri bivaccati negli aereoporti? Ancora una volta, non voglio sapere se sia toccato a voi, ma semplicemente che cosa hanno riportato i giornali. Poco, molto poco. Molto meno di come si siano accaniti sui treni.

Nulla. Alitalia si e’ trasformata in una gioiosa macchina da guerra, da quando e’ stata rilevata dai Salotti Buoni della Finanza Italiana®. O almeno, a quanto dicono i giornali maintstream italiani. Che sono proprieta’… dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®.(1)

Andiamo avanti. Le autostrade. Ora, c’e’ stato un periodo di maltempo negli ultimi giorni. Di solito, quel che succede e’ che le autostrade italiane, o meglio le autobuche italiane , in questi casi sono nella merda sino al collo. Ci sono inevitabilmente code, gente in auto per il ponte di natale che viene bloccata. Anzi, di solito i grandi periodi di natale sono gia’ forieri di guai senza il maltempo. Figuriamoci col maltempo.

Invece no: sono crollate alcune statali in liguria, ci sono stati problemi sui passi alpini, ma le autostrade no. Le autostrade italiane, contrariamente agli altri anni, sono diventate un mostro di efficienza antineve, capaci di sgomberare in tempo reale le buche le strade , di soccorrere in elicottero ogni singolo viaggiatore in difficolta’.

Al contrario, stiamo assistento al presunto botto dell’ AV. Apprendiamo che il buon Guariniello abbia aperto un’inchiesta, nella quale avrebbe stabilito che il 70% dei treni TAV sia in ritardo. (2) Il problema non sta nell’enormita’ del dato (il procuratore, furbo, ha selezionato 420 treni. A 110 treni AV al giorno, ha selezionato 3 giorni e rotti. In pratica , un momento di picco dei problemi dovuti al maltempo, allo scopo di drogare il dato) , quanto il fatto che un tizio abbia deciso di aprire un’inchiesta e prendere delle statistiche sui ritardi: in ultima analisi, qual’e’ il problema penale?

Il ritardo e’ seccante, in sede giuridica puo’ essere un problema di diritto civile, ma non e’ un reato, come lo stesso procuratore Guariniello ammette. Ora, la domanda e’: ma perche’ questo tizio sta spendendo dei soldi del contribuente solo allo scopo di dare notizie negative e viziate ai giornali dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®? Onestamente, io porterei il caso alla corte dei conti, perche’ non si capisce a quale titolo qusto signore sia intervenuto: e’ vero che c’e’ stato un esposto sui ritardi , ma di certo fare statistiche su tre giorni di ritardi non dimostra nulla, visto che non si tratta neppure di una vera stima, visto il campione.

Il vero problema e’ la distribuzione del capitale in gioco. Trenitalia, coi suoi 110 treni al giorno, sta muovendo 110.000 persone al giorno da Napoli a Torino. Questo infligge un colpo molto duro sia al traffico delle autobuche autostrade italiane, sia ad Alitalia , che si vede togliere traffico alla sua tratta di maggiore monopolio resa.

Ci sono quindi due grandi schieramenti in gioco: da un lato i Salotti Buoni della Finanza Italiana®, che possiedono quote importanti sia di autobuche autostrade Spa, e che si sono messi in gioco con Alitalia al fine di somministrarle il famoso trattamento De Benedetti(3) , la cui capacita’ di movimento di idioti va dai verdi alle cosiddette associazioni di consumatori, e dall’altro un’azienda come Trenitalia, che ha la sfortuna di non aver ancora subito il Trattamento De Benedetti a beneficio dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®.

Cosi’, in questi giorni ne succedono di tutti i colori: e’ sembrato che l’ Italia sia stata l’unica nazione coi treni fermi, quando si sono fermati anche in Germania e Francia, si e’ parlato di un fantomatico treno tedesco che da solo risolverebbe tutti i problemi dei viaggiatori se ci fosse nei tabelloni (4), abbiamo visto magistrati spendere soldi del consumatore per fare statistiche su fenomeni (i ritardi) che non sono dei crimini, e chi piu’ ne ha e piu’ ne metta.

La realta’ e’ contenuta nel rapporto di Guariniello: su un campione di 420 treni preso mentre ne girano 110 al giorno, cioe’ per i tre giorni di maltempo, il 70% dei treni erano in ritardo, la maggior parte di quindici minuti.

Ora, se nella mia esperienza di volo io considerassi i quindici minuti di ritardo degli aerei, non si salverebbe neanche l’Air Force One. Tralasciando la folla di idioti che porta in aereo anche la gabbia del polli e fa perdere tempo alle hostess nel tentativo di sistemare la loro cabina del telefono preferita nel vano bagagli, fino ai ritardi nello scarico di valigie, per non parlare del fatto che una coincidenza tra due aerei implica un intervallo “di sicurezza” di almeno un’ora .

Niente: di tutto questo non c’e’ nulla; nemmeno in seguito ai nuovi controlli di sicurezza seguiti al non attentato terroristico, (5) qualche giornale dei Salotti Buoni della Finanza Italiana® ha osato menzionare che questo avrebbe portato ritardi e code ai check-in. Invece, so benissimo che il prossimo lunedi’ sara’ meglio che mi presenti con DUE ore di anticipo , visto che avranno regolato i sensori cosi’ duramente che la mia emoglobina fara’ scattare i rilevatori di metallo: “prego, puo’ mettere i suoi globuli rossi sul nastro”?

Insomma, per decreto dei Salotti Buoni della Finanza Italiana® , Alitalia e Autostrade si sono trasformate in una gioiosa macchina da guerra di geometrica potenza. Nemmeno in caso di maltempo i prodi piloti di Alitalia si fermano, e se un aereo di Alitalia si schiantasse su un palazzo, sono certo che il Corriere titolerebbe “Alitalia, atterraggio record.I piloti riescono ad atterrare su un balcone: in paradiso tutti i passeggeri.Gratis.”, mentre Repubblica scriverebbe “Berlusconi costruisce un palazzo per fermare Alitalia. I piloti “andiamo avanti”. Di Pietro direbbe “Berlusconi ha fatto cadere un aereo per non farsi processare“, e cosi’ via.

Sembra che nemmeno il senso del ridicolo fermi questi giornali, ma la cosa che mi lascia veramente perplesso sono i blogger. Essi stanno amplificando semplicemente la voce dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®, spinti da quella voglia di parlare contro che non si rendono conto di stare venendo aizzati contro Trenitalia, colpevole di essere un’azienda non ancora DeBenedettizzata , e di far concorrenza alle aziende Debenedettizzate come Societa’ Autobuche Autostrade e Alitalia CAI Sarcazzocosa.

Cosi’, oggi il lettore sa che la neve ha bloccato le ferrovie, sa che ha bloccato alcune citta’ -le citta’ non interessano i Salotti Buoni della Finanza Italiana® - ma non sappiamo nulla della performance attuale di Alitalia, ne’ di come si siano comportate le autostrade, visto che tutta l’enfasi e’ stata data alle statali franate e ai fiumi che rischiavano di tracimare.

Sono certo che se invitassi i lettori a scrivere qui i disagi subiti sulle autostrade o sugli aerei di Alitalia otterrei un bagno di sangue, ma i giornali dei Salotti Buoni della Finanza Italiana® preferiscono comportarsi come se l’unica azienda ad avere dei problemi siano stati i treni ad alta velocita’. Perche’ questo preme ai loro padroni: fermare questo stillicidio di 110.000 persone al giorno sottratte ai pedaggi, agli aerei (cioe’ all’inquinamento, ma questo ai verdi dei alotti Buoni della Finanza Italiana® non sembra importare) dei soliti amici degli amici.

E ovviamente, vedrete che prima o poi si proporra’ la cura De Benedetti anche per Trenitalia. Un bel partner straniero che ne rilevi un’altra fetta considerevole, per far contento il partito del Times, una bella demolizione della TAV, per non scontentare i bravi di Giovanni delle Lamiere® che vogliono vedere ancora piu’ auto sulle autostrade, cosa che fa felice anche Toni&Bepi delle Pecore Colorate, e possibilmente permettere un altro colpo gobbo all’ Ingegner Svendita&Disoccupazione.

E tra le grida di squilibrati verdognoli, grillini prepotenti , tardone indignate, consumatori urlanti , si consuma la distruzione dell’unico patrimonio industriale che il paese abbia mai avuto.

In ogni caso, potete avere una mappa dei media che sono parte integrante dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®, semplicemente osservando quanto sparino su Trenitalia, e quanto poco sparino su Alitalia e Societa’ Autostrade, in concomitanza dello stesso fenomeno atmosferico.

E potete anche notare la stupidita’ dei singoli blogger che si accodano allo spara-spara iniziato dai media mainstream, credendo di formare un giornalismo indipendente e critico, e formando invece un corettino mainstream che amplifica quanto detto dai Salotti Buoni della Finanza Italiana®.

Qui non si tratta di difendere o meno Trenitalia. Qui si tratta di notare come i problemi di Alitalia e di Societa’ Autostrade siano scomparsi dai media, ridotti, attenuati. Stiamo parlando di media che tentano di sviare passeggeri di treno su degli aerei dei quali non pubblicano le difficolta’ e le tragedie , su aereoporti bloccati come e piu’ delle ferrovie per il maltempo, su aerei bloccati ancora piu’ dei treni, su autostrade intasate e pericolose.

Il tutto perche’ Trenitalia non ha ancora subito la cura a base di Giustizia, Liberta’, Disoccupazione e Svendita, e la TAV sta dando fastidio ai Salotti Buoni della Finanza Italiana®, ai Giovanni delle Lamiere® , Toni&Bepi delle Pecore Colorate®, ai Colla&ninnenanne della situazione. E i blog che si allineano, troppo allettati dalla falsa idea di fare giornalismo di denuncia, di fare giornalismo contro, senza capire che sparare su Trenitalia significa semplicemente distogliere l’attenzione da due carcasse (finanziarie e tecnologiche) come Alitalia e Autostrade.

By Uriel

(1) I salotti buoni della finanza italiana sono tali perche’ ammanicati coi salotti buoni della politica italiana, of course.

(2) Vista la topologia della rete, e’ semplicemente impossibile, perche’ oltre il 50% di treni in ritardo, tutti i treni vanno in ritardo. Il numero di guasti raggiunge la saturazione ed il blocco della rete intera ben prima del 70%.

(3)De Benedetti, lo pseudoimprenditore italiano, ha un curriculum di tutto rispetto di trasformazione in fuffa finanziarizzazione di aziende, riduzione ai minimi termini e svendita a capitali stranieri. Destino che e’ toccato, con poche eccezioni, a tutto cio’ che lo stato ha “privatizzato” mettendolo nelle mani dei Salotti Buoni della Finanza Italiana®. Per “Trattamento De Benedetti” intendo una manovra che produce disoccupazione, soddisfazione degli azionisti, riduzione delle aziende e successiva vandita sottocosto ad uno straniero. Piu’ che Giustizia e Liberta’, De Benedetti avrebbe dovuto chamare “Disoccupazione e Financial Times” il suo salotto, visto che si tratta degli obiettivi che ha seguito maggiormente. Ringrazio il cielo che Mondadori sia finita a Berlusconi, rimanendo un grande gruppo editoriale italiano: l’avesse presa in mano De Benedetti, oggi Mondadori sarebbe “Amazon Spaghetti”, o giu’ di li: comprata, smantellata e rivenduta a due lire a qualche straniero.

(4) L’esistenza di tale treno, ovviamente, risolverebbe ogni problema possibile della rete ferroviaria. Ovviamente , userebbero binari segreti posati in Italia dalla Wehrmacht., e quindi non risentirebbero dei ritardi della rete ferroviaria. Ah, si’: qualcuno spieghi a questi giornalisti la differenza tra Trenitalia e Rfi , rete ferroviaria italiana. Potrebbero scoprire che le stazioni e la gestione degli orari non siano del tutto una colpa di Trenitalia.

(5) Ormai sembra di essere nel paese delle meraviglie. Li’ si festeggiavano i non-compleanni, qui ci si terrorizza per i non-attentati.

04 gennaio 2010

A che serve la flessibilità?


Chi soffrirà di più e più a lungo per l'implosione di Wall Street del 2008-2009 e per la recessione mondiale che ne è seguita?
Non i banchieri e i finanzieri che hanno causato il disastro. Alcuni finanzieri, come Bernard Madoff, andranno in prigione per truffa. Ma anche se Madoff era solo la punta dell'iceberg del dilagante malcostume finanziario, la maggior parte dei finanzieri sospetti non ha ragione di temere l'arresto, o perché il loro comportamento era semplicemente ai limiti della legalità oppure perché gli illeciti finanziari, più raffinati della truffa vera e propria, spesso sono difficili da provare.

Alcuni direttori di banca se ne andranno in pensione con disonore, ma con una maxiliquidazione che potrà alleviare le loro pene, come la buonuscita da 55 milioni di dollari concessa a Ken Lewis della Bank of America, o come la pensione di 25 milioni di sterline garantita a Fred Goodwin della Royal Bank of Scotland. Molte banche, incoraggiate dal salvataggio pubblico, dalle garanzie e dai bassi tassi d'interesse, hanno rincominciato a versare colossali gratifiche ai loro top manager e nel frattempo si battono vigorosamente contro l'introduzione di riforme che mirano a imporre limiti ai loro rischi e ai loro sistemi di retribuzione.

I grandi sconfitti di questo disastro economico sono i lavoratori dei paesi ricchi che hanno abbracciato la flessibilità liberista del capitalismo di stampo americano. Dal 2007 all'ottobre 2009, gli Stati Uniti hanno perso quasi otto milioni di posti di lavoro, con un calo della percentuale degli occupati dal 63 al 58,5% della popolazione. Alla fine del 2009, la percentuale dei senza lavoro ha superato il 10% e i disoccupati restano tali più a lungo di tutti i periodi precedenti, dalla Grande Depressione in poi. Milioni di persone si sono viste decurtare l'orario di lavoro, e altri milioni, scoraggiati dalla mancanza di lavoro, hanno rinunciato a cercarlo.
Anche l'Europa economicamente più avanzata, il Canada e il Giappone hanno subìto pesanti cali occupazionali, che persisteranno a lungo. La Spagna, dove sono molto diffusi i contratti a tempo determinato, è quella che ha avuto il maggiore incremento della disoccupazione, perché licenziare un lavoratore in Spagna è facile come in America. Alcuni paesi - ad esempio la Germania, la Svezia e la Corea del Sud hanno "nascosto" la loro disoccupazione pagando le aziende per mantenere i lavoratori sul libro paga. Può funzionare sul breve periodo, ma nel tempo è una soluzione insostenibile.

Dagli anni 80 fino alla metà di questo decennio, ogni volta che c'è stata una ripresa economica l'occupazione è cresciuta più lentamente del Pil, e ogni volta il divario era maggiore. Negli Stati Uniti, sotto la presidenza Clinton, la ripresa non portò posti di lavoro, fino al boom di Internet della fine degli anni 90; anche dopo il rallentamento del 2001, con Bush alla Casa Bianca, la ripresa non produsse effetti positivi sull'occupazione.Nei primi anni 90 la Svezia è stata colpita da una pesantissima recessione, provocata dallo scoppio della bolla immobiliare e da una crisi bancaria. Il tasso di disoccupazione salì dall'1,8% del 1990 al 9,6% del 1994, prima di attestarsi intorno al 5% nel 2001. Sedici anni dopo la crisi, il tasso di disoccupazione era al 6,2%, più del triplo rispetto a quello del 1990.

Nel 1997, la Corea del Sud si trovò in difficoltà non solo per la crisi finanziaria asiatica, ma anche per l'insistenterichiesta degli Stati Uniti e dell'Fmi di alzare i tassi d'interesse e introdurre riforme modellate sul "consenso di Washington", in cambio di aiuti. L'occupazione ripartì, ma principalmente sotto forma di posti di lavoro "non regolari", con benefit limitati, bassi salari e poca sicurezza dell'impiego. La disuguaglianza nel paese asiatico, fino ad allora su livelli modesti, crebbe fino a portare Seul al secondo posto (dopo gli Stati Uniti) nella classifica dei paesi dell'Ocse.

La debolezza del mercato del lavoro penalizza gravemente l'economia e il benessere individuale. Quando il mercato del lavoro è debole, i giovani in cerca di prima occupazione e i lavoratori esperti che perdono il posto subiscono perdite economiche che faranno sentire i loro effetti per tutta la vita. Studi sulla felicità dimostrano che la disoccupazione produce un effetto negativo comparabile a quello della perdita di un congiunto.
È difficile che gli Stati Uniti tornino in tempi brevi alla piena occupazione. Dal 1993 al 1998, l'America ha creato milioni di posti di lavoro, che hanno fatto salire il tasso d'occupazione di 5,4 punti percentuali. Se l'occupazione comincerà a crescere a questo ritmo nel 2010, bisognerà aspettare fino al 2015 prima di tornare ai livelli precedenti alla recessione. E una ripresa lenta negli Usa frenerebbe la ripresa anche negli altri paesi avanzati, penalizzando anche lì l'occupazione.

Un lungo e penoso periodo di disoccupazione alta va nella direzione opposta a quello che quasi tutti gli esperti pensavano sarebbe stato l'esito del modello economico americano, improntato alla flessibilità. Dai primi anni 90 in poi molti analisti hanno valutato che l'America aveva un tasso di disoccupazione più basso di quello della maggior parte dei paesi dell'Ue grazie alla scarsa sindacalizzazione, alla facilità di assunzione, all'assenza di forti garanzie giuridiche contro il licenziamento e al forte ricambio di personale. Molti paesi Ocse hanno introdotto riforme di vario genere nel senso della flessibilità, nella speranza di migliorare la propria economia imitando l'America.La tesi che la flessibilità sia il fattore chiave per l'occupazione non è più sostenibile. Nel suo Employment Outlook del 2009, l'Ocse analizza impietosamente le sue riforme preferite e giunge alla conclusione che non sono sufficienti per consentire a un paese di adeguarsi agli effetti di una recessione trainata dalla finanza. Secondo l'Ocse, «non sembra esserci nessun motivo reale per ritenere che le recenti riforme strutturali abbiano reso il mercato del lavoro dei paesi Ocse significativamente più resistente a gravi flessioni dell'economia».

Quindi l'insegnamento che possiamo trarre dalla recessione è chiaro: l'anello debole del capitalismo non è il mercato del lavoro, ma il mercato finanziario. Le imperfezioni del mercato del lavoro impongono alla società tutt'al più dei costi modesti in termini d'inefficienza, mentre le imperfezioni del mercato finanziario danneggiano pesantemente la società, e chi ci rimette di più sono i lavoratori, non gli artefici del disastro. Inoltre, a causa della globalizzazione il collasso del mercato finanziario americano dissemina miseria in tutto il mondo.

Dobbiamo reinventare la finanza, in modo che lavori per arricchire l'economia reale, invece che arricchire soltanto i finanzieri: lo dobbiamo ai lavoratori vittime di questa recessione. Reinventare la finanzia significa cambiare gli incentivi e le regole che governano il settore finanziario. E dal momento che sono in pericolo anche l'economia e l'occupazione di altri paesi, questi stati hanno il dovere, nei confronti dei loro cittadini, di fare pressione sugli Stati Uniti perché realizzino riforme finanziarie significative.

di Richard Freeman (docente di Economia Harward)

03 gennaio 2010

Le privatizzazioni come arma politica


Nel corso di una recente trasmissione televisiva che accampa, senza vergogna alcuna, pretese di ereticità, il maggiore esponente del maggiore partito dell’opposizione di Sua Maestà incalzava il ministro dell’economia Giulio Tremonti contestandogli svariate circostanze di cattiva gestione delle finanze pubbliche. Il ministro, con uno dei suoi coup de théâtre abituali e incisivi – ma, ahinoi, spesso sconclusionati – fece presente al suo interlocutore e al pubblico che le cause all’origine dei mali contingenti che affliggono l’economia nazionale sono da cercarsi altrove; ebbe inoltre il coraggio (fuor di metafora) di affermare che sarebbe ora di scrivere, in Italia, una storia delle privatizzazioni, di chi le ha fatte e perché, di chi ci ha guadagnato e come. D’improvviso il guareschiano politicante d’opposizione di cui sopra si è ammutolito, ed è dovuto intervenire il conduttore della trasmissione che, non disponendo (forse a causa dei ‘tagli’ alla Rai) di nani, ballerine e giocolieri, si è dovuto accontentare di sviare il discorso con l’ausilio di un attempato vignettista, sovrapponendo alle parole del ministro, con fare circense, un “facciamo entrare Vaurooo!”.

Quanto sopra, al di là della trita e ritrita aneddotica che contraddistingue le grigie figure della politica e dell’informazione nazionali, valga per esemplificare come di privatizzazioni non sia d’uopo finanche parlarne. Non siamo certo ai livelli della religio holocaustica, ma di vero e proprio Verbo privatizzatore – che negli ultimi lustri risuona con forza sempre maggiore - si può e si deve iniziare a parlare, considerate l’intangibilità di cui gode tale teoria socioeconomica e come questa sia ormai considerata parte integrante delle strutture produttive degli Stati o di quello che ne rimane. Tant’è che se il solo parlare di “partecipazioni statali” può far storcere il naso all’illuminato esperto, al lucido economista o al ligio politicante, a parlare addirittura di “nazionalizzazione” e “socializzazione” quasi quasi si viene accompagnati direttamente al patibolo.

E’ un drammatico dato di fatto che la disgregazione dell’economia sociale, la privatizzazione e l’assunzione, da parte di potentati non autoctoni, del controllo delle leve dell’economia e delle risorse delle nazioni siano fenomeni che sono storicamente andati di pari passo con le dinamiche imperiali, coloniali, belliche e prevaricatrici degli Stati Uniti d’America e della loro putrescente appendice, bonariamente definita “Occidente democratico”. Occorre però distinguere, a seconda della fase storica, del collocamento geografico e del contesto internazionale, molteplici modalità attraverso le quali queste dinamiche hanno preso forma, aprendo le porte al controllo imperialista dell’economia degli Stati e strutturandosi in un processo politico conosciuto appunto come privatizzazione. Prendiamo ad esempio, ai fini esemplificativi, tre modelli relativi a tre diversi teatri di guerra economica.

Il modello irakeno. Alla fine di quella che viene impropriamente definita “seconda guerra irachena” (che nella realtà non è stata altro che l’ultima sanguinosa fase di un più che decennale conflitto imposto alla nazione sovrana e socialista dell’Iraq), le strutture dello Stato vennero integralmente soppresse per essere sostituite con delle catene di comando coloniali funzionali alle velleità di completo controllo che gli Stati Uniti manifestarono nei confronti di quel disgraziato Paese. Tale processo fu talmente rapido e radicale che fece sollevare dei dubbi relativi alla sua efficacia persino all’interno dei centri decisionali politico-militari che si erano resi responsabili dell’aggressione e della guerra; non furono infatti pochi quanti – soprattutto tra i militari – lamentarono delle difficoltà nella gestione ordinaria dell’occupazione (ordine pubblico, servizi essenziali) una volta che anche i vigili urbani e i consorzi agrari erano stati aboliti per legge. Tuttavia questa manovra – per quanto considerata azzardata anche dai più insospettabili – permise agli occupanti di incamerare sotto la loro gestione privata la totalità delle ingenti risorse naturali di cui è ricca la nazione irachena, e segnatamente delle risorse petrolifere. Queste risorse, che fintanto che l’Iraq è stato un Paese sovrano erano gestite dallo Stato attraverso il Ministero del Petrolio, finirono quindi nella loro interezza nei rapaci artigli delle compagnie petrolifere internazionali legate agli interessi occidentali e nordamericani, i quali misero in atto il sistematico saccheggio che è ancora in corso. E’ stato quindi, quello iracheno, un caso in cui non si può propriamente parlare di privatizzazione di strutture preesistenti, poiché queste strutture – funzionali, nonostante il rigido embargo internazionale – vennero preventivamente soppresse. L’intera nazione irachena si trovò quindi, perinde ac cadaver, re-integrata in nuove istituzioni politiche ed economiche create ad hoc e nate “già privatizzate” nelle mani delle multinazionali facenti gli interessi degli aggressori.

Il modello jugoslavo. Alla fine della campagna di massicci bombardamenti che per tre mesi martoriò le repubbliche jugoslave di Serbia e Montenegro nella prima metà del 1999, gli aggressori, per quanto fossero riusciti a strappare il Kosovo e Metohija dalla madrepatria con la forza delle armi e con la violenza etnica, erano ben lungi dal poter levare al cielo i loro sordidi canti di vittoria. Nonostante la tanto decantata vittoria militare, infatti, a Belgrado il governo “nemico”, guidato dal presidente Milošević e sostenuto dal Partito Socialista, dalla Sinistra Unita e dal Partito Radicale[1], teneva, e teneva anche bene. Forte, oltre che di un innegabile consenso popolare, di una gestione statale dell’economia e di una mirata prassi socialista di gestione delle risorse, il governo jugoslavo riuscì, nonostante le sanzioni e il conseguente stato di obsolescenza dell’apparato produttivo aggravato da tre mesi di incursioni aeree, a tenere ben salde le redini dello Stato e a garantire ai cittadini gli essenziali servizi che potevano assicurare la più che dignitosa sopravvivenza. Per gli americani e i loro accoliti, quindi, nel cuore dell’Europa restava un ‘buco nero’ che non intendeva piegarsi e che proseguiva nella sua politica di sovranità, indipendenza e vicinanza con la Russia e coi Paesi non –allineati ai dettami di Washington. Quale migliore scenario per non tentare una “rivoluzione colorata”? Detto fatto: allestiscono una accurata e martellante campagna di disinformazione internazionale, addomesticano ulteriormente i mezzi di informazione locali più legati alla prezzolata opposizione, investono qualche milione di dollari, raccattano in giro per l’Europa un po’ di teppaglia da scatenare sulle strade e, a poco più di un anno dal rientro ad Aviano dell’ultimo bombardiere, Milošević cade. Quale è stato il primo organismo istituito dal nuovo governo collaborazionista? Una commissione per il risarcimento delle vittime della dittatura? Un ente per il ripristino della libertà di stampa? Un gruppo di lavoro per l’appianamento delle discriminazioni etniche? Niente di tutto ciò, bensì un’ Agenzia per le privatizzazioni. Le attività di questa agenzia, che ha la responsabilità di aver svenduto il patrimonio di una nazione, erano e sono mirate a permettere l’accaparramento delle più appetibili imprese statali da parte delle solite sanguisughe con la maschera da filantropo. Tutto ciò si è abbattuto come una scure sulla già indebolita economia locale: in Serbia infatti, a causa di una conservazione della prassi giuridica realsocialista, fino al 2000 (cioè quando qui da noi si privatizzavano anche i bottoni della divisa della fanfara dei Carabinieri) erano a partecipazione statale non solo i settori strategici dell’economia, ma appartenevano allo Stato anche i ristoranti e i negozi di abbigliamento. Imprese che, a differenza di quelle appartenenti al settore degli idrocarburi, delle miniere o dei tabacchi, erano di scarso interesse per i grandi investitori internazionali, e finirono quindi o nelle mani di loschi personaggi legati alla criminalità locale o sulla via della liquidazione. I posti di lavoro perduti si contarono a decine di migliaia.

Il modello italiano. Il caso dell’Italia relativamente alle privatizzazioni si configura nei termini di scontro interno all’imperialismo o, come qualcuno potrebbe sostenere, in seno a uno schema mentale marxiano, tra imperialismo primario e imperialismo secondario. La fine del secondo conflitto mondiale, che segnò l’inizio dell’egemonia anglo-statunitense sulla nostra nazione, non fu largamente contraddistinta da un processo di privatizzazione della nostra economia, almeno non nelle modalità descritte nei precedenti casi. Un esempio: i beni mobili e gli ingenti beni immobili che erano appartenuti alla Gioventù Italiana del Littorio furono conferiti alla gestione del Ministero della Pubblica Istruzione. Tuttora sono numerose le scuole e gli istituti che hanno fisicamente sede negli edifici che avevano ospitato le dismesse strutture sociali, educative e sportive dell’organizzazione giovanile fascista. Per svariati decenni le istituzioni repubblicane hanno sono state prosecutrici di una pur timida politica ‘statalista’ che riuscì a conservare, fino all’ultimo decennio del secolo scorso, una partecipazione della sfera pubblica nella politica economica della nazione, almeno relativamente al settore strategico: comunicazioni, trasporti, energia. Pensiamo inoltre alle politiche abitative, al “Piano Casa” dell’Ina e di Fanfani. Nei primi anni Novanta le centrali decisionali d’oltreoceano stabilirono che tutto ciò era di troppo, che nessuno spazio doveva più essere lasciato alla tutela della sovranità delle nazioni, pur se già ampiamente sottomesse, e che nessuna gestione delle risorse potesse ricusare i diritti di predazione delle imprese private, apolidi, allogene o ‘nazionali’ che siano. Per rendere tutto ciò possibile fu necessario esautorare una classe dirigente che, per quanto in larga parte oltremodo servile, non rispondeva più ai canoni richiesti dal nuovo corso di predazione economica. A tal fine fu organizzata una manovra a tenaglia. Da una parte un ristretto gruppo di rappresentanti del mondo finanziario italiano e internazionale che, con l’incomprensibile benevolenza di Nettuno, incrociando sul Tirreno a bordo del Britannia, stabilirono la svalutazione della lira e la dismissione/svendita del patrimonio industriale dello Stato; dall’altra, una magistratura sapientemente indirizzata e una piazza facilmente sobillata scoprirono che i nostri politicanti sgraffignavano qualche milione dai fondi pubblici[2]. Non solo si era spianata la strada a una nuova classe politica, più ricettiva al nuovo Verbo privatizzatore, ma si era inculcata nel popolo la convinzione che l’intervento dello Stato nell’economia fosse l’origine del male da estirpare. Il resto è storia dei nostri giorni.

I tre modelli citati si differenziano nell’analisi contestuale, ma sono accomunati da varie analogie. Il primo si svolge in un contesto di guerra guerreggiata, e il processo di privatizzazione dell’economia viene esperito come risultato degli eventi bellici, come prezzo stabilito da pagare per la sconfitta. Nel secondo ci troviamo in una cosiddetta “rivoluzione colorata”, in cui il saccheggio viene sbandierato ai quattro venti come scelta economica vincente e viene edulcorato proponendolo come conseguenza di istanze politico-umanitarie. Nel caso italiano la guerra guerreggiata era finita da un pezzo, e di rivoluzione colorata non si può propriamente parlare. C’è chi parla di “guerra occulta”: nascosta nel Palazzo, efficace e incruenta (siamo in Europa occidentale, nel ‘salotto buono’; e il salotto buono non si sporca). Ma che è stata comunque capace di mietere le sue vittime. Le più illustri? Il lavoro, il senso dello Stato, la libertà di autodeterminarci come nazione.

Ma non possono uccidere la nostra volontà di ribellarci. Non possiamo permetterglielo.

di Fabrizio Fiorini


[1] A scanso di equivoci e per eccesso di zelo: niente a che vedere con Emma Bonino e Giacinto Pannella…

[2] Esistono centinaia di migliaia di persone che credono fermamente che Craxi sia morto in esilio perché aveva finanziato illegalmente il suo Partito o anche sé stesso. Sono gli stessi che credono che Mattei sia morto perché gli si era guastato lo spinterogeno. E’ preferibile ricordare, parlando della caduta di Craxi, di quando prendeva la parola ai congressi dell’Internazionale Socialista, e la delegazione dei laburisti israeliani abbandonava i lavori…

31 dicembre 2009

29 dicembre 2009

Nucleare: il Governo italiano continua a sostenere l'interesse di pochi poteri forti.


Dopo il non-accordo di Copenaghen, anche a casa nostra la politica degli interessi a vantaggio di pochi continua ad andare dritta per la sua strada. Si è discusso, infatti, il decreto con i criteri per l'individuazione dei siti dove saranno costruite le centrali nucleari in Italia, nell’ambito del Consiglio dei Ministri convocato per le 15 di ieri.

Due, in particolare, gli schemi di decreti legislativi presentati dal Ministero dello Sviluppo Economico che sono stati presi in esame. Uno, compreso nella “Legge Sviluppo”, in merito alla “localizzazione ed esercizio di impianti di produzione di energia elettrica e nucleare, di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio, nonché misure compensative e campagne informative”. L’altro, riguardante “il riassetto della normativa su ricerca e coltivazione delle risorse geotermiche”.

Da quanto si apprende, il testo del decreto non contiene una lista specifica dei siti, ma i criteri per l'individuazione delle aree su cui sarà possibile costruire gli impianti nucleari. Avvicinandosi le elezioni amministrative di marzo, è comprensibile che non si indichino luoghi precisi.

Al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola che rassicura come “Sono stati rispettati gli impegni con i nostri elettori e con il Parlamento e i tempi ci sono affinchè venga rispettato il termine previsto, anche attraverso il percorso della Conferenza Stato-Regioni e il percorso delle commissioni parlamentari», Fare Verde ricorda che il nucleare, oltre ad essere costoso ed obsoleto e a richiedere un tempo comunque troppo lungo rispetto all’emergenza ambientale e alla crisi economica, non ci costringe a migliorare l'efficienza con cui utilizziamo l’energia elettrica. È il modo più vecchio ed inefficace per affrontare problemi nuovi: gli stessi sostenitori delle centrali atomiche ammettono, infatti, che si tratterebbe di una tecnologia “di transizione”, sebbene l’impatto ambientale ed economico sia tutt’altro che proporzionato ai tempi di passaggio a cui sarebbe finalizzato.

Una risposta concreta alle proposte visionarie con cui il Governo italiano continua a sostenere il nucleare, l’ha data la Electrolux di Scandicci. Passata recentemente da produttore di elettrodomestici a costruttore di pannelli solari, l’azienda ha riassunto 370 dipendenti con lo stesso livello salariale e con la garanzia del posto di lavoro per 3 anni: una conferma reale che le risposte alla crisi ambientale, economica ed energetica si possono trovare solo nell’uso razionale dell’energia e con una produzione distribuita su piccola scala mediante l’uso di fonti rinnovabili. Costruire una centrale nucleare oggi per affrontare mutamenti climatici ed esaurimento delle fonti fossili di energia in non meno di dieci anni, significa solo buttare una quantità enorme di denaro e devastare per sempre pezzi preziosi della nostra terra sui quali dovranno essere costruite opere faraoniche ed irreversibili.

Che la caparbietà con cui il Governo italiano continua a sostenere la bufala del nucleare sia spiegabile solo con interessi economici a vantaggio di pochi e non esattamente con l’interesse generale del Paese?

di Giancarlo Terzano

28 dicembre 2009

Il pessimismo italiano è frutto della colonizzazione del paese



Qualche anno fa, credo, ho scritto nel vecchio blog un articolo che si intitolava “in morte di un amico”. Si riferiva ad una persona di una certa eta’ (credo che vada per i 70) che di recente ha smesso di lavorare nella sua officina per godersi il riposo della pensione. Il problema e’ che da quel momento e’ stato sottoposto agli strumenti piu’ mortiferi della cultura italiana contemporanea, che sono la politica e la cronaca. Decine di minuti al giorno di politica e cronaca hanno, come avevo temuto, avvelenato il suo cuore fino a trasformarlo in uno di quelli che chiamo “cantori di morte”.

Il cantore di morte passa tutto il tempo che ha a decantare “tutto il male che si sente oggigiorno” , elencando minuziosamente ogni cosa brutta , ogni disastro, ogni incidente, ogni crimine, e vedendo in loro i segni di un apocalisse senza speranze. Milioni di anziani, esposti a questa mostruosita’ mediatica, si sono trasformati in un orribile coretto sepolcrale, il quale canta la morte del paese, canta la fine di ogni speranza, la disperazione e l’attesa della morte.

Questo osceno, blasfemo vociare di vecchi in attesa della morte di fronte alla TV sta uccidendo un paese, sta cancellando la speranza, la volonta’, l’entusiasmo dagli occhi dei nostri figli, tanto che spesso molti giovani il cui spirito e’ stato inghiottito da questo abisso di fango si uniscono a loro volta al coro di morte.

Secondo questo orribile coretto della decomposizione umana , puzzolente di dentiera e piscio, non c’e’ speranza alcuna. Ogni cosa e’ corrotta e miserabile, e anche qualora si scorgesse qualcosa di buono nel paese, ci sarebbero sempre mille difetti con cui stritolare ogni speranza. Per queste carcasse ambulanti, ormai prive di futuro e vita, il paese ha lo stesso loro futuro: aspettare la morte di fronte alla TV. E finira’ di sicuro cosi’, se lascieremo che la loro oscena voce continui ad oscurare il cielo, volgendo ogni cosa alla rassegnazione ed alla disperazione.

Essi dicono di parlare cosi’ perche’ amano il paese, ma non bisogna farsi ingannare : essi amano un paese che non c’e', ne’ saebbero capaci di costruire, essendo votati solo alla morte e alla disperazione. Potete andare in giro per le citta’ con carta e penna; cio’ che vedrete forse non vi piacera’, ma esiste e qualcuno lo ha costruito. Segnate pure ogni cosa vedete, e scommetto quanto volete che nessuno di questi cantori di morte e’ tra quelli che hanno costruito, semmai erano troppo impegnati a criticare e a svilire per fare qualcosa di buono. Chi e’ contro e’ fuori, e chi e’ fuori non partecipa alla costruzione del futuro.

Essi dicono di amare il paese, ma quello che fanno e’ amare un paese che non c’e', e con questo pretesto odiano quello che c’e’.

Nulla di quanto esiste e’ buono , o anche soltanto accettabile, per i cantori di morte. Sentirete parlare di treni in ritardo mentre viaggiate su un treno in orario, sentirete parlare di malasanita’ da gente che e’ stata curata negli ospedali italiani, e anche qualora questi cantori di morte abbiano di fronte agli occhi qualcosa di buono, cosi’ da non poterlo negare, vi risponderanno che all’estero e’ meglio, quindi cio’ che abbiamo noi e’ una merda. Per definizione.

Essi dicono di dire la verita’, ma si tratta di una verita’ ben strana, nella quale un esempio di malasanita’ vanifica milioni di persone curate ogni anno, una sola ambulanza che non arriva in tempo vanifica il lavoro di milioni di persone , un solo treno in ritardo vanifica migliaia di treni in orario. E’ la verita’ della morte, la verita’ di chi non accetta un mondo dopo di lui, il futuro di una generazione di vecchi in attesa della morte di fronte alla TV.

Questo osceno coro, questa selva di bocche buie come tombe, questo fetore di morte che ci viene alitato sopra in continuazione sta uccidendo ogni speranza, spegnendo ogni luce, sta togliendo all’italiano il potere di pensare bene di se’ stesso.

Seguendo la triste litania cantata da queste carcasse, da questi traditori, persino molti giovani si sono convinti di essere condannati perche’ italiani, di essere condannati perche’ italiani, di essere segnati dal fatto di essere italiani che vivono in Italia, come se una maledizione incombesse sulla penisola, senza rendersi conto del fatto che la maledizione consiste proprio nel coro di coloro che cantano continui salmi di morte per il paese.

Si tratta di un male antico, la cui genesi posso riconoscere nelle parole di Palmiro Togliatti: «È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano»(1)

Su questo salmo di morte era incentrata la prima propaganda dell’opposizione italiana: far apparire il paese come una miserabile distesa di mandolinisti, incapace di funzionare da se’ tranne nel caso qualcuno non intervenga da fuori a dirigere le cose. Nella mente di Togliatti e della propaganda comunista si trattava ovviamente di Stalin , ma questa propaganda non era solo interesse dei comunisti.

Anche le potenze anglosassoni vincitrici avevano il medesimo interesse a sminuire e togliere la speranza agli italiani, cosi’ lasciarono fare alla propaganda del PCI. Ogni singolo difetto del paese veniva ingigantito, sviscerato ben piu’ di quanto si faccia in qualsiasi altro luogo del mondo, allo scopo di dare ai cittadini italiani la sensazione che senza il “nuovo sistema ” non ci fosse speranza, che tutto fosse vano, che non ci fosse alcun futuro.

Alimentare questa disperazione era, del resto, uno dei capisaldi della propaganda rivoluzionaria: ogni problema, anziche’ essere risolto, andava amplificato mediante la propaganda fino a diventare motivo di tensione estrema, estrema e violenta, in attesa dell’inevitabile scintilla che avrebbe fatto scoppiare l’agognata rivoluzione.

Dal lato anglosassone, questa propaganda era forse invisa nei fini, ma era assai utile come mezzo, dal momento che la stessa sfiducia e la stessa mancanza di speranze era utile per convincere le elite italiane ad abbandonare ogni residuo di italianita’ e convertirsi alla nuova religione del chewing-gum e delle barrette di cioccolato. Anche con l’aiuto della propaganda comunista e della sfiducia e della disperazione da essa portata nel paese, gli alleati poterono contare sulla “conversione” delle elite culturali ed economiche italiane: essi mandavano i figli a studiare all’estero, ascoltavano musica straniera come segno di superiorita’, e il processo era cosi’ penetrante che l’intellettuale pedofilo(2) Pier Paolo Pasolini, alla ricerca spasmodica della vera “italianita’ ” non sapeva indicare altro che non fosse l’italia piu’ ignorante ed arretrata; i ceti alti si erano gia’ convertiti alla nuova religione anglosassone.

L’oscena litania e’ continuata per 50 anni, al punto che i giornalisti si dividevano in due tipi diversi; quelli impegnati e di sinistra erano quelli che amplificavano , ingigantivano e svisceravano ogni piccola imperfezione del paese, trasformandola in una piaga epocale; gli intellettuali di sinistra si distinguevano dagli altri per le loro manie apocalittiche, ogni cosa non fosse voluta e guidata dal sole dell’avvenire (e da loro medesimi) era immancabilmente marcia e corrotta, segno evidente della fine.

Questo assurdo pessimismo divise il paese in tre parti.

I primi erano coloro che erano davvero imbevuti di questa orrenda propaganda antinazionale, e che aspettavano speranzosi il sole dell’avvenire, la rivoluzione e il nuovo mondo, cioe’ il socialismo reale. Essi ingigantivano e propagandavano ogni notizia maligna e avvilente, per aumentare la tensione nella speranza che una scintilla facesse scoppiare la rivoluzione.

L’altra parte era altrettanto convinta che il solo fatto di essere italiani e vivere in Italia fosse una maledizione senza uscita, ma non credeva nel sistema sovietico, identificandosi piuttosto con gli ariani del mondo , sforzandosi di imitare modelli di importazione, acquisendo una cultura per loro innaturale e incoerente con la propria storia; essi si trasformarono in quel mondo di intellettuali atlantici che predicavano allo stesso modo del PCI l’assoluta incapacita’ dell’italiano di fare qualcosa di buono se lasciato a se’ stesso(3), da cui la necessita’ di una guida anglosassone.

La terza categoria era fatta di coloro che per limiti culturali non potevano assorbire nessuna delle due propagande; come rappresentanti di un’Italia arcaica e passatista essi non avevano dubbi sulla possibilita’ degli italiani di continuare ad andare avanti secondo le usanze millenarie del paese, il vero problema erano proprio queli limiti culturali che li rendevano immuni dalla propaganda. Essi non capivano i comunisti quando disprezzavano usanze secolari, quelle stesse tradizioni ed usanze che avevano funzionato benissimo nello scandire la vita dei loro avi, dei loro nonni e dei loro padri. Nello stesso tempo non potevano capire questi mmericani, con le loro mode compulsive, le loro puttane e i loro vizi.

Sfortunatamente, proprio questi limiti facevano di loro il facile zimbello di chi voleva colpire l’italianita’: trasformati dai modelli anglosassoni o sovietici i ricchi, attratti i borghesi , i custodi dell’italianita’rimanevano proprio i ceti deboli, facili da sfottere, facile bersaglio di chi volesse deridere l’ italiano in quanto tale. Fortunatamente una forte base provinciale resisteva ancora, e la piccola borghesia , operosa fino al parossismo, era ancora conservatrice e limitata abbastanza da non sentire ne’ le sirene sovietiche ne’ quelle angloamericane.

Questo equilibrio tra i mondi duro’ fino agli anni del 1968. Inizialmente il PCI fu ostile a questa cultura che veniva pur sempre dal mondo anglosassone, ma poi si rese conto di come la “protesta” fosse un ottimo espediente per propagare anche tra i giovani e gli universitari la convinzione che nulla , in Italia , fosse degno di sopravvivere, che tutto fosse da cancellare, e che nella cultura italiana, nell’ italianita’, non ci fosse nulla di buono.

Dal punto di vista anglosassone fu importante perche’ diffondendosi tra i figli dei piccoli borghesi, dei negozianti e dei primi ceti medii, esso completava la colonizzazione culturale del paese. Tutti coloro che uscirono dal 1968 uscirono da un periodo nel quale si discuteva sul modello da sostituire all’italianita’, se quello sovietico, o piuttosto il maoismo, o la cultura angloamericana; la radice comune era la convinzione che nella cultura italiana tutto fosse comunque sbagliato, e che gli italiani se lasciati a se’ stessi non potevano fare nulla di buono, limitati dalla loro stessa italianita’.

Il tradimento verso il proprio paese fu di tale portata che solo i ceti davvero bassi rimasero portatori di quel che rimaneva dell’italianita’, ovviamente solo quella peggiore e degradata dei bassifondi; essi erano funzionali alla propaganda antinazionale , al punto che di fronte a qualcosa di buono le persone erano orgogliose di essere occidentali, mentre di fronte a qualcosa di brutto si vergognavano di essere italiane.

Questo cinquantennio di propaganda, che ha insegnato come qualsiasi cosa venga da fuori del paese sia migliore e come qualsiasi cosa all’italiana sia peggiore , ha condizionato le menti delle persone a tal punto da portarle ad un trasfer completo; persino dichiarare una banale evidenza come “l’Italia e’ un paese latino”, che per gli stranieri e’ lapalissiana, trova negli italiani sguardi perplessi. Ma come, i latini non sono sudamericani e spagnoli? L’opera di lavaggio del cervello e’ stata cosi’ radicale e profonda che e’ avvenuto quello che Freud chiamava Transfer, e l’italiano si autoattribuisce un’identita’ “occidentale” inesistente, rifiutando un’evidenza storica incancellabile, cioe’ quella di essere un paese latino.

Cio’ che nessuno si aspettava, pero’, era la rivincita di quelli che sembravano destinati alla scomparsa definitiva. Quei residui di italianita’ che tanto erano disprezzati, nel frattempo, si spezzavano la schiena di lavoro, diffidavano delle sirene proletariste come di quelle anglosassoni, entrambe viste come un nemico , perlomeno come crudeli signorotti snob che li additavano ad esempi di miserabile italianita’.

Abituati a lavorare sotto la frusta di padroni ben peggiori, abituati al disprezzo dei ceti piu’ alti, abituati ad essere additati quali residui arcaici del passato, gli ultimi autentici italiani rimasti nel paese si sono spezzati la schiena per cinquant’anni, come solo una classe sociale di servi sa fare. Ma lo hanno fatto in un’economia molto diversa da quella tradizionale. Abituati a vivere senza speranza hanno lavorato come bestie senza lasciarsi avvilire dalla propaganda , abituati ad essere chiamati ignoranti sono rimasti se’ stessi senza lasciarsi disturbare dal dileggio molto british delle classi dirigenti benvendute.

Oggi sono una massa furente di persone che non ha MAI accettato quella propaganda , che ha stretto i denti di fronte alla disperazione portata avanti dalla propaganda del PCI, sono una popolo che dell’italianita’ ha conservato la parte peggiore (del resto spettava ad altri conservare quella migliore, non e’ a loro che va attribuito questo fallimento) , ma rimangono oggi gli unici italiani presenti.

C’e’ una sola piccola sfortuna: abituati a stringere i denti e a lavorare , anche nel disprezzo delle classi superiori e nella disperazione apocalittica cantata dai ricchi intellettuali molto in voga tra i radicalchic, questi italiani si sono arricchiti. Lavorando come bestie, a denti stretti, hanno raggiunto lo status di “parte produttiva del paese”.

Essi sono rabbiosi, desiderano vendetta (o forse giustizia) per quasi sessant’anni di umiliazioni da parte di coloro che , in nome della nuova cultura (anglosassone o sovietica) li aveva disprezzati perche’ troppo italiani.

Oggi non e’ piu’ facile come un tempo deriderli, specialmente quando sono loro i titolari dell’azienda ove lavorano come precari i figli laureati di coloro che fino a qualche anno fa li schifavano come pezzenti. Perche’ questa e’ la verita’: quello che dispregiativamente oggi viene definito “la pancia del paese” e’ fatto da coloro che per mezzo secolo sono stati disprezzati dai “migliori”. I vostri preziosi figli che sanno l’inglese e hanno la cultura alta stanno facendo i precari , le vostre figlie colte e laureate stanno sculettando e facendo le escort per questi , gli ultimi italiani del paese, o meglio, quelli che non hanno mai tradito il loro paese.

Non sento le voci che li accusano di essere ignoranti; essi sono semplicemente la parte meno sviluppata del paese che ha avuto una rivincita economica; non era loro il compito di portare avanti la cultura alta; se essa e’ scomparsa lo si deve a chi con un colpo di spugna l’ha sostituita con la cultura dei vincitori. Loro hanno resistito a denti stretti, e se le classi alte avessero fatto lo stesso oggi la cultura italiana sarebbe sopravvissuta anche nelle sue componenti piu’ alte. Ma gli unici che stringevano i denti, lavoravano come bestie e tiravano dritto erano loro. Chi e’ causa del suo male, pianga se’ stesso.

Oggi, i cantori di morte hanno i giorni contati. Questi ultimi italiani sono rabbiosi, desiderano rifarsi di cinquant’anni di umiliazioni. Sono ricchi, e hanno i mezzi per andare al potere e mantenere il potere stesso. Non ascoltano le sirene disfattiste; se non capiscono il concetto, se anche non sanno analizzare la propaganda postsovietica delle sinistre , per istinto sanno riconoscere quella disperazione indotta contro la quale hanno lavorato e stretto i denti per anni. Per istinto sanno riconoscere quel sistema di sperpero vizioso che e’ il mondo anglosassone, e sanno prenderne solo la parte che gli interessa, cioe’ quella che va di moda. Ma rimangono uguali a se’ stessi, anche se dopo cinquant’anni a stringere i denti il loro sorriso sembra ormai un ringhio rabbioso.

Oggi i cantori di morte hanno i giorni contati, e non credo, in coscienza, che valga la pena salvarli.

Chi tiene un blog dovrebbe forse deriderli ed evidenziarne l’ignoranza, ma io non riesco. Non riesco perche’ vengono da una storia di classe che non assegna A LORO il compito di salvare la cultura alta. Se essa e’ scomparsa, la colpa non e’ loro. Loro hanno conservato cio’ che avevano, al punto che oggi sono gli unici italiani rimasti. Accuso semmai le elite di aver gettato da parte troppo frettolosamente la cultura italiana per piegarsi a quella dei vincitori.

Dovrei forse stigmatizzare la loro rabbia e la loro violenza interiore. Eppure quella rabbia e quella forza genuina hanno permesso loro di resistere a mezzo secolo di tortura sociale, un interminabile supplizio di esclusione e derisione messo in opera dal mondo “moderno” , dagli “emancipati”, una mostruosa macchina da umiliazione cui hanno resistito per decenni lavorando e stringendo i denti.

Dovrei avere paura della loro violenza. Ma non ne ho. Non so se uccideranno migliaia o milioni, e onestamente non mi interessa. Chi oggi fa parte del coro dei cantori di morte e’ gia’ morto nello spirito, e rappresenta solo una carcassa che cammina; nel fallimento del sistema culturale ed economico anglosassone quelli che sono stati i padroni del paese hanno partorito e mandato a scuola i futuri schiavi, e i figli dei colti e degli emancipati andranno ad elemosinare uno stipendio da fame dai nuovi ricchi, le loro figlie andranno a prostituirsi dai nuovi padroni, i vecchi italiani, che frusteranno i loro figli colti e laureati e scoperanno le loro figlie bilingui con il piacere che viene dalla rivincita. Come biasimarli?

Ho ancora in mente la lettera di Celli, e so che cosa spero, nel profondo del cuore. Spero che venga cancellato fisicamente dalla storia del paese, che la violenza e la rabbia degli ultimi italiani si alzino e gridino “TACI!” a quel cantore di morte e disperazione che vuole spegnere le ultime luci negli occhi dei giovani , che glielo gridino con la forza dei giusti, e perche’ no, anche con la violenza degli oppressi.

Spero che questa “pancia del paese” divenga sempre piu’ forte, e che il loro stringere i denti si trasformi in un sorriso capace di gelare il sangue nelle vene al vecchio, a quell’Italia di importazione british, a quegli intellettuali di importazione sovietica, ai loro figli, ai loro nipoti.

Non penso sia giusto ne’ morale impedire agli ultimi italiani di riprendersi il proprio paese e di viverci, schiacciando quelle intellighenzie vendute e succubi dei vincitori della seconda guerra mondiale. Un secolo fa. E ancora non se ne vanno.

Le classi sociali piu’ disperate sono state la riserva indiana ove si sono salvati gli ultimi italiani. Oggi quelle classi sociali , grazie ad un lavoro sovrumano, sono riuscite a diventare la pancia del paese e ad andare al governo. Onestamente, devono rimanerci. Perche’ se lo sono meritato, e perche’ se ancora distinguiamo un italiano da un gallese lo dobbiamo a loro.

Il paese e’ loro. Se lo sono guadagnato.

So che prima o poi metteranno a tacere con la forza questi cantori di morte e disperazione. So che tapperanno con il piombo la bocca a tutti quelli che oggi cantano come se fosse una vittoria ogni male del paese, per attribuirlo a qualche odiato avversario politico.

Onestamente, dopo i cinquant’anni di tortura sociale che hanno subito, non riesco a non vedere una giustizia in tutto questo.

Personalmente, volgero’ gli occhi dall’altra parte. Non sono disposto ad accettare la violenza dei cantori di morte, perche’ so che si tratta di una violenza fine a se’ stessa, di gente che sa solo cantare la fine del paese ma e’ incapace di costruire qualsiasi cosa.

Ma nei confronti della violenza di chi e’ stato vittima di cinquant’anni di tortura sociale , di derisione, di umiliazione , di emarginazione dai “salotti buoni”, non riesco ad avere pregiudizi.

Vogliono censurare il web e tutti si inalberano; dove eravate quando a loro, la pancia piena(4) del paese oggi al governo, non veniva permesso di aprire bocca perche’ non parlavano con accento abbastanza british, perche’ non erano laureati, perche’ portavano nella voce e nel corpo i segni di una vita di lavoro? Non li avete forse zittiti , derisi, emarginati da ogni dibattito per cinquant’anni, questi “ultimi italiani”? Ora sono diventati ricchi, e potenti, e ora zittiranno voi. Non riesco a vederci nulla di male.

C’e’ violenza e violenza. E quella delle ex vittime si chiama giustizia.

(1)XVI Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Mosca.

(2) Omosessualita’ e pedofilia sono due cose distinte. Proprio per questo Pasolini va definito pedofilo, e non omosessuale. Di lui si conoscono le frequentazioni di ragazzini giovani, ma non si conosce alcun amore per persone adulte dello stesso sesso. Se andiamo gridando che omosessualita’ e pedofilia siano cose diverse e distinte, allora Pasolini era un pedofilo, e non un omosessuale. Potrei sbagliare: mi si mostri allora un fidanzato/compagno di Pasolini, di lui almeno coetaneo.

(3) In realta’ sia angloamericani che sovietici ingerivano pesantemente nella politica italiana , per cui non lo sapremo mai, dal momento che l’ Italia fu tutto, tranne che “lasciata da sola”.

(4) Sono sempre stati, in fondo, la pancia del paese. Prima degli anni ‘80, erano la pancia vuota. Oggi sono la pancia piena. Curioso come un capovolgimento economico stravolga la cultura e la politica. E forse anche la storia.

by Uriel

La verità sulla borsa




Nessuno riesce più a capire perché la borsa continui a progredire, mentre tutti gli indicatori sono in rosso (il più importante è la disoccupazione). I media definiscono “ripresa” questo fenomeno. La Banca mondiale, del resto, aveva stimato il ribasso del PIL mondiale del 3% per il 2009. Fonte: “Ribasso del 3% del PIL mondiale nel 2009” — leJDD.fr

Ora, il Dow Jones è passato da 8577 punti, il 15 ottobre, a 10.000 punti il 14 ottobre 2009, vale a dire più del 16% in piena crisi. Abbiamo quindi –3% per l’economia reale e + 16% per la borsa, strano no?

Una piccola spiegazione (di natura tecnica) è quindi d’obbligo.

I. I topi abbandonano la nave

Gli ‘Insiders’, cioè i responsabili delle imprese americane abbandonano la nave. Vendono a più non posso le loro azioni! Per mascherare questo fatto, Goldman Sachs che rappresenta più del terzo del volume dei titoli negoziati del NYSE (New York Stock Exchange) falsa i mercati grazie al trading “quantistico” o algoritmico. Questi scambi si effettuano con elevata frequenza su piccoli blocchi negoziati in permanenza tra un numero ristretto di fondi quantistici e di programmi di trading.

Laurent Useldinger, presidente di Ullink, une società che fornisce soluzioni di trading e di connettività FIX (Financial Informations Xchange) spiega così il trading quantistico: “Si ritiene che un trader che possiede strumenti algoritmici tratti un numero di ordini dieci volte superiore a un’operazione eseguita manualmente”

Sono tutte chiacchiere ovviamente, scollegate da ogni realtà economica!


II. La verità sulla borsa

Il NYSE, New York Stock Exchange che si chiama “Wall Street” o Borsa di New York, è la più grande borsa mondiale. Nel luglio del 2009, Goldman Sachs rappresentava un terzo dei volumi di scambi (program trading) e i 3 protagonisti principali (Goldman Sachs, Crédit Suisse e Morgan Stanley) rappresentavano, quanto a loro, il 63,6%. Ne è la prova il grafico “la verità sulla borsa” sul mio blog. Certo, tutto ciò è trading “quantistico”, un’aberrazione del mercato. Philippe Béchade nella ‘cronaca Agora’ fornisce un’eccellente analisi (fonte: Programmi di trading e manipolazione di corsi).


“Per chi nutrisse ancora dubbi, il comportamento ‘robotico’ del mercato prova in modo eclatante che non esiste più alcun contropotere reale di fronte alle macchine. I programmi di trading automatizzati regolano con precisione geometrica l’angolo di progressione del canale ascendente. Una volta bloccato l’indice al rialzo implicito (azioni, indici, materie prime) una serie di opportunità infinite viene offerta agli operatori. Possono arbitrare in tempo reale l’insieme delle categorie di derivati: opzioni, warrants, CFD (Contract for difference), contratti su indice.

Il crollo della volatilità consecutivo alla scomparsa di ogni correzione tecnica—ecco ancora un fenomeno che dimostra che ogni psicologia umana è cancellata dai computers senza pietà—tenderebbe a dimostrare che gli operatori ostentano una fiducia assoluta in un contesto in cui corso della Borsa e congiuntura sono totalmente scollegati.” Inoltre, il 30 giugno 2008, l’OCC (Comptroller of the currency, l’autorità del governo che tutela le banche) dichiarava che gli Stati Uniti possedevano 182.100 miliardi di dollari di prodotti derivati (delle metastasi); ora, qualche mese fa, l’ultimo rapporto fatto era di 20.000 miliardi di dollari (controllati da 5 banche). Nel momento in cui si parla di regolamentare la finanza, 20.000 miliardi di dollari sono stati creati in 1 anno, cioè una volta e mezzo il PIL degli Stati Uniti (tabella pagina 12).

La crisi sistemica attuale, che è il canto del cigno del nostro sistema economico, ci dimostra che le teorie economiche sono obsolete.

Paul Krugman che è rimasto indietro, si chiede ancora come gli economisti abbiano fatto a sbagliare fino a questo punto.

Eppure è semplice, le teorie economiche non si sono evolute allo stesso ritmo della finanza. Quest’ultima, grazie all’aiuto della matematica e delle pressioni politiche, ha saputo creare un gigantesco ‘casinò planetario’ con somme che superano 10 volte il PIL mondiale. Peggio ancora, la maggior parte di queste decine di migliaia di miliardi di dollari, sono direttamente legate ai debiti.

Tutte le teorie economiche vanno quindi a pezzi: quelle sul valore, sulla relazione capitale/lavoro ecc. ecc.

“Era inevitabile che fatti così gravi accadessero” dichiarava Benoît Mandelbrot, matematico e inventore dei frattali, poiché questo sistema è matematicamente condannato. Sta morendo in questo stesso istante, è arrivato il tempo di un nuovo paradigma, di una nuova visione del mondo, in effetti, che deve escludere i “signori feudali” che tentano di bloccare definitivamente il sistema a loro vantaggio.
di Gilles Bonafi

26 dicembre 2009

Il parlamento mediatico ha cambiato la politica


Negli ultimi quarant’anni è avvenu­ta una rivoluzione culturale. Pri­ma la cultura era una piramide al cui vertice c’erano i grandi filosofi, gli stu­diosi, i registi, i romanzieri che studia­vano, analizzavano la vita umana e in­dicavano mete e valori. Le loro opere, i loro libri venivano letti e discussi dalle persone colte e da esse il sapere si river­sava su tutta la popolazione in pubblici dibattiti, nei quotidiani, alla radio, alla televisione. Essi potevano avere posizio­ni politiche diverse, ma avevano una ba­se culturale comune per cui si rispetta­vano e si capivano.

Oggi la piramide culturale è scompar­sa, al suo posto c’è un grande palcosce­nico mediatico formato dalle televisioni e, a distanza, dai quotidiani e dal web. In questo palcoscenico i protagonisti so­no i grandi conduttori televisivi, i politi­ci ed i commentatori politici importan­ti, i divi dello spettacolo e dello sport, alcuni intellettuali e gli specialisti del gossip. Vi entrano poi, volta per volta, i personaggi che balzano alla ribalta del­la politica, della letteratura, del cine­ma, della cronaca nera e di quella scan­dalistica. Sono un migliaio di persone, che ritroviamo dappertutto, negli spet­tacoli come nei talk show dove si invita­no a vicenda. Le riviste femminili com­pletano il quadro parlando dei loro amo­ri, divorzi, figli e amanti.

Queste persone costituiscono un vero e proprio «parlamento mediatico» in cui si espongono idee, si sostengono opi­nioni, si affermano valori, si propongo­no modelli di comportamento in tutti i settori: politica, arte, scienza, educazio­ne, medicina, spettacolo. È avvenuto un immenso processo di «democratizza­zione e massificazione» della cultura. In questo «parlamento mediatico» vi sono molti centri di potere che competo­no fra loro e prevale chi ha più audience così come nelle elezioni politiche preva­le chi ha più voti. Alcuni leader di que­sto «parlamento» hanno un potere di influenzamento molto più alto di un mi­nistro dei Beni culturali o della Pubbli­ca istruzione, ma nessun politologo ha mai fatto uno studio di questo potere e nessuno sa dirci che fondamento di le­gittimità abbia. Ed è peccato perché in questo modo non riusciamo a capire chi conta veramente nella cultura italiana e ne ha la responsabilità. Togliamoci co­munque dalla mente l’illusione che al vertice ci sia ancora l’alta cultura o l’università o gli uomini politici che ne sono diventatati essi stessi ormai total­mente prigionieri.

25 dicembre 2009

Buon Natale


Auguri a Tutti,
speranze per un futuro migliore siano seminate nelle menti fertili.
by Leon

24 dicembre 2009

Israele ammette: rubati gli organi ai palestinesi morti

bustedrabsAll'inizio di settembre un articolo del giornale svedese Aftonbladet aveva scatenato una crisi diplomatica tra Svezia e Israele. Nell'articolo i parenti di un palestinese denunciavano che gli israeliani avevano restituito il cadavere del loro caro dopo averne prelevato degli organi e che il loro caso non era unico.

Immediatamente da Israele si alzò un fuoco di sbarramento feroce che definì "antisemita" il giornale, la Svezia e chiunque prestasse orecchio ad accuse immaginarie. Oggi invece sappiamo che le "l'immaginario furto d'organi" è stata pratica comune in Israele per oltre dieci anni. A ridurre, solo parzialmente, l'orrore si è venuto a sapere che l'istituto forense israeliano Abu Kabir, non ne faceva questione di nazionalità, rubava gli organi senza consenso sia ai cadaveri dei palestinesi che a quelli degli israeliani che transitavano dalla struttura per le autopsie. L'istituto era l'unico istituto di medicina legale del paese ed è al centro di un clamoroso scandalo che riguarda proprio un traffico internazionale d'organi a pagamento (nelle foto la retata negli Stati Uniti).

Alcuni parenti di soldati israeliani morti hanno fatto causa all'istituto fin dal 2001, possibilità per ora negata ai parenti delle vittime palestinesi, perché gli espianti sui palestinesi erano negati dl governo israeliano. Il dottor Hiss, nonostane le pesantissime accuse che comprendevano altre irregolarità (tra le quali una collezione di teschi umani e l'aver taroccato l'autopsia di Rabin), è stato assolto da ogni accusa e protetto dal governo, motivo dell'assoluzione è che Hiss non avrebbe tratto profitto dai suoi reati, perché "il suo unico interesse era l'avanzamento della ricerca scientifica". Una giustificazione ccettabile e imbarazzante che si è già sentita nel passato, Hiss continua ancora oggi a lavorare come patologo nella stessa struttura e il governo, difendendolo, ne ha condiviso implicitamente l'operato.

L'ammissione è contenuta in una intervista del 2000 all'allora capo dell'istituto Jehuda Hiss, al canale televisivo israeliano Channel 2 TV, intervista che poi non è mai stata mandata in onda, conservando il segreto su questo modo criminale di procedere fino a ieri. L'intervista è andata in onda questo fine settimana e non perché in Israele si stia decidendo una nuova e discussa disciplina dei trapianti, per la quale i donatori di organi acquisirebbero la precedenza nei trapianti sui non donatori.

È stata Nancy Sheppard-Hughes, l'accademica statunitense che aveva intervistato il professor Hiss nel 2000, a decidere di rendere pubblica l'intervista proprio per la delicatezza delle questioni sollevate dall'articolo di Aftombladet. Secondo Sheppard-Hughes l'intervista dimostra che non esisteva un accanimento razzista sui corpi dei palestinesi, ma non si può mancare di notare che nell'esercitare la pratica sui palestinesi i medici israeliani hanno infranto leggi e norme che vanno oltre la deontologia professionale, visto che Israele non poteva esercitare alcuna sovranità sui corpi degli "stranieri" e ancora meno su quelli dei nemici uccisi in combattimento o durante i numerosi episodi di repressione ai danni della popolazione palestinese. Al seguito dell'intervista nessuno ha più avuto il coraggio di smentire nulla, anche perché è arrivata anche la stringata ammissione ufficiale dell'esercito "quelle pratiche hanno avuto luogo" a mettere la parola fine sulla questione.

aftonSe il furto d'organi avesse interessato solo i corpi di cittadini israeliani lo scandalo avrebbe avuto una dimensione esclusivamente nazionale, ma ora che si è saputo che il traffico si estendeva ai corpi dei palestinesi la questione diventa un problema di natura necessariamente internazionale e chiama in causa le responsabilità dei vertici del governo israeliano. Responsabilità relative a crimini gravissimi compiuti nei confronti di una popolazione sotto regime d'occupazione militare, ce n'è abbastanza per un'altra causa per crimini di guerra contro i governi israeliani dell'epoca.

Uno scandalo e un colpo all'immagine che non potrà certo risolversi dando dell'antisemita a caso, ma anche una rivincita del quotidiano a del giornalista svedese che a settembre erano finiti nella bufera, costretti poi a precisazioni pelose per quietare l'assalto della propaganda israeliana e deflettere l'accusa di antisemitismo, portata rabbiosamente e a gran voce da blog e testate filo-israeliane, arrivando a parlare di "matrimonio all'inferno" tra l'Aftonbladet e Hamas. In Italia non era andata molto meglio e nessun politico aveva difeso il diritto di cronaca di fronte alla furia dei soliti noti, che erano giunti a chiedere il boicottaggio dell'IKEA contro i cattivi antisemiti.

Oggi, mentre Google News restituisce oltre un migliaio d'articoli sulla clamorosa conferma, la versione italiana offre solo sei risultati, nessuno dai maggiori quotidiani e nessuno che ricordi l'iniziativa di Fiamma Nirenstein (deputata del PDL con cittadinanza israeliana) che da sola causò un piccolo incidente diplomatico tra Italia e Svezia, approfittando della sua posizione in Commissione Esteri per dare dell'antisemita agli svedesi in nome del governo italiano. Nessuno è corso neppure ad intervistare il ministro degli esteri Frattini, che aveva dismesso come false le notizie pubblicate da Aftonbladet.

Ancora una volta l'uso sistematico dell'accusa di antisemitismo da parte della propaganda israeliana si è rivelato efficace nel ridurre al silenzio le voci critiche con Israele, ma ancora una volta l'accusa si è dimostrata falsa, un'offesa e un insulto alla verità. Chi non ha ragioni da opporre, può ricorrere solo all'insulto, da tempo Israele è ridotto a poter usare solo l'espediente dell'accusa di antisemitismo perché di ragioni nel reprimere e cacciare i palestinesi nei territori, etiche o legali che siano, non ne ha più alcuna.

by Mazzetta

I banchieri? Un danno per la società "Vale di più l'operatore ecologico"


L'analisi e la proposta degli economisti della New economics foundation (Nef). "Collegare gli stipendi al contributo di benessere che un lavoro porta alla comunità"

Vale più un addetto alle pulizie, soprattutto se in ospedale, che un banchiere. In più, il secondo crea anche problemi alla società. Sembra tanto l'affermazione fatta da un qualsiasi avventore di bar e invece è la conclusione della ricerca elaborata dal think tank della New economics foundation (Nef), un gruppo di 50 economisti famosi per aver portato nell'agenda del G7 e G8 temi quali quello del debito internazionale.

Il Nef ha calcolato il valore economico di sei diversi lavori, tre pagati molto bene e tre molto poco. Un'ora di lavoro di addetto alle pulizie in ospedale, ad esempio, crea dieci sterline di profitto per ogni sterlina di salario. Al contrario, per ogni sterlina guadagnata da un banchiere, ce ne sono sette perdute dalla comunità. I banchieri, conclude il Nef, prosciugano la società e causano danni all'economia globale. Non bastasse questo, valutano ancora gli economisti impegnati in un'etica della finanza, i banchieri sono i responsabili di campagne che creano insoddisfazione, infelicità e istigano al consumismo sfrenato.

"Abbiamo scelto un nuovo approccio per valutare il reale valore del lavoro - spiega il Nef nell'introduzione alla ricerca - . Siamo andati oltre la considerazione di quanto una professione viene valutata economicamente ed abbiamo verificato quanto chi la esercita contribuisce al benessere della società. I principi di valutazione ai quali ci siamo ispirati quantificano il valore sociale, ambientale ed economico del lavoro svolto dalle diverse figure".

Un altro esempio che illustra bene il punto di partenza del Nef è quello della comparazione tra un operatore ecologico e un fiscalista. Il primo contribuisce con il suo lavoro alla salute dell'ambiente grazie al riciclo delle immondizie, il secondo danneggia la società perché studia in che modo far versare ai contribuenti meno tasse.

"La nostra ricerca analizza nel dettaglio sei lavori diversi - si legge ancora nell'introduzione - scelti nel settore pubblico e privato tra quelli che meglio illustrano il problema. Tre di questi sono pagati poco (un addetto alle pulizie in ospedale, un operaio di un centro di recupero materiali di riciclo e un operatore dell'infanzia), mentre gli altri hanno stipendi molto alti (un banchiere della City, un dirigente pubblicitario e un consulente fiscale). Abbiamo esaminato il contributo sociale del loro valore e scoperto che i lavori pagati meno sono quelli più utili al benessere collettivo".

La ricerca, infine, smonta anche il mito della grande operosità di chi ha lavori ben retribuiti e di grande prestigio: chi guadagna di più, conclude il Nef, non lavora più duramente di chi è pagato poco e stipendi alti non corrispondono sempre a un grande talento. Eilis Lawlor, portavoce della Nef, ha voluto però precisare alla Bbc: "Il nostro studio vuole sottolineare un punto fondamentale e cioè che dovrebbe esserci una corrispondenza diretta tra quanto siamo pagati e il valore che il nostro lavoro genera per la società. Abbiamo trovato un modo per calcolarlo e questo strumento dovrebbe essere usato per determinare i compensi".
tratto da Repubblica

23 dicembre 2009

11/9: il volo AA77 non può essere stato dirottato

Documenti declassificati mostrano che la portiera della cabina è sempre rimasta chiusa a chiave. Sarebbe dunque stato impossibile per i dirottatori entrarvi o fare uscire il pilota durante il volo.

Secondo il rapporto della commissione presieduta da Kean-Hamilton, il volo AA77 sarebbe stato dirottato da alcuni pirati dell'aria l'11 settembre e si sarebbe schiantato contro il Pentagono.

Il rapporto precisa che il dirottamento sarebbe avvenuto tra le 8:51 (ora dell'ultimo contatto radio) e le 8:54 (ora in cui l'aereo cambia rotta); che, essendosi interrotto il contatto col transponder, le traccie dell'apparecchio sono state perse alle ore 8:56. Solo alle ore 9:32, l'aviazione civile nota un aereo in prossimità di Washington, che viene identificato, per deduzione, essere il volo AA77.



Il rapporto precisa altresì che le due passeggere Renée May e la giornalista Barbara Olson hanno indicato per telefono ai loro cari il fatto che sull'aereo ci fossero 6 dirottatori (e non cinque) armati di taglierini. Secondo la testimonianza di Ted Olson, procuratore generale degli Stati Uniti, sua moglie avrebbe precisato che i passeggeri sarebbero stati raggruppati nella parte finale del Boeing, e gli avrebbe chiesto quali istruzioni trasmettere al capitano, il quale si trovava con lei.

Le testimonianze dei passeggeri sono già state invalidate dall'indagine dell' FBI, al momento del processo Moussaoui. In quella occasione, è stato stabilito come non fosse possibile, al tempo, effettuare telefonate da una tale altitudine e che, del resto, non vi era traccia di queste conversazioni nei rilevamenti delle compagnie telefoniche.

I documenti del National Transportation Safety Board (NTSB), nuovamente declassificati su richiesta dell'associazione « Pilot for 9/11 Truth », fanno risultare la registrazione del parametro « CI » intitolato « Flight Deck Door ». Quest'ultimo mostra che la portiera della cabina è rimasta chiusa a chiave. Sarebbe dunque stato impossibile entrarvi o farne uscire il pilota durante il volo.

In queste condizioni, solo il comandante Charles F. Burlingame e il copilota David Charlebois si trovavano nella cabina nel momento in cui l'aereo ha cambiato rotta.

Il comandante Charles F. Burlingame era un ex-pilota di caccia della Navy. E' stato portavoce del Pentagono durante l'operazione Tempesta del deserto. E' ugualmente stato responsabile di un esercizio di simulazione che metteva in scena il possibile schianto di un aereo di linea sul Pentagono. In virtù di una legge ad hoc, i suoi presunti resti sono stati inumati nel prestigioso cimitero militare d'Arlington, seppure la sua sia stata considerata una morte in vesti civili. Sua sorella Debra Burlingame co-presiede assieme a Liz Cheney (figlia del vice-presidente Dick Ceney) l’associazione Keep America Safe.
di Reseau Voltaire

21 dicembre 2009

Chi ha ucciso l’economia?

Qualcuno di voi sa perché il senatore repubblicano e texano Phil Gramm merita un posto nella storia?

Se proprio non ricordate qualcosa, prendetevela con i giornali. Perché è davvero difficile che una persona non addetta ai lavori sappia o ricordi che cosa stabilì il Gramm-Leach-Bliley Act, approvato nel 1999 negli Stati Uniti d’America. Eppure, se si dovesse indicare un singolo evento per spiegare la drammatica crisi finanziaria che stiamo vivendo oggi, l’entrata in vigore della proposta che recava come prima firma quella del senatore repubblicano e texano Phil Gramm rappresenterebbe una delle scelte più azzeccate.

È in quel momento, infatti, e anche grazie a ben due iniziative di Gramm, dopo anni di battaglie a favore della deregolamentazione e del liberismo più spinti, che gli Usa, e di conseguenza anche il mondo, decidono di mettere da parte una delle lezioni tratte dalla crisi delle borse del 1929, dagli errori commessi nell’affrontarla e dalle dolorose conseguenze per le economie di tutto il pianeta. A cominciare dalla lunga fase della depressione,
dai salvataggi pubblici a ripetizione, dall’incertezza e dalla sofferenza per innumerevoli famiglie. Senza contare le ripercussioni politiche che lo shock ebbe nella Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.

La prima lezione del 1929 riguarda il protezionismo: mai rispondere ad una crisi finanziaria con l’innalzamento delle barriere tra paese e paese.
Invece di fornire il respiro necessario alla ripresa, un atteggiamento di chiusura riduce l’attività, crea un avvitamento.

La seconda lezione riguarda la liquidità: nel fronteggiare una crisi finanziaria il rigore nella distribuzione della moneta rischia di essere mortale, perché sottrae preziose munizioni alle banche, la cui crisi – considerate le innumerevoli connessioni con i diversi attori dell’economia – può far saltare l’intero sistema, comprese le industrie sane e le famiglie. Di queste lezioni si è fatto tesoro nel momento di affrontare altre difficoltà.

Nel 1987, quando gli indici azionari di Wall Street calano in un solo giorno del 23 per cento, la Federal Reserve, la banca centrale degli Usa, fornisce al mercato la liquidità necessaria per evitare ulteriori danni.

Nel 1989, di fronte al fallimento del sistema delle casse di risparmio, il governo federale Usa interviene prontamente per un salvataggio pubblico. Quando scoppia la bolla di Internet e soprattutto dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, nel settembre del 2001, Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, taglia i tassi di interesse per rendere il denaro da prendere in prestito sempre meno caro.

Lo stesso si sta facendo oggi.

La lezione dimenticata riguarda invece le regole ed i controlli sulle banche.

Negli anni Trenta, l’esperienza fatta con la crisi porta gli Usa e molti altri paesi ad adottare un nuovo modello di sistema creditizio, basato su tre punti fermi: controllo sulle aziende di credito; netta divisione tra banche commerciali, che raccolgono i depositi dei clienti normali, e banche d’affari, che fanno credito a lungo termine alle industrie; limiti ferrei nel possesso di quote societarie delle industrie da parte delle banche e viceversa.

Due esempi per tutti: nel 1933 la legge Glass-Steagall negli Usa e, nel 1936, la legge bancaria italiana.

In parole povere, il comportamento delle banche e degli operatori finanziari aveva provocato un tale disastro, a cominciare dalla perdita dei posti di lavoro per finire con la necessità di intervenire con numerosi salvataggi pubblici (in Italia portò alla nascita dell’Iri), da suggerire rigore, controlli e grande prudenza.
Questo atteggiamento non viene meno con la guerra. Anzi, sul finire del secondo conflitto mondiale, l’idea che siano necessarie regole, controlli, certezza della stabilità e presenza forte dello Stato viene utilizzata non solo nel settore bancario, ma per tutta l’economia, a cominciare dal punto fondamentale: la moneta.

Nel 1944, a Bretton Woods, viene concordato un nuovo ordine monetario mondiale che stabilizza i cambi mettendo al centro del sistema il rapporto fisso tra dollaro e oro.
Il sistema delle regole e dei controlli, da un lato per le banche e le società finanziarie, dall’altro per le monete, garantisce per alcuni decenni una sostanziale stabilità all’economia mondiale. Poi, in due distinte fasi, viene ribaltato.

In una prima fase viene superato il sistema dei cambi. Nella notte tra il 14 ed il 15 agosto del 1971, il presidente Usa, Richard Nixon, dichiara unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro, permettendo così agli Usa – appesantiti dalle spese per sostenere la guerra nel Vietnam – di affrontare le nuove difficoltà senza l’impaccio delle regole monetarie.

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, prima con il presidente Ronald Reagan e sulla spinta della scuola degli economisti di Chicago, ma poi anche con le amministrazioni repubblicana di Bush padre e democratica di Bill Clinton, negli Usa e nel resto del mondo prende il via un’ulteriore fase: togliere tutte le briglie all’economia, per farla correre sempre di più. Una spinta che si incrocia con la rivoluzione tecnologica, con lo sviluppo di nuove tecniche di ingegneria finanziaria; e alla fine degli anni Ottanta anche con il crollo del sistema sovietico.

Deregolamentazione e privatizzazione diventano parole d’ordine nel mondo intero, compresa l’Italia, dove l’enorme debito pubblico e l’immobilismo dei mercati provocati dalle numerose situazioni di monopolio impongono negli anni Novanta di vendere i gioielli di famiglia, di privatizzare l’enorme apparato pubblico composto dalle banche e dalle industrie controllate dallo Stato e di liberalizzare alcuni segmenti dell’economia, come energia, comunicazioni, trasporto.
In quel momento l’idea dominante, anche se non generalizzata, è che il capitalismo libero da ogni controllo è e sarà la scelta migliore. Ed è a questo punto che entra in scena prepotentemente Phil Gramm. Nel 1999 la legge Gramm-Leach-Blibey abolisce la vecchia legge Glass-Steagall del 1933. L’anno dopo lo stesso senatore Gramm, sponsorizzato da tutti i più importanti operatori di Wall Street, riesce a far passare un emendamento all’interno di una corposa legge finanziaria in discussione negli ultimi mesi della presidenza di Bill Clinton. Titolo: Commodity Futures Modernization Act (Cfma). Il provvedimento viene firmato da Clinton il 21 dicembre del 2000. Ed è una bomba ad orologeria: il Cfma sottrae quasi per intero i prodotti finanziari cosiddetti derivati alla regolazione e alla sorveglianza sia della Sec, la Commissione che vigila in Usa sui titoli e sulla borsa, sia della apposita commissione di controllo sui future.

È grazie a questa seconda fase di deregolamentazione che si sono potuti moltiplicare, e senza eccessivi controlli, i prodotti finanziari derivati trattati fuori dalle borse: dal 2000 al 2007 si è passati da un valore stimato
pari a 100 trilioni di dollari a 600 trilioni. Una cifra gigantesca, che equivale a un multiplo del Prodotto interno lordo del mondo intero. E le garanzie? Di fatto, tutto viene ritenuto possibile sulla base dell’idea che il mercato abbia al proprio interno, per sua natura, meccanismi di sicurezza.

Ma anche nella presunzione che le grandi banche di investimento rimaste negli Usa fuori dal controllo stringente della Federal Reserve, così come i nuovi, raffinati ingegneri della finanza, siano ormai così bravi da garantire da soli, senza bisogno di lacci e lacciuoli, il miglior funzionamento del mercato e la sicurezza degli investimenti. Lehman Brothers, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley, Merrill Lynch, insomma il Gotha della finanza mondiale: avrebbero fatto crescere tutti e garantito tutti con il proprio nome, la propria storia, l’indiscussa bravura. Un esempio per tutti.

Il fatto straordinario è che di questi passaggi, delle iniziative legislative con le quali Gramm, ma potremmo dire anche Bill Clinton, smontarono il sistema dei controlli che fino ad allora avevano fatto degli Stati Uniti uno dei paesi più trasparenti e sicuri dal punto di vista finanziario, tranne poche eccezioni, non ne parla nessuno. Se ne trova qualche traccia negli articoli di Luciano Gallino su Repubblica, in un articolo di Roberto Seghetti su Panorama e appena una citazione in un paginone pubblicato da La Stampa (ma Gramm è l’unico ad essere citato senza foto) con la lista di tutti i possibili colpevoli.

La ragione? Ve ne sono diverse.

Sicuramente, pesa un po’ di ignoranza. È più semplice parlare delle persone più conosciute, di coloro sui quali trovi montagne di ritagli negli archivi. Uno di questi è Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve, altro colpevole, certamente, ma appunto più conosciuto perché è stato in primo piano sul palcoscenico mondiale ed è un personaggio che i giornali di tutto il mondo hanno amato o odiato.

Un altro motivo può essere la mancanza di teatralità, si potrebbe dire di colore, di un eventuale articolo su uno sconosciuto senatore texano.

Ma forse c’è qualcosa di più. Forse ha giocato un ruolo decisivo anche il comodo appoggiarsi alla vulgata dei più togati commentatori, economisti, banchieri, grandi industriali, esperti di vario genere, tutti d’accordo in fondo che non occorra dar troppo fastidio a coloro che fanno affari.
Perché prendersela con Gramm o con Bill Clinton, se per tutti resta necessario lasciare ai banchieri, ai finanziari, agli industriali mani libere?

Leggete bene i nostri quotidiani: guai a coloro che pensano di reintrodurre controlli veri, ficcanti, sui movimenti di denaro. Di che cosa si discute nei fondi e negli editoriali dei principali quotidiani nazionali in mezzo alla crisi provocata dalla voracità e dalle malefatte dei finanziari e dei banchieri di mezzo mondo, crisi che stiamo pagando tutti? Della riforma dei contratti di lavoro, della riforma delle pensioni, della flessibilità del mercato del lavoro e della necessaria protezione per coloro che, per salvare le imprese, bisognerà buttare fuori dall’impiego. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in altri momenti fautore di una politica considerata dall’opposizione fantasiosa, oggi cita regole, controlli, ritorni a un’occhiuta vigilanza, e se la prende con i banchieri e i finanziari. I giornali ne riportano le dichiarazioni, con enfasi. Ma poi si fermano lì, non vanno a fondo.

Come dire, nella stampa italiana, controllata dai maggiori gruppi bancari, finanziari e industriali del paese, così come sui mezzi dei principali paesi ricchi, sembra che sia disdicevole proporre di rendere gli affari davvero trasparenti. Pensosi fondi avvertono i rischi di un’eventuale nazionalizzazione delle banche (che priverebbe gli azionisti dei loro poteri) e invocano invece la salvezza con un esborso massiccio di risorse sottratte ai contribuenti.
Si continuano a sparare titoli a tutta pagina contro la criminalità organizzata. Ma si continua anche a guardare con comprensiva partecipazione l’industriale o il banchiere che ha aggirato le regole (notizia che finisca a pagina 35).

È in questo contesto, insomma, che nasce il sospetto di un’omissione e di una superficialità voluta. Raccontare come Gramm o Bill Clinton, hanno contribuito a smontare le regole, permettendo una crescita esponenziale della ricchezza finanziaria a favore di pochi e a danno di molti, non ha appeal.
Parlare di controllo sui movimenti di denaro fa storcere il naso. Vuoi mettere invece il plauso che puoi ottenere dai principali azionisti del tuo giornale se, proponendo l’estensione della cassa integrazione ai giovani precari, come si conviene a chi ha buon cuore, ipotizzi pure il superamento dello statuto dei lavoratori?

di Bankor Jr.