22 marzo 2010

L'acqua privatizzata? Più cara e inefficente

Bollette dell'acqua molto più salate in cambio di un servizio... peggiore. Sarebbero questi i presunti benefici della totale privatizzazione della gestione dei servizi idrici, imposta dal governo con il decreto Ronchi. In base a questa legge, approvata il 18 novembre scorso, la quota di partecipazione pubblica nelle società miste dovrà passare entro il 2015 dall'attuale 51% al 30%.

Al di là di fondamentali obiezioni di principio (può un bene prezioso come l'acqua essere gestito da società che, per loro natura, seguono la logica del profitto, invece che quella dell'interesse pubblico?) è proprio l'esperienza concreta maturata nelle città dove tali privatizzazioni sono già avvenute, per il tramite di spa a maggioranza pubblica, a sconsigliare di proseguire su questa strada.

L'esempio più citato è quello della provincia di Arezzo, che dal 1999 ha affidato il proprio servizio idrico ad una Spa a maggioranza formalmente pubblica, la Nuove Acque, dove però tutti i poteri sono di fatto nelle mani del socio privato, la multinazionale francese Suez, che ha il diritto di nominare l'amministratore delegato. Una scelta colpevolmente sostenuta in questi anni anche dal centrosinistra ma che, alla prova dei fatti, si è rivelata un errore. Anche perchè la tanto invocata concorrenza tra pubblico e privato, che secondo i "privatizzatori" avrebbe dovuto portare a un riduzione delle tariffe, non c'è stata, in quanto l'acqua continua ad essere erogata in regime di monopolio.ù

«I dati ufficiali del comitato di vigilanza risorse idriche parlano chiaro: Arezzo occupa il terzo posto nella graduatoria delle città in cui l'acqua è più cara», denuncia Stefano Mencucci, del Comitato per l'acqua pubblica del capoluogo toscano. Per parte loro, i sostenitori della privatizzazione sottolineano il presunto aumento del consumo domestico, dovuto - dicono - a un miglioramento della qualità dell'acqua che esce dai rubinetti.
Mencucci scuote la testa: «E' vero il contrario. Nonostante i nuovi allacci nel frattempo effettuati, oggi il consumo è lievemente inferiore a quello di dieci anni fa. E' vero invece che l'acqua di Arezzo è di ottima qualità. Ma non è certo merito della Nuove Acque, bensì del nuovo invaso realizzato con investimenti totalmente pubblici alle sorgenti del Tevere, pochi mesi prima della privatizzazione. Anzi, la Suez si era assunta l'impegno di portare l'acqua dell'invaso di Monte d'Oglio nei comuni limitrofi dopo tre anni, vale a dire nel 2002. Oggi siamo nel 2010 e - a parte un caso - questo non è ancora stato fatto».
Anche chi si aspettava un servizio migliore è rimasto deluso: «Attualmente gli acquedotti dell'Aato 4, consorzio che comprende 37 comuni, perdono - spiega ancora Mencucci - intorno al 35% dell'acqua, sostanzialmente la stessa percentuale che c'era al momento dell'avvento del soggetto privato». Peccato che questo deludente risultato sia stato pagato a caro prezzo dai cittadini, vista la valanga di soldi passati nelle tasche della multinazionale francese, sotto forma di consulenze e prestazioni accessorie sulla carta finalizzate proprio a ridurre le falle presenti nella rete idrica aretina. Basti dire che nel 2009 e nel 2010 la cifra percepita dalla Suez per queste "prestazioni accessorie" è stata di un milione e 269mila euro per ogni anno. Una sorta di utile fisso e garantito fino al termine della concessione, che ha una durata di 25 anni.

Spiace ricordare che l'apprendista stregone di questa operazione "a perdere" sia Paolo Ricci, all'epoca sindaco di centrosinistra e adesso presidente... di Nuove Acque. Dopo una parentesi di centrodestra, dal 2006 Arezzo è stata riconquista dal centrosinistra, inclusa Rifondazione. Purtroppo la lotta per la ripubblicizzazione, oltre a dover fare i conti con ostacoli di carattere tecnico e giuridico, sconta anche l'assenza di una vera volontà politica da parte del Pd, «a parte alcuni suoi esponenti», precisa Mencucci.

Eppure le armi di pressione non mancherebbero: «Nel momento in cui il soggetto privato non fa gli investimenti che deve fare - e questo succede tutti gli anni - si apre un contenzioso. Se chiede aumenti tariffari, non gli si devono dare», è la linea dura suggerita dal Comitato. Che confida in un successo del referendum per l'abrogazione del decreto Ronchi: «Raccoglieremo migliaia di firme», assicura Mencucci.
di Roberto Farneti

21 marzo 2010

La leggenda dell'ascensore sociale


Discutere di occupazione in questi tempi di crisi e' abbastanza complesso, anche perche' le statistiche sull'occupazione sono sempre troppo poco accurate perche' si possano fare delle deduzioni a riguardo. In particolare, nel caso italiano, ci sono alcuni dati che non si vogliono capire. E non si vogliono capire perche' essi impatterebbero troppo con il nostro modo di vivere, di pensare, di agire.
Innanzitutto, la disoccupazione non e' quel che si pensa. Le statistiche sui non occupati non distinguono, per dire, chi ha piu' prospettive da chi non ha piu' prospettive. Un 10% di disoccupati giovani e' molto diverso, per dire, da un 10% di disoccupati cinquantenni. Se il disoccupato giovane e' semplice da reinserire (relativamente, almeno) quello cinquantenne non e' affatto una questione cosi' semplice.
Cosi', comprendere quanto sia devastante il dato "10%" e' difficile: potremmo avere una grande difficolta' di ingresso sul mercato o una difficolta' a rimanerci.

Il secondo grosso problema che non vediamo e' la storia del disoccupato. Se c'e' una crisi economica e vieni dal mondo delle partite IVA, non sei realmente un "disoccupato", a seconda degli strumenti di misura: sei solo un professionista che non ha piu' clienti. Per passare alla fase ufficiale , cioe' per passare alla fase di disoccupato, occorre dichiararsi tali. Siccome queste partite IVA si mantengono tali perche' sperano di trovare clienti o di recuperare i vecchi, spesso questo non avviene.

Al contrario, il lavoratore dipendente che diventa disoccupato lo vedo subito, perche' alla fine dei conti finisce subito in una lista ufficiale.

Fatto questo, appare chiaro come una stima di disoccupazione cosi' come e' fatta (9% in UE, 10% in USA) non sia cosi' efficace. In USA non vedo la disoccupazione di chi e' freelance e di chi e' self-smployee, dal momento che sino a quando non si iscrivono a qualche sussidio per il rilevatore sono solo professionisti senza clienti.
Ci sono poi altri fenomeni, come la sottoccupazione o il calo di reddito. Se prima guadagnavo 1000 e adesso ho trovato un altro lavoro che mi da' 600, per lo stato risulta che io sia occupato come prima. In realta', cambiando lavoro cosi' dovrei dire di essere occupato al 60% rispetto a prima.

Eliminate le considerazioni sul passato, posso iniziare quelle sul futuro. A seconda della mia eta', il lavoro mi offrira' prospettive future o meno. Se prima un dipendente era dentro una multinazionale, potra' pensare di aver fatto due-tre passi di carriera negli anni successivi. Se per via della crisi e' stato licenziato ed e' andato a fare lo stesso lavoro in un piccolo negozio, il risultato e' che anche a livello di reddito non crescera' come prima nei prossimi anni.

Siamo cioe' nella situazione in cui moltissime statistiche non ci dicono quasi nulla, perche' (anche omettendo il lavoro nero) ci dicono solo quanta gente dichiara di essere senza lavoro, ma non ci dicono nulla sui cambiamenti del mercato del lavoro.

E qui andiamo alla disoccupazione italiana. La disoccupazione in Italia ha diverse cause, tra cui alcune culturali e sociali.

La prima causa culturale e' che si e' dato per scontato che l'ascensore sociale potesse crescere all'infinito. C'e' gente che si lamenta del fatto che l'ascensore sociale si sia fermato, ma proviamo a rifletterci.
Se nel 1910 avevamo 100 operai per ogni dirigente, l'idea de "ascensore sociale" e' che tutti e 100 i figli degli operai debbano (almeno in potenza) diventare dirigenti. A parte la domanda che viene spontanea (e chi lavora?) il problema e' che si tratta evidentemente di una cosa impossibile. La storia dell'ascensore sociale sarebbe possibile solo se da qualche parte ci fossero 100 operai che prendono il posto dei figli degli operai, diventati tutti dirigenti.

LA nostra scuola, figlia del mito dell' "ascensore sociale", non ha capito pero' che questa cosa non sia possibile, e si e' comportata come se l'ascensore sociale sia una realta' ineluttabile, o addirittura un principio della fisica. C'e' gente che ha enunciato come l' "ascensore sociale" sia una realta' tipica delle economie sane, cosa che non e': e' tipica delle economie che vanno al disastro.

La nostra nazione che oggi ha 100 operai e un dirigente, pretende tra una generazione di avere 100 dirigenti e non chiarisce chi fara' il lavoro degli operai. Struttura la scuola per mandare tutti (in potenza) a studiare management , dichiara che "lo studio e' un diritto" e forma generazioni di giovani che non faranno mai nulla per cui hanno studiato.

Subito dopo il fallimento dei nostri 100 ragazzi che vogliono l'ascensore sociale, si scopre che non solo non possono andare piu' in alto, ma non riescono neanche a tornare al livello dei padri, perche' non sono operai. Bisogna stare molto attenti a questa cosa, perche' di fatto ci troviamo con una nazione che non solo ha inflazionato i ruoli dei dirigenti (cosa che ne ha abbassato il reddito) , ma importa lavoro dall'estero.

Ora, torniamo al punto di partenza: una nazione di 60 milioni di persone decide che i giovani usufruiranno dell'ascensore sociale. Forti di questo mito, si sono create scuole senza sforzarsi non dico di pianificare, ma di porre dei limiti ragionevoli.

La nostra nazione ha prodotto, per decenni, giovani convinti di usufruire dell'ascensore sociale. All'inizio ha funzionato: avendo alte marginalita', le aziende hanno assunto middle management e comprato servizi , spostando all'estero la produzione, visto che i figli degli operai non vogliono piu' fare gli operai perche' devono avere l'ascensore sociale.

Ovviamente, questo processo e' stato molto piu' forte altrove che in Italia, ma oggi arriva il conto anche da noi. Questo mito dell'ascensore sociale ha prodotto delocalizzazione e cattiva immigrazione, fino a quando non ci si sta rendendo conto che l'ascensore sociale non funzioni.

E no, non e' questione della crisi: e' NORMALE che non possa esistere niente come un ascensore sociale. Quando chiude una fabbrica con 100 operai, si dice che in Italia resteranno solo servizi e management, cosi' si invitano i figli dei 100 operai ad andare a scuola di management e a darsi ai servizi. Ma poi si scopre che i servizi ed il management non rendono i 100 posti di lavoro.

Che cosa ne e' risultato? Ne e' risultato non solo che ci sia stata una delocalizzazione, ma dopo anni ed anni di una scuola che guarda solo in alto, se anche le aziende tornassero indietro non troverebbero il personale per riportare indietro il manufatturiero perduto. Provate ad appendere un annuncio di fronte ad un liceo, dicendo di cercare operai. Fatelo poco prima degli esami di maturita'. Cosa succedera'? Niente.

Tutti gli studenti preferiranno laurearsi. Bene. La media di delocalizzazione attuale in Italia e' del 7.5%. Il che significa di base che rilocalizzando si potrebbe assumere quasi tutta la disoccupazione, che e' attorno al 10%. Se pero' andiamo a vedere che cosa si sia delocalizzato, osserviamo che si e' delocalizzata la catena produttiva, non la ricerca o il management.
Non dico che sia falso che moltissimi giovani andrebbero a fare gli operai oggi. Il problema e' che se non hai fatto un buon istituto tecnico o una buona scuola professionale, non sei un operaio, sei solo "due braccia". Cosi', se rilocalizzassimo le aziende italiane il risultato sarebbe di produrre una migrazione di qualche milione di stranieri, che avendo studiato come si tiene una lima in mano lo sanno fare.

Il concetto che non si e' mai capito e' che l'ascensore sociale funziona solo se, quando i figli fanno un lavoro migliore rispetto ai padri, c'e' qualcuno (spesso all'estero) che prende il posto dei padri. Cosi', negli scorsi decenni l'illusione si e' alimentata al punto che l'accademia considera "sano" un paese con l'ascensore sociale: in realta' quello che sta succedendo a quel paese e' che i figli aspirano ad un lavoro "migliore" rispetto ai padri, e quando i padri vanno in pensione il loro posto di lavoro viene delocalizzato. Questo dara' l'illusione dell'ascensore sociale, ma in realta' e' semplicemente la prima fase della trasformazione della nazione da nazione manufatturiera a nazione inutile.

Dopo qualche anno, il risultato e' che il lavoro dei padri e' tutto delocalizzato e I PRIMI figli hanno effettivamente avuto l'ascensore sociale. Figo.

Ma i bambini continuano a nascere, e ad ogni generazione di figli c'e' una generazione di adulti che va in pensione. Poiche' esiste l'ascensore sociale, (wow) i figli NON prenderanno il posto dei padri, ma ambiranno di fare qualcosa di piu': del resto, ai giovani di dieci anni fa riusciva, perche' a noi no?

Con l'andare del tempo, sempre piu' bambini si immettono in percorsi scolastici che presumono un ascensore sociale, e sempre piu' anziani vanno in pensione senza venire sostituiti, il loro lavoro fatto all'estero. La menzogna dell'ascensore sociale ha distrutto la nazione, che si trova con giovani incapaci ,o capaci solo di telefonare, inviare email e indossare una cravatta, aziende che delocalizzano cercando qualcuno che sappia piantare un chiodo, e non ci sara' MAI modo di rilocalizzare perche', per via del mito dell'ascensore sociale, nessuno ha piu' frequentato scuole adeguate.

Certo , c'e' uyna grande litania riguardo alla scuola che prepara per il mondo del lavoro. Quando si dice questo si intende sempre il lavoro "alto", cioe' l'informatica, i servizi avanzati, eccetera. Raramente si prendono in considerazione le scuole comunali, gli istituti tecnici, le scuole provinciali, che non formavano tecnologi ma soltanto operai specializzati.

Ed e' proprio la morte dell'operaio specializzato quella che stiamo pagando carissima: oggi i casi sono due. O riesci a scuola, e allora arrivi ad una laurea e poi ti lamenti che manca l'ascensore sociale, oppure abbandoni la scuola. La via di mezzo, ovvero frequentare una scuola che in breve ti porti ad una mansione pratica e specializzata, e' sempre piu' abbandonata. Chi studia vuole diventare dottore, chi non studia si getta sul mercato a mani nude.

Manca la fascia intermedia, quelli che studiavano per diventare operai specializzati. Figure che potevano anche crescere di reddito (anche se non quanto un manager) a seconda delle lotte sindacali e della bravura, ma che non avrebbero usufruito di alcun "ascensore sociale", uscendo da scuola come operai , proprio come i padri.


Per lottare contro questo fenomeno, e' necessario innanzitutto ribaltare il concetto di ascensore sociale. Ovvero, dire una buona volta che non e' pensabile che tutti facciano un lavoro migliore rispetto ai propri padri. Certo, mentre la nazione esce da un periodo di dopoguerra o si industrializza e' possibile, ma una volta raggiunta una certa stabilita (con crescite del PIL attorno all' 1-2%) parlare di ascensore sociale e' assurdo.

E' necessario iniziare a fare uno screening del mondo del lavoro attuale, e capire quanti oggi facciano effettivamente i dirigenti, quanti gli operai, e quanti gli specialisti, eccetera. Bisogna considerare che con un aumento medio del PIL annuo dell' 1% , e iniziare a dire che no, FORSE un 1% dei giovani ogni anno potra' usufruire dell'ascensore sociale, e fare un lavoro migliore del padre. Tutti gli altri dovranno PRENDERE IL POSTO del padre.

Nessun ascensore locale.

Stampato in testa a chiare lettere che l'ascensore sociale funzionera' per un minimo di fortunati, allora sara' possibile ricostruire il tessuto lavorativo del paese, ed avra' senso per le aziende rilocalizzare. Ma se oggi quel 7% di delocalizzazione tornasse a casa, in fabbrica ci andrebbero solo stranieri, cioe' persone che non hanno master, non hanno lauree, ma sanno usare un tornio.

Il prezioso laureato italiano, che ha pianificato gli studi credendo nell'ascensore sociale, non ne usufruirebbe comunque, perche' non qualificato per un posto come operaio specializzato.

La mia opinione e' che moltissimo del disastro occupazionale italiano sia dovuto dall'aver diffuso la leggenda dell'ascensore sociale. Milioni di giovani hanno pianificato i loro studi non pensando di prendere il posto del padre (se non i figli di papa' importanti) ma nel caso dei figli di persone di classe modesta hanno pensato di poter andare ttuti avanti.

I loro padri sono andati in pensione e nessuno ha preso il loro posto, cosi' il manufatturiero si e' spostato all'estero. I loro figli , inseguendo il mito dell'ascensore sociale, avevano studiato scienze dell'informazione.

Oggi le aziende potrebbero rilocalizzare?

Nella misura in cui il ragazzo italiano e' disposto a fare una scuola tecnica, andare a lavorare a 18 anni in una fabbrica, si'. Nella misura in cui i suoi genitori lo lascierebbero fare, si'.

Ma la misura , appunto, e' molto piccola.

E cosi', un 60% di terziario non riesce piu' a vivere su un 30% di industria che non offre lavoro.

Fine della leggenda dell'ascensore sociale.

E no, nei "paesi sani" dove c'e' l'ascensore sociale che funziona il conto sara' (o meglio, e' gia') ancora piu' salato.
by Uriel

20 marzo 2010

Per un voto onesto servirebbe l'Onu



"LA DISPERAZIONE più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo". È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un'affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un'esagerazione, sappia che l'Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?

Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c'è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L'ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l'orgoglio. Ma come è potuto accadere?
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.

Il senso del "è tutto inutile" toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.
Io non voglio arrendermi a un'Italia così, a un'Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all'Osce, all'Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare.


Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov'è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l'imputata Sandra Lonardo Mastella che dall'esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all'ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell'Udc. Così sui manifesti c'è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro.

Ci indigniamo per la vicenda dell'ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d'arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl.

Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della 'ndrangheta, com'è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l'accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra.

E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di 'ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell'inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell'inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell'ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista "Socialisti Uniti" della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo "Lettera Morta" contro il clan Costa ed in quelle per l'uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.

A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il - o vengono prima del - diritto, valutazioni in merito all'opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all'opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l'antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un'abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda. È un tradimento che quasi si perdona con un'alzata di spalle come quello d'un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un'altra donna.

Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.

Dov'è finito l'orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov'è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.

Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze - certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l'obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l'avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.

Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso - meno crudele, certo, ma meno forte e solido - solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un'alternativa vera e vincente.
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un'alternativa.
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.

Del resto, quello che più d'ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.
L'Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.

Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell'offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all'economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.

Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all'Onu, all'Unione Europea, all'Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.
©2010 Roberto Saviano/

18 marzo 2010

Lo sport più violento d'America? La politica


«Hem batteva a macchina stando in piedi, l'usava come un fucile, come un'arma. Le corride erano un punto di riferimento per qualsiasi altra cosa, gli stava tutto in testa come un blocco di sole o di burro: e lui lo trascriveva sulla carta. Quanto a me, le corse di cavalli mi fan capire dove sono forte e dove sono debole, sanno dirmi come mi sento quel giorno e come noi mutiamo e tutto muta, tutto il tempo, e quanto poco ne sappiamo di questo». Chissà se Hunter S. Thompson si sarebbe riconosciuto almeno un po' in questo ritratto con cui Charles Bukowski si è raccontato, rendendo omaggio a Ernest Hemingway, in Storie di ordinaria follia (Feltrinelli, 1975)? Lui che si è guadagnato da vivere per tanti anni facendo il giornalista sportivo e che ammetteva candidamente: «C'è stato un tempo, non molto lontano, in cui aspettavo le partite domenicali della National Football League con un'impazienza che mi stordiva, come una vacanza alle porte». Il football come la corrida?

Scomparso nel febbraio del 2005 alla soglia dei settant'anni in circostanze misteriose, Hunter Stockton Thompson è stato considerato negli Stati Uniti una delle figure più importanti e innovative del giornalismo, ma anche della letteratura, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: è a lui che si deve il debutto del cosiddetto "gonzo journalism", uno stile che mescola volutamente fiction e realtà, reportage e inchieste rigorose con le più bizzarre invenzioni narrative. «Mi capitava di lavorare per tre giornali insieme. Scrivevo gli avvisi pubblicitari per i casinò e i bowling appena inaugurati. Facevo il consulente per il racket dei combattimenti fra galli, il critico gastronomico più corrotto dell'isola, il fotografo di yacht e la vittima preferita della polizia locale. Era un mondo avido e io ci sguazzavo. Ho fatto amicizia con un sacco di personaggi, avevo abbastanza soldi per spassarmela e ho capito un sacco di cose sul mondo che non avrei potuto imparare in nessun altro modo», racconta Thompson in Cronache del rum (Baldini Castoldi Dalai, 2007), diario del suo soggiorno portoricano della fine degli anni Cinquanta.

Nato nel 1937 a Louisville, nel Kentucky, Thompson ha attraversato la stagione della beat generation, è stato amico e collaboratore di Allen Ginsberg e William S. Burroughs, e delle controculture giovanili, sopravvivendo a fatica all'abuso di acidi e alcol e raccontando come l'America stava cambiando a un pubblico che, almeno in parte, era protagonista di quello stesso cambiamento: la generazione statunitense cresciuta tra l'inizio della guerra in Vietnam e lo scandalo del Watergate. Giornalista sportivo, tra New York e Puerto RIco, reporter d'attualità per Time , Rolling Stones , Esquire e The Nation , l'inquietudine di Thompson si incontra nelle sua pagine come nella sua biografia: dalla Grande Mela dei Fifties all'America Latina dei primi anni Sessanta, dalla California del tramonto degli hippy al nuovo sogno fricchettone della piccola comunità di Pitkin County, alle porte di Aspen, in Colorado, dove si trasferirà con la moglie all'inizio degli anni Settanta. Una vita vissuta tutto d'un fiato e "fino all'ultimo respiro", alla ricerca di sensazioni ma anche di verità. «L'editore sportivo mi aveva dato un anticipo di 300 dollari in contanti, la maggior parte dei quali era già stata spesa in droghe estremamente pesanti - scrive in Paura e disgusto a Las Vegas (Bompiani, 2000), resoconto del viaggio che il giornalista fece insieme al suo avvocato Oscar Acosta per seguire i lavori della conferenza antidroga dell'Associazione nazionale dei procuratori distrettuali - Il baule della macchina pareva un laboratorio mobile della narcotici. Avevamo due borsate di erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di Lsd super-potente, una saliera piena zeppa di cocaina, e un'intera galassia di pillole multicolori, eccitanti, calmanti, esilaranti... e anche un litro di tequila, uno di rum, una cassa di Budweiser, una pinta di etere puro e due dozzine di fiale di popper». Nel 1998 il regista Terry Gilliam ha tratto da quel libro il film Paura e delirio a Las Vegas , interpretato da Johnny Depp e Benicio Del Toro, entrambi amici personali di Thompson.

Così, nella produzione dell'inventore del gonzo journalism si trovano anche uno starordinario reportage sulle bande di motociclisti divenuti rapidamente i peggiori "folk devils" degli anni Sessanta, Hell's Angels (Baldini Castoldi Dalai, 2008) e Fear and Loathing on the Campaign Trail '72 , tutt'ora inedito nel nostro paese, un'antologia di articoli scritti per Rolling Stone durante la campagna elettorale di Richard Nixon. Il "Dr. Gonzo", come a volte si definiva Thompson, osservatore della politica americana non è certo da meno del reporter d'assalto in grado di provare sulla propria pelle tutto ciò di cui scrive. Dopo che lo scorso anno era uscito Meglio del sesso. Confessioni di un drogato della politica (Baldini Castoldi Dalai, pp. 344, euro 18.00) cronaca semiseria delle elezioni presidenziali americane del 1992 - di fronte alla possibile riconferma di George Bush Senior e all'ascesa del populista texano Ross Perot, Thompson decide di appoggiare il democratico Bill Clinton -, Fandango pubblica ora Hey Rube (pp. 290, euro 18,00) una raccolta di 83 articoli realizzati per l'omonima rubrica che Thompson ha tenuto per anni sul sito della testata sportiva Espn : un ritratto dissacrante dell'America dell'11 settembre e della prima presidenza di George W. Bush, alternato all'analisi del campionato di football e di basket, al racconto del circuito delle scommesse che ruota intorno alle partite e delle bevute con gli amici davanti alla tv, prima e dopo di ogni match.

Lucido e impietoso, Hunter S. Thompson affidava senza saperlo alla rubrica online quelle che possono essere considerate come le sue ultime parole. «Ammettiamolo: l'unico sport veramente violento in questo paese è la politica ad alti livelli. Puoi intrallazzare un po' con lo sport e col gioco in borsa, ma quando comincia a farti gola la Casa Bianca non si scherza più. Questa è gente che scommette sul serio, e non c'è nulla che non farebbe pur di vincere. Niente che abbia a che fare con sospensori e reggiseni sportivi gli potrà andare vicino per drammaticità, violenza, aggressività, e voglia esagerata di fare razzia dopo la vittoria... La presidenza degli Stati Uniti è il premio più ricco e influente nella storia mondiale. La differenza tra conquistare il Super Bowl e la Casa Bianca è la differenza che c'è tra un soldo di cioccolata e un caveau pieno di monete d'oro», scrive ne "Il morbo della Casa Bianca". Poco prima aveva assegnato il titolo di "porco della settimana" al democratico Al Gore, sconfitto da Bush nel 2000: «Gore verrà ricordato come lo sfortunato asino putrefatto che si è lasciato fregare la Casa Bianca da una banda di squallidi trafficanti di petrolio del Texas che non hanno promesso nulla a parte un mercato al collasso e pene pesanti per i pazzi degenerati che si dedicano al sesso orale sulle proprietà del governo Usa».

Non c'è che dire, per Thompson sembra valere per sempre l'inizio fulminante che Jack Kerouac affidò a I sotterranei (Feltrinelli, 1960): «Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza»
di Guido Caldiron

I partiti si cambiano solo così

Lasciamo perdere, per un momento, la questione Berlusconi e le inaudite pressioni, intimidazioni, minacce che il presidente del Consiglio ha esercitato su un commissario dell'Authority per le Comunicazioni, Giancarlo Innocenzi, perché si desse da fare per chiudere Annozero, zittire Floris e la Dandini, impedire che vengano ospitati personaggi sgraditi al Cavaliere, come Ezio Mauro, Eugenio Scalfari, o, dio guardi, Antonio Di Pietro. «Se lei avesse un minimo di dignità dovrebbe dimettersi» ha sibilato Berlusconi a Innocenzi. Mentre è vero esattamente il contrario: se costui avesse avuto «un minimo di dignità» avrebbe dovuto mandare all'inferno l'energumeno ed eventualmente denunciarlo alla magistratura. Ma come avrebbe potuto il poveraccio? È un uomo di Berlusconi, è stato sottosegretario alle Comunicazioni in un suo governo e un suo dipendente quale Direttore dei servizi giornalistici Fininvest-Mediaset.

Ci sarebbe voluto non un coniglio, ma un samurai disposto al kharakiri per contrastare la violenza dell'energumeno e reggere una situazione talmente anomala, grottesca e pazzesca che non ha paragoni in alcun altro Stato al mondo, democratico o non democratico, tanto da far dire persino al Direttore generale della Rai, Masi, che «cose simili non si vedono nemmeno nello Zimbawe».

Ma lasciamo perdere la questione Berlusconi-Innocenzi-Minzolini non solo perché Il Fatto Quotidiano, oltre ad essere stato il primo a darne notizia la sta trattando con l'ampiezza che merita, ma perché ne presuppone un'altra.

Al di là dell'atteggiamento particolarmente spudorato e violento dell'energumeno, la domanda è: quale indipendenza può mai avere la Rai-Tv, Ente di Stato, e quindi di tutti i cittadini, quando il Consiglio di amministrazione è nominato dai partiti, il presidente pure, la Commissione di Vigilanza anche, l'Autority per le Comunicazioni e ogni altra Autority idem, quando non c'è dirigente, funzionario, conduttore di programmi, giornalista, usciere il cui posto di lavoro non dipenda dall'appartenenza a una qualche formazione politica, da un rapporto di fedeltà e sudditanza, più o meno mascherato, diretto o indiretto, a qualche partito o fazione di partito?
E la questione della Rai-Tv è solo la più emblematica e evidente dell'occupazione sistematica, arbitraria, illegittima che i partiti, queste associazioni private, hanno fatto di tutti gli apparati dello Stato, del parastato, dell'amministrazione pubblica, che poi ricade a pioggia anche sull'intera società (facciamo un esempio semplice semplice, tanto per capirci: a Firenze se sei architetto e non sei infeudato a sinistra non lavori).

Si parla tanto, di questi tempi, di riforme: istituzionali, costituzionali, della giustizia, eccetera. Ma la riforma più urgente, e principale, è quella dei partiti, nel senso di un loro drastico ridimensionamento, della loro cacciata da posizioni che occupano abusivamente, arbitrariamente, illegittimamente. Ma in democrazia solo i partiti possono riformare i partiti. E non lo faranno mai perché questo vorrebbe dire perdere il potere con cui condizionano l'intera società italiana, abusandola, stuprandola, ricattandola, richiedendo ai cittadini i più umilianti infeudamenti per ottenere, come favore, ciò che spetta loro di diritto.

Come se ne esce? Agli inizi degli anni Ottanta, quando l'abuso e il sopruso partitocratico era ancora, nonostante tutto,ben lontano da quello di oggi, Guglielmo Zucconi, direttore del Giorno, quotidiano appaltato alla Dc e al Psi, mi permise di scrivere nella mia rubrica, Calcio di Rigore, un articolo in cui invocavo provocatoriamente, per l'Italia, la soluzione che il generale Evren aveva adottato per la Turchia dove l'occupazione, la corruzione, il clientelismo dei partiti aveva raggiunto vertici intollerabili, ma comunque ancora lontani da quelli dell'Italia di oggi. Il generale Evren prese il potere, spazzò via tutta la nomenklatura partitocratica, e promise che, fatta una pulizia che in altro modo era impossibile, avrebbe restituito, entro cinque anni, il potere alle legittime istituzioni democratiche. Promessa che puntualmente mantenne. E oggi la Turchia, pur in mezzo alle mille contraddizioni di un Paese la cui realtà è resa difficile dalla presenza di una fortissima minoranza curda, è un Paese "normale" con una maggioranza, un'opposizione, un premier che rispetta le leggi e la magistratura, e partiti che stanno al loro posto e nel loro ruolo, che è quello di coagulare il consenso, e non esondano in tutta la società civile. Non è la Turchia che non ha i requisiti democratici per entrare in Europa. È l'Italia che non li ha più per restarci.

di Massimo Fini

17 marzo 2010

L’Europa si arrende agli speculatori

Le pressioni degli ambienti finanziari e bancari angloamericani unite a quelle dei loro servi alla Casa Bianca e a Downing Street sono stati troppo forti. E così i ministri europei delle Finanze hanno rinunciato a trovare un accordo sul progetto di regolamentare l’attività dei fondi speculativi (hedge fund) ed aumentarne la trasparenza.
Se ne parlerà in una prossima riunione prima della fine della presidenza spagnola in giugno. La portavoce della presidenza Ue e il ministro spagnolo delle Finanze, Elena Salgado, presidente di turno dell’Ecofin, ha spiegato che la questione dei fondi speculativi è stato rimosso dall'agenda dei lavori per avere il consenso più ampio possibile. Si tratta infatti di mettersi d'accordo su una posizione generale dalla quale far partire i negoziati con il Parlamento europeo che dovrà dare semaforo verde al progetto.
E in tale sede nasceranno sicuramente ulteriori problemi che faranno in modo che se un testo di legge uscirà, esso sarà molto annacquato rispetto al testo iniziale. Anche a Strasburgo infatti operano indisturbate numerose lobby finanziarie che attraverso i soldi versati in ogni direzione indirizzano il voto dei gentili deputati, già ben predisposti in altri settori a sostenere gli interessi della grande industria. In particolare, per un settore che riguarda l’Italia, nel campo dell’alimentare dove la salvaguardia dell’agricoltura e dei prodotti tipici viene subordinata agli interessi dell’industria trasformatrice. Ma anche di quella chimica come dimostra il via libera della Commissione europea al via libera alla produzione di cibi OGM.
Ma la finanza resta il settore nel quale sono maggiori i guadagni per gli speculatori e per i loro amici politici. Quando si è cominciato a parlare in Europa di mettere un freno alle attività degli speculatori, siano essi banche o società finanziarie, subito da Washington e da Londra si è levato un intenso fuoco di fila.
Il segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner aveva protestato la settimana scorsa affermando che le nuove regole avrebbero danneggiato le banche Usa compromettendo la loro capacità di fare affari con l'Europa. Insomma le banche americane non possono permettersi di vedersi porre veti. Uguale reazione da Londra con il Cancelliere dello Scacchiere, Alistair Darling, a difendere le banche di casa. Che diamine, era la loro reazione, la speculazione è una cosa troppo seria che va lasciata in mano ai soli speculatori. Come la Goldman Sachs (la banca cara a Romano Prodi e Mario Draghi) o George Soros e tutti gli altri banditi della sua risma. Si deve infatti ricordare sempre che sono state le banche e le società anglosassoni a scatenare la crisi finanziaria del 2008 con le loro speculazioni sui derivati e su altri consimili titoli spazzatura. Gli stessi speculatori che grazie a prestiti di centinaia di miliardi di dollari sono stati salvati dal fallimento da Barack Obama che solamente i soliti idioti di casa nostra o dell’Europa intera possono considerare ancora qualcosa di diverso dal suo predecessore. Così quando Geithner protesta con Bruxelles, è sicuro che delle sue rimostranze se ne terrà conto, perché l’Unione europea, che pure dovrebbe aspirare a recitare un ruolo forte e autonomo nel mondo, finisce per non fare altro che calarsi le braghe di fronte ai diktat degli Stati Uniti.
In tutta questa vicenda risalta ancora una volta l’incompatibilità della presenza della Gran Bretagna nell’Unione europea ed il suo conflitto di interesse con gli altri Paesi membri. Non si tratta solamente del fatto che Londra possa continuare a lasciare mano libera alle banche britanniche di speculare a loro piacimento, utilizzando i suoi paradisi fiscali europei come Jersey e Guernsey, ma c’è anche la questione dell’euro nel cui sistema Londra non ha mai avuto alcuna intenzione di entrare. Diciamo questo a prescindere da qualsiasi giudizio di valore o di merito sulla moneta unica. Si ripropone in tal modo in tutta la sua chiarezza il no che Charles De Gaulle oppose sempre all’entrata di Londra nella Comunità economica europea, Il Generale considerava infatti gli inglesi una testa di ponte degli americani per sabotare dal di dentro qualsiasi progetto comunitario che volesse trasformarsi in un progetto politico come quello de “L’Europa delle Patrie” da lui vagheggiato.
Nelle prossime settimane il commissario ai servizi finanziari, il francese Michel Barnier, partirà per gli Stati Uniti per discutere della questione centrale oggi sul tavolo, ossia l'accesso al mercato europeo dei gestori di fondi basati in Europa ma i cui capitali risiedono alle isole Cayman o in altri paradisi fiscali. Misure drastiche da parte della Ue potrebbero infatti spingere molti fondi a lasciare Londra, qui risiede circa l'80% di quelli più importanti, per stabilirsi in altri Paesi al di fuori della Ue, ad incominciare dalla in Svizzera. Barnier ha insistito sul fatto che la linea europea non è protezionista ma che semmai è in linea con gli orientamenti emersi all’ultima riunione del G20 e che quindi essa va nella direzione del rafforzamento della trasparenza e della responsabilità.
Giulio Tremonti, che da sempre attacca il modello anglosassone della finanza fine a se stessa e svincolata dall’economia reale, anche se non ha gradito il rinvio della discussione sulla direttiva per gli hedge fund, giudica però importante che la macchina si sia messa in movimento e che la sensibilità europea sul tema sia cambiata, considerato che anni fa una discussione simile con la Gran Bretagna sarebbe stata addirittura irrealistica.
Nel frattempo negli Stati Uniti, tanto per dimostrare chi comanda davvero, le grandi banche di investimento, nonostante le raccomandazioni in senso contrario dello stesso Barack Obama, hanno continuato nel 2009 a versare premi di produzione, i bonus, ai dirigenti responsabili delle speculazioni ma che sono riusciti a rimettere in sesto i conti grazie all’aiuto pubblico. Anche a Wall Street infatti si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti.
di Filippo Ghira

16 marzo 2010

La morte del dollaro con una crisi stile Grecia?




Yuan contro il dollaro per il ruolo di valuta estera globale

L’abitudine di accumulare riserve di dollari da parte delle banche centrali è diventata sempre più spiccata dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997, quando gli speculatori valutari hanno accelerato una crisi della bilancia dei pagamenti di Thailandia, Indonesia e Corea del Sud richiedendo dollari per le valute locali ed esaurendo le riserve di dollari delle banche centrali.
Facendo un salto in avanti di 13 anni, la posizione del dollaro come valuta di riserva preferenziale nel mondo è stata messa in discussione a causa di un disavanzo di bilancio in rapido aumento che mantiene gli Stati Uniti dipendenti dai finanziamenti dall’estero. Lo scorso anno sia Russia che Cina hanno proposto un tipo di “valuta di riserva sovranazionale” per contrastare il dollaro mentre Brasile e India hanno anche discusso della sostituzione di altre attività per i loro titoli espressi in dollari.

Il FMI: “Quel giorno deve ancora venire”

Riaccendendo la discussione, Dominique Strauss-Kahn, il direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha detto venerdì scorso che sarebbe “intellettualmente apprezzabile esaminare” la creazione di una nuova valuta di riserva globale per limitare la dipendenza dal dollaro.
Strauss-Kahn ha affermato che un giorno ci potrà essere un’attività di riserva emessa globalmente ma che “quel giorno deve ancora venire”. Ad ogni modo le sue osservazioni sono il segnale di una preoccupazione più generale in merito al predominio del dollaro e “fino a che punto l’intero sistema monetario internazionale dipende dalle politiche e dalle condizioni di un singolo paese, seppur dominante”.

Tutto questo rende inevitabile la domanda: quale sarà la prossima valuta di riserva globale che subentrerà al dollaro?

Le riserve di dollari: dieci anni di declino

L’ultimo rapporto sul foreign exchange pubblicato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti mostra che la percentuale delle riserve di dollari è in costante diminuzione – anche prima della crisi finanziaria. Nel 2009 il dollaro costituiva ancora circa il 60% delle riserve estere, con l’euro a meno del 30% e più distanziati sterlina e yen (vedi grafico).





Secondo il Peterson Institute for International Economics, anche se il dollaro rimane la più importante valuta di riserva nel corso degli ultimi dieci anni fino al primo trimestre del 2009, con la correzione per gli effetti dei tassi di cambio la quota del dollaro nelle riserve del foreign exchange, a conti fatti, è diminuita del 4,3%.

Gli elementi di una valuta di riserva

Il rapporto del Tesoro americano indica diversi elementi chiave che sono stati identificati dagli economisti per determinare l’utilizzo di una valuta per le riserve:
• la dimensione dell’economia nazionale
• l’importanza dell’economia nel commercio internazionale
• la dimensione, la forza e l’apertura dei mercati finanziari
• la convertibilità della valuta
• l’utilizzo della valuta come valuta di ancoraggio
• le politiche macroeconomiche nazionali

I PIIGS stroncano l’euro

Sulla base di questi criteri, l’eurozona, simile agli Stati Uniti per dimensione, quota di commercio globale e convertibilità della valuta, rende l’euro un valido contendente per la corona del dollaro. E, a differenza del dollaro, nel corso degli ultimi dieci anni l’euro ha costantemente guadagnato quote di mercato nelle riserve estere globali ed è diventato la seconda valuta più diffusa (vedi grafico).
Purtroppo, il debito e problemi di bilancio dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) hanno danneggiato seriamente la fiducia e la credibilità dell’Unione Europea e dell’euro, stroncando sostanzialmente le possibilità dell’euro di essere un’alternativa al dollaro.
L’euro ha già raggiunto i minimi degli ultimi dodici mesi nei confronti dello yen, e i minimi degli ultimi nove mesi nei confronti del dollaro sulla speculazione che la valutazione del credito greco venga declassata ulteriormente. E’ anche in discussione la possibilità che l’Unione Europea e l’euro rimangano in condizioni soddisfacenti.

Il dollaro regna con liquidità suprema

Anche senza considerare il tracollo greco, è difficile competere nei confronti del dollaro con una tale carenza di liquidità all’interno dell’eurozona. Un motivo importante per cui il dollaro americano rimane la valuta di riserva è che il mercato obbligazionario americano è il mercato più liquido nel suo genere. Un mercato di debito liquido consente alle banche centrali di intervenire nei mercati foreign exchange per attutire le fluttuazioni delle valute.
Come è stato fatto notare dal rapporto del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti:
“L’euro non è diventato equivalente al dollaro come valuta di riserva perché non esiste un mercato comune del debito nazionale all’interno dell’eurozona”.
Da questo punto di vista la sterlina e lo yen, le altre due valute di riserva preferenziali dopo l’euro, appaiono sbiadite in confronto al dollaro in termini di liquidità e agevolazioni del commercio globale. Inoltre, Moody’s ha messo in guardia su possibili declassamenti di Regno Unito e Giappone a causa del debito elevato, del pagamento degli interessi e di una crescita lenta del PIL (lunedì, ad un certo punto, la sterlina stava letteralmente precipitando ed è scesa ai minimi degli ultimi dieci mesi nei confronti del dollaro di fronte alle rinnovate preoccupazioni di un Parlamento in cui nessun partito ha la maggioranza assoluta).

Oro o yuan?

Mentre in molti sostengono un gold standard internazionale, o un altro sistema monetario internazionale basato su un paniere di materie prime e/o valute, è molto difficile vedere un adeguato consenso internazionale che ne decreti realmente la fattibilità.
Perciò dietro le quinte sta aspettando il renminbi cinese (RMB), detto anche yuan. La nomina di Zhu Min, vicegovernatore della banca centrale cinese, nelle vesti di consulente speciale al FMI sembra indicare il sì della Cina al programma per una valuta globale. Il Fondo, storicamente guidato da europei ma dominato dagli Stati Uniti, ha cercato di coinvolgere anche le economie emergenti come Brasile, Cina, India e Russia.
Ma secondo l’economista Geng Xiao, direttore del Brookings-Tsinghua Center for Public Policy, è nell’interesse della Cina – e del mondo – non liberarsi ancora del dollaro.

La rivalutazione dello yuan non risolve nulla

In un’intervista con McKinsley Quarterly, Xiao ha fatto notare che, da ambo le parti, non c’è stata alcuna discussione sullo squilibrio commerciale tra Cina e Stati Uniti. Tuttavia esistono alcune differenze filosofiche tra i due poiché gli Stati Uniti pongono una maggiore enfasi sulla correzione a breve termine attraverso il prezzo e il tasso di cambio del RMB mentre i cinesi pongono una maggiore enfasi sul cambiamento strutturale e istituzionale a medio e lungo termine. Xiao ritiene che sia difficile che il tasso di cambio corregga la bilancia commerciale:
“Anche se si modifica il tasso di cambio, questo avrà un modestissimo impatto sul disavanzo commerciale americano perché gli Stati Uniti compreranno da altri paesi”.

Tempo di riformare e fluttuare

La Cina ha bisogno di tempo per approvare le difficili riforme economiche in ambito nazionale prima che possa consentire alla propria valuta di fluttuare liberamente nei confronti del dollaro, come spiega Xiao:
“La Cina ha bisogno di un benchmark in modo che il prezzo possa essere confrontato con il prezzo globale, con la struttura di prezzo, compatibile con l’efficienza. E’ per questa ragione che la riforma dei prezzi è più importante della modifica del tasso di cambio… la modifica del tasso di cambio non cambierebbe le inefficienze… perché gli aiuti interni sono ancora presenti”.
Xiao valuta che alla Cina occorreranno dai 5 ai 10 anni per correggere le proprie distorsioni – la riforma terriera, la riforma del settore energetico, la riforma delle aziende di proprietà statale e la previdenza sociale. Solo quando la produttività della Cina raggiungerà quella degli Stati Uniti le strutture dei prezzi dei due paesi potranno convergere.

Lo scenario peggiore

Uno scenario peggiore potrebbe verificarsi se la Cina consentisse il perdurare delle aspettative di apprezzamento del RMB, costruendo ulteriori riserve foreign exchange, come avvisa Xiao:
“Non vedo altri modi per la Cina per ridurre in modo significativo la quantità di titoli in dollari… ma se incalzata, la Cina può sempre fare di più. E anche se marginalmente, anche solo un po’ di più può avere un grosso impatto sul mercato”.

Il dollaro comanda… per ora

Sicuramente, nel corso del tempo, la Cina dovrebbe essere in grado di trasformarsi in una moderna economia di mercato. E se l’economia cinese continua a cresce al ritmo attuale, il RMB alla fine diventerà una delle valute di riserva importanti, come il dollaro americano.
Ma per ora, ci sono diversi elementi a forte sostegno del dollaro. Oltre ad un mercato del debito liquido, molte materie prime, tra cui petrolio e oro, sono quotate nella moneta americana. All’incirca l’88% delle attività giornaliere del foreign exchange interessano dollari americani. Una moneta sostanzialmente agevola il commercio globale ed è possibile stabilire il prezzo delle materie prime in modo omogeneo ovunque esse vengano trattate.
E la Cina, il principale debitore degli Stati Uniti con un immenso pacchetto di titoli del Tesoro pari a 894,8 miliardi di dollari alla fine del dicembre scorso, si sta spostando verso titoli americani a più lungo termine e, contemporaneamente, sta accumulando azioni americane, aumentando il suo pacchetto complessivo di titoli americani a lungo termine.
Gli enormi pacchetti cinesi di riserve di dollari sotto forma di titoli del Tesoro americano sono diventati oggetto di preoccupazione per i funzionari da entrambe le coste del Pacifico. Tuttavia rimane il fatto che, facendo un confronto, il dollaro rimane la valuta più liquida e più stabile. In tal senso, è improbabile che nell’immediato futuro la Cina riduca in modo significativo i propri pacchetti di attività in dollari.

Detronizzato entro il 2050 ?

La maggior parte degli esperti occidentali sembra concordare sul fatto che la prospettiva di una sostituzione del dollaro con una nuova valuta di riserva mondiale è difficile che si materializzi presto perché non c’è alcuna alternativa seria all’orizzonte.
Rimangono dubbi anche sul fatto che i cinesi possano contrastare il biglietto verde. Ad ogni modo sembra si stia formando un’opinione più o meno comune tra vari esperti occidentali sul fatto che i cinesi abbiano intrapreso chiaramente il cammino per sfidare il dollaro in un periodo di transizione di 10-15 anni, il che coincide approssimativamente con le proiezioni di Geng Xiao.
L’economista britannico Angus Maddison prevede che la Cina supererà gli Stati Uniti entro il 2015. Tracciando un parallelo storico con l’ultimo avvicendamento nella valuta di riserva (dalla sterlina inglese al dollaro americano) ci si attende che il renminbi cinese subentri al dollaro come valuta di riserva intorno al 2050, alla metà del ventunesimo secolo.

La morte del dollaro con una crisi in stile-Grecia?

Nel frattempo, anche se la crisi del debito delle nazioni più in difficoltà dell’Europa meridionale si è ultimamente impadronita delle prime pagine dei giornali, Moody’s e i suoi pari hanno espresso preoccupazioni sulla prosperità finanziaria di Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, concentrandosi principalmente sul debito e gli impegni debito di queste nazioni più grandi.

Ad esempio, l’interesse pagato sul debito del Tesoro americano è in crescita esponenziale negli ultimi due anni e ci si attende che raggiunga i 700 miliardi di dollari all’anno entro la fine del decennio. E’ probabile che il rapporto tra debito totale e PIL superi il 90% quest’anno negli Stati Uniti, indebitando il paese addirittura più di Spagna e Portogallo. Mentre gli Stati Uniti si stanno godendo la posizione di valuta di riserva, questa non è assolutamente garantita per il futuro. Per ora gli investitori stanno cercando rifugio nel mercato obbligazionario americano. Ad ogni modo un sistema politico malato, il debito e il disavanzo potrebbero far affondare inevitabilmente l’America in una crisi in stile Grecia, spingendo ancor di più per una morte anticipata del dollaro.

di Dian L. Chu

L’Italia, Israele e il Mossad dal 1945 ai giorni nostri

Eric Salerno, giornalista e inviato speciale del Messaggero, esperto di questioni mediorientali, ha scritto nel 2010 un interessante e documentato libro intitolato «Mossad base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste», Milano, Il Saggiatore, 258 pagine, 19 euro. L’autore cerca di far luce sulla cronaca italiana degli ultimi sessant’anni, durante i quali gli agenti del Mossad hanno iniziato le loro attività, con la complicità almeno implicita dei governi italiani, a partire dal 1945 con l’immigrazione clandestina degli ebrei europei in Italia per farli poi espatriare in Palestina. Egli descrive, con l’aiuto di colloqui avuti con Mike Harari, un agente o meglio l’ex capo delle operazioni clandestine del Mossad incaricato da Golda Meir di vendicare gli atleti israeliani uccisi Monaco nel 1972, e del giudice Claudio Mastelloni, che ha indagato per molti anni sulle vicende dei servizi segreti italiani e israeliani ed infine delle cronache giudiziario-giornalistiche (1), le varie vicende che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese, e sulle quali non è stata fatta ancora completa chiarezza: a partire dall’immigrazione clandestina di migliaia di ebrei diretti in Palestina, dal traffico internazionale con scalo in Italia di armi dirette verso la futura Israele, sino ai vari sabotaggi delle industrie belliche italiane che rifornivano gli arabi e specialmente l’Egitto, passando per diversi attentati che hanno insanguinato la nostra patria (l’aereo Argo 16, l’uccisione del giornalista palestinese Wail Zwaiter assassinato a Roma per rappresaglia dopo Monaco 1972 e il caso Moro). Il pregio del libro, ben studiato e condotto su fatti e documenti, è quello di non presumere di saper tutto, soprattutto in un campo misterioso e pieno di depistaggi e doppiogiochismi come quello dei servizi segreti, ma di fermarsi a congetture, possibilità o probabilità ove manchi la prova certa, senza voler fare un passaggio indebito dal possibile al reale o al certamente evidente. Solo in caso di prove chiare ed esplicite l’autore ci mette di fronte all’evidenza del fatto. Ne risulta un quadro che getta una luce nuova sulle vicende che oramai hanno preso una piega ben definita non solo in Medio Oriente, ma anche in Italia e nel resto del mondo. Il ruolo giocato da Israele sin dal primo dopoguerra in Italia è enorme. Non prenderne atto significherebbe non voler vedere la realtà. Ma il prenderne atto non significa sapere tutto di ogni cosa. «Nescire qaedam magna pars sapientiae». Del resto le sorti delle due guerre mondiali sono state decise in gran parte dal ruolo dei servizi segreti dei Paesi belligeranti; come in ogni guerra che è stata fatta su questa terra, non ci si è serviti solo delle armi, ma anche dell’Intelligence.

De Gasperi, Ada Sereni e Israele

Dopo la Seconda Guerra Mondiale migliaia di ebrei volevano allontanarsi dall’Europa semidistrutta per recarsi in USA o in Australia, ma «gli inviati della ‘Palestina ebraica’ riuscirono a convincere decine di migliaia di persone a trovare rifugio in Medio Oriente, dove presto, anche grazie a loro, sarebbe nato uno Stato ebraico» (2). Nel giro di tre anni almeno ventiseimila ebrei furono fatti espatriare clandestinamente in Palestina. La Gran Bretagna, che avendo il «Mandato» sulla Terra Santa, si opponeva ad una immigrazione in massa degli ebrei in Palestina e cercava perciò di arginare il flusso migratorio, entrò, quindi, nel mirino del terrorismo ebraico, che per primo insanguinò la Terra Santa. Frattanto «in Italia i campi d’accoglienza si riempivano e si svuotavano rapidamente» (3).

Ada Sereni, ebrea romana, nata Ascarelli, era il capo italiano del Mossad per le operazioni di espatrio verso la Palestina. Lei stessa nel suo libro «I clandestini del mare», Milano, Mursia, 1973, racconta dell’incontro che ebbe con Alcide De Gasperi per ottenere una tacita copertura da parte del governo e dei servizi segreti italiani sulle attività che il Mossad avrebbe dovuto svolgere in Italia per farvi giungere e poi espatriare verso la Terra Santa i propri connazionali dell’Europa del nord. La Sereni chiese a De Gasperi di «chiudere un occhio, e possibilmente due sulle nostre attività in Italia» (4). Eric Salerno commenta: «Gli italiani si accorsero sin dall’inizio dell’immigrazione clandestina e dei campi provvisori dove venivano ospitati gli ebrei arrivati dal resto dell’Europa, ma non soltanto chiusero un occhio, aiutarono quando e come poterono. Aiutarono anche nella fase successiva, quando il Mossad, parallelamente allimmigrazione clandestina, si impegnò nelladdestramento militare dei rifugiati, nellacquisizione darmi e nel loro trasporto in Palestina, nella lotta per impedire agli arabi di armarsi anche quando questo significava il sabotaggio di industrie e impianti italiani e di loro prodotti (…). A parte i rapporti ambigui, costruiti ad arte, per non precludere i potenzialmente ricchi mercati arabi (…), l’Italia non sarebbe stata ostile nemmeno a Israele» (5).

I primi viaggi marittimi dallItalia in Palestina

La prima nave clandestina a salpare dall’Italia verso il futuro Stato d’Israele partì dal porto di Bari il 21 agosto 1945 e riuscì a raggiungere il porto di Tel Aviv il 25, senza farsi intercettare dagli inglesi i quali si attenevano alle disposizioni del «Libro Bianco» del 1939, che limitavano l’immigrazione ebraica e l’acquisto delle terre dei palestinesi. Le cose andarono diversamente per quanto riguarda il viaggio da La Spezia verso la Palestina del 4 aprile 1946 quando 1.014 profughi ebrei cercarono di imbarcarsi su tre navi, che furono bloccate a La Spezia dagli inglesi. Soltanto l’8 maggio del 1946 le tre navi partirono, ma mentre le prime due riuscirono ad arrivare in Palestina, la terza chiamata Exodus fu bloccata dagli inglesi. Tuttavia, nonostante la decisione di «chiudere un occhio», l’ingresso sempre crescente e divenuto massiccio nel 1947 di ebrei in Italia «turbava non poco le autorità italiane, tanto che il 23 gennaio (…) il ministero degli Interni fece arrivare alla presidenza del Consiglio un appunto dettagliato sulla situazione: «Trattasi di gente che, in grande maggioranza, si dedica ad attività improduttive ed illegali (…) senza vantaggio e anzi con detrimento del Paese che li ospita»» (6).

In effetti, dopo aver preso parte alla guerra partigiana nell’Italia settentrionale, la «Brigata ebraica dell’Esercito britannico» trasportò «rifugiati e armi destinate all’addestramento nei campi di transito e ai combattenti ebrei in Palestina» e facilitò «le azioni di sabotaggio contro le industrie italiane sospettate di commerciare con i nemici arabi» (7). Ma l’Italia si trovava in un certo senso con le mani legate, poiché «i rappresentanti delle organizzazioni ebraiche internazionali ‘fanno apertamente comprendere - secondo il funzionario del Viminale autore della segnalazione - di poter influire, a seconda del nostro atteggiamento, sullopinione pubblica americana nei riguardi dellItalia’» (8). Inoltre, nei primi anni successivi alla fondazione dello Stato d’Israele (14 maggio 1948), il movimento sionista ebbe come alleati sia gli USA che l’URSS (9). Soltanto l’Inghilterra aveva rappresentato un pericolo sino al 1947, quando, dopo una serie di attentati terroristici ebraici contro di essa, aveva rinunciato al «Mandato» e solo nel 1948 gli arabi si schierarono apertamente ed effettivamente contro Israele appena nato (10). Verso la fine del 1947 e l’inizio del 1948 tre agenti del Mossad «acquistarono sei navi con cui trasportare le armi (in Israele). Navi in gran parte italiane, con bandiera italiana ed equipaggi italiani»(11).

I primi attentati in suolo italiano

Nel 1948 l’obiettivo principale del Mossad non erano più i profughi, oramai già giunti in Palestina, ma le armi per Israele ed impedire che gli arabi ne ottenessero in egual misura (12). Il problema presente era costituito dalla nave Lino battente bandiera italiana, che conteneva un grosso carico di armi per i siriani. «Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia era divenuta la base operativa dei terroristi ebrei dell’Irgun e della Banda Stern in lotta contro Sua Maestà britannica, e dell’organizzazione dell’immigrazione ebraica clandestina, madre di uno dei più potenti servizi segreti del mondo, il Mossad» (13). La nave partì dal porto di Fiume, raggiunse Molfetta ove dovette fermarsi a causa del maltempo che imperversava. L’11 aprile del 1948 i quotidiani italiani davano la notizia di una misteriosa esplosione sulla Lino, che era stata affondata, ma non distrutta e il cui carico di armi giaceva sul fondo del porto di Bari verso il quale la nave si era diretta dopo aver lasciato Molfetta. Damasco, che aveva acquistato legalmente le armi reclamava, la sua proprietà e l’Italia non poté fare a meno di autorizzare il recupero delle casse di materiale bellico. Allora «Ada Sereni, oramai rappresentante ufficiale in Italia dei servizi segreti del nuovo Stato (d’Israele), decise di impedire ai siriani di impossessarsi delle armi legittimamente acquistate e custodite a Bari» (14).
Grazie al sostegno tacito e occulto dato dai servizi segreti italiani al Mossad, quando le armi furono ripescate e riposte nel deposito del porto di Bari e poi caricate nel battello Argiro per essere trasportate verso la fine di agosto del 1948 in Siria via Beirut, due marinai israeliani presero il posto di due italiani, che si erano dati per ammalati. Fu allora che avvenne «un piccolo sabotaggio compiuto da uno dei due militari israeliani. Alla richiesta di aiuto del comandante risponde un peschereccio, casualmente nei dintorni. E’ un battello del Mossad. Due marinai del peschereccio salgono a bordo della nave italiana e con l’aiuto di altri agenti imbarcati non hanno difficoltà ad assumere il controllo e puntare su Israele» (15).

Lattentato allAmbasciata britannica i Roma

L’Italia è stata teatro di azioni ancora più eclatanti. Il 30 settembre 1946 a Roma vicino alla Breccia di Porta Pia, in via XX settembre, venne fatta esplodere una bomba presso l’Ambasciata britannica, che cercava di far rispettare i patti del «Libro Bianco» del 1939. Tre uomini del Mossad sistemano due valigie davanti all’ingresso dell’Ambasciata, contenenti cinquanta chili di tritolo che esplodono la notte del 30 alle 2 e 34; «l’esplosione è violentissima e distrugge buona parte dell’edificio» (16), inoltre «danneggia tutti gli stabili vicini all’Ambasciata (…), il portiere di uno degli stabili è leggermente contuso» (17). Il 4 novembre l’Irgun rivendica l’attentato, richiamandosi a Garibaldi, a Mazzini e a Cavour, «apostoli della guerra per la libertà». L’Irgun dopo aver fatto entrare in Palestina migliaia di ebrei, come l’Haganah e il Mossad aliyah bet, andò oltre e, contro la volontà di Ben Gurion, «riprese, con estrema durezza, la lotta armata contro le truppe britanniche presenti sul territorio. Vittime delle azioni in Palestina - terrorismo, come sarebbe stato subito battezzato dagli inglesi e dallo Stesso Ben Gurion - sono soldati e civili inglesi, arabi e anche ebrei» (18). Questa volta in Italia Polizia e carabinieri non possono «chiudere un occhio» e devono andare sino in fondo. Arrestano vari esponenti del Betar e un militante dell’Irgun.

Ma «il 27 novembre un certo professor Smertenko, vicepresidente della ‘Lega americana per una libera Palestina’, si rivolge a trentasei corrispondenti della stampa italiana e straniera in una sala del Grand Hotel di Roma. La conferenza, convocata per parlare delle condizioni di detenzione di una decina di ebrei all’interno delle indagini sull’attentato all’Ambasciata britannica, si trasforma rapidamente in una requisitoria contro le autorità italiane e in una difesa della libertà di opinione. «La Gran Bretagna ha dichiarato guerra al popolo ebraico». E dunque, anche se compiere attentati, come riconosce l’esponente ebraico, è reato per la legge italiana, non dovrebbe costituire reato appartenere a un’organizzazione clandestina, come l’Irgun, soltanto perché minaccia altri attentati contro interessi britannici in Italia e altrove» (19). Eric Salerno conclude citando un incontro avuto col professor Yehezkel Dror dell’Università ebraica di Gerusalemme, studioso dei cosiddetti «regimi canaglia», il quale gli disse che «se Gheddafi non fosse esistito, toccava inventarlo. Era così comodo addossare a lui tutto ciò che di nefasto succedeva tra il Mediterraneo e l’Africa. Egli non poteva costituire una vera minaccia per l’Occidente. Così è stato con l’Irgun in Europa, incolpato di tutte le azioni terroristiche di matrice ebraica. Ma sia prima della fondazione dello Stato d’Israele sia subito dopo erano ben altri militanti ebrei e agenti segreti israeliani a colpire nel cuore dell’Italia» (20).

I sabotaggi delle industrie di armamenti militari italiane

Il capitolo VI del libro di Eric Salerno (pagine 83-96) è dedicato al sabotaggio delle industrie italiane che rifornivano i Paesi arabi. Il 14 agosto 1948 vi fu all’aeroporto di Venezia un attentato, per fortuna sventato, contro due aerei destinati all’Egitto (pagina 87). Subito dopo gli egiziani avevano acquistato regolarmente cinque vecchi Dc-3 da una società di Firenze e il Mossad avrebbe voluto distruggerli prima della loro partenza, ma per timore che le autorità italiane, onde non perdere un prezioso acquirente come l’Egitto, non potesse «chiudere un occhio» su tale vicenda, non se ne fece nulla (pagina 88). Il terzo attentato contro la nave Rosalyn, che caricava regolarmente armi per l’Egitto nel porto di Genova, abortì poiché uno degli attentatori, Gideon Rosen, si fece scoppiare in mano l’ordigno che stava preparando (pagina 88). Qualche settimana dopo nell’agosto del 1948 all’aeroporto di Venegono presso Varese, l’Aeronautica Macchi finì nel mirino dei sabotatori del Mossad. Il Cairo aveva acquistato dalla Macchi una ventina di caccia modello 205. Si decise di intervenire. Le basi del Mossad a Nemi e a Milano vennero allertate; l’esplosivo venne trasferito da Nemi a Milano e il 18 settembre avvenne l’attentato (pagina 89), che «solo per un caso fortunato non ha provocato, oltre ad ingenti danni, vittime umane» (Corriere della Sera, 19 settembre 1948). Inoltre il Mossad ebbe contatti con vari esponenti del MSI, la cui nascita fu favorita dagli Stati Uniti (21), specialmente con Pino Romualdi, «che, per sua stessa ammissione, fornì l’esplosivo usato dai terroristi ebrei per devastare l’ambasciata britannica a Roma» (22).

Nell’ottica anti-sovietica altri ex repubblichini collaborarono con gli USA e Israele, ad esempio Junio Valerio Borghese (23). Nel capitolo IX (pagine 117-124) Eric Salerno parla dei rapporti tra il Mossad e la «X Mas» per affondare le navi della flotta egiziana tramite la tecnica, sperimentata durante la RSI, dei «maiali» o piccoli motosiluranti su cui un incursore sommozzatore sedeva a cavalcioni e lo dirigeva contro una nave nemica, per lasciarlo a pochi metri dall’impatto. E’ Ada Sereni a prendere contatti con alcuni reduci della «X Mas» e uno di essi (Fiorenzo Capriotti) si occupa di far spedire in Israele sei motosiluranti Mas, acquistati dal Mossad presso la «Cabi Cattaneo» di Milano (pagine 121-122). «Sul lago di Tiberiade (…), il marò addestra le nuove reclute che avrebbero sferrato l’attacco all’ammiraglia egiziana Emir Farouk, alla fonda del porto di Gaza (…). Il successo degli uomini addestrati da Capriotti e dei «maiali» importati dall’Italia è totale. L’ammiraglia egiziana, con a bordo reparti scelti pronti a dar man forte alle truppe impegnate nel Negev per cercare di bloccare il nemico, va a fondo e viene danneggiata anche una dragamine di scorta» (pagina 123).

La nascita dellaviazione israeliana a Roma

Il capitolo XI (pagine 131-147) tratta della nascita dellaviazione da guerra israeliana a Roma, ove nel 1948 presso l’aeroporto dell’Urbe sulla via Salaria venivano addestrati in segreto, da piloti italiani e americani, volontari e anche mercenari ebrei, che si sarebbero ingaggiati nell’aviazione da guerra dello Stato d’Israele. Lì «aerei da trasporto e altri velivoli più o meno grandi con poche modifiche venivano trasformati in caccia e bombardieri diretti in Israele» (pagina 136). Inoltre anche l’URSS riforniva di armi Israele, via Roma, servendosi delle acciaierie Skoda della Cecoslovacchia (Il Messaggero, 6 novembre 1948). I piloti israeliani erano allenati anche in territorio sovietico (pagina 137), ma l’URSS riforniva pure i Paesi arabi. «Nel 1992, il pilota istruttore Guerrini raccontava dalle pagine del Mensile di aeronautica la storia della scuola da dove uscirono, nel giro di appena nove mesi, una sessantina di piloti. Nella pratica, all’Urbe nacque l’Aviazione israeliana» (pagina 138).

Anche i cadetti della Marina Militare israeliana furono addestrati dalla Marina Militare italiana. L’Italia voleva aiutare Israele ma non voleva rompere con gli arabi: «in questo clima fu deciso di accogliere i cadetti ‘a condizione tuttavia che da parte israeliana ci si impegni formalmente a non dare alla cosa pubblicità alcuna’» (pagina 154).

Rappresaglia a Roma

Per quanto riguarda la rappresaglia ordinata da Golda Meir dopo la strage di Monaco nel settembre 1972, si sa con certezza che il giornalista giordano Wail Zwaiter, ucciso con dodici rivoltellate il 16 ottobre del ‘72 a Roma in via Annibaliano n° 4 vicino piazza Sant’Emerenziana dal commando del Mossad diretto da Mike Harari, non faceva parte di «Settembre nero» né si era mai occupato di guerriglia, anzi le era completamente ostile. Però «il gruppo operativo comandato da Mike Harari, non aveva il compito di distinguere tra colpevoli o innocenti. L’ordine arrivato dalla bocca di Golda Meir era di colpire un certo numero di militanti palestinesi. Che fosse una rappresaglia era chiaro a tutti» (24). Il risultato ottenuto dal Mossad fu di far cessare ogni altra azione di «Settembre nero».

Validità del principio di causalità

Eric Salerno fa una considerazione che mi sembra non priva di fondamento: «Separare la causa dall’effetto significa mantenere nel buio ciò che è molto chiaro e semplice. Non si può fingere di credere che a Monaco, per esempio, vi sia stata un’esplosione di violenza in una situazione di pace: la violenza in Medio Oriente è endemica da più di sessant’anni, precisamente da quando l’Occidente intese assicurare i propri interessi imperialistici a spese di un popolo i cui interessi non furono, allora come oggi, tenuti in considerazione» (25). Vale a dire: senza l’invasione della Palestina nel 1948, non vi sarebbe stata Monaco 1972, «sine causa nullo effectu» direbbe Aristotele.

«Argo 16» e «Lodo Moro»

Nel capitolo XVI del suo libro (pagina 191-198) l’Autore parla dei casi Argo 16 (23 novembre 1973) e Aldo Moro (1973-1978). Argo 16 è il nome dell’aereo italiano con il quale due terroristi, che a Ciampino si accingevano ad abbattere con missili terra-aria l’aereo El Al con a bordo Golda Meir, dopo essere stati rimessi in libertà provvisoria, furono accompagnati il 30 ottobre 1973, clandestinamente, in Libia. Tre settimane dopo, il 23 novembre 1973 alle sette del mattino Argo 16 si schiantò al suolo con i suoi quattro componenti dell’equipaggio. «Lo stesso equipaggio che aveva condotto i palestinesi a Tripoli. Incidente o attentato? (…). Il generale Gianadelio Maletti (…), in presenza del generale Vito Miceli e di altri ufficiali, si disse convinto che si era trattato di un atto di sabotaggio compiuto da agenti del Mossad (26). Anni dopo il generale Ambrogio Viviani, capo del controspionaggio dal 1970 al 1974, sembrava condividere l’ipotesi (…). Sulle pagine del Giornale Miceli afferma: «Fu fatto esplodere». Su Panorama Viviani è ancora più esplicito: «Si è trattato di un avvertimento un po’ cruento dei Servizi d’Israele al governo italiano»» (pagine 192-193). Il giudice della Procura di Venezia Carlo Mastelloni, cui fu affidato il caso, ritiene che l’Argo 16 sia stato sabotato e lega tale attentato oltre al trasporto dei due palestinesi in Libia al patto o «Lodo Moro», ossia all’intesa tra il governo italiano, di cui Moro era allora ministro degli Esteri, e l’OLP.
L’Italia si garantiva l’immunità da attacchi terroristici palestinesi e in cambio chiudeva un occhio sul trasporto attraverso il suo suolo di armi ed esplosivi diretti altrove. «Il patto, ovviamente, non stava bene a Israele. E il sabotaggio di Argo 16 a giudizio di Mastelloni , sarebbe una ritorsione non soltanto per la liberazione dei due palestinesi (…), ma un avvertimento legato al complesso delleconcessioniitaliane ai nemici di Tel Aviv» (pagina 194). Inoltre per quanto riguarda il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978, secondo ciò che ha rivelato nel 2005 l’ex vice segretario della DC Giovanni Galloni, il Mossad e la CIA si erano infiltrati nelle BR in vista di una «destabilizzazione dell’Italia (…) al fine di indurre lAmerica a vedere Israele come lunico punto di riferimento alleato nel Mediterraneo per averne in tal modo maggiore sostegno in termini politici e militari» (pagina 197).

Conclusione

1) Se qualcuno vuol saperne di più, può acquistare il libro di Eric Salerno ed anche gli altri citati. Ma attenzione a non presumere di poter conoscer tutto delle vicende storiche che hanno agitato l’Italia dal 1945 ad oggi, come del resto tutta la storia dell’umanità della quale molti elementi li conosceremo solo al Giudizio Universale.


2) Il primo terrorismo non è stato quello degli integralisti arabi, ma quello dell’estremismo sionista (Irgun), dietro il quale si è celato spesso il Mossad, che ha colpito in Palestina sin dal 1937 e anche in Italia e a Roma nel 1946, circa trent’anni prima di «Settembre Nero».

3) I governi e i servizi segreti italiani hanno sempre (e non solo nel «dopo-Craxi») giocato la doppia carta di aiutare Israele e di non ostacolare apertamente il mondo arabo.

4) Il terrorismo israeliano si rifaceva a Mazzini e Garibaldi per giustificare lazione armata in vista della libertà di opinione e di possesso della patria dei loro antichi antenati, che nel 135 avevano lasciato la Syria-Palestina: «La Gran Bretagna ha dichiarato guerra a Israele col ‘Libro Bianco’ del 1939 e Israele si difende con azioni di guerra di liberazione».

5) A Roma vi fu una rappresaglia «democratica» nel 1972 contro un giornalista non terrorista, colpevole di perorare la causa palestinese, ma l’unica rappresaglia condannata è quella tedesca del 1944 dopo l’attentato di via Rasella. Tuttavia il «principio di causalità» è universale, quindi dovrebbe valere anche per la «Cave Ardeatine»: senza via Rasella (causa) non ci sarebbero state le Ardeatine (effetto). Invece Harari è un eroe e Priebke un criminale.

6) Gli anni Settanta o anni di piombo in Italia sono stati telecomandati dai servizi segreti israeliani, americani e italiani, che si son serviti anche di bassa manovalanza italiana di sinistra e di destra per destabilizzare l’Italia in modo che gli USA non la considerassero più utile come punto d’appoggio per la politica estera e la guerra fredda, ma si rivolgessero a Israele e lo finanziassero contro il terrorismo comunista e arabo quale unico baluardo dell’Occidente contro il pericolo bolscevico (ieri) e arabo (oggi).

7) Alla larga da servizi segreti, anche non deviati! Sono quelli più pericolosi.

Don Curzio Nitoglia

Le scelte e i rischi nella riduzione del deficit


Un´ondata di austerità fiscale sta per abbattersi sull´Europa e sull´America. La voragine dei disavanzi di bilancio – parimenti all´ampiezza della recessione – ha colto molti di sorpresa. Malgrado le proteste da parte di coloro che fino a ieri sostenevano la deregulation e vorrebbero che il governo restasse passivamente a guardare, la maggior parte degli economisti crede che la spesa pubblica abbia fatto davvero la differenza, e abbia contribuito a scongiurare una seconda Grande Depressione.

La maggior parte degli economisti è altresì concorde nel ritenere che sia sbagliato guardare a un solo aspetto del bilancio (sia nel settore privato sia in quello pubblico). È infatti necessario non limitarsi esclusivamente a considerare di che cosa sia debitore un Paese o un´azienda, ma anche quali siano gli asset di cui dispone.
La spesa pubblica – specialmente con investimenti nell´istruzione, nelle tecnologie e nelle infrastrutture – di fatto può portare a diminuire il disavanzo sul lungo periodo. A scatenare la crisi è stata anche la miopia delle banche, la loro mancata lungimiranza. Ora non possiamo assolutamente permettere che la miopia del governo – pungolato dal settore finanziario – la prolunghi oltre.
Crescita e rendimenti più immediati per gli investimenti pubblici portano a più alti introiti fiscali, e un utile del 5-6 per cento sarebbe già più che sufficiente per controbilanciare i temporanei aumenti del debito pubblico nazionale.

Infine, altro punto su cui concordano gli economisti è che, se si eccettuano queste considerazioni, l´entità più appropriata per un disavanzo dipende in buona parte dallo stato generale dell´economia. Quanto più un´economia è debole tanto più avrà un disavanzo maggiore; l´entità più appropriata per un deficit a fronte di una recessione dipende da circostanze ben precise.
È a questo punto, però, che gli economisti iniziano a essere in disaccordo tra loro. Effettuare previsioni è sempre difficile, e a maggior ragione in tempi di crisi. Ciò che è accaduto (per fortuna) non accade tutti i giorni: sarebbe pertanto sconsiderato guardare al passato per ipotizzare come andrà a finire questa crisi.

In America, per esempio, la percentuale di indebitamento e di fallimenti è a livelli mai visti da almeno 75 anni. Il calo del credito nel 2009 è stato il più consistente dal 1942. Anche i raffronti con la Grande Depressione sono artificiosi, perché l´economia odierna è molto diversa da quella di allora per vari aspetti.
Nondimeno, anche con cospicui disavanzi, la crescita economica negli Stati Uniti e in Europa resta anemica. I rischi sono asimmetrici: se ci sarà una ripresa più robusta, allora naturalmente le spese potranno essere tagliate e/o le tasse aumentate. Ma se le previsioni sono esatte, invece, allora un´uscita prematura dal deficit spending rischia di spingere l´economia nuovamente in recessione.

Questi punti sono pertinenti in particolare alle economie più duramente colpite. Il Regno Unito, per esempio, ha vissuto un´esperienza più difficile rispetto ad altri Paesi per un´ovvia ragione: ha vissuto una bolla nel settore immobiliare e la finanza - che è l´epicentro stesso della crisi – ha rivestito un ruolo più importante nella sua economia di quanta ne abbia avuta in altri Paesi.

La performance più scadente del Regno Unito non è l´esito di politiche peggiori: anzi, rispetto agli Stati Uniti il suo piano di salvataggio in extremis delle banche e le sue politiche per il mercato del lavoro sono state di gran lunga migliori, per molti aspetti.
A mano a mano che l´economia globale ritorna alla crescita, i governi naturalmente dovrebbero tener pronti dei programmi finalizzati ad aumentare le imposte e tagliare le spese. Inevitabilmente, raddrizzare il bilancio sarà al centro di controversie. Principi quali «è meglio tassare le cose cattive che le buone» potrebbero consigliare di varare tasse nel settore ambientale.

Quanto al settore finanziario, ha imposto enormi esternalità sul resto della società. Il settore finanziario americano ha inquinato il mondo intero con i suoi mutui tossici e, in linea con il ben noto e valido principio del «chi inquina paga», le tasse dovrebbero pagarle gli Usa. Oltretutto, imposizioni fiscali ben congegnate nel settore finanziario potrebbero alleviare i problemi provocati da un eccessivo leverage e dalle banche «troppo grandi per fallire». Imporre un prelievo fiscale alle attività speculative potrebbe in definitiva incoraggiare le banche a prestare maggiore attenzione alle modalità con le quali espletano il loro ruolo sociale fondamentale di fornire credito.
Su un più lungo periodo, la maggior parte degli economisti è concorde nel ritenere che i governi dovrebbero preoccuparsi della sostenibilità delle loro politiche. Ma dobbiamo essere prudenti e cauti nei confronti di un atteggiamento feticista verso il disavanzo.

I deficit per finanziare le guerre o gli sprechi nel settore finanziario (come si sono registrati su scala gigantesca negli Stati Uniti) hanno condotto a passività senza asset corrispondenti, imponendo di fatto un gravoso fardello alle generazioni future. Invece, investimenti pubblici redditizi in grado di ripagarsi abbondantemente possono effettivamente migliorare il futuro delle prossime generazioni, e sarebbe quindi doppiamente sconsiderato rifilare loro i debiti nei quali si è incorsi per una spesa improduttiva, e poi tagliare gli investimenti produttivi.

Queste sono questioni che andranno affrontate soltanto in seguito – in molti Paesi le prospettive di una ripresa consistente sono, nel migliore dei casi, lontane ancora uno o due anni. Per adesso, l´economia non lascia adito a dubbi: non vale la pena correre il rischio di ridurre la spesa pubblica.
di Joseph Stiglitz

22 marzo 2010

L'acqua privatizzata? Più cara e inefficente

Bollette dell'acqua molto più salate in cambio di un servizio... peggiore. Sarebbero questi i presunti benefici della totale privatizzazione della gestione dei servizi idrici, imposta dal governo con il decreto Ronchi. In base a questa legge, approvata il 18 novembre scorso, la quota di partecipazione pubblica nelle società miste dovrà passare entro il 2015 dall'attuale 51% al 30%.

Al di là di fondamentali obiezioni di principio (può un bene prezioso come l'acqua essere gestito da società che, per loro natura, seguono la logica del profitto, invece che quella dell'interesse pubblico?) è proprio l'esperienza concreta maturata nelle città dove tali privatizzazioni sono già avvenute, per il tramite di spa a maggioranza pubblica, a sconsigliare di proseguire su questa strada.

L'esempio più citato è quello della provincia di Arezzo, che dal 1999 ha affidato il proprio servizio idrico ad una Spa a maggioranza formalmente pubblica, la Nuove Acque, dove però tutti i poteri sono di fatto nelle mani del socio privato, la multinazionale francese Suez, che ha il diritto di nominare l'amministratore delegato. Una scelta colpevolmente sostenuta in questi anni anche dal centrosinistra ma che, alla prova dei fatti, si è rivelata un errore. Anche perchè la tanto invocata concorrenza tra pubblico e privato, che secondo i "privatizzatori" avrebbe dovuto portare a un riduzione delle tariffe, non c'è stata, in quanto l'acqua continua ad essere erogata in regime di monopolio.ù

«I dati ufficiali del comitato di vigilanza risorse idriche parlano chiaro: Arezzo occupa il terzo posto nella graduatoria delle città in cui l'acqua è più cara», denuncia Stefano Mencucci, del Comitato per l'acqua pubblica del capoluogo toscano. Per parte loro, i sostenitori della privatizzazione sottolineano il presunto aumento del consumo domestico, dovuto - dicono - a un miglioramento della qualità dell'acqua che esce dai rubinetti.
Mencucci scuote la testa: «E' vero il contrario. Nonostante i nuovi allacci nel frattempo effettuati, oggi il consumo è lievemente inferiore a quello di dieci anni fa. E' vero invece che l'acqua di Arezzo è di ottima qualità. Ma non è certo merito della Nuove Acque, bensì del nuovo invaso realizzato con investimenti totalmente pubblici alle sorgenti del Tevere, pochi mesi prima della privatizzazione. Anzi, la Suez si era assunta l'impegno di portare l'acqua dell'invaso di Monte d'Oglio nei comuni limitrofi dopo tre anni, vale a dire nel 2002. Oggi siamo nel 2010 e - a parte un caso - questo non è ancora stato fatto».
Anche chi si aspettava un servizio migliore è rimasto deluso: «Attualmente gli acquedotti dell'Aato 4, consorzio che comprende 37 comuni, perdono - spiega ancora Mencucci - intorno al 35% dell'acqua, sostanzialmente la stessa percentuale che c'era al momento dell'avvento del soggetto privato». Peccato che questo deludente risultato sia stato pagato a caro prezzo dai cittadini, vista la valanga di soldi passati nelle tasche della multinazionale francese, sotto forma di consulenze e prestazioni accessorie sulla carta finalizzate proprio a ridurre le falle presenti nella rete idrica aretina. Basti dire che nel 2009 e nel 2010 la cifra percepita dalla Suez per queste "prestazioni accessorie" è stata di un milione e 269mila euro per ogni anno. Una sorta di utile fisso e garantito fino al termine della concessione, che ha una durata di 25 anni.

Spiace ricordare che l'apprendista stregone di questa operazione "a perdere" sia Paolo Ricci, all'epoca sindaco di centrosinistra e adesso presidente... di Nuove Acque. Dopo una parentesi di centrodestra, dal 2006 Arezzo è stata riconquista dal centrosinistra, inclusa Rifondazione. Purtroppo la lotta per la ripubblicizzazione, oltre a dover fare i conti con ostacoli di carattere tecnico e giuridico, sconta anche l'assenza di una vera volontà politica da parte del Pd, «a parte alcuni suoi esponenti», precisa Mencucci.

Eppure le armi di pressione non mancherebbero: «Nel momento in cui il soggetto privato non fa gli investimenti che deve fare - e questo succede tutti gli anni - si apre un contenzioso. Se chiede aumenti tariffari, non gli si devono dare», è la linea dura suggerita dal Comitato. Che confida in un successo del referendum per l'abrogazione del decreto Ronchi: «Raccoglieremo migliaia di firme», assicura Mencucci.
di Roberto Farneti

21 marzo 2010

La leggenda dell'ascensore sociale


Discutere di occupazione in questi tempi di crisi e' abbastanza complesso, anche perche' le statistiche sull'occupazione sono sempre troppo poco accurate perche' si possano fare delle deduzioni a riguardo. In particolare, nel caso italiano, ci sono alcuni dati che non si vogliono capire. E non si vogliono capire perche' essi impatterebbero troppo con il nostro modo di vivere, di pensare, di agire.
Innanzitutto, la disoccupazione non e' quel che si pensa. Le statistiche sui non occupati non distinguono, per dire, chi ha piu' prospettive da chi non ha piu' prospettive. Un 10% di disoccupati giovani e' molto diverso, per dire, da un 10% di disoccupati cinquantenni. Se il disoccupato giovane e' semplice da reinserire (relativamente, almeno) quello cinquantenne non e' affatto una questione cosi' semplice.
Cosi', comprendere quanto sia devastante il dato "10%" e' difficile: potremmo avere una grande difficolta' di ingresso sul mercato o una difficolta' a rimanerci.

Il secondo grosso problema che non vediamo e' la storia del disoccupato. Se c'e' una crisi economica e vieni dal mondo delle partite IVA, non sei realmente un "disoccupato", a seconda degli strumenti di misura: sei solo un professionista che non ha piu' clienti. Per passare alla fase ufficiale , cioe' per passare alla fase di disoccupato, occorre dichiararsi tali. Siccome queste partite IVA si mantengono tali perche' sperano di trovare clienti o di recuperare i vecchi, spesso questo non avviene.

Al contrario, il lavoratore dipendente che diventa disoccupato lo vedo subito, perche' alla fine dei conti finisce subito in una lista ufficiale.

Fatto questo, appare chiaro come una stima di disoccupazione cosi' come e' fatta (9% in UE, 10% in USA) non sia cosi' efficace. In USA non vedo la disoccupazione di chi e' freelance e di chi e' self-smployee, dal momento che sino a quando non si iscrivono a qualche sussidio per il rilevatore sono solo professionisti senza clienti.
Ci sono poi altri fenomeni, come la sottoccupazione o il calo di reddito. Se prima guadagnavo 1000 e adesso ho trovato un altro lavoro che mi da' 600, per lo stato risulta che io sia occupato come prima. In realta', cambiando lavoro cosi' dovrei dire di essere occupato al 60% rispetto a prima.

Eliminate le considerazioni sul passato, posso iniziare quelle sul futuro. A seconda della mia eta', il lavoro mi offrira' prospettive future o meno. Se prima un dipendente era dentro una multinazionale, potra' pensare di aver fatto due-tre passi di carriera negli anni successivi. Se per via della crisi e' stato licenziato ed e' andato a fare lo stesso lavoro in un piccolo negozio, il risultato e' che anche a livello di reddito non crescera' come prima nei prossimi anni.

Siamo cioe' nella situazione in cui moltissime statistiche non ci dicono quasi nulla, perche' (anche omettendo il lavoro nero) ci dicono solo quanta gente dichiara di essere senza lavoro, ma non ci dicono nulla sui cambiamenti del mercato del lavoro.

E qui andiamo alla disoccupazione italiana. La disoccupazione in Italia ha diverse cause, tra cui alcune culturali e sociali.

La prima causa culturale e' che si e' dato per scontato che l'ascensore sociale potesse crescere all'infinito. C'e' gente che si lamenta del fatto che l'ascensore sociale si sia fermato, ma proviamo a rifletterci.
Se nel 1910 avevamo 100 operai per ogni dirigente, l'idea de "ascensore sociale" e' che tutti e 100 i figli degli operai debbano (almeno in potenza) diventare dirigenti. A parte la domanda che viene spontanea (e chi lavora?) il problema e' che si tratta evidentemente di una cosa impossibile. La storia dell'ascensore sociale sarebbe possibile solo se da qualche parte ci fossero 100 operai che prendono il posto dei figli degli operai, diventati tutti dirigenti.

LA nostra scuola, figlia del mito dell' "ascensore sociale", non ha capito pero' che questa cosa non sia possibile, e si e' comportata come se l'ascensore sociale sia una realta' ineluttabile, o addirittura un principio della fisica. C'e' gente che ha enunciato come l' "ascensore sociale" sia una realta' tipica delle economie sane, cosa che non e': e' tipica delle economie che vanno al disastro.

La nostra nazione che oggi ha 100 operai e un dirigente, pretende tra una generazione di avere 100 dirigenti e non chiarisce chi fara' il lavoro degli operai. Struttura la scuola per mandare tutti (in potenza) a studiare management , dichiara che "lo studio e' un diritto" e forma generazioni di giovani che non faranno mai nulla per cui hanno studiato.

Subito dopo il fallimento dei nostri 100 ragazzi che vogliono l'ascensore sociale, si scopre che non solo non possono andare piu' in alto, ma non riescono neanche a tornare al livello dei padri, perche' non sono operai. Bisogna stare molto attenti a questa cosa, perche' di fatto ci troviamo con una nazione che non solo ha inflazionato i ruoli dei dirigenti (cosa che ne ha abbassato il reddito) , ma importa lavoro dall'estero.

Ora, torniamo al punto di partenza: una nazione di 60 milioni di persone decide che i giovani usufruiranno dell'ascensore sociale. Forti di questo mito, si sono create scuole senza sforzarsi non dico di pianificare, ma di porre dei limiti ragionevoli.

La nostra nazione ha prodotto, per decenni, giovani convinti di usufruire dell'ascensore sociale. All'inizio ha funzionato: avendo alte marginalita', le aziende hanno assunto middle management e comprato servizi , spostando all'estero la produzione, visto che i figli degli operai non vogliono piu' fare gli operai perche' devono avere l'ascensore sociale.

Ovviamente, questo processo e' stato molto piu' forte altrove che in Italia, ma oggi arriva il conto anche da noi. Questo mito dell'ascensore sociale ha prodotto delocalizzazione e cattiva immigrazione, fino a quando non ci si sta rendendo conto che l'ascensore sociale non funzioni.

E no, non e' questione della crisi: e' NORMALE che non possa esistere niente come un ascensore sociale. Quando chiude una fabbrica con 100 operai, si dice che in Italia resteranno solo servizi e management, cosi' si invitano i figli dei 100 operai ad andare a scuola di management e a darsi ai servizi. Ma poi si scopre che i servizi ed il management non rendono i 100 posti di lavoro.

Che cosa ne e' risultato? Ne e' risultato non solo che ci sia stata una delocalizzazione, ma dopo anni ed anni di una scuola che guarda solo in alto, se anche le aziende tornassero indietro non troverebbero il personale per riportare indietro il manufatturiero perduto. Provate ad appendere un annuncio di fronte ad un liceo, dicendo di cercare operai. Fatelo poco prima degli esami di maturita'. Cosa succedera'? Niente.

Tutti gli studenti preferiranno laurearsi. Bene. La media di delocalizzazione attuale in Italia e' del 7.5%. Il che significa di base che rilocalizzando si potrebbe assumere quasi tutta la disoccupazione, che e' attorno al 10%. Se pero' andiamo a vedere che cosa si sia delocalizzato, osserviamo che si e' delocalizzata la catena produttiva, non la ricerca o il management.
Non dico che sia falso che moltissimi giovani andrebbero a fare gli operai oggi. Il problema e' che se non hai fatto un buon istituto tecnico o una buona scuola professionale, non sei un operaio, sei solo "due braccia". Cosi', se rilocalizzassimo le aziende italiane il risultato sarebbe di produrre una migrazione di qualche milione di stranieri, che avendo studiato come si tiene una lima in mano lo sanno fare.

Il concetto che non si e' mai capito e' che l'ascensore sociale funziona solo se, quando i figli fanno un lavoro migliore rispetto ai padri, c'e' qualcuno (spesso all'estero) che prende il posto dei padri. Cosi', negli scorsi decenni l'illusione si e' alimentata al punto che l'accademia considera "sano" un paese con l'ascensore sociale: in realta' quello che sta succedendo a quel paese e' che i figli aspirano ad un lavoro "migliore" rispetto ai padri, e quando i padri vanno in pensione il loro posto di lavoro viene delocalizzato. Questo dara' l'illusione dell'ascensore sociale, ma in realta' e' semplicemente la prima fase della trasformazione della nazione da nazione manufatturiera a nazione inutile.

Dopo qualche anno, il risultato e' che il lavoro dei padri e' tutto delocalizzato e I PRIMI figli hanno effettivamente avuto l'ascensore sociale. Figo.

Ma i bambini continuano a nascere, e ad ogni generazione di figli c'e' una generazione di adulti che va in pensione. Poiche' esiste l'ascensore sociale, (wow) i figli NON prenderanno il posto dei padri, ma ambiranno di fare qualcosa di piu': del resto, ai giovani di dieci anni fa riusciva, perche' a noi no?

Con l'andare del tempo, sempre piu' bambini si immettono in percorsi scolastici che presumono un ascensore sociale, e sempre piu' anziani vanno in pensione senza venire sostituiti, il loro lavoro fatto all'estero. La menzogna dell'ascensore sociale ha distrutto la nazione, che si trova con giovani incapaci ,o capaci solo di telefonare, inviare email e indossare una cravatta, aziende che delocalizzano cercando qualcuno che sappia piantare un chiodo, e non ci sara' MAI modo di rilocalizzare perche', per via del mito dell'ascensore sociale, nessuno ha piu' frequentato scuole adeguate.

Certo , c'e' uyna grande litania riguardo alla scuola che prepara per il mondo del lavoro. Quando si dice questo si intende sempre il lavoro "alto", cioe' l'informatica, i servizi avanzati, eccetera. Raramente si prendono in considerazione le scuole comunali, gli istituti tecnici, le scuole provinciali, che non formavano tecnologi ma soltanto operai specializzati.

Ed e' proprio la morte dell'operaio specializzato quella che stiamo pagando carissima: oggi i casi sono due. O riesci a scuola, e allora arrivi ad una laurea e poi ti lamenti che manca l'ascensore sociale, oppure abbandoni la scuola. La via di mezzo, ovvero frequentare una scuola che in breve ti porti ad una mansione pratica e specializzata, e' sempre piu' abbandonata. Chi studia vuole diventare dottore, chi non studia si getta sul mercato a mani nude.

Manca la fascia intermedia, quelli che studiavano per diventare operai specializzati. Figure che potevano anche crescere di reddito (anche se non quanto un manager) a seconda delle lotte sindacali e della bravura, ma che non avrebbero usufruito di alcun "ascensore sociale", uscendo da scuola come operai , proprio come i padri.


Per lottare contro questo fenomeno, e' necessario innanzitutto ribaltare il concetto di ascensore sociale. Ovvero, dire una buona volta che non e' pensabile che tutti facciano un lavoro migliore rispetto ai propri padri. Certo, mentre la nazione esce da un periodo di dopoguerra o si industrializza e' possibile, ma una volta raggiunta una certa stabilita (con crescite del PIL attorno all' 1-2%) parlare di ascensore sociale e' assurdo.

E' necessario iniziare a fare uno screening del mondo del lavoro attuale, e capire quanti oggi facciano effettivamente i dirigenti, quanti gli operai, e quanti gli specialisti, eccetera. Bisogna considerare che con un aumento medio del PIL annuo dell' 1% , e iniziare a dire che no, FORSE un 1% dei giovani ogni anno potra' usufruire dell'ascensore sociale, e fare un lavoro migliore del padre. Tutti gli altri dovranno PRENDERE IL POSTO del padre.

Nessun ascensore locale.

Stampato in testa a chiare lettere che l'ascensore sociale funzionera' per un minimo di fortunati, allora sara' possibile ricostruire il tessuto lavorativo del paese, ed avra' senso per le aziende rilocalizzare. Ma se oggi quel 7% di delocalizzazione tornasse a casa, in fabbrica ci andrebbero solo stranieri, cioe' persone che non hanno master, non hanno lauree, ma sanno usare un tornio.

Il prezioso laureato italiano, che ha pianificato gli studi credendo nell'ascensore sociale, non ne usufruirebbe comunque, perche' non qualificato per un posto come operaio specializzato.

La mia opinione e' che moltissimo del disastro occupazionale italiano sia dovuto dall'aver diffuso la leggenda dell'ascensore sociale. Milioni di giovani hanno pianificato i loro studi non pensando di prendere il posto del padre (se non i figli di papa' importanti) ma nel caso dei figli di persone di classe modesta hanno pensato di poter andare ttuti avanti.

I loro padri sono andati in pensione e nessuno ha preso il loro posto, cosi' il manufatturiero si e' spostato all'estero. I loro figli , inseguendo il mito dell'ascensore sociale, avevano studiato scienze dell'informazione.

Oggi le aziende potrebbero rilocalizzare?

Nella misura in cui il ragazzo italiano e' disposto a fare una scuola tecnica, andare a lavorare a 18 anni in una fabbrica, si'. Nella misura in cui i suoi genitori lo lascierebbero fare, si'.

Ma la misura , appunto, e' molto piccola.

E cosi', un 60% di terziario non riesce piu' a vivere su un 30% di industria che non offre lavoro.

Fine della leggenda dell'ascensore sociale.

E no, nei "paesi sani" dove c'e' l'ascensore sociale che funziona il conto sara' (o meglio, e' gia') ancora piu' salato.
by Uriel

20 marzo 2010

Per un voto onesto servirebbe l'Onu



"LA DISPERAZIONE più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo". È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un'affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un'esagerazione, sappia che l'Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?

Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c'è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L'ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l'orgoglio. Ma come è potuto accadere?
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.

Il senso del "è tutto inutile" toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.
Io non voglio arrendermi a un'Italia così, a un'Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all'Osce, all'Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare.


Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov'è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l'imputata Sandra Lonardo Mastella che dall'esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all'ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell'Udc. Così sui manifesti c'è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro.

Ci indigniamo per la vicenda dell'ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d'arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl.

Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della 'ndrangheta, com'è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l'accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra.

E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di 'ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell'inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell'inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell'ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista "Socialisti Uniti" della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo "Lettera Morta" contro il clan Costa ed in quelle per l'uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.

A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il - o vengono prima del - diritto, valutazioni in merito all'opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all'opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l'antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un'abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda. È un tradimento che quasi si perdona con un'alzata di spalle come quello d'un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un'altra donna.

Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.

Dov'è finito l'orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov'è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.

Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze - certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l'obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l'avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.

Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso - meno crudele, certo, ma meno forte e solido - solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un'alternativa vera e vincente.
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un'alternativa.
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.

Del resto, quello che più d'ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.
L'Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.

Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell'offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all'economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.

Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all'Onu, all'Unione Europea, all'Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.
©2010 Roberto Saviano/

18 marzo 2010

Lo sport più violento d'America? La politica


«Hem batteva a macchina stando in piedi, l'usava come un fucile, come un'arma. Le corride erano un punto di riferimento per qualsiasi altra cosa, gli stava tutto in testa come un blocco di sole o di burro: e lui lo trascriveva sulla carta. Quanto a me, le corse di cavalli mi fan capire dove sono forte e dove sono debole, sanno dirmi come mi sento quel giorno e come noi mutiamo e tutto muta, tutto il tempo, e quanto poco ne sappiamo di questo». Chissà se Hunter S. Thompson si sarebbe riconosciuto almeno un po' in questo ritratto con cui Charles Bukowski si è raccontato, rendendo omaggio a Ernest Hemingway, in Storie di ordinaria follia (Feltrinelli, 1975)? Lui che si è guadagnato da vivere per tanti anni facendo il giornalista sportivo e che ammetteva candidamente: «C'è stato un tempo, non molto lontano, in cui aspettavo le partite domenicali della National Football League con un'impazienza che mi stordiva, come una vacanza alle porte». Il football come la corrida?

Scomparso nel febbraio del 2005 alla soglia dei settant'anni in circostanze misteriose, Hunter Stockton Thompson è stato considerato negli Stati Uniti una delle figure più importanti e innovative del giornalismo, ma anche della letteratura, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: è a lui che si deve il debutto del cosiddetto "gonzo journalism", uno stile che mescola volutamente fiction e realtà, reportage e inchieste rigorose con le più bizzarre invenzioni narrative. «Mi capitava di lavorare per tre giornali insieme. Scrivevo gli avvisi pubblicitari per i casinò e i bowling appena inaugurati. Facevo il consulente per il racket dei combattimenti fra galli, il critico gastronomico più corrotto dell'isola, il fotografo di yacht e la vittima preferita della polizia locale. Era un mondo avido e io ci sguazzavo. Ho fatto amicizia con un sacco di personaggi, avevo abbastanza soldi per spassarmela e ho capito un sacco di cose sul mondo che non avrei potuto imparare in nessun altro modo», racconta Thompson in Cronache del rum (Baldini Castoldi Dalai, 2007), diario del suo soggiorno portoricano della fine degli anni Cinquanta.

Nato nel 1937 a Louisville, nel Kentucky, Thompson ha attraversato la stagione della beat generation, è stato amico e collaboratore di Allen Ginsberg e William S. Burroughs, e delle controculture giovanili, sopravvivendo a fatica all'abuso di acidi e alcol e raccontando come l'America stava cambiando a un pubblico che, almeno in parte, era protagonista di quello stesso cambiamento: la generazione statunitense cresciuta tra l'inizio della guerra in Vietnam e lo scandalo del Watergate. Giornalista sportivo, tra New York e Puerto RIco, reporter d'attualità per Time , Rolling Stones , Esquire e The Nation , l'inquietudine di Thompson si incontra nelle sua pagine come nella sua biografia: dalla Grande Mela dei Fifties all'America Latina dei primi anni Sessanta, dalla California del tramonto degli hippy al nuovo sogno fricchettone della piccola comunità di Pitkin County, alle porte di Aspen, in Colorado, dove si trasferirà con la moglie all'inizio degli anni Settanta. Una vita vissuta tutto d'un fiato e "fino all'ultimo respiro", alla ricerca di sensazioni ma anche di verità. «L'editore sportivo mi aveva dato un anticipo di 300 dollari in contanti, la maggior parte dei quali era già stata spesa in droghe estremamente pesanti - scrive in Paura e disgusto a Las Vegas (Bompiani, 2000), resoconto del viaggio che il giornalista fece insieme al suo avvocato Oscar Acosta per seguire i lavori della conferenza antidroga dell'Associazione nazionale dei procuratori distrettuali - Il baule della macchina pareva un laboratorio mobile della narcotici. Avevamo due borsate di erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di Lsd super-potente, una saliera piena zeppa di cocaina, e un'intera galassia di pillole multicolori, eccitanti, calmanti, esilaranti... e anche un litro di tequila, uno di rum, una cassa di Budweiser, una pinta di etere puro e due dozzine di fiale di popper». Nel 1998 il regista Terry Gilliam ha tratto da quel libro il film Paura e delirio a Las Vegas , interpretato da Johnny Depp e Benicio Del Toro, entrambi amici personali di Thompson.

Così, nella produzione dell'inventore del gonzo journalism si trovano anche uno starordinario reportage sulle bande di motociclisti divenuti rapidamente i peggiori "folk devils" degli anni Sessanta, Hell's Angels (Baldini Castoldi Dalai, 2008) e Fear and Loathing on the Campaign Trail '72 , tutt'ora inedito nel nostro paese, un'antologia di articoli scritti per Rolling Stone durante la campagna elettorale di Richard Nixon. Il "Dr. Gonzo", come a volte si definiva Thompson, osservatore della politica americana non è certo da meno del reporter d'assalto in grado di provare sulla propria pelle tutto ciò di cui scrive. Dopo che lo scorso anno era uscito Meglio del sesso. Confessioni di un drogato della politica (Baldini Castoldi Dalai, pp. 344, euro 18.00) cronaca semiseria delle elezioni presidenziali americane del 1992 - di fronte alla possibile riconferma di George Bush Senior e all'ascesa del populista texano Ross Perot, Thompson decide di appoggiare il democratico Bill Clinton -, Fandango pubblica ora Hey Rube (pp. 290, euro 18,00) una raccolta di 83 articoli realizzati per l'omonima rubrica che Thompson ha tenuto per anni sul sito della testata sportiva Espn : un ritratto dissacrante dell'America dell'11 settembre e della prima presidenza di George W. Bush, alternato all'analisi del campionato di football e di basket, al racconto del circuito delle scommesse che ruota intorno alle partite e delle bevute con gli amici davanti alla tv, prima e dopo di ogni match.

Lucido e impietoso, Hunter S. Thompson affidava senza saperlo alla rubrica online quelle che possono essere considerate come le sue ultime parole. «Ammettiamolo: l'unico sport veramente violento in questo paese è la politica ad alti livelli. Puoi intrallazzare un po' con lo sport e col gioco in borsa, ma quando comincia a farti gola la Casa Bianca non si scherza più. Questa è gente che scommette sul serio, e non c'è nulla che non farebbe pur di vincere. Niente che abbia a che fare con sospensori e reggiseni sportivi gli potrà andare vicino per drammaticità, violenza, aggressività, e voglia esagerata di fare razzia dopo la vittoria... La presidenza degli Stati Uniti è il premio più ricco e influente nella storia mondiale. La differenza tra conquistare il Super Bowl e la Casa Bianca è la differenza che c'è tra un soldo di cioccolata e un caveau pieno di monete d'oro», scrive ne "Il morbo della Casa Bianca". Poco prima aveva assegnato il titolo di "porco della settimana" al democratico Al Gore, sconfitto da Bush nel 2000: «Gore verrà ricordato come lo sfortunato asino putrefatto che si è lasciato fregare la Casa Bianca da una banda di squallidi trafficanti di petrolio del Texas che non hanno promesso nulla a parte un mercato al collasso e pene pesanti per i pazzi degenerati che si dedicano al sesso orale sulle proprietà del governo Usa».

Non c'è che dire, per Thompson sembra valere per sempre l'inizio fulminante che Jack Kerouac affidò a I sotterranei (Feltrinelli, 1960): «Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza»
di Guido Caldiron

I partiti si cambiano solo così

Lasciamo perdere, per un momento, la questione Berlusconi e le inaudite pressioni, intimidazioni, minacce che il presidente del Consiglio ha esercitato su un commissario dell'Authority per le Comunicazioni, Giancarlo Innocenzi, perché si desse da fare per chiudere Annozero, zittire Floris e la Dandini, impedire che vengano ospitati personaggi sgraditi al Cavaliere, come Ezio Mauro, Eugenio Scalfari, o, dio guardi, Antonio Di Pietro. «Se lei avesse un minimo di dignità dovrebbe dimettersi» ha sibilato Berlusconi a Innocenzi. Mentre è vero esattamente il contrario: se costui avesse avuto «un minimo di dignità» avrebbe dovuto mandare all'inferno l'energumeno ed eventualmente denunciarlo alla magistratura. Ma come avrebbe potuto il poveraccio? È un uomo di Berlusconi, è stato sottosegretario alle Comunicazioni in un suo governo e un suo dipendente quale Direttore dei servizi giornalistici Fininvest-Mediaset.

Ci sarebbe voluto non un coniglio, ma un samurai disposto al kharakiri per contrastare la violenza dell'energumeno e reggere una situazione talmente anomala, grottesca e pazzesca che non ha paragoni in alcun altro Stato al mondo, democratico o non democratico, tanto da far dire persino al Direttore generale della Rai, Masi, che «cose simili non si vedono nemmeno nello Zimbawe».

Ma lasciamo perdere la questione Berlusconi-Innocenzi-Minzolini non solo perché Il Fatto Quotidiano, oltre ad essere stato il primo a darne notizia la sta trattando con l'ampiezza che merita, ma perché ne presuppone un'altra.

Al di là dell'atteggiamento particolarmente spudorato e violento dell'energumeno, la domanda è: quale indipendenza può mai avere la Rai-Tv, Ente di Stato, e quindi di tutti i cittadini, quando il Consiglio di amministrazione è nominato dai partiti, il presidente pure, la Commissione di Vigilanza anche, l'Autority per le Comunicazioni e ogni altra Autority idem, quando non c'è dirigente, funzionario, conduttore di programmi, giornalista, usciere il cui posto di lavoro non dipenda dall'appartenenza a una qualche formazione politica, da un rapporto di fedeltà e sudditanza, più o meno mascherato, diretto o indiretto, a qualche partito o fazione di partito?
E la questione della Rai-Tv è solo la più emblematica e evidente dell'occupazione sistematica, arbitraria, illegittima che i partiti, queste associazioni private, hanno fatto di tutti gli apparati dello Stato, del parastato, dell'amministrazione pubblica, che poi ricade a pioggia anche sull'intera società (facciamo un esempio semplice semplice, tanto per capirci: a Firenze se sei architetto e non sei infeudato a sinistra non lavori).

Si parla tanto, di questi tempi, di riforme: istituzionali, costituzionali, della giustizia, eccetera. Ma la riforma più urgente, e principale, è quella dei partiti, nel senso di un loro drastico ridimensionamento, della loro cacciata da posizioni che occupano abusivamente, arbitrariamente, illegittimamente. Ma in democrazia solo i partiti possono riformare i partiti. E non lo faranno mai perché questo vorrebbe dire perdere il potere con cui condizionano l'intera società italiana, abusandola, stuprandola, ricattandola, richiedendo ai cittadini i più umilianti infeudamenti per ottenere, come favore, ciò che spetta loro di diritto.

Come se ne esce? Agli inizi degli anni Ottanta, quando l'abuso e il sopruso partitocratico era ancora, nonostante tutto,ben lontano da quello di oggi, Guglielmo Zucconi, direttore del Giorno, quotidiano appaltato alla Dc e al Psi, mi permise di scrivere nella mia rubrica, Calcio di Rigore, un articolo in cui invocavo provocatoriamente, per l'Italia, la soluzione che il generale Evren aveva adottato per la Turchia dove l'occupazione, la corruzione, il clientelismo dei partiti aveva raggiunto vertici intollerabili, ma comunque ancora lontani da quelli dell'Italia di oggi. Il generale Evren prese il potere, spazzò via tutta la nomenklatura partitocratica, e promise che, fatta una pulizia che in altro modo era impossibile, avrebbe restituito, entro cinque anni, il potere alle legittime istituzioni democratiche. Promessa che puntualmente mantenne. E oggi la Turchia, pur in mezzo alle mille contraddizioni di un Paese la cui realtà è resa difficile dalla presenza di una fortissima minoranza curda, è un Paese "normale" con una maggioranza, un'opposizione, un premier che rispetta le leggi e la magistratura, e partiti che stanno al loro posto e nel loro ruolo, che è quello di coagulare il consenso, e non esondano in tutta la società civile. Non è la Turchia che non ha i requisiti democratici per entrare in Europa. È l'Italia che non li ha più per restarci.

di Massimo Fini

17 marzo 2010

L’Europa si arrende agli speculatori

Le pressioni degli ambienti finanziari e bancari angloamericani unite a quelle dei loro servi alla Casa Bianca e a Downing Street sono stati troppo forti. E così i ministri europei delle Finanze hanno rinunciato a trovare un accordo sul progetto di regolamentare l’attività dei fondi speculativi (hedge fund) ed aumentarne la trasparenza.
Se ne parlerà in una prossima riunione prima della fine della presidenza spagnola in giugno. La portavoce della presidenza Ue e il ministro spagnolo delle Finanze, Elena Salgado, presidente di turno dell’Ecofin, ha spiegato che la questione dei fondi speculativi è stato rimosso dall'agenda dei lavori per avere il consenso più ampio possibile. Si tratta infatti di mettersi d'accordo su una posizione generale dalla quale far partire i negoziati con il Parlamento europeo che dovrà dare semaforo verde al progetto.
E in tale sede nasceranno sicuramente ulteriori problemi che faranno in modo che se un testo di legge uscirà, esso sarà molto annacquato rispetto al testo iniziale. Anche a Strasburgo infatti operano indisturbate numerose lobby finanziarie che attraverso i soldi versati in ogni direzione indirizzano il voto dei gentili deputati, già ben predisposti in altri settori a sostenere gli interessi della grande industria. In particolare, per un settore che riguarda l’Italia, nel campo dell’alimentare dove la salvaguardia dell’agricoltura e dei prodotti tipici viene subordinata agli interessi dell’industria trasformatrice. Ma anche di quella chimica come dimostra il via libera della Commissione europea al via libera alla produzione di cibi OGM.
Ma la finanza resta il settore nel quale sono maggiori i guadagni per gli speculatori e per i loro amici politici. Quando si è cominciato a parlare in Europa di mettere un freno alle attività degli speculatori, siano essi banche o società finanziarie, subito da Washington e da Londra si è levato un intenso fuoco di fila.
Il segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner aveva protestato la settimana scorsa affermando che le nuove regole avrebbero danneggiato le banche Usa compromettendo la loro capacità di fare affari con l'Europa. Insomma le banche americane non possono permettersi di vedersi porre veti. Uguale reazione da Londra con il Cancelliere dello Scacchiere, Alistair Darling, a difendere le banche di casa. Che diamine, era la loro reazione, la speculazione è una cosa troppo seria che va lasciata in mano ai soli speculatori. Come la Goldman Sachs (la banca cara a Romano Prodi e Mario Draghi) o George Soros e tutti gli altri banditi della sua risma. Si deve infatti ricordare sempre che sono state le banche e le società anglosassoni a scatenare la crisi finanziaria del 2008 con le loro speculazioni sui derivati e su altri consimili titoli spazzatura. Gli stessi speculatori che grazie a prestiti di centinaia di miliardi di dollari sono stati salvati dal fallimento da Barack Obama che solamente i soliti idioti di casa nostra o dell’Europa intera possono considerare ancora qualcosa di diverso dal suo predecessore. Così quando Geithner protesta con Bruxelles, è sicuro che delle sue rimostranze se ne terrà conto, perché l’Unione europea, che pure dovrebbe aspirare a recitare un ruolo forte e autonomo nel mondo, finisce per non fare altro che calarsi le braghe di fronte ai diktat degli Stati Uniti.
In tutta questa vicenda risalta ancora una volta l’incompatibilità della presenza della Gran Bretagna nell’Unione europea ed il suo conflitto di interesse con gli altri Paesi membri. Non si tratta solamente del fatto che Londra possa continuare a lasciare mano libera alle banche britanniche di speculare a loro piacimento, utilizzando i suoi paradisi fiscali europei come Jersey e Guernsey, ma c’è anche la questione dell’euro nel cui sistema Londra non ha mai avuto alcuna intenzione di entrare. Diciamo questo a prescindere da qualsiasi giudizio di valore o di merito sulla moneta unica. Si ripropone in tal modo in tutta la sua chiarezza il no che Charles De Gaulle oppose sempre all’entrata di Londra nella Comunità economica europea, Il Generale considerava infatti gli inglesi una testa di ponte degli americani per sabotare dal di dentro qualsiasi progetto comunitario che volesse trasformarsi in un progetto politico come quello de “L’Europa delle Patrie” da lui vagheggiato.
Nelle prossime settimane il commissario ai servizi finanziari, il francese Michel Barnier, partirà per gli Stati Uniti per discutere della questione centrale oggi sul tavolo, ossia l'accesso al mercato europeo dei gestori di fondi basati in Europa ma i cui capitali risiedono alle isole Cayman o in altri paradisi fiscali. Misure drastiche da parte della Ue potrebbero infatti spingere molti fondi a lasciare Londra, qui risiede circa l'80% di quelli più importanti, per stabilirsi in altri Paesi al di fuori della Ue, ad incominciare dalla in Svizzera. Barnier ha insistito sul fatto che la linea europea non è protezionista ma che semmai è in linea con gli orientamenti emersi all’ultima riunione del G20 e che quindi essa va nella direzione del rafforzamento della trasparenza e della responsabilità.
Giulio Tremonti, che da sempre attacca il modello anglosassone della finanza fine a se stessa e svincolata dall’economia reale, anche se non ha gradito il rinvio della discussione sulla direttiva per gli hedge fund, giudica però importante che la macchina si sia messa in movimento e che la sensibilità europea sul tema sia cambiata, considerato che anni fa una discussione simile con la Gran Bretagna sarebbe stata addirittura irrealistica.
Nel frattempo negli Stati Uniti, tanto per dimostrare chi comanda davvero, le grandi banche di investimento, nonostante le raccomandazioni in senso contrario dello stesso Barack Obama, hanno continuato nel 2009 a versare premi di produzione, i bonus, ai dirigenti responsabili delle speculazioni ma che sono riusciti a rimettere in sesto i conti grazie all’aiuto pubblico. Anche a Wall Street infatti si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti.
di Filippo Ghira

16 marzo 2010

La morte del dollaro con una crisi stile Grecia?




Yuan contro il dollaro per il ruolo di valuta estera globale

L’abitudine di accumulare riserve di dollari da parte delle banche centrali è diventata sempre più spiccata dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997, quando gli speculatori valutari hanno accelerato una crisi della bilancia dei pagamenti di Thailandia, Indonesia e Corea del Sud richiedendo dollari per le valute locali ed esaurendo le riserve di dollari delle banche centrali.
Facendo un salto in avanti di 13 anni, la posizione del dollaro come valuta di riserva preferenziale nel mondo è stata messa in discussione a causa di un disavanzo di bilancio in rapido aumento che mantiene gli Stati Uniti dipendenti dai finanziamenti dall’estero. Lo scorso anno sia Russia che Cina hanno proposto un tipo di “valuta di riserva sovranazionale” per contrastare il dollaro mentre Brasile e India hanno anche discusso della sostituzione di altre attività per i loro titoli espressi in dollari.

Il FMI: “Quel giorno deve ancora venire”

Riaccendendo la discussione, Dominique Strauss-Kahn, il direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha detto venerdì scorso che sarebbe “intellettualmente apprezzabile esaminare” la creazione di una nuova valuta di riserva globale per limitare la dipendenza dal dollaro.
Strauss-Kahn ha affermato che un giorno ci potrà essere un’attività di riserva emessa globalmente ma che “quel giorno deve ancora venire”. Ad ogni modo le sue osservazioni sono il segnale di una preoccupazione più generale in merito al predominio del dollaro e “fino a che punto l’intero sistema monetario internazionale dipende dalle politiche e dalle condizioni di un singolo paese, seppur dominante”.

Tutto questo rende inevitabile la domanda: quale sarà la prossima valuta di riserva globale che subentrerà al dollaro?

Le riserve di dollari: dieci anni di declino

L’ultimo rapporto sul foreign exchange pubblicato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti mostra che la percentuale delle riserve di dollari è in costante diminuzione – anche prima della crisi finanziaria. Nel 2009 il dollaro costituiva ancora circa il 60% delle riserve estere, con l’euro a meno del 30% e più distanziati sterlina e yen (vedi grafico).





Secondo il Peterson Institute for International Economics, anche se il dollaro rimane la più importante valuta di riserva nel corso degli ultimi dieci anni fino al primo trimestre del 2009, con la correzione per gli effetti dei tassi di cambio la quota del dollaro nelle riserve del foreign exchange, a conti fatti, è diminuita del 4,3%.

Gli elementi di una valuta di riserva

Il rapporto del Tesoro americano indica diversi elementi chiave che sono stati identificati dagli economisti per determinare l’utilizzo di una valuta per le riserve:
• la dimensione dell’economia nazionale
• l’importanza dell’economia nel commercio internazionale
• la dimensione, la forza e l’apertura dei mercati finanziari
• la convertibilità della valuta
• l’utilizzo della valuta come valuta di ancoraggio
• le politiche macroeconomiche nazionali

I PIIGS stroncano l’euro

Sulla base di questi criteri, l’eurozona, simile agli Stati Uniti per dimensione, quota di commercio globale e convertibilità della valuta, rende l’euro un valido contendente per la corona del dollaro. E, a differenza del dollaro, nel corso degli ultimi dieci anni l’euro ha costantemente guadagnato quote di mercato nelle riserve estere globali ed è diventato la seconda valuta più diffusa (vedi grafico).
Purtroppo, il debito e problemi di bilancio dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) hanno danneggiato seriamente la fiducia e la credibilità dell’Unione Europea e dell’euro, stroncando sostanzialmente le possibilità dell’euro di essere un’alternativa al dollaro.
L’euro ha già raggiunto i minimi degli ultimi dodici mesi nei confronti dello yen, e i minimi degli ultimi nove mesi nei confronti del dollaro sulla speculazione che la valutazione del credito greco venga declassata ulteriormente. E’ anche in discussione la possibilità che l’Unione Europea e l’euro rimangano in condizioni soddisfacenti.

Il dollaro regna con liquidità suprema

Anche senza considerare il tracollo greco, è difficile competere nei confronti del dollaro con una tale carenza di liquidità all’interno dell’eurozona. Un motivo importante per cui il dollaro americano rimane la valuta di riserva è che il mercato obbligazionario americano è il mercato più liquido nel suo genere. Un mercato di debito liquido consente alle banche centrali di intervenire nei mercati foreign exchange per attutire le fluttuazioni delle valute.
Come è stato fatto notare dal rapporto del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti:
“L’euro non è diventato equivalente al dollaro come valuta di riserva perché non esiste un mercato comune del debito nazionale all’interno dell’eurozona”.
Da questo punto di vista la sterlina e lo yen, le altre due valute di riserva preferenziali dopo l’euro, appaiono sbiadite in confronto al dollaro in termini di liquidità e agevolazioni del commercio globale. Inoltre, Moody’s ha messo in guardia su possibili declassamenti di Regno Unito e Giappone a causa del debito elevato, del pagamento degli interessi e di una crescita lenta del PIL (lunedì, ad un certo punto, la sterlina stava letteralmente precipitando ed è scesa ai minimi degli ultimi dieci mesi nei confronti del dollaro di fronte alle rinnovate preoccupazioni di un Parlamento in cui nessun partito ha la maggioranza assoluta).

Oro o yuan?

Mentre in molti sostengono un gold standard internazionale, o un altro sistema monetario internazionale basato su un paniere di materie prime e/o valute, è molto difficile vedere un adeguato consenso internazionale che ne decreti realmente la fattibilità.
Perciò dietro le quinte sta aspettando il renminbi cinese (RMB), detto anche yuan. La nomina di Zhu Min, vicegovernatore della banca centrale cinese, nelle vesti di consulente speciale al FMI sembra indicare il sì della Cina al programma per una valuta globale. Il Fondo, storicamente guidato da europei ma dominato dagli Stati Uniti, ha cercato di coinvolgere anche le economie emergenti come Brasile, Cina, India e Russia.
Ma secondo l’economista Geng Xiao, direttore del Brookings-Tsinghua Center for Public Policy, è nell’interesse della Cina – e del mondo – non liberarsi ancora del dollaro.

La rivalutazione dello yuan non risolve nulla

In un’intervista con McKinsley Quarterly, Xiao ha fatto notare che, da ambo le parti, non c’è stata alcuna discussione sullo squilibrio commerciale tra Cina e Stati Uniti. Tuttavia esistono alcune differenze filosofiche tra i due poiché gli Stati Uniti pongono una maggiore enfasi sulla correzione a breve termine attraverso il prezzo e il tasso di cambio del RMB mentre i cinesi pongono una maggiore enfasi sul cambiamento strutturale e istituzionale a medio e lungo termine. Xiao ritiene che sia difficile che il tasso di cambio corregga la bilancia commerciale:
“Anche se si modifica il tasso di cambio, questo avrà un modestissimo impatto sul disavanzo commerciale americano perché gli Stati Uniti compreranno da altri paesi”.

Tempo di riformare e fluttuare

La Cina ha bisogno di tempo per approvare le difficili riforme economiche in ambito nazionale prima che possa consentire alla propria valuta di fluttuare liberamente nei confronti del dollaro, come spiega Xiao:
“La Cina ha bisogno di un benchmark in modo che il prezzo possa essere confrontato con il prezzo globale, con la struttura di prezzo, compatibile con l’efficienza. E’ per questa ragione che la riforma dei prezzi è più importante della modifica del tasso di cambio… la modifica del tasso di cambio non cambierebbe le inefficienze… perché gli aiuti interni sono ancora presenti”.
Xiao valuta che alla Cina occorreranno dai 5 ai 10 anni per correggere le proprie distorsioni – la riforma terriera, la riforma del settore energetico, la riforma delle aziende di proprietà statale e la previdenza sociale. Solo quando la produttività della Cina raggiungerà quella degli Stati Uniti le strutture dei prezzi dei due paesi potranno convergere.

Lo scenario peggiore

Uno scenario peggiore potrebbe verificarsi se la Cina consentisse il perdurare delle aspettative di apprezzamento del RMB, costruendo ulteriori riserve foreign exchange, come avvisa Xiao:
“Non vedo altri modi per la Cina per ridurre in modo significativo la quantità di titoli in dollari… ma se incalzata, la Cina può sempre fare di più. E anche se marginalmente, anche solo un po’ di più può avere un grosso impatto sul mercato”.

Il dollaro comanda… per ora

Sicuramente, nel corso del tempo, la Cina dovrebbe essere in grado di trasformarsi in una moderna economia di mercato. E se l’economia cinese continua a cresce al ritmo attuale, il RMB alla fine diventerà una delle valute di riserva importanti, come il dollaro americano.
Ma per ora, ci sono diversi elementi a forte sostegno del dollaro. Oltre ad un mercato del debito liquido, molte materie prime, tra cui petrolio e oro, sono quotate nella moneta americana. All’incirca l’88% delle attività giornaliere del foreign exchange interessano dollari americani. Una moneta sostanzialmente agevola il commercio globale ed è possibile stabilire il prezzo delle materie prime in modo omogeneo ovunque esse vengano trattate.
E la Cina, il principale debitore degli Stati Uniti con un immenso pacchetto di titoli del Tesoro pari a 894,8 miliardi di dollari alla fine del dicembre scorso, si sta spostando verso titoli americani a più lungo termine e, contemporaneamente, sta accumulando azioni americane, aumentando il suo pacchetto complessivo di titoli americani a lungo termine.
Gli enormi pacchetti cinesi di riserve di dollari sotto forma di titoli del Tesoro americano sono diventati oggetto di preoccupazione per i funzionari da entrambe le coste del Pacifico. Tuttavia rimane il fatto che, facendo un confronto, il dollaro rimane la valuta più liquida e più stabile. In tal senso, è improbabile che nell’immediato futuro la Cina riduca in modo significativo i propri pacchetti di attività in dollari.

Detronizzato entro il 2050 ?

La maggior parte degli esperti occidentali sembra concordare sul fatto che la prospettiva di una sostituzione del dollaro con una nuova valuta di riserva mondiale è difficile che si materializzi presto perché non c’è alcuna alternativa seria all’orizzonte.
Rimangono dubbi anche sul fatto che i cinesi possano contrastare il biglietto verde. Ad ogni modo sembra si stia formando un’opinione più o meno comune tra vari esperti occidentali sul fatto che i cinesi abbiano intrapreso chiaramente il cammino per sfidare il dollaro in un periodo di transizione di 10-15 anni, il che coincide approssimativamente con le proiezioni di Geng Xiao.
L’economista britannico Angus Maddison prevede che la Cina supererà gli Stati Uniti entro il 2015. Tracciando un parallelo storico con l’ultimo avvicendamento nella valuta di riserva (dalla sterlina inglese al dollaro americano) ci si attende che il renminbi cinese subentri al dollaro come valuta di riserva intorno al 2050, alla metà del ventunesimo secolo.

La morte del dollaro con una crisi in stile-Grecia?

Nel frattempo, anche se la crisi del debito delle nazioni più in difficoltà dell’Europa meridionale si è ultimamente impadronita delle prime pagine dei giornali, Moody’s e i suoi pari hanno espresso preoccupazioni sulla prosperità finanziaria di Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, concentrandosi principalmente sul debito e gli impegni debito di queste nazioni più grandi.

Ad esempio, l’interesse pagato sul debito del Tesoro americano è in crescita esponenziale negli ultimi due anni e ci si attende che raggiunga i 700 miliardi di dollari all’anno entro la fine del decennio. E’ probabile che il rapporto tra debito totale e PIL superi il 90% quest’anno negli Stati Uniti, indebitando il paese addirittura più di Spagna e Portogallo. Mentre gli Stati Uniti si stanno godendo la posizione di valuta di riserva, questa non è assolutamente garantita per il futuro. Per ora gli investitori stanno cercando rifugio nel mercato obbligazionario americano. Ad ogni modo un sistema politico malato, il debito e il disavanzo potrebbero far affondare inevitabilmente l’America in una crisi in stile Grecia, spingendo ancor di più per una morte anticipata del dollaro.

di Dian L. Chu

L’Italia, Israele e il Mossad dal 1945 ai giorni nostri

Eric Salerno, giornalista e inviato speciale del Messaggero, esperto di questioni mediorientali, ha scritto nel 2010 un interessante e documentato libro intitolato «Mossad base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste», Milano, Il Saggiatore, 258 pagine, 19 euro. L’autore cerca di far luce sulla cronaca italiana degli ultimi sessant’anni, durante i quali gli agenti del Mossad hanno iniziato le loro attività, con la complicità almeno implicita dei governi italiani, a partire dal 1945 con l’immigrazione clandestina degli ebrei europei in Italia per farli poi espatriare in Palestina. Egli descrive, con l’aiuto di colloqui avuti con Mike Harari, un agente o meglio l’ex capo delle operazioni clandestine del Mossad incaricato da Golda Meir di vendicare gli atleti israeliani uccisi Monaco nel 1972, e del giudice Claudio Mastelloni, che ha indagato per molti anni sulle vicende dei servizi segreti italiani e israeliani ed infine delle cronache giudiziario-giornalistiche (1), le varie vicende che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese, e sulle quali non è stata fatta ancora completa chiarezza: a partire dall’immigrazione clandestina di migliaia di ebrei diretti in Palestina, dal traffico internazionale con scalo in Italia di armi dirette verso la futura Israele, sino ai vari sabotaggi delle industrie belliche italiane che rifornivano gli arabi e specialmente l’Egitto, passando per diversi attentati che hanno insanguinato la nostra patria (l’aereo Argo 16, l’uccisione del giornalista palestinese Wail Zwaiter assassinato a Roma per rappresaglia dopo Monaco 1972 e il caso Moro). Il pregio del libro, ben studiato e condotto su fatti e documenti, è quello di non presumere di saper tutto, soprattutto in un campo misterioso e pieno di depistaggi e doppiogiochismi come quello dei servizi segreti, ma di fermarsi a congetture, possibilità o probabilità ove manchi la prova certa, senza voler fare un passaggio indebito dal possibile al reale o al certamente evidente. Solo in caso di prove chiare ed esplicite l’autore ci mette di fronte all’evidenza del fatto. Ne risulta un quadro che getta una luce nuova sulle vicende che oramai hanno preso una piega ben definita non solo in Medio Oriente, ma anche in Italia e nel resto del mondo. Il ruolo giocato da Israele sin dal primo dopoguerra in Italia è enorme. Non prenderne atto significherebbe non voler vedere la realtà. Ma il prenderne atto non significa sapere tutto di ogni cosa. «Nescire qaedam magna pars sapientiae». Del resto le sorti delle due guerre mondiali sono state decise in gran parte dal ruolo dei servizi segreti dei Paesi belligeranti; come in ogni guerra che è stata fatta su questa terra, non ci si è serviti solo delle armi, ma anche dell’Intelligence.

De Gasperi, Ada Sereni e Israele

Dopo la Seconda Guerra Mondiale migliaia di ebrei volevano allontanarsi dall’Europa semidistrutta per recarsi in USA o in Australia, ma «gli inviati della ‘Palestina ebraica’ riuscirono a convincere decine di migliaia di persone a trovare rifugio in Medio Oriente, dove presto, anche grazie a loro, sarebbe nato uno Stato ebraico» (2). Nel giro di tre anni almeno ventiseimila ebrei furono fatti espatriare clandestinamente in Palestina. La Gran Bretagna, che avendo il «Mandato» sulla Terra Santa, si opponeva ad una immigrazione in massa degli ebrei in Palestina e cercava perciò di arginare il flusso migratorio, entrò, quindi, nel mirino del terrorismo ebraico, che per primo insanguinò la Terra Santa. Frattanto «in Italia i campi d’accoglienza si riempivano e si svuotavano rapidamente» (3).

Ada Sereni, ebrea romana, nata Ascarelli, era il capo italiano del Mossad per le operazioni di espatrio verso la Palestina. Lei stessa nel suo libro «I clandestini del mare», Milano, Mursia, 1973, racconta dell’incontro che ebbe con Alcide De Gasperi per ottenere una tacita copertura da parte del governo e dei servizi segreti italiani sulle attività che il Mossad avrebbe dovuto svolgere in Italia per farvi giungere e poi espatriare verso la Terra Santa i propri connazionali dell’Europa del nord. La Sereni chiese a De Gasperi di «chiudere un occhio, e possibilmente due sulle nostre attività in Italia» (4). Eric Salerno commenta: «Gli italiani si accorsero sin dall’inizio dell’immigrazione clandestina e dei campi provvisori dove venivano ospitati gli ebrei arrivati dal resto dell’Europa, ma non soltanto chiusero un occhio, aiutarono quando e come poterono. Aiutarono anche nella fase successiva, quando il Mossad, parallelamente allimmigrazione clandestina, si impegnò nelladdestramento militare dei rifugiati, nellacquisizione darmi e nel loro trasporto in Palestina, nella lotta per impedire agli arabi di armarsi anche quando questo significava il sabotaggio di industrie e impianti italiani e di loro prodotti (…). A parte i rapporti ambigui, costruiti ad arte, per non precludere i potenzialmente ricchi mercati arabi (…), l’Italia non sarebbe stata ostile nemmeno a Israele» (5).

I primi viaggi marittimi dallItalia in Palestina

La prima nave clandestina a salpare dall’Italia verso il futuro Stato d’Israele partì dal porto di Bari il 21 agosto 1945 e riuscì a raggiungere il porto di Tel Aviv il 25, senza farsi intercettare dagli inglesi i quali si attenevano alle disposizioni del «Libro Bianco» del 1939, che limitavano l’immigrazione ebraica e l’acquisto delle terre dei palestinesi. Le cose andarono diversamente per quanto riguarda il viaggio da La Spezia verso la Palestina del 4 aprile 1946 quando 1.014 profughi ebrei cercarono di imbarcarsi su tre navi, che furono bloccate a La Spezia dagli inglesi. Soltanto l’8 maggio del 1946 le tre navi partirono, ma mentre le prime due riuscirono ad arrivare in Palestina, la terza chiamata Exodus fu bloccata dagli inglesi. Tuttavia, nonostante la decisione di «chiudere un occhio», l’ingresso sempre crescente e divenuto massiccio nel 1947 di ebrei in Italia «turbava non poco le autorità italiane, tanto che il 23 gennaio (…) il ministero degli Interni fece arrivare alla presidenza del Consiglio un appunto dettagliato sulla situazione: «Trattasi di gente che, in grande maggioranza, si dedica ad attività improduttive ed illegali (…) senza vantaggio e anzi con detrimento del Paese che li ospita»» (6).

In effetti, dopo aver preso parte alla guerra partigiana nell’Italia settentrionale, la «Brigata ebraica dell’Esercito britannico» trasportò «rifugiati e armi destinate all’addestramento nei campi di transito e ai combattenti ebrei in Palestina» e facilitò «le azioni di sabotaggio contro le industrie italiane sospettate di commerciare con i nemici arabi» (7). Ma l’Italia si trovava in un certo senso con le mani legate, poiché «i rappresentanti delle organizzazioni ebraiche internazionali ‘fanno apertamente comprendere - secondo il funzionario del Viminale autore della segnalazione - di poter influire, a seconda del nostro atteggiamento, sullopinione pubblica americana nei riguardi dellItalia’» (8). Inoltre, nei primi anni successivi alla fondazione dello Stato d’Israele (14 maggio 1948), il movimento sionista ebbe come alleati sia gli USA che l’URSS (9). Soltanto l’Inghilterra aveva rappresentato un pericolo sino al 1947, quando, dopo una serie di attentati terroristici ebraici contro di essa, aveva rinunciato al «Mandato» e solo nel 1948 gli arabi si schierarono apertamente ed effettivamente contro Israele appena nato (10). Verso la fine del 1947 e l’inizio del 1948 tre agenti del Mossad «acquistarono sei navi con cui trasportare le armi (in Israele). Navi in gran parte italiane, con bandiera italiana ed equipaggi italiani»(11).

I primi attentati in suolo italiano

Nel 1948 l’obiettivo principale del Mossad non erano più i profughi, oramai già giunti in Palestina, ma le armi per Israele ed impedire che gli arabi ne ottenessero in egual misura (12). Il problema presente era costituito dalla nave Lino battente bandiera italiana, che conteneva un grosso carico di armi per i siriani. «Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia era divenuta la base operativa dei terroristi ebrei dell’Irgun e della Banda Stern in lotta contro Sua Maestà britannica, e dell’organizzazione dell’immigrazione ebraica clandestina, madre di uno dei più potenti servizi segreti del mondo, il Mossad» (13). La nave partì dal porto di Fiume, raggiunse Molfetta ove dovette fermarsi a causa del maltempo che imperversava. L’11 aprile del 1948 i quotidiani italiani davano la notizia di una misteriosa esplosione sulla Lino, che era stata affondata, ma non distrutta e il cui carico di armi giaceva sul fondo del porto di Bari verso il quale la nave si era diretta dopo aver lasciato Molfetta. Damasco, che aveva acquistato legalmente le armi reclamava, la sua proprietà e l’Italia non poté fare a meno di autorizzare il recupero delle casse di materiale bellico. Allora «Ada Sereni, oramai rappresentante ufficiale in Italia dei servizi segreti del nuovo Stato (d’Israele), decise di impedire ai siriani di impossessarsi delle armi legittimamente acquistate e custodite a Bari» (14).
Grazie al sostegno tacito e occulto dato dai servizi segreti italiani al Mossad, quando le armi furono ripescate e riposte nel deposito del porto di Bari e poi caricate nel battello Argiro per essere trasportate verso la fine di agosto del 1948 in Siria via Beirut, due marinai israeliani presero il posto di due italiani, che si erano dati per ammalati. Fu allora che avvenne «un piccolo sabotaggio compiuto da uno dei due militari israeliani. Alla richiesta di aiuto del comandante risponde un peschereccio, casualmente nei dintorni. E’ un battello del Mossad. Due marinai del peschereccio salgono a bordo della nave italiana e con l’aiuto di altri agenti imbarcati non hanno difficoltà ad assumere il controllo e puntare su Israele» (15).

Lattentato allAmbasciata britannica i Roma

L’Italia è stata teatro di azioni ancora più eclatanti. Il 30 settembre 1946 a Roma vicino alla Breccia di Porta Pia, in via XX settembre, venne fatta esplodere una bomba presso l’Ambasciata britannica, che cercava di far rispettare i patti del «Libro Bianco» del 1939. Tre uomini del Mossad sistemano due valigie davanti all’ingresso dell’Ambasciata, contenenti cinquanta chili di tritolo che esplodono la notte del 30 alle 2 e 34; «l’esplosione è violentissima e distrugge buona parte dell’edificio» (16), inoltre «danneggia tutti gli stabili vicini all’Ambasciata (…), il portiere di uno degli stabili è leggermente contuso» (17). Il 4 novembre l’Irgun rivendica l’attentato, richiamandosi a Garibaldi, a Mazzini e a Cavour, «apostoli della guerra per la libertà». L’Irgun dopo aver fatto entrare in Palestina migliaia di ebrei, come l’Haganah e il Mossad aliyah bet, andò oltre e, contro la volontà di Ben Gurion, «riprese, con estrema durezza, la lotta armata contro le truppe britanniche presenti sul territorio. Vittime delle azioni in Palestina - terrorismo, come sarebbe stato subito battezzato dagli inglesi e dallo Stesso Ben Gurion - sono soldati e civili inglesi, arabi e anche ebrei» (18). Questa volta in Italia Polizia e carabinieri non possono «chiudere un occhio» e devono andare sino in fondo. Arrestano vari esponenti del Betar e un militante dell’Irgun.

Ma «il 27 novembre un certo professor Smertenko, vicepresidente della ‘Lega americana per una libera Palestina’, si rivolge a trentasei corrispondenti della stampa italiana e straniera in una sala del Grand Hotel di Roma. La conferenza, convocata per parlare delle condizioni di detenzione di una decina di ebrei all’interno delle indagini sull’attentato all’Ambasciata britannica, si trasforma rapidamente in una requisitoria contro le autorità italiane e in una difesa della libertà di opinione. «La Gran Bretagna ha dichiarato guerra al popolo ebraico». E dunque, anche se compiere attentati, come riconosce l’esponente ebraico, è reato per la legge italiana, non dovrebbe costituire reato appartenere a un’organizzazione clandestina, come l’Irgun, soltanto perché minaccia altri attentati contro interessi britannici in Italia e altrove» (19). Eric Salerno conclude citando un incontro avuto col professor Yehezkel Dror dell’Università ebraica di Gerusalemme, studioso dei cosiddetti «regimi canaglia», il quale gli disse che «se Gheddafi non fosse esistito, toccava inventarlo. Era così comodo addossare a lui tutto ciò che di nefasto succedeva tra il Mediterraneo e l’Africa. Egli non poteva costituire una vera minaccia per l’Occidente. Così è stato con l’Irgun in Europa, incolpato di tutte le azioni terroristiche di matrice ebraica. Ma sia prima della fondazione dello Stato d’Israele sia subito dopo erano ben altri militanti ebrei e agenti segreti israeliani a colpire nel cuore dell’Italia» (20).

I sabotaggi delle industrie di armamenti militari italiane

Il capitolo VI del libro di Eric Salerno (pagine 83-96) è dedicato al sabotaggio delle industrie italiane che rifornivano i Paesi arabi. Il 14 agosto 1948 vi fu all’aeroporto di Venezia un attentato, per fortuna sventato, contro due aerei destinati all’Egitto (pagina 87). Subito dopo gli egiziani avevano acquistato regolarmente cinque vecchi Dc-3 da una società di Firenze e il Mossad avrebbe voluto distruggerli prima della loro partenza, ma per timore che le autorità italiane, onde non perdere un prezioso acquirente come l’Egitto, non potesse «chiudere un occhio» su tale vicenda, non se ne fece nulla (pagina 88). Il terzo attentato contro la nave Rosalyn, che caricava regolarmente armi per l’Egitto nel porto di Genova, abortì poiché uno degli attentatori, Gideon Rosen, si fece scoppiare in mano l’ordigno che stava preparando (pagina 88). Qualche settimana dopo nell’agosto del 1948 all’aeroporto di Venegono presso Varese, l’Aeronautica Macchi finì nel mirino dei sabotatori del Mossad. Il Cairo aveva acquistato dalla Macchi una ventina di caccia modello 205. Si decise di intervenire. Le basi del Mossad a Nemi e a Milano vennero allertate; l’esplosivo venne trasferito da Nemi a Milano e il 18 settembre avvenne l’attentato (pagina 89), che «solo per un caso fortunato non ha provocato, oltre ad ingenti danni, vittime umane» (Corriere della Sera, 19 settembre 1948). Inoltre il Mossad ebbe contatti con vari esponenti del MSI, la cui nascita fu favorita dagli Stati Uniti (21), specialmente con Pino Romualdi, «che, per sua stessa ammissione, fornì l’esplosivo usato dai terroristi ebrei per devastare l’ambasciata britannica a Roma» (22).

Nell’ottica anti-sovietica altri ex repubblichini collaborarono con gli USA e Israele, ad esempio Junio Valerio Borghese (23). Nel capitolo IX (pagine 117-124) Eric Salerno parla dei rapporti tra il Mossad e la «X Mas» per affondare le navi della flotta egiziana tramite la tecnica, sperimentata durante la RSI, dei «maiali» o piccoli motosiluranti su cui un incursore sommozzatore sedeva a cavalcioni e lo dirigeva contro una nave nemica, per lasciarlo a pochi metri dall’impatto. E’ Ada Sereni a prendere contatti con alcuni reduci della «X Mas» e uno di essi (Fiorenzo Capriotti) si occupa di far spedire in Israele sei motosiluranti Mas, acquistati dal Mossad presso la «Cabi Cattaneo» di Milano (pagine 121-122). «Sul lago di Tiberiade (…), il marò addestra le nuove reclute che avrebbero sferrato l’attacco all’ammiraglia egiziana Emir Farouk, alla fonda del porto di Gaza (…). Il successo degli uomini addestrati da Capriotti e dei «maiali» importati dall’Italia è totale. L’ammiraglia egiziana, con a bordo reparti scelti pronti a dar man forte alle truppe impegnate nel Negev per cercare di bloccare il nemico, va a fondo e viene danneggiata anche una dragamine di scorta» (pagina 123).

La nascita dellaviazione israeliana a Roma

Il capitolo XI (pagine 131-147) tratta della nascita dellaviazione da guerra israeliana a Roma, ove nel 1948 presso l’aeroporto dell’Urbe sulla via Salaria venivano addestrati in segreto, da piloti italiani e americani, volontari e anche mercenari ebrei, che si sarebbero ingaggiati nell’aviazione da guerra dello Stato d’Israele. Lì «aerei da trasporto e altri velivoli più o meno grandi con poche modifiche venivano trasformati in caccia e bombardieri diretti in Israele» (pagina 136). Inoltre anche l’URSS riforniva di armi Israele, via Roma, servendosi delle acciaierie Skoda della Cecoslovacchia (Il Messaggero, 6 novembre 1948). I piloti israeliani erano allenati anche in territorio sovietico (pagina 137), ma l’URSS riforniva pure i Paesi arabi. «Nel 1992, il pilota istruttore Guerrini raccontava dalle pagine del Mensile di aeronautica la storia della scuola da dove uscirono, nel giro di appena nove mesi, una sessantina di piloti. Nella pratica, all’Urbe nacque l’Aviazione israeliana» (pagina 138).

Anche i cadetti della Marina Militare israeliana furono addestrati dalla Marina Militare italiana. L’Italia voleva aiutare Israele ma non voleva rompere con gli arabi: «in questo clima fu deciso di accogliere i cadetti ‘a condizione tuttavia che da parte israeliana ci si impegni formalmente a non dare alla cosa pubblicità alcuna’» (pagina 154).

Rappresaglia a Roma

Per quanto riguarda la rappresaglia ordinata da Golda Meir dopo la strage di Monaco nel settembre 1972, si sa con certezza che il giornalista giordano Wail Zwaiter, ucciso con dodici rivoltellate il 16 ottobre del ‘72 a Roma in via Annibaliano n° 4 vicino piazza Sant’Emerenziana dal commando del Mossad diretto da Mike Harari, non faceva parte di «Settembre nero» né si era mai occupato di guerriglia, anzi le era completamente ostile. Però «il gruppo operativo comandato da Mike Harari, non aveva il compito di distinguere tra colpevoli o innocenti. L’ordine arrivato dalla bocca di Golda Meir era di colpire un certo numero di militanti palestinesi. Che fosse una rappresaglia era chiaro a tutti» (24). Il risultato ottenuto dal Mossad fu di far cessare ogni altra azione di «Settembre nero».

Validità del principio di causalità

Eric Salerno fa una considerazione che mi sembra non priva di fondamento: «Separare la causa dall’effetto significa mantenere nel buio ciò che è molto chiaro e semplice. Non si può fingere di credere che a Monaco, per esempio, vi sia stata un’esplosione di violenza in una situazione di pace: la violenza in Medio Oriente è endemica da più di sessant’anni, precisamente da quando l’Occidente intese assicurare i propri interessi imperialistici a spese di un popolo i cui interessi non furono, allora come oggi, tenuti in considerazione» (25). Vale a dire: senza l’invasione della Palestina nel 1948, non vi sarebbe stata Monaco 1972, «sine causa nullo effectu» direbbe Aristotele.

«Argo 16» e «Lodo Moro»

Nel capitolo XVI del suo libro (pagina 191-198) l’Autore parla dei casi Argo 16 (23 novembre 1973) e Aldo Moro (1973-1978). Argo 16 è il nome dell’aereo italiano con il quale due terroristi, che a Ciampino si accingevano ad abbattere con missili terra-aria l’aereo El Al con a bordo Golda Meir, dopo essere stati rimessi in libertà provvisoria, furono accompagnati il 30 ottobre 1973, clandestinamente, in Libia. Tre settimane dopo, il 23 novembre 1973 alle sette del mattino Argo 16 si schiantò al suolo con i suoi quattro componenti dell’equipaggio. «Lo stesso equipaggio che aveva condotto i palestinesi a Tripoli. Incidente o attentato? (…). Il generale Gianadelio Maletti (…), in presenza del generale Vito Miceli e di altri ufficiali, si disse convinto che si era trattato di un atto di sabotaggio compiuto da agenti del Mossad (26). Anni dopo il generale Ambrogio Viviani, capo del controspionaggio dal 1970 al 1974, sembrava condividere l’ipotesi (…). Sulle pagine del Giornale Miceli afferma: «Fu fatto esplodere». Su Panorama Viviani è ancora più esplicito: «Si è trattato di un avvertimento un po’ cruento dei Servizi d’Israele al governo italiano»» (pagine 192-193). Il giudice della Procura di Venezia Carlo Mastelloni, cui fu affidato il caso, ritiene che l’Argo 16 sia stato sabotato e lega tale attentato oltre al trasporto dei due palestinesi in Libia al patto o «Lodo Moro», ossia all’intesa tra il governo italiano, di cui Moro era allora ministro degli Esteri, e l’OLP.
L’Italia si garantiva l’immunità da attacchi terroristici palestinesi e in cambio chiudeva un occhio sul trasporto attraverso il suo suolo di armi ed esplosivi diretti altrove. «Il patto, ovviamente, non stava bene a Israele. E il sabotaggio di Argo 16 a giudizio di Mastelloni , sarebbe una ritorsione non soltanto per la liberazione dei due palestinesi (…), ma un avvertimento legato al complesso delleconcessioniitaliane ai nemici di Tel Aviv» (pagina 194). Inoltre per quanto riguarda il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978, secondo ciò che ha rivelato nel 2005 l’ex vice segretario della DC Giovanni Galloni, il Mossad e la CIA si erano infiltrati nelle BR in vista di una «destabilizzazione dell’Italia (…) al fine di indurre lAmerica a vedere Israele come lunico punto di riferimento alleato nel Mediterraneo per averne in tal modo maggiore sostegno in termini politici e militari» (pagina 197).

Conclusione

1) Se qualcuno vuol saperne di più, può acquistare il libro di Eric Salerno ed anche gli altri citati. Ma attenzione a non presumere di poter conoscer tutto delle vicende storiche che hanno agitato l’Italia dal 1945 ad oggi, come del resto tutta la storia dell’umanità della quale molti elementi li conosceremo solo al Giudizio Universale.


2) Il primo terrorismo non è stato quello degli integralisti arabi, ma quello dell’estremismo sionista (Irgun), dietro il quale si è celato spesso il Mossad, che ha colpito in Palestina sin dal 1937 e anche in Italia e a Roma nel 1946, circa trent’anni prima di «Settembre Nero».

3) I governi e i servizi segreti italiani hanno sempre (e non solo nel «dopo-Craxi») giocato la doppia carta di aiutare Israele e di non ostacolare apertamente il mondo arabo.

4) Il terrorismo israeliano si rifaceva a Mazzini e Garibaldi per giustificare lazione armata in vista della libertà di opinione e di possesso della patria dei loro antichi antenati, che nel 135 avevano lasciato la Syria-Palestina: «La Gran Bretagna ha dichiarato guerra a Israele col ‘Libro Bianco’ del 1939 e Israele si difende con azioni di guerra di liberazione».

5) A Roma vi fu una rappresaglia «democratica» nel 1972 contro un giornalista non terrorista, colpevole di perorare la causa palestinese, ma l’unica rappresaglia condannata è quella tedesca del 1944 dopo l’attentato di via Rasella. Tuttavia il «principio di causalità» è universale, quindi dovrebbe valere anche per la «Cave Ardeatine»: senza via Rasella (causa) non ci sarebbero state le Ardeatine (effetto). Invece Harari è un eroe e Priebke un criminale.

6) Gli anni Settanta o anni di piombo in Italia sono stati telecomandati dai servizi segreti israeliani, americani e italiani, che si son serviti anche di bassa manovalanza italiana di sinistra e di destra per destabilizzare l’Italia in modo che gli USA non la considerassero più utile come punto d’appoggio per la politica estera e la guerra fredda, ma si rivolgessero a Israele e lo finanziassero contro il terrorismo comunista e arabo quale unico baluardo dell’Occidente contro il pericolo bolscevico (ieri) e arabo (oggi).

7) Alla larga da servizi segreti, anche non deviati! Sono quelli più pericolosi.

Don Curzio Nitoglia

Le scelte e i rischi nella riduzione del deficit


Un´ondata di austerità fiscale sta per abbattersi sull´Europa e sull´America. La voragine dei disavanzi di bilancio – parimenti all´ampiezza della recessione – ha colto molti di sorpresa. Malgrado le proteste da parte di coloro che fino a ieri sostenevano la deregulation e vorrebbero che il governo restasse passivamente a guardare, la maggior parte degli economisti crede che la spesa pubblica abbia fatto davvero la differenza, e abbia contribuito a scongiurare una seconda Grande Depressione.

La maggior parte degli economisti è altresì concorde nel ritenere che sia sbagliato guardare a un solo aspetto del bilancio (sia nel settore privato sia in quello pubblico). È infatti necessario non limitarsi esclusivamente a considerare di che cosa sia debitore un Paese o un´azienda, ma anche quali siano gli asset di cui dispone.
La spesa pubblica – specialmente con investimenti nell´istruzione, nelle tecnologie e nelle infrastrutture – di fatto può portare a diminuire il disavanzo sul lungo periodo. A scatenare la crisi è stata anche la miopia delle banche, la loro mancata lungimiranza. Ora non possiamo assolutamente permettere che la miopia del governo – pungolato dal settore finanziario – la prolunghi oltre.
Crescita e rendimenti più immediati per gli investimenti pubblici portano a più alti introiti fiscali, e un utile del 5-6 per cento sarebbe già più che sufficiente per controbilanciare i temporanei aumenti del debito pubblico nazionale.

Infine, altro punto su cui concordano gli economisti è che, se si eccettuano queste considerazioni, l´entità più appropriata per un disavanzo dipende in buona parte dallo stato generale dell´economia. Quanto più un´economia è debole tanto più avrà un disavanzo maggiore; l´entità più appropriata per un deficit a fronte di una recessione dipende da circostanze ben precise.
È a questo punto, però, che gli economisti iniziano a essere in disaccordo tra loro. Effettuare previsioni è sempre difficile, e a maggior ragione in tempi di crisi. Ciò che è accaduto (per fortuna) non accade tutti i giorni: sarebbe pertanto sconsiderato guardare al passato per ipotizzare come andrà a finire questa crisi.

In America, per esempio, la percentuale di indebitamento e di fallimenti è a livelli mai visti da almeno 75 anni. Il calo del credito nel 2009 è stato il più consistente dal 1942. Anche i raffronti con la Grande Depressione sono artificiosi, perché l´economia odierna è molto diversa da quella di allora per vari aspetti.
Nondimeno, anche con cospicui disavanzi, la crescita economica negli Stati Uniti e in Europa resta anemica. I rischi sono asimmetrici: se ci sarà una ripresa più robusta, allora naturalmente le spese potranno essere tagliate e/o le tasse aumentate. Ma se le previsioni sono esatte, invece, allora un´uscita prematura dal deficit spending rischia di spingere l´economia nuovamente in recessione.

Questi punti sono pertinenti in particolare alle economie più duramente colpite. Il Regno Unito, per esempio, ha vissuto un´esperienza più difficile rispetto ad altri Paesi per un´ovvia ragione: ha vissuto una bolla nel settore immobiliare e la finanza - che è l´epicentro stesso della crisi – ha rivestito un ruolo più importante nella sua economia di quanta ne abbia avuta in altri Paesi.

La performance più scadente del Regno Unito non è l´esito di politiche peggiori: anzi, rispetto agli Stati Uniti il suo piano di salvataggio in extremis delle banche e le sue politiche per il mercato del lavoro sono state di gran lunga migliori, per molti aspetti.
A mano a mano che l´economia globale ritorna alla crescita, i governi naturalmente dovrebbero tener pronti dei programmi finalizzati ad aumentare le imposte e tagliare le spese. Inevitabilmente, raddrizzare il bilancio sarà al centro di controversie. Principi quali «è meglio tassare le cose cattive che le buone» potrebbero consigliare di varare tasse nel settore ambientale.

Quanto al settore finanziario, ha imposto enormi esternalità sul resto della società. Il settore finanziario americano ha inquinato il mondo intero con i suoi mutui tossici e, in linea con il ben noto e valido principio del «chi inquina paga», le tasse dovrebbero pagarle gli Usa. Oltretutto, imposizioni fiscali ben congegnate nel settore finanziario potrebbero alleviare i problemi provocati da un eccessivo leverage e dalle banche «troppo grandi per fallire». Imporre un prelievo fiscale alle attività speculative potrebbe in definitiva incoraggiare le banche a prestare maggiore attenzione alle modalità con le quali espletano il loro ruolo sociale fondamentale di fornire credito.
Su un più lungo periodo, la maggior parte degli economisti è concorde nel ritenere che i governi dovrebbero preoccuparsi della sostenibilità delle loro politiche. Ma dobbiamo essere prudenti e cauti nei confronti di un atteggiamento feticista verso il disavanzo.

I deficit per finanziare le guerre o gli sprechi nel settore finanziario (come si sono registrati su scala gigantesca negli Stati Uniti) hanno condotto a passività senza asset corrispondenti, imponendo di fatto un gravoso fardello alle generazioni future. Invece, investimenti pubblici redditizi in grado di ripagarsi abbondantemente possono effettivamente migliorare il futuro delle prossime generazioni, e sarebbe quindi doppiamente sconsiderato rifilare loro i debiti nei quali si è incorsi per una spesa improduttiva, e poi tagliare gli investimenti produttivi.

Queste sono questioni che andranno affrontate soltanto in seguito – in molti Paesi le prospettive di una ripresa consistente sono, nel migliore dei casi, lontane ancora uno o due anni. Per adesso, l´economia non lascia adito a dubbi: non vale la pena correre il rischio di ridurre la spesa pubblica.
di Joseph Stiglitz