02 aprile 2010

Il web sostituirà i partiti?

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L'opinione di Donatella Campus, docente di scienza politica

Forse è dai tempi d Tangentopoli che la professione del politico non scendeva così in basso nell'indice di gradimento. Solo che nel '92, a differenza di oggi, c'era un Paese capace di indignarsi, sensibile alla questione morale, almeno in parte disponibile a concedere qualche chance alla rigenerazione della politica. Quasi vent'anni dopo rimane soltanto l'antipolitica. L'astensionismo che stavolta ha raggiunto livelli da record per questo paese, è un segnale grosso come una montagna. Il distacco, la disaffezione, anzi l'insofferenza da saturazione per la "casta politica" sono diventati cultura di massa.

Ma anche chi non si astiene e decide di votare, sceglie in maggioranza di dare il proprio voto a forze che hanno l'apparenza di non essere partiti "tradizionali". A forze e personaggi che, a torto o a ragione, sono percepiti dall'opinione pubblica come estranei al "giro" della politica. Come la Lega, vista come un partito dalle mani pulite, al di fuori dei giochi, non contaminata dal potere. Anche se è al governo nazionale e in quelli locali. Anche se ormai sono lontani i tempi in cui era un movimento e se, nel frattempo, ha sfornato un ceto politico a tutti gli effetti, un esercito di parlamentari, ministri e amministratori locali. La Lega vince perché i suoi militanti stanno sul territorio e tanto basta a distinguerli dai politicanti di professione, a farli apparire "gente come noi", "del popolo". Analogo discorso si potrebbe fare per l'Italia dei Valori, cresciuta sull'onda dell'indignazione per la casta politica, guidata, non a caso, da un leader come Di Pietro prestato alla politica dalla magistratura. Anche a sinistra - è il caso del vendolismo - si vince con l'immagine di un leader che per ricandidarsi ha dovuto lottare contro gli intrighi di potere dall'alto. A prevalere, qui e là, sono insomma le varianti dell'unica narrazione oggi vincente, che individua nella politica e nel suo sistema il Vecchio da abbattere in nome del Nuovo.

Ma il caso più eclatante di antipolitica che fa politica - e con discreto successo - è quella del Movimento cinque stelle, la lista targata Beppe Grillo che ha raccolto l'1,7 per cento su base nazionale, con picchi sorprendenti come il quattro per cento in Piemonte e il sette in Emilia-Romagna. Un fungo spuntato dal nulla, a detta di molti opinionisti. Un fenomeno nato dalla Rete, nei blog e nei social network. Fino a ieri l'altro Giovanni Favia, capolista del movimento grillino in in terra emiliana, era uno sconosciuto e nessuno avrebbe potuto prevederne il successo nei panni dell'outsider in una regione in cui il tradizionale sistema di potere locale del Pd sembra privo di alternative.

Il "grillismo" è stato definito un movimento antipolitico. Non tanto perché chi vi si riconosce sia privo di senso civico, quanto perché esso raccoglie gli umori di una parte di elettorato sensibile sui temi etici e ambientali, ma indisponibile a votare uno qualunque dei partiti riconducibile al "sistema" politico. Al punto da presentarsi come un modo "nuovo" di fare politica che sostituirà definitivamente i vecchi partiti.

«Siamo la Lega del terzo millennio. Noi e loro siamo gli unici radicati sul territorio», ha detto Beppe Grillo nelle interviste a caldo dopo i risultati elettorali. E' il web, appunto, la nuova organizzazione che per i grillini cambierà la politica. «C'è la rete... noi siamo il contrario di tutti i partiti. Lo abbiamo visto tutti come sono stati scelti i candidati alle regionali. La gente è stata tenuta fuori. I nostri candidati sono specialisti scelti dalla rete. E su internet ogni persona vale uno, io come qualsiasi altro iscritto al Movimento Cinque Stelle. La rete è democrazia e trasparenza».

Internet, si dice, ha cambiato tutto, ha trasformato il modo in cui le persone si informano e comunicano tra loro, senza che i partiti se ne accorgessero.Il web è il Nuovo che avanza. La Rete, i blog, i social network sono le nuove autostrade digitali della conoscenza lungo le quali, ogni giorno, migliaia di persone si scambiano informazioni e formano le loro opinoni in autonomia e senza rapporti di gerarchia tra alto e basso. Perciò il vecchio sistema della politica - è la conclusione del ragionamento - non può continuare come prima. C'è chi vede in Internet, in virtù di questa previsione, «la panacea del male che attanaglia molte delle democrazie contemporanee, ovvero apatia, disaffezione nei confronti della politica, scarsa partecipazione attraverso i canali convenzionali come il voto e l'iscrizione a partiti e associazioni». Della questione si è occupata Donatella Campus, docente di scienza politica, nel saggio Comunicazione politica. Le nuove frontiere (Laterza, pp. 144, euro 16). «Internet riflette lo stato di cose esistente. Non direi perciò che l'uso politico di internet sia un sintomo di antipolitica. Certo, l'antipolitica c'è, in Italia c'è da sempre. Sono reduce da un convegno in cui si parlava proprio di Achille Lauro come prototipo di Berlusconi. E' chiaro che anche in internet possiamo trovare manifestazioni di antipolitica. Ma non è internet che le produce. Da voce, possiamo dire, a un certo tipo di pubblico che è composto prevalentemente da persone giovani, soprattutto nel caso dell'Italia. Se queste persone hanno un sentimento di insofferenza nei confronti della politica lo esprimono lì. Internet ha offerto oltre al menu di canali di partecipazione già esistenti, un ulteriore modo di partecipare. Ma questo non significa dire che sarà l panacea di tutti i mali. E'solo un'opportunità».
Fino a che punto però la discussione nei blog e nei forum può sostituire i canali tradizionali di partecipazione alla politica? Internet è davvero un'alternativa ai partiti - che tra l'altro soffrono di crisi di iscrizioni, di militanza e di radicamento nei territori? «Internet sta cambiando in prospettiva il rapporto tra partito e simpatizzanti. Forse in Italia lo vediamo meno che altrove. Ma il caso Obama e anche quello di Ségolène Royal in Francia internet ha cambiato la modalità di selezione del candidato alla presidenza. Però, secondo me, la rete non sostituirà i partiti, ma li andrà a integrare. Il che significa che i partiti dovranno evolversi fino a considerare internet come una propria manifestazione naturale. Mi spiego: internet rappresenterà il feedback che cambierà la forma organizzativa dei partiti. Ne dovranno tenere conto per sopravvivere. Non solo come strumento per comunicare durante le campagne elettorali, ma come modello di relazione più paritario. Un partito strutturato dall'alto verso il basso farà più fatica a utilizzarlo.

Il Pdl, ad esempio, non è un partito che va molto su internet. Non ha neppure interesse a farlo. I partiti del domani dovranno, da un lato, riscoprire i territori, e dall'altro, imparare a usare internet. Sono entrambi un tipo di relazione orizzontale, porta a porta. Il momento mediatico puro, la televisione, è destinato a essere sorpassato. Per ora funziona ancora bene, ma è un colpo di coda. Sono processi lunghi». Però c'è anche il rischio che attraverso la rete l'approccio alla politica non avvenga più nello spazio sociale della piazza, nella sfera delle relazioni concrete, ma nella dimensione privatistica del proprio schermo. «Internet dà la possibilità di partecipare alla politica anche senza scendere in piazza, rimanendo seduto davanti allo schermo. Vero. Però a volte funziona anche come passaggio intermedio. La comunicazione prende forma in rete e poi esce. Non è scontato insomma che il web produrrà un'atomizzazione. Se è per questo, la televisione ha diminuito le capacità associative e partecipative - come diceva Robert Putnam. Uno se ne può stare chiuso in casa a guardare la tv. Al confronto internet è un luogo di potenzialità. I segmenti di pubblico si possono anche mettere assieme. Non si può dire che internet sia il motore primario della segmentazione, piuttosto quest'ultima è riflesso di un fenomeno più complessivo». Un fenomeno presente soprattutto nei blog dove a discutere degli stessi temi si ritrovano spesso persone che la pensano allo stesso modo. Simile col simile. Ma così non passa una visione frammentata, parziale della realtà? «Questo accade, ma non è scontato. La frammentazione esiste, ognuno segue il filo dei propri interessi. Anche qui, però, internet segue il trend».
di Tonino Bucci

La Storia non si dimentica, si subisce. Il caso della Lega

In tutta la gloriosa guerra garibaldina per la "liberazione delle due Sicilie" (... che suona come l'esportazione della democrazia dell'America di Bush in Iraq ... cioè una palla confezionata su misura per i tanti idioti incapaci di pensare in proprio ...), in tutte le mitiche battaglie (Calatafimi, Milazzo, etc..) in cui i "liberatori" si trovarono al cospetto dei difensori borbonici, questi ultimi, un moderno esercito di centomila uomini, subirono otto morti e diciotto feriti ....

Si, avete capito bene: otto morti e diciotto feriti in tutti quegli scontri che i libri di storia ci raccontano essere stati all'ultimo sangue ...

Nelle battaglie vere (ad esempio a Solferino e San Martino), i morti si contavano a migliaia ... i campi restavano allagati dal sangue dei caduti per giorni e, proprio a San Martino, fu tale l'orrore per i numerosissimi morti e feriti, che si decise di istituire la Croce Rossa: un organismo super-partes che si incaricasse delle migliaia di caduti.

Non nelle epiche battaglie garibaldine ... li si vinceva a tavolino ...

Voglio dire che, se uno non è proprio completamente cretino, capisce da solo che l'esercito borbonico non ha combattuto ... e quando i garibaldini le stavano "per prendere", i generali borbonici facevano suonare le trombe della ritirata ... e Garibaldi vinceva ...

La barzelletta che circolava, difatti, era che più di Garibaldi, poterono i trombettieri borbonici a sconfiggere l'esercito di Francesco II.

Perché, dunque, i generali "sudisti" preferirono "perdere"?

Per soldi ... per promesse di futuri benefici ... per mafia.

Cavour, uno spericolato intrallazzatore e speculatore di Borsa, mandò i suoi agenti segreti a ... trattare con la nascente mafia ... iniziando una pratica che, da allora, non si è mai fermata: appoggiarsi alla criminalità organizzata del Sud per "acquisire" consenso e potere da spendere al Nord (basti pensare ai nostri ultimi 17 anni, dal 1993 ad oggi).

E grazie alle generose "provviste" di denaro messe a disposizioni dagli inglesi e dai massoni, gli agenti di Cavour comprarono quasi tutti i generali "nemici" ... che consentirono a Garibaldi di passare alla storia come un grande condottiero ... lui, un ladro di cavalli che portava i capelli lunghi per nascondere l'orecchio mozzato in Sud America ... dalla polizia locale che l'aveva preso con le mani nel sacco (a rubare cavalli) ...

Ma com'era il Sud prima dell'invasione del 1960?

Alla fiera di Parigi del 1856, il regno delle due Sicilie fu "riconosciuto" essere la terza "nazione" più ricca del mondo ... già, una "nazione" ... da ben 14 secoli. Dalla caduta dell'Impero romano, gli stati del Sud Italia erano "nazione" ... e insieme all'Inghilterra erano la più antica "nazione" europea. La prima "costituzione democratica" del mondo, fu promulgata proprio nella "nazione Sud Italia".

Il centro-nord Italia, invece, nello stesso periodo, era stato sempre frantumato in piccoli staterelli.

Napoli era la seconda città europea per abitanti ed eccelleva nelle arti, nell'industria, nella marina (la marina mercantile era la seconda al mondo e quella militare la terza) e ... nell'economia.

A Napoli nacque la prima scuola Universitaria di economia del mondo ... la famosa scuola napoletana che avrebbe influenzato l'intero pensiero economico mondiale.

La Borsa delle merci era la seconda in Europa e quella valori la terza ... e già allora, i nobili si "occupavano" di investimenti e trading ...

I titoli di stato del Sud quotavano 120 (rispetto al valore nominale di 100), mentre quelli piemontesi 70 (sempre rispetto ad un nominale di 100) ... e questo, meglio di ogni altro indicatore, la dice lunga sullo stato dell'economia e della finanza al Sud ed al Nord.

Le tasse al Sud erano le più basse d'Europa (20% in meno di quelle francesi e 30% in meno delle inglesi), mentre al nord, i Savoia imponevano tasse altissime (le più alte d'Europa) per finanziare le tante guerre perse, e per potere ... rubare di più (forse non loro direttamente, ma certamente i loro "cortigiani" e "soci").

Ma sapevano i Borboni dell'imminente invasione?

Certo, non erano mica cretini ... tutti lo sapevano: la notizia circolava da tempo anche sui giornali.

Mandarono i loro ambasciatori a chiedere aiuto in tutta Europa e ottennero promesse, impegni, alleanze ... ma nessuno si mosse quando Garibaldi sbarcò a Marsala ... anzi, si mossero gli inglesi ... ma per aiutare gli "italiani" del Nord.

E non solo gli inglesi: tra le file degli "invasori" si contavano migliaia di ungheresi, boemi, marocchini, serbi, francesi, spagnoli, olandesi ... c'era pure qualche scandinavo ... mancavano solo gli ... italiani ... se si escludono gli avanzi di galera al seguito di Garibaldi.

Erano tutti li per inseguire il miraggio della ricchezza ... saccheggiavano tutto ciò su cui potevano mettere le mani ... portavano via anche le posate ... i piatti ... le lenzuola. E naturalmente stupravano le donne.

Il miraggio dell'Unità d'Italia, se c'era, interessava una piccola minoranza di "romantici" ... tutti gli altri erano volgari ladri.

Francesco II, capì subito che era tutto perso quando la sua flotta, la terza d'Europa, non "fermò" i tre piroscafi garibaldini.

E perché sbarcarono a Marsala?

Perché a Marsala abitavano più inglesi che siciliani: gli piaceva quel vino carico di zuccheri arricchiti dal sole, e adoravano i piccioli che facevano con il commercio di zolfo di cui quella terra era ricca.

I Borboni gli avevano fatto causa (perché volevano fargli "pagare" parte dei profitti) ... loro la vinsero e se la legarono al dito ...

Quando Cavour gli comunicò che il Piemonte non poteva rimborsare i titoli del debito pubblico in mano inglese ... lo incoraggiarono a "impadronirsi" dell'oro dei Borboni (un po come hanno fatto le Banche italiane con Callisto Tanzi). E per essere certi che i Savoia non facessero casini (avevano perso tutte le guerre e, quindi, non davano molto affidamento) misero la loro flotta a disposizione, fornirono il denaro necessario per corrompere i generali borbonici e si incaricarono di arruolare "schiere" di avventurieri in ogni angolo d'Europa.

Francesco II, dunque, sapeva ... tutti lo sapevano ... anche se i cugini "piemontesi" (i Borboni ed i Savoia erano cugini) negarono fino all'ultimo di essere coinvolti in quella "vile aggressione" (furono queste le parole testuali usate da Vittorio Emanuele II).

Prima del 1860, dunque, il tenore di vita al Sud era molto più alto del Nord ... le industrie meridionali erano all'avanguardia in molti settori e facevano una concorrenza spietata (e vincente) a quelle settentrionali.

Vinte a tavolino le "epiche" battaglie garibaldine e fatta l'Unita d'Italia, finalmente i Savoia si manifestarono mandando i loro "sbirri" a "civilizzare" il meridione ...

Le fabbriche furono distrutte ... gli operai fucilati ... e tutto ciò che c'era di buono ed all'avanguardia fu trasportato al Nord. In un colpo solo si eliminarono dei temibili concorrenti e ci si appropriò delle loro ricchezze materiali ed intellettuali.

L'industria del Nord, che non era mai riuscita a decollare, finalmente decollò.

Come vi sembra questa "verità storica" al cospetto della "minchiata" che è circolata negli ultimi 150 anni che il Sud è indietro perché i meridionali non sanno fare un cazzo ...?? Quante volte avete sentito questa stronzata (da bambini mongoloidi) che la miseria del Sud risale addirittura alla caduta dell'Impero romano ...??

La verità documentata è che il Sud è stato prima derubato e poi (per evitare possibili concorrenze) mantenuto DELIBERATAMENTE in condizione di inferiorità ...

Nonostante le rapine ... il milione di morti ... i cinque milioni di emigrati ... ancora 30 anni dopo l'Unità (quindi nel 1890) il tenore di vita nel Sud era allo stesso livello del Nord (ricordiamoci che prima del 1860 era nettamente superiore) ...

Solo nel 1920 i "nordisti" riuscirono a fare arretrare il Sud del 15% (rispetto al nord); poi arrivò Mussolini e compì il capolavoro ... quel poco di Industria che era rimasta lo trasferì al Nord ... e ai meridionali promise un ... "posto al sole" in Africa.

La differenza tra Nord e Sud si amplificò ... e così rimase fino ai giorni nostri.

Ora capitemi bene: a tutti quelli (mi riferisco ai leghisti dichiarati e a quelli "in pectore") che vanno ripetendo il famoso ritornello che i meridionali sono "geneticamente" inferiori ... che sanno solo lamentarsi e che non sanno darsi da fare ... si può solo rispondere che l'unica cosa che è geneticamente certa ... è la loro ignoranza.

Hanno impiegato gli ultimi 150 anni a coltivarla e nutrirla e, oggi, primeggiano a livello mondiale.

Un meridionale serio ed intelligente, con tremila anni di patrimonio culturale in dotazione genetica, non si "berrebbe" mai le minchiate dei 100 000 fucili bergamaschi pronti a sparare, delle sacre acque del Po dove ci sarebbe lo spirito (celtico?) del Nord, e tutto l'armamentario di supercazzole che solo una grande ignoranza può alimentare e nutrire ... li occorre la stupidità di chi, da secoli, non è abituato a pensare, né a leggere ... men che meno a ragionare.

Andatevi a leggere cosa gli austriaci pensavano dei sudditi "lombardi": ... "chiagni e fotti" ... eterni piagnoni, lavativi, ladri ed inaffidabili ... Esattamente ciò che i lombardi oggi pensano degli extracomunitari.

Si può fare una stima (approssimata per difetto) della "rapina" ai danni del Sud?

Certo: l'oro che i "piemontesi" prelevarono dalle Banche del Sud ammontava a circa 1500 miliardi di euro di oggi. I beni confiscati (immobili, terreni, macchinari, etc..) circa 1300 miliardi di euro e gli altri beni immateriali (brevetti, know how, etc..) circa 200 miliardi di euro. Totale: 3000 miliardi di euro; il doppio del Pil italiano odierno e poco meno del doppio del debito pubblico.

In parole povere: i piemontesi che erano con le pezze al culo come lo Stato italiano di oggi (debito pubblico superiore al Pil), ripianarono quel loro immenso debito e gli restarono molti altri piccioli per fare altre guerre e per investire "pesantemente" nel famoso triangolo industriale (Genova, Torino, Milano) ... che, finalmente, decollò.

Non solo: dal 1860 in poi, il Sud (che abbiamo visto aveva il sistema fiscale più leggero d'Europa) fu sovraccaricato di tasse che, di fatto, vennero tutte dirottate al Nord .... (le spese statali a Napoli erano 200 volte inferiori che a Milano, ma le tasse erano maggiori).

Il Sud, dunque, fu "spogliato" delle sue ricchezze subito, e caricato di tasse per gli anni a venire. Praticamente: fu prima "annientato" nel suo capitale umano, quindi "derubato" di tutte le sue ricchezze accumulate, e poi "sfruttato e spremuto" come uno schiavo.

Com'era la storia di ... Roma ladrona??

La verità storica e che le vere "ladrone" furono Torino (sede dei delinquenti che "idearono" quella rapina) e Milano (dove i soldi, in massima parte, furono investiti).

Ed è, francamente, ridicolo che i ladroni storici conclamati ... si lamentino (oggi) esattamente della stessa cosa che loro hanno già fatto (allora) ed a cui devono la propria fortuna.

Picciotti .... un po di pudore per piacere ....!!

A chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, suggerisco: "Terroni" di Pino Aprile ... è l'ultimo uscito ed è meticolosamente documentato e ben scritto. Se conoscete qualche leghista (di quelli pateticamente ignoranti), suggeritegli di leggerlo: gli risparmierete di continuare a fare le figure del cazzo che sistematicamente fa quando, restando serio, spara quelle sue solite, colossali minchiate.

g.migliorino

01 aprile 2010

Il fenomeno Grillo, ma per chi?

I blog al posto delle sezioni Grillo-boys, rifugio dei delusi
Alle prime proiezioni "spaventose, incredibili", il bolognese Giovanni Favia, il grillino più votato d'Italia, è corso a comprarsi una cravatta nera: "ora devo essere elegante". Il grande momento è giunto. Il partito cinque-stelle passa dal folclore alla storia, dove c'erano sfottò ora c'è timoroso rispetto, anche paura. Sette per cento in Emilia Romagna, 4 in Piemonte, 400 mila voti in cinque regioni, quattro consiglieri eletti. Increduli loro per primi. "Per non montarci la testa andremo avanti a testa bassa". Dal V-day agli emicicli in soli tre anni: l'incubo dell'"antipolitica" si materializza, i ruba-consensi terrorizzano la sinistra. La Bresso recrimina: "erano voti nostri", Bersani apocalittico: "sono la cupio dissolvi della sinistra". E Beppe Grillo se li mangia con un marameo: "Bersani delira, rimuovetelo da segretario" commenta al telefono, tono più trionfale che aggressivo, "questi partiti sono anime morte, vagano in attesa di scomparire. I danni se li fanno da soli, e non hanno capito ancora niente di noi. "Grillo chi è?" diceva Veltroni, che per il Pd è stato come il meteorite per i dinosauri. Ora loro sono in estinzione e noi siamo il futuro".

Alt, fermi, non facciamo l'errore. Il profilo del comico genovese è potente, ma il nuovo sta nascosto nella sua ombra. Il "MoVimento 5 stelle" (la V maiuscola e rossa è quella del vaffa) non vuole essere il partito di un solo uomo: "Grillo è solo il detonatore, la dinamite siamo noi", rivendica Favia. E neppure il megafono dell'esasperazione, "se c'è qualcuno che fa marketing dell'urlo non siamo noi" (questa è per Di Pietro); e se gli parli di "voto di protesta" Favia si spazientisce, "protesta è il 10% di astensionismo, noi abbiamo portato voti alla democrazia". No, dal cappello delle urne è uscito un coniglio più carnoso del previsto. Una novità antropologica nella politica italiana che può travolgere chi la sottovaluta. I "grillini" esistono, guardate le loro foto sui loro siti Internet, leggete le loro date di nascita, tante post-1970, sbirciate le loro biografie, i loro mestieri urbani e terziario-avanzati, con un'eccedenza di quelli tecno-informatici. Da dove vengono? Chi va sui cinquant'anni esibisce qualche medagliere militante (radicali, noglobal, post-comunisti), ma quelli sotto i trenta sono una strabiliante antologia di micro-cause: la battaglia per il latte crudo, l'associazione "Novaresi attivi", il comitato "Vittime del metrobus", gli anti-inceneritore, quelli che fanno "guerrilla gardening" o la dieta a km zero... Sono, forse, ciò che i Verdi italiani non sono mai riusciti ad essere: pensatori globali e agitatori locali.


Sono, certo, un ceto politico, siedono già in decine di consigli comunali, spesso piccoli centri. Ma sfuggono ai profili tradizionali, sono corpi bionici della politica, ibridi di vecchio e nuovo. Non si incontrano in sezione ma in un blog, però non vedono l'ora di scendere in piazza; si contano orgogliosi come nei vecchi partiti (Grillo: "sessantamila ora, duecentomila fra due anni"), ma iscriversi è facile come fare un log-in al sito, la tessera è una password e non costa nulla perché "la gratuità rende bella la politica". Credono nella Rete come mito catartico: lo scrigno della verità che smaschera ogni complotto. Sono un incrocio di boy-scout e cyber-secchioni, volontari e computer-dipendenti. Grillo si fa semiologo: "È un movimento wiki". Come Wikipedia, l'enciclopedia online che chiunque può scrivere e modificare. L''assemblearismo ora è "contenuto generato dall'utente". La delega elettorale, "mandato partecipativo", l'eletto promette di essere solo il "terminale istituzionale" che inietta in consiglio le opinioni del movimento. "Abbiamo eletto ben due virus!", esulta il piemontese Vittorio Bertola, ed è ovvio che non pensa al bacillo influenzale ma ai virus informatici, che mandano in tilt un intero sistema operativo. "È qui che siamo avanti", Grillo si anima, "con noi non governa un consigliere, governa un network; con tutto il rispetto per la serata bolognese di Santoro non siamo un anchorman in tivù, siamo una rete di persone".

Le stelle grilline, però, sono spesso stelle comete, il loro impegno brucia intensamente e per poco, il ricambio è altissimo, ma se qualcuno ci dà dentro si vede: dietro il record del 28% di Bussoleno, ad esempio, c'è la lotta anti-Tav. Ma il vero salto di qualità che fa paura a Bersani è avvenuto proprio là dove i grillini non ci sono. Nell'hinterland bolognese, a Granarolo o Castenaso dove strappano il 10%, nessuno li ha mai incontrati di persona, neanche chi li ha votati. Chiedi perché l'hanno fatto, rispondono "Perché il Pd...". Rifugio dei delusi, ultima risorsa prima dell'astensione, messaggio di protesta senza rischio: "votare Lega non ci riesco, loro invece...". La loro presenza ha bucato i media. Gli elettori li conoscono. Leggete le interminabili liste di commenti dei loro blog, ce n'è una quantità che cominciano come Paolo: "Da anni non votavo...". E anche tanti che vibrano di un'eccitazione dimenticata, come Alessio: "Per la prima volta ho votato con gioia". Ho visto anche degli elettori felici: di questi tempi, da non crederci.

di MICHELE SMARGIASSI


31 marzo 2010

Elezioni e finanza

1. Farò solo qualche battuta sulle ultime elezioni regionali (per poi parlar d’altro) che sembrano aver rafforzato il governo di Centro-Destra, sebbene con l’ingombro della Lega divenuta un soggetto politico sempre più pesante all’interno della coalizione guidata da Berlusconi.
L’ultima tornata elettorale può essere ben definita quella del “pisello”, a sinistra come a destra. A sinistra, viene in evidenza quello floscio e un po’ sibilante (inteso come difetto di pronuncia) di Vendola che si riconferma governatore della Puglia nonostante la tempesta giudiziaria abbattutasi sulla sanità della regione adriatica e in barba al tiro “mancino” giocatogli da D’Alema, il quale avrebbe preferito vedere Nichi a capo dell’arcigay ma non del suo feudo. A destra prevale il pisello inturgidito e agitato come un bastone nell’aria padana (e ora anche oltre) della Lega che conquista le grandi regioni del Nord dove, ha già detto, metterà in pratica quel federalismo economico e sociale i cui strumenti di attuazione sono stati ampiamente forniti dal Governo.
Certo, controllando il Veneto e il Piemonte, facendo valere tutta la sua forza in Lombardia, il partito di Bossi alzerà la voce, e di molto, in Conferenza Stato-Regioni dando maggiore concretezza a quella parte del suo programma orientata alla devoluzione territoriale che da Roma hanno sempre mal digerito e, a volte, ostacolato.
Quanto alla valutazione sui singoli partiti, il PDL perde qualche consenso pagando così le brutte figure di Roma e le liti interne tra Berlusconi e Fini; il PD sembra reggere nonostante il suo anonimo segretario “intortellinato” dai capibastone delle varie correnti che lo tengono in pugno; purtroppo si conferma e si rafforza l’IDV del torbido spione Di Pietro; il Grillo parlante col suo movimento di esaltati a 5 stelle ottiene una insperata affermazione e ci fa il favore di togliere il Piemonte al Centro-Sinistra; per finire, facciamo le ennesime esequie della sinistra estrema divenuta ormai lo spettro di sé stessa (non quello del comunismo che faceva rabbrividire l’Europa) senza le lacrime di nessuno, nemmeno le nostre.
Per chiudere, il dato sull’astensione che cresce ma mai abbastanza per screditare definitivamente una classe politica che da nord a sud, da sinistra a destra, da un estremo all’altro sta portando il Paese alla rovina per incompetenza e assenza di una prospettiva storica degna di tale nome. Questa, in una epitome certamente non esaustiva, la situazione italiana dopo la chiusura delle urne.

2. Vorrei invece tornare sulla faccenda delle Assicurazioni Generali, in particolar modo sulla nomina del suo nuovo Presidente, rispetto alla quale ci siamo esposti per primi cercando di spiegare quali programmi ci fossero dietro la partita a scacchi dei poteri marci, in lotta per l’individuazione del successore di Bernheim sul Leone alato. Mentre i giornali di regime - questi fogliacci che sono lo specchio del mercimonio delle idee scadute nel fango e nella merda di un paese inabissatosi culturalmente - relegavano la notizia in fondo al loro baratro disinformativo, noi abbiamo cercato di leggere tra le righe e di dare un’interpretazione meno di banale di quello che stava accadendo.
Con le poche informazioni a nostra disposizione, compulsando gli articoli dei vari “esperti” come Giannini, Pons, Panerai, Porro (il migliore tra quelli citati, dipendente non di un padrone, per il quale muovere a comando la propria penna come il resto della compagnia, ma della sua stessa ideologia liberista che gli impedisce di andare oltre il velo economicistico delle cose) abbiamo detto la nostra e alla fine crediamo di non esserci allontanati molto dalla verità.
Certezze che vengono confermate dal sito Dagospia (l’articolo è riprodotto alla fine di questo pezzo) il quale, vivendo della scoperta dei sotterfugi e delle trame che accompagnano quasi sempre le ammucchiate orgiastiche del potere, giochi finanziari inclusi, ne ha fornito una versione meno obnubilata dalla patinatura servile di cui si fregia e ci sfregia l’informazione cammellata nazionale. Un solo mestiere contende al giornalismo la palma di lavoro più sporco e nauseabondo del mondo: il meretricio. Forse a quest'ultimo possiamo riconoscere delle attenuati sociali che al primo, per i danni che causa alla collettività, non dobbiamo nemmeno minimamente sollevare. Ecco cosa scriveva Balzac nel suo magnifico romanzo “Le illusioni perdute” sul verminaio di lacchè senza morale e senza pudore che affolla la carta stampata: “Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è divenuto uno strumento per i partiti; da strumento si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, è senza fede né legge. Ogni giornale è una bottega ove si vendono al pubblico parole del colore ch'egli richiede. Se esistesse un giornale dei gobbi, esso proverebbe dal mattino alla sera la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi. Un giornale non è più fatto per illuminare, bensì per blandire le opinioni. Così, tutti i giornali saranno, in un dato spazio di tempo, vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini; uccideranno le idee, i sistemi, gli uomini, e perciò stesso saranno fiorenti. Essi avranno i vantaggi di tutti gli esseri ragionevoli: il male sarà fatto senza che alcuno ne sia colpevole...Napoleone ha dato la ragione di questo fenomeno morale o immorale, come più vi piaccia, con una frase sublime che gli hanno dettato i suoi studi sulla Convenzione: i delitti collettivi non impegnano nessuno.” Per chi vuol capire che razza di luridume sia la professione giornalistica si rivolga all’intero lavoro del letterato francese, non per niente Engels diceva di aver imparato di più dal reazionario Balzac che da tutti gli economisti messi insieme.
Con la nomina di Geronzi alla guida della compagnia triestina qualcosa dunque cambia nel panorama economico nazionale, in virtù di uno sbilanciamento dei precedenti assetti di potere che iniziano a scricchiolare e a far emergere degli equilibri meno sfavorevoli a Silvio Berlusconi.
Il Cavaliere e Letta hanno indubbiamente interpretato una parte in questa scalata geronziana benché le loro dichiarazioni pubbliche non siano mai scivolate verso alcuna partigianeria definita. La blindatura di Rcs quotidiani con l’entrata nel cda in prima persona di Giovanni Bazoli, Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle, Cesare Geronzi, Piergaetano Marchetti, Antonello Perricone, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera, ci dice però che i poteri putridi si preparano a darsele di santa ragione perché con l’aria che tira nell’agone politico, con la crisi economica che avanza, qualcuno ci rimetterà le penne.

3. Per concludere vorrei segnalare una intervista pubblicata dall’Unità al filosofo Slavoj Žižek che parla ancora di sinistra e di comunismo, nonché della possibilità per gli antisistemici di poter uscire dalla pesante crisi d’identità nella quale sono sprofondati. Žižek propone alla sinistra di essere conservatrice e moralista al fine togliere terreno ai suoi avversari e attaccarli in casa propria, sui temi dove questi irrobustiscono il loro consenso. L’intellettuale sloveno, ultimamente resosi compartecipe di appelli a favore dell’onda verde iraniana, più che conservatore sta divenendo un vero e proprio reazionario filo statunitense. Inoltre, di fogna moralistica, anticamera della corruzione, nella sinistra italiana ne troverà in abbondanza con la conseguenza che i sedicenti progressisti e riformisti del Bel Paese sono i peggiori servi della superpotenza Usa e della sua affermazione in Europa.
In realtà, avremmo bisogno di inventare un’altra morale, di ripercorrere la nostra storia e le nostre differenti identità politiche per costruire ben altro soggetto politico appoggiato ad un solido blocco sociale capace di fare strame di tutta la vecchia merda di destra e di sinistra. Ma questo per Žižek, evidentemente, non è abbastanza intellettualoide e non serve a sfondare nel panorama editoriale.
Qui finisce il nostro requiem per Žižek e per quelli come lui.

LO STRANO ASSE CORRIERE-REPUBBLICA
"Accordo su Generali: Geronzi verso la presidenza. Pagliaro a Mediobanca". Il Corriere delle banche richiama la notizia in prima pagina con un francobollino, poi però la fionda a pagina 50 perché trattasi di roba squisitamente tecnico-finanziaria, priva di qualunque ricaduta politica e di potere.

A babbo morto, Daniele Manca scopre finalmente l'arte del retroscena (tanto i manovratori hanno già manovrato) e critica: "i nostri bizantinismi che un investitore internazionale non capirebbe"; "un percorso simile al totonomine della politica", "un metodo davvero singolare per la definizione dell'assetto di comando della prima compagnia assicurativa e tra le prime tre in Europa". Tutto bene, tutto giusto. Ma a Manca manca il coraggio di estendere le sue osservazioni al metodo che ha portato Pagliaro alla presidenza di Mediobanca. Molto diverso da quello che issato Geronzi sul Leone?
Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi Antoine Bernheim Generali con Cesare Geronzi Mediobanca

Su Repubblica, giornale partecipato dalle Generali e da Unicredit, il vicedirettore Massimo Giannini mastica amaro: "Dal Leone al Gattopardo, così si Blinda la Galassia del Nord". Una lunga articolessa per ribadire che lo sbarco di Gero-vital Geronzi al posto del ragazzino Bernheim "è legato ai guai giudiziari del banchiere a all'intreccio con la politica" e che quindi siamo di fronte a uno scenario di inaudito allarme sociale.

Ok, anche i curatori di questa modesta rassegna sono più o meno d'accordo, ma allora perché affannarsi per le restanti tre colonne a spiegare agli incolpevoli lettori di Ri-pubblica che tanto la presidenza delle Generali è priva di delegehe operative e, insomma, Cesaron deì Cesaroni va a Trieste a svernare e fare un cazzo? (p.15). Che, forse l'ingegner Debenedettoni c'è rimasto un po' male?

Il Giornale di Feltrusconi, che in Mediobanca conta parecchio attraverso Doris e Marina B., e può contare su un ambasciatore di eccezione come Tarak Ben Ammar, si affida a Nicola Porro ("Così Trieste diventa capitale della finanza"). Pezzo intelligente e senza tesi precostituite, che pone l'accento sulla questione chiave: con Geronzi, le Generali diventeranno più autonome da Mediobanca? "Nel tempo si capirà quanto il diffuso azionariato delle Generali si sarà coagulato in mani amiche. Del nuovo presidente", osserva Porro Seduto.

Sulla stessa linea l'interpretazione di Francesco Pallacorda, sulla Stampa (p.27): "Così cambia il Leone con Cesare in sella". "Con 400 miliardi di attivi il ruolo della compagnia può diventare più incisivo. Ma Piazzetta Cuccia vuole mantenere il controllo sulla partecipata".

Smaccata invece la festa di Panerai-ahi-ahi! su Milano Finanza: parte ricordando che da ragazzo Cesare Geronzi manifestò per Trieste libera e va avanti sul filo della liberazione delle Generali da Mediobanca. Poi mette le mani avanti: "i due amministratori delegati hanno bisogno di un consistente supporto e anche i manager di Mediobanca sono d'accordo che al futuro presidente Geronzi siano assegnate, nella tradizione di un potere esecutivo anche del numero uno della compagnia, le deleghe su finanza e partecipazioni".

Cioè, se ha ragione l'Innominabile, due cosette da niente. E nel dubbio il suo lettore non avesse capito da che parte si deve stare, una chiusa patriottica: questa presidenza piena di poteri sarebbe "un presidio da cui garantire l'indipendenza di Generali-Trieste sarà assai più facile".

Gode anche il Sole 24 Ore, che affida a Guido Gentili (p.1) un commento compassato ma felice: "Roma-Trieste passando per il mondo". L'ex direttore salmonato spiega che la doppia presidenza Pagliaro-Geronzi è una "soluzione di sistema" e non dimentica di indicare chi sono i grandi vecchi di questo "sistema" che "alla fine ha tenuto più di altri di fronte alla crisi": Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi.

Alla fine, per trovare due giornali che non abbiano interesse alcuno su questa partita, visto il loro azionariato "puro", bisogna prendere il Cetriolo Quotidiano e il Secolo XIX.
Il quotidiano diretto da Antonio Padellaro, tutto distratto da Santoro & Friends, sottovaluta pericolosamente la notizia ficcandola a pagina 11 e titolandola così: "E' fatta: Geronzi al vertice delle Generali" (p.11). Nel suo pezzo, dopo uno degli attacchi più farraginosi della storia del giornalismo, Alessandro Faieta azzecca però un punto fondamentale: "il nodo non è più lo sbarco o meno di Geronzi a Trieste, ma chi guiderò il patto di sindacato di Mediobanca".
berlusconi silvio debenedetti carlo imago

Anche il giornale genovese, diretto da Umberto La Rocca, non degna la notizia di alcun richiamo in prima, ma pubblica un retroscena dell'ex cetriolista Francesco Bonazzi (p. 15) il cui succo è: i francesi non si sono fidati di Geronzone, e per dargli il via libera formale su Generali volevano essere sicuri di avere in cambio una soluzione negoziata sulla successione in Mediobanca.
G. Petrosillo

30 marzo 2010

Ci hanno convinti a non votare


Non possono esistere dubbi sul fatto che il dato più emblematico uscito (o sarebbe meglio dire mai entrato) dalle urne di queste elezioni regionali di marzo 2010 sia costituito dai quasi 3 milioni e mezzo in più di cittadini che non si sono recati a votare, portando il “partito” dell’astensione a sfiorare il 37%, diventando di fatto il maggiore partito del Paese. Un incremento nell’ordine dell’8%, con punte fra il 14%, il 12% e il 10% in Puglia, Lazio e Toscana, che qualifica il partito del non voto come l’unico reale vincitore di questa tornata elettorale.

Una vittoria, quella del non voto, determinata da una campagna elettorale sincopata, nevrotica al limite del parossismo, giocata esclusivamente intorno allo screditamento dell’avversario, totalmente priva di qualsiasi abbozzo di programma credibile.
Una campagna elettorale nel corso della quale i problemi reali del paese, che si chiamano crisi occupazionale, disastro economico, crollo del potere di acquisto delle famiglie, inquinamento del territorio, sono stati lasciati a margine da parte delle due coalizioni impegnate a contendersi il governo delle regioni.
Una campagna elettorale imperniata sulla violenza verbale dispensata a piene mani, vissuta fra litigi ed animosità al limite dello scontro fisico, sempre incentrati su differenze artificiali e prive di fondamento, utilizzati per nascondere l’assoluta mancanza di differenze reali fra i due poli che si contendono il governo regionale.

Un italiano su tre ha dunque preferito non recarsi a votare nonostante (o forse anche a causa) la quantità industriale di materiale pubblicitario che ha riempito le buche delle lettere, l’ossessiva tempesta delle telefonate a domicilio, la massa dei manifesti ad abbruttire i muri delle città, la marea di “santini” con faccioni sorridenti e cravatte multicolori. Tutto materiale che a dispetto degli sforzi esperiti dagli esperti del marketing è apparso intriso di un vuoto cosmico, tanto era infarcito di slogan demagogici che sarebbero parsi artificiosi anche agli occhi di un bambino di 5 anni e miravano unicamente a fare leva sulla tanto stantia quanto ormai sempre più improponibile scelta di campo fra destra e sinistra.

Anche in Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, la distanza fra i partiti politici ed i cittadini continua perciò a farsi sempre più siderale, dimostrando in maniera inequivocabile l’inadeguatezza di un sistema come quello della democrazia rappresentativa, soprattutto qualora gestito in termini di bipolarismo. Anche il clima da “guerra civile” creato nell’occasione e gli “epici” inviti a scelte di campo presentate come decisive, non sembrano avere sortito l’effetto voluto.
I cittadini stanno continuando ad allontanarsi ed i partiti politici parlano ogni giorno di più un linguaggio alieno a chi vive e soffre nel paese reale, un linguaggio autoreferenziale che ben presto rischierà di trasformarsi in una lingua morta.
Per quanto riguarda i risultati elettorali non sono mancate le sorprese e neppure gli elementi che meritano di diventare oggetto di riflessione.

Il centrosinistra, nonostante l’operato del governo Berlusconi non sia stato fin qui entusiasmante, ha nuovamente subito una sconfitta cocente. Se la perdita di regioni come la Calabria, la Campania ed il Lazio può trovare la spiegazione all’interno degli scandali di varia natura che hanno caratterizzato le amministrazioni esistenti, ben più grave appare la debacle in Piemonte. Dove Mercedes Bresso si è vista costretta a cedere il passo a Cota, nonostante fosse riuscita ad incamerare nella propria coalizione tanto l’UDC di Casini quanto la Federazione della sinistra radicale. E’ indicativo il fatto che l’unica regione “a rischio” nella quale il centrosinistra ottiene un risultato positivo sia proprio quella Puglia dove Nichi Vendola ha difeso con i denti la propria candidatura, imponendo una lista più “di sinistra” rispetto al listone in alleanza con l’UDC che era stato imposto da D’Alema

Le liste 5 stelle di Beppe Grillo hanno ottenuto nel complesso risultati di tutto rilievo, fra i quali spiccano Giovanni Favia in Emilia Romagna che ha ottenuto il 7% e Davide Bono in Piemonte arrivato a superare il 4%, a dimostrazione del fatto che esiste senza dubbio ampio spazio di manovra per chi intenda costruire delle alternative ai partiti politici tradizionali.

L’inesorabile continua discesa del centrosinistra, laddove questo non riesce a proporsi come concreto elemento di alternativa, ma semplicemente come una fotocopia sbiadita di Berlusconi, unitamente al buon risultato delle liste che fanno riferimento a Beppe Grillo e al grande incremento dell’astensione, stanno a dimostrare in maniera inequivocabile tanto il “bisogno” di alternative concrete da parte dell’elettorato, quanto la palese incapacità di esprimere le stesse espresse dal sistema dei partiti.
Proprio questo bisogno di alternative concrete, pensiamo possa considerarsi la vera novità di questa tornata elettorale. Una novità destinata naturalmente ad essere sottaciuta, tanto dal sistema dei partiti ormai incancrenito nella spartizione del potere, quanto dai media mainstream che di quel potere rappresentano uno degli elementi cardine.
M. Cedolin

Ci hanno convinti a non votare


Non possono esistere dubbi sul fatto che il dato più emblematico uscito (o sarebbe meglio dire mai entrato) dalle urne di queste elezioni regionali di marzo 2010 sia costituito dai quasi 3 milioni e mezzo in più di cittadini che non si sono recati a votare, portando il “partito” dell’astensione a sfiorare il 37%, diventando di fatto il maggiore partito del Paese. Un incremento nell’ordine dell’8%, con punte fra il 14%, il 12% e il 10% in Puglia, Lazio e Toscana, che qualifica il partito del non voto come l’unico reale vincitore di questa tornata elettorale.

Una vittoria, quella del non voto, determinata da una campagna elettorale sincopata, nevrotica al limite del parossismo, giocata esclusivamente intorno allo screditamento dell’avversario, totalmente priva di qualsiasi abbozzo di programma credibile.
Una campagna elettorale nel corso della quale i problemi reali del paese, che si chiamano crisi occupazionale, disastro economico, crollo del potere di acquisto delle famiglie, inquinamento del territorio, sono stati lasciati a margine da parte delle due coalizioni impegnate a contendersi il governo delle regioni.
Una campagna elettorale imperniata sulla violenza verbale dispensata a piene mani, vissuta fra litigi ed animosità al limite dello scontro fisico, sempre incentrati su differenze artificiali e prive di fondamento, utilizzati per nascondere l’assoluta mancanza di differenze reali fra i due poli che si contendono il governo regionale.

Un italiano su tre ha dunque preferito non recarsi a votare nonostante (o forse anche a causa) la quantità industriale di materiale pubblicitario che ha riempito le buche delle lettere, l’ossessiva tempesta delle telefonate a domicilio, la massa dei manifesti ad abbruttire i muri delle città, la marea di “santini” con faccioni sorridenti e cravatte multicolori. Tutto materiale che a dispetto degli sforzi esperiti dagli esperti del marketing è apparso intriso di un vuoto cosmico, tanto era infarcito di slogan demagogici che sarebbero parsi artificiosi anche agli occhi di un bambino di 5 anni e miravano unicamente a fare leva sulla tanto stantia quanto ormai sempre più improponibile scelta di campo fra destra e sinistra.

Anche in Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, la distanza fra i partiti politici ed i cittadini continua perciò a farsi sempre più siderale, dimostrando in maniera inequivocabile l’inadeguatezza di un sistema come quello della democrazia rappresentativa, soprattutto qualora gestito in termini di bipolarismo. Anche il clima da “guerra civile” creato nell’occasione e gli “epici” inviti a scelte di campo presentate come decisive, non sembrano avere sortito l’effetto voluto.
I cittadini stanno continuando ad allontanarsi ed i partiti politici parlano ogni giorno di più un linguaggio alieno a chi vive e soffre nel paese reale, un linguaggio autoreferenziale che ben presto rischierà di trasformarsi in una lingua morta.
Per quanto riguarda i risultati elettorali non sono mancate le sorprese e neppure gli elementi che meritano di diventare oggetto di riflessione.

Il centrosinistra, nonostante l’operato del governo Berlusconi non sia stato fin qui entusiasmante, ha nuovamente subito una sconfitta cocente. Se la perdita di regioni come la Calabria, la Campania ed il Lazio può trovare la spiegazione all’interno degli scandali di varia natura che hanno caratterizzato le amministrazioni esistenti, ben più grave appare la debacle in Piemonte. Dove Mercedes Bresso si è vista costretta a cedere il passo a Cota, nonostante fosse riuscita ad incamerare nella propria coalizione tanto l’UDC di Casini quanto la Federazione della sinistra radicale. E’ indicativo il fatto che l’unica regione “a rischio” nella quale il centrosinistra ottiene un risultato positivo sia proprio quella Puglia dove Nichi Vendola ha difeso con i denti la propria candidatura, imponendo una lista più “di sinistra” rispetto al listone in alleanza con l’UDC che era stato imposto da D’Alema

Le liste 5 stelle di Beppe Grillo hanno ottenuto nel complesso risultati di tutto rilievo, fra i quali spiccano Giovanni Favia in Emilia Romagna che ha ottenuto il 7% e Davide Bono in Piemonte arrivato a superare il 4%, a dimostrazione del fatto che esiste senza dubbio ampio spazio di manovra per chi intenda costruire delle alternative ai partiti politici tradizionali.

L’inesorabile continua discesa del centrosinistra, laddove questo non riesce a proporsi come concreto elemento di alternativa, ma semplicemente come una fotocopia sbiadita di Berlusconi, unitamente al buon risultato delle liste che fanno riferimento a Beppe Grillo e al grande incremento dell’astensione, stanno a dimostrare in maniera inequivocabile tanto il “bisogno” di alternative concrete da parte dell’elettorato, quanto la palese incapacità di esprimere le stesse espresse dal sistema dei partiti.
Proprio questo bisogno di alternative concrete, pensiamo possa considerarsi la vera novità di questa tornata elettorale. Una novità destinata naturalmente ad essere sottaciuta, tanto dal sistema dei partiti ormai incancrenito nella spartizione del potere, quanto dai media mainstream che di quel potere rappresentano uno degli elementi cardine.
M. Cedolin

29 marzo 2010

Settemila comuni rinnovabili

Un ottimo esempio di buona amministrazione sul campo delle rinnovabili. L'Italia virtuosa cresce per merito delle amministrazioni locali. Il rapporto Comuni Rinnovabili di Legambiente fa luce sull'impiego di sole, vento, acqua, geotermia, biomasse...
Sono ben 6.993 i Comuni italiani dove è installato almeno un impianto di produzione energetica da fonti rinnovabili. Erano 5.580 lo scorso anno, 3.190 nel 2008. Le fonti pulite che fino a dieci anni fa interessavano, con il grande idroelettrico e la geotermia le aree più interne e comunque una porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti nell’86% dei Comuni. E per quanto riguarda la diffusione, sono 6.801 i Comuni del solare, 297 quelli dell’eolico, 799 quelli del mini idroeletttrico e 181 quelli della geotermia. Le biomasse si trovano invece in 788 municipi dei quali 286 utilizzano biomasse di origine organica animale o vegetale.

Ecco, in sintesi, il quadro dell’Italia sostenibile, rilevato dal rapporto Comuni Rinnovabili 2010 di Legambiente, realizzato in collaborazione con GSE e Sorgenia.
Il rapporto parla di un salto impressionante che si è verificato in Italia nel numero degli impianti installati. Attraverso nuovi impianti solari, eolici, geotermici, idroelettrici, da biomasse già oggi sono centinaia i Comuni in Italia che producono più energia elettrica di quanta ne consumino. Grazie a questi impianti sono stati creati nuovi posti di lavoro, portati nuovi servizi e create nuove prospettive di ricerca applicata oltre, naturalmente, ad aver ottenuto un maggiore benessere e qualità della vita. Queste esperienze sono oggi la migliore dimostrazione del fatto che investire nelle rinnovabili è una scelta lungimirante e conveniente, che può innescare uno scenario virtuoso di innovazione e qualità nel territorio.
Nel 2009 la crescita delle fonti rinnovabili è stata fortissima (+13% di produzione), e dimostra quanto oggi queste tecnologie siano affidabili e competitive – ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, Presidente nazionale di Legambiente –. Ora occorre puntare con forza in questa direzione, capire quanto sia nell’interesse del Paese raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione Europea al 2020 per la riduzione delle emissioni di CO2 e la crescita delle rinnovabili. Per questo siamo preoccupati di fronte all’assordante silenzio che ci sta accompagnando alla scadenza del prossimo giugno, quando l’Italia dovrà comunicare all’UE il piano nazionale per rientrare nell’obiettivo al 2020 del 17% di rinnovabili. I numeri, le storie raccontate da questo rapporto dimostrano che questi target sono a portata di mano, e che la soluzione più intelligente è quella di guardare ai territori: alla domanda di energia da parte di case, uffici, aziende e attività agricole per capire come soddisfarla con le risorse rinnovabili più adatte ed efficienti. Ma soprattutto, le esperienze raccolte dimostrano quanto questa prospettiva risulti già oggi vantaggiosa: coloro che hanno installato impianti solari termici e fotovoltaici o che sono collegati a reti di teleriscaldamento, pagano bollette meno salate in località dove l’aria è più pulita.”.

Il premio 2010 va a Sluderno (Bz), un Comune con poco più di 1.800 abitanti che fonda il suo successo su un intelligente mix di diversi impianti diffusi nel territorio: 960 mq di pannelli solari termici e 512 kW di pannelli solari fotovoltaici diffusi sui tetti di case e aziende, più 4 micro impianti idroelettrici con una potenza complessiva di 232 kW. E un impianto eolico da 1,2 MW, realizzato in “comproprietà” con 3 Comuni vicini. L’impianto è installato nel Comune di Malles è gestito da un Consorzio dei Comuni più alcune aziende elettriche locali. A scaldare le case sono gli impianti da biomasse locali e da biogas, con una potenza complessiva di 6.200 kW termici, entrambi di tipo cogenerativo, allacciati ad una rete di teleriscaldamento lunga 23 km. Questi impianti producono oltre 13 milioni di kWh annua di energia termica per soddisfare il fabbisogno di oltre 500 utenze sia del Comune di Sluderno che del vicino Comune di Glorenza.

Sono state premiate, inoltre, realtà dove attraverso investimenti lungimiranti nelle fonti rinnovabili, sono stati ottenuti risultati che vanno ben oltre la risposta agli obiettivi energetici e ambientali. Un esempio è il Comune di Tocco da Casauria (Pe), dove sono in funzione quattro pale eoliche che complessivamente (con 3,2 MW) permettono di produrre più energia elettrica di quella necessaria alle famiglie residenti. Nel Comune, inoltre, sono presenti 24 kW di pannelli fotovoltaici oltre a grandi impianti idroelettrici. Qui le royalties provenienti dell’eolico hanno permesso al Comune di acquistare lo storico Castello e progettarne la ristrutturazione. Altro esempio è quello del Comune di Maiolati Spontini (An), di circa 5.700 abitanti, che grazie ad un mix energetico fatto di pannelli solari fotovoltaici (135 kW), di un impianto mini idroelettrico (400 kW) e soprattutto di un impianto a biogas da discarica entra di diritto nella categoria “100% elettrici”.

Da quest’anno poi, l’indagine sulle rinnovabili si è estesa alle Province, per le quali, il premio 2010 va a Grosseto per i risultati conseguiti in questi anni e per l’impegno mostrato nello sviluppo delle fonti rinnovabili.

by Gab

25 marzo 2010

Cos'é il collasso, in fin dei conti?

In ogni blog trovate discussioni in corso, spesso aperte da molto tempo, con numerosi commenti e con gente che invece vi si affaccia per la prima volta. Talvolta i lettori hanno un punto di vista contrario al vostro, oppure sono incuriositi o preoccupati per quel che trovano, o magari sono poco interessati; a volte partecipano attivamente, altre volte gettano uno sguardo distratto e se ne vanno. Riuscire a mantenere un giusto equilibrio tra quello che scrivete per i lettori regolari e quello che scrivete per i lettori saltuari è un esercizio sempre molto interessante, che ho dovuto recentemente affrontare: da alcuni mesi mi occupo infatti di blog scientifici e sono entrato in contatto con un mucchio di gente nuova. È un fatto positivo, che richiede però un'attenta calibrazione: che livello di conoscenza devo presupporre? Quanti concetti di base devo spiegare a quelli che non sono esperti, tornando a ripetere cose già note a molti di coloro che invece mi seguono regolarmente?

PalMD ha di recente indicato, e gliene sono sinceramente grato, uno dei siti in cui evidentemente non sto facendo abbastanza per illustrare le mie idee ai lettori. Ha scritto infatti:

E per finire adoro Sharon Astyk su Casaubon's Book...anche se non condivido alcuni punti fondamentali. Mi piace il suo esperimento IRL (In Real Life. NdT) per una vita (illusoriamente) sostenibile, ma la sua concezione di vita sostenibile mi sembra veramente antisociale. È un progetto per sopravvivere da soli a un disastro che distrugga il tessuto sociale. Il post di oggi parla di come far sopravvivere la famiglia creando una riserva di alimenti indispensabili, e quello di ieri parlava di come far in modo che possa profittare di tutto il cibo accantonato. Molto interessante, ma apparentemente poco utile quando si arriva a fine corsa nel mondo reale: prima di cominciare a sbranarsi a vicenda, i componenti di una qualche milizia per la supremazia bianca vi avrà sterminato per il vostro cibo.

Evidentemente sto commettendo qualche errore; tra l'altro quello di dare per scontato che la gente sappia perché dovrebbe fare scorta di alimenti, o mangiare tutto l'anno prodotti locali. PalMD ritiene che mettere da parte alimenti sia roba da apocalisse, e che in ogni caso una decisione di questo tipo sia un fatto personale e non sociale. Entro certi limiti è un principio corretto; ho scritto parecchio sull'apocalisse, un termine che è accompagnato immancabilmente da idee quali "zombie, supremazia bianca, e sciacallaggio per mangiare".

È irritante scrivere un articolo accattivante e ben presentato e ritrovarsi con qualcuno che risponde formulando una lunga e serissima analisi, e mi dispiace doverlo fare. Nel mio caso è proprio quello che mi ha "fatto staccare" il cervello, e gli sono profondamente grato per avermi offerto l'occasione di smetterla con la critica di cui mi stavo occupando e passare a qualcosa di più interessante!

In effetti, il termine "collasso" non presuppone alcuna forma di cannibalismo nella maggior parte delle società civili, che sono ovviamente contrarie al modello "bambino allo spiedo". I taboo contro una simile pratica sono talmente radicati che la maggior parte degli esseri umani preferirebbe morire di fame piuttosto che violarli, come vediamo nelle società con alti tassi di denutrizione (cfr il libro di Margaret Visser: The Rituals of Dinner) in cui il cannibalismo non viene mai considerato una soluzione alla penuria di cibo ma piuttosto una pratica estremamente ritualizzata e attentamente strutturata, spesso associata a una guerra formale. E non deve necessariamente far pensare a Mad Max. Ne ho già parlato nella mia risposta a Zuska , ma ho pensato di usare adesso un approccio più pragmatico: nel nostro secolo, che cosa è veramente successo quando le società sono arrivate al collasso? Ci sono mezzi per ridurre questa follia? Gli eventi storici non possono fornirci una risposta sufficientemente accurata, ma possono almeno offrirci un punto di partenza.

Da questo punto di vista, il "collasso" è in effetti un fenomeno molto comune: le società arrivano a uno specifico livello funzionale, si scontrano con limiti invalicabili (spesso ecologici, come hanno documentato tra gli altri Jared Diamond in "Collapse: How Societies Choose to Succeed or Fail" e Joseph Tainter in "The Collapse of Complex Systems"), e ricadono a un livello funzionale più basso. Quanto più basso, dipende dal modo in cui la società reagisce. Pensiamo per esempio all'Isola di Pasqua. E più di recente Ruanda e Burundi sono ripetutamente piombati in una violenza insostenibile e in guerre civili senza sbocchi, con conseguenze umane terribili e non molto dissimili da quelle di Mad Max.

D'altro canto pensiamo all'ultima società in ordine di tempo ad aver collassato: l'Islanda. Nel 2008 e l'isola, che era diventata estremamente ricca e prospera, ha conosciuto un crollo economico i cui effetti si fanno ancora sentire. Quello bancario è stato il più grave, se si rapporta alle dimensioni del paese, mai registrato nella storia economica.

Gli avvenimenti islandesi rassicureranno certamente la gente che si preoccupa all'idea di un collasso: la situazione era diventata molto sgradevole, ma in confronto al Ruanda si è trattato di poca cosa. Ci sono state manifestazioni violente, suicidi, emigrazione, e il governo è stato esautorato. Per affrontare la crisi è stato pagato un costo enorme: disoccupazione generalizzata, forte aumento dei tassi d'interesse, crollo delle importazioni, esplosione del numero di pignoramenti, necessità per molti professionisti ben pagati di riciclarsi nell'industria della pesca (e le riserve ittiche sono rapidamente calate), costi proibitivi dei beni importati, rapido impoverimento della popolazione. Ma d'altro canto i beni essenziali sono stati in buona misura preservati.

In conclusione, la prima cosa che possiamo dire del collasso è che si tratta di un evento estremamente variabile (economico, energetico, politico, o tale da sfociare in una guerra civile) e che alcuni casi sono meno gravi di altri. In effetti, Dmitry Orlov, autore di "Reinventing Collapse", in cui paragona quello che succederà, secondo lui, negli USA con quello che è successo nell'Unione Sovietica (evento parzialmente vissuto in prima persona), ha scritto un ponderato e interessante saggio, in cui si sofferma in particolare su un punto:

Anche se molti vedono il collasso come una specie di ascensore che scende al livello delle cantine (il nostro Stato 5), indipendentemente dal pulsante che abbiamo premuto, in realtà non si vede nessun meccanismo automatico di questo tipo. Passare allo Stadio 5 richiede invece uno sforzo concertato a ogni livello. Il fatto che tutti sembrino pronti a farlo può dare al collasso l'apparenza di una tragedia classica, una marcia consapevole ma inesorabile verso la perdizione, piuttosto che di una farsa (Perbacco! Eccoci allo Stadio 5. Chi ci mangiamo per primo? Cominciate con me. Sono prelibato!).

Lo ammetto, trovo estremamente difficile immaginare uno scenario in cui gli USA non collassino almeno in parte; in qualunque modo lo si veda, il paese sta correndo proprio questo pericolo. Continuiamo a proclamare che il crollo economico è stato evitato, ma in realtà lo abbiamo solo rimandato di qualche anno; cosicché l'enorme carico economico ricadrà quasi sicuramente sulle spalle di quelli che oggi hanno meno di 50 anni e delle future generazioni. Si può dire lo stesso della crisi energetica, e a maggior ragione di quella climatica. Nessuno oserà negare, penso, che le nostre politiche in queste tre aree sono a corto termine e pensate per evitare di farci subito carico del peso, non certo per sfuggire alla crisi.

Che cosa mi fa credere che le crisi saranno talmente dure da portare al collasso? Le previsioni di analisti degni di fiducia e imparziali. Ad esempio, nel 2005 l'US DOE (Department of Energy, il ministero statunitense per l'energia. NdT) aveva commissionato uno studio, l' Hirsch Report , per capire se il picco petrolifero rappresentasse un vero pericolo. Robert Hirsch, il ricercatore responsabile del rapporto, ne è oggi un convinto assertore, ma all'inizio la pensava diversamente. Il rapporto per il DOE era arrivato alla conclusione che avremmo potuto evitare il collasso investendo a un livello paragonabile a quello della II guerra per almeno 20 anni (un periodo più breve avrebbe indotto una grave crisi). È la conclusione del DOE, non la mia: dato che non stiamo destinando alle energie rinnovabili somme paragonabili a quelle della II guerra mondiale, e dato che anche l'USGS (United States Geological Survey. NdT) prevede il picco petrolifero entro il 2023, un semplice calcolo suggerisce che ci dobbiamo aspettare seri problemi. L ' Army ha preparato un rapporto simile.

E a proposito del cambio climatico? Beh, guardate The Stern Review di Sir Nicholas Stern sulle conseguenze economiche del fenomeno. Tra le altre conclusioni (i presupposti sugli obiettivi climatici sono oramai superati; riteneva infatti che 550 ppm avrebbero potuto evitare più guai di quanto potranno in realtà fare), c'era quella secondo cui cambiamenti climatici non controllati potrebbero indurre costi superiori al 20% del PIB mondiale, un peso che nessuna economia potrebbe sopportare senza, appunto, collassare. Poiché niente lascia pensare a una nostra capacità di stabilizzare l'ecologia a livelli inferiori, sembra ragionevole presupporre che ci troveremo ad affrontare elevati costi, con gravi conseguenze economiche.

E ciò vale anche per le mie idee sulle conseguenze pratiche e materiali del cambiamento climatico: le previsioni dell'IPCC e di altri studi suggeriscono, tra gli altri effetti inevitabili del fenomeno, l'afflusso di un alto numero di rifugiati, conflitti per le scarse risorse, siccità, ridotti tassi di produzione alimentare, maggiori malattie infettive, tempeste più violente e disastri naturali più numerosi... Questo eventi implicano elevati costi, non solo economici ma anche materiali, che porteranno inevitabilmente al collasso delle società. Si può ragionevolmente affermare, ad esempio, che New Orleans è destinata a restare a un livello funzionale molto più basso per un lungo periodo; anzi, non è chiaro se riuscirà mai a venirne fuori.

A questo punto, non penso di dover spiegare perché secondo me avremo un crollo economico; può sopravvenire in qualsiasi momento, e anzi sappiamo che ci siamo andati vicino nell'autunno 2008.

Sappiamo che possiamo aspettarci un collasso energetico, magari assieme a uno economico: l'ex primo ministro sovietico Yegor Gaider ha scritto un libro in cui afferma che, secondo lui, l'Unione sovietica collassò per la sua dipendenza dalle esportazioni energetiche e per lo spostamento della popolazione dalla campagna alle città. Il paese aveva fatto a lungo affidamento sulle esportazioni energetiche per comprare prodotti alimentari sui mercati esteri, ma dopo il crollo dei prezzi nel settore il numero di contadini risultò insufficiente per aumentare la produzione agricola, e il governo non fu capace di gestire la situazione.

Sappiamo anche che l'evento provocò ulteriori cedimenti: Cuba crollò perché l'Unione sovietica era collassata e aveva sospeso le spedizioni di petrolio. L'isola perse 1/5 delle sue importazioni energetiche e le strutture sociali si disgregarono in parte: la gente cominciò a soffrire la fame e a nutrirsi di scorze di agrumi dato che non c'era più energia per mandare avanti il suo sistema agricolo altamente tecnologico.

L'esempio di Cuba è interessante perché è una ulteriore dimostrazione del fatto che anche piccole alterazioni delle risorse energetiche possono dar luogo a conseguenze disastrose: 1/5 di petrolio in meno non avrebbe dovuto ridurre la gente alla fame. Molti potrebbero ragionevolmente pensare che il contraccolpo avrebbe potuto essere assorbito eliminando gli sprechi del sistema e distribuendo meglio le risorse, o magari che la responsabilità ricada sul governo cubano. Quest'ultimo punto è probabilmente in parte vero, ma non dimentichiamo che anche negli USA abbiamo casi che dimostrano come piccoli cambi nelle forniture energetiche portano a conseguenze estremamente distruttive: lo shock petrolifero degli anni '70 e la susseguente recessione furono dovute a una contrazione delle importazioni petrolifere di poco più del 5%.

In conclusione, ritengo che ci stiamo avviando a una qualche forma di collasso (senza necessariamente collegarla a cannibalismo o bande criminali in difesa della razza bianca) che mi piacerebbe allontanare al più presto: ho anche altre cose da fare! Quando cominciai a scrivere sul tema, nel 2003, mi sembrava probabile che il cambiamento climatico si sarebbe manifestato molto più lentamente e che saremmo stati in grado di affrontare una crisi alla volta.

Mi pare oramai evidente che ci avviamo verso una crisi al tempo stesso economica, energetica e climatica, e non vedo come superarla con successo. Impossibile? Forse no, ma di sicuro improbabile; la ristrutturazione sociale sarebbe enorme e coinvolgerebbe tutti i fattori cui ho prima accennato. Quasi tutti quelli che si occupano del tema fanno paragoni con la II Guerra mondiale e con il clima di guerra (Niels Bohr affermò che sarebbe stato impossibile sviluppare la bomba atomica senza trasformare l'intera nazione in una fabbrica, e nel 1944 osservò che ci eravamo riusciti). Dover rifare la stessa cosa affrontando al tempo stesso una crisi poliedrica sembra ancora più difficile.

In ogni caso, dovremmo comunque prospettarci la possibilità di un fallimento. E questo è un problema in una società che sembra credere a un'alternativa dicotomica: non potete preparavi all'insuccesso e mettere a punto un piano di riserva in caso di fallimento. Psicologicamente ci convinciamo che se pensiamo seriamente alla possibilità di fallire, allora falliremo; e quindi non lo facciamo perché ci sembra morboso. Non ci prepariamo per il disastro, anche quando ci sembra imminente: non creiamo una riserva alimentare, anche se la FEMA (Federal Emergency Management Agency, l'agenzia federale per la gestione delle emergenze. NdT) e la Croce rossa ci mettono in guardia, e anche se recentemente il responsabile della FEMA ha ricordato che la prima linea di difesa è la preparazione individuale. Tendiamo a un approccio dicotomico, mentre in realtà abbiamo bisogno delle due alternative: volontà "e" attenzione nell'attraversare la strada, preparare gli strumenti "e" avere un piano di evacuazione, stipare cibo nella dispensa "e" perseguire una maggiore coesione sociale.

Inoltre, buona parte di quel che raccomando va bene per gente che non è coinvolta in un crollo dichiarato, ma la cui vita sta per collassare: senza lavoro, in procinto di perdere la casa, con possibilità alimentari insufficienti, gravati da problemi medici e privi di assicurazione sanitaria... in gran parte quello che incoraggio la gente a fare, compresa la creazione di una scorta di alimenti e un maggior sostegno sociale funziona con la "gente" che sta per cedere, anche se la società non li ha ancora etichettati come falliti.

Quali sono i punti comuni delle varie società in collasso? Potrei risalire a Roma, ovviamente, ma non mi sembra necessario. Eccone alcuni:

1.La gente, estremamente irritata col governo, arriva di solito a qualche forma di resistenza civile e spesso il governo cambia; talvolta è una buona cosa, talvolta invece no. In certi casi, come ben sappiamo, il governo trova dei capi espiatori, il che è veramente negativo. La migliore soluzione è quando il governo va incontro alle richieste del popolo, o quando si toglie di mezzo e lascia che sia il popolo stesso a decidere.

2. Il tasso di criminalità aumenta; servizi come la protezione cittadina sono meno raggiungibili o vengono privatizzati, e, fattore comune alle società in crisi, sono più violenti. Ma ciò non significa che i signori della guerra uccidano tutti quelli che si trovano sul loro cammino. Significa invece più violenza, furti, stupri e delitti nelle strade, e qualche volta lucrosi rapimenti. Significa anche che la gente è vulnerabile e terrorizzata, e che spesso non ha fiducia nelle autorità; è un po' come essere afroamericani e vivere in una periferia degradata, o magari a Bagdad. In generale non vi fa piacere che i vostri figli escano spesso, anzi tendete a non uscire troppo nemmeno voi, e la sicurezza diventa un problema importante.

3. La popolazione s'impoverisce rapidamente; questa è forse la caratteristica più comune. Quando le società collassano, la percentuale di poveri aumenta; in Argentina, ad esempio, la crisi del 2001 distrusse in pratica la classe media e fece aumentare il tasso di povertà dal 20% a quasi il 57%. A mio parere è un tratto comune a tutti i collassi, ed è proprio quello che sta succedendo.

4. Costo e disponibilità degli alimenti diventano un serio problema. Il caso dell'Argentina, un paese prima stabile e agiato, mostra che molti alimenti ricercati, in particolare quelli importati, sono spesso introvabili e, cosa più importante, il forte impatto economico rende meno facile comprarli. Crisi sanitaria (in particolare la mancanza di cure), depressione, ricorso all'alcol e alle droghe, aumentano sensibilmente.

5. Servizi e strutture si degradano perché, e il caso è frequente tra gli americani poveri, la gente non è in grado di far fronte ai pagamenti (ad esempio, decine di migliaia di capofamiglia si vedranno tagliare i servizi dal 1° aprile, data prima della quale non è legalmente permesso togliere ai privati i servizi essenziali) o perché le infrastrutture sono fatiscenti e la coesione sociale viene meno. Sempre più spesso l'energia non verrà erogata, i rifiuti non verranno prelevati, il gas mancherà e i camion di riapprovvigionamento non si faranno vedere...

6. La gente si riavvicinerà: che vivano ammassati nei ghetti o che abbiano perso la casa, le famiglie cominceranno ad aiutarsi a vicenda. E lo stesso faranno intere comunità e quartieri: chi ha cibo lo divide con voi, chi ha spazio lo cede ai bisognosi. Nasce una cultura di condivisione.

Si tratta di situazioni praticamente universali e quasi inevitabili nelle società collassate. In alcuni casi, invece, i vostri vicini cercheranno di uccidervi e bande organizzate cominceranno a terrorizzare il quartiere; ma non si tratta di situazioni inevitabili.

Il problema è: se il collasso incombe, su cosa concetrare gli sforzi? Cercate di prevenirlo, anche se è sempre più difficile, o vi preoccupate, come suggerisce Orlov, dei bisogni di base? Secondo me, la risposta è che bisogna operare su entrambi i fronti, concentrandosi su azioni a doppio effetto; le strategie vincenti sono quelle che, quando vi trovate di fronte a un crollo importante dei sistemi, riducono gl'impatti e aumentano la resistenza. Credo che la maggior parte dei miei suggerimenti, se non tutti, vadano in questa direzione.

In caso di collasso, quale che sia, cosa può meglio aiutare? Sappiamo ad esempio che il sostegno sociale fa una grossa differenza. "Reinventing Collapse" sottolinea che il sistema di assistenza sociale è stato fondamentale per la sopravvivenza dei russi. Aver messo a portata del popolo cure mediche, cibo e un luogo in cui vivere ha permesso di evitare che la crisi diventasse troppo dura. A Cuba, con tutti i suoi limiti, il governo ha fatto qualcosa di veramente notevole, l'esatto contrario del governo USA: ha salvaguardato il sostegno sociale, a spese della crescita potenziale. In altre parole, per affrontare la "contingenza particolare", ha diffuso i programmi educativi nelle università più piccole, aumentato il numero di ospedali nelle aree rurali, rafforzato i programmi alimentari. Come sostengo in "Depletion and Abundance", è proprio quello di cui abbiamo bisogno qui da noi: le nostre massime priorità dovrebbero essere l'assistenza medica, la sicurezza alimentare, l'insegnamento e i programmi per gli anziani, i disabili e i bambini. Il bello di questa strategia politica è che le cose che contano sono proprio quelle cui la gente dice di tenere di più.

Disgraziatamente non è questa la cultura in cui viviamo: gli Stati Uniti rispondono alla crisi economica e sociale aumentando regolarmente i programmi governativi e militari, e tagliando i fondi per l'assistenza sociale. Sta già avvenendo, ed è per questo che mi affido alle reti locali e private (per tutti quelli che vivono nelle comunità) e alle altre risorse minimali più che ai grandi programmi; servono infatti da ultimo ricorso per coloro che sono precipitati ma che riescono a sopravvivere, anche in assenza di aiuti federali o statali, perché possono operare a scala sufficientemente locale. Questo non significa che io sia favorevole alla frantumazione dei programmi sociali, sicuramente no; e negli ultimi anni ho scritto spesso sull'importanza di finanziare il servizio sanitario universale, il LiHeap (Low Income Home Energy Assistance Program, NdT), i buoni pasto, il WIC (Special Supplemental Nutrition Program for Women, Infants and Children. NdT) e i programmi per disabili e anziani. Ho speso molte energie per difendere tutte queste azioni, ma al tempo stesso ritengo che sia urgente creare reti di emergenza più localizzate.

Per fermare la discesa verso il basso sono utili anche le strategie di autosoccorso. A Cuba, per esempio, l'agricoltura a piccola scala nei centri urbani ha fatto molto (non tutto, anche i beni importati hanno svolto un ruolo importante) per alleviare la fame e le carenze nutrizionali. In Russia, tutte le analisi economiche affermavano che ci sarebbe stata una carestia generalizzata; non c'è stata, in buona parte grazie allo sviluppo di un'economia locale che ha surrogato le carenze di quella a grande scala. In Argentina, raccogliere cartoni ha aiutato 40.000 persone. Durante la Grande depressione americana, un buon esempio secondo me di un quasi collasso, il numero di lavori informali si moltiplicò: il New York Times osservò che nel 1932 in città c'erano 7.000 persone, in gran parte adulte, che lucidavano scarpe, mentre nel 1928 ce ne erano meno di 200, quasi tutti bambini.

Le strategie individuali di sopravvivenza e le reti di sostegno sociale non entrano in conflitto: sono entrambe necessarie, in particolare quando i programmi di accompagnamento sociale sono criticati o accantonati, come oggi negli USA. Da soli non possono dar sollievo alla popolazione o ridurre la portata del disastro, ma insieme possono permettere alla gente di sopravvive, alimentarsi e sentirsi ragionevolmente al sicuro.

In un certo qual senso può sembrare stupido accontentarsi di questo. Ognuno vuole il meglio per se, gli amici, il mondo, i figli: anche io. Disgraziatamente è assai poco probabile che ci sia offerta la possibilità di ottenere molto di più; mi rendo conto che è deprimente dirlo, ed è il genere di affermazione che sconvolge la gente. In un certo senso sarebbe meglio se potessi convincermi che il collasso sarà un fatto positivo; ma non posso. Ci sono esempi di persone capaci di cavarsela meglio se la società è crollata e poi è risorta, ma è lecito dire che a nessuno piace una tale situazione. Il progetto, dunque, mira a evitare che sia troppo dura o mortale.

PalMD pensa che il mio tentativo di condurre una vita sostenibile sia illusorio, e in un certo qual modo ha ragione. Posso documentare con precisione le risorse che uso, perché le ho registrate negli ultimi quattro anni: rispetto alla quantità media statunitense, i sei componenti della mia famiglia producono il 15% delle emissioni casalinghe e il 20% dei rifiuti, usano il 40% di acqua e spendono il 10% in nuovi beni di consumo. La famiglia media americana è composta da 2,6 persone e il nostro uso reale è inferiore al loro, perché siamo sei membri; siccome siamo comunque una grande famiglia il meno che possiamo fare è tagliare al massimo.

Ma tutto poggia su una base di risorse importate, senza le quali le nostre vite sarebbero veramente difficili. La mia speranza è che anche altri si decidano a eliminare gli sprechi energetici (noi ci siamo riusciti, senza grandi investimenti, coi pannelli solari, e altri membri di Riot for Austerity hanno dimostrato che il risultato può essere raggiunto in città e in campagna, da parte di singoli o di famiglie numerose: dunque sappiamo che è fattibile). Ma non m'illudo che la tendenza diventi una moda in grado di salvare il mondo, perché in ogni caso sarà troppo tardi; dovremmo allora ancora dimezzare, più o meno, i nostri consumi energetici.

Oltre alle giustificazioni morali – è la cosa giusta da fare, sappiamo che le nostre emissioni sono una minaccia e dobbiamo quindi ridurle al minimo – a mio parere c'è un'altra ragione per adottare una posizione simile: vi permette di agire sul piano individuale e collettivo allo stesso tempo, di stipare riserve di cibo indipendentemente e di organizzare la vostra comunità in modo da essere sicuri che i vicini possano sfamarsi e che i vostri figli non muoiano di fame. Vi permette di eliminare in parte la pressione quando perdete il lavoro, ma anche di riempire la dispensa quando potete farlo. Migliora la situazione sia durante che dopo il collasso.

Non funziona invece molto bene nelle situazioni estreme, se cominciamo a trattarci come hanno fatto Tutsi e Hutu dagli anni '70 in poi. Se diamo il potere a un governo fascista che condanna ebrei, intellettuali, atei, immigranti... siamo fregati. Le migliori strategie richiedono di frenare ogni volta che è possibile, e mi piacerebbe se fosse possibile farlo prima di collassare, ma mi pare poco probabile. Ritengo invece che la strategia vincente consista nell'agire in modo da avvicinarci il più possibile all'Islanda e il meno possibile al Ruanda.

di Sharon Astyk

Fonte: www.energybulletin.net

24 marzo 2010

Oltre 68 milioni di euro l’anno: è il costo di Montecitorio

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La Camera degli sprechi

Via le malignità. Basta con le cattiverie. Stop al qualunquismo. Anche in Italia c’è un posto di lavoro dove le regole di sicurezza vengono rispettate. Tutte. E non esistono morti bianche. Guarda un po’. Dove è disponibile un medico; dove la mensa non serve piatti vecchi o riciclati. Anzi, vengono effettuati continui controlli sanitari. Dove anche la cura dell’immagine diventa un valore, pari a 307 mila euro l’anno di foto. Sì, esiste, basta farsi eleggere alla Camera dei Deputati, piazza Montecitorio, Roma.
Quindi ecco uno stipendio di quasi 20 mila euro al mese, altri 7 mila per i collaboratori, 2 mila per i viaggi e 5 mila per un affitto. Più tanto, tanto altro. Per scoprirlo è stato necessario lo sciopero della fame di Rita Bernardini, deputata radicale, tenace nel mettere alle corde i tre questori della Camera (“riluttanti a consegnare quanto richiesto, nonostante il regolamento”, racconta la stessa) e a strappare l’appoggio del presidente della Camera “che mi ha scritto: ‘Sarà lo sciopero della fame più breve della storia. Domani avrai quel che chiedi, giustamente. Con stima Gianfranco Fini”. Così è stato. Ed ecco consegnata al popolo una lista lunga 17 pagine, con su scritti tutti i fornitori, i servizi erogati e i prezzi pagati. Risultato? I radicali quantificano in altri 9.000 euro al mese il costo impiegato per ogni deputato “nemmeno al Grand Hotel un ufficio costerebbe così tanto!” incalza la Bernardini.
Ecco alcune delle voci: quasi 7 milioni di euro per la ristorazione, comprensivi anche del “monitoraggio alla qualità dei servizi” (126 mila euro); oltre 600 mila per il noleggio delle fotocopiatrici; 400 mila per “agende e agendine”, 292 mila per la somministrazione cartoncini, carte e buste personalizzate, 300 mila per i corsi di lingue. Fino al vero “gruzzolo”, composto da oltre 51 milioni per le locazioni: “Sono gli uffici a disposizione per ognuno di noi – continua la radicale. Sono dislocati attorno a Montecitorio, e lì abbiamo a disposizione tutto quanto è necessario”. E di più, ancora. “Non solo, dentro il personale svolge lo stesso ruolo dei commessi della Camera, ma con uno stipendio, e benefit, decisamente inferiori: 800 euro al mese. Li vedo arrivare la mattina presto vestiti con tuta e armati di strofinacci per le pulizie. Quindi si cambiano, indossano gli abiti ufficiali, ed ecco la rappresentanza. Assurdo. Soprattutto perché gli uffici vengono utilizzati pochissimo”. Già, la Camera lavora tre giorni la settimana, dal martedì al giovedì, e molti deputati arrivano da fuori, quindi non restano a Roma durante il periodo di inattività.
Comunque, protagonista alla voce “canone di locazione” è la società Milano 90 Srl, con ben quattro lotti assegnati per la cifra complessiva di circa 45 milioni. “Fa capo all’imprenditore Scarpellini, prosegue la Bernardini. È un costruttore romano, impegnato nella realizzazione di un quartiere alla Romanina e dello stadio della Roma calcio. Ah, comunque, le posso dire anche un’altra cosa: i lavoratori suddetti, nonostante lo stipendio da fame, sono segnalati dai partiti stessi. Insomma, c’è una sorta di lottizzazione. Nella lista consegnata ci sono anche altre voci interessanti”. Vero. Sotto la categoria “manutenzioni” finiscono le punzonatrici: per la loro efficienza, solo per quella, la cifra è di quasi 4 mila euro; o 99 mila per l’arredo verde dei terrazzi, giardini e cortili. E ancora un milione e 200 per le tappezzerie e falegnameria.
Nonostante tutto questo “il bilancio della Camera – conclude la deputata radicale – è omertoso, l’ho detto in aula e lo ripeto: in virtù del principio di autonomia costituzionale, la Camera è esente
da qualsiasi controllo contabile e gestionale esterno”. “Il controllo interno – ricordano i Radicali in un documento – dovrebbe essere esercitato dai questori (...) supportati dal Servizio per il controllo amministrativo, gerarchicamente subordinato al segretario generale, cioè al soggetto che dovrebbe essere controllato. Dunque è lecito dubitare della reale efficacia della funzione di controllo, comunque esclusivamente formale, dato che l’assenza della contabilità analitica non permette di istituire controlli sull’efficienza e l’efficacia della gestione”. Un giro di parole per dire, semplicemente, che chi detta le regole, si giudica; chi emette o assegna un lotto, si auto-controlla. Chi ci guadagna, invece, sorride.

di Alessandro Ferrucci

23 marzo 2010

La pressione fiscale sui ricchi


Si dice che la pressione fiscale sulle grandi fortune non si puó incrementare per non disincentivare gli investimenti e l’iniziativa privata e perché i capitali fuggirebbero in altri paesi con fiscalitá meno forti (fuga che é effettivamente avvenuta dalla Grecia ultimamente). Si ripete con la stessa insistenza che la accumulazione di capitale é una condizione necessaria per l’attivitá economica e il benessere generale. Questi stereotipi fanno parte delle convinzioni piú solide di chi prende le grandi decisioni economiche e politiche e finiscono per essere assunte dall’opinione pubblica. Ma sono un inganno.

Vediamo cosa é successo con le imposte ai ricchi nel paese piú liberale e individualista dell’occidente: gli USA.

Negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, la pressione fiscale sui guadagni piú alti passó dal 25% al 63% nel 1932, come mezzo per combattere la Gran Depressione. Da allora al 1981, cioé per 50 anni, si é mantenuta sempre oltre il 63%, arrivando al picco del 94% nel 1944, come contributo allo sforzo della guerra, e oscillando dal 82% al 91% nei venti anni dalla fine della guerra al 1963. Da Reagan in poi, non fece che diminuire, fino ad arrivare al 35% nel 2009.

Quella lunga esperienza di cinque decenni mostra che la classe capitalista, anche quella piú potente degli USA, puó accettare una pressione fiscale molto alta e che imposte cosí alte sono compatibili con la crescita economica. Nei 50 anni in cui la pressione fiscale negli USA si mantenne oltre, o molto oltre il 50% a carico della parte piú ricca, furono anni di massima prosperitá per quel paese. Quelle tasse potevano servire per migliorare lo stato sociale e i servizi pubblici a beneficio dei piú poveri, se i bilanci delle guerre non avessero fatto la parte del leone nel mangiarsele. Peró quello che ci interessa qui é provare che in 50 lunghi anni la classe capitalista della prima potenza del mondo accettó una pressione fiscale che ora molti dicono del tutto proibitiva e insensata.
La percentuale massima per la IRPEF in Spagna fu posta al 43% nel 2008, quella per le societá (IRPEG) al 30%, cinque punti in meno rispetto alle percentuali del 2000 e non c’è nessun segnale di volerli aumentare.

Un altro stereotipo é che le differenze sulle varie fiscalitá aumentano la fuga di capitali in paesi con minore pressione. Peró questo succede da quando si eliminó il controllo sui cambi e si installó una libertá totale di circolazione dei capitali. Limitiamo o eliminiamo questa libertá e scomparirá la minaccia di fuga di capitali. Non é una fantasia e non é impossibile: é qualcosa che é giá successo e neanche tanto tempo fa. Basta guardare agli anni anteriori alla controrivoluzione neoliberale degli anni settanta. Un giorno si dovrá avere il coraggio di tornare a certe regolamentazioni.

Il terzo mito é che basta con lasciare che si accumulino benefici senza limiti perché l’economia funzioni e tutti ci guadagniamo (la teoria del Trickle Down Economic della scuola di Chicago). Cosí si giustifica la libertá che si concede ai capitali di uscire dall’economia di un paese e delocalizzare, al prezzo della deindustrializzazione di regioni intere e la condanna di migliaia di persone alla disoccupazione (sulla base della sacra libertá del capitale di accumularsi) mentre la realtá e che nel mondo c’è un’enorme incremento di liquiditá. La sovraccumulazione é proprio la causa della speculazione: sulle monete, sul debito dei paesi, sugli immobili, sul petrolio, gli alimenti… Si cercano rendimenti altissimi che non si trovano nell’economia produttiva. Viviamo in un sistema malato che sacrifica tutto all’accumulazione di denaro che non solo é inutile ma dannosa.

Questi tre miti fanno parte dello stesso insieme, che si dovrebbe abbordare con misure combinate come: forti gravami fiscali sulle grandi fortune; armonizzazione delle imposte nell’intera UE; limiti ristretti sulla circolazione di capitali; eliminazione dei paradisi fiscali; armonizzazione verso l’alto dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali nella UE. Il denaro che va alle classi popolari genera una domanda di beni e servizi che é la base di una economía sana, mentre quello che finisce nei portafogli dei ricchi alimenta solo il potenziale speculativo. Alcuni settori popolari si lasciano abbindolare dai fondi di investimento e dalle pensioni integrative solo quando li si minaccia con il fallimento dello Stato Sociale, cosí hanno ingannato gli spagnoli e molti europei negli ultimi 15 anni. Il sistema fa gesti demagogici, come la richiesta al FMI da parte del Consiglio D’Europa (11/12/2009) di una tassa Tobin per le transazioni finanziare speculative per raccogliere un po’ di soldi. Ma sono solo gesti che danno ragione a chi pensa che sono misure che gli convengono, perché si potrebbe fare molto piú di quello. L’aumento delle tasse ha iniziato ad essere nell’agenda europea giá dall’ultima estate, favorita da paesi come Svezia e Finlandia, con una lunga tradizione di alta pressione fiscale coniugata a prosperitá e buoni servizi pubblici.

Nel nostro paese, il dibattito sulle pensioni e sulla sostenibiltá dello Stato Sociale non puó e non deve lasciare questi temi al margine. Centrare le riforme sul mercato del lavoro o sull’aumento dell’etá pensionabile é una nuova aggressione contro i i diritti da parte della oligarchia internazionale del denaro e dei suoi seguaci.

Joaquim Sempere (Professore di Teoria Sociologica e Sociologia dell’Ambiente dell’Universitá di Barcelona)

02 aprile 2010

Il web sostituirà i partiti?

http://www.antoniocicerone.com/blog/wp-content/uploads/2009/03/corso-siti-web.jpg

L'opinione di Donatella Campus, docente di scienza politica

Forse è dai tempi d Tangentopoli che la professione del politico non scendeva così in basso nell'indice di gradimento. Solo che nel '92, a differenza di oggi, c'era un Paese capace di indignarsi, sensibile alla questione morale, almeno in parte disponibile a concedere qualche chance alla rigenerazione della politica. Quasi vent'anni dopo rimane soltanto l'antipolitica. L'astensionismo che stavolta ha raggiunto livelli da record per questo paese, è un segnale grosso come una montagna. Il distacco, la disaffezione, anzi l'insofferenza da saturazione per la "casta politica" sono diventati cultura di massa.

Ma anche chi non si astiene e decide di votare, sceglie in maggioranza di dare il proprio voto a forze che hanno l'apparenza di non essere partiti "tradizionali". A forze e personaggi che, a torto o a ragione, sono percepiti dall'opinione pubblica come estranei al "giro" della politica. Come la Lega, vista come un partito dalle mani pulite, al di fuori dei giochi, non contaminata dal potere. Anche se è al governo nazionale e in quelli locali. Anche se ormai sono lontani i tempi in cui era un movimento e se, nel frattempo, ha sfornato un ceto politico a tutti gli effetti, un esercito di parlamentari, ministri e amministratori locali. La Lega vince perché i suoi militanti stanno sul territorio e tanto basta a distinguerli dai politicanti di professione, a farli apparire "gente come noi", "del popolo". Analogo discorso si potrebbe fare per l'Italia dei Valori, cresciuta sull'onda dell'indignazione per la casta politica, guidata, non a caso, da un leader come Di Pietro prestato alla politica dalla magistratura. Anche a sinistra - è il caso del vendolismo - si vince con l'immagine di un leader che per ricandidarsi ha dovuto lottare contro gli intrighi di potere dall'alto. A prevalere, qui e là, sono insomma le varianti dell'unica narrazione oggi vincente, che individua nella politica e nel suo sistema il Vecchio da abbattere in nome del Nuovo.

Ma il caso più eclatante di antipolitica che fa politica - e con discreto successo - è quella del Movimento cinque stelle, la lista targata Beppe Grillo che ha raccolto l'1,7 per cento su base nazionale, con picchi sorprendenti come il quattro per cento in Piemonte e il sette in Emilia-Romagna. Un fungo spuntato dal nulla, a detta di molti opinionisti. Un fenomeno nato dalla Rete, nei blog e nei social network. Fino a ieri l'altro Giovanni Favia, capolista del movimento grillino in in terra emiliana, era uno sconosciuto e nessuno avrebbe potuto prevederne il successo nei panni dell'outsider in una regione in cui il tradizionale sistema di potere locale del Pd sembra privo di alternative.

Il "grillismo" è stato definito un movimento antipolitico. Non tanto perché chi vi si riconosce sia privo di senso civico, quanto perché esso raccoglie gli umori di una parte di elettorato sensibile sui temi etici e ambientali, ma indisponibile a votare uno qualunque dei partiti riconducibile al "sistema" politico. Al punto da presentarsi come un modo "nuovo" di fare politica che sostituirà definitivamente i vecchi partiti.

«Siamo la Lega del terzo millennio. Noi e loro siamo gli unici radicati sul territorio», ha detto Beppe Grillo nelle interviste a caldo dopo i risultati elettorali. E' il web, appunto, la nuova organizzazione che per i grillini cambierà la politica. «C'è la rete... noi siamo il contrario di tutti i partiti. Lo abbiamo visto tutti come sono stati scelti i candidati alle regionali. La gente è stata tenuta fuori. I nostri candidati sono specialisti scelti dalla rete. E su internet ogni persona vale uno, io come qualsiasi altro iscritto al Movimento Cinque Stelle. La rete è democrazia e trasparenza».

Internet, si dice, ha cambiato tutto, ha trasformato il modo in cui le persone si informano e comunicano tra loro, senza che i partiti se ne accorgessero.Il web è il Nuovo che avanza. La Rete, i blog, i social network sono le nuove autostrade digitali della conoscenza lungo le quali, ogni giorno, migliaia di persone si scambiano informazioni e formano le loro opinoni in autonomia e senza rapporti di gerarchia tra alto e basso. Perciò il vecchio sistema della politica - è la conclusione del ragionamento - non può continuare come prima. C'è chi vede in Internet, in virtù di questa previsione, «la panacea del male che attanaglia molte delle democrazie contemporanee, ovvero apatia, disaffezione nei confronti della politica, scarsa partecipazione attraverso i canali convenzionali come il voto e l'iscrizione a partiti e associazioni». Della questione si è occupata Donatella Campus, docente di scienza politica, nel saggio Comunicazione politica. Le nuove frontiere (Laterza, pp. 144, euro 16). «Internet riflette lo stato di cose esistente. Non direi perciò che l'uso politico di internet sia un sintomo di antipolitica. Certo, l'antipolitica c'è, in Italia c'è da sempre. Sono reduce da un convegno in cui si parlava proprio di Achille Lauro come prototipo di Berlusconi. E' chiaro che anche in internet possiamo trovare manifestazioni di antipolitica. Ma non è internet che le produce. Da voce, possiamo dire, a un certo tipo di pubblico che è composto prevalentemente da persone giovani, soprattutto nel caso dell'Italia. Se queste persone hanno un sentimento di insofferenza nei confronti della politica lo esprimono lì. Internet ha offerto oltre al menu di canali di partecipazione già esistenti, un ulteriore modo di partecipare. Ma questo non significa dire che sarà l panacea di tutti i mali. E'solo un'opportunità».
Fino a che punto però la discussione nei blog e nei forum può sostituire i canali tradizionali di partecipazione alla politica? Internet è davvero un'alternativa ai partiti - che tra l'altro soffrono di crisi di iscrizioni, di militanza e di radicamento nei territori? «Internet sta cambiando in prospettiva il rapporto tra partito e simpatizzanti. Forse in Italia lo vediamo meno che altrove. Ma il caso Obama e anche quello di Ségolène Royal in Francia internet ha cambiato la modalità di selezione del candidato alla presidenza. Però, secondo me, la rete non sostituirà i partiti, ma li andrà a integrare. Il che significa che i partiti dovranno evolversi fino a considerare internet come una propria manifestazione naturale. Mi spiego: internet rappresenterà il feedback che cambierà la forma organizzativa dei partiti. Ne dovranno tenere conto per sopravvivere. Non solo come strumento per comunicare durante le campagne elettorali, ma come modello di relazione più paritario. Un partito strutturato dall'alto verso il basso farà più fatica a utilizzarlo.

Il Pdl, ad esempio, non è un partito che va molto su internet. Non ha neppure interesse a farlo. I partiti del domani dovranno, da un lato, riscoprire i territori, e dall'altro, imparare a usare internet. Sono entrambi un tipo di relazione orizzontale, porta a porta. Il momento mediatico puro, la televisione, è destinato a essere sorpassato. Per ora funziona ancora bene, ma è un colpo di coda. Sono processi lunghi». Però c'è anche il rischio che attraverso la rete l'approccio alla politica non avvenga più nello spazio sociale della piazza, nella sfera delle relazioni concrete, ma nella dimensione privatistica del proprio schermo. «Internet dà la possibilità di partecipare alla politica anche senza scendere in piazza, rimanendo seduto davanti allo schermo. Vero. Però a volte funziona anche come passaggio intermedio. La comunicazione prende forma in rete e poi esce. Non è scontato insomma che il web produrrà un'atomizzazione. Se è per questo, la televisione ha diminuito le capacità associative e partecipative - come diceva Robert Putnam. Uno se ne può stare chiuso in casa a guardare la tv. Al confronto internet è un luogo di potenzialità. I segmenti di pubblico si possono anche mettere assieme. Non si può dire che internet sia il motore primario della segmentazione, piuttosto quest'ultima è riflesso di un fenomeno più complessivo». Un fenomeno presente soprattutto nei blog dove a discutere degli stessi temi si ritrovano spesso persone che la pensano allo stesso modo. Simile col simile. Ma così non passa una visione frammentata, parziale della realtà? «Questo accade, ma non è scontato. La frammentazione esiste, ognuno segue il filo dei propri interessi. Anche qui, però, internet segue il trend».
di Tonino Bucci

La Storia non si dimentica, si subisce. Il caso della Lega

In tutta la gloriosa guerra garibaldina per la "liberazione delle due Sicilie" (... che suona come l'esportazione della democrazia dell'America di Bush in Iraq ... cioè una palla confezionata su misura per i tanti idioti incapaci di pensare in proprio ...), in tutte le mitiche battaglie (Calatafimi, Milazzo, etc..) in cui i "liberatori" si trovarono al cospetto dei difensori borbonici, questi ultimi, un moderno esercito di centomila uomini, subirono otto morti e diciotto feriti ....

Si, avete capito bene: otto morti e diciotto feriti in tutti quegli scontri che i libri di storia ci raccontano essere stati all'ultimo sangue ...

Nelle battaglie vere (ad esempio a Solferino e San Martino), i morti si contavano a migliaia ... i campi restavano allagati dal sangue dei caduti per giorni e, proprio a San Martino, fu tale l'orrore per i numerosissimi morti e feriti, che si decise di istituire la Croce Rossa: un organismo super-partes che si incaricasse delle migliaia di caduti.

Non nelle epiche battaglie garibaldine ... li si vinceva a tavolino ...

Voglio dire che, se uno non è proprio completamente cretino, capisce da solo che l'esercito borbonico non ha combattuto ... e quando i garibaldini le stavano "per prendere", i generali borbonici facevano suonare le trombe della ritirata ... e Garibaldi vinceva ...

La barzelletta che circolava, difatti, era che più di Garibaldi, poterono i trombettieri borbonici a sconfiggere l'esercito di Francesco II.

Perché, dunque, i generali "sudisti" preferirono "perdere"?

Per soldi ... per promesse di futuri benefici ... per mafia.

Cavour, uno spericolato intrallazzatore e speculatore di Borsa, mandò i suoi agenti segreti a ... trattare con la nascente mafia ... iniziando una pratica che, da allora, non si è mai fermata: appoggiarsi alla criminalità organizzata del Sud per "acquisire" consenso e potere da spendere al Nord (basti pensare ai nostri ultimi 17 anni, dal 1993 ad oggi).

E grazie alle generose "provviste" di denaro messe a disposizioni dagli inglesi e dai massoni, gli agenti di Cavour comprarono quasi tutti i generali "nemici" ... che consentirono a Garibaldi di passare alla storia come un grande condottiero ... lui, un ladro di cavalli che portava i capelli lunghi per nascondere l'orecchio mozzato in Sud America ... dalla polizia locale che l'aveva preso con le mani nel sacco (a rubare cavalli) ...

Ma com'era il Sud prima dell'invasione del 1960?

Alla fiera di Parigi del 1856, il regno delle due Sicilie fu "riconosciuto" essere la terza "nazione" più ricca del mondo ... già, una "nazione" ... da ben 14 secoli. Dalla caduta dell'Impero romano, gli stati del Sud Italia erano "nazione" ... e insieme all'Inghilterra erano la più antica "nazione" europea. La prima "costituzione democratica" del mondo, fu promulgata proprio nella "nazione Sud Italia".

Il centro-nord Italia, invece, nello stesso periodo, era stato sempre frantumato in piccoli staterelli.

Napoli era la seconda città europea per abitanti ed eccelleva nelle arti, nell'industria, nella marina (la marina mercantile era la seconda al mondo e quella militare la terza) e ... nell'economia.

A Napoli nacque la prima scuola Universitaria di economia del mondo ... la famosa scuola napoletana che avrebbe influenzato l'intero pensiero economico mondiale.

La Borsa delle merci era la seconda in Europa e quella valori la terza ... e già allora, i nobili si "occupavano" di investimenti e trading ...

I titoli di stato del Sud quotavano 120 (rispetto al valore nominale di 100), mentre quelli piemontesi 70 (sempre rispetto ad un nominale di 100) ... e questo, meglio di ogni altro indicatore, la dice lunga sullo stato dell'economia e della finanza al Sud ed al Nord.

Le tasse al Sud erano le più basse d'Europa (20% in meno di quelle francesi e 30% in meno delle inglesi), mentre al nord, i Savoia imponevano tasse altissime (le più alte d'Europa) per finanziare le tante guerre perse, e per potere ... rubare di più (forse non loro direttamente, ma certamente i loro "cortigiani" e "soci").

Ma sapevano i Borboni dell'imminente invasione?

Certo, non erano mica cretini ... tutti lo sapevano: la notizia circolava da tempo anche sui giornali.

Mandarono i loro ambasciatori a chiedere aiuto in tutta Europa e ottennero promesse, impegni, alleanze ... ma nessuno si mosse quando Garibaldi sbarcò a Marsala ... anzi, si mossero gli inglesi ... ma per aiutare gli "italiani" del Nord.

E non solo gli inglesi: tra le file degli "invasori" si contavano migliaia di ungheresi, boemi, marocchini, serbi, francesi, spagnoli, olandesi ... c'era pure qualche scandinavo ... mancavano solo gli ... italiani ... se si escludono gli avanzi di galera al seguito di Garibaldi.

Erano tutti li per inseguire il miraggio della ricchezza ... saccheggiavano tutto ciò su cui potevano mettere le mani ... portavano via anche le posate ... i piatti ... le lenzuola. E naturalmente stupravano le donne.

Il miraggio dell'Unità d'Italia, se c'era, interessava una piccola minoranza di "romantici" ... tutti gli altri erano volgari ladri.

Francesco II, capì subito che era tutto perso quando la sua flotta, la terza d'Europa, non "fermò" i tre piroscafi garibaldini.

E perché sbarcarono a Marsala?

Perché a Marsala abitavano più inglesi che siciliani: gli piaceva quel vino carico di zuccheri arricchiti dal sole, e adoravano i piccioli che facevano con il commercio di zolfo di cui quella terra era ricca.

I Borboni gli avevano fatto causa (perché volevano fargli "pagare" parte dei profitti) ... loro la vinsero e se la legarono al dito ...

Quando Cavour gli comunicò che il Piemonte non poteva rimborsare i titoli del debito pubblico in mano inglese ... lo incoraggiarono a "impadronirsi" dell'oro dei Borboni (un po come hanno fatto le Banche italiane con Callisto Tanzi). E per essere certi che i Savoia non facessero casini (avevano perso tutte le guerre e, quindi, non davano molto affidamento) misero la loro flotta a disposizione, fornirono il denaro necessario per corrompere i generali borbonici e si incaricarono di arruolare "schiere" di avventurieri in ogni angolo d'Europa.

Francesco II, dunque, sapeva ... tutti lo sapevano ... anche se i cugini "piemontesi" (i Borboni ed i Savoia erano cugini) negarono fino all'ultimo di essere coinvolti in quella "vile aggressione" (furono queste le parole testuali usate da Vittorio Emanuele II).

Prima del 1860, dunque, il tenore di vita al Sud era molto più alto del Nord ... le industrie meridionali erano all'avanguardia in molti settori e facevano una concorrenza spietata (e vincente) a quelle settentrionali.

Vinte a tavolino le "epiche" battaglie garibaldine e fatta l'Unita d'Italia, finalmente i Savoia si manifestarono mandando i loro "sbirri" a "civilizzare" il meridione ...

Le fabbriche furono distrutte ... gli operai fucilati ... e tutto ciò che c'era di buono ed all'avanguardia fu trasportato al Nord. In un colpo solo si eliminarono dei temibili concorrenti e ci si appropriò delle loro ricchezze materiali ed intellettuali.

L'industria del Nord, che non era mai riuscita a decollare, finalmente decollò.

Come vi sembra questa "verità storica" al cospetto della "minchiata" che è circolata negli ultimi 150 anni che il Sud è indietro perché i meridionali non sanno fare un cazzo ...?? Quante volte avete sentito questa stronzata (da bambini mongoloidi) che la miseria del Sud risale addirittura alla caduta dell'Impero romano ...??

La verità documentata è che il Sud è stato prima derubato e poi (per evitare possibili concorrenze) mantenuto DELIBERATAMENTE in condizione di inferiorità ...

Nonostante le rapine ... il milione di morti ... i cinque milioni di emigrati ... ancora 30 anni dopo l'Unità (quindi nel 1890) il tenore di vita nel Sud era allo stesso livello del Nord (ricordiamoci che prima del 1860 era nettamente superiore) ...

Solo nel 1920 i "nordisti" riuscirono a fare arretrare il Sud del 15% (rispetto al nord); poi arrivò Mussolini e compì il capolavoro ... quel poco di Industria che era rimasta lo trasferì al Nord ... e ai meridionali promise un ... "posto al sole" in Africa.

La differenza tra Nord e Sud si amplificò ... e così rimase fino ai giorni nostri.

Ora capitemi bene: a tutti quelli (mi riferisco ai leghisti dichiarati e a quelli "in pectore") che vanno ripetendo il famoso ritornello che i meridionali sono "geneticamente" inferiori ... che sanno solo lamentarsi e che non sanno darsi da fare ... si può solo rispondere che l'unica cosa che è geneticamente certa ... è la loro ignoranza.

Hanno impiegato gli ultimi 150 anni a coltivarla e nutrirla e, oggi, primeggiano a livello mondiale.

Un meridionale serio ed intelligente, con tremila anni di patrimonio culturale in dotazione genetica, non si "berrebbe" mai le minchiate dei 100 000 fucili bergamaschi pronti a sparare, delle sacre acque del Po dove ci sarebbe lo spirito (celtico?) del Nord, e tutto l'armamentario di supercazzole che solo una grande ignoranza può alimentare e nutrire ... li occorre la stupidità di chi, da secoli, non è abituato a pensare, né a leggere ... men che meno a ragionare.

Andatevi a leggere cosa gli austriaci pensavano dei sudditi "lombardi": ... "chiagni e fotti" ... eterni piagnoni, lavativi, ladri ed inaffidabili ... Esattamente ciò che i lombardi oggi pensano degli extracomunitari.

Si può fare una stima (approssimata per difetto) della "rapina" ai danni del Sud?

Certo: l'oro che i "piemontesi" prelevarono dalle Banche del Sud ammontava a circa 1500 miliardi di euro di oggi. I beni confiscati (immobili, terreni, macchinari, etc..) circa 1300 miliardi di euro e gli altri beni immateriali (brevetti, know how, etc..) circa 200 miliardi di euro. Totale: 3000 miliardi di euro; il doppio del Pil italiano odierno e poco meno del doppio del debito pubblico.

In parole povere: i piemontesi che erano con le pezze al culo come lo Stato italiano di oggi (debito pubblico superiore al Pil), ripianarono quel loro immenso debito e gli restarono molti altri piccioli per fare altre guerre e per investire "pesantemente" nel famoso triangolo industriale (Genova, Torino, Milano) ... che, finalmente, decollò.

Non solo: dal 1860 in poi, il Sud (che abbiamo visto aveva il sistema fiscale più leggero d'Europa) fu sovraccaricato di tasse che, di fatto, vennero tutte dirottate al Nord .... (le spese statali a Napoli erano 200 volte inferiori che a Milano, ma le tasse erano maggiori).

Il Sud, dunque, fu "spogliato" delle sue ricchezze subito, e caricato di tasse per gli anni a venire. Praticamente: fu prima "annientato" nel suo capitale umano, quindi "derubato" di tutte le sue ricchezze accumulate, e poi "sfruttato e spremuto" come uno schiavo.

Com'era la storia di ... Roma ladrona??

La verità storica e che le vere "ladrone" furono Torino (sede dei delinquenti che "idearono" quella rapina) e Milano (dove i soldi, in massima parte, furono investiti).

Ed è, francamente, ridicolo che i ladroni storici conclamati ... si lamentino (oggi) esattamente della stessa cosa che loro hanno già fatto (allora) ed a cui devono la propria fortuna.

Picciotti .... un po di pudore per piacere ....!!

A chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, suggerisco: "Terroni" di Pino Aprile ... è l'ultimo uscito ed è meticolosamente documentato e ben scritto. Se conoscete qualche leghista (di quelli pateticamente ignoranti), suggeritegli di leggerlo: gli risparmierete di continuare a fare le figure del cazzo che sistematicamente fa quando, restando serio, spara quelle sue solite, colossali minchiate.

g.migliorino

01 aprile 2010

Il fenomeno Grillo, ma per chi?

I blog al posto delle sezioni Grillo-boys, rifugio dei delusi
Alle prime proiezioni "spaventose, incredibili", il bolognese Giovanni Favia, il grillino più votato d'Italia, è corso a comprarsi una cravatta nera: "ora devo essere elegante". Il grande momento è giunto. Il partito cinque-stelle passa dal folclore alla storia, dove c'erano sfottò ora c'è timoroso rispetto, anche paura. Sette per cento in Emilia Romagna, 4 in Piemonte, 400 mila voti in cinque regioni, quattro consiglieri eletti. Increduli loro per primi. "Per non montarci la testa andremo avanti a testa bassa". Dal V-day agli emicicli in soli tre anni: l'incubo dell'"antipolitica" si materializza, i ruba-consensi terrorizzano la sinistra. La Bresso recrimina: "erano voti nostri", Bersani apocalittico: "sono la cupio dissolvi della sinistra". E Beppe Grillo se li mangia con un marameo: "Bersani delira, rimuovetelo da segretario" commenta al telefono, tono più trionfale che aggressivo, "questi partiti sono anime morte, vagano in attesa di scomparire. I danni se li fanno da soli, e non hanno capito ancora niente di noi. "Grillo chi è?" diceva Veltroni, che per il Pd è stato come il meteorite per i dinosauri. Ora loro sono in estinzione e noi siamo il futuro".

Alt, fermi, non facciamo l'errore. Il profilo del comico genovese è potente, ma il nuovo sta nascosto nella sua ombra. Il "MoVimento 5 stelle" (la V maiuscola e rossa è quella del vaffa) non vuole essere il partito di un solo uomo: "Grillo è solo il detonatore, la dinamite siamo noi", rivendica Favia. E neppure il megafono dell'esasperazione, "se c'è qualcuno che fa marketing dell'urlo non siamo noi" (questa è per Di Pietro); e se gli parli di "voto di protesta" Favia si spazientisce, "protesta è il 10% di astensionismo, noi abbiamo portato voti alla democrazia". No, dal cappello delle urne è uscito un coniglio più carnoso del previsto. Una novità antropologica nella politica italiana che può travolgere chi la sottovaluta. I "grillini" esistono, guardate le loro foto sui loro siti Internet, leggete le loro date di nascita, tante post-1970, sbirciate le loro biografie, i loro mestieri urbani e terziario-avanzati, con un'eccedenza di quelli tecno-informatici. Da dove vengono? Chi va sui cinquant'anni esibisce qualche medagliere militante (radicali, noglobal, post-comunisti), ma quelli sotto i trenta sono una strabiliante antologia di micro-cause: la battaglia per il latte crudo, l'associazione "Novaresi attivi", il comitato "Vittime del metrobus", gli anti-inceneritore, quelli che fanno "guerrilla gardening" o la dieta a km zero... Sono, forse, ciò che i Verdi italiani non sono mai riusciti ad essere: pensatori globali e agitatori locali.


Sono, certo, un ceto politico, siedono già in decine di consigli comunali, spesso piccoli centri. Ma sfuggono ai profili tradizionali, sono corpi bionici della politica, ibridi di vecchio e nuovo. Non si incontrano in sezione ma in un blog, però non vedono l'ora di scendere in piazza; si contano orgogliosi come nei vecchi partiti (Grillo: "sessantamila ora, duecentomila fra due anni"), ma iscriversi è facile come fare un log-in al sito, la tessera è una password e non costa nulla perché "la gratuità rende bella la politica". Credono nella Rete come mito catartico: lo scrigno della verità che smaschera ogni complotto. Sono un incrocio di boy-scout e cyber-secchioni, volontari e computer-dipendenti. Grillo si fa semiologo: "È un movimento wiki". Come Wikipedia, l'enciclopedia online che chiunque può scrivere e modificare. L''assemblearismo ora è "contenuto generato dall'utente". La delega elettorale, "mandato partecipativo", l'eletto promette di essere solo il "terminale istituzionale" che inietta in consiglio le opinioni del movimento. "Abbiamo eletto ben due virus!", esulta il piemontese Vittorio Bertola, ed è ovvio che non pensa al bacillo influenzale ma ai virus informatici, che mandano in tilt un intero sistema operativo. "È qui che siamo avanti", Grillo si anima, "con noi non governa un consigliere, governa un network; con tutto il rispetto per la serata bolognese di Santoro non siamo un anchorman in tivù, siamo una rete di persone".

Le stelle grilline, però, sono spesso stelle comete, il loro impegno brucia intensamente e per poco, il ricambio è altissimo, ma se qualcuno ci dà dentro si vede: dietro il record del 28% di Bussoleno, ad esempio, c'è la lotta anti-Tav. Ma il vero salto di qualità che fa paura a Bersani è avvenuto proprio là dove i grillini non ci sono. Nell'hinterland bolognese, a Granarolo o Castenaso dove strappano il 10%, nessuno li ha mai incontrati di persona, neanche chi li ha votati. Chiedi perché l'hanno fatto, rispondono "Perché il Pd...". Rifugio dei delusi, ultima risorsa prima dell'astensione, messaggio di protesta senza rischio: "votare Lega non ci riesco, loro invece...". La loro presenza ha bucato i media. Gli elettori li conoscono. Leggete le interminabili liste di commenti dei loro blog, ce n'è una quantità che cominciano come Paolo: "Da anni non votavo...". E anche tanti che vibrano di un'eccitazione dimenticata, come Alessio: "Per la prima volta ho votato con gioia". Ho visto anche degli elettori felici: di questi tempi, da non crederci.

di MICHELE SMARGIASSI


31 marzo 2010

Elezioni e finanza

1. Farò solo qualche battuta sulle ultime elezioni regionali (per poi parlar d’altro) che sembrano aver rafforzato il governo di Centro-Destra, sebbene con l’ingombro della Lega divenuta un soggetto politico sempre più pesante all’interno della coalizione guidata da Berlusconi.
L’ultima tornata elettorale può essere ben definita quella del “pisello”, a sinistra come a destra. A sinistra, viene in evidenza quello floscio e un po’ sibilante (inteso come difetto di pronuncia) di Vendola che si riconferma governatore della Puglia nonostante la tempesta giudiziaria abbattutasi sulla sanità della regione adriatica e in barba al tiro “mancino” giocatogli da D’Alema, il quale avrebbe preferito vedere Nichi a capo dell’arcigay ma non del suo feudo. A destra prevale il pisello inturgidito e agitato come un bastone nell’aria padana (e ora anche oltre) della Lega che conquista le grandi regioni del Nord dove, ha già detto, metterà in pratica quel federalismo economico e sociale i cui strumenti di attuazione sono stati ampiamente forniti dal Governo.
Certo, controllando il Veneto e il Piemonte, facendo valere tutta la sua forza in Lombardia, il partito di Bossi alzerà la voce, e di molto, in Conferenza Stato-Regioni dando maggiore concretezza a quella parte del suo programma orientata alla devoluzione territoriale che da Roma hanno sempre mal digerito e, a volte, ostacolato.
Quanto alla valutazione sui singoli partiti, il PDL perde qualche consenso pagando così le brutte figure di Roma e le liti interne tra Berlusconi e Fini; il PD sembra reggere nonostante il suo anonimo segretario “intortellinato” dai capibastone delle varie correnti che lo tengono in pugno; purtroppo si conferma e si rafforza l’IDV del torbido spione Di Pietro; il Grillo parlante col suo movimento di esaltati a 5 stelle ottiene una insperata affermazione e ci fa il favore di togliere il Piemonte al Centro-Sinistra; per finire, facciamo le ennesime esequie della sinistra estrema divenuta ormai lo spettro di sé stessa (non quello del comunismo che faceva rabbrividire l’Europa) senza le lacrime di nessuno, nemmeno le nostre.
Per chiudere, il dato sull’astensione che cresce ma mai abbastanza per screditare definitivamente una classe politica che da nord a sud, da sinistra a destra, da un estremo all’altro sta portando il Paese alla rovina per incompetenza e assenza di una prospettiva storica degna di tale nome. Questa, in una epitome certamente non esaustiva, la situazione italiana dopo la chiusura delle urne.

2. Vorrei invece tornare sulla faccenda delle Assicurazioni Generali, in particolar modo sulla nomina del suo nuovo Presidente, rispetto alla quale ci siamo esposti per primi cercando di spiegare quali programmi ci fossero dietro la partita a scacchi dei poteri marci, in lotta per l’individuazione del successore di Bernheim sul Leone alato. Mentre i giornali di regime - questi fogliacci che sono lo specchio del mercimonio delle idee scadute nel fango e nella merda di un paese inabissatosi culturalmente - relegavano la notizia in fondo al loro baratro disinformativo, noi abbiamo cercato di leggere tra le righe e di dare un’interpretazione meno di banale di quello che stava accadendo.
Con le poche informazioni a nostra disposizione, compulsando gli articoli dei vari “esperti” come Giannini, Pons, Panerai, Porro (il migliore tra quelli citati, dipendente non di un padrone, per il quale muovere a comando la propria penna come il resto della compagnia, ma della sua stessa ideologia liberista che gli impedisce di andare oltre il velo economicistico delle cose) abbiamo detto la nostra e alla fine crediamo di non esserci allontanati molto dalla verità.
Certezze che vengono confermate dal sito Dagospia (l’articolo è riprodotto alla fine di questo pezzo) il quale, vivendo della scoperta dei sotterfugi e delle trame che accompagnano quasi sempre le ammucchiate orgiastiche del potere, giochi finanziari inclusi, ne ha fornito una versione meno obnubilata dalla patinatura servile di cui si fregia e ci sfregia l’informazione cammellata nazionale. Un solo mestiere contende al giornalismo la palma di lavoro più sporco e nauseabondo del mondo: il meretricio. Forse a quest'ultimo possiamo riconoscere delle attenuati sociali che al primo, per i danni che causa alla collettività, non dobbiamo nemmeno minimamente sollevare. Ecco cosa scriveva Balzac nel suo magnifico romanzo “Le illusioni perdute” sul verminaio di lacchè senza morale e senza pudore che affolla la carta stampata: “Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è divenuto uno strumento per i partiti; da strumento si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, è senza fede né legge. Ogni giornale è una bottega ove si vendono al pubblico parole del colore ch'egli richiede. Se esistesse un giornale dei gobbi, esso proverebbe dal mattino alla sera la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi. Un giornale non è più fatto per illuminare, bensì per blandire le opinioni. Così, tutti i giornali saranno, in un dato spazio di tempo, vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini; uccideranno le idee, i sistemi, gli uomini, e perciò stesso saranno fiorenti. Essi avranno i vantaggi di tutti gli esseri ragionevoli: il male sarà fatto senza che alcuno ne sia colpevole...Napoleone ha dato la ragione di questo fenomeno morale o immorale, come più vi piaccia, con una frase sublime che gli hanno dettato i suoi studi sulla Convenzione: i delitti collettivi non impegnano nessuno.” Per chi vuol capire che razza di luridume sia la professione giornalistica si rivolga all’intero lavoro del letterato francese, non per niente Engels diceva di aver imparato di più dal reazionario Balzac che da tutti gli economisti messi insieme.
Con la nomina di Geronzi alla guida della compagnia triestina qualcosa dunque cambia nel panorama economico nazionale, in virtù di uno sbilanciamento dei precedenti assetti di potere che iniziano a scricchiolare e a far emergere degli equilibri meno sfavorevoli a Silvio Berlusconi.
Il Cavaliere e Letta hanno indubbiamente interpretato una parte in questa scalata geronziana benché le loro dichiarazioni pubbliche non siano mai scivolate verso alcuna partigianeria definita. La blindatura di Rcs quotidiani con l’entrata nel cda in prima persona di Giovanni Bazoli, Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle, Cesare Geronzi, Piergaetano Marchetti, Antonello Perricone, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera, ci dice però che i poteri putridi si preparano a darsele di santa ragione perché con l’aria che tira nell’agone politico, con la crisi economica che avanza, qualcuno ci rimetterà le penne.

3. Per concludere vorrei segnalare una intervista pubblicata dall’Unità al filosofo Slavoj Žižek che parla ancora di sinistra e di comunismo, nonché della possibilità per gli antisistemici di poter uscire dalla pesante crisi d’identità nella quale sono sprofondati. Žižek propone alla sinistra di essere conservatrice e moralista al fine togliere terreno ai suoi avversari e attaccarli in casa propria, sui temi dove questi irrobustiscono il loro consenso. L’intellettuale sloveno, ultimamente resosi compartecipe di appelli a favore dell’onda verde iraniana, più che conservatore sta divenendo un vero e proprio reazionario filo statunitense. Inoltre, di fogna moralistica, anticamera della corruzione, nella sinistra italiana ne troverà in abbondanza con la conseguenza che i sedicenti progressisti e riformisti del Bel Paese sono i peggiori servi della superpotenza Usa e della sua affermazione in Europa.
In realtà, avremmo bisogno di inventare un’altra morale, di ripercorrere la nostra storia e le nostre differenti identità politiche per costruire ben altro soggetto politico appoggiato ad un solido blocco sociale capace di fare strame di tutta la vecchia merda di destra e di sinistra. Ma questo per Žižek, evidentemente, non è abbastanza intellettualoide e non serve a sfondare nel panorama editoriale.
Qui finisce il nostro requiem per Žižek e per quelli come lui.

LO STRANO ASSE CORRIERE-REPUBBLICA
"Accordo su Generali: Geronzi verso la presidenza. Pagliaro a Mediobanca". Il Corriere delle banche richiama la notizia in prima pagina con un francobollino, poi però la fionda a pagina 50 perché trattasi di roba squisitamente tecnico-finanziaria, priva di qualunque ricaduta politica e di potere.

A babbo morto, Daniele Manca scopre finalmente l'arte del retroscena (tanto i manovratori hanno già manovrato) e critica: "i nostri bizantinismi che un investitore internazionale non capirebbe"; "un percorso simile al totonomine della politica", "un metodo davvero singolare per la definizione dell'assetto di comando della prima compagnia assicurativa e tra le prime tre in Europa". Tutto bene, tutto giusto. Ma a Manca manca il coraggio di estendere le sue osservazioni al metodo che ha portato Pagliaro alla presidenza di Mediobanca. Molto diverso da quello che issato Geronzi sul Leone?
Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi Antoine Bernheim Generali con Cesare Geronzi Mediobanca

Su Repubblica, giornale partecipato dalle Generali e da Unicredit, il vicedirettore Massimo Giannini mastica amaro: "Dal Leone al Gattopardo, così si Blinda la Galassia del Nord". Una lunga articolessa per ribadire che lo sbarco di Gero-vital Geronzi al posto del ragazzino Bernheim "è legato ai guai giudiziari del banchiere a all'intreccio con la politica" e che quindi siamo di fronte a uno scenario di inaudito allarme sociale.

Ok, anche i curatori di questa modesta rassegna sono più o meno d'accordo, ma allora perché affannarsi per le restanti tre colonne a spiegare agli incolpevoli lettori di Ri-pubblica che tanto la presidenza delle Generali è priva di delegehe operative e, insomma, Cesaron deì Cesaroni va a Trieste a svernare e fare un cazzo? (p.15). Che, forse l'ingegner Debenedettoni c'è rimasto un po' male?

Il Giornale di Feltrusconi, che in Mediobanca conta parecchio attraverso Doris e Marina B., e può contare su un ambasciatore di eccezione come Tarak Ben Ammar, si affida a Nicola Porro ("Così Trieste diventa capitale della finanza"). Pezzo intelligente e senza tesi precostituite, che pone l'accento sulla questione chiave: con Geronzi, le Generali diventeranno più autonome da Mediobanca? "Nel tempo si capirà quanto il diffuso azionariato delle Generali si sarà coagulato in mani amiche. Del nuovo presidente", osserva Porro Seduto.

Sulla stessa linea l'interpretazione di Francesco Pallacorda, sulla Stampa (p.27): "Così cambia il Leone con Cesare in sella". "Con 400 miliardi di attivi il ruolo della compagnia può diventare più incisivo. Ma Piazzetta Cuccia vuole mantenere il controllo sulla partecipata".

Smaccata invece la festa di Panerai-ahi-ahi! su Milano Finanza: parte ricordando che da ragazzo Cesare Geronzi manifestò per Trieste libera e va avanti sul filo della liberazione delle Generali da Mediobanca. Poi mette le mani avanti: "i due amministratori delegati hanno bisogno di un consistente supporto e anche i manager di Mediobanca sono d'accordo che al futuro presidente Geronzi siano assegnate, nella tradizione di un potere esecutivo anche del numero uno della compagnia, le deleghe su finanza e partecipazioni".

Cioè, se ha ragione l'Innominabile, due cosette da niente. E nel dubbio il suo lettore non avesse capito da che parte si deve stare, una chiusa patriottica: questa presidenza piena di poteri sarebbe "un presidio da cui garantire l'indipendenza di Generali-Trieste sarà assai più facile".

Gode anche il Sole 24 Ore, che affida a Guido Gentili (p.1) un commento compassato ma felice: "Roma-Trieste passando per il mondo". L'ex direttore salmonato spiega che la doppia presidenza Pagliaro-Geronzi è una "soluzione di sistema" e non dimentica di indicare chi sono i grandi vecchi di questo "sistema" che "alla fine ha tenuto più di altri di fronte alla crisi": Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi.

Alla fine, per trovare due giornali che non abbiano interesse alcuno su questa partita, visto il loro azionariato "puro", bisogna prendere il Cetriolo Quotidiano e il Secolo XIX.
Il quotidiano diretto da Antonio Padellaro, tutto distratto da Santoro & Friends, sottovaluta pericolosamente la notizia ficcandola a pagina 11 e titolandola così: "E' fatta: Geronzi al vertice delle Generali" (p.11). Nel suo pezzo, dopo uno degli attacchi più farraginosi della storia del giornalismo, Alessandro Faieta azzecca però un punto fondamentale: "il nodo non è più lo sbarco o meno di Geronzi a Trieste, ma chi guiderò il patto di sindacato di Mediobanca".
berlusconi silvio debenedetti carlo imago

Anche il giornale genovese, diretto da Umberto La Rocca, non degna la notizia di alcun richiamo in prima, ma pubblica un retroscena dell'ex cetriolista Francesco Bonazzi (p. 15) il cui succo è: i francesi non si sono fidati di Geronzone, e per dargli il via libera formale su Generali volevano essere sicuri di avere in cambio una soluzione negoziata sulla successione in Mediobanca.
G. Petrosillo

30 marzo 2010

Ci hanno convinti a non votare


Non possono esistere dubbi sul fatto che il dato più emblematico uscito (o sarebbe meglio dire mai entrato) dalle urne di queste elezioni regionali di marzo 2010 sia costituito dai quasi 3 milioni e mezzo in più di cittadini che non si sono recati a votare, portando il “partito” dell’astensione a sfiorare il 37%, diventando di fatto il maggiore partito del Paese. Un incremento nell’ordine dell’8%, con punte fra il 14%, il 12% e il 10% in Puglia, Lazio e Toscana, che qualifica il partito del non voto come l’unico reale vincitore di questa tornata elettorale.

Una vittoria, quella del non voto, determinata da una campagna elettorale sincopata, nevrotica al limite del parossismo, giocata esclusivamente intorno allo screditamento dell’avversario, totalmente priva di qualsiasi abbozzo di programma credibile.
Una campagna elettorale nel corso della quale i problemi reali del paese, che si chiamano crisi occupazionale, disastro economico, crollo del potere di acquisto delle famiglie, inquinamento del territorio, sono stati lasciati a margine da parte delle due coalizioni impegnate a contendersi il governo delle regioni.
Una campagna elettorale imperniata sulla violenza verbale dispensata a piene mani, vissuta fra litigi ed animosità al limite dello scontro fisico, sempre incentrati su differenze artificiali e prive di fondamento, utilizzati per nascondere l’assoluta mancanza di differenze reali fra i due poli che si contendono il governo regionale.

Un italiano su tre ha dunque preferito non recarsi a votare nonostante (o forse anche a causa) la quantità industriale di materiale pubblicitario che ha riempito le buche delle lettere, l’ossessiva tempesta delle telefonate a domicilio, la massa dei manifesti ad abbruttire i muri delle città, la marea di “santini” con faccioni sorridenti e cravatte multicolori. Tutto materiale che a dispetto degli sforzi esperiti dagli esperti del marketing è apparso intriso di un vuoto cosmico, tanto era infarcito di slogan demagogici che sarebbero parsi artificiosi anche agli occhi di un bambino di 5 anni e miravano unicamente a fare leva sulla tanto stantia quanto ormai sempre più improponibile scelta di campo fra destra e sinistra.

Anche in Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, la distanza fra i partiti politici ed i cittadini continua perciò a farsi sempre più siderale, dimostrando in maniera inequivocabile l’inadeguatezza di un sistema come quello della democrazia rappresentativa, soprattutto qualora gestito in termini di bipolarismo. Anche il clima da “guerra civile” creato nell’occasione e gli “epici” inviti a scelte di campo presentate come decisive, non sembrano avere sortito l’effetto voluto.
I cittadini stanno continuando ad allontanarsi ed i partiti politici parlano ogni giorno di più un linguaggio alieno a chi vive e soffre nel paese reale, un linguaggio autoreferenziale che ben presto rischierà di trasformarsi in una lingua morta.
Per quanto riguarda i risultati elettorali non sono mancate le sorprese e neppure gli elementi che meritano di diventare oggetto di riflessione.

Il centrosinistra, nonostante l’operato del governo Berlusconi non sia stato fin qui entusiasmante, ha nuovamente subito una sconfitta cocente. Se la perdita di regioni come la Calabria, la Campania ed il Lazio può trovare la spiegazione all’interno degli scandali di varia natura che hanno caratterizzato le amministrazioni esistenti, ben più grave appare la debacle in Piemonte. Dove Mercedes Bresso si è vista costretta a cedere il passo a Cota, nonostante fosse riuscita ad incamerare nella propria coalizione tanto l’UDC di Casini quanto la Federazione della sinistra radicale. E’ indicativo il fatto che l’unica regione “a rischio” nella quale il centrosinistra ottiene un risultato positivo sia proprio quella Puglia dove Nichi Vendola ha difeso con i denti la propria candidatura, imponendo una lista più “di sinistra” rispetto al listone in alleanza con l’UDC che era stato imposto da D’Alema

Le liste 5 stelle di Beppe Grillo hanno ottenuto nel complesso risultati di tutto rilievo, fra i quali spiccano Giovanni Favia in Emilia Romagna che ha ottenuto il 7% e Davide Bono in Piemonte arrivato a superare il 4%, a dimostrazione del fatto che esiste senza dubbio ampio spazio di manovra per chi intenda costruire delle alternative ai partiti politici tradizionali.

L’inesorabile continua discesa del centrosinistra, laddove questo non riesce a proporsi come concreto elemento di alternativa, ma semplicemente come una fotocopia sbiadita di Berlusconi, unitamente al buon risultato delle liste che fanno riferimento a Beppe Grillo e al grande incremento dell’astensione, stanno a dimostrare in maniera inequivocabile tanto il “bisogno” di alternative concrete da parte dell’elettorato, quanto la palese incapacità di esprimere le stesse espresse dal sistema dei partiti.
Proprio questo bisogno di alternative concrete, pensiamo possa considerarsi la vera novità di questa tornata elettorale. Una novità destinata naturalmente ad essere sottaciuta, tanto dal sistema dei partiti ormai incancrenito nella spartizione del potere, quanto dai media mainstream che di quel potere rappresentano uno degli elementi cardine.
M. Cedolin

Ci hanno convinti a non votare


Non possono esistere dubbi sul fatto che il dato più emblematico uscito (o sarebbe meglio dire mai entrato) dalle urne di queste elezioni regionali di marzo 2010 sia costituito dai quasi 3 milioni e mezzo in più di cittadini che non si sono recati a votare, portando il “partito” dell’astensione a sfiorare il 37%, diventando di fatto il maggiore partito del Paese. Un incremento nell’ordine dell’8%, con punte fra il 14%, il 12% e il 10% in Puglia, Lazio e Toscana, che qualifica il partito del non voto come l’unico reale vincitore di questa tornata elettorale.

Una vittoria, quella del non voto, determinata da una campagna elettorale sincopata, nevrotica al limite del parossismo, giocata esclusivamente intorno allo screditamento dell’avversario, totalmente priva di qualsiasi abbozzo di programma credibile.
Una campagna elettorale nel corso della quale i problemi reali del paese, che si chiamano crisi occupazionale, disastro economico, crollo del potere di acquisto delle famiglie, inquinamento del territorio, sono stati lasciati a margine da parte delle due coalizioni impegnate a contendersi il governo delle regioni.
Una campagna elettorale imperniata sulla violenza verbale dispensata a piene mani, vissuta fra litigi ed animosità al limite dello scontro fisico, sempre incentrati su differenze artificiali e prive di fondamento, utilizzati per nascondere l’assoluta mancanza di differenze reali fra i due poli che si contendono il governo regionale.

Un italiano su tre ha dunque preferito non recarsi a votare nonostante (o forse anche a causa) la quantità industriale di materiale pubblicitario che ha riempito le buche delle lettere, l’ossessiva tempesta delle telefonate a domicilio, la massa dei manifesti ad abbruttire i muri delle città, la marea di “santini” con faccioni sorridenti e cravatte multicolori. Tutto materiale che a dispetto degli sforzi esperiti dagli esperti del marketing è apparso intriso di un vuoto cosmico, tanto era infarcito di slogan demagogici che sarebbero parsi artificiosi anche agli occhi di un bambino di 5 anni e miravano unicamente a fare leva sulla tanto stantia quanto ormai sempre più improponibile scelta di campo fra destra e sinistra.

Anche in Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, la distanza fra i partiti politici ed i cittadini continua perciò a farsi sempre più siderale, dimostrando in maniera inequivocabile l’inadeguatezza di un sistema come quello della democrazia rappresentativa, soprattutto qualora gestito in termini di bipolarismo. Anche il clima da “guerra civile” creato nell’occasione e gli “epici” inviti a scelte di campo presentate come decisive, non sembrano avere sortito l’effetto voluto.
I cittadini stanno continuando ad allontanarsi ed i partiti politici parlano ogni giorno di più un linguaggio alieno a chi vive e soffre nel paese reale, un linguaggio autoreferenziale che ben presto rischierà di trasformarsi in una lingua morta.
Per quanto riguarda i risultati elettorali non sono mancate le sorprese e neppure gli elementi che meritano di diventare oggetto di riflessione.

Il centrosinistra, nonostante l’operato del governo Berlusconi non sia stato fin qui entusiasmante, ha nuovamente subito una sconfitta cocente. Se la perdita di regioni come la Calabria, la Campania ed il Lazio può trovare la spiegazione all’interno degli scandali di varia natura che hanno caratterizzato le amministrazioni esistenti, ben più grave appare la debacle in Piemonte. Dove Mercedes Bresso si è vista costretta a cedere il passo a Cota, nonostante fosse riuscita ad incamerare nella propria coalizione tanto l’UDC di Casini quanto la Federazione della sinistra radicale. E’ indicativo il fatto che l’unica regione “a rischio” nella quale il centrosinistra ottiene un risultato positivo sia proprio quella Puglia dove Nichi Vendola ha difeso con i denti la propria candidatura, imponendo una lista più “di sinistra” rispetto al listone in alleanza con l’UDC che era stato imposto da D’Alema

Le liste 5 stelle di Beppe Grillo hanno ottenuto nel complesso risultati di tutto rilievo, fra i quali spiccano Giovanni Favia in Emilia Romagna che ha ottenuto il 7% e Davide Bono in Piemonte arrivato a superare il 4%, a dimostrazione del fatto che esiste senza dubbio ampio spazio di manovra per chi intenda costruire delle alternative ai partiti politici tradizionali.

L’inesorabile continua discesa del centrosinistra, laddove questo non riesce a proporsi come concreto elemento di alternativa, ma semplicemente come una fotocopia sbiadita di Berlusconi, unitamente al buon risultato delle liste che fanno riferimento a Beppe Grillo e al grande incremento dell’astensione, stanno a dimostrare in maniera inequivocabile tanto il “bisogno” di alternative concrete da parte dell’elettorato, quanto la palese incapacità di esprimere le stesse espresse dal sistema dei partiti.
Proprio questo bisogno di alternative concrete, pensiamo possa considerarsi la vera novità di questa tornata elettorale. Una novità destinata naturalmente ad essere sottaciuta, tanto dal sistema dei partiti ormai incancrenito nella spartizione del potere, quanto dai media mainstream che di quel potere rappresentano uno degli elementi cardine.
M. Cedolin

29 marzo 2010

Settemila comuni rinnovabili

Un ottimo esempio di buona amministrazione sul campo delle rinnovabili. L'Italia virtuosa cresce per merito delle amministrazioni locali. Il rapporto Comuni Rinnovabili di Legambiente fa luce sull'impiego di sole, vento, acqua, geotermia, biomasse...
Sono ben 6.993 i Comuni italiani dove è installato almeno un impianto di produzione energetica da fonti rinnovabili. Erano 5.580 lo scorso anno, 3.190 nel 2008. Le fonti pulite che fino a dieci anni fa interessavano, con il grande idroelettrico e la geotermia le aree più interne e comunque una porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti nell’86% dei Comuni. E per quanto riguarda la diffusione, sono 6.801 i Comuni del solare, 297 quelli dell’eolico, 799 quelli del mini idroeletttrico e 181 quelli della geotermia. Le biomasse si trovano invece in 788 municipi dei quali 286 utilizzano biomasse di origine organica animale o vegetale.

Ecco, in sintesi, il quadro dell’Italia sostenibile, rilevato dal rapporto Comuni Rinnovabili 2010 di Legambiente, realizzato in collaborazione con GSE e Sorgenia.
Il rapporto parla di un salto impressionante che si è verificato in Italia nel numero degli impianti installati. Attraverso nuovi impianti solari, eolici, geotermici, idroelettrici, da biomasse già oggi sono centinaia i Comuni in Italia che producono più energia elettrica di quanta ne consumino. Grazie a questi impianti sono stati creati nuovi posti di lavoro, portati nuovi servizi e create nuove prospettive di ricerca applicata oltre, naturalmente, ad aver ottenuto un maggiore benessere e qualità della vita. Queste esperienze sono oggi la migliore dimostrazione del fatto che investire nelle rinnovabili è una scelta lungimirante e conveniente, che può innescare uno scenario virtuoso di innovazione e qualità nel territorio.
Nel 2009 la crescita delle fonti rinnovabili è stata fortissima (+13% di produzione), e dimostra quanto oggi queste tecnologie siano affidabili e competitive – ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, Presidente nazionale di Legambiente –. Ora occorre puntare con forza in questa direzione, capire quanto sia nell’interesse del Paese raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione Europea al 2020 per la riduzione delle emissioni di CO2 e la crescita delle rinnovabili. Per questo siamo preoccupati di fronte all’assordante silenzio che ci sta accompagnando alla scadenza del prossimo giugno, quando l’Italia dovrà comunicare all’UE il piano nazionale per rientrare nell’obiettivo al 2020 del 17% di rinnovabili. I numeri, le storie raccontate da questo rapporto dimostrano che questi target sono a portata di mano, e che la soluzione più intelligente è quella di guardare ai territori: alla domanda di energia da parte di case, uffici, aziende e attività agricole per capire come soddisfarla con le risorse rinnovabili più adatte ed efficienti. Ma soprattutto, le esperienze raccolte dimostrano quanto questa prospettiva risulti già oggi vantaggiosa: coloro che hanno installato impianti solari termici e fotovoltaici o che sono collegati a reti di teleriscaldamento, pagano bollette meno salate in località dove l’aria è più pulita.”.

Il premio 2010 va a Sluderno (Bz), un Comune con poco più di 1.800 abitanti che fonda il suo successo su un intelligente mix di diversi impianti diffusi nel territorio: 960 mq di pannelli solari termici e 512 kW di pannelli solari fotovoltaici diffusi sui tetti di case e aziende, più 4 micro impianti idroelettrici con una potenza complessiva di 232 kW. E un impianto eolico da 1,2 MW, realizzato in “comproprietà” con 3 Comuni vicini. L’impianto è installato nel Comune di Malles è gestito da un Consorzio dei Comuni più alcune aziende elettriche locali. A scaldare le case sono gli impianti da biomasse locali e da biogas, con una potenza complessiva di 6.200 kW termici, entrambi di tipo cogenerativo, allacciati ad una rete di teleriscaldamento lunga 23 km. Questi impianti producono oltre 13 milioni di kWh annua di energia termica per soddisfare il fabbisogno di oltre 500 utenze sia del Comune di Sluderno che del vicino Comune di Glorenza.

Sono state premiate, inoltre, realtà dove attraverso investimenti lungimiranti nelle fonti rinnovabili, sono stati ottenuti risultati che vanno ben oltre la risposta agli obiettivi energetici e ambientali. Un esempio è il Comune di Tocco da Casauria (Pe), dove sono in funzione quattro pale eoliche che complessivamente (con 3,2 MW) permettono di produrre più energia elettrica di quella necessaria alle famiglie residenti. Nel Comune, inoltre, sono presenti 24 kW di pannelli fotovoltaici oltre a grandi impianti idroelettrici. Qui le royalties provenienti dell’eolico hanno permesso al Comune di acquistare lo storico Castello e progettarne la ristrutturazione. Altro esempio è quello del Comune di Maiolati Spontini (An), di circa 5.700 abitanti, che grazie ad un mix energetico fatto di pannelli solari fotovoltaici (135 kW), di un impianto mini idroelettrico (400 kW) e soprattutto di un impianto a biogas da discarica entra di diritto nella categoria “100% elettrici”.

Da quest’anno poi, l’indagine sulle rinnovabili si è estesa alle Province, per le quali, il premio 2010 va a Grosseto per i risultati conseguiti in questi anni e per l’impegno mostrato nello sviluppo delle fonti rinnovabili.

by Gab

25 marzo 2010

Cos'é il collasso, in fin dei conti?

In ogni blog trovate discussioni in corso, spesso aperte da molto tempo, con numerosi commenti e con gente che invece vi si affaccia per la prima volta. Talvolta i lettori hanno un punto di vista contrario al vostro, oppure sono incuriositi o preoccupati per quel che trovano, o magari sono poco interessati; a volte partecipano attivamente, altre volte gettano uno sguardo distratto e se ne vanno. Riuscire a mantenere un giusto equilibrio tra quello che scrivete per i lettori regolari e quello che scrivete per i lettori saltuari è un esercizio sempre molto interessante, che ho dovuto recentemente affrontare: da alcuni mesi mi occupo infatti di blog scientifici e sono entrato in contatto con un mucchio di gente nuova. È un fatto positivo, che richiede però un'attenta calibrazione: che livello di conoscenza devo presupporre? Quanti concetti di base devo spiegare a quelli che non sono esperti, tornando a ripetere cose già note a molti di coloro che invece mi seguono regolarmente?

PalMD ha di recente indicato, e gliene sono sinceramente grato, uno dei siti in cui evidentemente non sto facendo abbastanza per illustrare le mie idee ai lettori. Ha scritto infatti:

E per finire adoro Sharon Astyk su Casaubon's Book...anche se non condivido alcuni punti fondamentali. Mi piace il suo esperimento IRL (In Real Life. NdT) per una vita (illusoriamente) sostenibile, ma la sua concezione di vita sostenibile mi sembra veramente antisociale. È un progetto per sopravvivere da soli a un disastro che distrugga il tessuto sociale. Il post di oggi parla di come far sopravvivere la famiglia creando una riserva di alimenti indispensabili, e quello di ieri parlava di come far in modo che possa profittare di tutto il cibo accantonato. Molto interessante, ma apparentemente poco utile quando si arriva a fine corsa nel mondo reale: prima di cominciare a sbranarsi a vicenda, i componenti di una qualche milizia per la supremazia bianca vi avrà sterminato per il vostro cibo.

Evidentemente sto commettendo qualche errore; tra l'altro quello di dare per scontato che la gente sappia perché dovrebbe fare scorta di alimenti, o mangiare tutto l'anno prodotti locali. PalMD ritiene che mettere da parte alimenti sia roba da apocalisse, e che in ogni caso una decisione di questo tipo sia un fatto personale e non sociale. Entro certi limiti è un principio corretto; ho scritto parecchio sull'apocalisse, un termine che è accompagnato immancabilmente da idee quali "zombie, supremazia bianca, e sciacallaggio per mangiare".

È irritante scrivere un articolo accattivante e ben presentato e ritrovarsi con qualcuno che risponde formulando una lunga e serissima analisi, e mi dispiace doverlo fare. Nel mio caso è proprio quello che mi ha "fatto staccare" il cervello, e gli sono profondamente grato per avermi offerto l'occasione di smetterla con la critica di cui mi stavo occupando e passare a qualcosa di più interessante!

In effetti, il termine "collasso" non presuppone alcuna forma di cannibalismo nella maggior parte delle società civili, che sono ovviamente contrarie al modello "bambino allo spiedo". I taboo contro una simile pratica sono talmente radicati che la maggior parte degli esseri umani preferirebbe morire di fame piuttosto che violarli, come vediamo nelle società con alti tassi di denutrizione (cfr il libro di Margaret Visser: The Rituals of Dinner) in cui il cannibalismo non viene mai considerato una soluzione alla penuria di cibo ma piuttosto una pratica estremamente ritualizzata e attentamente strutturata, spesso associata a una guerra formale. E non deve necessariamente far pensare a Mad Max. Ne ho già parlato nella mia risposta a Zuska , ma ho pensato di usare adesso un approccio più pragmatico: nel nostro secolo, che cosa è veramente successo quando le società sono arrivate al collasso? Ci sono mezzi per ridurre questa follia? Gli eventi storici non possono fornirci una risposta sufficientemente accurata, ma possono almeno offrirci un punto di partenza.

Da questo punto di vista, il "collasso" è in effetti un fenomeno molto comune: le società arrivano a uno specifico livello funzionale, si scontrano con limiti invalicabili (spesso ecologici, come hanno documentato tra gli altri Jared Diamond in "Collapse: How Societies Choose to Succeed or Fail" e Joseph Tainter in "The Collapse of Complex Systems"), e ricadono a un livello funzionale più basso. Quanto più basso, dipende dal modo in cui la società reagisce. Pensiamo per esempio all'Isola di Pasqua. E più di recente Ruanda e Burundi sono ripetutamente piombati in una violenza insostenibile e in guerre civili senza sbocchi, con conseguenze umane terribili e non molto dissimili da quelle di Mad Max.

D'altro canto pensiamo all'ultima società in ordine di tempo ad aver collassato: l'Islanda. Nel 2008 e l'isola, che era diventata estremamente ricca e prospera, ha conosciuto un crollo economico i cui effetti si fanno ancora sentire. Quello bancario è stato il più grave, se si rapporta alle dimensioni del paese, mai registrato nella storia economica.

Gli avvenimenti islandesi rassicureranno certamente la gente che si preoccupa all'idea di un collasso: la situazione era diventata molto sgradevole, ma in confronto al Ruanda si è trattato di poca cosa. Ci sono state manifestazioni violente, suicidi, emigrazione, e il governo è stato esautorato. Per affrontare la crisi è stato pagato un costo enorme: disoccupazione generalizzata, forte aumento dei tassi d'interesse, crollo delle importazioni, esplosione del numero di pignoramenti, necessità per molti professionisti ben pagati di riciclarsi nell'industria della pesca (e le riserve ittiche sono rapidamente calate), costi proibitivi dei beni importati, rapido impoverimento della popolazione. Ma d'altro canto i beni essenziali sono stati in buona misura preservati.

In conclusione, la prima cosa che possiamo dire del collasso è che si tratta di un evento estremamente variabile (economico, energetico, politico, o tale da sfociare in una guerra civile) e che alcuni casi sono meno gravi di altri. In effetti, Dmitry Orlov, autore di "Reinventing Collapse", in cui paragona quello che succederà, secondo lui, negli USA con quello che è successo nell'Unione Sovietica (evento parzialmente vissuto in prima persona), ha scritto un ponderato e interessante saggio, in cui si sofferma in particolare su un punto:

Anche se molti vedono il collasso come una specie di ascensore che scende al livello delle cantine (il nostro Stato 5), indipendentemente dal pulsante che abbiamo premuto, in realtà non si vede nessun meccanismo automatico di questo tipo. Passare allo Stadio 5 richiede invece uno sforzo concertato a ogni livello. Il fatto che tutti sembrino pronti a farlo può dare al collasso l'apparenza di una tragedia classica, una marcia consapevole ma inesorabile verso la perdizione, piuttosto che di una farsa (Perbacco! Eccoci allo Stadio 5. Chi ci mangiamo per primo? Cominciate con me. Sono prelibato!).

Lo ammetto, trovo estremamente difficile immaginare uno scenario in cui gli USA non collassino almeno in parte; in qualunque modo lo si veda, il paese sta correndo proprio questo pericolo. Continuiamo a proclamare che il crollo economico è stato evitato, ma in realtà lo abbiamo solo rimandato di qualche anno; cosicché l'enorme carico economico ricadrà quasi sicuramente sulle spalle di quelli che oggi hanno meno di 50 anni e delle future generazioni. Si può dire lo stesso della crisi energetica, e a maggior ragione di quella climatica. Nessuno oserà negare, penso, che le nostre politiche in queste tre aree sono a corto termine e pensate per evitare di farci subito carico del peso, non certo per sfuggire alla crisi.

Che cosa mi fa credere che le crisi saranno talmente dure da portare al collasso? Le previsioni di analisti degni di fiducia e imparziali. Ad esempio, nel 2005 l'US DOE (Department of Energy, il ministero statunitense per l'energia. NdT) aveva commissionato uno studio, l' Hirsch Report , per capire se il picco petrolifero rappresentasse un vero pericolo. Robert Hirsch, il ricercatore responsabile del rapporto, ne è oggi un convinto assertore, ma all'inizio la pensava diversamente. Il rapporto per il DOE era arrivato alla conclusione che avremmo potuto evitare il collasso investendo a un livello paragonabile a quello della II guerra per almeno 20 anni (un periodo più breve avrebbe indotto una grave crisi). È la conclusione del DOE, non la mia: dato che non stiamo destinando alle energie rinnovabili somme paragonabili a quelle della II guerra mondiale, e dato che anche l'USGS (United States Geological Survey. NdT) prevede il picco petrolifero entro il 2023, un semplice calcolo suggerisce che ci dobbiamo aspettare seri problemi. L ' Army ha preparato un rapporto simile.

E a proposito del cambio climatico? Beh, guardate The Stern Review di Sir Nicholas Stern sulle conseguenze economiche del fenomeno. Tra le altre conclusioni (i presupposti sugli obiettivi climatici sono oramai superati; riteneva infatti che 550 ppm avrebbero potuto evitare più guai di quanto potranno in realtà fare), c'era quella secondo cui cambiamenti climatici non controllati potrebbero indurre costi superiori al 20% del PIB mondiale, un peso che nessuna economia potrebbe sopportare senza, appunto, collassare. Poiché niente lascia pensare a una nostra capacità di stabilizzare l'ecologia a livelli inferiori, sembra ragionevole presupporre che ci troveremo ad affrontare elevati costi, con gravi conseguenze economiche.

E ciò vale anche per le mie idee sulle conseguenze pratiche e materiali del cambiamento climatico: le previsioni dell'IPCC e di altri studi suggeriscono, tra gli altri effetti inevitabili del fenomeno, l'afflusso di un alto numero di rifugiati, conflitti per le scarse risorse, siccità, ridotti tassi di produzione alimentare, maggiori malattie infettive, tempeste più violente e disastri naturali più numerosi... Questo eventi implicano elevati costi, non solo economici ma anche materiali, che porteranno inevitabilmente al collasso delle società. Si può ragionevolmente affermare, ad esempio, che New Orleans è destinata a restare a un livello funzionale molto più basso per un lungo periodo; anzi, non è chiaro se riuscirà mai a venirne fuori.

A questo punto, non penso di dover spiegare perché secondo me avremo un crollo economico; può sopravvenire in qualsiasi momento, e anzi sappiamo che ci siamo andati vicino nell'autunno 2008.

Sappiamo che possiamo aspettarci un collasso energetico, magari assieme a uno economico: l'ex primo ministro sovietico Yegor Gaider ha scritto un libro in cui afferma che, secondo lui, l'Unione sovietica collassò per la sua dipendenza dalle esportazioni energetiche e per lo spostamento della popolazione dalla campagna alle città. Il paese aveva fatto a lungo affidamento sulle esportazioni energetiche per comprare prodotti alimentari sui mercati esteri, ma dopo il crollo dei prezzi nel settore il numero di contadini risultò insufficiente per aumentare la produzione agricola, e il governo non fu capace di gestire la situazione.

Sappiamo anche che l'evento provocò ulteriori cedimenti: Cuba crollò perché l'Unione sovietica era collassata e aveva sospeso le spedizioni di petrolio. L'isola perse 1/5 delle sue importazioni energetiche e le strutture sociali si disgregarono in parte: la gente cominciò a soffrire la fame e a nutrirsi di scorze di agrumi dato che non c'era più energia per mandare avanti il suo sistema agricolo altamente tecnologico.

L'esempio di Cuba è interessante perché è una ulteriore dimostrazione del fatto che anche piccole alterazioni delle risorse energetiche possono dar luogo a conseguenze disastrose: 1/5 di petrolio in meno non avrebbe dovuto ridurre la gente alla fame. Molti potrebbero ragionevolmente pensare che il contraccolpo avrebbe potuto essere assorbito eliminando gli sprechi del sistema e distribuendo meglio le risorse, o magari che la responsabilità ricada sul governo cubano. Quest'ultimo punto è probabilmente in parte vero, ma non dimentichiamo che anche negli USA abbiamo casi che dimostrano come piccoli cambi nelle forniture energetiche portano a conseguenze estremamente distruttive: lo shock petrolifero degli anni '70 e la susseguente recessione furono dovute a una contrazione delle importazioni petrolifere di poco più del 5%.

In conclusione, ritengo che ci stiamo avviando a una qualche forma di collasso (senza necessariamente collegarla a cannibalismo o bande criminali in difesa della razza bianca) che mi piacerebbe allontanare al più presto: ho anche altre cose da fare! Quando cominciai a scrivere sul tema, nel 2003, mi sembrava probabile che il cambiamento climatico si sarebbe manifestato molto più lentamente e che saremmo stati in grado di affrontare una crisi alla volta.

Mi pare oramai evidente che ci avviamo verso una crisi al tempo stesso economica, energetica e climatica, e non vedo come superarla con successo. Impossibile? Forse no, ma di sicuro improbabile; la ristrutturazione sociale sarebbe enorme e coinvolgerebbe tutti i fattori cui ho prima accennato. Quasi tutti quelli che si occupano del tema fanno paragoni con la II Guerra mondiale e con il clima di guerra (Niels Bohr affermò che sarebbe stato impossibile sviluppare la bomba atomica senza trasformare l'intera nazione in una fabbrica, e nel 1944 osservò che ci eravamo riusciti). Dover rifare la stessa cosa affrontando al tempo stesso una crisi poliedrica sembra ancora più difficile.

In ogni caso, dovremmo comunque prospettarci la possibilità di un fallimento. E questo è un problema in una società che sembra credere a un'alternativa dicotomica: non potete preparavi all'insuccesso e mettere a punto un piano di riserva in caso di fallimento. Psicologicamente ci convinciamo che se pensiamo seriamente alla possibilità di fallire, allora falliremo; e quindi non lo facciamo perché ci sembra morboso. Non ci prepariamo per il disastro, anche quando ci sembra imminente: non creiamo una riserva alimentare, anche se la FEMA (Federal Emergency Management Agency, l'agenzia federale per la gestione delle emergenze. NdT) e la Croce rossa ci mettono in guardia, e anche se recentemente il responsabile della FEMA ha ricordato che la prima linea di difesa è la preparazione individuale. Tendiamo a un approccio dicotomico, mentre in realtà abbiamo bisogno delle due alternative: volontà "e" attenzione nell'attraversare la strada, preparare gli strumenti "e" avere un piano di evacuazione, stipare cibo nella dispensa "e" perseguire una maggiore coesione sociale.

Inoltre, buona parte di quel che raccomando va bene per gente che non è coinvolta in un crollo dichiarato, ma la cui vita sta per collassare: senza lavoro, in procinto di perdere la casa, con possibilità alimentari insufficienti, gravati da problemi medici e privi di assicurazione sanitaria... in gran parte quello che incoraggio la gente a fare, compresa la creazione di una scorta di alimenti e un maggior sostegno sociale funziona con la "gente" che sta per cedere, anche se la società non li ha ancora etichettati come falliti.

Quali sono i punti comuni delle varie società in collasso? Potrei risalire a Roma, ovviamente, ma non mi sembra necessario. Eccone alcuni:

1.La gente, estremamente irritata col governo, arriva di solito a qualche forma di resistenza civile e spesso il governo cambia; talvolta è una buona cosa, talvolta invece no. In certi casi, come ben sappiamo, il governo trova dei capi espiatori, il che è veramente negativo. La migliore soluzione è quando il governo va incontro alle richieste del popolo, o quando si toglie di mezzo e lascia che sia il popolo stesso a decidere.

2. Il tasso di criminalità aumenta; servizi come la protezione cittadina sono meno raggiungibili o vengono privatizzati, e, fattore comune alle società in crisi, sono più violenti. Ma ciò non significa che i signori della guerra uccidano tutti quelli che si trovano sul loro cammino. Significa invece più violenza, furti, stupri e delitti nelle strade, e qualche volta lucrosi rapimenti. Significa anche che la gente è vulnerabile e terrorizzata, e che spesso non ha fiducia nelle autorità; è un po' come essere afroamericani e vivere in una periferia degradata, o magari a Bagdad. In generale non vi fa piacere che i vostri figli escano spesso, anzi tendete a non uscire troppo nemmeno voi, e la sicurezza diventa un problema importante.

3. La popolazione s'impoverisce rapidamente; questa è forse la caratteristica più comune. Quando le società collassano, la percentuale di poveri aumenta; in Argentina, ad esempio, la crisi del 2001 distrusse in pratica la classe media e fece aumentare il tasso di povertà dal 20% a quasi il 57%. A mio parere è un tratto comune a tutti i collassi, ed è proprio quello che sta succedendo.

4. Costo e disponibilità degli alimenti diventano un serio problema. Il caso dell'Argentina, un paese prima stabile e agiato, mostra che molti alimenti ricercati, in particolare quelli importati, sono spesso introvabili e, cosa più importante, il forte impatto economico rende meno facile comprarli. Crisi sanitaria (in particolare la mancanza di cure), depressione, ricorso all'alcol e alle droghe, aumentano sensibilmente.

5. Servizi e strutture si degradano perché, e il caso è frequente tra gli americani poveri, la gente non è in grado di far fronte ai pagamenti (ad esempio, decine di migliaia di capofamiglia si vedranno tagliare i servizi dal 1° aprile, data prima della quale non è legalmente permesso togliere ai privati i servizi essenziali) o perché le infrastrutture sono fatiscenti e la coesione sociale viene meno. Sempre più spesso l'energia non verrà erogata, i rifiuti non verranno prelevati, il gas mancherà e i camion di riapprovvigionamento non si faranno vedere...

6. La gente si riavvicinerà: che vivano ammassati nei ghetti o che abbiano perso la casa, le famiglie cominceranno ad aiutarsi a vicenda. E lo stesso faranno intere comunità e quartieri: chi ha cibo lo divide con voi, chi ha spazio lo cede ai bisognosi. Nasce una cultura di condivisione.

Si tratta di situazioni praticamente universali e quasi inevitabili nelle società collassate. In alcuni casi, invece, i vostri vicini cercheranno di uccidervi e bande organizzate cominceranno a terrorizzare il quartiere; ma non si tratta di situazioni inevitabili.

Il problema è: se il collasso incombe, su cosa concetrare gli sforzi? Cercate di prevenirlo, anche se è sempre più difficile, o vi preoccupate, come suggerisce Orlov, dei bisogni di base? Secondo me, la risposta è che bisogna operare su entrambi i fronti, concentrandosi su azioni a doppio effetto; le strategie vincenti sono quelle che, quando vi trovate di fronte a un crollo importante dei sistemi, riducono gl'impatti e aumentano la resistenza. Credo che la maggior parte dei miei suggerimenti, se non tutti, vadano in questa direzione.

In caso di collasso, quale che sia, cosa può meglio aiutare? Sappiamo ad esempio che il sostegno sociale fa una grossa differenza. "Reinventing Collapse" sottolinea che il sistema di assistenza sociale è stato fondamentale per la sopravvivenza dei russi. Aver messo a portata del popolo cure mediche, cibo e un luogo in cui vivere ha permesso di evitare che la crisi diventasse troppo dura. A Cuba, con tutti i suoi limiti, il governo ha fatto qualcosa di veramente notevole, l'esatto contrario del governo USA: ha salvaguardato il sostegno sociale, a spese della crescita potenziale. In altre parole, per affrontare la "contingenza particolare", ha diffuso i programmi educativi nelle università più piccole, aumentato il numero di ospedali nelle aree rurali, rafforzato i programmi alimentari. Come sostengo in "Depletion and Abundance", è proprio quello di cui abbiamo bisogno qui da noi: le nostre massime priorità dovrebbero essere l'assistenza medica, la sicurezza alimentare, l'insegnamento e i programmi per gli anziani, i disabili e i bambini. Il bello di questa strategia politica è che le cose che contano sono proprio quelle cui la gente dice di tenere di più.

Disgraziatamente non è questa la cultura in cui viviamo: gli Stati Uniti rispondono alla crisi economica e sociale aumentando regolarmente i programmi governativi e militari, e tagliando i fondi per l'assistenza sociale. Sta già avvenendo, ed è per questo che mi affido alle reti locali e private (per tutti quelli che vivono nelle comunità) e alle altre risorse minimali più che ai grandi programmi; servono infatti da ultimo ricorso per coloro che sono precipitati ma che riescono a sopravvivere, anche in assenza di aiuti federali o statali, perché possono operare a scala sufficientemente locale. Questo non significa che io sia favorevole alla frantumazione dei programmi sociali, sicuramente no; e negli ultimi anni ho scritto spesso sull'importanza di finanziare il servizio sanitario universale, il LiHeap (Low Income Home Energy Assistance Program, NdT), i buoni pasto, il WIC (Special Supplemental Nutrition Program for Women, Infants and Children. NdT) e i programmi per disabili e anziani. Ho speso molte energie per difendere tutte queste azioni, ma al tempo stesso ritengo che sia urgente creare reti di emergenza più localizzate.

Per fermare la discesa verso il basso sono utili anche le strategie di autosoccorso. A Cuba, per esempio, l'agricoltura a piccola scala nei centri urbani ha fatto molto (non tutto, anche i beni importati hanno svolto un ruolo importante) per alleviare la fame e le carenze nutrizionali. In Russia, tutte le analisi economiche affermavano che ci sarebbe stata una carestia generalizzata; non c'è stata, in buona parte grazie allo sviluppo di un'economia locale che ha surrogato le carenze di quella a grande scala. In Argentina, raccogliere cartoni ha aiutato 40.000 persone. Durante la Grande depressione americana, un buon esempio secondo me di un quasi collasso, il numero di lavori informali si moltiplicò: il New York Times osservò che nel 1932 in città c'erano 7.000 persone, in gran parte adulte, che lucidavano scarpe, mentre nel 1928 ce ne erano meno di 200, quasi tutti bambini.

Le strategie individuali di sopravvivenza e le reti di sostegno sociale non entrano in conflitto: sono entrambe necessarie, in particolare quando i programmi di accompagnamento sociale sono criticati o accantonati, come oggi negli USA. Da soli non possono dar sollievo alla popolazione o ridurre la portata del disastro, ma insieme possono permettere alla gente di sopravvive, alimentarsi e sentirsi ragionevolmente al sicuro.

In un certo qual senso può sembrare stupido accontentarsi di questo. Ognuno vuole il meglio per se, gli amici, il mondo, i figli: anche io. Disgraziatamente è assai poco probabile che ci sia offerta la possibilità di ottenere molto di più; mi rendo conto che è deprimente dirlo, ed è il genere di affermazione che sconvolge la gente. In un certo senso sarebbe meglio se potessi convincermi che il collasso sarà un fatto positivo; ma non posso. Ci sono esempi di persone capaci di cavarsela meglio se la società è crollata e poi è risorta, ma è lecito dire che a nessuno piace una tale situazione. Il progetto, dunque, mira a evitare che sia troppo dura o mortale.

PalMD pensa che il mio tentativo di condurre una vita sostenibile sia illusorio, e in un certo qual modo ha ragione. Posso documentare con precisione le risorse che uso, perché le ho registrate negli ultimi quattro anni: rispetto alla quantità media statunitense, i sei componenti della mia famiglia producono il 15% delle emissioni casalinghe e il 20% dei rifiuti, usano il 40% di acqua e spendono il 10% in nuovi beni di consumo. La famiglia media americana è composta da 2,6 persone e il nostro uso reale è inferiore al loro, perché siamo sei membri; siccome siamo comunque una grande famiglia il meno che possiamo fare è tagliare al massimo.

Ma tutto poggia su una base di risorse importate, senza le quali le nostre vite sarebbero veramente difficili. La mia speranza è che anche altri si decidano a eliminare gli sprechi energetici (noi ci siamo riusciti, senza grandi investimenti, coi pannelli solari, e altri membri di Riot for Austerity hanno dimostrato che il risultato può essere raggiunto in città e in campagna, da parte di singoli o di famiglie numerose: dunque sappiamo che è fattibile). Ma non m'illudo che la tendenza diventi una moda in grado di salvare il mondo, perché in ogni caso sarà troppo tardi; dovremmo allora ancora dimezzare, più o meno, i nostri consumi energetici.

Oltre alle giustificazioni morali – è la cosa giusta da fare, sappiamo che le nostre emissioni sono una minaccia e dobbiamo quindi ridurle al minimo – a mio parere c'è un'altra ragione per adottare una posizione simile: vi permette di agire sul piano individuale e collettivo allo stesso tempo, di stipare riserve di cibo indipendentemente e di organizzare la vostra comunità in modo da essere sicuri che i vicini possano sfamarsi e che i vostri figli non muoiano di fame. Vi permette di eliminare in parte la pressione quando perdete il lavoro, ma anche di riempire la dispensa quando potete farlo. Migliora la situazione sia durante che dopo il collasso.

Non funziona invece molto bene nelle situazioni estreme, se cominciamo a trattarci come hanno fatto Tutsi e Hutu dagli anni '70 in poi. Se diamo il potere a un governo fascista che condanna ebrei, intellettuali, atei, immigranti... siamo fregati. Le migliori strategie richiedono di frenare ogni volta che è possibile, e mi piacerebbe se fosse possibile farlo prima di collassare, ma mi pare poco probabile. Ritengo invece che la strategia vincente consista nell'agire in modo da avvicinarci il più possibile all'Islanda e il meno possibile al Ruanda.

di Sharon Astyk

Fonte: www.energybulletin.net

24 marzo 2010

Oltre 68 milioni di euro l’anno: è il costo di Montecitorio

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La Camera degli sprechi

Via le malignità. Basta con le cattiverie. Stop al qualunquismo. Anche in Italia c’è un posto di lavoro dove le regole di sicurezza vengono rispettate. Tutte. E non esistono morti bianche. Guarda un po’. Dove è disponibile un medico; dove la mensa non serve piatti vecchi o riciclati. Anzi, vengono effettuati continui controlli sanitari. Dove anche la cura dell’immagine diventa un valore, pari a 307 mila euro l’anno di foto. Sì, esiste, basta farsi eleggere alla Camera dei Deputati, piazza Montecitorio, Roma.
Quindi ecco uno stipendio di quasi 20 mila euro al mese, altri 7 mila per i collaboratori, 2 mila per i viaggi e 5 mila per un affitto. Più tanto, tanto altro. Per scoprirlo è stato necessario lo sciopero della fame di Rita Bernardini, deputata radicale, tenace nel mettere alle corde i tre questori della Camera (“riluttanti a consegnare quanto richiesto, nonostante il regolamento”, racconta la stessa) e a strappare l’appoggio del presidente della Camera “che mi ha scritto: ‘Sarà lo sciopero della fame più breve della storia. Domani avrai quel che chiedi, giustamente. Con stima Gianfranco Fini”. Così è stato. Ed ecco consegnata al popolo una lista lunga 17 pagine, con su scritti tutti i fornitori, i servizi erogati e i prezzi pagati. Risultato? I radicali quantificano in altri 9.000 euro al mese il costo impiegato per ogni deputato “nemmeno al Grand Hotel un ufficio costerebbe così tanto!” incalza la Bernardini.
Ecco alcune delle voci: quasi 7 milioni di euro per la ristorazione, comprensivi anche del “monitoraggio alla qualità dei servizi” (126 mila euro); oltre 600 mila per il noleggio delle fotocopiatrici; 400 mila per “agende e agendine”, 292 mila per la somministrazione cartoncini, carte e buste personalizzate, 300 mila per i corsi di lingue. Fino al vero “gruzzolo”, composto da oltre 51 milioni per le locazioni: “Sono gli uffici a disposizione per ognuno di noi – continua la radicale. Sono dislocati attorno a Montecitorio, e lì abbiamo a disposizione tutto quanto è necessario”. E di più, ancora. “Non solo, dentro il personale svolge lo stesso ruolo dei commessi della Camera, ma con uno stipendio, e benefit, decisamente inferiori: 800 euro al mese. Li vedo arrivare la mattina presto vestiti con tuta e armati di strofinacci per le pulizie. Quindi si cambiano, indossano gli abiti ufficiali, ed ecco la rappresentanza. Assurdo. Soprattutto perché gli uffici vengono utilizzati pochissimo”. Già, la Camera lavora tre giorni la settimana, dal martedì al giovedì, e molti deputati arrivano da fuori, quindi non restano a Roma durante il periodo di inattività.
Comunque, protagonista alla voce “canone di locazione” è la società Milano 90 Srl, con ben quattro lotti assegnati per la cifra complessiva di circa 45 milioni. “Fa capo all’imprenditore Scarpellini, prosegue la Bernardini. È un costruttore romano, impegnato nella realizzazione di un quartiere alla Romanina e dello stadio della Roma calcio. Ah, comunque, le posso dire anche un’altra cosa: i lavoratori suddetti, nonostante lo stipendio da fame, sono segnalati dai partiti stessi. Insomma, c’è una sorta di lottizzazione. Nella lista consegnata ci sono anche altre voci interessanti”. Vero. Sotto la categoria “manutenzioni” finiscono le punzonatrici: per la loro efficienza, solo per quella, la cifra è di quasi 4 mila euro; o 99 mila per l’arredo verde dei terrazzi, giardini e cortili. E ancora un milione e 200 per le tappezzerie e falegnameria.
Nonostante tutto questo “il bilancio della Camera – conclude la deputata radicale – è omertoso, l’ho detto in aula e lo ripeto: in virtù del principio di autonomia costituzionale, la Camera è esente
da qualsiasi controllo contabile e gestionale esterno”. “Il controllo interno – ricordano i Radicali in un documento – dovrebbe essere esercitato dai questori (...) supportati dal Servizio per il controllo amministrativo, gerarchicamente subordinato al segretario generale, cioè al soggetto che dovrebbe essere controllato. Dunque è lecito dubitare della reale efficacia della funzione di controllo, comunque esclusivamente formale, dato che l’assenza della contabilità analitica non permette di istituire controlli sull’efficienza e l’efficacia della gestione”. Un giro di parole per dire, semplicemente, che chi detta le regole, si giudica; chi emette o assegna un lotto, si auto-controlla. Chi ci guadagna, invece, sorride.

di Alessandro Ferrucci

23 marzo 2010

La pressione fiscale sui ricchi


Si dice che la pressione fiscale sulle grandi fortune non si puó incrementare per non disincentivare gli investimenti e l’iniziativa privata e perché i capitali fuggirebbero in altri paesi con fiscalitá meno forti (fuga che é effettivamente avvenuta dalla Grecia ultimamente). Si ripete con la stessa insistenza che la accumulazione di capitale é una condizione necessaria per l’attivitá economica e il benessere generale. Questi stereotipi fanno parte delle convinzioni piú solide di chi prende le grandi decisioni economiche e politiche e finiscono per essere assunte dall’opinione pubblica. Ma sono un inganno.

Vediamo cosa é successo con le imposte ai ricchi nel paese piú liberale e individualista dell’occidente: gli USA.

Negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, la pressione fiscale sui guadagni piú alti passó dal 25% al 63% nel 1932, come mezzo per combattere la Gran Depressione. Da allora al 1981, cioé per 50 anni, si é mantenuta sempre oltre il 63%, arrivando al picco del 94% nel 1944, come contributo allo sforzo della guerra, e oscillando dal 82% al 91% nei venti anni dalla fine della guerra al 1963. Da Reagan in poi, non fece che diminuire, fino ad arrivare al 35% nel 2009.

Quella lunga esperienza di cinque decenni mostra che la classe capitalista, anche quella piú potente degli USA, puó accettare una pressione fiscale molto alta e che imposte cosí alte sono compatibili con la crescita economica. Nei 50 anni in cui la pressione fiscale negli USA si mantenne oltre, o molto oltre il 50% a carico della parte piú ricca, furono anni di massima prosperitá per quel paese. Quelle tasse potevano servire per migliorare lo stato sociale e i servizi pubblici a beneficio dei piú poveri, se i bilanci delle guerre non avessero fatto la parte del leone nel mangiarsele. Peró quello che ci interessa qui é provare che in 50 lunghi anni la classe capitalista della prima potenza del mondo accettó una pressione fiscale che ora molti dicono del tutto proibitiva e insensata.
La percentuale massima per la IRPEF in Spagna fu posta al 43% nel 2008, quella per le societá (IRPEG) al 30%, cinque punti in meno rispetto alle percentuali del 2000 e non c’è nessun segnale di volerli aumentare.

Un altro stereotipo é che le differenze sulle varie fiscalitá aumentano la fuga di capitali in paesi con minore pressione. Peró questo succede da quando si eliminó il controllo sui cambi e si installó una libertá totale di circolazione dei capitali. Limitiamo o eliminiamo questa libertá e scomparirá la minaccia di fuga di capitali. Non é una fantasia e non é impossibile: é qualcosa che é giá successo e neanche tanto tempo fa. Basta guardare agli anni anteriori alla controrivoluzione neoliberale degli anni settanta. Un giorno si dovrá avere il coraggio di tornare a certe regolamentazioni.

Il terzo mito é che basta con lasciare che si accumulino benefici senza limiti perché l’economia funzioni e tutti ci guadagniamo (la teoria del Trickle Down Economic della scuola di Chicago). Cosí si giustifica la libertá che si concede ai capitali di uscire dall’economia di un paese e delocalizzare, al prezzo della deindustrializzazione di regioni intere e la condanna di migliaia di persone alla disoccupazione (sulla base della sacra libertá del capitale di accumularsi) mentre la realtá e che nel mondo c’è un’enorme incremento di liquiditá. La sovraccumulazione é proprio la causa della speculazione: sulle monete, sul debito dei paesi, sugli immobili, sul petrolio, gli alimenti… Si cercano rendimenti altissimi che non si trovano nell’economia produttiva. Viviamo in un sistema malato che sacrifica tutto all’accumulazione di denaro che non solo é inutile ma dannosa.

Questi tre miti fanno parte dello stesso insieme, che si dovrebbe abbordare con misure combinate come: forti gravami fiscali sulle grandi fortune; armonizzazione delle imposte nell’intera UE; limiti ristretti sulla circolazione di capitali; eliminazione dei paradisi fiscali; armonizzazione verso l’alto dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali nella UE. Il denaro che va alle classi popolari genera una domanda di beni e servizi che é la base di una economía sana, mentre quello che finisce nei portafogli dei ricchi alimenta solo il potenziale speculativo. Alcuni settori popolari si lasciano abbindolare dai fondi di investimento e dalle pensioni integrative solo quando li si minaccia con il fallimento dello Stato Sociale, cosí hanno ingannato gli spagnoli e molti europei negli ultimi 15 anni. Il sistema fa gesti demagogici, come la richiesta al FMI da parte del Consiglio D’Europa (11/12/2009) di una tassa Tobin per le transazioni finanziare speculative per raccogliere un po’ di soldi. Ma sono solo gesti che danno ragione a chi pensa che sono misure che gli convengono, perché si potrebbe fare molto piú di quello. L’aumento delle tasse ha iniziato ad essere nell’agenda europea giá dall’ultima estate, favorita da paesi come Svezia e Finlandia, con una lunga tradizione di alta pressione fiscale coniugata a prosperitá e buoni servizi pubblici.

Nel nostro paese, il dibattito sulle pensioni e sulla sostenibiltá dello Stato Sociale non puó e non deve lasciare questi temi al margine. Centrare le riforme sul mercato del lavoro o sull’aumento dell’etá pensionabile é una nuova aggressione contro i i diritti da parte della oligarchia internazionale del denaro e dei suoi seguaci.

Joaquim Sempere (Professore di Teoria Sociologica e Sociologia dell’Ambiente dell’Universitá di Barcelona)