08 agosto 2010

Tre miliardi di euro ai partiti

Il finanziamento pubblico in teoria è stato abolito. Ma tra rimborsi, contributi e trucchi vari, le segreterie hanno incassato lo stesso. Incluse quelle che non esistono più, ma continuano a prendere soldi.Tre miliardi di euro. Una cifra stratosferica, equivalente a quasi seimila miliardi delle vecchie lire. Sono i soldi pubblici che i partiti italiani hanno incassato in sedici anni: il tesoro nascosto della Seconda Repubblica. Una cascata di denaro prelevato dalle tasche dei cittadini e trasferito nei forzieri che sostengono la macchina politica del nostro paese. E stiamo parlando soltanto dei fondi elargiti dallo Stato a partire dal fatidico 1994, anno di svolta dopo la tempesta di Tangentopoli, segnato dall'introduzione del sistema maggioritario.

"L'espresso" ha ricostruito i mille rivoli di questo fiume di denaro, che si è modificato secondo gli assetti della politica e delle maggioranze, con formazioni che scompaiono e coalizioni in continua metamorfosi...


In questo inseguirsi di sigle e simboli, dalla contabilità bizantina, resta però un punto fermo, che ha il sapore di una truffa ai danni della cittadinanza. Perché nell'aprile 1993 il referendum per l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti era stato approvato con una maggioranza bulgara. L'iniziativa promossa dai Radicali di Marco Pannella aveva ottenuto il 90,3 dei consensi e avrebbe dovuto decretare la fine delle trasfusioni a vantaggio dei segretari amministrativi di movimenti grandi e piccoli. Invece no: nonostante quel voto, i cittadini hanno continuato a pagare per sovvenzionare la politica. Nel disprezzo della volontà popolare espressa dal referendum, la corsa all'oro di Stato è proseguita ed addirittura aumentata.

Sommando al denaro per gli organigrammi di partito quello per i loro organi: fondi a go-go erogati a favore dei cosiddetti giornali organi di partito, come la cara vecchia "Unità" del Pci-Pds-Ds, il "Campanile nuovo" dell'Udeur di Clemente Mastella, la "Padania" di Umberto Bossi, il "Foglio" di Giuliano Ferrara e le altre decine di testate di partiti e movimenti spesso fantasma o appositamente creati che, nello stesso periodo, da soli, secondo una stima de "L'espresso" , in quella torta di tre miliardi valgono circa 600 milioni di euro. Davvero un bel bottino.

Caccia al tesoro
È quella scatenata dai partiti per mettere le mani sul tesoretto pubblico dei rimborsi: ben 2 miliardi 254 milioni di euro stando al calcolo fatto recentemente dalla Corte dei conti fino alle elezioni politiche del 2008, cui vanno però aggiunti un altro centinaio di milioni maturati nel 2009 grazie alle ultime europee. Come è stato possibile trasferire tanto denaro nonostante il plebiscito del referendum? Aggirando il veto al finanziamento pubblico con una nuova formula: il meccanismo dei rimborsi elettorali. Sempre pubblici, sempre pingui ma formalmente giustificati dalla volontà di tutelare la competizione democratica.

Sulla carta, però, il risarcimento a carico della collettività avrebbe dovuto coprire soltanto i costi sostenuti nella campagna. Ma i furbetti del partitino hanno subito inserito un primo trucco: come per magia, i rimborsi volano lontano dalle regole dell'economia e si plasmano su quelle della politica, per dilatarsi e lievitare. Non si calcolano sulla base dei soldi effettivamente investiti e spesi per spot, comizi e manifesti, ma in proporzione ai voti ricevuti. Quanto per l'esattezza? Una cifra che si è gonfiata senza sosta e senza vergogna, in un'autentica corsa al rialzo. Nelle politiche del 1994, le prime dopo il referendum blocca finanziamenti che segnarono la vittoriosa discesa in campo di Silvio Berlusconi, il fondo a disposizione è stato alimentato con una formula magica: 1.600 lire per ogni cittadino, non tantissimo perché all'epoca un quotidiano costava 1.300 lire ma che fatti i calcoli produce una cifra monstre. In totale, per Camera e Senato, il contributo toccò la cifra di 90 miliardi 845 milioni di lire. Un bel gruzzolo, non c'è che dire.


La torta che lievita
Ma, si sa, l'appetito vien mangiando, ed ecco negli anni successivi gli alchimisti parlamentari scendere in aiuto dei tesorieri di partito. I maestri del ritocchino si danno da fare e nel 1999 il contributo triplica e passa a 4 mila lire per abitante. E come è accaduto in tutte le botteghe, nel 2002 l'euro ha offerto un'occasione ghiotta per scatenare aumenti selvaggi e poco chiari. Si prevede un 1 euro per ciascun anno di legislatura: in pratica 5 euro per ogni cittadino italiano. Certo, parallelamente si cancella quel 4 per mille che dal 1997 per due anni ha dato ai cittadini la possibilità di destinare ai partiti questa percentuale dell'imposta sul reddito fino a un totale massimo di 56 milioni 810 mila euro. E poi si era ridotto il fattore di moltiplicazione: non più il totale dei cittadini ma solo il numero degli iscritti nelle liste elettorali della Camera.

Anche le modalità di pagamento degli agognati rimborsi subiscono modifiche: non più tutti e subito ma rateizzati nei cinque anni di durata della legislatura. Con una fondamentale postilla: il blocco in caso di scioglimento anticipato. Niente più parlamento, niente più quattrini. Una misura ispirata dalla frequenza delle elezioni nostrane, che viene però considerata troppo severa dalle segreterie di partito. E difatti nel 2002 aboliscono l'interruttore: il finanziamento si incassa anche se i parlamentari decadono prima. Una farcitura a doppio strato: consente alle rate dei vecchi rimborsi milionari di sovrapporsi a quelle altrettanto ricche portate in dote dalla nuova legislatura. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, con effetti paradossali. Come bene dimostrano i rimborsi della quindicesima legislatura aperta nel 2006 e finita nel 2008 che continueranno ad essere incassati dai partiti fino al 2011 e si sommeranno a quelli della sedicesima che dovrebbe durare fino al 2013. Ci sono partiti, come i Verdi, Rifondazione, i Comunisti italiani che non sono più in Parlamento ma vengono ancora sovvenzionati dagli italiani.

Di astuzia in cavillo, le coalizioni hanno divorato oltre 2 miliardi 300 milioni di euro, frutto non solo dei rimborsi per le elezioni di Camera, Senato e Parlamento europeo, ma anche per quelle regionali. La Finanziaria del 2008 ha promesso le forbici: un taglio del dieci per cento su questi fondi. Che però si fatica a seguire nella loro destinazione finale, soprattutto da quando la competizione è tra blocchi di alleanze.

Chi ha incassato di più? Secondo la stima che "L'espresso" ha elaborato spulciando i piani di ripartizione stilati dalla Tesoreria della Camera e i bilanci annuali delle forze politiche, a fare la parte del leone è stato proprio colui che da sempre sostiene di essere sceso in campo per affrancare gli italiani dai partiti-parassiti: l'attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La creatura da lui fondata nel 1994, Forza Italia, risulta infatti in testa alla lista dei beneficiati con oltre 638 milioni di euro di rimborsi elettorali incassati, pari a mille 235 miliardi di lire.

Il calcolo è semplificato dal fatto che nel Pdl i conti restano separati: Fi e An si spartiscono le elargizioni pubbliche in modo netto. Più complesso decifrare le geometrie finanziarie della sinistra. In tre anni il Partito Democratico ha maturato ben 253 milioni di euro, frutto soprattutto delle ultime politiche. In più ci sono quelli del Pds-Ds con 184 milioni di euro alla voce "contributi dello Stato per rimborso delle spese elettorali". Troppo poco, è evidente, ma a questa cifra ci sono da aggiungere le quote Ds nei fondi per le coalizioni di centrosinistra e soprattutto per l'Ulivo: ma i rami della pianta di sinistra sono così intricati che nessuno riesce a distinguerne i colori.

Anche la tesoreria del partito ha replicato alla richiesta de "L'espresso" allargando le braccia. E che si tratti di cifre considerevoli lo testimoniano le posizioni di assoluto rililevo conquistate nella nostra graduatoria dalle coalizioni di centrosinistra come L'Ulivo e L'Ulivo per l'Europa che insieme hanno totalizzato oltre 260 milioni. In casa Fini prima delle ultime turbolenze era invece facile fare i calcoli: 237 milioni. Al settimo posto c'è poi l'Udc di Pier Ferdinando Casini con i suoi quasi 114 milioni, seguita da Rifondazione comunista che, a dispetto delle traballanti fortune elettorali che l'hanno vista sparire dalla scena parlamentare nel 2008, in tre lustri ha raccolto 105 milioni di euro, mentre Lega e Margherita vantano rispettivamente 102 e 85 milioni di euro.

Cifre ragguardevoli che si attestano sopra i 72 milioni iscritti nei bilanci dell'Italia dei valori e che doppiano i 35 dei Verdi, altri desaparecidos in Parlamento. Si può infatti anche non avere rappresentanti alle Camere ma, incredibilmente, riscuotere lo stesso i rimborsi pubblici. Se per farsi eleggere serve più del 4 per cento dei suffragi, per incassare è sufficiente un modesto 1 per cento. Come è capitato alla Destra di Francesco Storace e Daniela Santanché che, nonostante sia restata fuori con il 2,4 per cento dei voti, sta intascando oltre 6 milioni di euro.

Viva la differenza
Fondare un partito e presentarlo alle elezioni è infatti sempre un grande affare. Il denaro impegnato in spese elettorali è un investimento sensazionale. Qualche cifra: a fronte dei 2 miliardi e 254 milioni di euro di rimborsi erogati dal 1994 al 2008, secondo l'indagine della Corte dei conti le forze politiche hanno speso solo 579 milioni di euro. In pratica ci hanno guadagnato 1600 milioni: il che vuol dire (vedere tabella) che i soldi investiti nella campagna elettorale hanno avuto un rendimento di oltre il 389 per cento, con punte massime del 959 registrate alle politiche del 2001. Con qualche partito più bravo di altri. Il Pdl che nel 2008 ha dichiarato spese elettorali per 68 milioni 475 mila euro ha maturato rimborsi per più di 200 milioni di euro con un guadagno di oltre il 200 per cento. Mentre il Pd che ha speso 18 milioni 418 mila euro, riscuoterà 180 milioni con un guadagno di circa il 1.000 per cento. Un vero record.

Dati choc che smascherano l'effettiva natura di quelle erogazioni: altro che rimborsi, è sempre quel finanziamento dei partiti tout court che è sopravvissuto al referendum. Lo sottolinea la Corte dei conti nel dossier sui consuntivi delle spese delle forze politiche per le elezioni del 2008. Queste cifre, hanno sentenziato i magistrati contabili, dimostrano "che quello che viene normalmente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento".

Prelievo quotidiano
È quello per tanti anni consumato da molti dei cosiddetti organi di partito.
Un altro pozzo senza fondo alimentato dal dipartimento per l'Editoria della presidenza del Consiglio e che secondo i dati disponibili sul sito di palazzo Chigi e analizzati da "L'espresso" in sedici anni ha elargito finanziamenti per un totale di 598 milioni di euro. A chi sono andati? In testa alla lista c'è "l'Unità" con quasi 100 milioni di euro. A sorpresa, al secondo posto, con oltre 50 milioni, rifulge la "Padania" dei leghisti di Umberto Bossi, grandi fustigatori della "Roma ladrona", ma non quando si tratta di incamerare pubbliche provvidenze. Seguono "Liberazione" (48 milioni), voce di Rifondazione comunista e "Il Secolo d'Italia", di An (quasi 40 milioni). Dov'è lo scandalo? Anche nel fatto che a ramazzare questi denari ci sono testate di quotidiani e periodici che difficilmente comparirebbero se lo spirito della legge fosse stato correttamente rispettato.

Tra i grandi foraggiati, con oltre 35 milioni c'è "Il Foglio": fondato da Giuliano Ferrara, ha tra gli azionisti pure Veronica Lario, moglie del presidente Berlusconi prossima al divorzio. C'è "Il Denaro" (18 milioni), giornale napoletano diretto da Alfonso Ruffo; "Il Riformista" (14 milioni) fondato dall'ex senatore Antonio Polito ma edito dalla famiglia Angelucci, tra i maggiori imprenditori della sanità privata, il cui capostipite Antonio è stato eletto deputato nel Pdl. E c'è "Libero", altra testata della famiglia Angelucci, che ha incassato circa una ventina di milioni. Anche in questo caso, una legislazione ambigua e volutamente sprecona ha permesso di confondere alti principi democratici e bassi interessi privati. Nel 1990 si stabilisce che per ottenere i fondi basta essere organi di partito o di un movimento con almeno due rappresentanti eletti in Parlamento; poi via via si introducono regole nuove e strambi cavilli come l'apparentamento con almeno un gruppo parlamentare, anche a Strasburgo; o la trasformazione in cooperativa giornalistica. Le regole sono oscure, il fine è chiaro: mettere i soldi in tasca.

Come l'ultima trovata del 2006 che ha totalmente abolito il requisito del collegamento con una rappresentanza parlamentare per i giornali che in passato sono comunque stati organo di partito. In pratica, il privilegio è immortale. È proprio grazie a questi "aggiustamenti" che "Il Foglio" ha potuto attingere ai finanziamenti in quanto organo della "Convenzione per la giustizia", creatura dell'ex presidente forzista del Senato Marcello Pera e del verde Marco Boato. Il "Denaro" invece ha fatto bingo in quanto bandiera di "Europa mediterranea", un'associazione che allineava l'ex ministro Antonio Marzano e l'ex parlamentare Claudio Azzolini. Ma il caso più eclatante resta quello di "Libero", quotidiano fondato nel 2000 da Vittorio Feltri. Questo giornale per accedere ai fondi per l'editoria di partito, a cominciare dal 2003 ha preso in affitto il bollettino "Opinioni nuove"che già riceveva modeste provvidenze in quanto organo del movimento Monarchico italiano. Questo supplemento coronato ha portato in dote a "Libero" i fondi pubblici riservati agli organi di partito. Avanti Savoia, tutto serve per fare cassa.

da Primo Di Nicola

Crisi immobiliare: la bolla cinese terrorizza l’Occidente



Pechino ordina nuovi stress test. Il risultato sono ipotesi apocalittiche, capaci di minare seriamente la crescita del Paese. Usa e Europa temono una nuova recessione

Ormai è ufficiale. L’ipotesi di una nuova mostruosa crisi immobiliare, capace di sconvolgere l’economia, non è più materia esclusiva degli analisti più paranoici. E’ diventato uno scenario credibile, magari non troppo scontato, ma abbastanza concreto da condizionare i mercati e minare il timido processo di ripresa globale.

La notizia, rivelata oggi in esclusiva dall’agenzia Bloomberg, è che i cinesi si stanno preparando al peggio. Nel mese scorso, ha spiegato una fonte anonima di Pechino, le autorità di regolamentazione hanno ordinato una nuova serie di stress test, gli ormai celebri esami di solidità con i quali si verifica la capacità di tenuta delle banche di fronte a scenari virtuali negativi. La novità però è data dall’entità dell’allarme. I test dell’anno passato avevano preso in considerazione, quale peggiore scenario, un calo dei prezzi degli immobili pari al 30%. Ma negli esami di oggi tale percentuale è salita al 60%. Una visione molto pessimistica. Che però non induce a dare per scontato un simile collasso.
Questi numeri servono però a dare agli osservatori una notizia: anche la Cina teme la crisi economica. A terrorizzare i mercati c’è l’ipotesi di un più volte sussurrato “Big one”, lo scoppio della bolla speculativa immobiliare cinese. Un evento di questo genere sarebbe in grado di far ripiombare l’economia mondiale in una nuova recessione da affrontare, però, portandosi questa volta sulle spalle il peso di una crisi non ancora risolta oltre al macigno dello stato conti pubblici. I dati non sono certo incoraggianti. Nello scorso anno il mercato cinese è stato invaso da un’ondata record di nuovi prestiti per un valore complessivo di 1.400 miliardi di dollari. Nel primo trimestre del 2010 il prezzo medio delle abitazioni cinesi è aumentato del 68% rispetto al medesimo periodo dell’anno passato.

Le banche, nel frattempo, affrontano rischi crescenti. Nelle scorse settimane l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha lanciato l’allarme sulla crescita dei prestiti non performanti, ovvero dei crediti non remunerativi o, nella peggiore delle ipotesi, non recuperabili. Un fenomeno che avrebbe indotto Pechino ad abbassare per il 2010 il tetto massimo sul credito erogato. Qualcuno, a cominciare dall’ex capo economista del Fondo monetario internazionale (Fmi) Kenneth Rogoff non esita a parlare di scoppio imminente. Un simile collasso, ovviamente, determinerebbe un rallentamento della crescita di Pechino generando una contrazione della domanda capace di pesare sul comparto industriale delle economie più sviluppate. La famosa fase negativa della temuta ripresa “a W” cesserebbe così di essere una semplice ipotesi assumendo chiaramente un volto.

Per riportare un po’ di serenità servirebbero forse risultati incoraggianti dai temuti stress test di Pechino ma i dubbi recentemente espressi in Europa sull’utilità effettiva di questo tipo esami alimentano nuove paure. E il rischio è che alle previste rassicurazioni dei Cinesi, presto o tardi, non creda più nessuno.
di Matteo Cavallito

07 agosto 2010

L’inquinamento da azoto sta incrementando...in tutto il mondo




Gli studiosi che si occupano delle scienza del sistema Terra, sono sempre più preoccupati per il pesante intervento esercitato dalla nostra specie, sull'importante ciclo biogeochimico dell'azoto. Come più volte abbiamo ricordato nelle pagine di questa rubrica, la comunità scientifica internazionale ha iniziato ad indagare la possibilità di indicare quei limiti planetari su diverse problematiche delle relazioni tra specie umana e sistemi naturali, oltre i quali non dovremmo avventurarci.

Come ricorderete, avendone più volte discusso in queste pagine, nel settembre del 2009 è stato pubblicato nella prestigiosa rivista scientifica "Nature" un documento di grandissimo valore non solo scientifico (Rockstrom J. et al, 2009, A Safe Operating Space for Humanity, Nature, vol,461; September 2009; 472-475) , frutto della collaborazione di 29 tra i maggiori scienziati delle scienze del sistema Terra e della scienza della sostenibilità, tra i quali il premio Nobel Paul Crutzen. Il lavoro sottolinea l'ennesima significativa e documentata preoccupazione della comunità scientifica rispetto al nostro crescente e pervasivo impatto sui sistemi naturali che sostengono la vita sul nostro straordinario pianeta e si avventura ad indicare i "confini planetari" (Planetary Boundaries) che l'intervento umano non dovrebbe sorpassare, pena effetti veramente negativi e drammatici per tutti i nostri sistemi sociali ed economici.

Gli studiosi ci ricordano che la specie umana ha potuto godere negli ultimi 10.000 anni (nel periodo geologico definito Olocene dell'era Quaternaria) di una situazione, pur nelle ovvie dinamiche evolutive che interessano tutti i sistemi naturali, che ha offerto una discreta stabilità delle condizioni che ci hanno consentito di incrementare il numero di esseri umani ed anche le nostre capacità di utilizzo e trasformazione delle risorse del pianeta.

Oggi invece, secondo la comunità scientifica (come abbiamo più volte ricordato in questa rubrica) ci troviamo in un nuovo periodo geologico, definito proprio dal premio Nobel Paul Crutzen, Antropocene, così chiamato a dimostrazione di come la pressione umana sui sistemi naturali del pianeta sia diventata talmente pesante da essere paragonabile alle grandi forze geologiche che hanno modificato la Terra durante l'arco di tutta la sua vita.

Nel lavoro si individuano nove problematiche che costituiscono altrettanti confini planetari e sono: il cambiamento climatico, l'acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione del ciclo biogeochimico dell'azoto e del fosforo, l'utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell'utilizzo del suolo, la perdita di biodiversità, la diffusione di aerosol atmosferici, l'inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici.

Per tre di questi e cioè cambiamento climatico, perdita di biodiversità e ciclo dell'azoto, come dicevo, siamo già oltre il confine indicato dagli scienziati. E gli studiosi indicano per ognuno di questi tre grandi ambiti il confine proposto.

Per il ciclo dell'azoto si calcola l'ammontare di azoto rimosso dall'atmosfera per utilizzo umano (in milioni di tonnellate l'anno). A livello preindustriale si ritiene che tale ammontare fosse zero, oggi è calcolato in 121 milioni di tonnellate l'anno, (anche se altri dati forniscono cifre di circa 200 miliardi di tonnellate annue) mentre il confine accettabile, come obiettivo, viene indicato in 35 milioni di tonnellate annue.

L'azoto è un elemento chimico che si riscontra in natura come un gas biatomico nell'aria di cui costituisce in media il 78,09% in volume, quindi la componente più significativa della nostra atmosfera (che ricordiamo essere composta, per il resto, dal 20,95% di ossigeno, dall'argo con lo 0,95% e da altri gas in componenti minori, come il biossido di carbonio la cui presenza viene indicata in parti per milione di volume, oggi ha superato le 388, nonché dal vapore d'acqua, fino al 4% - con una concentrazione che dipende dalla quota e da altre condizioni -). L'azoto è un elemento chimico molto importante anche per la vita; è infatti presente nelle proteine, negli acidi nucleici e sotto forma di numerosi altri composti organici in tutti gli organismi viventi, mentre si trova sotto forma di sali inorganici (come nitrati, nitriti e sali di ammonio) nel suolo. Il principale minerale che lo contiene è il nitrato di sodio.

L'azoto è fondamentale per gli esseri viventi e, come abbiamo visto, la maggior parte di questo elemento si trova nell'atmosfera ed i processi con i quali gli esseri viventi lo utilizzano e lo riciclano costituiscono il ciclo dell'azoto. Sono solo pochi gli organismi capaci di utilizzare direttamente l'azoto molecolare e cioè i cosiddetti organismi azoto fissatori, come alcuni batteri aerobici ed anaerobici e alcune alghe azzurre, mentre piccole quantità di azoto ossidato, formatosi a causa di scariche elettriche nell'atmosfera, giungono al terreno per mezzo della pioggia, mentre la maggiore quantità di azoto presente nel terreno deriva dalla decomposizione di esseri viventi e dai prodotti di escrezione. Quindi per rendere disponibile l'azoto nel sistema naturale un gruppo di batteri azoto fissatori sono in grado di scindere il triplo legame esistente tra i due atomi della molecola biatomica di azoto presente nell'aria nel processo noto appunto, come fissazione dell'azoto. Questi batteri specializzati vivono in diversi ecosistemi, sia di acque dolci che salmastre e vivono anche in relazioni simbiotiche con le radici delle leguminose (che sono tra l'altro, tra le più importanti colture utilizzate dai nostri sistemi agricoli).

Nel delicato ciclo dell'azoto l'intervento umano è stato fortemente significativo. Grazie al metodo industriale di trasformazione dell'azoto gassoso in ammoniaca, definito metodo Haber-Bosch, dal nome dei due studiosi tedeschi, Fritz Haber dell'Università di Karlsruhe nel 1909 e, circa venti anni dopo, Carl Bosch che si dedicò in particolare a sviluppare il metodo industriale, abbiamo profondamente modificato il ciclo dell'azoto con conseguenze, anche nei confronti delle nostre stesse società, che vengono considerate con grande preoccupazione da parte di tutti gli studiosi.

Infatti nei decenni successivi all'avvio del metodo Haber-Bosch, un numero crescente di industrie ha iniziato a trasformare quantità ingenti di ammoniaca in fertilizzanti. I fertilizzanti sintetici hanno consentito di coltivare terreni infertili e di ottenere raccolti significativi dallo stesso suolo, senza aspettare i processi di normale rigenerazione dei nutrienti naturali del suolo. Attualmente l'umanità sta producendo azoto reattivo e lo sta disperdendo nell'ambiente ad un ritmo sempre più elevato, scatenando problematiche e feedback ecologici molto negativi, perché si può combinare con un'ampia gamma di composti e può diffondersi in modo capillare. Nelle acque dei laghi, dei fiumi e poi dei mari, l'azoto reattivo può innescare spropositate crescite di piante ed alghe microscopiche che, una volta giunte alla fase di decomposizione, consumano un enorme quantità di ossigeno creando, a lungo andare, delle vere e proprie "zone morte" che ormai gli studiosi hanno in numerose aree costiere del mondo. Inoltre il continuo eccesso di produzione antropica di azoto contribuisce al fenomeno del riscaldamento globale. Dal 1960 la produzione di azoto sintetico è incrementata dell'80% e oggi le attività umane producono circa 200 miliardi di tonnellate di azoto reattivo ogni anno, un valore che vale circa il doppio dell'azoto dovuto a tutti gli altri processi naturali.

E' evidente che non si può andare avanti così; abbiamo sorpassato il nostro confine planetario nella modificazione del ciclo dell'azoto. La comunità scientifica ha da tempo avviato un'International Nitrogen Initiative (vedasi il sito www.initrogen.org) dedicata all'analisi ed al monitoraggio degli effetti dell'azoto sulla salute umana e l'ambiente.

L'inquinamento da azoto sta incrementando in tutto il mondo ad una velocità che impone urgenti interventi regolatori quali, ad esempio, la riduzione della produzione di fertilizzanti artificiali o la loro applicazione con tecniche di precisione e la riduzione del consumo della carne che sta invece incrementando a livello mondiale.

di Gianfranco Bologna -

06 agosto 2010

Se si dice “mafia del fisco”…








Non è una locuzione ad effetto né un verbalismo emotivo: è la definizione precisa (forse scientificamente precisa) di un settore dello Stato capitalista – e quindi dello Stato capitalista senz’altro (c’è chi dice, ma a me non piace, tout court). Lo Stato capitalista definisce sé stesso con buona pace di coloro – e sono tanti ! – che si ostinano a considerare il capitalismo solo un’economia. Assolutamente no. Il capitalismo è anzitutto un costume, mutuato dalla giungla (dove l’uomo è nato), che consiste nella tendenza a rispondere alle pulsioni esistenziali attraverso la predazione, con oggetto la natura e lo stesso uomo. Il capitalismo è l’antropomorfizzazione della predazione: un’antropofagia bell’e buona certamente in versioni surrettizie.
Finché il rapporto sociale con i propri simili è improntato alla competitività ovvero alla possibilità di diventare forte e dominante, sempre attraverso la multiforme predazione, è ozioso – se non ridicolo – parlare di “amore del prossimo” (anche se la Chiesa, che ha indole capitalistica, lo fa) od anche di “sovranità” repubblicana del cittadino perché sovrani saranno solo i cittadini dominanti, cioè i predatori più forti. La costituzione repubblicana in vesta capitalistica è la caricatura di sé stessa.
Lo Stato capitalista non solo mette il cittadino contro il cittadino, anzi il fratello contro il fratello ma esso stesso si pone in posizione di ostilità nei riguardi del cittadino dal momento che lo considera anzitutto un soggetto da depredare (da prima che nasca) esattamente come le varie mafie considerano le loro vittime. Con la differenza che mentre le mafie devono ricorrere a forme di violenza ritenuta criminale e quindi perseguibile, lo Stato dispone di strumenti coercitivi da esso stesso ritenuti legali e se ne serve con rischio bassissimo o nullo di essere incriminato e condannato.
Si ha un bel parlare di crescita civile finché lo Stato, in quanto capitalista, resta, per il cittadino povero un “mostro divoratore”, che lo può cogliere perfino di sorpresa (come è il caso emblematico in questione). Essere colto di sorpresa significa cadere in un agguato, proprio come in una giungla. Questo non avverrebbe se lo Stato non fosse il cane da guardia degli affaristi e dei potenti, (cfr. Marx) ovvero se fosse Stato ovvero avesse la sovranità monetaria – che esclude qualsiasi debito pubblico, pretesto fiscale – cioè se fosse coniatore e padrone della moneta secondo fabbisogno e se, nel contempo, fosse il beneficiario del circuito produzione-vendita. In questo caso, lo Stato potrebbe fissare i prezzi – valori convenzionali – dei beni e dei servizi e, pertanto, potrebbe fare a meno del fisco – cioè del recupero della liquidità monetaria – diretto e indiretto – o ridurlo ad una voce simbolica. L’esperienza sovietica ha molto da insegnare a questo proposito.
Lo Stato capitalista in quanto tale rimane un “attentatore al passo” del cittadino qualsiasi, pericoloso in misura direttamente proporzionale alla povertà di questo. Non solo il prelievo fiscale si limita a scalfire la corazza del superfluo del cosiddetto ricco o benestante ma questo stesso è perfino in condizione di corrompere i predatori statali. La costituzione repubblicana prevede perfino - all’art. 53 – un “sistema tributario” – alias fiscale – “informato a criterio di progressività”. La giustizia fiscale è per sé stessa già in partenza una menzogna perché, mentre fa rifluire moneta nella casse dello Stato, dilata il divario che già separa ricchi e poveri. Giustizia ci può essere solo nel caso in cui il fisco prelevi solo dal superfluo.
La seconda mostruosità è data dalle imposte indirette che colpiscono i consumi, dagli essenziali ai voluttuari nella totale astrazione dei soggetti, che possono essere degli epuloni e dei poveri cristi. Imposta indiretta sta per “imposta alla cieca” e questo spiega tutto. Così l’enorme tassa (detta “accisa”), che grava sulla benzina, colpisce indifferentemente il consumatore di auto di lusso e il povero diavolo che si serve di una carretta per motivi di lavoro. La sola imposta indiretta cancella l’art. 53 della Costituzione repubblicana.
Non è tutto. Vi è una “predazione fiscale” vera e propria, che fa del fisco una mafia propriamente detta non soltanto in senso allegorico. Se nella denuncia dei redditi ci sono comunque parametri da rispettare e se, a proposito delle imposte indirette, il valore di riferimento rimane il consumo immediato, il terzo settore non ha alcun punto di riferimento se non la volontà del legislatore ovvero l’imperio della Legge che dice “devi pagare perché te lo ordino io”. E’ quello della carta bollata, alla quale si possono equiparare i crescenti ticket sanitari. Questi sono miserabili espedienti attraverso cui lo Stato capitalista fa mercato di frammenti di un servizio spacciato per gratuito.
L’immagine del Moloch fiscale, anche a proposito del terzo settore – o della carta bollata – è quello dello Stato, mostro nemico e senza pietà, che acconsente alla procedura barbarica di sfratto anche per povertà per salvare il principio sacrosanto della proprietà. Esattamente come una mafia deve salvare la parola sacra del boss! E ben a ragione possiamo parlare di “pizzi”. I quali sono numerosi, imprevedibili e indecifrabili. Paghiamo il pizzo solo per posteggiare un mezzo di locomozione usato per andare visitare un degente.
Al pedaggio medioevale è succeduto l’autaggio dell’èra tecnologica. Paghiamo il pizzo alla Rai, definito, non solo per ridere, “canone di abbonamento”. Dobbiamo rinnovare la patente: ci sono più pizzi da pagare. Dobbiamo rottamare la nostra carriola? Dobbiamo pagare un pizzo. Una qualunque operazione immobiliare comporta una serie di pizzi, tutti perentori e senza respiro. Abbiamo bisogno di farci ragione? Prepariamoci a sostenere una serie di pizzi, privati e pubblici. L’uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge – recitata dall’art. 3 della Costituzione – non può che essere un flatus vocis.
Chi scrive “vanta” esperienze didattiche. Avevo ragione di pretendere che il mio amministratore condominiale non conservasse molti milioni delle vecchie lire di pertinenza condominiale nel proprio conto corrente, ritenuto un ovvio e scontato grave illecito. La sentenza di prima istanza ammise la buona fede del processato ed io, da imperdonabile ingenuo, preferìi non procedere all’appello. Ma l’avvocato della parte resistente, in agguato come vuole lo spirito della giungla, con la complicità del sistema, procedette da solo, senza un antagonista, fino ad una vittoria completa, giunta anni dopo quando l’€uro era già succeduto alla lira, e quando nessuna sentenza avrebbe più avuto alcun significato. Dell’esito ho saputo solo quando ho dovuto far fronte alla liquidazione delle spese, computate in ben 9 mila €uro, cioè in 18 milioni delle vecchie lire. La sentenza, che si è fatto gioco del diritto, è stata solo una grossa predazione di un legale, che si è limitato a scrivere qualche rigo e a pronunciare qualche parola.
Non è tutto. C’è la sorpresa dopo tre anni: la ciliegina sulla torta. Mi si chiede di pagare 192 €uro per mancata registrazione della sentenza in questione. Poiché la sentenza è bene conservata e ben recuperabile da chi ne abbia bisogno, registrazione sta semplicemente per pizzo, pizzo di Stato, di una “mafia del fisco” ovvero di una “mafia di Stato”. O forse no?
di Carmelo R. Viola -

05 agosto 2010

Il marciume dilaga esponenzialmente



http://www.corsanoweb.it/public/files/posted_images/user_344_politicanti.jpg

Probabilmente, la situazione italiana è marcia in modo non più reversibile. A me pare che Berlusconi abbia ormai annacquato a sufficienza la sua politica estera, l’unica in cui vi erano barlumi di autonomia; soprattutto se confrontati con il laido servilismo della “sinistra” seguita da ampi e maggioritari settori di sedicente destra, sia politici che mediatici. Gli Usa avrebbero dovuto accontentarsi; può anche darsi che alcuni ambienti d’oltreoceano non siano ancora soddisfatti. Tuttavia, il mio sospetto è che soprattutto non si vogliano abbandonare i “servi che più servi non si può”: i finanzieri e gli industriali “decotti” e parassiti (nel senso chiarito nel mio precedente intervento) con tutta la genia della “sinistra” (senza distinzioni) cui si sono uniti “centro” e “destra finiana”. Una raccolta di lestofanti che ormai intendono devastare il paese prima di ogni eventuale resa dei conti.
Non è escluso che simile accozzaglia nutra qualche timore su settori del management “pubblico” e scampoli del “privato” (molto sotterraneo in verità); pur sembrando in ritirata nell’attuale congiuntura politica, forse non danno garanzie di non più disturbare l’azione della GFeID e della “sua” marmaglia (detta politica) una volta che, magari, “sia passata ‘a nuttata”. Questi settori hanno dovuto dare la loro rappresentanza a Berlusconi che, nemmeno lui, si è dimostrato “un mago”. Non è riuscito, in quasi vent’anni, a creare un gruppo omogeneo, minimamente compatto, non composto di emeriti opportunisti voltagabbana, inetti, profittatori. Ci siamo così trovati sempre tra l’incudine e il martello, con una degenerazione e putrefazione in crescita esponenziale. Abbiamo assistito ad un numero di “salti della quaglia” di impossibile precisazione tanto è alto. Malgrado sia contro le elezioni sedicenti democratiche – e difficilmente gli avvenimenti mi smuoveranno dal mio “atavico” astensionismo – credo proprio che sarebbe meglio arrivarvi al più presto. Fra gli altri effetti positivi, una proposta simile scoprirebbe la reale o finta neutralità del Presidente della Repubblica; secondo me farà il possibile per non darle e presterà il suo aiuto al tentativo di un altro “Governo Dini” (un Governo, cioè, con lo stesso significato e scopi di quello del 1995 garantito da Scalfaro).
D’altra parte, anche la putrida accolita che dovrebbe formare un simile Governo non troverà davanti a sé la via spianata. Basti vedere quali sono le peregrine idee che stanno circolando: un Governo del fu vicepresidente (per la sezione europea) della Goldman Sachs – io lo vedo in questo ruolo e non in quello “ufficiale”, a mio avviso di semplice copertura – che dovrebbe però coinvolgere Tremonti (alcuni anzi lo vorrebbero premier di transizione) e la Lega (concedendo il federalismo almeno in parte e con qualche inghippo che renda poi possibile la ritirata fra pochi anni). Siamo veramente “alla frutta”. Il fatto che si venga anche soltanto sfiorati da simili progetti dimostra che le gang, con cui abbiamo a che fare, non sono del tipo “Al Capone”, ma invece simili alla “banda dell’Ortica”, di cui non mi sembra ancora deciso chi avrà il ruolo di “palo”, quello “sberluso” (orbo) della canzone di Jannacci.
Sempre più viene in evidenza la funzione negativa dei sessant’anni di appartenenza “atlantica”, per cui non siamo dotati di corpi militari con un briciolo di senso del paese e delle sue sorti. Questa sarebbe l’occasione per schiacciare tutti gli scarafaggi, e dare loro una durissima e soprattutto definitiva lezione, dato che le fantasiose versioni di “destra” e di “sinistra” sono andate molto al di là di quanto già intravedeva Gaber. Per il momento siamo obbligati alla sola denuncia. Comunque, scusate il mio “pallino”, ma ritengo giusto indicare la causa e l’effetto, anche se poi, una volta instauratosi il circolo vizioso, è difficile fare distinzioni. GFeID (su impulso d’oltreoceano) e gli infami rinnegati della “sinistra” (anzi del “comunismo”) sono la causa; la reazione dei settori affidatisi infine a Berlusconi (reazione certo non adeguata ed efficace) è l’effetto. Teniamolo presente; e – dato il marciume che ormai le bande hanno creato nonché l’incapacità di certi “corpi speciali” di asportarlo senza la minima esitazione e con metodi definitivi – le elezioni sarebbero per il momento la soluzione meno peggiore: non risanerebbero l’ambiente ormai irrimediabilmente infetto, concederebbero però ancora un po’ di tempo per la possibile “disinfestazione”.
L’importante è intanto rendersi conto che non esiste più la politica, ma solo una grande fossa fognaria da svuotare, se si vuol evitare la sempre più probabile epidemia.
di Gianfranco La Grassa

La crisi economica come opportunità di crescita per la collettività






http://lh3.ggpht.com/_JN05LDzMnWU/SgyAJjz8-WI/AAAAAAAAKFg/TpyNL5M8B5s/lavorare-online-sisifo.jpg

Per quanto indietro possa risalire la mia memoria, non riesco a ricordare un solo periodo storico in cui gli attori politici non si siano lamentati, chi più, chi meno, dell’andamento dell’economia. Benché quest’ultima abbia attraversato periodi anche prosperosi, nessun governante si è mai dichiarato interamente soddisfatto della situazione economica né ha mai smesso di decantare le pseudo-virtù della crescita infinita[1].

Anche quando il PIL cresce i discorsi politici alternano tra esaltazione e ammonimento contro i rischi di stagnazione dei mercati e tendono ad incentivare ulteriormente la crescita. Ora, non è mia intenzione negare l’esistenza delle crisi economiche. La mia critica verte sull’ovvietà delle loro implicazioni catastrofiche sulla vita della collettività. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, per la qualità della vita i periodi di crisi economica ben gestiti (e sottolineo “ben gestiti”) possono addirittura rappresentare una opportunità per la collettività in quanto producono un calo della frenesia verso gli affari e gli acquisti. Il che significa, oltre che un aumento del tempo libero, un maggiore apprezzamento dei beni di cui già si dispone e un drastico calo delle spese futili.

Nei periodi di boom, invece, è tendenzialmente vero il contrario. Gli acquisti e gli investimenti tendono a salire, anche in proporzione ad una crescita semplicemente “ipotizzata” ma che qualunque problema imprevisto di una certa gravità può facilmente smentire. Prima i consumi e poi i prezzi tendono a lievitare e gli investitori, a tutti i livelli, paiono mossi da una fiducia che presto o tardi si rivela quasi sempre fuori luogo o quanto meno esagerata. La situazione che si viene quindi a creare è portatrice di numerosi e gravi problemi sui quali non possiamo soffermarci in questa sede, ma che ben conosciamo. Ditte che non rientrano nei loro investimenti e chiudono i battenti, piccoli azionisti che perdono i loro risparmi… Vorrei soltanto sottolineare che nei periodi di crisi ben gestiti lo stile di vita individuale tende semplicemente a farsi più sobrio ed equilibrato. I beni di cui già si dispone vengono maggiormente apprezzati e in generale gli interessi si spostano dalla ricerca coatta del profitto verso valori più vicini alla vera natura dell’uomo.

Così come in psicopatologia le crisi interiori rappresentano eventi certamente sofferti, ma che contengono già in sé i germi di un cambiamento importante e positivo da attuare, allo stesso modo le crisi economiche che puntualmente si ripresentano dopo un periodo di forte crescita vanno nel senso di un cambiamento positivo della società. La loro vera funzione, purtroppo ignorata dai media, è inerente al riequilibrio del sistema. E la realizzazione di questa dinamica passa anzitutto da una presa di coscienza collettiva degli errori e delle esagerazioni riguardanti le aspettative e lo stile di vita dei cittadini e delle scelte politiche scellerate di chi governa.

Tale modello di crisi mediato dalla psicoanalisi è perfettamente applicabile all’economia, la quale, da quanto si dimostra vorace ed irragionevole, costituisce la fonte della maggior parte dei nostri problemi. Il nostro sistema economico ha ormai dimostrato la propria incapacità a risolvere problemi d’importanza prioritaria come per esempio quelli legati all’inquinamento e al terrorismo. Oggi, l’economia non serve più nessuno, proprio perché tutti ne siamo asserviti. L’errore forse più fondamentale è che da quando si basa sul profitto indiscriminato, l’economia si è trasformata da semplice strumento per la gestione degli scambi in un fine che impone le sue leggi di Mercato su ogni altro sistema di valori. E da sempre, il massimo sistema di valori creato dall’uomo è rappresentato dalla religione. Così, il nostro sistema economico non ha più nulla di razionale, ma poggia su aspettative, speranze, credenze, emozioni che sono proprie della dimensione religiosa. Per questo, come ho tentato di dimostrare nel mio ultimo libro[2], quel che oggi chiamiamo “economia” è diventato una vera e propria religione inconsapevole che determina non soltanto lo stile di vita dei cittadini, ma anche la loro stessa psicologia trasformandoli di volta in volta in vittime sacrificali, gran sacerdoti, crociati, santi, fedeli d’amore oppure eretici da scartare.

Pertanto, quel che per questo nostro sistema è crisi, per la collettività rappresenta potenzialmente una fortuna. Quella collettività in realtà non ha nulla da temere dalla crisi in sé. L’unico problema, purtroppo di peso, cui stare particolarmente attenti è la propaganda dei politici e dei potenti gran sacerdoti che da sempre, per rilanciare il sistema, hanno fomentato guerre sante. In questo senso, si può dire che le guerre economiche sono fondamentalmente di natura religiosa.

Affermare attraverso i media che l’economia è in crisi e che la crisi significa per forza guerra e tragedia è una sorta di mantra recitato per favorire la ripresa attraverso una spinta lavorativa e produttiva più vigorosa da parte di tutti. Quel che non si dice però, in quanto per i credenti significherebbe infrangere un tabù, è che le crisi sono sempre il frutto proprio di quell’atteggiamento fanatico verso la crescita economica a causa del quale ogni calo del PIL viene percepito in modo apocalittico. Ogni flessione anche minima del PIL è in grado di suscitare i peggiori fantasmi nella mente dei fedeli. Eppure, il PIL cresce, per esempio, anche in virtù degli incidenti stradali!

di Antoine Fratini

Il parallelo tra crisi psicologica e crisi economica appare significativo. In luogo di essere ad ogni costo “curate”, le crisi economiche dovrebbero essere piuttosto “analizzate”. Oggi più che mai vi è bisogno di una grande presa di coscienza collettiva delle aberrazioni del sistema, degli aspetti religiosi inconsapevolmente proiettati sull’economia. Solo così, solo se l’economia torna ad essere vera scienza anziché ricettacolo inconsapevole della religiosità dell’uomo, ci si può aspettare una evoluzione realmente positiva della società.





[1] Solo di recente alcuni sindaci illuminati (vere e proprie “mosche bianche”) hanno iniziato a sperimentare progetti di gestione del territorio “a crescita zero” (vedi l’esempio di Cassinetta di Lugagnano in Lombardia).

[2] Antoine Fratini, La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009.

04 agosto 2010

Siamo tutti drogati e nessuno lo dice




http://droghe.aduc.it/generale/files/image/2010/giugno/0002(113).jpg


E’ risaputo che le droghe pervadono tutta la nostra società e il loro abuso è dilagante.
Le autorità dovrebbero vigilare sulla salute pubblica e invece non solo si girano dall’altra parte incuranti del problema, ma ci speculano sopra guadagnando cifre da capogiro.
Ma di cosa stiamo parlando?
Questo non è il classico articolo sulle droghe tradizionali: cocaina, eroina, hashish, marijuana, ecc., ma sulle droghe che inconsapevolmente assumiamo ogni giorno, tutti quanti, che ci piaccia o non ci piaccia!
Se pensate che il fenomeno non vi tocchi, leggete con molta attenzione!

Le droghe affascinano perché alterano la nostra percezione, la capacità di vedere e sperimentare il mondo. Vi sono vari modi per ottenere più o meno lo stesso effetto: cantare, ballare, digiunare, ridere, meditare, leggere, fantasticare, ecc.
Ma la droga è certamente molto più rapida, veloce e…proibita.

Dall’alba dei tempi l’uomo cerca e sperimenta sostanze psicotrope con le motivazioni più variegate, eccone qualcuna:
- Espandere la propria coscienza per vedere il mondo con occhi diversi;
- Pratiche di tipo religioso: la marijuana e molte piante allucinogene vengono usate in India e da altre popolazioni indigene;
- Per curare malattie: oppio, cocaina, morfina marijuana e alcol sono stati i pilastri della medicina ottocentesca e venivano usati per qualunque cosa, dai dolori mestruali all’epilessia. Alla fine dell’Ottocento la cocaina veniva pubblicizzata come medicina miracolosa mentre il vino alla coca fu il farmaco più prescritto in assoluto;
- Stimolare la creatività: Charles Baudelaire usava hashish e oppio, il collega Alexandre Dumas si univa a lui negli esperimenti con l’hashish. Lo scrittore americano Edgar Allan Poe faceva uso di oppiacei e parte della sua bizzarria descrittiva, derivava proprio da esperienze con la droga. I primi scritti di Sigmund Freud furono ispirati dalla cocaina, e lui stesso ne incoraggiò il consumo;
- Fuggire dalla noia, disperazione e migliorare l’interazione sociale;
- Fuggire dal mondo e dai problemi quotidiani, isolandosi artificialmente.
- ...

DROGHE ENDOGENE
Il corpo umano, soprattutto nel cervello e in certe ghiandole, produce potenti sostanze chimiche che hanno effetto sull’umore, pensieri e azioni: le endorfine.
Le endorfine sono sostanze stupefacenti che causano molti effetti tipici degli oppiacei, tra cui euforia, stato di benessere e riduzione del dolore.
L’essere umano oltre a queste droghe oppiacee, genera anche i propri stimolanti (adrenalina o noradrenalina) e i propri sedativi (serotonina e GABA), questi ultimi in grado di rallentare la trasmissione nel sistema nervoso centrale (SNC).
Probabilmente siamo anche in grado di produrre i propri psichedelici, come per esempio la D.M.T. (dimetiltriptamina), poiché è stato dimostrato che la ghiandola pineale, secerne ormoni con una struttura molecolare molto simile.
In pratica, non ci facciamo mancare nulla: eccitanti, stimolanti, psichedelici e sedativi!
Adesso, dopo questa certamente incompleta introduzione, osserviamo da vicino le droghe che tutti noi usiamo inconsapevolmente ogni giorno. Droghe che agendo nel cervello possono avere degli effetti dirompenti sul comportamento e sul nostro modo di pensare.

STIMOLANTI
La famiglia degli stimolanti, lo dice il nome stesso: stimolano, fanno sentire più vigili ed energici, eccitano in pratica il SNC.
I nervi comunicano tra loro mediante impulsi elettrochimici. Un impulso è una vera e propria scarica elettrica che si muove velocissima lungo la fibra di un neurone. Tale fibra può terminare in un muscolo, una ghiandola o in un altro neurone, ma c’è sempre un minuscolo spazio tra la fine della fibra nervosa e la cellula seguente.
Per riempire questo spazio, la fibra rilascia piccole quantità di sostanze chimiche (neurotrasmettitori) che influiscono nella cellula che segue.
Alcuni neurotrasmettitori sono forti stimolanti, che inducono le cellule muscolari a contrarsi, le ghiandole a secernere e altri neuroni a rilasciare scariche elettriche.
Il più comune neurotrasmettitore stimolante è la noradrenalina o norepinefrina.
In pratica gli stimolanti agiscono così: fanno rilasciare alle fibre la noradrenalina oppure altri neurotrasmettitori che eccitano il sistema.
Pertanto l’effetto stimolante che percepiamo nel corpo è il semplice risultato dell’energia chimica del corpo che va ad agire nel sistema nervoso. Lo stimolante induce l’organismo a consumare questa energia prima e in maggiore quantità rispetto alla norma. Questo è il motivo per cui dopo l’effetto stimolante (illusorio e apparente), si è molto più stanchi e scarichi di prima e servono altri stimolanti per tirarsi su, in un circolo vizioso perverso e deleterio!

Zucchero à Mentre il nostro corredo genetico si è sviluppato in un contesto nutrizionale in cui si consumava (nel Paleolitico) procapite solo 2 kg all’anno sottoforma di miele, siamo passati a 5 kg di zucchero nel 1830 per giungere a 70 kg alla fine del secolo scorso!
Lo zucchero bianco è una sostanza innaturale tra le più tossiche in commercio. Basta sapere che viene prodotto con latte di calce (che provoca la distruzione di tutte le sostanze organiche utili: proteine, enzimi, sali, ecc.), poi trattato con acido solforoso per eliminare il colore scuro, poi subisce altri processi, dove viene filtrato, decolorato, centrifugato, per venire alla fine colorato con blu oltremare e blu idantrene (proveniente dal catrame, quindi cancerogeno).
La polvere bianca che si ottiene è sterile, completamente morta e dentro il nostro corpo per essere assimilata e digerita, sottrae vitamine e minerali (calcio da ossa e denti: osteoporosi e carie) per ricostruire almeno in parte quell’armonia di elementi distrutti dalla raffinazione. Questo processo acidifica il terreno biologico.
Una recente ricerca condotta da Bart Hoebel del Princeton Neuroscience Institute, ha scoperto che lo zucchero crea una vera e propria dipendenza e sintomi di astinenza simili a quelli provocati da altre droghe.
Nel cervello, quando si assume zucchero, avvengono dei cambiamenti neurochimici che fanno aumentare la dopamina, e questa è la ragione per cui quando si viene privati improvvisamente della dose zuccherina giornaliera, si genera una vera e propria crisi di astinenza.
Prima crea una stimolazione e poi c’è la fase depressiva che crea stati di irritabilità.
Questo è causato dal rapidissimo assorbimento dello zucchero nel sangue che fa salire la glicemia, e costringe il pancreas a secernere insulina. Tale ormone fa scendere bruscamente la glicemia (malessere, sudorazione, irritabilità, debolezza) con bisogno di mangiare ancora zuccheri per sentirsi meglio.
Ma non finisce qua.
Il biologo tedesco Otto Heinrich Warburg è stato insignito il Premio Nobel per la medicina per aver scoperto che il metabolismo dei tumori maligni dipende in gran parte dal loro consumo di glucosio (forma che assume lo zucchero una volta digerito, metabolizzato).
Ingerendo infatti zucchero o farine raffinate (pasta, pane, biscotti, grissini, ecc.), si alza il tasso di glucosio (aumenta la glicemia) nel sangue e l’organismo libera oltre all’insulina, come abbiamo visto, l’I.G.F. una molecola con proprietà che stimolano la crescita cellulare.
In parole povere lo zucchero è la benzina dei tumori.

Caffè à La caffeina è lo stimolante naturale più diffuso e si trova in molte piante.
Il caffè sarebbe stato scoperto dai nomadi etiopi che avevano notato come i propri animali domestici diventavano più vivaci dopo aver mangiato il frutto degli alberi del caffè. Quando provarono a mangiarne i semi, diventarono tutti più briosi, ma alla fine, impararono a ricavare una bevanda dai semi tostati.
All’epoca però il caffè veniva usato solo nelle cerimonie e riti religiosi. Si incontravano una notte alla settimana, bevevano grandi quantità di caffè e rimanevano svegli a pregare e salmodiare.
Il caffè è un forte stimolante: irrita le mucose dello stomaco e vescica (che secernono poi muco per difendersi), procura cattive digestioni gastrointestinali e impedisce una corretta assimilazione dei principi nutrizionali. E’ uno dei principali distruttori di batteri acidofili nell’intestino, con tutte le conseguenze del caso, e nemico numero uno per reni e fegato.
Negli Stati Uniti, dove se ne consumano grandi quantità non è un caso che le marche di antiacidi è pari a quello delle marche del caffè.
Nella nostra società la dipendenza dal caffè è fortissima: molti consumatori non riescono a pensare con chiarezza al mattino e nemmeno andare in bagno senza la dose quotidiana. Soffrono veri e propri sintomi di astinenza se smettono di prenderlo. La reazione di astinenza comincia 24-36 ore dopo l’ultimo caffè, e i sintomi sono mal di testa, nausea, irritabilità, apatia e vomito. Per fortuna i sintomi durano da 36 a 72 ore, ma scompaiono rapidamente.
Johann Sebastian Bach ne era assuefatto, non a caso magnificò la bevanda con la “Cantata del caffè”. Lo scrittore francese Honoré de Balzac, non riusciva a lavorare senza bere una specie di brodaglia densa che gli procurava dolori e crampi allo stomaco.

Thé à Il thé non è irritante quanto il caffè ma è sempre un potente stimolante.
Il suo principio attivo si chiama teofillina, e tra gli effetti nell’organismo, quando lo si beve in quantità, vi è nervosismo, agitazione e insonnia.
Essendo un eccitante, vale la stessa cosa appena vista per il caffè.

Cola à La cola è un seme o noce dell’albero della cola che contiene caffeina. Il loro gusto è molto amaro, ed è per questo che in commercio la cola viene addizionata di zucchero.
La deleteria combinazione zucchero/caffeina, nelle bibite analcoliche gassate, è particolarmente capace di dare assuefazione e questo i produttori lo sanno molto bene.
I genitori per tanto dovrebbero sapere che tali bibite sono droghe velenose capaci di influire sulla salute fisica e lo stato d’animo.

Guaranà à Il guaranà è ricavato dai semi di un arbusto della giungla brasiliana.
Contiene più caffeina del caffè e viene usata per produrre bevande gassate oppure integratori stimolanti.

Mate à In Argentina la bibita alla caffeina più diffusa è il Mate, ricavato dalle foglie dell’ilice.

Cioccolato à Una delle più note fonti di caffeina è il cioccolato, anch’esso ricavato dai semi di un albero. Il cioccolato contiene molto grasso ed è così amaro che deve essere mescolato con tanto zucchero per renderlo gradevole al palato.
Oltre alla caffeina, contiene teobromina (alcaloide), sostanza affine e con effetti eccitanti analoghi. Vale lo stesso discorso per il caffè con l’aggravante che il cioccolato ha un altro alcaloide e viene zuccherato.

Tabacco à Il tabacco è una delle piante stimolanti più potenti che si conoscano e la nicotina, il suo principio attivo, una delle droghe più tossiche in assoluto.
Un normale sigaro contiene una quantità di nicotina sufficiente a uccidere parecchie persone (il tabacco che brucia ne distrugge gran parte).
La nicotina è talmente forte e pericolosa che l’organismo umano sviluppa rapidamente una certa tolleranza per proteggersi.
Sotto forma di sigarette, il tabacco è una delle droghe che in assoluto provoca più assuefazione: è pari al crack! Sembra incredibile, ma è più difficile liberarsi dell’abitudine di fumare sigarette che smettere di assumere eroina o alcol.
Inalato a fondo, il fumo porta nicotina concentrata ai centri vitale cerebrali in pochi secondi, più velocemente di quanto impieghi l’eroina iniettata. Questo spiega perché fumare provoca un’assuefazione così rapida.
Per tutto il Novecento le autorità incoraggiavano l’uso di questa droga, con il pretesto che favoriva la concentrazione e il rilassamento.
Negli anni Cinquanta non era strano vedere i medici pubblicizzare particolari marche capaci di dare “sollievo alla gola”.
Verso la fine del secolo scorso, la posizione della società cambiò nei riguardi del tabacco.
Oggi, nonostante siano risaputi tutti i pericoli, i governi del mondo, dal commercio di questa droga tremenda ci guadagnano moltissimi miliardi ogni anno, addirittura quello degli Stati Uniti sostiene l’industria del tabacco con fondi pubblici!

SEDATIVI
A differenza degli stimolanti, i sedativi sono sostanze che abbassano il livello di energia del sistema nervoso, riducendo la sensibilità alla stimolazione esterna e a dosi elevate inducono il sonno

Alcol à L’alcol è la sostanza psicotropa più diffusa al mondo e utilizzata ogni giorno da milioni di persone. Forse è anche la più antica droga nota all’essere umano.
Una volta entrato nell’organismo, l’alcol viene assorbito con grande rapidità dall’apparato digerente, entra nel flusso sanguigno e raggiunge il cervello, dove influenza stati d’animo e comportamenti. L’organismo deve lavorare duramente per eliminare l’alcol: ne brucia una parte come combustibile (fegato) e ne espelle una immutata sotto forma di respiro (polmoni) e urine (reni). Quindi i principali organi emuntori del corpo vengono sfibrati per espellere l’alcol, ma quello che ne risente di più è il fegato che a lungo andare diventa sempre più gonfio e pieno di grasso (steatosi), perdendo molte delle sue funzioni metaboliche importantissime.
Il senso di calore prodotto dall’alcol è ingannevole: è dovuto all’aumento del flusso sanguigno verso la pelle e questo permette al calore di disperdersi nell’aria, raffreddando pericolosamente il corpo.
L’alcol, tra le altre cose, è un fortissimo diuretico: aumenta la quantità di urina, e questo è un segnale inequivocabile che si stanno sforzando le reni per espellere il veleno, facendo perdere acqua al corpo e sfibrando tali organi fondamentali. Grandi bevute possono provocare forti disidratazioni dei tessuti.
Fuori da ogni discussione che l’alcol sia la più tossica delle droghe esaminate, pur tuttavia, è la nostra stessa società ad aver fatto dell’alcol la propria droga di prima scelta, grazie anche al fatto che i governi, come nel caso del tabacco, ci guadagnano cifre spropositate.
Nessuno ha interesse ad educare le persone del pericolo di questi veleni tossici e pericolosi.

DELIRANTI
Il delirio è uno stato di disturbo mentale caratterizzato da confusione e disorientamento. Dosi eccessive della maggior parte delle sostanze psicotrope danno luogo a delirio in quanto tossiche per il cervello.

Solanacee à La famiglia delle piante solanacee comprende alcuni prodotti naturali molto diffusi: pomodori, peperoni, peperoncini, melanzane e patate. Ne fanno parte anche piante tossiche come il tabacco, e alcune piante magico-velenose come il giusquiamo, mandragola, stramonio e belladonna.
Le solanacee hanno un aspetto spaventoso: sono piante rigogliose, pelose con odori strani e fiori molto singolari.
Tutte le parti di queste piante contengono scopolamina, una droga che provoca delirio e che è fortemente velenosa. La concentrazione più alta è nei semi, mentre le radici ne hanno meno, per cui sono le più sicure da consumare. Comunque sia, radici, semi, foglie e fiori possono essere mangiati, fumati, messi in infusione per ricavarne delle tisane allucinogene.
Gli effetti mentali indotti sono: irrequietezza, disorientamento e delirio, comprese allucinazioni anche intense e vivide.
La capacità della scopolamina di scollegare, chi le assume, dalla realtà ordinaria, spiega la loro diffusione in alcuni ambienti poco raccomandabili…
La farmacologia utilizza ancora oggi la scopolamina come farmaco: è venduta come sonnifero da banco o sottoforma di compresse per il raffreddore e allergie, per asciugare il naso che cola.
Attenzione con questo non si vuole affermare che è pericoloso mangiare patate o pomodori o melanzane! Questi frutti della terra, se mangiati nelle corrette combinazioni e sequenze apportano principi nutrizionali importanti. Le patate, in particolar modo (gli amidi più veloci da digerire), andrebbero cotte al forno con la buccia e mangiate da sole assieme a verdure crude. Si sconsiglia il loro abbinamento con cereali e/o proteine animali!

Noce moscata à La noce moscata è il seme, ricoperto da un involucro esterno detto macis, di una pianta tropicale. Contiene una droga detta miristicina che nell’organismo può essere trasformata in uno degli allucinogeni analoghi alle anfetamine.
Sia la noce moscata sia il macis, sono infatti utilizzati da tempo come sostanze psicotrope.

FARMACI DA BANCO
Dopo aver elencato le sostanze chimiche naturali, contenute in alcuni alimenti e/o piante, che vanno ad interagire con il SNC, è doveroso aggiungere un capitolo sui farmaci da banco.
Moltissimi prodotti in vendita, considerati innocui anche dagli stessi medici prescriventi, e usati da milioni di persone ogni giorno per svariati problemi di salute, interagiscono pericolosamente con il nostro SNC. Sono informazioni utili da sapere, per evitare gratuiti squilibri mentali, soprattutto nel caso di bambini.

Antistaminici à Le allergie sono in costante aumento nella nostra società e non a caso gli antistaminici sono tra i farmaci più consumati in assoluto.
Quello che però c’interessa è che stranamente il nostro SNC è molto sensibile a questi farmaci.
Alcune reazioni allergiche sono mediate da una sostanza endogena, cioè prodotta dal corpo, ce si chiama istamina.
I farmaci, nel tentativo di eliminare i sintomi delle allergie, bloccano l’azione della istamina, cioè bloccano il lavoro importante che sta compiendo la Natura. Ecco perché con gli antistaminici non si curerà mai nessuna allergia!
In compenso, gli antistaminici provocano delle profonde alterazioni dello stato d’animo, rendono depressi, acidi, apatici e incapaci di ragionare in modo chiaro. Offuscano il pensiero.
Sono sostanze psicotrope!
Questo è il motivo per cui alcuni antistaminici, come per esempio la Piribenzamina, vengono utilizzati da tossicodipendenti per sballarsi.
Viene venduto anche il Nopron, detto “sciroppo della mamma manager”, e dato da pediatri inconsapevoli per far dormire bambini piccolissimi.
L’uso di questa droga (ipnotico) è molto diffusa nei bambini piccoli che piangono di notte e/o che piangono dopo, per esempio, la poppata di latte vaccino. Il latte vaccino è una delle sostanze più intolleranti che esistano, e i piccini, spesso e volentieri, piangono proprio per l’azione tossica che ha a livello intestinale.
Noi adulti cosa facciamo? Li droghiamo con un ipnotico, con tutti le conseguenze e i danni che possiamo solo lontanamente immaginare.

Cortisonici, corticosteroidi à Le ghiandole surrenali, oltre all’adrenalina scernono dei corticosteroidi (cortisone e affini).
Sono universalmente usati per ridurre le infiammazioni, le reazioni allergiche e le eruzioni cutanee.
Come ogni farmaco, anche i cortisonici, anche a dosi modeste, possono sconvolgere in modo drastico l’equilibrio chimico dell’organismo e dare luogo a tossicità, fino al decesso.
Arrestano la produzione da parte del corpo di steroidi naturali, e le conseguenze possono essere: aumento di suscettibilità, stress e infezione.
Questi farmaci, inoltre, possono dar luogo a euforia estrema, simile alla psicosi maniaco-depressiva, e un loro uso prolungato può trasformare tale euforia in profonda depressione.
Gli steroidi possono rendere psicotici alcuni individui e fare venire manie suicide.

Sciroppi per la tosse à Alcuni sciroppi per la tosse non contengono alcuna sostanza psicotropa, altri invece noti sedativi come alcol e cloroformio, stimolanti come pseudoefedrina, antistaminici o derivati oppiacei.
Il principale sedativo da banco per la tosse contiene destrometorfano, un parente della codeina che calma il nucleo della tosse, senza andare a curare l’origine della stessa.
I consumatori drogati, ne assumono grandi quantità per ottenere uno stato da zombie chiamato dexing o robotripping.

Broncodilatatori à Sono farmaci che aprono le vie aeree nell’apparato respiratorio e agiscono stimolando il sistema nervoso simpatico, che regola le pareti muscolari dei tubi bronchiali. La conseguenza, oltre all’effetto voluto, è che provocano eccitazione, irrequietezza, ansia e insonnia.
Creano molta dipendenza, quando l’effetto di una dose svanisce, la costrizione bronchiale aumenta rendendo necessarie altre dosi, e via così in un circolo deleterio.
Uno dei farmaci più ampiamente prescritto, la teofillina, viene tenuto sotto attento esame come possibile causa di comportamenti violenti e singolari. La teofillina è il principio attivo del thé ed è un parente stretto della caffeina.

Decongestionali nasali à Uno degli effetti degli stimolanti è quello di contrarre i vasi sanguigni nel naso e nei seni. Tale costrizione restringe i tessuti, consentendo all’aria di passare meglio.
Tale effetto è ovviamente momentaneo, e quando svanisce viene seguito da una reazione opposta detta “rimbalzo”, nella quale i seni sono più chiusi di prima. Il meccanismo di forte dipendenza dipende dalla natura temporanea del sollievo che danno, se si continua ad usarli per far fronte al “ribalzo” che segue alla dose iniziale, in breve non si riuscirà più a respirare senza.
Nel mercato sono disponibili forme decongestionanti orali contenenti la pseudoefedrina, parente stretto della efedrina stimolante.

LEGGI DELLA VITA
Esistono alcune leggi immutabili in Natura che scandiscono la nostra esistenza.
Nel nostro caso due sono le Leggi che interessano.
La “Legge della Forza”, afferma che tutta “la Forza usata, e quindi consumata, in ogni azione vitale o medica, è la Forza Vitale, e cioè, quella che proviene dall’interno dell’organismo e non dall’esterno”.
La “Legge del Doppio Effetto”, afferma invece che “l’effetto secondario sull’organismo vivente di qualsiasi atto, abitudine, indulgenza o agente, è l’esatto contrario del primo effetto”.
Cosa significano queste fondamentali Leggi?
Da una parte si stabilisce che è la Forza Vitale organica ad agire e produrre l’Azione, dall’altra che l’effetto secondario di ogni sostanza è contrario al primo.
Quindi quando assumiamo sostanze tossiche-velenose come caffè, thè, cioccolata, zucchero o altre droghe come fumo o farmaci, l’effetto immediato è l’eccitazione del sistema.
Questa eccitazione però non è dovuta alla droga in sé (caffeina, nicotina, teofillina, teobromina, ecc.), ma all’Energia o Forza Vitale che viene sequestrata dal corpo per espellere la tossina velenosa.
Dopodiché si manifesta l’effetto secondario che è esattamente contrario: tutto il sistema prima eccitato, energico, si svuota e scarica.
A lungo andare, questo assurdo modus vivendi antinaturale, debilita fisicamente e psichicamente l’uomo di energia vitale.

Siamo drogati e non lo sappiamo
All’appello mancano moltissime altre sostanze con effetti diretti sul SNC, ma certamente il materiale trattato è sufficiente per affermare che oggi una persona “normale”, con uno stile di vita “normale”, è un drogato!
Ricordiamo che l’abuso di droga non è il consumo di una sostanza non accettata o illegale: drogarsi significa assumere qualunque sostanza che danneggia la salute fisica e/o mentale.
Far crescere bambini con alimenti putrefattivi come le proteine animali, alimenti mortiferi come bevande gassate e alcoliche (eccito-deprimenti), zuccheri e cereali raffinati (eccito-deprimenti), caffè, thé (eccito-deprimenti), significa sviluppare adulti corrotti, drogati, dipendenti e soprattutto privi di energia vitale. Quindi predisposti alle malattie e al controllo mentale!
Tutto questo ovviamente fa comodo al Sistema, a cui non dispiace aver a che fare con persone non libere e manipolabili.
Quindi non dobbiamo scandalizzarci se oggi i giovani abusano di alcol o altre sostanze deleterie per il corpo e la mente: noi adulti li abbiamo svezzati e fatti crescere con droghe non meno tossiche e pericolose per la salute!

di Marcello Pamio

03 agosto 2010

Dietro un conflitto incompreso



http://www.quipunet.it/rinascita/images/stories/internazionale/afghanistan_soldati500.jpg

Più si ripetono gli episodi in cui perdono la vita i nostri militari in Afghanistan, tanto meno la stampa gli dedica spazio. Sui giornali dura maggiormente la “scoperta” delle sniffate di cocaina alla discoteca Hollywood di Milano, con il contorno di starlette procaci e vip di mezza tacca. Non si tratta di censura, ma del disinteresse dell’opinione pubblica per quanto avviene nella lontana Kabul. La morte dei nostri due artificieri, mercoledì scorso, sarà così dimenticata presto.
Se lo stillicidio di caduti proseguirà con questo ritmo, è probabile che sparisca dalle prime pagine. Solo un coinvolgimento totale nel conflitto del nostro contingente, con un numero di morti molto elevato, riaccenderebbe l’interesse. L’Italia sta comunque combattendo, di fatto, una guerra. Come altro definire una situazione in cui il nostro esercito è impegnato quotidianamente contro un nemico al quale infligge perdite (molto più numerose di quanto si creda), subendone a sua volta, nel tentativo di difendere il territorio affidatogli? L’italiano medio, però, se ne va in ferie e ciò lo conforta, se mai ce ne fosse bisogno, sul fatto che il suo Paese vive in pace. Eppure, lo sforzo bellico che l’Italia sta compiendo, considerate le risorse ristrette, non è indifferente: quasi 4mila uomini schierati, oltre a tutti gli altri soldati impegnati nelle varie missioni internazionali.
L’opinione pubblica Usa percepisce le due guerre nelle quali Washington è impegnata non molto diversamente da noi. La vera emergenza nazionale, che turba la popolazione e infiamma la polemica, è costituita dall’onda nera del petrolio che minaccia le coste della Florida. Quello è il dramma vero perché si svolge dentro casa; le guerre sono qualcosa che accade lontano, una preoccupazione “astratta”. Sia Bush come Obama hanno deciso di non finanziare i costi assai elevati di Iraq e Afghanistan con l’aumento delle tasse, preferendo scaricarli su un debito pubblico che, pure, ha raggiunto una quota preoccupante. Sono così riusciti a “distrarre” ancora di più la popolazione, facendola sentire estranea allo sforzo bellico della nazione. C’è, poi, il welfare di guerra. L’aumento delle spese militari, oltre a ingrassare le aziende del settore, produce anche un certo numero di posti di lavoro non disprezzabile in questa fase di aumento della disoccupazione.
Spesso, nel giudicare le difficoltà delle nuove guerre Usa, si fa riferimento al Vietnam. E’ un paragone da usare con molta precauzione, perché non si deve innanzitutto dimenticare che i soldati mandati combattere in Indocina erano reclutati attraverso la leva, mentre oggi si tratta di professionisti. Il Vietnam era un incubo per tutti i giovani statunitensi dell’epoca (anche se alcuni riuscivano ad assicurarsi in vario modo l’esenzione) l’Iraq e l’Afghanistan, almeno per quanto riguarda la truppa, sono un affare dei più poveri e dei nuovi immigrati. Tutta gente che non fa tendenza e della cui esistenza la grande classe media si può facilmente dimenticare. Non c’è stato quindi, né c’è da aspettarselo in futuro, un revival del grande movimento pacifista che, all’epoca, mise in difficoltà la Casa Bianca.
Le nuove guerre occidentali guidate dagli Usa interessano segmenti molto limitati della popolazione. La propaganda le ha chiamate in vario modo per esorcizzare la parola tabù guerra, con definizioni che convergono nel rappresentarle come operazioni di polizia internazionale. E’ un falso perché si tratta di vere e proprie guerre, con alte perdite fra i guerriglieri e la popolazione civile e con battaglie combattute per impossessarsi di zone del territorio controllate dal nemico, come nei conflitti tradizionali. L’uso del termine polizia ha però un senso per le popolazioni degli Usa e dei Paesi al loro seguito: i soldati partiti per quei territori stanno facendo nient’altro del loro dovere di professionisti, ovvero sconfiggere i delinquenti e mantenere l’ordine. Come non ci si emoziona più di tanto per i pericoli che affrontano, nel loro lavoro, i poliziotti in patria, così non ci si sente partecipi della missione di altri professionisti che fanno più o meno le stesse cose all’estero.
Le guerre ineguali, come le definisce Alessandro Colombo per via dell’enorme disparità di mezzi fra le parti in lotta, rappresentano la forma della privatizzazione della guerra. Non casualmente vi partecipa un enorme numero dei cosiddetti contractor, i militari stipendiati da compagnie private. E’ un aspetto di cui si parla ancora troppo poco, ma potrebbe rappresentare il futuro dei conflitti armati, che verrebbero appaltati quasi in esclusiva ai nuovi mercenari. In fin dei conti, non sarebbe neanche una novità storica in assoluto, ma una riedizione, in grandi dimensioni, delle compagnie di ventura con cui i principi italiani si combattevano durante il Rinascimento.
La privatizzazione attuale della guerra, però, si inserisce nel generale processo di privatizzazione del mondo, che non risparmia nemmeno risorse essenziali come l’acqua. Sarà un caso -ma se lo è si tratta di un caso veramente propizio alla comprensione delle trasformazioni in atto- che la Serbia, dove la Fiat intende trasportare una parte delle sue produzioni, sottraendola a Mirafiori, sia stato uno dei Paesi ad avere subito sul proprio territorio un’operazione di polizia internazionale. Nel 1999 l’Italia svolse un ruolo essenziale in quella aggressione, fornendo le basi per gli aerei che effettuavano i bombardamenti. Oggi, la nostra maggiore azienda “investe” proprio in quel Paese che il governo italiano, con le sue decisioni, contribuì a devastare. La fabbrica dove produrrà la Fiat è la Zastava, di cui lo Stato serbo pagherà la bonifica: 370 tonnellate di sostanze nocive procurate proprio da un bombardamento della Nato. Più simbolico di così.
Le condizioni offerte da Belgrado sono estremamente allettanti per Marchionne: la Fiat per dieci anni non pagherà tasse e riceverà 10mila euri di finanziamento pubblico per ogni assunzione, mettendoci, di tasca propria, solo 350 milioni del miliardo di investimento totale. Aggiungeteci che la paga media di un operaio serbo è di circa 400 euri al mese e capirete che per il Lingotto si tratta di un affarone. Simili condizioni di dumping sociale, che non si trovano nemmeno in Cina, le può però offrire solo uno Stato disperato, che prima è stato messo al guinzaglio con le maniere forti ed oggi viene “premiato” con il lavoro. I vertici Fiat e molti opinionisti affermano che, “ovviamente”, un’azienda globalizzata produce dove le condizioni di mercato sono migliori. Una logica stringente per chi pensa al lavoro solo come questione privata. Di cosa si lamentano dunque gli operai di Torino? Non li leggono gli editoriali dei maggiori quotidiani, in cui si esalta la globalizzazione che, cancellando i confini, toglierà finalmente di mezzo le nefaste rigidità degli Stati nazionali con tutte le loro lentezze politiche?

di Roberto Zavaglia

02 agosto 2010

I supermercati e la crisi mondiale dei generi alimentari





La crisi dei generi alimentari ha lasciato senza cibo milioni di persone nel mondo. Agli 850 milioni di persone che soffrono la fame, la Banca Mondiale ne ha aggiunti altri 100 in seguito alla crisi attuale. Questo “tsunami” della carestia non ha nulla di naturale, al contrario, è il risultato delle politiche neoliberali imposte da decenni dalle istituzioni internazionali. Oggi il problema non è la mancanza di generi alimentari in quantità sufficiente, bensì l’impossibilità di avere accesso a tali generi alimentari per via dei prezzi troppo alti.

Questa crisi dei generi alimentari lascia dietro di sé una lunga lista di vincitori e perdenti. Tra i più colpiti troviamo le donne, i bambini, i contadini espulsi dalle loro terre, i poveri d’ambiente urbano…In definitiva, le persone che costituiscono la massa degli oppressi del sistema capitalista. Tra i vincitori troviamo le multinazionali dell’industria agroalimentare che controllano dall’inizio alla fine tutta la catena di produzione, di trasformazione e commercializzazione dei generi alimentari. Quindi, se la crisi alimentare colpisce principalmente i paesi del Sud, le multinazionali assistono a una forte crescita dei loro introiti.



Monopoli

La catena agroalimentare è controllata in ogni sua fase (semenze, fertilizzanti, trasformazione, distribuzione, ecc) dalle multinazionali che accumulano introiti elevati grazie a un modello agro-industriale liberalizzato e senza regole. Un sistema che conta, con il sostegno esplicito delle élite politiche e delle istituzioni internazionali che mettono i profitti di queste imprese al di sopra della soddisfazione dei bisogni alimentari delle persone e del rispetto dell’ambiente.

La grande distribuzione si caratterizza per un alto livello di concentrazione capitalista, come in altri settori. In Europa, tra il 1987 e il 2005, la porzione di mercato delle 10 maggiori multinazionali di distribuzione, rappresentava il 45% del totale e si prevede che raggiungerà il 75% nei prossimi 10-15 anni. In paesi come la Svezia, tre catene di supermercati controllano circa il 91% del mercato e in Danimarca, Belgio, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Argentina, un pugno d’imprese domina tra il quarantacinque e il 60% del mercato.

Le megafusioni sono all’ordine del giorno in questo settore. In questo modo, le grandi multinazionali installate nei paesi occidentali, assorbono le catene più piccole in tutto il pianeta, assicurandosi un’espansione su scala mondiale, in particolar modo nei paesi del Sud.

Questa concentrazione monopolistica permette di garantire un controllo importante di quello che consumiamo, dei loro prezzi, della provenienza e del modo in cui i prodotti sono elaborati, con quali ingredienti ecc. Nel 2006, la seconda maggior impresa mondiale per volume di vendite, è stata Wal-Mart e tra i top 50 mondiali di queste aziende, figura anche Carrefour, Tesco, Kroger, Royal Ahold e Costco. La nostra alimentazione dipende ogni giorno di più dagli interessi di queste grandi catene di vendita al dettaglio e il loro potere si mette in evidenza drammaticamente nelle situazioni di crisi.

Di fatto, nell’aprile 2008, di fronte alla crisi alimentare mondiale, le due più grandi catene di supermercati degli Stati Uniti, Sam’s Club (proprietà di Wal-Mart) e Costco, hanno scelto di razionare la vendita di riso nelle loro aziende per gonfiare i prezzi. Da Sam’s Club è stata limitata la vendita di riso a tre varietà (basmati, gelsomino/”jasmin” e grano lungo) come pure la vendita di sacchi di riso da 9 kg a 4 kg per cliente. Da Costco, la vendita di farina e di riso è stata limitata. In Gran Bretagna, Tilda (principale importatore di riso basmati a livello mondiale) ha anch’esso stabilito delle restrizioni di vendita. Con queste misure è stata messa in evidenza la capacità delle grandi catene di distribuzione di influenzare l’acquisto e la vendita di determinati prodotti, di limitare la loro distribuzione al fine di influenzare la formazione dei prezzi. Un fatto che non si era più verificato negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale quando erano state imposte restrizioni sul petrolio, sulla gomma e sulle lampadine, ma non sui generi alimentari.

Cambiamenti di abitudini

Un’altra dinamica che è stata messa in rilievo con la crisi alimentare è stata quella del cambiamento di abitudini all’atto dell’acquisto. Di fronte alla necessità dei clienti di stringere la cintura e di andare nei negozi con i prezzi più bassi, le catene di discount sono state vincenti. In Italia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e Francia, questi supermercati hanno visto aumentare le vendite dal 9% al 13% nel primo trimestre del 2008, rispetto all’anno precedente.

Un altro fattore che indica il cambiamento delle tendenze è l’aumento delle vendite degli elettrodomestici che ammontano, secondo le cifre del primo trimestre del 2008, in Gran Bretagna, al 43,7% del volume totale delle vendite, al 32,8% in Spagna, 31,6% in Germania e in Portogallo e al 30% circa, in Francia. Sono appunto questi elettrodomestici che offrono i maggiori introiti alle grandi catene di distribuzione e che permettono una più vasta fidelizzazione della clientela.
Tuttavia, al di là del ruolo che può avere la grande distribuzione in una situazione di crisi (con la restrizione della vendita di certi prodotti, i cambiamenti di abitudini d’acquisto, ecc), questo modello di distribuzione esercita a livello strutturale un controllo stretto che ha un impatto negativo sulle varie figure partecipano alla catena di distribuzione alimentare: contadini, fornitori, consumatori, lavoratori, ecc. Di fatto, l’apparizione dei supermercati, centri commerciali, catene discount, express, ecc, nel corso del XX secolo, ha contribuito alla commercializzazione delle nostre abitudini alimentari e alla sottomissione dell’agricoltura e dell’alimentazione alla logica del capitale e del mercato.
di Esther Vivas

Esther Vivas è membro della direzione di Izquierda Anticapitalista-Revolta Global in Spagna. Ha pubblicato in francese «En campagne contre la dette» (Syllepse, 2008) (In campagna contro il debito) e è coordinatrice dei libri in spagnolo «Supermarchés, non merci»! (Supermercati, no grazie!) et «Où va le commerce»?(Dove va il commercio?). Questo articolo è stato tradotto dallo spagnolo per www.lcr-lagauche.be

Fonte: www.mondialisation.ca

01 agosto 2010

Le truppe segrete inviate dall’Italia: la sudditanza nei confronti degli Stati Uniti

Le truppe segrete inviate dall'Italia: la sudditanza nei confronti degli Stati Uniti

Nei vari materiali che si possono rintracciare fra quelli resi pubblici attraverso il sito “Wikileaks”- probabilmente a causa di una fuga di notizie voluta da una parte dell’intelligence Usa (1)- è possibile leggerne diversi riguardanti l’Italia e uno in particolare pare interessante per confermare la natura “antidemocratica” della gestione della politica estera sotto una democrazia, in special modo in riferimento alla coalizione nord atlantica (Nato) guidata dagli Usa.

In un documento classificato confidential e contraddistinto dall’acronimo “Noform” che significa che “non può essere comunicato a governi e persone non americane”, troviamo la pianificazione decisa nel 2007 dall’amministrazione Usa e il governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi di un aumento dello sforzo militare italiano in Afganistan. La cosa interessante è che già dal titolo del rapporto Usa si capisce che “bisogna lavorare con discrezione, ad un livello tecnico”, ossia in altre parole l’ambasciata Usa a Roma – fonte delle notizie secondo il documento – informa Washington che il premier Prodi è disposto ad aumentare la capacità militare all’Isaf, ma che può farlo soltanto segretamente senza dibattere la questione pubblicamente e nel Parlamento, perché in tal caso avrebbe trovato degli ostacoli…nella sovranità popolare! Citando il documento: a patto che la questione “non sia trattata pubblicamente ma solo a un livello tecnico” data “la sensibilità politica nazionale”. In particolare sono Gianni Bardini (all’epoca ministro plenipotenziario e responsabile per le problematiche di sicurezza e le questioni Nato della Direzione Generale Affari Politici Multilaterali e Diritti Umani [non c’è da stupirsi di niente con nomi così orwelliani che rendono palese a chi vuole capire il dominio globale NdR]) e il diplomatico Achille Amerio a spiegare nel testo che il governo Prodi sta già aumentando in maniera discreta le capacità militari in Afganistan e che comunque si sarebbero trovate modalità tecniche per rendere ancora più profondo tale obiettivo.

In definitiva quello che si evince è la classica prerogativa che gli Usa ricoprono sulla politica estera italiana (e in tutti gli Stati appartenenti alla Nato), per niente affatto sottoposta alla sovranità ed agli interessi della popolazione della Penisola e dell’Europa; le decisioni sull’utilizzo dei nostri soldati in scenari di guerra voluti dagli Stati Uniti per controllare la massa continentale eurasiatica, vengono semplicemente ordinate da Washington e messe in atto da un punto di vista tecnico, facendole così passare inosservate. Il Ministro degli Esteri del governo Prodi, Massimo D’Alema come i suoi colleghi precedenti e successivi sono semplici esecutori in un Paese a sovranità limitata come l’Italia (in cui sono presenti, ricordiamo più di cento basi militari controllate dagli Usa e che contengono un centinaio di bombe nucleari).

Non sono di certo novità, ma semplici conferme dell’ipocrisia della sovranità che si vorrebbe democratica, ma della quale viene proibito l’esercizio alla popolazione, per paura (giustificata) che questa possa non essere d’accordo con gli obiettivi di dominio globale degli Stati Uniti, e sia invece più interessata a difendere la libertà italiana, europea ed eurasiatica; conferma dell’inutilità odierna della distinzione fra “destra” e “sinistra” entrambe referenti di certi poteri atlantici; conferma infine della sudditanza del nostro Paese nei confronti del centro di potere residente a Washington.

di Matteo Pistilli -

08 agosto 2010

Tre miliardi di euro ai partiti

Il finanziamento pubblico in teoria è stato abolito. Ma tra rimborsi, contributi e trucchi vari, le segreterie hanno incassato lo stesso. Incluse quelle che non esistono più, ma continuano a prendere soldi.Tre miliardi di euro. Una cifra stratosferica, equivalente a quasi seimila miliardi delle vecchie lire. Sono i soldi pubblici che i partiti italiani hanno incassato in sedici anni: il tesoro nascosto della Seconda Repubblica. Una cascata di denaro prelevato dalle tasche dei cittadini e trasferito nei forzieri che sostengono la macchina politica del nostro paese. E stiamo parlando soltanto dei fondi elargiti dallo Stato a partire dal fatidico 1994, anno di svolta dopo la tempesta di Tangentopoli, segnato dall'introduzione del sistema maggioritario.

"L'espresso" ha ricostruito i mille rivoli di questo fiume di denaro, che si è modificato secondo gli assetti della politica e delle maggioranze, con formazioni che scompaiono e coalizioni in continua metamorfosi...


In questo inseguirsi di sigle e simboli, dalla contabilità bizantina, resta però un punto fermo, che ha il sapore di una truffa ai danni della cittadinanza. Perché nell'aprile 1993 il referendum per l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti era stato approvato con una maggioranza bulgara. L'iniziativa promossa dai Radicali di Marco Pannella aveva ottenuto il 90,3 dei consensi e avrebbe dovuto decretare la fine delle trasfusioni a vantaggio dei segretari amministrativi di movimenti grandi e piccoli. Invece no: nonostante quel voto, i cittadini hanno continuato a pagare per sovvenzionare la politica. Nel disprezzo della volontà popolare espressa dal referendum, la corsa all'oro di Stato è proseguita ed addirittura aumentata.

Sommando al denaro per gli organigrammi di partito quello per i loro organi: fondi a go-go erogati a favore dei cosiddetti giornali organi di partito, come la cara vecchia "Unità" del Pci-Pds-Ds, il "Campanile nuovo" dell'Udeur di Clemente Mastella, la "Padania" di Umberto Bossi, il "Foglio" di Giuliano Ferrara e le altre decine di testate di partiti e movimenti spesso fantasma o appositamente creati che, nello stesso periodo, da soli, secondo una stima de "L'espresso" , in quella torta di tre miliardi valgono circa 600 milioni di euro. Davvero un bel bottino.

Caccia al tesoro
È quella scatenata dai partiti per mettere le mani sul tesoretto pubblico dei rimborsi: ben 2 miliardi 254 milioni di euro stando al calcolo fatto recentemente dalla Corte dei conti fino alle elezioni politiche del 2008, cui vanno però aggiunti un altro centinaio di milioni maturati nel 2009 grazie alle ultime europee. Come è stato possibile trasferire tanto denaro nonostante il plebiscito del referendum? Aggirando il veto al finanziamento pubblico con una nuova formula: il meccanismo dei rimborsi elettorali. Sempre pubblici, sempre pingui ma formalmente giustificati dalla volontà di tutelare la competizione democratica.

Sulla carta, però, il risarcimento a carico della collettività avrebbe dovuto coprire soltanto i costi sostenuti nella campagna. Ma i furbetti del partitino hanno subito inserito un primo trucco: come per magia, i rimborsi volano lontano dalle regole dell'economia e si plasmano su quelle della politica, per dilatarsi e lievitare. Non si calcolano sulla base dei soldi effettivamente investiti e spesi per spot, comizi e manifesti, ma in proporzione ai voti ricevuti. Quanto per l'esattezza? Una cifra che si è gonfiata senza sosta e senza vergogna, in un'autentica corsa al rialzo. Nelle politiche del 1994, le prime dopo il referendum blocca finanziamenti che segnarono la vittoriosa discesa in campo di Silvio Berlusconi, il fondo a disposizione è stato alimentato con una formula magica: 1.600 lire per ogni cittadino, non tantissimo perché all'epoca un quotidiano costava 1.300 lire ma che fatti i calcoli produce una cifra monstre. In totale, per Camera e Senato, il contributo toccò la cifra di 90 miliardi 845 milioni di lire. Un bel gruzzolo, non c'è che dire.


La torta che lievita
Ma, si sa, l'appetito vien mangiando, ed ecco negli anni successivi gli alchimisti parlamentari scendere in aiuto dei tesorieri di partito. I maestri del ritocchino si danno da fare e nel 1999 il contributo triplica e passa a 4 mila lire per abitante. E come è accaduto in tutte le botteghe, nel 2002 l'euro ha offerto un'occasione ghiotta per scatenare aumenti selvaggi e poco chiari. Si prevede un 1 euro per ciascun anno di legislatura: in pratica 5 euro per ogni cittadino italiano. Certo, parallelamente si cancella quel 4 per mille che dal 1997 per due anni ha dato ai cittadini la possibilità di destinare ai partiti questa percentuale dell'imposta sul reddito fino a un totale massimo di 56 milioni 810 mila euro. E poi si era ridotto il fattore di moltiplicazione: non più il totale dei cittadini ma solo il numero degli iscritti nelle liste elettorali della Camera.

Anche le modalità di pagamento degli agognati rimborsi subiscono modifiche: non più tutti e subito ma rateizzati nei cinque anni di durata della legislatura. Con una fondamentale postilla: il blocco in caso di scioglimento anticipato. Niente più parlamento, niente più quattrini. Una misura ispirata dalla frequenza delle elezioni nostrane, che viene però considerata troppo severa dalle segreterie di partito. E difatti nel 2002 aboliscono l'interruttore: il finanziamento si incassa anche se i parlamentari decadono prima. Una farcitura a doppio strato: consente alle rate dei vecchi rimborsi milionari di sovrapporsi a quelle altrettanto ricche portate in dote dalla nuova legislatura. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, con effetti paradossali. Come bene dimostrano i rimborsi della quindicesima legislatura aperta nel 2006 e finita nel 2008 che continueranno ad essere incassati dai partiti fino al 2011 e si sommeranno a quelli della sedicesima che dovrebbe durare fino al 2013. Ci sono partiti, come i Verdi, Rifondazione, i Comunisti italiani che non sono più in Parlamento ma vengono ancora sovvenzionati dagli italiani.

Di astuzia in cavillo, le coalizioni hanno divorato oltre 2 miliardi 300 milioni di euro, frutto non solo dei rimborsi per le elezioni di Camera, Senato e Parlamento europeo, ma anche per quelle regionali. La Finanziaria del 2008 ha promesso le forbici: un taglio del dieci per cento su questi fondi. Che però si fatica a seguire nella loro destinazione finale, soprattutto da quando la competizione è tra blocchi di alleanze.

Chi ha incassato di più? Secondo la stima che "L'espresso" ha elaborato spulciando i piani di ripartizione stilati dalla Tesoreria della Camera e i bilanci annuali delle forze politiche, a fare la parte del leone è stato proprio colui che da sempre sostiene di essere sceso in campo per affrancare gli italiani dai partiti-parassiti: l'attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La creatura da lui fondata nel 1994, Forza Italia, risulta infatti in testa alla lista dei beneficiati con oltre 638 milioni di euro di rimborsi elettorali incassati, pari a mille 235 miliardi di lire.

Il calcolo è semplificato dal fatto che nel Pdl i conti restano separati: Fi e An si spartiscono le elargizioni pubbliche in modo netto. Più complesso decifrare le geometrie finanziarie della sinistra. In tre anni il Partito Democratico ha maturato ben 253 milioni di euro, frutto soprattutto delle ultime politiche. In più ci sono quelli del Pds-Ds con 184 milioni di euro alla voce "contributi dello Stato per rimborso delle spese elettorali". Troppo poco, è evidente, ma a questa cifra ci sono da aggiungere le quote Ds nei fondi per le coalizioni di centrosinistra e soprattutto per l'Ulivo: ma i rami della pianta di sinistra sono così intricati che nessuno riesce a distinguerne i colori.

Anche la tesoreria del partito ha replicato alla richiesta de "L'espresso" allargando le braccia. E che si tratti di cifre considerevoli lo testimoniano le posizioni di assoluto rililevo conquistate nella nostra graduatoria dalle coalizioni di centrosinistra come L'Ulivo e L'Ulivo per l'Europa che insieme hanno totalizzato oltre 260 milioni. In casa Fini prima delle ultime turbolenze era invece facile fare i calcoli: 237 milioni. Al settimo posto c'è poi l'Udc di Pier Ferdinando Casini con i suoi quasi 114 milioni, seguita da Rifondazione comunista che, a dispetto delle traballanti fortune elettorali che l'hanno vista sparire dalla scena parlamentare nel 2008, in tre lustri ha raccolto 105 milioni di euro, mentre Lega e Margherita vantano rispettivamente 102 e 85 milioni di euro.

Cifre ragguardevoli che si attestano sopra i 72 milioni iscritti nei bilanci dell'Italia dei valori e che doppiano i 35 dei Verdi, altri desaparecidos in Parlamento. Si può infatti anche non avere rappresentanti alle Camere ma, incredibilmente, riscuotere lo stesso i rimborsi pubblici. Se per farsi eleggere serve più del 4 per cento dei suffragi, per incassare è sufficiente un modesto 1 per cento. Come è capitato alla Destra di Francesco Storace e Daniela Santanché che, nonostante sia restata fuori con il 2,4 per cento dei voti, sta intascando oltre 6 milioni di euro.

Viva la differenza
Fondare un partito e presentarlo alle elezioni è infatti sempre un grande affare. Il denaro impegnato in spese elettorali è un investimento sensazionale. Qualche cifra: a fronte dei 2 miliardi e 254 milioni di euro di rimborsi erogati dal 1994 al 2008, secondo l'indagine della Corte dei conti le forze politiche hanno speso solo 579 milioni di euro. In pratica ci hanno guadagnato 1600 milioni: il che vuol dire (vedere tabella) che i soldi investiti nella campagna elettorale hanno avuto un rendimento di oltre il 389 per cento, con punte massime del 959 registrate alle politiche del 2001. Con qualche partito più bravo di altri. Il Pdl che nel 2008 ha dichiarato spese elettorali per 68 milioni 475 mila euro ha maturato rimborsi per più di 200 milioni di euro con un guadagno di oltre il 200 per cento. Mentre il Pd che ha speso 18 milioni 418 mila euro, riscuoterà 180 milioni con un guadagno di circa il 1.000 per cento. Un vero record.

Dati choc che smascherano l'effettiva natura di quelle erogazioni: altro che rimborsi, è sempre quel finanziamento dei partiti tout court che è sopravvissuto al referendum. Lo sottolinea la Corte dei conti nel dossier sui consuntivi delle spese delle forze politiche per le elezioni del 2008. Queste cifre, hanno sentenziato i magistrati contabili, dimostrano "che quello che viene normalmente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento".

Prelievo quotidiano
È quello per tanti anni consumato da molti dei cosiddetti organi di partito.
Un altro pozzo senza fondo alimentato dal dipartimento per l'Editoria della presidenza del Consiglio e che secondo i dati disponibili sul sito di palazzo Chigi e analizzati da "L'espresso" in sedici anni ha elargito finanziamenti per un totale di 598 milioni di euro. A chi sono andati? In testa alla lista c'è "l'Unità" con quasi 100 milioni di euro. A sorpresa, al secondo posto, con oltre 50 milioni, rifulge la "Padania" dei leghisti di Umberto Bossi, grandi fustigatori della "Roma ladrona", ma non quando si tratta di incamerare pubbliche provvidenze. Seguono "Liberazione" (48 milioni), voce di Rifondazione comunista e "Il Secolo d'Italia", di An (quasi 40 milioni). Dov'è lo scandalo? Anche nel fatto che a ramazzare questi denari ci sono testate di quotidiani e periodici che difficilmente comparirebbero se lo spirito della legge fosse stato correttamente rispettato.

Tra i grandi foraggiati, con oltre 35 milioni c'è "Il Foglio": fondato da Giuliano Ferrara, ha tra gli azionisti pure Veronica Lario, moglie del presidente Berlusconi prossima al divorzio. C'è "Il Denaro" (18 milioni), giornale napoletano diretto da Alfonso Ruffo; "Il Riformista" (14 milioni) fondato dall'ex senatore Antonio Polito ma edito dalla famiglia Angelucci, tra i maggiori imprenditori della sanità privata, il cui capostipite Antonio è stato eletto deputato nel Pdl. E c'è "Libero", altra testata della famiglia Angelucci, che ha incassato circa una ventina di milioni. Anche in questo caso, una legislazione ambigua e volutamente sprecona ha permesso di confondere alti principi democratici e bassi interessi privati. Nel 1990 si stabilisce che per ottenere i fondi basta essere organi di partito o di un movimento con almeno due rappresentanti eletti in Parlamento; poi via via si introducono regole nuove e strambi cavilli come l'apparentamento con almeno un gruppo parlamentare, anche a Strasburgo; o la trasformazione in cooperativa giornalistica. Le regole sono oscure, il fine è chiaro: mettere i soldi in tasca.

Come l'ultima trovata del 2006 che ha totalmente abolito il requisito del collegamento con una rappresentanza parlamentare per i giornali che in passato sono comunque stati organo di partito. In pratica, il privilegio è immortale. È proprio grazie a questi "aggiustamenti" che "Il Foglio" ha potuto attingere ai finanziamenti in quanto organo della "Convenzione per la giustizia", creatura dell'ex presidente forzista del Senato Marcello Pera e del verde Marco Boato. Il "Denaro" invece ha fatto bingo in quanto bandiera di "Europa mediterranea", un'associazione che allineava l'ex ministro Antonio Marzano e l'ex parlamentare Claudio Azzolini. Ma il caso più eclatante resta quello di "Libero", quotidiano fondato nel 2000 da Vittorio Feltri. Questo giornale per accedere ai fondi per l'editoria di partito, a cominciare dal 2003 ha preso in affitto il bollettino "Opinioni nuove"che già riceveva modeste provvidenze in quanto organo del movimento Monarchico italiano. Questo supplemento coronato ha portato in dote a "Libero" i fondi pubblici riservati agli organi di partito. Avanti Savoia, tutto serve per fare cassa.

da Primo Di Nicola

Crisi immobiliare: la bolla cinese terrorizza l’Occidente



Pechino ordina nuovi stress test. Il risultato sono ipotesi apocalittiche, capaci di minare seriamente la crescita del Paese. Usa e Europa temono una nuova recessione

Ormai è ufficiale. L’ipotesi di una nuova mostruosa crisi immobiliare, capace di sconvolgere l’economia, non è più materia esclusiva degli analisti più paranoici. E’ diventato uno scenario credibile, magari non troppo scontato, ma abbastanza concreto da condizionare i mercati e minare il timido processo di ripresa globale.

La notizia, rivelata oggi in esclusiva dall’agenzia Bloomberg, è che i cinesi si stanno preparando al peggio. Nel mese scorso, ha spiegato una fonte anonima di Pechino, le autorità di regolamentazione hanno ordinato una nuova serie di stress test, gli ormai celebri esami di solidità con i quali si verifica la capacità di tenuta delle banche di fronte a scenari virtuali negativi. La novità però è data dall’entità dell’allarme. I test dell’anno passato avevano preso in considerazione, quale peggiore scenario, un calo dei prezzi degli immobili pari al 30%. Ma negli esami di oggi tale percentuale è salita al 60%. Una visione molto pessimistica. Che però non induce a dare per scontato un simile collasso.
Questi numeri servono però a dare agli osservatori una notizia: anche la Cina teme la crisi economica. A terrorizzare i mercati c’è l’ipotesi di un più volte sussurrato “Big one”, lo scoppio della bolla speculativa immobiliare cinese. Un evento di questo genere sarebbe in grado di far ripiombare l’economia mondiale in una nuova recessione da affrontare, però, portandosi questa volta sulle spalle il peso di una crisi non ancora risolta oltre al macigno dello stato conti pubblici. I dati non sono certo incoraggianti. Nello scorso anno il mercato cinese è stato invaso da un’ondata record di nuovi prestiti per un valore complessivo di 1.400 miliardi di dollari. Nel primo trimestre del 2010 il prezzo medio delle abitazioni cinesi è aumentato del 68% rispetto al medesimo periodo dell’anno passato.

Le banche, nel frattempo, affrontano rischi crescenti. Nelle scorse settimane l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha lanciato l’allarme sulla crescita dei prestiti non performanti, ovvero dei crediti non remunerativi o, nella peggiore delle ipotesi, non recuperabili. Un fenomeno che avrebbe indotto Pechino ad abbassare per il 2010 il tetto massimo sul credito erogato. Qualcuno, a cominciare dall’ex capo economista del Fondo monetario internazionale (Fmi) Kenneth Rogoff non esita a parlare di scoppio imminente. Un simile collasso, ovviamente, determinerebbe un rallentamento della crescita di Pechino generando una contrazione della domanda capace di pesare sul comparto industriale delle economie più sviluppate. La famosa fase negativa della temuta ripresa “a W” cesserebbe così di essere una semplice ipotesi assumendo chiaramente un volto.

Per riportare un po’ di serenità servirebbero forse risultati incoraggianti dai temuti stress test di Pechino ma i dubbi recentemente espressi in Europa sull’utilità effettiva di questo tipo esami alimentano nuove paure. E il rischio è che alle previste rassicurazioni dei Cinesi, presto o tardi, non creda più nessuno.
di Matteo Cavallito

07 agosto 2010

L’inquinamento da azoto sta incrementando...in tutto il mondo




Gli studiosi che si occupano delle scienza del sistema Terra, sono sempre più preoccupati per il pesante intervento esercitato dalla nostra specie, sull'importante ciclo biogeochimico dell'azoto. Come più volte abbiamo ricordato nelle pagine di questa rubrica, la comunità scientifica internazionale ha iniziato ad indagare la possibilità di indicare quei limiti planetari su diverse problematiche delle relazioni tra specie umana e sistemi naturali, oltre i quali non dovremmo avventurarci.

Come ricorderete, avendone più volte discusso in queste pagine, nel settembre del 2009 è stato pubblicato nella prestigiosa rivista scientifica "Nature" un documento di grandissimo valore non solo scientifico (Rockstrom J. et al, 2009, A Safe Operating Space for Humanity, Nature, vol,461; September 2009; 472-475) , frutto della collaborazione di 29 tra i maggiori scienziati delle scienze del sistema Terra e della scienza della sostenibilità, tra i quali il premio Nobel Paul Crutzen. Il lavoro sottolinea l'ennesima significativa e documentata preoccupazione della comunità scientifica rispetto al nostro crescente e pervasivo impatto sui sistemi naturali che sostengono la vita sul nostro straordinario pianeta e si avventura ad indicare i "confini planetari" (Planetary Boundaries) che l'intervento umano non dovrebbe sorpassare, pena effetti veramente negativi e drammatici per tutti i nostri sistemi sociali ed economici.

Gli studiosi ci ricordano che la specie umana ha potuto godere negli ultimi 10.000 anni (nel periodo geologico definito Olocene dell'era Quaternaria) di una situazione, pur nelle ovvie dinamiche evolutive che interessano tutti i sistemi naturali, che ha offerto una discreta stabilità delle condizioni che ci hanno consentito di incrementare il numero di esseri umani ed anche le nostre capacità di utilizzo e trasformazione delle risorse del pianeta.

Oggi invece, secondo la comunità scientifica (come abbiamo più volte ricordato in questa rubrica) ci troviamo in un nuovo periodo geologico, definito proprio dal premio Nobel Paul Crutzen, Antropocene, così chiamato a dimostrazione di come la pressione umana sui sistemi naturali del pianeta sia diventata talmente pesante da essere paragonabile alle grandi forze geologiche che hanno modificato la Terra durante l'arco di tutta la sua vita.

Nel lavoro si individuano nove problematiche che costituiscono altrettanti confini planetari e sono: il cambiamento climatico, l'acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione del ciclo biogeochimico dell'azoto e del fosforo, l'utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell'utilizzo del suolo, la perdita di biodiversità, la diffusione di aerosol atmosferici, l'inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici.

Per tre di questi e cioè cambiamento climatico, perdita di biodiversità e ciclo dell'azoto, come dicevo, siamo già oltre il confine indicato dagli scienziati. E gli studiosi indicano per ognuno di questi tre grandi ambiti il confine proposto.

Per il ciclo dell'azoto si calcola l'ammontare di azoto rimosso dall'atmosfera per utilizzo umano (in milioni di tonnellate l'anno). A livello preindustriale si ritiene che tale ammontare fosse zero, oggi è calcolato in 121 milioni di tonnellate l'anno, (anche se altri dati forniscono cifre di circa 200 miliardi di tonnellate annue) mentre il confine accettabile, come obiettivo, viene indicato in 35 milioni di tonnellate annue.

L'azoto è un elemento chimico che si riscontra in natura come un gas biatomico nell'aria di cui costituisce in media il 78,09% in volume, quindi la componente più significativa della nostra atmosfera (che ricordiamo essere composta, per il resto, dal 20,95% di ossigeno, dall'argo con lo 0,95% e da altri gas in componenti minori, come il biossido di carbonio la cui presenza viene indicata in parti per milione di volume, oggi ha superato le 388, nonché dal vapore d'acqua, fino al 4% - con una concentrazione che dipende dalla quota e da altre condizioni -). L'azoto è un elemento chimico molto importante anche per la vita; è infatti presente nelle proteine, negli acidi nucleici e sotto forma di numerosi altri composti organici in tutti gli organismi viventi, mentre si trova sotto forma di sali inorganici (come nitrati, nitriti e sali di ammonio) nel suolo. Il principale minerale che lo contiene è il nitrato di sodio.

L'azoto è fondamentale per gli esseri viventi e, come abbiamo visto, la maggior parte di questo elemento si trova nell'atmosfera ed i processi con i quali gli esseri viventi lo utilizzano e lo riciclano costituiscono il ciclo dell'azoto. Sono solo pochi gli organismi capaci di utilizzare direttamente l'azoto molecolare e cioè i cosiddetti organismi azoto fissatori, come alcuni batteri aerobici ed anaerobici e alcune alghe azzurre, mentre piccole quantità di azoto ossidato, formatosi a causa di scariche elettriche nell'atmosfera, giungono al terreno per mezzo della pioggia, mentre la maggiore quantità di azoto presente nel terreno deriva dalla decomposizione di esseri viventi e dai prodotti di escrezione. Quindi per rendere disponibile l'azoto nel sistema naturale un gruppo di batteri azoto fissatori sono in grado di scindere il triplo legame esistente tra i due atomi della molecola biatomica di azoto presente nell'aria nel processo noto appunto, come fissazione dell'azoto. Questi batteri specializzati vivono in diversi ecosistemi, sia di acque dolci che salmastre e vivono anche in relazioni simbiotiche con le radici delle leguminose (che sono tra l'altro, tra le più importanti colture utilizzate dai nostri sistemi agricoli).

Nel delicato ciclo dell'azoto l'intervento umano è stato fortemente significativo. Grazie al metodo industriale di trasformazione dell'azoto gassoso in ammoniaca, definito metodo Haber-Bosch, dal nome dei due studiosi tedeschi, Fritz Haber dell'Università di Karlsruhe nel 1909 e, circa venti anni dopo, Carl Bosch che si dedicò in particolare a sviluppare il metodo industriale, abbiamo profondamente modificato il ciclo dell'azoto con conseguenze, anche nei confronti delle nostre stesse società, che vengono considerate con grande preoccupazione da parte di tutti gli studiosi.

Infatti nei decenni successivi all'avvio del metodo Haber-Bosch, un numero crescente di industrie ha iniziato a trasformare quantità ingenti di ammoniaca in fertilizzanti. I fertilizzanti sintetici hanno consentito di coltivare terreni infertili e di ottenere raccolti significativi dallo stesso suolo, senza aspettare i processi di normale rigenerazione dei nutrienti naturali del suolo. Attualmente l'umanità sta producendo azoto reattivo e lo sta disperdendo nell'ambiente ad un ritmo sempre più elevato, scatenando problematiche e feedback ecologici molto negativi, perché si può combinare con un'ampia gamma di composti e può diffondersi in modo capillare. Nelle acque dei laghi, dei fiumi e poi dei mari, l'azoto reattivo può innescare spropositate crescite di piante ed alghe microscopiche che, una volta giunte alla fase di decomposizione, consumano un enorme quantità di ossigeno creando, a lungo andare, delle vere e proprie "zone morte" che ormai gli studiosi hanno in numerose aree costiere del mondo. Inoltre il continuo eccesso di produzione antropica di azoto contribuisce al fenomeno del riscaldamento globale. Dal 1960 la produzione di azoto sintetico è incrementata dell'80% e oggi le attività umane producono circa 200 miliardi di tonnellate di azoto reattivo ogni anno, un valore che vale circa il doppio dell'azoto dovuto a tutti gli altri processi naturali.

E' evidente che non si può andare avanti così; abbiamo sorpassato il nostro confine planetario nella modificazione del ciclo dell'azoto. La comunità scientifica ha da tempo avviato un'International Nitrogen Initiative (vedasi il sito www.initrogen.org) dedicata all'analisi ed al monitoraggio degli effetti dell'azoto sulla salute umana e l'ambiente.

L'inquinamento da azoto sta incrementando in tutto il mondo ad una velocità che impone urgenti interventi regolatori quali, ad esempio, la riduzione della produzione di fertilizzanti artificiali o la loro applicazione con tecniche di precisione e la riduzione del consumo della carne che sta invece incrementando a livello mondiale.

di Gianfranco Bologna -

06 agosto 2010

Se si dice “mafia del fisco”…








Non è una locuzione ad effetto né un verbalismo emotivo: è la definizione precisa (forse scientificamente precisa) di un settore dello Stato capitalista – e quindi dello Stato capitalista senz’altro (c’è chi dice, ma a me non piace, tout court). Lo Stato capitalista definisce sé stesso con buona pace di coloro – e sono tanti ! – che si ostinano a considerare il capitalismo solo un’economia. Assolutamente no. Il capitalismo è anzitutto un costume, mutuato dalla giungla (dove l’uomo è nato), che consiste nella tendenza a rispondere alle pulsioni esistenziali attraverso la predazione, con oggetto la natura e lo stesso uomo. Il capitalismo è l’antropomorfizzazione della predazione: un’antropofagia bell’e buona certamente in versioni surrettizie.
Finché il rapporto sociale con i propri simili è improntato alla competitività ovvero alla possibilità di diventare forte e dominante, sempre attraverso la multiforme predazione, è ozioso – se non ridicolo – parlare di “amore del prossimo” (anche se la Chiesa, che ha indole capitalistica, lo fa) od anche di “sovranità” repubblicana del cittadino perché sovrani saranno solo i cittadini dominanti, cioè i predatori più forti. La costituzione repubblicana in vesta capitalistica è la caricatura di sé stessa.
Lo Stato capitalista non solo mette il cittadino contro il cittadino, anzi il fratello contro il fratello ma esso stesso si pone in posizione di ostilità nei riguardi del cittadino dal momento che lo considera anzitutto un soggetto da depredare (da prima che nasca) esattamente come le varie mafie considerano le loro vittime. Con la differenza che mentre le mafie devono ricorrere a forme di violenza ritenuta criminale e quindi perseguibile, lo Stato dispone di strumenti coercitivi da esso stesso ritenuti legali e se ne serve con rischio bassissimo o nullo di essere incriminato e condannato.
Si ha un bel parlare di crescita civile finché lo Stato, in quanto capitalista, resta, per il cittadino povero un “mostro divoratore”, che lo può cogliere perfino di sorpresa (come è il caso emblematico in questione). Essere colto di sorpresa significa cadere in un agguato, proprio come in una giungla. Questo non avverrebbe se lo Stato non fosse il cane da guardia degli affaristi e dei potenti, (cfr. Marx) ovvero se fosse Stato ovvero avesse la sovranità monetaria – che esclude qualsiasi debito pubblico, pretesto fiscale – cioè se fosse coniatore e padrone della moneta secondo fabbisogno e se, nel contempo, fosse il beneficiario del circuito produzione-vendita. In questo caso, lo Stato potrebbe fissare i prezzi – valori convenzionali – dei beni e dei servizi e, pertanto, potrebbe fare a meno del fisco – cioè del recupero della liquidità monetaria – diretto e indiretto – o ridurlo ad una voce simbolica. L’esperienza sovietica ha molto da insegnare a questo proposito.
Lo Stato capitalista in quanto tale rimane un “attentatore al passo” del cittadino qualsiasi, pericoloso in misura direttamente proporzionale alla povertà di questo. Non solo il prelievo fiscale si limita a scalfire la corazza del superfluo del cosiddetto ricco o benestante ma questo stesso è perfino in condizione di corrompere i predatori statali. La costituzione repubblicana prevede perfino - all’art. 53 – un “sistema tributario” – alias fiscale – “informato a criterio di progressività”. La giustizia fiscale è per sé stessa già in partenza una menzogna perché, mentre fa rifluire moneta nella casse dello Stato, dilata il divario che già separa ricchi e poveri. Giustizia ci può essere solo nel caso in cui il fisco prelevi solo dal superfluo.
La seconda mostruosità è data dalle imposte indirette che colpiscono i consumi, dagli essenziali ai voluttuari nella totale astrazione dei soggetti, che possono essere degli epuloni e dei poveri cristi. Imposta indiretta sta per “imposta alla cieca” e questo spiega tutto. Così l’enorme tassa (detta “accisa”), che grava sulla benzina, colpisce indifferentemente il consumatore di auto di lusso e il povero diavolo che si serve di una carretta per motivi di lavoro. La sola imposta indiretta cancella l’art. 53 della Costituzione repubblicana.
Non è tutto. Vi è una “predazione fiscale” vera e propria, che fa del fisco una mafia propriamente detta non soltanto in senso allegorico. Se nella denuncia dei redditi ci sono comunque parametri da rispettare e se, a proposito delle imposte indirette, il valore di riferimento rimane il consumo immediato, il terzo settore non ha alcun punto di riferimento se non la volontà del legislatore ovvero l’imperio della Legge che dice “devi pagare perché te lo ordino io”. E’ quello della carta bollata, alla quale si possono equiparare i crescenti ticket sanitari. Questi sono miserabili espedienti attraverso cui lo Stato capitalista fa mercato di frammenti di un servizio spacciato per gratuito.
L’immagine del Moloch fiscale, anche a proposito del terzo settore – o della carta bollata – è quello dello Stato, mostro nemico e senza pietà, che acconsente alla procedura barbarica di sfratto anche per povertà per salvare il principio sacrosanto della proprietà. Esattamente come una mafia deve salvare la parola sacra del boss! E ben a ragione possiamo parlare di “pizzi”. I quali sono numerosi, imprevedibili e indecifrabili. Paghiamo il pizzo solo per posteggiare un mezzo di locomozione usato per andare visitare un degente.
Al pedaggio medioevale è succeduto l’autaggio dell’èra tecnologica. Paghiamo il pizzo alla Rai, definito, non solo per ridere, “canone di abbonamento”. Dobbiamo rinnovare la patente: ci sono più pizzi da pagare. Dobbiamo rottamare la nostra carriola? Dobbiamo pagare un pizzo. Una qualunque operazione immobiliare comporta una serie di pizzi, tutti perentori e senza respiro. Abbiamo bisogno di farci ragione? Prepariamoci a sostenere una serie di pizzi, privati e pubblici. L’uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge – recitata dall’art. 3 della Costituzione – non può che essere un flatus vocis.
Chi scrive “vanta” esperienze didattiche. Avevo ragione di pretendere che il mio amministratore condominiale non conservasse molti milioni delle vecchie lire di pertinenza condominiale nel proprio conto corrente, ritenuto un ovvio e scontato grave illecito. La sentenza di prima istanza ammise la buona fede del processato ed io, da imperdonabile ingenuo, preferìi non procedere all’appello. Ma l’avvocato della parte resistente, in agguato come vuole lo spirito della giungla, con la complicità del sistema, procedette da solo, senza un antagonista, fino ad una vittoria completa, giunta anni dopo quando l’€uro era già succeduto alla lira, e quando nessuna sentenza avrebbe più avuto alcun significato. Dell’esito ho saputo solo quando ho dovuto far fronte alla liquidazione delle spese, computate in ben 9 mila €uro, cioè in 18 milioni delle vecchie lire. La sentenza, che si è fatto gioco del diritto, è stata solo una grossa predazione di un legale, che si è limitato a scrivere qualche rigo e a pronunciare qualche parola.
Non è tutto. C’è la sorpresa dopo tre anni: la ciliegina sulla torta. Mi si chiede di pagare 192 €uro per mancata registrazione della sentenza in questione. Poiché la sentenza è bene conservata e ben recuperabile da chi ne abbia bisogno, registrazione sta semplicemente per pizzo, pizzo di Stato, di una “mafia del fisco” ovvero di una “mafia di Stato”. O forse no?
di Carmelo R. Viola -

05 agosto 2010

Il marciume dilaga esponenzialmente



http://www.corsanoweb.it/public/files/posted_images/user_344_politicanti.jpg

Probabilmente, la situazione italiana è marcia in modo non più reversibile. A me pare che Berlusconi abbia ormai annacquato a sufficienza la sua politica estera, l’unica in cui vi erano barlumi di autonomia; soprattutto se confrontati con il laido servilismo della “sinistra” seguita da ampi e maggioritari settori di sedicente destra, sia politici che mediatici. Gli Usa avrebbero dovuto accontentarsi; può anche darsi che alcuni ambienti d’oltreoceano non siano ancora soddisfatti. Tuttavia, il mio sospetto è che soprattutto non si vogliano abbandonare i “servi che più servi non si può”: i finanzieri e gli industriali “decotti” e parassiti (nel senso chiarito nel mio precedente intervento) con tutta la genia della “sinistra” (senza distinzioni) cui si sono uniti “centro” e “destra finiana”. Una raccolta di lestofanti che ormai intendono devastare il paese prima di ogni eventuale resa dei conti.
Non è escluso che simile accozzaglia nutra qualche timore su settori del management “pubblico” e scampoli del “privato” (molto sotterraneo in verità); pur sembrando in ritirata nell’attuale congiuntura politica, forse non danno garanzie di non più disturbare l’azione della GFeID e della “sua” marmaglia (detta politica) una volta che, magari, “sia passata ‘a nuttata”. Questi settori hanno dovuto dare la loro rappresentanza a Berlusconi che, nemmeno lui, si è dimostrato “un mago”. Non è riuscito, in quasi vent’anni, a creare un gruppo omogeneo, minimamente compatto, non composto di emeriti opportunisti voltagabbana, inetti, profittatori. Ci siamo così trovati sempre tra l’incudine e il martello, con una degenerazione e putrefazione in crescita esponenziale. Abbiamo assistito ad un numero di “salti della quaglia” di impossibile precisazione tanto è alto. Malgrado sia contro le elezioni sedicenti democratiche – e difficilmente gli avvenimenti mi smuoveranno dal mio “atavico” astensionismo – credo proprio che sarebbe meglio arrivarvi al più presto. Fra gli altri effetti positivi, una proposta simile scoprirebbe la reale o finta neutralità del Presidente della Repubblica; secondo me farà il possibile per non darle e presterà il suo aiuto al tentativo di un altro “Governo Dini” (un Governo, cioè, con lo stesso significato e scopi di quello del 1995 garantito da Scalfaro).
D’altra parte, anche la putrida accolita che dovrebbe formare un simile Governo non troverà davanti a sé la via spianata. Basti vedere quali sono le peregrine idee che stanno circolando: un Governo del fu vicepresidente (per la sezione europea) della Goldman Sachs – io lo vedo in questo ruolo e non in quello “ufficiale”, a mio avviso di semplice copertura – che dovrebbe però coinvolgere Tremonti (alcuni anzi lo vorrebbero premier di transizione) e la Lega (concedendo il federalismo almeno in parte e con qualche inghippo che renda poi possibile la ritirata fra pochi anni). Siamo veramente “alla frutta”. Il fatto che si venga anche soltanto sfiorati da simili progetti dimostra che le gang, con cui abbiamo a che fare, non sono del tipo “Al Capone”, ma invece simili alla “banda dell’Ortica”, di cui non mi sembra ancora deciso chi avrà il ruolo di “palo”, quello “sberluso” (orbo) della canzone di Jannacci.
Sempre più viene in evidenza la funzione negativa dei sessant’anni di appartenenza “atlantica”, per cui non siamo dotati di corpi militari con un briciolo di senso del paese e delle sue sorti. Questa sarebbe l’occasione per schiacciare tutti gli scarafaggi, e dare loro una durissima e soprattutto definitiva lezione, dato che le fantasiose versioni di “destra” e di “sinistra” sono andate molto al di là di quanto già intravedeva Gaber. Per il momento siamo obbligati alla sola denuncia. Comunque, scusate il mio “pallino”, ma ritengo giusto indicare la causa e l’effetto, anche se poi, una volta instauratosi il circolo vizioso, è difficile fare distinzioni. GFeID (su impulso d’oltreoceano) e gli infami rinnegati della “sinistra” (anzi del “comunismo”) sono la causa; la reazione dei settori affidatisi infine a Berlusconi (reazione certo non adeguata ed efficace) è l’effetto. Teniamolo presente; e – dato il marciume che ormai le bande hanno creato nonché l’incapacità di certi “corpi speciali” di asportarlo senza la minima esitazione e con metodi definitivi – le elezioni sarebbero per il momento la soluzione meno peggiore: non risanerebbero l’ambiente ormai irrimediabilmente infetto, concederebbero però ancora un po’ di tempo per la possibile “disinfestazione”.
L’importante è intanto rendersi conto che non esiste più la politica, ma solo una grande fossa fognaria da svuotare, se si vuol evitare la sempre più probabile epidemia.
di Gianfranco La Grassa

La crisi economica come opportunità di crescita per la collettività






http://lh3.ggpht.com/_JN05LDzMnWU/SgyAJjz8-WI/AAAAAAAAKFg/TpyNL5M8B5s/lavorare-online-sisifo.jpg

Per quanto indietro possa risalire la mia memoria, non riesco a ricordare un solo periodo storico in cui gli attori politici non si siano lamentati, chi più, chi meno, dell’andamento dell’economia. Benché quest’ultima abbia attraversato periodi anche prosperosi, nessun governante si è mai dichiarato interamente soddisfatto della situazione economica né ha mai smesso di decantare le pseudo-virtù della crescita infinita[1].

Anche quando il PIL cresce i discorsi politici alternano tra esaltazione e ammonimento contro i rischi di stagnazione dei mercati e tendono ad incentivare ulteriormente la crescita. Ora, non è mia intenzione negare l’esistenza delle crisi economiche. La mia critica verte sull’ovvietà delle loro implicazioni catastrofiche sulla vita della collettività. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, per la qualità della vita i periodi di crisi economica ben gestiti (e sottolineo “ben gestiti”) possono addirittura rappresentare una opportunità per la collettività in quanto producono un calo della frenesia verso gli affari e gli acquisti. Il che significa, oltre che un aumento del tempo libero, un maggiore apprezzamento dei beni di cui già si dispone e un drastico calo delle spese futili.

Nei periodi di boom, invece, è tendenzialmente vero il contrario. Gli acquisti e gli investimenti tendono a salire, anche in proporzione ad una crescita semplicemente “ipotizzata” ma che qualunque problema imprevisto di una certa gravità può facilmente smentire. Prima i consumi e poi i prezzi tendono a lievitare e gli investitori, a tutti i livelli, paiono mossi da una fiducia che presto o tardi si rivela quasi sempre fuori luogo o quanto meno esagerata. La situazione che si viene quindi a creare è portatrice di numerosi e gravi problemi sui quali non possiamo soffermarci in questa sede, ma che ben conosciamo. Ditte che non rientrano nei loro investimenti e chiudono i battenti, piccoli azionisti che perdono i loro risparmi… Vorrei soltanto sottolineare che nei periodi di crisi ben gestiti lo stile di vita individuale tende semplicemente a farsi più sobrio ed equilibrato. I beni di cui già si dispone vengono maggiormente apprezzati e in generale gli interessi si spostano dalla ricerca coatta del profitto verso valori più vicini alla vera natura dell’uomo.

Così come in psicopatologia le crisi interiori rappresentano eventi certamente sofferti, ma che contengono già in sé i germi di un cambiamento importante e positivo da attuare, allo stesso modo le crisi economiche che puntualmente si ripresentano dopo un periodo di forte crescita vanno nel senso di un cambiamento positivo della società. La loro vera funzione, purtroppo ignorata dai media, è inerente al riequilibrio del sistema. E la realizzazione di questa dinamica passa anzitutto da una presa di coscienza collettiva degli errori e delle esagerazioni riguardanti le aspettative e lo stile di vita dei cittadini e delle scelte politiche scellerate di chi governa.

Tale modello di crisi mediato dalla psicoanalisi è perfettamente applicabile all’economia, la quale, da quanto si dimostra vorace ed irragionevole, costituisce la fonte della maggior parte dei nostri problemi. Il nostro sistema economico ha ormai dimostrato la propria incapacità a risolvere problemi d’importanza prioritaria come per esempio quelli legati all’inquinamento e al terrorismo. Oggi, l’economia non serve più nessuno, proprio perché tutti ne siamo asserviti. L’errore forse più fondamentale è che da quando si basa sul profitto indiscriminato, l’economia si è trasformata da semplice strumento per la gestione degli scambi in un fine che impone le sue leggi di Mercato su ogni altro sistema di valori. E da sempre, il massimo sistema di valori creato dall’uomo è rappresentato dalla religione. Così, il nostro sistema economico non ha più nulla di razionale, ma poggia su aspettative, speranze, credenze, emozioni che sono proprie della dimensione religiosa. Per questo, come ho tentato di dimostrare nel mio ultimo libro[2], quel che oggi chiamiamo “economia” è diventato una vera e propria religione inconsapevole che determina non soltanto lo stile di vita dei cittadini, ma anche la loro stessa psicologia trasformandoli di volta in volta in vittime sacrificali, gran sacerdoti, crociati, santi, fedeli d’amore oppure eretici da scartare.

Pertanto, quel che per questo nostro sistema è crisi, per la collettività rappresenta potenzialmente una fortuna. Quella collettività in realtà non ha nulla da temere dalla crisi in sé. L’unico problema, purtroppo di peso, cui stare particolarmente attenti è la propaganda dei politici e dei potenti gran sacerdoti che da sempre, per rilanciare il sistema, hanno fomentato guerre sante. In questo senso, si può dire che le guerre economiche sono fondamentalmente di natura religiosa.

Affermare attraverso i media che l’economia è in crisi e che la crisi significa per forza guerra e tragedia è una sorta di mantra recitato per favorire la ripresa attraverso una spinta lavorativa e produttiva più vigorosa da parte di tutti. Quel che non si dice però, in quanto per i credenti significherebbe infrangere un tabù, è che le crisi sono sempre il frutto proprio di quell’atteggiamento fanatico verso la crescita economica a causa del quale ogni calo del PIL viene percepito in modo apocalittico. Ogni flessione anche minima del PIL è in grado di suscitare i peggiori fantasmi nella mente dei fedeli. Eppure, il PIL cresce, per esempio, anche in virtù degli incidenti stradali!

di Antoine Fratini

Il parallelo tra crisi psicologica e crisi economica appare significativo. In luogo di essere ad ogni costo “curate”, le crisi economiche dovrebbero essere piuttosto “analizzate”. Oggi più che mai vi è bisogno di una grande presa di coscienza collettiva delle aberrazioni del sistema, degli aspetti religiosi inconsapevolmente proiettati sull’economia. Solo così, solo se l’economia torna ad essere vera scienza anziché ricettacolo inconsapevole della religiosità dell’uomo, ci si può aspettare una evoluzione realmente positiva della società.





[1] Solo di recente alcuni sindaci illuminati (vere e proprie “mosche bianche”) hanno iniziato a sperimentare progetti di gestione del territorio “a crescita zero” (vedi l’esempio di Cassinetta di Lugagnano in Lombardia).

[2] Antoine Fratini, La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009.

04 agosto 2010

Siamo tutti drogati e nessuno lo dice




http://droghe.aduc.it/generale/files/image/2010/giugno/0002(113).jpg


E’ risaputo che le droghe pervadono tutta la nostra società e il loro abuso è dilagante.
Le autorità dovrebbero vigilare sulla salute pubblica e invece non solo si girano dall’altra parte incuranti del problema, ma ci speculano sopra guadagnando cifre da capogiro.
Ma di cosa stiamo parlando?
Questo non è il classico articolo sulle droghe tradizionali: cocaina, eroina, hashish, marijuana, ecc., ma sulle droghe che inconsapevolmente assumiamo ogni giorno, tutti quanti, che ci piaccia o non ci piaccia!
Se pensate che il fenomeno non vi tocchi, leggete con molta attenzione!

Le droghe affascinano perché alterano la nostra percezione, la capacità di vedere e sperimentare il mondo. Vi sono vari modi per ottenere più o meno lo stesso effetto: cantare, ballare, digiunare, ridere, meditare, leggere, fantasticare, ecc.
Ma la droga è certamente molto più rapida, veloce e…proibita.

Dall’alba dei tempi l’uomo cerca e sperimenta sostanze psicotrope con le motivazioni più variegate, eccone qualcuna:
- Espandere la propria coscienza per vedere il mondo con occhi diversi;
- Pratiche di tipo religioso: la marijuana e molte piante allucinogene vengono usate in India e da altre popolazioni indigene;
- Per curare malattie: oppio, cocaina, morfina marijuana e alcol sono stati i pilastri della medicina ottocentesca e venivano usati per qualunque cosa, dai dolori mestruali all’epilessia. Alla fine dell’Ottocento la cocaina veniva pubblicizzata come medicina miracolosa mentre il vino alla coca fu il farmaco più prescritto in assoluto;
- Stimolare la creatività: Charles Baudelaire usava hashish e oppio, il collega Alexandre Dumas si univa a lui negli esperimenti con l’hashish. Lo scrittore americano Edgar Allan Poe faceva uso di oppiacei e parte della sua bizzarria descrittiva, derivava proprio da esperienze con la droga. I primi scritti di Sigmund Freud furono ispirati dalla cocaina, e lui stesso ne incoraggiò il consumo;
- Fuggire dalla noia, disperazione e migliorare l’interazione sociale;
- Fuggire dal mondo e dai problemi quotidiani, isolandosi artificialmente.
- ...

DROGHE ENDOGENE
Il corpo umano, soprattutto nel cervello e in certe ghiandole, produce potenti sostanze chimiche che hanno effetto sull’umore, pensieri e azioni: le endorfine.
Le endorfine sono sostanze stupefacenti che causano molti effetti tipici degli oppiacei, tra cui euforia, stato di benessere e riduzione del dolore.
L’essere umano oltre a queste droghe oppiacee, genera anche i propri stimolanti (adrenalina o noradrenalina) e i propri sedativi (serotonina e GABA), questi ultimi in grado di rallentare la trasmissione nel sistema nervoso centrale (SNC).
Probabilmente siamo anche in grado di produrre i propri psichedelici, come per esempio la D.M.T. (dimetiltriptamina), poiché è stato dimostrato che la ghiandola pineale, secerne ormoni con una struttura molecolare molto simile.
In pratica, non ci facciamo mancare nulla: eccitanti, stimolanti, psichedelici e sedativi!
Adesso, dopo questa certamente incompleta introduzione, osserviamo da vicino le droghe che tutti noi usiamo inconsapevolmente ogni giorno. Droghe che agendo nel cervello possono avere degli effetti dirompenti sul comportamento e sul nostro modo di pensare.

STIMOLANTI
La famiglia degli stimolanti, lo dice il nome stesso: stimolano, fanno sentire più vigili ed energici, eccitano in pratica il SNC.
I nervi comunicano tra loro mediante impulsi elettrochimici. Un impulso è una vera e propria scarica elettrica che si muove velocissima lungo la fibra di un neurone. Tale fibra può terminare in un muscolo, una ghiandola o in un altro neurone, ma c’è sempre un minuscolo spazio tra la fine della fibra nervosa e la cellula seguente.
Per riempire questo spazio, la fibra rilascia piccole quantità di sostanze chimiche (neurotrasmettitori) che influiscono nella cellula che segue.
Alcuni neurotrasmettitori sono forti stimolanti, che inducono le cellule muscolari a contrarsi, le ghiandole a secernere e altri neuroni a rilasciare scariche elettriche.
Il più comune neurotrasmettitore stimolante è la noradrenalina o norepinefrina.
In pratica gli stimolanti agiscono così: fanno rilasciare alle fibre la noradrenalina oppure altri neurotrasmettitori che eccitano il sistema.
Pertanto l’effetto stimolante che percepiamo nel corpo è il semplice risultato dell’energia chimica del corpo che va ad agire nel sistema nervoso. Lo stimolante induce l’organismo a consumare questa energia prima e in maggiore quantità rispetto alla norma. Questo è il motivo per cui dopo l’effetto stimolante (illusorio e apparente), si è molto più stanchi e scarichi di prima e servono altri stimolanti per tirarsi su, in un circolo vizioso perverso e deleterio!

Zucchero à Mentre il nostro corredo genetico si è sviluppato in un contesto nutrizionale in cui si consumava (nel Paleolitico) procapite solo 2 kg all’anno sottoforma di miele, siamo passati a 5 kg di zucchero nel 1830 per giungere a 70 kg alla fine del secolo scorso!
Lo zucchero bianco è una sostanza innaturale tra le più tossiche in commercio. Basta sapere che viene prodotto con latte di calce (che provoca la distruzione di tutte le sostanze organiche utili: proteine, enzimi, sali, ecc.), poi trattato con acido solforoso per eliminare il colore scuro, poi subisce altri processi, dove viene filtrato, decolorato, centrifugato, per venire alla fine colorato con blu oltremare e blu idantrene (proveniente dal catrame, quindi cancerogeno).
La polvere bianca che si ottiene è sterile, completamente morta e dentro il nostro corpo per essere assimilata e digerita, sottrae vitamine e minerali (calcio da ossa e denti: osteoporosi e carie) per ricostruire almeno in parte quell’armonia di elementi distrutti dalla raffinazione. Questo processo acidifica il terreno biologico.
Una recente ricerca condotta da Bart Hoebel del Princeton Neuroscience Institute, ha scoperto che lo zucchero crea una vera e propria dipendenza e sintomi di astinenza simili a quelli provocati da altre droghe.
Nel cervello, quando si assume zucchero, avvengono dei cambiamenti neurochimici che fanno aumentare la dopamina, e questa è la ragione per cui quando si viene privati improvvisamente della dose zuccherina giornaliera, si genera una vera e propria crisi di astinenza.
Prima crea una stimolazione e poi c’è la fase depressiva che crea stati di irritabilità.
Questo è causato dal rapidissimo assorbimento dello zucchero nel sangue che fa salire la glicemia, e costringe il pancreas a secernere insulina. Tale ormone fa scendere bruscamente la glicemia (malessere, sudorazione, irritabilità, debolezza) con bisogno di mangiare ancora zuccheri per sentirsi meglio.
Ma non finisce qua.
Il biologo tedesco Otto Heinrich Warburg è stato insignito il Premio Nobel per la medicina per aver scoperto che il metabolismo dei tumori maligni dipende in gran parte dal loro consumo di glucosio (forma che assume lo zucchero una volta digerito, metabolizzato).
Ingerendo infatti zucchero o farine raffinate (pasta, pane, biscotti, grissini, ecc.), si alza il tasso di glucosio (aumenta la glicemia) nel sangue e l’organismo libera oltre all’insulina, come abbiamo visto, l’I.G.F. una molecola con proprietà che stimolano la crescita cellulare.
In parole povere lo zucchero è la benzina dei tumori.

Caffè à La caffeina è lo stimolante naturale più diffuso e si trova in molte piante.
Il caffè sarebbe stato scoperto dai nomadi etiopi che avevano notato come i propri animali domestici diventavano più vivaci dopo aver mangiato il frutto degli alberi del caffè. Quando provarono a mangiarne i semi, diventarono tutti più briosi, ma alla fine, impararono a ricavare una bevanda dai semi tostati.
All’epoca però il caffè veniva usato solo nelle cerimonie e riti religiosi. Si incontravano una notte alla settimana, bevevano grandi quantità di caffè e rimanevano svegli a pregare e salmodiare.
Il caffè è un forte stimolante: irrita le mucose dello stomaco e vescica (che secernono poi muco per difendersi), procura cattive digestioni gastrointestinali e impedisce una corretta assimilazione dei principi nutrizionali. E’ uno dei principali distruttori di batteri acidofili nell’intestino, con tutte le conseguenze del caso, e nemico numero uno per reni e fegato.
Negli Stati Uniti, dove se ne consumano grandi quantità non è un caso che le marche di antiacidi è pari a quello delle marche del caffè.
Nella nostra società la dipendenza dal caffè è fortissima: molti consumatori non riescono a pensare con chiarezza al mattino e nemmeno andare in bagno senza la dose quotidiana. Soffrono veri e propri sintomi di astinenza se smettono di prenderlo. La reazione di astinenza comincia 24-36 ore dopo l’ultimo caffè, e i sintomi sono mal di testa, nausea, irritabilità, apatia e vomito. Per fortuna i sintomi durano da 36 a 72 ore, ma scompaiono rapidamente.
Johann Sebastian Bach ne era assuefatto, non a caso magnificò la bevanda con la “Cantata del caffè”. Lo scrittore francese Honoré de Balzac, non riusciva a lavorare senza bere una specie di brodaglia densa che gli procurava dolori e crampi allo stomaco.

Thé à Il thé non è irritante quanto il caffè ma è sempre un potente stimolante.
Il suo principio attivo si chiama teofillina, e tra gli effetti nell’organismo, quando lo si beve in quantità, vi è nervosismo, agitazione e insonnia.
Essendo un eccitante, vale la stessa cosa appena vista per il caffè.

Cola à La cola è un seme o noce dell’albero della cola che contiene caffeina. Il loro gusto è molto amaro, ed è per questo che in commercio la cola viene addizionata di zucchero.
La deleteria combinazione zucchero/caffeina, nelle bibite analcoliche gassate, è particolarmente capace di dare assuefazione e questo i produttori lo sanno molto bene.
I genitori per tanto dovrebbero sapere che tali bibite sono droghe velenose capaci di influire sulla salute fisica e lo stato d’animo.

Guaranà à Il guaranà è ricavato dai semi di un arbusto della giungla brasiliana.
Contiene più caffeina del caffè e viene usata per produrre bevande gassate oppure integratori stimolanti.

Mate à In Argentina la bibita alla caffeina più diffusa è il Mate, ricavato dalle foglie dell’ilice.

Cioccolato à Una delle più note fonti di caffeina è il cioccolato, anch’esso ricavato dai semi di un albero. Il cioccolato contiene molto grasso ed è così amaro che deve essere mescolato con tanto zucchero per renderlo gradevole al palato.
Oltre alla caffeina, contiene teobromina (alcaloide), sostanza affine e con effetti eccitanti analoghi. Vale lo stesso discorso per il caffè con l’aggravante che il cioccolato ha un altro alcaloide e viene zuccherato.

Tabacco à Il tabacco è una delle piante stimolanti più potenti che si conoscano e la nicotina, il suo principio attivo, una delle droghe più tossiche in assoluto.
Un normale sigaro contiene una quantità di nicotina sufficiente a uccidere parecchie persone (il tabacco che brucia ne distrugge gran parte).
La nicotina è talmente forte e pericolosa che l’organismo umano sviluppa rapidamente una certa tolleranza per proteggersi.
Sotto forma di sigarette, il tabacco è una delle droghe che in assoluto provoca più assuefazione: è pari al crack! Sembra incredibile, ma è più difficile liberarsi dell’abitudine di fumare sigarette che smettere di assumere eroina o alcol.
Inalato a fondo, il fumo porta nicotina concentrata ai centri vitale cerebrali in pochi secondi, più velocemente di quanto impieghi l’eroina iniettata. Questo spiega perché fumare provoca un’assuefazione così rapida.
Per tutto il Novecento le autorità incoraggiavano l’uso di questa droga, con il pretesto che favoriva la concentrazione e il rilassamento.
Negli anni Cinquanta non era strano vedere i medici pubblicizzare particolari marche capaci di dare “sollievo alla gola”.
Verso la fine del secolo scorso, la posizione della società cambiò nei riguardi del tabacco.
Oggi, nonostante siano risaputi tutti i pericoli, i governi del mondo, dal commercio di questa droga tremenda ci guadagnano moltissimi miliardi ogni anno, addirittura quello degli Stati Uniti sostiene l’industria del tabacco con fondi pubblici!

SEDATIVI
A differenza degli stimolanti, i sedativi sono sostanze che abbassano il livello di energia del sistema nervoso, riducendo la sensibilità alla stimolazione esterna e a dosi elevate inducono il sonno

Alcol à L’alcol è la sostanza psicotropa più diffusa al mondo e utilizzata ogni giorno da milioni di persone. Forse è anche la più antica droga nota all’essere umano.
Una volta entrato nell’organismo, l’alcol viene assorbito con grande rapidità dall’apparato digerente, entra nel flusso sanguigno e raggiunge il cervello, dove influenza stati d’animo e comportamenti. L’organismo deve lavorare duramente per eliminare l’alcol: ne brucia una parte come combustibile (fegato) e ne espelle una immutata sotto forma di respiro (polmoni) e urine (reni). Quindi i principali organi emuntori del corpo vengono sfibrati per espellere l’alcol, ma quello che ne risente di più è il fegato che a lungo andare diventa sempre più gonfio e pieno di grasso (steatosi), perdendo molte delle sue funzioni metaboliche importantissime.
Il senso di calore prodotto dall’alcol è ingannevole: è dovuto all’aumento del flusso sanguigno verso la pelle e questo permette al calore di disperdersi nell’aria, raffreddando pericolosamente il corpo.
L’alcol, tra le altre cose, è un fortissimo diuretico: aumenta la quantità di urina, e questo è un segnale inequivocabile che si stanno sforzando le reni per espellere il veleno, facendo perdere acqua al corpo e sfibrando tali organi fondamentali. Grandi bevute possono provocare forti disidratazioni dei tessuti.
Fuori da ogni discussione che l’alcol sia la più tossica delle droghe esaminate, pur tuttavia, è la nostra stessa società ad aver fatto dell’alcol la propria droga di prima scelta, grazie anche al fatto che i governi, come nel caso del tabacco, ci guadagnano cifre spropositate.
Nessuno ha interesse ad educare le persone del pericolo di questi veleni tossici e pericolosi.

DELIRANTI
Il delirio è uno stato di disturbo mentale caratterizzato da confusione e disorientamento. Dosi eccessive della maggior parte delle sostanze psicotrope danno luogo a delirio in quanto tossiche per il cervello.

Solanacee à La famiglia delle piante solanacee comprende alcuni prodotti naturali molto diffusi: pomodori, peperoni, peperoncini, melanzane e patate. Ne fanno parte anche piante tossiche come il tabacco, e alcune piante magico-velenose come il giusquiamo, mandragola, stramonio e belladonna.
Le solanacee hanno un aspetto spaventoso: sono piante rigogliose, pelose con odori strani e fiori molto singolari.
Tutte le parti di queste piante contengono scopolamina, una droga che provoca delirio e che è fortemente velenosa. La concentrazione più alta è nei semi, mentre le radici ne hanno meno, per cui sono le più sicure da consumare. Comunque sia, radici, semi, foglie e fiori possono essere mangiati, fumati, messi in infusione per ricavarne delle tisane allucinogene.
Gli effetti mentali indotti sono: irrequietezza, disorientamento e delirio, comprese allucinazioni anche intense e vivide.
La capacità della scopolamina di scollegare, chi le assume, dalla realtà ordinaria, spiega la loro diffusione in alcuni ambienti poco raccomandabili…
La farmacologia utilizza ancora oggi la scopolamina come farmaco: è venduta come sonnifero da banco o sottoforma di compresse per il raffreddore e allergie, per asciugare il naso che cola.
Attenzione con questo non si vuole affermare che è pericoloso mangiare patate o pomodori o melanzane! Questi frutti della terra, se mangiati nelle corrette combinazioni e sequenze apportano principi nutrizionali importanti. Le patate, in particolar modo (gli amidi più veloci da digerire), andrebbero cotte al forno con la buccia e mangiate da sole assieme a verdure crude. Si sconsiglia il loro abbinamento con cereali e/o proteine animali!

Noce moscata à La noce moscata è il seme, ricoperto da un involucro esterno detto macis, di una pianta tropicale. Contiene una droga detta miristicina che nell’organismo può essere trasformata in uno degli allucinogeni analoghi alle anfetamine.
Sia la noce moscata sia il macis, sono infatti utilizzati da tempo come sostanze psicotrope.

FARMACI DA BANCO
Dopo aver elencato le sostanze chimiche naturali, contenute in alcuni alimenti e/o piante, che vanno ad interagire con il SNC, è doveroso aggiungere un capitolo sui farmaci da banco.
Moltissimi prodotti in vendita, considerati innocui anche dagli stessi medici prescriventi, e usati da milioni di persone ogni giorno per svariati problemi di salute, interagiscono pericolosamente con il nostro SNC. Sono informazioni utili da sapere, per evitare gratuiti squilibri mentali, soprattutto nel caso di bambini.

Antistaminici à Le allergie sono in costante aumento nella nostra società e non a caso gli antistaminici sono tra i farmaci più consumati in assoluto.
Quello che però c’interessa è che stranamente il nostro SNC è molto sensibile a questi farmaci.
Alcune reazioni allergiche sono mediate da una sostanza endogena, cioè prodotta dal corpo, ce si chiama istamina.
I farmaci, nel tentativo di eliminare i sintomi delle allergie, bloccano l’azione della istamina, cioè bloccano il lavoro importante che sta compiendo la Natura. Ecco perché con gli antistaminici non si curerà mai nessuna allergia!
In compenso, gli antistaminici provocano delle profonde alterazioni dello stato d’animo, rendono depressi, acidi, apatici e incapaci di ragionare in modo chiaro. Offuscano il pensiero.
Sono sostanze psicotrope!
Questo è il motivo per cui alcuni antistaminici, come per esempio la Piribenzamina, vengono utilizzati da tossicodipendenti per sballarsi.
Viene venduto anche il Nopron, detto “sciroppo della mamma manager”, e dato da pediatri inconsapevoli per far dormire bambini piccolissimi.
L’uso di questa droga (ipnotico) è molto diffusa nei bambini piccoli che piangono di notte e/o che piangono dopo, per esempio, la poppata di latte vaccino. Il latte vaccino è una delle sostanze più intolleranti che esistano, e i piccini, spesso e volentieri, piangono proprio per l’azione tossica che ha a livello intestinale.
Noi adulti cosa facciamo? Li droghiamo con un ipnotico, con tutti le conseguenze e i danni che possiamo solo lontanamente immaginare.

Cortisonici, corticosteroidi à Le ghiandole surrenali, oltre all’adrenalina scernono dei corticosteroidi (cortisone e affini).
Sono universalmente usati per ridurre le infiammazioni, le reazioni allergiche e le eruzioni cutanee.
Come ogni farmaco, anche i cortisonici, anche a dosi modeste, possono sconvolgere in modo drastico l’equilibrio chimico dell’organismo e dare luogo a tossicità, fino al decesso.
Arrestano la produzione da parte del corpo di steroidi naturali, e le conseguenze possono essere: aumento di suscettibilità, stress e infezione.
Questi farmaci, inoltre, possono dar luogo a euforia estrema, simile alla psicosi maniaco-depressiva, e un loro uso prolungato può trasformare tale euforia in profonda depressione.
Gli steroidi possono rendere psicotici alcuni individui e fare venire manie suicide.

Sciroppi per la tosse à Alcuni sciroppi per la tosse non contengono alcuna sostanza psicotropa, altri invece noti sedativi come alcol e cloroformio, stimolanti come pseudoefedrina, antistaminici o derivati oppiacei.
Il principale sedativo da banco per la tosse contiene destrometorfano, un parente della codeina che calma il nucleo della tosse, senza andare a curare l’origine della stessa.
I consumatori drogati, ne assumono grandi quantità per ottenere uno stato da zombie chiamato dexing o robotripping.

Broncodilatatori à Sono farmaci che aprono le vie aeree nell’apparato respiratorio e agiscono stimolando il sistema nervoso simpatico, che regola le pareti muscolari dei tubi bronchiali. La conseguenza, oltre all’effetto voluto, è che provocano eccitazione, irrequietezza, ansia e insonnia.
Creano molta dipendenza, quando l’effetto di una dose svanisce, la costrizione bronchiale aumenta rendendo necessarie altre dosi, e via così in un circolo deleterio.
Uno dei farmaci più ampiamente prescritto, la teofillina, viene tenuto sotto attento esame come possibile causa di comportamenti violenti e singolari. La teofillina è il principio attivo del thé ed è un parente stretto della caffeina.

Decongestionali nasali à Uno degli effetti degli stimolanti è quello di contrarre i vasi sanguigni nel naso e nei seni. Tale costrizione restringe i tessuti, consentendo all’aria di passare meglio.
Tale effetto è ovviamente momentaneo, e quando svanisce viene seguito da una reazione opposta detta “rimbalzo”, nella quale i seni sono più chiusi di prima. Il meccanismo di forte dipendenza dipende dalla natura temporanea del sollievo che danno, se si continua ad usarli per far fronte al “ribalzo” che segue alla dose iniziale, in breve non si riuscirà più a respirare senza.
Nel mercato sono disponibili forme decongestionanti orali contenenti la pseudoefedrina, parente stretto della efedrina stimolante.

LEGGI DELLA VITA
Esistono alcune leggi immutabili in Natura che scandiscono la nostra esistenza.
Nel nostro caso due sono le Leggi che interessano.
La “Legge della Forza”, afferma che tutta “la Forza usata, e quindi consumata, in ogni azione vitale o medica, è la Forza Vitale, e cioè, quella che proviene dall’interno dell’organismo e non dall’esterno”.
La “Legge del Doppio Effetto”, afferma invece che “l’effetto secondario sull’organismo vivente di qualsiasi atto, abitudine, indulgenza o agente, è l’esatto contrario del primo effetto”.
Cosa significano queste fondamentali Leggi?
Da una parte si stabilisce che è la Forza Vitale organica ad agire e produrre l’Azione, dall’altra che l’effetto secondario di ogni sostanza è contrario al primo.
Quindi quando assumiamo sostanze tossiche-velenose come caffè, thè, cioccolata, zucchero o altre droghe come fumo o farmaci, l’effetto immediato è l’eccitazione del sistema.
Questa eccitazione però non è dovuta alla droga in sé (caffeina, nicotina, teofillina, teobromina, ecc.), ma all’Energia o Forza Vitale che viene sequestrata dal corpo per espellere la tossina velenosa.
Dopodiché si manifesta l’effetto secondario che è esattamente contrario: tutto il sistema prima eccitato, energico, si svuota e scarica.
A lungo andare, questo assurdo modus vivendi antinaturale, debilita fisicamente e psichicamente l’uomo di energia vitale.

Siamo drogati e non lo sappiamo
All’appello mancano moltissime altre sostanze con effetti diretti sul SNC, ma certamente il materiale trattato è sufficiente per affermare che oggi una persona “normale”, con uno stile di vita “normale”, è un drogato!
Ricordiamo che l’abuso di droga non è il consumo di una sostanza non accettata o illegale: drogarsi significa assumere qualunque sostanza che danneggia la salute fisica e/o mentale.
Far crescere bambini con alimenti putrefattivi come le proteine animali, alimenti mortiferi come bevande gassate e alcoliche (eccito-deprimenti), zuccheri e cereali raffinati (eccito-deprimenti), caffè, thé (eccito-deprimenti), significa sviluppare adulti corrotti, drogati, dipendenti e soprattutto privi di energia vitale. Quindi predisposti alle malattie e al controllo mentale!
Tutto questo ovviamente fa comodo al Sistema, a cui non dispiace aver a che fare con persone non libere e manipolabili.
Quindi non dobbiamo scandalizzarci se oggi i giovani abusano di alcol o altre sostanze deleterie per il corpo e la mente: noi adulti li abbiamo svezzati e fatti crescere con droghe non meno tossiche e pericolose per la salute!

di Marcello Pamio

03 agosto 2010

Dietro un conflitto incompreso



http://www.quipunet.it/rinascita/images/stories/internazionale/afghanistan_soldati500.jpg

Più si ripetono gli episodi in cui perdono la vita i nostri militari in Afghanistan, tanto meno la stampa gli dedica spazio. Sui giornali dura maggiormente la “scoperta” delle sniffate di cocaina alla discoteca Hollywood di Milano, con il contorno di starlette procaci e vip di mezza tacca. Non si tratta di censura, ma del disinteresse dell’opinione pubblica per quanto avviene nella lontana Kabul. La morte dei nostri due artificieri, mercoledì scorso, sarà così dimenticata presto.
Se lo stillicidio di caduti proseguirà con questo ritmo, è probabile che sparisca dalle prime pagine. Solo un coinvolgimento totale nel conflitto del nostro contingente, con un numero di morti molto elevato, riaccenderebbe l’interesse. L’Italia sta comunque combattendo, di fatto, una guerra. Come altro definire una situazione in cui il nostro esercito è impegnato quotidianamente contro un nemico al quale infligge perdite (molto più numerose di quanto si creda), subendone a sua volta, nel tentativo di difendere il territorio affidatogli? L’italiano medio, però, se ne va in ferie e ciò lo conforta, se mai ce ne fosse bisogno, sul fatto che il suo Paese vive in pace. Eppure, lo sforzo bellico che l’Italia sta compiendo, considerate le risorse ristrette, non è indifferente: quasi 4mila uomini schierati, oltre a tutti gli altri soldati impegnati nelle varie missioni internazionali.
L’opinione pubblica Usa percepisce le due guerre nelle quali Washington è impegnata non molto diversamente da noi. La vera emergenza nazionale, che turba la popolazione e infiamma la polemica, è costituita dall’onda nera del petrolio che minaccia le coste della Florida. Quello è il dramma vero perché si svolge dentro casa; le guerre sono qualcosa che accade lontano, una preoccupazione “astratta”. Sia Bush come Obama hanno deciso di non finanziare i costi assai elevati di Iraq e Afghanistan con l’aumento delle tasse, preferendo scaricarli su un debito pubblico che, pure, ha raggiunto una quota preoccupante. Sono così riusciti a “distrarre” ancora di più la popolazione, facendola sentire estranea allo sforzo bellico della nazione. C’è, poi, il welfare di guerra. L’aumento delle spese militari, oltre a ingrassare le aziende del settore, produce anche un certo numero di posti di lavoro non disprezzabile in questa fase di aumento della disoccupazione.
Spesso, nel giudicare le difficoltà delle nuove guerre Usa, si fa riferimento al Vietnam. E’ un paragone da usare con molta precauzione, perché non si deve innanzitutto dimenticare che i soldati mandati combattere in Indocina erano reclutati attraverso la leva, mentre oggi si tratta di professionisti. Il Vietnam era un incubo per tutti i giovani statunitensi dell’epoca (anche se alcuni riuscivano ad assicurarsi in vario modo l’esenzione) l’Iraq e l’Afghanistan, almeno per quanto riguarda la truppa, sono un affare dei più poveri e dei nuovi immigrati. Tutta gente che non fa tendenza e della cui esistenza la grande classe media si può facilmente dimenticare. Non c’è stato quindi, né c’è da aspettarselo in futuro, un revival del grande movimento pacifista che, all’epoca, mise in difficoltà la Casa Bianca.
Le nuove guerre occidentali guidate dagli Usa interessano segmenti molto limitati della popolazione. La propaganda le ha chiamate in vario modo per esorcizzare la parola tabù guerra, con definizioni che convergono nel rappresentarle come operazioni di polizia internazionale. E’ un falso perché si tratta di vere e proprie guerre, con alte perdite fra i guerriglieri e la popolazione civile e con battaglie combattute per impossessarsi di zone del territorio controllate dal nemico, come nei conflitti tradizionali. L’uso del termine polizia ha però un senso per le popolazioni degli Usa e dei Paesi al loro seguito: i soldati partiti per quei territori stanno facendo nient’altro del loro dovere di professionisti, ovvero sconfiggere i delinquenti e mantenere l’ordine. Come non ci si emoziona più di tanto per i pericoli che affrontano, nel loro lavoro, i poliziotti in patria, così non ci si sente partecipi della missione di altri professionisti che fanno più o meno le stesse cose all’estero.
Le guerre ineguali, come le definisce Alessandro Colombo per via dell’enorme disparità di mezzi fra le parti in lotta, rappresentano la forma della privatizzazione della guerra. Non casualmente vi partecipa un enorme numero dei cosiddetti contractor, i militari stipendiati da compagnie private. E’ un aspetto di cui si parla ancora troppo poco, ma potrebbe rappresentare il futuro dei conflitti armati, che verrebbero appaltati quasi in esclusiva ai nuovi mercenari. In fin dei conti, non sarebbe neanche una novità storica in assoluto, ma una riedizione, in grandi dimensioni, delle compagnie di ventura con cui i principi italiani si combattevano durante il Rinascimento.
La privatizzazione attuale della guerra, però, si inserisce nel generale processo di privatizzazione del mondo, che non risparmia nemmeno risorse essenziali come l’acqua. Sarà un caso -ma se lo è si tratta di un caso veramente propizio alla comprensione delle trasformazioni in atto- che la Serbia, dove la Fiat intende trasportare una parte delle sue produzioni, sottraendola a Mirafiori, sia stato uno dei Paesi ad avere subito sul proprio territorio un’operazione di polizia internazionale. Nel 1999 l’Italia svolse un ruolo essenziale in quella aggressione, fornendo le basi per gli aerei che effettuavano i bombardamenti. Oggi, la nostra maggiore azienda “investe” proprio in quel Paese che il governo italiano, con le sue decisioni, contribuì a devastare. La fabbrica dove produrrà la Fiat è la Zastava, di cui lo Stato serbo pagherà la bonifica: 370 tonnellate di sostanze nocive procurate proprio da un bombardamento della Nato. Più simbolico di così.
Le condizioni offerte da Belgrado sono estremamente allettanti per Marchionne: la Fiat per dieci anni non pagherà tasse e riceverà 10mila euri di finanziamento pubblico per ogni assunzione, mettendoci, di tasca propria, solo 350 milioni del miliardo di investimento totale. Aggiungeteci che la paga media di un operaio serbo è di circa 400 euri al mese e capirete che per il Lingotto si tratta di un affarone. Simili condizioni di dumping sociale, che non si trovano nemmeno in Cina, le può però offrire solo uno Stato disperato, che prima è stato messo al guinzaglio con le maniere forti ed oggi viene “premiato” con il lavoro. I vertici Fiat e molti opinionisti affermano che, “ovviamente”, un’azienda globalizzata produce dove le condizioni di mercato sono migliori. Una logica stringente per chi pensa al lavoro solo come questione privata. Di cosa si lamentano dunque gli operai di Torino? Non li leggono gli editoriali dei maggiori quotidiani, in cui si esalta la globalizzazione che, cancellando i confini, toglierà finalmente di mezzo le nefaste rigidità degli Stati nazionali con tutte le loro lentezze politiche?

di Roberto Zavaglia

02 agosto 2010

I supermercati e la crisi mondiale dei generi alimentari





La crisi dei generi alimentari ha lasciato senza cibo milioni di persone nel mondo. Agli 850 milioni di persone che soffrono la fame, la Banca Mondiale ne ha aggiunti altri 100 in seguito alla crisi attuale. Questo “tsunami” della carestia non ha nulla di naturale, al contrario, è il risultato delle politiche neoliberali imposte da decenni dalle istituzioni internazionali. Oggi il problema non è la mancanza di generi alimentari in quantità sufficiente, bensì l’impossibilità di avere accesso a tali generi alimentari per via dei prezzi troppo alti.

Questa crisi dei generi alimentari lascia dietro di sé una lunga lista di vincitori e perdenti. Tra i più colpiti troviamo le donne, i bambini, i contadini espulsi dalle loro terre, i poveri d’ambiente urbano…In definitiva, le persone che costituiscono la massa degli oppressi del sistema capitalista. Tra i vincitori troviamo le multinazionali dell’industria agroalimentare che controllano dall’inizio alla fine tutta la catena di produzione, di trasformazione e commercializzazione dei generi alimentari. Quindi, se la crisi alimentare colpisce principalmente i paesi del Sud, le multinazionali assistono a una forte crescita dei loro introiti.



Monopoli

La catena agroalimentare è controllata in ogni sua fase (semenze, fertilizzanti, trasformazione, distribuzione, ecc) dalle multinazionali che accumulano introiti elevati grazie a un modello agro-industriale liberalizzato e senza regole. Un sistema che conta, con il sostegno esplicito delle élite politiche e delle istituzioni internazionali che mettono i profitti di queste imprese al di sopra della soddisfazione dei bisogni alimentari delle persone e del rispetto dell’ambiente.

La grande distribuzione si caratterizza per un alto livello di concentrazione capitalista, come in altri settori. In Europa, tra il 1987 e il 2005, la porzione di mercato delle 10 maggiori multinazionali di distribuzione, rappresentava il 45% del totale e si prevede che raggiungerà il 75% nei prossimi 10-15 anni. In paesi come la Svezia, tre catene di supermercati controllano circa il 91% del mercato e in Danimarca, Belgio, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Argentina, un pugno d’imprese domina tra il quarantacinque e il 60% del mercato.

Le megafusioni sono all’ordine del giorno in questo settore. In questo modo, le grandi multinazionali installate nei paesi occidentali, assorbono le catene più piccole in tutto il pianeta, assicurandosi un’espansione su scala mondiale, in particolar modo nei paesi del Sud.

Questa concentrazione monopolistica permette di garantire un controllo importante di quello che consumiamo, dei loro prezzi, della provenienza e del modo in cui i prodotti sono elaborati, con quali ingredienti ecc. Nel 2006, la seconda maggior impresa mondiale per volume di vendite, è stata Wal-Mart e tra i top 50 mondiali di queste aziende, figura anche Carrefour, Tesco, Kroger, Royal Ahold e Costco. La nostra alimentazione dipende ogni giorno di più dagli interessi di queste grandi catene di vendita al dettaglio e il loro potere si mette in evidenza drammaticamente nelle situazioni di crisi.

Di fatto, nell’aprile 2008, di fronte alla crisi alimentare mondiale, le due più grandi catene di supermercati degli Stati Uniti, Sam’s Club (proprietà di Wal-Mart) e Costco, hanno scelto di razionare la vendita di riso nelle loro aziende per gonfiare i prezzi. Da Sam’s Club è stata limitata la vendita di riso a tre varietà (basmati, gelsomino/”jasmin” e grano lungo) come pure la vendita di sacchi di riso da 9 kg a 4 kg per cliente. Da Costco, la vendita di farina e di riso è stata limitata. In Gran Bretagna, Tilda (principale importatore di riso basmati a livello mondiale) ha anch’esso stabilito delle restrizioni di vendita. Con queste misure è stata messa in evidenza la capacità delle grandi catene di distribuzione di influenzare l’acquisto e la vendita di determinati prodotti, di limitare la loro distribuzione al fine di influenzare la formazione dei prezzi. Un fatto che non si era più verificato negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale quando erano state imposte restrizioni sul petrolio, sulla gomma e sulle lampadine, ma non sui generi alimentari.

Cambiamenti di abitudini

Un’altra dinamica che è stata messa in rilievo con la crisi alimentare è stata quella del cambiamento di abitudini all’atto dell’acquisto. Di fronte alla necessità dei clienti di stringere la cintura e di andare nei negozi con i prezzi più bassi, le catene di discount sono state vincenti. In Italia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e Francia, questi supermercati hanno visto aumentare le vendite dal 9% al 13% nel primo trimestre del 2008, rispetto all’anno precedente.

Un altro fattore che indica il cambiamento delle tendenze è l’aumento delle vendite degli elettrodomestici che ammontano, secondo le cifre del primo trimestre del 2008, in Gran Bretagna, al 43,7% del volume totale delle vendite, al 32,8% in Spagna, 31,6% in Germania e in Portogallo e al 30% circa, in Francia. Sono appunto questi elettrodomestici che offrono i maggiori introiti alle grandi catene di distribuzione e che permettono una più vasta fidelizzazione della clientela.
Tuttavia, al di là del ruolo che può avere la grande distribuzione in una situazione di crisi (con la restrizione della vendita di certi prodotti, i cambiamenti di abitudini d’acquisto, ecc), questo modello di distribuzione esercita a livello strutturale un controllo stretto che ha un impatto negativo sulle varie figure partecipano alla catena di distribuzione alimentare: contadini, fornitori, consumatori, lavoratori, ecc. Di fatto, l’apparizione dei supermercati, centri commerciali, catene discount, express, ecc, nel corso del XX secolo, ha contribuito alla commercializzazione delle nostre abitudini alimentari e alla sottomissione dell’agricoltura e dell’alimentazione alla logica del capitale e del mercato.
di Esther Vivas

Esther Vivas è membro della direzione di Izquierda Anticapitalista-Revolta Global in Spagna. Ha pubblicato in francese «En campagne contre la dette» (Syllepse, 2008) (In campagna contro il debito) e è coordinatrice dei libri in spagnolo «Supermarchés, non merci»! (Supermercati, no grazie!) et «Où va le commerce»?(Dove va il commercio?). Questo articolo è stato tradotto dallo spagnolo per www.lcr-lagauche.be

Fonte: www.mondialisation.ca

01 agosto 2010

Le truppe segrete inviate dall’Italia: la sudditanza nei confronti degli Stati Uniti

Le truppe segrete inviate dall'Italia: la sudditanza nei confronti degli Stati Uniti

Nei vari materiali che si possono rintracciare fra quelli resi pubblici attraverso il sito “Wikileaks”- probabilmente a causa di una fuga di notizie voluta da una parte dell’intelligence Usa (1)- è possibile leggerne diversi riguardanti l’Italia e uno in particolare pare interessante per confermare la natura “antidemocratica” della gestione della politica estera sotto una democrazia, in special modo in riferimento alla coalizione nord atlantica (Nato) guidata dagli Usa.

In un documento classificato confidential e contraddistinto dall’acronimo “Noform” che significa che “non può essere comunicato a governi e persone non americane”, troviamo la pianificazione decisa nel 2007 dall’amministrazione Usa e il governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi di un aumento dello sforzo militare italiano in Afganistan. La cosa interessante è che già dal titolo del rapporto Usa si capisce che “bisogna lavorare con discrezione, ad un livello tecnico”, ossia in altre parole l’ambasciata Usa a Roma – fonte delle notizie secondo il documento – informa Washington che il premier Prodi è disposto ad aumentare la capacità militare all’Isaf, ma che può farlo soltanto segretamente senza dibattere la questione pubblicamente e nel Parlamento, perché in tal caso avrebbe trovato degli ostacoli…nella sovranità popolare! Citando il documento: a patto che la questione “non sia trattata pubblicamente ma solo a un livello tecnico” data “la sensibilità politica nazionale”. In particolare sono Gianni Bardini (all’epoca ministro plenipotenziario e responsabile per le problematiche di sicurezza e le questioni Nato della Direzione Generale Affari Politici Multilaterali e Diritti Umani [non c’è da stupirsi di niente con nomi così orwelliani che rendono palese a chi vuole capire il dominio globale NdR]) e il diplomatico Achille Amerio a spiegare nel testo che il governo Prodi sta già aumentando in maniera discreta le capacità militari in Afganistan e che comunque si sarebbero trovate modalità tecniche per rendere ancora più profondo tale obiettivo.

In definitiva quello che si evince è la classica prerogativa che gli Usa ricoprono sulla politica estera italiana (e in tutti gli Stati appartenenti alla Nato), per niente affatto sottoposta alla sovranità ed agli interessi della popolazione della Penisola e dell’Europa; le decisioni sull’utilizzo dei nostri soldati in scenari di guerra voluti dagli Stati Uniti per controllare la massa continentale eurasiatica, vengono semplicemente ordinate da Washington e messe in atto da un punto di vista tecnico, facendole così passare inosservate. Il Ministro degli Esteri del governo Prodi, Massimo D’Alema come i suoi colleghi precedenti e successivi sono semplici esecutori in un Paese a sovranità limitata come l’Italia (in cui sono presenti, ricordiamo più di cento basi militari controllate dagli Usa e che contengono un centinaio di bombe nucleari).

Non sono di certo novità, ma semplici conferme dell’ipocrisia della sovranità che si vorrebbe democratica, ma della quale viene proibito l’esercizio alla popolazione, per paura (giustificata) che questa possa non essere d’accordo con gli obiettivi di dominio globale degli Stati Uniti, e sia invece più interessata a difendere la libertà italiana, europea ed eurasiatica; conferma dell’inutilità odierna della distinzione fra “destra” e “sinistra” entrambe referenti di certi poteri atlantici; conferma infine della sudditanza del nostro Paese nei confronti del centro di potere residente a Washington.

di Matteo Pistilli -