24 agosto 2010

La morte di Mussolini


Su queste pagine, nel corso di circa due anni, abbiamo condotto una lunga controinchiesta su la morte di Mussolini, nella quale crediamo di aver dimostrato con fondate deduzioni, testimonianze attendibili e alcuni elementi oggettivi, che la “storica versione” ovvero la “vulgata” tramandata da Walter Audisio e dal Pci (fucilazione di Mussolini e la Petacci alle 16,10 del 28 aprile 1945 davanti al cancello di Villa Belmonte in Giulino di Mezzegra) è inattendibile. Il nostro, tutto sommato, non è stato un compito difficile, viste le contraddizioni e le assurdità che quella versione presentava e che già erano state denunciate da valenti storici, molto prima di noi. Quello che invece, non abbiamo fatto è il fornire una nostra ricostruzione, una nostra ipotesi su come possa essersi svolta quella misteriosa uccisione, anche se abbiamo sempre intercalato nei nostri articoli di controinformazione alcune ipotesi alternative ai fatti esaminati. Non lo abbiamo fatto in quanto, non essendo disponibili prove concrete e riscontri verificabili, la nostra “ipotesi alternativa” sarebbe rimasta come tale. Conclusa ora la nostra controinchiesta (circa 22 articoli), vogliamo addentrarci, pur con un certo disincanto e per linee generali, a fornire una nostra ricostruzione su come in realtà potrebbe essere andata quella storia. Lo faremo sintetizzando al massimo tutta la vicenda e astenendoci dal presentare le opportune dimostrazioni di quanto andiamo sostenendo, perché lo spazio concessoci non lo consente, ma chi ha seguito i nostri articoli saprà trovare i vari riferimenti. Come noto il pomeriggio del 27 aprile 1945 a Milano giunse la notizia che Mussolini era stato catturato e si trovava a Dongo nelle mani del comando della 52esima Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, uno sparuto gruppetto di partigiani che agiva nell’alto Lago, vale a dire: Pier Bellini delle Stelle Pedro, vanitoso comandante ad interim della 52esima Brigata, ex ufficiale dell’esercito badogliano, senese di nobili origini e di tendenze non comuniste; quindi Michele Moretti Pietro Gatti, un fedele comunista di vecchia data, commissario politico della Brigata; ed infine Luigi Canali Neri, un comunista idealista, atipico per quel partito e ultimamente caduto in disgrazia con il partito e con il comando Lombardo delle Brigate, tanto da essere stato condannato a morte, anche se poi la condanna era rimasta sospesa. Il Canali, ex comandante della 52esima Brigata ed ora con l’anomalo grado di capo di Stato Maggiore della stessa (conferitogli per non dover ricambiare tutti i gradi già in essere) era apparso a Dongo proprio quel pomeriggio a cattura del Duce avvenuta. In quelle zone del comasco, a parte alcune basi dei servizi anglo americani, le uniche strutture con un minimo di efficienza erano gli spezzoni della Guardia di Finanza e le cellule del partito comunista. E’ infatti dal brigadiere della G. d. F. Antonio Scappin Carlo, che da Gera Lario arrivò tra le 17 e le 18 la notizia della cattura al colonnello Alfredo Malgeri della G. d. F., e sicuramente in qualche modo arrivò alla direzione del Pci. Verso sera giunse poi la notizia del trasferimento di Mussolini, in una casermetta della G. d. F. di Germasino, pochi chilometri sopra Dongo. Quel che traspare dalla cronaca di quegli avvenimenti riportati con versioni eterogenee, contraddittorie ed edulcorate, che per la loro inaffidabilità noi aggireremo basandoci esclusivamente su fatti e conseguenze accertate, è che questa vicenda venne subito presa in mano da Luigi Longo, vice comandante del Cvl, comandante delle Brigate Garibaldi, membro del Clnai e massimo dirigente del Pci nel nord Italia. Il comandante, ma più che altro nominale, del Cvl (la struttura militare della Resistenza) è il generale Raffaele Cadorna. Era comunque auspicato da molti che Mussolini venisse eliminato alla svelta e Luigi Longo non soltanto era favorevole a una sbrigativa uccisione per convinzione di partito e personale, ma egli interpretava in Italia anche la volontà di Stalin, senza la quale il Pci non muoveva foglia, ed è inoltre oramai appurato che il Pci aveva con le “intelligence” inglesi un rapporto di stretta collaborazione (continuato da Togliatti e Churchill anche nel dopoguerra) come si evince anche dal libro del comunista Maurizio Valenzi, ebreo italo tunisino, futuro senatore del Pci e sindaco di Napoli: “Confesso che mi sono divertito”, Pironti editore 2007, laddove ricorda quando venne spedito a Napoli, prima ancora dell’arrivo di Togliatti a Salerno, a organizzare le strutture comuniste e tutta la situazione logistica e finanziaria venne organizzata dal servizio segreto inglese. Come sappiamo, sovietici e inglesi erano i più interessati alla eliminazione immediata del Duce, ma anche gli americani, che apparentemente dicevano di volerlo catturare vivo, sottobanco invece diedero opportune e segrete disposizioni alle loro missioni, per lasciarlo eliminare. Lo storico Renzo De Felice, in Rosso & Nero, Baldini & Castoldi editori 1995, afferma: “Fu molto facile per gli inglesi evitare (...) che gli americani mettessero le mani sul Duce. Fecero tutto i partigiani. Ma fu un agente dei servizi inglesi, italiano di origine, che li esortò a far presto a chiudere in fretta la partita”. Anche un altro storico, Alessandro De Felice, ha rivelato una fugace confidenza da lui ricevuta dall’allora senatore Leo Valiani che gli raccontò, pregandolo poi di non farne menzione: “La morte di Mussolini deve rimanere un mistero. Ed è meglio che sia così…, Londra ha suonato la musica, ed il Pci è andato a tempo!”. Oggi, che sappiamo il Valiani, aver avuto un ruolo, oltre che nel Clnai, anche nel Soe (il servizio segreto inglese) a cui collaborava, le sue parole assumono una certa importanza. In tutta la zona del comasco, comunque, agiscono gruppi che, dato il momento, risultano incontrollabili, mentre Mussolini è nelle mani del comando della 52esima Brigata Garibaldi dell’alto Lario, composto da elementi eterogenei e non tutti comunisti, stessa cosa per il Cln di Como. Inoltre sulle tracce di Mussolini sono lanciati gli Alleati, in particolare gli americani i quali dicono di voler catturare il Duce vivo anche se, segretamente, fanno in modo che ciò non avvenga, ma questo non è noto e poi, nonostante ciò, è probabile che se per qualche motivo una loro missione dovesse capitare sul Duce, questi verrebbe requisito e non passato per le armi. Del resto il governo del Sud e di conseguenza le strutture del Clnai e del Cvl, in ottemperanza agli accordi armistiziali sottoscritti, dovrebbe consegnare Mussolini vivo agli Alleati. Da qui tutta una serie di ordini e atteggiamenti contraddittori, che a Milano ci narrano di pareri discordi, di fantasiosi piani di salvataggio del Duce, ecc. A nostro avviso fu tutto un gioco delle parti, perché alla fin fine anche Cadorna e tutti gli altri furono concordi nel lasciar fare a Longo. Per Longo però c’è anche il problema di presentare tutte le uccisioni in un certo modo, storicamente accettabile per l’agiografia resistenziale, coinvolgendo nelle fucilazioni, quale “giustizia in nome del popolo italiano”, tutte le componenti della Resistenza, in modo da farle digerire agli Alleati e poi pesare nelle alchimie politiche e governative post liberazione (come in effetti accadde). Per prima cosa viene disposto di mettere Mussolini in un posto segreto e più sicuro. La disposizione sarà realizzata sul posto, grazie al Canali Neri (che ne consiglia il luogo), al Bellini Pedro e il Moretti Pietro, che portano il Duce in casa dei contadini De Maria a Bonzanigo, ma questa decisione così importante e delicata visto il caos di quelle ore, e con la quale si decise anche di aggiungere a Mussolini una donna, Claretta Petacci, non poteva che arrivare da Milano. Come detto pare che ci furono anche una serie di ordini contrastanti, di piani di prelevamento del Duce per consegnarlo agli Alleati, ecc., ma anche ammesso che queste storie siano veritiere, contano poco, perché quel che conta fu la decisione di portare Mussolini in un luogo segreto. Per esigenze operative, ma anche politiche, venne quindi allestita, a sera tarda del 27 aprile, una missione ufficiale del Clnai – Cvl, al fine di giustificare l’eliminazione del Duce e degli altri elementi della RSI rispetto alla Storia, a tutte le componenti della Resistenza ed agli Alleati: è da Longo incaricato il colonnello Valerio, alias Walter Audisio un ragioniere in forza come Ispettore nella segreteria del Comando del Cvl e in quelle ore addetto alla Polizia di piazza, comunista, ma rappresentativo di tutto il Comando, anche se di scarse attitudini militari. Ad Audisio viene affiancato Aldo Lampredi Guido Conti, alto dirigente del Pci, uomo di ben altro spessore politico e già agente del Komintern. A costoro è anche assegnato un plotone di 12 partigiani, prelevati da quelli delle Divisioni dell’Oltrepò e posti al comando di Alfredo Mordini Riccardo, un ex miliziano di Spagna e Francia. Audisio, a nome del Clnai, ha ufficialmente un ordine del CVL e di Cadorna: quello di recarsi a Dongo e requisire Mussolini e gli altri prigionieri e quindi tradurli a Milano. In realtà Audisio ha invece la disposizione segreta di fucilarli sul posto e portarne i cadaveri a Milano per esporli in Piazzale Loreto dove li attenderanno circa 12 postazioni dei cineoperatori americani, che saranno predisposte (essendo ben informati) dalla sera del 28 aprile, pronte ad immortalare il barbaro scempio per le loro esigenze di propaganda cinematografica. Lo scopo omicida della missione di Audisio, almeno nelle sue linee generali, sarà a conoscenza o intuito dai più importanti comandanti e dirigenti del Comando Cvl (Raffaele Cadorna, Giovanni Stucchi, Vittorio Palombo, ecc.), dei comandanti e commissari delle Divisioni dell’Oltrepò (Italo Pietra, Luchino dal Verme, Paolo Muriali, Alberto Cavallotti, ecc.) e del Comitato Insurrezionale antifascista (Sandro Pertini, Leo Valiani e Emilio Sereni) anche se poi, per opportunità politica, alcuni di costoro faranno il pesce in barile affermando di non sapere bene come stavano le cose. Resta il fatto che la missione di Audisio, per ottemperare a tutti i suoi compiti, storici e politici, oltre che militari, deve giocoforza passare per Como, in Prefettura, dove dovrà imporsi alle autorità locali (Cln) che certamente non gradiscono di vedersi sottrarre i preziosi prigionieri, quindi ai comandi di Brigata di Dongo che hanno in mano i prigionieri stessi. Una evidente lungaggine di tempi. Ed in effetti Audisio e il suo plotone viene fatto partire verso le 7 di mattina del 28 aprile (alquanto tardi), con meta Dongo, via Como, e nessuno gli dice che Mussolini a Dongo oramai non c’è più essendo stato trasferito notte tempo, perché evidentemente, nel frattempo, si stava provvedendo per Mussolini anche in diverso modo. E’ infatti ovvio che Longo, dati i necessari tempi e scopi richiesti dalla missione di Audisio e non potendosi fidare del momentaneo nascondiglio notturno del Duce, incarica anche qualcun altro ovvero spedisce a Como e poi a Bonzanigo in casa dei contadini De Maria dove sono nascosti Mussolini e la Petacci, qualche altro elemento, militarmente efficiente, affinché prenda subito in mano la situazione e la tenga sotto controllo. Se il caso lo impone, fucili immediatamente Mussolini, ma se possibile ne coordini gli eventi con la missione di Audisio in modo che questi possa poi fucilare regolarmente in tranquillità e sicurezza tutti i prigionieri, Mussolini compreso. Questo diversivo è rimasto misterioso, ma non ci sono dubbi e del resto è logico che Longo faccia questo e, come vedremo, lo dimostrerà anche il suo successivo atteggiamento. E’ difficile stabilire se gli elementi per questo secondo e segreto incarico partano da Milano o siano stati reperiti via telefono sul posto (Como), oppure ancora è questo un incarico che venne affidato segretamente allo stesso Aldo Lampredi a latere della sua missione con l’ignaro Audisio. Come sappiamo, infatti, Lampredi arrivato a Como in Prefettura con Audisio poco dopo le 8, mentre questi è alle prese con interminabili discussioni con le autorità locali, svicola e portandosi via l’automobile, l’autista e il comandante della scorta Mordini (Riccardo), va in federazione Comunista e riapparirà solo molte ore dopo a Dongo (ore 14,10) quasi in contemporanea con Audisio e il resto del plotone giunti per conto loro. Fatto sta che, tra poco prima delle 6 e le 7 della mattina del 28 aprile, erano giunti a Como, in federazione comunista dove trovasi i massimi dirigenti locali del partito (Dante Gorreri Guglielmo e Giovanni Aglietto Remo), Luigi Canali Neri e Michele Moretti Pietro i quali informarono di aver nascosto Mussolini poche ore prima e a poco più di 20 chilometri da Como. Sappiamo che a costoro venne detto che occorreva informare il partito a Milano per avere ordini, poi però non sappiamo più nulla mentre, secondo la “storica versione”, i due componenti della 52a Brigata furono tranquillamente lasciati andar via senza disposizioni (l’altro comandante non comunista, il Pier Bellini delle Stelle Pedro, lasciati Mussolini e la Petacci nella casa di Bonzanigo se ne era invece tornato, tranquillo e spensierato a Dongo). Da tanti particolari e dalla logica stessa di quegli avvenimenti, non è credibile che il Canali e il Moretti, a conoscenza del luogo dove trovasi Mussolini e in grado di arrivarci perché conosciuti dai due guardiani armati rimasti in quella casa, siano stati lasciati andar via. E’ invece logico che si fermarono in federazione ad attendere qualche “arrivo” da fuori ed è anche evidente che la direzione comunista a Milano venne in poco tempo informata della situazione. A questo punto, attenendoci ai fatti, dobbiamo sottolineare alcuni particolari importanti. 1. Longo a Milano sembra come se, da questo momento in poi, non gli interessi più il problema Mussolini. Neppure informa Audisio (quando questi alle 11 telefona dalla Prefettura di Como per lamentarsi delle resistenze e boicottaggi che ivi sta trovando) che Mussolini non si trova più a Dongo e successivamente (verso le 14, pur ignaro di che fine abbia fatto Audisio) se ne va tranquillamente ad incontrare Moscatelli arrivato a Milano con le sue divisioni della Valsesia e nel pomeriggio terrà anche un comizio in piazza Duomo. 2. Stessa cosa sembra fare il Bellini delle Stelle a Dongo: si disinteressa di Mussolini, del suo precario nascondiglio in quella casa a lui fino ad allora sconosciuta, dei due guardiani armati lasciati da ore lì dentro, di ogni imprevisto che potrebbe accadere e anche del fatto che qualcuno degli altri (i comunisti Moretti o Canali) gli possa soffiare il prezioso prigioniero. Ed analogamente si comportano Moretti e Canali visto che si vorrebbe far credere che andati via dalla federazione comunista per conto loro, arrivano spensierati a Dongo prima delle 14. Insomma se non fosse arrivato Audisio, alle 14,10 a Dongo, tra l’altro inaspettato, a reclamare i prigionieri, fino a quando tutti costoro avrebbero ignorato il “problema Mussolini” che la notte precedente pareva essere così urgente e critico? E’ evidente che a Mussolini si era già provveduto anche a prescindere dalla missione di Audisio! Abbiamo ora due importanti e decisive testimonianze: quella della signora Dorina Mazzola, all’epoca diciannovenne abitante a Bonzanigo a poco più di 100 metri da casa De Maria, e quella di Savina Santi la vedova di Guglielmo Cantoni Sandrino, il più giovane dei guardiani rimasti in casa dei De Maria. Quindi, oltre alla ricostruzione di una possibile dinamica balistica di quella fucilazione, abbiamo alcuni rilievi che è stato possibile fare sulle foto del vestiario trovato sul cadavere del Duce e su lo stivale destro con la chiusura lampo saltata. Ne risulta che il Duce venne attinto da 9 colpi sparati da almeno due tiratori, che il giaccone era privo di buchi e quindi è stato messo addosso ad un morto dopo una “finta fucilazione”, e lo stivale dx non poteva essere calzato per camminarci ed essere portati sul luogo dell’esecuzione. La signora Dorina Mazzola raccontò di aver udito, intorno alle 9 del 28 aprile, un paio di colpi di pistola provenienti da casa De Maria. Quindi vide scendere, un uomo calvo, con la sola maglietta di salute a mezze maniche, che si trascinava a piccoli e difficoltosi passetti verso il cortile dello stabile, fuori della sua portata visiva. Nel frattempo udì una donna, affacciatasi ad un finestrone della casa, strillare e chiedere aiuto, ma ricacciata dentro a viva forza, oltre a strilli e lamenti dei coniugi De Maria. Poi una sparatoria nel cortile. La Mazzola infine assistette anche, proprio dietro casa sua e intorno alle 12, all’uccisione proditoria di una giovane donna che camminava davanti ad un gruppo di partigiani e che seppe poi trattarsi di Claretta Petacci. La signora Santi invece diede altri particolari alquanto precisi: “Mussolini e la Petacci non sono stati uccisi nel pomeriggio e davanti al cancello di Villa Belmonte. Mio marito mi disse che quella mattina lui si trovava di guardia alla stanza dove c’erano i prigionieri, quando vide salire le scale Michele Moretti e altri due partigiani che non aveva mai visto né conosciuto. I tre gli ordinarono di restare sul pianerottolo fuori della stanza ed entrarono nel locale. Mio marito, restando sul pianerottolo, udì uno dei tre che diceva: “adesso vi portiamo a Dongo per fucilarvi”, e un altro gridare: “No, vi uccidiamo qui!”. Poi mio marito udì altre voci concitate, le urla della donna e colpi d’arma da fuoco..., ma non so dove li hanno uccisi con certezza, credo però che lo sappia un altra persona che ebbe la confidenza da mio marito” (per queste testimonianze vedere G. Pisanò: “Gli ultimi 5 secondi di Mussolini”, il Saggiatore 1996). Dunque ricapitolando: intorno alle 9 del mattino, mentre Audisio ignaro si trovava a litigare con quelli del Cln a Como, un paio di individui venuti da fuori, accompagnati da Michele Moretti, salirono nella stanza dove erano il Duce e la Petacci. Erano gli elementi spediti da Longo affinché prendessero sotto controllo Mussolini, se necessario lo fucilassero subito, ma preferibilmente lo gestissero in attesa che Audisio, compiute le sue incombenze, potesse fucilarlo pubblicamente. E’ chiaro che invece la rabbiosa irruzione in camera determinò la reazione di Mussolini e della Petacci e il Duce, a seguito di una colluttazione, rimase ferito al fianco e forse al braccio. Fu il medico legale Aldo Alessiani, a far notare che la distanzialità, la ravvicinatezza e l’inclinazione di alcuni colpi che avevano attinto il Duce, erano chiaramente il frutto di colpi sparati a bruciapelo durante una colluttazione. La Petacci stessa presentava sotto la palpebra dell’occhio destro una ecchimosi quale esito di un colpo preso in vita sul viso. In conseguenza di questo “imprevisto” occorso in quella stanza, Mussolini diventava chiaramente intrasportabile e impresentabile per una pubblica fucilazione in piazza. Venne quindi immediatamente ammazzato e a quanto sembra gridò in faccia ai suoi assassini “viva l’Italia!, come raccontò, con sofferta confidenza, Michele Moretti 45 anni dopo (G. Cavalleri “Ombre sul lago”, Piemme 1995). Mussolini dovette poi anche essere rivestito alla bene e meglio. Ecco perché ne risultò la inspiegabile anomalia che mentre a Dongo, Audisio pretese rabbiosamente di fucilare i prigionieri alla schiena e davanti a donne e bambini, Mussolini sembrava avere avuto la concessione di una fucilazione al petto e per giunta di nascosto da tutti. La successiva morte della Petacci, in parte accidentale (a quanto sembra venne uccisa con una raffica alle spalle tirata da un partigiano esagitato), complicò ancor più le cose. Fu quindi necessario nascondere i cadaveri nel garage dell’albergo Milano, lì vicino sulla via Albana, ed allestire poi una messa in scena con una finta fucilazione del pomeriggio davanti al cancello di Villa Belmonte (dove infatti i cadaveri apparvero già in stato di rigidità cadaverica indice di una morte precedente di alcune ore) per aggiustare, in qualche modo, tutta la vicenda. Si predisposero le cose per la sceneggiata, allestendo qualche piccolo posto di blocco e spedendo i pochi abitanti del circondario sulla sottostante provinciale, con la falsa voce sparsa in giro che nel primo pomeriggio vi sarebbe passato Mussolini prigioniero. Tutti fatti oggi accertati. Tutto questo è rimasto in buona parte e per anni imperscrutabile, non solo perché venne difeso sul posto con l’imposizione minacciosa di un silenzio richiesto a tutti i residenti di quelle parti, ma anche perché questo “diversivo”, in parte, venne coperto da una finta “fucilazione” davanti al cancello di Villa Belmonte alle 16,10, udita da molti. Nella esaltazione di quelle ore eccezionali, nella ridda di voci incontrollate che presero a girare, si creò una suggestione collettiva. Resta purtroppo ancora misterioso il nome di coloro (almeno due) che uccisero vigliaccamente Mussolini in quel cortile della casa. Di sicuro c’era Michele Moretti, ma non sappiamo se ha sparato e se potesse esserci anche Aldo Lampredi, che come abbiamo visto era svicolato da Audisio a Como, ma non è detto che poté arrivare in tempo (in pratica Mussolini venne ucciso in un orario che oscilla tra poco dopo le 9 e poco prima della 10). Certo è che Lampredi arrivò comunque in mattinata a Bonzanigo e dovette caricarsi l’onere della sceneggiata pomeridiana (in collaborazione con Audisio), trovando per di più il cadavere inaspettato della Petacci. Disse significativamente l’ex direttore dell’Unità nel ’44 ed esponente comunista Celeste Negarville: “Con la Petacci Lampredi non c’entra. La Petacci è stata uccisa altrove. Lampredi si trovò un cadavere in più, che non era nel conto” (M. Caprara: “Quando le botteghe erano oscure”, Il Saggiatore 1997). Oppure fecero tutto elementi reperiti nel comasco, se non nella stessa federazione del Pci di Como, oppure, ipotizzò lo storico Renzo De Felice “un gruppo di comunisti milanesi”, o ancora come raccontò in televisione pochi anni addietro Francesco Cossiga, che evidentemente aveva raccolto confidenze: “un dirigente comunista milanese fatto poi espatriare dal Pci in sud America”. Certamente non c’era Walter Audisio. Scrisse Sandro Pertini nel 1975 al regista Carlo Lizzani autore del film “Mussolini ultimo atto” che tanto aveva contribuito al diffondersi della “vulgata”: “...e poi non fu Audisio a eseguire la “sentenza”, ma questo non si deve dire oggi” (C. Lizzani: “Il mio lungo viaggio nel secolo breve”, Einaudi 2007). Più di questo, al momento, non è possibile attestare con un minimo di concretezza.



di: Maurizio Barozzi


Democrazia...



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Secondo Winston Churchill la democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre che si sono rivelate inapplicabili. Per Lenin, invece, la democrazia è il migliore involucro della dittatura del capitale. Personalmente propendo per la versione di Lenin e, del resto, lo stesso ufficiale inglese in altra occasione dirà, dando sostanzialmente ragione al leader bolscevico, che la democrazia funziona quando le idee di pochi riescono a soddisfare i pochi che contano. Ne consegue che in democrazia c'è “poca democrazia”, mentre quello che noi identifichiamo come governo del popolo è solo la proiezione ideologica di un'oligarchia di fatto, mascherata dalla delega del voto popolare ogni tot di anni. Non per niente, la tanto osannata Costituzione italiana non fa altro che avvalorare questo passaggio laddove stabilisce che ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita tutte le sue funzioni senza vincolo di mandato. Ovverosia, il parlamentare appena eletto può definitivamente farsi i fatti suoi e quelli della cricca alla quale appartiene, in nome della Nazione (entità astratta) e delle sacre istituzioni della Repubblica.
C’è poi chi per convincerci che la democrazia può essere ancora salvata si cimenta nelle “esercitazioni di scuola” ed impugna a mo’ di vanga e rastrello la matita blu e quella rossa per sanzionare gli errori altrui e illuminarci sul vero bene (Viandante! Sai chi sono i più abili cospiratori e i più eccellenti despoti? Sono coloro che dicono questo è giusto e questo è sbagliato, e che salgono al trono di ciò che chiamano giusto, e poi il giusto incatenano con una legge). Ma la logica qui va a farsi benedire del tutto mentre il paralogismo diventa sovrano assoluto del discorso. Alberto Asor Rosa, uno di questi maestrini della “democratura”, si è lanciato su Il Manifesto in una alta lezione per spiegare a noi poveri mortali il senso di questo concetto, non prima di averlo svuotato di contenuto e riempito di partigianeria subdola e vigliacca. La premessa del letterato è (mi scuso per la lunga citazione ma è inevitabile per comprendere appieno il grado di perversione di questi intellettuali sbandati e giurassici) che nel nostro paese esiste un “bubbone maligno, che distrugge l'Italia, diffonde la corruzione, spazza via il gioco democratico, fa vacillare le istituzioni e le regole, distrugge l'informazione, sottomette tutti i rapporti di classe al gioco dei potenti, è Berlusconi, è il governo in mano a Berlusconi, è il berlusconismo. Se è vero questo - se cioè la premessa regge -, allora il compito politico e civile primario è trovare il modo di sbarazzarsene, altrimenti ogni altro discorso più corretto, più profondo, più giusto - persino quello riguardante un corretto conflitto politico -, non sarà più (mai più?) possibile. Per sbarazzarcene, in Parlamento e nel paese, non ci vuole meno di un amplissimo schieramento di forze, che si riconoscano in un programma di «ricostruzione democratica» e si aggreghino per questo; e siano per ciò stesso in grado di mettere in moto un ancor più vasto schieramento di forze sociali e civili, che pure ci sono e aspettano solo che qualcuno dia loro la possibilità di mettersi direttamente alla prova. Siccome è sempre più evidente che il berlusconismo è in realtà un berlusconi-leghismo, bisognerà, per reggere il contrasto, che sarà formidabile, che ne facciano parte senza esclusioni tutte le altre forze che in questi anni non hanno avuto a che fare con l'orrida tabe o recentemente se ne siano liberate, dall'estrema sinistra all'Udc, a Rutelli, a Fini e ai finiani… Se [Berlusconi]va alle urne con l'attuale legge elettorale, vince comunque, quale che sia la forma in cui l'opposizione si presenterà, compresa quella bipartita (centrosinistra + centro moderato), da taluni non si sa perché auspicata. E andrà alle urne legittimamente, nonostante le giuste proteste di Napolitano, se si dimostrerà che in Parlamento non c'è una maggioranza alternativa. Ma non ci sarà una maggioranza alternativa se Berlusconi riassorbirà, come sta tentando di fare, la dissidenza. Quest'ultima è la prospettiva peggiore, e attualmente non è del tutto esclusa se non si lavora tenacemente in direzione contraria. Dunque, nelle prossime settimane, si decide il nostro destino dei prossimi quindici-vent'anni: perché se Berlusconi finisce indenne la legislatura, rivince di sicuro le elezioni…
Quindi, dice Asor Rosa, è meglio affidarsi ad un governo di larghe intese (guidato da banchieri o giureconsulti), non eletto da nessuno e frutto dei complotti parlamentari piuttosto che tenerci l’attuale esecutivo. Ma, soprattutto, com’è giusto che avvenga in un regime democratico, è imperativo categorico e morale quello di evitare le urne finché non si sarà neutralizzato il Cavaliere che altrimenti rischia di vincere di nuovo. Capito l’antifona? Bel modo di affrontare le regole democratiche; perché sia chiaro a tutti che il popolo non conta un cazzo e prima di farlo esprimere su qualsiasi cosa è necessario ridurre le opzioni sulle quali esso dovrà mettere la propria crocetta. Guidare il popolo come un bambino verso ciò che va bene ad Asor Rosa e ai suoi compari di partito, questo inseguono i piagnoni di sinistra preoccupati per le sorti del Paese.
Asor Rosa è sola la versione aulica e intellettualoide della merda democratica che ci propina l’accolita brigantesca piddina; poi vi sono i veri sognatori del “mondo migliore” e dell’esotismo democratico come Veltroni, il quale deve allungare il suo sguardo oltreoceano per imbambolare sé stesso e chi gli sta accanto. Ma in America le cose non vanno tanto meglio. I vari Clinton, Obama, e il resto della genia dei leaders democratici sono altrettanti cialtroni con i denti aguzzi che fanno strame della libertà e dei principi della rappresentatività popolare. Per H.S. Thompson giornalista e scrittore statunitense il politico è una razza a parte che compra e vende voti sul mercato elettorale ricorrendo a qualsiasi nefandezza. Questo mercato si chiama appunto democrazia, luogo dove le pratiche scorrette e i conflitti all’ultimo sangue sono all’ordine del giorno e dove vige la legge ferrea del mors tua vita mea. Secondo Thompson negli ultimi trecento anni nulla è cambiato negli Usa come si evince da una lettera di un deputataamericano riportata nel suo testo “Meglio del sesso. Confessioni di un drogato della politica”:
Anthony Henry, deputato per South Hampton dal 1727 al 1734, ha detto la parola definitiva sulla politica quando ha scritto questa terribile lettera ai suoi squallidi elettori avvertendoli di non cercare di metterlo in culo all'esattore delle tasse...
“Egregi signori,
ho ricevuto la vostra lettera relativa all'imposta indiretta e sono ancora sorpreso della vostra insolenza per avermi scritto. Voi sapete, come lo so io, che ho comprato questo collegio elettorale. E conoscete anche, come la conosco io, la mia attuale intenzione di rivenderlo, e sapete anche, nonostante pensiate che io non lo sappia, che vi state guardando in giro in cerca di un altro acquirente, ma io so ciò che voi certamente non sapete, cioè che ho trovato un altro collegio elettorale da comprare. Riguardo a quanto avete detto sull'imposta indiretta: che la maledizione di Dio ricada su tutti quanti voi, e possa rendere le vostre case aperte e disponibili agli esattori delle imposte così come aperte e disponibili sono sempre state le vostre mogli e le vostre figlie nei miei confronti mentre avevo l'onere di rappresentare questo vostro collegio elettorale fatto di canaglie...”
Tutto chiaro? Altro che yes we can e we have a dream. Che gli imbonitori di sinistra vadano a raccontare le loro storie in un altro paese. Peraltro, non erano loro che si vergognavano di vivere in Italia? Fuori dalle palle allora!

di Gianni Petrosillo

23 agosto 2010

L'Italia è diventato un Paese in cui non si può più né vivere né morire




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Il sindaco di Verona , Tosi, ha elevato da 36 a 500 euro le multe per chi avvicina le prostitute in strada. Poiché in Italia la prostituzione non è ancora un reato, e probabil mente non lo sarà mai in modo ufficiale (altrimenti oltre a colpire il mercimonio da strada, come si cerca di fare ora, si dovrebbe andare ad indagare su certi traffici, più sofisticati, come quello di dare una ragazza una particina in qualche fiction in cambio di una prestazione sessuale, che a onor del vero sono molto più squallidi e gravi della prostituzione classica perché si basano sul ricatto), l'escamotage per punire i clienti delle lucciole sta nel fatto che, con le loro macchine ferme, ingombrano il traffico. Dopo il decreto Maroni che dà amplissimi poteri ai sindaci per colpire, fra gli altri, "i comportamenti che offendono la pubblica decenza", molti amministratori comunali hanno seguito l'esempio di Tosi e sicuramente molti altri lo faranno. A Trento, invece è stato fermato un padre che stava fil mando suo figlio in una piscina comunale. Motivo? Insieme al figlioletto che dava le prime bracciate aveva inquadrato anche altri bambini seminudi , cioè in costumino da bagno, ed era quindi sospetto di pedofil ia.Stiamo vivendo un'epoca vittoriana, e non solo in campo sessuale. Sempre a Verona è vietato consumare alcol fuori dai bar (alla prima bottiglia fan 100 euro alla terza 500), dormire all'aperto, sbocconcellare panini per strada; girare a torso nudo, bagnarsi nelle vasche pubbliche. Il mullah Omar era più permissivo. Il sindaco di Vicenza dal canto suo, ha imposto la solita multa di 500 euro (che, se non sbaglio, fan quasi un mil ione delle vecchie lire) "per camper e roulotte che trasformano la sosta in un bivacco", mentre quello di Novara ha vietato le passeggiate notturne nei parchi se si è in più di due (il che equivale, più o meno, a quella di sposizione del regime fascista che considerava "adunata sedi ziosa" un capannello di più di cinque persone). Sono noti poi i limiti sempre più feroci e generalizzati imposti al consumo di alcol e al fumo, non solo a tutela dei soggetti passivi ma anche di quelli attivi, perché chi fuma in un parco (come è capitato a un rumeno di 54 anni che si è visto appioppare, a Verona , una multa di 50 euro) non danneggia, se danneggia, altri che sè stesso cosa che se non vogliamo tornare allo "Stato etico" che decide per i cittadi ni, di hegeliana e fascista memoria, contro il quale hanno tuonato, in questi anni, proprio gli intellettuali del centrodestra, dovrebbe stare nella sua piena libertà. Altri limiti simil -Tosi dobbiamo aspettarci dal recentissimo decreto Maroni che dà ai sindaci poteri più forti di quelli del prefetto. E a Firenze, a Venezia, a Trento e in altre città è vietato chiedere l'elemosina, cosa che non si era mai vista prima, neppure, anzi, nei "secoli bui" del Medioevo, in nessuna società del mondo (ad eccezione della Russia sovietica).
Non ci sono mai stati tantiverboten e limiti alle libertà indi viduali come nell'epoca presente e in questo regime, non importa se governato dalla destra o dalla sinistra, dove tutti si di chiarano liberali. Ma il culmine si è raggiunto con la vicenda di Eluana Englaro dove il Parlamento (il Parlamento!), in versione quasi bipartisan, vuole impedi re, nonostante una decisione in contrario del Tribunale, ad una povera donna in coma da sedi ci anni di andare incontro alla sua morte naturale.Di questo passo si finirà a decidere della vita e della morte di una persona per referendum.
E l'Italia è di ventata un Paese dove non si può più né vivere né morire.

di Massimo Fini

22 agosto 2010

Wall Street non sta morendo, è già morta!



Questa è la settimana in cui Wall Street è morta di fatto. Il sistema della Federal Reserve che stava già tentando altri salvataggi dopo una serie di salvataggi monetari iperinflazionistici praticamente a tassi zero, ha ora dichiarato la propria intenzione di varare la più drastica replica della stessa politica monetaria iperinflazionistica che condusse al crollo dell’economia della Germania di Weimar durante l’estate e l’autunno del 1923.

E’ indicativo il fatto che coloro che esortano l’EIR a pubblicare un’analisi monetarista delle chance di ripresa di Wall Street abbiano avuto sempre torto in tutti i pronostici e suggerimenti da loro presentati, a quanto ne so, negli ultimi due decenni. Neanche uno di questi benintenzionati ciarlatani ha mai affrontato gli effetti post-1987 delle frodi monetarie intrinsecamente inflazionistiche di Alan Greenspan dal punto di vista dell’unico metodo di previsione che abbia avuto successo negli ultimi decenni, il metodo dei pronostici basati sull’economia reale che fornisco da decenni.

Per quelle persone ragionevoli che desiderano onestamente sapere i fatti essenziali, bastino i seguenti per il momento.

Subito dopo lo sbarco in Normandia guidato con successo dagli Stati Uniti, sia i vertici militari americani che quelli tedeschi sapevano che il regime di Hitler era praticamente finito. Tale consapevolezza condusse alla rivolta contro il Presidente Franklin Delano Roosevelt sostenuta da Wall Street e attuata dalla stessa banda di interessi finanziari di Wall Street e Londra che non solo odiavano Roosevelt, ma si era unita alla Banca d’Inghilterra nel mettere al potere Adolf Hitler, fino a quando Winston Churchill non cominciò a strillare per ottenere l’aiuto militare ed economico degli Stati Uniti di Franklin Roosevelt contro Hitler (“Non contraddirmi amico. Sono stato in quella guerra e conosco molto bene tutti i fatti essenziali di questa faccenda”).

In Francia, la stessa feccia di Wall Street e Londra che aveva portato al potere Hitler in Germania negli anni Venti e Trenta, tornò molto rapidamente alla stessa politica economica e sociale filo-fascista.

Non mi sorprese il sostegno dato da Wall Street alla candidatura di Harry S. Truman alla vicepresidenza. La notte in cui giunse la notizia della morte di Roosevelt [mi trovavo] nel teatro bellico di Cina-Birmania-India e risposi alle domande di un gruppo di commilitoni: “Finora abbiamo vissuto questa guerra sotto un grande presidente. Ora, egli è stato sostituito da un piccolo uomo, ed ho paura di quello che ci accadrà”. Nel 1947, inviai una lettera al Generale Dwight Eisenhower, allora presidente della Columbia University, indicando i motivi per cui lo esortavo a candidarsi alle elezioni presidenziali del 1948. Rispose dicendo in sostanza “non in questo momento” e in seguito compresi il suo ragionamento.

Nel lasciare il teatro di guerra Cina-Birmania-India circa un anno dopo la fine della guerra in Europa, sapevo che la feccia di Wall Street legata a Londra era il nemico mortale a lungo termine della nostra nazione. Ciononostante, gli Stati Uniti erano troppo potenti, e la memoria storica dei cittadini statunitensi troppo forte, perché i britannici potessero riassumere il ruolo imperiale che avevano svolto nel mondo dal trionfo della Compagnia Britannica delle Indie Orientali nel febbraio 1763. Gli Stati Uniti rimasero potenti fino a quando l’assassinio del Presidente Kennedy non spianò la strada all’inizi della lunga guerra che Kennedy aveva impedito finchè era in vita. I successivi dieci anni di guerra in Indocina fecero crollare gli Stati Uniti nel modo desiderato dalla Londra imperiale.

Nell’estate del 1971, durante l’amministrazione del Presidente Richard Nixon, ci furono due sviluppi cruciali. Prima di tutto il ruolo di Arthur Burns nell’annullare l’accordo di Bretton Woods del 1944. In secondo luogo l’azione del britannico Lord Jacob Rothschild nell’utilizzare il crollo del sistema di Bretton Woods per lanciare quello che divenne il Gruppo imperiale Inter-Alpha, un gruppo il cui influsso controlla attualmente quasi il 70% delle operazioni bancarie e finanziarie del mondo. Tale gruppo, che di fatto attualmente possiede Wall Street, ed anche il Presidente Barack Obama e la sua amministrazione, ha messo in piedi la bolla speculativa di quadrilioni di dollari di denaro puramente fittizio, da Monopoli, nella forma di derivati finanziari ed altre truffe simili.

Nello sforzo di tenere in piedi questa gigantesca massa di quadrilioni di dollari nominali controllati dagli anglo-americani - il “denaro da Monopoli e da casinò chiamato derivati e simili” - fornendo il necessario margine di sostegno a tale massa di valuta da gioco, i truffatori di Londra e altrove della stazza di Alan Greenspan hanno prosciugato quello che restava degli Stati Uniti e dei suoi cittadini, superando le follie di Maria Antonietta e suo marito che distrussero gran parte dell’Europa continentale fino e oltre il periodo delle guerre napoleoniche.

Il risultato è che questa settimana la Federal Reserve ha indicato che è stato raggiunto uno stato di disperazione monetarista tale per cui la Fed è ora disposta a scatenare al di là dei confini degli Stati Uniti stessi quello che i predatori britannici e francesi negli anni Venti vararono come la crisi da crollo iperinflazionistico della Germania di Weimar.

Senti bello. Che cosa induce persone sciocche come te a discutere le difficoltà che incontra la Federal Reserve? Che diavolo proponi di fare? Mandare una corona di fiori al funerale di Wall Stree.
di Lyndon H. LaRouche, Jr.

21 agosto 2010

Crisi e sintesi

Un articolo da non perdere, una lucida visione, una realtà nascosta, sempre...

Porre la magistratura sotto il controllo politico. E' troppo facile per un servizio segreto infiltrare i magistrati ed abbattere qualsiasi governo. Esistono gia' le elezioni, per abbattere i governi, punto. E' cosi' in Francia e adesso hanno seguito Brasile, Cile, Venezuela, dopo che puntualmente qualche corte del cazzo ha iniziato ad attaccare il governo eletto. In democrazia l'investitura popolare prevale su qualsiasi altro potere, punto. Altrimenti e' un regime dei giudici.

Mi chiedono da piu' parti come mai , come ho menzionato, se non si tratta di meriti particolari, allora l' Italia abbia resistito alla crisi in maniera migliore rispetto a molti altri paesi. Gli USA cadono tutt'ora a picco (nonostante le favole di Obama) , e il rating di Moody's al debito UK dimostra solo che Moody's racconta favole, mentre la Germania fatica a trasformare l'aumento del PIL in benefici per la popolazione. Che cosa caratterizza il nostro paese?

Scordatevi minchiate come "tradizione", "cultura", "mentalita'", ed altre seghe. Gli effetti materiali derivano da cause materiali, punto. Se posso quantificare un effetto, devo poter quantificare la causa. Se un effetto quantificabile viene da una causa non quantificabile, per quanto mi riguarda e' un evento casuale.

Quali sono le cause materiali? Principalmente, il nostro ordinamento in materia di economia, che si e' evoluto in maniera particolare.

Dopo il 1945, il mondo fu ricostruito secondo i dettami di due potenze, che erano USA e URSS. Poiche' sull'occidente l' URSS era un incumbent, ma non aveva influenza diretta, la geometria dell'occidente fu in gran parte disegnata dagli USA.

Qual'e' il posto che , secondo gli USA, devono occupare i paesi latini nel mondo? Basta osservare cosa sia successo nei paesi latini sotto la loro influenza totale. Dittature protofasciste o esplicitamente fasciste, come in Argentina, colonizzazione economica, poverta' e cartelli criminali. Con la sola esclusione di Cuba, finita sotto l'influenza sovietica, questo e' stato il destino di tutti i paesi latini sotto l'influenza anglosassone, per la semplice ragione che questa e' la visione, il progetto, il piano che gli anglosassoni hanno in mente riguardo al mondo.

Domanda: come mai l' Italia non e' finita allo stesso modo? La risposta e' che stava per finirci, ma sono intervenuti due fattori che hanno "legato le mani" agli americani.

Il primo fattore e' che in Italia c'era una fortissima presenza del PCI, e quando fu data alle stampe la notizia dell'inesistente golpe di De Lorenzo , dall URSS arrivo' puntuale l'ordine di mobilitazione. Gli americani capirono in quel momento che se avessero dato l'ordine di un classico colpo di stato in stile sudamericano, immediatamente ci sarebbe stata una mobilitazione di piazza, ed immediatamente l' Italia sarebbe passata, paradossalmente, sotto il controllo dei sovietici.

Questo primo test, ed i suoi esiti, fecero rizzare i capelli in testa alla CIA, che decise di NON usare la medicina sudamericana del dittatore fascista in Italia.

Il secondo fenomeno, arrivato piu' tardi, fu quello della lotta armata. Ufficialmente i russi non c'entravano, ma era chiaro che se l'Italia fosse diventata una dittatura sotto il controllo del solito Pinochet italiano, avrebbero potuto finanziare i "partigiani" ufficialmente, dal momento che sarebbe stato possibile far digerire come "partigiano" l'uomo delle BR.

I punti di rischio, per gli USA, erano due: gestire l' Italia come avevano gestito il sudamerica , cioe' con colpi di stato e dittatori "amici" era rischioso perche' esisteva il pericolo concreto di rivolta dei comunisti, e conseguente contro-colpo di stato.(1)

All'epoca non potevano neanche usare la magistratura per abbattere il governo , perche' l'alternativa sarebbe stata ancora il PCI, che non aspettava altro. La magistratura, ai tempi, si occupava proprio di sindacalisti e comunisti, al punto che i compagni di D'Alema definirono i giudici "sepolcri imbiancati" ancora nel 1982.

Di conseguenza, l' italia ha vissuto fino al crollo del blocco sovietico quasi immune dalla "cura americana", la cura a base di vuoto di potere e/o colpi di stato che gli americani riservano ai paesi latini, e che e' il marchio della loro influenza. Quando un paese latino diventa simile al Messico o all' Argentina, potete stare certi che dietro c'e' la CIA.

Immuni dal potere del governo USA, che non interveniva per timore dei russi, l'estabilishment italiano doveva comunque competere con lo strapotere di una serie di "competitori", i quali avevano dalla loro parte i governi che facevano le regole. Quello che il potere economico italiano fece fu di stabilizzare negli anni un diritto commerciale, fiscale e privato che aveva un solo scopo: conservare l'esistente nelle mani degli italiani, perche' qualsiasi passaggio di mano implicava il rischio di uno straniero che , con il suo strapotere finanziario, colonizzasse il paese svuotandolo, come e' successo al Messico e all' Argentina.

Fino al crollo dell'impero sovietico, cioe', l'economia italiana si basava su alcuni grandi pilastri, appositamente concepiti per tenere fuori la grande finanza di Londra e New York, ed impedire che il paese facesse la fine dei paesi sudamericani sotto influenza USA.

  • Aziende di stato. La gran parte delle aziende grandi e massime, che venivano tenute fuori dalle grinfie della grande finanza internazionale e delle aziende anglosassoni.
  • Aziende legate ad aziende di stato. Lo stato si prodigava di piazzare golden share, o di averli come clienti privilegiati, in modo da legarli alle decisioni della politica, e indirettamente dei poteri forti italiani.
  • Aziende private vere e proprie. Una legislazione soffocante e vessatoria faceva si' che fossero quasi tutte a conduzione familiare, che venissero di fatto ereditate, e per essere sicuri di non venire distrutta da competitori artificiali(2).

Non si trattava di una vera e propria paranoia: era quello che sistematicamente e rigorosamente gli USA facevano a tutte le aziende straniere che facevano concorrenza alle proprie (Basti ricordare il caso ENI/Enrico Mattei) , ed era cio' che sistematicamente gli USA facevano ai paesi latini ove potevano spadroneggiare. I francesi, per dire, si salvarono allo stesso modo, con un protezionismo analogo, e lo stesso avvenne in Germania.

Il problema vero era che l' Italia non avrebbe resistito un attimo se si fosse creato un vero mercato, per una semplice ragione: le aziende americane e/o straniere che avessero investito in Italia non lo avrebbero fatto per fare business, ma per trasformare l' Italia in una copia del Messico, e dei paesi latini del sudamerica. Disintegrare l'economia, indi produrre instabilita' politica, indi mandare un dittatore amico degli USA al governo. Questo e' il posto che la visione mondiale USA riserva al mondo latino.

E questo e' quello che hanno fatto all'intero sudamerica, con l'eccezione di Cuba e ora dei paesi che cadono verso l'orbita cinese. E che hanno iniziato a fare all' Italia dalla fine dell'impero sovietico.

Non appena la paura che un colpo di stato in Italia (o qualsiasi crollo sistemico) potesse portare i russi al potere e' finita, sono arrivate Mani Pulite prima e una serie di governi tecnici dopo, che hanno aperto l'economia ai grandi capitali, facendo modificare le leggi per "aprire" il paese al mercato.

Peccato che da questa apertura sia derivata la stessa distruzione che e' avvenuta in Messico, in Argentina, in tutti i paesi latini toccati dalla "benedizione" dell'economia "di mercato" secondo la scuola USA.

Adesso torniamo a bomba: che cosa ci ha limitato il disastro dei subprime?

E' stato il fatto che l'economia italiana ha tentato di resistere , mediante influenze sui governi da parte dei "salotti buoni", a questa operazione di "sprotezione", a questo abbattimento sistematico delle nostre difese economiche.

Ancora oggi esistono leggi che rendono praticamente impossibile per uno straniero aprire un'industria qui. Ed e' un BENE. E' un bene perche' se lo straniero apre un'industria qui oggi, non lo fa per causare sviluppo o per produrre, ma per distruggere il tessuto economico italiano.

Questo e' il punto: essendo un paese latino (per gli americani e' cosi') , il destino che ci riservano e' quello toccato al Messico. Punto. Adesso i casi sono due: o tenere una legislazione che tiene gli stranieri fuori dal gioco, o far finta di vivere in un mondo migliore possibile, dove non abbiamo nemici economici, e aprirci fiduciosi alle scorribande delle loro imprese, finendo spolpati e distrutti.

Ecco perche' abbiamo resistito: perche' non e' stato possibile al capitale straniero colpire troppo le nostre aziende, e questo perche' le nostre leggi conservano il potere economico italiano in mani italiane.

Se avessimo fatto subito tutte le leggi "moderne", per l'economia "moderna" che ci venivano chieste dai paesi "moderni", oggi saremmo un modernissimo paese del sudamerica, come Argentina e Messico.

Quali sono i passi per non finire schiacciati? I passi sono quelli che stanno facendo nei paesi dell'america latina per crescere e liberarsi dall'influenza americana.

  • Sfuggire ad accordi simili al NAFTA, compresa la UE. Si tratta di accordi internazionali che ti costringono ad abbassare la guardia contro la concorrenza, riducendo la controparte piu' debole ad un deserto industriale, espropriando i proprietari locali e gli imprenditori, e prelude ad un declino industriale ed economico. La nazione, in quanto tale, controlla le frontiere e disciplina le dogane. Riga.
  • Impedire al capitale straniero di penetrare nel paese senza l'autorizzazione della politica, e specialmente senza l'autorizzazione della confindustria/confartigianato/conf*, nonche' dei servizi segreti nazionali, e in ogni caso quando l'investitore straniero pesa piu' dell' uno/due per mille del PIL nazionale.

Questo e', esattamente, il contrario del mondo moderno. Ma quello che dimentichiamo e' che l'idea di economia moderna e' stata concepita , ad uso e consumo degli USA, proprio negli USA. Ci viene propinato che sarebbe moderno un mondo nel quale uno o due paesi anglosassoni sono sempre vincenti e ricchi, i paesi latini forniscono manodopera a basso costo e spazio per speculazioni e sono privi di peso politico, solo che non vi viene spiegato che questo e' il fine, ma ci vengono mostrati solo i metodi.

Nessuno ci dice che entrando nel WTO, nella UE, nell' FMI, il nostro destino sara' questo. Nessuno ci dice che se l'economia "moderna" e' una gara di nuoto, nella quale noi siamo cammelli, e che le regole del gioco le hanno scritte dei pesci. Certo, le regole della gara di nuoto sono uguali per tutti: peccato che solo alcuni siano pesci, e che guarda caso le regole del gioco le scrivano dei pesci.

Quando ci dicono "entrate nel WTO", "aderite ai trattati UE", "rimanete nell' FMI", "rendete piu' libera l'economia", "aprite il mercato all'estero", ci stanno dicendo "giocatevi tutto quello che avete in una gara di nuoto". Il che e' logico, perche' chi ce lo chiede e' un pesce.

Va meno bene se voi siete cammelli. E quando protestate, vi diranno "beh, le regole della gara di nuoto sono uguali per tutti". Il che dovrebbe far sembrare equa la gara, se dimentichiamo il piccolo particolare che i cammelli non nuotano.

La verita' e' che i cammelli vincerebbero se la gara fosse nelle sabbie del deserto. Ma ovviamente i pesci si guardano bene dal permettere che le regole del gioco siano quelle: ai pesci conviene una gara di nuoto. Vincono sempre loro.

La mia personale opinione e' che la crisi italiana sia nata con la fine dell'impero sovietico. Non appena gli americani hanno avuto la certezza che l' Italia non sarebbe caduta sotto l'influenza sovietica, gli americani hanno iniziato a darci la stessa minestra che hanno dato ai paesi del sudamerica, la minestra che e' la loro firma inconfondibile. Inchieste abbattono il governo, le imprese sono colonizzate e spezzettate senza che il governo possa intervenire , poi arriva l'uomo che fa il governo amico. E puf, vi ritrovate ad emigrare per lavorare a 2 dollari al giorno nel Texas, o a prostituirvi in Florida.

La mia opinione e' che i nazionalismi ed i protezionismi dovrebbero tornare. E dovrebbero tornare perche' rappresentano un bellissimo deserto nel quale noi, che siamo un cammello, possiamo vincere la gara. Mentre loro, che sono i pesci, non la vincono.

Se solo si rallentano un pochino i flussi commerciali, si svuota il mare ove i pesci nuotano. Quello che dovremmo fare, per invertire la crisi, e' di indebolire le sovrastrutture come WTO, FMI, UE, limitandoci ad uscirne o facendoci cacciare. Dopodiche', iniziare a riprendere sovranita' sulla moneta e sui confini, causando un irrigidimento a catena da parte delle altre nazioni. A quel punto, il mare si svuota, la gara di nuoto finisce, e si corre nel deserto.

Dove noi siamo i cammelli e loro i pesci.

Ma le regole, sia chiaro, saranno uguali per tutti. Che ci possiamo fare, noi, se loro hanno tutto questo bisogno di liberi scambi ovunque? Dopotutto, ci bastera' dire che il mondo e' "moderno" se ha frontiere, nazionalismi e protezionismi, e loro sono gli obsoleti.

di Uriel

(1) la seconda strategia usata in sudamerica erano le continue inchieste giudiziarie contro i governo avversari, ufficialmente contro la corruzione, come fu fatto in diversi paesi del sudamerica (anche contro Lula fu fatto qualcosa di simile) in pratica servivano per abbattere i politici antiamericani. Infiltrare la magistratura e' una tattica comune e collaudata della CIA. Ma questo in Italia venne dopo.

(2) Il governo USA ha finanziato, comprandone i bond, diverse aziende il cui senso di esistere era solo quello di stracciare qualche industria straniera, o a patto che aprissero in paesi stranieri ove stava nascendo un'industria locale pericolosa per loro.

20 agosto 2010

Le vittime del collasso economico irlandese



L’Irlanda durante gli anni del boom era chiamata “la tigre celtica”. Ma ora il governo ha dovuto introdurre pesanti tagli per coprire il deficit del bilancio. Ecco come la gente comune ne è rimasta condizionata.

Quando Anne Moore è tornata per fare colazione insieme alla sua famiglia dopo un turno notturno di 12 ore in una casa di cura, ha trovato la polizia in assetto antisommossa e l’ufficiale giudiziario fuori quella che da 16 anni è stata casa sua. Lei insieme a suo marito Christy e i loro tre figli sono stati sfrattati. Nonostante fosse arrivata sul tetto della casa con una scala ed esserci rimasta per sei ore, alla fine è stata convinta a scendere per essere portata in ospedale. Alla sua casa nei sobborghi a sud di Dublino sono stati prontamente apposti i sigilli.

I Moore erano in forte ritardo con le quote e dovevano al council 10,000 euro. Per 8 anni Ann ha pagato altri 50 euro oltre ai 100 di affitto settimanale. Ma in un paese dove 300,000 case rimangono vuote, le autorità hanno deciso di lasciare i Moore senza un tetto e punirli per la loro apparente irresponsabilità. Invece sono i politici, i banchieri e i costruttori in Irlanda ad essere stati degli incapaci.

L’Irlanda ha il debito procapite più alto nella UE. Il deficit di bilancio del 14.3% è addirittura più elevato di quello greco. Per un decennio l’economia della “tigre celtica” è stata il fiore all’occhiello della globalizzazione del libero mercato. Ora questo malconcio randagio che è l’economia irlandese è diventato l’esempio neoliberista di come tagliare la strada alla ripresa. Il governo irlandese ha colpito il settore pubblico spendendo quest’anno il 7.5% del PIL con una serie di tagli drastici: il sussidio di disoccupazione del 4.1%. Altri 3 miliardi verranno tagliati l’anno prossimo, per un totale del 10% del PIL in tre anni: è come se il governo britannico avesse fatto tagli al bilancio non di 6.25 miliardi di sterline così come pianificato da George Osborne nel 2010, ma di un’incomprensibilmente enorme cifra di 150 miliardi.

Eppure nonostante i tagli, descritti come masochistici dal Financial Times, il debito dell’Irlanda continua a crescere grazie ai disperati salvataggi delle sue banche. I critici irlandesi temono che questa spirale di morte possa portare a un decennio di austerità opprimente, una generazione persa di disoccupati e, peggio ancora, il ritorno di uno spettro che perseguita l’Irlanda da due secoli: l’emigrazione di massa.

A prima vista, gli irlandesi sembrano opporsi alla situazione con uno spirito di autocommiserazione e anche un sottile orgoglio. “ Non ci abbiamo mai creduto nel boom. Durante il periodo della tigre celtica noi ci dicevamo che non sarebbe mai durata” afferma Lorcan, padre di due figli di Limerick dove la Dell ha chiuso la sede delle operazioni con la relativa perdita di 5,000 posti. “ La gente in Irlanda era abituata a case fatiscenti, a pessima educazione e pessimi ospedali. In Inghilterra c'è una cultura di cose che funzionano, cosa che non c'è in Irlanda. Il gene dell’auto flagellazione in Irlanda è molto forte – ‘fateci pure a pezzi perché siamo abituati a essere la vittima oppressa’. Ci fa sentire quasi meglio.”

Pat Ingoldsby, un poeta di strada di Dublino, sostiene che lui può farcela senza quello che ora è un sussidio pubblico decimato. “Ogni giorno io giro per la mia città con un trolley e una scatola di cartone piena di sogni e sento dei lavori che si perdono intorno a me. Il mio bene più prezioso è che non ho niente da perdere.” Ma la crisi taglia pesantemente per quasi tutti. Mentre consorzi fantasma di nuovi appartamenti invendibili rimangono vuoti per il paese, 170,000 persone si trovano nella situazione di negative equity. L’Irlanda è al quarto posto in Europa per tasso di disoccupazione ( 13,4%) e ha 432,500 persone che ricevono sussidi. Un terzo della popolazione sotto i 30 anni è disoccupata. E la disoccupazione sarebbe anche peggiore se non fosse tornata l’emigrazione.
v L’Irlanda è lacerata dai ricordi del mezzo milione che scapparono negli anni 50 e le centinaia di migliaia – molti dei quali altamente istruiti – che abbandonarono il paese negli anni 80. La perdita di una gioventù dinamica ha contribuito alla stagnazione economica per decenni. Ma i critici sostengono che la fuga è stata anche uno strumento usato dai governi per contenere la disoccupazione e mandare fuori l’opposizione all’establishment irlandese. Circa 20 mila irlandesi sono emigrati tra aprile 2008 e aprile 2009 e le stime indicano che altre 100 mila lasceranno tra quest’anno e il prossimo.

Siamo diventati un grande Surrey

Con le biciclette a noleggio per i turisti parcheggiate sotto gli alberi di lime piantati da poco lungo l’area di passeggio sul fiume, su Dublino splende ancora la luce della recente prosperità. Nelle librerie c'è un mini boom di narrativa dai titoli laceranti: Il collasso della Tigre Celtica; I banchieri – Come le banche hanno messo in ginocchio l’Irlanda; Banksters – Come una potente élite ha dissipato la ricchezza irlandese. “ Nella sua crescita e caduta, l’Irlanda ha fatto sembrare Icaro come noiosamente stabile” scrive Fintan O’Toole nel suo recente libro Ship Of Fools.

Negli anni 90 l’economia di un’agricoltura stagnante si era trasformata in un terreno post-industriale altamente qualificato. I lavori nel campo tecnologico e farmaceutico erano complementati da un potente settore edilizio. Nel 1986 il PIL irlandese procapite era due terzi di quello medio europeo; nel 1999 era il 111% rispetto a quello medio e significativamente superiore a quello inglese. Tra il 1985 e il 2006, i prezzi delle case in Irlanda è cresciuto di circa il 250%, molto più che nel Regno Unito. L’emigrazione diventava immigrazione, con i polacchi e altri accorsi a dividere il sogno irlandese di una nazione euro-atlantica fiduciosa in se stessa, emancipata dalle briglie del cattolicesimo e del colonialismo. O, come afferma l’economista David McWilliams: “Siamo diventati una grossa e antiquata versione del Surrey(Contea inglese che negli anni 80 ha iniziato un forte sviluppo legato alla tecnologia e ai servizi nel settore finanziario - ndt).”

Mentre i miliardari del boom hanno goduto di una libertà sfrenata di costruire e prendere prestiti, O’Toole sostiene che la prosperità irlandese degli anni 90 non era semplicemente il trionfo del libero mercato. Per gran parte del ventesimo secolo, quasi nessuna nazione ha avuto una così lenta crescita nazionale. Gli anni 90 hanno visto uno scatto con cui l’Irlanda ha finalmente recuperato lo svantaggio. E il boom globale di quegli anni vide una crescita senza precedenti negli investimenti esteri degli Stati Uniti: gran parte dei quali arrivò in Irlanda, dati la comune lingua e le origini irlandesi di molti investitori americani e dati anche gli attraenti tassi d’interesse, molto bassi. Il socialismo europeo diede una mano: l’Irlanda incassò 8.6 miliardi di sterline irlandesi dai fondi strutturali della UE tra il 1987 e il 1998. Cosa è andato storto? Quasi tutti in Irlanda puntano il dito contro la profana trinità di politici, banchieri e costruttori per aver trasformato il boom in un flop. Il governo ha fatto scoppiare una demenziale bolla edilizia offrendo immensi tagli alle imposte per le nuove edificazioni. Il settore delle costruzioni si era gonfiato fino a contare per un quinto nell’economia del paese. I prezzi, i mutui, i compensi e i costi aumentarono. Banche sregolate si sfrenarono nel concedere prestiti. Quando giunse il collasso bancario globale, le banche irlandesi accumularono un impressionante debito (nel 2008 la Anglo Irish Bank aveva 73 miliardi di euro in prestiti, metà del PIL dell’Irlanda) e il paese è stato il primo nella eurozona a entrare in recessione.

La gente “ sta accusando uno o due banchieri ma non sono loro gli unici” afferma McWilliams. “ Dobbiamo guardare a un’intera classe di professionisti – agenti immobiliari, legislatori, revisori dei conti, investitori, politici complici – che sono rimasti intossicati dall’ambizione. Non hanno sentito il campanello d’allarme perché avevano gli orecchi otturati dal denaro.”

Secondo O’Toole, niente e nessuno in Irlanda ha mai detto “basta”. Gli elettori non hanno detto ai politici di fermarsi e i politici non hanno stabilito limiti per gli costruttori o per le banche. Ora, scrive ancora, la questione è capire se gli Irlandesi “ siano arrabbiati costruttivamente al punto giusto da spazzare via un sistema che li ha portati al fallimento e crearne uno nuovo per se stessi”.

Fin dall’indipendenza all’inizio del secolo scorso, l’Irlanda è stata dominata da due partiti di destra: Fianna Fáil e Fine Gael. Fianna Fáil ha governato per gli ultimi 13 anni (ora ha stretto un’improbabile alleanza coi verdi) e molti si dicono furiosi con un governo che non possono mandare a casa per altri due anni. Ma, come sottolineato dalle classi dirigenti irlandesi con certo orgoglio, gli irlandesi non sono come i greci o francesi, neanche come la gente dell’Islanda, dove le proteste popolari hanno portato i governi locali a rassegnare le dimissioni. Non ci sono state rivolte per le strade di Dublino.

Qualche tempo fa, si era verificato un piccolo tafferuglio alle porte del Dáil, il parlamento irlandese. Una settimana dopo, sotto una pioggia battente, mille persone si sono riunite nello stesso posto per una marcia educatamente chiamata “marcia per il diritto al lavoro”. James O’Toole dice che i greci sono molto più ribelli. “Gli irlandesi sono i bambini buoni dell’Europa, si prendono le bacchettate senza lamentarsi e alla fine sono contenti perché tutti hanno ricevuto qualche caramella”. Perché così poche proteste? “ La rabbia è un fatto privato nel nostro paese; è lì ma nessuno la esprime in pubblico” ammette Ben O’Neill, un manifestante che porta un badge con la scritta “Fuck Nama”. Nama è la “banca cattiva” creata dal governo per rimuovere i titoli tossici dall’economia. Costa al contribuente e alle generazioni a venire, una fortuna (finora 73 miliardi di denaro pubblico sono andati alle banche).

Un dimostrante vestito da Maria Antonietta distribuisce tartine tra la folla. “Fuori la mafia del Fianna Fáil!” dice uno dei manifesti. “È un brutto gioco di parole sulla mafia” sottolinea qualcuno. Ci sono i soliti studenti e i lavoratori socialisti incappucciati ma anche gente che non assomiglia a un manifestante tipico, come Ray e Phyllis Carroll da Shankhill. “I tagli hanno colpito tutti” dice Phyllis mentre un costoso elicottero della Garda gira sopra di noi. “ I poveri. I disabili, i ciechi, le aiutanti. I più vulnerabili nella società.” Lei punta il dito verso il Dáil: “ Loro sono gli unici a non soffrire”.

I Carroll vivono dei loro risparmi e aiutano il loro figlio più giovane con l’università. Il sussidio di disabile di Ray non copre i loro bisogni essenziali. “ La cassa è vuota. I risparmi di anni sono andati. Ci hanno preso in giro” dice Ray. “ Ora stiamo toccando il fondo e loro ci lasciano morire”.

Nonostante i 100 mila manifestanti dopo i tagli al bilancio a dicembre, non ci sono state proteste primaverili o estive. Richard Boyd Barrett, un consulente di People Before Profit, è infuriato con i dirigenti sindacali. “ Hanno speso gran parte degli ultimi vent’anni a mangiare panini insieme a membri del governo” afferma. “Hanno assunto uno stile di vita simile a quello dei datori di lavoro con cui impiegano il loro tempo a discutere”.

Ora i sindacati sono ignorati. David Begg, rappresentante dell’ Irish Congress of Trade Unions, è diventato critico del governo a partire da alcuni mesi. “La partecipazione e l’influenza che avevamo non ci sono più” ci dice senza giri di parole. “ I motivi del collasso sono che il governo non ha ricordato i termini di 22 anni di partnership, abbandonata dal governo e dai datori di lavoro al primo cenno di difficoltà”.
v In questa terra di disoccupati, i lavoratori combattono per proteggere i loro posti. Un impiegato di Quinn Insurance, impresa nata dal boom e da poco in amministrazione controllata, ha troppa paura di dare il suo nome perché si è iscritto a un sindacato. Ha saputo che l’azienda sta cercando di mandare in cassa integrazione 900 impiegati, più di un terzo della loro forza lavoro. “ C'è da impazzire se si pensa alla situazione economica” ci dice. “ Sto rischiando il posto e sento che mi è stato intimidato di non iscrivermi al sindacato. È davvero frustrante. Mi aspetterei molta più rabbia ora”. Lui ha cercato di incoraggiare i suoi depressi e stoici colleghi a iscriversi ma senza risultati. “ Alcuni hanno paura, altri pensano che non possono farci niente.”

C'è anche chi è d’accordo con la strategia masochista del governo. “ I soldi sono diventati il nostro dio durante gli anni della tigre celtica” dice un tassista, che ora deve lavorare 7 giorni alla settimana per poter pagare il mutuo ed è indietro coi pagamenti di tre mesi. “ Tutti noi siamo in parte colpevoli”. Lui accetta i tagli. La gente sensata sa che l’ultima cosa che potevamo desiderare per questo paese è l’intervento del FMI. Perché significa non avere un governo – è il FMI a dirigere il paese”.

All’interno del governo, i consiglieri ammettono segretamente che Fianna Fáil verrà “spolpata” alle prossime elezioni. “Il governo è estremamente impopolare in questo momento.Devono fare la cosa giusta.” dice una fonte che vede questo come un governo liberato con nulla da perdere e per questo in grado di prendere decisioni dure. Sul piano internazionale, gli irlandesi ricevono applausi dalla destra: i rappresentanti del British Treasury hanno discusso con le loro controparti irlandesi sulla maniera più efficace per operare i tagli e il ministro delle finanze irlandese, Brian Lenihan (che ora combatte contro un cancro al pancreas) è stato elogiato dalla stampa finanziaria. Anche se Lenihan ha detto che il comportamento dei banchieri è stato “davvero scioccante”, il governo rimane asservito al libero mercato globale. Il boom era stato creato dal neoliberismo e lo sarà di nuovo. “ Abbiamo visto che ha funzionato 20 anni fa. Vediamo se funzionerà ancora.” sostiene un economista governativo.

Pur sedendosi su un desk circondato da migliaia di metri quadrati di uffici vuoti nella zona intorno al fiume, John FitzGerald, economista presso l’Economic and Social Research Institute, un think-tank indipendente, è molto più ottimista della UE riguardo le prospettive dell’Irlanda. Studioso che non dice nemmeno che suo padre era un primo ministro, lui prevede che ci sarà una crescita fino al 5% tra il 2012 e il 2015, prima di tornare a quelli che lui chiama i “noiosi livelli europei”.

L’Irlanda ha dovuto rivalutare la propria economia per tornare ad essere globalmente competitiva, sostiene FitzGerald. I prezzi negli affitti e nel settore privato sono caduti in seguito ai tagli drastici dei prezzi del settore pubblico. La forza del paese e la sua debolezza, è che più della metà del suo impiego e ben oltre la metà della sua manifattura viene da aziende straniere. Con la ripresa dell’economia globale c'è anche la ripresa di quella irlandese che con i servizi nel settore tecnologico, con il software e la salute sta dando vita a una nuova ‘smart economy’. FitzGerald pensa che il governo abbia fatto un’ “opera miserabile sulle banche” ma ora ha capito quali tagli fare. “ Sono stati avveduti, hanno saputo portare la popolazione ad assorbire un grande dolore. Se siamo nel giusto, sorprenderanno gli irlandesi nel 2013 comunicando la fine dei tagli”.

Più sorprendentemente, lui ritiene che l’idea diffusa che la gente stia pagando per gli errori di una élite di intoccabili è sbagliata e il bilancio masochista è stato “probabilmente il più redistributivo degli ultimi 20 anni, anche se per sbaglio”. Secondo la ricerca dell’istituto, il bilancio ha toccato il 20% delle entrate delle famiglie per il 6%, mentre il 40% in fondo hanno visto aumenti fino al 2%. “I ricchi hanno pagato un prezzo molto più elevato rispetto ai poveri. Ma tutti stanno peggio” riconosce Fitzgerald.

È ora di abbandonare l’euro?

“Avevi ragione, vero?” fa il conducente del treno per Limerick a David McWilliams. È difficile immaginare un altro paese dove un economista viene riconosicuto da un passante, ma tutti sono economisti ora in Irlanda. Mc Williams, un anticonformista che aveva previsto l’incombente conflagrazione economica, ora gira per il paese con un monologo comico sull’economia.

“Pochi di noi durante il boom hanno suggerito che quel che stava accadendo non aveva senso. In Irlanda se sei contro il consenso, la prima fase è essere ridicolizzati, poi c'è una violenta opposizione e la terza fase e la verità universale - dove tutti pretendono di essere stati d’accordo con te da sempre” dice McWilliams sorridendo.

Lui ha due soluzioni populiste e radicali: lasciamo crollare le banche e abbandoniamo l’euro. I conti correnti individuali sarebbero garantiti mentre i detentori di titoli privati perderebbero tutto, ma i mercati non avrebbero nulla da temere, anzi, guarderebbero all’economia irlandese con rinnovato interesse perché il denaro prima impegnato nel salvataggio delle banche potrebbe essere investito nella ripresa. Salvare l’Anglo Irish Bank è da economia sovietica” dice. “Gettare tutte le tue risorse per un’entità simbolica dimostra al mondo che sei un fanatico”.

McWilliams sostiene anche che l’attaccamento all’euro e alla UE nasce dalla volontà dell’establishment tradizionale di evitare i britannici che sono ancora i maggiori partner commerciali dell’Irlanda. Se l’Irlanda lasciasse l’euro tornando alla sterlina irlandese, la sua valuta avrebbe un colpo. E lasciamo che succeda, dice McWilliams: se perdesse il 40% i costi in Irlanda sarebbero del 40% più bassi di quelli dei competitori. Gli investimenti affluirebbero e le esportazioni diventerebbero estremamente competitive.

Voci più ortodosse da destra e sinistra non vorrebbero lasciar crollare le banche né abbandonare l’euro: “ Non puoi lasciar collassare una banca che è la metà del PIL del paese. Si porterebbe appresso l’intera economia” afferma un economista del governo. Fitzgerlad aggiunge: “ Se la banca centrale d’Irlanda dovesse uscire alla ricerca di decine di miliardi per sostituire l’euro è sicuro che non ce la farebbe. Ci sarebbe un crollo drammatico della valuta e una forte crescita dei tassi d’interesse e un totale crollo dell’economia. Abbandonare l’euro è un’idea da lunatici”.

Riguardo alle previsioni di FitzGerald sulla ripresa economica dell’anno prossimo, McWilliams dice: “ È un’idiozia. La visione dell’establishment è che abbiamo bisogno ancora della stessa ricetta. La cosa più importante di una crisi è che ti permette di cambiare”.

Gli irlandesi non hanno ancora individuato alternative plausibili al duopolio di Fianna Fáil e Fine Gael e, nonostante l’Irish Labour Party stia raggiungendo picchi storici nei sondaggi, McWilliams ritiene che molti stiano cercando qualcosa di diverso dalle forze tradizionali oramai screditate e che lo facciano anche nei dibattiti presso i teatri dove lui presenta il suo show. Magari questa crisi potrà sviluppare qualcosa di simile alla creatività sprigionata un secolo fa dalla lotta per l’indipendenza. “L’economia è come il resto delle cose, l’innovatore vince” dice McWilliams.

Al momento, più che lo spirito innovativo è la paura e la cupa mancanza di alternative politiche a pesare sui nuovi senzatetto Anne e Christy Moore che si sono rivolti alla corte per cercare di riavere la casa. Christy lavorava nel settore edilizio durante il boom, ora riceve il sussidio di disoccupazione. Due dei loro figli sono disoccupati, il terzo ha da poco iniziato un lavoro con contratto di 12 settimane.

Christy ora combatte la vergogna di perdere la sua casa: “Dovrei essere forte ma mi sento così giù – fatela finita con me, sparatemi in testa” dice. “E senti sempre che bisogna stringere la cinghia, ma questo è un insulto all’intelligenza. È la paura il vero motivo per cui la gente non si ribella. Ma non dobbiamo avere paura dei politici, banchieri e costruttori corrotti perché e proprio quello che loro vogliono”.

di Patrick Brakham

Fonte: www.guardian.co.uk

19 agosto 2010

Cybercom


Lo scorso 21 Maggio, il segretario alla Difesa Robert Gates ha annunciato l’attivazione del primo comando informatico del Pentagono.
CYBERCOM (acronimo di U.S. Cyber Command), inizialmente approvato il 23 giugno 2009, dopo undici mesi ha raggiunto la cosiddetta capacità operativa iniziale e dovrebbe diventare pienamente funzionante entro la fine dell’anno in corso.
Esso, pur se posto sotto il cappello di STRATCOM (U.S. Strategic Command), il comando collocato presso la base aerea di Offutt nel Nebraska ed incaricato della militarizzazione dello spazio così come del progetto di scudo antimissile globale, ha trovato sede a Fort Meade nel Maryland insieme alla segretissima agenzia di intelligence National Security Agency (NSA). Il capo di quest’ultima, Keith Alexander, tenente generale dell’esercito degli Stati Uniti all’alba del 21 Maggio, è stato promosso generale a-quattro-stelle in occasione del lancio di CYBERCOM, divenendone contemporaneamente suo comandante.
Nella testimonianza scritta presentata al Senato prima che questo lo confermasse nella sua nuova posizione, Alexander ha specificato che il nuovo Comando, oltre alla difesa dei sistemi e delle reti informatiche, dovrebbe prepararsi per condurre anche “operazioni offensive”. Secondo l’AP, egli avrebbe inoltre sostenuto che gli Stati Uniti sono determinati a capeggiare lo sforzo globale indirizzato ad utilizzare le tecnologie informatiche “per dissuadere o sconfiggere i nemici”.
Il giorno in cui Alexander ha assunto il suo nuovo comando, il vice segretario alla Difesa William Lynn ha definito la creazione di CYBERCOM come “una pietra miliare nella capacità statunitense di condurre operazioni a spettro completo in un nuovo dominio” aggiungendo che “per l’apparato militare degli Stati Uniti il dominio cibernetico è importante come quelli terrestre, marittimo, aereo e spaziale e che proteggere le reti militari è un fattore cruciale per il successo sul campo di battaglia”.
James Miller, un altro esponente della “Difesa”, dal canto suo era persino giunto a dichiarare che il Pentagono, nel caso di un attacco informatico agli Stati Uniti, dovrebbe prendere in considerazione una risposta di carattere militare. Si delinea quindi un quadro in cui, ponendo la sicurezza informatica, compresa quella del settore civile, sotto un comando del Pentagono, si procede verso l’adozione di un approccio di natura militare rispetto a questioni più propriamente criminali o anche semplicemente commerciali o relative a brevetti, attrezzandosi per una risposta decisamente non-virtuale nei contenuti.
Il Pentagono e la NSA non sono da soli nello sforzo di creare ed attivare il primo comando nazionale di guerra cibernetica al mondo. Come sempre, Washington sta ricevendo un sostegno incondizionato da parte della NATO.
La rivendicazione di una capacità di guerra cibernetica emerse tra esponenti di spicco statunitensi ed atlantici durante ed immediatamente dopo una serie di attacchi ai sistemi informatici dell’Estonia, verificatisi nella primavera del 2007. Il Paese baltico, che aveva aderito alla NATO tre anni prima, accusò all’epoca pirati informatici russi degli attacchi alle sue reti governative e private, e l’accusa fu rilanciata in Occidente aggiungendovi l’insinuazione che ad ispirarli fosse il governo dell’allora presidente della Russia Vladimir Putin.
Tre anni più tardi le accuse non risultano ancora provate ma sono comunque servite allo scopo di inviare in Estonia tecnici della NATO esperti di guerra cibernetica ed istituire, a maggio del 2008, un centro di eccellenza per la Cooperative Cyber Defence nella capitale Tallin.
A marzo di quest’anno, il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, in Finlandia per promuovere il nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza, ha affermato che non è sufficiente “allineare soldati, carri ed equipaggiamenti militari lungo i confini”, riferendosi implicitamente alla clausola di mutua difesa stabilita dall’articolo 5 del Trattato istitutivo dell’Alleanza, ma che la NATO deve “affrontare la minaccia alle radici, e potrebbe essere nel cyberspazio”: lì, “il nemico potrebbe apparire ovunque”.
Si converrà che, per la loro natura, le questioni relative alla sicurezza informatica sono le più amorfe, nebulose ed eteree minacce che possano essere prospettate (ed inventate) così come sono caratterizzate da un’applicabilità quasi universale e dall’effettiva impossibilità di essere smentite.
Ciò che di meglio il Pentagono e la NATO potrebbero trovare per giustificare i propri interventi militari in giro per il mondo.

di Federico Roberti

18 agosto 2010

Venezuela: offensiva USA senza quartiere





Nelle ultime settimane, abbiamo assistito ad una serie di fatti che non sono quel che sembrano, ma fanno parte dei preparativi per un'azione militare di grande rilievo, destinata a mettere fine al governo costituzionale del Venezuela. Gli Stati Uniti stanno applicando la loro vecchia strategia del Track 1 e Track 2. La prima, prevede di destabilizzare un governo fino a provocarne la caduta; la seconda, di rovesciarlo con la forza, qualora la prima opzione non abbia dato i risultati sperati.

In Venezuela, si è applicato il Track 1 fin da quando il presidente Hugo Chávez vinse le elezioni, nel 1998, e quando divenne presidente della repubblica, nel 1999, mettendo in pratica un programma di governo che non piace e non conviene agli USA. Di fatto, già nel 2002, essi ottennero che un gruppo di militari sequestrasse Chávez e annunciasse che aveva rinunciato all'incarico di presidente.

In quell'occasione, Chávez fu portato in una base militare (dalla quale era previsto che lo trasferissero fuori dal paese) da un aereo con matricola statunitense, che risultò essere di proprietà del gruppo venezuelano Cisneros, allora proprietario dell'emittente televisiva Venevisión e di Ediciones América. Qualsiasi similitudine con ciò che è accaduto in Honduras non è casuale e, in entrambi i casi, i presidenti in nessun momento hanno rinunciato al loro incarico.

Il prossimo 26 settembre ci saranno le elezioni parlamentari in Venezuela. Il Pentagono e il Dipartimento di Stato stanno tessendo trame in tutta l'America Latina per creare le condizioni che giustifichino un colpo di stato, da attuarsi qualora l'opposizione venezuelana perdesse nuovamente le consultazioni. Così come perse consultazioni e referendum realizzati nel 1998, 1999, 2000, 2004, 2005, 2006, 2008 e 2009. L'unica consultazione persa dal presidente venezuelano, fu quella per la riforma costituzionale, nel 2008.

Attualmente, i sondaggi per le elezioni di settembre sono a favore del presidente Chávez. Gli USA intendono rovesciare la situazione e, se non vi riescono, è già pronto un apparato militare che fa pensare ad un intervento armato, appoggiato dell'ex presidente colombiano Uribe, che avrà come pretesto la presunta presenza di guerriglieri delle FARC in Venezuela.


Interventismo politico latinoamericano

Nel tentativo di ottenere che il presidente perda le elezioni, sono coinvolti settori politici latinoamericani e denaro statunitense ed europeo. Ma incominciamo dal piano Track 1.

Il 26 giugno scorso, il quotidiano cileno “El Mercurio” ha informato che il 21 di quel mese, sono arrivati nel paese 16 dirigenti dell'opposizione venezuelana che appartengono alla cosidetta “Mesa de Unidad Democrática”. Lo scopo era quello di partecipare a “un programma speciale di lavoro”, con mandatari della “Concertazione dei Partiti per la Democrazia”, che governò il Cile dalla fine del regime di Pinochet fino alla vittoria dell'attuale presidente, lo scorso marzo.

Gli oppositori al governo venezuelano volevano ottenere il beneplacito cileno al loro piano, in virtù di presunte similitudini riscontrabili, secondo loro, “fra l'attuale realtà venezuelana e quella cilena della fine degli anni '80”. Fu allora che nacque la coalizione chiamata “Concertazione”, che rovesciò il dittatore Pinochet con un plebiscito. Gli attuali “esperti” incontrati dall'opposizione venezuelana, sono ex funzionari che hanno avuto alti incarichi di governo in tale coalizione e appartengono a svariati partiti.

Vi erano, fra gli altri, il democristiano Mariano Fernández, ultimo cancelliere della presidentessa Bachelet; l'ex ambasciatore degli Stati Uniti; il socialista Enrique Correa, ex Segretario Generale del Governo dell'ex presidente Aylwin; Sergio Bitar, dirigente del Partito per la Democrazia, che fu senatore e ministro dell'Educazione nel governo di Ricardo Lagos e delle Opere Pubbliche in quello di Michelle Bachelet. Bitar fu anche ministro per le Miniere nel governo del presidente Allende.

Le manovre hanno provocato indignazione, specie in settori del Partito Socialista. Mentre altri “concertazionisti” si sono uniti alla destra nell'attaccare il presidente venezuelano e, i loro parlamentari di riferimento, si sono autodesignati osservatori elettorali per il prossimo settembre. Ciò ha creato un tale conflitto all'interno del governo che il presidente cileno ha ritenuto di dover portare la questione in parlamento.

Il dettaglio è importante, perché anche se non sembra essere coinvolto José Miguel Insulza, lo è invece il suo amico e collaboratore nella Segreteria Generale della OEA, Enrique Correa. Ossia, colui che Insulza suole designare come osservatore nelle elezioni della regione. Insulza, è stato ritenuto responsabile dal cancelliere equadoriano della rottura delle relazioni fra Colombia e Venezuela, per non avere rinviato, come gli era stato chiesto, la sessione nella quale la Colombia formulò le sue accuse.


Denaro e preparativi militari

Come d'abitudine in questi casi, gli Stati Uniti destinano grandi quantità di dollari per finanziare le proprie azioni interventiste in altri paesi. Contro il presidente Allende investirono molti milioni, come fu documentato dal congresso statunitense, e in Venezuela stanno operando nello stesso modo, anche se i concertazionisti fingono di dimenticare.
La Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED dalla sua sigla in inglese), fu creata da Ronald Reagan per legalizzare ciò che precedentemente si faceva solo sotto l'ombrello dell'Intelligence. Il denaro che viene approvato dal Congresso, si distribuisce ai paesi del sud da destabilizzare, sia attraverso le fondazioni repubblicana e democratica, sia attraverso organismi impresariali e sindacali USA.

Nel 1999, la NED distribuì in Venezuela 1.273.408 dollari, secondo quanto si legge nella sua pagina in internet. Ma non è tutto. Secondo una relazione informativa dell'istituto spagnolo FRIDE, si danno anche finanaziamenti attraverso il “Movimento Mondiale per la Democrazia”, creato dalla NED.

A questo va aggiunto ciò che si finanzia per mezzo dell'Agenzia Internazionale statunitense per lo Sviluppo (USAID); la Freedom House; la Commissione Europea e le fondazioni Konrad Adenauer e Friederich Ebert in Germania: ciascuna di queste ha dato circa 500 mila euro all'anno ai partiti venezuelani di opposizione. Per altri invii, l'ambasciata degli Stati Uniti in Venezuela, usa la valigia diplomatica e tutto si lava nel mercato parallelo. Ed è per questo che il governo venezuelano ha dettato una nuova legislazione relativamente al cambio di moneta.

Se tutto quello fin qui illustrato non conduce ad una sconfitta elettorale del governo del presidente Chávez, a settembre, tutto indica che il piano “B” è pronto a partire. In Costa Rica, il paese “senza esercito”, arriveranno quest'anno 43 navi da guerra statunitensi con artiglieria. Nelle strade di Panama ci sono già militari statunitensi, persino in uniforme, cosa che non si vedeva da quando chiusero le basi USA nel 2000. Sostengono che combatteranno il narcotraffico attraverso 15 nuove installazioni militari.

In Colombia, sono 13 le basi USA autorizzate da Uribe. In Perù, si sono appena formati eserciti navali con la partecipazione di dieci paesi del centro e sudamerica, sotto il comando degli Stati Uniti. Dove scoppierà la guerra?

di Frida Modak


Frida Modak, giornalista, fu l'addetta stampa del Presidente Salvador Allende

Traduzione dallo spagnolo di Marina Minicuci

24 agosto 2010

La morte di Mussolini


Su queste pagine, nel corso di circa due anni, abbiamo condotto una lunga controinchiesta su la morte di Mussolini, nella quale crediamo di aver dimostrato con fondate deduzioni, testimonianze attendibili e alcuni elementi oggettivi, che la “storica versione” ovvero la “vulgata” tramandata da Walter Audisio e dal Pci (fucilazione di Mussolini e la Petacci alle 16,10 del 28 aprile 1945 davanti al cancello di Villa Belmonte in Giulino di Mezzegra) è inattendibile. Il nostro, tutto sommato, non è stato un compito difficile, viste le contraddizioni e le assurdità che quella versione presentava e che già erano state denunciate da valenti storici, molto prima di noi. Quello che invece, non abbiamo fatto è il fornire una nostra ricostruzione, una nostra ipotesi su come possa essersi svolta quella misteriosa uccisione, anche se abbiamo sempre intercalato nei nostri articoli di controinformazione alcune ipotesi alternative ai fatti esaminati. Non lo abbiamo fatto in quanto, non essendo disponibili prove concrete e riscontri verificabili, la nostra “ipotesi alternativa” sarebbe rimasta come tale. Conclusa ora la nostra controinchiesta (circa 22 articoli), vogliamo addentrarci, pur con un certo disincanto e per linee generali, a fornire una nostra ricostruzione su come in realtà potrebbe essere andata quella storia. Lo faremo sintetizzando al massimo tutta la vicenda e astenendoci dal presentare le opportune dimostrazioni di quanto andiamo sostenendo, perché lo spazio concessoci non lo consente, ma chi ha seguito i nostri articoli saprà trovare i vari riferimenti. Come noto il pomeriggio del 27 aprile 1945 a Milano giunse la notizia che Mussolini era stato catturato e si trovava a Dongo nelle mani del comando della 52esima Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, uno sparuto gruppetto di partigiani che agiva nell’alto Lago, vale a dire: Pier Bellini delle Stelle Pedro, vanitoso comandante ad interim della 52esima Brigata, ex ufficiale dell’esercito badogliano, senese di nobili origini e di tendenze non comuniste; quindi Michele Moretti Pietro Gatti, un fedele comunista di vecchia data, commissario politico della Brigata; ed infine Luigi Canali Neri, un comunista idealista, atipico per quel partito e ultimamente caduto in disgrazia con il partito e con il comando Lombardo delle Brigate, tanto da essere stato condannato a morte, anche se poi la condanna era rimasta sospesa. Il Canali, ex comandante della 52esima Brigata ed ora con l’anomalo grado di capo di Stato Maggiore della stessa (conferitogli per non dover ricambiare tutti i gradi già in essere) era apparso a Dongo proprio quel pomeriggio a cattura del Duce avvenuta. In quelle zone del comasco, a parte alcune basi dei servizi anglo americani, le uniche strutture con un minimo di efficienza erano gli spezzoni della Guardia di Finanza e le cellule del partito comunista. E’ infatti dal brigadiere della G. d. F. Antonio Scappin Carlo, che da Gera Lario arrivò tra le 17 e le 18 la notizia della cattura al colonnello Alfredo Malgeri della G. d. F., e sicuramente in qualche modo arrivò alla direzione del Pci. Verso sera giunse poi la notizia del trasferimento di Mussolini, in una casermetta della G. d. F. di Germasino, pochi chilometri sopra Dongo. Quel che traspare dalla cronaca di quegli avvenimenti riportati con versioni eterogenee, contraddittorie ed edulcorate, che per la loro inaffidabilità noi aggireremo basandoci esclusivamente su fatti e conseguenze accertate, è che questa vicenda venne subito presa in mano da Luigi Longo, vice comandante del Cvl, comandante delle Brigate Garibaldi, membro del Clnai e massimo dirigente del Pci nel nord Italia. Il comandante, ma più che altro nominale, del Cvl (la struttura militare della Resistenza) è il generale Raffaele Cadorna. Era comunque auspicato da molti che Mussolini venisse eliminato alla svelta e Luigi Longo non soltanto era favorevole a una sbrigativa uccisione per convinzione di partito e personale, ma egli interpretava in Italia anche la volontà di Stalin, senza la quale il Pci non muoveva foglia, ed è inoltre oramai appurato che il Pci aveva con le “intelligence” inglesi un rapporto di stretta collaborazione (continuato da Togliatti e Churchill anche nel dopoguerra) come si evince anche dal libro del comunista Maurizio Valenzi, ebreo italo tunisino, futuro senatore del Pci e sindaco di Napoli: “Confesso che mi sono divertito”, Pironti editore 2007, laddove ricorda quando venne spedito a Napoli, prima ancora dell’arrivo di Togliatti a Salerno, a organizzare le strutture comuniste e tutta la situazione logistica e finanziaria venne organizzata dal servizio segreto inglese. Come sappiamo, sovietici e inglesi erano i più interessati alla eliminazione immediata del Duce, ma anche gli americani, che apparentemente dicevano di volerlo catturare vivo, sottobanco invece diedero opportune e segrete disposizioni alle loro missioni, per lasciarlo eliminare. Lo storico Renzo De Felice, in Rosso & Nero, Baldini & Castoldi editori 1995, afferma: “Fu molto facile per gli inglesi evitare (...) che gli americani mettessero le mani sul Duce. Fecero tutto i partigiani. Ma fu un agente dei servizi inglesi, italiano di origine, che li esortò a far presto a chiudere in fretta la partita”. Anche un altro storico, Alessandro De Felice, ha rivelato una fugace confidenza da lui ricevuta dall’allora senatore Leo Valiani che gli raccontò, pregandolo poi di non farne menzione: “La morte di Mussolini deve rimanere un mistero. Ed è meglio che sia così…, Londra ha suonato la musica, ed il Pci è andato a tempo!”. Oggi, che sappiamo il Valiani, aver avuto un ruolo, oltre che nel Clnai, anche nel Soe (il servizio segreto inglese) a cui collaborava, le sue parole assumono una certa importanza. In tutta la zona del comasco, comunque, agiscono gruppi che, dato il momento, risultano incontrollabili, mentre Mussolini è nelle mani del comando della 52esima Brigata Garibaldi dell’alto Lario, composto da elementi eterogenei e non tutti comunisti, stessa cosa per il Cln di Como. Inoltre sulle tracce di Mussolini sono lanciati gli Alleati, in particolare gli americani i quali dicono di voler catturare il Duce vivo anche se, segretamente, fanno in modo che ciò non avvenga, ma questo non è noto e poi, nonostante ciò, è probabile che se per qualche motivo una loro missione dovesse capitare sul Duce, questi verrebbe requisito e non passato per le armi. Del resto il governo del Sud e di conseguenza le strutture del Clnai e del Cvl, in ottemperanza agli accordi armistiziali sottoscritti, dovrebbe consegnare Mussolini vivo agli Alleati. Da qui tutta una serie di ordini e atteggiamenti contraddittori, che a Milano ci narrano di pareri discordi, di fantasiosi piani di salvataggio del Duce, ecc. A nostro avviso fu tutto un gioco delle parti, perché alla fin fine anche Cadorna e tutti gli altri furono concordi nel lasciar fare a Longo. Per Longo però c’è anche il problema di presentare tutte le uccisioni in un certo modo, storicamente accettabile per l’agiografia resistenziale, coinvolgendo nelle fucilazioni, quale “giustizia in nome del popolo italiano”, tutte le componenti della Resistenza, in modo da farle digerire agli Alleati e poi pesare nelle alchimie politiche e governative post liberazione (come in effetti accadde). Per prima cosa viene disposto di mettere Mussolini in un posto segreto e più sicuro. La disposizione sarà realizzata sul posto, grazie al Canali Neri (che ne consiglia il luogo), al Bellini Pedro e il Moretti Pietro, che portano il Duce in casa dei contadini De Maria a Bonzanigo, ma questa decisione così importante e delicata visto il caos di quelle ore, e con la quale si decise anche di aggiungere a Mussolini una donna, Claretta Petacci, non poteva che arrivare da Milano. Come detto pare che ci furono anche una serie di ordini contrastanti, di piani di prelevamento del Duce per consegnarlo agli Alleati, ecc., ma anche ammesso che queste storie siano veritiere, contano poco, perché quel che conta fu la decisione di portare Mussolini in un luogo segreto. Per esigenze operative, ma anche politiche, venne quindi allestita, a sera tarda del 27 aprile, una missione ufficiale del Clnai – Cvl, al fine di giustificare l’eliminazione del Duce e degli altri elementi della RSI rispetto alla Storia, a tutte le componenti della Resistenza ed agli Alleati: è da Longo incaricato il colonnello Valerio, alias Walter Audisio un ragioniere in forza come Ispettore nella segreteria del Comando del Cvl e in quelle ore addetto alla Polizia di piazza, comunista, ma rappresentativo di tutto il Comando, anche se di scarse attitudini militari. Ad Audisio viene affiancato Aldo Lampredi Guido Conti, alto dirigente del Pci, uomo di ben altro spessore politico e già agente del Komintern. A costoro è anche assegnato un plotone di 12 partigiani, prelevati da quelli delle Divisioni dell’Oltrepò e posti al comando di Alfredo Mordini Riccardo, un ex miliziano di Spagna e Francia. Audisio, a nome del Clnai, ha ufficialmente un ordine del CVL e di Cadorna: quello di recarsi a Dongo e requisire Mussolini e gli altri prigionieri e quindi tradurli a Milano. In realtà Audisio ha invece la disposizione segreta di fucilarli sul posto e portarne i cadaveri a Milano per esporli in Piazzale Loreto dove li attenderanno circa 12 postazioni dei cineoperatori americani, che saranno predisposte (essendo ben informati) dalla sera del 28 aprile, pronte ad immortalare il barbaro scempio per le loro esigenze di propaganda cinematografica. Lo scopo omicida della missione di Audisio, almeno nelle sue linee generali, sarà a conoscenza o intuito dai più importanti comandanti e dirigenti del Comando Cvl (Raffaele Cadorna, Giovanni Stucchi, Vittorio Palombo, ecc.), dei comandanti e commissari delle Divisioni dell’Oltrepò (Italo Pietra, Luchino dal Verme, Paolo Muriali, Alberto Cavallotti, ecc.) e del Comitato Insurrezionale antifascista (Sandro Pertini, Leo Valiani e Emilio Sereni) anche se poi, per opportunità politica, alcuni di costoro faranno il pesce in barile affermando di non sapere bene come stavano le cose. Resta il fatto che la missione di Audisio, per ottemperare a tutti i suoi compiti, storici e politici, oltre che militari, deve giocoforza passare per Como, in Prefettura, dove dovrà imporsi alle autorità locali (Cln) che certamente non gradiscono di vedersi sottrarre i preziosi prigionieri, quindi ai comandi di Brigata di Dongo che hanno in mano i prigionieri stessi. Una evidente lungaggine di tempi. Ed in effetti Audisio e il suo plotone viene fatto partire verso le 7 di mattina del 28 aprile (alquanto tardi), con meta Dongo, via Como, e nessuno gli dice che Mussolini a Dongo oramai non c’è più essendo stato trasferito notte tempo, perché evidentemente, nel frattempo, si stava provvedendo per Mussolini anche in diverso modo. E’ infatti ovvio che Longo, dati i necessari tempi e scopi richiesti dalla missione di Audisio e non potendosi fidare del momentaneo nascondiglio notturno del Duce, incarica anche qualcun altro ovvero spedisce a Como e poi a Bonzanigo in casa dei contadini De Maria dove sono nascosti Mussolini e la Petacci, qualche altro elemento, militarmente efficiente, affinché prenda subito in mano la situazione e la tenga sotto controllo. Se il caso lo impone, fucili immediatamente Mussolini, ma se possibile ne coordini gli eventi con la missione di Audisio in modo che questi possa poi fucilare regolarmente in tranquillità e sicurezza tutti i prigionieri, Mussolini compreso. Questo diversivo è rimasto misterioso, ma non ci sono dubbi e del resto è logico che Longo faccia questo e, come vedremo, lo dimostrerà anche il suo successivo atteggiamento. E’ difficile stabilire se gli elementi per questo secondo e segreto incarico partano da Milano o siano stati reperiti via telefono sul posto (Como), oppure ancora è questo un incarico che venne affidato segretamente allo stesso Aldo Lampredi a latere della sua missione con l’ignaro Audisio. Come sappiamo, infatti, Lampredi arrivato a Como in Prefettura con Audisio poco dopo le 8, mentre questi è alle prese con interminabili discussioni con le autorità locali, svicola e portandosi via l’automobile, l’autista e il comandante della scorta Mordini (Riccardo), va in federazione Comunista e riapparirà solo molte ore dopo a Dongo (ore 14,10) quasi in contemporanea con Audisio e il resto del plotone giunti per conto loro. Fatto sta che, tra poco prima delle 6 e le 7 della mattina del 28 aprile, erano giunti a Como, in federazione comunista dove trovasi i massimi dirigenti locali del partito (Dante Gorreri Guglielmo e Giovanni Aglietto Remo), Luigi Canali Neri e Michele Moretti Pietro i quali informarono di aver nascosto Mussolini poche ore prima e a poco più di 20 chilometri da Como. Sappiamo che a costoro venne detto che occorreva informare il partito a Milano per avere ordini, poi però non sappiamo più nulla mentre, secondo la “storica versione”, i due componenti della 52a Brigata furono tranquillamente lasciati andar via senza disposizioni (l’altro comandante non comunista, il Pier Bellini delle Stelle Pedro, lasciati Mussolini e la Petacci nella casa di Bonzanigo se ne era invece tornato, tranquillo e spensierato a Dongo). Da tanti particolari e dalla logica stessa di quegli avvenimenti, non è credibile che il Canali e il Moretti, a conoscenza del luogo dove trovasi Mussolini e in grado di arrivarci perché conosciuti dai due guardiani armati rimasti in quella casa, siano stati lasciati andar via. E’ invece logico che si fermarono in federazione ad attendere qualche “arrivo” da fuori ed è anche evidente che la direzione comunista a Milano venne in poco tempo informata della situazione. A questo punto, attenendoci ai fatti, dobbiamo sottolineare alcuni particolari importanti. 1. Longo a Milano sembra come se, da questo momento in poi, non gli interessi più il problema Mussolini. Neppure informa Audisio (quando questi alle 11 telefona dalla Prefettura di Como per lamentarsi delle resistenze e boicottaggi che ivi sta trovando) che Mussolini non si trova più a Dongo e successivamente (verso le 14, pur ignaro di che fine abbia fatto Audisio) se ne va tranquillamente ad incontrare Moscatelli arrivato a Milano con le sue divisioni della Valsesia e nel pomeriggio terrà anche un comizio in piazza Duomo. 2. Stessa cosa sembra fare il Bellini delle Stelle a Dongo: si disinteressa di Mussolini, del suo precario nascondiglio in quella casa a lui fino ad allora sconosciuta, dei due guardiani armati lasciati da ore lì dentro, di ogni imprevisto che potrebbe accadere e anche del fatto che qualcuno degli altri (i comunisti Moretti o Canali) gli possa soffiare il prezioso prigioniero. Ed analogamente si comportano Moretti e Canali visto che si vorrebbe far credere che andati via dalla federazione comunista per conto loro, arrivano spensierati a Dongo prima delle 14. Insomma se non fosse arrivato Audisio, alle 14,10 a Dongo, tra l’altro inaspettato, a reclamare i prigionieri, fino a quando tutti costoro avrebbero ignorato il “problema Mussolini” che la notte precedente pareva essere così urgente e critico? E’ evidente che a Mussolini si era già provveduto anche a prescindere dalla missione di Audisio! Abbiamo ora due importanti e decisive testimonianze: quella della signora Dorina Mazzola, all’epoca diciannovenne abitante a Bonzanigo a poco più di 100 metri da casa De Maria, e quella di Savina Santi la vedova di Guglielmo Cantoni Sandrino, il più giovane dei guardiani rimasti in casa dei De Maria. Quindi, oltre alla ricostruzione di una possibile dinamica balistica di quella fucilazione, abbiamo alcuni rilievi che è stato possibile fare sulle foto del vestiario trovato sul cadavere del Duce e su lo stivale destro con la chiusura lampo saltata. Ne risulta che il Duce venne attinto da 9 colpi sparati da almeno due tiratori, che il giaccone era privo di buchi e quindi è stato messo addosso ad un morto dopo una “finta fucilazione”, e lo stivale dx non poteva essere calzato per camminarci ed essere portati sul luogo dell’esecuzione. La signora Dorina Mazzola raccontò di aver udito, intorno alle 9 del 28 aprile, un paio di colpi di pistola provenienti da casa De Maria. Quindi vide scendere, un uomo calvo, con la sola maglietta di salute a mezze maniche, che si trascinava a piccoli e difficoltosi passetti verso il cortile dello stabile, fuori della sua portata visiva. Nel frattempo udì una donna, affacciatasi ad un finestrone della casa, strillare e chiedere aiuto, ma ricacciata dentro a viva forza, oltre a strilli e lamenti dei coniugi De Maria. Poi una sparatoria nel cortile. La Mazzola infine assistette anche, proprio dietro casa sua e intorno alle 12, all’uccisione proditoria di una giovane donna che camminava davanti ad un gruppo di partigiani e che seppe poi trattarsi di Claretta Petacci. La signora Santi invece diede altri particolari alquanto precisi: “Mussolini e la Petacci non sono stati uccisi nel pomeriggio e davanti al cancello di Villa Belmonte. Mio marito mi disse che quella mattina lui si trovava di guardia alla stanza dove c’erano i prigionieri, quando vide salire le scale Michele Moretti e altri due partigiani che non aveva mai visto né conosciuto. I tre gli ordinarono di restare sul pianerottolo fuori della stanza ed entrarono nel locale. Mio marito, restando sul pianerottolo, udì uno dei tre che diceva: “adesso vi portiamo a Dongo per fucilarvi”, e un altro gridare: “No, vi uccidiamo qui!”. Poi mio marito udì altre voci concitate, le urla della donna e colpi d’arma da fuoco..., ma non so dove li hanno uccisi con certezza, credo però che lo sappia un altra persona che ebbe la confidenza da mio marito” (per queste testimonianze vedere G. Pisanò: “Gli ultimi 5 secondi di Mussolini”, il Saggiatore 1996). Dunque ricapitolando: intorno alle 9 del mattino, mentre Audisio ignaro si trovava a litigare con quelli del Cln a Como, un paio di individui venuti da fuori, accompagnati da Michele Moretti, salirono nella stanza dove erano il Duce e la Petacci. Erano gli elementi spediti da Longo affinché prendessero sotto controllo Mussolini, se necessario lo fucilassero subito, ma preferibilmente lo gestissero in attesa che Audisio, compiute le sue incombenze, potesse fucilarlo pubblicamente. E’ chiaro che invece la rabbiosa irruzione in camera determinò la reazione di Mussolini e della Petacci e il Duce, a seguito di una colluttazione, rimase ferito al fianco e forse al braccio. Fu il medico legale Aldo Alessiani, a far notare che la distanzialità, la ravvicinatezza e l’inclinazione di alcuni colpi che avevano attinto il Duce, erano chiaramente il frutto di colpi sparati a bruciapelo durante una colluttazione. La Petacci stessa presentava sotto la palpebra dell’occhio destro una ecchimosi quale esito di un colpo preso in vita sul viso. In conseguenza di questo “imprevisto” occorso in quella stanza, Mussolini diventava chiaramente intrasportabile e impresentabile per una pubblica fucilazione in piazza. Venne quindi immediatamente ammazzato e a quanto sembra gridò in faccia ai suoi assassini “viva l’Italia!, come raccontò, con sofferta confidenza, Michele Moretti 45 anni dopo (G. Cavalleri “Ombre sul lago”, Piemme 1995). Mussolini dovette poi anche essere rivestito alla bene e meglio. Ecco perché ne risultò la inspiegabile anomalia che mentre a Dongo, Audisio pretese rabbiosamente di fucilare i prigionieri alla schiena e davanti a donne e bambini, Mussolini sembrava avere avuto la concessione di una fucilazione al petto e per giunta di nascosto da tutti. La successiva morte della Petacci, in parte accidentale (a quanto sembra venne uccisa con una raffica alle spalle tirata da un partigiano esagitato), complicò ancor più le cose. Fu quindi necessario nascondere i cadaveri nel garage dell’albergo Milano, lì vicino sulla via Albana, ed allestire poi una messa in scena con una finta fucilazione del pomeriggio davanti al cancello di Villa Belmonte (dove infatti i cadaveri apparvero già in stato di rigidità cadaverica indice di una morte precedente di alcune ore) per aggiustare, in qualche modo, tutta la vicenda. Si predisposero le cose per la sceneggiata, allestendo qualche piccolo posto di blocco e spedendo i pochi abitanti del circondario sulla sottostante provinciale, con la falsa voce sparsa in giro che nel primo pomeriggio vi sarebbe passato Mussolini prigioniero. Tutti fatti oggi accertati. Tutto questo è rimasto in buona parte e per anni imperscrutabile, non solo perché venne difeso sul posto con l’imposizione minacciosa di un silenzio richiesto a tutti i residenti di quelle parti, ma anche perché questo “diversivo”, in parte, venne coperto da una finta “fucilazione” davanti al cancello di Villa Belmonte alle 16,10, udita da molti. Nella esaltazione di quelle ore eccezionali, nella ridda di voci incontrollate che presero a girare, si creò una suggestione collettiva. Resta purtroppo ancora misterioso il nome di coloro (almeno due) che uccisero vigliaccamente Mussolini in quel cortile della casa. Di sicuro c’era Michele Moretti, ma non sappiamo se ha sparato e se potesse esserci anche Aldo Lampredi, che come abbiamo visto era svicolato da Audisio a Como, ma non è detto che poté arrivare in tempo (in pratica Mussolini venne ucciso in un orario che oscilla tra poco dopo le 9 e poco prima della 10). Certo è che Lampredi arrivò comunque in mattinata a Bonzanigo e dovette caricarsi l’onere della sceneggiata pomeridiana (in collaborazione con Audisio), trovando per di più il cadavere inaspettato della Petacci. Disse significativamente l’ex direttore dell’Unità nel ’44 ed esponente comunista Celeste Negarville: “Con la Petacci Lampredi non c’entra. La Petacci è stata uccisa altrove. Lampredi si trovò un cadavere in più, che non era nel conto” (M. Caprara: “Quando le botteghe erano oscure”, Il Saggiatore 1997). Oppure fecero tutto elementi reperiti nel comasco, se non nella stessa federazione del Pci di Como, oppure, ipotizzò lo storico Renzo De Felice “un gruppo di comunisti milanesi”, o ancora come raccontò in televisione pochi anni addietro Francesco Cossiga, che evidentemente aveva raccolto confidenze: “un dirigente comunista milanese fatto poi espatriare dal Pci in sud America”. Certamente non c’era Walter Audisio. Scrisse Sandro Pertini nel 1975 al regista Carlo Lizzani autore del film “Mussolini ultimo atto” che tanto aveva contribuito al diffondersi della “vulgata”: “...e poi non fu Audisio a eseguire la “sentenza”, ma questo non si deve dire oggi” (C. Lizzani: “Il mio lungo viaggio nel secolo breve”, Einaudi 2007). Più di questo, al momento, non è possibile attestare con un minimo di concretezza.



di: Maurizio Barozzi


Democrazia...



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Secondo Winston Churchill la democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre che si sono rivelate inapplicabili. Per Lenin, invece, la democrazia è il migliore involucro della dittatura del capitale. Personalmente propendo per la versione di Lenin e, del resto, lo stesso ufficiale inglese in altra occasione dirà, dando sostanzialmente ragione al leader bolscevico, che la democrazia funziona quando le idee di pochi riescono a soddisfare i pochi che contano. Ne consegue che in democrazia c'è “poca democrazia”, mentre quello che noi identifichiamo come governo del popolo è solo la proiezione ideologica di un'oligarchia di fatto, mascherata dalla delega del voto popolare ogni tot di anni. Non per niente, la tanto osannata Costituzione italiana non fa altro che avvalorare questo passaggio laddove stabilisce che ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita tutte le sue funzioni senza vincolo di mandato. Ovverosia, il parlamentare appena eletto può definitivamente farsi i fatti suoi e quelli della cricca alla quale appartiene, in nome della Nazione (entità astratta) e delle sacre istituzioni della Repubblica.
C’è poi chi per convincerci che la democrazia può essere ancora salvata si cimenta nelle “esercitazioni di scuola” ed impugna a mo’ di vanga e rastrello la matita blu e quella rossa per sanzionare gli errori altrui e illuminarci sul vero bene (Viandante! Sai chi sono i più abili cospiratori e i più eccellenti despoti? Sono coloro che dicono questo è giusto e questo è sbagliato, e che salgono al trono di ciò che chiamano giusto, e poi il giusto incatenano con una legge). Ma la logica qui va a farsi benedire del tutto mentre il paralogismo diventa sovrano assoluto del discorso. Alberto Asor Rosa, uno di questi maestrini della “democratura”, si è lanciato su Il Manifesto in una alta lezione per spiegare a noi poveri mortali il senso di questo concetto, non prima di averlo svuotato di contenuto e riempito di partigianeria subdola e vigliacca. La premessa del letterato è (mi scuso per la lunga citazione ma è inevitabile per comprendere appieno il grado di perversione di questi intellettuali sbandati e giurassici) che nel nostro paese esiste un “bubbone maligno, che distrugge l'Italia, diffonde la corruzione, spazza via il gioco democratico, fa vacillare le istituzioni e le regole, distrugge l'informazione, sottomette tutti i rapporti di classe al gioco dei potenti, è Berlusconi, è il governo in mano a Berlusconi, è il berlusconismo. Se è vero questo - se cioè la premessa regge -, allora il compito politico e civile primario è trovare il modo di sbarazzarsene, altrimenti ogni altro discorso più corretto, più profondo, più giusto - persino quello riguardante un corretto conflitto politico -, non sarà più (mai più?) possibile. Per sbarazzarcene, in Parlamento e nel paese, non ci vuole meno di un amplissimo schieramento di forze, che si riconoscano in un programma di «ricostruzione democratica» e si aggreghino per questo; e siano per ciò stesso in grado di mettere in moto un ancor più vasto schieramento di forze sociali e civili, che pure ci sono e aspettano solo che qualcuno dia loro la possibilità di mettersi direttamente alla prova. Siccome è sempre più evidente che il berlusconismo è in realtà un berlusconi-leghismo, bisognerà, per reggere il contrasto, che sarà formidabile, che ne facciano parte senza esclusioni tutte le altre forze che in questi anni non hanno avuto a che fare con l'orrida tabe o recentemente se ne siano liberate, dall'estrema sinistra all'Udc, a Rutelli, a Fini e ai finiani… Se [Berlusconi]va alle urne con l'attuale legge elettorale, vince comunque, quale che sia la forma in cui l'opposizione si presenterà, compresa quella bipartita (centrosinistra + centro moderato), da taluni non si sa perché auspicata. E andrà alle urne legittimamente, nonostante le giuste proteste di Napolitano, se si dimostrerà che in Parlamento non c'è una maggioranza alternativa. Ma non ci sarà una maggioranza alternativa se Berlusconi riassorbirà, come sta tentando di fare, la dissidenza. Quest'ultima è la prospettiva peggiore, e attualmente non è del tutto esclusa se non si lavora tenacemente in direzione contraria. Dunque, nelle prossime settimane, si decide il nostro destino dei prossimi quindici-vent'anni: perché se Berlusconi finisce indenne la legislatura, rivince di sicuro le elezioni…
Quindi, dice Asor Rosa, è meglio affidarsi ad un governo di larghe intese (guidato da banchieri o giureconsulti), non eletto da nessuno e frutto dei complotti parlamentari piuttosto che tenerci l’attuale esecutivo. Ma, soprattutto, com’è giusto che avvenga in un regime democratico, è imperativo categorico e morale quello di evitare le urne finché non si sarà neutralizzato il Cavaliere che altrimenti rischia di vincere di nuovo. Capito l’antifona? Bel modo di affrontare le regole democratiche; perché sia chiaro a tutti che il popolo non conta un cazzo e prima di farlo esprimere su qualsiasi cosa è necessario ridurre le opzioni sulle quali esso dovrà mettere la propria crocetta. Guidare il popolo come un bambino verso ciò che va bene ad Asor Rosa e ai suoi compari di partito, questo inseguono i piagnoni di sinistra preoccupati per le sorti del Paese.
Asor Rosa è sola la versione aulica e intellettualoide della merda democratica che ci propina l’accolita brigantesca piddina; poi vi sono i veri sognatori del “mondo migliore” e dell’esotismo democratico come Veltroni, il quale deve allungare il suo sguardo oltreoceano per imbambolare sé stesso e chi gli sta accanto. Ma in America le cose non vanno tanto meglio. I vari Clinton, Obama, e il resto della genia dei leaders democratici sono altrettanti cialtroni con i denti aguzzi che fanno strame della libertà e dei principi della rappresentatività popolare. Per H.S. Thompson giornalista e scrittore statunitense il politico è una razza a parte che compra e vende voti sul mercato elettorale ricorrendo a qualsiasi nefandezza. Questo mercato si chiama appunto democrazia, luogo dove le pratiche scorrette e i conflitti all’ultimo sangue sono all’ordine del giorno e dove vige la legge ferrea del mors tua vita mea. Secondo Thompson negli ultimi trecento anni nulla è cambiato negli Usa come si evince da una lettera di un deputataamericano riportata nel suo testo “Meglio del sesso. Confessioni di un drogato della politica”:
Anthony Henry, deputato per South Hampton dal 1727 al 1734, ha detto la parola definitiva sulla politica quando ha scritto questa terribile lettera ai suoi squallidi elettori avvertendoli di non cercare di metterlo in culo all'esattore delle tasse...
“Egregi signori,
ho ricevuto la vostra lettera relativa all'imposta indiretta e sono ancora sorpreso della vostra insolenza per avermi scritto. Voi sapete, come lo so io, che ho comprato questo collegio elettorale. E conoscete anche, come la conosco io, la mia attuale intenzione di rivenderlo, e sapete anche, nonostante pensiate che io non lo sappia, che vi state guardando in giro in cerca di un altro acquirente, ma io so ciò che voi certamente non sapete, cioè che ho trovato un altro collegio elettorale da comprare. Riguardo a quanto avete detto sull'imposta indiretta: che la maledizione di Dio ricada su tutti quanti voi, e possa rendere le vostre case aperte e disponibili agli esattori delle imposte così come aperte e disponibili sono sempre state le vostre mogli e le vostre figlie nei miei confronti mentre avevo l'onere di rappresentare questo vostro collegio elettorale fatto di canaglie...”
Tutto chiaro? Altro che yes we can e we have a dream. Che gli imbonitori di sinistra vadano a raccontare le loro storie in un altro paese. Peraltro, non erano loro che si vergognavano di vivere in Italia? Fuori dalle palle allora!

di Gianni Petrosillo

23 agosto 2010

L'Italia è diventato un Paese in cui non si può più né vivere né morire




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Il sindaco di Verona , Tosi, ha elevato da 36 a 500 euro le multe per chi avvicina le prostitute in strada. Poiché in Italia la prostituzione non è ancora un reato, e probabil mente non lo sarà mai in modo ufficiale (altrimenti oltre a colpire il mercimonio da strada, come si cerca di fare ora, si dovrebbe andare ad indagare su certi traffici, più sofisticati, come quello di dare una ragazza una particina in qualche fiction in cambio di una prestazione sessuale, che a onor del vero sono molto più squallidi e gravi della prostituzione classica perché si basano sul ricatto), l'escamotage per punire i clienti delle lucciole sta nel fatto che, con le loro macchine ferme, ingombrano il traffico. Dopo il decreto Maroni che dà amplissimi poteri ai sindaci per colpire, fra gli altri, "i comportamenti che offendono la pubblica decenza", molti amministratori comunali hanno seguito l'esempio di Tosi e sicuramente molti altri lo faranno. A Trento, invece è stato fermato un padre che stava fil mando suo figlio in una piscina comunale. Motivo? Insieme al figlioletto che dava le prime bracciate aveva inquadrato anche altri bambini seminudi , cioè in costumino da bagno, ed era quindi sospetto di pedofil ia.Stiamo vivendo un'epoca vittoriana, e non solo in campo sessuale. Sempre a Verona è vietato consumare alcol fuori dai bar (alla prima bottiglia fan 100 euro alla terza 500), dormire all'aperto, sbocconcellare panini per strada; girare a torso nudo, bagnarsi nelle vasche pubbliche. Il mullah Omar era più permissivo. Il sindaco di Vicenza dal canto suo, ha imposto la solita multa di 500 euro (che, se non sbaglio, fan quasi un mil ione delle vecchie lire) "per camper e roulotte che trasformano la sosta in un bivacco", mentre quello di Novara ha vietato le passeggiate notturne nei parchi se si è in più di due (il che equivale, più o meno, a quella di sposizione del regime fascista che considerava "adunata sedi ziosa" un capannello di più di cinque persone). Sono noti poi i limiti sempre più feroci e generalizzati imposti al consumo di alcol e al fumo, non solo a tutela dei soggetti passivi ma anche di quelli attivi, perché chi fuma in un parco (come è capitato a un rumeno di 54 anni che si è visto appioppare, a Verona , una multa di 50 euro) non danneggia, se danneggia, altri che sè stesso cosa che se non vogliamo tornare allo "Stato etico" che decide per i cittadi ni, di hegeliana e fascista memoria, contro il quale hanno tuonato, in questi anni, proprio gli intellettuali del centrodestra, dovrebbe stare nella sua piena libertà. Altri limiti simil -Tosi dobbiamo aspettarci dal recentissimo decreto Maroni che dà ai sindaci poteri più forti di quelli del prefetto. E a Firenze, a Venezia, a Trento e in altre città è vietato chiedere l'elemosina, cosa che non si era mai vista prima, neppure, anzi, nei "secoli bui" del Medioevo, in nessuna società del mondo (ad eccezione della Russia sovietica).
Non ci sono mai stati tantiverboten e limiti alle libertà indi viduali come nell'epoca presente e in questo regime, non importa se governato dalla destra o dalla sinistra, dove tutti si di chiarano liberali. Ma il culmine si è raggiunto con la vicenda di Eluana Englaro dove il Parlamento (il Parlamento!), in versione quasi bipartisan, vuole impedi re, nonostante una decisione in contrario del Tribunale, ad una povera donna in coma da sedi ci anni di andare incontro alla sua morte naturale.Di questo passo si finirà a decidere della vita e della morte di una persona per referendum.
E l'Italia è di ventata un Paese dove non si può più né vivere né morire.

di Massimo Fini

22 agosto 2010

Wall Street non sta morendo, è già morta!



Questa è la settimana in cui Wall Street è morta di fatto. Il sistema della Federal Reserve che stava già tentando altri salvataggi dopo una serie di salvataggi monetari iperinflazionistici praticamente a tassi zero, ha ora dichiarato la propria intenzione di varare la più drastica replica della stessa politica monetaria iperinflazionistica che condusse al crollo dell’economia della Germania di Weimar durante l’estate e l’autunno del 1923.

E’ indicativo il fatto che coloro che esortano l’EIR a pubblicare un’analisi monetarista delle chance di ripresa di Wall Street abbiano avuto sempre torto in tutti i pronostici e suggerimenti da loro presentati, a quanto ne so, negli ultimi due decenni. Neanche uno di questi benintenzionati ciarlatani ha mai affrontato gli effetti post-1987 delle frodi monetarie intrinsecamente inflazionistiche di Alan Greenspan dal punto di vista dell’unico metodo di previsione che abbia avuto successo negli ultimi decenni, il metodo dei pronostici basati sull’economia reale che fornisco da decenni.

Per quelle persone ragionevoli che desiderano onestamente sapere i fatti essenziali, bastino i seguenti per il momento.

Subito dopo lo sbarco in Normandia guidato con successo dagli Stati Uniti, sia i vertici militari americani che quelli tedeschi sapevano che il regime di Hitler era praticamente finito. Tale consapevolezza condusse alla rivolta contro il Presidente Franklin Delano Roosevelt sostenuta da Wall Street e attuata dalla stessa banda di interessi finanziari di Wall Street e Londra che non solo odiavano Roosevelt, ma si era unita alla Banca d’Inghilterra nel mettere al potere Adolf Hitler, fino a quando Winston Churchill non cominciò a strillare per ottenere l’aiuto militare ed economico degli Stati Uniti di Franklin Roosevelt contro Hitler (“Non contraddirmi amico. Sono stato in quella guerra e conosco molto bene tutti i fatti essenziali di questa faccenda”).

In Francia, la stessa feccia di Wall Street e Londra che aveva portato al potere Hitler in Germania negli anni Venti e Trenta, tornò molto rapidamente alla stessa politica economica e sociale filo-fascista.

Non mi sorprese il sostegno dato da Wall Street alla candidatura di Harry S. Truman alla vicepresidenza. La notte in cui giunse la notizia della morte di Roosevelt [mi trovavo] nel teatro bellico di Cina-Birmania-India e risposi alle domande di un gruppo di commilitoni: “Finora abbiamo vissuto questa guerra sotto un grande presidente. Ora, egli è stato sostituito da un piccolo uomo, ed ho paura di quello che ci accadrà”. Nel 1947, inviai una lettera al Generale Dwight Eisenhower, allora presidente della Columbia University, indicando i motivi per cui lo esortavo a candidarsi alle elezioni presidenziali del 1948. Rispose dicendo in sostanza “non in questo momento” e in seguito compresi il suo ragionamento.

Nel lasciare il teatro di guerra Cina-Birmania-India circa un anno dopo la fine della guerra in Europa, sapevo che la feccia di Wall Street legata a Londra era il nemico mortale a lungo termine della nostra nazione. Ciononostante, gli Stati Uniti erano troppo potenti, e la memoria storica dei cittadini statunitensi troppo forte, perché i britannici potessero riassumere il ruolo imperiale che avevano svolto nel mondo dal trionfo della Compagnia Britannica delle Indie Orientali nel febbraio 1763. Gli Stati Uniti rimasero potenti fino a quando l’assassinio del Presidente Kennedy non spianò la strada all’inizi della lunga guerra che Kennedy aveva impedito finchè era in vita. I successivi dieci anni di guerra in Indocina fecero crollare gli Stati Uniti nel modo desiderato dalla Londra imperiale.

Nell’estate del 1971, durante l’amministrazione del Presidente Richard Nixon, ci furono due sviluppi cruciali. Prima di tutto il ruolo di Arthur Burns nell’annullare l’accordo di Bretton Woods del 1944. In secondo luogo l’azione del britannico Lord Jacob Rothschild nell’utilizzare il crollo del sistema di Bretton Woods per lanciare quello che divenne il Gruppo imperiale Inter-Alpha, un gruppo il cui influsso controlla attualmente quasi il 70% delle operazioni bancarie e finanziarie del mondo. Tale gruppo, che di fatto attualmente possiede Wall Street, ed anche il Presidente Barack Obama e la sua amministrazione, ha messo in piedi la bolla speculativa di quadrilioni di dollari di denaro puramente fittizio, da Monopoli, nella forma di derivati finanziari ed altre truffe simili.

Nello sforzo di tenere in piedi questa gigantesca massa di quadrilioni di dollari nominali controllati dagli anglo-americani - il “denaro da Monopoli e da casinò chiamato derivati e simili” - fornendo il necessario margine di sostegno a tale massa di valuta da gioco, i truffatori di Londra e altrove della stazza di Alan Greenspan hanno prosciugato quello che restava degli Stati Uniti e dei suoi cittadini, superando le follie di Maria Antonietta e suo marito che distrussero gran parte dell’Europa continentale fino e oltre il periodo delle guerre napoleoniche.

Il risultato è che questa settimana la Federal Reserve ha indicato che è stato raggiunto uno stato di disperazione monetarista tale per cui la Fed è ora disposta a scatenare al di là dei confini degli Stati Uniti stessi quello che i predatori britannici e francesi negli anni Venti vararono come la crisi da crollo iperinflazionistico della Germania di Weimar.

Senti bello. Che cosa induce persone sciocche come te a discutere le difficoltà che incontra la Federal Reserve? Che diavolo proponi di fare? Mandare una corona di fiori al funerale di Wall Stree.
di Lyndon H. LaRouche, Jr.

21 agosto 2010

Crisi e sintesi

Un articolo da non perdere, una lucida visione, una realtà nascosta, sempre...

Porre la magistratura sotto il controllo politico. E' troppo facile per un servizio segreto infiltrare i magistrati ed abbattere qualsiasi governo. Esistono gia' le elezioni, per abbattere i governi, punto. E' cosi' in Francia e adesso hanno seguito Brasile, Cile, Venezuela, dopo che puntualmente qualche corte del cazzo ha iniziato ad attaccare il governo eletto. In democrazia l'investitura popolare prevale su qualsiasi altro potere, punto. Altrimenti e' un regime dei giudici.

Mi chiedono da piu' parti come mai , come ho menzionato, se non si tratta di meriti particolari, allora l' Italia abbia resistito alla crisi in maniera migliore rispetto a molti altri paesi. Gli USA cadono tutt'ora a picco (nonostante le favole di Obama) , e il rating di Moody's al debito UK dimostra solo che Moody's racconta favole, mentre la Germania fatica a trasformare l'aumento del PIL in benefici per la popolazione. Che cosa caratterizza il nostro paese?

Scordatevi minchiate come "tradizione", "cultura", "mentalita'", ed altre seghe. Gli effetti materiali derivano da cause materiali, punto. Se posso quantificare un effetto, devo poter quantificare la causa. Se un effetto quantificabile viene da una causa non quantificabile, per quanto mi riguarda e' un evento casuale.

Quali sono le cause materiali? Principalmente, il nostro ordinamento in materia di economia, che si e' evoluto in maniera particolare.

Dopo il 1945, il mondo fu ricostruito secondo i dettami di due potenze, che erano USA e URSS. Poiche' sull'occidente l' URSS era un incumbent, ma non aveva influenza diretta, la geometria dell'occidente fu in gran parte disegnata dagli USA.

Qual'e' il posto che , secondo gli USA, devono occupare i paesi latini nel mondo? Basta osservare cosa sia successo nei paesi latini sotto la loro influenza totale. Dittature protofasciste o esplicitamente fasciste, come in Argentina, colonizzazione economica, poverta' e cartelli criminali. Con la sola esclusione di Cuba, finita sotto l'influenza sovietica, questo e' stato il destino di tutti i paesi latini sotto l'influenza anglosassone, per la semplice ragione che questa e' la visione, il progetto, il piano che gli anglosassoni hanno in mente riguardo al mondo.

Domanda: come mai l' Italia non e' finita allo stesso modo? La risposta e' che stava per finirci, ma sono intervenuti due fattori che hanno "legato le mani" agli americani.

Il primo fattore e' che in Italia c'era una fortissima presenza del PCI, e quando fu data alle stampe la notizia dell'inesistente golpe di De Lorenzo , dall URSS arrivo' puntuale l'ordine di mobilitazione. Gli americani capirono in quel momento che se avessero dato l'ordine di un classico colpo di stato in stile sudamericano, immediatamente ci sarebbe stata una mobilitazione di piazza, ed immediatamente l' Italia sarebbe passata, paradossalmente, sotto il controllo dei sovietici.

Questo primo test, ed i suoi esiti, fecero rizzare i capelli in testa alla CIA, che decise di NON usare la medicina sudamericana del dittatore fascista in Italia.

Il secondo fenomeno, arrivato piu' tardi, fu quello della lotta armata. Ufficialmente i russi non c'entravano, ma era chiaro che se l'Italia fosse diventata una dittatura sotto il controllo del solito Pinochet italiano, avrebbero potuto finanziare i "partigiani" ufficialmente, dal momento che sarebbe stato possibile far digerire come "partigiano" l'uomo delle BR.

I punti di rischio, per gli USA, erano due: gestire l' Italia come avevano gestito il sudamerica , cioe' con colpi di stato e dittatori "amici" era rischioso perche' esisteva il pericolo concreto di rivolta dei comunisti, e conseguente contro-colpo di stato.(1)

All'epoca non potevano neanche usare la magistratura per abbattere il governo , perche' l'alternativa sarebbe stata ancora il PCI, che non aspettava altro. La magistratura, ai tempi, si occupava proprio di sindacalisti e comunisti, al punto che i compagni di D'Alema definirono i giudici "sepolcri imbiancati" ancora nel 1982.

Di conseguenza, l' italia ha vissuto fino al crollo del blocco sovietico quasi immune dalla "cura americana", la cura a base di vuoto di potere e/o colpi di stato che gli americani riservano ai paesi latini, e che e' il marchio della loro influenza. Quando un paese latino diventa simile al Messico o all' Argentina, potete stare certi che dietro c'e' la CIA.

Immuni dal potere del governo USA, che non interveniva per timore dei russi, l'estabilishment italiano doveva comunque competere con lo strapotere di una serie di "competitori", i quali avevano dalla loro parte i governi che facevano le regole. Quello che il potere economico italiano fece fu di stabilizzare negli anni un diritto commerciale, fiscale e privato che aveva un solo scopo: conservare l'esistente nelle mani degli italiani, perche' qualsiasi passaggio di mano implicava il rischio di uno straniero che , con il suo strapotere finanziario, colonizzasse il paese svuotandolo, come e' successo al Messico e all' Argentina.

Fino al crollo dell'impero sovietico, cioe', l'economia italiana si basava su alcuni grandi pilastri, appositamente concepiti per tenere fuori la grande finanza di Londra e New York, ed impedire che il paese facesse la fine dei paesi sudamericani sotto influenza USA.

  • Aziende di stato. La gran parte delle aziende grandi e massime, che venivano tenute fuori dalle grinfie della grande finanza internazionale e delle aziende anglosassoni.
  • Aziende legate ad aziende di stato. Lo stato si prodigava di piazzare golden share, o di averli come clienti privilegiati, in modo da legarli alle decisioni della politica, e indirettamente dei poteri forti italiani.
  • Aziende private vere e proprie. Una legislazione soffocante e vessatoria faceva si' che fossero quasi tutte a conduzione familiare, che venissero di fatto ereditate, e per essere sicuri di non venire distrutta da competitori artificiali(2).

Non si trattava di una vera e propria paranoia: era quello che sistematicamente e rigorosamente gli USA facevano a tutte le aziende straniere che facevano concorrenza alle proprie (Basti ricordare il caso ENI/Enrico Mattei) , ed era cio' che sistematicamente gli USA facevano ai paesi latini ove potevano spadroneggiare. I francesi, per dire, si salvarono allo stesso modo, con un protezionismo analogo, e lo stesso avvenne in Germania.

Il problema vero era che l' Italia non avrebbe resistito un attimo se si fosse creato un vero mercato, per una semplice ragione: le aziende americane e/o straniere che avessero investito in Italia non lo avrebbero fatto per fare business, ma per trasformare l' Italia in una copia del Messico, e dei paesi latini del sudamerica. Disintegrare l'economia, indi produrre instabilita' politica, indi mandare un dittatore amico degli USA al governo. Questo e' il posto che la visione mondiale USA riserva al mondo latino.

E questo e' quello che hanno fatto all'intero sudamerica, con l'eccezione di Cuba e ora dei paesi che cadono verso l'orbita cinese. E che hanno iniziato a fare all' Italia dalla fine dell'impero sovietico.

Non appena la paura che un colpo di stato in Italia (o qualsiasi crollo sistemico) potesse portare i russi al potere e' finita, sono arrivate Mani Pulite prima e una serie di governi tecnici dopo, che hanno aperto l'economia ai grandi capitali, facendo modificare le leggi per "aprire" il paese al mercato.

Peccato che da questa apertura sia derivata la stessa distruzione che e' avvenuta in Messico, in Argentina, in tutti i paesi latini toccati dalla "benedizione" dell'economia "di mercato" secondo la scuola USA.

Adesso torniamo a bomba: che cosa ci ha limitato il disastro dei subprime?

E' stato il fatto che l'economia italiana ha tentato di resistere , mediante influenze sui governi da parte dei "salotti buoni", a questa operazione di "sprotezione", a questo abbattimento sistematico delle nostre difese economiche.

Ancora oggi esistono leggi che rendono praticamente impossibile per uno straniero aprire un'industria qui. Ed e' un BENE. E' un bene perche' se lo straniero apre un'industria qui oggi, non lo fa per causare sviluppo o per produrre, ma per distruggere il tessuto economico italiano.

Questo e' il punto: essendo un paese latino (per gli americani e' cosi') , il destino che ci riservano e' quello toccato al Messico. Punto. Adesso i casi sono due: o tenere una legislazione che tiene gli stranieri fuori dal gioco, o far finta di vivere in un mondo migliore possibile, dove non abbiamo nemici economici, e aprirci fiduciosi alle scorribande delle loro imprese, finendo spolpati e distrutti.

Ecco perche' abbiamo resistito: perche' non e' stato possibile al capitale straniero colpire troppo le nostre aziende, e questo perche' le nostre leggi conservano il potere economico italiano in mani italiane.

Se avessimo fatto subito tutte le leggi "moderne", per l'economia "moderna" che ci venivano chieste dai paesi "moderni", oggi saremmo un modernissimo paese del sudamerica, come Argentina e Messico.

Quali sono i passi per non finire schiacciati? I passi sono quelli che stanno facendo nei paesi dell'america latina per crescere e liberarsi dall'influenza americana.

  • Sfuggire ad accordi simili al NAFTA, compresa la UE. Si tratta di accordi internazionali che ti costringono ad abbassare la guardia contro la concorrenza, riducendo la controparte piu' debole ad un deserto industriale, espropriando i proprietari locali e gli imprenditori, e prelude ad un declino industriale ed economico. La nazione, in quanto tale, controlla le frontiere e disciplina le dogane. Riga.
  • Impedire al capitale straniero di penetrare nel paese senza l'autorizzazione della politica, e specialmente senza l'autorizzazione della confindustria/confartigianato/conf*, nonche' dei servizi segreti nazionali, e in ogni caso quando l'investitore straniero pesa piu' dell' uno/due per mille del PIL nazionale.

Questo e', esattamente, il contrario del mondo moderno. Ma quello che dimentichiamo e' che l'idea di economia moderna e' stata concepita , ad uso e consumo degli USA, proprio negli USA. Ci viene propinato che sarebbe moderno un mondo nel quale uno o due paesi anglosassoni sono sempre vincenti e ricchi, i paesi latini forniscono manodopera a basso costo e spazio per speculazioni e sono privi di peso politico, solo che non vi viene spiegato che questo e' il fine, ma ci vengono mostrati solo i metodi.

Nessuno ci dice che entrando nel WTO, nella UE, nell' FMI, il nostro destino sara' questo. Nessuno ci dice che se l'economia "moderna" e' una gara di nuoto, nella quale noi siamo cammelli, e che le regole del gioco le hanno scritte dei pesci. Certo, le regole della gara di nuoto sono uguali per tutti: peccato che solo alcuni siano pesci, e che guarda caso le regole del gioco le scrivano dei pesci.

Quando ci dicono "entrate nel WTO", "aderite ai trattati UE", "rimanete nell' FMI", "rendete piu' libera l'economia", "aprite il mercato all'estero", ci stanno dicendo "giocatevi tutto quello che avete in una gara di nuoto". Il che e' logico, perche' chi ce lo chiede e' un pesce.

Va meno bene se voi siete cammelli. E quando protestate, vi diranno "beh, le regole della gara di nuoto sono uguali per tutti". Il che dovrebbe far sembrare equa la gara, se dimentichiamo il piccolo particolare che i cammelli non nuotano.

La verita' e' che i cammelli vincerebbero se la gara fosse nelle sabbie del deserto. Ma ovviamente i pesci si guardano bene dal permettere che le regole del gioco siano quelle: ai pesci conviene una gara di nuoto. Vincono sempre loro.

La mia personale opinione e' che la crisi italiana sia nata con la fine dell'impero sovietico. Non appena gli americani hanno avuto la certezza che l' Italia non sarebbe caduta sotto l'influenza sovietica, gli americani hanno iniziato a darci la stessa minestra che hanno dato ai paesi del sudamerica, la minestra che e' la loro firma inconfondibile. Inchieste abbattono il governo, le imprese sono colonizzate e spezzettate senza che il governo possa intervenire , poi arriva l'uomo che fa il governo amico. E puf, vi ritrovate ad emigrare per lavorare a 2 dollari al giorno nel Texas, o a prostituirvi in Florida.

La mia opinione e' che i nazionalismi ed i protezionismi dovrebbero tornare. E dovrebbero tornare perche' rappresentano un bellissimo deserto nel quale noi, che siamo un cammello, possiamo vincere la gara. Mentre loro, che sono i pesci, non la vincono.

Se solo si rallentano un pochino i flussi commerciali, si svuota il mare ove i pesci nuotano. Quello che dovremmo fare, per invertire la crisi, e' di indebolire le sovrastrutture come WTO, FMI, UE, limitandoci ad uscirne o facendoci cacciare. Dopodiche', iniziare a riprendere sovranita' sulla moneta e sui confini, causando un irrigidimento a catena da parte delle altre nazioni. A quel punto, il mare si svuota, la gara di nuoto finisce, e si corre nel deserto.

Dove noi siamo i cammelli e loro i pesci.

Ma le regole, sia chiaro, saranno uguali per tutti. Che ci possiamo fare, noi, se loro hanno tutto questo bisogno di liberi scambi ovunque? Dopotutto, ci bastera' dire che il mondo e' "moderno" se ha frontiere, nazionalismi e protezionismi, e loro sono gli obsoleti.

di Uriel

(1) la seconda strategia usata in sudamerica erano le continue inchieste giudiziarie contro i governo avversari, ufficialmente contro la corruzione, come fu fatto in diversi paesi del sudamerica (anche contro Lula fu fatto qualcosa di simile) in pratica servivano per abbattere i politici antiamericani. Infiltrare la magistratura e' una tattica comune e collaudata della CIA. Ma questo in Italia venne dopo.

(2) Il governo USA ha finanziato, comprandone i bond, diverse aziende il cui senso di esistere era solo quello di stracciare qualche industria straniera, o a patto che aprissero in paesi stranieri ove stava nascendo un'industria locale pericolosa per loro.

20 agosto 2010

Le vittime del collasso economico irlandese



L’Irlanda durante gli anni del boom era chiamata “la tigre celtica”. Ma ora il governo ha dovuto introdurre pesanti tagli per coprire il deficit del bilancio. Ecco come la gente comune ne è rimasta condizionata.

Quando Anne Moore è tornata per fare colazione insieme alla sua famiglia dopo un turno notturno di 12 ore in una casa di cura, ha trovato la polizia in assetto antisommossa e l’ufficiale giudiziario fuori quella che da 16 anni è stata casa sua. Lei insieme a suo marito Christy e i loro tre figli sono stati sfrattati. Nonostante fosse arrivata sul tetto della casa con una scala ed esserci rimasta per sei ore, alla fine è stata convinta a scendere per essere portata in ospedale. Alla sua casa nei sobborghi a sud di Dublino sono stati prontamente apposti i sigilli.

I Moore erano in forte ritardo con le quote e dovevano al council 10,000 euro. Per 8 anni Ann ha pagato altri 50 euro oltre ai 100 di affitto settimanale. Ma in un paese dove 300,000 case rimangono vuote, le autorità hanno deciso di lasciare i Moore senza un tetto e punirli per la loro apparente irresponsabilità. Invece sono i politici, i banchieri e i costruttori in Irlanda ad essere stati degli incapaci.

L’Irlanda ha il debito procapite più alto nella UE. Il deficit di bilancio del 14.3% è addirittura più elevato di quello greco. Per un decennio l’economia della “tigre celtica” è stata il fiore all’occhiello della globalizzazione del libero mercato. Ora questo malconcio randagio che è l’economia irlandese è diventato l’esempio neoliberista di come tagliare la strada alla ripresa. Il governo irlandese ha colpito il settore pubblico spendendo quest’anno il 7.5% del PIL con una serie di tagli drastici: il sussidio di disoccupazione del 4.1%. Altri 3 miliardi verranno tagliati l’anno prossimo, per un totale del 10% del PIL in tre anni: è come se il governo britannico avesse fatto tagli al bilancio non di 6.25 miliardi di sterline così come pianificato da George Osborne nel 2010, ma di un’incomprensibilmente enorme cifra di 150 miliardi.

Eppure nonostante i tagli, descritti come masochistici dal Financial Times, il debito dell’Irlanda continua a crescere grazie ai disperati salvataggi delle sue banche. I critici irlandesi temono che questa spirale di morte possa portare a un decennio di austerità opprimente, una generazione persa di disoccupati e, peggio ancora, il ritorno di uno spettro che perseguita l’Irlanda da due secoli: l’emigrazione di massa.

A prima vista, gli irlandesi sembrano opporsi alla situazione con uno spirito di autocommiserazione e anche un sottile orgoglio. “ Non ci abbiamo mai creduto nel boom. Durante il periodo della tigre celtica noi ci dicevamo che non sarebbe mai durata” afferma Lorcan, padre di due figli di Limerick dove la Dell ha chiuso la sede delle operazioni con la relativa perdita di 5,000 posti. “ La gente in Irlanda era abituata a case fatiscenti, a pessima educazione e pessimi ospedali. In Inghilterra c'è una cultura di cose che funzionano, cosa che non c'è in Irlanda. Il gene dell’auto flagellazione in Irlanda è molto forte – ‘fateci pure a pezzi perché siamo abituati a essere la vittima oppressa’. Ci fa sentire quasi meglio.”

Pat Ingoldsby, un poeta di strada di Dublino, sostiene che lui può farcela senza quello che ora è un sussidio pubblico decimato. “Ogni giorno io giro per la mia città con un trolley e una scatola di cartone piena di sogni e sento dei lavori che si perdono intorno a me. Il mio bene più prezioso è che non ho niente da perdere.” Ma la crisi taglia pesantemente per quasi tutti. Mentre consorzi fantasma di nuovi appartamenti invendibili rimangono vuoti per il paese, 170,000 persone si trovano nella situazione di negative equity. L’Irlanda è al quarto posto in Europa per tasso di disoccupazione ( 13,4%) e ha 432,500 persone che ricevono sussidi. Un terzo della popolazione sotto i 30 anni è disoccupata. E la disoccupazione sarebbe anche peggiore se non fosse tornata l’emigrazione.
v L’Irlanda è lacerata dai ricordi del mezzo milione che scapparono negli anni 50 e le centinaia di migliaia – molti dei quali altamente istruiti – che abbandonarono il paese negli anni 80. La perdita di una gioventù dinamica ha contribuito alla stagnazione economica per decenni. Ma i critici sostengono che la fuga è stata anche uno strumento usato dai governi per contenere la disoccupazione e mandare fuori l’opposizione all’establishment irlandese. Circa 20 mila irlandesi sono emigrati tra aprile 2008 e aprile 2009 e le stime indicano che altre 100 mila lasceranno tra quest’anno e il prossimo.

Siamo diventati un grande Surrey

Con le biciclette a noleggio per i turisti parcheggiate sotto gli alberi di lime piantati da poco lungo l’area di passeggio sul fiume, su Dublino splende ancora la luce della recente prosperità. Nelle librerie c'è un mini boom di narrativa dai titoli laceranti: Il collasso della Tigre Celtica; I banchieri – Come le banche hanno messo in ginocchio l’Irlanda; Banksters – Come una potente élite ha dissipato la ricchezza irlandese. “ Nella sua crescita e caduta, l’Irlanda ha fatto sembrare Icaro come noiosamente stabile” scrive Fintan O’Toole nel suo recente libro Ship Of Fools.

Negli anni 90 l’economia di un’agricoltura stagnante si era trasformata in un terreno post-industriale altamente qualificato. I lavori nel campo tecnologico e farmaceutico erano complementati da un potente settore edilizio. Nel 1986 il PIL irlandese procapite era due terzi di quello medio europeo; nel 1999 era il 111% rispetto a quello medio e significativamente superiore a quello inglese. Tra il 1985 e il 2006, i prezzi delle case in Irlanda è cresciuto di circa il 250%, molto più che nel Regno Unito. L’emigrazione diventava immigrazione, con i polacchi e altri accorsi a dividere il sogno irlandese di una nazione euro-atlantica fiduciosa in se stessa, emancipata dalle briglie del cattolicesimo e del colonialismo. O, come afferma l’economista David McWilliams: “Siamo diventati una grossa e antiquata versione del Surrey(Contea inglese che negli anni 80 ha iniziato un forte sviluppo legato alla tecnologia e ai servizi nel settore finanziario - ndt).”

Mentre i miliardari del boom hanno goduto di una libertà sfrenata di costruire e prendere prestiti, O’Toole sostiene che la prosperità irlandese degli anni 90 non era semplicemente il trionfo del libero mercato. Per gran parte del ventesimo secolo, quasi nessuna nazione ha avuto una così lenta crescita nazionale. Gli anni 90 hanno visto uno scatto con cui l’Irlanda ha finalmente recuperato lo svantaggio. E il boom globale di quegli anni vide una crescita senza precedenti negli investimenti esteri degli Stati Uniti: gran parte dei quali arrivò in Irlanda, dati la comune lingua e le origini irlandesi di molti investitori americani e dati anche gli attraenti tassi d’interesse, molto bassi. Il socialismo europeo diede una mano: l’Irlanda incassò 8.6 miliardi di sterline irlandesi dai fondi strutturali della UE tra il 1987 e il 1998. Cosa è andato storto? Quasi tutti in Irlanda puntano il dito contro la profana trinità di politici, banchieri e costruttori per aver trasformato il boom in un flop. Il governo ha fatto scoppiare una demenziale bolla edilizia offrendo immensi tagli alle imposte per le nuove edificazioni. Il settore delle costruzioni si era gonfiato fino a contare per un quinto nell’economia del paese. I prezzi, i mutui, i compensi e i costi aumentarono. Banche sregolate si sfrenarono nel concedere prestiti. Quando giunse il collasso bancario globale, le banche irlandesi accumularono un impressionante debito (nel 2008 la Anglo Irish Bank aveva 73 miliardi di euro in prestiti, metà del PIL dell’Irlanda) e il paese è stato il primo nella eurozona a entrare in recessione.

La gente “ sta accusando uno o due banchieri ma non sono loro gli unici” afferma McWilliams. “ Dobbiamo guardare a un’intera classe di professionisti – agenti immobiliari, legislatori, revisori dei conti, investitori, politici complici – che sono rimasti intossicati dall’ambizione. Non hanno sentito il campanello d’allarme perché avevano gli orecchi otturati dal denaro.”

Secondo O’Toole, niente e nessuno in Irlanda ha mai detto “basta”. Gli elettori non hanno detto ai politici di fermarsi e i politici non hanno stabilito limiti per gli costruttori o per le banche. Ora, scrive ancora, la questione è capire se gli Irlandesi “ siano arrabbiati costruttivamente al punto giusto da spazzare via un sistema che li ha portati al fallimento e crearne uno nuovo per se stessi”.

Fin dall’indipendenza all’inizio del secolo scorso, l’Irlanda è stata dominata da due partiti di destra: Fianna Fáil e Fine Gael. Fianna Fáil ha governato per gli ultimi 13 anni (ora ha stretto un’improbabile alleanza coi verdi) e molti si dicono furiosi con un governo che non possono mandare a casa per altri due anni. Ma, come sottolineato dalle classi dirigenti irlandesi con certo orgoglio, gli irlandesi non sono come i greci o francesi, neanche come la gente dell’Islanda, dove le proteste popolari hanno portato i governi locali a rassegnare le dimissioni. Non ci sono state rivolte per le strade di Dublino.

Qualche tempo fa, si era verificato un piccolo tafferuglio alle porte del Dáil, il parlamento irlandese. Una settimana dopo, sotto una pioggia battente, mille persone si sono riunite nello stesso posto per una marcia educatamente chiamata “marcia per il diritto al lavoro”. James O’Toole dice che i greci sono molto più ribelli. “Gli irlandesi sono i bambini buoni dell’Europa, si prendono le bacchettate senza lamentarsi e alla fine sono contenti perché tutti hanno ricevuto qualche caramella”. Perché così poche proteste? “ La rabbia è un fatto privato nel nostro paese; è lì ma nessuno la esprime in pubblico” ammette Ben O’Neill, un manifestante che porta un badge con la scritta “Fuck Nama”. Nama è la “banca cattiva” creata dal governo per rimuovere i titoli tossici dall’economia. Costa al contribuente e alle generazioni a venire, una fortuna (finora 73 miliardi di denaro pubblico sono andati alle banche).

Un dimostrante vestito da Maria Antonietta distribuisce tartine tra la folla. “Fuori la mafia del Fianna Fáil!” dice uno dei manifesti. “È un brutto gioco di parole sulla mafia” sottolinea qualcuno. Ci sono i soliti studenti e i lavoratori socialisti incappucciati ma anche gente che non assomiglia a un manifestante tipico, come Ray e Phyllis Carroll da Shankhill. “I tagli hanno colpito tutti” dice Phyllis mentre un costoso elicottero della Garda gira sopra di noi. “ I poveri. I disabili, i ciechi, le aiutanti. I più vulnerabili nella società.” Lei punta il dito verso il Dáil: “ Loro sono gli unici a non soffrire”.

I Carroll vivono dei loro risparmi e aiutano il loro figlio più giovane con l’università. Il sussidio di disabile di Ray non copre i loro bisogni essenziali. “ La cassa è vuota. I risparmi di anni sono andati. Ci hanno preso in giro” dice Ray. “ Ora stiamo toccando il fondo e loro ci lasciano morire”.

Nonostante i 100 mila manifestanti dopo i tagli al bilancio a dicembre, non ci sono state proteste primaverili o estive. Richard Boyd Barrett, un consulente di People Before Profit, è infuriato con i dirigenti sindacali. “ Hanno speso gran parte degli ultimi vent’anni a mangiare panini insieme a membri del governo” afferma. “Hanno assunto uno stile di vita simile a quello dei datori di lavoro con cui impiegano il loro tempo a discutere”.

Ora i sindacati sono ignorati. David Begg, rappresentante dell’ Irish Congress of Trade Unions, è diventato critico del governo a partire da alcuni mesi. “La partecipazione e l’influenza che avevamo non ci sono più” ci dice senza giri di parole. “ I motivi del collasso sono che il governo non ha ricordato i termini di 22 anni di partnership, abbandonata dal governo e dai datori di lavoro al primo cenno di difficoltà”.
v In questa terra di disoccupati, i lavoratori combattono per proteggere i loro posti. Un impiegato di Quinn Insurance, impresa nata dal boom e da poco in amministrazione controllata, ha troppa paura di dare il suo nome perché si è iscritto a un sindacato. Ha saputo che l’azienda sta cercando di mandare in cassa integrazione 900 impiegati, più di un terzo della loro forza lavoro. “ C'è da impazzire se si pensa alla situazione economica” ci dice. “ Sto rischiando il posto e sento che mi è stato intimidato di non iscrivermi al sindacato. È davvero frustrante. Mi aspetterei molta più rabbia ora”. Lui ha cercato di incoraggiare i suoi depressi e stoici colleghi a iscriversi ma senza risultati. “ Alcuni hanno paura, altri pensano che non possono farci niente.”

C'è anche chi è d’accordo con la strategia masochista del governo. “ I soldi sono diventati il nostro dio durante gli anni della tigre celtica” dice un tassista, che ora deve lavorare 7 giorni alla settimana per poter pagare il mutuo ed è indietro coi pagamenti di tre mesi. “ Tutti noi siamo in parte colpevoli”. Lui accetta i tagli. La gente sensata sa che l’ultima cosa che potevamo desiderare per questo paese è l’intervento del FMI. Perché significa non avere un governo – è il FMI a dirigere il paese”.

All’interno del governo, i consiglieri ammettono segretamente che Fianna Fáil verrà “spolpata” alle prossime elezioni. “Il governo è estremamente impopolare in questo momento.Devono fare la cosa giusta.” dice una fonte che vede questo come un governo liberato con nulla da perdere e per questo in grado di prendere decisioni dure. Sul piano internazionale, gli irlandesi ricevono applausi dalla destra: i rappresentanti del British Treasury hanno discusso con le loro controparti irlandesi sulla maniera più efficace per operare i tagli e il ministro delle finanze irlandese, Brian Lenihan (che ora combatte contro un cancro al pancreas) è stato elogiato dalla stampa finanziaria. Anche se Lenihan ha detto che il comportamento dei banchieri è stato “davvero scioccante”, il governo rimane asservito al libero mercato globale. Il boom era stato creato dal neoliberismo e lo sarà di nuovo. “ Abbiamo visto che ha funzionato 20 anni fa. Vediamo se funzionerà ancora.” sostiene un economista governativo.

Pur sedendosi su un desk circondato da migliaia di metri quadrati di uffici vuoti nella zona intorno al fiume, John FitzGerald, economista presso l’Economic and Social Research Institute, un think-tank indipendente, è molto più ottimista della UE riguardo le prospettive dell’Irlanda. Studioso che non dice nemmeno che suo padre era un primo ministro, lui prevede che ci sarà una crescita fino al 5% tra il 2012 e il 2015, prima di tornare a quelli che lui chiama i “noiosi livelli europei”.

L’Irlanda ha dovuto rivalutare la propria economia per tornare ad essere globalmente competitiva, sostiene FitzGerald. I prezzi negli affitti e nel settore privato sono caduti in seguito ai tagli drastici dei prezzi del settore pubblico. La forza del paese e la sua debolezza, è che più della metà del suo impiego e ben oltre la metà della sua manifattura viene da aziende straniere. Con la ripresa dell’economia globale c'è anche la ripresa di quella irlandese che con i servizi nel settore tecnologico, con il software e la salute sta dando vita a una nuova ‘smart economy’. FitzGerald pensa che il governo abbia fatto un’ “opera miserabile sulle banche” ma ora ha capito quali tagli fare. “ Sono stati avveduti, hanno saputo portare la popolazione ad assorbire un grande dolore. Se siamo nel giusto, sorprenderanno gli irlandesi nel 2013 comunicando la fine dei tagli”.

Più sorprendentemente, lui ritiene che l’idea diffusa che la gente stia pagando per gli errori di una élite di intoccabili è sbagliata e il bilancio masochista è stato “probabilmente il più redistributivo degli ultimi 20 anni, anche se per sbaglio”. Secondo la ricerca dell’istituto, il bilancio ha toccato il 20% delle entrate delle famiglie per il 6%, mentre il 40% in fondo hanno visto aumenti fino al 2%. “I ricchi hanno pagato un prezzo molto più elevato rispetto ai poveri. Ma tutti stanno peggio” riconosce Fitzgerald.

È ora di abbandonare l’euro?

“Avevi ragione, vero?” fa il conducente del treno per Limerick a David McWilliams. È difficile immaginare un altro paese dove un economista viene riconosicuto da un passante, ma tutti sono economisti ora in Irlanda. Mc Williams, un anticonformista che aveva previsto l’incombente conflagrazione economica, ora gira per il paese con un monologo comico sull’economia.

“Pochi di noi durante il boom hanno suggerito che quel che stava accadendo non aveva senso. In Irlanda se sei contro il consenso, la prima fase è essere ridicolizzati, poi c'è una violenta opposizione e la terza fase e la verità universale - dove tutti pretendono di essere stati d’accordo con te da sempre” dice McWilliams sorridendo.

Lui ha due soluzioni populiste e radicali: lasciamo crollare le banche e abbandoniamo l’euro. I conti correnti individuali sarebbero garantiti mentre i detentori di titoli privati perderebbero tutto, ma i mercati non avrebbero nulla da temere, anzi, guarderebbero all’economia irlandese con rinnovato interesse perché il denaro prima impegnato nel salvataggio delle banche potrebbe essere investito nella ripresa. Salvare l’Anglo Irish Bank è da economia sovietica” dice. “Gettare tutte le tue risorse per un’entità simbolica dimostra al mondo che sei un fanatico”.

McWilliams sostiene anche che l’attaccamento all’euro e alla UE nasce dalla volontà dell’establishment tradizionale di evitare i britannici che sono ancora i maggiori partner commerciali dell’Irlanda. Se l’Irlanda lasciasse l’euro tornando alla sterlina irlandese, la sua valuta avrebbe un colpo. E lasciamo che succeda, dice McWilliams: se perdesse il 40% i costi in Irlanda sarebbero del 40% più bassi di quelli dei competitori. Gli investimenti affluirebbero e le esportazioni diventerebbero estremamente competitive.

Voci più ortodosse da destra e sinistra non vorrebbero lasciar crollare le banche né abbandonare l’euro: “ Non puoi lasciar collassare una banca che è la metà del PIL del paese. Si porterebbe appresso l’intera economia” afferma un economista del governo. Fitzgerlad aggiunge: “ Se la banca centrale d’Irlanda dovesse uscire alla ricerca di decine di miliardi per sostituire l’euro è sicuro che non ce la farebbe. Ci sarebbe un crollo drammatico della valuta e una forte crescita dei tassi d’interesse e un totale crollo dell’economia. Abbandonare l’euro è un’idea da lunatici”.

Riguardo alle previsioni di FitzGerald sulla ripresa economica dell’anno prossimo, McWilliams dice: “ È un’idiozia. La visione dell’establishment è che abbiamo bisogno ancora della stessa ricetta. La cosa più importante di una crisi è che ti permette di cambiare”.

Gli irlandesi non hanno ancora individuato alternative plausibili al duopolio di Fianna Fáil e Fine Gael e, nonostante l’Irish Labour Party stia raggiungendo picchi storici nei sondaggi, McWilliams ritiene che molti stiano cercando qualcosa di diverso dalle forze tradizionali oramai screditate e che lo facciano anche nei dibattiti presso i teatri dove lui presenta il suo show. Magari questa crisi potrà sviluppare qualcosa di simile alla creatività sprigionata un secolo fa dalla lotta per l’indipendenza. “L’economia è come il resto delle cose, l’innovatore vince” dice McWilliams.

Al momento, più che lo spirito innovativo è la paura e la cupa mancanza di alternative politiche a pesare sui nuovi senzatetto Anne e Christy Moore che si sono rivolti alla corte per cercare di riavere la casa. Christy lavorava nel settore edilizio durante il boom, ora riceve il sussidio di disoccupazione. Due dei loro figli sono disoccupati, il terzo ha da poco iniziato un lavoro con contratto di 12 settimane.

Christy ora combatte la vergogna di perdere la sua casa: “Dovrei essere forte ma mi sento così giù – fatela finita con me, sparatemi in testa” dice. “E senti sempre che bisogna stringere la cinghia, ma questo è un insulto all’intelligenza. È la paura il vero motivo per cui la gente non si ribella. Ma non dobbiamo avere paura dei politici, banchieri e costruttori corrotti perché e proprio quello che loro vogliono”.

di Patrick Brakham

Fonte: www.guardian.co.uk

19 agosto 2010

Cybercom


Lo scorso 21 Maggio, il segretario alla Difesa Robert Gates ha annunciato l’attivazione del primo comando informatico del Pentagono.
CYBERCOM (acronimo di U.S. Cyber Command), inizialmente approvato il 23 giugno 2009, dopo undici mesi ha raggiunto la cosiddetta capacità operativa iniziale e dovrebbe diventare pienamente funzionante entro la fine dell’anno in corso.
Esso, pur se posto sotto il cappello di STRATCOM (U.S. Strategic Command), il comando collocato presso la base aerea di Offutt nel Nebraska ed incaricato della militarizzazione dello spazio così come del progetto di scudo antimissile globale, ha trovato sede a Fort Meade nel Maryland insieme alla segretissima agenzia di intelligence National Security Agency (NSA). Il capo di quest’ultima, Keith Alexander, tenente generale dell’esercito degli Stati Uniti all’alba del 21 Maggio, è stato promosso generale a-quattro-stelle in occasione del lancio di CYBERCOM, divenendone contemporaneamente suo comandante.
Nella testimonianza scritta presentata al Senato prima che questo lo confermasse nella sua nuova posizione, Alexander ha specificato che il nuovo Comando, oltre alla difesa dei sistemi e delle reti informatiche, dovrebbe prepararsi per condurre anche “operazioni offensive”. Secondo l’AP, egli avrebbe inoltre sostenuto che gli Stati Uniti sono determinati a capeggiare lo sforzo globale indirizzato ad utilizzare le tecnologie informatiche “per dissuadere o sconfiggere i nemici”.
Il giorno in cui Alexander ha assunto il suo nuovo comando, il vice segretario alla Difesa William Lynn ha definito la creazione di CYBERCOM come “una pietra miliare nella capacità statunitense di condurre operazioni a spettro completo in un nuovo dominio” aggiungendo che “per l’apparato militare degli Stati Uniti il dominio cibernetico è importante come quelli terrestre, marittimo, aereo e spaziale e che proteggere le reti militari è un fattore cruciale per il successo sul campo di battaglia”.
James Miller, un altro esponente della “Difesa”, dal canto suo era persino giunto a dichiarare che il Pentagono, nel caso di un attacco informatico agli Stati Uniti, dovrebbe prendere in considerazione una risposta di carattere militare. Si delinea quindi un quadro in cui, ponendo la sicurezza informatica, compresa quella del settore civile, sotto un comando del Pentagono, si procede verso l’adozione di un approccio di natura militare rispetto a questioni più propriamente criminali o anche semplicemente commerciali o relative a brevetti, attrezzandosi per una risposta decisamente non-virtuale nei contenuti.
Il Pentagono e la NSA non sono da soli nello sforzo di creare ed attivare il primo comando nazionale di guerra cibernetica al mondo. Come sempre, Washington sta ricevendo un sostegno incondizionato da parte della NATO.
La rivendicazione di una capacità di guerra cibernetica emerse tra esponenti di spicco statunitensi ed atlantici durante ed immediatamente dopo una serie di attacchi ai sistemi informatici dell’Estonia, verificatisi nella primavera del 2007. Il Paese baltico, che aveva aderito alla NATO tre anni prima, accusò all’epoca pirati informatici russi degli attacchi alle sue reti governative e private, e l’accusa fu rilanciata in Occidente aggiungendovi l’insinuazione che ad ispirarli fosse il governo dell’allora presidente della Russia Vladimir Putin.
Tre anni più tardi le accuse non risultano ancora provate ma sono comunque servite allo scopo di inviare in Estonia tecnici della NATO esperti di guerra cibernetica ed istituire, a maggio del 2008, un centro di eccellenza per la Cooperative Cyber Defence nella capitale Tallin.
A marzo di quest’anno, il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, in Finlandia per promuovere il nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza, ha affermato che non è sufficiente “allineare soldati, carri ed equipaggiamenti militari lungo i confini”, riferendosi implicitamente alla clausola di mutua difesa stabilita dall’articolo 5 del Trattato istitutivo dell’Alleanza, ma che la NATO deve “affrontare la minaccia alle radici, e potrebbe essere nel cyberspazio”: lì, “il nemico potrebbe apparire ovunque”.
Si converrà che, per la loro natura, le questioni relative alla sicurezza informatica sono le più amorfe, nebulose ed eteree minacce che possano essere prospettate (ed inventate) così come sono caratterizzate da un’applicabilità quasi universale e dall’effettiva impossibilità di essere smentite.
Ciò che di meglio il Pentagono e la NATO potrebbero trovare per giustificare i propri interventi militari in giro per il mondo.

di Federico Roberti

18 agosto 2010

Venezuela: offensiva USA senza quartiere





Nelle ultime settimane, abbiamo assistito ad una serie di fatti che non sono quel che sembrano, ma fanno parte dei preparativi per un'azione militare di grande rilievo, destinata a mettere fine al governo costituzionale del Venezuela. Gli Stati Uniti stanno applicando la loro vecchia strategia del Track 1 e Track 2. La prima, prevede di destabilizzare un governo fino a provocarne la caduta; la seconda, di rovesciarlo con la forza, qualora la prima opzione non abbia dato i risultati sperati.

In Venezuela, si è applicato il Track 1 fin da quando il presidente Hugo Chávez vinse le elezioni, nel 1998, e quando divenne presidente della repubblica, nel 1999, mettendo in pratica un programma di governo che non piace e non conviene agli USA. Di fatto, già nel 2002, essi ottennero che un gruppo di militari sequestrasse Chávez e annunciasse che aveva rinunciato all'incarico di presidente.

In quell'occasione, Chávez fu portato in una base militare (dalla quale era previsto che lo trasferissero fuori dal paese) da un aereo con matricola statunitense, che risultò essere di proprietà del gruppo venezuelano Cisneros, allora proprietario dell'emittente televisiva Venevisión e di Ediciones América. Qualsiasi similitudine con ciò che è accaduto in Honduras non è casuale e, in entrambi i casi, i presidenti in nessun momento hanno rinunciato al loro incarico.

Il prossimo 26 settembre ci saranno le elezioni parlamentari in Venezuela. Il Pentagono e il Dipartimento di Stato stanno tessendo trame in tutta l'America Latina per creare le condizioni che giustifichino un colpo di stato, da attuarsi qualora l'opposizione venezuelana perdesse nuovamente le consultazioni. Così come perse consultazioni e referendum realizzati nel 1998, 1999, 2000, 2004, 2005, 2006, 2008 e 2009. L'unica consultazione persa dal presidente venezuelano, fu quella per la riforma costituzionale, nel 2008.

Attualmente, i sondaggi per le elezioni di settembre sono a favore del presidente Chávez. Gli USA intendono rovesciare la situazione e, se non vi riescono, è già pronto un apparato militare che fa pensare ad un intervento armato, appoggiato dell'ex presidente colombiano Uribe, che avrà come pretesto la presunta presenza di guerriglieri delle FARC in Venezuela.


Interventismo politico latinoamericano

Nel tentativo di ottenere che il presidente perda le elezioni, sono coinvolti settori politici latinoamericani e denaro statunitense ed europeo. Ma incominciamo dal piano Track 1.

Il 26 giugno scorso, il quotidiano cileno “El Mercurio” ha informato che il 21 di quel mese, sono arrivati nel paese 16 dirigenti dell'opposizione venezuelana che appartengono alla cosidetta “Mesa de Unidad Democrática”. Lo scopo era quello di partecipare a “un programma speciale di lavoro”, con mandatari della “Concertazione dei Partiti per la Democrazia”, che governò il Cile dalla fine del regime di Pinochet fino alla vittoria dell'attuale presidente, lo scorso marzo.

Gli oppositori al governo venezuelano volevano ottenere il beneplacito cileno al loro piano, in virtù di presunte similitudini riscontrabili, secondo loro, “fra l'attuale realtà venezuelana e quella cilena della fine degli anni '80”. Fu allora che nacque la coalizione chiamata “Concertazione”, che rovesciò il dittatore Pinochet con un plebiscito. Gli attuali “esperti” incontrati dall'opposizione venezuelana, sono ex funzionari che hanno avuto alti incarichi di governo in tale coalizione e appartengono a svariati partiti.

Vi erano, fra gli altri, il democristiano Mariano Fernández, ultimo cancelliere della presidentessa Bachelet; l'ex ambasciatore degli Stati Uniti; il socialista Enrique Correa, ex Segretario Generale del Governo dell'ex presidente Aylwin; Sergio Bitar, dirigente del Partito per la Democrazia, che fu senatore e ministro dell'Educazione nel governo di Ricardo Lagos e delle Opere Pubbliche in quello di Michelle Bachelet. Bitar fu anche ministro per le Miniere nel governo del presidente Allende.

Le manovre hanno provocato indignazione, specie in settori del Partito Socialista. Mentre altri “concertazionisti” si sono uniti alla destra nell'attaccare il presidente venezuelano e, i loro parlamentari di riferimento, si sono autodesignati osservatori elettorali per il prossimo settembre. Ciò ha creato un tale conflitto all'interno del governo che il presidente cileno ha ritenuto di dover portare la questione in parlamento.

Il dettaglio è importante, perché anche se non sembra essere coinvolto José Miguel Insulza, lo è invece il suo amico e collaboratore nella Segreteria Generale della OEA, Enrique Correa. Ossia, colui che Insulza suole designare come osservatore nelle elezioni della regione. Insulza, è stato ritenuto responsabile dal cancelliere equadoriano della rottura delle relazioni fra Colombia e Venezuela, per non avere rinviato, come gli era stato chiesto, la sessione nella quale la Colombia formulò le sue accuse.


Denaro e preparativi militari

Come d'abitudine in questi casi, gli Stati Uniti destinano grandi quantità di dollari per finanziare le proprie azioni interventiste in altri paesi. Contro il presidente Allende investirono molti milioni, come fu documentato dal congresso statunitense, e in Venezuela stanno operando nello stesso modo, anche se i concertazionisti fingono di dimenticare.
La Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED dalla sua sigla in inglese), fu creata da Ronald Reagan per legalizzare ciò che precedentemente si faceva solo sotto l'ombrello dell'Intelligence. Il denaro che viene approvato dal Congresso, si distribuisce ai paesi del sud da destabilizzare, sia attraverso le fondazioni repubblicana e democratica, sia attraverso organismi impresariali e sindacali USA.

Nel 1999, la NED distribuì in Venezuela 1.273.408 dollari, secondo quanto si legge nella sua pagina in internet. Ma non è tutto. Secondo una relazione informativa dell'istituto spagnolo FRIDE, si danno anche finanaziamenti attraverso il “Movimento Mondiale per la Democrazia”, creato dalla NED.

A questo va aggiunto ciò che si finanzia per mezzo dell'Agenzia Internazionale statunitense per lo Sviluppo (USAID); la Freedom House; la Commissione Europea e le fondazioni Konrad Adenauer e Friederich Ebert in Germania: ciascuna di queste ha dato circa 500 mila euro all'anno ai partiti venezuelani di opposizione. Per altri invii, l'ambasciata degli Stati Uniti in Venezuela, usa la valigia diplomatica e tutto si lava nel mercato parallelo. Ed è per questo che il governo venezuelano ha dettato una nuova legislazione relativamente al cambio di moneta.

Se tutto quello fin qui illustrato non conduce ad una sconfitta elettorale del governo del presidente Chávez, a settembre, tutto indica che il piano “B” è pronto a partire. In Costa Rica, il paese “senza esercito”, arriveranno quest'anno 43 navi da guerra statunitensi con artiglieria. Nelle strade di Panama ci sono già militari statunitensi, persino in uniforme, cosa che non si vedeva da quando chiusero le basi USA nel 2000. Sostengono che combatteranno il narcotraffico attraverso 15 nuove installazioni militari.

In Colombia, sono 13 le basi USA autorizzate da Uribe. In Perù, si sono appena formati eserciti navali con la partecipazione di dieci paesi del centro e sudamerica, sotto il comando degli Stati Uniti. Dove scoppierà la guerra?

di Frida Modak


Frida Modak, giornalista, fu l'addetta stampa del Presidente Salvador Allende

Traduzione dallo spagnolo di Marina Minicuci