Prima che leggiate questo articolo, è meglio premettere qualcosa: sono liberale, liberista e mercatista convinto. Ritengo la speculazione, nella maggior parte dei casi, utile al buon funzionamento dei mercati, una sorta di «pesce spazzino» degli acquari: evita la creazione sistematica di bolle (o ne facilita l'esplosione prima che le dimensioni divengano ingestibili), attacca azioni sopravvalutate riportandole a valori accettabili (o affossandole, Enron è il caso più eclatante), smaschera i bilanci allegri di aziende che capitalizzano come multinazionali pur basandosi su debiti e scatole cinesi. Detto questo, c'è speculazione e speculazione. Quando questa diventa non sistematica ma addirittura strategica per finalità non solo di lucro ma addirittura di re-indirizzamento dei sistemi, politici ed economici, allora si passa alla categoria delle consorterie, dei grand commis. E' quello che sta accadendo negli Usa. Non amo Barack Obama e ritengo le sue ultime scelte sbagliate o comunque tiepide rispetto alla difficoltà del momento ma qualcuno, molto potente, non si sta limitando ai giudizi e alle critiche: sta agendo per sabotare, attraverso i mercati, lo status quo. Al mondo, si sa, ci sono circoli molto influenti: l'Aspen Institute, il Council for Foreign Affairs, la Trilaterale, il gruppo Bilderberg. Ma ci sono altri simposi, altrettanto potenti, che non si danno né nomi né denominazioni: peccato che, a conti fatti, decidano per tutti noi. O quasi. Da venticinque anni a questa parte il leggendario stratega di Wall Street, Byron Wien, ora con il Blackstone Group, organizza un summit estivo con i principali player statunitensi per parlare di economia globale e investimenti. Quest'anno non è stato diverso dagli altri, poche settimane fa una cinquantina di persone, tra cui dieci miliardari, si sono seduti attorno al tavolo imbandito da Wien e hanno fornito una indicazione netta sul futuro: Obama non va, la situazione economica è «gloomy» (fosca, ndr), occorre un cambio di marcia. «La visione generale è di un quadro di crescita molto lenta nel lungo termine, con un rischio reale di recessione», ha riassunto Wien in un report per gli investitori di Blackstone, secondo cui «l'amministrazione Obama è vista come ostile al business e in grado di scoraggiare sia gli investimenti che la creazione di nuovi posti di lavoro. La compagnie e gli imprenditori sono riluttanti nell'assumere nuovi lavoratori perché non riescono a calcolare con precisioni i costi dell'assicurazione sanitaria voluta dalla rivoluzione obamiana e temono un aumento della pressione fiscale». I nomi dei partecipanti al summit sono segretissimi ma negli scorsi anni al pranzo organizzato a Long Island hanno sempre partecipato George Soros, Julian Roberson e James Chanos: ovvero, veri e propri pezzi da novanta. Esattamente come il padrone di casa, le cui «Dieci sorprese» erano diventate una lettura obbligata a Wall Street quando lavorava per Morgan Stanley. «Il pessimismo economico da parte dei più abbienti è perfettamente giustificabile, visto che fin dall'inizio della campagna elettorale del 2008 sono stati dipinti come dei villani dal Partito Democratico: anche se sembra che il vento politico stia cambiando, un vero cambiamento è lontano mesi, se non anni», ha dichiarato al riguardo Jim Iuorio della TJM Institutional Services. Per Wien, «solo pochissimi dei presenti hanno dato possibilità all'indice Standard&Poor's di raggiungere i 1200 punti l'anno prossimo». E quindi, dove investono i grandi player? Shortano in patria e in Europa e si lanciano sui seguenti segmenti: «Immobili con destinazione d'uso business, terre a destinazione agricola e Africa», queste le tre parole che Wien ha reso noto ai suoi investitori: insomma, scelte non proprio da «regular investors» ma da strateghi. Esattamente come George Soros, l'unico che al pranzo rituale del 2007 parlava a chiare lettere di recessione e mercato dell'orso: aveva ragione lui. Quest'anno, invece, la visione che abbiamo descritto prima è stata condivisa praticamente all'unanimità: «Nessuno, finito il pranzo, è corso a piazzare un ordine», ha chiosato sornione Wien. Il problema è che quanto deciso da Long Island non è il futuro, è già il presente. La scorsa settimana, infatti, la Banca Mondiale ha avuto il buon cuore di pubblicare il report che si aspettava da mesi e dal quale si desume che gli acquisti di terreni nelle nazioni in via di sviluppo sono aumentati fino a quota 45 milioni di ettari nel 2009, un salto di dieci punti dai livelli dello scorso decennio. Due terzi, nemmeno a dirlo, si sono registrati in Africa, dove le difese delle istituzioni a scalate e acquisizioni sono più deboli o inesistenti a causa anche della corruzione dilagante. E non si tratta, come si potrebbe pensare, di fondi sovrani del Medio Oriente o della Cina ma anche di fondi occidentali - molti dei quali quotati all'AIM di Londra -, decisi come non mai a battere la concorrenza asiatica verso la nuova frontiera: ovvero, il controllo del suolo su cui scommettere «long» dopo aver shortato i subprime statunitensi. «Le terre agricole produttive sono la scommessa di profitto del futuro, ci ho piazzato sopra un grosso stock di liquidità», ha dichiarato Michael Burry, star di «The Big Short». Ovviamente, non tutti i paesi hanno accettato di buon grado questa colonizzazione finanziaria: il Brasile, ad esempio, ha posto un limite per acro alle acquisizione estere di terreni, soprattutto nel Mato Grosso e in Amazzonia. «Le terre brasiliane devono restare ai brasiliani», ha dichiarato Guillherme Cassel, ministro dell'Agricoltura brasiliano in una sorta di deja vù emergenziale delle politica adottata negli anni Settanta dal regime militare per congelare gli acquisti esteri. Poco, però, per far desistere gente come SinoLatin Capital, Goldman Sachs, Harvest Capital o Berkshire Hathaway, la quale vede infatti il suo boss, Warren Buffett, in fase di esplorazione di una venture da 400 milioni di dollari nel business di soia e zucchero con un partner brasiliano (una sorta di prestanome di lusso per aggirare le nuove norme). L'Argentina sta pensando a una mossa simile a quella dei vicini brasiliani visto che già il 7 per cento del suo territorio è in mano straniere, a partire dai 900mila ettari di proprietà dei Benetton in Patagonia fino alle holdings di George Soros, il filantropo, di Ted Turner e di Joe Lewis, capace di vietare l'ingresso al pubblico allo straordinario «Lago nascosto». Il perché è presto detto: al di là dell'investimento nei futuri granai mondiali, il business attuale per i paesi a grande attività industriale come la Cina è quello di scaricare altrove i costi ambientali della loro crescita a dismisura: le società industriali o «di transizione», come le definisce la Banca Mondiale, stanno perdendo ogni anno 2,9 milioni di ettari di terreni coltivabili. Per Cheng Siwei, boss del gigante cinese dell'energia alternativa, i danni ambientali in Cina ammontano al 13,5 per cento del Pil ogni anno, un dato che può far terminare in secondo piano il dato record della crescita. Stessa cosa vale per l'India. Da qui al 2050, d'altronde, la Banca Mondiale stima che la produzione dovrà crescere del 70 per cento per venire in contro a tre priorità: l'aumento delle bocche da sfamare, l'aumento dell'utilizzo di granaglie per l'alimentazione animale da allevamento e la produzione di biocarburante. Non sarà facile, anchè perché le riserve teoriche di terreno sono a quota 445 milioni di ettari a fronte di 1,5 miliardi di ettari di produzione. La scorsa settimana, dieci persone sono morte in Mozambico per i tumulti scoppiati a seguito del bando russo dell'export di grano, il cui prezzo è raddoppiato dal giugno scorso. Stando alla Banca Mondiale il numero di persone che ogni notte va a dormire con lo stomaco vuoto è salito da 830 milioni a oltre 1 miliardo negli ultimi tre anni. Ovviamente, questi progetti portano con sé anche investimenti, know how e infrastrutture di trasporto e collegamento prima inesistenti, come ad esempio è accaduto sulla costa pacifica del Perù. Il problema è che la terra non è una commodity, nonostante molti politici e grandi players pensino il contrario. Come vedete, io come voi, siamo sempre un passo - se non due - indietro rispetto a chi decide come andranno le cose: forse sarebbe il caso, prima di mettersi a discettare su regolamentazioni bancarie e sesso degli angeli, guardare a quella nuova categoria del business che sia chiama «geo-finanza». I grandi player stanno giocando su due tavoli: scommettono sul ribasso dei mercati, shortando equity e si lanciano nel grande business del futuro, l'acquisizione di terra, settore precluso al 99 per cento degli investitori. Chi shorta Deutsche Bank fa una scommessa e prende un rischio, chi impone per legge il pessimismo (oltre a creare le condizioni, attraverso l'indottrinamento mediatico dell'opinione pubblica e il finanziamento a chi è pronto a sostenere i loro interessi, per un cambio della decisione politica imposta dalla sovranità popolare, seppur molto limitato nella lobbystica America dei Caucus) per guadagnarci e conquistare - letteralmente - il mondo a costo di saldo, sta decidendo anche il nostro futuro. Non so a voi ma a me non va. Altro che perdere tempo su quella pantomima di Basilea 3... di Mauro Bottarelli |
16 settembre 2010
Ecco la strategia dei grandi player di Long Island
14 settembre 2010
I forzieri di Basilea3
"Eliminare l'incertezza". Il governatore della Banca centrale europea Jean Claude Trichet ha battuto su 'incertezza', parola chiave in tempo di crisi, per sostenere l'accordo Basilea3. Il nuovo regolmento è strumento necessario per evitare il ripetersi degli eccessi emersi nella crisi finanziaria, quando le banche si trovarono a dover ricorrere ai capitali pubblici per evitare il fallimento.
Il testo licenziato dai governatori delle banche centrali verrà adottato ufficialmente al prossimo G20 di novembre. I punti principali riguardano le riserve, e i cosidetti 'buffer', dei cuscinetti di capitale che dovranno essere accantonati in funzione di possibili 'rschi' del sistema. E sui punti chiave dell'accordo restano le posizioni conflittuali di chi vede una opportunità - invocata nel bel mezzo della crisi - di costruire degli argini alti e forti per evitare che il rischio provochi il default e chi, invece, legge i provvedimenti contenuti nelle regole di slavguardia di Basilea3 come un impedimento alla ripresa, fragile, con la possibilità di indebolire il settore bancario, bloccando così il flusso del denaro verso l'economia, le imprese. Per questo le dichiarazioni ufficiali che vengono dal Financial stability board,che ha impresso uno potente spinta per l'accordo, sono incentrate su questo argomento: "Le banche italiane saranno in grado di muoversi verso livelli patrimoniali più elevati con gradualità - ha detto il governatore Mario Draghi - assicurando al tempo stesso il sostegno alle imprese e all'economia".
Le associazioni confindustriali sono pessimiste, mentre le nuove regole - che troveranno graduale applicazione in un lasso di tempo assai lungo, dal 2013 e fino al 2020 - hanno trovato una calda accoglienza nei listini di borsa italiani.
Emilio Barucci è docente di finanza matematica al Politecnico di Milano e redattore del sito nelMerito.com.
PeaceReporter lo ha intervistato.
Basilea3 è il tentativo di riscrivere le regole riguardo a un punto cruciale della crisi finanziaria, il comportamento degli intermediari. Si cerca di intervenire su quanto capitale le banche debbano detenere a fronte delle attività che svolgono. La crisi finanziaria ha mostrato che il capitale che avevano era insufficiente per affrontare la cirsi. Detto altrimenti, le banche erano poco solide. La direzione in cui si va è quella di chiedere più capitale e questo vorrà dire che gli istituti di credito saranno meno liberi di fare 'quello che volevano' e dovranno cercare capitale sul mercato. Faranno meno utili, dovranno emettere azioni o altri strumenti, quindi la torta degli utili sarà più piccola, perchè avranno più azionisti da soddisfare.
Nonostante la gradualità dell'applicazione delle nuove regole, le associazioni industriali e la banche hanno paventato la possibilità di intaccare una già fragile ripresa. E' un argomento 'corporativo'?
Le banche si sono difese in tutta Europa dicendo che con questi requisiti o aumentano il capitale proprio o diminuiscono le attività che svolgono. E hanno detto che potrebbero diminuire il finanziamento all'economia reale, quindi alle imprese e ai risparmiatori. Questo approccio, questa difesa del sistema bancario, era prevedibile. Perché si sta scontrando la volontà di rendere le banche più robuste e più stabili, mentre le banche vogliono essere completamente libere. La crisi finanziaria ha mostrato che c'è un contrasto fra la stabilità del sistema e la capacità delle banche a svolgere attività ad ampio spettro. I governatori delle banche centrali hanno detto che quello che è successo nel 2007 dimostra che ci dobbiamo dotare di strumenti più forti per impedire una prossima crisi.
La difesa delle banche, secondo me, è ingiustificata. Molti studi dicono che queste regole avranno una modesta ricaduta sul fatto che non vi sia la capacità di finanziare l'economia.
Esiste un problema di competitività fra banche europee e il sistema statunitense?
Le banche europee sostengono che le banche Usa avevano meno attività dirette all'economia reale e che in Basilea3 ci sono regole penalizzanti che dovrebbero interessare soprattutto le banche statunitensi, perché quelle italiane ed europee hanno sempre avuto un occhio di riguardo all'economia. Non credo che ci sia un problema di concorrenza, ma è chiaro che un ridisegno delle regole così profondo ci porterà a banche che torneranno a fare il loro mestiere, invece di fare finanza.
Ha letto le regole. Giudizio positivo o negativo?
Se le cifre sono quelle riportate sui giornali, io dico positivo. All'inizio le cifre che giravano erano troppo penalizzanti. Ora siamo di fronte a misure forti, ma non eccessivamente penalizzanti.
Le regole di Basilea3 come incideranno sui prodotti 'derivati'?
Si è scelta una strada per cui molti titoli derivati scambiati in mercati regolamentati vengono penalizzati, perché le banche saranno meno incentivate a tenerli nel loro portafoglio. Al posto di un divieto, si è scelta la strada di dare incentivi alle banche perché non li usino in maniera sconsiderata. Bisognerà vedere se questi incentivi raggiungeranno il loro scopo o meno. Ma questa era l'unica strada che si poteva battere.
di Angelo MiottoLa programmazione di un saccheggio
Per capire i fenomeni socio-economici in atto in Europa può essere particolarmente utile osservare una realtà geografica, dall’altra parte del mondo, che ha un estremo rapporto di sudditanza nei confronti del capitalismo USA: L’America latina.
Nei Paesi latino-americani, nell’ultimo mezzo secolo ci sono state tre differenti fasi storiche, tutte improntate dal tentativo di affrancamento almeno parziale dal gioco statunitense, ma ciascuna di esse ha fallito. Una prima fase fu caratterizzata dalle cosiddette dittature militari, una seconda fu quella dei governi neoliberali e la terza, può essere definita come fase dei governi popolari con impostazione personalistica da parte del premier (Lula in Brasile, Chavez in Venezuela, Morales in Bolivia…). Le dittature militari, nell’immaginario della sinistra, vengono viste come l’espressione più diretta del colonialismo USA: questa è in realtà una semplificazione ideologica. Certamente andrebbero analizzate le situazioni di ciascun Paese e le figure rappresentative che ne sono state parzialmente artefici; si può però in generale affermare con attendibilità storica che le caste militari, con i loro governi, siano state alternativamente osteggiate o usate dagli USA. La regola era sempre la stessa: finché il governo in questione consentiva alle corporation buoni affari (leggi saccheggio) c’era il sostegno da parte USA, quando il governo cercava di riorganizzarsi attorno al concetto di sovranità nazionale allora veniva finanziata ed armata l’opposizione. Gli USA hanno alimentato lotte civili che sono costate, ad esempio, 50.000 morti in Nicaragua, 100.000 morti in El Salvador, 250.000 morti in Guatemala.
La strategia neocolonialista ormai consolidata comporta il mantenere una profonda frattura tra le maggiori componenti sociali della nazione suddita; quando una delle due rischia di prevalere nettamente si infiltra e si finanzia quella avversa. Antifascismo e anticomunismo sono le forme ideologiche che giustificano i vari spostamenti tattici.
La fase storica peggiore in America latina è arrivata dopo le dittature e si è trattato di quella dei governi neoliberali; governi il cui avvento è stato favorito rito dal collasso economico pilotato dalla grande finanza, ma imputato alle giunte militari.
Le misure prescritte dagli USA, note come “Consenso di Washington” (1) ai governi che Hanno sostituito queste giunte, sono esattamente le stesse che l’Europa degli ultimi dieci anni ha adottato e sta adottando: liberalizzazione dei mercati e allentamento dei vincoli di ogni tipo, privatizzazione delle aziende, beni pubblici e funzioni pubbliche, elevata imposizione fiscale che soffoca i piccoli operatori economici nazionali a vantaggio dei colossi internazionali (che hanno strumenti per gestire e raggirare il fisco), riduzione della spesa pubblica con piani di rientro del debito; in altre parole potere e discrezionalità nazionali pesantemente ridimensionate e subordinate alle direttive generali del grande capitale (2).
Con gli anni novanta si concluse una fase di lotte intestine provocate dagli USA, per approdare all’abbandono totale della sovranità da parte dei vari stati nei settori strategici e strutturali della vita nazionale. Ad esempio, con la privatizzazione dei sistemi pubblici dell’educazione e della salute non si ebbe qualificazione dei servizi bensì riduzione della loro fruibilità e soprattutto perdita di redditi sicuri per le famiglie degli insegnanti e dei sanitari, con limitazione anche nella loro dignità e libertà professionale. La svendita delle imprese pubbliche n ei comparti strategici di energia, trasporti, acqua e telefonia… avrebbe dovuto ridurre il costo dei servizi stessi, ma ne ha invece peggiorato la qualità, creato giungle tariffarie, minato la già scarsa efficienza delle reti di collegamento e cancellato posti di lavoro relativamente stabili. Tutto ciò è accaduto in un contesto sociale già povero e male organizzato rispetto al nostro, ma i danni sono stati dello stesso tipo.
Il comparto produttivo che vale la pena di osservare con maggiore attenzione è quello dell’agricoltura, perché essa è la base su cui poggia l’economia reale di ogni nazione. In Europa stiamo assistendo proprio in questi mesi ad una manovra assurda sui prezzi all’origine, che sta mettendo in ginocchio i produttori di latte, bestiame da carne, di prodotti agricoli per l’alimentazione umana. Vediamo ciò che è accaduto in America Latina nel periodo dei governi neoliberali. Con la privatizzazione del sistema creditizio, il grande capitale ha concesso credito laddove c’era maggiore opportunità speculativa, abbandonando la clientela più frammentata. Il commercio più della produzione ed i grossi clienti più di quelli piccoli hanno beneficiato del credito, che prima invece sosteneva a pioggia un po’ tutte le componenti sociali ed i particolare i piccoli allevatori ed agricoltori (3). I contadini, non più sostenuti da un sistema creditizio pubblico con una certa attenzione sociale, spesso finivano col dover ipotecare la loro terra per acquistare sementi, concimi e quant’altro. Dalle ipoteche alla perdita degli appezzamenti il passo era breve, poteva bastare una stagione agraria sfavorevole, un uragano o anche soltanto una flessione del prezzo di vendita del raccolto sui mercati, dovuto magari alla speculazione.
Col passaggio di proprietà delle terre dai piccoli produttori ai latifondisti si perse tutto il sistema agricolo tradizionale, più sostenibile rispetto a quello dell’agro-industria; si perdono anche la tradizione alimentare locale e le reti sociali che le fanno da contorno. Passo conclusivo di questa involuzione sociale è l’abbandono delle campagne e di tutto quel patrimonio secolare di competenze che conferiva dignità ed autonomia al lavoro. Contadini privati dei propri mezzi di sostentamento hanno finito con l’ammassarsi nei grossi centri urbani, dove sopravvivono in condizioni miserevoli ed indegne di un essere umano (4).
L’esodo dalle campagne può avere anche altri esiti: l’emigrazione internazionale. In genere questa possibilità viene presa in considerazione più dagli uomini che dalle donne, ciò spacca i nuclei familiari ed espone chi la tenta a grossi rischi. La speranza di una vita migliore per lo più si scontra con la realtà di uno sradicamento definitivo ed alienante (5), quando non addirittura con una fine prematura. Su questo argomento non serve fare del pietismo senza costrutto, come qui in Italia fanno purtroppo molti ambienti cattolici e gli esponenti di punta della sinistra (6); si tratta invece di mettere a fuoco la reale tragicità di scelte individuali, non buone per chi le compie e non buone per collettività come la nostra che subisce, nei termini di un flusso migratorio invasivo. L’accoglienza non risolve il problema a nessuno, anzi tampona le mostruose conseguenze della speculazione macroeconomica rimandando a data da destinarsi le sacrosante necessarie contromisure, che soltanto una nuova consapevolezza etico-politica può generare.
Il pensiero unico globali sta, che ha come premessa assoluta il primato dell’economia sulla politica, codifica, in termini sia ideologici che culturali la necessità che il capitale internazionale ha di mantenere più aperte possibili tutte le opportunità speculative, a scapito del mondo come ecosistema e del mondo come insieme di comunità solidali (gli stati nazionali) (7).
Le grandi migrazioni transanazionali ne sono un corollario indispensabile, perché valvola di sfogo che previene sollevazioni popolari; servono nei luoghi di espatrio per illudere, servono nei luoghi di afflusso per diluire la coscienza nazionale ed impedire fenomeni di compatta reazione sociale. Altri “desiderata” del pensiero unico sono: che i gusti del consumatore si uniformino alle produzioni offerte dalle multinazionali su scala planetaria, che la solidarietà entro la classe sociale abbiente si internazionalizzi, impedendo che uno spirito patriottico possa trovare dalla stessa parte imprenditori, tecnici, artisti, intellettuali e manodopera. Lotta aperta quindi contemporaneamente contro il nazionalismo e contro la socialità.
La diaspora dei centro-americani ha comportato un risvolto economico di particolare significato: le rimesse dall’estero. Attualmente, sempre come conseguenza dei governi neoliberali, circa il 70% della popolazione in America Centrale vive con meno di 3 euro al giorno; gli espatri (4,5 milioni di cui gran parte vivono negli USA) sono quindi divenuti essenziali per il sostentamento dei compatrioti rimasti a casa. I soldi mandati in patria rappresentano ben il 15% del Pil di tutta la regione centro-americana, mentre un altro 15% è rappresentato dalla cooperazione internazionale. In questa situazione, di dipendenza ed assoluta precarietà, sguazza un gruppo molto ristretto di famiglie (une decina) ricchissime, che hanno rapporti con le multinazionali e con la grande finanza; la classe media che vive di lavoro (professionisti, tecnici, docenti…) è in bilico tra sussistenza e povertà. Alcuni degli attuali governi popolari dell’America Latina, in particolare Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Argentina (8) stanno tentando correttivi rispetto allo tsunami liberista degli anni Novanta, ma la strada è tutta in salita: gli effetti devastanti prodotti sono difficilmente reversibili e la sudditanza economico-politica è pesante. Essi hanno però un vantaggio rispetto ai nostri governi europei: la maggior consapevolezza della natura criminosa del grande capitale internazionale. O si sceglie coscientemente collaborazionismo e corruzione, o quello che si deve fare è più chiaro.
Nella nostra presunzione europea ci siamo sempre sentiti estranei a situazioni di “fogna” sociale tipiche dell’America Latina; purtroppo l’epoca dei privilegi privatistici è conclusa mentre si è aperta (particolarmente per le generazioni nate dopo il 1970) una stagione di strenua battaglia per evitare che l’onda di marea del saccheggio liberista ci affoghi come talpe nelle tane. Su questa stessa rivista e su Rinascita è stata ampliamente argomentata la natura strutturale della crisi, irreversibile perché contestuale ad un insensato abuso di risorse che ha pesantemente intaccato la produttività globale devastando i principali ecosistemi. Il capitalismo liberista mostra oggi tutta la sua insensatezza ma, come una mandria impazzita, è ancora capace di fare enormi danni prima di essere fermato.
Avevo accennato precedentemente al crollo dei prezzi dei prodotti agricoli in Europa. Se la situazione non viene corretta porterà come conseguenza la svendita dei terreni da parte degli agricoltori proprietari a vantaggio del macrocapitale. Per il momento, in Italia, non è il credito ad essere negato agli agricoltori; anche la situazione debitoria è limitata, ma può rapidamente peggiorare, se la redditività delle aziende agricole non risale. E’ assurdo che il mais venga pagato all’origine 0,12 euro al Kg, così come il frumento panificabile a 0,17 euro al Kg; è una diminuzione dell’ordine del 50% rispetto ai prezzi del 2008 considerando poi che, al consumo, i generi alimentari (pane, pasta farina) hanno subito rincari in tutto il 2009. E’ ancora più assurdo che latte di alta qualità venga venduto alla stalla a 27 cent. Al libro, quando al consumatore costa 1,50 -1,60 euro al litro. Tutto ciò è frutto di speculazione in regime di libero mercato e per il settore lattiero è dovuto in particolare alla possibilità di importare latte estero di scarsa qualità ed alla ridotta capacità di assorbimento da parte dei mercati internazionali del latte italiano. Nel 2008 il latte alla stalla veniva pagato 42 cent! Se si considera che la produzione nazionale non copre neppure il fabbisogno interno, c’è evidentemente qualcosa di profondamente sbagliato che va corretto. Quando il prezzo del latte sarà tornato più alto molti allevatori potranno aver chiuso le aziende; si saranno persi posti di lavoro, persa una tradizione produttiva, persi prodotti tipici lattiero-caseari, persa la possibilità di riorganizzare l’allevamento bovino su basi più sane, più naturali (9). Verso metà ottobre qualcuno ha tirato fuori soldi pubblici (fondi europei) e ha dato un po’ di ossigeno ai produttori di latte. I problemi di fondo però restano: il mercato delle materie prime è in mano agli speculatori, la vendita degli alimentari al consumatore finale è monopolizzata dalla grande distribuzione organizzata (GDO) che ha la forza di imporre il prezzo a chi produce. Al di sotto della GDO ed ancora al di sotto dei produttori e degli intermediari, c’è l’agricoltore, che deve accontentarsi di ciò che gli danno. Eppure è innegabile che il settore economico in assoluto più importante in ogni paese sia l’agricoltura, non perché fa più Pil, ma perché garantisce sussistenza alimentare e soprattutto perché riguarda il territorio dell’intera nazione, la cui gestione ha ricadute generali di assoluta rilevanza. Un’agricoltura pulita, dove l’uso dei prodotti chimici sia qualificato e ridotto al minimo, dove le varietà culturali e le tecniche di coltivazione vengono studiate da lungo tempo per quel particolare terreno e per quella particolare area climatica, è un’immensa ricchezza per tutta la nazione. Al contrario, un’agricoltura dipendente dalla chimica, orientata dai tecnici delle multinazionali, in balia dei capricci del mercato sarebbe la fine di ciò che la tradizione italiana ancora rappresenta nel mondo, oltre che di tante altre cose.
Le associazioni di categoria degli agricoltori stanno finalmente muovendosi per ricollegare la produzione al consumo, ma sono sforzi di cui la politica dovrebbe capire l’assoluta urgenza favorendone l’esito con tutti i mezzi disponibili e senza curarsi del diktat liberista. Più di vent’anni fa si è permesso che grosse società come Parmalat ponessero fuori mercato le centrali del latte a carattere locale, pubbliche o di produttori consorziati. Poi sappiamo quanto ci sia costata la Parmalat coi suoi titoli, emessi col supporto di Bank of America. Oggi si sta concedendo un assurdo monopolio ed ulteriori possibilità espansiva alla GDO; essa uccide il piccolo commercio e penalizza indirettamente interi comparti produttivi, l’alimentare in primis.
Il problema è ancora una volta politico: esiste una classe politica capace di interpretare i problemi del Paese e di farsene carico anche resistendo alle pressioni dei poteri forti? Tutto ciò che è accaduto in altre parti del mondo dovrebbe insegnarci qualcosa, ma siamo ideologicamente in grado di apprenderne la lezione? Idioti e pusillanimi di casa nostra si scontrano in parlamento come se ciò di cui discutono sia in grado di migliorare anziché affossare la collettività; per corruzione, superficialità ma soprattutto ipocrisia ciascuno di loro trova il modo di non fare o non proporre ciò che è assolutamente necessario.
NOTE
(1) Questo è il nome del documento, derivato da una riunione tra l’establisment USA e 10 capi di stato dell’America Latina, in cui si prescrivevano le misure per “riformare” la politica economica in quell’area del mondo. Il termine era stato coniato nel 1989 dall’economista John Williamson dell’Istituto di Economia Internazionale nella capitale statunitense; egli mise a punto i dettagli economici per l’attacco neoliberista degli anni Novanta ai popoli latino-americani.
(2) In questi ultimi anni, rispetto al periodo del Consenso di Washington, le strategie neocoloniali in America Latina sono sempre le stesse, ma ne è cambiato il nome; in particolare nel Centro America da circa sei anni lo strumento di penetrazione economica da parte del macrocapitalismo si chiama Tlc (trattato di libero commercio). Sono sempre stati accordi con gli USA ma, per la prima volta nel 2008, è stato siglato un Tlc con l’Europa; si tratta dell’Acuerdo de Asociaciòn entre América Central y la Uniòn Europea, esso ripropone i contenuti liberisti dei soliti Tlc oltre ad intenti di dialogo politico. Non dobbiamo pensare che si tratti di un accordo tra Popoli, perché in realtà promotori e fruitori di questi accordi sono sempre le multinazionali, che in questo caso hanno usato per i loro scopi la piattaforma europea anziché quella atlantica.
(3) Dal 1993 al 2003, ad esempio, in Nicaragua il credito verso i produttori agricoli è passato dal 34% al 4%. Contestualmente nella regione venivano importati cereali dal Nord America, produzioni che il governo statunitense sovvenzionava per favorirne la vendita. Poi si pretende che l’Europa smetta con le Pac nel 2012!?
(4) Nelle bidonvilles ai margini delle città c’è una massa umana che vive di espedienti, di non lavori: vendita ambulante di ciarpame vario, caramelle, sigarette…; in certe città ci sono i “cartoneros”che selezionano nell’immondizia la carta, il cartone e qualsiasi altro materiale sfruttabile. I più fortunati lavorano nell’industria manifatturiera con salari che, nel Centro America, oscillano intorno ai 30 cent. Di euro all’ora.
(5) Chi se la cava meglio sono i delinquenti, gente disposta a tutto, che trova nelle inefficienze e nel buonismo umanitario dei Paesi di accoglienza uno spazio per sopravvivere senza sottomettersi.
(6) La gente comune è decisamente più consapevole dei leaders politici. In Italia la gran parte degli elettori non vuole una società multietnica, ma si trova ad essere “guidata” da corrotti che hanno costruito la loro carriera personale sulla più irriflessiva ed opportunistica retorica. Il bipolarismo “obbliga” un lavoratore tradizionalmente di sinistra (ma incazzato per avere perso il lavoro a causa della manodopera cinese) a valutare una triade di possibili segretari del Pd, ciascuno dei quali vuole facilitare ingresso e permanenza degli immigrati in Italia. Non ci sono parole, se non di vituperio, per definire l’ex neofascista presidente della Camera, Gianfranco Fini, che flirta con i “dalemiani” della Fondazione Italiani Europei per un progetto bipartisan sull’immigrazione a danno di tutto il paese. La differenza tra lui e un Bersani è che il secondo a maggiori scusanti biografiche.
(7) La tappa più nefasta dei processi di globalizzazione dei mercati possiamo collocarla nel 1994, allorché 135 nazioni furono convinte a dare vita al WTO (World Trade Organisation). Questa “chiesa” del libero commercio, attraverso accordi internazionali ai quali è difficile sottrarsi, cerca di impedire o sanzionare qualunque forma di protezionismo o comunque di argine (posto da singoli governi) alla mercificazione di ogni aspetto sociale: dal credito all’istruzione, dalla sanità all’alimentazione, dall’arte all’assistenza sociale, alle pensioni. La religione liberista impedisce nei fatti di progettare una società sana, favorendo invece il “dumping” sociale ed ambientale; esso è evasione di norme a tutela del lavoratore e dell’ambiente da parte di un capitale libero di spostarsi ovunque. Ciò sta devastando le strutture sociali più evolute, vanificando diritti acquisiti e tentativi di tutela del patrimonio naturale.
(8) L’Argentina, dopo le privatizzazioni di Carlos Menem nel 1991, scivolò via via in una condizione che la resero terreno ideale della speculazione finanziaria e facile preda per un saccheggio generalizzato. Il crollo economico fu nel 2001 sotto il governo di Fernando De La Rùa, insediatosi a fine 1999 e fuggito dal Paese nel dicembre 2001. Il caso di Cuba andrebbe trattato a parte, perché è stato l’unico Paese latinoamericano a sottrarsi fin dall’inizio alla globalizzazione; le sue tentazioni liberal-capitaliste sono molto recenti.
(9) Chi produce latte oggi spende una fortuna in ormoni, antibiotici ed antinfiammatori, soldi che vanno alle multinazionali. Le tecniche di allevamento intensivo e la stessa selezione genetica delle razze da latte hanno spinto per una produzione pro capite altissime, che però espone l’animale a continue infezioni ed infiammazioni (mastosi soprattutto). Non c’è natura nelle razze con ipertrofia secretiva, non c’è natura negli angusti spazi che occupa l’animale, non ce n’era nei mangimi (vedi BSE, il caso della “mucca pazza”), ce n’è ancor meno nel trasportare il latte per centinaia o per migliaia di chilometri pur di pagarlo meno.
di Enzo Caprioli -
13 settembre 2010
Il bluff delle nuove regole bancarie
Ci siamo: a Basilea stanno per varare le nuove regole bancarie ed è già partito lo spin per dare l’impressione all’opinione pubblica che la lezione della grande crisi è stata imparata. Grandi analisi, titoli rassicuranti. Ma è un passo nella giusta direzione? Sono perplesso per questi motivi
1) La tempistica. In risposta a una crisi maturata negli anni 2000, ed esplosa nel bienno 2007-2008, le nuove norme entreranno in vigore il primo gennaio 2013 con un periodo di transizione destinato a concludersi nel 2018. Dov’è l’urgenza?
2) Le regole. Saranno inasprite le norme per le attività di trading, verrà aumentato il patrimonio, saranno creati dei cuscinetti per assorbire eventuali perdite. Ma non è contemplata la norma fondamentale ovvero la separazione tra banche d’affari e banche commerciali; dunque l’amiguità all’origine della crisi viene protratta.
3) I valori del capitalismo. Ovvero un sistema che offre l’opportunità di grandi profitti, ma contempla la possibilità del fallimento. Invece, con le nome di Basilea 3, come vengono chiamate in gergo, si sancisce, di fatto, il concetto di Too big to fail, troppo grandi per fallire: il sistema non vuole che le grandi banche possano uscire di scena e questo implica un aumento di fatto del lorto potere, reale sui mercati e di condizionamento della società.
4) Le rigidità. Basilea 2 ha fallito perchè ha posto vincoli molto rigidi, ma già obsoleti. I mercati finanziari evolvono a una velocità impressionante e gli operatori escogitano nuovi prodotti finanziari, sempre più complessi in ambiti e con caratteristiche che le norme in vigore nemmeno contemplano. Dunque nel 2018 norme così faticosamente elaborate saranno, con ogni probabilità, superate; nel frattempo però avranno messo in difficoltà tanti piccoli istituti, per i quali sarà complicato adeguarsi. in genere saranno ancor più burocratiche, ottuse, meccaniche le procedure per erogare prestiti, mutui o consigliare strategie di investimento.
Il risultato complessivo? Un rafforzamento delle grandi banche e dunque quello che di fatto già oggi un sistema bancario corporativo e tendenzialmente oligopolista; senza garantire una riduzione dei rischi sistemici.
Insomma, prevalgono i soliti noti.
O sbaglio?
di Marcello Foa
11 settembre 2010
Sbaraccare l'attuale teatrino di nani e ballerine
Attaccare Berlusconi per qualsiasi cosa accada in Italia è ormai uno sport nazionale. Precipita un asteroide? Colpa dell’attrazione gravitazionale della pelata mascherata di Berlusconi! Capita un alluvione? Responsabilità di Berlusconi e del menestrello Apicella che con le loro stonature fanno piangere le nuvole! Caduta dei capelli? Ça va sans dire, Berlusconi è l’alopecia! Problemi di erezione? Berlusconite acuta! Priapismo? Idem. Satirismo? E che ve lo dico a fare!
Suvvia ci vorrebbe un po’ di misura e di sana analisi dei fenomeni sociali per interpretare dinamiche oggettive e portatori soggettivi dei processi reali al fine di giungere ad una spiegazione meno banale dei malanni del Paese. Anche il Senatore Emilio Colombo, protagonista di una gloriosa stagione politica, se ovviamente paragonata alla vergognosa messa in scena attuale, compie uno scivolone accusando il Presidente del Consiglio di violare la sovranità popolare. Ed il vecchio Dc sbaglia due volte. In primo luogo perché, in questo preciso momento storico, a voler impedire al popolo di esprimersi sulla crisi di governo è il centro-sinistra, a partire proprio da una sua vecchia conoscenza, quel Giorgio Napolitano, attuale Presidente della Repubblica che - lui sì colpito dal virus dell’incontinenza esternativa - non si comporta in maniera imparziale. Napolitano sta cercando di dare una mano al suo polo lasciato in mano ad una simpatica casalinga emiliana che si è scelta un alias per la sua carriera politica: Pierluigi Bersani. Mi dispiace ma ho frequentato troppo il pensiero marxista per individualizzare certi fenomeni che sono sempre il risultato di una concatenazione di eventi e forze materiali, dipendenti solo in parte dalla volontà e dalla capacità dei singoli. In secondo luogo, Colombo sa perfettamente che l’Italia è diventato il Paese di Pulcinella perché non ha ancora fatto chiarezza sulle modalità con cui è stata licenziata la Prima Repubblica allorquando un’intera classe dirigente, che era almeno un centinaio di spanne al di sopra dei guitti politicanti di oggi, fu spazzata via da un’indagine giudiziaria eterodiretta da alcuni poteri forti nazionali e da manine d’oltreoceano (come sostiene Cirino Pomicino) per far posto a questa seconda Repubblica delle Banane. E chi volete che salisse al potere in detta situazione? La guida suprema dello Stato libero di Bananas. Chi sennò? E ci è andata pure bene perché qualora la gioiosa macchina da guerra occhettiana avesse realmente ottenuto i risultati sperati oggi saremmo governati da un esercito di zombies con i baffi che avrebbe fatto strame della dignità nazionale. Nel frattempo un bel incartamento con la scritta Italia è sul tavolo di Obama. Come riporta Dagospia: “L'establishment Usa ha aperto il dossier della successione del Cavaliere e l'attenzione è diventata più forte dopo il viaggio in America di fine maggio di Giorgio Napolitano. Senza alcuna prova si è favoleggiata intorno a questa missione ed è circolata la voce che l'Amministrazione democratica avrebbe riempito le valige del Presidente della Repubblica con dossier pruriginosi sugli affari di Berlusconi con il beduino Gheddafi e l'amico Putin… agli occhi degli americani il business sulle armi e sull'energia con la Libia e con la Russia suonano striduli.” Inoltre, la nave italiana risulta così instabile, politicamente ed economicamente, che gli squali affamati l'hanno già circondata, a cominciare dal finanziere capobranco Soros che “a quanto risulta tiene d'occhio il caos sotto le stelle italiane. E questo suo interesse non va affatto trascurato perché l'uomo che ha appoggiato Solidarnosc e finanziato movimenti in Ucraina, Georgia e Bielorussia, potrebbe menare qualche colpetto a sorpresa durante una campagna elettorale con l'Italia nel mirino degli speculatori”. La truppa berlusconiana è avvisata…
Con questo pietoso background non posso che dar ragione a chi, tra i parlamentari del Pdl, dice che Berlusconi è un perseguitato perché inviso ai poteri forti e decotti di casa nostra ed esteri ai quali ha rotto le uova nel paniere nel ’94, cioè nel momento in cui questi avevano deciso di mandare i cattocomunisti al governo . Verissimo, per questo i "salotti buoni" e i loro addentellati d’oltreatlantico sono finiti ad arredare quel sepolcro imbiancato chiamato PD che non ha altro riferimento ideologico se non l’antiberlusconismo preconcetto. Ma l’uomo di Arcore ha i giorni contati e quando si toglierà di torno i suoi avversari non potranno più nascondersi dietro un dito. Cosa avranno allora da proporre al popolo italiano? Ve lo dico io: nulla condito con niente e sarà pure troppo. Ed ancora vedremo il Paese minacciato in ciò che ha di più prezioso, ovvero nella competenza di alcune sue imprese di punta in grado di dettare legge sui mercati esteri. Quanto tempo passerà prima di accusare l’Eni o Finmeccanica di non essere in possesso di un’etica umanitaria, di drogare la concorrenza e di subordinare il rispetto dei valori occidentali agli affari? Dopodiché ripartirà l’assalto alla diligenza con nuovi tentativi di scorporazioni e, perché no?, anche privatizzazioni. Ma nemmeno tale razzia soddisferà le loro esigenze vampiresche e con le mani ancora sporche di marmellata si getteranno sullo Stato per prosciugare le sue ormai logore mammelle. E così fino a quando l’Italia ormai sciupata esalerà l’ultimo respiro. Il quadro della situazione non lascia adito a dubbi, la sinistra, assistita dalla GF e ID, non elabora idee ma secerne odio e miseria politica a dismisura. Non è di sicuro questa la ricetta per risollevare il Paese. Ci vogliono forze fresche e uomini coraggiosi in grado di sbaraccare l'attuale teatrino di nani e ballerine che, da un versante all’altro dell’arco politico, sta mettendo in scena (e da quanti atti!) uno spettacolo penoso. Purtroppo l’orizzonte è ancora sguarnito e non si vede nessuno, con queste caratteristiche, in lontananza.
di Gianni Petrosillo
10 settembre 2010
Si può avere ancora fiducia in chi ci ha profondamente deluso?

«La fiducia è una cosa seria», recitava - molti anni fa - la pubblicità televisiva di una nota azienda produttrice di formaggi; e lo slogan era divenuto proverbiale.
Sì, la fiducia è una cosa seria; ma, come valore sociale, potremmo dire che le sue azioni sono scese, ultimamente, alquanto in ribasso.
Non è un caso che non se ne parli quasi più; altri valori l’hanno sostituita, nell’era della tecnologia imperante e dei rapporti umani sempre più anonimi e spersonalizzati: primi fra tutti, l’efficienza e la caccia al risultato, comunque e a qualsiasi prezzo.
Basterebbe dire che, tre o quattro generazioni fa, una stretta di mano fra contadini era sufficiente a sanzionare una transazione economica anche d’una certa importanza (relativamente parlando), come la compravendita di una mucca; non c’era bisogno di contratti, di firme e di notai: la parola data era garanzia più che sufficiente.
Oggi le cose stanno altrimenti, sia nei rapporti privati che in quelli professionali. Si promette con facilità, ma ci si cura pochissimo di mantenere; al punto che, quando ci s’imbatte in una persona veramente di parola, anche nelle piccole e piccolissime cose d’ogni giorno (che so, un elettricista che si presenti puntuale per eseguire un lavoro a domicilio), viene spontaneo provare un piacevole stupore e complimentarsi con l’interessato, come se avesse fatto qualche cosa di eccezionale: mentre non ha fatto altro che rispettare quanto convenuto.
Questo vuol dire che siamo messi male: non solo non c’è più fiducia reciproca, ma è venuta meno anche la reazione morale davanti ad un tale fenomeno; non ci si meraviglia, non ci si indigna più, non si protesta (a meno che si subisca un danno materiale rilevante); si tende sempre più ad una qualche forma di stoica rassegnazione.
In realtà, non dovrebbe essere così. Dovremmo continuare ad esigere il rispetto degli impegni presi, prima di tutto da parte di noi stessi e poi da parte degli altri. Il fatto è che ci stiamo abituando alla mancanza di affidabilità del prossimo perché, nel nostro intimo, sappiamo di essere diventati poco affidabili noi stessi. Dunque, la nostra stoica sopportazione del male comune nasce da una poco encomiabile indulgenza verso il nostro stesso scadimento morale.
Tale è il contesto in cui ci troviamo a vivere al giorno d’oggi. All’interno di un simile contesto, vale ancora la pena di domandarsi se sia possibile rinnovare la propria fiducia nei confronti di qualcuno che l’abbia profondamente delusa?
A nostro avviso, sì; e spiegheremo brevemente perché.
Abbiamo già accennato al fatto che non è cosa intellettualmente onesta pretendere la lealtà altrui, quando si è coscienti di esserlo poco; e la mancanza di lealtà incomincia da quella nei confronti di se stessi. Se si è poco leali con se stessi, se si ha la tendenza a raccontarsi delle storie per giustificare le proprie debolezze e le proprie colpe, allora è chiaro che si tenderà ad essere poco leali anche nei confronti del prossimo; e, talvolta, in perfetta “buona fede”: perché, se ci si autoinganna e ci si prende in giro da sé, non si sarà più nemmeno consapevoli di fare la stessa cosa nei confronti dell’altro.
Questo, dunque, è il primo punto da mettere bene in chiaro: se vogliamo poterci fidare degli altri, dobbiamo prima imparare ad essere onesti con noi stessi. Dobbiamo imparare a guardarci dentro senza trucchi e senza inganni, con assoluta trasparenza.; cosa non semplicissima e, comunque, alla quale siamo in genere poco abituati.
Il secondo punto da mettere in chiaro è che la fiducia che noi accordiamo agli altri, la diamo sulla base di una nostra valutazione di essi, che non è per nulla oggettiva: di fatto, quanto meno noi possediamo consapevolezza di noi stessi, tanto più abbiamo la tendenza a caricare l’altro di tutta una serie di aspettative, positive e negative, che risiedono solo nella nostra mente confusa.
Di conseguenza, succede che la delusine che noi proviamo per certi comportamenti dell’altro, tragga origine non da qualche cosa di reale, ma una nostra costruzione mentale che, non di rado, ha poco o nulla di fondato, e molto o moltissimo di immaginario. Prima di dire a noi stessi, pertanto: «Quella persona mi ha deluso, non crederò mai più in lei», forse faremmo bene a riflettere se la nostra delusione sia davvero giustificata.
Gli altri - è una verità perfino lapalissiana - vanno considerati per quello che sono, non per quello che noi vorremmo che fossero o crediamo che siano. Se noi sovrapponiamo alla loro immagine una immagine deformata, creata dai nostri bisogni e dai nostri timori, è certo che il nostro incontro con essi avverrà su un piano sbagliato e sarà fonte di malintesi, delusioni e, probabilmente, amarezze; ma di chi sarà la responsabilità di tutto questo: loro o nostra?
Se poi si voglia obiettare che, a rigor di termini, conoscere l’altro per quello che è realmente, risulta cosa impossibile, noi, sul piano, filosofico, consentiremo volentieri ad una simile obiezione: fedeli al motto berkeleiano «Esse est percipi», «essere è essere percepito», siamo profondamente convinti che tutto quello che possiamo sapere sugli altri, così come su ogni cosa che entri nel nostro campo esperienziale, non è altro che una operazione della nostra mente, la quale non può esperire le cose se non all’interno di se stessa e con tutti i limiti che da ciò derivano.
Per sapere come è fatta la parte posteriore della Venere di Milo, devo girarci attorno; oppure devo montare su una scala e così vederne, ma solo imperfettamente, entrambi i lati con un unico colpo d’occhio; a quel, punto, però, ci sarà un’altra prospettiva che mi sfuggirà irrimediabilmente, quella dal basso. Insomma, noi non possiamo mai conoscere le cose nella loro totalità; e se ciò vale per gli oggetti fisici, a maggior ragione vale per le esperienze di ordine psicologico. Noi possiamo vedere gli altri in base a come si comportano ora, in questo preciso istante: nulla possiamo dire, tuttavia, di un minuto fa o fra un altro minuto, se un minuto fa non c’eravamo e se fra un altro minuto saremo altrove.
Senza dubbio, le uniche esperienze “totali” (ma sempre relativamente parlando) che ci siano concesse, almeno finché ci troviamo nella presente condizione di esistenza, sono quelle di ordine puramente astratto: quelle di tipo logico-matematico e quelle di tipo spirituale e mistico; e le seconde ben più delle prime.
Con la logica matematica, infatti, noi possiamo cogliere l’essenza delle cose, ma solo partendo da una nostra operazione mentale che, di astrazione in astrazione, riesce a cogliere i nessi necessari fra determinate categorie concettuali (numeri, ad esempio, o classi di enti); mentre nella meditazione profonda e nell’estasi mistica è la realtà ultima che ci viene incontro e ci si apre davanti, inondandoci del suo ineffabile splendore, non perché noi abbiamo bussato con la nostra “ratio”alla sua porta, ma, al contrario, perché abbiamo compiuto un gesto di radicale umiltà, abbandonandoci interamente al flusso dell’Essere e svuotando la mente di ogni pensieri, a cominciare da quello, onnipervasivo ed estremamente petulante, del nostro stesso Ego.
Ma non è questa la sede per approfondire un tale argomento e, de resto, ci siamo già occupati di esso in numerose altre occasioni; per cui ritorniamo al nostro interrogativo iniziale: se, cioè, sia possibile avere ancora fiducia in qualcuno che ci abbia profondamente deluso.
Essendo consapevoli che noi non potremo mai conoscere veramente l’altro e che, spesso, non solo la nostra ragione, ma anche il nostro intuito falliscono, dobbiamo mettere nel conto, sin dall’inizio, che determinati suoi comportamenti ci possono deludere, ferire, amareggiare.
Al tempo stesso, e più in generale, dobbiamo mettere nel conto l’elemento della debolezza umana: in presenza di determinate circostanze, infatti, anche l’uomo la donna migliori possono venir meno al loro senso del dovere e soggiacere alle tentazioni del proprio egoismo, ivi compresa quella particolare forma di egoismo che è la paura, ossia l’anteporre la preoccupazione per sé stessi a quella per ciò che sarebbe giusto e doveroso fare.
Il cristianesimo possiede un termine specifico per indicare questa debolezza fondamentale, questa ferita originaria che deturpa l’anima umana e fa sì che neppure il migliore degli uomini possa dirsi completamente privo di inclinazioni al male: “peccato originale”. Il vero discrimine fra chi possiede un’anima religiosa e chi non la possiede è, in realtà, proprio questo: non il fatto di credere o non credere in Dio, ma il fatto di credere o non credere a una debolezza costitutiva che impedisce all’uomo di considerarsi egli stesso perfetto.
La credenza in Dio è un passo successivo: se l’uomo riconosce il proprio limite ontologico, la propria ferita strutturale (che può essere successiva a una “caduta”, come insegna appunto il cristianesimo, oppure originaria nel senso più completo), allora è possibile che egli si rivolga all’Essere da cui deriva e in cui non può esservi limite né imperfezione; se non lo riconosce, allora non riconoscerà nulla di più grande ed egli stesso sarà tentato di farsi Dio.
Dunque: noi crediamo che la natura umana sia ferita; che abbia smarrito il senso della perfezione, ossia della totalità; che non sia in grado, con le sole proprie forze, di sanare tale ferita e di tornare «a riveder le stelle», ossia a contemplare il proprio Cielo così come, forse, era in condizioni di fare prima dell’evento della “caduta”.
Di conseguenza, sarebbe assurdo pretendere che l’altro essere umano non ci deluda mai, non si mostri mai impari alle nostre aspettative: anche se tali aspettative non fossero sovente, come sono, sproporzionate e anche se noi fossimo in grado di giudicare obiettivamente le persone alle quali desideriamo aprire il nostro cuore.
A questo punto entra in gioco un concetto nuovo, quello del perdono: perché è impossibile continuare a vivere, dopo aver sopportato ripetute delusioni (e tutti, prima o poi, ne facciamo l’esperienza), senza maturare la capacità di perdonare coloro che ci hanno deluso e ferito e, prima ancora, senza la capacità di perdonare noi stessi, che ci siamo messi nelle condizioni di venire delusi e feriti così profondamente.
Infatti, a ben guardare, molto spesso l’incapacità di perdonare gli altri deriva dalla incapacità di perdonare se stessi: sono ben pochi coloro i quali, dopo aver vissuto una grossa delusione sul piano della fiducia verso il prossimo, non finiscano per incolpare se stessi, magari in maniera inconsapevole e, quindi, tanto più rabbiosa e disperata, in quanto la loro sofferenza non trova lo spazio per acquistare consapevolezza di sé e liberarsi.
Ad esempio, l’anziano che è stato raggirato da un truffatore senza scrupoli e gli ha ceduto, con un atto di fiducia sconsiderata, tutti i suoi risparmi, non soffre solo per la perdita economica, ma anche per il senso di colpa e di vergogna dovuto al proprio comportamento ingenuo e sommamente credulo. Ebbene, un meccanismo perfettamente analogo avviene in tutte le circostanze che vedano in gioco l’esperienza della fiducia tradita, anche e soprattutto quando si tratti di una esperienza di tipo affettivo e sentimentale.
L’amante abbandonato si sente in colpa con se stesso (o con se stessa), sia per aver creduto alle ingannevoli parole d’amore, sia per non essere stato capace di ispirare un sentimento autentico da parte dell’altro. Di conseguenza, si sente un fallito (o una fallita) come persona e non semplicemente un essere umano che è incorso in un infortunio; si sente spogliato di ogni fiducia in se stesso, anche se spesso adotta strategie reattive che non lo lascerebbero minimamente immaginare, proprio per cercare di nascondere le tracce del proprio fallimento.
Basterebbe già solo questo per darci un’idea dell’immenso, tortuosissimo groviglio di sotterranee aspettative che noi ci portiamo dietro allorché instauriamo dei rapporti col prossimo, per metterci in guardia circa il fatto di saper giudicare rettamente sia coloro dei quali intendiamo fidarci, sia la nostra stessa delusione, allorché ci sentiamo traditi da loro.
In conclusione, il rimedio migliore contro le ferite della delusione è, da un lato, essere sempre consapevoli della fondamentale debolezza umana; dall’altro, imparare a perdonare sia le altrui debolezze, che le nostre.
L’importante è essere limpidi e onesti: con se stessi in primo luogo, indi con gli altri.
Se esiste questa condizione, non c’è ferita che non si possa sanare e non c’è offesa che non si possa, eventualmente, perdonare, per continuare a guardare avanti sulle strade della vita.
di Francesco Lamendola
09 settembre 2010
La bolla europea
Esiste l’Europa – intendo, come realtà e unità spirituale, non semplicemente come espressione geografica? Certamente sì, e sommariamente possiamo individuarla nei seguenti elementi:
- una complessa e in parte tuttora misteriosa preistoria, dalla civiltà di Stonehenge a quella dei nuraghi;
- un’ancor oggi stupefacente creatività ellenica, madre delle arti, della matematica, della filosofia, della storiografia, e che costituisce la radice identitaria più autentica e specifica dell’Europa;
- il contributo e l’elaborazione di Roma, soprattutto nella creazione dell’ordinamento giuridico e amministrativo e nella costruzione dei diritti civili e individuali, nella loro distinzione dalla sfera pubblica;
- e successivamente i convergenti contributi soprattutto dell’area italica, dell’area germanica, dell’area francese, dell’area britannica (inclusi i celti), nonché dell’incessante produzione del pensiero ebraico della diaspora;
- l’attiva recettività, sin dai tempi più remoti, ad apporti e influssi asiatici ed egizi, in molti campi, tra cui quello artistico, esoterico e religioso;
- l’avvento di una religione asiatica, dogmatica e intollerante, che si consocia al potere politico, legittimandolo e partecipando ad esso;
- e che pone bruscamente fine, per circa mille e quattrocento anni, alla libertà di pensiero, ricerca, insegnamento, religione, demolendo i templi degli altri culti e chiudendo le scuole filosofiche che non si allineano ad essa, istituendo la censura, sopprimendo o torturando pensatori e scienziati scomodi, lanciando guerre contro i diversamente credenti;
- la successiva, lenta e travagliata risurrezione del pensiero laico e indipendente dai secoli bui, la sua lunga lotta per riconquistare la libertà e ristabilire la tolleranza; il nascere della scienza nell’opposizione della gerarchia religiosa; l’indagine sui limiti del pensiero e del conoscere; il rinascimento e i lumi;
- la multisecolare resistenza contro l’invasione armata di un’altra religione asiatica, militante, ancora più crudamente dogmatica, violenta e intollerante (tranne una breve parentesi dovuta all’influsso dei pochi libri greci che non aveva bruciato), le cui armate erano penetrate fino a Poitiers e a Vienna;
- la fioritura di musica, di belle arti e belle lettere, nonché delle tecniche e delle industrie; la nascita del pensiero e del dibattito politici; la critica del potere e della morale costituiti; la scoperta del relativismo culturale e dell’inconscio;
- e, insieme, i conflitti sociali scatenati dall’industrializzazione capitalista, la critica socioecnomica, le rivoluzioni totalitarie, la resistenza e le cruente lotte per liberarsi dai regimi da esse sorti;
- l’approdo, nei nostri giorni, e oramai su scala non più europea, ma globale, a una condizione di incertezza, precarietà, cronicizzazione delle crisi.
Ma che percentuale degli abitanti dell’Europa ha conoscenza di queste cose, le apprezza, le ha interiorizzate come parte dell’identità, e le vive quotidianamente? Una percentuale irrilevante. E non solo delle masse popolari, ma anche dei ceti medi e alti. Queste sono cose che valgono per pochi cultori specialisti. Altri sono i poli di identificazione e interesse degli odierni abitatori dell’Europa: denaro, potere, droga, sesso, sport, moda, musica commerciale americana o perlomeno non europea. Gusti globalizzati. Che cosa c’è di europeo negli Europei? Praticamente niente. L’identità, la civiltà europea non esistono, nella società e nella politica dei paesi europei, se non indirettamente e vagamente. Eppure vengono addotte a fondamento legittimante dell’Unione Europea e del suo concreto potere politico – sostanzialmente non basato su democratiche elezioni – sui c.d. cittadini europei. L’Unione Europea non è la realtà e unità spirituale “Europa” e in nessun senso la rappresenta. Non ha niente in comune con essa, tolto il riferimento geografico. E’ un ordinamento giuridico-finanziario con caratteri burocratici, vagamente liberali e liberisti, in parte dirigisti. Ma niente di identitariamente o specificamente europeo come qualità.
Al popolo italiano, specificamente, si diceva e si dice: “dovete pagare o fare questo o quello per entrare in Europa, per restare in Europa, perché è l’Europa che ve lo chiede”. Ma, appunto, quando si invoca quell’Europa con simili appelli, si lascia – volutamente – nell’implicito che cosa il popolo dovrebbe intendere per “Europa”. E che cosa intende il popolo italiano per “Europa”? Spirito, cultura, civiltà? Aristotele e Kant? Virgilio e Coleridge? Haydn e Rameau? Caravaggio e Rembrandt? Keplero e Bohr? Bentham e Anna Arendt? No: il popolo italiano intende, e gli si lascia intendere, un’istituzione statuale o superstatuale di tipo assistenziale, che eroga sussidi, che supplisce all’inefficienza, agli sprechi, all’immoralità, alla debolezza finanziaria dello Stato e della pubblica amministrazione italiani. Il paese che rimane attaccato a questa istituzione, rimane un paese di prima classe; chi perde il contatto, scivola verso il terzo mondo e la povertà.
Le aspettative di assistenza e supplenza sono molto radicate nel sentire e nel credere delle popolazioni italiane, soprattutto al Sud, che vive tradizionalmente di trasferimenti a spese di altri, quindi è predisposto a credere a promesse di questo tipo. Altrettanto diffusa è l’esterofilia, la maggior stima dell’estero e per lo straniero rispetto al domestico – forse un retaggio dei molti secoli di sottomissione a dominatori stranieri di quasi tutte le regioni italiane. Forse anche del Piano Marshall. Quindi, ai fini della gestione e produzione dei comportamenti collettivi, era ed è stato psicologicamente efficace abbinare questi due elementi (l’assistenza e lo straniero) per fare accettare agli Italiani molti sacrifici e molti trasferimenti di potere a organismi non italiani e non elettivi. E per fare accettare l’Euro. L’Euro veniva presentato agli Italiani come una panacea, una garanzia di aggancio alla prosperità ed efficienza tedesche, ma anche alla rispettabilità del sistema tedesco. Si diceva – per giustificare fortissimi e numerosi prelievi fiscali “allo scopo di entrare nell’Euro” – che, a) entrando nell’Euro, avremmo salvaguardato il nostro potere d’acquisto; e, b) che i paesi forti si sarebbero fatti carico del nostro enorme debito pubblico. Si trattava di fare un modico sacrificio per essere ammessi all’interno del club dell’Euro, e poi la strada sarebbe stata in discesa. Una furbata, un affarone, insomma. Invece è accaduto tutt’altro, e troppi se ne sono accorti: il passaggio all’Euro a) ha tagliato del 40% circa il potere d’acquisto e, b) ci ha lasciato sulle spalle tutto il debito pubblico – perché era falso, era una menzogna, che entrare nell’Euro avrebbe comportato la comunitarizzazione dei singoli debiti pubblici nazionali. Per giunta, ci ha privati della possibilità di ridurre il debito pubblico, in quanto ha peggiorato il rapporto pil/spesa pubblica, poiché, impedendo la svalutazione competitiva, ha bloccato lo sviluppo economico, ci ha fatto perdere sia quote di mercato estero e costretti a interno, che quote di occupazione. Si osservi come le aspettative popolari circa l’UE e l’Euro fossero sostanzialmente opposte, tra Italia e paesi forti, nel senso che questi ultimi li vedevano come occasione e mezzo per dispiegare ed espandere la propria forza politico-economica, e non certo per farsi assistere o per aiutare altri.
L’ultima sveglia è arrivata mesi fa, allorché la Germania ha messo in chiaro e dimostrato coi fatti che non si farà assolutamente carico dei problemi dei paesi deboli, e che i popoli come i Tedeschi, che hanno le qualità giuste e le mettono in pratica – i popoli laboriosi, efficienti, seri, concreti, ligi alle norme – vanno avanti, reggendo il confronto con la globalizzazione, la Cina, l’India, la Turchia. I popoli parolai, inefficienti e assistenzialisti, sono per contro destinati a un rapido impoverimento. Impoverimento che oramai appare avere una causa non tanto contingente e politica, quanto etnico-culturale, radicata nella mentalità sociale, nelle prassi abituali del singolo popolo circa il lavoro, le regole, l’amministrazione. Una causa che quindi non si risolve cambiando governo, né cambiando le leggi, né incarcerando mafiosi e corrotti. Bisognerebbe cambiare la mentalità, i costumi, la psicologia collettiva di quei popoli, a tutti i livelli, dalla politica alla magistratura, dai liberi professionisti agli insegnanti, e anche del corpo elettorale: un compito assai complesso e difficile, che non si sa nemmeno con che strumenti affrontare. Qualcuno si aspettava che bastasse imporre vincoli di bilancio, alla spesa pubblica, ossia la “virtuosità” di Maastricht, per rieducare i popoli PIGS, o per costringerli a rieducarsi da sé, con uno sforzo interno ma imposto dall’esterno. Ebbene, i fatti hanno smentito tale aspettativa: i PIGS sono rimasti PIGS – hanno perso le setole, ma non il vizio. In fondo, la storia mostra che il successo di un popolo dipende essenzialmente dalle sue qualità etniche, molto meno dai suoi contingenti governi e dalle sue contingenti normative. Svizzeri, Tedeschi, Austriaci, Scandinavi, ad esempio, sono sempre andati bene o comunque meglio degli altri. E meglio degli altri gestiscono anche la presente crisi.
Oramai troppi italiani si sono accorti che le aspettative di aiuto europeo in essi indotte dalla propaganda erano illusorie, e che l’Unione Europea e l’Euro costano molto e rendono poco o nulla. Bruxelles è una sorta di Nuova Roma, burocratica, imperiale, lobbystica, finanziarizzata, corrotta (ricordate M.me Cresson? sapete che i bilanci comunitari non sono controllati da un soggetto autonomo? immaginate quanto continuano a mangiarci? ci salva il fatto che il budget UE è solo l’1% del pil). Una Nuova Roma grassa e grassatrice, autoreferenziale, assurda in interminabili e onerose prescrizioni elucubrate da funzionari strapagati e incompetenti. Una Nuova Roma iniqua, inefficiente, quando non nemica, a cominciare dalla politica agricola comune. E insieme pressoché impotente e senza prestigio, politicamente e militarmente, sulla scena mondiale, tanto quanto nel gestire la corrente crisi economica: infatti ciascun paese fa per sé (ciascun governo fa per il proprio lettorato) e guardando solo ai propri interessi, o al più all’esigenza di rassicurare i mercati. L’idea di un ordinamento che cresce e si impone anche politicamente attraverso un processo strisciante di aggregazione e centralizzazione di funzione dopo funzione, avocandole dagli Stati nazionali, è quindi palesemente fallita. E gli aiuti europei – che poi altro non sono che il parziale ritorno delle nostre tasse – ossia i fondi perequativi, a seguito dell’ingresso dei paesi orientali, vanno oramai quasi tutti ad essi, e non più a noi, aiutandoli anzi a farci concorrenza e ad attirare le nostre imprese e i nostri capitali.
Anche la componente idealista dell’europeismo italiano, cioè il sogno della grande Federazione Europea, è rimasta tradita: con l’inclusione di molti paesi disomogenei dell’Est europeo, Washington e Londra hanno oramai conseguito il loro tradizionale obiettivo di impedire l’integrazione politica europea. Politicamente, anzi, l’Unione è in via di dissoluzione. La vera beneficiaria della sua espansione a Est è la Nato, che se ne è servita per penetrare nell’area ex Comecon in antagonismo alla Russia e piazzare i missili più vicini alle sue frontiere.
A misura che l’opinione pubblica italiana si accorge che la realtà è questa, è naturale che diventi non semplicemente “euroscettica”, ma contraria a Bruxelles (e, i più informati, anche alla sua Bastiglia monetaria, l’Eurotower di Francoforte). E che voti di conseguenza. Gli entusiasmi europeisti della popolazione italiana si sgonfiano come una bolla via via che gli Italiani realizzano che l’Unione Europea non li aiuta, non li sostiene, non supplisce alla loro inefficiente e corrotta gestione politica. Anzi, impone tagli a quel welfare che in Italia è servito per mantenere la coesione sociale e geografica. Col prossimo aggravarsi della recessione italiana, che avevo preannunciato per la fine di questo mese e che si sta avverando, sarà sempre più così.
di Marco Della Luna
08 settembre 2010
400 banche Usa pronte a fallire. Sotto gli occhi dei "regolatori"...
Michel Barnier, commissario europeo per gli Affari finanziari, è stato chiarissimo nel suo intervento al Workshop Ambrosetti di Cernobbio, addirittura cristallino: nessuno potrà sfuggire alla nuova regolamentazione europea che, se il lavoro proseguirà con questo ritmo, sarà pronta in versione di bozza per il 15 settembre. No one, nessuno. Due i punti chiave: normative sui derivati e sullo short selling che, stando alle indiscrezioni, verrà vietato.
Dopo la mossa stalinista di Barack Obama, ora anche l'Europa mette - o prova a mettere - i bastoni tra le ruote al libero mercato: Londra ringrazia sentitamente. Come se questo servisse a qualcosa. Nonostante il crollo di Lehman, la bolla dei subprime e quanto è seguito, infatti, nulla è cambiato: i volumi dei derivati scambiati sono aumentati. Solo nel mercato valutario c’erano transazioni quotidiane per 3.300 miliardi di dollari nel 2007 mentre quest'anno sono stati superati i 4.000 miliardi. Le cose non vanno meglio per il segmento dei derivati sui tassi d’interesse, cresciuti nell’arco del 24 per cento nell’arco di un triennio, toccando i 2.100 miliardi di dollari scambiati ogni giorno.
Il dito di Barnier, difficilmente, riuscirà a frenare la diga che sta per esondare. D'altronde, le banche non hanno voglia di farsi regolamentare, basti pensare all'esempio che ho portato nell'articolo di giovedì scorso, ovvero l'oceano di scommesse sui cds contro il debito italiano. Ogni giorno sui mercati non regolamentati, il vero problema che Barnier non sembra vedere, si scambiano circa 575 milioni di dollari in protezione sul debito italiano.
E sono, sempre secondo l'ente di vigilanza sui derivati, solo 17 i soggetti che vendono questa immunizzazione: Bank of America Merrill Lynch, Barclays, BNP Paribas, Calyon, Citibank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, HSBC, JPMorgan, Morgan Stanley, Natixis, Nomura, Royal Bank of Scotland, Société Générale, UBS e l'italianissima - ancorché internazionalizzata - UniCredit.
Nel caso dell’Italia tutti concorrono alla vendita dei Cds, UniCredit compresa, la quale fa benissimo e non compie alcun reato. Con una media di 21 operazioni di copertura sul debito italiano, per le 17 regine dei derivati si aprono le porte delle commissioni. Infatti per ogni singola transazione le banche guadagnano cifre variabili rispetto all’entità: non è difficile capire chi siano gli scacchieri dietro a questa girandola di scommesse, più vendo più guadagno.
Il 39 per cento dei Cds circolanti sull’Italia sono detenuti da cinque soggetti: Paulson, quel filantropo di Soros, Moore, Citadel e il fondo sovrano China Investment Corporation: quattro hedge fund statunitensi e il principale veicolo d’investimento di Pechino sono attualmente su posizioni ribassiste nei confronti del nostro Paese. E non sono i soli.
Il peso degli investitori si fa sentire sempre di più sul debito italiano. Gli oltre 1.800 miliardi di euro convincono poco i mercati, che hanno deciso di proteggersi dalle brutte sorprese: dallo scorso marzo, quando erano stati accesi circa 5.600 contratti di protezione sui rischi italiani, si è passati a oltre 6.600 nelle ultime settimane. La scadenza media è di un anno, sintomo della percezione negativa che gli investitori hanno del nostro Paese. In compenso, la maggioranza va in frantumi tra polemiche corrosive e il nostro ministro dell'Economia si permette di bollare come "da bambini" i giudizi del governatore di Bankitalia, Mario Draghi.
Ma torniamo a Barnier, il quale a Cernobbio ha parlato chiaro. Cristallino. Peccato si sia ben guardato dal rivelare quanto lui e la Commissione Ue hanno di fatto già deciso e che ora devono trovare il modo, oltre che il coraggio, di comunicare. Gli stress test sulle banche vanno rifatti perché eseguiti con criteri ridicoli e soprattutto perché ritenuti non credibili dalle istituzioni finanziarie ma, soprattutto, dai soggetti corporate. Ovvero, le aziende che con le banche hanno a che fare ogni istante. Una larga parte delle quali, sia nel Regno Unito che nell'Europa continentale, hanno messo nel mirino le banche italiane, spagnole e tedesche e stanno conducendo stress tests indipendenti per valutare realmente la robustezza di questi istituti: le revenues di queste aziende, tanto per capire il loro peso, è di 240 miliardi di dollari l'anno.
«La cosa che ci sta facendo preoccupare maggiormente è il rischio del credito», ha dichiarato al Financial Times il tesoriere di uno dei principali gruppi industriali tedeschi, secondo cui «anche dopo gli stress tests, noi tutti continuiamo a porci la stessa domanda: le banche sono davvero sane? Penso che i tests, lungi dall'aver dato delle rassicurazioni, hanno solo aggiunto domande a domande e timori a timori, soprattutto qui in Germania».
Per Stuart Siddall, presidente dell'Association of Corporate Treasurers, le aziende hanno posto alla prima posizione delle loro priorità il fatto di chiarire realmente lo stato di salute delle banche: «Mai visto spendere tanto tempo, risorse ed energie rispetto al rischio di controparte».
Per il tesoriere di una grande aziende del settore media, «gli stress tests sono stati niente più che uno scherzo. Bisogna capire se l'imperatore ha ancora dei vestiti o è nudo e, soprattutto, cosa fare se la situazione reale è la seconda. Siamo paranoici al riguardo e monitoriamo i rumors del mercato molto attentamente». Altra ossessione per queste aziende sono i cds, un mercato che ormai interessa più di quello azionario: «Le agenzie di rating stanno agendo troppo lentamente - attacca il tesoriere di un altro grande gruppo industriale tedesco -, noi stiamo monitorando lo stato di salute delle banche ogni giorno, anche al fine di aggiustare i nostri limiti».
Per il tesoriere di un'azienda quotata nell'indice Ftse 100 della Borsa di Londra, quanto sta accadendo è la naturale risposta del mercato alla poca trasparenza d istituzioni e regolatori: «Non abbiamo alcun business con banche spagnole e anche con un paio di istituti italiani e tedeschi. Se le banche americane non vogliono avere a che fare con questa gente, perché dovremmo farlo noi?».
Già, perché? D'altronde non il sottoscritto ma Nouriel Roubini, uno che la crisi l'aveva anticipata pur restando inascoltato, ha chiaramente detto che se sarà possibile evitare l'opzione double-dip, una seconda fase di recessione è quasi ineluttabile: fase, durante la quale, a suo modo di vedere saranno circa 400 le banche Usa destinate a fallire.
Chissà perché Barnier non ha voluto spendere una parola su questo, limitandosi a mostrare la faccia cattiva agitando lo spettro della regolamentazione? Chissà, forse è troppo imbarazzante ammettere di aver dato vita a una farsa travestita da stress tests e ora ritrovarsi obbligato a rifarli, secondo criteri seri, prima che siano i soggetti privati, tramite i loro studi, a mostrare davvero quanto è nudo il Re bancario: il Core Tier 1 di moltissime banche, infatti, una volta ripulito da artifici e assets assolutamente inutili in fase di stress, raggiungono a malapena 2,5 per cento.
Se i grandi fondi stanno shortando le azioni di cinque grandi istituti bancari europei, tra cui Barclays e Intesa-San Paolo, qualche motivo ci sarà. Va bene la speculazione, va bene l'azzardo ma nessuno è così masochista da scommettere al ribasso contro un soggetto finanziario in salute. Chissà se questo semplice ragionamento avrà sfiorato la raffinata mente di Michel Barnier?
P.S. So di essere tacciato di pessimismo cosmico e catastrofismo à la page ma stavolta dubito che si possa mettere in dubbio quanto ho scritto, almeno stando al link che allego per tutti i lettori e che è stato pubblicato da Cnbc ventiquattro ore dopo l'invio del mio pezzo, ovvero ieri mattina dopo l'apertura delle contrattazioni. Leggete e chiedetevi se i regolatori con cui abbiamo a che fare non siano da prendere a calci nel sedere.
di Mauro Bottarelli
16 settembre 2010
Ecco la strategia dei grandi player di Long Island
Prima che leggiate questo articolo, è meglio premettere qualcosa: sono liberale, liberista e mercatista convinto. Ritengo la speculazione, nella maggior parte dei casi, utile al buon funzionamento dei mercati, una sorta di «pesce spazzino» degli acquari: evita la creazione sistematica di bolle (o ne facilita l'esplosione prima che le dimensioni divengano ingestibili), attacca azioni sopravvalutate riportandole a valori accettabili (o affossandole, Enron è il caso più eclatante), smaschera i bilanci allegri di aziende che capitalizzano come multinazionali pur basandosi su debiti e scatole cinesi. Detto questo, c'è speculazione e speculazione. Quando questa diventa non sistematica ma addirittura strategica per finalità non solo di lucro ma addirittura di re-indirizzamento dei sistemi, politici ed economici, allora si passa alla categoria delle consorterie, dei grand commis. E' quello che sta accadendo negli Usa. Non amo Barack Obama e ritengo le sue ultime scelte sbagliate o comunque tiepide rispetto alla difficoltà del momento ma qualcuno, molto potente, non si sta limitando ai giudizi e alle critiche: sta agendo per sabotare, attraverso i mercati, lo status quo. Al mondo, si sa, ci sono circoli molto influenti: l'Aspen Institute, il Council for Foreign Affairs, la Trilaterale, il gruppo Bilderberg. Ma ci sono altri simposi, altrettanto potenti, che non si danno né nomi né denominazioni: peccato che, a conti fatti, decidano per tutti noi. O quasi. Da venticinque anni a questa parte il leggendario stratega di Wall Street, Byron Wien, ora con il Blackstone Group, organizza un summit estivo con i principali player statunitensi per parlare di economia globale e investimenti. Quest'anno non è stato diverso dagli altri, poche settimane fa una cinquantina di persone, tra cui dieci miliardari, si sono seduti attorno al tavolo imbandito da Wien e hanno fornito una indicazione netta sul futuro: Obama non va, la situazione economica è «gloomy» (fosca, ndr), occorre un cambio di marcia. «La visione generale è di un quadro di crescita molto lenta nel lungo termine, con un rischio reale di recessione», ha riassunto Wien in un report per gli investitori di Blackstone, secondo cui «l'amministrazione Obama è vista come ostile al business e in grado di scoraggiare sia gli investimenti che la creazione di nuovi posti di lavoro. La compagnie e gli imprenditori sono riluttanti nell'assumere nuovi lavoratori perché non riescono a calcolare con precisioni i costi dell'assicurazione sanitaria voluta dalla rivoluzione obamiana e temono un aumento della pressione fiscale». I nomi dei partecipanti al summit sono segretissimi ma negli scorsi anni al pranzo organizzato a Long Island hanno sempre partecipato George Soros, Julian Roberson e James Chanos: ovvero, veri e propri pezzi da novanta. Esattamente come il padrone di casa, le cui «Dieci sorprese» erano diventate una lettura obbligata a Wall Street quando lavorava per Morgan Stanley. «Il pessimismo economico da parte dei più abbienti è perfettamente giustificabile, visto che fin dall'inizio della campagna elettorale del 2008 sono stati dipinti come dei villani dal Partito Democratico: anche se sembra che il vento politico stia cambiando, un vero cambiamento è lontano mesi, se non anni», ha dichiarato al riguardo Jim Iuorio della TJM Institutional Services. Per Wien, «solo pochissimi dei presenti hanno dato possibilità all'indice Standard&Poor's di raggiungere i 1200 punti l'anno prossimo». E quindi, dove investono i grandi player? Shortano in patria e in Europa e si lanciano sui seguenti segmenti: «Immobili con destinazione d'uso business, terre a destinazione agricola e Africa», queste le tre parole che Wien ha reso noto ai suoi investitori: insomma, scelte non proprio da «regular investors» ma da strateghi. Esattamente come George Soros, l'unico che al pranzo rituale del 2007 parlava a chiare lettere di recessione e mercato dell'orso: aveva ragione lui. Quest'anno, invece, la visione che abbiamo descritto prima è stata condivisa praticamente all'unanimità: «Nessuno, finito il pranzo, è corso a piazzare un ordine», ha chiosato sornione Wien. Il problema è che quanto deciso da Long Island non è il futuro, è già il presente. La scorsa settimana, infatti, la Banca Mondiale ha avuto il buon cuore di pubblicare il report che si aspettava da mesi e dal quale si desume che gli acquisti di terreni nelle nazioni in via di sviluppo sono aumentati fino a quota 45 milioni di ettari nel 2009, un salto di dieci punti dai livelli dello scorso decennio. Due terzi, nemmeno a dirlo, si sono registrati in Africa, dove le difese delle istituzioni a scalate e acquisizioni sono più deboli o inesistenti a causa anche della corruzione dilagante. E non si tratta, come si potrebbe pensare, di fondi sovrani del Medio Oriente o della Cina ma anche di fondi occidentali - molti dei quali quotati all'AIM di Londra -, decisi come non mai a battere la concorrenza asiatica verso la nuova frontiera: ovvero, il controllo del suolo su cui scommettere «long» dopo aver shortato i subprime statunitensi. «Le terre agricole produttive sono la scommessa di profitto del futuro, ci ho piazzato sopra un grosso stock di liquidità», ha dichiarato Michael Burry, star di «The Big Short». Ovviamente, non tutti i paesi hanno accettato di buon grado questa colonizzazione finanziaria: il Brasile, ad esempio, ha posto un limite per acro alle acquisizione estere di terreni, soprattutto nel Mato Grosso e in Amazzonia. «Le terre brasiliane devono restare ai brasiliani», ha dichiarato Guillherme Cassel, ministro dell'Agricoltura brasiliano in una sorta di deja vù emergenziale delle politica adottata negli anni Settanta dal regime militare per congelare gli acquisti esteri. Poco, però, per far desistere gente come SinoLatin Capital, Goldman Sachs, Harvest Capital o Berkshire Hathaway, la quale vede infatti il suo boss, Warren Buffett, in fase di esplorazione di una venture da 400 milioni di dollari nel business di soia e zucchero con un partner brasiliano (una sorta di prestanome di lusso per aggirare le nuove norme). L'Argentina sta pensando a una mossa simile a quella dei vicini brasiliani visto che già il 7 per cento del suo territorio è in mano straniere, a partire dai 900mila ettari di proprietà dei Benetton in Patagonia fino alle holdings di George Soros, il filantropo, di Ted Turner e di Joe Lewis, capace di vietare l'ingresso al pubblico allo straordinario «Lago nascosto». Il perché è presto detto: al di là dell'investimento nei futuri granai mondiali, il business attuale per i paesi a grande attività industriale come la Cina è quello di scaricare altrove i costi ambientali della loro crescita a dismisura: le società industriali o «di transizione», come le definisce la Banca Mondiale, stanno perdendo ogni anno 2,9 milioni di ettari di terreni coltivabili. Per Cheng Siwei, boss del gigante cinese dell'energia alternativa, i danni ambientali in Cina ammontano al 13,5 per cento del Pil ogni anno, un dato che può far terminare in secondo piano il dato record della crescita. Stessa cosa vale per l'India. Da qui al 2050, d'altronde, la Banca Mondiale stima che la produzione dovrà crescere del 70 per cento per venire in contro a tre priorità: l'aumento delle bocche da sfamare, l'aumento dell'utilizzo di granaglie per l'alimentazione animale da allevamento e la produzione di biocarburante. Non sarà facile, anchè perché le riserve teoriche di terreno sono a quota 445 milioni di ettari a fronte di 1,5 miliardi di ettari di produzione. La scorsa settimana, dieci persone sono morte in Mozambico per i tumulti scoppiati a seguito del bando russo dell'export di grano, il cui prezzo è raddoppiato dal giugno scorso. Stando alla Banca Mondiale il numero di persone che ogni notte va a dormire con lo stomaco vuoto è salito da 830 milioni a oltre 1 miliardo negli ultimi tre anni. Ovviamente, questi progetti portano con sé anche investimenti, know how e infrastrutture di trasporto e collegamento prima inesistenti, come ad esempio è accaduto sulla costa pacifica del Perù. Il problema è che la terra non è una commodity, nonostante molti politici e grandi players pensino il contrario. Come vedete, io come voi, siamo sempre un passo - se non due - indietro rispetto a chi decide come andranno le cose: forse sarebbe il caso, prima di mettersi a discettare su regolamentazioni bancarie e sesso degli angeli, guardare a quella nuova categoria del business che sia chiama «geo-finanza». I grandi player stanno giocando su due tavoli: scommettono sul ribasso dei mercati, shortando equity e si lanciano nel grande business del futuro, l'acquisizione di terra, settore precluso al 99 per cento degli investitori. Chi shorta Deutsche Bank fa una scommessa e prende un rischio, chi impone per legge il pessimismo (oltre a creare le condizioni, attraverso l'indottrinamento mediatico dell'opinione pubblica e il finanziamento a chi è pronto a sostenere i loro interessi, per un cambio della decisione politica imposta dalla sovranità popolare, seppur molto limitato nella lobbystica America dei Caucus) per guadagnarci e conquistare - letteralmente - il mondo a costo di saldo, sta decidendo anche il nostro futuro. Non so a voi ma a me non va. Altro che perdere tempo su quella pantomima di Basilea 3... di Mauro Bottarelli |
14 settembre 2010
I forzieri di Basilea3
"Eliminare l'incertezza". Il governatore della Banca centrale europea Jean Claude Trichet ha battuto su 'incertezza', parola chiave in tempo di crisi, per sostenere l'accordo Basilea3. Il nuovo regolmento è strumento necessario per evitare il ripetersi degli eccessi emersi nella crisi finanziaria, quando le banche si trovarono a dover ricorrere ai capitali pubblici per evitare il fallimento.
Il testo licenziato dai governatori delle banche centrali verrà adottato ufficialmente al prossimo G20 di novembre. I punti principali riguardano le riserve, e i cosidetti 'buffer', dei cuscinetti di capitale che dovranno essere accantonati in funzione di possibili 'rschi' del sistema. E sui punti chiave dell'accordo restano le posizioni conflittuali di chi vede una opportunità - invocata nel bel mezzo della crisi - di costruire degli argini alti e forti per evitare che il rischio provochi il default e chi, invece, legge i provvedimenti contenuti nelle regole di slavguardia di Basilea3 come un impedimento alla ripresa, fragile, con la possibilità di indebolire il settore bancario, bloccando così il flusso del denaro verso l'economia, le imprese. Per questo le dichiarazioni ufficiali che vengono dal Financial stability board,che ha impresso uno potente spinta per l'accordo, sono incentrate su questo argomento: "Le banche italiane saranno in grado di muoversi verso livelli patrimoniali più elevati con gradualità - ha detto il governatore Mario Draghi - assicurando al tempo stesso il sostegno alle imprese e all'economia".
Le associazioni confindustriali sono pessimiste, mentre le nuove regole - che troveranno graduale applicazione in un lasso di tempo assai lungo, dal 2013 e fino al 2020 - hanno trovato una calda accoglienza nei listini di borsa italiani.
Emilio Barucci è docente di finanza matematica al Politecnico di Milano e redattore del sito nelMerito.com.
PeaceReporter lo ha intervistato.
Basilea3 è il tentativo di riscrivere le regole riguardo a un punto cruciale della crisi finanziaria, il comportamento degli intermediari. Si cerca di intervenire su quanto capitale le banche debbano detenere a fronte delle attività che svolgono. La crisi finanziaria ha mostrato che il capitale che avevano era insufficiente per affrontare la cirsi. Detto altrimenti, le banche erano poco solide. La direzione in cui si va è quella di chiedere più capitale e questo vorrà dire che gli istituti di credito saranno meno liberi di fare 'quello che volevano' e dovranno cercare capitale sul mercato. Faranno meno utili, dovranno emettere azioni o altri strumenti, quindi la torta degli utili sarà più piccola, perchè avranno più azionisti da soddisfare.
Nonostante la gradualità dell'applicazione delle nuove regole, le associazioni industriali e la banche hanno paventato la possibilità di intaccare una già fragile ripresa. E' un argomento 'corporativo'?
Le banche si sono difese in tutta Europa dicendo che con questi requisiti o aumentano il capitale proprio o diminuiscono le attività che svolgono. E hanno detto che potrebbero diminuire il finanziamento all'economia reale, quindi alle imprese e ai risparmiatori. Questo approccio, questa difesa del sistema bancario, era prevedibile. Perché si sta scontrando la volontà di rendere le banche più robuste e più stabili, mentre le banche vogliono essere completamente libere. La crisi finanziaria ha mostrato che c'è un contrasto fra la stabilità del sistema e la capacità delle banche a svolgere attività ad ampio spettro. I governatori delle banche centrali hanno detto che quello che è successo nel 2007 dimostra che ci dobbiamo dotare di strumenti più forti per impedire una prossima crisi.
La difesa delle banche, secondo me, è ingiustificata. Molti studi dicono che queste regole avranno una modesta ricaduta sul fatto che non vi sia la capacità di finanziare l'economia.
Esiste un problema di competitività fra banche europee e il sistema statunitense?
Le banche europee sostengono che le banche Usa avevano meno attività dirette all'economia reale e che in Basilea3 ci sono regole penalizzanti che dovrebbero interessare soprattutto le banche statunitensi, perché quelle italiane ed europee hanno sempre avuto un occhio di riguardo all'economia. Non credo che ci sia un problema di concorrenza, ma è chiaro che un ridisegno delle regole così profondo ci porterà a banche che torneranno a fare il loro mestiere, invece di fare finanza.
Ha letto le regole. Giudizio positivo o negativo?
Se le cifre sono quelle riportate sui giornali, io dico positivo. All'inizio le cifre che giravano erano troppo penalizzanti. Ora siamo di fronte a misure forti, ma non eccessivamente penalizzanti.
Le regole di Basilea3 come incideranno sui prodotti 'derivati'?
Si è scelta una strada per cui molti titoli derivati scambiati in mercati regolamentati vengono penalizzati, perché le banche saranno meno incentivate a tenerli nel loro portafoglio. Al posto di un divieto, si è scelta la strada di dare incentivi alle banche perché non li usino in maniera sconsiderata. Bisognerà vedere se questi incentivi raggiungeranno il loro scopo o meno. Ma questa era l'unica strada che si poteva battere.
di Angelo MiottoLa programmazione di un saccheggio
Per capire i fenomeni socio-economici in atto in Europa può essere particolarmente utile osservare una realtà geografica, dall’altra parte del mondo, che ha un estremo rapporto di sudditanza nei confronti del capitalismo USA: L’America latina.
Nei Paesi latino-americani, nell’ultimo mezzo secolo ci sono state tre differenti fasi storiche, tutte improntate dal tentativo di affrancamento almeno parziale dal gioco statunitense, ma ciascuna di esse ha fallito. Una prima fase fu caratterizzata dalle cosiddette dittature militari, una seconda fu quella dei governi neoliberali e la terza, può essere definita come fase dei governi popolari con impostazione personalistica da parte del premier (Lula in Brasile, Chavez in Venezuela, Morales in Bolivia…). Le dittature militari, nell’immaginario della sinistra, vengono viste come l’espressione più diretta del colonialismo USA: questa è in realtà una semplificazione ideologica. Certamente andrebbero analizzate le situazioni di ciascun Paese e le figure rappresentative che ne sono state parzialmente artefici; si può però in generale affermare con attendibilità storica che le caste militari, con i loro governi, siano state alternativamente osteggiate o usate dagli USA. La regola era sempre la stessa: finché il governo in questione consentiva alle corporation buoni affari (leggi saccheggio) c’era il sostegno da parte USA, quando il governo cercava di riorganizzarsi attorno al concetto di sovranità nazionale allora veniva finanziata ed armata l’opposizione. Gli USA hanno alimentato lotte civili che sono costate, ad esempio, 50.000 morti in Nicaragua, 100.000 morti in El Salvador, 250.000 morti in Guatemala.
La strategia neocolonialista ormai consolidata comporta il mantenere una profonda frattura tra le maggiori componenti sociali della nazione suddita; quando una delle due rischia di prevalere nettamente si infiltra e si finanzia quella avversa. Antifascismo e anticomunismo sono le forme ideologiche che giustificano i vari spostamenti tattici.
La fase storica peggiore in America latina è arrivata dopo le dittature e si è trattato di quella dei governi neoliberali; governi il cui avvento è stato favorito rito dal collasso economico pilotato dalla grande finanza, ma imputato alle giunte militari.
Le misure prescritte dagli USA, note come “Consenso di Washington” (1) ai governi che Hanno sostituito queste giunte, sono esattamente le stesse che l’Europa degli ultimi dieci anni ha adottato e sta adottando: liberalizzazione dei mercati e allentamento dei vincoli di ogni tipo, privatizzazione delle aziende, beni pubblici e funzioni pubbliche, elevata imposizione fiscale che soffoca i piccoli operatori economici nazionali a vantaggio dei colossi internazionali (che hanno strumenti per gestire e raggirare il fisco), riduzione della spesa pubblica con piani di rientro del debito; in altre parole potere e discrezionalità nazionali pesantemente ridimensionate e subordinate alle direttive generali del grande capitale (2).
Con gli anni novanta si concluse una fase di lotte intestine provocate dagli USA, per approdare all’abbandono totale della sovranità da parte dei vari stati nei settori strategici e strutturali della vita nazionale. Ad esempio, con la privatizzazione dei sistemi pubblici dell’educazione e della salute non si ebbe qualificazione dei servizi bensì riduzione della loro fruibilità e soprattutto perdita di redditi sicuri per le famiglie degli insegnanti e dei sanitari, con limitazione anche nella loro dignità e libertà professionale. La svendita delle imprese pubbliche n ei comparti strategici di energia, trasporti, acqua e telefonia… avrebbe dovuto ridurre il costo dei servizi stessi, ma ne ha invece peggiorato la qualità, creato giungle tariffarie, minato la già scarsa efficienza delle reti di collegamento e cancellato posti di lavoro relativamente stabili. Tutto ciò è accaduto in un contesto sociale già povero e male organizzato rispetto al nostro, ma i danni sono stati dello stesso tipo.
Il comparto produttivo che vale la pena di osservare con maggiore attenzione è quello dell’agricoltura, perché essa è la base su cui poggia l’economia reale di ogni nazione. In Europa stiamo assistendo proprio in questi mesi ad una manovra assurda sui prezzi all’origine, che sta mettendo in ginocchio i produttori di latte, bestiame da carne, di prodotti agricoli per l’alimentazione umana. Vediamo ciò che è accaduto in America Latina nel periodo dei governi neoliberali. Con la privatizzazione del sistema creditizio, il grande capitale ha concesso credito laddove c’era maggiore opportunità speculativa, abbandonando la clientela più frammentata. Il commercio più della produzione ed i grossi clienti più di quelli piccoli hanno beneficiato del credito, che prima invece sosteneva a pioggia un po’ tutte le componenti sociali ed i particolare i piccoli allevatori ed agricoltori (3). I contadini, non più sostenuti da un sistema creditizio pubblico con una certa attenzione sociale, spesso finivano col dover ipotecare la loro terra per acquistare sementi, concimi e quant’altro. Dalle ipoteche alla perdita degli appezzamenti il passo era breve, poteva bastare una stagione agraria sfavorevole, un uragano o anche soltanto una flessione del prezzo di vendita del raccolto sui mercati, dovuto magari alla speculazione.
Col passaggio di proprietà delle terre dai piccoli produttori ai latifondisti si perse tutto il sistema agricolo tradizionale, più sostenibile rispetto a quello dell’agro-industria; si perdono anche la tradizione alimentare locale e le reti sociali che le fanno da contorno. Passo conclusivo di questa involuzione sociale è l’abbandono delle campagne e di tutto quel patrimonio secolare di competenze che conferiva dignità ed autonomia al lavoro. Contadini privati dei propri mezzi di sostentamento hanno finito con l’ammassarsi nei grossi centri urbani, dove sopravvivono in condizioni miserevoli ed indegne di un essere umano (4).
L’esodo dalle campagne può avere anche altri esiti: l’emigrazione internazionale. In genere questa possibilità viene presa in considerazione più dagli uomini che dalle donne, ciò spacca i nuclei familiari ed espone chi la tenta a grossi rischi. La speranza di una vita migliore per lo più si scontra con la realtà di uno sradicamento definitivo ed alienante (5), quando non addirittura con una fine prematura. Su questo argomento non serve fare del pietismo senza costrutto, come qui in Italia fanno purtroppo molti ambienti cattolici e gli esponenti di punta della sinistra (6); si tratta invece di mettere a fuoco la reale tragicità di scelte individuali, non buone per chi le compie e non buone per collettività come la nostra che subisce, nei termini di un flusso migratorio invasivo. L’accoglienza non risolve il problema a nessuno, anzi tampona le mostruose conseguenze della speculazione macroeconomica rimandando a data da destinarsi le sacrosante necessarie contromisure, che soltanto una nuova consapevolezza etico-politica può generare.
Il pensiero unico globali sta, che ha come premessa assoluta il primato dell’economia sulla politica, codifica, in termini sia ideologici che culturali la necessità che il capitale internazionale ha di mantenere più aperte possibili tutte le opportunità speculative, a scapito del mondo come ecosistema e del mondo come insieme di comunità solidali (gli stati nazionali) (7).
Le grandi migrazioni transanazionali ne sono un corollario indispensabile, perché valvola di sfogo che previene sollevazioni popolari; servono nei luoghi di espatrio per illudere, servono nei luoghi di afflusso per diluire la coscienza nazionale ed impedire fenomeni di compatta reazione sociale. Altri “desiderata” del pensiero unico sono: che i gusti del consumatore si uniformino alle produzioni offerte dalle multinazionali su scala planetaria, che la solidarietà entro la classe sociale abbiente si internazionalizzi, impedendo che uno spirito patriottico possa trovare dalla stessa parte imprenditori, tecnici, artisti, intellettuali e manodopera. Lotta aperta quindi contemporaneamente contro il nazionalismo e contro la socialità.
La diaspora dei centro-americani ha comportato un risvolto economico di particolare significato: le rimesse dall’estero. Attualmente, sempre come conseguenza dei governi neoliberali, circa il 70% della popolazione in America Centrale vive con meno di 3 euro al giorno; gli espatri (4,5 milioni di cui gran parte vivono negli USA) sono quindi divenuti essenziali per il sostentamento dei compatrioti rimasti a casa. I soldi mandati in patria rappresentano ben il 15% del Pil di tutta la regione centro-americana, mentre un altro 15% è rappresentato dalla cooperazione internazionale. In questa situazione, di dipendenza ed assoluta precarietà, sguazza un gruppo molto ristretto di famiglie (une decina) ricchissime, che hanno rapporti con le multinazionali e con la grande finanza; la classe media che vive di lavoro (professionisti, tecnici, docenti…) è in bilico tra sussistenza e povertà. Alcuni degli attuali governi popolari dell’America Latina, in particolare Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Argentina (8) stanno tentando correttivi rispetto allo tsunami liberista degli anni Novanta, ma la strada è tutta in salita: gli effetti devastanti prodotti sono difficilmente reversibili e la sudditanza economico-politica è pesante. Essi hanno però un vantaggio rispetto ai nostri governi europei: la maggior consapevolezza della natura criminosa del grande capitale internazionale. O si sceglie coscientemente collaborazionismo e corruzione, o quello che si deve fare è più chiaro.
Nella nostra presunzione europea ci siamo sempre sentiti estranei a situazioni di “fogna” sociale tipiche dell’America Latina; purtroppo l’epoca dei privilegi privatistici è conclusa mentre si è aperta (particolarmente per le generazioni nate dopo il 1970) una stagione di strenua battaglia per evitare che l’onda di marea del saccheggio liberista ci affoghi come talpe nelle tane. Su questa stessa rivista e su Rinascita è stata ampliamente argomentata la natura strutturale della crisi, irreversibile perché contestuale ad un insensato abuso di risorse che ha pesantemente intaccato la produttività globale devastando i principali ecosistemi. Il capitalismo liberista mostra oggi tutta la sua insensatezza ma, come una mandria impazzita, è ancora capace di fare enormi danni prima di essere fermato.
Avevo accennato precedentemente al crollo dei prezzi dei prodotti agricoli in Europa. Se la situazione non viene corretta porterà come conseguenza la svendita dei terreni da parte degli agricoltori proprietari a vantaggio del macrocapitale. Per il momento, in Italia, non è il credito ad essere negato agli agricoltori; anche la situazione debitoria è limitata, ma può rapidamente peggiorare, se la redditività delle aziende agricole non risale. E’ assurdo che il mais venga pagato all’origine 0,12 euro al Kg, così come il frumento panificabile a 0,17 euro al Kg; è una diminuzione dell’ordine del 50% rispetto ai prezzi del 2008 considerando poi che, al consumo, i generi alimentari (pane, pasta farina) hanno subito rincari in tutto il 2009. E’ ancora più assurdo che latte di alta qualità venga venduto alla stalla a 27 cent. Al libro, quando al consumatore costa 1,50 -1,60 euro al litro. Tutto ciò è frutto di speculazione in regime di libero mercato e per il settore lattiero è dovuto in particolare alla possibilità di importare latte estero di scarsa qualità ed alla ridotta capacità di assorbimento da parte dei mercati internazionali del latte italiano. Nel 2008 il latte alla stalla veniva pagato 42 cent! Se si considera che la produzione nazionale non copre neppure il fabbisogno interno, c’è evidentemente qualcosa di profondamente sbagliato che va corretto. Quando il prezzo del latte sarà tornato più alto molti allevatori potranno aver chiuso le aziende; si saranno persi posti di lavoro, persa una tradizione produttiva, persi prodotti tipici lattiero-caseari, persa la possibilità di riorganizzare l’allevamento bovino su basi più sane, più naturali (9). Verso metà ottobre qualcuno ha tirato fuori soldi pubblici (fondi europei) e ha dato un po’ di ossigeno ai produttori di latte. I problemi di fondo però restano: il mercato delle materie prime è in mano agli speculatori, la vendita degli alimentari al consumatore finale è monopolizzata dalla grande distribuzione organizzata (GDO) che ha la forza di imporre il prezzo a chi produce. Al di sotto della GDO ed ancora al di sotto dei produttori e degli intermediari, c’è l’agricoltore, che deve accontentarsi di ciò che gli danno. Eppure è innegabile che il settore economico in assoluto più importante in ogni paese sia l’agricoltura, non perché fa più Pil, ma perché garantisce sussistenza alimentare e soprattutto perché riguarda il territorio dell’intera nazione, la cui gestione ha ricadute generali di assoluta rilevanza. Un’agricoltura pulita, dove l’uso dei prodotti chimici sia qualificato e ridotto al minimo, dove le varietà culturali e le tecniche di coltivazione vengono studiate da lungo tempo per quel particolare terreno e per quella particolare area climatica, è un’immensa ricchezza per tutta la nazione. Al contrario, un’agricoltura dipendente dalla chimica, orientata dai tecnici delle multinazionali, in balia dei capricci del mercato sarebbe la fine di ciò che la tradizione italiana ancora rappresenta nel mondo, oltre che di tante altre cose.
Le associazioni di categoria degli agricoltori stanno finalmente muovendosi per ricollegare la produzione al consumo, ma sono sforzi di cui la politica dovrebbe capire l’assoluta urgenza favorendone l’esito con tutti i mezzi disponibili e senza curarsi del diktat liberista. Più di vent’anni fa si è permesso che grosse società come Parmalat ponessero fuori mercato le centrali del latte a carattere locale, pubbliche o di produttori consorziati. Poi sappiamo quanto ci sia costata la Parmalat coi suoi titoli, emessi col supporto di Bank of America. Oggi si sta concedendo un assurdo monopolio ed ulteriori possibilità espansiva alla GDO; essa uccide il piccolo commercio e penalizza indirettamente interi comparti produttivi, l’alimentare in primis.
Il problema è ancora una volta politico: esiste una classe politica capace di interpretare i problemi del Paese e di farsene carico anche resistendo alle pressioni dei poteri forti? Tutto ciò che è accaduto in altre parti del mondo dovrebbe insegnarci qualcosa, ma siamo ideologicamente in grado di apprenderne la lezione? Idioti e pusillanimi di casa nostra si scontrano in parlamento come se ciò di cui discutono sia in grado di migliorare anziché affossare la collettività; per corruzione, superficialità ma soprattutto ipocrisia ciascuno di loro trova il modo di non fare o non proporre ciò che è assolutamente necessario.
NOTE
(1) Questo è il nome del documento, derivato da una riunione tra l’establisment USA e 10 capi di stato dell’America Latina, in cui si prescrivevano le misure per “riformare” la politica economica in quell’area del mondo. Il termine era stato coniato nel 1989 dall’economista John Williamson dell’Istituto di Economia Internazionale nella capitale statunitense; egli mise a punto i dettagli economici per l’attacco neoliberista degli anni Novanta ai popoli latino-americani.
(2) In questi ultimi anni, rispetto al periodo del Consenso di Washington, le strategie neocoloniali in America Latina sono sempre le stesse, ma ne è cambiato il nome; in particolare nel Centro America da circa sei anni lo strumento di penetrazione economica da parte del macrocapitalismo si chiama Tlc (trattato di libero commercio). Sono sempre stati accordi con gli USA ma, per la prima volta nel 2008, è stato siglato un Tlc con l’Europa; si tratta dell’Acuerdo de Asociaciòn entre América Central y la Uniòn Europea, esso ripropone i contenuti liberisti dei soliti Tlc oltre ad intenti di dialogo politico. Non dobbiamo pensare che si tratti di un accordo tra Popoli, perché in realtà promotori e fruitori di questi accordi sono sempre le multinazionali, che in questo caso hanno usato per i loro scopi la piattaforma europea anziché quella atlantica.
(3) Dal 1993 al 2003, ad esempio, in Nicaragua il credito verso i produttori agricoli è passato dal 34% al 4%. Contestualmente nella regione venivano importati cereali dal Nord America, produzioni che il governo statunitense sovvenzionava per favorirne la vendita. Poi si pretende che l’Europa smetta con le Pac nel 2012!?
(4) Nelle bidonvilles ai margini delle città c’è una massa umana che vive di espedienti, di non lavori: vendita ambulante di ciarpame vario, caramelle, sigarette…; in certe città ci sono i “cartoneros”che selezionano nell’immondizia la carta, il cartone e qualsiasi altro materiale sfruttabile. I più fortunati lavorano nell’industria manifatturiera con salari che, nel Centro America, oscillano intorno ai 30 cent. Di euro all’ora.
(5) Chi se la cava meglio sono i delinquenti, gente disposta a tutto, che trova nelle inefficienze e nel buonismo umanitario dei Paesi di accoglienza uno spazio per sopravvivere senza sottomettersi.
(6) La gente comune è decisamente più consapevole dei leaders politici. In Italia la gran parte degli elettori non vuole una società multietnica, ma si trova ad essere “guidata” da corrotti che hanno costruito la loro carriera personale sulla più irriflessiva ed opportunistica retorica. Il bipolarismo “obbliga” un lavoratore tradizionalmente di sinistra (ma incazzato per avere perso il lavoro a causa della manodopera cinese) a valutare una triade di possibili segretari del Pd, ciascuno dei quali vuole facilitare ingresso e permanenza degli immigrati in Italia. Non ci sono parole, se non di vituperio, per definire l’ex neofascista presidente della Camera, Gianfranco Fini, che flirta con i “dalemiani” della Fondazione Italiani Europei per un progetto bipartisan sull’immigrazione a danno di tutto il paese. La differenza tra lui e un Bersani è che il secondo a maggiori scusanti biografiche.
(7) La tappa più nefasta dei processi di globalizzazione dei mercati possiamo collocarla nel 1994, allorché 135 nazioni furono convinte a dare vita al WTO (World Trade Organisation). Questa “chiesa” del libero commercio, attraverso accordi internazionali ai quali è difficile sottrarsi, cerca di impedire o sanzionare qualunque forma di protezionismo o comunque di argine (posto da singoli governi) alla mercificazione di ogni aspetto sociale: dal credito all’istruzione, dalla sanità all’alimentazione, dall’arte all’assistenza sociale, alle pensioni. La religione liberista impedisce nei fatti di progettare una società sana, favorendo invece il “dumping” sociale ed ambientale; esso è evasione di norme a tutela del lavoratore e dell’ambiente da parte di un capitale libero di spostarsi ovunque. Ciò sta devastando le strutture sociali più evolute, vanificando diritti acquisiti e tentativi di tutela del patrimonio naturale.
(8) L’Argentina, dopo le privatizzazioni di Carlos Menem nel 1991, scivolò via via in una condizione che la resero terreno ideale della speculazione finanziaria e facile preda per un saccheggio generalizzato. Il crollo economico fu nel 2001 sotto il governo di Fernando De La Rùa, insediatosi a fine 1999 e fuggito dal Paese nel dicembre 2001. Il caso di Cuba andrebbe trattato a parte, perché è stato l’unico Paese latinoamericano a sottrarsi fin dall’inizio alla globalizzazione; le sue tentazioni liberal-capitaliste sono molto recenti.
(9) Chi produce latte oggi spende una fortuna in ormoni, antibiotici ed antinfiammatori, soldi che vanno alle multinazionali. Le tecniche di allevamento intensivo e la stessa selezione genetica delle razze da latte hanno spinto per una produzione pro capite altissime, che però espone l’animale a continue infezioni ed infiammazioni (mastosi soprattutto). Non c’è natura nelle razze con ipertrofia secretiva, non c’è natura negli angusti spazi che occupa l’animale, non ce n’era nei mangimi (vedi BSE, il caso della “mucca pazza”), ce n’è ancor meno nel trasportare il latte per centinaia o per migliaia di chilometri pur di pagarlo meno.
di Enzo Caprioli -
13 settembre 2010
Il bluff delle nuove regole bancarie
Ci siamo: a Basilea stanno per varare le nuove regole bancarie ed è già partito lo spin per dare l’impressione all’opinione pubblica che la lezione della grande crisi è stata imparata. Grandi analisi, titoli rassicuranti. Ma è un passo nella giusta direzione? Sono perplesso per questi motivi
1) La tempistica. In risposta a una crisi maturata negli anni 2000, ed esplosa nel bienno 2007-2008, le nuove norme entreranno in vigore il primo gennaio 2013 con un periodo di transizione destinato a concludersi nel 2018. Dov’è l’urgenza?
2) Le regole. Saranno inasprite le norme per le attività di trading, verrà aumentato il patrimonio, saranno creati dei cuscinetti per assorbire eventuali perdite. Ma non è contemplata la norma fondamentale ovvero la separazione tra banche d’affari e banche commerciali; dunque l’amiguità all’origine della crisi viene protratta.
3) I valori del capitalismo. Ovvero un sistema che offre l’opportunità di grandi profitti, ma contempla la possibilità del fallimento. Invece, con le nome di Basilea 3, come vengono chiamate in gergo, si sancisce, di fatto, il concetto di Too big to fail, troppo grandi per fallire: il sistema non vuole che le grandi banche possano uscire di scena e questo implica un aumento di fatto del lorto potere, reale sui mercati e di condizionamento della società.
4) Le rigidità. Basilea 2 ha fallito perchè ha posto vincoli molto rigidi, ma già obsoleti. I mercati finanziari evolvono a una velocità impressionante e gli operatori escogitano nuovi prodotti finanziari, sempre più complessi in ambiti e con caratteristiche che le norme in vigore nemmeno contemplano. Dunque nel 2018 norme così faticosamente elaborate saranno, con ogni probabilità, superate; nel frattempo però avranno messo in difficoltà tanti piccoli istituti, per i quali sarà complicato adeguarsi. in genere saranno ancor più burocratiche, ottuse, meccaniche le procedure per erogare prestiti, mutui o consigliare strategie di investimento.
Il risultato complessivo? Un rafforzamento delle grandi banche e dunque quello che di fatto già oggi un sistema bancario corporativo e tendenzialmente oligopolista; senza garantire una riduzione dei rischi sistemici.
Insomma, prevalgono i soliti noti.
O sbaglio?
di Marcello Foa
11 settembre 2010
Sbaraccare l'attuale teatrino di nani e ballerine
Attaccare Berlusconi per qualsiasi cosa accada in Italia è ormai uno sport nazionale. Precipita un asteroide? Colpa dell’attrazione gravitazionale della pelata mascherata di Berlusconi! Capita un alluvione? Responsabilità di Berlusconi e del menestrello Apicella che con le loro stonature fanno piangere le nuvole! Caduta dei capelli? Ça va sans dire, Berlusconi è l’alopecia! Problemi di erezione? Berlusconite acuta! Priapismo? Idem. Satirismo? E che ve lo dico a fare!
Suvvia ci vorrebbe un po’ di misura e di sana analisi dei fenomeni sociali per interpretare dinamiche oggettive e portatori soggettivi dei processi reali al fine di giungere ad una spiegazione meno banale dei malanni del Paese. Anche il Senatore Emilio Colombo, protagonista di una gloriosa stagione politica, se ovviamente paragonata alla vergognosa messa in scena attuale, compie uno scivolone accusando il Presidente del Consiglio di violare la sovranità popolare. Ed il vecchio Dc sbaglia due volte. In primo luogo perché, in questo preciso momento storico, a voler impedire al popolo di esprimersi sulla crisi di governo è il centro-sinistra, a partire proprio da una sua vecchia conoscenza, quel Giorgio Napolitano, attuale Presidente della Repubblica che - lui sì colpito dal virus dell’incontinenza esternativa - non si comporta in maniera imparziale. Napolitano sta cercando di dare una mano al suo polo lasciato in mano ad una simpatica casalinga emiliana che si è scelta un alias per la sua carriera politica: Pierluigi Bersani. Mi dispiace ma ho frequentato troppo il pensiero marxista per individualizzare certi fenomeni che sono sempre il risultato di una concatenazione di eventi e forze materiali, dipendenti solo in parte dalla volontà e dalla capacità dei singoli. In secondo luogo, Colombo sa perfettamente che l’Italia è diventato il Paese di Pulcinella perché non ha ancora fatto chiarezza sulle modalità con cui è stata licenziata la Prima Repubblica allorquando un’intera classe dirigente, che era almeno un centinaio di spanne al di sopra dei guitti politicanti di oggi, fu spazzata via da un’indagine giudiziaria eterodiretta da alcuni poteri forti nazionali e da manine d’oltreoceano (come sostiene Cirino Pomicino) per far posto a questa seconda Repubblica delle Banane. E chi volete che salisse al potere in detta situazione? La guida suprema dello Stato libero di Bananas. Chi sennò? E ci è andata pure bene perché qualora la gioiosa macchina da guerra occhettiana avesse realmente ottenuto i risultati sperati oggi saremmo governati da un esercito di zombies con i baffi che avrebbe fatto strame della dignità nazionale. Nel frattempo un bel incartamento con la scritta Italia è sul tavolo di Obama. Come riporta Dagospia: “L'establishment Usa ha aperto il dossier della successione del Cavaliere e l'attenzione è diventata più forte dopo il viaggio in America di fine maggio di Giorgio Napolitano. Senza alcuna prova si è favoleggiata intorno a questa missione ed è circolata la voce che l'Amministrazione democratica avrebbe riempito le valige del Presidente della Repubblica con dossier pruriginosi sugli affari di Berlusconi con il beduino Gheddafi e l'amico Putin… agli occhi degli americani il business sulle armi e sull'energia con la Libia e con la Russia suonano striduli.” Inoltre, la nave italiana risulta così instabile, politicamente ed economicamente, che gli squali affamati l'hanno già circondata, a cominciare dal finanziere capobranco Soros che “a quanto risulta tiene d'occhio il caos sotto le stelle italiane. E questo suo interesse non va affatto trascurato perché l'uomo che ha appoggiato Solidarnosc e finanziato movimenti in Ucraina, Georgia e Bielorussia, potrebbe menare qualche colpetto a sorpresa durante una campagna elettorale con l'Italia nel mirino degli speculatori”. La truppa berlusconiana è avvisata…
Con questo pietoso background non posso che dar ragione a chi, tra i parlamentari del Pdl, dice che Berlusconi è un perseguitato perché inviso ai poteri forti e decotti di casa nostra ed esteri ai quali ha rotto le uova nel paniere nel ’94, cioè nel momento in cui questi avevano deciso di mandare i cattocomunisti al governo . Verissimo, per questo i "salotti buoni" e i loro addentellati d’oltreatlantico sono finiti ad arredare quel sepolcro imbiancato chiamato PD che non ha altro riferimento ideologico se non l’antiberlusconismo preconcetto. Ma l’uomo di Arcore ha i giorni contati e quando si toglierà di torno i suoi avversari non potranno più nascondersi dietro un dito. Cosa avranno allora da proporre al popolo italiano? Ve lo dico io: nulla condito con niente e sarà pure troppo. Ed ancora vedremo il Paese minacciato in ciò che ha di più prezioso, ovvero nella competenza di alcune sue imprese di punta in grado di dettare legge sui mercati esteri. Quanto tempo passerà prima di accusare l’Eni o Finmeccanica di non essere in possesso di un’etica umanitaria, di drogare la concorrenza e di subordinare il rispetto dei valori occidentali agli affari? Dopodiché ripartirà l’assalto alla diligenza con nuovi tentativi di scorporazioni e, perché no?, anche privatizzazioni. Ma nemmeno tale razzia soddisferà le loro esigenze vampiresche e con le mani ancora sporche di marmellata si getteranno sullo Stato per prosciugare le sue ormai logore mammelle. E così fino a quando l’Italia ormai sciupata esalerà l’ultimo respiro. Il quadro della situazione non lascia adito a dubbi, la sinistra, assistita dalla GF e ID, non elabora idee ma secerne odio e miseria politica a dismisura. Non è di sicuro questa la ricetta per risollevare il Paese. Ci vogliono forze fresche e uomini coraggiosi in grado di sbaraccare l'attuale teatrino di nani e ballerine che, da un versante all’altro dell’arco politico, sta mettendo in scena (e da quanti atti!) uno spettacolo penoso. Purtroppo l’orizzonte è ancora sguarnito e non si vede nessuno, con queste caratteristiche, in lontananza.
di Gianni Petrosillo
10 settembre 2010
Si può avere ancora fiducia in chi ci ha profondamente deluso?

«La fiducia è una cosa seria», recitava - molti anni fa - la pubblicità televisiva di una nota azienda produttrice di formaggi; e lo slogan era divenuto proverbiale.
Sì, la fiducia è una cosa seria; ma, come valore sociale, potremmo dire che le sue azioni sono scese, ultimamente, alquanto in ribasso.
Non è un caso che non se ne parli quasi più; altri valori l’hanno sostituita, nell’era della tecnologia imperante e dei rapporti umani sempre più anonimi e spersonalizzati: primi fra tutti, l’efficienza e la caccia al risultato, comunque e a qualsiasi prezzo.
Basterebbe dire che, tre o quattro generazioni fa, una stretta di mano fra contadini era sufficiente a sanzionare una transazione economica anche d’una certa importanza (relativamente parlando), come la compravendita di una mucca; non c’era bisogno di contratti, di firme e di notai: la parola data era garanzia più che sufficiente.
Oggi le cose stanno altrimenti, sia nei rapporti privati che in quelli professionali. Si promette con facilità, ma ci si cura pochissimo di mantenere; al punto che, quando ci s’imbatte in una persona veramente di parola, anche nelle piccole e piccolissime cose d’ogni giorno (che so, un elettricista che si presenti puntuale per eseguire un lavoro a domicilio), viene spontaneo provare un piacevole stupore e complimentarsi con l’interessato, come se avesse fatto qualche cosa di eccezionale: mentre non ha fatto altro che rispettare quanto convenuto.
Questo vuol dire che siamo messi male: non solo non c’è più fiducia reciproca, ma è venuta meno anche la reazione morale davanti ad un tale fenomeno; non ci si meraviglia, non ci si indigna più, non si protesta (a meno che si subisca un danno materiale rilevante); si tende sempre più ad una qualche forma di stoica rassegnazione.
In realtà, non dovrebbe essere così. Dovremmo continuare ad esigere il rispetto degli impegni presi, prima di tutto da parte di noi stessi e poi da parte degli altri. Il fatto è che ci stiamo abituando alla mancanza di affidabilità del prossimo perché, nel nostro intimo, sappiamo di essere diventati poco affidabili noi stessi. Dunque, la nostra stoica sopportazione del male comune nasce da una poco encomiabile indulgenza verso il nostro stesso scadimento morale.
Tale è il contesto in cui ci troviamo a vivere al giorno d’oggi. All’interno di un simile contesto, vale ancora la pena di domandarsi se sia possibile rinnovare la propria fiducia nei confronti di qualcuno che l’abbia profondamente delusa?
A nostro avviso, sì; e spiegheremo brevemente perché.
Abbiamo già accennato al fatto che non è cosa intellettualmente onesta pretendere la lealtà altrui, quando si è coscienti di esserlo poco; e la mancanza di lealtà incomincia da quella nei confronti di se stessi. Se si è poco leali con se stessi, se si ha la tendenza a raccontarsi delle storie per giustificare le proprie debolezze e le proprie colpe, allora è chiaro che si tenderà ad essere poco leali anche nei confronti del prossimo; e, talvolta, in perfetta “buona fede”: perché, se ci si autoinganna e ci si prende in giro da sé, non si sarà più nemmeno consapevoli di fare la stessa cosa nei confronti dell’altro.
Questo, dunque, è il primo punto da mettere bene in chiaro: se vogliamo poterci fidare degli altri, dobbiamo prima imparare ad essere onesti con noi stessi. Dobbiamo imparare a guardarci dentro senza trucchi e senza inganni, con assoluta trasparenza.; cosa non semplicissima e, comunque, alla quale siamo in genere poco abituati.
Il secondo punto da mettere in chiaro è che la fiducia che noi accordiamo agli altri, la diamo sulla base di una nostra valutazione di essi, che non è per nulla oggettiva: di fatto, quanto meno noi possediamo consapevolezza di noi stessi, tanto più abbiamo la tendenza a caricare l’altro di tutta una serie di aspettative, positive e negative, che risiedono solo nella nostra mente confusa.
Di conseguenza, succede che la delusine che noi proviamo per certi comportamenti dell’altro, tragga origine non da qualche cosa di reale, ma una nostra costruzione mentale che, non di rado, ha poco o nulla di fondato, e molto o moltissimo di immaginario. Prima di dire a noi stessi, pertanto: «Quella persona mi ha deluso, non crederò mai più in lei», forse faremmo bene a riflettere se la nostra delusione sia davvero giustificata.
Gli altri - è una verità perfino lapalissiana - vanno considerati per quello che sono, non per quello che noi vorremmo che fossero o crediamo che siano. Se noi sovrapponiamo alla loro immagine una immagine deformata, creata dai nostri bisogni e dai nostri timori, è certo che il nostro incontro con essi avverrà su un piano sbagliato e sarà fonte di malintesi, delusioni e, probabilmente, amarezze; ma di chi sarà la responsabilità di tutto questo: loro o nostra?
Se poi si voglia obiettare che, a rigor di termini, conoscere l’altro per quello che è realmente, risulta cosa impossibile, noi, sul piano, filosofico, consentiremo volentieri ad una simile obiezione: fedeli al motto berkeleiano «Esse est percipi», «essere è essere percepito», siamo profondamente convinti che tutto quello che possiamo sapere sugli altri, così come su ogni cosa che entri nel nostro campo esperienziale, non è altro che una operazione della nostra mente, la quale non può esperire le cose se non all’interno di se stessa e con tutti i limiti che da ciò derivano.
Per sapere come è fatta la parte posteriore della Venere di Milo, devo girarci attorno; oppure devo montare su una scala e così vederne, ma solo imperfettamente, entrambi i lati con un unico colpo d’occhio; a quel, punto, però, ci sarà un’altra prospettiva che mi sfuggirà irrimediabilmente, quella dal basso. Insomma, noi non possiamo mai conoscere le cose nella loro totalità; e se ciò vale per gli oggetti fisici, a maggior ragione vale per le esperienze di ordine psicologico. Noi possiamo vedere gli altri in base a come si comportano ora, in questo preciso istante: nulla possiamo dire, tuttavia, di un minuto fa o fra un altro minuto, se un minuto fa non c’eravamo e se fra un altro minuto saremo altrove.
Senza dubbio, le uniche esperienze “totali” (ma sempre relativamente parlando) che ci siano concesse, almeno finché ci troviamo nella presente condizione di esistenza, sono quelle di ordine puramente astratto: quelle di tipo logico-matematico e quelle di tipo spirituale e mistico; e le seconde ben più delle prime.
Con la logica matematica, infatti, noi possiamo cogliere l’essenza delle cose, ma solo partendo da una nostra operazione mentale che, di astrazione in astrazione, riesce a cogliere i nessi necessari fra determinate categorie concettuali (numeri, ad esempio, o classi di enti); mentre nella meditazione profonda e nell’estasi mistica è la realtà ultima che ci viene incontro e ci si apre davanti, inondandoci del suo ineffabile splendore, non perché noi abbiamo bussato con la nostra “ratio”alla sua porta, ma, al contrario, perché abbiamo compiuto un gesto di radicale umiltà, abbandonandoci interamente al flusso dell’Essere e svuotando la mente di ogni pensieri, a cominciare da quello, onnipervasivo ed estremamente petulante, del nostro stesso Ego.
Ma non è questa la sede per approfondire un tale argomento e, de resto, ci siamo già occupati di esso in numerose altre occasioni; per cui ritorniamo al nostro interrogativo iniziale: se, cioè, sia possibile avere ancora fiducia in qualcuno che ci abbia profondamente deluso.
Essendo consapevoli che noi non potremo mai conoscere veramente l’altro e che, spesso, non solo la nostra ragione, ma anche il nostro intuito falliscono, dobbiamo mettere nel conto, sin dall’inizio, che determinati suoi comportamenti ci possono deludere, ferire, amareggiare.
Al tempo stesso, e più in generale, dobbiamo mettere nel conto l’elemento della debolezza umana: in presenza di determinate circostanze, infatti, anche l’uomo la donna migliori possono venir meno al loro senso del dovere e soggiacere alle tentazioni del proprio egoismo, ivi compresa quella particolare forma di egoismo che è la paura, ossia l’anteporre la preoccupazione per sé stessi a quella per ciò che sarebbe giusto e doveroso fare.
Il cristianesimo possiede un termine specifico per indicare questa debolezza fondamentale, questa ferita originaria che deturpa l’anima umana e fa sì che neppure il migliore degli uomini possa dirsi completamente privo di inclinazioni al male: “peccato originale”. Il vero discrimine fra chi possiede un’anima religiosa e chi non la possiede è, in realtà, proprio questo: non il fatto di credere o non credere in Dio, ma il fatto di credere o non credere a una debolezza costitutiva che impedisce all’uomo di considerarsi egli stesso perfetto.
La credenza in Dio è un passo successivo: se l’uomo riconosce il proprio limite ontologico, la propria ferita strutturale (che può essere successiva a una “caduta”, come insegna appunto il cristianesimo, oppure originaria nel senso più completo), allora è possibile che egli si rivolga all’Essere da cui deriva e in cui non può esservi limite né imperfezione; se non lo riconosce, allora non riconoscerà nulla di più grande ed egli stesso sarà tentato di farsi Dio.
Dunque: noi crediamo che la natura umana sia ferita; che abbia smarrito il senso della perfezione, ossia della totalità; che non sia in grado, con le sole proprie forze, di sanare tale ferita e di tornare «a riveder le stelle», ossia a contemplare il proprio Cielo così come, forse, era in condizioni di fare prima dell’evento della “caduta”.
Di conseguenza, sarebbe assurdo pretendere che l’altro essere umano non ci deluda mai, non si mostri mai impari alle nostre aspettative: anche se tali aspettative non fossero sovente, come sono, sproporzionate e anche se noi fossimo in grado di giudicare obiettivamente le persone alle quali desideriamo aprire il nostro cuore.
A questo punto entra in gioco un concetto nuovo, quello del perdono: perché è impossibile continuare a vivere, dopo aver sopportato ripetute delusioni (e tutti, prima o poi, ne facciamo l’esperienza), senza maturare la capacità di perdonare coloro che ci hanno deluso e ferito e, prima ancora, senza la capacità di perdonare noi stessi, che ci siamo messi nelle condizioni di venire delusi e feriti così profondamente.
Infatti, a ben guardare, molto spesso l’incapacità di perdonare gli altri deriva dalla incapacità di perdonare se stessi: sono ben pochi coloro i quali, dopo aver vissuto una grossa delusione sul piano della fiducia verso il prossimo, non finiscano per incolpare se stessi, magari in maniera inconsapevole e, quindi, tanto più rabbiosa e disperata, in quanto la loro sofferenza non trova lo spazio per acquistare consapevolezza di sé e liberarsi.
Ad esempio, l’anziano che è stato raggirato da un truffatore senza scrupoli e gli ha ceduto, con un atto di fiducia sconsiderata, tutti i suoi risparmi, non soffre solo per la perdita economica, ma anche per il senso di colpa e di vergogna dovuto al proprio comportamento ingenuo e sommamente credulo. Ebbene, un meccanismo perfettamente analogo avviene in tutte le circostanze che vedano in gioco l’esperienza della fiducia tradita, anche e soprattutto quando si tratti di una esperienza di tipo affettivo e sentimentale.
L’amante abbandonato si sente in colpa con se stesso (o con se stessa), sia per aver creduto alle ingannevoli parole d’amore, sia per non essere stato capace di ispirare un sentimento autentico da parte dell’altro. Di conseguenza, si sente un fallito (o una fallita) come persona e non semplicemente un essere umano che è incorso in un infortunio; si sente spogliato di ogni fiducia in se stesso, anche se spesso adotta strategie reattive che non lo lascerebbero minimamente immaginare, proprio per cercare di nascondere le tracce del proprio fallimento.
Basterebbe già solo questo per darci un’idea dell’immenso, tortuosissimo groviglio di sotterranee aspettative che noi ci portiamo dietro allorché instauriamo dei rapporti col prossimo, per metterci in guardia circa il fatto di saper giudicare rettamente sia coloro dei quali intendiamo fidarci, sia la nostra stessa delusione, allorché ci sentiamo traditi da loro.
In conclusione, il rimedio migliore contro le ferite della delusione è, da un lato, essere sempre consapevoli della fondamentale debolezza umana; dall’altro, imparare a perdonare sia le altrui debolezze, che le nostre.
L’importante è essere limpidi e onesti: con se stessi in primo luogo, indi con gli altri.
Se esiste questa condizione, non c’è ferita che non si possa sanare e non c’è offesa che non si possa, eventualmente, perdonare, per continuare a guardare avanti sulle strade della vita.
di Francesco Lamendola
09 settembre 2010
La bolla europea
Esiste l’Europa – intendo, come realtà e unità spirituale, non semplicemente come espressione geografica? Certamente sì, e sommariamente possiamo individuarla nei seguenti elementi:
- una complessa e in parte tuttora misteriosa preistoria, dalla civiltà di Stonehenge a quella dei nuraghi;
- un’ancor oggi stupefacente creatività ellenica, madre delle arti, della matematica, della filosofia, della storiografia, e che costituisce la radice identitaria più autentica e specifica dell’Europa;
- il contributo e l’elaborazione di Roma, soprattutto nella creazione dell’ordinamento giuridico e amministrativo e nella costruzione dei diritti civili e individuali, nella loro distinzione dalla sfera pubblica;
- e successivamente i convergenti contributi soprattutto dell’area italica, dell’area germanica, dell’area francese, dell’area britannica (inclusi i celti), nonché dell’incessante produzione del pensiero ebraico della diaspora;
- l’attiva recettività, sin dai tempi più remoti, ad apporti e influssi asiatici ed egizi, in molti campi, tra cui quello artistico, esoterico e religioso;
- l’avvento di una religione asiatica, dogmatica e intollerante, che si consocia al potere politico, legittimandolo e partecipando ad esso;
- e che pone bruscamente fine, per circa mille e quattrocento anni, alla libertà di pensiero, ricerca, insegnamento, religione, demolendo i templi degli altri culti e chiudendo le scuole filosofiche che non si allineano ad essa, istituendo la censura, sopprimendo o torturando pensatori e scienziati scomodi, lanciando guerre contro i diversamente credenti;
- la successiva, lenta e travagliata risurrezione del pensiero laico e indipendente dai secoli bui, la sua lunga lotta per riconquistare la libertà e ristabilire la tolleranza; il nascere della scienza nell’opposizione della gerarchia religiosa; l’indagine sui limiti del pensiero e del conoscere; il rinascimento e i lumi;
- la multisecolare resistenza contro l’invasione armata di un’altra religione asiatica, militante, ancora più crudamente dogmatica, violenta e intollerante (tranne una breve parentesi dovuta all’influsso dei pochi libri greci che non aveva bruciato), le cui armate erano penetrate fino a Poitiers e a Vienna;
- la fioritura di musica, di belle arti e belle lettere, nonché delle tecniche e delle industrie; la nascita del pensiero e del dibattito politici; la critica del potere e della morale costituiti; la scoperta del relativismo culturale e dell’inconscio;
- e, insieme, i conflitti sociali scatenati dall’industrializzazione capitalista, la critica socioecnomica, le rivoluzioni totalitarie, la resistenza e le cruente lotte per liberarsi dai regimi da esse sorti;
- l’approdo, nei nostri giorni, e oramai su scala non più europea, ma globale, a una condizione di incertezza, precarietà, cronicizzazione delle crisi.
Ma che percentuale degli abitanti dell’Europa ha conoscenza di queste cose, le apprezza, le ha interiorizzate come parte dell’identità, e le vive quotidianamente? Una percentuale irrilevante. E non solo delle masse popolari, ma anche dei ceti medi e alti. Queste sono cose che valgono per pochi cultori specialisti. Altri sono i poli di identificazione e interesse degli odierni abitatori dell’Europa: denaro, potere, droga, sesso, sport, moda, musica commerciale americana o perlomeno non europea. Gusti globalizzati. Che cosa c’è di europeo negli Europei? Praticamente niente. L’identità, la civiltà europea non esistono, nella società e nella politica dei paesi europei, se non indirettamente e vagamente. Eppure vengono addotte a fondamento legittimante dell’Unione Europea e del suo concreto potere politico – sostanzialmente non basato su democratiche elezioni – sui c.d. cittadini europei. L’Unione Europea non è la realtà e unità spirituale “Europa” e in nessun senso la rappresenta. Non ha niente in comune con essa, tolto il riferimento geografico. E’ un ordinamento giuridico-finanziario con caratteri burocratici, vagamente liberali e liberisti, in parte dirigisti. Ma niente di identitariamente o specificamente europeo come qualità.
Al popolo italiano, specificamente, si diceva e si dice: “dovete pagare o fare questo o quello per entrare in Europa, per restare in Europa, perché è l’Europa che ve lo chiede”. Ma, appunto, quando si invoca quell’Europa con simili appelli, si lascia – volutamente – nell’implicito che cosa il popolo dovrebbe intendere per “Europa”. E che cosa intende il popolo italiano per “Europa”? Spirito, cultura, civiltà? Aristotele e Kant? Virgilio e Coleridge? Haydn e Rameau? Caravaggio e Rembrandt? Keplero e Bohr? Bentham e Anna Arendt? No: il popolo italiano intende, e gli si lascia intendere, un’istituzione statuale o superstatuale di tipo assistenziale, che eroga sussidi, che supplisce all’inefficienza, agli sprechi, all’immoralità, alla debolezza finanziaria dello Stato e della pubblica amministrazione italiani. Il paese che rimane attaccato a questa istituzione, rimane un paese di prima classe; chi perde il contatto, scivola verso il terzo mondo e la povertà.
Le aspettative di assistenza e supplenza sono molto radicate nel sentire e nel credere delle popolazioni italiane, soprattutto al Sud, che vive tradizionalmente di trasferimenti a spese di altri, quindi è predisposto a credere a promesse di questo tipo. Altrettanto diffusa è l’esterofilia, la maggior stima dell’estero e per lo straniero rispetto al domestico – forse un retaggio dei molti secoli di sottomissione a dominatori stranieri di quasi tutte le regioni italiane. Forse anche del Piano Marshall. Quindi, ai fini della gestione e produzione dei comportamenti collettivi, era ed è stato psicologicamente efficace abbinare questi due elementi (l’assistenza e lo straniero) per fare accettare agli Italiani molti sacrifici e molti trasferimenti di potere a organismi non italiani e non elettivi. E per fare accettare l’Euro. L’Euro veniva presentato agli Italiani come una panacea, una garanzia di aggancio alla prosperità ed efficienza tedesche, ma anche alla rispettabilità del sistema tedesco. Si diceva – per giustificare fortissimi e numerosi prelievi fiscali “allo scopo di entrare nell’Euro” – che, a) entrando nell’Euro, avremmo salvaguardato il nostro potere d’acquisto; e, b) che i paesi forti si sarebbero fatti carico del nostro enorme debito pubblico. Si trattava di fare un modico sacrificio per essere ammessi all’interno del club dell’Euro, e poi la strada sarebbe stata in discesa. Una furbata, un affarone, insomma. Invece è accaduto tutt’altro, e troppi se ne sono accorti: il passaggio all’Euro a) ha tagliato del 40% circa il potere d’acquisto e, b) ci ha lasciato sulle spalle tutto il debito pubblico – perché era falso, era una menzogna, che entrare nell’Euro avrebbe comportato la comunitarizzazione dei singoli debiti pubblici nazionali. Per giunta, ci ha privati della possibilità di ridurre il debito pubblico, in quanto ha peggiorato il rapporto pil/spesa pubblica, poiché, impedendo la svalutazione competitiva, ha bloccato lo sviluppo economico, ci ha fatto perdere sia quote di mercato estero e costretti a interno, che quote di occupazione. Si osservi come le aspettative popolari circa l’UE e l’Euro fossero sostanzialmente opposte, tra Italia e paesi forti, nel senso che questi ultimi li vedevano come occasione e mezzo per dispiegare ed espandere la propria forza politico-economica, e non certo per farsi assistere o per aiutare altri.
L’ultima sveglia è arrivata mesi fa, allorché la Germania ha messo in chiaro e dimostrato coi fatti che non si farà assolutamente carico dei problemi dei paesi deboli, e che i popoli come i Tedeschi, che hanno le qualità giuste e le mettono in pratica – i popoli laboriosi, efficienti, seri, concreti, ligi alle norme – vanno avanti, reggendo il confronto con la globalizzazione, la Cina, l’India, la Turchia. I popoli parolai, inefficienti e assistenzialisti, sono per contro destinati a un rapido impoverimento. Impoverimento che oramai appare avere una causa non tanto contingente e politica, quanto etnico-culturale, radicata nella mentalità sociale, nelle prassi abituali del singolo popolo circa il lavoro, le regole, l’amministrazione. Una causa che quindi non si risolve cambiando governo, né cambiando le leggi, né incarcerando mafiosi e corrotti. Bisognerebbe cambiare la mentalità, i costumi, la psicologia collettiva di quei popoli, a tutti i livelli, dalla politica alla magistratura, dai liberi professionisti agli insegnanti, e anche del corpo elettorale: un compito assai complesso e difficile, che non si sa nemmeno con che strumenti affrontare. Qualcuno si aspettava che bastasse imporre vincoli di bilancio, alla spesa pubblica, ossia la “virtuosità” di Maastricht, per rieducare i popoli PIGS, o per costringerli a rieducarsi da sé, con uno sforzo interno ma imposto dall’esterno. Ebbene, i fatti hanno smentito tale aspettativa: i PIGS sono rimasti PIGS – hanno perso le setole, ma non il vizio. In fondo, la storia mostra che il successo di un popolo dipende essenzialmente dalle sue qualità etniche, molto meno dai suoi contingenti governi e dalle sue contingenti normative. Svizzeri, Tedeschi, Austriaci, Scandinavi, ad esempio, sono sempre andati bene o comunque meglio degli altri. E meglio degli altri gestiscono anche la presente crisi.
Oramai troppi italiani si sono accorti che le aspettative di aiuto europeo in essi indotte dalla propaganda erano illusorie, e che l’Unione Europea e l’Euro costano molto e rendono poco o nulla. Bruxelles è una sorta di Nuova Roma, burocratica, imperiale, lobbystica, finanziarizzata, corrotta (ricordate M.me Cresson? sapete che i bilanci comunitari non sono controllati da un soggetto autonomo? immaginate quanto continuano a mangiarci? ci salva il fatto che il budget UE è solo l’1% del pil). Una Nuova Roma grassa e grassatrice, autoreferenziale, assurda in interminabili e onerose prescrizioni elucubrate da funzionari strapagati e incompetenti. Una Nuova Roma iniqua, inefficiente, quando non nemica, a cominciare dalla politica agricola comune. E insieme pressoché impotente e senza prestigio, politicamente e militarmente, sulla scena mondiale, tanto quanto nel gestire la corrente crisi economica: infatti ciascun paese fa per sé (ciascun governo fa per il proprio lettorato) e guardando solo ai propri interessi, o al più all’esigenza di rassicurare i mercati. L’idea di un ordinamento che cresce e si impone anche politicamente attraverso un processo strisciante di aggregazione e centralizzazione di funzione dopo funzione, avocandole dagli Stati nazionali, è quindi palesemente fallita. E gli aiuti europei – che poi altro non sono che il parziale ritorno delle nostre tasse – ossia i fondi perequativi, a seguito dell’ingresso dei paesi orientali, vanno oramai quasi tutti ad essi, e non più a noi, aiutandoli anzi a farci concorrenza e ad attirare le nostre imprese e i nostri capitali.
Anche la componente idealista dell’europeismo italiano, cioè il sogno della grande Federazione Europea, è rimasta tradita: con l’inclusione di molti paesi disomogenei dell’Est europeo, Washington e Londra hanno oramai conseguito il loro tradizionale obiettivo di impedire l’integrazione politica europea. Politicamente, anzi, l’Unione è in via di dissoluzione. La vera beneficiaria della sua espansione a Est è la Nato, che se ne è servita per penetrare nell’area ex Comecon in antagonismo alla Russia e piazzare i missili più vicini alle sue frontiere.
A misura che l’opinione pubblica italiana si accorge che la realtà è questa, è naturale che diventi non semplicemente “euroscettica”, ma contraria a Bruxelles (e, i più informati, anche alla sua Bastiglia monetaria, l’Eurotower di Francoforte). E che voti di conseguenza. Gli entusiasmi europeisti della popolazione italiana si sgonfiano come una bolla via via che gli Italiani realizzano che l’Unione Europea non li aiuta, non li sostiene, non supplisce alla loro inefficiente e corrotta gestione politica. Anzi, impone tagli a quel welfare che in Italia è servito per mantenere la coesione sociale e geografica. Col prossimo aggravarsi della recessione italiana, che avevo preannunciato per la fine di questo mese e che si sta avverando, sarà sempre più così.
di Marco Della Luna
08 settembre 2010
400 banche Usa pronte a fallire. Sotto gli occhi dei "regolatori"...
Michel Barnier, commissario europeo per gli Affari finanziari, è stato chiarissimo nel suo intervento al Workshop Ambrosetti di Cernobbio, addirittura cristallino: nessuno potrà sfuggire alla nuova regolamentazione europea che, se il lavoro proseguirà con questo ritmo, sarà pronta in versione di bozza per il 15 settembre. No one, nessuno. Due i punti chiave: normative sui derivati e sullo short selling che, stando alle indiscrezioni, verrà vietato.
Dopo la mossa stalinista di Barack Obama, ora anche l'Europa mette - o prova a mettere - i bastoni tra le ruote al libero mercato: Londra ringrazia sentitamente. Come se questo servisse a qualcosa. Nonostante il crollo di Lehman, la bolla dei subprime e quanto è seguito, infatti, nulla è cambiato: i volumi dei derivati scambiati sono aumentati. Solo nel mercato valutario c’erano transazioni quotidiane per 3.300 miliardi di dollari nel 2007 mentre quest'anno sono stati superati i 4.000 miliardi. Le cose non vanno meglio per il segmento dei derivati sui tassi d’interesse, cresciuti nell’arco del 24 per cento nell’arco di un triennio, toccando i 2.100 miliardi di dollari scambiati ogni giorno.
Il dito di Barnier, difficilmente, riuscirà a frenare la diga che sta per esondare. D'altronde, le banche non hanno voglia di farsi regolamentare, basti pensare all'esempio che ho portato nell'articolo di giovedì scorso, ovvero l'oceano di scommesse sui cds contro il debito italiano. Ogni giorno sui mercati non regolamentati, il vero problema che Barnier non sembra vedere, si scambiano circa 575 milioni di dollari in protezione sul debito italiano.
E sono, sempre secondo l'ente di vigilanza sui derivati, solo 17 i soggetti che vendono questa immunizzazione: Bank of America Merrill Lynch, Barclays, BNP Paribas, Calyon, Citibank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, HSBC, JPMorgan, Morgan Stanley, Natixis, Nomura, Royal Bank of Scotland, Société Générale, UBS e l'italianissima - ancorché internazionalizzata - UniCredit.
Nel caso dell’Italia tutti concorrono alla vendita dei Cds, UniCredit compresa, la quale fa benissimo e non compie alcun reato. Con una media di 21 operazioni di copertura sul debito italiano, per le 17 regine dei derivati si aprono le porte delle commissioni. Infatti per ogni singola transazione le banche guadagnano cifre variabili rispetto all’entità: non è difficile capire chi siano gli scacchieri dietro a questa girandola di scommesse, più vendo più guadagno.
Il 39 per cento dei Cds circolanti sull’Italia sono detenuti da cinque soggetti: Paulson, quel filantropo di Soros, Moore, Citadel e il fondo sovrano China Investment Corporation: quattro hedge fund statunitensi e il principale veicolo d’investimento di Pechino sono attualmente su posizioni ribassiste nei confronti del nostro Paese. E non sono i soli.
Il peso degli investitori si fa sentire sempre di più sul debito italiano. Gli oltre 1.800 miliardi di euro convincono poco i mercati, che hanno deciso di proteggersi dalle brutte sorprese: dallo scorso marzo, quando erano stati accesi circa 5.600 contratti di protezione sui rischi italiani, si è passati a oltre 6.600 nelle ultime settimane. La scadenza media è di un anno, sintomo della percezione negativa che gli investitori hanno del nostro Paese. In compenso, la maggioranza va in frantumi tra polemiche corrosive e il nostro ministro dell'Economia si permette di bollare come "da bambini" i giudizi del governatore di Bankitalia, Mario Draghi.
Ma torniamo a Barnier, il quale a Cernobbio ha parlato chiaro. Cristallino. Peccato si sia ben guardato dal rivelare quanto lui e la Commissione Ue hanno di fatto già deciso e che ora devono trovare il modo, oltre che il coraggio, di comunicare. Gli stress test sulle banche vanno rifatti perché eseguiti con criteri ridicoli e soprattutto perché ritenuti non credibili dalle istituzioni finanziarie ma, soprattutto, dai soggetti corporate. Ovvero, le aziende che con le banche hanno a che fare ogni istante. Una larga parte delle quali, sia nel Regno Unito che nell'Europa continentale, hanno messo nel mirino le banche italiane, spagnole e tedesche e stanno conducendo stress tests indipendenti per valutare realmente la robustezza di questi istituti: le revenues di queste aziende, tanto per capire il loro peso, è di 240 miliardi di dollari l'anno.
«La cosa che ci sta facendo preoccupare maggiormente è il rischio del credito», ha dichiarato al Financial Times il tesoriere di uno dei principali gruppi industriali tedeschi, secondo cui «anche dopo gli stress tests, noi tutti continuiamo a porci la stessa domanda: le banche sono davvero sane? Penso che i tests, lungi dall'aver dato delle rassicurazioni, hanno solo aggiunto domande a domande e timori a timori, soprattutto qui in Germania».
Per Stuart Siddall, presidente dell'Association of Corporate Treasurers, le aziende hanno posto alla prima posizione delle loro priorità il fatto di chiarire realmente lo stato di salute delle banche: «Mai visto spendere tanto tempo, risorse ed energie rispetto al rischio di controparte».
Per il tesoriere di una grande aziende del settore media, «gli stress tests sono stati niente più che uno scherzo. Bisogna capire se l'imperatore ha ancora dei vestiti o è nudo e, soprattutto, cosa fare se la situazione reale è la seconda. Siamo paranoici al riguardo e monitoriamo i rumors del mercato molto attentamente». Altra ossessione per queste aziende sono i cds, un mercato che ormai interessa più di quello azionario: «Le agenzie di rating stanno agendo troppo lentamente - attacca il tesoriere di un altro grande gruppo industriale tedesco -, noi stiamo monitorando lo stato di salute delle banche ogni giorno, anche al fine di aggiustare i nostri limiti».
Per il tesoriere di un'azienda quotata nell'indice Ftse 100 della Borsa di Londra, quanto sta accadendo è la naturale risposta del mercato alla poca trasparenza d istituzioni e regolatori: «Non abbiamo alcun business con banche spagnole e anche con un paio di istituti italiani e tedeschi. Se le banche americane non vogliono avere a che fare con questa gente, perché dovremmo farlo noi?».
Già, perché? D'altronde non il sottoscritto ma Nouriel Roubini, uno che la crisi l'aveva anticipata pur restando inascoltato, ha chiaramente detto che se sarà possibile evitare l'opzione double-dip, una seconda fase di recessione è quasi ineluttabile: fase, durante la quale, a suo modo di vedere saranno circa 400 le banche Usa destinate a fallire.
Chissà perché Barnier non ha voluto spendere una parola su questo, limitandosi a mostrare la faccia cattiva agitando lo spettro della regolamentazione? Chissà, forse è troppo imbarazzante ammettere di aver dato vita a una farsa travestita da stress tests e ora ritrovarsi obbligato a rifarli, secondo criteri seri, prima che siano i soggetti privati, tramite i loro studi, a mostrare davvero quanto è nudo il Re bancario: il Core Tier 1 di moltissime banche, infatti, una volta ripulito da artifici e assets assolutamente inutili in fase di stress, raggiungono a malapena 2,5 per cento.
Se i grandi fondi stanno shortando le azioni di cinque grandi istituti bancari europei, tra cui Barclays e Intesa-San Paolo, qualche motivo ci sarà. Va bene la speculazione, va bene l'azzardo ma nessuno è così masochista da scommettere al ribasso contro un soggetto finanziario in salute. Chissà se questo semplice ragionamento avrà sfiorato la raffinata mente di Michel Barnier?
P.S. So di essere tacciato di pessimismo cosmico e catastrofismo à la page ma stavolta dubito che si possa mettere in dubbio quanto ho scritto, almeno stando al link che allego per tutti i lettori e che è stato pubblicato da Cnbc ventiquattro ore dopo l'invio del mio pezzo, ovvero ieri mattina dopo l'apertura delle contrattazioni. Leggete e chiedetevi se i regolatori con cui abbiamo a che fare non siano da prendere a calci nel sedere.
di Mauro Bottarelli