22 luglio 2010

La “legittimità” capitalistica delle crisi cicliche




Fra sdegno panico, nausea cosmica e pietas scientifica vanno ricercate le cause di un mio lungo silenzio circa lo stato di salute di quel “malato terminale” che è il capitalismo globalizzato. Ma d’altronde è ben dal 2005, in un saggio su “il Ponte” - raccolto poi tra il materiale con cui ho arricchito la seconda edizione del mio “Globalizzazione Scientificamente infondata” (2008) – che disegnavo lo scenario della implosione necessaria della globalizzazione insieme al lungo periodo di stagnazione che la avrebbe successivamente accompagnata. E tutto si va svolgendo secondo quella impietosa diagnosi.
Molti economisti(ci) reagendo scompostamente all’ennesimo sbugiardamento della loro “disciplina” indisciplinatamente tramutati in talent scout hanno giocato a scovare tra loro i pochi guru “formato Otelma” che avrebbero preconizzato i precisi tempi della crisi globale. Ciò costituirebbe poco scandalo qualora si trattasse di gazzettieri in cerca di scoop, per definizione alieni dalla conoscenza degli arcani della “scienza economica” che con fortunosa preveggenza Carlyle ebbe a definire “scienza triste”. In realtà quella definizione era fortunosa (emotivamente indotta dalla lettura del saggio sulla popolazione di Malthus che scontava inconsistenti e infondati esiti pessimistici circa il rapporto popolazione/ risorse per sfamare tutti), come dire “letteraria”. Infatti scientificamente parlando la “tristezza” di quella “scienza” è diventata praticamente infinita dovendola annoverare fra gli orrori della così detta “civiltà del capitalismo” e dei suoi supporter ed esegeti: gli economisti(ci).
All’interno di questa che può definirsi sicuramente come una cosca, in alcune sue celebratissime “logge” si pretende dalla economics la sua capacità di prevedere le crisi economiche così come è lecito chiedere a scienze di tipo deterministico tipo l’astronomia. Abbiamo a suo tempo indicato il professor Perotti - della Bocconi e dalle pagine del Sole24ore che non hanno mai visto una smentita a tale assurda presa di posizione - dopo tanto pellegrinaggio ed esperienze “amerikani” sposare un tale punto di vista: la scienza economica in quanto scienza dovrebbe poter prevedere giorno e modalità (dies certus an certus quando) delle crisi cicliche. A nulla valendo l’insegnamento di Schumpeter - per altro a ogni piè sospinto citato e osannato almeno quanto del tutto incompreso- che ha per sempre sancito “a futura memoria” il fatto che le crisi economiche nel capitalismo si presentano con irregular regularity , cioè in altri termini in modo “regolarmente irregolare” nel tempo, che è come dire in maniera imprevedibile smentendo Perotti, e l’intero codazzo dei suoi silenti colleghi in proposito.
Quando la calura e le molte angosce umane e sociali dei tempi che corrono ce lo permetteranno torneremo su questi aspetti che ben valgono maggiore insistenza di analisi e denuncia.
Al momento quel che vorremmo ricordare agli economisti(ci) è che la loro totale ignoranza sulla “legittimità” capitalistica delle crisi cicliche si mostra nel fatto che, al di là della richiesta di rigorosa prevedibilità di queste ultime nel senso “perottiano”- che “non sta né in cielo né in terra”- il fatto che non se ne sappia venire minimamente a capo in termini terapeutici è il vero segnale della permanente crisi scientifica della “scienza triste” anzi tristissima in sé per il suo permanente stato abortivo contrabbandato come scienza.
Ebbene dalla mia personale impostazione del problema - di cui sarà prima o poi il caso di dare una versione accessibile a un pubblico attento e non condizionato dai “professori ufficiali” - ne deriva invece una precisa cura o exit strategy che evidentemente non è concepibile neanche lontanamente con i magrissimi strumenti del mestiere degli economisti(ci). Questo non può sfuggire a chi dovesse studiare con serietà le cose che ho scritto in materia nell’ultimo quarto di secolo comunicandole senza smentite ai massimi livelli internazionali.
Con molta modestia e con un briciolo di imperdonabile romanticismo ho creduto di poter notificare questi ultimi aspetti all’attuale ministro dell’Economia di quel che resta della Repubblica Italiana. Ritenendo che, se certamente non alla sua portata i titoli e la materia propostagli gli suggerissero almeno di sottoporla a più attenti e acculturati collaboratori. Ma una tale sensibilità da parte di “Chance the Gardner” è stata parte di una mia sopravalutazione di uomini e cose che è tra i vizi meno paganti e appaganti della mia vita. Purtroppo avere a suo tempo soprannominato Tremonti “Chance the Gardner” alludendo al capolavoro interpretato da Peter Sellers nel film “Oltre il Giardino” non era una butade o una licenza poetico-giornalistica, ma una denuncia che va rilanciata con un pizzico di autocritica: più che un giardiniere Tremonti è un “contadino” di quelli a cui i fitofarmaci e la passivizzante tecnologia delle multinazionali Usa (e getta) hanno espunto nel tempo “il cervello fino” lasciandogli solo le “scarpe grosse”. In un’intervista alla stampa di domenica 18 Luglio, esprimendosi a proposito dell’ennesima cloaca venuta alla luce intorno al potere berlusconiano, Tremonti ha fatto il verso al suo padrone traducendone in versione bucolica la sentenza da questi emessa circa “ i quattro sfigati pensionati” della così detta P3. Per Tremonti, Verdini, Dell’Utri, Lombardi, Carboni, Cosentino & company sarebbero “una cassetta di mele marce pur scaturendo da un albero sano”. L’eresia botanica è palese (reiterati raccolti marci nel tempo impongono la segatura del relativo albero) e le cassette di mele dove il marciume passa da una alle altre è mera “sapienza” da fruttivendoli.
P.S.
Nella stessa occasione la su ricordata “Chance” ha detto che non v’è alternativa al suo attuale padrone. E rivelando che senza padroni non sa immaginare il proprio ruolo - com’era tipico del contadiname tardo medievale - il tributarista di Sondrio sempre sollecitato a esprimere un giudizio su un eventuale mutamento del quadro di governo in Italia ha rivelato che la cosa non sarebbe peraltro gradita dalla Ue. Con il che è chiara la piramide dei poteri che hanno affossato ogni anelito di indipendenza della nostra nazione. Se l’Europa ritiene indispensabile il nostro “piccolo Cesare” allora v’è il fondato sospetto che al posto di statisti di alto profilo il nostro continente sia nelle mani della “banda Bassotti” che invidia alla sua branche italica di essersi fusa con “zio Paperone” in un unico sodalizio.
di Vittorangelo Orati

21 luglio 2010

È cominciata la partita finale

Sin dalla mia previsione del 1956 su una forte e improvvisa recessione che sarebbe scoppiata tra il febbraio e marzo 1957, non ho mai pubblicato una previsione sull'economia USA che non si sia avverata così come io l'avevo formulata. Il motivo di questa distinzione tra me e tutti i miei cosiddetti rivali in questa materia è che essi hanno fatto affidamento su linee di tendenza statistico/monetariste, che sono inerentemente incompetenti per la stessa natura del metodo adottato.

Così, il risultato della mia serie di previsioni per gli USA negli anni sessanta condusse alla previsione di un probabile crollo del sistema di Bretton Woods nell'intervallo tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta. Lo stesso si può dire per le mie varie previsioni nel corso degli anni '80, nel 1992, nel 1996-98, nel 2001, 2004 e della fine di luglio 2007.

Dunque, non ho mai fatto le previsioni che fanno i venali statistici; lascio tali sciocchezze ai giocatori di cavalli e di Wall Street; io prevedo intervalli di crisi che richiedono decisioni correttive, come faccio qui ed ora.

Spiego di che si tratta.


Già nel 1984, al tempo in cui il futuro presidente del Federal Reserve System Alan Greenspan stava ancora complottando per distruggere le protezioni assicurate all'economia americana dalla legge Glass-Steagall, quando il miserabile era funzionario della banca JP Morgan per conto dei mercati londinesi, il processo di bancarotta del mondo attraverso l'abrogazione di Glass-Steagall era già in corso.

La successiva abrogazione di Glass-Steagall, nel 1999, compiuta da infestazioni verminose come il complice di Greenspan Larry Summers, ha scatenato negli ultimi due decenni la più grande iperinflazione globale della storia mondiale.

Ora ci troviamo in un momento in cui l'economia della sezione transatlantica dell'economia mondiale sta inclinandosi in una crisi peggiore persino di quella iperinflazionistica di Weimar nell'autunno 1923, più modesta di quella odierna.

La forma di questa crisi è iperinflazionistica nello stesso senso della fase che la crisi di Weimar raggiunse dalla primavera all'autunno 1923; ma l'attuale caso è già, immediatamente, molto peggiore di quanto si conosca nella storia moderna dalla Pace di Westfalia del 1648. Infatti, l'intenzione britannica nel ruolo di punta che essa svolge come fattrice del collasso imminente, eseguita col concorso di rilevanti creduloni in Germania e altrove, è quella di "porre fine al sistema di Westfalia".

L'aspetto più critico degli sviluppi post-2001 incentrati sui mercati finanziari transatlantici è un collasso dell'economia reale allo stesso tempo che l'espansione di titoli puramente fittizi, nominali, come quelli associati ai mercati finanziari derivati, si è impennata oltre tutte le stime possibili fino a raggiungere la dimensione di oltre un quadrilione (un milione di miliardi, ndt.) di dollari USA nominali, in ciò che sono gli attuali titoli finanziari senza valore che inquinano i conti dei mercati di Wall Street e del Commonwealth britannico. Il tasso di aumento del rapporto tra il capitale finanziario puramente fittizio e il capitale produttivo definito da un metro Glass-Steagall per l'attivitá bancaria commerciale, è ora pienamente iperbolico.

Il mondo nel suo insieme, specialmente la regione transatlantica, è così attualmente sull'orlo di un collasso globale che trasformerà tutte le forme di denaro nominale di ogni nazione in uno stato di inutilità su tutti i mercati internazionali. In breve, una crisi generale da collasso globale, che sta colpendo il mondo transatlantico più direttamente ma che ben presto inghiottirà l'intero pianeta.

Per questa situazione c'è solo un rimedio; tutte le altre alternative vanno ritenute clinicamente folli. Tale rimedio è l'applicazione immediata dello standard rigoroso del 1933 per una legge Glass-Steagall condivisa da un concerto di grandi nazioni, che comprendano la nazione statunitense libera dalla marionetta britannica Obama, per stabilire una solida rete di sistemi bancari commerciali nazionali che operino secondo tali strette regole.

A questo scopo, ho prescritto un nucleo composto dall'alleanza tra USA senza Obama, Russia, Cina e India, una "iniziativa delle quattro potenze" mirante a coinvolgere numerose altre nazioni del mondo in una forma di sistema globale a tassi di cambio fissi.

Stiamo ora entrando in una fase della attuale situazione globale, in cui presto arriveremo al punto in cui ci sarà un collasso dell'intero pianeta, con effetti genocidi che dureranno alcune generazioni, a meno che non agiamo per imporre il repentino rimedio , ben prima del settembre 2010, di una riforma globale Glass-Steagall tra la maggior parte delle potenze mondiali tranne quei casi attualmente incurabili come il sistema del Commonwealth britannico (pur tuttavia, sarei lieto di accogliere un Regno Unito che opti per la più prudente alternativa di accettare il mio disegno).

Due generazioni sotto gli effetti di una tale crisi da collasso sarebbero sufficienti, si stima, per ridurre la popolazione mondiale dai circa 6,8 miliardi – specialmente la parte più povera della popolazione – all'obiettivo del principe Filippo d'Inghilterra e del suo World Wildlife Fund: meno di 2 miliardi, per la maggior parte esemplari di una specie rozza e miserabile.

La questione dei tempi

Non è affatto difficile presentare una stima credibile di quando sarà raggiunto il punto di non ritorno.

Stimate sia l'ordine di grandezza del rapporto definito dall'aumento di debito finanziario senza valore, associato ai derivati finanziari e simili (massa finanziaria "A") e la porzione attualmente crollante di flussi monetari che corrispondono alla caratteristica di uno standard Glass-Steagall (massa finanziaria "B"). Il rapporto è iperbolico (coloro che non ne riconoscono la natura iperbolica chiudano gentilmente il becco). Come mostrano i costi dei "salvataggi" USA dall'agosto 2007, se paragonati a simili tendenze in Europa occidentale, c'è un insieme di tendenze che mostra chiaramente perché il Gruppo bancario Inter-Alpha, che rappresenta a tutti gli effetti il 70% delle banche ufficiali del mondo, è già irrimediabilmente in bancarotta, se si considerano le due categorie di titoli finanziari nominali. La tendenza che abbiamo visto nello stesso periodo in cui la fantasia dell'Euro è stata imposta in tutta l'Europa centrale e occidentale, significa che attualmente ci troviamo già sul fronte di un'onda d'urto, un punto in cui non ci sono speranze per la continua esistenza civile dell'umanità su questo pianeta, a meno che lo standard Glass-Steagall non sia imposto in modo immediato ed efficace.

by Movisol

20 luglio 2010

Venti di guerra nei Caraibi



Lo scorso 1° Luglio, l’Assemblea Legislativa della Costa Rica, ha approvato con trentuno voti a favore e otto contrari, l’ingresso nel paese di 13.000 marines statunitensi, che saranno accompagnati da 46 navi d’appoggio, una portaerei e 200 elicotteri. Motivo ufficiale? La lotta al narcotraffico, of course. Motivo reale? Minacciare da vicino il Nicaragua di Daniel Ortega e il Venezuela di Hugo Chavez, che Washington proprio non riesce a normalizzare. La piccola repubblica centroamericana cambia così il suo destino o, perlomeno, la sua mission, trasformandosi da paradiso per turisti a base militare per gli Stati Uniti.

D’altra parte, la richiesta di questa sostanziale variazione di status era di quelle che non si potevano rifiutare, essendo pervenuta dalla locale ambasciata Usa il 21 giugno. Il Parlamento di San Josè ha offerto così una dimostrazione di tempismo ed efficienza, prima che di inclinazione alla servitù. Sembra quindi che il destino della Costa Rica vada evolvendo.

Un tempo noto come unico stato delle Americhe ad essere privo di forze armate, limitando alla sola Polizia Nazionale le funzioni difensive del paese - veniva chiamata la Svizzera del Centroamerica - San José ha deciso d’imprimere una svolta formale al suo status. A dire il vero, la singolarità dello Stato privo di apparato militare non era l’unica: anche sul piano finanziario, la Costa Rica ha sempre avuto un ruolo particolare nel continente, soprattutto nel proporsi come paradiso fiscale e nell’essere quindi utilizzato come lavatrice tropicale dei dollari sporchi.

Storicamente, San Josè è anche stata ripetutamente indicata come luogo adatto alla mediazione politico-diplomatica nella ribollente area Centroamericana. A fare da retroterra propagandistico a questa veste, veniva dichiarata una presunta neutralità politica della Costa Rica nei confronti dei conflitti politici e militari dei suoi vicini. Ma questa presunta neutralità non ha mai trovato cogenti conferme nelle opere di mediazione cui è stata chiamata nei decenni, anzi.

Durante gli anni ’80, la Costa Rica si caratterizzava per una politica verso il Nicaragua fortemente ambigua: da un lato offriva mediazione diplomatica e piani per il cessate il fuoco, dall’altro garantiva rifugio e logistica alla Contra, che installò una delle sue componenti (la FDN di Edgar Chamorro) che venne smantellata dalle operazioni militari delle forze speciali dell’Esercito sandinista, non certo dalla polizia nazionale costaricense che avrebbe dovuto, per decenza, impedire che sul suo territorio s’installassero basi militari da cui partivano aggressioni al paese confinante.

Allo stesso modo, non si può certo dire che la mediazione di Oscar Arias (ex-Presidente della Costa Rica e Nobel per la pace) tra il legittimo presidente dell'Honduras, Manuel Zelaya, e i golpisti filo-Usa guidati da Micheletti, sia stata all'insegna del ripristino della legalità. Come se vittime e carnefici fossero sullo stesso piano, come se l'isolamento dei golpisti non fosse l'unica strada percorribile per il ripristino della democrazia a Tegucigalpa, la mediazione di Arias ha avuto come conseguenza la legittimazione dei golpisti e il rapido ritiro delle sanzioni più dure da parte dell'OSA (Organizzazione Stati Americani).

Ma oggi San Josè compie un ulteriore, gravissimo, salto in avanti. Con la decisione del Parlamento della Costa Rica, infatti, gli Stati Uniti circondano decisamente il Centroamerica e i Caraibi. Il Pentagono avrà ora un altro grande dispositivo militare da affiancare a quello già presente a Palmarola, in Honduras, la più grande base militare statunitense fuori dai confini (anche per questo Tegucigalpa è definita una portaerei statunitense).

Il nuovo spiegamento di truppe in Costa Rica si aggiunge poi alle 13 nuove basi Usa in Colombia (di cui allocazione, armamenti, numero degli effettivi e raggio d’azione sono secretati dal governo di Bogotà, in spregio alla stessa Costituzione colombiana), alla spedizione militare ad Haiti, alla base di Curazao e a Panama, oltre che al ripristino del dispiegamento della IV Flotta nel Mar dei Caraibi, voluto da un altro Nobel per la Pace: Barak Obama.

Il livello di armamenti e soldati che Washington ha raggiunto nell’area, con la complicità dei regimi alleati, è ormai difficile da interpretare come ordinario. E’ invece un vero e proprio costante riposizionamento militare e politico, che punta senza equivoci al dominio del “giardino di casa”. Uno spiegamento di forze che non solo altera profondamente gli equilibri militari tra paesi sovrani nell’area, ma si pone come ipoteca pesante sullo sviluppo dei processi politici locali e continentali e la stessa sovranità degli stati che la compongono.

Un triste evolversi della realtà latinoamericana anche per chi, meno di un anno fa, aveva ingenuamente sperato che, a Washington, i tempi stavano cambiando. L’evidenza della minaccia a Nicaragua e Venezuela la vede chiunque non voglia chiudere gli occhi

di Fabrizio Casari -

22 luglio 2010

La “legittimità” capitalistica delle crisi cicliche




Fra sdegno panico, nausea cosmica e pietas scientifica vanno ricercate le cause di un mio lungo silenzio circa lo stato di salute di quel “malato terminale” che è il capitalismo globalizzato. Ma d’altronde è ben dal 2005, in un saggio su “il Ponte” - raccolto poi tra il materiale con cui ho arricchito la seconda edizione del mio “Globalizzazione Scientificamente infondata” (2008) – che disegnavo lo scenario della implosione necessaria della globalizzazione insieme al lungo periodo di stagnazione che la avrebbe successivamente accompagnata. E tutto si va svolgendo secondo quella impietosa diagnosi.
Molti economisti(ci) reagendo scompostamente all’ennesimo sbugiardamento della loro “disciplina” indisciplinatamente tramutati in talent scout hanno giocato a scovare tra loro i pochi guru “formato Otelma” che avrebbero preconizzato i precisi tempi della crisi globale. Ciò costituirebbe poco scandalo qualora si trattasse di gazzettieri in cerca di scoop, per definizione alieni dalla conoscenza degli arcani della “scienza economica” che con fortunosa preveggenza Carlyle ebbe a definire “scienza triste”. In realtà quella definizione era fortunosa (emotivamente indotta dalla lettura del saggio sulla popolazione di Malthus che scontava inconsistenti e infondati esiti pessimistici circa il rapporto popolazione/ risorse per sfamare tutti), come dire “letteraria”. Infatti scientificamente parlando la “tristezza” di quella “scienza” è diventata praticamente infinita dovendola annoverare fra gli orrori della così detta “civiltà del capitalismo” e dei suoi supporter ed esegeti: gli economisti(ci).
All’interno di questa che può definirsi sicuramente come una cosca, in alcune sue celebratissime “logge” si pretende dalla economics la sua capacità di prevedere le crisi economiche così come è lecito chiedere a scienze di tipo deterministico tipo l’astronomia. Abbiamo a suo tempo indicato il professor Perotti - della Bocconi e dalle pagine del Sole24ore che non hanno mai visto una smentita a tale assurda presa di posizione - dopo tanto pellegrinaggio ed esperienze “amerikani” sposare un tale punto di vista: la scienza economica in quanto scienza dovrebbe poter prevedere giorno e modalità (dies certus an certus quando) delle crisi cicliche. A nulla valendo l’insegnamento di Schumpeter - per altro a ogni piè sospinto citato e osannato almeno quanto del tutto incompreso- che ha per sempre sancito “a futura memoria” il fatto che le crisi economiche nel capitalismo si presentano con irregular regularity , cioè in altri termini in modo “regolarmente irregolare” nel tempo, che è come dire in maniera imprevedibile smentendo Perotti, e l’intero codazzo dei suoi silenti colleghi in proposito.
Quando la calura e le molte angosce umane e sociali dei tempi che corrono ce lo permetteranno torneremo su questi aspetti che ben valgono maggiore insistenza di analisi e denuncia.
Al momento quel che vorremmo ricordare agli economisti(ci) è che la loro totale ignoranza sulla “legittimità” capitalistica delle crisi cicliche si mostra nel fatto che, al di là della richiesta di rigorosa prevedibilità di queste ultime nel senso “perottiano”- che “non sta né in cielo né in terra”- il fatto che non se ne sappia venire minimamente a capo in termini terapeutici è il vero segnale della permanente crisi scientifica della “scienza triste” anzi tristissima in sé per il suo permanente stato abortivo contrabbandato come scienza.
Ebbene dalla mia personale impostazione del problema - di cui sarà prima o poi il caso di dare una versione accessibile a un pubblico attento e non condizionato dai “professori ufficiali” - ne deriva invece una precisa cura o exit strategy che evidentemente non è concepibile neanche lontanamente con i magrissimi strumenti del mestiere degli economisti(ci). Questo non può sfuggire a chi dovesse studiare con serietà le cose che ho scritto in materia nell’ultimo quarto di secolo comunicandole senza smentite ai massimi livelli internazionali.
Con molta modestia e con un briciolo di imperdonabile romanticismo ho creduto di poter notificare questi ultimi aspetti all’attuale ministro dell’Economia di quel che resta della Repubblica Italiana. Ritenendo che, se certamente non alla sua portata i titoli e la materia propostagli gli suggerissero almeno di sottoporla a più attenti e acculturati collaboratori. Ma una tale sensibilità da parte di “Chance the Gardner” è stata parte di una mia sopravalutazione di uomini e cose che è tra i vizi meno paganti e appaganti della mia vita. Purtroppo avere a suo tempo soprannominato Tremonti “Chance the Gardner” alludendo al capolavoro interpretato da Peter Sellers nel film “Oltre il Giardino” non era una butade o una licenza poetico-giornalistica, ma una denuncia che va rilanciata con un pizzico di autocritica: più che un giardiniere Tremonti è un “contadino” di quelli a cui i fitofarmaci e la passivizzante tecnologia delle multinazionali Usa (e getta) hanno espunto nel tempo “il cervello fino” lasciandogli solo le “scarpe grosse”. In un’intervista alla stampa di domenica 18 Luglio, esprimendosi a proposito dell’ennesima cloaca venuta alla luce intorno al potere berlusconiano, Tremonti ha fatto il verso al suo padrone traducendone in versione bucolica la sentenza da questi emessa circa “ i quattro sfigati pensionati” della così detta P3. Per Tremonti, Verdini, Dell’Utri, Lombardi, Carboni, Cosentino & company sarebbero “una cassetta di mele marce pur scaturendo da un albero sano”. L’eresia botanica è palese (reiterati raccolti marci nel tempo impongono la segatura del relativo albero) e le cassette di mele dove il marciume passa da una alle altre è mera “sapienza” da fruttivendoli.
P.S.
Nella stessa occasione la su ricordata “Chance” ha detto che non v’è alternativa al suo attuale padrone. E rivelando che senza padroni non sa immaginare il proprio ruolo - com’era tipico del contadiname tardo medievale - il tributarista di Sondrio sempre sollecitato a esprimere un giudizio su un eventuale mutamento del quadro di governo in Italia ha rivelato che la cosa non sarebbe peraltro gradita dalla Ue. Con il che è chiara la piramide dei poteri che hanno affossato ogni anelito di indipendenza della nostra nazione. Se l’Europa ritiene indispensabile il nostro “piccolo Cesare” allora v’è il fondato sospetto che al posto di statisti di alto profilo il nostro continente sia nelle mani della “banda Bassotti” che invidia alla sua branche italica di essersi fusa con “zio Paperone” in un unico sodalizio.
di Vittorangelo Orati

21 luglio 2010

È cominciata la partita finale

Sin dalla mia previsione del 1956 su una forte e improvvisa recessione che sarebbe scoppiata tra il febbraio e marzo 1957, non ho mai pubblicato una previsione sull'economia USA che non si sia avverata così come io l'avevo formulata. Il motivo di questa distinzione tra me e tutti i miei cosiddetti rivali in questa materia è che essi hanno fatto affidamento su linee di tendenza statistico/monetariste, che sono inerentemente incompetenti per la stessa natura del metodo adottato.

Così, il risultato della mia serie di previsioni per gli USA negli anni sessanta condusse alla previsione di un probabile crollo del sistema di Bretton Woods nell'intervallo tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta. Lo stesso si può dire per le mie varie previsioni nel corso degli anni '80, nel 1992, nel 1996-98, nel 2001, 2004 e della fine di luglio 2007.

Dunque, non ho mai fatto le previsioni che fanno i venali statistici; lascio tali sciocchezze ai giocatori di cavalli e di Wall Street; io prevedo intervalli di crisi che richiedono decisioni correttive, come faccio qui ed ora.

Spiego di che si tratta.


Già nel 1984, al tempo in cui il futuro presidente del Federal Reserve System Alan Greenspan stava ancora complottando per distruggere le protezioni assicurate all'economia americana dalla legge Glass-Steagall, quando il miserabile era funzionario della banca JP Morgan per conto dei mercati londinesi, il processo di bancarotta del mondo attraverso l'abrogazione di Glass-Steagall era già in corso.

La successiva abrogazione di Glass-Steagall, nel 1999, compiuta da infestazioni verminose come il complice di Greenspan Larry Summers, ha scatenato negli ultimi due decenni la più grande iperinflazione globale della storia mondiale.

Ora ci troviamo in un momento in cui l'economia della sezione transatlantica dell'economia mondiale sta inclinandosi in una crisi peggiore persino di quella iperinflazionistica di Weimar nell'autunno 1923, più modesta di quella odierna.

La forma di questa crisi è iperinflazionistica nello stesso senso della fase che la crisi di Weimar raggiunse dalla primavera all'autunno 1923; ma l'attuale caso è già, immediatamente, molto peggiore di quanto si conosca nella storia moderna dalla Pace di Westfalia del 1648. Infatti, l'intenzione britannica nel ruolo di punta che essa svolge come fattrice del collasso imminente, eseguita col concorso di rilevanti creduloni in Germania e altrove, è quella di "porre fine al sistema di Westfalia".

L'aspetto più critico degli sviluppi post-2001 incentrati sui mercati finanziari transatlantici è un collasso dell'economia reale allo stesso tempo che l'espansione di titoli puramente fittizi, nominali, come quelli associati ai mercati finanziari derivati, si è impennata oltre tutte le stime possibili fino a raggiungere la dimensione di oltre un quadrilione (un milione di miliardi, ndt.) di dollari USA nominali, in ciò che sono gli attuali titoli finanziari senza valore che inquinano i conti dei mercati di Wall Street e del Commonwealth britannico. Il tasso di aumento del rapporto tra il capitale finanziario puramente fittizio e il capitale produttivo definito da un metro Glass-Steagall per l'attivitá bancaria commerciale, è ora pienamente iperbolico.

Il mondo nel suo insieme, specialmente la regione transatlantica, è così attualmente sull'orlo di un collasso globale che trasformerà tutte le forme di denaro nominale di ogni nazione in uno stato di inutilità su tutti i mercati internazionali. In breve, una crisi generale da collasso globale, che sta colpendo il mondo transatlantico più direttamente ma che ben presto inghiottirà l'intero pianeta.

Per questa situazione c'è solo un rimedio; tutte le altre alternative vanno ritenute clinicamente folli. Tale rimedio è l'applicazione immediata dello standard rigoroso del 1933 per una legge Glass-Steagall condivisa da un concerto di grandi nazioni, che comprendano la nazione statunitense libera dalla marionetta britannica Obama, per stabilire una solida rete di sistemi bancari commerciali nazionali che operino secondo tali strette regole.

A questo scopo, ho prescritto un nucleo composto dall'alleanza tra USA senza Obama, Russia, Cina e India, una "iniziativa delle quattro potenze" mirante a coinvolgere numerose altre nazioni del mondo in una forma di sistema globale a tassi di cambio fissi.

Stiamo ora entrando in una fase della attuale situazione globale, in cui presto arriveremo al punto in cui ci sarà un collasso dell'intero pianeta, con effetti genocidi che dureranno alcune generazioni, a meno che non agiamo per imporre il repentino rimedio , ben prima del settembre 2010, di una riforma globale Glass-Steagall tra la maggior parte delle potenze mondiali tranne quei casi attualmente incurabili come il sistema del Commonwealth britannico (pur tuttavia, sarei lieto di accogliere un Regno Unito che opti per la più prudente alternativa di accettare il mio disegno).

Due generazioni sotto gli effetti di una tale crisi da collasso sarebbero sufficienti, si stima, per ridurre la popolazione mondiale dai circa 6,8 miliardi – specialmente la parte più povera della popolazione – all'obiettivo del principe Filippo d'Inghilterra e del suo World Wildlife Fund: meno di 2 miliardi, per la maggior parte esemplari di una specie rozza e miserabile.

La questione dei tempi

Non è affatto difficile presentare una stima credibile di quando sarà raggiunto il punto di non ritorno.

Stimate sia l'ordine di grandezza del rapporto definito dall'aumento di debito finanziario senza valore, associato ai derivati finanziari e simili (massa finanziaria "A") e la porzione attualmente crollante di flussi monetari che corrispondono alla caratteristica di uno standard Glass-Steagall (massa finanziaria "B"). Il rapporto è iperbolico (coloro che non ne riconoscono la natura iperbolica chiudano gentilmente il becco). Come mostrano i costi dei "salvataggi" USA dall'agosto 2007, se paragonati a simili tendenze in Europa occidentale, c'è un insieme di tendenze che mostra chiaramente perché il Gruppo bancario Inter-Alpha, che rappresenta a tutti gli effetti il 70% delle banche ufficiali del mondo, è già irrimediabilmente in bancarotta, se si considerano le due categorie di titoli finanziari nominali. La tendenza che abbiamo visto nello stesso periodo in cui la fantasia dell'Euro è stata imposta in tutta l'Europa centrale e occidentale, significa che attualmente ci troviamo già sul fronte di un'onda d'urto, un punto in cui non ci sono speranze per la continua esistenza civile dell'umanità su questo pianeta, a meno che lo standard Glass-Steagall non sia imposto in modo immediato ed efficace.

by Movisol

20 luglio 2010

Venti di guerra nei Caraibi



Lo scorso 1° Luglio, l’Assemblea Legislativa della Costa Rica, ha approvato con trentuno voti a favore e otto contrari, l’ingresso nel paese di 13.000 marines statunitensi, che saranno accompagnati da 46 navi d’appoggio, una portaerei e 200 elicotteri. Motivo ufficiale? La lotta al narcotraffico, of course. Motivo reale? Minacciare da vicino il Nicaragua di Daniel Ortega e il Venezuela di Hugo Chavez, che Washington proprio non riesce a normalizzare. La piccola repubblica centroamericana cambia così il suo destino o, perlomeno, la sua mission, trasformandosi da paradiso per turisti a base militare per gli Stati Uniti.

D’altra parte, la richiesta di questa sostanziale variazione di status era di quelle che non si potevano rifiutare, essendo pervenuta dalla locale ambasciata Usa il 21 giugno. Il Parlamento di San Josè ha offerto così una dimostrazione di tempismo ed efficienza, prima che di inclinazione alla servitù. Sembra quindi che il destino della Costa Rica vada evolvendo.

Un tempo noto come unico stato delle Americhe ad essere privo di forze armate, limitando alla sola Polizia Nazionale le funzioni difensive del paese - veniva chiamata la Svizzera del Centroamerica - San José ha deciso d’imprimere una svolta formale al suo status. A dire il vero, la singolarità dello Stato privo di apparato militare non era l’unica: anche sul piano finanziario, la Costa Rica ha sempre avuto un ruolo particolare nel continente, soprattutto nel proporsi come paradiso fiscale e nell’essere quindi utilizzato come lavatrice tropicale dei dollari sporchi.

Storicamente, San Josè è anche stata ripetutamente indicata come luogo adatto alla mediazione politico-diplomatica nella ribollente area Centroamericana. A fare da retroterra propagandistico a questa veste, veniva dichiarata una presunta neutralità politica della Costa Rica nei confronti dei conflitti politici e militari dei suoi vicini. Ma questa presunta neutralità non ha mai trovato cogenti conferme nelle opere di mediazione cui è stata chiamata nei decenni, anzi.

Durante gli anni ’80, la Costa Rica si caratterizzava per una politica verso il Nicaragua fortemente ambigua: da un lato offriva mediazione diplomatica e piani per il cessate il fuoco, dall’altro garantiva rifugio e logistica alla Contra, che installò una delle sue componenti (la FDN di Edgar Chamorro) che venne smantellata dalle operazioni militari delle forze speciali dell’Esercito sandinista, non certo dalla polizia nazionale costaricense che avrebbe dovuto, per decenza, impedire che sul suo territorio s’installassero basi militari da cui partivano aggressioni al paese confinante.

Allo stesso modo, non si può certo dire che la mediazione di Oscar Arias (ex-Presidente della Costa Rica e Nobel per la pace) tra il legittimo presidente dell'Honduras, Manuel Zelaya, e i golpisti filo-Usa guidati da Micheletti, sia stata all'insegna del ripristino della legalità. Come se vittime e carnefici fossero sullo stesso piano, come se l'isolamento dei golpisti non fosse l'unica strada percorribile per il ripristino della democrazia a Tegucigalpa, la mediazione di Arias ha avuto come conseguenza la legittimazione dei golpisti e il rapido ritiro delle sanzioni più dure da parte dell'OSA (Organizzazione Stati Americani).

Ma oggi San Josè compie un ulteriore, gravissimo, salto in avanti. Con la decisione del Parlamento della Costa Rica, infatti, gli Stati Uniti circondano decisamente il Centroamerica e i Caraibi. Il Pentagono avrà ora un altro grande dispositivo militare da affiancare a quello già presente a Palmarola, in Honduras, la più grande base militare statunitense fuori dai confini (anche per questo Tegucigalpa è definita una portaerei statunitense).

Il nuovo spiegamento di truppe in Costa Rica si aggiunge poi alle 13 nuove basi Usa in Colombia (di cui allocazione, armamenti, numero degli effettivi e raggio d’azione sono secretati dal governo di Bogotà, in spregio alla stessa Costituzione colombiana), alla spedizione militare ad Haiti, alla base di Curazao e a Panama, oltre che al ripristino del dispiegamento della IV Flotta nel Mar dei Caraibi, voluto da un altro Nobel per la Pace: Barak Obama.

Il livello di armamenti e soldati che Washington ha raggiunto nell’area, con la complicità dei regimi alleati, è ormai difficile da interpretare come ordinario. E’ invece un vero e proprio costante riposizionamento militare e politico, che punta senza equivoci al dominio del “giardino di casa”. Uno spiegamento di forze che non solo altera profondamente gli equilibri militari tra paesi sovrani nell’area, ma si pone come ipoteca pesante sullo sviluppo dei processi politici locali e continentali e la stessa sovranità degli stati che la compongono.

Un triste evolversi della realtà latinoamericana anche per chi, meno di un anno fa, aveva ingenuamente sperato che, a Washington, i tempi stavano cambiando. L’evidenza della minaccia a Nicaragua e Venezuela la vede chiunque non voglia chiudere gli occhi

di Fabrizio Casari -