30 luglio 2010

Wikileaks cancella le omissioni

Se qualcuno sottovaluta l’oscuro potere omissivo di non dare le notizie, anche quelle certe e documentate, nascondendole dietro la cortina (quasi) impenetrabile del “top secret”, invocando (a sproposito) la “sicurezza nazionale”, egli è un suddito che accetta che la propria nazione agisca, come gli USA in Afghanistan, al di fuori di tutte le convenzioni internazionali, dove le torture, gli squadroni della morte, i bombardamenti sui civili, i suicidi dei soldati impegnati in queste porcherie, sono fatti da secretare come se non fossero mai accaduti.

Il sito wikileaks (leaks: falla, fuga, trapelare) ha pubblicato documenti relativi a tali informazioni. e quindi è solo grazie ad internet che abbiamo la certezza di queste notizie, che gettano pesantissimi dubbi sul fatto che gli USA siano una democrazia, visto che è il Pentagono a decidere la prosecuzione di una guerra, feroce, fuori da ogni controllo internazionale (dov’è l’ONU?), nascondendo ai contribuenti americani che, dopo 8 anni e spese enormi, la partita è quasi sicuramente perduta, omettendo di dare notizie vere sull’ andamento del conflitto e quindi ritenendo i cittadini americani dei sudditi a cui dare solo le notizie gradite all’apparato militare.

Il fastidio con cui anche il presidente Obama ha reagito alla pubblicazione dei documenti su Wikileaks, dimostra che il suo potere non è grande come quello del Pentagono, tanto è vero che, invece di porre immediatamente fine a questa aggressione voluta da Bush, risparmiando vite e denaro, pensa addirittura ad un aumento del numero di soldati per una (impossibile) “vittoria”. Nemmeno di fronte ad una precisa documentazione del fallimento di questa guerra, ad una constatazione dei metodi terroristici usati dai mercenari del Pentagono, alle cifre sul numero dei morti e dei costi economici, ai suicidi e ai mutilati che, ritornati in patria, impazziscono e sparano nel mucchio, un Presidente americano è in grado di dare ordini al Pentagono (e quindi alla lobby degli armamenti), e far finire immediatamente questa follia.

La grande democrazia americana, nel caso che un presidente fermi il Pentagono, prevede la sola opzione di fermare il presidente, con una bella pallottola. Obama lo sa bene e si sdegna per la fuga di notizie, che naturalmente “mettono a rischio la sicurezza nazionale”.

Ecco la formula salvavita che protegge i politici dal potere del Pentagono e del “complesso militare industriale”, che è di gran lunga il primo potere americano, che ben ricorda il DNA di questa nazione, nata rubando la terra ai nativi, sterminandoli e, successivamente, basando il suo sviluppo sullo sfruttamento bestiale della schiavitù, il tutto a mano armata, Il litio, il rame, l’oro che sono abbondanti nel sottosuolo dell’Afghanistan, sono il vero scopo e la “lotta al terrorismo” e “l’esportazione della democrazia” sono le balle che i sudditi americani si bevono senza reagire. Ancora più paradossale appare la partecipazione dell’Italia, che, mentre perde uomini e soldi per compiacere il grande fratello USA, continua a sostenere che il mattatoio afgano è una missione di pace.

di Paolo De Gregorio

La morte della cartamoneta






Mentre si preparano per la lettura estiva in Toscana, i banchieri della City stanno facendo incetta delle rare copie di un testo oscuro sulla meccanica dell’inflazione durante la Repubblica di Weimar pubblicato nel 1974.

Ebay offre un volume letto e riletto di ‘Dying of Money : Lessons of the Great German and American Inflations’ ad un prezzo d’offerta iniziale di $699 dollari (senza spese di spedizione… grazie tante).

Il punto cruciale arriva al capitolo 17 intitolato ‘Velocity’. Ogni grande inflazione -- sia quella dei primi anni ’20 in Germania, che quella della guerra contro la Corea o il Vietnam negli Stati Uniti -- inizia con un’espansione passiva della quantità denaro. Che rimane inerte per un periodo sorprendentemente lungo. I prezzi delle azioni possono salire, ma l’inflazione latente dei prezzi è camuffata. L’effetto è simile a quello di una ricarica per accendini su un falò prima che sia stato ancora acceso il fiammifero.



La volontà delle persone di detenere il denaro può cambiare improvvisamente per una ‘ragione psicologica e spontanea’, provocando una punta della velocità [di circolazione] monetaria. Invariabilmente, i cambiamenti colgono gli economisti di sorpresa. Aspettano troppo per drenare l’eccesso di denaro.

‘La velocità è salita quasi ad angolo retto nell’estate del 1922’, ha detto il sig. O Parsson. I funzionari della Reichsbank erano perplessi. Non riuscivano a capacitarsi del perché i tedeschi avessero iniziato a comportarsi in modo diverso quasi due anni dopo che la banca aveva già aumentato la fornitura di denaro. Sostiene che la pazienza del pubblico è saltata di colpo nel momento in cui la gente ha perso fiducia ed ha incominciato a ‘sentire puzza di bruciato nel governo’.

Qualcuno sorride di fronte alla ‘sorpresa’ della Banca d’Inghilterra per il recente aumento dell’inflazione in Gran Bretagna. Dall’altra parte dell’Atlantico i critici della Fed dicono che la crescita della base monetaria degli USA da $871 bilioni di dollari a $2024 bilioni di dollari in due soli anni è una pira incendiaria che prenderà fuoco non appena la velocità del denaro negli USA tornerà alla normalità.

La Morgan Stanley si aspetta una carneficina delle obbligazioni quando questa raggiungerà la Fed, predicendo che il rendimenti dei buoni del tesoro americani saliranno al 5,5 per cento. Questo non è mai successo finora. I rendimenti di 10 anni sono scesi al 3 per cento, e la velocità dell’aggregato monetario M2 è rimasta ai minimi storici di 1,72.

Come appartenente alla fazione della deflazione, credo che la Banca e la Fed abbiano ragione a mantenere i nervi saldi e a ritardare la sospensione dello stimolo -- anche se è una tesi più facile da sostenere negli Stati Uniti dove l’inflazione core è scesa al minimo dalla metà degli anni ’60. Ma il fatto che il libro di O Parsson sia improvvisamente richiesto nei circoli elitari dei banchieri è in sé un segno del genere di cambiamento del comportamento che può diventare fine a se stesso[1] .

Per l’appunto, un altro libro degli anni ’70 intitolato ‘When Money Dies : the Nightmare of the Weimar Hyper-Inflation’ è stato appena ristampato. Scritto dall’ex parlamentare europeo conservatore Adam Fergusson -- e consigliato da Warren Buffett come un libro da leggere assolutamente -- si tratta di un vivido resoconto tratto dai diari di coloro che hanno vissuto durante il fermento in Germania, in Austria e in Ungheria mentre gli imperi andavano smembrandosi.

La vicina guerra civile tra città e campagna era un tratto comune in questo crollo dell’ordine sociale. Frotte di cittadini mezzi morti di fame e vendicativi invadevano i villaggi per sottrarre cibo agli allevatori, accusati di accaparrarselo. Il diario di una ragazza ha descritto la scena nella fattoria di suo cugino. Ha scritto: ‘nella carretta ho visto tre maiali macellati. La stalla era tutta bagnata di sangue. Una vacca era stata macellata lì dove si trovava e le era stata strappata la carne dalle ossa. Quei mostri avevano tagliato la mammella della miglior mucca da latte, così che l’abbiamo dovuta sopprimere immediatamente. Nel granaio uno straccio bagnato di benzina bruciava ancora, a dimostrazione di quello che queste bestie avrebbero voluto fare’.

I pianoforti a coda divennero una sorta di moneta di scambio mentre i membri impoveriti delle elite dei funzionari pubblici barattavano i simboli del loro vecchio status con un sacco di patate o con un pezzo di pancetta. C’è un momento straziante in cui ciascuna famiglia borghese inizia a capire che i loro titoli di prim’ordine e il loro ‘war loan’, (il prestito di guerra) non riprenderanno mai più. Li aspetta la rovina irreversibile. Delle coppie di anziani si sono suicidate con il gas nei loro appartamenti. Gli stranieri con i dollari, le sterline, i franchi svizzeri o le corone ceche vivevano nell’opulenza. Venivano odiati. ‘I tempi che corrono ci hanno reso cinici. Tutti vedono il nemico in tutti gli altri’, ha detto Erna von Pustau, figlia di un mercante di pesce di Amburgo.

Un gran numero di persone non hanno intuito quello che sarebbe successo. ‘i miei conoscenti e i miei amici erano degli stupidi. Non capivano cosa volesse dire l’inflazione. E i nostri avvocati non erano di meglio. Il direttore di banca di mia madre le ha dato dei consigli terribili’ ha detto una signora con conoscenze influenti.

‘Si vedeva gradualmente cambiare l’aspetto dei loro appartamenti. Ci si ricordava dove una volta c’era stato un quadro o un tappeto, o un secretaire. Alla fine le loro stanze erano quasi del tutto vuote. Alcuni di loro chiedevano l’elemosina -- non per le strade -- ma facendo visite casuali. Si sapeva fin troppo bene per che cosa erano venuti’.

La corruzione divenne incontrollata. La gente per strada veniva derubata del cappotto e delle scarpe con il coltello puntato. I vincitori erano quelli che -- per sorte o per piano -- avevano ottenuto ingenti prestiti dalle banche per investire su beni concreti, o conglomerati industriali che avevano emesso obbligazioni. Ci fu un grande trasferimento di ricchezza da risparmiatore a debitore, nonostante il Reichstag abbia in seguito approvato una legge che legava i vecchi contratti al prezzo dell’oro. I creditori hanno recuperato qualcosa.

Prese piede una teoria di cospirazione che l’inflazione fosse un complotto degli ebrei per rovinare la Germania. La valuta venne definita ‘Judenfetzen’ (coriandoli – ebrei), accennando alla catena di eventi che avrebbero portato dieci anni dopo alla Kristallnacht.

Se la storia di Weimar è uno studio senza tempo di disintegrazione sociale, non può far molta luce sugli eventi del giorno d’oggi. La causa scatenante finale del crollo del 1923 fu l’occupazione francese della Ruhr, che ha strappato un grosso pezzo dell’industria tedesca, innescando una resistenza di massa.

Lloyd George sospettava che i Francesi stessero cercando di far precipitare la disintegrazione della Germania sostenendo lo stato secessionista della Renania (come effettivamente facevano). Per un breve periodo i ribelli hanno formato un governo separatista a Dusseldorf. Con giustizia poetica, la crisi si è ritorta contro Parigi ed ha distrutto il franco.

La pace cartaginese di Versailles aveva a quel punto già avvelenato tutto. Era un dovere patriottico non pagare le tasse che sarebbero state sequestrate per i pagamenti delle riparazioni di guerra al nemico. Influenzata dai bolsceviti, la Germania era diventata un calderone comunista. Gli spartachisti hanno cercato di prendere il controllo di Berlino. I ‘soviet’ lavoratori proliferavano. Gli scaricatori di porto e i lavoratori marittimi occuparono le centrali di polizia ed eressero barricate ad Amburgo. Centinaia di comunisti rossi combatterono battaglie letali contro le milizie di destra.

I nostalgici complottavano per la ristorazione della monarchia di Baviera dei Wittelsbach e della vecchia valuta, il tallero sostenuto dall’oro. Il senato di Brema emise le proprie banconote legate all’oro. Altri emisero valute legate al prezzo della segale.

Questo non è il quadro dell’America, della Gran Bretagna, né dell’Europa del 2010. Ma dovremmo stare attenti a non abbracciare la teoria opposta e troppo rassicurante che questa non sia altro che una lieve ripetizione della “decade persa” del Giappone, ossia uno scivolamento lento ed ampiamente benevolo nella deflazione, mentre il deleveraging del debito esercita la sua disciplina.

Il Giappone era il maggior creditore esterno del mondo quando la bolla del Nikkei è scoppiata vent’anni fa. Aveva un tasso di risparmio privato pari al 15 per cento del PIL. I Giapponesi hanno gradualmente ridotto questo tasso al 2 per cento, attutendo gli effetti della lunga depressione. Ma gli anglosassoni non hanno questa possibilità.

C’è la chiara tentazione per l’Occidente di districarsi dagli errori della bolla degli asset di Greenspan, della bolla del credito di Brown, e dalla bolla sovrana dell’UME automaticamente attraverso l’inflazione. Ma questo rappresenta un pericolo per gli anni a venire. Per prima cosa abbiamo lo shock della deflazione della vita. Dopo -- e solo a questo punto -- le banche centrali saranno disposte a rischiare di perdere il controllo del loro esperimento di stampa, mentre decolla la velocità. Un problema alla volta per favore.

di Ambrose Evans-Pritchard

Fonte: www.telegraph.co.uk

29 luglio 2010

Wikileaks e le stragi ingestibili



civilian_target

Sul'onda delle rivelazioni clamorose di Wikileaks di questi giorni, riproponiamo un articolo pubblicato lo scorso 7 aprile dopo un altro massiccio "sgocciolamento" di notizie "scomode". Il pezzo cercava di ricordare perché le rivelazioni vanno inquadrate all'interno di determinate congiunture storiche che le rendono possibili. Il fatto che nel frattempo il «Washington Post» si sia anch'esso svegliato dal trentennale torpore è una conferma: sulle questioni militari, ai piani alti del mondo, c'è maretta.

La strage indiscriminata compiuta dal cielo sopra Baghdad non sembra perdersi nel grande e indistinto bagno di sangue mesopotamico. Stavolta si nota subito che quel che vediamo è insolito. Incontriamo da vicino il punto di vista sbrigativo e crudele degli occupanti statunitensi, sentiamo le loro parole irridenti mentre demoliscono ogni ipocrisia sulle “regole d'ingaggio”. Merito di Wikileaks, un sito che fa trapelare molte verità scomode, con una cadenza ormai così fitta da spingere il Pentagono a brigare per chiuderlo: il web è un fronte primario della lotta fra guerra e verità.

E mentre il giornalismo alla «Washington Post» vive ancora della rendita d'immagine del Watergate, uno scoop di oltre trent'anni fa, Wikileaks in tre anni di vita ha inanellato una serie impressionante di rivelazioni. In genere si tratta di dossier confidenziali ben documentati e sottoposti a preliminare verifica da parte di centinaia di collaboratori. Fra gli scoop: il ruolo della banca svizzera Julius Baer nel riciclaggio internazionale, il manuale delle procedure a Guantanamo, i negoziati segreti sul trattato dei diritti d'autore, i dettagli su Scientology, i retroscena del crac finanziario islandese, ecc. E ora lo "snuff movie" dell'invasione irachena.

Le fonti delle notizie trapelate sono i cosiddetti «whistleblowers». La parola non ne ha una che combaci nella nostra lingua. Letteralmente sarebbero coloro che fischiano e lanciano un allarme per via di una condotta illegale o minacciosa di un'organizzazione di cui fanno parte. Si tratta di funzionari, avvocati, impiegati, o anche semplici cittadini che si trovano fra le mani informazioni sensibili e decidono di farle conoscere. Nel farlo rivestono un ruolo misto fra “confidenti”, “obiettori di coscienza” e “attivisti politici”, mentre Wikileaks assicura loro un totale anonimato attraverso un sistema di codificazione dei dati. Una comunità di circa 800 giornalisti, informatici, matematici e attivisti cerca i riscontri alle informazioni e infine le pubblica sul sito.

Ovviamente siamo abbastanza grandicelli per comprendere come un tale sistema possa servire a certe cordate dei servizi segreti in lotta fra loro per guidare i meccanismi dell'informazione, con rivelazioni strategiche.

Anche il Watergate - che nell'interpretazione corrente è il trionfo del libero giornalismo anglosassone a guardia del potere – in realtà fu pilotato da “gole profonde” che davano voce a quella parte dell'establishment USA che voleva chiudere con la presidenza Nixon e la sua gestione della guerra del Vietnam. I funzionari che oggi sono così generosi di dossier a favore di Wikileaks sono espressione di una lotta di potere acuta, viste le difficoltà attuali sui fronti di guerra. Così come non è da sottovalutare la preoccupazione di militari che paventano l'ingestibile catastrofe etica della forza occupante, con soldati che dimenticano di non essere in un videogame, non usano la "forza minima necessaria" e attaccano chi soccorre i feriti. Così piovono dossier, denunce, filmati.

Il sito, con un modesto bilancio di 600mila dollari, addirittura non riesce a smaltire la tanta immondezza che gli viene riversata e raccontata in migliaia di files e schedature, tanto da scusarsene in homepage. Vagliare l'informazione costa tempo, denaro e risorse umane. Siamo esattamente agli antipodi di «Libero», il giornalismo emblema ormai planetario della notizia totalmente falsa.

Al di là degli usi strumentali possibili, questo porto franco dell'informazione, su cui transitano comunque documenti veri e verificati, preoccupa chi pianifica le guerre. Potremmo definirla una metarivelazione: Wikileaks il 5 aprile ha pubblicato un documento segreto proveniente da un'agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense che indicava il sito come una «minaccia per la US Army». Nelle sue 32 pagine, dopo l'analisi sul rischio sicurezza addebitato a Wikileaks, il documento raccomandava di identificare e assicurare alla giustizia chi dà informazioni al sito, sputtanarlo con il massimo clamore, in modo da spezzare il rapporto di fiducia basato sul criptaggio promesso da Wikileaks.

Julian Assange, uno dei responsabili del portale delle soffiate, è tuttavia fiducioso: «ci sono tanti amici che ci vogliono bene» nel cuore dell'intelligence. Tanto che finora «nessuna fonte è stata rivelata dal momento della creazione del sito», nel dicembre 2006.

Se non interverrà il pugno di ferro, altre rivelazioni e immagini cruente seguiranno, come ad esempio i filmati dell'attacco aereo USA in Afghanistan del 7 maggio 2009, che uccise 97 civili.

La frontiera del nuovo giornalismo passerà anche su questi video.

di Pino Cabras

30 luglio 2010

Wikileaks cancella le omissioni

Se qualcuno sottovaluta l’oscuro potere omissivo di non dare le notizie, anche quelle certe e documentate, nascondendole dietro la cortina (quasi) impenetrabile del “top secret”, invocando (a sproposito) la “sicurezza nazionale”, egli è un suddito che accetta che la propria nazione agisca, come gli USA in Afghanistan, al di fuori di tutte le convenzioni internazionali, dove le torture, gli squadroni della morte, i bombardamenti sui civili, i suicidi dei soldati impegnati in queste porcherie, sono fatti da secretare come se non fossero mai accaduti.

Il sito wikileaks (leaks: falla, fuga, trapelare) ha pubblicato documenti relativi a tali informazioni. e quindi è solo grazie ad internet che abbiamo la certezza di queste notizie, che gettano pesantissimi dubbi sul fatto che gli USA siano una democrazia, visto che è il Pentagono a decidere la prosecuzione di una guerra, feroce, fuori da ogni controllo internazionale (dov’è l’ONU?), nascondendo ai contribuenti americani che, dopo 8 anni e spese enormi, la partita è quasi sicuramente perduta, omettendo di dare notizie vere sull’ andamento del conflitto e quindi ritenendo i cittadini americani dei sudditi a cui dare solo le notizie gradite all’apparato militare.

Il fastidio con cui anche il presidente Obama ha reagito alla pubblicazione dei documenti su Wikileaks, dimostra che il suo potere non è grande come quello del Pentagono, tanto è vero che, invece di porre immediatamente fine a questa aggressione voluta da Bush, risparmiando vite e denaro, pensa addirittura ad un aumento del numero di soldati per una (impossibile) “vittoria”. Nemmeno di fronte ad una precisa documentazione del fallimento di questa guerra, ad una constatazione dei metodi terroristici usati dai mercenari del Pentagono, alle cifre sul numero dei morti e dei costi economici, ai suicidi e ai mutilati che, ritornati in patria, impazziscono e sparano nel mucchio, un Presidente americano è in grado di dare ordini al Pentagono (e quindi alla lobby degli armamenti), e far finire immediatamente questa follia.

La grande democrazia americana, nel caso che un presidente fermi il Pentagono, prevede la sola opzione di fermare il presidente, con una bella pallottola. Obama lo sa bene e si sdegna per la fuga di notizie, che naturalmente “mettono a rischio la sicurezza nazionale”.

Ecco la formula salvavita che protegge i politici dal potere del Pentagono e del “complesso militare industriale”, che è di gran lunga il primo potere americano, che ben ricorda il DNA di questa nazione, nata rubando la terra ai nativi, sterminandoli e, successivamente, basando il suo sviluppo sullo sfruttamento bestiale della schiavitù, il tutto a mano armata, Il litio, il rame, l’oro che sono abbondanti nel sottosuolo dell’Afghanistan, sono il vero scopo e la “lotta al terrorismo” e “l’esportazione della democrazia” sono le balle che i sudditi americani si bevono senza reagire. Ancora più paradossale appare la partecipazione dell’Italia, che, mentre perde uomini e soldi per compiacere il grande fratello USA, continua a sostenere che il mattatoio afgano è una missione di pace.

di Paolo De Gregorio

La morte della cartamoneta






Mentre si preparano per la lettura estiva in Toscana, i banchieri della City stanno facendo incetta delle rare copie di un testo oscuro sulla meccanica dell’inflazione durante la Repubblica di Weimar pubblicato nel 1974.

Ebay offre un volume letto e riletto di ‘Dying of Money : Lessons of the Great German and American Inflations’ ad un prezzo d’offerta iniziale di $699 dollari (senza spese di spedizione… grazie tante).

Il punto cruciale arriva al capitolo 17 intitolato ‘Velocity’. Ogni grande inflazione -- sia quella dei primi anni ’20 in Germania, che quella della guerra contro la Corea o il Vietnam negli Stati Uniti -- inizia con un’espansione passiva della quantità denaro. Che rimane inerte per un periodo sorprendentemente lungo. I prezzi delle azioni possono salire, ma l’inflazione latente dei prezzi è camuffata. L’effetto è simile a quello di una ricarica per accendini su un falò prima che sia stato ancora acceso il fiammifero.



La volontà delle persone di detenere il denaro può cambiare improvvisamente per una ‘ragione psicologica e spontanea’, provocando una punta della velocità [di circolazione] monetaria. Invariabilmente, i cambiamenti colgono gli economisti di sorpresa. Aspettano troppo per drenare l’eccesso di denaro.

‘La velocità è salita quasi ad angolo retto nell’estate del 1922’, ha detto il sig. O Parsson. I funzionari della Reichsbank erano perplessi. Non riuscivano a capacitarsi del perché i tedeschi avessero iniziato a comportarsi in modo diverso quasi due anni dopo che la banca aveva già aumentato la fornitura di denaro. Sostiene che la pazienza del pubblico è saltata di colpo nel momento in cui la gente ha perso fiducia ed ha incominciato a ‘sentire puzza di bruciato nel governo’.

Qualcuno sorride di fronte alla ‘sorpresa’ della Banca d’Inghilterra per il recente aumento dell’inflazione in Gran Bretagna. Dall’altra parte dell’Atlantico i critici della Fed dicono che la crescita della base monetaria degli USA da $871 bilioni di dollari a $2024 bilioni di dollari in due soli anni è una pira incendiaria che prenderà fuoco non appena la velocità del denaro negli USA tornerà alla normalità.

La Morgan Stanley si aspetta una carneficina delle obbligazioni quando questa raggiungerà la Fed, predicendo che il rendimenti dei buoni del tesoro americani saliranno al 5,5 per cento. Questo non è mai successo finora. I rendimenti di 10 anni sono scesi al 3 per cento, e la velocità dell’aggregato monetario M2 è rimasta ai minimi storici di 1,72.

Come appartenente alla fazione della deflazione, credo che la Banca e la Fed abbiano ragione a mantenere i nervi saldi e a ritardare la sospensione dello stimolo -- anche se è una tesi più facile da sostenere negli Stati Uniti dove l’inflazione core è scesa al minimo dalla metà degli anni ’60. Ma il fatto che il libro di O Parsson sia improvvisamente richiesto nei circoli elitari dei banchieri è in sé un segno del genere di cambiamento del comportamento che può diventare fine a se stesso[1] .

Per l’appunto, un altro libro degli anni ’70 intitolato ‘When Money Dies : the Nightmare of the Weimar Hyper-Inflation’ è stato appena ristampato. Scritto dall’ex parlamentare europeo conservatore Adam Fergusson -- e consigliato da Warren Buffett come un libro da leggere assolutamente -- si tratta di un vivido resoconto tratto dai diari di coloro che hanno vissuto durante il fermento in Germania, in Austria e in Ungheria mentre gli imperi andavano smembrandosi.

La vicina guerra civile tra città e campagna era un tratto comune in questo crollo dell’ordine sociale. Frotte di cittadini mezzi morti di fame e vendicativi invadevano i villaggi per sottrarre cibo agli allevatori, accusati di accaparrarselo. Il diario di una ragazza ha descritto la scena nella fattoria di suo cugino. Ha scritto: ‘nella carretta ho visto tre maiali macellati. La stalla era tutta bagnata di sangue. Una vacca era stata macellata lì dove si trovava e le era stata strappata la carne dalle ossa. Quei mostri avevano tagliato la mammella della miglior mucca da latte, così che l’abbiamo dovuta sopprimere immediatamente. Nel granaio uno straccio bagnato di benzina bruciava ancora, a dimostrazione di quello che queste bestie avrebbero voluto fare’.

I pianoforti a coda divennero una sorta di moneta di scambio mentre i membri impoveriti delle elite dei funzionari pubblici barattavano i simboli del loro vecchio status con un sacco di patate o con un pezzo di pancetta. C’è un momento straziante in cui ciascuna famiglia borghese inizia a capire che i loro titoli di prim’ordine e il loro ‘war loan’, (il prestito di guerra) non riprenderanno mai più. Li aspetta la rovina irreversibile. Delle coppie di anziani si sono suicidate con il gas nei loro appartamenti. Gli stranieri con i dollari, le sterline, i franchi svizzeri o le corone ceche vivevano nell’opulenza. Venivano odiati. ‘I tempi che corrono ci hanno reso cinici. Tutti vedono il nemico in tutti gli altri’, ha detto Erna von Pustau, figlia di un mercante di pesce di Amburgo.

Un gran numero di persone non hanno intuito quello che sarebbe successo. ‘i miei conoscenti e i miei amici erano degli stupidi. Non capivano cosa volesse dire l’inflazione. E i nostri avvocati non erano di meglio. Il direttore di banca di mia madre le ha dato dei consigli terribili’ ha detto una signora con conoscenze influenti.

‘Si vedeva gradualmente cambiare l’aspetto dei loro appartamenti. Ci si ricordava dove una volta c’era stato un quadro o un tappeto, o un secretaire. Alla fine le loro stanze erano quasi del tutto vuote. Alcuni di loro chiedevano l’elemosina -- non per le strade -- ma facendo visite casuali. Si sapeva fin troppo bene per che cosa erano venuti’.

La corruzione divenne incontrollata. La gente per strada veniva derubata del cappotto e delle scarpe con il coltello puntato. I vincitori erano quelli che -- per sorte o per piano -- avevano ottenuto ingenti prestiti dalle banche per investire su beni concreti, o conglomerati industriali che avevano emesso obbligazioni. Ci fu un grande trasferimento di ricchezza da risparmiatore a debitore, nonostante il Reichstag abbia in seguito approvato una legge che legava i vecchi contratti al prezzo dell’oro. I creditori hanno recuperato qualcosa.

Prese piede una teoria di cospirazione che l’inflazione fosse un complotto degli ebrei per rovinare la Germania. La valuta venne definita ‘Judenfetzen’ (coriandoli – ebrei), accennando alla catena di eventi che avrebbero portato dieci anni dopo alla Kristallnacht.

Se la storia di Weimar è uno studio senza tempo di disintegrazione sociale, non può far molta luce sugli eventi del giorno d’oggi. La causa scatenante finale del crollo del 1923 fu l’occupazione francese della Ruhr, che ha strappato un grosso pezzo dell’industria tedesca, innescando una resistenza di massa.

Lloyd George sospettava che i Francesi stessero cercando di far precipitare la disintegrazione della Germania sostenendo lo stato secessionista della Renania (come effettivamente facevano). Per un breve periodo i ribelli hanno formato un governo separatista a Dusseldorf. Con giustizia poetica, la crisi si è ritorta contro Parigi ed ha distrutto il franco.

La pace cartaginese di Versailles aveva a quel punto già avvelenato tutto. Era un dovere patriottico non pagare le tasse che sarebbero state sequestrate per i pagamenti delle riparazioni di guerra al nemico. Influenzata dai bolsceviti, la Germania era diventata un calderone comunista. Gli spartachisti hanno cercato di prendere il controllo di Berlino. I ‘soviet’ lavoratori proliferavano. Gli scaricatori di porto e i lavoratori marittimi occuparono le centrali di polizia ed eressero barricate ad Amburgo. Centinaia di comunisti rossi combatterono battaglie letali contro le milizie di destra.

I nostalgici complottavano per la ristorazione della monarchia di Baviera dei Wittelsbach e della vecchia valuta, il tallero sostenuto dall’oro. Il senato di Brema emise le proprie banconote legate all’oro. Altri emisero valute legate al prezzo della segale.

Questo non è il quadro dell’America, della Gran Bretagna, né dell’Europa del 2010. Ma dovremmo stare attenti a non abbracciare la teoria opposta e troppo rassicurante che questa non sia altro che una lieve ripetizione della “decade persa” del Giappone, ossia uno scivolamento lento ed ampiamente benevolo nella deflazione, mentre il deleveraging del debito esercita la sua disciplina.

Il Giappone era il maggior creditore esterno del mondo quando la bolla del Nikkei è scoppiata vent’anni fa. Aveva un tasso di risparmio privato pari al 15 per cento del PIL. I Giapponesi hanno gradualmente ridotto questo tasso al 2 per cento, attutendo gli effetti della lunga depressione. Ma gli anglosassoni non hanno questa possibilità.

C’è la chiara tentazione per l’Occidente di districarsi dagli errori della bolla degli asset di Greenspan, della bolla del credito di Brown, e dalla bolla sovrana dell’UME automaticamente attraverso l’inflazione. Ma questo rappresenta un pericolo per gli anni a venire. Per prima cosa abbiamo lo shock della deflazione della vita. Dopo -- e solo a questo punto -- le banche centrali saranno disposte a rischiare di perdere il controllo del loro esperimento di stampa, mentre decolla la velocità. Un problema alla volta per favore.

di Ambrose Evans-Pritchard

Fonte: www.telegraph.co.uk

29 luglio 2010

Wikileaks e le stragi ingestibili



civilian_target

Sul'onda delle rivelazioni clamorose di Wikileaks di questi giorni, riproponiamo un articolo pubblicato lo scorso 7 aprile dopo un altro massiccio "sgocciolamento" di notizie "scomode". Il pezzo cercava di ricordare perché le rivelazioni vanno inquadrate all'interno di determinate congiunture storiche che le rendono possibili. Il fatto che nel frattempo il «Washington Post» si sia anch'esso svegliato dal trentennale torpore è una conferma: sulle questioni militari, ai piani alti del mondo, c'è maretta.

La strage indiscriminata compiuta dal cielo sopra Baghdad non sembra perdersi nel grande e indistinto bagno di sangue mesopotamico. Stavolta si nota subito che quel che vediamo è insolito. Incontriamo da vicino il punto di vista sbrigativo e crudele degli occupanti statunitensi, sentiamo le loro parole irridenti mentre demoliscono ogni ipocrisia sulle “regole d'ingaggio”. Merito di Wikileaks, un sito che fa trapelare molte verità scomode, con una cadenza ormai così fitta da spingere il Pentagono a brigare per chiuderlo: il web è un fronte primario della lotta fra guerra e verità.

E mentre il giornalismo alla «Washington Post» vive ancora della rendita d'immagine del Watergate, uno scoop di oltre trent'anni fa, Wikileaks in tre anni di vita ha inanellato una serie impressionante di rivelazioni. In genere si tratta di dossier confidenziali ben documentati e sottoposti a preliminare verifica da parte di centinaia di collaboratori. Fra gli scoop: il ruolo della banca svizzera Julius Baer nel riciclaggio internazionale, il manuale delle procedure a Guantanamo, i negoziati segreti sul trattato dei diritti d'autore, i dettagli su Scientology, i retroscena del crac finanziario islandese, ecc. E ora lo "snuff movie" dell'invasione irachena.

Le fonti delle notizie trapelate sono i cosiddetti «whistleblowers». La parola non ne ha una che combaci nella nostra lingua. Letteralmente sarebbero coloro che fischiano e lanciano un allarme per via di una condotta illegale o minacciosa di un'organizzazione di cui fanno parte. Si tratta di funzionari, avvocati, impiegati, o anche semplici cittadini che si trovano fra le mani informazioni sensibili e decidono di farle conoscere. Nel farlo rivestono un ruolo misto fra “confidenti”, “obiettori di coscienza” e “attivisti politici”, mentre Wikileaks assicura loro un totale anonimato attraverso un sistema di codificazione dei dati. Una comunità di circa 800 giornalisti, informatici, matematici e attivisti cerca i riscontri alle informazioni e infine le pubblica sul sito.

Ovviamente siamo abbastanza grandicelli per comprendere come un tale sistema possa servire a certe cordate dei servizi segreti in lotta fra loro per guidare i meccanismi dell'informazione, con rivelazioni strategiche.

Anche il Watergate - che nell'interpretazione corrente è il trionfo del libero giornalismo anglosassone a guardia del potere – in realtà fu pilotato da “gole profonde” che davano voce a quella parte dell'establishment USA che voleva chiudere con la presidenza Nixon e la sua gestione della guerra del Vietnam. I funzionari che oggi sono così generosi di dossier a favore di Wikileaks sono espressione di una lotta di potere acuta, viste le difficoltà attuali sui fronti di guerra. Così come non è da sottovalutare la preoccupazione di militari che paventano l'ingestibile catastrofe etica della forza occupante, con soldati che dimenticano di non essere in un videogame, non usano la "forza minima necessaria" e attaccano chi soccorre i feriti. Così piovono dossier, denunce, filmati.

Il sito, con un modesto bilancio di 600mila dollari, addirittura non riesce a smaltire la tanta immondezza che gli viene riversata e raccontata in migliaia di files e schedature, tanto da scusarsene in homepage. Vagliare l'informazione costa tempo, denaro e risorse umane. Siamo esattamente agli antipodi di «Libero», il giornalismo emblema ormai planetario della notizia totalmente falsa.

Al di là degli usi strumentali possibili, questo porto franco dell'informazione, su cui transitano comunque documenti veri e verificati, preoccupa chi pianifica le guerre. Potremmo definirla una metarivelazione: Wikileaks il 5 aprile ha pubblicato un documento segreto proveniente da un'agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense che indicava il sito come una «minaccia per la US Army». Nelle sue 32 pagine, dopo l'analisi sul rischio sicurezza addebitato a Wikileaks, il documento raccomandava di identificare e assicurare alla giustizia chi dà informazioni al sito, sputtanarlo con il massimo clamore, in modo da spezzare il rapporto di fiducia basato sul criptaggio promesso da Wikileaks.

Julian Assange, uno dei responsabili del portale delle soffiate, è tuttavia fiducioso: «ci sono tanti amici che ci vogliono bene» nel cuore dell'intelligence. Tanto che finora «nessuna fonte è stata rivelata dal momento della creazione del sito», nel dicembre 2006.

Se non interverrà il pugno di ferro, altre rivelazioni e immagini cruente seguiranno, come ad esempio i filmati dell'attacco aereo USA in Afghanistan del 7 maggio 2009, che uccise 97 civili.

La frontiera del nuovo giornalismo passerà anche su questi video.

di Pino Cabras