21 febbraio 2009

rimborsielettoraliey0

«Ah, se facessimo le riforme insieme!», dicevano di qua. «Ah, se facessimo le riforme insieme!», dicevano di là. Detto fatto, la destra e la sinistra un punto d'accordo al Senato l'hanno trovato: la donazione dei rimborsi elettorali anche ai partitini che alle Europee non arriveranno alla soglia del 4%.
Basterà che arrivino alla metà: il 2%. Crepi l'avarizia. Quando l'ha saputo, il democratico Gianclaudio Bressa è caduto dalle nuvole: «Trasecolo. Ma come è possibile?»
Era stato lui, due settimane fa, a mettersi di traverso a Montecitorio all'emendamento del tesoriere diessino Ugo Sposetti che puntava a distribuire soldi anche alle forze politiche che dovessero superare appena appena l'1%: «E mica l'avevo fatto di mia iniziativa. Avevo chiesto a Sposetti di lasciar perdere a nome del partito. Ed ero convinto che il partito...» In due settimane è cambiato tutto. Addio Sardegna, addio Soru, addio Veltroni. E se proprio era ormai impossibile ribaltare la scelta già votata e concordata con il Pdl per inserire lo sbarramento alle Europee al 4%, almeno un segnale alla sinistra rifondarola, verde, comunista e socialista per riaprire il dialogo i democratici hanno deciso di darlo. E cosa c'è di meglio di un contentino in denaro? Così ieri mattina, a palazzo Madama, quell'emendamento giudicato «inammissibile» dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio, è rispuntato con le firme di due senatori democratrici (della sinistra) Vincenzo Vita e Paolo Nerozzi. E visto che anche il PdL voleva svelenire i rapporti con la Destra di Francesco Storace, il voto è stato trionfale. Avete presente gli insulti che volano ogni giorno dall'una all'altra parte degli schieramenti? Bene, stavolta tutti d'amore e d'accordo: 254 votanti, due astenuti (i radicali Marco Perduca e Donatella Poretti: l'astensione a Palazzo Madama equivale a una bocciatura) e nessun contrario. Manco uno.
Per carità, se dovesse essere tutto confermato alla Camera (ammesso che la soglia dei soldi non sia abbassata ancora...) andrà comunque meglio che alle Europee del 2004. Cinque anni fa non solo l'Ulivo prese di rimborsi elettorali sette volte più di quanto aveva dichiarato d'avere speso, i comunisti di Diliberto dodici e Rifondazione tredici. Ma la Fiamma Tricolore moltiplicò l'investimento per quasi 82 volte e il Partito dei pensionati addirittura per 180. Aveva investito in manifesti, comizi, spot, viaggi e volantini 16.435 euro e si ritrovò benedetto da un acquazzone di quasi tre milioni. Pari a 7 euro e 95 cent per ogni voto avuto.
Male che vada, queste perversioni dovrebbero stavolta essere evitate. L'anomalia italiana, però, resterà. E se cambierà (in parte) la distribuzione del pubblico denaro, non cambierà la somma complessiva da spartire. Somma che, rispetto agli altri paesi europei (non parliamo degli Stati Uniti dove ci sono finanziamenti solo per le «presidenziali», pari nel 2004 a neanche mezzo euro ad americano) è enormemente superiore. Basti dire che, secondo un dossier della Camera, le elezioni europee del 2004 sono costate di rimborsi ai partiti 42 centesimi a ogni francese, 86 a ogni italiano. Più, naturalmente, tutti gli altri soldi distribuiti dalla leggina votata nel luglio 2002 da una larghissima maggioranza trasversale e pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale tre giorni più tardi. Tre giorni: record planetario di velocità legislativa.
Riassumiamo? Le pubbliche casse danno ogni anno ai partiti 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (anche quando non ci sono), più altri 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più altri 50 per le Politiche alla Camera e più altri 50 per le Politiche al Senato, anche quando non ci sono. Non bastasse, un'ulteriore leggina del 2006 ha consentito come è noto la doppia razione di rimborsi per le «politiche » (cento milioni l'anno) per il 2008, 2009, 2010 e 2001 come se la vecchia legislatura non fosse mai naufragata.
Insomma, con tutto il rispetto per le difficoltà economiche dei piccoli partiti che vorrebbero legittimamente continuare a sventolare la loro bandierina, quella di ieri al Senato è una decisione assai lontana dalle scelte di altri paesi. I quali, per scoraggiare l'assalto di troppi partitini non solo non distribuiscono soldi a pioggia ma talora chiedono a chi presenta una lista alle elezioni addirittura un deposito cauzionale che perderà se non arriva a una certa soglia. Che a Malta arriva a uno stratosferico 10%.
Eppure, chi immagina che gli italiani resteranno perplessi si sbaglia: tutti, certamente no. A parte gli elettori di questo o quel partitino finanziariamente nei guai, hanno buoni motivi per esultare, ad esempio, i dipendenti della Camera. Il «ritocco» del finanziamento pubblico ai partiti rende meno vistose infatti altre due notizie date ieri dall'Ansa. La prima è che i 28 autisti e i 30 banconisti circa della buvette di Montecitorio si sono visti riconoscere dall'ufficio di presidenza (nel quadro di un riordino che dovrebbe portare entro il 2016 a una riduzione del personale) una cosa che aspettavano dal 1981: la promozione dal primo («operaio tecnico») al secondo livello («collaboratore tecnico») col risultato che, diventando graduati, peseranno sulla Camera per circa 700 mila euro in più l'anno.
E andranno a riposo con pensioni pari, in certi casi, a quelle di un docente universitario. Ma la notizia più stupefacente è la seconda: visto che al Senato non hanno mantenuto l'impegno di adottare per i dipendenti la «riforma Dini» (accettata solo per i neo-assunti), l'adeguamento concordato nella scorsa legislatura è stato cancellato: anche le pensioni di commessi, autisti, barbieri, segretari e dattilografi di Montecitorio assunti dopo il 2001 continueranno ad essere calcolate (quattordici anni dopo la svolta!) col vecchio sistema retributivo e non con quello contributivo usato per tutti gli altri italiani. E meno male che promettevano un taglio ai privilegi...


di Gian Antonio Stella

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21 febbraio 2009

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«Ah, se facessimo le riforme insieme!», dicevano di qua. «Ah, se facessimo le riforme insieme!», dicevano di là. Detto fatto, la destra e la sinistra un punto d'accordo al Senato l'hanno trovato: la donazione dei rimborsi elettorali anche ai partitini che alle Europee non arriveranno alla soglia del 4%.
Basterà che arrivino alla metà: il 2%. Crepi l'avarizia. Quando l'ha saputo, il democratico Gianclaudio Bressa è caduto dalle nuvole: «Trasecolo. Ma come è possibile?»
Era stato lui, due settimane fa, a mettersi di traverso a Montecitorio all'emendamento del tesoriere diessino Ugo Sposetti che puntava a distribuire soldi anche alle forze politiche che dovessero superare appena appena l'1%: «E mica l'avevo fatto di mia iniziativa. Avevo chiesto a Sposetti di lasciar perdere a nome del partito. Ed ero convinto che il partito...» In due settimane è cambiato tutto. Addio Sardegna, addio Soru, addio Veltroni. E se proprio era ormai impossibile ribaltare la scelta già votata e concordata con il Pdl per inserire lo sbarramento alle Europee al 4%, almeno un segnale alla sinistra rifondarola, verde, comunista e socialista per riaprire il dialogo i democratici hanno deciso di darlo. E cosa c'è di meglio di un contentino in denaro? Così ieri mattina, a palazzo Madama, quell'emendamento giudicato «inammissibile» dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio, è rispuntato con le firme di due senatori democratrici (della sinistra) Vincenzo Vita e Paolo Nerozzi. E visto che anche il PdL voleva svelenire i rapporti con la Destra di Francesco Storace, il voto è stato trionfale. Avete presente gli insulti che volano ogni giorno dall'una all'altra parte degli schieramenti? Bene, stavolta tutti d'amore e d'accordo: 254 votanti, due astenuti (i radicali Marco Perduca e Donatella Poretti: l'astensione a Palazzo Madama equivale a una bocciatura) e nessun contrario. Manco uno.
Per carità, se dovesse essere tutto confermato alla Camera (ammesso che la soglia dei soldi non sia abbassata ancora...) andrà comunque meglio che alle Europee del 2004. Cinque anni fa non solo l'Ulivo prese di rimborsi elettorali sette volte più di quanto aveva dichiarato d'avere speso, i comunisti di Diliberto dodici e Rifondazione tredici. Ma la Fiamma Tricolore moltiplicò l'investimento per quasi 82 volte e il Partito dei pensionati addirittura per 180. Aveva investito in manifesti, comizi, spot, viaggi e volantini 16.435 euro e si ritrovò benedetto da un acquazzone di quasi tre milioni. Pari a 7 euro e 95 cent per ogni voto avuto.
Male che vada, queste perversioni dovrebbero stavolta essere evitate. L'anomalia italiana, però, resterà. E se cambierà (in parte) la distribuzione del pubblico denaro, non cambierà la somma complessiva da spartire. Somma che, rispetto agli altri paesi europei (non parliamo degli Stati Uniti dove ci sono finanziamenti solo per le «presidenziali», pari nel 2004 a neanche mezzo euro ad americano) è enormemente superiore. Basti dire che, secondo un dossier della Camera, le elezioni europee del 2004 sono costate di rimborsi ai partiti 42 centesimi a ogni francese, 86 a ogni italiano. Più, naturalmente, tutti gli altri soldi distribuiti dalla leggina votata nel luglio 2002 da una larghissima maggioranza trasversale e pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale tre giorni più tardi. Tre giorni: record planetario di velocità legislativa.
Riassumiamo? Le pubbliche casse danno ogni anno ai partiti 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (anche quando non ci sono), più altri 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più altri 50 per le Politiche alla Camera e più altri 50 per le Politiche al Senato, anche quando non ci sono. Non bastasse, un'ulteriore leggina del 2006 ha consentito come è noto la doppia razione di rimborsi per le «politiche » (cento milioni l'anno) per il 2008, 2009, 2010 e 2001 come se la vecchia legislatura non fosse mai naufragata.
Insomma, con tutto il rispetto per le difficoltà economiche dei piccoli partiti che vorrebbero legittimamente continuare a sventolare la loro bandierina, quella di ieri al Senato è una decisione assai lontana dalle scelte di altri paesi. I quali, per scoraggiare l'assalto di troppi partitini non solo non distribuiscono soldi a pioggia ma talora chiedono a chi presenta una lista alle elezioni addirittura un deposito cauzionale che perderà se non arriva a una certa soglia. Che a Malta arriva a uno stratosferico 10%.
Eppure, chi immagina che gli italiani resteranno perplessi si sbaglia: tutti, certamente no. A parte gli elettori di questo o quel partitino finanziariamente nei guai, hanno buoni motivi per esultare, ad esempio, i dipendenti della Camera. Il «ritocco» del finanziamento pubblico ai partiti rende meno vistose infatti altre due notizie date ieri dall'Ansa. La prima è che i 28 autisti e i 30 banconisti circa della buvette di Montecitorio si sono visti riconoscere dall'ufficio di presidenza (nel quadro di un riordino che dovrebbe portare entro il 2016 a una riduzione del personale) una cosa che aspettavano dal 1981: la promozione dal primo («operaio tecnico») al secondo livello («collaboratore tecnico») col risultato che, diventando graduati, peseranno sulla Camera per circa 700 mila euro in più l'anno.
E andranno a riposo con pensioni pari, in certi casi, a quelle di un docente universitario. Ma la notizia più stupefacente è la seconda: visto che al Senato non hanno mantenuto l'impegno di adottare per i dipendenti la «riforma Dini» (accettata solo per i neo-assunti), l'adeguamento concordato nella scorsa legislatura è stato cancellato: anche le pensioni di commessi, autisti, barbieri, segretari e dattilografi di Montecitorio assunti dopo il 2001 continueranno ad essere calcolate (quattordici anni dopo la svolta!) col vecchio sistema retributivo e non con quello contributivo usato per tutti gli altri italiani. E meno male che promettevano un taglio ai privilegi...


di Gian Antonio Stella

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