26 giugno 2011

Il mercato non ci sta dicendo la verità






Recentemente sul sito del prestigioso Worldwatch Institute, nella sua parte specifica dedicata ai "Vital Signs. Global Trends that Shape Our Future" (ricordo che il Worldwatch, oltre al famoso rapporto annuale "State of the World", pubblica anche il rapporto annuale sui "Vital Signs" I trend globali che modellano il nostro futuro, vedasi http://vitalsigns.worldwatch.org) è apparsa la notizia che le persone in sovrappeso nel mondo hanno raggiunto, nel 2010, la cifra di un miliardo e 934 milioni (mentre nel 2002 erano un miliardo e 454 milioni). Circa il 23% del dato del 2002 era attribuibile a individui di età intorno ai 15 anni o poco più mentre questo dato, nel 2010, ha raggiunto la percentuale del 38%. L'incremento per gli adulti in questi ultimi otto anni è stato invece dell'11%.

Si tratta di un ulteriore dato sconcertante di questo mondo francamente sempre più indescrivibile con il buon senso. Sappiamo contestualmente, dai dati Fao nei rapporti sullo stato dell'insicurezza alimentare nel mondo, che il numero di denutriti sulla Terra si aggira, da qualche anno, intorno al miliardo di persone, e potrebbe risultare nuovamente in incremento nel 2010 a causa soprattutto degli effetti provocati degli sbalzi dei prezzi delle commodities alimentari di base sui mercati internazionali.

I decisori politici ed economici continuano imperterriti a ragionare con una vecchia visione di semplice relazioni causa-effetto e quindi con la solita litania del tipo "siccome si incrementa la domanda di beni di consumo, perché vi è incremento di popolazione e di consumi, ergo bisogna incrementare l'offerta". Ancora nel World Food Summit 2009 la Fao dichiarava la necessità di incrementare la produzione alimentare mondiale per fare fronte alle esigenze di una popolazione in crescita, alle esigenze dei denutriti del pianeta ed alla crescita dei consumi. Fortunatamente quest'anno la Fao stessa ha commissionato un ottimo studio sulla perdita di cibo nelle filiere alimentari mondiali e sul cibo letteralmente "buttato via" da noi abitanti dei paesi ricchi e ne è uscito fuori un dato terribile.

Ogni anno nel mondo si perdono un miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo; ogni anno i consumatori dei paesi ricchi buttano via una quantità di cibo, stimato in 222 milioni di tonnellate comparabile all'intera produzione alimentare dell'Africa sub-sahariana, calcolata in 230 milioni di tonnellate (il documento "Global Food Losses and Food Waste" è rintracciabile sul sito della FAO, www.fao.org ).

Come ci hanno indicato gli studi di Andrea Segrè, preside della facoltà di agraria dell'Università di Bologna, inventore del Last Minute Market, e del suo gruppo (vedasi il sito www.lastminutemarket.it) in Italia si buttano via oltre 20 milioni di tonnellate di cibo l'anno.

Il perverso meccanismo della crescita economica materiale e quantitativa è realmente giunto al capolinea. Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute, creatore degli Stati of the World e dei Vital Signs, fondatore e presidente dell'Earth Policy Institute, uno dei più noti analisti interdisciplinari della sostenibilità, ha scritto nel suo ultimo libro "World on the Edge" riflessioni molto interessanti in proposito. Sto curando l'edizione italiana di questo volume che uscirà tra qualche mese pubblicato dalle Edizioni Ambiente.

Brown scrive: «Nessuna civiltà del passato è sopravvissuta alla costante distruzione dei propri supporti naturali, né potrà sopravvivervi la nostra, ma nonostante ciò gli economisti guardano al futuro in modo diverso. Basandosi su dati esclusivamente economici per misurare il progresso, essi concepiscono la crescita di quasi dieci volte dell'economia mondiale dal 1950 ad oggi e il conseguente miglioramento degli standard di vita come il risultato più alto della nostra civiltà moderna. In questo arco di tempo il reddito medio pro capite nel mondo è aumentato di circa 4 volte, portando i nostri standard di vita a livelli prima d'ora inimmaginabili. Un secolo fa la crescita annuale dell'economia mondiale si misurava in miliardi di dollari; ora si misura in migliaia di miliardi. Agli occhi degli economisti tradizionali il mondo non ha solamente un illustre passato economico, ma ha anche davanti a sé un futuro promettente».

Brown sottolinea come : «Gli economisti tradizionali vedono la recessione economica globale del 2008-09 e il quasi collasso del sistema finanziario internazionale come un ostacolo lungo il cammino, seppure un ostacolo di dimensioni fuori dal comune, a cui seguirà un ritorno alla crescita abituale. Le previsioni per la crescita economica, che siano quelle della Banca Mondiale, della Goldman Sachs o della Deutsche Bank parlano di una crescita dell'economia globale di circa il 3% annuo; di questo passo le dimensioni dell'economia del 2010 potrebbero facilmente raddoppiare entro il 2035. Secondo queste previsioni la crescita economica nei decenni a venire sarà più o meno un'estrapolazione della crescita dei decenni recenti. Ma come siamo finiti in questo pasticcio? La nostra economia globale di mercato così come è attualmente gestita si trova in difficoltà. Il mercato sa fare bene molte cose e ripartisce le risorse con un'efficienza che nessun tipo di pianificazione centralizzata potrebbe immaginare, e tantomeno raggiungere. Ma mentre nel corso dell'ultimo secolo l'economia mondiale cresceva di almeno 20 volte, ne è venuto alla luce un difetto: un difetto così importante che porterà alla fine della civiltà così come la conosciamo se non riusciremo a correggerlo in tempo».

Qui Lester Brown solleva un problema ben noto a tutti coloro che da anni si occupano delle problematiche della sostenibilità. Il mercato, che determina i prezzi, purtroppo non ci sta dicendo la verità. Sta omettendo i costi indiretti, che in alcuni casi sono attualmente di gran lunga superiori ai costi diretti. Anche in questo volume come nei suoi recenti "Piani B" (tre dei quattro "Piani B" sono stati pubblicati sempre da Edizioni Ambiente) Brown fa l'esempio della benzina. Estrarre il petrolio, raffinarlo per trasformarlo in benzina e consegnarlo alle stazioni di servizio americane può costare all'incirca 3 dollari al gallone (un gallone equivale a 3,79 litri). I costi indiretti, che includono i cambiamenti climatici, il trattamento delle malattie respiratorie, le perdite degli oleodotti, la presenza militare statunitense in Medio Oriente per assicurare l'accesso al petrolio, portano a un totale di 12 dollari al gallone. Calcoli simili possono essere fatti per il carbone e per tante altre risorse utilizzate indiscriminatamente.

Ecco quindi il punto centrale: con i nostri sistemi di contabilità inganniamo noi stessi. Non tenere conto di costi così elevati è una ricetta per arrivare alla bancarotta. I trend ambientali sono i principali indicatori che possono dirci quale sarà il futuro dell'economia e in'ultima analisi della società stessa. L'abbassamento del livello delle falde acquifere di oggi ci avverte dell'aumento dei prezzi del cibo di domani. La riduzione delle calotte polari è il preludio al crollo del valore delle proprietà immobiliari lungo le coste.

Oltre a ciò, ricorda ancora Brown, gli economisti tradizionali prestano poca attenzione al limite della produzione dei sistemi naturali del pianeta. Il pensiero economico moderno e la politica hanno creato un sistema economico che è così poco in sintonia con gli ecosistemi dai quali dipende che si sta avvicinando al collasso. Come possiamo dare per scontato che la crescita di un sistema economico che sta distruggendo le foreste della terra, ne sta erodendo il suo suolo, esaurendo le risorse idriche, portando al collasso le risorse ittiche, aumentando la temperatura e fondendo le calotte glaciali possa semplicemente venire proiettata sul futuro a lungo termine? Qual è il processo intellettuale che sta alla base di queste estrapolazioni?

Lester Brown fa poi una considerazione molto interessante che ha più volte ricordato nei suoi interessanti volumi. A suo parere oggi nell'economia stiamo affrontando una situazione simile a quella dell'astronomia quando Copernico arrivò sulla scena, quando si credeva che il sole ruotasse intorno alla terra. Così come Copernico dovette formulare una nuova visione astronomica del mondo dopo molti decenni di osservazione del cielo e di calcoli matematici, anche noi dobbiamo formulare una nuova visione economica del mondo basata su molti decenni di osservazioni e analisi ambientali.

I resoconti archeologici indicano che il collasso di una civiltà non arriva in modo improvviso; gli archeologi che hanno analizzato le civiltà del passato parlano di uno scenario di declino e collasso, in cui il collasso economico e sociale fu quasi sempre preceduto da un periodo di declino ambientale. Abbiamo bisogno veramente di cambiare rotta e prima siamo in grado di farlo meglio è.

di Gianfranco Bologna

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26 giugno 2011

Il mercato non ci sta dicendo la verità






Recentemente sul sito del prestigioso Worldwatch Institute, nella sua parte specifica dedicata ai "Vital Signs. Global Trends that Shape Our Future" (ricordo che il Worldwatch, oltre al famoso rapporto annuale "State of the World", pubblica anche il rapporto annuale sui "Vital Signs" I trend globali che modellano il nostro futuro, vedasi http://vitalsigns.worldwatch.org) è apparsa la notizia che le persone in sovrappeso nel mondo hanno raggiunto, nel 2010, la cifra di un miliardo e 934 milioni (mentre nel 2002 erano un miliardo e 454 milioni). Circa il 23% del dato del 2002 era attribuibile a individui di età intorno ai 15 anni o poco più mentre questo dato, nel 2010, ha raggiunto la percentuale del 38%. L'incremento per gli adulti in questi ultimi otto anni è stato invece dell'11%.

Si tratta di un ulteriore dato sconcertante di questo mondo francamente sempre più indescrivibile con il buon senso. Sappiamo contestualmente, dai dati Fao nei rapporti sullo stato dell'insicurezza alimentare nel mondo, che il numero di denutriti sulla Terra si aggira, da qualche anno, intorno al miliardo di persone, e potrebbe risultare nuovamente in incremento nel 2010 a causa soprattutto degli effetti provocati degli sbalzi dei prezzi delle commodities alimentari di base sui mercati internazionali.

I decisori politici ed economici continuano imperterriti a ragionare con una vecchia visione di semplice relazioni causa-effetto e quindi con la solita litania del tipo "siccome si incrementa la domanda di beni di consumo, perché vi è incremento di popolazione e di consumi, ergo bisogna incrementare l'offerta". Ancora nel World Food Summit 2009 la Fao dichiarava la necessità di incrementare la produzione alimentare mondiale per fare fronte alle esigenze di una popolazione in crescita, alle esigenze dei denutriti del pianeta ed alla crescita dei consumi. Fortunatamente quest'anno la Fao stessa ha commissionato un ottimo studio sulla perdita di cibo nelle filiere alimentari mondiali e sul cibo letteralmente "buttato via" da noi abitanti dei paesi ricchi e ne è uscito fuori un dato terribile.

Ogni anno nel mondo si perdono un miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo; ogni anno i consumatori dei paesi ricchi buttano via una quantità di cibo, stimato in 222 milioni di tonnellate comparabile all'intera produzione alimentare dell'Africa sub-sahariana, calcolata in 230 milioni di tonnellate (il documento "Global Food Losses and Food Waste" è rintracciabile sul sito della FAO, www.fao.org ).

Come ci hanno indicato gli studi di Andrea Segrè, preside della facoltà di agraria dell'Università di Bologna, inventore del Last Minute Market, e del suo gruppo (vedasi il sito www.lastminutemarket.it) in Italia si buttano via oltre 20 milioni di tonnellate di cibo l'anno.

Il perverso meccanismo della crescita economica materiale e quantitativa è realmente giunto al capolinea. Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute, creatore degli Stati of the World e dei Vital Signs, fondatore e presidente dell'Earth Policy Institute, uno dei più noti analisti interdisciplinari della sostenibilità, ha scritto nel suo ultimo libro "World on the Edge" riflessioni molto interessanti in proposito. Sto curando l'edizione italiana di questo volume che uscirà tra qualche mese pubblicato dalle Edizioni Ambiente.

Brown scrive: «Nessuna civiltà del passato è sopravvissuta alla costante distruzione dei propri supporti naturali, né potrà sopravvivervi la nostra, ma nonostante ciò gli economisti guardano al futuro in modo diverso. Basandosi su dati esclusivamente economici per misurare il progresso, essi concepiscono la crescita di quasi dieci volte dell'economia mondiale dal 1950 ad oggi e il conseguente miglioramento degli standard di vita come il risultato più alto della nostra civiltà moderna. In questo arco di tempo il reddito medio pro capite nel mondo è aumentato di circa 4 volte, portando i nostri standard di vita a livelli prima d'ora inimmaginabili. Un secolo fa la crescita annuale dell'economia mondiale si misurava in miliardi di dollari; ora si misura in migliaia di miliardi. Agli occhi degli economisti tradizionali il mondo non ha solamente un illustre passato economico, ma ha anche davanti a sé un futuro promettente».

Brown sottolinea come : «Gli economisti tradizionali vedono la recessione economica globale del 2008-09 e il quasi collasso del sistema finanziario internazionale come un ostacolo lungo il cammino, seppure un ostacolo di dimensioni fuori dal comune, a cui seguirà un ritorno alla crescita abituale. Le previsioni per la crescita economica, che siano quelle della Banca Mondiale, della Goldman Sachs o della Deutsche Bank parlano di una crescita dell'economia globale di circa il 3% annuo; di questo passo le dimensioni dell'economia del 2010 potrebbero facilmente raddoppiare entro il 2035. Secondo queste previsioni la crescita economica nei decenni a venire sarà più o meno un'estrapolazione della crescita dei decenni recenti. Ma come siamo finiti in questo pasticcio? La nostra economia globale di mercato così come è attualmente gestita si trova in difficoltà. Il mercato sa fare bene molte cose e ripartisce le risorse con un'efficienza che nessun tipo di pianificazione centralizzata potrebbe immaginare, e tantomeno raggiungere. Ma mentre nel corso dell'ultimo secolo l'economia mondiale cresceva di almeno 20 volte, ne è venuto alla luce un difetto: un difetto così importante che porterà alla fine della civiltà così come la conosciamo se non riusciremo a correggerlo in tempo».

Qui Lester Brown solleva un problema ben noto a tutti coloro che da anni si occupano delle problematiche della sostenibilità. Il mercato, che determina i prezzi, purtroppo non ci sta dicendo la verità. Sta omettendo i costi indiretti, che in alcuni casi sono attualmente di gran lunga superiori ai costi diretti. Anche in questo volume come nei suoi recenti "Piani B" (tre dei quattro "Piani B" sono stati pubblicati sempre da Edizioni Ambiente) Brown fa l'esempio della benzina. Estrarre il petrolio, raffinarlo per trasformarlo in benzina e consegnarlo alle stazioni di servizio americane può costare all'incirca 3 dollari al gallone (un gallone equivale a 3,79 litri). I costi indiretti, che includono i cambiamenti climatici, il trattamento delle malattie respiratorie, le perdite degli oleodotti, la presenza militare statunitense in Medio Oriente per assicurare l'accesso al petrolio, portano a un totale di 12 dollari al gallone. Calcoli simili possono essere fatti per il carbone e per tante altre risorse utilizzate indiscriminatamente.

Ecco quindi il punto centrale: con i nostri sistemi di contabilità inganniamo noi stessi. Non tenere conto di costi così elevati è una ricetta per arrivare alla bancarotta. I trend ambientali sono i principali indicatori che possono dirci quale sarà il futuro dell'economia e in'ultima analisi della società stessa. L'abbassamento del livello delle falde acquifere di oggi ci avverte dell'aumento dei prezzi del cibo di domani. La riduzione delle calotte polari è il preludio al crollo del valore delle proprietà immobiliari lungo le coste.

Oltre a ciò, ricorda ancora Brown, gli economisti tradizionali prestano poca attenzione al limite della produzione dei sistemi naturali del pianeta. Il pensiero economico moderno e la politica hanno creato un sistema economico che è così poco in sintonia con gli ecosistemi dai quali dipende che si sta avvicinando al collasso. Come possiamo dare per scontato che la crescita di un sistema economico che sta distruggendo le foreste della terra, ne sta erodendo il suo suolo, esaurendo le risorse idriche, portando al collasso le risorse ittiche, aumentando la temperatura e fondendo le calotte glaciali possa semplicemente venire proiettata sul futuro a lungo termine? Qual è il processo intellettuale che sta alla base di queste estrapolazioni?

Lester Brown fa poi una considerazione molto interessante che ha più volte ricordato nei suoi interessanti volumi. A suo parere oggi nell'economia stiamo affrontando una situazione simile a quella dell'astronomia quando Copernico arrivò sulla scena, quando si credeva che il sole ruotasse intorno alla terra. Così come Copernico dovette formulare una nuova visione astronomica del mondo dopo molti decenni di osservazione del cielo e di calcoli matematici, anche noi dobbiamo formulare una nuova visione economica del mondo basata su molti decenni di osservazioni e analisi ambientali.

I resoconti archeologici indicano che il collasso di una civiltà non arriva in modo improvviso; gli archeologi che hanno analizzato le civiltà del passato parlano di uno scenario di declino e collasso, in cui il collasso economico e sociale fu quasi sempre preceduto da un periodo di declino ambientale. Abbiamo bisogno veramente di cambiare rotta e prima siamo in grado di farlo meglio è.

di Gianfranco Bologna

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