20 maggio 2008

E Vendola licenziò il fannullone



Dieci minuti, l'anno scorso, bastarono alla sinistra radicale per affondare in Parlamento la cosiddetta legge «antifannulloni». Sganciando il siluro decisivo, il senatore rifondarolo Salvatore Bonadonna definì «insensata» la proposta ispirata da Pietro Ichino. Aggettivo, comunque, sempre più gentile di quell'«inquietante» che il segretario del Prc Franco Giordano ha recentemente appioppato alla nuova offensiva contro i fannulloni nella pubblica amministrazione.

Offensiva, quella contro i fannulloni nella pubblica amministrazione, lanciata dal ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, nei confronti della quale Giordano era insorto: «Così trionfa l'idea che il lavoro venga messo in riga». Ecco perché ciò che è successo all'Acquedotto pugliese è doppiamente clamoroso. Nei giorni scorsi un dipendente della società controllata dalla Regione Puglia, ente di cui è governatore il possibile futuro successore di Giordano, Nichi Vendola, è stato licenziato. Il provvedimento, a sentire l'amministratore unico della società, Ivo Monteforte, non ha precedenti. Questo il suo racconto: «Semplicemente, il dipendente non lavorava. O meglio, si presentava regolarmente all'Acquedotto, timbrava il cartellino e usciva con il suo compagno di squadra. Ma dopo un po' andava in un capannone e lavorava tutto il giorno con la moglie. La sera rientrava, timbrava di nuovo e se ne andava a casa». Insieme a lui hanno pagato anche il caposquadra, con una sospensione di una settimana, e il dirigente, multato. Come l'abbiano scoperto, Monteforte non lo dice. Ma non sarebbe davvero sorprendente se nelle indagini ci fosse stato il coinvolgimento di qualche professionista del ramo.

Quanto al comunista Vendola, certamente non ha appreso dalla stampa di questo licenziamento. Lo stesso Monteforte ammette «di aver informato l'azionista, ma a decisione presa». Ricavando la netta sensazione di avere il sostegno dei vertici della Regione. «Vendola non mi ha rimproverato », precisa. E quando gli si ricordano le posizioni che il partito del governatore ha assunto in occasione della polemica sui «fannulloni», l'amministratore dell'Acquedotto pugliese ribatte: «Com'è noto, non tutti a sinistra sono disposti a proteggere i pelandroni». Monteforte spiega di aver avuto «dal presidente della Regione», che lo ha ingaggiato 15 mesi fa, la seguente missione: «far funzionare il servizio integrato e dimostrare che anche un'azienda pubblica può essere efficiente». Strada, evidentemente, piuttosto in salita, dato che le perdite d'acqua della rete sono ancora al 37%. E dato che lo stesso amministratore non esclude che «con 1.700 dipendenti e un territorio vastissimo» il caso in esame possa non essere isolato. «Ma questa», racconta Monteforte, «era un'azienda dove si faceva carriera a prescindere da tutto, che aveva l'obiettivo principale di assumere e dare appalti, anche se gli utenti poi non pagavano. C'era un consorzio industriale moroso dal 1999». Nove anni di bollette non pagate, come capitava anche a qualcuno nella zona «bene» di Parchitello, a sud di Bari, che un bel giorno si è visto tagliare l'acqua. «Ora le bollette si pagano, gli investimenti si fanno, le perdite della rete si riducono. I dipendenti sono la nostra risorsa. Ma quelli che non lavorano sappiano che se li becchiamo non avranno scampo», avverte l'amministratore dell'Acquedotto. «Potranno anche andare a bussare dai politici, dagli onorevoli, non gli servirà a niente».

Sergio Rizzo

19 maggio 2008

Crisi nel sistema o crisi del sistema capitalista?


In questa intervista al Prof. Costanzo Preve si analizza le crepe dell'attuale sistema finanziario e capitalistico. Le soluzioni? Al solito, tutti devono contribuire a risolvere ma, nessuno , in particolare, deve cominciare ad agire.

1) La grave crisi che investe il capitalismo globale pone problemi di ordine sia politico che sociale a tutt’oggi insolubili: trattasi di una crisi ciclica e/o evolutiva, oppure di una crisi sistemica del modello capitalista globalizzato? Si ripropone un vecchio interrogativo novecentesco: la crisi dell’attuale capitalismo assoluto è una crisi nel sistema o del sistema? I rincari progressivi delle materie prime e del settore alimentare, il terremoto finanziario dei mutui subprise, la situazione pre-fallimentare di alcuni colossi della finanza mondiale, le svalutazioni ripetute del dollaro, il calo verticale dei consumi con conseguente impoverimento e disoccupazione generalizzati, sono fenomeni che mettono in luce i costi economici, ambientali, sociali e politici di un ordinamento la cui sussistenza potrebbe essere messa in discussione dal fatto che esso non potrebbe essere più in grado di produrre nuove risorse rispetto a quante ne consuma nei cicli produttivi. Del resto i fattori generatori si questa crisi erano già da anni emersi attraverso le repentine crisi finanziarie succedutesi con lo scoppio delle varie bolle speculative: i guru dell’economia mondiale hanno per anni diffuso la teoria truffaldina secondo cui lo sviluppo abnorme di una economia finanziaria avulsa dalla economia reale avrebbe incrementato quest’ultima e avrebbe sopperito alle sue crisi. Che si sia verificato l’esatto contrario è ormai evidente. In realtà la speculazione finanziaria globale ha comportato il collasso di interi settori produttivi e ha avuto la funzione, mediante la creazione di un indebitamento generalizzato ( e globale!) di creare una enorme liquidità virtuale che ha drogato l’economia produttiva (vedi la diffusione del prestito al consumo), al fine mantenere livelli di consumo troppo elevati rispetto alle capacità di crescita della produzione. Al di là delle utopie marxiste smentite dalla storia del ‘900, il capitalismo oggi non potrebbe aver generato al suo interno quella crisi sistemica già annunciata da circa 150 anni, secondo cui esso non è più in grado di riprodurre nuove forse produttive? Il progressivo calo della produzione e dei consumi, la concentrazione nelle mani dell’oligopolio delle multinazionali di settori strategici dell’economia, con conseguente scomparsa della concorrenza e l’instaurazione di regimi di prezzi imposti, non sono fattori che potrebbero determinare una serie di collassi produttivi causati dalla conseguente rarefazione monetaria dal decremento vorticoso dei redditi e del potere d’acquisto delle popolazioni? Sembrano ripresentarsi i sintomi che hanno condotto alla implosione economica, prima che politica, dei paesi del socialismo reale. Dunque: anche il capitalismo potrebbe essere soggetto alla stessa sindrome dissolutiva. Sembra una improbabile futurologia, ma i presupposti ci sono tutti.

La descrizione che fai dei caratteri strutturali essenziali dell’attuale crisi economica internazionale derivata dalla globalizzazione del modello neoliberale della “società di mercato integrale”(SMI), da non confondere con la semplice e vecchia economia capitalistica di mercato della precedente epoca dello stato nazionale sovrano sulla moneta e sulla politica estera, mi sembra non solo corretta nell’essenziale, ma anche abbastanza esauriente e convincente. Sarebbe allora superfluo commentarla, essendo già esaustiva, ed è allora meglio discutere un punto solo: si tratta di una crisi di sistema o nel sistema? Nella mia concezione di riproduzione strutturale del capitalismo, non esistono crisi di sistema, ma soltanto ed esclusivamente crisi nel sistema, fino a quando forze storiche rivoluzionarie, che non si possono però costituire sul piano puramente economico (che è utilitarisco ed esclusivamente redistributivo per sua propria essenza insuperabile), ma devono costituirsi anche e soprattutto su di un piano culturale globale (culturale, non culturalistico o peggio intellettualistico), siano in grado di mettersi in movimento. Ed oggi queste forze ancora non si vedono.Viviamo ancora in mezzo alla fase dissolutiva delle vecchie forze del periodo precedente (destra e sinistra, comunismo ed anticomunismo, fascismo ed antifascismo laicismo e religione, eccetera). A suo tempo Marx ritenne che il capitalismo sarebbe caduto per una crisi di sistema, dovuta alla sua incapacità di sviluppare le forze produttive (con una analogia storica rivelatasi errata con le precedenti società precapitalistiche, schiavistiche e feudali) e che si sarebbe manifestata attraverso crisi ricorrenti di sovrapproduzione e di sottoconsumo permanenti. Ma l’esperienza storica dell’ultimo secolo ha dimostrato che il capitalismo si nutre di queste crisi di “dimagrimento”, e che è in grado di espellere le proprie tossine, anche se lo fa approfondendo la distruzione ecologica dell’ambiente e l’istupidimento e la manipolazione delle nuove plebi postmoderne di tipo ormai postborghese e postproletario.Vorrei ovviamente che fosse diversamente, e che il capitalismo stesse entrando in una crisi di sistema. Ma dopo decenni di economicismo crollistico “marxista”, da me sinceramente praticato e creduto, non ci credo oramai più, anche se questo, anziché indebolire il mio anticapitalismo, lo ha semmai invece rafforzato.


2) Il nuovo libro di Giulio Tremonti “La paura e la speranza” pone seri interrogativi circa l’attuale crisi del capitalismo. L’autore denomina l’ideologia del liberismo globale contemporaneo come “mercatismo”. Egli afferma: “Il 1989, con il crollo del muro di Berlino, segna la crisi sia del comunismo sia del liberalismo. Sostituiti entrambi da un’ideologia nuova: il mercatismo, l’ultima follia ideologica del Novecento. Il liberalismo si basava su un principio di libertà applicato al mercato. Il comunismo su di una legge di sviluppo applicata alla società. Il mercatismo è la loro sintesi. Perché applica al mercato una legge di sviluppo lineare e globale”. L’assolutizzazione del mercato avrebbe prodotto l’omologazione dell’uomo alla doppia funzione di produttore e consumatore. Il mercatismo “postula e fabbrica prima un nuovo tipo di , e poi un nuovo tipo ideale di uomo-consumatore: l’. Fonde insieme consumismo e comunismo. E così sintetizza un nuovo tipo di materialismo storico: , , ”. Tale nuovo materialismo storico, di carattere totalitario, sarebbe scaturito dalla doppia sconfitta del liberalismo e del comunismo. Il liberalismo, che secondo Tremonti, “non poggia su una legge assoluta, ma da un lato sul principio di libertà applicato al mercato, dall’altro lato su un apparato dialettico, empirico e graduale fatto da regole, tempi, metodi, coessenziali alla libertà stessa… Niente ricorda la complessa dinamica propria del vecchio liberalismo quanto la struttura di un vecchio orologio meccanico”. Che la genesi del pensiero liberale risieda in un principio di libertà applicato alla economia, appare un principio assai contraddittorio. In tal caso, sarebbe pensabile un liberalismo che, in nome della libertà rifiuti il mercato applicando i suoi principi a differenti modelli socioeconomici? Proprio in quanto esso postula una originaria libertà dell’individuo, indipendentemente dalle strutture sociali in cui esso vive e non esistono fedi e/o ideali presupposti all’individuo stesso, quest’ultimo è contraddistinto dal suo agire materiale esclusivamente volto alla propria autoconsevazione economica. Non è quindi il principio economico a definire la libertà, i diritti individuali e le istituzioni politiche? Mi sembra inoltre assai dubbio che la società liberale, all’opposto di quella comunista, non abbia a proprio fondamento una “legge”. Non si spiegherebbe infatti l’idea del progresso se non come una legge evolutiva dell’uomo e della società imposta proprio dalla ideologia liberale. Forse che per creare evoluzione e progresso il liberalismo non ha bisogno di uno stato e di istituzioni che impongano una politica, una legge, una cultura, un modello economico che guidino la società verso gli obiettivi stabiliti, nel contempo emarginando e reprimendo altre i dee e culture ad esso estranee? Inoltre il liberalismo attuale non ha forse le sue radici nelle leggi economiche oggi assurte a “presupposti metafisici” cui deve uniformarsi il mondo globalizzato? Infine, ci si chiede come il liberalismo che porta nel suo DNA l’idea del progresso cosmopolita e universale e l’espansione del proprio sistema economico e politico possa essere suscettibile di limitazioni o correzioni che ne possano impedire la propria degenerazione nel mercatismo.

La sostituzione di Padoa Schioppa con Giulio Tremonti, esito delle recenti elezioni politiche dell’aprile 2008, è ovviamente un fatto benefico per la nazione italiana, perché vede un critico moderato (ed a mio avviso purtroppo ancora inconseguente, ma è questo che passa il convento per ora) del mercatismo neoliberista della globalizzazione, che è il nemico principale oggi degli individui, delle classi oppresse, dei popoli, delle nazioni e del diritto internazionale fra stati (teologia interventistica dei diritti umani, dittatura del politicamente corretto, clero intellettuale degenerato di tipo mediatico-universitario, eccetera), sostituire un fantoccio oligarchico delle agenzie USA di rating ed un rappresentante del binomio che correttamente La Grassa chiama GF/ID (grande finanza e industria decotta).

Sono anche da apprezzare le aperture di Tremonti verso il comunitarismo. E tuttavia l’inserimento di Tremonti nel blocco politico a guida berlusconiana trasforma il comunitarismo di Tremonti in comunitarismo puramente verbale, virtuale ed ineffettuale. Nessuna ingegneria genetica potrà far funzionare un clone alla Frankenstein in cui un cuore comunitario (Tremonti) coesista con un cervello neoliberale e mercatista (Berlusconi). Vi sono infatti due vincoli strutturali esterni che impediscono ogni possibile comunitarismo in Europa. In primo luogo, la Banca Centrale Europea e le bande ultraliberali del funzionariato di Bruxelles, vere e proprie stalle di Augia che bisognerebbe distruggere dalle fondamenta, cosa purtroppo impossibile, perché un nuovo 1789 è ancora lontano. In secondo luogo, le basi militari USA in territorio europeo, guidate spiritualmente dal clero sionista, che per “comunità” intendono l’occidentalismo imperiale euro-americano in crociata contro l’islam e gli “stati canaglia” indicati dal Dipartimento di Stato USA. È questo il “comunitarismo” di Bondi e di Pera, cui è del tutto subalterno il comunitarismo localistico di Bossi, che ha come tallone d’Achille non tanto il cosiddetto “razzismo” (il solo razzismo che conosco in Italia è lo snobismo con la puzza sotto al naso alla Nanni Moretti), quanto proprio la subalternità provincialistica alla strategia di guerra di civiltà USA con consulenza sacerdotale sionista (chiusura di moschee, eccetera). Detto questo, in un mondo di analfabeti Tremonti resta un intellettuale di valore. Ma rischia di essere, per così dire, l’Ingrao di Berlusconi. Come Ingrao chiacchierava, ma solo i cooperatori emiliani contavano nel PCI, nello stesso modo Tremonti può anche dire cose intelligenti, ma solo Bush e Berlusconi comandano.

3) La seconda parte del libro di Tremonti, dedicata alla speranza, prende le mosse dalla decadenza dell’Europa. La fine delle ideologie del ‘900, con tutte le tragedie che hanno prodotto, ha comportato anche il dissolversi della cultura, delle tradizioni, della memoria storica europea. L’Europa ha smarrito la sua identità e i suoi valori. Egli afferma: “Identità e valori sono due facce della stessa medaglia. L’identità è fatta dai valori, i valori fanno l’identità. Nella storia tutte le comunità si basano e trovano infatti la loro identità nella prevalenza di tradizioni, idee, nozioni . In una parola, nella prevalenza dei loro valori”. L’autore quindi contrappone all’economicismo della UE l’idea comunitaria, quale matrice della nostra originaria “differenza” che definisce l’identità, il “noi” necessario alla instaurazione della dialettica “noi-altri”. L’Europa accoglie l’altro senza essere sé stessa. L’Europa, già madre di tutte le rivoluzioni oggi sembra esangue ed esaurita: “Eppure serve un’altra rivoluzione per resistere all’incalzare, all’incombere di una rivoluzione che, per la prima volta nella storia dell’Europa, non viene da dentro e non si fa dentro, perché si fa fuori e viene da fuori: quella dalla globalizzazione”. L’Europa sembra essersi omologata alla cultura universalistica della “eguaglianza indifferenziata e di importazione libera, categorie queste progressivamente estese dalle persone alle merci. Diventa così automatica la tendenza ad accettare a scatola chiusa tutto ciò che viene da fuori, solo perché viene da fuori”. Ma, a mio avviso, l’idea comunitaria è necessaria alla sussistenza di una identità nella misura in cui contraddice i presupposti ideologici e politici della globalizzazione. Quest’ultima è un fenomeno totalizzante che può affermarsi solo sulla dissoluzione delle comunità tradizionali. Nello stesso modo il liberalismo poté affermarsi con la scomparsa del mondo feudale premoderno. Nella dialettica “noi-altri”, occorre rilevare che l’identità europea non può essere rivendicata come un fenomeno nazionale-identitario, cioè facendo leva sui valori del sangue e della terra. Il pensiero fondamentale della cultura europea è necessariamente universalista, suscettibile di essere confrontato e condiviso con tutta l’umanità. Forse il suo attuale oscuramento è dovuto ad una morte (provvisoria) per asfissia, conseguente alla riduzione dell’Europa entro la propria area geografica, come provincia dell’occidente americanista. Affermare una identità europea tra le tante sparse nel mondo, sarebbe un non senso, per una impostazione filosofica elaborata su problematiche concepite come strutture portanti ed idonee a generare sintesi dai contenuti universali perché aperte ad ogni contributo esterno che può a sua volta universalizzarsi come parte integrante di un pensiero universale.

Constato con piacere che tu individui con precisione i due elementi deboli della versione comunitario-europea di Tremonti. Da un lato, oggi l’Europa è di fatto solo una provincia geografica dell’occidente americanista, e lo stesso Ratzinger, sul quale avevo anch’io ingenuamente “puntato” per la sua nobile critica filosofica al nichilismo ed al relativismo, è andato negli USA ad avallare “spiritualmente” l’abbietta visione del mondo dell’occidentalismo USA e della sua teologia nazista dei diritti umani (il termine è linguisticamente pesante, ma anche “pesato” prima di scriverlo). Certo, so bene che la sua agenda è stata scritta prima del viaggio sulla base del ricatto dei preti pedofili (peraltro realmente esistiti), ricatto ampiamente esagerato dai circoli fondamentalisti protestanti e sionisti che controllano i mezzi di comunicazione di massa negli USA, ma ciò che conta è il risultato, e cioè che Ratzinger è andato a benedire il Grande Terrorista (Bush) contro il Piccolo Terrorista (Bin Laden).

In secondo luogo, tu affermi che l’identità europea non può essere rivendicata come fenomeno geografico nazionale-identitario, ma deve essere ricostruita e difesa come un pensiero necessariamente universalista, da non imporre ma da proporre (appunto, non “imporre” ma “proporre”), confrontare e condividere con tutta l’umanità. Sono pienamente d’accordo con questo modo di impostare la questione, in cui non vedo nessuna arroganza eurocentrica e nessuna nostalgia colonialistica e imperialistica, ma una semplice sobria e moderata rivendicazione di dialogo universalistico. Non ho mai condiviso il relativismo comunitario alla Richard Rorty, neppure nelle versioni “comuniste” alla Gianni Vattimo, ma ho invece sempre appoggiato le impostazioni universalistiche alla Hegel-Marx, pur consapevole della necessità di attuare una profonda “riforma” della loro dialettica troppo spesso necessitaristica e teleologica (“riforma” intendo, non “controriforma”, come talvolta è avvenuto in Croce e Gentile). Chi segue la via del “particolarismo europeo”, magari con le migliori intenzioni soggettive, finirà con il confluire, volente o nolente, nell’occidentalismo a guida USA ed a sacrdozio levitico sionista (sia chiaro-non “ebraico”, ma sionista). Ci sta qui il più importante nodo filisofico-sociale e politico dei prossimi decenni. Tanto vale impostarlo fin da subito nei suoi tratti generali, come tu fai in modo concettualmente chiaro e felice.

4) Non si sa se la crisi del capitalismo globale possa determinare una implosione generalizzata di un modello economico dominante. Probabilmente no, dato che nessuna causa esterna può metterne in dubbio la prevalenza, né il capitalismo assoluto sembra in grado di riformarsi ed evolversi verso altre forme di sviluppo economico e sociale. La geopolitica pone limiti per ora invalicabili per trasformazioni epocali almeno a breve e medio termine: non è in discussione infatti il primato mondiale degli USA, pur se tra infinite contraddizioni, crisi, crepe evidenti. Non sembra peraltro che la globalizzazione possa determinare la fine degli stati, come più volte annunciato. Queste false profezie sono smentite dal ruolo predominante che gli stati assumono nelle crisi economiche nel mondo liberista. Negli USA è lo stato che scongiura crack finanziari ricoprendo il ruolo di debitore in ultima istanza, immette liquidità nel mercato, svaluta il dollaro per ridurre l’indebitamento estero, per rendere competitiva l’economia americana, ha una funzione propulsiva nell’economia attraverso le guerre con l’industria degli armamenti. La stessa svolta liberista della Cina è stata resa possibile, in quanto imposta da uno stato totalitario. Stato e liberismo non sembrano essere termini antitetici, ma complementari. Riscontriamo tuttavia una palese contraddizione: nelle fasi di espansione economica, il liberismo si afferma in nome dell’anti-stato, mentre nelle fasi recessive, il liberalismo sopravvive grazie all’intervento dello stato. Nella stessa Cina, l’economia liberista si sviluppa perché lo stato impone uno sviluppo senza freni, senza diritti sindacali, garanzie previdenziali e assistenziali. Dobbiamo dunque concludere che il modello liberista sussiste in quanto sostenuto e garantito dallo stato. Inoltre, rileviamo che le nuove potenze asiatiche, non potranno mai rappresentare una alternativa al modello capitalista, né insediare il primato economico e politico americano. Le economie del mondo globalizzato sono infatti reciprocamente complementari ed interdipendenti: se la Cina costituisce il maggior bacino produttivo del capitalismo, a causa dei bassi costi di produzione, è il mercato finanziario occidentale a rappresentare il necessario sbocco per il reinvestimento dei profitti, così come accade per i paesi produttori di petrolio. Il paventato, futuribile primato economico cinese, non inficerebbe la struttura del capitalismo globale. Solo la politica unitaria di stati portatori di modelli di sviluppo diversi e alternativi potrebbe far venire meno gli automatismi economici della globalizzazione.
by luigi Tedeschi

Le morti che appassionano, ma non allarmano.


La gestione delle notizie di cronaca stanno degenerando in una spirale perversa. Piuttosto che parlare del perché succede, si preferisce girare intorno a particolari raccapriccianti, specialmente, nel modo del racconto. Quello che mi colpisce di più, è il viso del cronista-giornalista che cerca di dare la notizia, ma poi si lascia trasportare dall'onda emotiva del luogo.

La notizia non ha allarmato abbastanza. I «grandi giornali» la mettono a pagina 20 o giù di lì: prima, era necessario parlare del governo, dell’ICI, del «dialogo» maggioranza-opposizione. E’ l’assassinio di Lorena, 14 anni, strangolata, bruciata e gettata in un pozzo dai tre con cui faceva sesso: 15, 16 e 17 anni. Un fatto di cronaca e basta. Nessuna necessità di una riflessione angosciata. E’ «il branco», e questo spiega tutto.

Gli inviati a Niscemi danno i particolari peggiori come per forza, quasi non sapessero cosa farne, non capissero di cosa sono sintomi. Una ragazzina di paese - e in Sicilia - che a 14 anni fa abitualmente sesso con tre coetanei: già questo non pare mostruoso ai giornalisti. Semmai sono interdetti che una così bella liberazione sessuale precoce finisca in uno scempio del corpo della ragazzina: non è così che doveva andare, il sesso «senza repressione»è «felicità», come ripetono tutte le agenzie diseducative più potenti. E nei paesi, queste anti-scuole coprono tutto il campo, fanno tacere le voci della scuola e delle famiglie (se esistono), la TV e la pubblicità sono rimaste sole a «educare».

Nemmeno si chiedono, i giornali, se lei lo faceva volontariamente, se «le piaceva». O se, a 14 anni, non si sia in grado di dire cosa è la propria volontà: e si finisce per farsi piacere ciò che piace agli altri, anche se ripugna. Ma non si ha la personalità per sottrarsi, altrimenti sei «messa fuori».

La libertà così precoce - di tanti, quasi di tutti i nostri ragazzi - è assoggettamento psichico agli elementi peggiori della banda e ai peggiori istinti collettivi che il peggiore impone agli altri. E’ la nuova schiavitù, e colpisce tanti nostri figli. La «libertà» è una catena inaudita.

L’hanno ammazzata perchè era incinta e voleva dirlo, creava «problemi con le nostre fidanzate». Dunque il sesso libero può avere conseguenze, e le conseguenze implicano responabilità. Che nessuno vuole assumersi a 30 anni, figurarsi a 15-17, quando si è educati coralmente alla irresponsabilità. Per evitare una responsabilità, l’hanno ammazzata.

E’ sembrato più facile, più semplice che affrontare la realtà. Il diciassettenne ha mandato agli altri un SMS: «Dobbiamo ammazzarla». E far sparire il corpo: così facile, nei film e in TV. Nemmeno l’orrenda smentita, il laborioso armeggiare, bruciare, gettare nel pozzo con la pietra alla vita, li ha fatti tornare alla realtà. Sfuggivano a una responsabilità, ecco tutto. Il sesso ha da essere felice, senza problemi.

L’hanno attirata nel casolare. Alessandro, 15 anni, ha raccontato: «Hanno cominciato a spogliarla, cercava di fare resistenza. Abbiamo avuto un rapporto con lei». Punto. Il «un rapporto con lei», in tre, subito prima di strangolarla: il giornalista dice «rapporto», non stupro. E’ più asettico. Subito dopo il «rapporto», calci, pugni e strangolamento con un cavo elettrico.

«A me hanno ordinato di tapparle la bocca», dice Alessandro. Un pezzo di carne da usare. Purtroppo, grida. Tappagli la bocca; e il ragazzino esegue.

Il padre di Lorena: «Non ci aveva mai detto nulla sulla possibilità che fosse incinta». Come se le ragazzine e i ragazzini, oggi, dicessero qualcosa ai genitori. Specie quelle ragazzine. Ci sono dodicenni che vanno a fare le cubiste, in mutandine, in losche discoteche pomeridiane. Tredicenni che si fanno di coca con gli amichetti per notti intere. O che la danno nei WC delle suddette discoteche non si sa a chi. Sono cose che a quell’età si possono fare, ma non si possono dire. Non che ci sia paura di una punizione; è che quegli atti sono, letteralmente, indicibili.

Lo sarebbero per un adulto, figurarsi per bambinelle che dispongono di 300 parole imparate in TV. La cui povertà di linguaggio le rende inaccessibili non solo ai cosiddetti genitori, ma - soprattutto - a se stesse. Non riescono a spiegare a se stesse perchè lo fanno, nè ad analizzare cosa sta loro succedendo. Lo fanno perchè «lo fanno le altre», lo «vogliono» perchè lo vuole, collettivamente, il gruppo anonimo. Sono finite in un mondo oscuro in cui non esiste più la parola. Dove ogni domanda tace. Dove, dietro porte chiuse o casolari in rovina, si possono fare certe cose a certe ragazzine, appunto perchè - poi - non ci sono parole per dirlo.

E’ la definizione stessa dell’inferno: il luogo per eccellenza dove ogni parola tace, e non ci sono che «fatti» - ossia torture senza limite, senza misura di tempo e di atrocità. Ma qualcosa Lorena aveva «detto».

Risulta un suo disegno sul muro della classe: «Rappresenta una ragazza che finisce in un pozzo», scrive l’inviato de La Stampa. E sotto, la firma. «Lorena 1° B». Era già stata minacciata? Di quella morte? Il giornale non lo dice. Sembra che non importi molto a nessuno, sapere quanto è stata atroce la schiavitù di Lorena.

Il professore di religione. Sacerdote. Per di più, si chiama Rosario Di Dio. Ricorda di averla vista sola a piangere a scuola: «Se ne stava in un angolo da sola a piangere. Le chiesi cosa avesse, e lei non rispose. Sapevo che aveva dei problemi di cuore». Problemi di cuore... No, non è l’espressione giusta. Evoca i tremori di adolescenze che non esistono più. Problemi di assoggettamento, problemi di stupro a cui si aderisce a 14 anni «volontariamente», perchè lo fanno tutte.

Dice, l’insegnante, che «non era più la stessa dopo aver visto The Ring», un film horror. Dove c’è una ragazza che finisce in un pozzo. «Finirò così», diceva Lorena. Qualcosa riusciva a dire. Se solo qualcuno avesse saputo ascoltarla. Prenderla sul serio. Allarmarsi. Invece: eh, problemi di cuore.

Selvaggi col telefonino. Mostri che la maleducazione rende omicidi e piccolissime donne facili, abituate ad essere usate: li abbiamo creati noi, noi tutti nessuno escluso. Certi genitori cominciano ad allarmarsi. Qualcuno mi chiede: che cosa si può fare?

Guardate, non c’è niente da inventare: la pedagogia di un secolo fa, che imponeva la disciplina, certe gerarchie e autorità, imponeva sforzo nello studio, la decenza sessuale o la «repressione» sessuale nell’età in cui non ci si sa prendere responsabilità, aveva dei metodi accertati. Insegnava a leggere e insegnava le buone maniere, che si estendevano anche molto, interiormente, fino alla moralità e al rispetto di sè. Insegnava lo sforzo disciplinato, la ritenzione degli impulsi. Spaccava i «branchi giovanili», offrendo antagonismi nobili ed alti, divideva le classi in «achei» e «troiani».

Tutto ciò oggi è e sembra ingenuo, sorpassato, inapplicabile. La tv e la pubblicità occupano tutto il campo della pedagogia, i genitori stessi sono stati «educati» da questi anti-educatori collettivi. Proponete solo di instaurare di nuovo quei metodi, e tutti vi si avventeranno contro, urlando alla repressione, al bigottismo, all’oscurantismo. Giornalisti avanzati, pedagoghi progressisti, genitori di manica larga. E anche preti, magari. E’ questo il vero problema. Qualcosa da fare c’è, i metodi ci sono, ma la società intera si rifiuta di accettarli e di applicarli.

Per risanare questa gioventù che abbiamo condannato agli inferni della felicità sessuale precoce, occorrerebbe esercitare una coercizione estrema non solo su loro, ma sulla società tutta. Il che è impossibile. Il giusto atteggiamento - responsabile, severo perchè compassionevole - deve venire dall’interno della società, senza deviazioni individuali in nome di qualche «libertà». Ed è questo ad essere impossibile oggi.

Non c’è ingegneria sociale, nè alcuna «politica» che possa ricostruire lo stato di una società capace di educare e trasmettere ai giovani ciò che i vecchi, e gli antenati, hanno imparato spesso a loro spese. Nessuna ingegneria e nessuna politica possono ridare vita a qualcosa di organico, di vivente; possono solo punire, dopo.

Come si costituisce di nuovo un popolo? Anche qui, la risposta non è da inventare: da una fede comune nasce la comune decisione e responsabilità di allevare esseri civili e non selvaggi abbandonati agli impulsi e alle schiavitù - le più pesanti - dello stato selvaggio, soggetto alla «natura» e al branco primitivo.

Ma la fede comune è perduta, e non ce la possiamo dare per volontà. Nemmeno questa volontà esiste, del resto. Non ci possiamo dare un Dio. Possiamo solo perderlo e gettarlo via, e con Lui tutta la civiltà e le vite dei nostri figli. E’ Lui che deve venire a salvarci di nuovo. E ancora, occorre che Lo ascoltiamo dentro, ma anche la Sua voce è coperta dalle TV e dalla pubblicità, dai giornalismi progressisti e dai sociologismi permissivi, da ciò che resta dopo la fine delle ideologie, l’individualismo nichilista.

Questo tipo di residuo ideologico, pensiamoci, è ciò che ci porta alla inciviltà: già nel 600 avanti Cristo Buddha sapeva che ogni azione commessa, come ogni omissione, ha delle conseguenze, inevitabili, necessarie, anche lontane.

Tutta la nostra civiltà terminale proclama il contrario: sesso giovanile senza conseguenze, godimenti senza conseguenze, ingiustizie senza conseguenze. E’ ciò che intendiamo quando proclamiamo la nostra «libertà». Chiamiamo «liberazione» la nostra prerogativa di commettere qualunque azione, rifiutandone le conseguenze, o sperando di scongiurarle. Col preservativo, con l’aborto, con ogni tecnologia disponibile.

Alleviamo i figli, e poi non sappiamo dire come mai sono diventati mostri infelici. E’ solo una conseguenza. Così andiamo verso la crisi.

Non voglio essere pessimista. La fine di questo mondo, non sarà necessariamente la fine del mondo. Solo una crisi immensa, e meritata, può far sperare in un nuovo inizio: quello stato primordiale, il solo dove i confini tra il cielo e la terra sono aboliti, e Dio può tornare a parlare ai superstiti.

M. Blondet

20 maggio 2008

E Vendola licenziò il fannullone



Dieci minuti, l'anno scorso, bastarono alla sinistra radicale per affondare in Parlamento la cosiddetta legge «antifannulloni». Sganciando il siluro decisivo, il senatore rifondarolo Salvatore Bonadonna definì «insensata» la proposta ispirata da Pietro Ichino. Aggettivo, comunque, sempre più gentile di quell'«inquietante» che il segretario del Prc Franco Giordano ha recentemente appioppato alla nuova offensiva contro i fannulloni nella pubblica amministrazione.

Offensiva, quella contro i fannulloni nella pubblica amministrazione, lanciata dal ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, nei confronti della quale Giordano era insorto: «Così trionfa l'idea che il lavoro venga messo in riga». Ecco perché ciò che è successo all'Acquedotto pugliese è doppiamente clamoroso. Nei giorni scorsi un dipendente della società controllata dalla Regione Puglia, ente di cui è governatore il possibile futuro successore di Giordano, Nichi Vendola, è stato licenziato. Il provvedimento, a sentire l'amministratore unico della società, Ivo Monteforte, non ha precedenti. Questo il suo racconto: «Semplicemente, il dipendente non lavorava. O meglio, si presentava regolarmente all'Acquedotto, timbrava il cartellino e usciva con il suo compagno di squadra. Ma dopo un po' andava in un capannone e lavorava tutto il giorno con la moglie. La sera rientrava, timbrava di nuovo e se ne andava a casa». Insieme a lui hanno pagato anche il caposquadra, con una sospensione di una settimana, e il dirigente, multato. Come l'abbiano scoperto, Monteforte non lo dice. Ma non sarebbe davvero sorprendente se nelle indagini ci fosse stato il coinvolgimento di qualche professionista del ramo.

Quanto al comunista Vendola, certamente non ha appreso dalla stampa di questo licenziamento. Lo stesso Monteforte ammette «di aver informato l'azionista, ma a decisione presa». Ricavando la netta sensazione di avere il sostegno dei vertici della Regione. «Vendola non mi ha rimproverato », precisa. E quando gli si ricordano le posizioni che il partito del governatore ha assunto in occasione della polemica sui «fannulloni», l'amministratore dell'Acquedotto pugliese ribatte: «Com'è noto, non tutti a sinistra sono disposti a proteggere i pelandroni». Monteforte spiega di aver avuto «dal presidente della Regione», che lo ha ingaggiato 15 mesi fa, la seguente missione: «far funzionare il servizio integrato e dimostrare che anche un'azienda pubblica può essere efficiente». Strada, evidentemente, piuttosto in salita, dato che le perdite d'acqua della rete sono ancora al 37%. E dato che lo stesso amministratore non esclude che «con 1.700 dipendenti e un territorio vastissimo» il caso in esame possa non essere isolato. «Ma questa», racconta Monteforte, «era un'azienda dove si faceva carriera a prescindere da tutto, che aveva l'obiettivo principale di assumere e dare appalti, anche se gli utenti poi non pagavano. C'era un consorzio industriale moroso dal 1999». Nove anni di bollette non pagate, come capitava anche a qualcuno nella zona «bene» di Parchitello, a sud di Bari, che un bel giorno si è visto tagliare l'acqua. «Ora le bollette si pagano, gli investimenti si fanno, le perdite della rete si riducono. I dipendenti sono la nostra risorsa. Ma quelli che non lavorano sappiano che se li becchiamo non avranno scampo», avverte l'amministratore dell'Acquedotto. «Potranno anche andare a bussare dai politici, dagli onorevoli, non gli servirà a niente».

Sergio Rizzo

19 maggio 2008

Crisi nel sistema o crisi del sistema capitalista?


In questa intervista al Prof. Costanzo Preve si analizza le crepe dell'attuale sistema finanziario e capitalistico. Le soluzioni? Al solito, tutti devono contribuire a risolvere ma, nessuno , in particolare, deve cominciare ad agire.

1) La grave crisi che investe il capitalismo globale pone problemi di ordine sia politico che sociale a tutt’oggi insolubili: trattasi di una crisi ciclica e/o evolutiva, oppure di una crisi sistemica del modello capitalista globalizzato? Si ripropone un vecchio interrogativo novecentesco: la crisi dell’attuale capitalismo assoluto è una crisi nel sistema o del sistema? I rincari progressivi delle materie prime e del settore alimentare, il terremoto finanziario dei mutui subprise, la situazione pre-fallimentare di alcuni colossi della finanza mondiale, le svalutazioni ripetute del dollaro, il calo verticale dei consumi con conseguente impoverimento e disoccupazione generalizzati, sono fenomeni che mettono in luce i costi economici, ambientali, sociali e politici di un ordinamento la cui sussistenza potrebbe essere messa in discussione dal fatto che esso non potrebbe essere più in grado di produrre nuove risorse rispetto a quante ne consuma nei cicli produttivi. Del resto i fattori generatori si questa crisi erano già da anni emersi attraverso le repentine crisi finanziarie succedutesi con lo scoppio delle varie bolle speculative: i guru dell’economia mondiale hanno per anni diffuso la teoria truffaldina secondo cui lo sviluppo abnorme di una economia finanziaria avulsa dalla economia reale avrebbe incrementato quest’ultima e avrebbe sopperito alle sue crisi. Che si sia verificato l’esatto contrario è ormai evidente. In realtà la speculazione finanziaria globale ha comportato il collasso di interi settori produttivi e ha avuto la funzione, mediante la creazione di un indebitamento generalizzato ( e globale!) di creare una enorme liquidità virtuale che ha drogato l’economia produttiva (vedi la diffusione del prestito al consumo), al fine mantenere livelli di consumo troppo elevati rispetto alle capacità di crescita della produzione. Al di là delle utopie marxiste smentite dalla storia del ‘900, il capitalismo oggi non potrebbe aver generato al suo interno quella crisi sistemica già annunciata da circa 150 anni, secondo cui esso non è più in grado di riprodurre nuove forse produttive? Il progressivo calo della produzione e dei consumi, la concentrazione nelle mani dell’oligopolio delle multinazionali di settori strategici dell’economia, con conseguente scomparsa della concorrenza e l’instaurazione di regimi di prezzi imposti, non sono fattori che potrebbero determinare una serie di collassi produttivi causati dalla conseguente rarefazione monetaria dal decremento vorticoso dei redditi e del potere d’acquisto delle popolazioni? Sembrano ripresentarsi i sintomi che hanno condotto alla implosione economica, prima che politica, dei paesi del socialismo reale. Dunque: anche il capitalismo potrebbe essere soggetto alla stessa sindrome dissolutiva. Sembra una improbabile futurologia, ma i presupposti ci sono tutti.

La descrizione che fai dei caratteri strutturali essenziali dell’attuale crisi economica internazionale derivata dalla globalizzazione del modello neoliberale della “società di mercato integrale”(SMI), da non confondere con la semplice e vecchia economia capitalistica di mercato della precedente epoca dello stato nazionale sovrano sulla moneta e sulla politica estera, mi sembra non solo corretta nell’essenziale, ma anche abbastanza esauriente e convincente. Sarebbe allora superfluo commentarla, essendo già esaustiva, ed è allora meglio discutere un punto solo: si tratta di una crisi di sistema o nel sistema? Nella mia concezione di riproduzione strutturale del capitalismo, non esistono crisi di sistema, ma soltanto ed esclusivamente crisi nel sistema, fino a quando forze storiche rivoluzionarie, che non si possono però costituire sul piano puramente economico (che è utilitarisco ed esclusivamente redistributivo per sua propria essenza insuperabile), ma devono costituirsi anche e soprattutto su di un piano culturale globale (culturale, non culturalistico o peggio intellettualistico), siano in grado di mettersi in movimento. Ed oggi queste forze ancora non si vedono.Viviamo ancora in mezzo alla fase dissolutiva delle vecchie forze del periodo precedente (destra e sinistra, comunismo ed anticomunismo, fascismo ed antifascismo laicismo e religione, eccetera). A suo tempo Marx ritenne che il capitalismo sarebbe caduto per una crisi di sistema, dovuta alla sua incapacità di sviluppare le forze produttive (con una analogia storica rivelatasi errata con le precedenti società precapitalistiche, schiavistiche e feudali) e che si sarebbe manifestata attraverso crisi ricorrenti di sovrapproduzione e di sottoconsumo permanenti. Ma l’esperienza storica dell’ultimo secolo ha dimostrato che il capitalismo si nutre di queste crisi di “dimagrimento”, e che è in grado di espellere le proprie tossine, anche se lo fa approfondendo la distruzione ecologica dell’ambiente e l’istupidimento e la manipolazione delle nuove plebi postmoderne di tipo ormai postborghese e postproletario.Vorrei ovviamente che fosse diversamente, e che il capitalismo stesse entrando in una crisi di sistema. Ma dopo decenni di economicismo crollistico “marxista”, da me sinceramente praticato e creduto, non ci credo oramai più, anche se questo, anziché indebolire il mio anticapitalismo, lo ha semmai invece rafforzato.


2) Il nuovo libro di Giulio Tremonti “La paura e la speranza” pone seri interrogativi circa l’attuale crisi del capitalismo. L’autore denomina l’ideologia del liberismo globale contemporaneo come “mercatismo”. Egli afferma: “Il 1989, con il crollo del muro di Berlino, segna la crisi sia del comunismo sia del liberalismo. Sostituiti entrambi da un’ideologia nuova: il mercatismo, l’ultima follia ideologica del Novecento. Il liberalismo si basava su un principio di libertà applicato al mercato. Il comunismo su di una legge di sviluppo applicata alla società. Il mercatismo è la loro sintesi. Perché applica al mercato una legge di sviluppo lineare e globale”. L’assolutizzazione del mercato avrebbe prodotto l’omologazione dell’uomo alla doppia funzione di produttore e consumatore. Il mercatismo “postula e fabbrica prima un nuovo tipo di , e poi un nuovo tipo ideale di uomo-consumatore: l’. Fonde insieme consumismo e comunismo. E così sintetizza un nuovo tipo di materialismo storico: , , ”. Tale nuovo materialismo storico, di carattere totalitario, sarebbe scaturito dalla doppia sconfitta del liberalismo e del comunismo. Il liberalismo, che secondo Tremonti, “non poggia su una legge assoluta, ma da un lato sul principio di libertà applicato al mercato, dall’altro lato su un apparato dialettico, empirico e graduale fatto da regole, tempi, metodi, coessenziali alla libertà stessa… Niente ricorda la complessa dinamica propria del vecchio liberalismo quanto la struttura di un vecchio orologio meccanico”. Che la genesi del pensiero liberale risieda in un principio di libertà applicato alla economia, appare un principio assai contraddittorio. In tal caso, sarebbe pensabile un liberalismo che, in nome della libertà rifiuti il mercato applicando i suoi principi a differenti modelli socioeconomici? Proprio in quanto esso postula una originaria libertà dell’individuo, indipendentemente dalle strutture sociali in cui esso vive e non esistono fedi e/o ideali presupposti all’individuo stesso, quest’ultimo è contraddistinto dal suo agire materiale esclusivamente volto alla propria autoconsevazione economica. Non è quindi il principio economico a definire la libertà, i diritti individuali e le istituzioni politiche? Mi sembra inoltre assai dubbio che la società liberale, all’opposto di quella comunista, non abbia a proprio fondamento una “legge”. Non si spiegherebbe infatti l’idea del progresso se non come una legge evolutiva dell’uomo e della società imposta proprio dalla ideologia liberale. Forse che per creare evoluzione e progresso il liberalismo non ha bisogno di uno stato e di istituzioni che impongano una politica, una legge, una cultura, un modello economico che guidino la società verso gli obiettivi stabiliti, nel contempo emarginando e reprimendo altre i dee e culture ad esso estranee? Inoltre il liberalismo attuale non ha forse le sue radici nelle leggi economiche oggi assurte a “presupposti metafisici” cui deve uniformarsi il mondo globalizzato? Infine, ci si chiede come il liberalismo che porta nel suo DNA l’idea del progresso cosmopolita e universale e l’espansione del proprio sistema economico e politico possa essere suscettibile di limitazioni o correzioni che ne possano impedire la propria degenerazione nel mercatismo.

La sostituzione di Padoa Schioppa con Giulio Tremonti, esito delle recenti elezioni politiche dell’aprile 2008, è ovviamente un fatto benefico per la nazione italiana, perché vede un critico moderato (ed a mio avviso purtroppo ancora inconseguente, ma è questo che passa il convento per ora) del mercatismo neoliberista della globalizzazione, che è il nemico principale oggi degli individui, delle classi oppresse, dei popoli, delle nazioni e del diritto internazionale fra stati (teologia interventistica dei diritti umani, dittatura del politicamente corretto, clero intellettuale degenerato di tipo mediatico-universitario, eccetera), sostituire un fantoccio oligarchico delle agenzie USA di rating ed un rappresentante del binomio che correttamente La Grassa chiama GF/ID (grande finanza e industria decotta).

Sono anche da apprezzare le aperture di Tremonti verso il comunitarismo. E tuttavia l’inserimento di Tremonti nel blocco politico a guida berlusconiana trasforma il comunitarismo di Tremonti in comunitarismo puramente verbale, virtuale ed ineffettuale. Nessuna ingegneria genetica potrà far funzionare un clone alla Frankenstein in cui un cuore comunitario (Tremonti) coesista con un cervello neoliberale e mercatista (Berlusconi). Vi sono infatti due vincoli strutturali esterni che impediscono ogni possibile comunitarismo in Europa. In primo luogo, la Banca Centrale Europea e le bande ultraliberali del funzionariato di Bruxelles, vere e proprie stalle di Augia che bisognerebbe distruggere dalle fondamenta, cosa purtroppo impossibile, perché un nuovo 1789 è ancora lontano. In secondo luogo, le basi militari USA in territorio europeo, guidate spiritualmente dal clero sionista, che per “comunità” intendono l’occidentalismo imperiale euro-americano in crociata contro l’islam e gli “stati canaglia” indicati dal Dipartimento di Stato USA. È questo il “comunitarismo” di Bondi e di Pera, cui è del tutto subalterno il comunitarismo localistico di Bossi, che ha come tallone d’Achille non tanto il cosiddetto “razzismo” (il solo razzismo che conosco in Italia è lo snobismo con la puzza sotto al naso alla Nanni Moretti), quanto proprio la subalternità provincialistica alla strategia di guerra di civiltà USA con consulenza sacerdotale sionista (chiusura di moschee, eccetera). Detto questo, in un mondo di analfabeti Tremonti resta un intellettuale di valore. Ma rischia di essere, per così dire, l’Ingrao di Berlusconi. Come Ingrao chiacchierava, ma solo i cooperatori emiliani contavano nel PCI, nello stesso modo Tremonti può anche dire cose intelligenti, ma solo Bush e Berlusconi comandano.

3) La seconda parte del libro di Tremonti, dedicata alla speranza, prende le mosse dalla decadenza dell’Europa. La fine delle ideologie del ‘900, con tutte le tragedie che hanno prodotto, ha comportato anche il dissolversi della cultura, delle tradizioni, della memoria storica europea. L’Europa ha smarrito la sua identità e i suoi valori. Egli afferma: “Identità e valori sono due facce della stessa medaglia. L’identità è fatta dai valori, i valori fanno l’identità. Nella storia tutte le comunità si basano e trovano infatti la loro identità nella prevalenza di tradizioni, idee, nozioni . In una parola, nella prevalenza dei loro valori”. L’autore quindi contrappone all’economicismo della UE l’idea comunitaria, quale matrice della nostra originaria “differenza” che definisce l’identità, il “noi” necessario alla instaurazione della dialettica “noi-altri”. L’Europa accoglie l’altro senza essere sé stessa. L’Europa, già madre di tutte le rivoluzioni oggi sembra esangue ed esaurita: “Eppure serve un’altra rivoluzione per resistere all’incalzare, all’incombere di una rivoluzione che, per la prima volta nella storia dell’Europa, non viene da dentro e non si fa dentro, perché si fa fuori e viene da fuori: quella dalla globalizzazione”. L’Europa sembra essersi omologata alla cultura universalistica della “eguaglianza indifferenziata e di importazione libera, categorie queste progressivamente estese dalle persone alle merci. Diventa così automatica la tendenza ad accettare a scatola chiusa tutto ciò che viene da fuori, solo perché viene da fuori”. Ma, a mio avviso, l’idea comunitaria è necessaria alla sussistenza di una identità nella misura in cui contraddice i presupposti ideologici e politici della globalizzazione. Quest’ultima è un fenomeno totalizzante che può affermarsi solo sulla dissoluzione delle comunità tradizionali. Nello stesso modo il liberalismo poté affermarsi con la scomparsa del mondo feudale premoderno. Nella dialettica “noi-altri”, occorre rilevare che l’identità europea non può essere rivendicata come un fenomeno nazionale-identitario, cioè facendo leva sui valori del sangue e della terra. Il pensiero fondamentale della cultura europea è necessariamente universalista, suscettibile di essere confrontato e condiviso con tutta l’umanità. Forse il suo attuale oscuramento è dovuto ad una morte (provvisoria) per asfissia, conseguente alla riduzione dell’Europa entro la propria area geografica, come provincia dell’occidente americanista. Affermare una identità europea tra le tante sparse nel mondo, sarebbe un non senso, per una impostazione filosofica elaborata su problematiche concepite come strutture portanti ed idonee a generare sintesi dai contenuti universali perché aperte ad ogni contributo esterno che può a sua volta universalizzarsi come parte integrante di un pensiero universale.

Constato con piacere che tu individui con precisione i due elementi deboli della versione comunitario-europea di Tremonti. Da un lato, oggi l’Europa è di fatto solo una provincia geografica dell’occidente americanista, e lo stesso Ratzinger, sul quale avevo anch’io ingenuamente “puntato” per la sua nobile critica filosofica al nichilismo ed al relativismo, è andato negli USA ad avallare “spiritualmente” l’abbietta visione del mondo dell’occidentalismo USA e della sua teologia nazista dei diritti umani (il termine è linguisticamente pesante, ma anche “pesato” prima di scriverlo). Certo, so bene che la sua agenda è stata scritta prima del viaggio sulla base del ricatto dei preti pedofili (peraltro realmente esistiti), ricatto ampiamente esagerato dai circoli fondamentalisti protestanti e sionisti che controllano i mezzi di comunicazione di massa negli USA, ma ciò che conta è il risultato, e cioè che Ratzinger è andato a benedire il Grande Terrorista (Bush) contro il Piccolo Terrorista (Bin Laden).

In secondo luogo, tu affermi che l’identità europea non può essere rivendicata come fenomeno geografico nazionale-identitario, ma deve essere ricostruita e difesa come un pensiero necessariamente universalista, da non imporre ma da proporre (appunto, non “imporre” ma “proporre”), confrontare e condividere con tutta l’umanità. Sono pienamente d’accordo con questo modo di impostare la questione, in cui non vedo nessuna arroganza eurocentrica e nessuna nostalgia colonialistica e imperialistica, ma una semplice sobria e moderata rivendicazione di dialogo universalistico. Non ho mai condiviso il relativismo comunitario alla Richard Rorty, neppure nelle versioni “comuniste” alla Gianni Vattimo, ma ho invece sempre appoggiato le impostazioni universalistiche alla Hegel-Marx, pur consapevole della necessità di attuare una profonda “riforma” della loro dialettica troppo spesso necessitaristica e teleologica (“riforma” intendo, non “controriforma”, come talvolta è avvenuto in Croce e Gentile). Chi segue la via del “particolarismo europeo”, magari con le migliori intenzioni soggettive, finirà con il confluire, volente o nolente, nell’occidentalismo a guida USA ed a sacrdozio levitico sionista (sia chiaro-non “ebraico”, ma sionista). Ci sta qui il più importante nodo filisofico-sociale e politico dei prossimi decenni. Tanto vale impostarlo fin da subito nei suoi tratti generali, come tu fai in modo concettualmente chiaro e felice.

4) Non si sa se la crisi del capitalismo globale possa determinare una implosione generalizzata di un modello economico dominante. Probabilmente no, dato che nessuna causa esterna può metterne in dubbio la prevalenza, né il capitalismo assoluto sembra in grado di riformarsi ed evolversi verso altre forme di sviluppo economico e sociale. La geopolitica pone limiti per ora invalicabili per trasformazioni epocali almeno a breve e medio termine: non è in discussione infatti il primato mondiale degli USA, pur se tra infinite contraddizioni, crisi, crepe evidenti. Non sembra peraltro che la globalizzazione possa determinare la fine degli stati, come più volte annunciato. Queste false profezie sono smentite dal ruolo predominante che gli stati assumono nelle crisi economiche nel mondo liberista. Negli USA è lo stato che scongiura crack finanziari ricoprendo il ruolo di debitore in ultima istanza, immette liquidità nel mercato, svaluta il dollaro per ridurre l’indebitamento estero, per rendere competitiva l’economia americana, ha una funzione propulsiva nell’economia attraverso le guerre con l’industria degli armamenti. La stessa svolta liberista della Cina è stata resa possibile, in quanto imposta da uno stato totalitario. Stato e liberismo non sembrano essere termini antitetici, ma complementari. Riscontriamo tuttavia una palese contraddizione: nelle fasi di espansione economica, il liberismo si afferma in nome dell’anti-stato, mentre nelle fasi recessive, il liberalismo sopravvive grazie all’intervento dello stato. Nella stessa Cina, l’economia liberista si sviluppa perché lo stato impone uno sviluppo senza freni, senza diritti sindacali, garanzie previdenziali e assistenziali. Dobbiamo dunque concludere che il modello liberista sussiste in quanto sostenuto e garantito dallo stato. Inoltre, rileviamo che le nuove potenze asiatiche, non potranno mai rappresentare una alternativa al modello capitalista, né insediare il primato economico e politico americano. Le economie del mondo globalizzato sono infatti reciprocamente complementari ed interdipendenti: se la Cina costituisce il maggior bacino produttivo del capitalismo, a causa dei bassi costi di produzione, è il mercato finanziario occidentale a rappresentare il necessario sbocco per il reinvestimento dei profitti, così come accade per i paesi produttori di petrolio. Il paventato, futuribile primato economico cinese, non inficerebbe la struttura del capitalismo globale. Solo la politica unitaria di stati portatori di modelli di sviluppo diversi e alternativi potrebbe far venire meno gli automatismi economici della globalizzazione.
by luigi Tedeschi

Le morti che appassionano, ma non allarmano.


La gestione delle notizie di cronaca stanno degenerando in una spirale perversa. Piuttosto che parlare del perché succede, si preferisce girare intorno a particolari raccapriccianti, specialmente, nel modo del racconto. Quello che mi colpisce di più, è il viso del cronista-giornalista che cerca di dare la notizia, ma poi si lascia trasportare dall'onda emotiva del luogo.

La notizia non ha allarmato abbastanza. I «grandi giornali» la mettono a pagina 20 o giù di lì: prima, era necessario parlare del governo, dell’ICI, del «dialogo» maggioranza-opposizione. E’ l’assassinio di Lorena, 14 anni, strangolata, bruciata e gettata in un pozzo dai tre con cui faceva sesso: 15, 16 e 17 anni. Un fatto di cronaca e basta. Nessuna necessità di una riflessione angosciata. E’ «il branco», e questo spiega tutto.

Gli inviati a Niscemi danno i particolari peggiori come per forza, quasi non sapessero cosa farne, non capissero di cosa sono sintomi. Una ragazzina di paese - e in Sicilia - che a 14 anni fa abitualmente sesso con tre coetanei: già questo non pare mostruoso ai giornalisti. Semmai sono interdetti che una così bella liberazione sessuale precoce finisca in uno scempio del corpo della ragazzina: non è così che doveva andare, il sesso «senza repressione»è «felicità», come ripetono tutte le agenzie diseducative più potenti. E nei paesi, queste anti-scuole coprono tutto il campo, fanno tacere le voci della scuola e delle famiglie (se esistono), la TV e la pubblicità sono rimaste sole a «educare».

Nemmeno si chiedono, i giornali, se lei lo faceva volontariamente, se «le piaceva». O se, a 14 anni, non si sia in grado di dire cosa è la propria volontà: e si finisce per farsi piacere ciò che piace agli altri, anche se ripugna. Ma non si ha la personalità per sottrarsi, altrimenti sei «messa fuori».

La libertà così precoce - di tanti, quasi di tutti i nostri ragazzi - è assoggettamento psichico agli elementi peggiori della banda e ai peggiori istinti collettivi che il peggiore impone agli altri. E’ la nuova schiavitù, e colpisce tanti nostri figli. La «libertà» è una catena inaudita.

L’hanno ammazzata perchè era incinta e voleva dirlo, creava «problemi con le nostre fidanzate». Dunque il sesso libero può avere conseguenze, e le conseguenze implicano responabilità. Che nessuno vuole assumersi a 30 anni, figurarsi a 15-17, quando si è educati coralmente alla irresponsabilità. Per evitare una responsabilità, l’hanno ammazzata.

E’ sembrato più facile, più semplice che affrontare la realtà. Il diciassettenne ha mandato agli altri un SMS: «Dobbiamo ammazzarla». E far sparire il corpo: così facile, nei film e in TV. Nemmeno l’orrenda smentita, il laborioso armeggiare, bruciare, gettare nel pozzo con la pietra alla vita, li ha fatti tornare alla realtà. Sfuggivano a una responsabilità, ecco tutto. Il sesso ha da essere felice, senza problemi.

L’hanno attirata nel casolare. Alessandro, 15 anni, ha raccontato: «Hanno cominciato a spogliarla, cercava di fare resistenza. Abbiamo avuto un rapporto con lei». Punto. Il «un rapporto con lei», in tre, subito prima di strangolarla: il giornalista dice «rapporto», non stupro. E’ più asettico. Subito dopo il «rapporto», calci, pugni e strangolamento con un cavo elettrico.

«A me hanno ordinato di tapparle la bocca», dice Alessandro. Un pezzo di carne da usare. Purtroppo, grida. Tappagli la bocca; e il ragazzino esegue.

Il padre di Lorena: «Non ci aveva mai detto nulla sulla possibilità che fosse incinta». Come se le ragazzine e i ragazzini, oggi, dicessero qualcosa ai genitori. Specie quelle ragazzine. Ci sono dodicenni che vanno a fare le cubiste, in mutandine, in losche discoteche pomeridiane. Tredicenni che si fanno di coca con gli amichetti per notti intere. O che la danno nei WC delle suddette discoteche non si sa a chi. Sono cose che a quell’età si possono fare, ma non si possono dire. Non che ci sia paura di una punizione; è che quegli atti sono, letteralmente, indicibili.

Lo sarebbero per un adulto, figurarsi per bambinelle che dispongono di 300 parole imparate in TV. La cui povertà di linguaggio le rende inaccessibili non solo ai cosiddetti genitori, ma - soprattutto - a se stesse. Non riescono a spiegare a se stesse perchè lo fanno, nè ad analizzare cosa sta loro succedendo. Lo fanno perchè «lo fanno le altre», lo «vogliono» perchè lo vuole, collettivamente, il gruppo anonimo. Sono finite in un mondo oscuro in cui non esiste più la parola. Dove ogni domanda tace. Dove, dietro porte chiuse o casolari in rovina, si possono fare certe cose a certe ragazzine, appunto perchè - poi - non ci sono parole per dirlo.

E’ la definizione stessa dell’inferno: il luogo per eccellenza dove ogni parola tace, e non ci sono che «fatti» - ossia torture senza limite, senza misura di tempo e di atrocità. Ma qualcosa Lorena aveva «detto».

Risulta un suo disegno sul muro della classe: «Rappresenta una ragazza che finisce in un pozzo», scrive l’inviato de La Stampa. E sotto, la firma. «Lorena 1° B». Era già stata minacciata? Di quella morte? Il giornale non lo dice. Sembra che non importi molto a nessuno, sapere quanto è stata atroce la schiavitù di Lorena.

Il professore di religione. Sacerdote. Per di più, si chiama Rosario Di Dio. Ricorda di averla vista sola a piangere a scuola: «Se ne stava in un angolo da sola a piangere. Le chiesi cosa avesse, e lei non rispose. Sapevo che aveva dei problemi di cuore». Problemi di cuore... No, non è l’espressione giusta. Evoca i tremori di adolescenze che non esistono più. Problemi di assoggettamento, problemi di stupro a cui si aderisce a 14 anni «volontariamente», perchè lo fanno tutte.

Dice, l’insegnante, che «non era più la stessa dopo aver visto The Ring», un film horror. Dove c’è una ragazza che finisce in un pozzo. «Finirò così», diceva Lorena. Qualcosa riusciva a dire. Se solo qualcuno avesse saputo ascoltarla. Prenderla sul serio. Allarmarsi. Invece: eh, problemi di cuore.

Selvaggi col telefonino. Mostri che la maleducazione rende omicidi e piccolissime donne facili, abituate ad essere usate: li abbiamo creati noi, noi tutti nessuno escluso. Certi genitori cominciano ad allarmarsi. Qualcuno mi chiede: che cosa si può fare?

Guardate, non c’è niente da inventare: la pedagogia di un secolo fa, che imponeva la disciplina, certe gerarchie e autorità, imponeva sforzo nello studio, la decenza sessuale o la «repressione» sessuale nell’età in cui non ci si sa prendere responsabilità, aveva dei metodi accertati. Insegnava a leggere e insegnava le buone maniere, che si estendevano anche molto, interiormente, fino alla moralità e al rispetto di sè. Insegnava lo sforzo disciplinato, la ritenzione degli impulsi. Spaccava i «branchi giovanili», offrendo antagonismi nobili ed alti, divideva le classi in «achei» e «troiani».

Tutto ciò oggi è e sembra ingenuo, sorpassato, inapplicabile. La tv e la pubblicità occupano tutto il campo della pedagogia, i genitori stessi sono stati «educati» da questi anti-educatori collettivi. Proponete solo di instaurare di nuovo quei metodi, e tutti vi si avventeranno contro, urlando alla repressione, al bigottismo, all’oscurantismo. Giornalisti avanzati, pedagoghi progressisti, genitori di manica larga. E anche preti, magari. E’ questo il vero problema. Qualcosa da fare c’è, i metodi ci sono, ma la società intera si rifiuta di accettarli e di applicarli.

Per risanare questa gioventù che abbiamo condannato agli inferni della felicità sessuale precoce, occorrerebbe esercitare una coercizione estrema non solo su loro, ma sulla società tutta. Il che è impossibile. Il giusto atteggiamento - responsabile, severo perchè compassionevole - deve venire dall’interno della società, senza deviazioni individuali in nome di qualche «libertà». Ed è questo ad essere impossibile oggi.

Non c’è ingegneria sociale, nè alcuna «politica» che possa ricostruire lo stato di una società capace di educare e trasmettere ai giovani ciò che i vecchi, e gli antenati, hanno imparato spesso a loro spese. Nessuna ingegneria e nessuna politica possono ridare vita a qualcosa di organico, di vivente; possono solo punire, dopo.

Come si costituisce di nuovo un popolo? Anche qui, la risposta non è da inventare: da una fede comune nasce la comune decisione e responsabilità di allevare esseri civili e non selvaggi abbandonati agli impulsi e alle schiavitù - le più pesanti - dello stato selvaggio, soggetto alla «natura» e al branco primitivo.

Ma la fede comune è perduta, e non ce la possiamo dare per volontà. Nemmeno questa volontà esiste, del resto. Non ci possiamo dare un Dio. Possiamo solo perderlo e gettarlo via, e con Lui tutta la civiltà e le vite dei nostri figli. E’ Lui che deve venire a salvarci di nuovo. E ancora, occorre che Lo ascoltiamo dentro, ma anche la Sua voce è coperta dalle TV e dalla pubblicità, dai giornalismi progressisti e dai sociologismi permissivi, da ciò che resta dopo la fine delle ideologie, l’individualismo nichilista.

Questo tipo di residuo ideologico, pensiamoci, è ciò che ci porta alla inciviltà: già nel 600 avanti Cristo Buddha sapeva che ogni azione commessa, come ogni omissione, ha delle conseguenze, inevitabili, necessarie, anche lontane.

Tutta la nostra civiltà terminale proclama il contrario: sesso giovanile senza conseguenze, godimenti senza conseguenze, ingiustizie senza conseguenze. E’ ciò che intendiamo quando proclamiamo la nostra «libertà». Chiamiamo «liberazione» la nostra prerogativa di commettere qualunque azione, rifiutandone le conseguenze, o sperando di scongiurarle. Col preservativo, con l’aborto, con ogni tecnologia disponibile.

Alleviamo i figli, e poi non sappiamo dire come mai sono diventati mostri infelici. E’ solo una conseguenza. Così andiamo verso la crisi.

Non voglio essere pessimista. La fine di questo mondo, non sarà necessariamente la fine del mondo. Solo una crisi immensa, e meritata, può far sperare in un nuovo inizio: quello stato primordiale, il solo dove i confini tra il cielo e la terra sono aboliti, e Dio può tornare a parlare ai superstiti.

M. Blondet