17 febbraio 2011

Confronto Fiat - VolksWagen. Incredibile

Chi scrive ed esprime pubblicamente le sue opinioni è, legittimamente, soggetto alla critica di coloro che leggono, i quali possono essere, del tutto o in parte, in disaccordo con quelle opinioni.

La "dialettica" tra uno e gli altri è costruttiva se e quando le opinioni sono supportate da fatti certi, numeri e statistiche di tale pregnanza da arricchire entrambi, rifuggendo la sterile polemica in cui si rifugiano le persone di poco talento e senza argomenti.

Discuto con tutti di fatti e argomenti supportati da prove quantomeno plausibili, ma mi rifiuto di perdere tempo con chi non ha argomenti e ripete slogan di nessuna rilevanza.

Se, per chiarire, di fronte ad un argomento che poggia su fatti concreti, mi si oppongono (a difesa della tesi avversa) gli slogan: ... sei un ex-comunista ... oppure ... sei un ex-democristiano ... beh la discussione non ha senso alcuno giacché, dal mio punto di vista, non c'è alcun arricchimento culturale nell'ascoltare o dibattere quelle minchiate da bambini scimuniti.

Se devo discutere con qualcuno, pretendo di "apprendere cose che non so", esattamente come l'altro deve pretendere la stessa cosa da me. Ripetere idiozie con il solo scopo di "avere ragione", è esercizio da imbecilli che hanno tempo da perdere.

Sto dicendo che, quando elenco degli argomenti "contro" Berlusconi, invece di essere contraddetto sui numero e sui fatti (cosa che implica un ragionamento e una certa capacità di organizzare pensieri e numeri), mi si oppone (spesse volte) lo slogan "sei un ex-comunista" che, com'è ovvio, non ha bisogno di essere articolato o elaborato in una serie di passi razionali e conseguenti, ma può essere benissimo frutto di una mente sterile ed improduttiva. Di un cretino, insomma.

Capita lo stesso quando elenco degli argomenti contro i Bersani o i D'Alema ... anche qui la risposta è affidata ad uno slogan altrettanto idiota: "sei un ex-democristiano fanfaniano" (significa DC di destra, quasi sinonimo di fascista).

Ora, fatemi ripetere una cosa ormai risaputa: nella mia "carriera" di elettore votante (carriera conclusa nel 1996) ha votato quasi tutti i partiti, dal MSI di Almirante al PSI di Craxi, passando per PLI, PRI, PSDI, Radicali, Verdi ... con la sola esclusione di PCI e DC. Poi, nella cosiddetta seconda repubblica, votai Berlusconi nel 1994 e Prodi nel 1996 e, quindi, dopo 27 anni di assidua partecipazione elettorale, mi accorsi che l'unica cosa seria era "non votare" ... e smisi.

L'accusa di essere un ex-comunista o un ex-democristiano, non solo è una prova evidente di inconsistenza culturale, ma è anche una stupidaggine storica (PCI e DC sono stati gli unici due partiti che non ho mai votato).

Dove nasce la necessità di questa precisazione?

... se Bersani, D'Alema, etc... non riescono a vincere contro un avversario così, debbono necessariamente essere o da lui pagati (quindi corrotti) oppure completamente incompetenti ...

Chi s'è sentito "toccato", non ha trovato di meglio che rispondermi in quella maniera ... "sei un ex-democristiano fanfaniano", e ciò dà miserevole conto di cosa sia diventata la dialettica ... la discussione tra parti che si suppongono intelligenti ed in buona fede.

Nella fattispecie, l'inadeguatezza degli attuali leader del PD, si dimostra negli atti politici di cui si fanno interpreti e, tanto per venire ad un esempio recentissimo, al famoso referendum di Mirafiori, in cui il PD ha appoggiato le ragioni di Marchionne contro la Fiom.

La Fiat chiedeva più flessibilità, rispetto delle regole, meno pause ... etc ... e l'obiettivo che dichiarava di perseguire, era di voler "chiudere" il gap competitivo con gli altri produttori di autovetture.

Il CLUP (Costo del Lavoro per Unità di Prodotto), si diceva, negli stabilimenti italiani è sensibilmente maggiore che altrove e, dunque, non si riesce a vendere le macchine a prezzi competitivi.

Discorso serio, importante e di notevole rilevanza strategica, a cui il PD ha dato la sua benedizione. Sbagliando clamorosamente, almeno secondo me.

Vediamo i numeri confrontando Mirafiori (la più grande fabbrica italiana di Fiat) con Wolfsburg, la maggiore fabbrica tedesca del leader europeo del settore (VolksWagen).


Wolfsburg



Auto prodotte

740000


Dipendenti

55000


Salario netto per dipendente

2500 euro/mese


Clup (Euro/macchina)

2415



Mirafiori

120000

5500

1200 euro/mese

715

Il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) è già nettamente più alto (3.4 volte) a Wolfsburg (nella ricca e potente Germania) di quanto sia a Mirafiori.

In altri termini: Fiat ha già un notevole vantaggio competitivo sulla Volkswagen, perché paga molto meno i suoi dipendenti (meno della metà) i quali, per sovrappiù, producono molto più dei tedeschi (21.8 autovetture per dipendente a Mirafiori e 13.5 autovetture per dipendente a Wolfsburg).

Quindi, giovinotti, ma di che cazzo stiamo parlando?

Il vero tema qui in questione è un altro, ovvero: perché nonostante quel netto vantaggio di costo, Fiat non riesce a competere efficacemente conVolksWagen?

Mi spiegate, adesso, in che maniera si dimostra che, esponendo quattro semplicissimi numeri, i quali evidenziano una verità lapalissiana, si possa essere comunisti o democristiani? Capite cosa intendo quando dico: opporre slogan imbecilli a fatti concreti?

Nel merito della questione: spiegatemi come può un partito di sinistra "avallare" quell'argomento che non sta in piedi, "contro" gli stessi operai che in quello stabilimento ci lavorano e sono stati minacciati di perdere il loro posto di lavoro se non avessero votato le richieste dell'azienda (che significano altrettante rinunce ai loro diritti acquisiti)?

Posso capire (anche se i numeri sono chiari per chiunque) che la destra di Berlusconi sostenga le ragioni dell'azienda; ma come cazzo fa un partito di sinistra a sostenerle?

E' ovvio che perda una valanga di voti, anche un bambino scimunito lo capirebbe ... tant'è che, in pieno scandalo bunga-bunga, il PDL perde voti, ma il PD ne perde altrettanti. Berlusconi li perde su Ruby, e Bersani li perde su Marchionne.

... E, diciamoci la verità, perdere voti a letto con Ruby è molto più "eccitante" che perderli in Tv, appoggiando Marchionne.

Resta il problema che poi è il tema più importante di questa questione: come può Fiat perdere mercato rispetto ad un concorrente che ha costi più alti e, dunque, è costretto a praticare prezzi di vendita più cari (i prezzi di una Golf, 14950 euro, ed una Grande Punto, 11900 euro, presentano una differenza intorno al 25%)?

La versione che si tende ad "avvalorare" è che produrre qui in Italia è "troppo caro e inefficiente" ... ed abbiamo visto che, in questo caso, è una solenne cazzata ... Si vorrebbero spremere ancora di più gli operai anche quando, se pur gli dimezzasse il salario a parità di produttività, l'azienda conseguirebbe un risparmio di 360 euro, ovvero solo il 15% del vantaggio di prezzo che ha già.

Si vorrebbe far credere che VolksWagen riesce a vendere oggi le sue macchine con un differenziale di prezzo di oltre 3000 euro ... e che per metterla in difficoltà, occorrerebbero altri 360 euro di differenza?

E allora perché non 715, perché non farli lavorare gratis?

Ma capite quanto è cretino 'sto ragionamento?

I tedeschi vendono di più (ed a prezzi molto più cari), perché producono macchine migliori ed hanno una strategia di marketing nettamente superiore agli italiani. Il punto è tutto qui.

E invece di dire "chapeuax, sono più bravi ... cerchiamo di imparare da loro", si inseguono ancora i vecchi "nemici": la Fiom, la classe operaia, l'assenteismo, Marx ... etc ... in classico stile berlusconiano che, dal 1994, è sempre riuscito a trovare un colpevole per la sua inconcludenza (Fini, Casini, Bossi nel 1994, i comunisti, la Magistratura, Santoro, i giornali ... etc.. etc..).

Quelli, i tedeschi, le cose le fanno, i problemi li risolvono e poi ne godono i benefici. Gli italiani, invece, le cose le annunciano in diretta televisiva, non le fanno, e partono subito alla ricerca del colpevole. Non è un'opinione, ma un fatto documentato.

E non è tutto: trovate ragionevole che un operaio italiano che produce oltre il 60% in più di un tedesco (21.8 autovetture contro 13.5) prenda meno della metà in termini di stipendio netto (1200 euro contro 2500)?

Un partito realmente di sinistra (come il PD dice di essere) pone questo tema al dibattito nazionale, non appoggia la mozione dell'azienda che vorrebbe ancora inseguire ulteriori vantaggi di costo sulla pelle dei suoi già scorticati operai.

Mostrare questi numeri e tirare queste ovvie conclusioni significa essere comunista (o democristiano) ... o significa, finalmente, parlare di fatti concreti in un paese di parolai inconcludenti??

di G. Migliorino

16 febbraio 2011

Operazione Italia 2

Comunicato 14 febbraio 2011 ore 11.00

All’attenzione dei cittadini del mondo:


Ieri si è conclusa l’Operazione Italia 2 con una grande vittoria per Anonymous e i cittadini.
Durante la mattinata di ieri dalla ore 9.50 alle ore 14.00 il sito della Camera.it è rimasto inaccessibile e verso le 11.00 si è deciso di puntare il proprio interesse verso Governo.it, Senato.it e Parlamento.it rendendoli inaccessibili fino alle 15.00. Alle 15 italiane Anonymous si preparava per un’altra operazione quella spagnola e furbamente le autorità di sicurezza dei siti web istituzionali hanno dichiarato di essere riusciti a fermare l’attacco. Mossa intelligente senza dubbio,purtroppo però quando avete fermato l’attacco,l’attacco era concluso di suo. Anonymous da parte sua non tollera le bugie e la manipolazione delle informazioni. Dichiarare sui giornali che Governo.it era inaccessibile perché le autorità hanno LORO volontariamente reso l’accesso chiuso è stata per noi la più grande vittoria dalla prima operazione. Facciamo un esempio : un gruppo di manifestanti vuole bloccare l’accesso a Montecitorio,ci riescono e sui giornali però le autorità dichiarano che loro stessi per motivi di sicurezza non hanno fatto entrare nessuno. Ora mi chiedo,chi ha vinto? Siamo noi stati un fallimento come hanno dichiarato le autorità? Il nostro scopo era quello di rendere un servizio inaccessibile,ci siamo riusciti? Infondo un sito web istituzionale è un simbolo e noi uomini attribuiamo un valore ad un oggetto. Anonymous a tal proposito vuole ribadire che la campagna Italiana è appena iniziata e se ieri eravamo 1400 la prossima volta saremo il doppio. Inoltre considerato il poco interesse dai parte dei media, Anonymous cercherà la loro attenzione a modo suo. A presto.

Noi non dimentichiamo,
Noi non perdoniamo,
Aspettateci,Sempre.

Liberta' e' democrazia?

Mentre sto lavorando ad alcune novita' editoriali (riguardo a Cibo e Pietre) , per questo ho postato meno, vorrei solo rispondere ad una delle email che mi sono arrivate in questi giorni, quando mi si accusa di essere incoerente perche' odio e disprezzo la democrazia e predico la liberta' individuale. Perche' il punto e' questo: la democrazia e la liberta' dell'individuo hanno pochissimo in comune, ma una vera e propria religione della democrazia si diletta di convincere del contrario.

Per prima cosa occorre sfatare diversi miti. L'idea di democrazia che le persone hanno e' del tutto infondata rispetto alla realta'. Nel dopoguerra, l'europa postcoloniale ebbe un gigantesco balzo economico, che arrivo' insieme alla imposizione da parte americana delle democrazie in Europa.


Un mondo che usciva dal colonialismo (o che ne stava ancora uscendo) era un mondo economicamente unipolare: sebbene apparentemente diviso in due poli politici e militari (USa e URSS) sul piano economico era del tutto unico. C'era un solo mercato (nel 1950 , solo 4 nazioni assorbivano il 95% delle risorse, poi divennero 6, poi 7, infine 8, oggi sono 20) , c'era un solo polo industriale e tecnologico, c'era una sola fonte di domanda. Chiunque nel mondo avesse prodotto qualcosa aveva una sola speranza: venderla in occidente. Chiunque avesse materie prime aveva una sola speranza: venderle ad occidentali.Chiunque avesse forza lavoro aveva una sola speranza: lavorare per occidentali. Il prezzo? In condizioni di monopolio della domanda, lo faceva l'occidente.

Non solo le nazioni occidentali erano le uniche a consumare, ma eravamo anche gli unici a comprare: questo era il mondo emerso alla fine del colonialismo. Dunque, il prezzo lo facevamo noi. Le condizioni le facevamo noi.

I benefici del periodo storico sono stati confusi coi benefici della "democrazia", al punto da pensare che la democrazia sia una specie di divinita' capace di garantire al suo popolo la ricchezza e la prosperita'. Questa superstizione si e' diffusa al punto che in caso di disastro economico per prima cosa il popolo chiede i soliti rituali religiosi: "elezioni, cambio di governo, dimissioni, manifestazioni,...": si tratta del corrispondente di quello che si fa quando non piove e si fa una processione per la pioggia.

Quello che si crede e' che la democrazia sia una divinita' che garantisce ricchezza al suo popolo: bastera' dunque che la Dea democrazia sia felice del proprio popolo, e ci ricompensera'. Cosi', ad ogni crisi si fanno tutti i rituali della Dea democrazia, e ci si aspetta che la Dea provveda . E se l'economia va male, per prima cosa si lamenta di non aver fatto abbastanza rituali, ovvero di non aver fatto abbastanza elezioni (o di non aver votato quello giusto) , di non aver cambiato abbastanza il governo, di non aver avuto abbastanza dimissioni, di non aver manifestato abbastanza : senza queste cose la Dea democrazia e' adirata coi suoi fedeli, e li punisce con una carestia. Amen.

Ovviamente e' un falso. Costruire un'economia funzionante e' una questione tecnica. C'e' riuscito Hitler come ci sono riusciti i cinesi, per dirne una. Avere ricchezza non e' una prerogativa delle democrazie, dal momento che i paesi che crescono maggiormente sono in gran parte delle tirannie, e se prendiamo per esempio un periodo felice dell' Europa, come il rinascimento, di democrazie ne troviamo ben poche.

Non e' impossibile per un governo tirannico costruire un buon sistema produttivo ed economico, e' solo una questione di tecnica economica. La Spagna verso' in condizioni pietose per tutto il dopoguerra, finche' Franco chiamo' i cosiddetti "tecnocrati" (in genere funzionari di Opus Dei) i quali riuscirono a fare delle riforme tecnicamente corrette, che causarono il cosiddetto "Desarrollo", un periodo di crescita che permise alla Spagna, finita la dittatura, di avere i requisiti per entrare nella UE e di arrivare al 79% del reddito procapite europeo. Eppure, il regime franchista non era certo una democrazia.

Alla democrazia, cioe', vengono attribuiti con metodi simili alla superstizione dei risultati che sono puramente economici, indipendenti dal tipo di governo, ottenibili da qualsiasi genere di governo a patto di affidarsi a tecnici preparati.

Un altro punto e' il mito della liberta'. Circola voce insistente sul fatto che in una democrazia la gente sia "libera", ovvero capace di fare quello che vuole senza interferenze da parte dei governi.

Il problema a questo punto e' che la democrazia la si confronta con i regimi del recente passato (comunismo e fascismo) ma non la si confronta con gli ultimi 2000 anni di storia. Negli ultimi 2000 anni, tranne pochissimi periodi, il cittadino qualsiasi subiva MOLTE meno interferenze da parte dello stato, rispetto ad oggi.

Non intendo scrivere cose come "poveri ma felici" perche' i poveri sono infelici, ed e' proprio questo il punto: prima degli ultimi 50 anni le masse stavano male per ragioni economiche, non politiche. Se andiamo a misurare quanta gente abbia perseguitato per ragioni politiche la monarchia francese, credo che non supereremo la dozzina in svariati secoli.

Il punto logico sul quale verte l'equivoco e' che non distinguiamo la liberta' con la possibilita': io (che non sono una donna) sono libero di partorire bambini? Si, nessuna legge me lo vieta. Peccato sia impossibile. Un diritto, od una liberta', sono tali nel momento in cui io posso goderne: in un mondo tecnologicamente arretrato e di conseguenza economicamente povero(1) io non posso certo avere il tempo libero che ha il ceto medio, quindi se andiamo a chiederci quale sia la mia oggettiva liberta' di espressione, troveremo che di fatto materialmente non mi esprimo proprio.

Il cittadino di Re Luigi, in altre parole, era di gran lunga piu' libero del cittadino francese di oggi. Se avesse avuto il tempo, l'alfabetizzazione e la scuola, NON AVEVA LEGGI CHE REGOLAVANO LA MUSICA se non il divieto di ledere sua maesta'. Ma se escludiamo questo semplice contenuto, UNO SOLO, poteva cantare tutto il resto sulla strada.

Oggi, la legge francese obbliga una certa percentuale di canzoni francesi. Obbliga che tutti i contenuti considerati "inadatti" siano bollati secondo la classificazione ICRA. Oggi ci sono orari, luoghi deputati, eta' ammissibili, classificazioni, iscrizioni ad associazioni, nullaosta dell'autorita'. Sei libero di fare le cose, che pero' vengono "regolate". Ovvero, non sei affatto libero.

Soltanto prima della rivoluzione francese, a patto di non insultare il Re o qualche nobile, l'artista cantava quel che voleva, e a seconda del seguito cantava nei teatri che liberamente decidevano di rappresentare le sue opere. Era una questione di fortuna, di talento, di momento. Due sole regole molto chiare: non causare tumulti, non offendere Re e Nobili.

Oggi invece siamo "liberi": dalle ore X alle ore Y, nel posto tale, dopo aver ricevuto un permesso dalle autorita', solo a persone dai 18 in su, solo se cantiamo in francese, solo se non offendiamo i musulmani, i vegetariani, le lesbiche, i gay, i negri, la famiglia, i cattolici, i protestanti, gli algerini, gli ebrei, le donne, se non andiamo in conflitto contro una qualsiasi associazione locale per il "decoro", per i bambini, per la donna, per gli animali, per la religione.

15 febbraio 2011

Vedi Berlusconi e poi scompari. Caso Sanjust


Virginia Sanjust

Non è facile incontrare Virginia Sanjust e parlare della sua relazione col presidente del Consiglio. Perché, come spiega lei, sono “ondate di ricordi che riportano a galla un dolore che ha rovinato la vita a me e alla mia famiglia”. L’ex annunciatrice di Rai1, che oggi vive in una comunità a Roma, mi riceve tremante e mi descrive Silvio Berlusconi come un uomo che “non si preoccupa dell’effetto che può avere sulle ragazze che fagocita nel suo mondo”. Anche se, ricorda, “una volta mi disse: ‘Virginia, ho paura di farti del male’…”.

Signora Sanjust, in questi giorni si parla di Sara Tommasi, un’altra giovane legata al premier che sembra molto fragile. Cosa ne pensa?
Io non compro i giornali, mi fanno stare male. Ma oggi, per la prima volta, il mio ex marito mi ha letto al telefono tutti gli sms di Sara.

Come mai?
Secondo lui c’è un’analogia tra i messaggi che io scrivevo a Berlusconi e quelli che manda Sara. Ossessivi e pieni di rabbia.

Si identifica?
Non saprei. Secondo il mio ex marito, Berlusconi riesce a fare impazzire le persone. La verità è che lui ti trascina in un mondo insostenibile.

La Tommasi ha raccontato che le mettevano droghe nei bicchieri per stordirla.
Che bisogno c’è? Quell’ambiente ti massacra, non c’è bisogno di alcuna droga. Se non fosse per lui, forse, io avrei ancora una famiglia, l’affidamento di mio figlio. Pensa che i giudici che me l’hanno tolto non siano stati influenzati da tutto quello che scrivevano i giornali, dal vedermi come l’amante di Berlusconi?

Lei ha frequentato il premier dal 2003 al 2006. Se ne pente?
Sì. Chi mi ridarà l’infanzia di mio figlio, che io non ho vissuto con lui? Questo rapporto è costato anche il lavoro a mio marito, e gli chiedo scusa. Per me era già eccessivo stare in televisione. L’incontro con Berlusconi, con quel potere enorme, è stato una cosa più grande di me.

Che cos’è successo?
A lui, nulla. Sembra che possa accadergli di tutto e lui ne esca comunque illeso. Per me invece è stato come fare il bagno in un fiume di fango.

Come mai?
Perdi il benessere, la dignità. Ero troppo giovane e lui mi ha schiacciata, ingannata. Ma oggi so che la responsabilità è anche mia: quando mi mandò le gardenie per complimentarsi del mio lavoro in tv, non avrei dovuto chiamarlo.

Invece lo fece e lui la invitò a pranzo. Si rendeva conto che avrebbe potuto essere rischioso?
Sì. Ma io venivo dalla campagna, non sono riuscita ad avere padronanza degli eventi.

Era lusingata dalle attenzioni del Cavaliere?
No. Non avevo né arte né parte, avevo solo letto il gobbo in tv: di cosa si complimentava? Lui, che è molto pragmatico, mi chiese: “Dimmi di te, raccontami chi sei”. Così venne fuori che avevo delle difficoltà economiche.

E Berlusconi, anche in questo caso, la aiutò.
No. Finché ho potuto, non ho preso un euro. Poi, quando la nostra storia uscì sui giornali, mi disse che dovevo lasciare il lavoro in Rai: ho cominciato ad accettare i suoi soldi e per un anno ho vissuto in casa sua, a Campo dei Fiori: gli avevo chiesto io di comprarla, so che la usa ancora.

Come si sentiva?
Malissimo, anche perché ho un rapporto difficile con il denaro. Sono molto orgogliosa. Lui pensa di aiutare le persone con i soldi: come mai lo fa solo con le ragazzine?

Secondo lei, Berlusconi è una persona buona o cattiva?
Mio nonno diceva che Berlusconi è una persona brava nel suo lavoro. Questo è tutto. Non ha intenzioni né buone né cattive.

Nel senso che fa quello che vuole senza riflettere?
Lui pensa a tutto, è una persona che controlla perfettamente la sua routine. Ma questo non vuol dire che gli interessi se fa del male a qualcuno. È imprigionato da tutto il potere che ha: può troppo.

Lei ne era innamorata?
Sì, a modo mio. Lo vedevo come un padre, mi proteggeva. E lui da me prendeva energia, entusiasmo. Gli raccontavo cosa diceva di lui la gente al bar.

Berlusconi, davanti a lei, ha mai frequentato altre ragazze?
Una sera mi invitò a cena e c’erano altre donne, bellissime. Mi rimase una sensazione di squallore addosso. Glielo chiesi, lui negò. Fu una delle ultime volte che lo vidi. Poi lo chiamai tante volte, gli mandai molte lettere: non mi ha mai risposto. Allora ho cercato di sopravvivere.

Oltre alle donne, anche i suoi fedelissimi, da Marcello Dell’Utri a Cesare Previti, hanno pagato al posto suo. Perché tutti quelli che gli stanno intorno ne escono così male?
Per preservare quello che ha, Berlusconi deve sacrificare gli altri. E continua a farlo, ne distrugge uno dopo l’altro. Lui è il contrario di Re Mida: tutto quello che tocca diventa cenere.
di Beatrice Borromeo

14 febbraio 2011

L'euro, il rapporto FCIC e la BCE

La discussione più importante al recente Forum di Davos è stata quella che i media non vi hanno raccontato. Dedicata al futuro dell'euro, si è tenuta il 28 gennaio nella forma di un confronto tra il presidente della BCE Jean-Claude Trichet e il prof. Wilhelm Hankel, uno dei cinque moschettieri che hanno presentato il ricorso alla Corte Costituzionale tedesca contro il fondo UE "salva-stati". Di fronte ad un pubblico straripante, Hankel ha riscosso più volte applausi (unico a riceverne) quando ha affermato che l'euro è un "cadavere ambulante" e che i tentativi di salvarlo affosseranno la democrazia in Europa. Trichet e gli altri relatori, tra cui il famoso Nouriel Roubini, non hanno saputo contrapporre argomenti convincenti ad Hankel, nella loro difesa dell'euro.

"Io vengo da un paese", ha esordito Hankel, "che soffre ancora, dopo 80 anni, degli errori compiuti da un governo che tentò contemporaneamente di pagare i debiti e tagliare il bilancio. Fu il governo che precedette Hitler". E comunque, ha aggiunto, "la mia non è solo la critica di un tedesco, ma di un democratico". I meccanismi di sorveglianza e "governance" che si vogliono introdurre nell'UE sono infatti misure di "svuotamento della democrazia". Esse sono il tentativo sbagliato di rimediare al peccato originale dell'euro, quello di aver separato la moneta dalla gestione del bilancio. La soluzione della crisi dell'eurozona, evidente se consideriamo che "i due terzi dei paesi membri sono in bancarotta", ha incalzato Hankel, è ovvia: riportare moneta e bilancio sotto una sola autorità. Ma attenti: le sole istituzioni legittimate a fare ciò sono i parlamenti e i governi nazionali. Invece, "abbiamo messo la moneta nelle mani di gente che non è stata eletta", ha scandito Hankel guardando fisso Trichet, "gente che manca della legittimizzazione democratica. In Europa c'è un grave problema di costituzionalità".

La soluzione è "molto semplice": o i paesi deboli escono dall'Euro, o – "e questa è la soluzione che preferisco" – torniamo ad "un sistema monetario in cui l'euro rimane solo come unità di conto, come lo era l'ecu in precedenza. Questa mi sembra essere la formula migliore per un'Europa prospera e democratica".

Trichet si è difeso con il solito argomento, che usa come una litania, secondo cui l'euro è una success-story grazie alla stabilità dei prezzi garantita dalla nascita fino ad oggi. Tuttavia, pochi giorni dopo, alla conferenza stampa mensile della BCE il 3 febbraio, Trichet ha distrutto il suo solo ed unico argomento annunciando che la BCE prevede un tasso d'inflazione superiore al "target" del 2 per cento per i prossimi 12 mesi!

Il condirettore dello Strategic Alert Claudio Celani ha chiesto a Trichet un commento sulle conclusioni del rapporto Angelides, leggendo un passaggio del rapporto. Sapendo bene che i banchieri centrali sono indicati tra i responsabili della crisi, per non aver saputo prevederla, per non aver saputo impedirla e per aver permesso la condotta criminale di molti operatori del mercato, Trichet ha cercato di sfilare la testa dalla ghigliottina sostenendo che la BCE e le altre banche centrali già nel 2007 avevano lanciato avvertimenti. E da impunito banchiere centrale, ha messo in guardia: tenersi pronti perché c'è ancora "molto duro lavoro da fare" – cioè, altri salvataggi.

Come nel caso della discussione sull'euro a Davos, i media non vi racconteranno questa presa di posizione ufficiale della BCE sulle conclusioni dell'inchiesta del governo USA sulle cause della crisi finanziaria.

by Movisol

13 febbraio 2011

Strapazzati dalle straniere

“A forza di passare le sue notti a toccare il culo alle ragazze davanti a tutti, mi chiedo come faccia il giorno dopo a lavorare”, si domanda il quotidiano francese l’”Express”, riprendendo le parole di una delle signorine presenti alle feste di Berlusconi. La stampa internazionale, in queste settimane, si è scatenata contro il capo del governo italiano, alternando la derisione all’indignazione. Sul “Pais”, Almudena Grandes, che pure è una scrittrice nota per romanzi che, un millennio fa, si sarebbero definiti scabrosi, non riesce a trattenere il suo sdegno: “I capelli tinti ed il viso coperto di trucco, le sue disperate ostentazioni giovanili di seduttore senile battono ogni giorno i suoi record di indecenza, senza che molti suoi concittadini trovino motivi per smettere di celebrare le sue pagliacciate”.
Come è ovvio, il disprezzo per Berlusconi finisce per estendersi anche agli italiani che più volte l’hanno votato. Il “New York Times” ne fa una questione antropologica e culturale: “In questi anni Berlusconi ha confuso la linea tra immagine e realtà. O meglio, ha fondato una brillante carriera sulla fondamentale verità italiana che l’immagine è la realtà”. E qui siamo al giudizio definitivo sul nostro carattere nazionale: solo in Italia, Paese barocco dove le forme di una fantasia morbosa ottenebrano la percezione della squallida realtà, può esistere un capo di governo che è un personaggio da operetta. Le surreali vicende erotiche di Berlusconi, insomma, rilanciano alla grande la mai estinta immagine degli italiani come popolo inaffidabile, brillante in superficie ma corrotto moralmente, sul quale non si può fare conto per la sua innata doppiezza e per la sua avversione ad ogni disciplina.
Lo stereotipo dell’italiano mandolinaro e traditore –che, anche se arriva da lontano, fu inchiodato nell’immaginario collettivo a causa dell’Otto settembre, da molti nemici di Berlusconi identificato invece come il giorno della riscossa nazionale- è presente in tanti articoli dei giornali stranieri. Quanto può costare all’Italia, intesa come Stato nazionale che collabora e compete con gli altri Stati negli scenari politici ed economici globali, questa ulteriore caduta di immagine? Dopo il rifiuto di estradare nel nostro Paese Cesare Battisti, Ernesto Galli della Loggia ha scritto che Francia e Brasile ci hanno trattati alla stregua di una Macedonia o di una Colombia, impartendoci ex cathedra delle lezioni sugli anni di piombo. A giudizio dell’editorialista del “Corriere della Sera”, ciò dipende dal fatto che la rappresentazione dell’Italia all’estero è falsa: “pressoché sconosciuti sono il tono della nostra vita pubblica e politica, la variegata qualità delle nostre relazioni sociali, dei nostri costumi e comportamenti collettivi”.
Nonostante tutte le magagne, siamo comunque meglio di come pensa la maggioranza degli stranieri, ma ha ragione Galli della Loggia a dire che la colpa dell’ignoranza sul nostro Paese è soprattutto degli italiani e dei governi che, per esempio, fanno i micragnosi con i pochi istituti culturali italiani all’estero e si disinteressano degli studiosi che si occupano dell’Italia. Una mancanza, aggiungiamo noi, che il “Berlusconi imprenditore, alieno da fumisterie culturalistiche”, ha accentuato. Pensiamo solo che ci si divide persino sul fatto di proclamare giornata di festa l’anniversario dell’unita nazionale, come se astenersi, ogni 150 anni, dal lavoro, portasse in rovina l’economia. Se non si rispetta la propria storia è difficile che si venga rispettati.
Berlusconi è convinto che il rango dell’Italia sia cresciuto: “Oggi il Paese è ascoltato, grazie anche al fatto che ha un leader anziano, un tycoon, il che è molto, molto importante”. Grazie a lui le tensioni tra Russia e Stati Uniti sarebbero svanite e, sempre per merito della sua saggia mediazione, Obama avrebbe rinunciato a piazzare i missili in Cechia e Polonia, senza considerare l’apporto decisivo nel convincere l’amico Putin a non invadere la Georgia dopo l’attacco di Saakashvili all’Ossezia del Sud. Al netto della vanagloria, qualcosa di vero c’è nel ruolo di Berlusconi come intermediario tra Mosca e l’Occidente. Ci sembra abbia ragione Paolo Quercia che, sulla rivista “Limes”, descrive l’azione diplomatica del presidente del Consiglio con la metafora dei due piatti della bilancia: “Nel primo il premier isola Usa e Israele e la loro domanda di sicurezza globale; sull’altro piatto della bilancia Berlusconi mette Russia e Libia e la loro offerta di energia diretta verso l’Europa”.
Gli stretti rapporti con la Russia hanno suscitato ostilità nell’Amministrazione Usa, come hanno confermato le rivelazioni di Wikileaks, ma Washington si è vista offrire, nel contempo, la massima collaborazione sull’Afghanistan e su Israele. Tranquillizzando l’alleato su alcune questioni scottanti, Berlusconi si è concesso, in altri scacchieri, di giocare in proprio. E’ difficile dire quanto ciò sia il frutto di una strategia, mai peraltro dichiarata, oppure una semplice pesca delle occasioni, suggerita dal fiuto commerciale. In ogni caso, queste decisioni hanno lasciato un segno: alcuni Paesi sono stati scelti come interlocutori principali, altri sono stati lasciati in secondo piano. La volontà di appoggiare il progetto di gasdotto South Stream, finendo poi con il coinvolgere anche Francia e Germania, invece del Nabucco, sponsorizzato da Washington e Bruxelles, crea una divisione di campo, aprendo uno spazio importante alla Russia in Europa contro la volontà statunitense.
E’ significativo che Berlusconi abbia compiuto ben cinque visite ufficiali in Libia e quattro in Russia, mentre grandi realtà come Cina, Brasile e India non gli abbiano suscitato il medesimo interesse. Non si è mai recato, a differenza dei suoi colleghi occidentali, in Afghanistan per visitare le truppe. Come se l’impegno, pur considerevole per le nostre forze, in quel teatro di guerra rappresentasse solo un’assicurazione da pagare. Con Israele Berlusconi si è mostrato allineato fino all’assurdo di dichiarare di non avere visto il cosiddetto muro di separazione quando vi era passato accanto. E’ riuscito poi a promettere un piano Marshall per la Palestina, ma in realtà ha ridotto il contributo italiano ai fondi Onu per i rifugiati palestinesi. L’interscambio italiano con l’Iran, nonostante le solenne promesse di Berlusconi a Netanyauh, è addirittura aumentato, per il momento. In questi casi, il confine tra scaltrezza diplomatica e inaffidabilità si fa labile, non migliorando certo la nostra fama.
Tornando alla questione del peso della caduta di immagine del presidente del Consiglio sull’intero Paese, premettiamo che non siamo fra quanti attribuiscono valore oracolare a ogni sospiro della stampa estera sull’Italia. Perfino sul mitizzato “Economist” ci è capitato di leggere una serie di inesattezze dettate dalla faciloneria. Il danno, comunque, c’è: la credibilità è una premessa fondamentale in politica come nell’economia. L’uscita di scena di Berlusconi, da questo punto di vista, potrebbe rappresentare un medicamento. Non però con le modalità con le quali sembra oggi avvenire. Ovvero per mezzo di una magistratura oggettivamente partigiana e incurante dei limiti delle sue prerogative e di una opposizione tenuta insieme solo da un antiberlusconismo moralistico e impolitico. Il rischio è che al “sultano” succeda un uomo più “temperante” che, in mancanza di un programma politico, abbandoni le poche intuizioni positive di politica estera di Berlusconi, per presentare un’Italia più virtuosa agli occhi di quei Paesi che ci fanno la morale, ma sono pronti ad approfittare di una nostra eventuale arrendevolezza.
di Roberto Zavaglia

10 febbraio 2011

Economia israeliana per principianti



Veniamo a sapere dalla stampa e dagli esperti di analisi politica che contro ogni probabilità e a dispetto della la globale turbolenza finanziaria, l’economia israeliana è in pieno boom. Alcuni addirittura sostengono che quella israeliana sia una delle economie più forti al momento.

“E come mai?”, qualcuno potrebbe chiedersi; oltre agli avocado, alle arance e ad alcuni prodotti cosmetici del Mar Morto, praticamente nessuno di noi ha mai visto un prodotto israeliano in commercio. In Israele non si realizzano automobili, né apparecchi elettronici, e a mala pena vengono prodotti beni di consumo. Israele dal canto suo rivendica il proprio avanzamento in dispositivi hi-tech, ma in un modo o nell’altro gli unici software israeliani avanzati che si possono trovare installati nei nostri computer sono i Sabra Trojan Horses (virus, Cavallo di Troia). Inoltre nella terra che hanno sottratto con la forza ad i nativi Palestinesi, gli Israeliani non hanno ancora trovato alcun minerale prezioso né ombra di petrolio.



Dunque di cosa si tratta? Come mai Israele non è affatto scalfito dal disastro finanziario che ha investito il pianeta? Da dove viene la sua ricchezza?

Stando a quanto riporta The Guardian , Israele potrebbe essere ricco perchè: “Dei sette oligarchi che controllavano il 50 % dell’economia russa negli anni 90, sei erano ebrei”.

Durante gli ultimi vent’anni, molti oligarchi russi hanno acquisito la cittadinanza israeliana; essi hanno inoltre messo al sicuro il proprio denaro sporco investendolo nel paradiso finanziario del cibo kosher; ultimamente Wikileaks ha rivelato che “fonti nella polizia (israeliana) ritengono che la malavita organizzata russa (Mafia russa), abbia riciclato fino a 10 miliardi di dollari americani tramite le holding israeliane”.

L’ economia israeliana è in fortissima espansione perché truffatori del calibro di Bernie Madoff riciclano il proprio denaro tramite di i Sionisti e le istituzioni israeliane da decenni.

Israele “non se la passa male” perché è il principale venditore di diamanti insanguinati. Lungi dal coglierci di sorpresa, esso è anche il quarto maggiore venditore di armi del pianeta.
Comprensibilmente, diamanti insanguinati e armi si rivelano essere un’accoppiata vincente.

Come se non bastasse, Israele è così prospero perchè, di quando in quando, lo si scopre coinvolto nella raccolta e nel traffico di organi.

Insomma, per farla breve, Israele sta meglio di altri stati perché gestisce una delle più sporche e immorali economie del mondo. Nonostante l’iniziale promessa sionista di costituire “una civiltà ebraica etica”, Israele è piuttosto riuscito a realizzare una sistematica violazione del diritto internazionale e dei valori universali che non ha precedenti. Esso svolge il ruolo di sicuro paradiso fiscale per denaro proveniente da spregevoli attività criminali condotte su scala internazionale e si serve di uno degli eserciti più forti al mondo per difendere la ricchezza di pochi tra gli ebrei più ricchi al mondo.

Sempre di più, Israele assume le fattezze di un’enorme luogo di riciclaggio di denaro sporco da parte di oligarchi, truffatori, trafficanti d’armi e d’organi, criminalità organizzata e commercianti di diamanti insanguinati.

Tale politica economica può certamente dar conto del perché questo stato sia completamente indifferente all’uguaglianza sociale all’interno dei propri confini.

Poveri Israeliani

Poiché Israele si definisce stato ebraico, ci si aspetterebbe che la sua gente sia la prima a godere della crescita economica della nazione. Tuttavia non è affatto così: nonostante la forza dell’economia, il resoconto sulla giustizia sociale in Israele è terrificante. Nello stato ebraico 18 famiglie controllano il 60% dell’equity value di tutte le compagnie del territorio. Lo stato ebraico è scandalosamente crudele verso le fasce più povere della propria popolazione. Per quel che riguarda il gap tra ricchi e poveri, Israele è certamente tra i primi della lista.

Il significato di tutto questo è sconvolgente: nonostante si comporti come un’organizzazione tribale etnocentrica e razzialmente definita, Israele si rivela completamente noncurante verso i membri della sua stessa tribù – in effetti, nello stato ebraico, pochi milioni di ebrei sono al servizio dei più abietti interessi, il cui frutto sarà goduto da una manciata di ricchi criminali.

Fumo negli occhi

Ma c’è in tutto questo un significato implicito ancora più profondo e sconvolgente. Se la mia lettura dell’economia israeliana è corretta ed Israele è di fatti un luogo di riciclaggio del denaro proveniente dai traffici più loschi, allora il conflitto israelo-palestinese, dal punto di vista dell’elite israeliana, altro non è che fumo negli occhi.

Spero che i miei lettori ed amici mi perdoneranno per ciò che sto per scrivere, anzi spero di perdonare me stesso; ma mi sembra che il conflitto israelo-palestinese e gli orrendi crimini di cui questo paese si sta macchiando contro il popolo palestinese, in realtà servano a distogliere l’attenzione dalla sua connivenza in colossali crimini commessi a danno di moltissime popolazioni del mondo.

Invece di concentrarci sullo sfrenato ed avido tentativo israeliano di guadagnare ricchezza a spese del resto dell’umanità, ci stiamo concentrando su di un unico conflitto territoriale che in realtà è solo la punta dell’iceberg e nasconde la vera entità del progetto nazionale ebraico.

È più che probabile che la vasta maggioranza degli Israeliani non riesca a capire la strategia fuorviante che sottende il conflitto israelo-palestinese.

Gli Israeliani sono indottrinati a considerare ogni possibile questione dal punto di vista della sicurezza nazionale, essi non sono riusciti a capire che, di pari passo con l’intensa militarizzazione della loro società, il loro stato ebraico sia diventato un punto di riciclaggio del denaro sporco e un luogo di asilo per criminali di ogni angolo del mondo.

Ma la brutta notizia per Israele e la sua elite corrotta è che è solo questione di tempo prima che i Russi, gli Americani, gli Africani, gli Europei, tutta l’umanità si renda conto di tutto questo – e qui saremmo tutti Palestinesi ed avremmo in comune un unico nemico.

E potrei anche andare oltre, dicendo della possibilità che, a breve, ebrei ed Israeliani di classi sociali svantaggiate inizino a capire quanto ingannevoli e sinistri siano in realtà Israele ed il Sionismo.
di Gilad Atzmon


Fonte: www.gilad.co.uk/

09 febbraio 2011

Cosa succede dopo Mubarak?



Il verso contenuto in HMS Pinafore di Gilbert e Sullivan spiega bene cosa sta succedendo ora in Egitto e forse anche in altri posti della regione; infatti recita: “Di rado le cose sono come appaiono. Il latte scremato si maschera da panna fresca”.

La rabbia viscerale che si vede per le strade è vera. Piuttosto, ciò che desta sospetto è chi sta orchestrando il tutto e Washington sembra star realizzando il cambio di regime, a lungo pianificato, in modo da cambiare i volti per proseguire con le vecchie politiche, lasciando intatti i problemi di fondo. Un copione ben conosciuto.

Nel suo libro “Freedom Next Time”, John Pilger ha discusso del tradimento di Nelson Mandela nel Sud Africa del dopo apartheid, nell’accogliere ciò che lui ha chiamato “thatcherismo”, dicendo a Pilger: “ Lo si può etichettare come si vuole, anche Thatcherite ma di fatto in questo paese le privatizzazioni sono la regola fondamentale”

Nel 1990, due settimane prima della sua liberazione, disse:

“La nazionalizzazione delle miniere, delle banche e dei monopoli industriali fanno parte della proposta politica dell’ ANC e (pensare di cambiare) la nostra idea.. è inconcepibile. La concessione di potere economico alla popolazione nera è un obiettivo che ci poniamo, ma in questa situazione è inevitabile il controllo statale di alcuni settori."

Nel 1955, quell’idea diede origine alla Freedom Charter Policy dell’ANC. La sua battaglia per la liberazione non era solo politica ma anche economica. I minatori bianchi guadagnavano 10 volte più dei neri e i grandi gruppi industriali ricorrevano alle forze di sicurezza per far sparire i dissidenti, assicurando in questo modo l’ordine.

Dopo l’apartheid un nuovo percorso si rendeva possibile; Mandela si prese la responsabilità di guidarlo rifiutando la logica del mercato ortodosso in cambio di giustizia economica. Nel 1994 i candidati dell’ANC vinsero con ampio margine le elezioni. Nonostante una transizione pacifica, non si è arrivati ad alcun cambio ma piuttosto al tradimento. I sudafricani neri diventarono ostaggi dei rapaci capitalisti. Lo sono ancora ed è molto peggio che durante l’apartheid.

Anche il New York Times se n’è accorto con l’articolo, a firma di Celia Dugger, pubblicato il 26 settembre 2010 col titolo: “Le leggi del reddito stritolano i poveri del Sudafrica”. Scrive la Dugger:

“Nei 16 anni dalla fine dell’apartheid il Sudafrica ha seguito le ricette dell’Occidente, aprendo la sua economia di mercato agli affari, controllando l’inflazione e il debito pubblico (secondo i diktat dell’FMI). Ha ricevuto i complimenti” ma ad un prezzo. “Per oltre un decennio il tasso di disoccupazione è stato tra i più alti al mondo”, peggiorato dalla crisi economica globale, “spazzando via oltre un milione di posti di lavoro”.
Il prezzo pagato ha incluso anche:

- Raddoppio del numero di popolazione impoverita col reddito di 1 dollaro al giorno, da 2 a 4 milioni;

- Raddoppio del tasso di disoccupazione fino al 48% nel periodo 1991-2002, ora anche più alto;

- Perdita della casa per due milioni di sudafricani mentre il governo ne ha costruite solo 1.8 milioni;

- Nel primo decennio con l’ANC alla guida, circa un milione aziende sono sparite; di conseguenza, gli insediamenti in baraccopoli sono aumentati del 50%;

- Nel 2006 il 25% dei sudafricani viveva in baracche senza acqua o corrente elettrica;

- Il tasso di diffusione dell’HIV/AIDS è circa del 20% della popolazione; di conseguenza l’aspettativa di vita è inferiore a quella del 1990;

- Il 40% delle scuole non ha corrente elettrica;

- Il 25% della popolazione non usufruisce di acqua potabile e la maggior parte non può pagarla;

- Il 60% ha servizi igienici inadeguati e il 40% non ha telefono.

Il dopo apartheid ha avuto un costo elevato, con la concessione di potere politico in cambio del tradimento economico, senza alcuna forma di sostentamento per i milioni di sudafricani che soffrono, vittime di un capitalismo rapace.

La Russia post comunista

La caduta del muro di Berlino sarebbe dovuta essere una vittoria per milioni di persone. Invece è stata una tragedia per la Russia e per gli stati post sovietici come Ucraina, Georgia, Estonia, Lettonia, Lituania e altri.

Nel marzo 1985, Mikhail Gorbaciov salì al potere con la promessa di cambiamenti politici e sociali, ma non è rimasto abbastanza per poterli guidare. Ha liberalizzato il paese, con l’introduzione delle elezioni, e ha favorito la (allora) democrazia sociale di tipo scandinavo, combinando il capitalismo di libero mercato con forti reti di protezione sociale. La sua visione era quella di “un faro socialista per l’umanità intera”, una società egualitaria, ma non ebbe la possibilità di realizzarla.

Quando l’Unione Sovietica collassò, lui fu cacciato. Boris Yeltsin lo sostituì all’insegna della dura ortodossia della Chicago School, mascherata con il nome di “riforme”.

Il capitalismo rapace ha devastato le vite dei russi, arricchendo una minoranza selezionata a spese dei poveri. Il dazio da pagare ha incluso:

- L’80% di impresari hanno dichiarato la bancarotta;

- Circa 70.000 aziende statali hanno chiuso, provocando un’epidemia di disoccupati;

- 74 milioni di russi (metà della popolazione) si è impoverita; le condizioni di 37 milioni di questi sono disperate e il sottoproletariato del paese è rimasto tale in modo permantente;

- È aumentato l’uso di droghe pesanti, alcol e antidolorifici

- Dal 1995 il tasso di HIV/AIDS è aumentato di 20 volte;

- Anche il tasso di suicidi è aumentato, quello del crimine violento è quadruplicato;

- La popolazione russa è diminuita di 700.000 individui all’anno prima di stabilizzarsi; il capitalismo sfrenato ha ucciso il 10% della popolazione – un’impressionante motivo per condannare un capitalismo eccessivo che fa male anche agli altri stati post sovietici.

La repressione ad Haiti in nome del Libero Mercato

Esclusi un breve periodo nel 1804 dopo che la liberazione rivoluzionaria liberò gli schiavi rendendoli cittadini e durante il mandato presidenziale di Jean-Bertrand Aristide, gli haitiani hanno subìto la rapacità dello sfruttamento capitalista che ha reso il paese uno dei più poveri della regione e del mondo intero. Anche prima del devastante terremoto del gennaio 2010, seguito da un enorme degrado e dall’infuriare del colera, il paese era gravato da:

- Controllo imperiale su modello coloniale operato dagli Stati Uniti

- Un’élite al comando con totale controllo sociale ed economico; l’economia, i media, le università, il commercio e gli affari in mano a sei famiglie;

- La distribuzione di ricchezza più iniqua dell’intera regione e del mondo intero;

- Metà della ricchezza del paese in mano all’1% della popolazione;

- In contrasto, l’80% della popolazione continua a vivere nell’estrema povertà;

- Tre quarti della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e oltre la metà (56%) con meno di 1 dollaro al giorno;

- Il 5% della popolazione possiede il 75% delle terre coltivabili;

- Disoccupazione e sottocupazione inarrestabili; due terzi o più dei lavoratori senza lavori sicuri e la maggior parte di loro con paghe sotto la soglia della sussistenza; - Le misure strutturali decimano l’economia rurale, costringendo i contadini a dislocare verso le città per cercare lavoro che non esiste;

- Percentuale di pubblico impiego al minimo della regione, meno del 7%;

- L’aspettativa di vita è di appena 53 anni; il tasso di mortalità più alto nell’emisfero e mortalità infantile doppia rispetto alla media regionale di 76 bambini ogni mille;

- La banca mondiale colloca Haiti tra gli ultimi posti in quanto a servizi igienici, alimentazione scarsa, malnutrizione e servizi sanitari inadeguati;

- Oltre metà della popolazione a rischio per mancanza di cibo e metà dei bambini sottosviluppati per malnutrizione;

- Oltre metà della popolazione non ha accesso all’acqua potabile;

- Il tasso più alto di HIV/AIDS, esclusa l’Africa sub-sahariana

- Livello più basso di retribuzione della regione nelle maquiladoras per gli haitiani così fortunati da avere un lavoro;

- Chiamata la “Repubblica delle ONG”, molte di queste sfruttano gli haitiani in modo brutale per profitto;

- Il duraturo sistema dei “restavec”, che intrappola centinaia di migliaia di bambini alla schiavitù.

In generale gli Stati Uniti mantengono un dominio di stampo imperiale, controllano le risorse di Haiti, l’economia e la politica. Sfruttano gli abitanti in modo spietato, sfruttano le loro miniere e ne traggono profitti enormi e piazzano regimi nuovi senza alcuna differenza con quelli precedenti.

È una storia che si ripete a livello globale, inclusi Iraq e Afghanistan, piegati da guerre, occupazioni, torture, oppressione, povertà spaventosa e disoccupazione, assenza di sicurezza, di acqua pulita, di cibo sufficiente, di protezione, di servizi sanitari e di altri servizi essenziali. La ‘liberazione” americana ha provocato milioni di morti, malattie, fame, degrado, e terribili sofferenze umane mai affrontate. Inoltre, i livelli di privazione continuano a salire anche a livello domestico perché Washington rifiuta di occuparsene.

Commento finale

La decolonizzazione post seconda guerra mondiale ha prodotto regimi neocoloniali, politiche da Guerra Fredda, il Movimento dei paesi non allineati, crescita dei nazionalismi, conflitti etnici e dominio imperiale americano i cui tratti distintivi sono:

- Avversione per la democrazia;

- Sostegno agli uomini forti delle neocolonie, in modo particolare alle dittature che fanno gli interessi occidentali

- Uso diretto o indiretto della belligeranza per rafforzare il capitalismo mondiale e rendere il mondo un posto sicuro per i grandi affari.

I vecchi ordini sono passati. Ne sono emersi nuovi. Tutto è cambiato ma è rimasto lo stesso, mai come ora dominato dal capitale finanziario e le corporazioni monopolistiche, che controllano governi per i propri interessi a spesa di lavoratori sfruttati pesantemente a livello globale. Di conseguenza, il mondo oggi è caratterizzato dall’instabilità, standard di vita in declino, repressione violenta da arte della polizia di stato e da un’enorme sofferenza umana, in particolar modo in aree come il medioriente.

In tutta la regione la gente vuole la fine di questi regimi, un populismo rivoluzionario contrapposto all’oppressione che offre false pretese di cambiamento. Ne consegue che c'è da aspettarsi l’arrivo di nuovi volti pronti a perpetuare le stesse politiche, che non concedono niente se non quando la rabbia delle masse si fa sentire. Questa è la realtà oggi, sulla soluzione ancora ci sono dubbi ma i pronostici favoriscono sempre i forti.

di Stephen Lendman

Fonte: www.uruknet.info

07 febbraio 2011

L'Egitto e altri paesi arabi nel vortice del collasso globale

Come abbiamo riferito la scorsa settimana parlando della Tunisia, oltre 30 anni di globalizzazione, mercato libero e privatizzazioni con il corrispettivo disinvestimento nelle infrastrutture di base e nell'agricoltura hanno rovinato le economie del Medio Oriente e del Nordafrica. Con disoccupazione alle stelle e la miseria crescente, un'intera generazione tra i 18 e i 35 anni è stata ridotta alla disperazione, priva della speranza per il futuro.

Quanto è stato fatto all'Egitto ricalca come una fotocopia ciò che è avvenuto all'economia tunisina. All'inizio degli anni novanta, a seguito di un accordo con il FMI per dimezzare il debito estero, il governo egiziano accettò di privatizzare le imprese di stato, ridusse le tariffe alle importazioni di prodotti alimentari e prodotti tessili (pregiudicando la sopravvivenza di questi due settori interni), aumentò le esportazioni di beni come cotone e ortofrutta, eliminò i sussidi all'agricoltura e ai prezzi degli alimentari e dei carburanti.

Peggio di tutto fu la privatizzazione delle infrastrutture di base, come i trasporti, l'acqua e le telecomunicazioni, che condusse all'impennata dei costi per le piccole aziende agricole e manifatturiere. Furono avvantaggiati i grandi produttori, che si impadronirono del mercato. Ma la cosa più scandalosa, dal punto di vista della popolazione egiziana, è che dalle privatizzazioni si avvantaggiarono settori del governo e della comunità finanziaria, compresi membri della famiglia di Mubarak. Si creò una vasta area di corruzione negli strati dirigenti, rispondenti non agli interessi nazionali ma a quelli economici globali.

Da quando LaRouche e i suoi associati presentarono al governo egiziano, nel 1981-83, una politica per assicurare l'autosufficienza alimentare con grandi investimenti nelle infrastrutture idriche e agricole, sono stati sprecati 30 anni. Quella proposta fu sabotata da interessi anglo-americani rappresentati da gente come Henry Kissinger, la cui politica per l'Egitto e altri grandi paesi in via di sviluppo si riassumeva nell'obiettivo della riduzione demografica. La politica di aiuti americana ha reso l'Egitto dipendente dagli USA per garantire un minimo di accesso al cibo per la popolazione, mentre smantellava la produzione.

La situazione ora è che la popolazione non crede alle promesse di riforma di Mubarak, anche dopo che ha sostituito il governo. L'Egitto è chiave per la stabilità dell'intera regione mediorientale e per l'economia mondiale data l'importanza del canale di Suez. Però, come ha sottolineato LaRouche, solo una soluzione globale può offrire all'Egitto e alle altre nazioni una chance di ripresa e di futuro per le prossime generazioni.

by (MoviSol)

06 febbraio 2011

Italia: le banche internazionali dichiarano guerra agli enti locali


Lo scontro tra gli enti locali italiani e le banche internazionali sui contratti derivati sarà il banco di prova per vedere se il diritto costituzionale sarà in grado di tener testa al "post-Westfalico" diritto europeo, basato sul furto. Dopo che numerosi enti locali hanno fatto ricorso ai tribunali per ripudiare i fraudolenti contratti derivati, le banche si sono rivolte a Londra per proteggere i loro cosiddetti diritti.

J.P. Morgan Chase & Co., UBS e Bank of America sono tra le banche che hanno denunciato diverse amministrazioni comunali e le regioni Lazio, Toscana e Piemonte, al tribunale di Londra. I precedenti indicano che il giudice darà l'autorizzazione a procedere. Lo scorso maggio, Dexia Crediop e Depfa hanno ottenuto che si tenesse il processo contro la città di Pisa e lo scorso ottobre un giudice di Londra ha accettato la denuncia presentata da UBS contro un comune tedesco.

Da un punto di vista strettamente legale, le banche sono protette da clausole nei contratti stipulati, che indicano Londra come sede di giurisdizione esclusiva. Inoltre, la legge europea non permette ai tribunali di uno stato membro di intervenire nelle controversie aperte in un altro stato membro. Però esiste una legge superiore, che è quella costituzionale, che protegge il Bene Comune basandosi sul diritto naturale. Questa legge superiore condanna le pratiche basate sull'usura e sul gioco d'azzardo, che costituiscono la vera natura dei derivati. Perciò, sui derivati italiani si gioca una partita legale cruciale per il futuro dell'Europa.

L'intelligence italiana ha già suonato il campanello d'allarme sui 32 miliardi di derivati degli enti locali, classificando il problema come una minaccia alla sicurezza nazionale. (cfr. "Germania, Italia: i derivati minacciano la democrazia").

Benché il caso italiano sia quello più rilevante in Europa, altri casi legali stanno emergendo nelle altre nazioni. In Germania, in un caso che potrebbe aprire la strada a numerosi altri ricorsi, la Caritas ha sporto denuncia contro Kommerzbank per frode. La banca aveva consigliato alla sede di Francoforte dell'ente umanitario di investire mezzo milione di euro in cartolarizzazioni ad alto rischio che contenevano mutui subprime americani, sostenendo che si trattasse di un investimento sicuro come un titolo di stato. La Caritas ha perso la metà dei soldi investiti.

by (MoviSol)

05 febbraio 2011

L’esercito egiziano, Mubarak, gli Stati Uniti e il grano

Mubarak-Obama-mega


Curioso leggere in giro, questi giorni.

Una parte che dice, “Mubarak, lo sgherro degli americani“.

Una parte che dice, “complotto americano per rovesciare Mubarak“.

Il bello è che in qualche modo, possono essere vere entrambe le tesi.

Prima di tutto, la rivolta non è artificiale.

E’ ovvio che ciò che sta succedendo riflette un sentimento di quasi tutta la nazione, senza differenze di idee o di ceti sociali. Semplicemente, la grande maggioranza del popolo odia Hosni Mubarak, e a ragion veduta.

La domanda non è, quindi, se gli americani (semplifichiamo, intendiamo ovviamente coloro che negli Stati Uniti prendono le decisioni) abbiano creato una rivolta in un paese felice; ma se abbiano fatto qualcosa per dare fuoco alle già abbondanti polveri.

Come evidenza della rivolta indotta, si portano tre fattori, che non sono trascurabili: i media non demonizzano queste rivolte; Wikileaks dimostra che in anni passati, gli Stati Uniti hanno avuto contatti con qualcosa che loro chiamano “l’opposizione civile” e le hanno pure dato soldi; e c’è l’ingiunzione di Obama a “non sparare” e a “fare riforme”.

Però tutti e tre i fatti potrebbero avere anche una spiegazione più semplice: quando c’è un leone impazzito in giro, non gli dai addosso, ma dici, “ciao ciao, sono amico tuo!“, per rimetterlo in gabbia.

Insomma, nessuno vuole essere odiato da 80 milioni di egiziani, solo per lealtà verso un ottantaduenne che sta per andarsene comunque.

Ed è normale che gli americani cerchino alternative.

In parte, lo fanno attraverso ciò che loro chiamano la “società civile“, l’eterna chimera dei democratici americani a partire dai tempi del Vietnam: mi permetto di pubblicizzare, credo non per la prima volta, il vecchio capolavoro di Frances Fitzgerald, Fire in the Lake, di cui esiste anche una versione italiana (Il lago in fiamme. Storia della guerra in Vietnam 1974) – la studiosa americana ha dimostrato l’incredibile e fallimentare violenza con cui gli americani hanno cercato di distruggere la cultura contadina vietnamita per inventare una “società civile” basata sul “libero mercato”.

La ricetta è sempre quella: si pagano cifre spropositate a qualche think tank per scatenare un gruppo di giovani sociologi a caccia di gente che sembri condividere i Valori Americani – dei Giuliano Ferrara, per capirci.

Il gruppo target è sempre felice di aderire, visto che ci sono in ballo somme che loro non hanno mai visto; e i soldi in genere fanno la fine che si può ben immaginare, ma non è un grosso problema – il funzionario incaricato di spenderli deve solo dimostrare che lui ha fatto qualcosa, appunto spendendoli. E anzi, più spende, più è probabile che possa chiedere soldi da spendere la prossima volta.

Forse vedremo qualcuno di questi giovanotti sbarbati e Civili nel prossimo giorno egiziano; ma la vera questione è l’esercito egiziano.

Prendiamo la questione alla larga.

Gianluca Freda è un blogger colto e intelligente, di cui capisco le buone intenzioni, ma con cui spesso sono in disaccordo. Ieri ha pubblicato la traduzione di un articolo di Webster Tarpley, corredato da commenti propri, in cui sostiene che gli americani non gradirebbero le vecchie dinastie mediorientali (in Egitto, Libia, Tunisia, Siria); le vorrebbero destabilizzare, per instaurare degli staterelli deboli e manipolaboli contro Iran, Cina e Russia.

“Gli USA sono alla disperata ricerca di una nuova generazione di traballanti demagoghi “democratici”, più disponibili a guidare i propri paesi contro l’Iran di quanto abbia dimostrato di voler fare l’immobilismo dei regimi attuali. C’è poi la questione dell’espansione dell’economia cinese. Possiamo star certi che tutti i nuovi leader instaurati dagli USA includeranno nei propri programmi la rottura delle relazioni economiche con la Cina, a partire dalla riduzione delle esportazioni di petrolio e materie prime.”

Non sono d’accordo, per due motivi.

Il primo è questo:

“Nel luglio del 2010, furono pubblicati i risultati di un grande sondaggio internazionale riguardante l’opinione pubblica nel mondo arabo, con sondaggi in Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Giordania, Libano e gli Emirati. Ecco alcuni dei risultati più notevoli: mentre Obama era stato accolto positivamente al suo ingresso in carica, con il 51% che esprimeva il proprio ottimismo riguardo alla politica statunitense nella regione, nella primavera del 2009, nell’estate del 2010, solo il 16% esprimeva ottimismo. Nel 2009, il 29% di quelli intervistati affermarono che un Iran dotato di armi nucleari sarebbe stato positivo per la regione; nel 2010, la cifra era salita al 57%, dimostrando un punto di vista molto diverso da quello dei propri governi”.

Mentre l’America, Israele e i leader delle nazioni arabe affermano che l’Iran è la più grande minaccia alla pace e alla stabilità in Medio Oriente, il popolo arabo non è d’accordo. In una domanda aperta su quali due paesi costituissero la minaccia più grave alla regione, l’88% ha risposto Israele, il 77% l’America e il 10% l’Iran.

Insomma, più un governo arabo sarà “democratico”, più sarà antisraeliano, antiamericano e filoiraniano.

E poi, non mi sembra che quello di Mubarak sia esattamente uno “Stato”.

Non somiglia, in questo, né all’Iran né alla Turchia.

Una ventina di anni fa, però, c’erano ancora tracce del tentativo che aveva fatto Nasser di costruire uno Stato. Ad esempio, la scolarizzazione di massa, che non arrivava dappertutto, ma coinvolgeva comunque innumerevoli milioni di giovani. Oppure la concessione automatica di un posto di lavoro statale a chiunque superasse il grande esame scolastico nazionale. Oppure, il prezzo calmierato del pane e gli speciali mercati sussidiati.

Non sono un esperto, ma mi risulta che il regime abbia poi smantellato buona parte di questo sistema, dietro precise istruzioni del Fondo Monetario Internazionale.

L’agricoltura, che ben organizzata avrebbe dato da vivere al paese, si è sempre più concentrata sul cotone e sullo zucchero, e non su ciò che sfama le pance dei contadini. Il turismo è aumentato, ma è sempre concentrato in una decina di località tutte in mano ai soliti monopolisti legati al regime. Che ovviamente spendono più volentieri i loro guadagni a Londra che al Cairo.

Accanto alle forme di redistribuzione della ricchezza, Nasser aveva potenziato l’esercito. Che per tre anni prende i contadini più o meno analfabeti, fornendo loro una minima scolarizzazione. E siccome dà da mangiare – e poco altro – a innumerevoli schiere di giovani maschi affamati, l’esercito ha una qualche utilità nel ridurre il numero dei disoccupati.

Un esercito gestito con un criterio assai particolare – un mio amico, un ufficiale cristiano, aveva talmente tanti soldati semplici al suo personale servizio che ne aveva nominato uno solo per raccogliere le barzellette che giravano per l’accampamento. Lo stesso ufficiale mi raccontò anche che, durante le esercitazioni, erano normali perdite – cioè soldati morti per incidenti – anche del 10%. Ma la Grande Madre Nilo ha molti figli…

… come i soldati di guardia al Consolato greco di Alessandria che mendicavano i soldi per comprarsi un panino…

… come il dignitoso soldatino a Rosetta che ci offrì il tè, pur avendo la divisa così lisa che gli si sarebbero viste le mutande – se le avesse avute…

… come il soldato di guardia all’Università (sì, anche l’università è presidiata dall’esercito) che guadagnava qualcosa vendendo penne agli studenti…

Le gigantesche forze armate egiziane consistono per metà in un esercito e per metà in quelle che vengono definite “Forze centrali di sicurezza” e “Guardie di frontiere” – 400.000 uomini che non pretendono nemmeno di occuparsi della “difesa” del paese.

L’Egitto confina con un paese militarmente imbattibile – Israele – , con un paese con una popolazione molto piccola – la Libia – e con un paese-rottame, il Sudan.

Per quanto riguarda gli ultimi due, potrebbero quindi tranquillamente bastare dei vigili urbani.

Per quanto riguarda la guerra tra un esercito regolare e un altro tecnologicamente molto superiore come quello israeliano – nel 1991, il potentissimo esercito USA ha attaccato il potente esercito iracheno: 148 morti tra gli “alleati”, decine di migliaia tra gli iracheni.

Nel 2003, le perdite furono rispettivamente 139 e altre decine di migliaia.

Dopo il 2003, la resistenza irachena ha inflitto 4.o00 perdite agli statunitensi, spendendo probabilmente meno di quanto spendeva in una settimana il Ministero della Difesa di Saddam Hussein.

Quindi, nel caso di uno scontro con Israele, servirebbe un folto gruppo di portatori di bandiere bianche, strategicamente schierati, con nelle retrovie innumerevoli artigiani in gallabeya capaci di produrre esplosivi adoperando chiodi e fertilizzanti.

In questi giorni, poi, si sente definire l’esercito il “garante dell’unità nazionale“, con una di quelle curiose frasi fatte che i media riecheggiano. Suona bene finché non si pensa che è la stessa frase usata per giustificare decenni di strapotere militare in Turchia – solo che l’Egitto è già un paese del tutto unito.

L’esercito egiziano consuma dunque le scarse ricchezze nazionali per tre motivi: primo, mantenere se stesso; secondo, tenere sotto controllo il paese; terzo, agire su commissione.

E infatti l’esercito egiziano riceve più aiuti dagli Stati Uniti di qualunque altro paese al mondo, tranne Israele.

Innanzitutto, i tecnici americani addestrano l’esercito egiziano a costruire un muro sotterraneo di lastre di ferro per bloccare i tunnel con cui gli abitanti di Gaza cercano di sopravvivere. Nel gennaio del 2008, un certo Steve Israel, deputato democratico di New York, si incontrà personalmente con Hosni Mubarak: subito dopo, gli Stati Uniti assegnarono la somma di 23 milioni di dollari solo per la distruzione delle vie di rifornimento di Gaza.

Gli ufficiali dell’esercito poi fanno parte dell’immensa community - l’inglese lo usano loro, mica noi – degli ufficiali del pianeta. Gente che viaggia continuamente, un giorno sono in Italia per studiare, un altro negli Stati Uniti per ricevere ordini, un altro in Afghanistan o magari in Colombia.

E’ una casta sovranazionale, piena di terzomondiali promossi, che si conosceva già dagli anni Sessanta e Settanta, con la tremenda scuola di Fort Bragg.

Infine, i soldi che il Congresso degli Stati Uniti regala all’esercito egiziano vanno a finire, quasi sempre, in acquisti sul mercato delle armi statunitense. E quindi sia in posti di lavoro garantiti per gli elettori dei congressisti, sia in profitti favolosi per le aziende che finanziano le loro campagne elettorali.

In questo contesto, il denaro non costituisce un problema. Non è una cosa intuitiva né per noi che dobbiamo far contare ogni centesimo; e sembra contraddire ciò che leggiamo, quando sentiamo dire che “i soldi non bastano più” per pagare gli insegnanti a scuola e occorre quindi tagliare.

Riassumiamo il meccanismo, tagliando con l’accetta, ovviamente: fino alla Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non avevano un esercito serio, anche perché sarebbe stato guardato come una pericolosa ingerenza statale.

Il contributo principale degli Stati Uniti alla guerra non fu però in sangue, ma – letteralmente – in costosissimi prodotti usa-e-getta. Prodotti pagati dallo Stato, ma non con tasse, bensì con buoni del tesoro; mentre l’Inghilterra si svenava oppure regalava le proprie basi in giro per il mondo per mantenere le industrie statunitensi. Il sistema fu gestito da una commissione che metteva insieme imprenditori, finanzieri, militari e uomini del governo.

Essendosi raddoppiata più o meno l’economia, gli Stati Uniti decisero di non smobilitare più. Il resto è la storia del complesso militare industriale costituito da alcuni elementi fissi.

Un finanziamento attraverso buoni del tesoro e affini, all’inizio spacciati con minacce varie a paesi succubi, oggi in massima parte, credo, detenuti dalla Cina.

Più si spende, più guadagnano le imprese statunitensi che partecipano al complesso militare industriale.

E quindi, più deputati e senatori si battono per aumentare le spese militari: non è un caso, né che le aziende militari abbiano localizzato le proprie fabbriche in modo tale da condizionare sistematicamente le elezioni, né che tanti politici vengano premiati con lauti stipendi in aziende private.

L’importante è che non aumentino le tasse: tanto, pagheranno le generazioni future – secondo il Congressional Budget Office, ogni bambino americano nato nel 2010 si porterà dietro un debito pubblico di 29.178 dollari, che all’età di trent’anni diventerà 166,500 dollari.

Noi abbiamo più volte sottolineato questo meccanismo, che ci sembra fondamentale e che viene trascurato spesso per altri meccanismi, ad esempio il petrolio o la lobby israeliana.

In realtà non c’è contraddizione. Le lobby si rafforzano a vicenda; e tutti questi meccanismi concorrono alla creazione del grande sistema guerrafondaio-paranoico. Vendere aerei inutili all’esercito egiziano comunque serve a tenersi amico un esercito che collabora con Israele e che si trova vicino ai pozzi petroliferi. Wikileaks ci offre un interessante scambio tra esecito statunitense ed esercito egiziano: il Pentagono accusa l’esercito egiziano di non voler “modernizzare“, che per loro significa “rifocalizzare per contrastare minacce asimmetriche come il terrorismo, il contrabbando di armi a Gaza e la pirateria, e sostenere la politica USA verso l’Iran”. Una definizione decisamente originale di “modernizzazione”.

I militari comunque volevano i loro giocattoloni – aerei e carri armati – e quindi il Pentagono non ha insistito, a dimostrazione di come l’utilità dell’esercito egiziano non sia affatto solo militare.

Adesso, gli Stati Uniti hanno detto a Mubarak di non sparare sulla folla.

Hosni Mubarak probabilmente farebbe sparare ugualmente,e dal suo punto di vista farebbe bene: non sparare significa arrendersi.

Ma si trova di fronte al dilemma della guardia pretoriana (ma lo aveva già spiegato Platone nella Repubblica).

Il Capo ruba al popolo. Per difendersi dal popolo, deve costruirsi una guardia. Che mangia a spese del popolo. E quindi bisogna rubare ancora di più al popolo.

Quando il popolo si ribella, la guardia depone il Capo, al grido di Viva il Popolo.

E continua a rubare al popolo.

Che mi sembra l’esito più probabile della rivolta egiziana, almeno al momento.

Ma qui sorge un dilemma anche per la guardia pretoriana: come fare le “riforme” ordinate da Obama, senza toccare le cause della catastrofe egiziana, cioè le Dure Leggi del Mercato Globale, gli Impegni Internazionali e la Guardia Pretoriana stessa?

Perché in Egitto, il problema è il pane: ‘aish, che vuol dire anche vita.

Sono un pessimo profeta, ma offro un’ipotesi: la cancellazione di un po’ di debiti che l’Egitto comunque non pagherebbe; un nuovo prestito con cui l’Egitto potrà comprare un bel po’ di grano dall’agribusiness statunitense.

Ricordiamo come un’unica società, la Cargill and Continental Grain – due aziende fuse in una con il permesso del democratico Presidente Clinton – controlla oltre il 50% delle esportazioni agricole dagli Stati Uniti. Ovviamente dopo aver distrutto gli agricoltori indipendenti americani.

Qui ad esempio, potete leggere un’esaltante descrizione del governo statunitense del muscolo egiziano nel mercato alimentare. La geniale capacità di inventare slogan: per muscolo intendono la voracità con cui l’Egitto, un tempo quasi autosufficiente, è costretta a comprare cibo da un altro continente. Come l’Iraq, che una volta addirittura esportava il cibo.

Il documento del governo americano spiega tutto della falsa coscienza con cui si nasconde la realtà dell’imperialismo, con un titolo nell’articolo: “”Egyptians Like U.S. Food”.

di Miguel Martinez

P.S. A proposito, leggete il drammatico post di Bousoufi su ciò che sta succedendo in Tunisia.

03 febbraio 2011

Alitalia... Ghe pensi mi...

Quando, correva l'anno 2008, l'Alitalia era in predicato per passare all'Air France, il governo Prodi aveva accettato di "chiudere" la vendita con la formula "visto e piaciuto" ... i francesi, cioè, si sarebbero accollati i 3 miliardi di debiti della nostra compagnia di bandiera ed i successivi costi di ristrutturazione, senza null'altro a pretendere.

L'Italia (ed in particolare il ministero dell'Economia, maggior azionista di Alitalia) sarebbe uscita da quel carrozzone sgangherato a costo zero, ed i francesi si impegnavano a non licenziare nessuno dei dipendenti.

Ma si era già in piena campagna elettorale e Silvio Berlusconi, in corsa per palazzo Chigi, agitò il "feticcio" dell'italianità della compagnia di bandiera: "l'Alitalia deve restare italiana ... e, una volta eletto presidente del consiglio, ghe pensi mi ...".

Arrivarono le elezioni, Berlusconi vinse con amplissimo margine e ... ci pensò lui: una cordata di imprenditori italiani guidati da Roberto Colaninno rilevò la "parte sana" dell'Alitalia, lasciando allo stato italiano i 3 miliardi di debiti e gli esuberi di personale.

"Ghe pensi mi" significò che, invece di uscire a costo zero (cedendo tutto ad Air France), lo Stato italiano ci rimise almeno 3 miliardi di euro (il conteggio, peraltro provvisorio, è del commissario liquidatore dell'Alitalia Augusto Fantozzi).

Quello fu il prezzo per mantenere italiana la compagnia di bandiera, ed il "pubblico pagante" (cioè Pantalone), nonostante l'alto costo del biglietto, applaudì calorosamente quell'operazione patriottica; i figli, si sa, 'so piezze 'e core e se hanno bisogno, non si bada a spese pur di preservarne l'onore e la dignità.

Applaudì anche la Lega, quella di Roma ladrona che, evidentemente, non riscontrò alcuna contraddizione tra il far pagare quei 3 miliardi anche ai suoi elettori del nord, e il mantenere "italiana" quella scassata compagnia aerea "romana". I leghisti, insomma, sull'altare di quella italianità che da anni predicavano di voler "frantumare", furono "lieti" di versare una parte cospicua di quei 3 miliardi. E lo fecero restando seri, senza che a nessuno passasse per la mente che era l'esatto contrario di quanto avevano fin li predicato (Roma ladrona, Padania indipendente ed Italia di merda). Gente furba e coerente questi leghisti.

Sia come sia, la nuova Alitalia restò italiana ... almeno a chiacchiere, ovvero le solite palle per bambini scimuniti.

Si perché il 12 gennaio 2009, la stessa Air France di cui sopra, quella che l'anno prima avrebbe dovuto farsi carico dei 3 miliardi di debiti della vecchia Alitalia e di tutto il personale della stessa, acquisiva il 25% del capitale e, di fatto, diventava il maggior singolo azionista della neonata compagnia aerea (nuova Alitalia).

Invece di farsi carico dei famosi 3 miliardi e del personale tutto, i francesi versarono 325 milioni e, come detto, con il 25% del capitale diventarono i maggiori azionisti ... (immaginatevi lo stupore di quei francesi di fronte a cotanta abilità negoziale degli italiani ...).

Allo Stato italiano, dunque, restarono i 3 miliardi di debiti e tutti gli esuberi della vecchia Alitalia e, udite udite, anche le eccedenze della Nuova Alitalia ... già perché, siccome anche adesso gli affari vanno maluccio, i francesi e Colaninno hanno appena deciso di mettere 1000 dipendenti in cassa integrazione ... che naturalmente vanno, anche loro, a carico di Pantalone.

Fantastico, no?

Potevamo uscirne per sempre a costo zero e, invece, dopo aver "sganciato" 3 miliardi per il privilegio di avere una compagnia aerea di bandiera (cosa che, di fatto, non è più neanche vera), adesso ci tocca pure pagarne la cassa integrazione.

Adesso, considerate l'aspetto sensazionale della faccenda: sull'Alitalia, la ricostruzione dell'Aquila e la spazzatura di Napoli, il centro destra stravinse le elezioni del 2008 ...??!! In quale altro magnifico paese può avvenire una cosa simile?

Il grande "successo" della nuova Alitalia ci sta costando circa 3.5 miliardi (considerando i costi successivi che si stanno aggiungendo) ... e, decenza vorrebbe, che gli artefici di tale "colpo di genio" venissero (almeno) a scusarsi per quella maestosa cazzata fatta a ragion veduta (era chiarissimo che sarebbe andata a finire così) ... invece, glissano, traccheggiano, oscurano ...

Ed il pubblico pagante?

Beh, non applaude più, anzi, per la verità si comincia a sentire qualche timido fischio che, però, rimane ancora isolato nella distaccata indifferenza dei più. Del resto, si sa, al pubblico tocca pagare anche se lo spettacolo non è stato all'altezza del prezzo del biglietto e, comunque, ognuno poi tornerà a casa sua e dimenticherà quanto avrà visto e sentito.

Ma la compagnia teatrale dovrà prendere qualche provvedimento, perché se il pubblico non applaude, si corre il rischio di trovarsi il teatro vuoto la prossima volta. Sicché sta già pensando ad altri ... ghe pensi mi ... magari più plateale.

Ed è proprio questo il brivido che dovrebbe attraversarci: altri due o tre successoni tipo Alitalia e, se tutto va bene, siamo rovinati.

Naturalmente accetto qualsiasi smentita purché documentata da numeri e fatti. Gli slogan, è ovvio, sono per i bambini scimuniti.

di G. Migliorino

02 febbraio 2011

Multinazionali, le società che distruggono lavoro in patria per trasferirlo all'estero


Le imprese multinazionali creano più industria e posti di lavoro? Neanche per sogno. Per sfatare questo luogo comune basta elaborare alcuni dati pubblicati da R&S. Prendiamo il campione delle multinazionali europee costruito dalla società di ricerche e studi di Mediobanca e osserviamone l'andamento nel decennio compreso tra il 1999 e il 2008. Scopriamo che un settore ad alto tasso di innovazione come quello meccanico, che nel '99 ha rappresentato il 31,6% del fatturato aggregato del campione, nel 2008 è sceso al 24,7%, mentre il settore petrolifero è salito nello stesso periodo dal 18,3% al 32,6 per cento. Sono risultati in discesa anche i settori chimico-farmaceutico (dal 17,4% al 14,5%), alimentare e bevande (dal 7,3% al 6,7%), elettronica (dal 6,5% al 5%), servizi (4,7% all'1,9%), carta (dal 2,2% all1,8%) e gomma e cavi (dall'1,4% all'1,2%). A parte il settore petrolifero-energetico, segnano una crescita anche l'acciaio (dal 4,7% al 5,8% del fatturato totale del campione), il cemento e il vetro (dal 2,3% al 3,4%) e il tessile (dallo 0,4% allo 0,5%).

Attenzione, però: quelli che hanno registrato la più alta crescita percentuale di fatturato - il petrolifero e il chimico-farmaceutico - hanno anche avuto la maggiore flessione dell'occupazione, rispettivamente del 7,7% e del 7,4%, mentre il loro Roe (redditività del capitale netto) s'è attestato sul 25 per cento. Sono stati in sostanza più premiati, a livello di redditività, i settori industriali che hanno espulso dipendenti, mentre sono stati più penalizzati quelli che hanno imbarcato nuova occupazione. La meccanica, che tra il '99 e il 2008 ha accresciuto del 12,3% il numero degli addetti, ha avuto un Roe del 16%, e le costruzioni, a fronte di una crescita degli addetti del 53,5%, hanno avuto un Roe del 13,8 per cento.

Non solo: anche là dove s'è avuto un aumento dell'occupazione, questo è avvenuto a discapito del paese d'origine. In altre parole, le multinazionali creano lavoro ma quasi sempre all'esterno dei propri confini. Quelle francesi hanno ridotto l'occupazione in patria del 24,5%, aumentandola del 19,2% all'estero; quelle tedesche hanno registrato -12,5% in casa propria contro +20,8% al di fuori della Germania; e la crescita occupazionale estera delle multinazionali a capitale italiano è stata addirittura del 63,1% contro una contrazione del 12% su scala nazionale.

Analoga la tendenza in Nord America: a fronte di un calo occupazionale interno del 14,9%, le multinazionale americane hanno aumentato il numero dei dipendenti all'estero del 15,8 per cento. Insomma, il futuro dell'industria mondiale sembra dipendere in misura crescente dalle società petrolifere: aziende che generano costi ambientali elevati a carico della collettività, i cui profitti poggiano, più che sull'innovazione, sull'aumento dei prezzi del greggi.

di Giuseppe Oddo

Il tramonto dei faraoni

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Quello che sta accadendo nel mondo arabo, e segnatamente in Egitto, Tunisia, Algeria, deve essere letto ed interpretato come il misero fallimento delle politiche occidentali, messe in atto da USA ed Europa.
Questi grandi “esportatori di democrazia” hanno fatto finta di non accorgersi, per 30 anni, che democrazie non erano, mentre sottobanco contribuivano a mantenere e puntellare (dagli USA miliardi di dollari ogni anno all’esercito egiziano) regimi autoritari con premier inamovibili, corrotti, ladri, incapaci di muoversi nell’interesse del popolo, agli ordini del partito internazionale del petrolio e degli interessi occidentali in quell’area cruciale.

Ma la beffa gattopardesca è già pronta. Si mollano i dittatori, e ci si prepara ad appoggiare gli oppositori, che verranno comprati e addomesticati o minacciati per un nuovo ciclo di dominazione occidentale di tipo neo-colonialista.
Il potere dei soldi, degli affari, della corruzione, a cura delle cancellerie occidentali, è un film visto e rivisto,che può essere interrotto solo dalla rivoluzione islamica che cacci per sempre gli stranieri da quelle terre.
Il vile cinismo occidentale di aver appoggiato, in nome della democrazia, regimi dittatoriali di ladri sanguinari, deve essere punito severamente da quei popoli, che devono respingere ogni ingerenza nei loro affari interni e trovare forza e unità in alleanze che finalmente facciano parlare gli arabi con una voce sola.
Il carattere spontaneo e popolare di questa rivolta, l’assenza di organizzazione e di strategia, fanno pensare che la guida del movimento insurrezionale possa essere presa dalla componente islamica che ha capi riconosciuti, organizzazione, identità.
Comunque vada a finire questo movimento, non sarà facile per il partito mondiale del petrolio riprendere il ferreo controllo in Medio Oriente, tenendo conto che le opzioni militari contro i popoli sono velleitarie e perdenti, come presto dimostrerà la resistenza afgana contro l’occupazione di truppe straniere.

Ma ciò che mi fa sorridere e mi fa sembrare un po’ patetici gli occidentali guerrafondai, è che continuano a testa bassa, come pugili suonati, a menare le mani, a spendere cifre colossali, affermando di essere democratici, con risultati catastrofici.
Mentre i “comunisti” cinesi, spendendo molto meno, unici paladini del “libero mercato”, comprano dappertutto materie prime, porti, interi debiti pubblici di altri paesi, con i soldi in bocca, aumentano il loro PIL del 10% l’anno, aumentano enormemente il loro peso economico e politico nel mondo.
E’ un mondo alla rovescia, i “democratici” sparano e i “comunisti” si affidano
al “libero mercato.
Naturalmente i grandi esperti, giornalisti, intellettuali, politicanti, dicono le solite scemenze e non riescono a vedere l’evidenza, cioè che la politica occidentale del DOMINO e della supremazia militare non rende nulla. Fa accumulare solo odio e debiti, e che tale politica va abbandonata, vanno sciolte le alleanze militari, e le enormi spese militari vanno trasformate in investimenti nella economia reale.
Qualcuno deve pur cominciare a dirglielo che la guerra è finita, magari con la cautela che si riserva agli anziani un po’ rimbambiti. Con uno come il ministro della Difesa La Russa, che sostiene, da sobrio, che siamo in Afghanistan per difendere l’Italia dal terrorismo,l’approccio per comunicargli che il terrorismo nasce se tu invadi un paese, deve essere graduale e delicato e necessita di una forte terapia di sostegno psicologico.


di Paolo De Gregorio

01 febbraio 2011

Berlusconi creatore del vuoto

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.Imbarazzante. Non trovo altre parole per commentare sinteticamente l’articolo di Francesco BorgonovoLibero. Imbarazzante fin dal titolo che uno legge e già gli prende un colpo: “Silvio ha creato l’uomo di destra. Ecco perché il berlusconismo non morirà”. Vero è che nel corpo dell’articolo la mirabile impresa si restringe (o si allarga: decidete voi) ad un più moderato “uomo di centrodestra”. Ma la sostanza è questa: «Il fatto è che Berlusconi non avrà compiuto la rivoluzione liberale annunciata nel ’94, ma ne ha compiuta un’altra, antropologica, da cui non si torna indietro». Capirete bene, la creazione dell’ “uomo nuovo” è una di quelle attese che definire messianiche è cosa propria: molti l’hanno vagheggiato, qualcuno ha cercato di interpretarlo, nessuno è riuscito veramente nell’impresa. Ma là dove nei millenni inutilmente si sono sfracellate le migliori menti e gli spiriti più eletti della specie umana, Berlusconi – a detta di Borgonovo – è riuscito: «Silvio ha creato l’uomo di centrodestra. Prima c’erano fascisti e postfascisti, democristiani di destra e di sinistra, liberali e radicali. Berlusconi è stato capace di coagulare i valori di questi tipi umani e politici, aggiungendo il contributo leghista». apparso il 27 gennaio su

Un’operazione alchemica, quindi. Solve et coagula, sarebbe all’origine di quest’essere miracolosamente espresso. Dissipati i vecchi riferimenti ideologico-categoriali, svuotati gli uomini di ieri dei loro pregiudizi, conquistati ai radiosi valori della nuova età, ecco l’uomo di centrodestra lanciare la sua sfida alle stelle… dalle stalle di Arcore. «Il berlusconismo ha affermato che lavorare ricavandone un profitto, e magari pure un cospicuo patrimonio, non è ingiusto. Ha mostrato che la televisione non è (soltanto) una cattiva maestra, che le tasse non sono (soltanto) buone e giuste, che l’immigrazione va controllata. Ha contribuito al superamento delle ideologie. Ha difeso la tradizione cattolica senza dimenticare il diritto degli individui a regolarsi come meglio credono con la propria libertà (sessuale o di coscienza). Berlusconi ha permesso a libertari, socialisti, rivoluzionari e conservatori di incontrarsi. E questi soggetti, una volta che si sono conosciuti e hanno apprezzato – con le differenze - i tratti comuni, non si lasceranno facilmente».

Avete letto bene? Avete notato la finezza con cui è stato ricamato il profilo di quest’uomo nuovo? Rifacciamoci i conti: baciapile moralista in pubblico e sfrenato fornicatore in privato (doppia morale); attivo ricercatore del profitto e però attento a discernere quali sono le tasse da pagare e quali invece no, regolandosi secondo coscienza con l’erario (perché una spruzzata del luterano «pecca fortiter», quando si parla di profitti, ci sta sempre bene); telespettatore riconoscente del magistero che gli arriva dal Grande Fratello (e format similari) e vigile sentinella contro le orde immigrate. Ora, di questi personaggini così, effettivamente, ce ne sono una marea in giro per l’Italia e non solo nel centrodestra. Oserei dire che ce ne sono sempre stati e ce ne saranno sempre in una misura superiore al tollerabile. Ma se pure tanto fosse il risultato straordinariamente innovativo della “rivoluzione antropologica berlusconiana”, è qualcosa di cui vantare il copyright? Se la risposta è “sì”, vogliamo tranquillizzare Borgonovo: da queste bande, nessuno gli contenderà i diritti d’autore.

Nell’articolo non si rinviene un nome che è uno a fare da esempio chiarificatore per un così basso profilo. E vorrei vedere! Perché delle due, una: o un soprassalto di lucidità ha fatto avveduto l’autore che rischiava una querela per diffamazione e calunnia a indicare con i dati anagrafici un plausibile corrispondente al suo disegno, oppure gli sarà sembrato indelicato escludere dalla eletta schiera qualche illustre pretendente. Il terzo, potrebbe essere dato dalla impossibilità per chiunque di eguagliare l’archetipo: «Che il Cavaliere sia nel bene e nel male – scrive infatti Borgonovo – un personaggio irripetibile del quale la politica italiana non potrà trovare un clone o un sostituto all’altezza è palese». Verrebbe quasi spontaneo chiosare con un: “e meno male” se non ci trattenesse il timore che invece si sbagli e che, o prima o poi, qualcun altro torni a incarnare l’eterno berlusconiano che è in lui.

E forse non soltanto in lui. Ricorderete mica per caso la vecchia ballata di Giorgio Gaber che in una sua strofa iniziale recitava: «Io sono / un uomo nuovo / per carità lo dico in senso letterale / sono progressista / al tempo stesso liberista / antirazzista / e sono molto buono / sono animalista / non sono più assistenzialista / ultimamente sono un po’ controcorrente / son federalista» – la ricordate, vero? Descriveva con perfida cattiveria l’eterna attitudine italica a trasformarsi nel nuovo che più nuovo non si può, nella pretesa di essere e di mantenersi al passo dei tempi. Anzi: più avanti rispetto al proprio tempo. Quasi profeti del “nuovo che avanza”. Ha un titolo che rovescia ironicamente nel suo contrario il fervorino novatore: Il conformista. Fatela ascoltare ripetutamente a Borgonovo costringendolo, contemporaneamente, a fissare le immagini del suo Cavaliere che fa il baciamano a Gheddafi (lo so: sto parodiando Arancia meccanica). Un paio di ore di questo trattamento forse riusciranno a farlo rinsavire. E se ce ne vogliono di più, insistete: è per il suo bene.


di Miro Renzaglia

17 febbraio 2011

Confronto Fiat - VolksWagen. Incredibile

Chi scrive ed esprime pubblicamente le sue opinioni è, legittimamente, soggetto alla critica di coloro che leggono, i quali possono essere, del tutto o in parte, in disaccordo con quelle opinioni.

La "dialettica" tra uno e gli altri è costruttiva se e quando le opinioni sono supportate da fatti certi, numeri e statistiche di tale pregnanza da arricchire entrambi, rifuggendo la sterile polemica in cui si rifugiano le persone di poco talento e senza argomenti.

Discuto con tutti di fatti e argomenti supportati da prove quantomeno plausibili, ma mi rifiuto di perdere tempo con chi non ha argomenti e ripete slogan di nessuna rilevanza.

Se, per chiarire, di fronte ad un argomento che poggia su fatti concreti, mi si oppongono (a difesa della tesi avversa) gli slogan: ... sei un ex-comunista ... oppure ... sei un ex-democristiano ... beh la discussione non ha senso alcuno giacché, dal mio punto di vista, non c'è alcun arricchimento culturale nell'ascoltare o dibattere quelle minchiate da bambini scimuniti.

Se devo discutere con qualcuno, pretendo di "apprendere cose che non so", esattamente come l'altro deve pretendere la stessa cosa da me. Ripetere idiozie con il solo scopo di "avere ragione", è esercizio da imbecilli che hanno tempo da perdere.

Sto dicendo che, quando elenco degli argomenti "contro" Berlusconi, invece di essere contraddetto sui numero e sui fatti (cosa che implica un ragionamento e una certa capacità di organizzare pensieri e numeri), mi si oppone (spesse volte) lo slogan "sei un ex-comunista" che, com'è ovvio, non ha bisogno di essere articolato o elaborato in una serie di passi razionali e conseguenti, ma può essere benissimo frutto di una mente sterile ed improduttiva. Di un cretino, insomma.

Capita lo stesso quando elenco degli argomenti contro i Bersani o i D'Alema ... anche qui la risposta è affidata ad uno slogan altrettanto idiota: "sei un ex-democristiano fanfaniano" (significa DC di destra, quasi sinonimo di fascista).

Ora, fatemi ripetere una cosa ormai risaputa: nella mia "carriera" di elettore votante (carriera conclusa nel 1996) ha votato quasi tutti i partiti, dal MSI di Almirante al PSI di Craxi, passando per PLI, PRI, PSDI, Radicali, Verdi ... con la sola esclusione di PCI e DC. Poi, nella cosiddetta seconda repubblica, votai Berlusconi nel 1994 e Prodi nel 1996 e, quindi, dopo 27 anni di assidua partecipazione elettorale, mi accorsi che l'unica cosa seria era "non votare" ... e smisi.

L'accusa di essere un ex-comunista o un ex-democristiano, non solo è una prova evidente di inconsistenza culturale, ma è anche una stupidaggine storica (PCI e DC sono stati gli unici due partiti che non ho mai votato).

Dove nasce la necessità di questa precisazione?

... se Bersani, D'Alema, etc... non riescono a vincere contro un avversario così, debbono necessariamente essere o da lui pagati (quindi corrotti) oppure completamente incompetenti ...

Chi s'è sentito "toccato", non ha trovato di meglio che rispondermi in quella maniera ... "sei un ex-democristiano fanfaniano", e ciò dà miserevole conto di cosa sia diventata la dialettica ... la discussione tra parti che si suppongono intelligenti ed in buona fede.

Nella fattispecie, l'inadeguatezza degli attuali leader del PD, si dimostra negli atti politici di cui si fanno interpreti e, tanto per venire ad un esempio recentissimo, al famoso referendum di Mirafiori, in cui il PD ha appoggiato le ragioni di Marchionne contro la Fiom.

La Fiat chiedeva più flessibilità, rispetto delle regole, meno pause ... etc ... e l'obiettivo che dichiarava di perseguire, era di voler "chiudere" il gap competitivo con gli altri produttori di autovetture.

Il CLUP (Costo del Lavoro per Unità di Prodotto), si diceva, negli stabilimenti italiani è sensibilmente maggiore che altrove e, dunque, non si riesce a vendere le macchine a prezzi competitivi.

Discorso serio, importante e di notevole rilevanza strategica, a cui il PD ha dato la sua benedizione. Sbagliando clamorosamente, almeno secondo me.

Vediamo i numeri confrontando Mirafiori (la più grande fabbrica italiana di Fiat) con Wolfsburg, la maggiore fabbrica tedesca del leader europeo del settore (VolksWagen).


Wolfsburg



Auto prodotte

740000


Dipendenti

55000


Salario netto per dipendente

2500 euro/mese


Clup (Euro/macchina)

2415



Mirafiori

120000

5500

1200 euro/mese

715

Il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) è già nettamente più alto (3.4 volte) a Wolfsburg (nella ricca e potente Germania) di quanto sia a Mirafiori.

In altri termini: Fiat ha già un notevole vantaggio competitivo sulla Volkswagen, perché paga molto meno i suoi dipendenti (meno della metà) i quali, per sovrappiù, producono molto più dei tedeschi (21.8 autovetture per dipendente a Mirafiori e 13.5 autovetture per dipendente a Wolfsburg).

Quindi, giovinotti, ma di che cazzo stiamo parlando?

Il vero tema qui in questione è un altro, ovvero: perché nonostante quel netto vantaggio di costo, Fiat non riesce a competere efficacemente conVolksWagen?

Mi spiegate, adesso, in che maniera si dimostra che, esponendo quattro semplicissimi numeri, i quali evidenziano una verità lapalissiana, si possa essere comunisti o democristiani? Capite cosa intendo quando dico: opporre slogan imbecilli a fatti concreti?

Nel merito della questione: spiegatemi come può un partito di sinistra "avallare" quell'argomento che non sta in piedi, "contro" gli stessi operai che in quello stabilimento ci lavorano e sono stati minacciati di perdere il loro posto di lavoro se non avessero votato le richieste dell'azienda (che significano altrettante rinunce ai loro diritti acquisiti)?

Posso capire (anche se i numeri sono chiari per chiunque) che la destra di Berlusconi sostenga le ragioni dell'azienda; ma come cazzo fa un partito di sinistra a sostenerle?

E' ovvio che perda una valanga di voti, anche un bambino scimunito lo capirebbe ... tant'è che, in pieno scandalo bunga-bunga, il PDL perde voti, ma il PD ne perde altrettanti. Berlusconi li perde su Ruby, e Bersani li perde su Marchionne.

... E, diciamoci la verità, perdere voti a letto con Ruby è molto più "eccitante" che perderli in Tv, appoggiando Marchionne.

Resta il problema che poi è il tema più importante di questa questione: come può Fiat perdere mercato rispetto ad un concorrente che ha costi più alti e, dunque, è costretto a praticare prezzi di vendita più cari (i prezzi di una Golf, 14950 euro, ed una Grande Punto, 11900 euro, presentano una differenza intorno al 25%)?

La versione che si tende ad "avvalorare" è che produrre qui in Italia è "troppo caro e inefficiente" ... ed abbiamo visto che, in questo caso, è una solenne cazzata ... Si vorrebbero spremere ancora di più gli operai anche quando, se pur gli dimezzasse il salario a parità di produttività, l'azienda conseguirebbe un risparmio di 360 euro, ovvero solo il 15% del vantaggio di prezzo che ha già.

Si vorrebbe far credere che VolksWagen riesce a vendere oggi le sue macchine con un differenziale di prezzo di oltre 3000 euro ... e che per metterla in difficoltà, occorrerebbero altri 360 euro di differenza?

E allora perché non 715, perché non farli lavorare gratis?

Ma capite quanto è cretino 'sto ragionamento?

I tedeschi vendono di più (ed a prezzi molto più cari), perché producono macchine migliori ed hanno una strategia di marketing nettamente superiore agli italiani. Il punto è tutto qui.

E invece di dire "chapeuax, sono più bravi ... cerchiamo di imparare da loro", si inseguono ancora i vecchi "nemici": la Fiom, la classe operaia, l'assenteismo, Marx ... etc ... in classico stile berlusconiano che, dal 1994, è sempre riuscito a trovare un colpevole per la sua inconcludenza (Fini, Casini, Bossi nel 1994, i comunisti, la Magistratura, Santoro, i giornali ... etc.. etc..).

Quelli, i tedeschi, le cose le fanno, i problemi li risolvono e poi ne godono i benefici. Gli italiani, invece, le cose le annunciano in diretta televisiva, non le fanno, e partono subito alla ricerca del colpevole. Non è un'opinione, ma un fatto documentato.

E non è tutto: trovate ragionevole che un operaio italiano che produce oltre il 60% in più di un tedesco (21.8 autovetture contro 13.5) prenda meno della metà in termini di stipendio netto (1200 euro contro 2500)?

Un partito realmente di sinistra (come il PD dice di essere) pone questo tema al dibattito nazionale, non appoggia la mozione dell'azienda che vorrebbe ancora inseguire ulteriori vantaggi di costo sulla pelle dei suoi già scorticati operai.

Mostrare questi numeri e tirare queste ovvie conclusioni significa essere comunista (o democristiano) ... o significa, finalmente, parlare di fatti concreti in un paese di parolai inconcludenti??

di G. Migliorino

16 febbraio 2011

Operazione Italia 2

Comunicato 14 febbraio 2011 ore 11.00

All’attenzione dei cittadini del mondo:


Ieri si è conclusa l’Operazione Italia 2 con una grande vittoria per Anonymous e i cittadini.
Durante la mattinata di ieri dalla ore 9.50 alle ore 14.00 il sito della Camera.it è rimasto inaccessibile e verso le 11.00 si è deciso di puntare il proprio interesse verso Governo.it, Senato.it e Parlamento.it rendendoli inaccessibili fino alle 15.00. Alle 15 italiane Anonymous si preparava per un’altra operazione quella spagnola e furbamente le autorità di sicurezza dei siti web istituzionali hanno dichiarato di essere riusciti a fermare l’attacco. Mossa intelligente senza dubbio,purtroppo però quando avete fermato l’attacco,l’attacco era concluso di suo. Anonymous da parte sua non tollera le bugie e la manipolazione delle informazioni. Dichiarare sui giornali che Governo.it era inaccessibile perché le autorità hanno LORO volontariamente reso l’accesso chiuso è stata per noi la più grande vittoria dalla prima operazione. Facciamo un esempio : un gruppo di manifestanti vuole bloccare l’accesso a Montecitorio,ci riescono e sui giornali però le autorità dichiarano che loro stessi per motivi di sicurezza non hanno fatto entrare nessuno. Ora mi chiedo,chi ha vinto? Siamo noi stati un fallimento come hanno dichiarato le autorità? Il nostro scopo era quello di rendere un servizio inaccessibile,ci siamo riusciti? Infondo un sito web istituzionale è un simbolo e noi uomini attribuiamo un valore ad un oggetto. Anonymous a tal proposito vuole ribadire che la campagna Italiana è appena iniziata e se ieri eravamo 1400 la prossima volta saremo il doppio. Inoltre considerato il poco interesse dai parte dei media, Anonymous cercherà la loro attenzione a modo suo. A presto.

Noi non dimentichiamo,
Noi non perdoniamo,
Aspettateci,Sempre.

Liberta' e' democrazia?

Mentre sto lavorando ad alcune novita' editoriali (riguardo a Cibo e Pietre) , per questo ho postato meno, vorrei solo rispondere ad una delle email che mi sono arrivate in questi giorni, quando mi si accusa di essere incoerente perche' odio e disprezzo la democrazia e predico la liberta' individuale. Perche' il punto e' questo: la democrazia e la liberta' dell'individuo hanno pochissimo in comune, ma una vera e propria religione della democrazia si diletta di convincere del contrario.

Per prima cosa occorre sfatare diversi miti. L'idea di democrazia che le persone hanno e' del tutto infondata rispetto alla realta'. Nel dopoguerra, l'europa postcoloniale ebbe un gigantesco balzo economico, che arrivo' insieme alla imposizione da parte americana delle democrazie in Europa.


Un mondo che usciva dal colonialismo (o che ne stava ancora uscendo) era un mondo economicamente unipolare: sebbene apparentemente diviso in due poli politici e militari (USa e URSS) sul piano economico era del tutto unico. C'era un solo mercato (nel 1950 , solo 4 nazioni assorbivano il 95% delle risorse, poi divennero 6, poi 7, infine 8, oggi sono 20) , c'era un solo polo industriale e tecnologico, c'era una sola fonte di domanda. Chiunque nel mondo avesse prodotto qualcosa aveva una sola speranza: venderla in occidente. Chiunque avesse materie prime aveva una sola speranza: venderle ad occidentali.Chiunque avesse forza lavoro aveva una sola speranza: lavorare per occidentali. Il prezzo? In condizioni di monopolio della domanda, lo faceva l'occidente.

Non solo le nazioni occidentali erano le uniche a consumare, ma eravamo anche gli unici a comprare: questo era il mondo emerso alla fine del colonialismo. Dunque, il prezzo lo facevamo noi. Le condizioni le facevamo noi.

I benefici del periodo storico sono stati confusi coi benefici della "democrazia", al punto da pensare che la democrazia sia una specie di divinita' capace di garantire al suo popolo la ricchezza e la prosperita'. Questa superstizione si e' diffusa al punto che in caso di disastro economico per prima cosa il popolo chiede i soliti rituali religiosi: "elezioni, cambio di governo, dimissioni, manifestazioni,...": si tratta del corrispondente di quello che si fa quando non piove e si fa una processione per la pioggia.

Quello che si crede e' che la democrazia sia una divinita' che garantisce ricchezza al suo popolo: bastera' dunque che la Dea democrazia sia felice del proprio popolo, e ci ricompensera'. Cosi', ad ogni crisi si fanno tutti i rituali della Dea democrazia, e ci si aspetta che la Dea provveda . E se l'economia va male, per prima cosa si lamenta di non aver fatto abbastanza rituali, ovvero di non aver fatto abbastanza elezioni (o di non aver votato quello giusto) , di non aver cambiato abbastanza il governo, di non aver avuto abbastanza dimissioni, di non aver manifestato abbastanza : senza queste cose la Dea democrazia e' adirata coi suoi fedeli, e li punisce con una carestia. Amen.

Ovviamente e' un falso. Costruire un'economia funzionante e' una questione tecnica. C'e' riuscito Hitler come ci sono riusciti i cinesi, per dirne una. Avere ricchezza non e' una prerogativa delle democrazie, dal momento che i paesi che crescono maggiormente sono in gran parte delle tirannie, e se prendiamo per esempio un periodo felice dell' Europa, come il rinascimento, di democrazie ne troviamo ben poche.

Non e' impossibile per un governo tirannico costruire un buon sistema produttivo ed economico, e' solo una questione di tecnica economica. La Spagna verso' in condizioni pietose per tutto il dopoguerra, finche' Franco chiamo' i cosiddetti "tecnocrati" (in genere funzionari di Opus Dei) i quali riuscirono a fare delle riforme tecnicamente corrette, che causarono il cosiddetto "Desarrollo", un periodo di crescita che permise alla Spagna, finita la dittatura, di avere i requisiti per entrare nella UE e di arrivare al 79% del reddito procapite europeo. Eppure, il regime franchista non era certo una democrazia.

Alla democrazia, cioe', vengono attribuiti con metodi simili alla superstizione dei risultati che sono puramente economici, indipendenti dal tipo di governo, ottenibili da qualsiasi genere di governo a patto di affidarsi a tecnici preparati.

Un altro punto e' il mito della liberta'. Circola voce insistente sul fatto che in una democrazia la gente sia "libera", ovvero capace di fare quello che vuole senza interferenze da parte dei governi.

Il problema a questo punto e' che la democrazia la si confronta con i regimi del recente passato (comunismo e fascismo) ma non la si confronta con gli ultimi 2000 anni di storia. Negli ultimi 2000 anni, tranne pochissimi periodi, il cittadino qualsiasi subiva MOLTE meno interferenze da parte dello stato, rispetto ad oggi.

Non intendo scrivere cose come "poveri ma felici" perche' i poveri sono infelici, ed e' proprio questo il punto: prima degli ultimi 50 anni le masse stavano male per ragioni economiche, non politiche. Se andiamo a misurare quanta gente abbia perseguitato per ragioni politiche la monarchia francese, credo che non supereremo la dozzina in svariati secoli.

Il punto logico sul quale verte l'equivoco e' che non distinguiamo la liberta' con la possibilita': io (che non sono una donna) sono libero di partorire bambini? Si, nessuna legge me lo vieta. Peccato sia impossibile. Un diritto, od una liberta', sono tali nel momento in cui io posso goderne: in un mondo tecnologicamente arretrato e di conseguenza economicamente povero(1) io non posso certo avere il tempo libero che ha il ceto medio, quindi se andiamo a chiederci quale sia la mia oggettiva liberta' di espressione, troveremo che di fatto materialmente non mi esprimo proprio.

Il cittadino di Re Luigi, in altre parole, era di gran lunga piu' libero del cittadino francese di oggi. Se avesse avuto il tempo, l'alfabetizzazione e la scuola, NON AVEVA LEGGI CHE REGOLAVANO LA MUSICA se non il divieto di ledere sua maesta'. Ma se escludiamo questo semplice contenuto, UNO SOLO, poteva cantare tutto il resto sulla strada.

Oggi, la legge francese obbliga una certa percentuale di canzoni francesi. Obbliga che tutti i contenuti considerati "inadatti" siano bollati secondo la classificazione ICRA. Oggi ci sono orari, luoghi deputati, eta' ammissibili, classificazioni, iscrizioni ad associazioni, nullaosta dell'autorita'. Sei libero di fare le cose, che pero' vengono "regolate". Ovvero, non sei affatto libero.

Soltanto prima della rivoluzione francese, a patto di non insultare il Re o qualche nobile, l'artista cantava quel che voleva, e a seconda del seguito cantava nei teatri che liberamente decidevano di rappresentare le sue opere. Era una questione di fortuna, di talento, di momento. Due sole regole molto chiare: non causare tumulti, non offendere Re e Nobili.

Oggi invece siamo "liberi": dalle ore X alle ore Y, nel posto tale, dopo aver ricevuto un permesso dalle autorita', solo a persone dai 18 in su, solo se cantiamo in francese, solo se non offendiamo i musulmani, i vegetariani, le lesbiche, i gay, i negri, la famiglia, i cattolici, i protestanti, gli algerini, gli ebrei, le donne, se non andiamo in conflitto contro una qualsiasi associazione locale per il "decoro", per i bambini, per la donna, per gli animali, per la religione.

15 febbraio 2011

Vedi Berlusconi e poi scompari. Caso Sanjust


Virginia Sanjust

Non è facile incontrare Virginia Sanjust e parlare della sua relazione col presidente del Consiglio. Perché, come spiega lei, sono “ondate di ricordi che riportano a galla un dolore che ha rovinato la vita a me e alla mia famiglia”. L’ex annunciatrice di Rai1, che oggi vive in una comunità a Roma, mi riceve tremante e mi descrive Silvio Berlusconi come un uomo che “non si preoccupa dell’effetto che può avere sulle ragazze che fagocita nel suo mondo”. Anche se, ricorda, “una volta mi disse: ‘Virginia, ho paura di farti del male’…”.

Signora Sanjust, in questi giorni si parla di Sara Tommasi, un’altra giovane legata al premier che sembra molto fragile. Cosa ne pensa?
Io non compro i giornali, mi fanno stare male. Ma oggi, per la prima volta, il mio ex marito mi ha letto al telefono tutti gli sms di Sara.

Come mai?
Secondo lui c’è un’analogia tra i messaggi che io scrivevo a Berlusconi e quelli che manda Sara. Ossessivi e pieni di rabbia.

Si identifica?
Non saprei. Secondo il mio ex marito, Berlusconi riesce a fare impazzire le persone. La verità è che lui ti trascina in un mondo insostenibile.

La Tommasi ha raccontato che le mettevano droghe nei bicchieri per stordirla.
Che bisogno c’è? Quell’ambiente ti massacra, non c’è bisogno di alcuna droga. Se non fosse per lui, forse, io avrei ancora una famiglia, l’affidamento di mio figlio. Pensa che i giudici che me l’hanno tolto non siano stati influenzati da tutto quello che scrivevano i giornali, dal vedermi come l’amante di Berlusconi?

Lei ha frequentato il premier dal 2003 al 2006. Se ne pente?
Sì. Chi mi ridarà l’infanzia di mio figlio, che io non ho vissuto con lui? Questo rapporto è costato anche il lavoro a mio marito, e gli chiedo scusa. Per me era già eccessivo stare in televisione. L’incontro con Berlusconi, con quel potere enorme, è stato una cosa più grande di me.

Che cos’è successo?
A lui, nulla. Sembra che possa accadergli di tutto e lui ne esca comunque illeso. Per me invece è stato come fare il bagno in un fiume di fango.

Come mai?
Perdi il benessere, la dignità. Ero troppo giovane e lui mi ha schiacciata, ingannata. Ma oggi so che la responsabilità è anche mia: quando mi mandò le gardenie per complimentarsi del mio lavoro in tv, non avrei dovuto chiamarlo.

Invece lo fece e lui la invitò a pranzo. Si rendeva conto che avrebbe potuto essere rischioso?
Sì. Ma io venivo dalla campagna, non sono riuscita ad avere padronanza degli eventi.

Era lusingata dalle attenzioni del Cavaliere?
No. Non avevo né arte né parte, avevo solo letto il gobbo in tv: di cosa si complimentava? Lui, che è molto pragmatico, mi chiese: “Dimmi di te, raccontami chi sei”. Così venne fuori che avevo delle difficoltà economiche.

E Berlusconi, anche in questo caso, la aiutò.
No. Finché ho potuto, non ho preso un euro. Poi, quando la nostra storia uscì sui giornali, mi disse che dovevo lasciare il lavoro in Rai: ho cominciato ad accettare i suoi soldi e per un anno ho vissuto in casa sua, a Campo dei Fiori: gli avevo chiesto io di comprarla, so che la usa ancora.

Come si sentiva?
Malissimo, anche perché ho un rapporto difficile con il denaro. Sono molto orgogliosa. Lui pensa di aiutare le persone con i soldi: come mai lo fa solo con le ragazzine?

Secondo lei, Berlusconi è una persona buona o cattiva?
Mio nonno diceva che Berlusconi è una persona brava nel suo lavoro. Questo è tutto. Non ha intenzioni né buone né cattive.

Nel senso che fa quello che vuole senza riflettere?
Lui pensa a tutto, è una persona che controlla perfettamente la sua routine. Ma questo non vuol dire che gli interessi se fa del male a qualcuno. È imprigionato da tutto il potere che ha: può troppo.

Lei ne era innamorata?
Sì, a modo mio. Lo vedevo come un padre, mi proteggeva. E lui da me prendeva energia, entusiasmo. Gli raccontavo cosa diceva di lui la gente al bar.

Berlusconi, davanti a lei, ha mai frequentato altre ragazze?
Una sera mi invitò a cena e c’erano altre donne, bellissime. Mi rimase una sensazione di squallore addosso. Glielo chiesi, lui negò. Fu una delle ultime volte che lo vidi. Poi lo chiamai tante volte, gli mandai molte lettere: non mi ha mai risposto. Allora ho cercato di sopravvivere.

Oltre alle donne, anche i suoi fedelissimi, da Marcello Dell’Utri a Cesare Previti, hanno pagato al posto suo. Perché tutti quelli che gli stanno intorno ne escono così male?
Per preservare quello che ha, Berlusconi deve sacrificare gli altri. E continua a farlo, ne distrugge uno dopo l’altro. Lui è il contrario di Re Mida: tutto quello che tocca diventa cenere.
di Beatrice Borromeo

14 febbraio 2011

L'euro, il rapporto FCIC e la BCE

La discussione più importante al recente Forum di Davos è stata quella che i media non vi hanno raccontato. Dedicata al futuro dell'euro, si è tenuta il 28 gennaio nella forma di un confronto tra il presidente della BCE Jean-Claude Trichet e il prof. Wilhelm Hankel, uno dei cinque moschettieri che hanno presentato il ricorso alla Corte Costituzionale tedesca contro il fondo UE "salva-stati". Di fronte ad un pubblico straripante, Hankel ha riscosso più volte applausi (unico a riceverne) quando ha affermato che l'euro è un "cadavere ambulante" e che i tentativi di salvarlo affosseranno la democrazia in Europa. Trichet e gli altri relatori, tra cui il famoso Nouriel Roubini, non hanno saputo contrapporre argomenti convincenti ad Hankel, nella loro difesa dell'euro.

"Io vengo da un paese", ha esordito Hankel, "che soffre ancora, dopo 80 anni, degli errori compiuti da un governo che tentò contemporaneamente di pagare i debiti e tagliare il bilancio. Fu il governo che precedette Hitler". E comunque, ha aggiunto, "la mia non è solo la critica di un tedesco, ma di un democratico". I meccanismi di sorveglianza e "governance" che si vogliono introdurre nell'UE sono infatti misure di "svuotamento della democrazia". Esse sono il tentativo sbagliato di rimediare al peccato originale dell'euro, quello di aver separato la moneta dalla gestione del bilancio. La soluzione della crisi dell'eurozona, evidente se consideriamo che "i due terzi dei paesi membri sono in bancarotta", ha incalzato Hankel, è ovvia: riportare moneta e bilancio sotto una sola autorità. Ma attenti: le sole istituzioni legittimate a fare ciò sono i parlamenti e i governi nazionali. Invece, "abbiamo messo la moneta nelle mani di gente che non è stata eletta", ha scandito Hankel guardando fisso Trichet, "gente che manca della legittimizzazione democratica. In Europa c'è un grave problema di costituzionalità".

La soluzione è "molto semplice": o i paesi deboli escono dall'Euro, o – "e questa è la soluzione che preferisco" – torniamo ad "un sistema monetario in cui l'euro rimane solo come unità di conto, come lo era l'ecu in precedenza. Questa mi sembra essere la formula migliore per un'Europa prospera e democratica".

Trichet si è difeso con il solito argomento, che usa come una litania, secondo cui l'euro è una success-story grazie alla stabilità dei prezzi garantita dalla nascita fino ad oggi. Tuttavia, pochi giorni dopo, alla conferenza stampa mensile della BCE il 3 febbraio, Trichet ha distrutto il suo solo ed unico argomento annunciando che la BCE prevede un tasso d'inflazione superiore al "target" del 2 per cento per i prossimi 12 mesi!

Il condirettore dello Strategic Alert Claudio Celani ha chiesto a Trichet un commento sulle conclusioni del rapporto Angelides, leggendo un passaggio del rapporto. Sapendo bene che i banchieri centrali sono indicati tra i responsabili della crisi, per non aver saputo prevederla, per non aver saputo impedirla e per aver permesso la condotta criminale di molti operatori del mercato, Trichet ha cercato di sfilare la testa dalla ghigliottina sostenendo che la BCE e le altre banche centrali già nel 2007 avevano lanciato avvertimenti. E da impunito banchiere centrale, ha messo in guardia: tenersi pronti perché c'è ancora "molto duro lavoro da fare" – cioè, altri salvataggi.

Come nel caso della discussione sull'euro a Davos, i media non vi racconteranno questa presa di posizione ufficiale della BCE sulle conclusioni dell'inchiesta del governo USA sulle cause della crisi finanziaria.

by Movisol

13 febbraio 2011

Strapazzati dalle straniere

“A forza di passare le sue notti a toccare il culo alle ragazze davanti a tutti, mi chiedo come faccia il giorno dopo a lavorare”, si domanda il quotidiano francese l’”Express”, riprendendo le parole di una delle signorine presenti alle feste di Berlusconi. La stampa internazionale, in queste settimane, si è scatenata contro il capo del governo italiano, alternando la derisione all’indignazione. Sul “Pais”, Almudena Grandes, che pure è una scrittrice nota per romanzi che, un millennio fa, si sarebbero definiti scabrosi, non riesce a trattenere il suo sdegno: “I capelli tinti ed il viso coperto di trucco, le sue disperate ostentazioni giovanili di seduttore senile battono ogni giorno i suoi record di indecenza, senza che molti suoi concittadini trovino motivi per smettere di celebrare le sue pagliacciate”.
Come è ovvio, il disprezzo per Berlusconi finisce per estendersi anche agli italiani che più volte l’hanno votato. Il “New York Times” ne fa una questione antropologica e culturale: “In questi anni Berlusconi ha confuso la linea tra immagine e realtà. O meglio, ha fondato una brillante carriera sulla fondamentale verità italiana che l’immagine è la realtà”. E qui siamo al giudizio definitivo sul nostro carattere nazionale: solo in Italia, Paese barocco dove le forme di una fantasia morbosa ottenebrano la percezione della squallida realtà, può esistere un capo di governo che è un personaggio da operetta. Le surreali vicende erotiche di Berlusconi, insomma, rilanciano alla grande la mai estinta immagine degli italiani come popolo inaffidabile, brillante in superficie ma corrotto moralmente, sul quale non si può fare conto per la sua innata doppiezza e per la sua avversione ad ogni disciplina.
Lo stereotipo dell’italiano mandolinaro e traditore –che, anche se arriva da lontano, fu inchiodato nell’immaginario collettivo a causa dell’Otto settembre, da molti nemici di Berlusconi identificato invece come il giorno della riscossa nazionale- è presente in tanti articoli dei giornali stranieri. Quanto può costare all’Italia, intesa come Stato nazionale che collabora e compete con gli altri Stati negli scenari politici ed economici globali, questa ulteriore caduta di immagine? Dopo il rifiuto di estradare nel nostro Paese Cesare Battisti, Ernesto Galli della Loggia ha scritto che Francia e Brasile ci hanno trattati alla stregua di una Macedonia o di una Colombia, impartendoci ex cathedra delle lezioni sugli anni di piombo. A giudizio dell’editorialista del “Corriere della Sera”, ciò dipende dal fatto che la rappresentazione dell’Italia all’estero è falsa: “pressoché sconosciuti sono il tono della nostra vita pubblica e politica, la variegata qualità delle nostre relazioni sociali, dei nostri costumi e comportamenti collettivi”.
Nonostante tutte le magagne, siamo comunque meglio di come pensa la maggioranza degli stranieri, ma ha ragione Galli della Loggia a dire che la colpa dell’ignoranza sul nostro Paese è soprattutto degli italiani e dei governi che, per esempio, fanno i micragnosi con i pochi istituti culturali italiani all’estero e si disinteressano degli studiosi che si occupano dell’Italia. Una mancanza, aggiungiamo noi, che il “Berlusconi imprenditore, alieno da fumisterie culturalistiche”, ha accentuato. Pensiamo solo che ci si divide persino sul fatto di proclamare giornata di festa l’anniversario dell’unita nazionale, come se astenersi, ogni 150 anni, dal lavoro, portasse in rovina l’economia. Se non si rispetta la propria storia è difficile che si venga rispettati.
Berlusconi è convinto che il rango dell’Italia sia cresciuto: “Oggi il Paese è ascoltato, grazie anche al fatto che ha un leader anziano, un tycoon, il che è molto, molto importante”. Grazie a lui le tensioni tra Russia e Stati Uniti sarebbero svanite e, sempre per merito della sua saggia mediazione, Obama avrebbe rinunciato a piazzare i missili in Cechia e Polonia, senza considerare l’apporto decisivo nel convincere l’amico Putin a non invadere la Georgia dopo l’attacco di Saakashvili all’Ossezia del Sud. Al netto della vanagloria, qualcosa di vero c’è nel ruolo di Berlusconi come intermediario tra Mosca e l’Occidente. Ci sembra abbia ragione Paolo Quercia che, sulla rivista “Limes”, descrive l’azione diplomatica del presidente del Consiglio con la metafora dei due piatti della bilancia: “Nel primo il premier isola Usa e Israele e la loro domanda di sicurezza globale; sull’altro piatto della bilancia Berlusconi mette Russia e Libia e la loro offerta di energia diretta verso l’Europa”.
Gli stretti rapporti con la Russia hanno suscitato ostilità nell’Amministrazione Usa, come hanno confermato le rivelazioni di Wikileaks, ma Washington si è vista offrire, nel contempo, la massima collaborazione sull’Afghanistan e su Israele. Tranquillizzando l’alleato su alcune questioni scottanti, Berlusconi si è concesso, in altri scacchieri, di giocare in proprio. E’ difficile dire quanto ciò sia il frutto di una strategia, mai peraltro dichiarata, oppure una semplice pesca delle occasioni, suggerita dal fiuto commerciale. In ogni caso, queste decisioni hanno lasciato un segno: alcuni Paesi sono stati scelti come interlocutori principali, altri sono stati lasciati in secondo piano. La volontà di appoggiare il progetto di gasdotto South Stream, finendo poi con il coinvolgere anche Francia e Germania, invece del Nabucco, sponsorizzato da Washington e Bruxelles, crea una divisione di campo, aprendo uno spazio importante alla Russia in Europa contro la volontà statunitense.
E’ significativo che Berlusconi abbia compiuto ben cinque visite ufficiali in Libia e quattro in Russia, mentre grandi realtà come Cina, Brasile e India non gli abbiano suscitato il medesimo interesse. Non si è mai recato, a differenza dei suoi colleghi occidentali, in Afghanistan per visitare le truppe. Come se l’impegno, pur considerevole per le nostre forze, in quel teatro di guerra rappresentasse solo un’assicurazione da pagare. Con Israele Berlusconi si è mostrato allineato fino all’assurdo di dichiarare di non avere visto il cosiddetto muro di separazione quando vi era passato accanto. E’ riuscito poi a promettere un piano Marshall per la Palestina, ma in realtà ha ridotto il contributo italiano ai fondi Onu per i rifugiati palestinesi. L’interscambio italiano con l’Iran, nonostante le solenne promesse di Berlusconi a Netanyauh, è addirittura aumentato, per il momento. In questi casi, il confine tra scaltrezza diplomatica e inaffidabilità si fa labile, non migliorando certo la nostra fama.
Tornando alla questione del peso della caduta di immagine del presidente del Consiglio sull’intero Paese, premettiamo che non siamo fra quanti attribuiscono valore oracolare a ogni sospiro della stampa estera sull’Italia. Perfino sul mitizzato “Economist” ci è capitato di leggere una serie di inesattezze dettate dalla faciloneria. Il danno, comunque, c’è: la credibilità è una premessa fondamentale in politica come nell’economia. L’uscita di scena di Berlusconi, da questo punto di vista, potrebbe rappresentare un medicamento. Non però con le modalità con le quali sembra oggi avvenire. Ovvero per mezzo di una magistratura oggettivamente partigiana e incurante dei limiti delle sue prerogative e di una opposizione tenuta insieme solo da un antiberlusconismo moralistico e impolitico. Il rischio è che al “sultano” succeda un uomo più “temperante” che, in mancanza di un programma politico, abbandoni le poche intuizioni positive di politica estera di Berlusconi, per presentare un’Italia più virtuosa agli occhi di quei Paesi che ci fanno la morale, ma sono pronti ad approfittare di una nostra eventuale arrendevolezza.
di Roberto Zavaglia

10 febbraio 2011

Economia israeliana per principianti



Veniamo a sapere dalla stampa e dagli esperti di analisi politica che contro ogni probabilità e a dispetto della la globale turbolenza finanziaria, l’economia israeliana è in pieno boom. Alcuni addirittura sostengono che quella israeliana sia una delle economie più forti al momento.

“E come mai?”, qualcuno potrebbe chiedersi; oltre agli avocado, alle arance e ad alcuni prodotti cosmetici del Mar Morto, praticamente nessuno di noi ha mai visto un prodotto israeliano in commercio. In Israele non si realizzano automobili, né apparecchi elettronici, e a mala pena vengono prodotti beni di consumo. Israele dal canto suo rivendica il proprio avanzamento in dispositivi hi-tech, ma in un modo o nell’altro gli unici software israeliani avanzati che si possono trovare installati nei nostri computer sono i Sabra Trojan Horses (virus, Cavallo di Troia). Inoltre nella terra che hanno sottratto con la forza ad i nativi Palestinesi, gli Israeliani non hanno ancora trovato alcun minerale prezioso né ombra di petrolio.



Dunque di cosa si tratta? Come mai Israele non è affatto scalfito dal disastro finanziario che ha investito il pianeta? Da dove viene la sua ricchezza?

Stando a quanto riporta The Guardian , Israele potrebbe essere ricco perchè: “Dei sette oligarchi che controllavano il 50 % dell’economia russa negli anni 90, sei erano ebrei”.

Durante gli ultimi vent’anni, molti oligarchi russi hanno acquisito la cittadinanza israeliana; essi hanno inoltre messo al sicuro il proprio denaro sporco investendolo nel paradiso finanziario del cibo kosher; ultimamente Wikileaks ha rivelato che “fonti nella polizia (israeliana) ritengono che la malavita organizzata russa (Mafia russa), abbia riciclato fino a 10 miliardi di dollari americani tramite le holding israeliane”.

L’ economia israeliana è in fortissima espansione perché truffatori del calibro di Bernie Madoff riciclano il proprio denaro tramite di i Sionisti e le istituzioni israeliane da decenni.

Israele “non se la passa male” perché è il principale venditore di diamanti insanguinati. Lungi dal coglierci di sorpresa, esso è anche il quarto maggiore venditore di armi del pianeta.
Comprensibilmente, diamanti insanguinati e armi si rivelano essere un’accoppiata vincente.

Come se non bastasse, Israele è così prospero perchè, di quando in quando, lo si scopre coinvolto nella raccolta e nel traffico di organi.

Insomma, per farla breve, Israele sta meglio di altri stati perché gestisce una delle più sporche e immorali economie del mondo. Nonostante l’iniziale promessa sionista di costituire “una civiltà ebraica etica”, Israele è piuttosto riuscito a realizzare una sistematica violazione del diritto internazionale e dei valori universali che non ha precedenti. Esso svolge il ruolo di sicuro paradiso fiscale per denaro proveniente da spregevoli attività criminali condotte su scala internazionale e si serve di uno degli eserciti più forti al mondo per difendere la ricchezza di pochi tra gli ebrei più ricchi al mondo.

Sempre di più, Israele assume le fattezze di un’enorme luogo di riciclaggio di denaro sporco da parte di oligarchi, truffatori, trafficanti d’armi e d’organi, criminalità organizzata e commercianti di diamanti insanguinati.

Tale politica economica può certamente dar conto del perché questo stato sia completamente indifferente all’uguaglianza sociale all’interno dei propri confini.

Poveri Israeliani

Poiché Israele si definisce stato ebraico, ci si aspetterebbe che la sua gente sia la prima a godere della crescita economica della nazione. Tuttavia non è affatto così: nonostante la forza dell’economia, il resoconto sulla giustizia sociale in Israele è terrificante. Nello stato ebraico 18 famiglie controllano il 60% dell’equity value di tutte le compagnie del territorio. Lo stato ebraico è scandalosamente crudele verso le fasce più povere della propria popolazione. Per quel che riguarda il gap tra ricchi e poveri, Israele è certamente tra i primi della lista.

Il significato di tutto questo è sconvolgente: nonostante si comporti come un’organizzazione tribale etnocentrica e razzialmente definita, Israele si rivela completamente noncurante verso i membri della sua stessa tribù – in effetti, nello stato ebraico, pochi milioni di ebrei sono al servizio dei più abietti interessi, il cui frutto sarà goduto da una manciata di ricchi criminali.

Fumo negli occhi

Ma c’è in tutto questo un significato implicito ancora più profondo e sconvolgente. Se la mia lettura dell’economia israeliana è corretta ed Israele è di fatti un luogo di riciclaggio del denaro proveniente dai traffici più loschi, allora il conflitto israelo-palestinese, dal punto di vista dell’elite israeliana, altro non è che fumo negli occhi.

Spero che i miei lettori ed amici mi perdoneranno per ciò che sto per scrivere, anzi spero di perdonare me stesso; ma mi sembra che il conflitto israelo-palestinese e gli orrendi crimini di cui questo paese si sta macchiando contro il popolo palestinese, in realtà servano a distogliere l’attenzione dalla sua connivenza in colossali crimini commessi a danno di moltissime popolazioni del mondo.

Invece di concentrarci sullo sfrenato ed avido tentativo israeliano di guadagnare ricchezza a spese del resto dell’umanità, ci stiamo concentrando su di un unico conflitto territoriale che in realtà è solo la punta dell’iceberg e nasconde la vera entità del progetto nazionale ebraico.

È più che probabile che la vasta maggioranza degli Israeliani non riesca a capire la strategia fuorviante che sottende il conflitto israelo-palestinese.

Gli Israeliani sono indottrinati a considerare ogni possibile questione dal punto di vista della sicurezza nazionale, essi non sono riusciti a capire che, di pari passo con l’intensa militarizzazione della loro società, il loro stato ebraico sia diventato un punto di riciclaggio del denaro sporco e un luogo di asilo per criminali di ogni angolo del mondo.

Ma la brutta notizia per Israele e la sua elite corrotta è che è solo questione di tempo prima che i Russi, gli Americani, gli Africani, gli Europei, tutta l’umanità si renda conto di tutto questo – e qui saremmo tutti Palestinesi ed avremmo in comune un unico nemico.

E potrei anche andare oltre, dicendo della possibilità che, a breve, ebrei ed Israeliani di classi sociali svantaggiate inizino a capire quanto ingannevoli e sinistri siano in realtà Israele ed il Sionismo.
di Gilad Atzmon


Fonte: www.gilad.co.uk/

09 febbraio 2011

Cosa succede dopo Mubarak?



Il verso contenuto in HMS Pinafore di Gilbert e Sullivan spiega bene cosa sta succedendo ora in Egitto e forse anche in altri posti della regione; infatti recita: “Di rado le cose sono come appaiono. Il latte scremato si maschera da panna fresca”.

La rabbia viscerale che si vede per le strade è vera. Piuttosto, ciò che desta sospetto è chi sta orchestrando il tutto e Washington sembra star realizzando il cambio di regime, a lungo pianificato, in modo da cambiare i volti per proseguire con le vecchie politiche, lasciando intatti i problemi di fondo. Un copione ben conosciuto.

Nel suo libro “Freedom Next Time”, John Pilger ha discusso del tradimento di Nelson Mandela nel Sud Africa del dopo apartheid, nell’accogliere ciò che lui ha chiamato “thatcherismo”, dicendo a Pilger: “ Lo si può etichettare come si vuole, anche Thatcherite ma di fatto in questo paese le privatizzazioni sono la regola fondamentale”

Nel 1990, due settimane prima della sua liberazione, disse:

“La nazionalizzazione delle miniere, delle banche e dei monopoli industriali fanno parte della proposta politica dell’ ANC e (pensare di cambiare) la nostra idea.. è inconcepibile. La concessione di potere economico alla popolazione nera è un obiettivo che ci poniamo, ma in questa situazione è inevitabile il controllo statale di alcuni settori."

Nel 1955, quell’idea diede origine alla Freedom Charter Policy dell’ANC. La sua battaglia per la liberazione non era solo politica ma anche economica. I minatori bianchi guadagnavano 10 volte più dei neri e i grandi gruppi industriali ricorrevano alle forze di sicurezza per far sparire i dissidenti, assicurando in questo modo l’ordine.

Dopo l’apartheid un nuovo percorso si rendeva possibile; Mandela si prese la responsabilità di guidarlo rifiutando la logica del mercato ortodosso in cambio di giustizia economica. Nel 1994 i candidati dell’ANC vinsero con ampio margine le elezioni. Nonostante una transizione pacifica, non si è arrivati ad alcun cambio ma piuttosto al tradimento. I sudafricani neri diventarono ostaggi dei rapaci capitalisti. Lo sono ancora ed è molto peggio che durante l’apartheid.

Anche il New York Times se n’è accorto con l’articolo, a firma di Celia Dugger, pubblicato il 26 settembre 2010 col titolo: “Le leggi del reddito stritolano i poveri del Sudafrica”. Scrive la Dugger:

“Nei 16 anni dalla fine dell’apartheid il Sudafrica ha seguito le ricette dell’Occidente, aprendo la sua economia di mercato agli affari, controllando l’inflazione e il debito pubblico (secondo i diktat dell’FMI). Ha ricevuto i complimenti” ma ad un prezzo. “Per oltre un decennio il tasso di disoccupazione è stato tra i più alti al mondo”, peggiorato dalla crisi economica globale, “spazzando via oltre un milione di posti di lavoro”.
Il prezzo pagato ha incluso anche:

- Raddoppio del numero di popolazione impoverita col reddito di 1 dollaro al giorno, da 2 a 4 milioni;

- Raddoppio del tasso di disoccupazione fino al 48% nel periodo 1991-2002, ora anche più alto;

- Perdita della casa per due milioni di sudafricani mentre il governo ne ha costruite solo 1.8 milioni;

- Nel primo decennio con l’ANC alla guida, circa un milione aziende sono sparite; di conseguenza, gli insediamenti in baraccopoli sono aumentati del 50%;

- Nel 2006 il 25% dei sudafricani viveva in baracche senza acqua o corrente elettrica;

- Il tasso di diffusione dell’HIV/AIDS è circa del 20% della popolazione; di conseguenza l’aspettativa di vita è inferiore a quella del 1990;

- Il 40% delle scuole non ha corrente elettrica;

- Il 25% della popolazione non usufruisce di acqua potabile e la maggior parte non può pagarla;

- Il 60% ha servizi igienici inadeguati e il 40% non ha telefono.

Il dopo apartheid ha avuto un costo elevato, con la concessione di potere politico in cambio del tradimento economico, senza alcuna forma di sostentamento per i milioni di sudafricani che soffrono, vittime di un capitalismo rapace.

La Russia post comunista

La caduta del muro di Berlino sarebbe dovuta essere una vittoria per milioni di persone. Invece è stata una tragedia per la Russia e per gli stati post sovietici come Ucraina, Georgia, Estonia, Lettonia, Lituania e altri.

Nel marzo 1985, Mikhail Gorbaciov salì al potere con la promessa di cambiamenti politici e sociali, ma non è rimasto abbastanza per poterli guidare. Ha liberalizzato il paese, con l’introduzione delle elezioni, e ha favorito la (allora) democrazia sociale di tipo scandinavo, combinando il capitalismo di libero mercato con forti reti di protezione sociale. La sua visione era quella di “un faro socialista per l’umanità intera”, una società egualitaria, ma non ebbe la possibilità di realizzarla.

Quando l’Unione Sovietica collassò, lui fu cacciato. Boris Yeltsin lo sostituì all’insegna della dura ortodossia della Chicago School, mascherata con il nome di “riforme”.

Il capitalismo rapace ha devastato le vite dei russi, arricchendo una minoranza selezionata a spese dei poveri. Il dazio da pagare ha incluso:

- L’80% di impresari hanno dichiarato la bancarotta;

- Circa 70.000 aziende statali hanno chiuso, provocando un’epidemia di disoccupati;

- 74 milioni di russi (metà della popolazione) si è impoverita; le condizioni di 37 milioni di questi sono disperate e il sottoproletariato del paese è rimasto tale in modo permantente;

- È aumentato l’uso di droghe pesanti, alcol e antidolorifici

- Dal 1995 il tasso di HIV/AIDS è aumentato di 20 volte;

- Anche il tasso di suicidi è aumentato, quello del crimine violento è quadruplicato;

- La popolazione russa è diminuita di 700.000 individui all’anno prima di stabilizzarsi; il capitalismo sfrenato ha ucciso il 10% della popolazione – un’impressionante motivo per condannare un capitalismo eccessivo che fa male anche agli altri stati post sovietici.

La repressione ad Haiti in nome del Libero Mercato

Esclusi un breve periodo nel 1804 dopo che la liberazione rivoluzionaria liberò gli schiavi rendendoli cittadini e durante il mandato presidenziale di Jean-Bertrand Aristide, gli haitiani hanno subìto la rapacità dello sfruttamento capitalista che ha reso il paese uno dei più poveri della regione e del mondo intero. Anche prima del devastante terremoto del gennaio 2010, seguito da un enorme degrado e dall’infuriare del colera, il paese era gravato da:

- Controllo imperiale su modello coloniale operato dagli Stati Uniti

- Un’élite al comando con totale controllo sociale ed economico; l’economia, i media, le università, il commercio e gli affari in mano a sei famiglie;

- La distribuzione di ricchezza più iniqua dell’intera regione e del mondo intero;

- Metà della ricchezza del paese in mano all’1% della popolazione;

- In contrasto, l’80% della popolazione continua a vivere nell’estrema povertà;

- Tre quarti della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e oltre la metà (56%) con meno di 1 dollaro al giorno;

- Il 5% della popolazione possiede il 75% delle terre coltivabili;

- Disoccupazione e sottocupazione inarrestabili; due terzi o più dei lavoratori senza lavori sicuri e la maggior parte di loro con paghe sotto la soglia della sussistenza; - Le misure strutturali decimano l’economia rurale, costringendo i contadini a dislocare verso le città per cercare lavoro che non esiste;

- Percentuale di pubblico impiego al minimo della regione, meno del 7%;

- L’aspettativa di vita è di appena 53 anni; il tasso di mortalità più alto nell’emisfero e mortalità infantile doppia rispetto alla media regionale di 76 bambini ogni mille;

- La banca mondiale colloca Haiti tra gli ultimi posti in quanto a servizi igienici, alimentazione scarsa, malnutrizione e servizi sanitari inadeguati;

- Oltre metà della popolazione a rischio per mancanza di cibo e metà dei bambini sottosviluppati per malnutrizione;

- Oltre metà della popolazione non ha accesso all’acqua potabile;

- Il tasso più alto di HIV/AIDS, esclusa l’Africa sub-sahariana

- Livello più basso di retribuzione della regione nelle maquiladoras per gli haitiani così fortunati da avere un lavoro;

- Chiamata la “Repubblica delle ONG”, molte di queste sfruttano gli haitiani in modo brutale per profitto;

- Il duraturo sistema dei “restavec”, che intrappola centinaia di migliaia di bambini alla schiavitù.

In generale gli Stati Uniti mantengono un dominio di stampo imperiale, controllano le risorse di Haiti, l’economia e la politica. Sfruttano gli abitanti in modo spietato, sfruttano le loro miniere e ne traggono profitti enormi e piazzano regimi nuovi senza alcuna differenza con quelli precedenti.

È una storia che si ripete a livello globale, inclusi Iraq e Afghanistan, piegati da guerre, occupazioni, torture, oppressione, povertà spaventosa e disoccupazione, assenza di sicurezza, di acqua pulita, di cibo sufficiente, di protezione, di servizi sanitari e di altri servizi essenziali. La ‘liberazione” americana ha provocato milioni di morti, malattie, fame, degrado, e terribili sofferenze umane mai affrontate. Inoltre, i livelli di privazione continuano a salire anche a livello domestico perché Washington rifiuta di occuparsene.

Commento finale

La decolonizzazione post seconda guerra mondiale ha prodotto regimi neocoloniali, politiche da Guerra Fredda, il Movimento dei paesi non allineati, crescita dei nazionalismi, conflitti etnici e dominio imperiale americano i cui tratti distintivi sono:

- Avversione per la democrazia;

- Sostegno agli uomini forti delle neocolonie, in modo particolare alle dittature che fanno gli interessi occidentali

- Uso diretto o indiretto della belligeranza per rafforzare il capitalismo mondiale e rendere il mondo un posto sicuro per i grandi affari.

I vecchi ordini sono passati. Ne sono emersi nuovi. Tutto è cambiato ma è rimasto lo stesso, mai come ora dominato dal capitale finanziario e le corporazioni monopolistiche, che controllano governi per i propri interessi a spesa di lavoratori sfruttati pesantemente a livello globale. Di conseguenza, il mondo oggi è caratterizzato dall’instabilità, standard di vita in declino, repressione violenta da arte della polizia di stato e da un’enorme sofferenza umana, in particolar modo in aree come il medioriente.

In tutta la regione la gente vuole la fine di questi regimi, un populismo rivoluzionario contrapposto all’oppressione che offre false pretese di cambiamento. Ne consegue che c'è da aspettarsi l’arrivo di nuovi volti pronti a perpetuare le stesse politiche, che non concedono niente se non quando la rabbia delle masse si fa sentire. Questa è la realtà oggi, sulla soluzione ancora ci sono dubbi ma i pronostici favoriscono sempre i forti.

di Stephen Lendman

Fonte: www.uruknet.info

07 febbraio 2011

L'Egitto e altri paesi arabi nel vortice del collasso globale

Come abbiamo riferito la scorsa settimana parlando della Tunisia, oltre 30 anni di globalizzazione, mercato libero e privatizzazioni con il corrispettivo disinvestimento nelle infrastrutture di base e nell'agricoltura hanno rovinato le economie del Medio Oriente e del Nordafrica. Con disoccupazione alle stelle e la miseria crescente, un'intera generazione tra i 18 e i 35 anni è stata ridotta alla disperazione, priva della speranza per il futuro.

Quanto è stato fatto all'Egitto ricalca come una fotocopia ciò che è avvenuto all'economia tunisina. All'inizio degli anni novanta, a seguito di un accordo con il FMI per dimezzare il debito estero, il governo egiziano accettò di privatizzare le imprese di stato, ridusse le tariffe alle importazioni di prodotti alimentari e prodotti tessili (pregiudicando la sopravvivenza di questi due settori interni), aumentò le esportazioni di beni come cotone e ortofrutta, eliminò i sussidi all'agricoltura e ai prezzi degli alimentari e dei carburanti.

Peggio di tutto fu la privatizzazione delle infrastrutture di base, come i trasporti, l'acqua e le telecomunicazioni, che condusse all'impennata dei costi per le piccole aziende agricole e manifatturiere. Furono avvantaggiati i grandi produttori, che si impadronirono del mercato. Ma la cosa più scandalosa, dal punto di vista della popolazione egiziana, è che dalle privatizzazioni si avvantaggiarono settori del governo e della comunità finanziaria, compresi membri della famiglia di Mubarak. Si creò una vasta area di corruzione negli strati dirigenti, rispondenti non agli interessi nazionali ma a quelli economici globali.

Da quando LaRouche e i suoi associati presentarono al governo egiziano, nel 1981-83, una politica per assicurare l'autosufficienza alimentare con grandi investimenti nelle infrastrutture idriche e agricole, sono stati sprecati 30 anni. Quella proposta fu sabotata da interessi anglo-americani rappresentati da gente come Henry Kissinger, la cui politica per l'Egitto e altri grandi paesi in via di sviluppo si riassumeva nell'obiettivo della riduzione demografica. La politica di aiuti americana ha reso l'Egitto dipendente dagli USA per garantire un minimo di accesso al cibo per la popolazione, mentre smantellava la produzione.

La situazione ora è che la popolazione non crede alle promesse di riforma di Mubarak, anche dopo che ha sostituito il governo. L'Egitto è chiave per la stabilità dell'intera regione mediorientale e per l'economia mondiale data l'importanza del canale di Suez. Però, come ha sottolineato LaRouche, solo una soluzione globale può offrire all'Egitto e alle altre nazioni una chance di ripresa e di futuro per le prossime generazioni.

by (MoviSol)

06 febbraio 2011

Italia: le banche internazionali dichiarano guerra agli enti locali


Lo scontro tra gli enti locali italiani e le banche internazionali sui contratti derivati sarà il banco di prova per vedere se il diritto costituzionale sarà in grado di tener testa al "post-Westfalico" diritto europeo, basato sul furto. Dopo che numerosi enti locali hanno fatto ricorso ai tribunali per ripudiare i fraudolenti contratti derivati, le banche si sono rivolte a Londra per proteggere i loro cosiddetti diritti.

J.P. Morgan Chase & Co., UBS e Bank of America sono tra le banche che hanno denunciato diverse amministrazioni comunali e le regioni Lazio, Toscana e Piemonte, al tribunale di Londra. I precedenti indicano che il giudice darà l'autorizzazione a procedere. Lo scorso maggio, Dexia Crediop e Depfa hanno ottenuto che si tenesse il processo contro la città di Pisa e lo scorso ottobre un giudice di Londra ha accettato la denuncia presentata da UBS contro un comune tedesco.

Da un punto di vista strettamente legale, le banche sono protette da clausole nei contratti stipulati, che indicano Londra come sede di giurisdizione esclusiva. Inoltre, la legge europea non permette ai tribunali di uno stato membro di intervenire nelle controversie aperte in un altro stato membro. Però esiste una legge superiore, che è quella costituzionale, che protegge il Bene Comune basandosi sul diritto naturale. Questa legge superiore condanna le pratiche basate sull'usura e sul gioco d'azzardo, che costituiscono la vera natura dei derivati. Perciò, sui derivati italiani si gioca una partita legale cruciale per il futuro dell'Europa.

L'intelligence italiana ha già suonato il campanello d'allarme sui 32 miliardi di derivati degli enti locali, classificando il problema come una minaccia alla sicurezza nazionale. (cfr. "Germania, Italia: i derivati minacciano la democrazia").

Benché il caso italiano sia quello più rilevante in Europa, altri casi legali stanno emergendo nelle altre nazioni. In Germania, in un caso che potrebbe aprire la strada a numerosi altri ricorsi, la Caritas ha sporto denuncia contro Kommerzbank per frode. La banca aveva consigliato alla sede di Francoforte dell'ente umanitario di investire mezzo milione di euro in cartolarizzazioni ad alto rischio che contenevano mutui subprime americani, sostenendo che si trattasse di un investimento sicuro come un titolo di stato. La Caritas ha perso la metà dei soldi investiti.

by (MoviSol)

05 febbraio 2011

L’esercito egiziano, Mubarak, gli Stati Uniti e il grano

Mubarak-Obama-mega


Curioso leggere in giro, questi giorni.

Una parte che dice, “Mubarak, lo sgherro degli americani“.

Una parte che dice, “complotto americano per rovesciare Mubarak“.

Il bello è che in qualche modo, possono essere vere entrambe le tesi.

Prima di tutto, la rivolta non è artificiale.

E’ ovvio che ciò che sta succedendo riflette un sentimento di quasi tutta la nazione, senza differenze di idee o di ceti sociali. Semplicemente, la grande maggioranza del popolo odia Hosni Mubarak, e a ragion veduta.

La domanda non è, quindi, se gli americani (semplifichiamo, intendiamo ovviamente coloro che negli Stati Uniti prendono le decisioni) abbiano creato una rivolta in un paese felice; ma se abbiano fatto qualcosa per dare fuoco alle già abbondanti polveri.

Come evidenza della rivolta indotta, si portano tre fattori, che non sono trascurabili: i media non demonizzano queste rivolte; Wikileaks dimostra che in anni passati, gli Stati Uniti hanno avuto contatti con qualcosa che loro chiamano “l’opposizione civile” e le hanno pure dato soldi; e c’è l’ingiunzione di Obama a “non sparare” e a “fare riforme”.

Però tutti e tre i fatti potrebbero avere anche una spiegazione più semplice: quando c’è un leone impazzito in giro, non gli dai addosso, ma dici, “ciao ciao, sono amico tuo!“, per rimetterlo in gabbia.

Insomma, nessuno vuole essere odiato da 80 milioni di egiziani, solo per lealtà verso un ottantaduenne che sta per andarsene comunque.

Ed è normale che gli americani cerchino alternative.

In parte, lo fanno attraverso ciò che loro chiamano la “società civile“, l’eterna chimera dei democratici americani a partire dai tempi del Vietnam: mi permetto di pubblicizzare, credo non per la prima volta, il vecchio capolavoro di Frances Fitzgerald, Fire in the Lake, di cui esiste anche una versione italiana (Il lago in fiamme. Storia della guerra in Vietnam 1974) – la studiosa americana ha dimostrato l’incredibile e fallimentare violenza con cui gli americani hanno cercato di distruggere la cultura contadina vietnamita per inventare una “società civile” basata sul “libero mercato”.

La ricetta è sempre quella: si pagano cifre spropositate a qualche think tank per scatenare un gruppo di giovani sociologi a caccia di gente che sembri condividere i Valori Americani – dei Giuliano Ferrara, per capirci.

Il gruppo target è sempre felice di aderire, visto che ci sono in ballo somme che loro non hanno mai visto; e i soldi in genere fanno la fine che si può ben immaginare, ma non è un grosso problema – il funzionario incaricato di spenderli deve solo dimostrare che lui ha fatto qualcosa, appunto spendendoli. E anzi, più spende, più è probabile che possa chiedere soldi da spendere la prossima volta.

Forse vedremo qualcuno di questi giovanotti sbarbati e Civili nel prossimo giorno egiziano; ma la vera questione è l’esercito egiziano.

Prendiamo la questione alla larga.

Gianluca Freda è un blogger colto e intelligente, di cui capisco le buone intenzioni, ma con cui spesso sono in disaccordo. Ieri ha pubblicato la traduzione di un articolo di Webster Tarpley, corredato da commenti propri, in cui sostiene che gli americani non gradirebbero le vecchie dinastie mediorientali (in Egitto, Libia, Tunisia, Siria); le vorrebbero destabilizzare, per instaurare degli staterelli deboli e manipolaboli contro Iran, Cina e Russia.

“Gli USA sono alla disperata ricerca di una nuova generazione di traballanti demagoghi “democratici”, più disponibili a guidare i propri paesi contro l’Iran di quanto abbia dimostrato di voler fare l’immobilismo dei regimi attuali. C’è poi la questione dell’espansione dell’economia cinese. Possiamo star certi che tutti i nuovi leader instaurati dagli USA includeranno nei propri programmi la rottura delle relazioni economiche con la Cina, a partire dalla riduzione delle esportazioni di petrolio e materie prime.”

Non sono d’accordo, per due motivi.

Il primo è questo:

“Nel luglio del 2010, furono pubblicati i risultati di un grande sondaggio internazionale riguardante l’opinione pubblica nel mondo arabo, con sondaggi in Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Giordania, Libano e gli Emirati. Ecco alcuni dei risultati più notevoli: mentre Obama era stato accolto positivamente al suo ingresso in carica, con il 51% che esprimeva il proprio ottimismo riguardo alla politica statunitense nella regione, nella primavera del 2009, nell’estate del 2010, solo il 16% esprimeva ottimismo. Nel 2009, il 29% di quelli intervistati affermarono che un Iran dotato di armi nucleari sarebbe stato positivo per la regione; nel 2010, la cifra era salita al 57%, dimostrando un punto di vista molto diverso da quello dei propri governi”.

Mentre l’America, Israele e i leader delle nazioni arabe affermano che l’Iran è la più grande minaccia alla pace e alla stabilità in Medio Oriente, il popolo arabo non è d’accordo. In una domanda aperta su quali due paesi costituissero la minaccia più grave alla regione, l’88% ha risposto Israele, il 77% l’America e il 10% l’Iran.

Insomma, più un governo arabo sarà “democratico”, più sarà antisraeliano, antiamericano e filoiraniano.

E poi, non mi sembra che quello di Mubarak sia esattamente uno “Stato”.

Non somiglia, in questo, né all’Iran né alla Turchia.

Una ventina di anni fa, però, c’erano ancora tracce del tentativo che aveva fatto Nasser di costruire uno Stato. Ad esempio, la scolarizzazione di massa, che non arrivava dappertutto, ma coinvolgeva comunque innumerevoli milioni di giovani. Oppure la concessione automatica di un posto di lavoro statale a chiunque superasse il grande esame scolastico nazionale. Oppure, il prezzo calmierato del pane e gli speciali mercati sussidiati.

Non sono un esperto, ma mi risulta che il regime abbia poi smantellato buona parte di questo sistema, dietro precise istruzioni del Fondo Monetario Internazionale.

L’agricoltura, che ben organizzata avrebbe dato da vivere al paese, si è sempre più concentrata sul cotone e sullo zucchero, e non su ciò che sfama le pance dei contadini. Il turismo è aumentato, ma è sempre concentrato in una decina di località tutte in mano ai soliti monopolisti legati al regime. Che ovviamente spendono più volentieri i loro guadagni a Londra che al Cairo.

Accanto alle forme di redistribuzione della ricchezza, Nasser aveva potenziato l’esercito. Che per tre anni prende i contadini più o meno analfabeti, fornendo loro una minima scolarizzazione. E siccome dà da mangiare – e poco altro – a innumerevoli schiere di giovani maschi affamati, l’esercito ha una qualche utilità nel ridurre il numero dei disoccupati.

Un esercito gestito con un criterio assai particolare – un mio amico, un ufficiale cristiano, aveva talmente tanti soldati semplici al suo personale servizio che ne aveva nominato uno solo per raccogliere le barzellette che giravano per l’accampamento. Lo stesso ufficiale mi raccontò anche che, durante le esercitazioni, erano normali perdite – cioè soldati morti per incidenti – anche del 10%. Ma la Grande Madre Nilo ha molti figli…

… come i soldati di guardia al Consolato greco di Alessandria che mendicavano i soldi per comprarsi un panino…

… come il dignitoso soldatino a Rosetta che ci offrì il tè, pur avendo la divisa così lisa che gli si sarebbero viste le mutande – se le avesse avute…

… come il soldato di guardia all’Università (sì, anche l’università è presidiata dall’esercito) che guadagnava qualcosa vendendo penne agli studenti…

Le gigantesche forze armate egiziane consistono per metà in un esercito e per metà in quelle che vengono definite “Forze centrali di sicurezza” e “Guardie di frontiere” – 400.000 uomini che non pretendono nemmeno di occuparsi della “difesa” del paese.

L’Egitto confina con un paese militarmente imbattibile – Israele – , con un paese con una popolazione molto piccola – la Libia – e con un paese-rottame, il Sudan.

Per quanto riguarda gli ultimi due, potrebbero quindi tranquillamente bastare dei vigili urbani.

Per quanto riguarda la guerra tra un esercito regolare e un altro tecnologicamente molto superiore come quello israeliano – nel 1991, il potentissimo esercito USA ha attaccato il potente esercito iracheno: 148 morti tra gli “alleati”, decine di migliaia tra gli iracheni.

Nel 2003, le perdite furono rispettivamente 139 e altre decine di migliaia.

Dopo il 2003, la resistenza irachena ha inflitto 4.o00 perdite agli statunitensi, spendendo probabilmente meno di quanto spendeva in una settimana il Ministero della Difesa di Saddam Hussein.

Quindi, nel caso di uno scontro con Israele, servirebbe un folto gruppo di portatori di bandiere bianche, strategicamente schierati, con nelle retrovie innumerevoli artigiani in gallabeya capaci di produrre esplosivi adoperando chiodi e fertilizzanti.

In questi giorni, poi, si sente definire l’esercito il “garante dell’unità nazionale“, con una di quelle curiose frasi fatte che i media riecheggiano. Suona bene finché non si pensa che è la stessa frase usata per giustificare decenni di strapotere militare in Turchia – solo che l’Egitto è già un paese del tutto unito.

L’esercito egiziano consuma dunque le scarse ricchezze nazionali per tre motivi: primo, mantenere se stesso; secondo, tenere sotto controllo il paese; terzo, agire su commissione.

E infatti l’esercito egiziano riceve più aiuti dagli Stati Uniti di qualunque altro paese al mondo, tranne Israele.

Innanzitutto, i tecnici americani addestrano l’esercito egiziano a costruire un muro sotterraneo di lastre di ferro per bloccare i tunnel con cui gli abitanti di Gaza cercano di sopravvivere. Nel gennaio del 2008, un certo Steve Israel, deputato democratico di New York, si incontrà personalmente con Hosni Mubarak: subito dopo, gli Stati Uniti assegnarono la somma di 23 milioni di dollari solo per la distruzione delle vie di rifornimento di Gaza.

Gli ufficiali dell’esercito poi fanno parte dell’immensa community - l’inglese lo usano loro, mica noi – degli ufficiali del pianeta. Gente che viaggia continuamente, un giorno sono in Italia per studiare, un altro negli Stati Uniti per ricevere ordini, un altro in Afghanistan o magari in Colombia.

E’ una casta sovranazionale, piena di terzomondiali promossi, che si conosceva già dagli anni Sessanta e Settanta, con la tremenda scuola di Fort Bragg.

Infine, i soldi che il Congresso degli Stati Uniti regala all’esercito egiziano vanno a finire, quasi sempre, in acquisti sul mercato delle armi statunitense. E quindi sia in posti di lavoro garantiti per gli elettori dei congressisti, sia in profitti favolosi per le aziende che finanziano le loro campagne elettorali.

In questo contesto, il denaro non costituisce un problema. Non è una cosa intuitiva né per noi che dobbiamo far contare ogni centesimo; e sembra contraddire ciò che leggiamo, quando sentiamo dire che “i soldi non bastano più” per pagare gli insegnanti a scuola e occorre quindi tagliare.

Riassumiamo il meccanismo, tagliando con l’accetta, ovviamente: fino alla Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non avevano un esercito serio, anche perché sarebbe stato guardato come una pericolosa ingerenza statale.

Il contributo principale degli Stati Uniti alla guerra non fu però in sangue, ma – letteralmente – in costosissimi prodotti usa-e-getta. Prodotti pagati dallo Stato, ma non con tasse, bensì con buoni del tesoro; mentre l’Inghilterra si svenava oppure regalava le proprie basi in giro per il mondo per mantenere le industrie statunitensi. Il sistema fu gestito da una commissione che metteva insieme imprenditori, finanzieri, militari e uomini del governo.

Essendosi raddoppiata più o meno l’economia, gli Stati Uniti decisero di non smobilitare più. Il resto è la storia del complesso militare industriale costituito da alcuni elementi fissi.

Un finanziamento attraverso buoni del tesoro e affini, all’inizio spacciati con minacce varie a paesi succubi, oggi in massima parte, credo, detenuti dalla Cina.

Più si spende, più guadagnano le imprese statunitensi che partecipano al complesso militare industriale.

E quindi, più deputati e senatori si battono per aumentare le spese militari: non è un caso, né che le aziende militari abbiano localizzato le proprie fabbriche in modo tale da condizionare sistematicamente le elezioni, né che tanti politici vengano premiati con lauti stipendi in aziende private.

L’importante è che non aumentino le tasse: tanto, pagheranno le generazioni future – secondo il Congressional Budget Office, ogni bambino americano nato nel 2010 si porterà dietro un debito pubblico di 29.178 dollari, che all’età di trent’anni diventerà 166,500 dollari.

Noi abbiamo più volte sottolineato questo meccanismo, che ci sembra fondamentale e che viene trascurato spesso per altri meccanismi, ad esempio il petrolio o la lobby israeliana.

In realtà non c’è contraddizione. Le lobby si rafforzano a vicenda; e tutti questi meccanismi concorrono alla creazione del grande sistema guerrafondaio-paranoico. Vendere aerei inutili all’esercito egiziano comunque serve a tenersi amico un esercito che collabora con Israele e che si trova vicino ai pozzi petroliferi. Wikileaks ci offre un interessante scambio tra esecito statunitense ed esercito egiziano: il Pentagono accusa l’esercito egiziano di non voler “modernizzare“, che per loro significa “rifocalizzare per contrastare minacce asimmetriche come il terrorismo, il contrabbando di armi a Gaza e la pirateria, e sostenere la politica USA verso l’Iran”. Una definizione decisamente originale di “modernizzazione”.

I militari comunque volevano i loro giocattoloni – aerei e carri armati – e quindi il Pentagono non ha insistito, a dimostrazione di come l’utilità dell’esercito egiziano non sia affatto solo militare.

Adesso, gli Stati Uniti hanno detto a Mubarak di non sparare sulla folla.

Hosni Mubarak probabilmente farebbe sparare ugualmente,e dal suo punto di vista farebbe bene: non sparare significa arrendersi.

Ma si trova di fronte al dilemma della guardia pretoriana (ma lo aveva già spiegato Platone nella Repubblica).

Il Capo ruba al popolo. Per difendersi dal popolo, deve costruirsi una guardia. Che mangia a spese del popolo. E quindi bisogna rubare ancora di più al popolo.

Quando il popolo si ribella, la guardia depone il Capo, al grido di Viva il Popolo.

E continua a rubare al popolo.

Che mi sembra l’esito più probabile della rivolta egiziana, almeno al momento.

Ma qui sorge un dilemma anche per la guardia pretoriana: come fare le “riforme” ordinate da Obama, senza toccare le cause della catastrofe egiziana, cioè le Dure Leggi del Mercato Globale, gli Impegni Internazionali e la Guardia Pretoriana stessa?

Perché in Egitto, il problema è il pane: ‘aish, che vuol dire anche vita.

Sono un pessimo profeta, ma offro un’ipotesi: la cancellazione di un po’ di debiti che l’Egitto comunque non pagherebbe; un nuovo prestito con cui l’Egitto potrà comprare un bel po’ di grano dall’agribusiness statunitense.

Ricordiamo come un’unica società, la Cargill and Continental Grain – due aziende fuse in una con il permesso del democratico Presidente Clinton – controlla oltre il 50% delle esportazioni agricole dagli Stati Uniti. Ovviamente dopo aver distrutto gli agricoltori indipendenti americani.

Qui ad esempio, potete leggere un’esaltante descrizione del governo statunitense del muscolo egiziano nel mercato alimentare. La geniale capacità di inventare slogan: per muscolo intendono la voracità con cui l’Egitto, un tempo quasi autosufficiente, è costretta a comprare cibo da un altro continente. Come l’Iraq, che una volta addirittura esportava il cibo.

Il documento del governo americano spiega tutto della falsa coscienza con cui si nasconde la realtà dell’imperialismo, con un titolo nell’articolo: “”Egyptians Like U.S. Food”.

di Miguel Martinez

P.S. A proposito, leggete il drammatico post di Bousoufi su ciò che sta succedendo in Tunisia.

03 febbraio 2011

Alitalia... Ghe pensi mi...

Quando, correva l'anno 2008, l'Alitalia era in predicato per passare all'Air France, il governo Prodi aveva accettato di "chiudere" la vendita con la formula "visto e piaciuto" ... i francesi, cioè, si sarebbero accollati i 3 miliardi di debiti della nostra compagnia di bandiera ed i successivi costi di ristrutturazione, senza null'altro a pretendere.

L'Italia (ed in particolare il ministero dell'Economia, maggior azionista di Alitalia) sarebbe uscita da quel carrozzone sgangherato a costo zero, ed i francesi si impegnavano a non licenziare nessuno dei dipendenti.

Ma si era già in piena campagna elettorale e Silvio Berlusconi, in corsa per palazzo Chigi, agitò il "feticcio" dell'italianità della compagnia di bandiera: "l'Alitalia deve restare italiana ... e, una volta eletto presidente del consiglio, ghe pensi mi ...".

Arrivarono le elezioni, Berlusconi vinse con amplissimo margine e ... ci pensò lui: una cordata di imprenditori italiani guidati da Roberto Colaninno rilevò la "parte sana" dell'Alitalia, lasciando allo stato italiano i 3 miliardi di debiti e gli esuberi di personale.

"Ghe pensi mi" significò che, invece di uscire a costo zero (cedendo tutto ad Air France), lo Stato italiano ci rimise almeno 3 miliardi di euro (il conteggio, peraltro provvisorio, è del commissario liquidatore dell'Alitalia Augusto Fantozzi).

Quello fu il prezzo per mantenere italiana la compagnia di bandiera, ed il "pubblico pagante" (cioè Pantalone), nonostante l'alto costo del biglietto, applaudì calorosamente quell'operazione patriottica; i figli, si sa, 'so piezze 'e core e se hanno bisogno, non si bada a spese pur di preservarne l'onore e la dignità.

Applaudì anche la Lega, quella di Roma ladrona che, evidentemente, non riscontrò alcuna contraddizione tra il far pagare quei 3 miliardi anche ai suoi elettori del nord, e il mantenere "italiana" quella scassata compagnia aerea "romana". I leghisti, insomma, sull'altare di quella italianità che da anni predicavano di voler "frantumare", furono "lieti" di versare una parte cospicua di quei 3 miliardi. E lo fecero restando seri, senza che a nessuno passasse per la mente che era l'esatto contrario di quanto avevano fin li predicato (Roma ladrona, Padania indipendente ed Italia di merda). Gente furba e coerente questi leghisti.

Sia come sia, la nuova Alitalia restò italiana ... almeno a chiacchiere, ovvero le solite palle per bambini scimuniti.

Si perché il 12 gennaio 2009, la stessa Air France di cui sopra, quella che l'anno prima avrebbe dovuto farsi carico dei 3 miliardi di debiti della vecchia Alitalia e di tutto il personale della stessa, acquisiva il 25% del capitale e, di fatto, diventava il maggior singolo azionista della neonata compagnia aerea (nuova Alitalia).

Invece di farsi carico dei famosi 3 miliardi e del personale tutto, i francesi versarono 325 milioni e, come detto, con il 25% del capitale diventarono i maggiori azionisti ... (immaginatevi lo stupore di quei francesi di fronte a cotanta abilità negoziale degli italiani ...).

Allo Stato italiano, dunque, restarono i 3 miliardi di debiti e tutti gli esuberi della vecchia Alitalia e, udite udite, anche le eccedenze della Nuova Alitalia ... già perché, siccome anche adesso gli affari vanno maluccio, i francesi e Colaninno hanno appena deciso di mettere 1000 dipendenti in cassa integrazione ... che naturalmente vanno, anche loro, a carico di Pantalone.

Fantastico, no?

Potevamo uscirne per sempre a costo zero e, invece, dopo aver "sganciato" 3 miliardi per il privilegio di avere una compagnia aerea di bandiera (cosa che, di fatto, non è più neanche vera), adesso ci tocca pure pagarne la cassa integrazione.

Adesso, considerate l'aspetto sensazionale della faccenda: sull'Alitalia, la ricostruzione dell'Aquila e la spazzatura di Napoli, il centro destra stravinse le elezioni del 2008 ...??!! In quale altro magnifico paese può avvenire una cosa simile?

Il grande "successo" della nuova Alitalia ci sta costando circa 3.5 miliardi (considerando i costi successivi che si stanno aggiungendo) ... e, decenza vorrebbe, che gli artefici di tale "colpo di genio" venissero (almeno) a scusarsi per quella maestosa cazzata fatta a ragion veduta (era chiarissimo che sarebbe andata a finire così) ... invece, glissano, traccheggiano, oscurano ...

Ed il pubblico pagante?

Beh, non applaude più, anzi, per la verità si comincia a sentire qualche timido fischio che, però, rimane ancora isolato nella distaccata indifferenza dei più. Del resto, si sa, al pubblico tocca pagare anche se lo spettacolo non è stato all'altezza del prezzo del biglietto e, comunque, ognuno poi tornerà a casa sua e dimenticherà quanto avrà visto e sentito.

Ma la compagnia teatrale dovrà prendere qualche provvedimento, perché se il pubblico non applaude, si corre il rischio di trovarsi il teatro vuoto la prossima volta. Sicché sta già pensando ad altri ... ghe pensi mi ... magari più plateale.

Ed è proprio questo il brivido che dovrebbe attraversarci: altri due o tre successoni tipo Alitalia e, se tutto va bene, siamo rovinati.

Naturalmente accetto qualsiasi smentita purché documentata da numeri e fatti. Gli slogan, è ovvio, sono per i bambini scimuniti.

di G. Migliorino

02 febbraio 2011

Multinazionali, le società che distruggono lavoro in patria per trasferirlo all'estero


Le imprese multinazionali creano più industria e posti di lavoro? Neanche per sogno. Per sfatare questo luogo comune basta elaborare alcuni dati pubblicati da R&S. Prendiamo il campione delle multinazionali europee costruito dalla società di ricerche e studi di Mediobanca e osserviamone l'andamento nel decennio compreso tra il 1999 e il 2008. Scopriamo che un settore ad alto tasso di innovazione come quello meccanico, che nel '99 ha rappresentato il 31,6% del fatturato aggregato del campione, nel 2008 è sceso al 24,7%, mentre il settore petrolifero è salito nello stesso periodo dal 18,3% al 32,6 per cento. Sono risultati in discesa anche i settori chimico-farmaceutico (dal 17,4% al 14,5%), alimentare e bevande (dal 7,3% al 6,7%), elettronica (dal 6,5% al 5%), servizi (4,7% all'1,9%), carta (dal 2,2% all1,8%) e gomma e cavi (dall'1,4% all'1,2%). A parte il settore petrolifero-energetico, segnano una crescita anche l'acciaio (dal 4,7% al 5,8% del fatturato totale del campione), il cemento e il vetro (dal 2,3% al 3,4%) e il tessile (dallo 0,4% allo 0,5%).

Attenzione, però: quelli che hanno registrato la più alta crescita percentuale di fatturato - il petrolifero e il chimico-farmaceutico - hanno anche avuto la maggiore flessione dell'occupazione, rispettivamente del 7,7% e del 7,4%, mentre il loro Roe (redditività del capitale netto) s'è attestato sul 25 per cento. Sono stati in sostanza più premiati, a livello di redditività, i settori industriali che hanno espulso dipendenti, mentre sono stati più penalizzati quelli che hanno imbarcato nuova occupazione. La meccanica, che tra il '99 e il 2008 ha accresciuto del 12,3% il numero degli addetti, ha avuto un Roe del 16%, e le costruzioni, a fronte di una crescita degli addetti del 53,5%, hanno avuto un Roe del 13,8 per cento.

Non solo: anche là dove s'è avuto un aumento dell'occupazione, questo è avvenuto a discapito del paese d'origine. In altre parole, le multinazionali creano lavoro ma quasi sempre all'esterno dei propri confini. Quelle francesi hanno ridotto l'occupazione in patria del 24,5%, aumentandola del 19,2% all'estero; quelle tedesche hanno registrato -12,5% in casa propria contro +20,8% al di fuori della Germania; e la crescita occupazionale estera delle multinazionali a capitale italiano è stata addirittura del 63,1% contro una contrazione del 12% su scala nazionale.

Analoga la tendenza in Nord America: a fronte di un calo occupazionale interno del 14,9%, le multinazionale americane hanno aumentato il numero dei dipendenti all'estero del 15,8 per cento. Insomma, il futuro dell'industria mondiale sembra dipendere in misura crescente dalle società petrolifere: aziende che generano costi ambientali elevati a carico della collettività, i cui profitti poggiano, più che sull'innovazione, sull'aumento dei prezzi del greggi.

di Giuseppe Oddo

Il tramonto dei faraoni

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Quello che sta accadendo nel mondo arabo, e segnatamente in Egitto, Tunisia, Algeria, deve essere letto ed interpretato come il misero fallimento delle politiche occidentali, messe in atto da USA ed Europa.
Questi grandi “esportatori di democrazia” hanno fatto finta di non accorgersi, per 30 anni, che democrazie non erano, mentre sottobanco contribuivano a mantenere e puntellare (dagli USA miliardi di dollari ogni anno all’esercito egiziano) regimi autoritari con premier inamovibili, corrotti, ladri, incapaci di muoversi nell’interesse del popolo, agli ordini del partito internazionale del petrolio e degli interessi occidentali in quell’area cruciale.

Ma la beffa gattopardesca è già pronta. Si mollano i dittatori, e ci si prepara ad appoggiare gli oppositori, che verranno comprati e addomesticati o minacciati per un nuovo ciclo di dominazione occidentale di tipo neo-colonialista.
Il potere dei soldi, degli affari, della corruzione, a cura delle cancellerie occidentali, è un film visto e rivisto,che può essere interrotto solo dalla rivoluzione islamica che cacci per sempre gli stranieri da quelle terre.
Il vile cinismo occidentale di aver appoggiato, in nome della democrazia, regimi dittatoriali di ladri sanguinari, deve essere punito severamente da quei popoli, che devono respingere ogni ingerenza nei loro affari interni e trovare forza e unità in alleanze che finalmente facciano parlare gli arabi con una voce sola.
Il carattere spontaneo e popolare di questa rivolta, l’assenza di organizzazione e di strategia, fanno pensare che la guida del movimento insurrezionale possa essere presa dalla componente islamica che ha capi riconosciuti, organizzazione, identità.
Comunque vada a finire questo movimento, non sarà facile per il partito mondiale del petrolio riprendere il ferreo controllo in Medio Oriente, tenendo conto che le opzioni militari contro i popoli sono velleitarie e perdenti, come presto dimostrerà la resistenza afgana contro l’occupazione di truppe straniere.

Ma ciò che mi fa sorridere e mi fa sembrare un po’ patetici gli occidentali guerrafondai, è che continuano a testa bassa, come pugili suonati, a menare le mani, a spendere cifre colossali, affermando di essere democratici, con risultati catastrofici.
Mentre i “comunisti” cinesi, spendendo molto meno, unici paladini del “libero mercato”, comprano dappertutto materie prime, porti, interi debiti pubblici di altri paesi, con i soldi in bocca, aumentano il loro PIL del 10% l’anno, aumentano enormemente il loro peso economico e politico nel mondo.
E’ un mondo alla rovescia, i “democratici” sparano e i “comunisti” si affidano
al “libero mercato.
Naturalmente i grandi esperti, giornalisti, intellettuali, politicanti, dicono le solite scemenze e non riescono a vedere l’evidenza, cioè che la politica occidentale del DOMINO e della supremazia militare non rende nulla. Fa accumulare solo odio e debiti, e che tale politica va abbandonata, vanno sciolte le alleanze militari, e le enormi spese militari vanno trasformate in investimenti nella economia reale.
Qualcuno deve pur cominciare a dirglielo che la guerra è finita, magari con la cautela che si riserva agli anziani un po’ rimbambiti. Con uno come il ministro della Difesa La Russa, che sostiene, da sobrio, che siamo in Afghanistan per difendere l’Italia dal terrorismo,l’approccio per comunicargli che il terrorismo nasce se tu invadi un paese, deve essere graduale e delicato e necessita di una forte terapia di sostegno psicologico.


di Paolo De Gregorio

01 febbraio 2011

Berlusconi creatore del vuoto

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.Imbarazzante. Non trovo altre parole per commentare sinteticamente l’articolo di Francesco BorgonovoLibero. Imbarazzante fin dal titolo che uno legge e già gli prende un colpo: “Silvio ha creato l’uomo di destra. Ecco perché il berlusconismo non morirà”. Vero è che nel corpo dell’articolo la mirabile impresa si restringe (o si allarga: decidete voi) ad un più moderato “uomo di centrodestra”. Ma la sostanza è questa: «Il fatto è che Berlusconi non avrà compiuto la rivoluzione liberale annunciata nel ’94, ma ne ha compiuta un’altra, antropologica, da cui non si torna indietro». Capirete bene, la creazione dell’ “uomo nuovo” è una di quelle attese che definire messianiche è cosa propria: molti l’hanno vagheggiato, qualcuno ha cercato di interpretarlo, nessuno è riuscito veramente nell’impresa. Ma là dove nei millenni inutilmente si sono sfracellate le migliori menti e gli spiriti più eletti della specie umana, Berlusconi – a detta di Borgonovo – è riuscito: «Silvio ha creato l’uomo di centrodestra. Prima c’erano fascisti e postfascisti, democristiani di destra e di sinistra, liberali e radicali. Berlusconi è stato capace di coagulare i valori di questi tipi umani e politici, aggiungendo il contributo leghista». apparso il 27 gennaio su

Un’operazione alchemica, quindi. Solve et coagula, sarebbe all’origine di quest’essere miracolosamente espresso. Dissipati i vecchi riferimenti ideologico-categoriali, svuotati gli uomini di ieri dei loro pregiudizi, conquistati ai radiosi valori della nuova età, ecco l’uomo di centrodestra lanciare la sua sfida alle stelle… dalle stalle di Arcore. «Il berlusconismo ha affermato che lavorare ricavandone un profitto, e magari pure un cospicuo patrimonio, non è ingiusto. Ha mostrato che la televisione non è (soltanto) una cattiva maestra, che le tasse non sono (soltanto) buone e giuste, che l’immigrazione va controllata. Ha contribuito al superamento delle ideologie. Ha difeso la tradizione cattolica senza dimenticare il diritto degli individui a regolarsi come meglio credono con la propria libertà (sessuale o di coscienza). Berlusconi ha permesso a libertari, socialisti, rivoluzionari e conservatori di incontrarsi. E questi soggetti, una volta che si sono conosciuti e hanno apprezzato – con le differenze - i tratti comuni, non si lasceranno facilmente».

Avete letto bene? Avete notato la finezza con cui è stato ricamato il profilo di quest’uomo nuovo? Rifacciamoci i conti: baciapile moralista in pubblico e sfrenato fornicatore in privato (doppia morale); attivo ricercatore del profitto e però attento a discernere quali sono le tasse da pagare e quali invece no, regolandosi secondo coscienza con l’erario (perché una spruzzata del luterano «pecca fortiter», quando si parla di profitti, ci sta sempre bene); telespettatore riconoscente del magistero che gli arriva dal Grande Fratello (e format similari) e vigile sentinella contro le orde immigrate. Ora, di questi personaggini così, effettivamente, ce ne sono una marea in giro per l’Italia e non solo nel centrodestra. Oserei dire che ce ne sono sempre stati e ce ne saranno sempre in una misura superiore al tollerabile. Ma se pure tanto fosse il risultato straordinariamente innovativo della “rivoluzione antropologica berlusconiana”, è qualcosa di cui vantare il copyright? Se la risposta è “sì”, vogliamo tranquillizzare Borgonovo: da queste bande, nessuno gli contenderà i diritti d’autore.

Nell’articolo non si rinviene un nome che è uno a fare da esempio chiarificatore per un così basso profilo. E vorrei vedere! Perché delle due, una: o un soprassalto di lucidità ha fatto avveduto l’autore che rischiava una querela per diffamazione e calunnia a indicare con i dati anagrafici un plausibile corrispondente al suo disegno, oppure gli sarà sembrato indelicato escludere dalla eletta schiera qualche illustre pretendente. Il terzo, potrebbe essere dato dalla impossibilità per chiunque di eguagliare l’archetipo: «Che il Cavaliere sia nel bene e nel male – scrive infatti Borgonovo – un personaggio irripetibile del quale la politica italiana non potrà trovare un clone o un sostituto all’altezza è palese». Verrebbe quasi spontaneo chiosare con un: “e meno male” se non ci trattenesse il timore che invece si sbagli e che, o prima o poi, qualcun altro torni a incarnare l’eterno berlusconiano che è in lui.

E forse non soltanto in lui. Ricorderete mica per caso la vecchia ballata di Giorgio Gaber che in una sua strofa iniziale recitava: «Io sono / un uomo nuovo / per carità lo dico in senso letterale / sono progressista / al tempo stesso liberista / antirazzista / e sono molto buono / sono animalista / non sono più assistenzialista / ultimamente sono un po’ controcorrente / son federalista» – la ricordate, vero? Descriveva con perfida cattiveria l’eterna attitudine italica a trasformarsi nel nuovo che più nuovo non si può, nella pretesa di essere e di mantenersi al passo dei tempi. Anzi: più avanti rispetto al proprio tempo. Quasi profeti del “nuovo che avanza”. Ha un titolo che rovescia ironicamente nel suo contrario il fervorino novatore: Il conformista. Fatela ascoltare ripetutamente a Borgonovo costringendolo, contemporaneamente, a fissare le immagini del suo Cavaliere che fa il baciamano a Gheddafi (lo so: sto parodiando Arancia meccanica). Un paio di ore di questo trattamento forse riusciranno a farlo rinsavire. E se ce ne vogliono di più, insistete: è per il suo bene.


di Miro Renzaglia